Maduro: «La Colombia abbandona la sicurezza alla frontiera»

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«Domani il Ministro degli Esteri (Delcy Rodríguez) chiederà con forza a Cartagena che la Colombia riprenda l’attività di contrasto attraverso le forze di polizia, investigative e militari, contro le bande di assassini paramilitari. Adesso basta, noi andremo avanti con molta fermezza», ha affermato il Presidente

Il Presidente Nicolás Maduro Moros ha assicurato che il Venezuela esigerà dalla Colombia la riattivazione delle attività di sicurezza nelle zone di confine, perché a giudizio del capo dello stato, il governo di Bogotá ha letteralmente abbandonato la frontiera sul versante della sicurezza.

«Mi piacerebbe ascoltare l’opinione del presidente (Juan Manuel) Santos riguardo a tutti questi fenomeni di cui abbiamo fornito prova, la Colombia deve riattivare tutti i suoi organismi militari e di polizia contro il paramilitarismo alla frontiera, perché la Colombia dal punto di vista della sicurezza ha abbandonato la frontiera», ha spiegato.

Durante il suo programma ‘En Contacto con Maduro’ ha dichiarato: «Domani il Ministro degli Esteri (Delcy Rodríguez) chiderà con forza a Cartagena che la Colombia riprenda l’attività di contrasto attraverso le forze di polizia, investigative e militari, contro le bande di assassini paramilitari, contro i trafficanti di droga. Adesso basta, noi andremo avanti con molta fermezza».

Se Uribe si mette contro il Venezuela riceverà un’adeguata risposta

«Se si mette contro il Venezuela, riceverà un’adeguata risposta, nessuno mi può zittire, se (Álvaro) Uribe trama contro il Venezuela, arriverà una forte risposta del governo», ha evidenziato il Presidente venezuelano Maduro, in riferimento alle recenti dichiarazioni dell’ex presidente colombiano contro il Venezuela e la Rivoluzione Bolivariana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Dieci frasi di Maduro sulla frontiera tra Colombia e Venezuela

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Il presidente venezuelano ha affermato che il paramilitarismo è un «fenomeno che colpisce la pace e la stabilità di tutti i venezuelani»

In una conferenza stampa con i mezzi d’informazione nazionali e internazionali, il capo dello stato ha spiegato che «quando saranno rispettate le condizioni minime», sarà riaperto il confine chiuso da venerdì scorso.

Ha inoltre affermato che nell’area rimarranno gli operativi che contrastano le attività illecite come il contrabbando, il narcotraffico e il paramilitarismo.

Queste le frasi più importanti pronunciate da Maduro sulla frontiera tra Colombia e Venezuela:

  1. «L’attacco sferrato contro un’unità dell’esercito venezuelano, ha oltrepassato ogni limite superando l’accettabile»

  1. «Juan Manuel Santos, lei, sta facendo qualcosa di nobile lavorando per la pace e questo io lo rispetto»

  1. «Quanti danni ha prodotto il paramilitarismo in Colombia? Perché nessuno denuncia questo?»

  1. «Stiamo cercando una nuova frontiera. Questo confine è marcito»

  1. «Non abbiamo preso nulla alla Colombia, tantomeno l’abbiamo occupata (…) Io amo la Colombia»

  1. «Nell’esodo (dei migranti colombiani) si inseriscono gruppi paramilitari»

  1. «Álvaro Uribe Vélez è il più grande anti-colombiano mai esistito, io sono anti-paraco (il termine paraco in Colombia indica un paramilitare)»

  1. «Un nuovo rapporto bilaterale (con la Colombia) dev’essere basato sul rispetto. Speriamo di poter costruire nuove relazioni»

  1. «Tutti i giorni dell’anno i mezzi d’informazione colombiani sono impegnati nel costruire campagne mediatiche dirette contro il Venezuela»

  1. «Amiamo così tanto il popolo colombiano che qui in Venezuela vivono oltre cinque milioni di colombiani»

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Dichiarazione dell’ALBA-TCP sulla crisi umanitaria nel mediterraneo

