Llamado de ALBA Movimientos: todos los pueblos con Venezuela

ALBA Movimientospor albamovimientos.org

Hacemos un llamado enérgico a las instituciones y pueblos del continente desde la plataforma continental ALBA Movimientos para detener el asedio injerencista del imperialismo a través de la OEA contra la República Bolivariana de Venezuela, como parte de la agenda de violencia que partidos políticos de la derecha venezolana han desatado contra la población venezolana que solo quiere paz y que se resuelvan los problemas fundamentales generados por la acción coordinada entre burguesías nacionales y corporaciones trasnacionales.

1b2a9b44-f3df-4109-85ec-d7bd3aa077eeDenunciamos que toda esta situación es consecuencia de un plan orientado por el Departamento de Estado de los EE.UU., una clara prueba de ello es el grotesco ejercicio militar conjunto que promueven en este momento en la frontera venezolana con la vergonzosa colaboración de los gobiernos de Colombia, Perú y Brasil; gobiernos lacayos del imperialismo y títeres de la agenda neoliberal, mientras sus poblaciones cada día son más pobres y viven en peores condiciones.

  1. Respeto a la soberanía venezolana, basta de injerencia extranjera

Los llamados que se hacen desde el gobierno de Washington y desde su ministerio de colonias, la OEA, violan la soberanía venezolana y la constitución de ese país. Lo más preocupante es que promueven y legitiman la confrontación fratricida, además pretenden amenazar militarmente, cosa que ya creímos superada en nuestro continente.

  1. Exigimos el cese de la violencia fascista que intenta instalar la derecha en las calles

La mayoría de la población venezolana sale día a día a las calles pero a trabajar y lo ve impedido por focos violentos promovidos por la derecha política que moviliza a miles de venezolanos opositores al gobierno hacia emboscadas repitiendo el guion que ya vimos en abril de 2002.

  1. Apoyo contundente a la iniciativa del Presidente Nicolás Maduro: Constituyente Popular

Venezuela en los últimos 17 años ha sido un ejemplo para la región a partir de la Constituyente de 1998. Ha logrado desarrollar un robusto modelo democrático varias veces validado con importantes niveles de participación y organización, así como una contundente agenda de disminución de la pobreza y garantía de derechos humanos. Hoy renuevan el compromiso del legado del Comandante Hugo Chávez, convocando al pueblo como poder originario, para solucionar entre todos y todas los verdaderos problemas fundamentales del país ante la negativa de las elites de dialogar y consensuar una verdadera ruta para superarlos.

Bajo estas consignas centrales nos declaramos en movilización permanente para defender la Revolución Bolivariana que ha sido garante de defensa de la soberanía nacional, apego a la democracia delineada en la Constitución Nacional, y protección del pueblo de las amenazas económicas y la violencia.

Venezuela es corazón también de las iniciativas de integración desde la cooperación y la solidaridad, pero sobre todo es esperanza para las clases trabajadoras y desposeídas de que otro modelo de sociedad es posible, una alternativa al modelo de despojo del capital que hace ricos a pocos y pobres a la inmensa mayoría que pagamos la crisis de este sistema caduco.

Por eso levantamos la campaña de defensa permanente titulada Venezuela Corazón de Nuestraméricapara posicionarla en las calles y en las redes.

Por la soberanía de nuestros pueblos

Somos paz, somos pueblo

Seguimos caminando por la Patria Grande

Viviremos y venceremos

Coordinación Política-ALBA Movimientos, 17 de mayo de 2017

ALBATV: Verso l’Assemblea Internazionale dei Popoli

da albatv.org

Dichiarazione verso l’Assemblea Internazionale dei Movimenti ed Organizzazioni dei Popoli

1. Stiamo attraversando un momento storico nel mondo dove si evidenzia la crisi generale del sistema capitalista concentrato nel capitale finanziario. Tale crisi colpisce tutte le dimensioni della vita: si tratta di una crisi economica che genera miseria tra il popolo ed un crescente aumento della disoccupazione e che riduce drammaticamente le possibilità del popolo di accedere ai suoi diritti fondamentali come l’alimentazione, la casa e la salute. L’aspetto più perversa di ciò è che popolazioni intere sono forzate ad emigrare al fine di provare ad ottenere migliori condizioni di vita ed uscire dall’esclusione che il sistema impone loro. Si tratta di una crisi sociale giacché gli avvenimenti mostrano la violenza verso il popolo che esige questi diritti negati, rispondendo con la criminalizzazione, la repressione ed il genocidio.

