Venezuela: 7 giorni di black-out, umana solidarietà e Resistenza

di Anika Persiani 

Non c’è mai stato troppo silenzio durante il blackout, in Venezuela. Ma neanche il caos che qualcuno auspicava nonostante i giorni senza luce avessero potuto essere un’apocalisse vera e propria con omicidi, crimini, ribellioni, prese dei palazzi di governo e guerriglia. Niente, invece. Non è successo niente. I commercianti che avevano prodotti deperibili nei loro congelatori hanno iniziato a regalarli a chi aveva bisogno; chi aveva bisogno li ha presi ed ha cercato di ricompensare cucinando con fornelli casuali, o con la legna raccolta per aiutare chi, in casa, ha solo i fornelli elettrici.

Collaborazione totale, quindi. E ordine; e disciplina. Azioni quasi sorprendenti in un pese dove, come minimo, ti aspetti assassini, eventi criminosi, balli dei narcotrafficanti, contrabbandieri e sequestratori in preda ad un delirio di onnipotenza per la circostanza in questione. Si sono arrangiati tutti, ma proprio tutti, e nei modi più svariati: staffette per tornare a casa per chi abitava lontano e non poteva camminare venti chilometri, passaggi o stanze offerti per pochi bolivares o per niente, torce condivise, candele consumate a turno, chiacchierate di compagnia per anziani e persone sole e spaventate negli androni dei palazzi con gli ascensori bloccati, soccorritori improvvisati, condivisione delle poche linee di batteria rimaste nei display dei cellulari, presidi di volontari davanti alle istituzioni per aiutare a non perdere il controllo. E ministri, funzionari dello stato in mezzo di strada, ad aiutare i cittadini che ancora credono in un processo (lungo e doloroso) di cambiamento di un sistema. Stiamo parlando dei poveri, ovviamente, perché sono i poveri che vogliono compiere la loro missione. Non sono i potenti che, nei centri residenziali, hanno i loro generatori di corrente o i loro SUV per spadroneggiare sulle arterie principali della città nonostante il buio.

Certo, sembrava di vivere una situazione surreale tipo “the day after”. In più, con l’ansia addosso, con il pregiudizio europeo che si presenta a prescindere. Una strana realtà dove però ti rendevi presto conto che l’autorganizzazione funzionava. E bene. Non si poteva pagare con le carte di credito, quindi si cercavano i contanti (quasi introvabili, da queste parti) o si compravano generi di prima necessità dai negozi amici con la formula del “segna, và”.

Chi aveva disponibili scorte di acqua, pozzi o riserve, metteva a disposizione il tutto per tutti.
Ecco, oggi tutto è tornato alla normalità,  come se il blackout più lungo della storia non ci sia mai stato. Come se fosse solo un ricordo da archiviare per andare avanti in modo ancora più consapevole, con la profonda convinzione che ci sia un attacco vero, da fuori.

Sfido qualsiasi altro  popolo a mantenere la compostezza e l’ordine davanti ad un evento di questo tipo, che lo si voglia leggere come un errore del sistema di controllo interno o come un sistema mandato in tilt volutamente da una guerra sporca. Nessuno può imporre alla gente di cambiare opinione o di credere alle versioni che si stanno distribuendo come propaganda online. Non si può forzare l’opinione pubblica a valutare questa situazione come un vero e proprio attacco bellico, come una guerra moderna. Ma sì, si può dire che i fatti sono i fatti, quelli che contano. Ed i fatti sono che, in Venezuela, nonostante i disagi per le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione Europea, nonostante le mille cose che qua non funzionano, i poveri, gli operai, i contadini, i lavoratori, i pensionati e le altre categorie del tessuto sociale molto poco avvezzo alla bella vita, pur con tutti gli accidenti dedicati ai vertici per la circostanza, non hanno mai smesso di pensare: “Yankee go Home”.

