Soldati israeliani riconoscono i propri crimini di guerra a Gaza

Picda HispanTv

I soldati israeliani hanno riconosciuto di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva militare di 51 giorni contro la Striscia di Gaza, verificatisi tra luglio ed agosto passato.

Secondo l’informativa pubblicata sabato dal giornale israeliano “Maariv”, i soldati del regime d’Israele sono consapevoli delle atrocità perpetrate nell’enclave costiero palestinese, in particolare nella città di Rafah ed essi temono l’inizio di investigazioni al riguardo.

Come hanno confessato gli stessi soldati israeliani, durante l’offensiva di 51 giorni contro Gaza, sono stati ignorati tutti i valori morali ed i principi bellici.

Pertanto, prosegue l’informativa, i soldati hanno sollecitato i tribunali militari israeliani a sforzarsi per impedire l’inizio di qualsiasi investigazione.

Il passato 23 luglio, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite (UNHRC) ha comunicato la creazione di una commissione, composta da tre esperti, per indagare i crimini di guerra durante gli attacchi israeliani contro l’occupata Striscia di Gaza.

La commissione deve comunicare entro il marzo 2015 al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite i risultati delle inchieste sulle oltre sette settimane di aggressioni sioniste contro Gaza.

Le autorità palestinesi, a loro volta, hanno assicurato che non risparmieranno alcuno sforzo per condurre dinnanzi alla giustizia i responsabili del massacro, tra loro alti dirigenti militari israeliani.

Ieri, il Ministero della Salute palestinese ha pubblicato un nuovo comunicato in cui si indica che 2310 Palestinesi circa hanno perso la vita in conseguenza della recente offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza.

Tra le vittime si trovano 1802 uomini e 508 donne, mentre ci sono 10.626 feriti ,in sostanza 7275 uomini e 3351 donne.

L’offensiva israeliana contro l’enclave costiero palestinese è durata dagli inizi di luglio sino al termine di agosto ed il regime sionista ha distrutto anche 11 mila tra case, moschee e scuole.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

Morales: Israele e Usa non hanno morale e etica per giudicare la Bolivia

da hispan.tv

Il presidente boliviano Evo Morales, ieri, ha minimizzato il significato delle “raccomandazioni” degli Stati Uniti e del regime israeliano sulla situazione dei diritti umani nel Paese latino-americano e ha sottolineato che nessuno di loro ha “l’etica” o “la morale” per consigliare qualcosa alla Bolivia.

«Che autorità morale hanno? Essi dovrebbero essere processati per i loro crimini contro l’umanità», ha dichiarato il presidente della Bolivia ai media locali.

Morales ha fatto riferimento alle osservazioni al suo paese, fatte soprattutto dagli Stati Uniti e dal governo israeliano rispetto alla relazione dei rappresentanti della Bolivia nel gruppo di lavoro della revisione periodica del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (ONU).

Stati Uniti e il regime di Tel Aviv hanno dato consigli sulla libertà di espressione e in merito al rispetto della diversità sessuale.

Morales ha respinto le critiche degli Stati Uniti per la mancanza di libertà di informazione in Bolivia, sostenendo che «la libertà di parola include anche di insultare il presidente».

Il leader boliviano ha ricordato, tra l’altro, le atrocità del regime di Tel Aviv commesse in 51 giorni di attacchi nella Striscia di Gaza, da inizio luglio a fine agosto, che sono costate la vita a più di 2160 palestinesi, in gran parte civili, e ha lasciato altri 100.000 senza tetto.

Morales ha insistito che il governo degli Stati Uniti e il regime israeliano devono essere processati davanti al Tribunale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità.

Al termine del suo discorso, Morales ha aggiunto che tali commenti su presunte violazioni dei diritti umani in paesi come la Bolivia sono «diretti a demonizzare i governi anti-capitalisti».

La Bolivia ha rotto nel 2008 le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti per le continue interferenze del paese nord americano. Inoltre, La Paz ha rotto le relazioni diplomatiche con il regime israeliano nel 2009, a causa della offensiva militare svolta contro la Striscia di Gaza.

[Trad dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

800.000 israeliani hanno abbandonato l’entità sionista

da al manar.com

L’emittente Tv israeliana, Canale 10, ha rivelato che l’emigrazione dei giovani israeliani da Israele è aumentata notevolmente negli ultimi anni per motivi economici, di sicurezza e persino culturali.

Allo stesso tempo, un sondaggio di un’altra emittente Tv israeliana, Canale 2, ha riferito che il 30% degli israeliani hanno una seria intenzione di lasciare Israele per sempre, se si presentasse l’occasione.

Canale 10 ha riportato che l’indagine ha avuto luogo dieci giorni dopo la fine della guerra contro la Striscia di Gaza.

 Secondo il sondaggio, se prima l’emigrazione da Israele era considerata un “tradimento nazionale”, oggi è vista come un modo per ottenere una nuova prospettiva di vita. A questo proposito, il 64% degli israeliani ha cambiato la sua opinione su chi vuole emigrare e non è più negativa, come lo era in passato.

Il canale ha evidenziato che 800.000 israeliani hanno lasciato l’entità sionista per altri stati. La maggior parte di loro sono giovani e laici. La Germania è stata la meta principale per loro.

Da parte sua, Canale 2 ha trasmesso un programma sugli israeliani emigrati nei paesi europei. Tutti hanno espresso la loro gioia per aver abbandonato Israele e dicono che non è sano vivere nella paura per tutto il tempo, nell’incertezza e nell’instabilità. Alcuni hanno iniziato a promuovere campagne organizzate per l’emigrazione, ha aggiunto il canale.

 Si noti che un sito in ebraico è stato creato per aiutare coloro che vogliono lasciare Israele. Si chiama Leaveisrael.com.

 Il sito indica che gli israeliani laici che vogliono lasciare Israele non lo fanno solo a causa del conflitto con i vicini arabi e le difficoltà economiche crescenti, ma per l’avanzata dell’estrema destra religiosa nell’entità sionista, che influisce sullo stile di vita degli israeliani.

 In questo senso, il sito rileva che nel 2030 la popolazione israeliana sarà nella sua amplia maggioranza ortodossa, peggio educata e più povera. I settori ultra-ortodossi tentano di usare la loro maggioranza per approvare leggi con sfumature religiose nel Paese.

 L’emigrazione causerà, inoltre, un colpo fatale per l’economia, dal momento che gli immigrati sono per lo più persone con alta formazione tecnologica. Questo porterà alla chiusura di imprese high-tech e il declino di Israele in questo campo.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Comunidad ítalo venezolana entregó ayuda humanitaria a la Embajada de Palestina

Roma, 28 de agosto de 2014 (MPPRE).- Las Misiones Diplomáticas Bolivarianas acreditadas ante Italia, recolectaron medicinas a través de un operativo desplegado junto a la comunidad ítalo venezolana, universidades y entes del país europeo, a fin de seguir con el llamado de solidaridad realizado por la Embajada de Palestina en Roma.

La actividad fue organizada por la Embajada de Venezuela ante Italia, la Misión Bolivariana permanente ante la Organización de las Naciones Unidas para la Alimentación y la Agricultura (FAO) y el Consulado General de Nápoles, en concordancia con la política exterior del Gobierno del presidente Nicolás Maduro.

El Comité de la Salu Mental organizado por el Prof. Enrico de Notaris y un grupo de jóvenes médicos napolitanos, junto al Centro Social Banchi Nuovi, donaron todos los medicamentos recogidos para la “Farmacia comunitaria”, al pueblo palestino, a través del Consuldo de Venezuela en Nápoles y la Embajada venezolana en Roma.

