Dichiarazione dell’ALBA-TCP sulla crisi umanitaria nel mediterraneo

IV RIUNIONE STRAORDINARIA DEL CONSIGLIO POLITICO DELL’ALBA-TCP

I ministri degli Esteri del Consiglio Politico dell’ALBA-TCP di fronte alla terribile situazione umanitaria che si verifica nel Mediterraneo dichiarano:

  1. La causa principale delle tragedie umanitarie che hanno trasformato il Mediterraneo in una immensa e profonda tomba è il modello capitalista coloniale e neocoloniale, che ha precipitato i popoli di Africa e Asia nel sottosviluppo e distrutto i loro modelli produttivi, ponendoli al servizio delle metropoli occidentali. Nel 2015 oltre 2000 persone hanno perso la vita per sfuggire alle severe condizioni di vita e all’instabilità in Africa e Asia.

  1. Le economie africane sono state schiacciate sotto il pesante fardello della tassazione imposta dalle metropoli imperialiste europee, che ha generato crisi umanitarie in molti dei suoi paesi, e reso vani tutti i tentativi di rilanciare le loro economie a beneficio dei popoli africani.

  1. L’Occidente utilizza la violenza terroristica per rovesciare quei legittimi governi che si rifiutano di applicare il modello capitalistico di sfruttamento e non soddisfano i suoi voraci interessi.

  1. Con il patrocinio e la complicità dell’Occidente, la violenza si è diffusa nei paesi africani, l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq e il Medio Oriente perpetrati da gruppi terroristici impuniti che hanno causato profonda sofferenza ai popoli di queste vaste regioni.

  1. I processi di destabilizzazione della regione sono andati a sommarsi alle già nefaste conseguenze del colonialismo e del neocolonialismo. Le modalità con cui la Libia è stata smembrata nel 2011 rappresentano il massimo esempio di questo. Il rovesciamento illegittimo del suo governo, in contrasto con il diritto internazionale, ha costretto al trasferimento di migliaia di cittadini, che, nel tentativo di attraversare il Mar Mediterraneo, rischiano la vita per sfuggire alla violenza terroristica e alle carestie provocate dall’Occidente.

  1. Allo stesso modo, l’Occidente intende rovesciare il legittimo e costituzionale governo della Siria, promuovendo ulteriore violenza terroristica e destabilizzazione in tutta la regione.

  1. Riteniamo che questa nuova avventura imperialista incrementerà l’attuale tragedia umanitaria, e renderà l’Europa l’obiettivo principale delle terribili conseguenze umane derivanti da questa azione che è in contrasto con i principi fondamentali del Diritto Internazionale.

  1. Facciamo appello all’Europa affinché si svegli e reagisca immediatamente, con sensibilità e giustizia, e accetti la sua responsabilità storica che supera i limiti della tragedia umana.

  1. I paesi dell’ALBA-TCP chiedono ai governi e ai popoli del mondo di costruire un Piano di Solidarietà per i popoli che subiscono oggi le conseguenze del terrorismo internazionale, e di investire il 20% della spesa militare mondiale per sostenere il diritto alla salute, istruzione, cibo, abitazioni e diritti umani fondamentali di milioni di cittadini colpiti dal terrorismo promosso e supportato dall’Occidente.

  1. Inoltre, esprimiamo la nostra costante e seria preoccupazione per le deportazioni e i trasferimenti forzati in corso di cittadini dominicani di origine haitiana, e riaffermiamo i diritti umani fondamentali di tutti coloro che sono sfollati, e chiediamo una soluzione giusta e pacifica di questa crisi in conformità con i principi del diritto internazionale.

Caracas, Repubblica Bolivariana del Venezuela, 10 agosto 2015.

Maduro propone piano speciale di appoggio agli immigrati africani

da radiomundial.com.ve

11ago2015.- Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Maduro, ha proposto la creazione di un piano speciale per appoggiare e gli immigrati africani e asiatici che fuggono dal terrorismo e dalla fame attraverso il Mediterraneo.

Durante una riunione presso la casa Amarilla a Caracas il capo di Stato ha indicato che se il 20% del bilancio della NATO non fosse investito in armi da guerra ma in salute, alimenti ed educazione per i popoli dell’Africa, si vedrebbero rapidamente i risultati.

Inoltre Maduro ha ricordato la lotta dell’Africa nel processo di decolonizzazione, fondando l’Unione Africana e avanzando su questa strada, fino a quando è arrivata la politica del caos di questi ultimi anni, fatta di bombardamenti, invasioni, che hanno caratterizzato la distruzione della Libia.

Ha inoltre evidenziato come la Libia è riuscita a recuperare le proprie risorse naturali mettendole al proprio servizio e al servizio dell’Africa, registrando i più alti indici di sviluppo sociale e creando meccanismi di solidarietà per aiutare i paesi del Nord Africa.

«Con la distruzione della Libia hanno inferto una pugnalata alla costruzione della pace, dell’attività economica e della felicità dell’Africa, avendola adesso trasformata in un santuario del terrorismo, tutti questi popoli disperati stanno fuggendo attraverso il Mediterraneo verso l’Europa».

La migrazione di migliaia di africani verso l’Europa è provocata da fatti molto pericolosi, dovuti ad una politica internazionale degli imperi dove si combina l’interesse e l’orgoglio particolare; «non possiamo chiudere gli occhi», ha esortato il presidente, sostenendo che tutti i fenomeni che oggi si stanno verificando, sono creati dalla politica degli imperi dominanti dell’Occidente.

Infine Maduro ha sottolineato che ciò che sta accadendo contro la Siria è frutto di una politica criminale, dimostrando che gli imperi della Nato sono contro i popoli. Se il governo siriano fosse sconfitto, quello che abbiamo visto in Libia sarebbe nulla, lasciando mano libera al terrorismo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Allerta che cammina… la Missione Miracolo in Africa

 Unknowndi Alessandro Pagani (ANROS Italia)

“Sessant’anni fa, proprio in questi stessi giorni, in queste stesse ore, si consumò l’atto terrorista più grande della storia. Un vero e proprio genocidio commesso dall’imperialismo nordamericano; Sessant’anni fa esplodevano le bombe atomiche nelle città di Hiroshima e Nagasaki. Rammentiamo con tristezza siffatti eventi e rendiamo tributo alle vittime di quegli atti terroristi di carattere squisitamente genocida; rendiamo omaggio al dolore, e segnaliamoli come le azioni terroristiche più grandi che ricordi la storia. Oggi, a distanza di Sessant’anni, come allora in mezzo a quei popoli quivi summenzionati furono fatte esplodere quelle bombe atomiche per seminare la morte; Oggi, dove siamo riuniti, nella Valle di Caracas, sta esplodendo una bomba atomica per la vita: la Gioventù del mondo è qui presente!”

Queste sono le parole del comandante Hugo Chávez  durante la cerimonia di apertura del Sedicesimo Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti che si svolse a Caracas dal 8 al 12 agosto del 2005.

Oggi a distanza di Settant’anni anni da quell’atto terrorista che ricordava solo dieci anni fa il comandante Chavez, un’altra “bomba per la vita” è in procinto di esplodere: la Missione “Milagro Negro”, testamento politico e rivoluzionario che Chávez ha lasciato nelle mani di tutti i sinceri rivoluzionari di tutto il pianeta. Il testamento è chiaro: salvare i’umanità dalle guerre e dalla fame, dalle malattie e dalla miseria, attraverso progetti medico-sociali come la Misiòn Milagro. Ma andiamo per ordine e cerchiamo di comprendere con più precisione di cosa tratta questa missione, nata nel 2004 dall’idea di Fidel Castro e Hugo Chávez.