Perché la maggior parte delle persone, in questo paese, ha migliorato la propria qualità di vita, ha avuto accesso all’istruzione, ad un sistema sanitario gratuito (seppur con tutte le difficoltà dovute alle sanzioni e pure alla cattiva organizzazione), grazie ad un processo forte, fatto anche da mille errori. Non ci sono più milioni di invisibili confinati nelle baraccopoli fatte con tetti di etetnit e paglia, con lamiere e cartoni, esseri umani chiamati “chusma” da altri esseri molto meno umani. Oggi ci sono grandi edifici, seppur bruttini parecchio (esteticamente ed architettonicamente) ma con tutti i comfort e gli accessori di circostanza. Villaggi veri e propri, quartieri residenziali anche per i poveri, non costruiti da Francisco Bellavista Caltagirone tanto caro a Pierferdinando Casini che si è pure prodigato a volare qua in nome dei bei tempi in cui i Caltagirone costruivano anche le bettole, a Caracas. Tetti sulla testa di milioni di venezuelani che prima, sulla testa, avevano solo pidocchi e grattacapi per pensare al futuro. Verissimo, qua non siamo alle Hawaii e non si balla l’hola-hola, ma siamo in un paese pieno di contraddizioni: ricchissimo e con una redistribuzione della ricchezza equivoca. E oggi, quelli che erano i disperati di un tempo, analfabeti alla mercé di qualche proprietario terriero in cambio di un piatto di riso e fagioli e di una stalla per dormire, hanno i loro diritti ed il diritto di voto. L’istruzione è un bene nazionale e tutti possono entrare nelle accademie per prepararsi all’università. Cosa che prima, nonostante in Venezuela i governi pseudo socialdemoci avessero già reso gratuiti gli studi universitari, non era possibile proprio per il costo della preparazione per l’accesso agli atenei. 

Insomma, Caracas, considerata una delle metropoli più pericolose al mondo, ha risposto da sola. Come hanno risposto tutte le altre città del Venezuela, i piccoli centri urbani delle campagne e delle montagne, dove milioni di persone sono rimaste isolate per giorni. Senza sapere niente dei propri cari, senza comunicazioni, senza tv, senza il tutto dell’oggi.

Hanno prevalso costanza e determinazione umana sull’isteria collettiva dell’umanità web e social.
Certo è che se questo blackout è stato parte davvero di una strategia per destabilizzare il paese, vuoi per il costume sociale soft dei caraibici, vuoi anche un po’ per la coscienza di vivere una forma nuova di colonialismo che manco si può definire neocoloniale ma semplicemente mostruosa (ancor più stronza e subdola dei sistemi precedenti), questa strategia, è fallita. In pieno.

REDS marzo 2019

Venezuela: togliere subito le sanzioni!

di Monica Perugini

Non è uno scatto venuto male, questa è Caracas adesso, dal balcone di S. Antonio.

Lo scatto è l’emblema di ciò che sta vivendo il popolo venezuelano ostaggio dei continui sabotaggi al sistema informatico delle centrali elettriche del paese operato da agenti esterni, come la stessa amministrazione nordamericana ammette sistematicamente e come il fantoccio Guaidó annuncia con perfetta previsione. Gli attuali black-out sono la conseguenza dei sabotaggi, mancando i pezzi di ricambio a causa dell’impossibilità di comprarli visto il criminale blocco economico finanziario.

Eppure in Europa si continua a parlare di regime! Quale regime permetterebbe ad un simile sciacallo di muoversi impunemente dentro e fuori il paese con mezzi infiniti di dubbia provenienza, indice 25 elezioni in 20 anni sistematicamente controllate da ispettori stranieri che ne certificano la regolarità? L’aggressione è evidente contro un popolo che, in ogni angolo del paese, non smette di ripetere che Maduro è il suo legittimo presidente e che la Rivoluzione socialista vuole e deve vivere.

L'immagine può contenere: 1 personaLe così dette democrazie occidentali dovrebbero finalmente prendere atto della situazione, anche se a loro non piace, visto che tanto cianciano di libere scelte. Togliere le sanzioni e far cessare l’isolamento del paese, ribellarsi al diktat degli Usa, riprendere le relazioni commerciali e l’import dal Venezuela. Non farlo significa essere complici di assassini, di coloro che spezzarono la democrazia cilena con il tragico golpe di Pinochet, ripetere la politica dimostrata in Libia, anzi, vista l’attuale condizione di quel paese, fare peggio: dare la riprova di una politica estera fatta di prevaricazione, guerra, aggressione a chi non si china all’imperialismo yankee ed europeo.