2. Questa situazione è prodotto della necessità dell’impero e delle imprese transnazionali di conquistare nuovi territori per sfruttare i loro beni naturali e concentrare la maggiore ricchezza a forza di distruzione dell’ambiente. Si tratta di una crisi ambientale a causa della distruzione, che all’interno del sistema capitalista è irreversibile, del nostro pianeta. Si tratta di una crisi politica dovuta al discredito delle istituzioni degli Stati che obbediscono alle necessità dei mercati dominati dal capitale invece di dare risposta alle richieste sociali. Si tratta di una crisi culturale che impone alle società abitudini consumiste, valori individualisti e di competizione tra le persone, contro valori come la solidarietà ed il lavoro collettivo.

3. A ciò dobbiamo aggiungere il fatto che in questi giorni Wikileaks ha reso pubblici 10.000 documenti della CIA di maggiore importanza rispetto a quelli che aveva pubblicato durante i primi tre anni di Snowden. Adesso abbiamo la prova che la CIA ha utilizzato un grande numero di armi cibernetiche. Queste armi consentono ad ogni telefono cellulare, ad ogni computer portatile, ad ogni moderno televisore di diventare una macchina spia al servizio delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti, molto peggio di ciò che immaginava la fantascienza. Nessun bambino è nessuna bambina che abbia accesso a qualche tipo di tecnologia è al sicuro nella sua propria abitazione nemmeno nel bagno. Questa pubblicazione prova una volta di più che gli Stati Uniti non hanno assolutamente nessun rispetto per la privacy dei cittadini e delle cittadine del mondo.

4. Per completare il quadro della situazione dobbiamo evidenziare che la regione araba e i suoi popoli vivono la più crudele manifestazione dell’egemonia imperialista da quando è stato creato lo Stato sionista di Israele. I nostri popoli soffrono varie forme di saccheggio coloniale ed occupazione dirette. Da alcuni anni ci troviamo di fronte ad una escalation offensiva del capitale che insieme ai suoi alleati provano persistentemente a frammentare gli Stati e ad affondarli nel caos con scontri settari come quelli etnici. Sviano la direzione delle lotte contro il nemico sionista e l’imperialismo causando milioni di profughi che a loro volta fomentano e finanziano il terrorismo criminalizzando le legittime resistenze popolari.

5. In questa situazione abbiamo la certezza che non ci sarà trasformazione sociale senza l’organizzazione e la mobilitazione della maggioranza dei nostri popoli; è necessario concentrare le forze per produrre azioni che tirino fuori i popoli dalla frustrazione che genera questo sistema diseguale promotore della violenza e si incontrino attivando e dando visibilità nell’ambito pubblico internazionale alle rivendicazioni che sono necessarie per conquistare e costruire una società giusta libera e sovrana, spinta dalla autodeterminazione dei popoli.

6. Allo stesso modo dobbiamo rafforzare le nostre azioni per la formazione politica ed ideologica delle compagnie e dei compagni. Questo deve essere un pilastro fondamentale per comprendere la complessità che attraversa il mondo per trasformarlo. Abbiamo inoltre bisogno di potenziare i nostri strumenti di comunicazione. Una cultura solitaria, denigrante, si forma attraverso i messaggi subliminali che rafforzano comportamenti egoistici, maschilisti, xenofobi, omofobi e potenziano la violenza soprattutto contro le donne. Di fronte a ciò abbiamo la responsabilità di creare e di appoggiare la nostra cultura popolare che essenzialmente è solidale e d’impegno e si rafforza nell’azione e nello scambio collettivo.