La Missione Miracolo: morale e luce verso il pieno diritto a vivere dignitosamente

 

 MisiónMilagroLa “Missione Miracolo”, è un’iniziativa congiunta dei governi rivoluzionari della Repubblica di Cuba e della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Trattasi di una campagna con un grande contenuto sociale e umanitario, che non fa nessuna discriminazione di carattere sociale, razziale, religioso, politico o di età tra i pazienti. Le operazioni che sono effettuate nelle condizioni oggettive presenti nei paesi dove si agisce – tutte realizzate in forma gratuita – stanno curando non poche malattie oftalmologhe presenti in quei cittadini del “sud” del mondo.

Dal 11 agosto del 2004, giorno nel quale ebbero inizio le prime cinquanta operazioni, Cuba ha lanciato una vera è propria battaglia per la vita per salvaguardare e far tornare la vista in Dieci anni a non meno di Sei milioni di malati latinoamericani che non potevano essere curati nelle cliniche mediche – quasi tutte private – che popolano l’America Latina e i Caraibi, e che sono considerate “zona rossa” per gli umili e i dannati della terra. Siffatta operazione medica cubana, è ricordata come il Convegno di Sandino, là dove medici e lavoratori della salute cubani, attraverso l’utilizzo della tecnologia e dei più avanzati e moderni strumenti oftalmologici, sono riusciti a creare le condizioni per operare ogni anno a circa 1 milione di pazienti. Tutto questo all’interno dell’Alternativa Bolivariana per i popoli di Nostra America (ALBA-TCP).

Oggi, a distanza di oltre Dieci anni, come afferma la giornalista italiana Marinella Correggia: “Nella Missione Miracolo partecipano 165 istituzioni cubane”. Inoltre, la Missione Milagro, “dispone di una rete di 49 centri oftalmologici con 82 postazioni chirurgiche in 14 paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Ci sono missioni miracolo in Venezuela, Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Haiti, Honduras, Panama, Guatemala, Saint Vincent e Granadine; Guyana, Paraguay, Granada, Nicaragua e Uruguay”.

Il primo paziente della Missione Milagro, un giovane adolescente venezuelano di nome Samuel, fu operato l’11 agosto del 2004. Samuel viveva nel Cerro Antimano, nel municipio Libertador a Caracas assieme a sua madre, suo padre e ai suoi quattro fratelli. Non c’è narrazione migliore di quella di Katiuska Blanco, Alina Perera e Alberto Nuñez nel loro libro “Voces del Milagro”, pubblicato dalla casa editrice Abril dell’Avana nel 2004 per descrivere la poesia e l’amore alla vita che si evince da tali politiche medico-sociali portate avanti dai governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela.

“La vita nel Cerro trascorre come quella di una lumaca, che entra ed esce lentamente dal proprio guscio, trascinandosi su e giù per quelle vecchie e squattrinate scalinate di quell’umile vicinato. Il viale principale si congiunge con una stradina e l’altra. Infondo a questo labirinto di strade e vicoli arriviamo davanti alla casa di Samuel, il primo bimbo venezuelano operato a Cuba di cataratta congenita e che da oltre dieci anni gli offuscava il suo fragile mondo infantile. Non poteva andare in bicicletta, ne guardare la televisione; non poteva leggere, scrivere o disegnare; non poteva giocare a baseball, a calcio e nemmeno restare per un tempo prolungato fuori di casa; non poteva andarsene in giro per conto proprio. In vita sua, non era mai riuscito a vedere con nitidezza il viso di sua madre, dei suoi fratelli e di suo padre, che fu anch’esso curato a Cuba dopo trent’anni di cecità. Una volta portate a termine le operazioni, fu la prima volta che questi riuscirono vedersi in faccia.

Sua madre viveva in Tacagua, un quartiere assai più complicato di Antimano 2 nel quale ora vivono. Il Cerro, che ricorda a una dea Aragua, è uno dei quartieri più difficili presenti nella città di Caracas. In seguito alla complicazione di un’operazione chirurgica precedente, realizzata con l’aiuto economico di una religiosa del Hogar del Junquito, Eucaris, la madre di Samuel, non aveva rinunciato al sogno di operare di nuovo a suo figlio Samuel Gonzalez. Fu proprio, il medico cubano della Missione Barrio Adentro presente in quel quartiere che gli aprì la strada per il viaggio verso la luce (…).

Oggi, in seguito all’operazione, Samuel può finalmente entrare e uscire di casa senza l’aiuto di nessuno. Può apprezzare la bellezza di un albero o di un animale. Può accarezzare ai suoi due cagnolini. Può giocare come tutti gli altri bambini a baseball o a calcio. Non esistono più ostacoli tra lui e i suoi sogni di studiare, che ora potranno realizzarsi senza nessun problema(…).

Sua madre vuole ringraziare a Chávez e a Fidel: “Quando ci dissero che saremmo partiti per Cuba non riuscii a trattenere la mia emozione da quanto ero contenta. Nel contempo, ero assai preoccupata di dover lasciare soli gli altri miei quattro figli per poterne curare uno. Si trattò di una decisione assai difficile. Dato che sono una persona umile e con poche risorse, devo ringraziare a Fidel e a Chávez per avermi concesso l’opportunità di operare a mio figlio Samuel e a Chávez gli dico: che dio ti benedica, che Dio ti moltiplichi per tutto il bene che stai facendo ai poveri, perché sei il primo Presidente che si preoccupa davvero per i poveri”

 

Una Missione Milagro Negro in Africa è un dovere morale

 

 145427311-1e1dd3e4-3b3b-4160-9039-736e11b51962L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), ha riconosciuto recentemente che in Africa su una popolazione totale di 805 milioni di abitanti il 15% sono ciechi, l’8,3% sono Ipovedenti. Questi dati obbligano tutti noi a riflettere su quello che dovrebbe essere la missione di non pochi paesi a capitalismo avanzato come l’Italia in Africa. Invece ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi è la più completa ottusità e indifferenza da parte del nostro paese che, evidentemente, preferisce spendere i propri soldi in tecnologia militare e in politiche d’ingerenza, atte allo sfruttamento del continente africano, piuttosto che attivarsi in politiche sociali e in missioni mediche per seminare la luce e l’amore alla vita a milioni di “Samuel” in tutta l’Africa.

Questo non è, però, il caso dei governi rivoluzionari dei paesi membri dell’ALBA-TCP e nella fattispecie del governo cubano e venezuelano, vere e proprie avanguardie nella lotta per la vita; non solo in America Latina ma anche nella nostra Madre Africa. Cuba e Venezuela con il progetto “Missione Miracolo”, stanno dando attenzione medica e benessere a milioni di persone in tutta l’America Latina, nei Caraibi e non solo. Oggi vediamo come non poche centinaia di Brigate Mediche cubane stanno distribuendo attenzione medica in molte regioni del continente africano. Questo è il caso delle brigate mediche cubane presenti in Sierra Leone e che hanno sconfitto l’ebola nel silenzio “assordante” di quei mezzi di comunicazione allineati alla guerra mediatica e psicologica portata avanti dagli Stati Uniti contro i paesi membri dell’ALBA-TCP e nella fattispecie contro Cuba, Venezuela, Ecuador e Bolivia.

Ora, l’eroica attività dei medici e lavoratori della salute cubani in Sierra Leone non è un caso isolato, giacché nasce da una politica che viene da lontano e che nessun mezzo di comunicazione può nascondere. Missioni mediche che sono presenti in moltissime regioni del pianeta e che dovrebbero ricevere il premio nobel per la pace

Nell’ottobre 2005, il governo dell’Avana inviò 2000 professionisti sanitari in Pakistan, installando Trenta ospedali da campo che assistettero più di 1,5 milioni di persone, in seguito al terremoto avvenuto nel paese asiatico. In seguito al terremoto in Indonesia del 27 maggio 2006, Cuba inviò 135 medici e una delegazione che assistette 1000 pazienti al giorni nell’isola di java, fermandosi per un totale di otto mesi. Nel dicembre 2007, Cuba celebrò il raggiungimento di un milione di pazienti dall’America Latina, Caribe e Africa che hanno recuperato o migliorato la vista grazie all’ Operazione Milagro, essendo un fatto unico nella storia dell’umanità, grazie alla collaborazione dei governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela. Il 20 novembre 2008, Cuba e Angola si accordarono per la formazione di oftalmologi del paese africano sotto l’istruzione di specialisti cubani nel segno dell’ Operazione Milagro”, scrive Marinella Correggia.