 

El jefe de la Misión en Roma, Julián Isaías Rodríguez, acompañado por el G/B Franklin Bulmez, agregado militar, naval, aéreo y de defensa, entregaron a la Representación Diplomática de Palestina en Italia, 16 cajas con medicamentos y material médico quirúrgico requerido por el Ministerio de la Salud Palestino, así como, una ayuda económica fruto de las donaciones de la comunidad ítalo venezolana.

“Nosotros hemos querido sumarnos a esta red de solidaridad desde aquí donde la comunidad ítalo venezolana ha demostrado su sensibilidad. Hacemos la entrega de este material a ser enviado a la Franja de Gaza como una muestra de que el pueblo venezolano está absolutamente identificado con la causa Palestina y con toda nuestra humildad”, resaltó Rodríguez.

El diplomático aseveró que, desde 1948 ese país está siendo agredido por razones religiosas económicas y políticas. “La injusticia que se cometió con ese país y los atropellos que se han seguido cometiendo merman, no sólo los Derechos Humanos, sino también el sentido y la renovación de su pueblo, el dolor de sus mujeres y niños, la angustia, la falta de esperanza, la impotencia, la paz que ha sido acribillada”.

Por su parte, la embajadora de Palestina en Roma, Mai Alkaila, agradeció las muestras de apoyo y solidaridad y el coraje del gobierno y pueblo venezolano “sabemos del empeño del Gobierno Bolivariano para con nuestro pueblo y de las muestras de afecto de siempre demostrado por Hugo Chávez Frías y ahora por su sucesor Nicolás Maduro”.

La actividad estuvo acompañada por el Presidente de la asociación Comunidad Palestina en Roma y Lazio, el Presidente de la Unión de Médicos Árabes en Italia, el Presidente de la Comunidad Egipcia en Italia y Presidente de la Asociación de la Media Luna Roja Palestina. FIN/Embajada/YV.

Disgustato dai crimini israeliani, un “Giusto” ha consegnato la sua onorificenza

da al manar.com

Il padre di Henk Zanoli nel 1945 fu mandato al campo di concentramento di Mauthausen dopo aver più volte e pubblicamente criticato il regime nazista.

Questo fatto non ha impedito a Zenk e sua madre di nascondere a casa loro un bambino ebreo i cui genitori erano morti. Questo atto lo portò a ricevere nel 2011 il titolo di “Giusto tra le Nazioni” dal Memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme occupata.

Tuttavia, l’olandese,  91 anni, ha deciso di rinunciare a questa onorificenza, la più ambita che lo Stato israeliano conferisce ai civili, si legge sul quotidiano Haaretz. Secondo il quotidiano israeliano, un lontano cugino di Zanoli è stato ucciso, insieme con il marito e tre figli e un altro parente, durante un bombardamento dell’esercito israeliano a Gaza.

«È particolarmente scioccante e tragico oggi, quattro generazioni dopo, che la nostra famiglia debba vedere i nostri parenti morti a Gaza», ha scritto Zanoli in una lettera che spiega la sua decisione.

Si tratta di «un omicidio perpetrato da parte dello Stato di Israele».

«Per quanto mi riguarda, l’onorificenza concessa dallo Stato di Israele, in queste circostanze, è un insulto, sia alla memoria di mia madre coraggiosa che ha rischiato la sua vita e quella dei suoi figli ed è un insulto per quelli della mia famiglia che, quattro generazioni dopo, hanno perso sei parenti a Gaza per mano dello Stato di Israele».

Nel 2009, in seguito all’offensiva israeliana “Piombo Fuso”contro la Striscia di Gaza, un regista e scrittore greco, Victor Anagnostopoulos, restituì una medaglia simile, assegnata dallo Stato di Israele perché la sua famiglia aveva salvato una famiglia di ebrei durante l’occupazione nazista in Grecia nella seconda guerra mondiale.

[Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

Siria, Iran e Paesi dell’Alba solidali con la Palestina

da sana.sy

Ambasciatori e capi di missioni diplomatiche di Siria, Iran e Paesi latino-americani in Russia hanno assicurato che i loro paesi saranno sempre con il popolo palestinese e il popolo arabo in Siria, Libano e Iraq per affrontare qualsiasi forma di terrorismo israeliano e internazionale.

Gli Ambasciatori e i capi missione, hanno portato corone di fiori all’ entrata della sede dell’ambasciata palestinese a Mosca e acceso candele davanti a un murale dove sono incisi i nomi dei martiri palestinesi, vittime della ingiusta aggressione israeliana contro Gaza.

Ryad Haddad, ambasciatore siriano a Mosca, ha dichiarato che ciò che sta accadendo a Gaza, Siria e Iraq dimostra la presenza dello stesso piano che sta colpendo più popoli.

“La vittoria del popolo siriano sul terrorismo è quella della causa palestinese”, ha precisato, chiedendo di stare dalla parte del fraterno popolo palestinese e della resistenza contro il terrorismo sanguinario guidato dall’entità sionista.

Gli ambasciatori di Bolivia, Venezuela, Cuba e Nicaragua hanno condannato il ruolo imperialista degli Stati Uniti che sostengono Israele in ogni modo per continuare la sua aggressione contro Gaza.

Hanno sottolineato l’importanza di porre fine a questa aggressione, sollevando il blocco imposto a Gaza e ricostruendo le infrastrutture danneggiate.

Il vice ambasciatore iraniano a Mosca, ha osservato che l’entità sionista sta commettendo un genocidio nei confronti dei bambini e delle donne, ed ha espresso la fiducia nella capacità del popolo palestinese nel vincere questa entità.

Da parte sua, l’ambasciatore della Palestina ha dichiarato che il popolo palestinese da sempre è oggetto di diverse forme di aggressione israeliana, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha espresso, alla fine dello scorso anno, la propria solidarietà al popolo palestinese.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Iran: parlamentare ebreo condanna i crimini di Israele a Gaza

da hispan.tv

Il rappresentante della comunità ebraica nel parlamento iraniano, Siamak Mare Sedq (nella foto), ha dichiarato che la passività di fronte ai crimini del regime israeliano contro il popolo palestinese sono una macchia indelebile nella storia dell’umanità.

In un incontro con un gruppo di collegio per sostenere la resistenza a Gaza, Mare Sedq ha ricordato che quello che si verifica nella enclave costiera palestinese è un crimine organizzato e genocidio.

Ha anche aggiunto che ciò che sta accadendo in questo momento nell’enclave costiera palestinese ha colpito profondamente i sentimenti di tutti.

Riferendosi al sostegno delle organizzazioni internazionali al regime di Tel Aviv, il parlamentare iraniano ha posto la questione della presenza nelle istituzioni e nelle organizzazioni internazionali del regime israeliano, dal momento che questa entità viola ogni diritto impunemente.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

L’Associazione dei Palestinesi in Italia ricevuta dall’Ambasciatore del Venezuela

IMG_0636Roma-InfoPal. Giovedì 7 agosto, una delegazione di Palestinesi in Italia è stata ricevuta dall’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Julián Isaías Rodríguez Díaz.

Erano presenti il presidente dell’Api – Associazione dei Palestinesi in Italia -, Mohammad Hannoun, e diversi rappresentanti di questa organizzazione e dell’Abspp – Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese, e l’attivista dell’Ism, Rosa Schiano.

L’Ambasciatore ha espresso il sostegno del suo Paese alla causa palestinese e la piena condanna per i crimini israeliani, in un incontro cordiale e amichevole.

«Rivolgiamo un appello umanitario alla Repubblica venezuelana – ha dichiarato Hannoun, affinché aiuti la popolazione gazawi, stremata da 28 giorni di massacri israeliani. Vi invitiamo a partecipare attivamente alla ricostruzione, poiché Gaza è in ginocchio».