7. Da alcuni decenni, noi, i movimenti e le organizzazioni popolari, ci organizziamo e ci articoliamo a partire dalle nostre lotte e dalle storie comuni nella Nuestramerica. A partire dalle resistenze al neoliberalismo, abbiamo potuto costruire piattaforme di articolazione settoriali che oltrepassano le frontiere imposte e inoltre abbiamo messo in piedi i Forum Sociali Mondiali, dopodiché, a partire dalla leadership del Comandante Chávez da vari anni abbiamo costruito l’articolazione dei movimenti sociali verso l’ALBA che riunisce i principali movimenti popolari di tutto il continente.

8. Anche nel continente africano abbiamo costruito articolazioni attraverso la realizzazione di un incontro continentale in Zambia che ha visto la la presenza di 21 paesi. Nel Medio Oriente si prepara un incontro regionale per quest’anno che ha l’obiettivo di riunire organizzazioni di oltre 10 paesi e ci sono anche incontri pianificati in Asia, nel sud est asiatico ed in Europa. In tutte le regioni del mondo incontriamo articolazioni che esistono, resistono e lottano con le quali abbiamo contatto e hanno interesse ad unirsi in questo processo.

9. La base dell’unità è l’unità di azioni, e noi proponiamo unificare sforzi e mobilitazioni intorno a date concrete che sono vincolate al nostro che-fare e alle lotte che liberiamo nei nostri paesi, perciò proponiamo mobilitazioni congiunte simultanee come quella dell’otto marzo, il giorno Internazionale delle Donne, il cinque giugno, giornata dell’ambiente, l’otto di ottobre, anniversario della caduta in combattimento del Comandante Ernesto Che Guevara, il sedici di ottobre, giorno della sovranità alimentare, e inoltre proponiamo di stabilire una giornata di lotta contro l’imperialismo statunitense per manifestare il nostro rifiuto alle azioni fasciste e di ingerenza, violatrici dei diritti umani da parte del governo statunitense.

Infine, dal Venezuela di Miranda, Simón Rodríguez, Bolívar, Zamora y Hugo Chávez, raccogliendo l’eredità della proiezione internazionale del Comandante Eterno, chiamiamo alla realizzazione dell’assemblea internazionale dei movimenti ed organizzazioni popolari con la presenza di 2.000 delegati e delegate da realizzarsi in queste terre nel periodo del sette di novembre del presente anno, a 100 anni dalla Rivoluzione russa, con l’obiettivo di articolare i movimenti e le organizzazioni popolari di carattere antimperialista, anticapitalista, anticolonialista, anti latifondista, antipatriarcale, antirazzista e anti bellicista dei cinque continenti del mondo, per costruire una piattaforma politica e un piano internazionale di azioni e lotti unitarie che ci permetta di praticare l’internazionalismo e affrontare i nemici dei popoli e dell’umanità.

Questo sarà un momento per dimostrare il nostro impegno la nostra attiva solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e i popoli del Venezuela che mantengono viva la fiamma della speranza del il mondo intero.

Caracas, 7 marzo del 2017

I Membri del Comitato articolatore dei Movimenti ed Organizzazioni dei Popoli dei Cinque Continenti

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Hacia una Asamblea internacional de movimientos populares

por albatv.org

Declaración hacia una Asamblea internacional de movimientos y organizaciones de los pueblos

1. Estamos atravesando un momento histórico en el mundo donde se evidencia una crisis estructural del sistema capitalista centrado en el capital financiero. Esta crisis afecta todas las dimensiones de la vida: una crisis económica, generando miseria en el pueblo, un creciente aumento del desempleo y reduciendo dramáticamente las posibilidades del pueblo de acceder a sus derechos básicos, como la alimentación, la vivienda y la salud. La cara más perversa de esto es que poblaciones enteras son forzadas a emigrar para intentar conseguir mejores condiciones de vida y salir de la exclusión hasta la que empuja el sistema. Es una crisis social ya que los acontecimientos muestran cómo se desata la mayor violencia hacia el pueblo que exige esos derechos arrebatados, respondiendo con criminalización, represión y genocidio.