La Missione Milagro Negro, ha come obiettivo di prestare attenzione medica a quegli oltre cinquanta milioni di persone che in tutto il continente sono considerati disabili visivi. Un dovere storico e morale per tutti i sinceri rivoluzionari che lottano per un mondo basato sulla pace con giustizia sociale e che patiscono ancora oggi l’accumulazione originale del capitale e lo sfruttamento realizzato dall’Europa in tutto il continente africano in questi ultimi Cinquecento anni.

Per questo la necessità urgente che si metta in piedi un progetto politico di carattere medico-sociale  che ponga in essere nuove triangolazioni nell’ambito della cooperazione e amicizia tra i popoli dell’ALBA-TCP, dell’Italia e dell’Africa; là dove questi ultimi devono essere quelli che devono ottenere il maggior beneficio dalla missione. Nostro compito come popolo lavoratore italiano, come attivisti sociali e sinceri rivoluzionari e quello di metterci al servizio di questa missione, che va verso la costruzione di un mondo dove la giustizia sociale sia la legge del futuro e dove lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura sia solo un brutto retaggio del passato.

Per questo che ANROS Italia, attraverso il presidente Emilio Lambiase; attraverso il patrocinio politico e morale dell’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, nella persona del proprio Ambasciatore, il dott. Julian Isaias Rodriguez Diaz e del proprio Consigliere Politico, il dott. Alfredo Viloria; del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, nella persona della Console Generale, la dott.ssa Amarilys Gutierrez Graffe, hanno consegnato al Primo Presidente operaio di Nostra America, il compagno Nicolas Maduro, la bozza del progetto della Missione “Milagro Negro”. Trattasi di un progetto che in realtà ha avuto già un precedente, se pensiamo al primo incontro che avvenne il 17 giugno del 2013 tra Maduro e il Papa Francesco, nel quale il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela aveva proposto alla Santa Sede, di unirsi ai popoli della Patria Grande in siffatta Missione.

Il progetto da allora ha preso forma, attraverso il lavoro di non poche compagne e compagni del movimento di solidarietà e di appoggio alla Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e che nel progetto bolivariano e martiano di una Patria Grande latinoamericana, vedono il cammino luminoso verso la costruzione di un nuovo ordine mondiale multipolare, multilaterale, multiculturale e multicentrico basato sul socialismo del XXI secolo, quello stesso socialismo che ebbe a definire il Comandante Eterno Hugo Chávez e che i popoli di Nostra America chiamano “nuestro socialismos” sottolineando come la costruzione di un mondo migliore deve essere libero da ogni dogma.

Una nota speciale va fatta anche al lavoro che in questi anni è stato realizzato nel Centro e nel Sud della penisola italiana, là dove l’unità dialettica tra movimenti, forze popolari e la Diplomazia del Popolo realizzata dai degni rappresentanti delle istituzioni diplomatiche e del popolo venezuelano presenti a Roma e a Napoli hanno reso possibile la costruzione di un forte blocco di forze progressiste che attraverso progetti di cooperazione e di amicizia tra i popoli stanno dando una lezione storica e politica su quello che dovrebbe essere l’internazionalismo; secondo le stesse parole di Fidel, il Che e Chavez.

A questi si è aggiunto il piacevole e importante contributo del M.A.C., Movimento Apostolico Ciechi che nella persone del proprio presidente, il prof. Francesco Scelzo, si sono impegnati a collaborare organicamente nel progetto, investendoci tutta la loro esperienza sviluppata in oltre 40 anni di lavoro sociale e assistenza in Africa.

Mugabe: «CPI non è benvenuta in Africa»

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«La Corte Penale Internazionale non è benvenuta in Africa», ha dichiarato Robert Mugabe, in un discorso tenuto in occasione di un vertice dell’Unione Africana in Sudafrica.

La critiche di Mugabe arrivano dopo che un tribunale sudafricano ha vietato l’uscita del presidente del Sudan Al-Bashir dal paese – dove si era recato per partecipare al vertice – su richiesta della Corte Penale Internazionale.

La CPI ha emesso due mandati di cattura contro al-Bashir, nel 2009 e nel 2010, per il conflitto nella regione del Darfur, nel Sudan occidentale. Il primo è relazionato a crimini di guerra e crimini contro l’umanità, mentre il secondo all’accusa di genocidio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

(Video) Sempre più dura la protesta degli ebrei etiopi in Israele

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Pesanti scontri sono scoppiati, giovedì scorso, nel centro di Gerusalemme occupata fra la polizia israeliana e circa 2.000 ebrei di origine etiope che ha dimostrato contro il razzismo della polizia, come ha riportato un reporter dell’AFP.

I manifestanti hanno percorso la principale arteria commerciale della città e si sono avvicinati alla residenza del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, dopo aver bloccato una strada che partiva dal quartier generale della polizia.

La polizia si è schierata in massa per bloccare i manifestanti con l’aiuto dei cannoni ad acqua.

Le forze di sicurezza hanno anche sparato gas lacrimogeni, come ha indicato un portavoce della polizia, aggiungendo che tre poliziotti sono stati feriti dal lancio di pietre e bottiglie. Due manifestanti sono stati arrestati.

La radio pubblica ha riferito, nel frattempo, che 10 manifestanti sono stati leggermente feriti.

I manifestanti hanno voluto, con la loro protesta, mostrare gli incidenti che coinvolgono la polizia e i membri della comunità.

«Stop alla violenza della polizia contro gli ebrei neri», lo slogan dei dimostranti.

«A quanto pare, per le strade di Israele, dobbiamo essere bruciati, come a Baltimora, così qualcuno si sveglia finalmente. Il regime dell’ apartheid è tornato, questa volta nel XXI secolo in Israele», ha dichiarato Gadi Yevarkan, capo del Congresso per l’Uguaglianza degli etiopi ebrei.

Un video pubblicato sul web di recente mostra due poliziotti che picchiano un soldato di origine etiope, Damas Pakada, in uniforme militare a Holon, vicino Tel Aviv. Il video è stato ampiamente riportato nei siti web israeliani. Ciò ha portato alle accuse degli ebrei etiopi, i quali denunciano come la polizia israeliana ha diritto di picchiare un nero senza essere ritenuta responsabile.

Più di 120.000 ebrei di origine etiope vivono nella Palestina occupata.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

L’alleanza America Latina, Asia e Africa è fondamentale per i popoli

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Invitato al Vertice Asia-Africa, tenutosi nella città di Bandung in Indonesia, il Vicepresidente Esecutivo del Venezuela, Jorge Arreaza, ha ribadito quanto sia necessaria e indispensabile tra Asia, Africa e i paesi dell’America Latina, al fine di rovesciare l’imperialismo e porre fine al sistema unipolare.

«L’alleanza tra Asia, Africa e America Latina, oggi, non è solo necessaria, è indispensabile. Dal Sud, noi determineremo il futuro, in libertà, dei popoli del mondo. Dal Sud, con i popoli del Sud, dai popoli del Sud e per i popoli del Sud e di tutto il mondo. Oggi, dobbiamo unirci più che mai», ha spiegato ai microfoni dell’emittente di stato Venezolana de Televisión.

Il Vicepresidente Esecutivo ha evidenziato che il Comandante Hugo Chávez sin dal suo arrivo al potere, nel 1999, si pose come obiettivo il consolidamento dell’alleanza dei paesi asiatici e africani con l’America Latina, per combattere le battaglie imposte dall’imperialismo.