Ancora aggiornamenti da Caracas

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, folla e spazio all'apertodi Anika Persiani 

Quindi stiamo tornando alla quasi normalità. Ci sono ancora allerte e precauzioni per le vaste aree del paese soggette ad ulteriori black out, ma la gente continua a vivere. Si fanno feste, si celebrano matrimoni, nascono bambini. Insomma, la paura non riesce ad installarsi in questa società, siano quali siano le cause degli “apagones” (black outs). Si sale sui mezzi di trasporto e ci si sposta da un lato all’altro del paese senza farsi dominare dall’incertezza, si ride sugli autobús, si ride in metropolitana, si scherza sul buio e si riconquistano quei valori che esistevano anche in Europa, tanti anni fa; quando era più comune tenere di scorta delle candele in casa, in caso di mancanza di corrente. Non è che non si sappia cosa voglia dire, in Italia, restare senza luce. Ci siamo passati tutti, chi più, chi meno. E sconvolgersi, o fare gli sconvolti quando abbiamo ancora isole che si illuminano grazie ai generatori, è una forma ipocrita di dimenticare chi siamo e quale sia stata la nostra storia recente. 

Noi, che abbiamo concittadini che ancora bestemmiano per la mancanza di servizio idrico, dallo Zen di Palermo alla provincia di Napoli, a Napoli centro.

Oggi Caracas risponde con le strade piene di gente; le province, anche quelle più isolate, si animano di nuovo e tornano alla loro quotidianità. Le persone hanno passato giorni e giorni con le sedie piantate davanti alla porta a chiacchierare di politica, di Impero Statunitense, di invasione. Come facevamo in tempi remoti anche noi italiani, con le veglie dopo cena, d’estate, con i commenti dopo il TG e la paura del terrorismo. O aspettando che Berlinguer desse il via alla Rivoluzione.

Chi ha fatto saltare i trasformatori della centrale idroelettrica del Guri, qua in Venezuela, sicuramente è un terrorista. Siano stati soggetti che hanno lavorato direttamente dall’estero, siano stati gli stessi operatori di Corpoelec (compagnia elettrica nazionale) che, per pochi dollari, hanno optato per fottere i propri concittadini. Ne sono successe di cose strane, comunque.

Qualcuno sapeva, qualcuno era pronto a tweettare nei minuti immediatamente successivi al black out. 

E qualcun altro, dall’Italia, avvertiva coloro che volevano viaggiare con me, alla volta di Caracas, che sarebbero successe cose brutte, molto brutte, già qualche giorno prima del primo “apagón”.

Come ne siano stati a conoscenza, resterà un mistero ancora per poco.

Qua, per imbambolare tanti ingenui, in corner, si è iniziato a parlare di mancanza di manutenzione dell’impianto e della sua debolezza. Voglio dire, che magari l’impianto non fosse perfetto a causa dell’impossibilità di acquisto (per le sanzioni economiche, ovviamente) dei pezzi di ricambio, non è una novità. Qualche problema, negli ultimi tempi, si è comunque riscontrato. Ma se il tutto fosse imputabile solo alla mancanza di manutenzione, non è che contemporaneamente si sarebbero potuti perdere i trasformatori e i motori per dare energia a 24 stati. Neanche i Santeros, con le loro magie, sarebbero riusciti a fare un botto del genere!