«Come Api  e Abspp – ha aggiunto – vogliamo trasmettere le richieste delle varie realtà di Gaza. Riceviamo continui appelli di sostegno. La distruzione è enorme. Manca tutto…, mentre il mondo intero guarda in silenzio».

E ha concluso: «Siamo molto orgogliosi dell’accoglienza che abbiamo ricevuto, qui, in questa Ambasciata, e speriamo di potervi accogliere a nostra volta in una Palestina libera, senza colonie, come rappresentanti di nazioni che rispettano i diritti umani».

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Da parte sua, l’Ambasciatore Rodríguez Díaz ha affermato: «Siamo coscienti delle violazioni dei diritti umani del popolo palestinese e delle violazioni delle risoluzioni internazionali, e del terrorismo usato da Israele per colonizzare un territorio che non apparteneva e non appartiene loro. Anche noi siamo in guerra, una guerra silenziosa, che non distrugge le case, gli ospedali, le scuole, ma che tenta di distruggere le coscienze, lo spirito del nostro popolo. Subiamo le stesse aggressioni imperialiste, per questo ci sentiamo in sintonia con la lotta del popolo palestinese.

«Siamo consapevoli che Israele ha sempre avuto l’appoggio degli Usa, ricevendo armamenti. Gli Stati Uniti hanno bypassato decisioni delle Nazioni Unite sulla Palestina, hanno bloccato risoluzioni di condanna di Israele. E’ una lotta lunga, del mondo intero, ma che voi patite in prima persona. Sappiamo che non si tratta di una lotta religiosa, ma politica».

IMG_0669«La gravità dei massacri commessi da Israele è tale che anche i Paesi complici – come l’Europa – si sono pronunciati contro, ma i loro discorsi sono deboli, non affrontano lo stato sionista, per non doversi confrontare con gli Usa. Non si tratta solo di aggressione di territori, ma di violazione dei diritti umani, di distruzione di un’intera società, uccidendone i bambini. Tuttavia, non siete soli. Io credo che avrete la solidarietà di tutta l’America Latina».

L’incontro si è concluso con la lettura di un poema, scritto da Rodríguez Díaz sul genocidio dei Palestinesi a Gaza.

 

L’Ambasciata venezuelana in Italia solidale con la Palestina

Aiuti umanitari per il popolo di Palestina

 

L’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia  saluta i cittadini residenti in Italia e molto specialmente i gruppi di solidarietà nel riferirsi all’appello urgente da parte del Ministero della Sanità palestinese, in cui chiede l’aiuto della comunità internazionale e di tutti i cittadini, vista la gravissima situazione umanitaria e sanitaria che attualmente colpisce il popolo palestinese nella Striscia di Gaza.

 

In tale senso, si informa che si può collaborare attraverso la donazione di medicinali (vedi elenco allegato), o tramite un contributo economico da effettuare sul conto dell’Ambasciata palestinese a Roma, il quale si specifica a continuazione:

 

 

Missione diplomatica Palestinese

Banca Unicredit

IBAN: IT 36 E 02008 05211 000021004086

BIC SWIFT: UNCRITM 1712

 

Si prega a quelle persone che effettueranno un contributo economico di  portare la ricevuta del bonifico, (per poter rilasciare un registro) o inviarla al seguente email: embaveit@ambavene.orgnon si accetteranno contributi in contanti.

 

I farmaci saranno ricevuti presso la sede dell’Ambasciata (Via Nicolò Tartaglia, 11 Roma 2° piano), i seguenti giorni: Venerdì 8, lunedì 11 e martedì 12 agosto 2014 nei seguenti orari: 9:30-15:00.

 

Certi di poter contare sul vostro sostegno e solidarietà, l’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia vi ringrazia in anticipo per la collaborazione col fraterno popolo palestinese.

 

PRINCIPALES MEDICINAS REQUERIDAS PARA LA FRANJA DE GAZA

 

  • GUANTES ESTERILES TALLA M Y L, GUANTES EN LATEX SURGICAL 8.5,GUANTES POLYSAN (NO ESTERILES) TALLA L Y M
  • INYECTADORAS DE 5ML  CON AGUJAS.
  • INYECTADORAS TUBERCULIN 1 ML CON NEEDLE 27 G.
  • ACYCLOVIR 250MG
  • CEFTRIAXONE 1 GM, IV
  • DEXAMETHASONE 4 MG
  • DEXTROSE 4.3%+ SALINE 0.18% 500 ML.
  • DEXTROSE 5% 5OO ML
  • DICLOFENAC SODIUM 75 MG/3 ML
  • ENOXAPARIN 80 MG
  • FENTANYL 0.1 MG/2 ML
  • GENTAMICIN 0.1% 15 G
  • HEPARIN 5000 IU/ML 5ML
  • HYOSCINE N- BUTYLBROMIDE 20 MG
  • LACTATED RINGER 500ML
  • METOCLOPRAMIDE 10 MG/2M1
  • METRONIDAZOLE 500 MG. 100  ML
  • PANCURONIUM BR 4MG+ SODIUM CHORIDE 18 MG 2 ML
  • POVIDONE IODINE 10% – SOLUCION
  • POVIDONE IODINE 7.5% – SCRUB
  • PROMETHAZINE
  • RANITIDINE 50 MG/2 ML- AMPOLLAS
  • SALBUTAMOL SULPHATO 5MG/ML 20 ML
  • SALINE 0.45% 500 ML   y SALINE 0.9% 500 ML
  • VANCOMYCIN 500 MG

Il genocidio a Gaza: 1.822 morti, 9.370 feriti e 450 mila evacuati

Gaza

di Achille Lollo da Roma (ITALIA)

da Brasil De Fato-597 – dal 7 al 13 di agosto 2014 – Internazionali – Gaza, pag.16 PULIZIA ETNICA — Prima che la Striscia di Gaza sia consegnata all’ONU e ai corrotti imprenditori palestinesi legati all’ANP per la ricostruzione di quel territorio, lo stesso dovrà essere “ripulito, fisicamente e strutturalmente” da tutti i militanti di Hamas e degli altri gruppi islamici. Per questo, il massacro deve continuare non solo fino all’ultimo tunnel, ma, soprattutto, fino all’ultimo combattente palestinese.

Il giorno 3 agosto, dopo quasi un mese di guerra, il bilancio dell’operazione “Protective Edge” è drammatico. Dei 1.822 civili assassinati dai piloti degli F-16 e degli F-15, dall’artiglieria dei carri armati, dei cannoni di lunga gittata e dei lancia-razzi, 398 erano bambini.

L’ultima vittima di questa evidente pulizia etnica è una bambina di otto anni, Aseel Muhammad al-Bakri, che è morta quando un pilota di F-16 ha mirato con un razzo la sua casa nel campo di rifugiati di al-Shaiti, nei dintorni della Città di Gaza.

Di sicuro questo pilota già ha brindato con i suoi ufficiali alla “grande impresa guerriera” che ha realizzato il giorno 3 agosto contro quel campo di rifugiati palestinesi. I suoi familiari e amici sionisti devono essere ansiosi di socializzare il coraggio di questo eroe della Forza Aerea Israeliana.

Alla fine, come disse la famosa primea ministra sionista, Golda Meier, nella decade dei ‘60: “I Palestinesi sono come scarafaggi, che devono solo essere schiacciati”. Passati 50 anni, sembra che questa facezia sia diventata parola d’ordine in Israele, non solo per gli estremisti della destra sionista, ma per l’86% degli israeliani che hanno manifestato il loro appoggio al governo di Benjamin Netanyahu, per aver attacato Gaza con una vera operazione di guerra (Operation Protective Edge) volta al definitivo annientamento di Hamas.