IV RIUNIONE STRAORDINARIA DEL CONSIGLIO POLITICO DELL’ALBA-TCP

I ministri degli Esteri del Consiglio Politico dell’ALBA-TCP di fronte alla terribile situazione umanitaria che si verifica nel Mediterraneo dichiarano:

  1. La causa principale delle tragedie umanitarie che hanno trasformato il Mediterraneo in una immensa e profonda tomba è il modello capitalista coloniale e neocoloniale, che ha precipitato i popoli di Africa e Asia nel sottosviluppo e distrutto i loro modelli produttivi, ponendoli al servizio delle metropoli occidentali. Nel 2015 oltre 2000 persone hanno perso la vita per sfuggire alle severe condizioni di vita e all’instabilità in Africa e Asia.

  1. Le economie africane sono state schiacciate sotto il pesante fardello della tassazione imposta dalle metropoli imperialiste europee, che ha generato crisi umanitarie in molti dei suoi paesi, e reso vani tutti i tentativi di rilanciare le loro economie a beneficio dei popoli africani.

  1. L’Occidente utilizza la violenza terroristica per rovesciare quei legittimi governi che si rifiutano di applicare il modello capitalistico di sfruttamento e non soddisfano i suoi voraci interessi.

  1. Con il patrocinio e la complicità dell’Occidente, la violenza si è diffusa nei paesi africani, l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq e il Medio Oriente perpetrati da gruppi terroristici impuniti che hanno causato profonda sofferenza ai popoli di queste vaste regioni.

  1. I processi di destabilizzazione della regione sono andati a sommarsi alle già nefaste conseguenze del colonialismo e del neocolonialismo. Le modalità con cui la Libia è stata smembrata nel 2011 rappresentano il massimo esempio di questo. Il rovesciamento illegittimo del suo governo, in contrasto con il diritto internazionale, ha costretto al trasferimento di migliaia di cittadini, che, nel tentativo di attraversare il Mar Mediterraneo, rischiano la vita per sfuggire alla violenza terroristica e alle carestie provocate dall’Occidente.

  1. Allo stesso modo, l’Occidente intende rovesciare il legittimo e costituzionale governo della Siria, promuovendo ulteriore violenza terroristica e destabilizzazione in tutta la regione.

  1. Riteniamo che questa nuova avventura imperialista incrementerà l’attuale tragedia umanitaria, e renderà l’Europa l’obiettivo principale delle terribili conseguenze umane derivanti da questa azione che è in contrasto con i principi fondamentali del Diritto Internazionale.

  1. Facciamo appello all’Europa affinché si svegli e reagisca immediatamente, con sensibilità e giustizia, e accetti la sua responsabilità storica che supera i limiti della tragedia umana.

  1. I paesi dell’ALBA-TCP chiedono ai governi e ai popoli del mondo di costruire un Piano di Solidarietà per i popoli che subiscono oggi le conseguenze del terrorismo internazionale, e di investire il 20% della spesa militare mondiale per sostenere il diritto alla salute, istruzione, cibo, abitazioni e diritti umani fondamentali di milioni di cittadini colpiti dal terrorismo promosso e supportato dall’Occidente.

  1. Inoltre, esprimiamo la nostra costante e seria preoccupazione per le deportazioni e i trasferimenti forzati in corso di cittadini dominicani di origine haitiana, e riaffermiamo i diritti umani fondamentali di tutti coloro che sono sfollati, e chiediamo una soluzione giusta e pacifica di questa crisi in conformità con i principi del diritto internazionale.

Caracas, Repubblica Bolivariana del Venezuela, 10 agosto 2015.

ONU: il bloqueo è costato a Cuba 117 miliardi di dollari

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L’isola caraibica è stata duramente colpita dall’illegale embargo imposto dagli Stati Uniti

Cuba ha perso circa 117 miliardi di dollari tra il 1960 e il 2014 a causa del bloqueo imposto dagli Stati Uniti al paese, secondo la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi.

«Nell’assemblea generale delle Nazioni Unite abbiamo calcolato che il costo del bloqueo è stato di circa 117 miliardi di dollari», ha dichiarato il segretario esecutivo della Cepal, Alicia Barcena.

