Israele in Africa: guerre fomentate e ricchezze rubate

da al manar

I Servizi segreti sudafricani accusano Israele di “fomentare insurrezioni” di vendere armi e di appropriarsi delle “proprie” risorse.

Nei documenti segreti ottenuti da Al Jazeera, trapela un profondo disprezzo degli agenti segreti del Sud Africa per i loro omologhi israeliani

Infatti, queste valutazioni accusano l’ intelligence di Israele di condurre politiche “ciniche” in Africa che includono il “fomentare le insurrezioni”, “l’appropriazione di diamanti” e persino il sabotaggio della fornitura di acqua all’Egitto.

La sfiducia politica da parte dei sudafricani non sorprende data la vasta cooperazione militare israeliana con il repressivo regime dell’apartheid rovesciato nel 1994. L’attuale governo sudafricano è guidato dall’African National Congress, AFC, sostenitore dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

L’analisi prodotte dai servizi sudafricani critica duramente il tour dei paesi africani da parte del ministro degli Esteri israeliano nel 2009, definendolo “un esercizio di cinismo”.

Questo viaggio di nove giorni di Avigdor Lieberman in Etiopia, Nigeria, Ghana, Uganda e Kenya aveva gettato le basi per le vendite di armi e per l’appropriazione delle risorse africane, nascondendosi dietro “una facciata filantropica”.

Israele ha a lungo mantenuto legami con i paesi africani sulla base della propria sicurezza e le esigenze diplomatiche. I suoi legami con l’ex regime di apartheid in Sud Africa sono stati in gran parte basate su esigenze militari, inclusa la cooperazione per lo sviluppo di armi nucleari.

Il Kenya, dove le forze speciali israeliane prepararono e organizzarono un raid per liberare gli ostaggi all’aeroporto di Entebbe in Uganda nel 1977, è stata a lungo un suo importante alleato.

I reports dei media israeliani e nigeriani hanno riferito che, il mese scorso, gli Stati Uniti avevano bloccato la prevista vendita da parte di Israele di elicotteri militari alla Nigeria.

I media israeliani hanno recentemente accolto con favore l’approfondimento dei legami con Israele tra il presidente Goodluck Jonathan per evitare una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 30 dicembre, che aveva lo scopo di imporre un calendario per il ritiro di Israele dai territori palestinese occupati.

La Nigeria aveva inizialmente indicato che avrebbe sostenuto la risoluzione palestinese, ma in ultima analisi, la propria astensione ha impedito la risoluzione per ottenere la maggioranza richiesta in seno al Consiglio.

Politiche distruttive

Il rapporto “Geopolitica del paese e rapporti dei servizi segreti” preparato da Sudafrica nell’ottobre 2009, ha accusato Israele di perseguire “politiche distruttive” in Africa, tra cui:

 – Il mettere in pericolo la sicurezza della fornitura di acqua in Egitto: gli scienziati israeliani, secondo il rapporto, «hanno creato un tipo di pianta che fiorisce sulla superficie o sulle rive del Nilo e assorbe tali grandi quantità acqua da ridurre significativamente il suo volume che raggiunge Egitto». Il rapporto, tuttavia, non ha fornito alcuna prova aggiuntiva su questa affermazione.

– Rafforzamento della rivolta in Sudan: Israele «sta lavorando duramente per circondare e isolare il Sudan dall’esterno», dice il rapporto, «alimentando l’insurrezione in Sudan». Gli agenti del Mossad hanno anche «creato un sistema di comunicazione che viene utilizzato sia per spiare che per isolare le telecomunicazioni presidenziali». Israele è stato a lungo in disaccordo con Khartoum, ed ha sostenuto il movimento secessionista che ha creato il Sud Sudan, con cui ha rapporti diplomatici. Khartoum continua ad accusare Israele di essere responsabile degli attentati in Sudan.

– La subordinazione dei servizi segreti del Kenya: «Come parte del suo safari in Africa centrale, il Mossad aveva fornito informazioni ai keniani sulle attività di altre reti di spionaggio straniero». In cambio, si legge nel rapporto, il Kenya ha concesso il permesso di installare una sede sicura a Nairobi e ha fornito «un accesso privilegiato ai servizi di informazione in Kenya».

– La proliferazione delle armi di Israele ha «contribuito ad armare alcuni regimi africani e aggravato la crisi in altri, tra cui la Somalia, il Sudan, l’Eritrea e il Sud Africa», si legge ancora nel documento. Oggi, Israele «è alla ricerca di nuovi mercati per la sua gamma di armi» e segretamente fornisce armi ad “alcuni paesi, tra cui l’India, come quelle nucleari, chimiche, laser e quelle che utilizzano le tecnologia della guerra convenzionale».

– Appropriazione delle ricchezze minerarie dell’Africa. Israele «cerca di appropriarsi dei diamanti africani», dice il rapporto sudafricano oltre a «l’uranio, torio e altri elementi radioattivi utilizzati per la fabbricazione di combustibile nucleare».

– La formazione di gruppi armati, «i soldati israeliani a riposo sono alla ricerca di opportunità di lavoro come la formazione delle milizie africane, mentre gli altri membri della delegazione hanno facilitato i contratti degli israeliani con le varie bande».

Un esercizio di cinismo

Nel 2009, quando Lieberman ha fatto la sua visita ufficiale in Africa, il ministero degli Esteri israeliano ha rilasciato questa dichiarazione: «La visita in Africa è molto importante per rafforzare e migliorare la posizione di Israele nella la comunità internazionale».

Ma gli analisti dell’ intelligence sudafricana hanno una diversa interpretazione di questa iniziativa:

«Mentre Lieberman [sic] ha parlato con i leader africani per la fame, la mancanza di acqua, malnutrizione ed epidemie che affliggono le loro nazioni», sottolineano che  «le promesse di Tel Aviv agli Stati africani potrebbero essere considerato come un esercizio brillante di cinismo».

Il documento del Sud Africa aggiunge: «i tentacoli militari, della sicurezza, economici e politici  di Israele hanno raggiunto tutte le parti dell’Africa, dietro una facciata filantropica». E si ritiene che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha lanciato un’offensiva diplomatica per guadagnare amici in Africa.

Ma il Sud Africa non può attualmente essere considerato amico di Isarele, infatti, sulla base delle valutazioni dell’Agenzia per la sicurezza dello Stato, Lieberman ha ancora infastidito il governo sudafricano, nel novembre 2013, quando ha avvertito la comunità ebraica nel paese, forte di 70.000 persone, doveva affrontare un “pogrom” e non poteva salvarla, salvo quella degli immigrati in Israele, «immediatamente, senza indugio, prima che sia troppo tardi».