La lobby sionista

In tutti i paesi europei e negli USA, la lobby sionista è riuscita a convincere i governi e, soprattutto, i direttori di giornali, riviste e delle TVs della tesi che l’esistenza dello Stato di Israele era pericolosamente minacciata dalle brigate di Hamas, motivo per il quale Israele doveva attaccare Gaza per garantirsi il diritto alla difesa. Parole che subito sono state riprese compulsivamente, anche dal presidente degli USA, Barack Obama, nel momento in cui il Congresso autorizzava la fornitura di più bombe, razzi e proiettili di tutti i tipi allo Tzahal (l’esercito di Israele) per un valore di 228 milioni di dollari. Non dimenticando che nel mese di febbraio passato il governo sionista ha ricevuto dagli USA il tradizionale cheque di 1,6 miliardi di dollari per il mantenimento delle forze armate israeliane. Una “donazione imperiale” che il governo sionista riceve dal 1948.

Così, durante i primi giorni dell’invasione sionista, quando nelle strade della Città di Gaza c’erano un centinaio di palestinesi morti, le principali televisioni e giornali del “Primo Mondo” hanno prodotto uno show mediatico, mostrando il volo irregolare dei razzi Qassam che i membri delle Brigate Ezzedim riuscivano a lanciare da Gaza verso il territorio israeliano.

Lo show è stato tanto bene articolato che la corrispondente della CNN e in seguito, anche quella della RAI-2, sembrava che stessero piangendo, mentre annunciavano che un razzo Qassam stava sorvolando il territorio israeliano. In questa maniera, milioni di europei e statunitensi hanno creduto ciecamente che i cittadini di Israele stavam subendo un massacro da parte degli uomini di Hamas con i citati razzi Qassam.

Dire che questo è stato una favola è poco, giacché dei 1200 razzi Qassam che gli uomini delle Brigate Ezzedim sono riusciti a lanciare contro il territorio di Israele, appena dieci hanno provocato la morte di tre israeliani e il danneggiamento di circa 30 case, mentre altri 50 hanno preso di mira strade dell’interno, provocando appena fosse.

Razzi artigianali che continuano a essere presentati come il massimo della tecnologia militare. Razzi che, fino a oggi, non hanno mai preso di mira una caserma, un deposito di munizioni dell’esercito, una centrale elettrica o un ospedale. Dal momento che i lobbisti sionisti e i media non dicono che i citati razzi non posseggono un sistema di navigazione elettronica, cioè, sono lanciati e cadono quando termina la forza di propulsione.

D’altro canto, i modernissimi F-15 e F-16 statunitensi, i razzi Patriot e tutto l’armamento di ultima generazione che lo Tzahal ha lanciato contro la Striscia di Gaza, movimentando per l’occasione 86 mila riservisti, sarebbe il contrappunto strategico per “garantire il diritto alla difesa di Israele”.

 

Genocidio

 

In questo contesto, fino al giorno 3 agosto, l’attacco dell’esercito sionista ha provocato la morte di 1.822 civili, dei quali 398 erano bambini, il ferimento di 9.370 palestinesi, dei quali 2.744 erano bambini e la distruzione del 50% delle case, delle scuole, degli ospedali e di tutta l’infra-struttura socio-economica, al punto che gli abitanti di Gaza hanno l’energia elettrica solo per due ore al giorno e l’acqua corre soltanto in alcune strade, visto che gli “eroici piloti di Israele” hanno bombardato l’unica centrale di trattamento dell’acqua e quasi tutteo le stazioni e sotto-stazioni di energia elettrica.

Una situazione tragica e drammatica che non impressiona minimamente la maggioranza della società israeliana, vittima di un continuo lavaggio cerebrale, realizzato “ad hoc” da parte dei media e, soprattutto, da parte dei politici sionisti. Conseguentemente, questa maggioranza appoggia e sostiene ciecamente questa guerra che già puzza di genocidio e di pulizia etnica, tale e quale a come successo in Ruanda e anche come i nazisti hanno fatto in Europa a partire dal 1939.

Un genocidio che è stato invocato pubblicamente dalla deputata Ayelet Shaked del partito sionista “Casa Ebrea”, che nella sua pagina Facebook ha scritto: “Dietro ogni terrorista ci sono uomini e donne che hanno aiutato nella formazione di ogni terrorista. Sono tutti nemici combattenti e il loro sangue dovrà ricadere sulle loro teste. Questo si riferisce anche alle madri dei martiri che hanno mandato i loro figli all’Inferno. Anche loro dovrebbero seguire il destino dei loro figli, sarebbe la cosa più giusta. Dal momento che dovrebbero andare all’Inferno fisicamente anche le case dove sono stati cresciuti questi serpenti”.

Questa è istigazione al genocidio, alla pulizia etnica, al massacro dei palestinesi in nome di Dio, visto che si cita l’Inferno e si desidera la distruzione delle loro case e delle loro proprietà che, dal 1948, continuano a essere espropriate per essere consegnate ai “coraggiosi” coloni sionisti.

Forse che l’ex-presidente israeliano, premio Nobel per la Pace, Shimon Peres, è rimasto scandalizzato dalle parole della deputata Ayelet Shaked?

Nessuno ha parlato, nessuno l’ha censurata, nessuno ha chiesto scusa per la violenza politica di questa deputata sionista. Un silenzio che negli Stati Uniti è stato ancora più severo, giacché le eccellenze della Freedom House o della Human Rights non si sono espresse contro questo manifesto a favore del genocidio palestinese che l’esercito dello Stato di Israele sta realizzando con “grande professionalismo”.

Gaza come Timor?

I responsabili della “grande politica mondiale” hanno proferito alcune parole di condanna contro l’ esercito di Israele soltanto quando l’opinione pubblica dei loro paesi è rimasta impressionata di fronte alle foto di bambini fatte a pezzi dalle bombe e praticamente assassinati in coincidenza dei ripetuti bombardamenti contro le scuole e i rifugi dell’ONU.

La verità è che tutti i presidenti e primi ministri dei paesi della NATO giustificano il genocidio praticato dall’esercito sionista nella Striscia di Gaza a causa della storica alleanza strategica con lo Stato di Israele, che nel Medio Oriente rappresenta gli interessi geo-strategici dell’Occidente.

Per questo, l’attacco distruttore contro la Striscia di Gaza si rende compatibile con la logica geo-strategica degli USA e dei paesi della NATO, visto che Hamas è l’unico soggetto politico che rigetta l’equazione del potere imperiale – una logica che ha determinato la necessaria sconfitta politica e, soprattutto, militare di Hamas, per poi rendere possibile la desmilitarizzazione completa della resistenza palestinese e la fine delle rivendicazioni nazionaliste e rivoluzionarie della cosiddetta “questione palestinese”.

In questo contesto, lo Stato di Israele sta facendo, di fatto, il lavoro sporco. Eppure, dopo di aver terminato il genocidio a Gaza, l’Occidente affiderà all’ONU il compito di riorganizzare “pacificamente” i palestinesi, come è stato fatto a Timor Est.

A questo proposito, è utile ricordare che l’esercito dell’Indonesia – anch’esso finanziato e monitorato dagli USA – ha realizzato a Timor Est un massacro di quasi 500 mila timorensi dal 1975 al 2001.

Sembra una semplice casualità, eppure lunedì (giorno 4), il ministro degli Affari Esteri di Israele, Avigdor Lieberman, ha dichiarato che “Israele appoggerebbe il mandato dell’ONU nella Striscia di Gaza, per poi restituire questo territorio ad Abu Mazem,e agli uomini dell’ANP”.