E, da parte del governo di Nicolás Maduro, non ci sono state rese, nonostante le insistenti minacce di invasione o di intervento attraverso aiuti umanitari alquanto discutibili (persino la Croce Rossa non ha riconosciuto la legalità del metodo di intervento dalla Colombia con i camion). Perché i poveri, quelli veri, quelli che ricevono sussidi, quelli che non hanno né conti, né parenti all’estero in condizione di salvargli i giorni di metà mese, stavano con il Presidente. Pattugliavano le strade nel buio più totale, ti facevano sentire sicura anche in mezzo ad una montagna, dove arrivava solo la luce della luna. I cittadini che votano e sostengono il loro Presidente, senza paura, uscivano di notte con le torce. Le porte delle case si aprivano per offrire caffè senza zucchero (altro bene prezioso) o qualche fetta di pane. I barrios di Caracas si illuminavano grazie alle torce fatte con panni vecchi e benzina, ed in certi punti c’era più illuminazione di quando tutto funziona perfettamente.

Ecco, dal Venezuela uno straccio di racconto normale, che racconta di gente normale, che vuole respirare aria normale.

Sì, normale.

Aggiornamenti da Caracas (+VIDEO)

L'immagine può contenere: testoda Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”

Partiti dalla Lombardia con destinazione Venezuela per una missione di solidarietà, portando alle organizzazioni popolari locali farmaci raccolti col passaparola in Italia, nei giorni della distribuzione si sono trovati a subire un nuovo blackout contro il paese del Presidente Maduro. Questa la lettera inviataci che volentieri pubblichiamo.

di Monica Perugini 

Ieri in Venezuela è stato perpetrato un ennesimo attacco alla rete elettrica. Un blackout che ha colpito Caracas e buona parte del paese e che secondo il vice presidente Jorge Rodríguez è il più letale di quelli fin qui avvenuti. I nostri compagni a Valencia ci invitano a far conoscere la realtà di una situazione che rappresenta uno dei più vili e vergognosi attacchi che gli Usa stanno conducendo contro il legittimo governo del presidente Maduro, nel tentativo di isolarlo dalla Comunità internazionale e di porre allo stremo la popolazione. 

Paradossalmente, le dinamiche imperialistiche non attecchiscono in terra bolivariana come ci raccontano con foto e filmati i nostri compagni in questi giorni a Valencia.

La Comunità dello stato di Carabobo, così come il resto del paese, sta reagendo unita contro il nuovo blackout, il sabotaggio orchestrato dai gringos e dai sabotatori presenti nel paese. 

Le Comunità e i collettivi si riuniscono la sera per fare fronte comune, anche fisicamente oltre che politicamente. 

I negozianti regalano agli abitanti dei quartieri le merci che senza energia elettrica si rovinerebbero, le donne scendono in piazza col Governatore Lacava per condannare la brutale aggressione di un deputato dell’ opposizione che ha aggredito una agente della polizia Bolivariana. 

Se questa è la politica degli Stati Uniti, portata avanti dal burattino Guaidó, se queste sono le premesse per un governo di aggressori…. resisteremo per sempre al fianco del presidente Maduro e della Rivoluzione Bolivariana! 

Terra, acqua, petrolio, risorse minerarie sono dei Venezuelani e del Venezuela socialista resteranno.

Simili convincimenti sono la caratteristica politica preponderante di un popolo che grazie alle politiche di Chávez e Maduro si è emancipato, che conta e vuole contare. Gli yankee non devono passare e la solidarietà internazionalista deve fare la sua parte e raccontare come stanno le cose per davvero. 

Reagire alla pantomima messa insieme dai mezzi di comunicazione di massa, ormai globalmente asserviti ai potentati economici mondiali. Fare controinformazione anche militante, come si faceva un tempo. Il Venezuela è l’emblema di una società giusta, socialista dove i poveri non sono più schiavi e ciò è ancora e sempre possibile e noi lo stiamo facendo.
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“Le Iene” e l’autoproclamato

da Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma” 

Facciamo subito una premessa, chi ieri sera non ha visto la trasmissione de Le Iene non ha perso nulla. Era stata preannunciata come una “intervista al Presidente del Venezuela” ma a quei livelli non si è mai arrivati. Forse perché chi conduceva il servizio, come dice il sito ufficiale, non è giornalista? Ma andiamo per ordine.
I primi 10 minuti sono i peggiori, con la solita mostra di informazio
ni palesemente false, senza MAI dare voce alla controparte o citare fonti certificate, obbligo deontologico di ogni giornalista.