Tuttavia, quest’anno l’economia di Cuba è cresciuta del 4%, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite.

Il mese scorso, Cuba ha aperto la sua ambasciata a Washington dopo un lungo congelamento delle relazioni diplomatiche tra i paesi. Gli Stati Uniti apriranno l’ambasciata a Cuba il 14 di agosto. Gli eventi sono parte delle rinnovate relazioni tra gli Stati Uniti e Cuba, che si trovano a soli 90 miglia di distanza, ma finora gli Stati Uniti hanno rifiutato di porre fine al blocco economico, soddisfare le richieste cubane sulla chiusura della prigione di Guantanamo e porre fine all’illegale occupazione statunitense di quel territorio.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Strategia della tensione in Ecuador: bomba contro ‘El Telegrafo’

5284-bomba-diario-telegrafo-ecuadordi Fabrizio Verde

Dopo le violenze in piazza, arrivano le bombe. La scorsa notte un’ordigno esplosivo è deflagrato all’esterno della sede del quotidiano di proprietà pubblica

Dopo le violenze in strada, le bombe. Continua l’attacco all’Ecuador. Intorno alle 23 di ieri una ordigno esplosivo è deflagrato all’esterno della sede del quotidiano ‘El Telegrafo’ nella città di Guayaquil. L’attentato è stato rivendicato da un fantomatico ‘Frente de Liberación Nacional’ che accusa di opportunismo la Revolución Ciudadana. «Il primo colpo è stato sparato – si legge nel documento di rivendicazione – continueremo rafforzando i quadri con giovani frustrati che vogliono lottare per un Ecuador migliore».

Il gruppo ha inoltre rivendicato l’attentato che ha colpito la sede del partito di governo Alianza Pais, sempre nella città di Guayaquil.

Documento di rivendicazione dell'attentato

Documento di rivendicazione dell’attentato

Il bersaglio dell’attacco esplosivo non è casuale: ‘El Telegrafo’ è infatti il più antico quotidiano ecuadoriano, nonché il primo quotidiano pubblico dell’Ecuador. Nel marzo del 2008, la testata informativa, dopo essere stata utilizzata a fini personali dalla vecchia proprietà solo per difendersi da accuse di peculato, fu rilevata e rilanciata dallo stato. Da quel momento il quotidiano è divenuto un esempio di buona informazione, vincendo il premio WAN IFRA 2012 (World Asssociation of Newspaper and News Publishers), e attestandosi tra i primi 8 organi d’informazione in America Latina nell’ambito della carta stampata.

Per il direttore, Orlando Pérez, ‘El Telegrafo’ viene colpito per «intimidire il lavoro responsabile ed etico dei media pubblici».

Attraverso il proprio account Twitter, il Vicepresidente della Repubblica Jorge Glas, ha immediatamente condannato l’atto di violenza: «Dobbiamo respingere la violenza! Il passato non tornerà».

Un passato fatto di povertà, violenza, instabilità. Dove l’Ecuador si trovava in una condizione semi-coloniale, costretto a subire i diktat di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Un Ecuador dove gli Stati uniti d’America potevano disporre liberamente di basi militari sul territorio dello stato andino. Questo è il vero obiettivo della campagna di destabilizzazione iniziata con le proteste contro un progetto di legge sulla tassazione progressiva delle ricchezze, che avrebbe colpito solo il 2% della popolazione, ma in realtà volta a provocare il rovesciamento del governo Correa, che gode del sostegno pieno della maggioranza degli ecuadoriani che sono coscienti delle conquiste ottenute grazie a quel processo di trasformazione sociale chiamato Revolución Ciudadana.