«Il governo del Sud Africa sta creando un clima di sentimento anti-israeliano e di anti-semitismo», aveva dichiarato Lieberman, che «porterà ad un pogrom contro gli ebrei del paese, sarà solo questione di tempo».

Il Consiglio ebraico sudafricano aveva condannato i commenti di Lieberman come “allarmisti e incendiarie”, sottolineando che l’antisemitismo in Sud Africa registra tassi contenuti.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

L’Università di Londra approva boicottaggio accademico di Israele

da al manar

Gli studenti e il personale dell’Università di Londra hanno approvato un boicottaggio accademico di Israele a seguito di un referendum, durato una settimana.

Il voto di venerdì, che è stato aperto a tutti gli studenti, docenti e personale amministrativo si è concluso con il 73% a favore e il 27% contro la campagna del “Sì” al boicottaggio di Israele.

Agli elettori è stato chiesto se fossero d’accordo con la decisione della Scuola di Studi Orientali e Africani (SOAS), dell’Università di aderire alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) per promuovere un boicottaggio accademico di Israele basato sulle istruzioni della Campagna Palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI).

Il BDS è una campagna globale che utilizza la pressione politica ed economica su Israele per rispettare gli obiettivi del movimento: la fine dell’occupazione e della colonizzazione della terra palestinese, la piena uguaglianza dei cittadini arabi di Israele e il rispetto per il diritto di ritorno dei profughi palestinesi.

Il PACBI osserva che il boicottaggio accademico di Israele si basa sul fatto che le istituzioni accademiche israeliane sono complici in massiccia forma di violazione dei diritti fondamentali dei palestinesi, compresa la libertà accademica e il diritto all’istruzione.

L’Unione degli Studenti della SOAS ha sostenuto la campagna BDS dal 2005. L’Unione ha ratificato nel mese di ottobre una mozione chiedendo ai suoi responsabili di aderire, tramite un referendum, “alla la campagna BDS al college”.

Le proposte di boicottaggio economico di Israele sono ispirate al boicottaggio accademico storico contro il regime di apartheid in Sud Africa, che è stato un tentativo di spingere il regime razzista di porre fine agli abusi contro la maggioranza nera della popolazione.

Le organizzazioni educative in Sud Africa e in Australia hanno anche fatto appello per il boicottaggio accademico di Israele.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) Palestinesi a Yarmouk protestano contro i terroristi

di Francesco Guadagni

Gli abitanti di Yarmouk, quartiere palestinese di Damasco, ieri, hanno manifestato contro la presenza dei terroristi nel campo che da 13 settimane impediscono l’arrivo degli aiuti umanitari sparando sui convogli dell’UNWRA, struttura dell’Onu per i rifugiati palestinesi.

Da quando la Siria è sotto attacco congiunto della NATO, israele, Turchia e Monarchie del Golfo, Yarmouk, grazie anche alla complicità di alcune fazioni palestinesi come Hamas, che hanno permesso l’ingresso dei terroristi nel campo, il quartiere simbolo dell’accoglienza e integrazione dei palestinesi nella Repubblica araba siriana, vive una terribile situazione umanitaria. Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, per 200 giorni, si è consumato lo stesso scenario, quando le bande armate hanno impedito l’ingresso degli aiuti umanitari e dei medici. Grazie ad un accordo tra le fazioni, si riuscì a consegnare cibo e medicinali ed a permettere che i più bisognosi di cure fossero ricoverati negli ospedali di Damasco.

In virtù del fatto che questa circostanza si è ripetuta, non per l’assedio dell’esercito siriano, la popolazione di Yarmouk, esasperata, è scesa in piazza.

Centinaia di manifestanti hanno protestato all’ingresso del quartiere per chiedere l’immediata uscita dei gruppi terroristici.

I partecipanti al raduno hanno condannato i crimini commessi da queste bande, sostenendo che i terroristi sono uno strumento per eseguire i piani del progetto americano-sionista in Siria e nella regione araba.

«Questo incontro ha lo scopo di accelerare il ritorno dei figli del campo, palestinesi e siriani, nelle loro case», ha dichiarato il presidente della commissione riconciliazione nel campo, Mohammad Oumari.

Sono utili alcune precisazioni su Yarmouk. Dai massacri della Nakba ad opera dei sionisti contro i palestinesi nel 1948 e che continuano fino ai giorni nostri, la Siria ha ricevuto milioni di rifugiati palestinesi a braccia aperte. Il paese ha ospitato la più grande popolazione palestinese in esilio in tutto il territorio.

Una delle più grandi comunità palestinesi in Siria è al campo profughi di Yarmouk, vicino Damasco, dove oggi vivono circa 20.000 palestinesi. Ma, come sottolinea l’analista politico Christof Lehmann, il termine “campo profughi” è fuorviante. Questo perché ai residenti palestinesi sono sempre stati concessi la cittadinanza siriana piena e i diritti civili. «Yarmouk è più di un sobborgo ordinario di Damasco, osserva Lehmann», ma ha uno status tecnico del campo profughi ai sensi del diritto siriano e internazionale. Questa è una misura della tradizionale ospitalità concessa sulla diaspora palestinese all’interno della Siria.

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Venezuela in piazza per ricordare il Caracazo

di Geraldina Colotti – il manifesto

27feb2015.- Oggi, in Vene­zuela, si ricor­dano  i 26 anni dalla rivolta popo­lare con­tro il caro­vita detta il Cara­cazo. Tra il 27 e il 28 feb­braio del 1989, una folla affa­mata e infe­ro­cita scese dai quar­tieri poveri della capi­tale: per pro­te­stare con­tro gli stra­to­sfe­rici aumenti decisi dal governo di Car­los Andrés Pérez (cen­tro­si­ni­stra) su indi­ca­zione del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale. Il governo diede ordine ai sol­dati di spa­rare e il risul­tato fu di circa 3.000 morti. Uffi­cial­mente, le vit­time furono meno di 300, ma con l’arrivo al governo di Hugo Cha­vez, 10 anni dopo, si comin­cia­rono a sco­prire le fosse comuni. E finora il governo ha risar­cito quasi 600 famiglie.

Quest’anno, la pre­vi­sta mani­fe­sta­zione si svolge in un clima di alta ten­sione. La destra di oppo­si­zione ha cer­cato fino all’ultimo di vol­gere a pro­prio van­tag­gio i con­te­nuti e i ricordi del Cara­cazo, para­go­nando la crisi di allora ai pro­blemi di cui sof­fre oggi il paese. E poco importa se quelli che pro­te­sta­vano allora (quando il 47,5% della popo­la­zione era sotto la soglia di sus­si­stenza), oggi non hanno più ragione di farlo, men­tre a fare le bar­ri­cate sono gli abi­tanti dei quar­tieri agiati. L’arresto del sin­daco della Gran Cara­cas, Anto­nio Lede­zma, ha però com­pli­cato le cose.