L’unica testimone mostrata nei primi minuti è la modella Mariana Rodriguez nella sua lussuosa casa (!!).

Dopodiché si parte per Caracas… la principale fake news è il controllo dei media da parte di Maduro. È sufficiente accendere una qualsiasi tv in Venezuela per rendersi conto del contrario, solo VTV è a favore di Maduro, gli altri canali sono tutti contro. Per non parlare poi della tv satellitare, a parte TeleSur, anche lì tutti contro Maduro.

Altra colossale bugia, smontata dal New York Times, è che Maduro avrebbe bruciato i cosiddetti aiuti umanitari nei famosi camion.


I giornalisti statunitensi, con video originali, hanno mostrato che a dar fuoco ai TIR furono i teppisti a volto coperto che lanciavano molotov contro la polizia venezuelana. Inoltre, i TIR non conducevano medicinali, come lo stesso New York Times scrive citando proprio chi quei camion li ha allestiti.


Sulla ulteriore balla delle decine di bambini morti in ospedale per il black out ci hanno pensato i medici a dire che non era vero.

Arrivano poi le immagini del buio, della fame e della sete, definite come sempre più gravi, ma per descriverle si usano immagini e testi manipolati. E sì, perché le file per l’acqua mostrate si sono formate solo nei giorni successivi al blackout e non sono una costante venezuelana. Le pompe essendo elettriche è normale che durante il blackout non funzionassero.

Successivamente si mostrano numerosi mini video “fai da te” per descrivere il “disastro Venezuela” e qui si raggiunge il top: tutti i video sono senza fonte, tutti sono presi “dalle reti sociali” dagli influencer o dai siti oppositori di Maduro. Bolsonaro con questa tecnica ha vinto le elezioni in Brasile, decine di milioni di riproduzioni di fake news a valanga invadevano i telefonini. Per una notizia che veniva smontata come palesemente falsa ne venivano lanciate altre 10, anch’esse false. 
Ma davvero questo è il modo di fare giornalismo di Italia 1? Ma davvero queste sono le argomentazioni contro Maduro?

Arriviamo poi al momento clou: entra in scena Guaidó, ripetutamente chiamato “Presidente” dal giovane italiano che si dichiara “emozionato per non aver mai intervistato un presidente”.

La chiacchierata va avanti tra foto di Totti, di Eros Ramazzotti, di Laura Pausini, gli scudetti della Juve e domande su Dio, tra foto di Salvini che indossa una maglietta con Putin e la preghiera di “non mandarci in Italia Maduro dopo che l’avrete esiliato perché abbiamo già abbastanza problemi”.

Sul tema della legittimità di Guaidó-presidente si commettono errori marchiani, come il riferimento fatto all’articolo della Costituzione invocato da Guaidó, ma senza citare l’articolo successivo che lo smentisce.

Questo secondo articolo dice che “in assenza o per destituzione del Presidente, l’incarico viene preso dal vice presidente”. Come se non bastasse, un altro articolo della Costituzione afferma che l’incarico di un eventuale presidente ad interim “deve durare al massimo 30 giorni e deve servire a convocare nuove elezioni, ma oltre i 30 giorni decade”.

Valutando queste ed altre manipolazioni su cifre e dati, anch’essi senza fonti, osservando l’atteggiamento servile dell’intervistatore e il suo spagnolo maccheronico, abbiamo cercato di capire da quanto tempo il ragazzo fosse giornalista, supponendo che se Italia 1 paga un biglietto aereo ed un hotel per registrare una intervista ad un “presidente” lo faccia servendosi di una persona qualificata ed iscritta ad un albo.

Siamo quindi andati sul sito dell’Ordine dei Giornalisti italiani ed abbiamo scoperto due cose.

La prima è che il nome Gaston Zama riportato sul servizio non esiste, il redattore de Le Iene si chiama Giorgio Romiti, chissà perché la necessità di un nome d’arte.

La seconda è che inserendo il nome vero sul sito dell’Ordine dei Giornalisti, il soggetto non appare iscritto in nessun albo su tutto il territorio nazionale: né tra i professionisti né tra i pubblicisti.