Venezuela e Grecia rafforzano legami e cooperazione

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Il Segretario Generale per le Relazioni Economiche e la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri greco, Yiorgos Tsipras, si trova in visita a Caracas, per rafforzare i legami di cooperazione che uniscono i popoli della Repubblica Ellenica e della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

A tal proposito, Tsipras ha tenuto una riunione di lavoro con il suo omologo venezuelano, il Viceministro per la Cooperazione Economica del Ministero degli Esteri del Venezuela, Calixto Ortega, e il Viceministro del ‘Despacho’ per l’Europa, Ramón Gordils, nella quale si sono discussi temi di interesse per le due nazioni. Riunione volta a stabilire uno scambio nel settore economico ed energetico, per appronfondire le relazioni di cooperazione e solidarietà tra le due nazioni.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

(VIDEO) Castro su Chávez: «Vero rivoluzionario Latinoamericano»

1363014821_0di Fabrizio Verde

Nel dicembre del 1994, il tenete colonnello e leader della ribellione militare del febbraio 1992 contro il governo neoliberista guidato da Carlos Andrés Pérez, Hugo Chávez, si recò in visita a L’Avana dove incontrò Fidel Castro. Fu allora che ebbe iniziò una nuova storia per l’intera America Latina. 

Nel 61° anniversario della nascita del Comandante Chávez, vogliamo ricordarlo con le parole di ammirazione ed elogio che il capo della Rivoluzione Cubana utilizzò per descrivere il futuro leader della Rivoluzione Bolivariana al quotidiano cubano Juventus Rebelde: «Chávez è un soldato pronto a dare la sua vita, in ogni momento, per la causa dei popoli dell’America Latina. Un vero rivoluzionario. Bolivariano. Latinoamericano».  

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L’Assalto alla Caserma Moncada

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Il 26 di Luglio del 1953 fu la risposta del popolo cubano alla situazione creata da Fulgencio Batista con il colpo di Stato, il 10 marzo del 1952, e la ricerca di un cammino con una Rivoluzione che permettesse di sradicare i gravi danni economici e sociali provocati dal controllo nordamericano.

Il 26 di Luglio del 1953 fu la risposta del popolo cubano alla situazione creata da Fulgencio Batista con il colpo di Stato, il 10 marzo del 1952, e la ricerca di un cammino con una Rivoluzione che permettesse di sradicare i gravi danni economici e sociali provocati dal controllo nordamericano.

In quei giorni a Santiago di Cuba si realizzava il carnevale, una diversione, quando un gruppo di uomini guidati dal giovane rivoluzionario Fidel Castro attaccò la Caserma Moncada, la seconda fortezza dell’esercito batistiano.

Fu evidente che il fatto marcò un avvenimento storico, generazionale e rivoluzionario e la sua vigenza, dopo lo sbarco dello yacht Granma, è sempre assoluta tra gli eventi storici cubani e nello sviluppo politico successivo dell’America Latina.

Nessuno può negare che quando avvenne, l’Assalto alla Caserma Moncada fu un fatto slegato dalle politiche tradizionali esistenti in quell’epoca e con una visione distinta, che fece entrare in scena per lungo tempo la generazione del 1953, chiamata del Centenario per l’anniversario dell’Eroe Nazionale José Martí.

Dal principio proclamò la necessità d’effettuare cambi sociali nel paese, senza vincoli con nessuno dei partiti tradizionali, cercando l’autenticità di una Rivoluzione con tutti e per il bene di tutti, come proclamò José Martí, l’ispiratore intellettuale dell’azione.

Fidel Castro, in una conversazione sostenuta nel 1978 con dei giornalisti svedesi che lo accompagnarono e percorsero con lui gli scenari dei fatti del 26 di luglio, ricorda come pensava d’impadronirsi delle armi della caserma, chiamare ad uno sciopero generale e utilizzare le stazioni radio per convocare alla mobilitazione, partendo dalla situazione di scontento e odio verso Batista.

La piccola fattoria Siboney servì  per concentrare le armi e i partecipanti.

Tatticamente era il luogo migliore per quell’operazione, perchè lì passava una strada che giungeva vicino alla Moncada.

Il luogo aveva il pretesto d’essere un allevamento di pollame alla periferia di Santiago di Cuba.

I giovani in quella fattoria non si esercitarono assolutamente, perchè sarebbe stato molto rischioso, ma lo avevano a L’Avana, dove si erano addestrati a sparare più di mille uomini, in diversi luoghi.