Lede­zma è accu­sato di com­pli­cità in un golpe recen­te­mente sven­tato, e il suo cur­ri­cu­lum di ieri e di oggi occupa da giorni le prime pagine dei gior­nali. Nell’89 faceva parte di Acción Demo­cra­tica (Ad) il par­tito di Pérez, era gover­na­tore di Cara­cas durante il Cara­cazo e respon­sa­bile della Poli­zia metro­po­li­tana che ha tirato sui mani­fe­stanti: «Tol­le­ranza zero verso gli incap­puc­ciati», dichia­rava allora. Di tutt’altro tenore, invece, le sue inter­vi­ste dell’anno scorso nei con­fronti degli “incap­puc­ciati” che hanno orga­niz­zato le pro­te­ste vio­lente con­tro il governo (43 morti e oltre 800 feriti), rispon­dendo alla cam­pa­gna per la cac­ciata vio­lenta di Maduro («la salida»).

Una cam­pa­gna orga­niz­zata da Lede­zma e da altri lea­der dell’opposizione oltran­zi­sta come Maria Corina Machado e Leo­poldo Lopez (sotto pro­cesso per quelle vio­lenze). Quando il fronte cha­vi­sta scom­pa­ginò le tra­di­zio­nali rap­pre­sen­tanze poli­ti­che di allora, ridi­se­gnando il qua­dro degli schie­ra­menti, Lede­zma scelse il campo di oppo­si­zione. Nel 2002, par­te­cipò al colpo di stato con­tro Cha­vez e alla lunga ser­rata petro­li­fera (padro­nale), insieme ad altri volti noti dell’attuale destra: Machado, Lopez e l’allora suo sodale Hen­ri­que Capri­les, can­di­dato della Mesa de la Uni­dad Demo­cra­tica (Mud) alle ultime ele­zioni pre­si­den­ziali e oggi più defi­lato. Tutti bene­fi­cia­rono di un’amnistia, ma non per­sero la pas­sione (dichia­rata) per i com­plotti, ben­ché rap­pre­sen­tino per­cen­tuali pic­co­lis­sime a livello par­la­men­tare (Lede­zma ha creato la for­ma­zione Alianza Bravo Pueblo).

E tut­ta­via, dagli Usa alla Spa­gna, all’Italia, è par­tita una gigan­te­sca cam­pa­gna media­tica con­tro il governo Maduro. I toni sono quelli usati dal Segre­ta­rio di Stato Usa, John Kerry, che ha detto: «Il Vene­zuela con­ti­nua a muo­versi nella dire­zione sba­gliata e pren­dendo deci­sioni scor­rette. Stiamo lavo­rando con altri (diri­genti di oppo­si­zione) per la difesa della demo­cra­zia in Vene­zuela. Adesso tiamo lavo­rando con il Con­si­glio di sicu­rezza nazio­nale e il Dipar­ti­mento del Tesoro per aumen­tare il più rapi­da­mente pos­si­bile le san­zioni. Ho sol­le­vato il pro­blema Vene­zuela con altri lea­der della regione».

Maduro, che per oggi ha pro­messo «annunci impor­tanti» con­tro la «guerra eco­no­mica» inten­tata al suo governo dai poteri forti den­tro e fuori il paese, ha affer­mato: «Se ci attac­cano com­bat­terò insieme al popolo e alla Forza armata». A soste­nere il socia­li­smo vene­zue­lano, il Movi­mento dei Paesi Non Alli­neati, il G77+ Cina, l’Alba, Celac, Una­sur e Petro­ca­ribe. Kerry ha anche cer­cato di accre­di­tare una pre­sunta diver­genza tra Cara­cas e l’Avana, dovuta al «disgelo» in corso tra Usa e Cuba, ma il governo cubano ha riba­dito la soli­da­rietà a Maduro.

Al par­la­mento spa­gnolo, tutti con­tro il Vene­zuela tranne Pode­mos e Izquierda unida. Il Segre­ta­rio gene­rale dell’Onu, Ban Ki-moon ha espresso «pre­oc­cu­pa­zione» per il Vene­zuela, seguito dalle accese dichia­ra­zioni del solito Car­di­nal Urosa. Anche il neo­li­be­ri­sta pre­si­dente colom­biano, Manuel San­tos, impe­gnato nelle trat­ta­tive di pace con le Farc all’Avana, si è fatto avanti come «media­tore» con l’opposizione vene­zue­lana: «sono pronto — ha detto — insieme a Perù e a Cile».

Intanto, a Cara­cas, i due campi poli­tici si pre­pa­rano alle pri­ma­rie. Il par­tito di Lopez, Volun­tad Popu­lar, uno dei più acca­niti nel denun­ciare la «par­zia­lità» delle isti­tu­zioni vene­zue­lane, ha chie­sto al Con­sejo Nacio­nal Elec­to­ral (Cne) di pre­sie­dere alle pro­prie pri­ma­rie: nono­stante la cam­pa­gna per inva­li­dare le ultime ele­zioni pre­si­den­ziali, vinte di misura da Maduro con­tro Capri­les, il sistema di voto è a prova di bro­gli, e nelle gover­na­zioni o nei muni­cipi la destra ha vinto anche per 8–10 voti senza che que­sto susci­tasse pro­te­ste nel campo avverso.

E tut­ta­via, il dibat­tito ferve anche all’interno delle file cha­vi­ste in vista delle par­la­men­tari, la cui data si dovrebbe cono­scere la set­ti­mana pros­sima. Dopo la morte di un gio­va­nis­simo mani­fe­stante (non ancora del tutto chia­rita, ma pro­ba­bil­mente frutto di un pro­iet­tile di gomma della poli­zia), torna in primo piano la sco­moda posi­zione del socia­li­smo al potere: chia­mato a ren­dere mag­gior­mente conto quanto più ha a cuore il supe­ra­mento della disu­gua­glianza e un’alternativa di sistema.

Nuove prove degli aiuti USA all’Isis in Iraq e Siria

da al manar

Gli iracheni continuano a rilevare la collaborazione tra gli USA e l’Isis, Daesh in arabo, nelle regioni occupate da quest’ultimo in Iraq.

 Contrariamente a quanto si sostiene, ovvero che gli Stati Uniti combattano l’Isis, divengono dempre più forti le accuse in Iraq, sui legami tra statunitensi e questo gruppo.

 Secondo il sito informazioni Arabi Press, due fatti nuovi sono stati rivelati questa settimana dal capo delle forze di mobilitazione popolare che hanno nei loro ranghi con giovani volontari iracheni.