Più che di una intervista professionale si è trattato di chiacchierata tra due amici oppositori di Maduro, pubblicizzata invece da giorni come una cosa di altro livello… una chiacchierata coordinata per interessi di immagine e dopo il flop dei piani golpisti.

Anche l’arresto del braccio destro di Guaidó, nei cui telefonini sono state trovate e mostrate le prove inconfutabili del reclutamento di mercenari, è stato raccontato capovolto descrivendo Marrero come una vittima innocente del perfido “dittatore attaccato al trono” (letterale).

Davvero una brutta pagina, l’ennesima, di quello che oggi è l’alleato numero uno del liberismo e delle malefatte internazionali: il falso servizio informativo usato come propaganda per convincere centinaia di milioni di persone.

Di seguito, per chi volesse commentare, riportiamo nel primo link con il post della pagina de le Iene, nel secondo link trovate invece il post del signor Giorgio Romiti alias Gaston Zama, che invita i suoi amici a fargli i complimenti per il suo lavoro.

[Testo e foto riproducibili citando gentilmente la fonte]

 

LaIguanaTv 26mar2019: Debate con Marinella Correggia

L'immagine può contenere: 1 persona, testo

(VIDEO) Fundalatin: Bachelet obvió en su informe a víctimas de guarimbas

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, persone in piedi, folla e spazio all'apertopor Fundalatin

Ginebra, 3mar19. En su intervención durante la actualización oral de la situación de derechos humanos en Venezuela, la presidenta de la Fundación Latinoamericana por los Derechos Humanos y el Desarrollo Social (Fundalatin), María Eugenia Russián, lamentó que la Alta Comisionada de las Naciones Unidas para los Derechos Humanos, Michelle Bachelet, no tomara en cuenta a las víctimas de la violencia con fines políticos ocurridos en ese país.

La Alta Comisionada de las Naciones Unidas para los Derechos Humanos condenó la “reducción del espacio democrático, especialmente la criminalización continua de la protesta pacífica”, pero no dijo que grupos extremistas de la oposición al Gobierno han asesinado a decenas de personas y han utilizado vías de fuerza para derrocar al presidente de Venezuela.

En este sentido, la ONG Fundalatin rechazó que “la actualización presentada (por Bachelet) invisibilice las acciones de violencia ejecutadas por sectores de la oposición venezolana, las cuales han dejado un saldo lamentable de víctimas que han sido quemadas vivas, degolladas o simplemente asesinadas por estos grupos antigubernamentales. Ningún balance objetivo de la situación venezolana puede obviar esta realidad”, expresó.

Por otra parte, la representante de la ONG con estatus consultivo ante el Consejo de Derechos Humanos cuestionó que el informe presentado por la Alta Comisionada no profundice sobre el impacto del bloqueo económico y financiero que Estados Unidos le ha impuesto a Venezuela.

“Las pérdidas económicas de estas medidas coercitivas suman más de 21 mil millones de dólares, que equivalen a la importación de medicinas y alimentos durante cinco años para todos los venezolanos. La causa determinante de la situación actual en Venezuela es el bloqueo económico y financiero. Nos preocupa que la Alta Comisionada haya obviado esta situación”, replicó la Presidenta de Fundalatin.

Fundalatin exhortó al Consejo de Derechos Humanos y a la Alta Comisionada de las Naciones Unidas para los DD.HH. a sumarse al esfuerzo para “reconocer las medidas coercitivas unilaterales como crímenes de lesa humanidad que afectan de manera sistemática y deliberada a toda la población civil”, apuntó.

Asimismo, María Eugenia Russián se mostró sorprendida de que la Alta Comisionada no haya condenado “la grosera amenaza de intervención militar por parte de Estados Unidos, que vulnera la paz y la estabilidad, no solo de Venezuela sino de la región”.

“Todos los órganos del sistema de Naciones Unidas deben actuar en defensa de la Carta de la ONU y rechazar el uso de la fuerza contra cualquier país, incluido Venezuela”, afirmó.