«Oggi non si tratta, come allora, solamente di non essere allineati ad una potenza e nel suo ambito di influenza. Oggi la sfida è molto più grande (…). Si tratta di non allinearsi all’ingiustizia, non allinearsi alle guerre, al mancato rispetto del diritto internazionale, di non essere allineati e combattere il neocolonialismo, in tutte le sue forme, combattere la fame, si tratta di non allinearsi alla discriminazione e al dominio in tutte le sue forme», ha spiegato Arreaza.

Al contempo, ha fatto appello ad utilizzare la giustizia come uno strumento fondamentale per combattere il nuovo colonialismo e l’imperialismo, che tentano di utilizzare l’attuale sistema politico ed economico per mantenere il dominio sui popoli e i governi progressisti.

DI fronte a queste potenze imperialiste, i paesi e i popoli devono essere «coscienti dei loro doveri, (dei) pericoli insiti in questa situazione, dei sacrifici economici e politici che non possono mai marciare separati, devono formare un grande blocco compatto, che a sua volta possa aiutare nuovi paesi a liberarsi dal potere politico ed economico imperialista», ha affermato Arreaza, citando il Comandante della Rivoluzione cubana Ernesto ‘Che’ Guevara.

In una trasmissione di VTV, Arreaza ha ribadito la solidarietà del Venezuela con la Palestina, che si trova ad affrontare le politiche espansionistiche del governo israeliano, che ha costretto all’esilio forzato almeno due milioni di palestinesi, il cui paese è stato ridotto al 12% del suo territorio storico, che oggi comprende la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Il Vicepresidente Esecutivo ha infine invitato i capi di Stato del Movimento dei Paesi Non Allineati a la Isla de Margarita, tra il 27 di settembre e il 2 di ottobre, per partecipare al prossimo Vertice dell’organizzazione, che si terrà per la prima volta in Venezuela.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

L’Integrazione Mediterranea: Utopia o Realtà?

Locandina Mediterraneodi Centro d’Informazione, Ricerca e Cultura Internazionale​

Di fronte alla realtà attuale che vede sempre più addensarsi sull’area mediterranea una pesantissima atmosfera caratterizzata da esodi forzati, drammatici naufragi, sopraffazioni, violenze e conflitti di ogni genere, parlare di INTEGRAZIONE MEDITERRANEA potrebbe quasi sembrare una stravagante provocazione…

Eppure noi riteniamo che non sia così.

Se vogliamo continuare a credere e a lavorare per una integrazione dei popoli del Mediterraneo non è certo per una visione nostalgica o romantica del Mediterraneo antico, che finisce per mitizzare l’età dell’oro greco-romana o quella della gloriosa espansione della civiltà arabo-islamica, ma è perché riteniamo che ci sia una formidabile originalità potenziale in un processo di integrazione mediterranea che riesca a mettere in valore un patrimonio storico, politico, sociale e culturale che oggi rischia di essere cancellato, sopraffatto dalla strategia egemonica nordamericana – con il suo pensiero totalizzante – che minaccia non solo la convivenza fra i popoli mediterranei, ma più in generale la pace internazionale.

Lavorare per l’integrazione mediterranea si può dunque intendere come il tentativo di resistere e contrastare, facendo leva su alcuni punti che in seguito degli incontri del 26, 27 e 28 marzo metteremo in evidenza, il fondamentalismo a guida statunitense – aggressivo e bellicista – che si propone di recidere ogni rapporto fra le due rive del Mediterraneo, subordinando tutta l’Europa allo spazio atlantico e sottoponendo il mondo arabo-islamico ad una crescente pressione politica, economica, sociale e militare.

Il fondamentalismo del sistema imperialista è, essenzialmente, il fondamentalismo del mercato, del consumo, del profitto, sostenuto con la forza del potere militare e in dispregio del diritto internazionale.

L’integrazione che noi immaginiamo non significa omologazione culturale o monoteismo del mercato, ma al contrario ricchezza di diversità, valorizzando la cultura “dei molti Dei”, delle molte lingue e delle molte civiltà, del ‘mare fra le terre’ estraneo alla dimensione oppressiva, omologante, cosmopolita e ‘pacificatrice’ delle potenze imperialiste.

Il primo degli elementi concreti su cui fare leva per ridare vita a una identità comune dei popoli del Mediterraneo è quello della storia, la storia autentica dei suoi popoli, al fine di ricostruire la memoria collettiva delle sue culture, che si sono incontrate e scontrate, senza che mai nessuna riuscisse definitivamente a distruggere e sopraffare le altre.

Attraverso un’analisi storica accurata è possibile ricostruire l’evoluzione delle relazioni intercorse fra sponda Nord e Sud, in particolare fra l’Europa ed il Mondo Arabo e comprendere i tratti essenziali del substrato che ha prodotto, per capire se, ed in che misura, siano ancora presenti e si possano sviluppare all’interno di quella nuova identità mediterranea che vogliamo costruire.

Un altro elemento da valorizzare sono tutte quelle continue interazioni e scambi reciproci che hanno plasmato la storia delle sue rive, unendole in un profondo legame rintracciabile nelle molteplici influenze avvenute fra le sue aree nei più diversi ambiti, da quello artistico e scientifico a quello filosofico a quello dell’organizzazione politica e sociale.

Per poter parlare concretamente di integrazione dei popoli del Mediterraneo bisogna individuare ed affrontare costantemente le questioni concrete che in questo momento si oppongono a questo magnifico sogno:

· L’incancrenirsi della questione palestinese
· L’aggressione imperialista alla Siria
· La questione Turca
· Il “caso” Grecia
· Il divario permanente e crescente tra i paesi del nord e quelli del sud del Mediterraneo.

La sola risposta che siamo concretamente in grado di dare di fronte a questo quadro funesto è moltiplicare e sviluppare le occasioni di incontro e di confronto come questa al fine di creare una rete e un intreccio di relazioni capace di rendere il Mediterraneo non più un mare oscuro e amaro, dove scorrazzano le armate imperialiste seminando conflitti e guerre, dove naufragano e muoiono le speranze dei migranti africani, medio-orientali, asiatici… ma un mare che unisce: che unisce i popoli della sponda Sud con quelle della sponda Nord. Un mare pacifico nel mezzo del quale anche l’Italia riacquista il suo storico e splendido carattere di ‘ponte’ certo e sicuro e non più quello di “portaerei” minacciosa del comando centrale delle operazioni guerrafondaie contro tutti quei vicini che, per molteplici ragioni, rifiutano il dominio e la coercizione delle potenze economiche, politiche e militari.

25 Verità di Robert Kennedy Jr. su Cuba e gli Stati Uniti

di Salim Lamrani*- Al Mayadeen 

Il nipote del presidente John F. Kennedy e figlio del Ministro della Giustizia, Robert F. Kennedy, ricorda alcune verità sul conflitto tra Cuba e gli Stati Uniti.