Lo stesso giorno, anche il ministro degli Affari Esteri della Francia, Laurent Fabious, e lo stesso presidente francese, François Hollande, come anche il primo ministro della Gran Bretagna, David Cameron, hanno cominciato a parlare di “soluzione timorense”.

Il problema di questa nuova favola è che prima di consegnare la Striscia di Gaza ai commissari dell’ ONU e ai corrotti impresari palestinesi legati all’ANP per la ricostruzione di quel territorio, lo stesso dovrà essere “ripulito, fisicamente e strutturalmente” da tutti i militanti di Hamas e degli altri gruppi islamici. Per questo, il massacro deve continuare non solo fino all’ultimo tunnel, ma, soprattutto, fino all’ ultimo combattente palestinese.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Israele invade Gaza per dominare lo scenario geostrategico del MO

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di Achille Lollo, da Roma per il Correio da Cidadania – Lunedì, 21 Luglio 2014
 

Dall’inizio dell'”Operazione Margine di Protezione (Protective Edge), il Presidente degli USA, Barack Obama, ha difeso l’attacco alla Fascia di Gaza, dichiarando in TV: “… Israele ha il legittimo diritto di difendersi dagli attacchi dei terroristi, tentando, tuttavia, di non coinvolgere i civili...”. A seguire, tutti i capi di governo europei, come anche gli alleati asiatici, africani e latino-americani, hanno giustificato il brutale attacco dell’esercito sionista che, nei primi 12 giorni dell’invasione, ha ucciso 339 persone, tra cui molti bambini, oltre a ferire gravemente 2.562 palestinesi, nella maggioranza civili, mentre gli sloggiati sono circa 55.000.

 

L’appoggio incondizionato a favore del governo sionista di Israele e la condanna irrevocabile contro Hamas e il popolo palestinese di Gaza vengono dalla campagna mediatica che la stampa sionista e i partiti della destra israeliana hanno promosso contro Hamas, a partire dal 12 giugno, subito dopo il misterioso assassinio di tre giovani israeliani, realizzato nei dintorni di Hebron. Di fatto, ancora oggi vi sono vaghi sospetti che l’assassinio dei tre giovani israeliani sia stato realizzato da una fantasmagorica cellula jihadista, che non ha mai rivendicato l’ esecuzione e che sarebbe formata da membri della tribù Qawasameh, tradizionalmente nemici di Hamas – e che, secondo alcuni analisti, è stata infiltrata da agenti doppi del Mossad, il servizio segreto israeliano, notoriamente specializzato in “Operazioni Speciali”.

 

Un contesto che è stato subito confermato dai media occidentali, permettendo, così, al primo ministro Benjamin Netanyahu di incolpare pubblicamente la direzione di Hamas del triplice assassinio e proclamare, davanti ai microfoni delle TV, una vendicativa invasione, sottolineando: “Daremo una dura lezione ad Hamas, distruggendo tutti i tunnel che nella Fascia di Gaza servono di base ai terroristi…”

 

Successivamente, gli effetti della manipolazione mediatica hanno permesso all’esercito sionista di realizzare in Cisgiordania una gigantesca “operazione preventiva” che, in meno di 48 ore, ha portato alla cattura di circa 1.300 militanti di Hamas, tra i quali Aziz Dweik, di 66 anni, portavoce del Consiglio Legislativo Palestinese. Una operazione che è stata acclamata dall’opinione pubblica sionista israeliana, dal momento che l’esercito è tornato ad arrestare i 570 ex-prigionieri politici palestinesi residenti in Cisgiordania, che erano stati liberati il 18 ottobre 2011, quando Hamas ha scambiato il soldato israeliano Gilad Shalit (catturato nei dintorni di Gaza, nel 2006) con la liberazione di 1.027 prigionieri politici palestinesi.

 

Bisogna anche dire che, mentre i 1.300 palestinesi sono rimasti prigionieri senza specifiche accuse del Tribunale di Hebron e, per questo, soggetti a umilianti interrogatori da parte degli investigatori del Shin Bet (Sicurezza Interna), notoriamente specializzati nella tortura fisica e psicologica, il gruppo di coloni sionisti, responsabile del linciaggio del giovane palestinese Mohamed Abu Jadair (che il due luglio è stato sequestrato e poi bruciato vivo nella piazza del quartiere di Shoafat, a Gerusalemme Orientale) continuano a essere liberi.

 

 

L’invasione

 

É evidente che il triplice assassinio di Hebron è stata la miccia necessaria al governo sionista per poter mobilizzare l’opinione pubblica israeliana, anche quella “non sionista” e, così, legittimare l’attacco contro la Striscia di Gaza “per dare una lezione ad Hamas”. Praticamente, l’“attacco totale” per distruggere la struttura militare di Hamas è un progetto che lo Stato Maggiore dello Tzahal ha programmato nel 2006 per contrapporsi alla decisione di Ariel Sharon che, in qualità di primo ministro nel 2004 e 2005, ha proclamato “la ritirata unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza, per ragioni di sicurezza”. Così, nel 2008, è stata lanciata l’operazione “Piombo Fuso” e, poi, nel 2012, è stato realizzato un altro grande attacco denominato “Pilastro difensivo”. Tuttavia, nessuna delle due operazioni è stata terminata, perché gli effetti delle nefande azioni realizzate dall’esercito e dall’aviazione israeliane hanno sollevato l’accusa di genocidio e di pulizia etnica da parte del Consiglio dei Diritti Umani dell’ ONU. È sufficiente ricordare che, nel 2008, l’operazione “Piombo Fuso” ha provocato la morte di 1400 civili palestinesi! Anche così, i rappresentanti permanenti degli USA, della Gran Bretagna e della Francia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno vetato qualunque tipo di sentenza di condanna contro Israele che, grazie alla complicità dei paesi della NATO, continua impunita dal 1948, cioè, da quando le brigate dei gruppi sionisti hanno invaso i territori della Cisgiordania, espulsando la maggior parte della popolazione palestinese.

 

Nel gennaio 2013, nonostante l’inutile interferenza del Segretario di Stato degli USA, John Kerry, lo Stato Maggiore dello Tzahal (Forze Armate Israeliane), e le dirigenze del Mossad (Intelligenza e Operazioni Speciali), dell’Aman (Intelligenza Militare) e dello Shin Bet (Sicurezza Interna), con la piena conoscenza del governo, hanno cominciato a mettere a punto la pianificazione dell’“Operazione Margine di Protezione” (Protective Edge). Tanto che, il 20 maggio 2014, il comandante della Forza Aerea di Israele, maggior-generale Amir Eshel, nell’intervenire nella Decima Conferenza Annuale sulla Sicurezza Nazionale, dichiarava: “Io credo che, negli ultimi due anni, le nostre capacità operative sono abbastanza cresciute, seconde appena a quelle degli Stati Uniti, se si considera un punto di vista tanto offensivo che difensivo…”, aggiungendo, poi: “Oggi, la Forza Aerea di Israele (IAF) ha una capacità offensiva senza precedenti, il che ci permette di attaccare con precisione migliaia di obiettivi in un unico giorno, questo perché, negli ultimi due anni, abbiamo raddoppiato la nostra capacità operativa di due volte. Così, alla fine del 2014, avremo un miglioramento stimato del 400% delle nostre capacità offensive in relazione al passato recente, come risultato di un lungo processo di miglioramento”.