Por último, la ONG Fundalatin pidió a la Alta Comisionada, Michelle Bachelet, realizar una visita a Venezuela para reunirse con todos los sectores sociales del país suramericano y observar la realidad de los derechos humanos.

“Sin duda, su visita dejará un saldo positivo para atender los retos y consolidar los progresos del país en esta materia”, apuntó.

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Venezuela decide

L'immagine può contenere: 1 persona, in piedi, cappello e spazio all'apertopor Julio Escalona 

Caracas, 18mar2019.- El poder mundial (una convergencia conflictiva entre poder financiero, poder militar y narcotráfico) se mueve entre dos peligrosas tendencias: el totalitarismo y el caos global, que tienen como denominador común el ascenso del fascismo que va corrompiendo la democracia, anulando las posibilidades de convivencia social, multiplicando la violencia, imponiendo la dictadura del consumismo compulsivo de bienes materiales, que mata la vida espiritual y la esperanza en un mundo mejor, mientras los seres humanos se llenan de cosas materiales, inútiles, o del miedo por no poseerlas o de perderlas como resultado de eventuales transformaciones que revitalizando la vida cotidiana vayan eliminando las velos de las miserias que ocultan la dictadura mundial que aplana sueños libertarios e implanta la rutina de la sumisión.

Lo que mantiene el espíritu de resistencia y rebelión del pueblo venezolano, son, principalmente, las esperanzas y sueños en un mundo mejor, que el presidente Chávez fue sembrando mediante claras realizaciones y la construcción de símbolos espirituales y principios como la solidaridad, la fraternidad, la confianza en que sólo el pueblo salva al pueblo. En el desarrollo del proceso, el paternalismo, el oportunismo, el burocratismo, la corrupción, que se han hecho crónicos, son un grave peligro de retroceso e involución hacia el egoísmo y la ruptura de los nexos solidarios.

La fase más difícil de la guerra es la defensa de los principios y la construcción simbólica, base de la unidad cívico-militar, que demanda la movilización de las milicias populares, sangre y sudor del poder popular. Base de un gobierno revolucionario y de un pueblo unido que jamás será vencido. Tiene un aspecto material, pero es en la fortaleza espiritual donde se decide.

Ese poder mundial, mantiene conflictos en el mar de China, Asia, Medio Oriente, África, Europa, las fronteras de Rusia y la región latinocaribeña. Como bien sabemos en Venezuela se está decidiendo el resultado.

San Juan de los Morros 21mar2019: Encuentro con Marinella Correggia

SIEMBRA DE CHÁVEZ

En el Marco de los seis (6) años de la siembra del comandante Chávez la UNERG, FREUNERG y la cátedra UNASUR tienen el honor de invitarl@s a la Conferencia CHÁVEZ, PRESIDENTE DE LA PAZ Ponente: Marinella Correggia.

Lugar: auditorio Hugo Chávez Frias

Fecha: jueves 21 de marzo 2019

Hora: 2 pm

Pueblo y diplomacia vs casus belli

L'immagine può contenere: 5 persone, persone che sorridono, persone in piedi, albero, pianta, bambino e spazio all'apertopor Julio Escalona

Caracas, 07mar19.- Venezuela está en guerra. Las denuncias de Cuba y Rusia, confirman los pasos
para cercar militarmente a Venezuela. Trump ha ordenado cero negociaciones, pero nuestra diplomacia se anota continuos éxitos contra la agresión.

Avanza una ofensiva nacional-mundial, que incluye guerra psicológica y mediática, utilizando mentiras, calumnias, intrigas, orientadas a sembrar terror, desmoralización, negación de los imaginarios y sentimientos solidarios para imponer el egoísmo y plenar de confusiones y perversiones el alma popular.

Además, el bloqueo económico, comercial y financiero agudiza la crisis económica, la escasez, la desesperación… Pero, la mayoría del pueblo mantiene la conciencia antiimperialista.