 Secondo Thamer al Khafayi, tre marines statunitensi sono stati paracadutati nella provincia di Babel e due elicotteri di origine sconosciuta sono atterrati in due zone della provincia di Diyala, in due momenti diversi.

Per quanto riguarda i paracadutisti, sono stati visti all’alba di mercoledì scorso mentre saltavano da un elicottero Apache nella regione di Al Obaidat, a nord Babel.

Per quanto riguarda il secondo evento, un elicottero Apache è stato visto di notte, tra Martedì a Mercoledì, atterrare vicino alla città di Al Safra, nel prolungamento di Al Azim, a nord di Diyala.

Poche ore dopo, il mercoledì mattina, un elicottero di origine sconosciuta è atterrato a sud della regione Bahraz, vicino Kanaan, a sud della provincia di Diyala, rimanendo sul posto circa 15 minuti prima di decollare nuovamente.

Molti funzionari locali sostengono di aver visto terra non velivolo non identificato sui bastioni a nord-est Diyala mentre forniva armi e attrezzature.

Queste azioni avvengono in contemporanea con l’avanzamento dell’esercito iracheno e delle milizie popolari in questi settori. Mercoledì scorso, il Ministero della Difesa iracheno ha affermato che sono state liberate due regioni situate tra le province di Diyala e Salahuddin, Albu Bakr e Albu Auwad.

Un parlamentare iracheno, Hamid al Zameli, ha dichiarato all’agenzia di stampa iraniana Fars che il governo di Baghdad riceve regolarmente segnalazioni dalle forze di sicurezza, in provincia di Anbar, sulla consegna di armi all’ Isis ed ha accusato gli Stati Uniti di voler provocare il caos in Iraq e di sostenerlo.

Molti altri parlamentari iracheni si lamentano di questa situazione.

«Abbiamo scoperto armi fabbricate negli Stati Uniti, nei paesi europei e in Israele nelle zone liberate dal controllo di Daesh nella regione di Al Baghdadi» ha scritto su un sito informazione Al Ahad, citando Tarmuz Khalaf, il capo del Consiglio provinciale di Al Anbar. Tarmuz ha anche aggiunto che le armi prodotte in Europa e in Israele sono stati scoperte a Ramadi.

 «Gli Stati Uniti lanciare armi per l’Isis con la scusa che non sanno dove sono le sue posizioni e si sforzano di distorcere la realtà con tali dichiarazioni», ha affermato.

Secondo Infowars, nel mese di dicembre, i media di stato iraniani hanno riferito che Air Force USA ha lanciato una seconda volta armi nelle zone occupate dall’Isis.

Nel mese di novembre, fonti dell’ intelligence irachena hanno spiegato  che gli Stati Uniti attivamente riforniscono con le armi l’Isis. «I servizi segreti iracheni hanno ripetuto più volte che aerei da guerra degli Stati Uniti hanno lanciato diverse spedizioni di armi ai terroristi per aiutarli a resistere all’assedio dell’esercito iracheno e alle forze di sicurezza popolare», si legge su un rapporto.

[Trad dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Roma 4mar2015: Chávez uomo di pace

Perché è stato arrestato il sindaco di Caracas?

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ANTONIO LEDEZMA

 – Il 19 febbraio 2015 la Procura Generale del Venezuela ha chiesto al Tribunale penale la misura di custodia cautelare per Antonio Ledezma, Sindaco di Caracas, per il suo coinvolgimento nel tentato colpo di stato contro il governo costituzionale e democratico della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

– Gli ufficiali detenuti in occasione del tentato golpe dello scorso febbraio lo indicano come punto di contatto tra alcuni funzionari dell’Ambasciata degli USA e altri militari che hanno partecipato al piano.

– Al tempo stesso, è stato segnalato dagli stessi ufficiali come ideatore del piano di bombardamenti che avrebbe dovuto colpire, da un aereo Tucano armato, il Palazzo del governo Nazionale, l’Assemblea Nazionale, il Consiglio Nazionale Elettorale, il canale televisivo Telesur e altre istituzioni rilevanti con sede nella città di Caracas.

– A questa indagine, aperta dalla Procura già nel primo trimestre 2014, si aggiungono gli indizi su di lui apportati da Lorent Saleh, indagato per i fatti violenti accaduti in Venezuela tra febbraio e aprile 2014, che causarono la morte di 43 persone.

– Va inoltre ricordato che Lorent Saleh è stato consegnato alla giustizia venezuelana dal governo colombiano affinché venisse giudicato per i medesimi fatti.

– A questo, la Procura venezuelana ha aggiunto la recente firma, da parte di Antonio Ledezma, di un manifesto che incita alla eversione e in cui si annuncia un governo di transizione. Il manifesto sarebbe stato firmato anche da Leopoldo López e María Corina Machado, entrambi imputati dalla Procura come responsabili dei fatti violenti finalizzati a destabilizzare il governo democratico. 

– Antonio Ledezma, al momento della detenzione, ricopriva l’incarico di Sindaco di Caracas.

– Ha partecipato attivamente al piano sovversivo chiamato “L’Uscita”, ideato da Leopoldo López e María Corina Machado, che prevedeva azioni di piazza violente e che ha provocato la morte di 43 venezuelani.

– Infine, è stato indicato come co-autore e co-organizzatore del piano ideato per assassinare Leopoldo López, con la volontà di attribuire tale crimine al governo venezuelano per causarne la caduta dello stesso.

 

Napoli 6mar2015: Gianni Minà e il Comandante Eterno

Il pensiero del Comandante Chávez e la sua opera internazionale hanno oggi più validità che mai. Il popolo bolivariano ha bisogno del nostro sostegno e della nostra solidarietà. Attualmente è oggetto di un colpo di stato continuato, di una guerra economica e di una campagna di diffamazione.

Per questo siete tutti invitati a partecipare a questo importante evento, a due anni della scomparsa fisica del suo leader, ma che noi manteniamo vivo nel presente.

A due anni dalla scomparsa del Comandante Hugo Chávez 

Il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del  Venezuela a Napoli, in collaborazione con L’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana

Invitano:

All’incontro

Chávez  a cuore aperto

Presentazione del libro di Gianni Minà Chávez a cuore aperto che raccoglie una interessante intervista con il Comandante  Hugo Chávez

Saranno presenti:

Gianni Minà, giornalista, scrittore e editore e direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo

Alessandra Riccio, docente della Università L’Orientale e condirettrice della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo

Julián Isaías Rodríguez, ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana

Amarilis Gutiérrez Graffe, Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli

 

Aula Matteo Ripa

Università L’Orientale

Palazzo Giusso

Venerdì 6 marzo

Alle 16.00

 

Hacia el II Encuentro Italiano de Solidaridad con la Revolución Bolivariana

Napoli – 10-12 Abril 2015 

Verso il II Incontro Italiano di Solidarietà con la

Rivoluzione Bolivariana 

Napoli – 10-12 Aprile 2015

La mutazione della resistenza libanese

di Amal Saad – Al-Akhbar

Il coinvolgimento di Hezbollah in Siria è stato criticato da molti nel mondo arabo come «se avesse abbandonato la resistenza per combattere contro altri musulman». I suoi attacchi efficaci e recenti contro Shebaa contro un convoglio militare israeliano, però, è servito a ricordare che il movimento non ha distolto la sua attenzione da Israele ed è in grado di combattere su più fronti.