 

Parole estremamente chiare che evidenziano, senza alcun dubbio, che la Forza Aerea Israeliana, con i suoi F15 e F16, armati con “bombe intelligenti GBU-28”, insieme ai missili di lunga gittata “Gerico”, può raggiungere tutte le città del Medio Oriente, incluse quelle della Siria e dell’Iran. In quest’ottica, è risultato chiaro che l’invasione contro Gaza è stata appena una dimostrazione strategica del potenziale militare di Israele. Una dimostrazione che gli strateghi di Tel-aviv vogliono che sia, prima di tutto, un segnale di allarme per i paesi del Medio Oriente che ancora dubitano degli elementi politici decisionali, del potere militare e della visione strategica di Israele. Di fatto, alle 21 e 23 minuti del giorno 17, il primo ministro Benjamin Netanyahu autorizzava la continuazione delle direttive belliche dell’“Operazione Margine di Protezione” in tutto il territorio della Striscia di Gaza, mobilitando altri 18.000 riservisti, che si sono aggiunti ai 56.000 già posizionati lungo la frontiera della Striscia di Gaza.

 

 

La “Guerra Totale”

 

Pianificata per essere eseguita con 74.000 soldati allo scopo di “ripulire”, per la durata di due mesi, la periferia e i campi di rifugiati di Gaza City e dei quartieri di Beit Lahia, Jabalia, Beit Haroun, Deir al-Balah, Khan Yunis, Abassan al-Kabera e Rafah, l’invasione terrestre è stata preceduta da un primo bombardamento “a tappeto”, che è durato 5 ore, colpendo tutta la rete di infra-strutture delle suddette città, in particolare i nodi di distribuzione delle compagnie di elettricità, gas, acqua e telefono, i ponti, come anche i grandi centri commerciali, i magazzini di carne e tutti i palazzi dell’amministrazione pubblica.

 

Un bombardamento che è cominciato prima a nord di Gaza, nella regione di Beit Lahiya, dove i caccia-bombardieri hanno scaricato bombe di frammentazione di 500 kg e bombe di penetrazione di 1.000 kg. A seguire, un’altra ondata di aerei hanno investito il quartiere di Choujaiya, ad est della Fascia, mentre una terza ondata ha scaricato il suo carico di bombe e razzi su Gaza City raggiungendo anche un campo di rifugiati dell’ONU e l’ospedale Al-Wafa. Da parte loro, le corvette e le navi lancia-razzi distruggevano tutti i tipi di costruzioni localizzate nel litorale di Gaza City. Nel frattempo, l’artiglieria (carri armati, cannoni di lunga gittata, mortai e rampe per razzi) martellava gli edifíci localizzati lungo la frontiera, fino a raggiungere la periferia di Gaza City.

 

Solamente dopo di questo bombardamento sistematico, i battaglioni di fucilieri e delle truppe speciali hanno cominciato ad avanzare con estrema prudenza tra le macerie delle case.

 

La stampa europea e, soprattutto, quella statunitense hanno fatto di tutto per minimizzare la brutalità dei bombardamenti “a tappeteo” dei giorni 17, 18 e 19, enfatizzando i comunicati del portavoce dell’esercito sionista, il tenente-colonnello Peter Lerner, secondo il quale “…Le unità della Forza Aerea Israeliana hanno realizzato soltanto bombardamenti chirurgici contro gli obiettivi militari di Hamas…”.

 

Ma il cinismo dei sionisti ha toccato l’apice quando il presidente israeliano, Shimon Peres (che nel 1994 ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per poi, nel 2005, unirsi ad Ariel Sharon nel nuovo partito di destra Kadima), in un’intervista per la BBC dopo l’assassinio di quattro ragazzini palestinesi, ha avuto la sfrontatezza di dire: “…Mi dispiace profondamente per la morte delle giovani vittime che si è prodotta per un incidente, dal momento che i nostri piloti hanno ricevuto l’ordine di non tirare dove ci sono bambini. Sfortunatamente, nel luogo

 

Dopo che questa intervista ha girato per tutto il mondo, contribuendo a rinforzare lo show mediatico dello Stato Sionista e dei suoi alleati, la TV araba Al Arabya divulgava una nota del portavoce del centro di pronto soccorso di Gaza, Ashraf al-Qudra, che annunciava ancora una volta, nel quartiere di Sabra, la morte di tre bambini, rispettivamente di 7, 8 e 10 anni, che sono stati raggiunti da un razzo sul terrazzo della loro casa, nel momento in cui stavano dando da mangiare ai loro colombi. Subito dopo, il direttore dell’ospedale, Basman Alashi, informava che, anche nella spiaggia di Gaza, altri tre ragazzi, di 10, 12 e 13 anni, erano morti colpiti, il giorno 18, dai cannoni delle corvette israeliane.

 

Il pomeriggio del giorno 19, il numero di palestinesi morti per effetto dei bombardamenti è arrivato a 339, mentre i feriti ammontavano a 2.562, senza contare, peraltro, i morti e i feriti che sono rimasti sepolti sotto le macerie dei palazzi colpiti. Morti e feriti che nella loro stragrande maggioranza sono civili, in particolare bambini, donne e anziani.

 

I miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam hanno continuato a nascondersi nei tunnel sotterranei, da dove tiravano contro il territorio di Israele 1.663 razzi Qassam. Di questi, solamente 346 sono stati intercettati dal sistema anti-razzo “Iron-Dom”, dell’esercito israeliano; i restanti non hanno colpito nessun obiettivo strategico importante. A questo proposito, bisogna ricordare che l’efficacia dei razzi Qassam è molto ridotta, per essere questo un progetto artigianale sviluppato, nel 2001, da Nidal Fat’hi Rabah Farahat. Oggi, il razzo Qassam è più un’arma politica che rappresenta lo spirito di resistenza dei Palestinesi di Gaza e il loro appoggio politico ad Hamas e ai miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam.

 

Secondo le dichiarazioni del portavoce dell’esercito sionista, il tenente-colonnello Peter Lerner, i bombardamenti continueranno ancora per altri due o tre giorni, cioè, fino a quando inizieranno i logoranti combattimenti “casa per casa” tra i miliziani che escono dai tunnel e i soldati israeliani che aspirano a controllare i perímetri urbani. È in questa fase che comincerà la vera “Operazione Margine di Protezione”, con i soldati israeliani che mirano a finirla fisicamente, in meno di trenta giorni, con le Brigate Ezzedin al-Qassam, mentre i miliziani tenteranno di trasformare Gaza City in una seconda Stalingrado.

 

 

Gaza e lo scenario geo-strategico regionale

 

Mentre l’esercito israeliano continua a bombardare la Fascia di Gaza, i dirigenti di Hamas non accettano di negoziare il cessate-il-fuoco, proposto dal segretario dell’ONU, Ban Ki-moon che, in realtà, non risolve la condizione di assoluto isolamento diplomatico ed economico a cui la Striscia di Gaza è sottoposta. Praticamente, il governo sionista impedisce il funzionamento dell’aeroporto e dei porti, oltre ad avere ottenuto dall’Egitto la chiusura dell’unica entrata commerciale attraverso il posto di frontiera di Rafah.

 

È in questo ambito e con la recrudescenza delle operazioni militari a Gaza che il primo ministro, Benjamin Netanyahu, sta riuscendo a costruire un nuovo scenario geo-strategico, la cui complessità può interferire con la rappresentatività e le proiezioni politiche che il Dipartimento di Stato degli USA ha elaborato, recentemente, per il Medio Oriente.