  1. 1. Il presidente Obama ha deciso di ripristinare le relazioni diplomatiche con Cuba «dopo cinque decenni di politica sbagliata dei quali mio zio John F. Kennedy e mio padre Robert F. Kennedy sono responsabili e del suo rafforzamento, dopo l’istituzione dell’embargo USA istituito dal 1960 dall’amministrazione Eisenhower».
  2. Il pretesto della democrazia e dei diritti umani per giustificare l’ostilità nei confronti di Cuba non è credibile. Infatti, «ci sono tiranni reali nel mondo e molti paesi con una situazione peggiore di Cuba, riguardo diritti umani […] dove tortura, sparizioni forzate, l’intolleranza religiosa, la soppressione della libertà di parola e di riunione, l’oppressione medievale delle donne, le elezioni fraudolente e le esecuzioni extragiudiziali sono pratiche di governo, ma sono alleati degli Stati Uniti».
  3. «Mentre noi accusiamo Cuba di imprigionare e maltrattare i prigionieri politici, abbiamo sottoposto a torturare i prigionieri – molti dei quali erano innocenti secondo le ammissioni del Pentagono – incluso il waterboarding, gli arresti illegali e le incarcerazioni senza processo nelle celle di Guantanamo».
  4. «È ironico che i politici che sostengono che Castro debba essere punito per le violazioni dei diritti umani e gli abusi nelle carceri cubane dicano, allo stesso tempo, che gli Stati Uniti hanno motivo di maltrattare i nostri prigionieri nelle carceri cubane», a Guantanamo.
  5. «Mentre noi accusiamo Cuba di non permettere ai suoi cittadini di viaggiare liberamente negli Stati Uniti, impediamo ai nostri cittadini di viaggiare liberamente a Cuba».
  6. «Sembra assurdo perseguire una politica estera ripetendo una strategia che è stata un fallimento monumentale per sei decenni».
  7. «La definizione di follia è ripetere la stessa azione più e più volte, in attesa di risultati diversi. In questo senso, l’embargo è pazzia».
  8. «È chiaro a tutti che l’embargo […] punisce ingiustamente cubani».
  9. Le sanzioni contro Cuba sono il principale ostacolo «allo sviluppo economico, per acquisire tutti i beni e tutti i tipi di attrezzature che crescono nei costi, astronomicamente, e sono difficili da trovare».
  10. Le sanzioni economiche sono responsabili per l’attuale situazione a Cuba.
  11. Le sanzioni economiche «costantemente ricordano al coraggioso popolo cubano che la nostra potente nazione ha organizzato l’invasione della sua isola, ha cospirato per decenni per assassinare i suoi dirigenti, ha sabotato la sua industria e mantiene la sua campagna aggressiva per rovinare la loro economia».
  12. La politica delle sanzioni, che mira a sovvertire l’ordine stabilito a Cuba, è un fallimento totale. «È uno dei duraturi e il regime di Castro è ancora al potere».
  13. «L’embargo discredita chiaramente la politica estera degli Stati Uniti, non solo in America Latina, ma anche in Europa e in altre regioni».
  14. La comunità internazionale ha condannato unanimemente l’assedio contro Cuba, come ha fatto la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani e l’Unione africana.
  15. Le sanzioni contro Cuba minano «il nostro prestigio globale e la nostra autorità morale» e per questo che «il mondo ritiene ipocrita gli USA».
  16. Se non il presidente Kennedy fosse stato assassinato, sarebbero finite le sanzioni contro Cuba.
  17. «Il presidente Kennedy disse a Castro, tramite intermediari, che gli Stati Uniti avrebbero sospeso l’embargo” se Cuba non avesse più esportato la rivoluzione in America Latina.
  18. I sovietici lasciarono Cuba nel 1991 « ma l’embargo americano colpisce ancora l’economia cubana».
  19. «Se l’obiettivo della nostra politica estera a Cuba è quello di promuovere la libertà per i cittadini oppressi, dovremmo essere aperti a loro senza nessun blocco».
  20. Le sanzioni economiche contro il popolo cubano sono condannate a “scomparire”.
  21. «Immaginate un presidente degli Stati Uniti, come nel caso di Castro, aveva dovuto affrontare più di 400 tentativi di assassinio, migliaia di atti di sabotaggio organizzati da una potenza straniera contro il nostro popolo, le nostre fabbriche, i nostri ponti, un’invasione armata sostenuta da anni all’estero e cinquanta anni di guerra economica con i nostri cittadini privati ​​delle forniture di base che hanno strangolato la nostra economia».
  22. Nonostante le sue risorse limitate e l’assedio economico imposto da Washington, Cuba ha raggiunto “risultati impressionanti” con il più alto tasso di alfabetizzazione del continente, l’accesso universale e gratuito per la salute con «più medici pro capite di qualsiasi altra nazione nelle Americhe».
  23. I medici cubani hanno un ottimo livello di formazione.
  24. «A differenza di altre isole dei Caraibi in cui la povertà è sinonimo di carestia, tutti i cubani ricevono un libretto alimentare che permette loro di soddisfare le proprie esigenze».
  25. «Abbiamo molto da imparare da Cuba».

 *Dopo aver conseguito il dottorato di in Studi iberici e latino americani presso l’Università Paris Sorbonne-Paris IV, Salim Lamrani, attualmente, è professore presso l’Università di Reunion e giornalista specializzato nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Il suo ultimo libro è intitolato “Cuba, the Media, and the Challenge of Impartiality, New York, Monthly Review Press, 2014” con la prefazione di Eduardo Galeano.

 Contatti: lamranisalim@yahoo.fr  Salim.Lamrani@univ-reunion.fr

 Pagina Facebook https://www.facebook.com/SalimLamraniOfficiel

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Israele in Africa: guerre fomentate e ricchezze rubate

da al manar

I Servizi segreti sudafricani accusano Israele di “fomentare insurrezioni” di vendere armi e di appropriarsi delle “proprie” risorse.

Nei documenti segreti ottenuti da Al Jazeera, trapela un profondo disprezzo degli agenti segreti del Sud Africa per i loro omologhi israeliani

Infatti, queste valutazioni accusano l’ intelligence di Israele di condurre politiche “ciniche” in Africa che includono il “fomentare le insurrezioni”, “l’appropriazione di diamanti” e persino il sabotaggio della fornitura di acqua all’Egitto.

La sfiducia politica da parte dei sudafricani non sorprende data la vasta cooperazione militare israeliana con il repressivo regime dell’apartheid rovesciato nel 1994. L’attuale governo sudafricano è guidato dall’African National Congress, AFC, sostenitore dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

L’analisi prodotte dai servizi sudafricani critica duramente il tour dei paesi africani da parte del ministro degli Esteri israeliano nel 2009, definendolo “un esercizio di cinismo”.

Questo viaggio di nove giorni di Avigdor Lieberman in Etiopia, Nigeria, Ghana, Uganda e Kenya aveva gettato le basi per le vendite di armi e per l’appropriazione delle risorse africane, nascondendosi dietro “una facciata filantropica”.

Israele ha a lungo mantenuto legami con i paesi africani sulla base della propria sicurezza e le esigenze diplomatiche. I suoi legami con l’ex regime di apartheid in Sud Africa sono stati in gran parte basate su esigenze militari, inclusa la cooperazione per lo sviluppo di armi nucleari.

Il Kenya, dove le forze speciali israeliane prepararono e organizzarono un raid per liberare gli ostaggi all’aeroporto di Entebbe in Uganda nel 1977, è stata a lungo un suo importante alleato.

I reports dei media israeliani e nigeriani hanno riferito che, il mese scorso, gli Stati Uniti avevano bloccato la prevista vendita da parte di Israele di elicotteri militari alla Nigeria.

I media israeliani hanno recentemente accolto con favore l’approfondimento dei legami con Israele tra il presidente Goodluck Jonathan per evitare una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 30 dicembre, che aveva lo scopo di imporre un calendario per il ritiro di Israele dai territori palestinese occupati.

La Nigeria aveva inizialmente indicato che avrebbe sostenuto la risoluzione palestinese, ma in ultima analisi, la propria astensione ha impedito la risoluzione per ottenere la maggioranza richiesta in seno al Consiglio.

Politiche distruttive

Il rapporto “Geopolitica del paese e rapporti dei servizi segreti” preparato da Sudafrica nell’ottobre 2009, ha accusato Israele di perseguire “politiche distruttive” in Africa, tra cui:

 – Il mettere in pericolo la sicurezza della fornitura di acqua in Egitto: gli scienziati israeliani, secondo il rapporto, «hanno creato un tipo di pianta che fiorisce sulla superficie o sulle rive del Nilo e assorbe tali grandi quantità acqua da ridurre significativamente il suo volume che raggiunge Egitto». Il rapporto, tuttavia, non ha fornito alcuna prova aggiuntiva su questa affermazione.