Il fatto che Hezbollah mantenga la sua attività di resistenza come priorità, mentre potrebbe essere impegnato in diversi teatri militari nella regione, dice che ha trasceso la sua origine, la sua missione di resistere Israele.

Affrontare Israele è oggi uno dei ruoli, tra gli altri, interpretati da Hezbollah nel periodo successivo alle turbolenze regionali ed ha segnato l’inizio dell’ascesa del takfiri-jihadismo. Al di là del suo ruolo di organizzatore della Resistenza, Hezbollah ha la responsabilità di mantenere i confini del Libano, per facilitare la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo, così come conduce operazioni contro le insurrezioni in Siria e in Iraq.

La resistenza non si limita più ad espellere gli occupanti sionisti e prevenire ogni ulteriore aggressione israeliana, ma ora ha il compito di preservare il quadro politico-territoriale e l’ambiente strategico di cui ha bisogno per continuare la sua missione. La destabilizzazione delle due sfere da parte dei takfiri-jihadisti ha costretto Hezbollah a trasformarsi in un movimento post-resistenza.

Il “post” non significa la fine della resistenza, o quello che viene dopo, ma deve essere inteso, nello nel senso di “post” in postcoloniale, può essere interpretato come «la continuazione del colonialismo, anche se da nuovi o diversi rapporti di potere».

La Resistenza, lungi dall’essere conclusa, si è ora trasformata in un esercito di resistenza transnazionale la cui leadership e missione è quella di rimanere attaccato al suo scopo, ovvero resistere a Israele, ma è anche impegnata nella protezione della “spina dorsale” della Resistenza, ha spiegato Nasrallah. A tal fine, Hezbollah ha cercato di recuperare i territori siriani, libanesi e iracheni sotto il controllo jihadista.

In sostanza, Hezbollah deve affrontare una rivolta transnazionale che cerca di espandere il suo proto-stato. Mentre il movimento aveva creato il suo modello “ibrido” di guerriglia nel 2006 dalla fusione di combattimento convenzionale e non convenzionale, così ha creato questo nuovo modo di contro insurrezione in cui il proprio esercito di resistenza, irregolare e ibrido, mira a sopprimere l’attività degli insorti appartenenti ad un’altra forza irregolare e ibrida.

 Battaglia esistenziale contro l’ ISIS

La guerra con ISIS e il Fronte Al-Nusra è considerata una battaglia esistenziale con una forza che non ammette compromessi ed è determinato a eliminare tutti gli sciiti, e per estenso, la resistenza. Mentre l’ideologia takfira non è politicamente delegittimata nello stesso modo in cui lo è il sionismo, né il suo diritto di esistere come una dottrina religiosa è contestat, il takfirismo o militanza jihadista è inequivocabile assimilata agli interessi di Israele. Nel suo discorso, Hezbollah confronta il pericolo rappresentato da l’ISIS e al Nosra ad Israele. Nasrallah ha invocato l’oppressione israeliana come analogia per la perdita della terra, la distruzione di case, rapimento delle donne, l’uccisione dei bambini e l’umiliazione che i jihadisti potrebbero infliggere.

Nel suo discorso in occasione della “Giornata della Resistenza e della Liberazione” l’anno scorso, Nasrallah si è spinto al di là di questa analogia quando ha fatto un parallelo tra la migrazione di massa dei coloni ebrei in Palestina con l’aiuto delle potenze coloniali nel ventesimo secolo e la mobilitazione e la distribuzione dei jihadisti nella regione, ribadendo che è stata facilitata dagli imperialisti di oggi.

I jihadisti non sono solo moralmente e politicamente assimilati a Israele, secondo questa interpretazione, ma strategicamente collegati. L’ ISIS è descritto come servitore volontario o “involontario” del piano israelo-statunitense di dividere la regione e fomentare la guerra, mentre al-Nosra – compresa la cooperazione militare con Israele tramite l’ intelligece è stato ben documentato dalle Nazioni Unite, dalla stampa occidentale e dai media sionisti – è considerato un’incarnazione del vecchio esercito collaborazionista del Sud del Libano, armato da Israele. È su questa base che Hezbollah considera gli attacchi aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro gli obiettivi dell’ISIS in Siria e in Iraq, come nient’altro che un’operazione progettata per “contenere” l’organizzazione, piuttosto che sconfiggerla.

 Una guerra offensiva

Anche se gli argomenti empiricamente supportati come questi hanno permesso Hezbollah a teorizzare la sua guerra contro il jihadismo come estensione della sua campagna di resistenza, la natura del suo intervento militare in Siria e in Iraq lo ha costretto a ripensare e a sviluppare il suo concetto di guerra di resistenza. La resistenza è stata estesa per includere strategie militari che non sono state tradizionalmente associate alla guerriglia classica o alla guerra di resistenza – combattere i gruppi che non sono considerati come forze di occupazione, difendere i suoi alleati fuori i confini nazionali, praticando la guerra contro la guerriglia.

Avanzare in territorio nemico o in territorio conteso da un avversario su una zona di un vicino che è un alleato, non è tipico dei movimenti di resistenza armata, né una strategia militare di difesa, se non di essere visto come un atto auto-difesa “preventiva”. Nasrallah lo ha spiegato con precisione. Temendo un attacco jihadista sul Libano, Hezbollah ha sottoscritto il vecchio adagio che “la miglior difesa è l’attacco” in Siria e in misura più limitata, in Iraq.

Nel 2013, il ruolo militare di Hezbollah in Siria è cambiato radicalmente da una piccola missione di consulenza ad un ruolo diretto di combattimento con un gran numero di combattenti. Da Qusayr, ha esteso la presenza militare di Hezbollah ed ha aiutato il governo siriano a riprendere l’offensiva in aree che erano state perse a vantaggio dei ribelli. In realtà, gli attacchi di terra a Qusayr e Qalamoun sono stati effettuati principalmente dalle forze di Hezbollah, mentre l’esercito siriano ha fornito artiglieria e copertura aerea al suo partner principale. Inoltre, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH), Hezbollah sta prendendo «l’iniziativa di guidare l’esercito [siriano] e le forze iraniane nel triangolo di terra tra Daraa, Quneitra e le province del sud-ovest di Damasco».