 

 

Gli Stati Uniti

 

Per comprendere la posizione che Benjamin Netanyahu ha assunto negli ultimi mesi, come anche l’appoggio illimitato che ha ricevuto dai comandi delle Forze Armate e dalle dirigenze dei potenti servizi segreti (Mossad, Aman e Shin Bet), bisogna dire che ciò riflette anche il conflitto politico interno al Partito Democratico, tra il clan dei Clinton e il gruppo che ancora appoggia Barack Obama, del quale John Kerry è il portavoce nell’ambito internazionale. Infatti, è notorio l’attuale procedere ondivagante, a forma di zig-zag della politica estera della Casa Bianca verso il Medio Oriente. Per esempio, quando l’Arabia Saudita ha deciso di finanziare il colpo di Stato contro il Presidente dell’Egitto, Mohamed Morsi, i sauditi non hanno chiesto l’autorizzazione alla Casa Bianca, bensì hanno informato solo le autorità di Tel-aviv, che hanno incoraggiato l’iniziativa, dal momento che Morsi e il governo della Fratellanza Musulmana stavano aiutando la dirigenza di Hamas a rompere l’isolamento imposto dall’esercito sionista.

 

Di fatto, il golpe guidato dal generale Sisi, ha creato seri problemi di credibilità alla Casa Bianca, visto che in un primo momento il presidente Obama aveva deciso di sospendere l’aiuto militare destinato all’Egitto, per un importo di 1,6 miliardi di dollari. Poi, quando la potente lobby sionista di Wall Street ha espresso il suo pensiero, Obama ha inviato John Kerry al Cairo per rinegoziare con il generale Sisi la continuazione dell’antico accordo di cooperazione firmato dai tempi di Mubarak.

 

Nella questione della Palestina, Benjamin Netanyahu ha storto la faccia quando la Casa Bianca ha appoggiato l’ accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas. Inoltre, questo è stato il motivo per seppellire definitivamente le negoziazioni di pace, costruite pazientemente da John Kerry e dal presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas.

 

Infine, il governo sionista e in particolare i comandi militari non hanno gradito l’apertura diplomatica che la Casa Bianca ha realizzato verso il nuovo presidente dell’Iran, il moderato Hassan Rohan, visto che lo smantellamento pacifico delle centrali nucleari iraniane eliminava l’ipotesi dell’attacco aereo con gli F-15 e gli F-16 israeliani.

 

In aggiunta, in ciò che si riferisce alla guerra civile in Siria, il governo sionista e la monarchia saudita hanno disapprovato le iniziative diplomatiche di John Kerry, che con l’insignificante realizzazione delle cupole “Ginevra-1” e “Ginevra-2” hanno dato al regime di Bashar al-Assad un importante respiro politico, che ha permesso la ripresa dell’iniziativa militar e, più recentemente, la vittoria nelle elezioni. Inoltre, i sionisti e i sauditi hanno censurato Barack Obama per aver “vacillato”, quando i media occidentali hanno accusato, ingiustamente, l’ esercito di Damasco di aver usato le bombe chimiche contro i civili. In realtà, l’indecisione di Obama ha dato il tempo per scoprire che sono stati gli uomini della Brigata Al-Nusra a provocare il disastro chimico di Homs.

 

 

L’Iran

 

A partire dal giorno 20 luglio, John Kerry ha aperto un canale di comunicazione con il presidente dell’Iran, Hassan Rohan, per definire un’agenda di lavoro sulle future negoziazioni per la ritirata delle sanzioni economiche imposte dall’Occidente, mentre l’Iran accettava di smantellare le centrali nucleari considerate “improprie” per l’uso civile. Conseguentemente, gli USA e l’Iran dovranno definire l’inizio delle negoziazioni realizzate con una “deadline 5+1”, cioè, con la partecipazione di Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania.

 

È evidente che Israele è contro questa “deadline”, dal momento che l’Iran, dopo lo smantellamento delle sue centrali nucleari, potrà diventare il nuovo grande partner dell’Occidente, come lo era l’Iran dello Scià Reza Pahlevi. Per questo, insieme all’Arabia Saudita (che odia l’Iran), il governo sionista ha permesso che gli agenti del servizio segreto Mossad andassero in Siria e in Iraq per allenare e monitorare i combattenti dell’ISIS. In questo modo, oltre a impedire il consolidamento politico ed economico del governo iracheno dello sciita Nuri al-Maliki, molto legato all’Iran, Israele potrà destabilizzare il futuro relazionamento del governo iraniano con le potenze occidentali, i cui servizi segreti hanno determinato il successo del Califfato dell’ISIS.

 

 

L’Iraq

 

Nel 2012, nessuno credeva che i servizi segreti della Gran Bretagna, della Francia, degli USA e, soprattutto, di Israele, stessero allenando in Siria le bande jihadiste irachene. Egualmente, nessuno pensava che in poco tempo le stesse sarebbero riuscite ad attaccare la regione centrale dell’Iraq e ad impadronirsi di vari campi petroliferi, allo scopo di finanziare le proprie attività militari. Per questo, nel 2013, differenti imprese “fantasma” israeliane e saudite già stavano comprando il petrolio che l’ISIS rubava in Siria e in Iraq, pagando appena il 50% del valore di mercato. Praticamente, l’ISIS sopravvive con la formula del petrolio rubato, con la quale il misterioso Al-Baghdadi può pagare i 30.000 combattenti fondamentalisti e sostenere la struttura amministrativa di un “Califfato” che, in teoria, si estende dalle regioni nord-orientali della Siria fino al centro dell’Iraq.

 

A causa dello spudorato comportamento dell’esercito iracheno a Mossul, il governo centrale dell’Iraq, diretto dal presidente Jalal Talabani (curdo) e dal primo ministro Nuri al-Maliki (sciita) è entrato in crisi, portando alla luce, così, tutte le contraddizioni politiche, istituzionali, economiche e militari provocate in Iraq dopo 10 anni di occupazione statunitense. Peggiore di tutto questo, è la cecità politica del governo maggioritario sciita che ancora non riesce a relazionarsi con i sunniti e i curdi.

 

Di fatto, con l’uscita del contingente militare degli USA (120.000 uomini) e la fine dei miliardari investimenti “per l’istaurazione della democrazia”, in Iraq si è creato un pericoloso “buco nero”, che la Casa Bianca pensa di potere chiudere con la riformulazione del governo del primo ministro Nuri al-Maliki, direttamente controllato dall’Iran, il cui riciclaggio politico passa per la rinuncia del programma nucleare militare, oltre che per la garanzia di una regolare fornitura di gas e di petrolio all’Occidente.

 

È evidente che le “eccellenze” della strategia sionista sostengono il processo di “balcanizzazione” dell’Iraq, con il quale pretendeno evitare la formazione di un nuovo asse politico, economico ed energetico tra Washington e Teheran.

 

Non è stato per caso che, quando John Kerry era a Erbril, per incontrarsi con il presidente della regione autonoma del Curdistan, Masud Barzani, i consiglieri israeliani avevano già suggerito a Barzani di occupare le regioni petrolifere di Kirkut, che i curdi pretendono di integrare nella loro regione autonoma. Questa iniziativa ha fatto infuriare John Kerry, perché disarticola gli equilibri tra il Curdistan e il governo centrale di Nuri al-Maliki, oltre ad ampliare le rotture del modello istituzionale, in un momento in cui l’instabilità politica tra curdi e sciiti permette al “Califfato dell’ISIS” di presentarsi come il terzo Stato etnicamente riservato ai sunniti.

 

 

La Libia

 

La disintegrazione del “processo democratico occidentale” imposto dagli USA, dalla Francia e dalla Gran Bretagna, e la divisione etnica e tribale operata dalle milizie, legate ai servizi segreti dell’Arabia Saudita e del Qatar, hanno evidenziato la completa incapacità del Dipartimento di Stato degli USA e della stessa CIA nel rimodellare la vita politica, economica e, principalmente, militare della Libia. Questo fatto, agli occhi dei sionisti e del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha rinforzato ancora di più l’idea che Israele possa essere la nuova potenza regionale capace e pronta a dettare e a far rispettare regole e, pertanto, impedire il sorgere di altre Libie. Di fatto, il colpo di Stato in Egitto e la dura repressione che il governo del generale Sisi sta imponendo nel paese con la caccia ai membri della Fratellanza Musulmana, impediscono all’Egitto di tornare a essere la grande potenza araba, che garantisca l’“ordine occidentale” in Medio Oriente.