– Rafforzamento della rivolta in Sudan: Israele «sta lavorando duramente per circondare e isolare il Sudan dall’esterno», dice il rapporto, «alimentando l’insurrezione in Sudan». Gli agenti del Mossad hanno anche «creato un sistema di comunicazione che viene utilizzato sia per spiare che per isolare le telecomunicazioni presidenziali». Israele è stato a lungo in disaccordo con Khartoum, ed ha sostenuto il movimento secessionista che ha creato il Sud Sudan, con cui ha rapporti diplomatici. Khartoum continua ad accusare Israele di essere responsabile degli attentati in Sudan.

– La subordinazione dei servizi segreti del Kenya: «Come parte del suo safari in Africa centrale, il Mossad aveva fornito informazioni ai keniani sulle attività di altre reti di spionaggio straniero». In cambio, si legge nel rapporto, il Kenya ha concesso il permesso di installare una sede sicura a Nairobi e ha fornito «un accesso privilegiato ai servizi di informazione in Kenya».

– La proliferazione delle armi di Israele ha «contribuito ad armare alcuni regimi africani e aggravato la crisi in altri, tra cui la Somalia, il Sudan, l’Eritrea e il Sud Africa», si legge ancora nel documento. Oggi, Israele «è alla ricerca di nuovi mercati per la sua gamma di armi» e segretamente fornisce armi ad “alcuni paesi, tra cui l’India, come quelle nucleari, chimiche, laser e quelle che utilizzano le tecnologia della guerra convenzionale».

– Appropriazione delle ricchezze minerarie dell’Africa. Israele «cerca di appropriarsi dei diamanti africani», dice il rapporto sudafricano oltre a «l’uranio, torio e altri elementi radioattivi utilizzati per la fabbricazione di combustibile nucleare».

– La formazione di gruppi armati, «i soldati israeliani a riposo sono alla ricerca di opportunità di lavoro come la formazione delle milizie africane, mentre gli altri membri della delegazione hanno facilitato i contratti degli israeliani con le varie bande».

Un esercizio di cinismo

Nel 2009, quando Lieberman ha fatto la sua visita ufficiale in Africa, il ministero degli Esteri israeliano ha rilasciato questa dichiarazione: «La visita in Africa è molto importante per rafforzare e migliorare la posizione di Israele nella la comunità internazionale».

Ma gli analisti dell’ intelligence sudafricana hanno una diversa interpretazione di questa iniziativa:

«Mentre Lieberman [sic] ha parlato con i leader africani per la fame, la mancanza di acqua, malnutrizione ed epidemie che affliggono le loro nazioni», sottolineano che  «le promesse di Tel Aviv agli Stati africani potrebbero essere considerato come un esercizio brillante di cinismo».

Il documento del Sud Africa aggiunge: «i tentacoli militari, della sicurezza, economici e politici  di Israele hanno raggiunto tutte le parti dell’Africa, dietro una facciata filantropica». E si ritiene che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha lanciato un’offensiva diplomatica per guadagnare amici in Africa.

Ma il Sud Africa non può attualmente essere considerato amico di Isarele, infatti, sulla base delle valutazioni dell’Agenzia per la sicurezza dello Stato, Lieberman ha ancora infastidito il governo sudafricano, nel novembre 2013, quando ha avvertito la comunità ebraica nel paese, forte di 70.000 persone, doveva affrontare un “pogrom” e non poteva salvarla, salvo quella degli immigrati in Israele, «immediatamente, senza indugio, prima che sia troppo tardi».

«Il governo del Sud Africa sta creando un clima di sentimento anti-israeliano e di anti-semitismo», aveva dichiarato Lieberman, che «porterà ad un pogrom contro gli ebrei del paese, sarà solo questione di tempo».

Il Consiglio ebraico sudafricano aveva condannato i commenti di Lieberman come “allarmisti e incendiarie”, sottolineando che l’antisemitismo in Sud Africa registra tassi contenuti.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

L’UE vuole riprendere i contatti con Siria e Hezbollah

da al manar

Alti rappresentanti, tra cui il presidente del dipartimento del Parlamento europeo, Elmar Brok, hanno sottolineato che l’Unione europea sta ora discutendo un cambiamento nella sua politica nei confronti del governo di Bashar al Assad in Siria.

 Brok, che recentemente ha fatto una visita in Libano, non ha dato molti dettagli, ma ha annunciato che l’Unione europea è pronta a combattere l’Isis e si sta muovendo nella direzione della ricerca di una collaborazione con Assad in questo campo.

 All’inizio della guerra, l’Unione europea ha tagliato le sue relazioni con il governo di Assad e fermato le importazioni di petrolio siriano.

 Ora, però, molti nell’Unione europea, in particolare l’Italia, temono l’ascesa di gruppi terroristici in Medio Oriente e Nord Africa. Recentemente ci sono state segnalazioni che l’Isis cerchi di invadere l’Europa dalla Libia e Nord Africa.

«Siamo in una nuova battaglia mondiale», ha affermato Brok ed ha spiegato che l’Europa è stata profondamente colpita dal terrorismo takfiro. Recentemente, individui legati agli estremisti attuali hanno compiuto attacchi in Francia e Danimarca.

Il dibattito, però, non è finito, perché gli Stati Uniti e la Turchia e alcuni paesi dell’UE, come la Francia e il Regno Unito, hanno sollevato obiezioni al riguardo.

 Nel frattempo, la Reuters ha citato diplomatici di diversi paesi europei che, in privato, affermano che la chiusura delle ambasciate a Damasco è stato un errore e che è giunto il momento di ristabilire le relazioni con la Siria.

 Tra i paesi, oltre l’Italia, a difendere questa nuova posizione, ci sarà la Svezia, la Danimarca, la Romania, la Bulgaria, l’Austria, la Spagna e la Repubblica Ceca, che non hanno chiuso le loro ambasciate in Siria. Norvegia e Svizzera, al di fuori dell’UE, figurano fra quei paesi che sono d’accordo nel seguire questa direzione

 Secondo questi diplomatici, «il presidente Bashar al-Assad è una realtà e dobbiamo tenerne conto quando si parla di minacce contro l’Europa, in relazione ai terroristi europei di ritorno dalla Siria».

 Anche in Francia sono in crescita le voci che si oppongono alla posizione del governo anti-siriano Hollande. Un diplomatico francese ha dichiarato a Reuters di essere a favore del dialogo con la Siria e il suo alleato l’Iran. «La chiusura dell’ambasciata (francese) a Damasco è stato un errore», ha detto aggiungendo che «il desiderio di dialogo è presente nell’ambiente dell’ intelligence».

Rapporti con Hezbollah

Brok ha anche invitato Hezbollah, uno stretto alleato del governo di Assad, a «favorire un clima di unità politica» in Libano e ha ipotizzato che l’ala militare del partito potrebbe essere rimossa dalla lista delle organizzazioni terroristiche nel prossimo futuro, nel caso in cui ci fosse una «prova di responsabilità» per allentare le tensioni in Libano.

Inoltre, ha precisato che se è ancora prematuro per dire che se l’UE faccia questo passaggio, ha comunque, tenuto colloqui con il gruppo.

Brok ha anche espresso sostegno al dialogo tra Hezbollah e il Movimento del Futuro e ha sottolineato quanto sia necessario per la stabilità. Egli ha osservato che tali conversazioni sono anche fondamentali per condurre le elezioni parlamentari e le elezioni presidenziali in Libano.

Il rappresentante della UE ha ribadito che la situazione regionale è fragile, in particolare, anche se la minaccia dell’Isis e di altri gruppi terroristici potrebbero servire a unire le diverse fazioni libanesi.