In altri settori, come i quartieri di Damasco, nell’Est Ghouta e Kassab, le forze di Hezbollah sono direttamente coinvolte nei combattimenti a fianco delle forze armate siriane, migliorando le prestazioni in recenti combattimenti. Ad Homs, Aleppo e sulle alture del Golan, Hezbollah ha schierato forze speciali per aiutare, consigliare e organizzare le forze siriane regolari e le forze paramilitari. Data l’esperienza di combattimento del movimento nella guerra e nella formazione nel combattimento urbano non convenzionale, le unità di forze speciali di Hezbollah hanno migliorato in modo significativo la capacità delle truppe siriane.

Operazioni offshore come queste sono state generalmente appannaggio delle grandi potenze, piuttosto che soggetti non statali, di solito, piuttosto, beneficiari di tali aiuti. Come definito dai Comandi militari delle operazione speciali degli Stai Uniti, la guerra non convenzionale, di solito, «coinvolge soggetti esterni che aiutano gli attori interni contro i governi. L’assistenza si può applicare alla formazione, all’organizzazione,  al reclutamento, [invio]di consiglieri operativi…In altre parole, le forze speciali affiliate con eserciti convenzionali, statali, sono solitamente utilizzate per assistere forze non convenzionali, piuttosto che il contrario.

L’intervento militare di Hezbollah in Siria e in Iraq ha ampiamente rivisto il suo ruolo tradizionale di organizzare la resistenza e l’ha collocato su un piano di parità con il suo mentore di lunga data in Iran, le Forze al-Quds per operazioni speciali, di per sé un partner attivo in Siria e in Iraq.

L’asse della Resistenza

Nella fase “post”, la politica di resistenza è stata soppiantata dalla politica dell’Asse della Resistenza. L’alleanza strategica tra Iran, Hezbollah, Siria e Iraq è oggi caratterizzata da una unità delle forze militari e da una unità dei teatri militari contro ISIS e Israele.

In Siria, la forzata integrazione tra l’Esercito di Resistenza Hezbollah, le Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC), le forze armate siriane e le milizie irachene, ha portato alla nascita di un unico fronte militare. Pochi giorni prima l’assassinio, da parte di Israele, dei combattenti di Hezbollah e di un comandante iraniano nel Governatorato di Quneitra nel Golan, Nasrallah ha minacciato di vendicarsi per gli attacchi israeliani contro obiettivi in ​​Siria, considerandoli contro «tutto l’Asse della Resistenza».

Nasrallah ha poi aggiunto che «la fusione di sangue libanese e iraniano sul suolo siriano [Quneitra] riflette l’unità della causa e l’unità del destino dei paesi della dell’Asse Resistenza». Mohammed Ali Jaafari, comandante dell’IRGC, ha fatto eco a questo sentimento quando ha suggerito che l’attacco di rappresaglia Hezbollah a Shebaa aveva il valore di una comune risposta: «Siamo una sola cosa con Hezbollah. Ovunque il sangue dei nostri martiri è sparso sulla linea del fronte, la nostra risposta sarà unitaria».
Accorpato con la sua difesa della Siria e delle Iraq contro le forze jihadiste, la rappresaglia Hezbollah – dopo l’attacco israeliano sulle alture del Golan – con una risposta a Shebaa, ha mostrato che i territori dell’Asse Resistenza, oggi, costituiscono un fronte unico. Nasrallah ha introdotto la nuova dottrina di sicurezza quando ha annunciato che la resistenza non  era «più preoccupata per le regole d’ingaggio [con Israele]. Non riconosciamo più linee di separazione o dei campi di battaglia».

Questa nuova architettura della sicurezza regionale, avrà implicazioni disastrose per Israele. Nella prossima guerra, Israele non solo affronterà le operazioni militari offensive nella Galilea, o “al di là della Galilea”, come Nasrallah ha recentemente promesso, ma anche con l’eventuale partecipazione di altri membri dell’Asse Resistenza, in particolare, l’Iran. Come la guerra a livello regionale contro takfiri-jihadisti ha dimostrato, ogni aggressione israeliana contro la Siria, il Libano e l’Iran, sarà considerata una guerra contro l’Asse della resistenza nel suo complesso.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Assad riceve parlamentari francesi: «Aperti nel rispetto di sovranità»

da sana.sy

Il presidente Bashar al-Assad ha discusso, oggi con una delegazione francese guidata dal membro del Senato Jean Pierre Vial, lo stato degli sviluppi e delle relazioni siro-francese nella regione araba e in Europa, in particolare, con sul terrorismo. I parlamentari francesi stanno svolgendo una missione in Siria per la prima volta dopo la rottura delle relazioni diplomatiche decisa a maggio 2012 congiuntamente da Francia, Gran Bretagna, Italia, Germania e Spagna.

Nel corso di questo incontro aperto e franco, i membri della delegazione francese hanno espresso il desiderio di molti parlamentari francesi di visitare la Siria per conoscere la realtà e riportarla al popolo francese, sottolineando la necessità di coordinarsi per lo scambio di informazioni tra i due Paesi sulle questioni di interesse comune.

Hanno sottolineato l’importanza di un’azione comune in vari settori a beneficio di entrambi i popoli, francese e siriano, garantendo il ripristino della sicurezza e della stabilità nella regione e la cooperazione con la Siria per mettere fine al terrorismo che minaccia l’Europa, così come la Francia.

Da parte sua, il presidente al-Assad ha sottolineato che la Siria, nel corso della sua storia, è stata e sempre sarà per lo sviluppo e il rafforzamento delle relazioni con gli altri paesi sulla base del rispetto della sovranità e non ingerenza nei rispettivi affari interni, sottolineando l’importanza del ruolo dei parlamentari nella razionalizzazione delle politiche di governo per realizzare gli interessi del popolo.

Assad ha precisato che la lotta contro il terrorismo richiede una volontà politica e la forte convinzione che minaccia tutti, chiedendo di adottare questo principio nel trattare la questione per avere risultati positivi al più presto possibile.

«La Siria ha sempre promosso la cooperazione tra i paesi, perché è il modo migliore per fermare la diffusione del terrorismo e per eliminarlo», ha dichiarato al-Assad.

La delegazione francese era composta da Jacques Myard, vice presidente del Comitato Amicizia Francia-Siria all’Assemblea nazionale, François Zocchetto, senatore francese ed altri.

Inoltre, anche il presidente del Assemblea Popolo Mohammad Jihad al-Laham ha incontrato la delegazione francese.