 

 

 

Gaza

 

Non c’è dubbio che, oggi, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas, è appena una figura decorativa nel frammentato movimento di resistenza palestinese. Egualmente, il suo posizionamento ondeggiante davanti alla politica arrogante e selettiva del governo sionista e i ricchi affari che la borghesia palestinese pratica con l’industria israeliana, hanno sepolto definitivamente la tesi “Due Stati per Due Popoli”, che Yasser Arafat era riuscito a imporre negli Accordi di Oslo, il 13 settembre del 1993.

 

D’altro canto, tutti i leaders politici palestinesi contrari alla linea politica di Mahmud Abbas e Mohamed Dahlan (appoggiato personalmente dall’emiro del Qatar) o sono stati definitivamente allontanati dalla vita politica o sono incarcerati nelle prigioni sioniste, come è successo a Marwan Al-Barghouti, leader di Fatah, e a Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP), prigioniero in isolamento dal 2006.

 

Per questo, Hamas ha acquistato nel contesto palestinese una dimensione politica nazionale, visto che ha avuto il coraggio di governare e, allo stesso tempo, di rigettare le regole imposte dai governi sionisti. Allo stesso modo, la riconciliazione tra Fatah e Hamas è stata considerata dal governo sionista un atto non dichiarato di guerra, in un momento in cui lo stesso primo ministro, Benjamin Netanyahu, considera morti e sepolti gli Accordi di Oslo. Una posizione che, nonostante tutto, la Casa Bianca e i parlamenti di molti paesi europei ancora non hanno digerito.

 

Se poi si considera che Hamas è riconosciuto e appoggiato dal Qatar, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è sostenuta dall’Arabia Saudita, risulta evidente che l’“attacco totale” alla Striscia di Gaza è anche una maniera per dire a tutto il mondo arabo, compresa la Turchia – che, nonostante la firma di accordi militari con Israele, ancora sostiene la creazione di uno Stato indipendente palestinese -, che la presenza di Hamas nella Striscia di Gaza dovrà essere la stessa che Fatah esercita in Cisgiordania. Cioè, demilitarizzata, senza nessuna autonomia finanziaria, totalmente dipendente dall’economia e dai trasporti israeliani, oltre che incline a permettere che pezzetti del suo territorio siano destinati alla colonizzazione sionista. Infine, un’entità minoritaria “politicamente pacificata e controllata nel quadro delle regole della società giudaica e dell’ordine dello Stato di Israele”.

 

D’altro lato, l’inflessibile decisione di Benjamin Netanyahu di distruggere la struttura militare di Hamas è stata una maniera di presentare agli Stati Uniti e ai paesi dell’Unione Europea il nuovo scenario geo-strategico del Medio Oriente, dove Israele è la potenza nucleare e militare che rappresenta e coordina gli interessi dell’Occidente in Medio Oriente. Infine, è la moderna proiezione politica, economica e, soprattutto, geo-strategica del “Grande Israele”.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”.

[Trad. dal portogheseper ALBAinformazione a cura di Marco Nieli]

Gaza: le notizie che non fanno informazione

da Unadikum Italia

L’attacco criminale che Israele ha scatenato contro la popolazione della striscia di Gaza prende le pagine dei nostri giornali: con più o meno voltastomaco leggiamo notizie dove i morti palestinesi, (261 morti e circa 1980 feriti ) si mescolano con i morti israeliani? (1 civile colpito a Erez mentre rifocillava i soldati, 2 anziani infartuati, e 6-7 feriti).

C’è veramente da chiedersi quali siano le notizie da far girare. Per questo riporto una notizia tenuta fuori da tutti i giornali:

LA PRESENZA DI INTERNAZIONALI A GAZA CHE NON SOLO NON HANNO VOLUTO ABBANDONARE LA POPOLAZIONE, MA STANNO “DIFENDENDO” COME SCUDI UMANI AL WAFA HOSPITAL.

L’ospedale Al Wafa, come tutti gli altri ospedali, le scuole e le moschee sono indicati da Israele quali “nascondigli per resistenti” quindi obiettivi da bombardare. Tra l’altro non è una novità che Israele individui scuole ed ospedali quali obiettivi da colpire: durante l’operazione Piombo Fuso scuole dell’Unrwa, che ospitavano famiglie sfollate, erano state colpite causando morti tra i civili e l’ospedale Al Wafa era stato bombardato con bombe al fosforo.

L’ospedale in parola ha la pericolosità di ospitare 17 pazienti, uomini e donne che hanno più di 60 anni che necessitano di cure mediche 24 ore al giorno; pazienti che non possono muoversi e che necessitano di essere alimentati con le flebo. Nell’ultima settimana Israele ha lanciato razzi contro l’ospedale, colpendo i piani alti dai quali erano già stati spostati i degenti e portati tutti al primo piano.

Con loro c’erano a turno gli internazionali:
(Unadikum International Brigades) Manu Pineda, Spagna
(Unadikum International Brigades) Valeria Cortés, Venezuela
(ISM) Joseph Catron, USA
Huda Julie Webb-Pullman, Australia e Nuova Zelanda
(ISM) Fred Ekblad, Svezia (Svedese, Inglese)
(ISM) Charlie Andreasson, Svezia
Rina Andolini, UK
Collete Lechrien, Francia

La notizia che gli attivisti internazionali stanno rischiando la loro vita insieme ai pazienti ricoverati, ai medici e agli infermieri non viene diffusa, DA NESSUN GIORNALE, perché? Sarebbe un’ammissione che Israele può colpire ospedali in violazione delle Convenzioni di Ginevra. Violazioni che la società civile ha il dovere di portare davanti alla Corte Internazionale.

IERI SERA, dopo il rifiuto della Croce Rossa Internazionale di coordinare l’evacuazione dell’ospedale, i medici, gli infermieri e gli attivisti Manu Abu Carlos Pineda e Valeria Cortés, gli unici presenti in quel momento, hanno proceduto ad evacuare l’edificio.
Manu ha dovuto guidare un’ambulanza piena di pazienti ammucchiati.

La cronistoria, nelle parole di Manu:

El director del Hospital Wafa llamó a la Cruz Roja a avisarle que nos estaban bombardeando, y les pidió que avisaran a Israel para que pararan los ataques. Los representantes de la Cruz Roja se negaron a hacerlo, diciendo que lo que teníamos que hacer es abandonarlo (Il Direttore del Wafa Hospital ha chiamato la Croce Rossa per avvisare che stavano bombardando, e ha chiesto loro di dire ad Israele di fermare gli attacchi. I rappresentanti della Croce Rossa hanno rifiutato di farlo, dicendo che ciò che avremmo dovuto fare è andar via).

Luego, el director le pidió a la Cruz Roja que enviara ambulancias para evacuar a los heridos, y se han negado porque era peligroso (Poi il direttore ha chiesto alla Croce Rossa di inviare ambulanze per evacuare i feriti, e loro hanno rifiutato perché era pericoloso).

Habían dos ambulancias y un solo conductor. Yo he tenido que dar dos viajes conduciendo una ambulancia, en una zona donde yo no había conducido nunca, con enfermos en estado semivegetativo amontonados como bultos, unos encima de otros (Avevamo due ambulanze e un unico conducente. Ho dovuto fare due viaggi guidando un’ambulanza in una zona dove non avevo mai guidato, con i pazienti in stato semivegetativo ammucchiati come pacchi, l’uno sull’altro).

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