Brok, infine, ha spiegato che la sua visita in Libano mira «a mostrare e fornire sostegno al paese nelle attuali circostanze, in particolare, per quanto riguarda la questione dei profughi».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Libia 2011: troppi ignavi mentre la Nato apriva la strada ai nazi-califfi

di Marinella Correggia – Spondasud.it

Con il terrore e la morte l’intero Medioriente e buona parte dell’Africa pagano per le guerre dei governanti occidentali e l’ignavia dei relativi popoli. In tanti dovrebbero mettersi in ginocchio.

Adesso che i nazi-califfi dilagano in Libia e sgozzano lavoratori migranti egiziani sulle spiagge mentre altre vittime delle guerre occidentali dirette o indirette continuano a morire in mare. Adesso che il risultato della guerra Nato del 2011 si dispiega pienamente, adesso che – veramente da tempo – gli altri effetti sono in Siria, Iraq, Africa, ammetterà qualche colpa chi nel 2011 per sette lunghi mesi non fece nulla, tacque o peggio avallò le menzogne mena-guerra dei cosiddetti “ribelli” poi rivelatisi bande islamiste e razziste che ora aderiscono ai nazisti dell’Isis, nazisti nelle infernali azioni e nel medioevale pensiero?

Anche la Nato è nazista, visto che uccide a tutto spiano a casa d’altri e fa da aviazione a mostri, a volte apposta, altre volte alla Frankenstein. Lo scrivevamo su uno dei nostri cartelli il 14 febbraio 2015, partecipando come spezzone anti-Nato e antiguerra filo-Nato nel Donbass alla manifestazione per la Grecia (visto che Syriza almeno al tempo era per l’uscita dalla Nato e contro l’appoggio europeo a Kiev). Eravamo visibili, anche sotto il palco. Ed era già arrivata la notizia di Sirte invasa dai mostri Nazi-Isis dopo essere stata distrutta dal mostro Nato. Eppure gli oratori hanno ignorato la materia.

La sinistra non dovrebbe avere come prima cura l’opporsi alle guerre di aggressione, il più osceno degli atti? E’ ormai il contrario. Lo vediamo dal 2011, con la guerra Nato e italiana alla Libia. E poi sulla Siria, ora sul Donbass. Nel 2011 a bombe cadenti fummo davvero poche unità o decine a opporci con continuità, in Italia e anche in Europa e Usa. Pochi disperati – sì, ci si deve disperare quando fanno la guerra! – in giro per l’Italia, in particolare gruppi a Roma e a Napoli. Nel resto d’Occidente e perfino nei paesi arabi fu lo stesso. Eravamo nel deserto! Non parlo nemmeno del Pd che ovviamente con Napolitano spinse a tutti i costi verso la guerra. Parlo della sinistra “radicale”, e delle grosse associazioni con personale e mezzi, dei pacifisti del 2003, degli studenti, delle strutture pagate per occuparsi di pace, degli indignati (che il 15 ottobre non ci degnarono di uno sguardo), dei social forum, delle ong umanitarie, egli ambientalisti, dei giornalisti diventati fan, dei “movimenti” diventati immobili, dei sindacati… Non fecero niente. Al massimo fecero un raduno un giorno, un comunicato, una dichiarazione. Oppure, peggio, avallarono e diffusero sin dai primi giorni le menzogne che portarono alla guerra “umanitaria”. Responsabilità diretta!

Invece di appoggiare platealmente l’azione di pace di Chávez, come chiese Fidel, in molti abbracciarono i “ribelli”, li chiamarono “partigiani”. Si è visto subito quali partigiani fossero. Eravate disinformati? Eppure c’era modo di informarsi, di capire che le fosse comuni non esistevano (allora), che i 10 mila morti fatti da Gheddafi erano una propaganda dei “ribelli”, che l’unica aviazione che aveva bombardato era quella della Nato. Quanti morti e mutilati ha fatto? Non si saprà mai. I vincitori contano solo i morti propri. Incontrai dei superstiti, a Tripoli. E dei bambini feriti. E tanti sfollati interni, chissà che fine hanno fatto. Ad esempio la piccola Noor, 4 anni nell’agosto 2011, era a Zanzur, profuga da Tobruk. Se è viva è in difficoltà.

E i migranti? Ebbene, dalla caduta del governo libico nell’autunno 2011, quanti ne sono stati ammazzati dalle bande razziste? Quanti sono morti in mare grazie ai vostri ribelli fra i quali – ripeto – c’erano sfruttatori di migranti? Quanti ne sgozza adesso l’Isis, facendo sì fosse comuni in mare? Quante centinaia di migliaia di lavoratori hanno dovuto tornare dalla Libia in posti impoveriti e desertici come il Sahel (ne conosco alcuni in Niger), o allagati come il Bangladesh? Ognuna di queste domande ha dietro dati e ricerche.

“Come mai non manifesta nessuno da voi?” mi chiedeva una cittadina libica sotto le bombe nel ramadan d’agosto. Che vergogna. Eppure, si poteva fare tanto! Tante persone erano contro, ma non avendo alcuna organizzazione, finirono per fare la guerra e la pace al computer. Cosa fecero, i pochi che si mossero, senza strutture, senza aiuti? Fecero, in pochissimi, sit-in, petizioni, disperati appelli all’estero, lettere ai giornali per la proposta Chávez, visite alle ambasciate non occidentali, presenze in Libia, digiuni ma non di piazza, domande scomode alle conferenze stampa Nato a Napoli (ma troppo tardi). A Napoli, l’unica manifestazione nazionale, disertata dai sunnominati gruppi. Invece, la Perugia Assisi di settembre, in pieno assedio di Sirte, a stento richiamò la Libia… E le tante manifestazioni “di sinistra” che si susseguirono in quei mesi, su vari argomenti, non erano mai contro la guerra, nemmeno durante il finale assedio a Sirte. Ci andammo, con i nostri cartelli, cercando di sensibilizzare.

In pochi occorre fare azioni dirette. Forse, incatenarsi in sciopero della fame davanti alle ambasciate dei paesi che potevano fermare la Nato: Russia e Cina. Era l’unica cosa da fare, insieme ad altre azioni dirette. Occorrerà studiare meglio cosa si può fare quando si è quasi soli. Ormai sono 25 anni di insuccessi totali; onestamente tocca ammettere che non fermammo nemmeno una bomba. Però, almeno c’è chi ci ha provato. E poi non è una buona ragione per smettere. Semmai per cambiare.

La colpa della tragedia è certo dei governanti in primo luogo, di destra e “sinistra di governo”. I quali rimarranno impuniti, sicuri nei loro privilegi nei secoli dei secoli. Così va il diritto internazionale.

Ma chi non fece nulla per fermare i vari Sarkozy, Napolitano, Obama, Hollande, si faccia carico, almeno dal punto di vista morale, di un po’ di tutti questi morti, amputati, immiseriti, annientati.

Tanto è gratis. Nemmeno una multa.

(VIDEO) Mussa Ibrahim. Una voce dalla Libia che resiste

di Leonor Massanet Arbona – lahaine.org

Dall’ultimo portavoce della Jamahiriyah libica un riassunto breve di quello che è successo in Libia, ma abbastanza chiaro per avere un’idea.

 Ero un’osservatrice straniera nel giugno 2011 a Tripoli, in Libia. Sono testimone di tante cose che sono avvenute che Mussa Ibrahim spiega e altre che non spiega. Sono stata testimone che c’erano giornalisti di media internazionali provenienti da tutto il mondo che non hanno informato di quanto stava accadendo. Erano testimoni diretti, fotografati, filmarono e visionarono quella realtà, ma non hanno mai pubblicato nulla.

 Ho assistito ogni giorno come gli aerei della NATO sono entrati in Libia, lanciando bombe sulle città. Non hanno ricevuto risposta libica e non so se si può immaginare che cosa significa la caduta di bombe su una città popolata da Tripoli, i morti, l’onda d’urto, la distruzione, … ogni giorno gli aerei iniziavano i bombardamenti su Tripoli all’alba e poi si ripetevano all’inizio della mattina. Impossibile per qualsiasi libico poter riposare più di quattro ore.