Centotrentacinque giovani si riunirono all’alba del 26 di luglio, mentre un altro gruppo si trovava nella zona di Bayamo, per prendere la Caserma Carlos Manuel de Céspedes, con l’obiettivo d’avere un’avanguardia organizzata nella direzione principale di un possibile contrattacco di Batista.

L’elemento sorpresa era il fattore decisivo dell’operazione nella quale era in gioco l’occupazione della seconda fortezza militare del paese, con più di mille uomini, e si poteva realizzare.

«Ancora oggi penso che il piano non era un cattivo piano: era un buon piano», precisò Fidel Castro.

«L’azione fu pianificata durante il Carnevale di Santiago per poter mobilitare le forze precisamente in quei gironi in cui i militari raddoppiavano la guardia attorno al reggimento», osservò.

«Questo complicò la situazione decisamente. Fu lo scontro attorno alla caserma e per la strada principale che originò il combattimento al di fuori. Al contrario avremmo sicuramente occupato la caserma», spiegò ancora.

Alla domanda di quante macchine erano in tutto, rispose che: “Prima partirono le tre macchine che andavano a occupare l’ospedale civile, poi le due verso l’udienza con trentacinque uomini. Con me c’erano quattordici macchine e novanta uomini”.

Fidel e i giornalisti arrivarono alla Caserma Moncada, dove continuò la testimonianza.

«La crisi si produsse perché le guardie venivano in questa direzione, verso di noi. Una macchina era passata prima di noi – quella che doveva disarmare le guardie – e si trovava cento metri davanti a noi.

Le disarmò ma le altre guardie che avevano visto passare la prima macchina restarono a guardare e quando videro che l’automobile disarmava quella pattuglia, si posero in guardia e all’erta.

Come risultato, il combattimento cominciò fuori dalla Moncada mentre lo si doveva realizzare dentro la caserma.

Si mobilitò il Reggimento e si mobilitò la difesa.

Realmente la sorveglianza esterna con le guardie era una novità, organizzata per via del carnevale.

Il piano doveva cominciare quando la guardia terminava perché allora avrebbero camminato senza fare caso alla truppa disarmata, alle altre macchine e noi avremmo occupato il luogo», indicò.

«Se non fosse avvenuto quell’incidente noi prendevamo la caserma, perché la sorpresa era totale. Era un buon piano. E se fosse necessario pianificare oggi un altro assalto con l’esperienza che abbiamo, disegneremmo un piano più o meno uguale. Il piano era buono!», affermò ancora Fidel Castro.

Rigoberta Menchú esorta a difendere la democrazia in Ecuador

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L’attivista indigena ha chiamato gli ecuadoriani a fronteggiare le élites imperialiste e difendere lo spirito della Costituzione

Il premio Nobel per la Pace, Rigoberta Menchú, ha chiesto ai cittadini ecuadoriani di difendere le istituzioni democratiche dell’Ecuador, di fronte all’offensiva delle éelites imperialiste che cercano di sovvertire l’ordine costituzionale del paese.

Riguardo gli atti di violenza denunciati dal governo ecuadoriano, l’attivista indigena guatemalteca ha esortato a difendere lo spirito della Costituzione e appoggiare il presidente Rafael Correa, per «rafforzare e approfondire» le conquiste della Revolución Ciudadana.

Menchú ha chiesto anche che siano promossi il dialogo e la «non violenza». Azioni che ritiene rappresentino la strada giusta per proseguire nel consenso e mantenere un «ambiente di pace».

A tal proposito, ha condannato gli schemi di «intervento e i tentativi di indebolimento della democrazia», così come la volontà di «destabilizzazione» che mette a repentaglio le conquiste politiche ed economiche ottenute sino a questo momento.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Lettera di Fidel Castro a Telesur per il decimo anniversario

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«La sua creazione fu un’iniziativa dell’indimeticabile Hugo Chávez, cosciente dell’importanza di promuovere l’integrazione latinoamericana»

«…Non vi è stato alcun importante accadimento politico, economico e sociale nel quale teleSur non sia stata presente con immediatezza, obiettività e veridicità…», ha scritto il leader della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, in una lettera inviata a teleSur in occasione del suo decimo anniversario.