Le due parti hanno sottolineato il rafforzamento delle relazioni e il dialogo tra parlamentari al servizio della stabilità e degli interessi comuni.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

Venezuela, país de paz

Ilustración-OPINIÓN.-Gabriel-Jiménez-Emánpor Gabriel Jiménez Emán*

Venezuela ha sido, es y será un país de alegría, efusividad y generosidad humanas. Estas son cualidades que forman parte del temperamento de la mayoría de los venezolanos, esa nobleza y ese desprendimiento material de su gente. Como cualquier país, Venezuela ha pasado por momentos cruciales, guerras, guerrillas, batallas sociales y luchas populares, todo ello para alcanzar su independencia, su soberanía política, social y espiritual. Las luchas que hemos emprendido han sido sobre todo para defendernos de imperios poderosos y de invasiones bélicas foráneas, no para invadir o agredir a otros pueblos o naciones.

Nuestro Libertador Simón Bolívar previó esto con suma claridad, y durante sus luchas iniciales con sus hombres aguerridos, donde hizo lo posible por fundarnos como República, exhortó a una unión de los países suramericanos, para liberarnos así de los yugos seculares de los imperios de Europa. Luchamos como pueblos a lo largo de décadas para conquistar nuestra libertad, y al fin lo conseguimos. Logramos con ello también conquistar una relativa paz, la cual es condición esencial para la convivencia.

Esa paz nos ha costado mucho esfuerzo, pues apenas la logramos en una primera instancia, los nuevos regímenes militares volvieron por sus fueros, pues ya se habían incubado en ellos los intereses extranjeros, cuyos mandatarios siempre nos vieron como objetos manipulables para el enriquecimiento, y no como sujetos protagónicos de nuestra propia historia; ello nos ha costado un largo período de sometimientos y humillaciones, y la consecuente reacción de luchas cruentas para defendernos.

Apenas se inauguró el siglo XX, y a lo largo de todo ese siglo, se fraguó un duro proceso de convivencia que nos ha tocado asumir no tanto con nuestros vecinos suramericanos, sino de pugna con los nuevos colonialismos del norte de América, con quienes hemos tenido una relación más mercantil y económica que cultural y espiritual. Lograr esa paz nos ha costado mucho trabajo, luchando para que éstos no se nos impusieran por la fuerza o con la anuencia de los caudillos de turno, de quienes nos tocó salir luego de un largo período de abusos y persecuciones a sus opositores.

Ahora, en pleno siglo XXI, los imperios de nuevo cuño vuelven por sus fueros con una virulencia inusual, casi desesperada en su intención devastadora, que ha conseguido mostrarse al resto del mundo de una manera patética. Pero en Venezuela siempre ha habido un movimiento contracultural, rebelde y humanista que ha luchado para zafarse de ese nefasto influjo tiránico y mercantilista, que cuenta con el apoyo de sectores bancarios y empresariales que solo ven sus propios intereses, y nunca el interés común. Son ellos mismos quienes han satanizado todas las luchas del pueblo por zafarse de los hostiles formatos del capitalismo de Estado.

La primera década del siglo XXI estuvo marcada por este elemento de lucha por emanciparse, a través de un nacionalismo inspirado en el pensamiento de Bolívar y conducido por el liderazgo comunitario de Hugo Chávez Frías, quien intentó (junto a él lo intentamos todos) logrando en gran medida asentar una conciencia histórica, y transfiriendo a la gente la fuerza suficiente para hacer de esa conciencia una herramienta indispensable para nuestro proceder colectivo. Después de su fallecimiento, tal conciencia siguió diseminándose hasta echar raíces en una enorme cantidad de personas, consignada por un récord de sufragios continuados y total apego pacífico a una nueva Constitución. A comienzos del año 2014, a partir del 12 de febrero –Día de la Juventud– un oscuro movimiento de fanáticos violentos, tramado desde el extranjero, surgió con el fin de tratar de derrocar al presidente constitucional Nicolás Maduro con una violencia tal, que una enorme cantidad de venezolanos contemplamos con tristeza cómo destrozaban, quemaban, destruían, segaban vidas de personas, animales, árboles. De todo hicieron para arrebatarnos la paz tan arduamente conquistada. Vándalos y asesinos mercenarios, camuflados entre estudiantes, sembraron el terror en las calles de todo el país.

Ahora acaba de producirse una nueva intentona golpista creada desde adentro, desde los planes de algunos militares apoyados por oscuras fuerzas de la derecha venezolana y la anuencia de funcionarios del Departamento de Estado en EEUU, los cuales vuelven por sus fueros con la intención de desequilibrar de nuevo al país, confiados en un nefasto bloqueo a productos de primera necesidad a través del acaparamiento de los mismos, sucesivamente descubierto y probado por las autoridades, lo cual constituye un acto de la peor vileza, que busca generar zozobra en parte de la población y estimula la reventa de productos a altos precios por parte de personas deshonestas y cómplices de negocios sucios e ilegales.

No deseamos nada de esto. Lo que todos los venezolanos deseamos es ser sujetos del afecto, transmisores de cariño, protagonistas de una esperanza y de una fe inquebrantable en un porvenir digno y pacífico para nuestros hijos y nietos. En una palabra, los venezolanos deseamos con todas nuestras fuerzas sembrarnos en el amor comprensivo, en una justicia colectiva que tome en cuenta a nuestros hombres y mujeres trabajadores honestos, para que así los ciudadanos nos podamos reconocer en el otro, en nuestros semejantes, mediante una similar voluntad de justicia y sosiego.

Sé que vamos a lograrlo. Tengo fe en que vamos a tener un país así. Escritores, poetas, humanistas, tenemos ese ideal como centro de nuestra acción. Tenemos la convicción inquebrantable de que la literatura es una forma noble del humanismo, es una verdad elevada de cuanto ocurre en la realidad y la imaginación humanas, y parte fundamental de ese sueño que algún día veremos convertido en una realidad tangible.

* Narrador y poeta venezolano

¿Por qué Estados Unidos envía tropas a Perú?

por Gustavo Espinoza M*

Que Estados Unidos tiene una estrategia continental de dominación, y que se dispone librar una aventura militar contra los pueblos de América Latina, lo hemos dicho en diversas ocasiones.

Algunos, nos tomaron en serio y ratificaron una voluntad antiimperialista que debe concretarse ahora. Otros, en cambio guardaron silencio, quizá con la idea que nuestra afirmación era exagerada, y respondía al clásico estilo de confrontación de lo que ellos llaman “la izquierda tradicional”.

Los hechos, sin embargo, nos van dando la razón de manera constante. La agresividad imperialista contra nuestros países se manifiesta de manera constante; y hoy se concreta, en el Perú, con el autorizado ingreso de un verdadero ejército de ocupación integrado por alrededor de 4,000 soldados, que se emplazarán en nuestro suelo bajo el pretexto de “combatir el narcotráfico y el terrorismo”.