 Molte associazioni e gruppi internazionali sono venuti in Libia per essere diretti testimoni su ciò che stava accadendo, come l’associazione degli avvocati in testimoni del Mediterraneo. Dopo aver vissuto e assistito all’aggressione alla Libia,  non riesco più fidarmi dei media dei politici e dei governi che hanno sostenuto e nascosto qualcosa di così disumano, crudele, assurdo … RT e Telesur erano lì e hanno testimoniato tutto quella che c’era da riferire, per quanto ne so, hanno sempre detto la verità.

 Conferenza stampa 2014

 Parole di Mussa Ibrahim, ultimo portavoce della Jamahiriyah libica appartenente al Movimento nazionale del popolo libico che lavorar congiuntamente con il Consiglio di tutte le tribù libiche e le città cercando di risolvere la situazione libica dopo l’attacco della NATO e le sue conseguenze. Parla per 622 politici libici che si trovano in Libia e in esilio, rappresentano la Resistenza Verde. Difendono la riconciliazione di tutti i libici, lo sviluppo, i diritti umani.

 Noi apparteniamo a tutta la Libia e sosteniamo tutti i libici che non sostengono la NATO, non gli assassini fondamentalisti criminali, che stanno torturando, emarginando, cambiando le leggi per costringere i libici all’esilio.

 Cerchiamo il vostro supporto per farvi conoscere la nostra realtà. Nel 2011 sono stato responsabile per la comunicazione con i media internazionali, ho cercato di fare del mio meglio, ma i veri eroi sono quelli che hanno perso la vita sotto le bombe della Nato, nelle prigioni di Al qaeda. La sofferenza della Libia ha a da un avuto inizio con un attacco straniero dopo la risoluzione delle Nazioni Unite su cinque temi:

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite, 10.000 manifestanti sono stati uccisi a Bengasi nei primi giorni. Tuttavia, il Consiglio nazionale di transizione, testimone Abdul Jalil, ha ammesso pubblicamente e si possono anche ascoltare on-line le sue parole, dice hanno mentito. Sapevano che il governo libico della Jamahiriyah, aveva dato l’ordine di non intervenire nelle manifestazioni.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali della NATO, i bombardamenti di Gheddafi avevano distrutto diverse aree di Tripoli come Suk al Juma, Fashlum, e altri. Oltre 1.000 giornalisti e osservatori internazionali hanno visitato e hanno visto con i loro occhi, potevano parlare con la gente e quindi controllare che non era vero, che queste zone erano completamente normali.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite, più di 8.000 donne libiche erano state violentata dall’esercito libico le prime tre settimane del conflitto. Quando hanno cercato di dimostrarlo non si è presentato nemmeno una donna.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite la Jamahiriyah libica aveva 35.000 mercenari africani. Non era vero e non avrebbero mai potuto dimostrare. Tuttavia è stato usato dalla Nato per uccidere migliaia e migliaia di libici neri e, ovviamente, una volta morti non poteva dichiarare nulla. La più terribile strage che si è tenuto nella città libica di Tawerga i cui cittadini che non sono stati uccisi, non gli è stato concesso di tornare a casa.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite l’esercito libico della Jamahiriyah si muoveva verso Bengasi a placare con le armi le manifestazioni e radere al suolo la città. Secondo il documento ufficiale delle Nazioni Unite, la NATO doveva intervenire per fermare l’esercito e salvare la vita dei libici. Tuttavia la realtà è che il governo della Jamahiriyah aveva colloqui diretti con rappresentanti di Francia e Stati Uniti per dimostrare e promette che l’esercito libico non sarebbe entrato a Bengasi. Il governo della Jamahiriyah aveva ordinato all’esercito di non intervenire in alcun modo nelle manifestazioni qualsiasi cosa fosse successa. La Libia ha fatto l’errore di fidarsi della parola di Francia, Stati Uniti e l’Inghilterra che promisero che non sarebbero intervenute. La NATO ha mentito, è entrata in Libia e la prima cosa che fece fu di attaccare e uccidere l’esercito accampato fuori Bengasi.

 

La NATO intervenne sulla base di queste cinque bugie

 La Jamahiriyah Libia ha cercato di fare un “Fact Finding Mission” (una commissione per stabilire la verità dei fatti), così ha chiamato tutti i principali mezzi di comunicazione di tutto il mondo come la BBC, New York Times, RT, Telesur, … significa che il mondo poteva accertare i fatti, inoltre, furono invitati osservatori internazionali provenienti da tutto il mondo in modo da poter costatare la realtà.

 I Media Internazionali hanno detto che non potevano fare una ricerca sul campo (‘missione conoscitiva’) in quanto:

 

  1. Non avevano budget per farlo.

 

  1. Non avevano la stoffa giusta per dimostrarlo.

 

La Commissione dell’Unione africana ha cercato di creare un ‘Fact Finding Mission’, ma non gli è stato permesso.

 Tutti questi fatti sono stati ignorati dai media e dai politici internazionali.

 Ora sappiamo perché siamo stati attaccati: Per la posizione che occupava la Libia in Africa, sostenendo l’Unione africana, lavorando per il mercato comune africano, che lavora per l’Unione araba, sostenendo gli oppressi…

 Tutto questo ha causato l’attacco occidentale alla Libia perché non vogliono un Africa indipendente.

 In questo momento i problemi più grande di libici sono:

 

  1. Gli esuli: secondo il governo tunisino ci sono 1,5 milioni di rifugiati libici in Tunisia, il governo egiziano ha 1,25 milioni di rifugiati libici, oltre a tutti i rifugiati libici in Algeria, Niger, e molti altri paesi.

 Tuttavia, secondo le nostre stime ci sono circa due milioni di rifugiati libici all’estero. Ricordiamo che la Libia aveva una popolazione di sei milioni di persone, il che significa che il 30% dei libici sono stati costretti ad abbandonare il proprio paese e stanno soffrendo.

 

  1. Controllo della Libia da parte degli estremisti come Al qaeda, in quanto, hanno i soldi, hanno armi e sostegno straniero e migliaia di mercenari. In questo momento i peggiori terroristi del mondo sono in Libia.

Il terrorista più importante è Abdul Hakim Bilhaj che è stato in Somalia, Iraq, Afghanistan, è stato in prigione a Guantánamo e Libia. Nel settembre del 2011, quando la NATO è entrata a Tripoli BilHaj è stato nominato responsabile della sicurezza a Tripoli. È stato pagato dall’Occidente per il suo lavoro scolto con le loro aziende ed è diventato un milionario. Lo hanno ripulito ed è ora ricevuto dai governi occidentali. Oltre a Abdul Hakim Bilhaj, c’è l’ elite del terrorismo in Libia.

3.  Ci sono 35.000 prigionieri politici, in carceri illegali e sconosciute. Essi sono stati torturati, maltrattati, violando tutti i diritti umani. Ci sono anche intere famiglie bloccate. Ogni settimana escono corpi senza vita di questi prigionieri, alcuni sono sepolti direttamente e altri sono tornati alle famiglie.

 

  1. Balcanizzazione della Libia: Stanno cercando di dividere la Libia in tre parti. I fondamentalisti non vogliono una Libia forte, vogliono paesi piccoli e deboli per operare meglio.

I Libici piangono non solo per la Libia, ma cercano soluzioni per non essere “colonizzati”, ci affidiamo a un dialogo in cui includiamo tutti i libici tranne fondamentalisti e mercenari della NATO.

Il dialogo continua, lavoriamo duro per questo. Sarebbe molto più facile se non ci fosse per l’intervento occidentale.

La maggior parte dei libici sognano questi ultimi 42 anni di Jamahiriyah Libia. Questo non è per dire che tutto era perfetto, ci sono stati molti problemi, ma noi i libici li possiamo risolvere e stavamo lavorando per risolverli.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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