TeleSur iniziò le sue trasmissioni il 24 luglio del 2005, grazie a un’iniziativa congiunta di Fidel stesso e del leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, che furono i principali promotori del processo di integrazione tra le nazioni latinoamericane e caraibiche.

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Sin dalla sua nascita, l’emittente televisiva ha trasmesso i principali eventi politici e sociali della regione così come del resto del mondo, offrendo sempre un punto di vista alternativo, diverso dai mezzi d’informazione egemonici.

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[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

La Scala di Milano ospiterà le orchestre de ‘El Sistema’ venezuelano

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I concerti si terranno dal 12 agosto al 4 settembre nell’ambito del ‘Festival delle Orchestre Internazionali per l’Expo’

Il Teatro alla Scala di Milano ha in programma nel prossimo mese di agosto una serie di concerti della rete nazionale di orchestre e cori giovanili del Venezuela afferenti il progetto ‘El Sistema’.

Otto concerti si terranno presso la sede centrale della Scala, due nel Conservatorio della città, uno all’interno della chiesa di San Marco e due nel Parco Sempione.

Il primo, il 12 di agosto, sarà il concerto del ‘Coro Manos Blancas’, che si compone di bambini con deficit mentali e fisici, seguito il giorno 20 dal ‘Coro Nacional Juvenil Simón Bolívar’, con un programma di musica sacra nella chiesa di San Marco.

Il direttore del Teatro alla Scala, Riccardo Chailly, dirigerà l’Orquesta Sinfónica Nacional de Venezuela, composta da bambini tra gli otto e i dodici anni, il 21 di agosto, mentre il giorno successivo arriverà il turno della Sinfónica Juvenil ‘Teresa Carreño’.

Il 27 di agosto sarà la volta della Sinfónica Juvenil de Caracas, diretta da Dietrich Paredes, che tornerà a dirigere il 28 la Sistema Europe Youth Orchestra, composta da giovani musicisti provenienti da dieci paesi diversi.

L’Orquesta Sinfónica Simón Bolívar, sotto la direzione di Gustavo Dudamel, si esibirà negli ultimi tre concerti in programma a Milano.

Infine, Dudamel e la Bolívar parteciperanno tra il 19 agosto e il 2 settembre a otto rappresentazioni de ‘La Bohème’ nella versione del regista italiano Franco Zeffirelli.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Roma Tre: la Revolución Ciudadana come modello da studiare

resizeda lantidiplomatico.it

L’Ecuador è nuovamente sotto attacco. Le forze della reazione sono all’opera per far tornare indietro le lancette della storia, quando il paese andino languiva in uno stato semi-coloniale, sotto il giogo finanziario dei soliti noti: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e ovviamente Stati Uniti d’America.

Una fase – nota come «larga noche neoliberal» – che mise in ginocchio l’Ecuador e caratterizzata da instabilità politica, corruzione dilagante e miseria crescente. Sino a quando, l’ascesa al potere di Rafael Correa non segna l’inizio di quel processo politico chiamato Revolución Ciudadana, capace in pochi anni di capovolgere letteralmente lo scenario nel paese andino. Attualmente l’economia più dinamica dell’intera America Latina e con un tasso di disuguaglianza, misurato dal coefficiente di Gini, tra i più bassi della regione.

Nell’Ecuador della Revolución Ciudadana la vita viene prima del debito e l’essere umano prima del capitale finanziario. Circostanza estremamente interessante in questi giorni segnati dalla triste vicenda della Grecia, il cui popolo è stremato da quella gabbia liberista chiamata Unione Europea.

Un progetto di legge sulla tassazione progressiva delle ricchezze, che avrebbe colpito solo il 2% della popolazione, è bastato come pretesto alla destra ecuadoriana per chiamare alle violenze e incitare la salida del legittimo presidente Rafael Correa, che gode del sostegno incondizionato della maggioranza degli ecuadoriani.

Per tutte queste ragioni vi consigliamo di approfondire le basi della Revolucion ciudadana con questo ciclo di studi organizzato dall’Ambasciata dell’Ecuador all’Università Roma Tre dal 23 al 25 luglio. Qui il programma definitivo del “primer Taller de Verano”

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