Para situar las cosas en el corto plazo, cabe citar que el 29 de enero pasado, en una decisión casi oculta, que se filtrara recientemente a las redes sociales, el Congreso de la República autorizó el ingreso de tropas y personal armado de los Estados Unidos en territorio peruano, ateniéndose a un cronograma muy preciso. Y elaborado de común acuerdo por “ambas partes”.

Los Partidos y fuerzas que integran hoy el Congreso, y cada uno de los parlamentarios en particular, tienen la obligación de dar cuenta cómo opinaron y cómo votaron la decisión que hoy se conoce.

Se sabe, por lo pronto, que ya el 1 y el 15 de febrero, pisaron nuestro suelo dos contingentes militares, enviados por el Pentágono. El primero, integrado por 58 soldados; y el segundo por 67. Ambos permanecerán aquí hasta febrero del 2016 en la tarea de “entrenar a los institutos armados peruanos en el cumplimiento de operaciones especiales”

Pareciera que en materia de “operaciones especiales” los soldados peruanos son algo menos que neófitos. Carecen de la experiencia de combate que ha adquirido el ejército norteamericano luego de las prolongadas guerras de Vietnam, la Península Indochina y el Medio Oriente.

Probablemente, Afganistán, o Irak, han acrecentado tanto el bagaje militar del ejército yaqui que considera su deber compartirlo con sus hermanos latinoamericanos con la idea de extender hasta aquí prisiones clandestinas como las de Bagdad o Guantánamo, en las que la tortura y la muerte constituyen pan del día.

Sin embargo, estos efectivos, que ya están aquí, no son nada en comparación con lo que habrán de arribar a nuestras costas en septiembre próximo.

Desembarcarán, en nuestra primavera 3,200 soldados yanquis, que -por el armamento que usan, la experiencia que tienen y la preparación que poseen- constituirá un verdadero ejército de ocupación. De este modo se cumplirán los acuerdos entre estos dos países, laboriosamente trabajados desde hace algunos años.

La ejecución de estos planes, pondrá en evidencia que las constantes visitas del Secretario de Defensa de los Estados Unidos al Perú, y las del Jefe del Comando Sur de ese país; no eran visitas protocolares, ni turísticas. Tenían un claro contenido guerrerista que hoy nadie puede ocultar.

Es legítimo preguntarse entonces ¿qué mueve al gobierno de los Estados Unidos a desplegar en nuestro territorio esta vasta acción militar?

¿Qué está ocurriendo en este continente, que hace que la primera potencia militar del mundo decida abrir fuego contra los peruanos?

¿A dónde apuntan realmente los fusiles yanquis que dispararán en el VRAE y otras zonas cordilleranas de América?

Si miramos, aunque sea sólo a vuelo de pájaro lo que ocurre en esta parte del mundo, veremos que arrecia la lucha antiimperialista de nuestros pueblos.

Que ella se expresa en demandas concretas: Respeto a la Independencia de nuestros países, vigencia plena de la Soberanía Nacional, recuperación de las riquezas básicas, y protección de la biodiversidad; en un mundo en el que los recursos hídricos y los productos naturales, se convierten en fortaleza de supervivencia para la humanidad entera

Hace ya un buen rato que Estados Unidos esta buscando la manera de intervenir militarmente en Venezuela y acabar a sangre y fuego con el proyecto bolivariano liderado históricamente por el Comandante Hugo Chávez, y que hoy conduce Nicolás Maduro, acosado por una brutal campaña de desprestigio y violencia desatada por las fuerzas más reaccionarias de nuestro continente.

Por lo pronto, desembarcar tropas en el Perú, y lograr que esto sea admitido pacíficamente por la comunidad internacional, sería un modo de afirmar la idea de que es normal que Estados Unidos recurra a este procedimiento en América: y que podría hacerlo mañana en Venezuela, o en cualquiera otra parte.

Quien tiene licencia para matar, puede hacer uso de ella en cualquier circunstancia.

Bolivia, o Ecuador bien podrían recordar el dicho aquel: cuando veas las barbas de tu vecino cortar, pon las tuyas a remojar; porque la advertencia yanqui se proyecta también hacia la zona altiplánica -contra Evo y la multicultural Bolivia- y la región más al norte, donde las acciones del gobierno ecuatoriano de Rafael Correa no cuentan precisamente con el beneplácito de Washington.

El argumento que se usa para justificar a intervención militar norteamericana, es la lucha contra el narcotráfico y el terrorismo. Esta es una vieja y falsa cantaleta. En 1965 se puso en boga cuando la administración Belaúnde Terry aceptó la denominada “Operación Ayacucho”, que no tuvo resultado alguno.

Joy, el combate contra el Narcotráfico en el Perú está virtualmente a cargo de la DEA desde hace muchos años. Y de resultas de ello, el Perú se ha convertido en el primer productor mundial de PBC. Antes de la DEA, nunca tuvimos tal privilegio

¿Hasta dónde escalaremos con la “estrategia de ahora? ¿Tal vez hasta la expansión de los cultivos de droga trayendo aquí el Hashis de Afganistán, o el Opio de otras latitudes? ¿Será eso lo que busca la administración norteamericana para lanzar tropas en nuestro suelo en lo que bien podría ser el reto para una nueva Batalla de Ayacucho?

Pero la estrategia de dominación yanqui va incluso más allá: Busca enfrentar a unos pueblos con otros y a gobiernos de los que, en mayor menor escala, desconfía.

No tendríamos que ser particularmente perspicaces para intuir que tras el “operativo de espionaje” chileno contra el Perú recientemente denunciado, esté la aviesa mano de los servicios de inteligencia yanquis, que bien podrían montar operativos de ésta, y otra magnitud, incluso a espaldas de los gobiernos, valiéndose de la infiltración en los servicios secretos que ellos manipulan

A los pueblos de nuestro continente corresponde actuar con la firmeza y la consecuencia requerida, en una circunstancia en la que está de por medio la supervivencia del continente, agredido por la barbarie imperialista.

A comienzo de los años 30 del siglo pasado, en otro contexto y también en otras condiciones, Augusto C. Sandino dijo de manera categórica: “La soberanía de los Estados, no se discute. Se defiende con las armas en la mano”

En algunas semanas más, los peruanos evocaremos el 200 aniversario del fusilamiento del joven poeta Mariano Melgar, caído en manos del ejército colonial español luego de la batalla de Umachiri ¿Será su recuerdo motivo de afirmación patriótica que lleve a nuestros jóvenes de hoy a levantar esa misma bandera?

En todo caso, el deber de cualquier patriota es asumir su compromiso con la historia y denunciar lo que constituye una verdadera agresión amada contra el Perú y su pueblo.

* Miembro del Colectivo de Dirección de Nuestra Bandera (Red Voltaire)

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