Un grupo de compañeros ha planteado una consulta electoral en medio de este cuadro e insiste en la inconstitucionalidad de la Asamblea Nacional Constituyente. En parte alguna de la CRBV se señala la necesidad de un referéndum consultivo para convocar la ANC. Heroicamente amplios sectores populares participaron en la elección y el art. constitucional 348 es taxativo al señalar quien tiene la iniciativa para la convocatoria. ¿Podría establecerse la unidad para enfrentar la agresión imperial?

No hay salida negociada a la crisis por responsabilidad de la dirección opositora, que ha dado un golpe de Estado al promulgar el Estatuto que rige la transición a la democracia… y utilizando arbitrariamente el art. 233, ilusoriamente depone al presidente Maduro sin cumplir los requisitos exigidos para declarar falta absoluta del presidente y sin convocar a “una nueva elección… dentro de los 30 días consecutivos siguientes”. La derogación de la CRBV se encubre diciendo que “los
mecanismos jurídicos establecidos en la Constitución resultan insuficientes” (Matheus, redactor) como si ellos tuviesen facultades para interpretar y corregir la CRBV.

Un sector significativo del pueblo venezolano no aceptará la arbitrariedad. Por eso el auto proclamado ha dicho que invocará la intervención militar de EEUU para masacrar, contando con la maquinaria militar de EEUU, a los que somos parte de ese pueblo. Pero Ud., señor autoproclamado, no podrá evadir su responsabilidad criminal y puede que la masacre no sea suficiente para someter a la nación venezolana, pues diplomáticamente los venimos derrotando.

Milano 23mar2019: Giù le mani dal Venezuela!

A Michelle Bachelet

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, persone in piedi, folla e spazio all'apertopor Pasqualina Curcio

18 marzo, 2019 8:00 am

En 1972, en la ONU, Allende dijo: “resulta tanto más doloroso tener que venir a esta tribuna a denunciar que mi país es víctima de una grave agresión. El imperialismo y su crueldad tienen un largo y ominoso historial en América Latina, somos víctimas de una nueva manifestación del imperialismo. Más sutil, más artera, y terriblemente eficaz, para impedir el ejercicio de nuestros derechos de Estado soberano. Esta asfixia financiera de proyecciones brutales, se ha traducido en una severa limitación de nuestras posibilidades de abastecimiento”.

Pocos le escucharon.

Un año después, 1973, bombardearon La Moneda. Asumió la presidencia Pinochet. Inició la más cruenta de las dictaduras.

Dos años después, 1975, senadores del Congreso de EEUU demostraron que la CIA participó en el golpe de Estado. Concluyeron que derrocaron un gobierno democrático para instaurar una dictadura.

Medio siglo después, 2019, resulta tanto más doloroso tener que denunciar que mi país, Venezuela, es víctima de la misma grave agresión.

Vivimos una situación económica y política, que sin llegar a ser una crisis humanitaria, se caracteriza por la dificultad para adquirir medicinas y algunos alimentos, así como el aumento acelerado de los precios. Las causas son las medidas coercitivas unilaterales e ilegales del imperialismo y los ataques a nuestra moneda que a la fecha nos han ocasionado pérdidas por más de 110 mil millones de dólares, equivalentes a 30 años de comida y medicinas para nuestro pueblo.

Al igual que en Chile, hemos sido víctimas de actos fascistas y terroristas. Recientemente sufrimos un blackout criminal que dejó sin electricidad, agua, combustible y comunicación a los 30 millones de venezolanos durante 4 días. Apagón similar al sufrido por el pueblo chileno el 14 de agosto de 1973. No es casualidad.

Señora Alta Comisionada para los DDHH de la ONU, los venezolanos no necesitamos ayuda humanitaria. Requerimos que el imperialismo levante el bloqueo financiero y comercial, cese el ataque a nuestra moneda y detenga los actos terroristas contra nuestro pueblo.

Reclamamos justicia.

Reconocer que estas acciones y manifestaciones del imperialismo son crímenes de lesa humanidad, sería un paso importante para la estabilidad y la paz mundial.

A respecto, la ONU tiene, desde hace décadas, una gran deuda.

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per un'educazione di sani principi e insane fini

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La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

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