2. Esta situación es producto de la necesidad del imperio y las empresas transnacionales de conquistar nuevos territorios para explotar sus bienes naturales y concentrar mayor riqueza, a fuerza de destrucción del ambiente. Estamos frente a una crisis ambiental por destrucción irreversible de nuestro planeta. También se corresponde con una crisis política, dada por un descreimiento de las instituciones de los estados, que atienden las necesidades del mercado dominadas por el capital en lugar de dar respuesta a las demandas sociales. Por todo esto la crisis adquiere una dimensión cultural imponiendo a las sociedades hábitos consumistas, valores individualistas y de competencia entre las personas, atentando contra valores como la solidaridad y el trabajo colectivo.

3. Sumado a este escenario, en estos días, Wikileaks liberó 10.000 documentos secretos de la CIA, de mayor tamaño que los que ya había publicado durante los primeros tres años de Snowden. Ahora tenemos pruebas que la CIA ha utilizado un gran número de ciber armas. Estas armas tornan cada teléfono celular, cada computador portátil, cada TV en una maquina espía al servicio de las agencias de inteligencia de los estados unidos, mucho peor de lo que imaginaba la ciencia ficción. Ningún niño o niña que tenga acceso a algún tipo de estas tecnologías está a salvo ni en su propia habitación, ni en el baño. Esta publicación comprueba una vez más que los EEUU no tiene absolutamente ningún respeto por la privacidad de los ciudadanos y ciudadanas del mundo.

4. Para finalizar el cuadro de situación debemos remarcar la que región árabe y sus pueblos viven las más crueles manifestaciones de la hegemonía imperialista. Desde la creación del estado sionista de Israel, nuestros pueblos sufren varias formas de saqueo colonial y ocupaciones directas. Hace unos años presenciamos una escalada de la ofensiva capitalista que, junto a sus aliados, intentan persistentemente fragmentar a los estados y hundirlos en el caos con confrontaciones sectarias como las étnicas. Desvían la dirección de las luchas contra el enemigo sionista y el imperialismo causando el desplazamiento de millones a su vez que fomentan y financian el terrorismo, criminalizando las legítimas resistencias populares.

5. En este marco tenemos la certeza que no habrá transformación social sin la organización y movilización de la mayoría de nuestros pueblos. Es necesario concentrar las fuerzas en producir acciones que saquen a los pueblos de la frustración que genera este sistema desigual promotor de la violencia, y se encuentren activando y visibilizando en el ámbito de lo público e internacional las reivindicaciones que son necesarias conquistar para construir una sociedad justa, libre, y soberana, impulsada desde la autodeterminación de los pueblos.

6. Así también, debemos fortalecer nuestros esfuerzos en formación política e ideológica de compañeras y compañeros. Esto debe ser un pilar fundamental para comprender la complejidad que atraviesa el mundo para transformarlo. A su vez, necesitamos potenciar nuestras herramientas de comunicación. Es una cultura solitaria, denigrante, formada a través de mensajes subliminales que refuerzan comportamientos egoístas, machistas, xenófobos, homofóbicos, y potencian la violencia machista sobre todo hacia las mujeres. Frente a ella, nosotros tenemos el compromiso de crear y apoyar nuestra cultura popular que esencialmente es solidaria, comprometida y se fortalece en la acción y el intercambio colectivo.

7. Hace décadas los movimientos y organizaciones populares nos venimos organizando y articulando desde nuestras luchas e historias comunes. En nuestra América, a partir de las resistencias al neoliberalismo, pudimos construir plataformas de articulación sectoriales que trascendieron las fronteras impuestas e inclusive dimos surgimiento a los Foros sociales mundiales. Luego a partir del liderazgo del comandante Chávez hace varios años venimos construyendo la articulación de movimientos sociales hacia el ALBA que reúne a los principales movimientos populares de todo el continente.

8. En el continente Africano también nos hemos venido articulando habiendo podido construir un encuentro continental en Zambia con la presencia de 21 países. En la región de medio oriente se prepara un encuentro regional para esta año que pretende reunir organizaciones de más de 10 países como así también hay encuentros planificados en Asia, sudeste asiático y Europa. En todas las regiones del mundo encontramos articulaciones que existen, resisten y luchan con las cuales tenemos contacto y tienen interés en sumarse a este proceso.

9. La base de la unidad es la unidad de acción y nos proponemos unificar esfuerzos y movilizaciones, alrededor de fechas concretas que están vinculadas a nuestro que hacer y a las luchas que libramos en nuestros países; por ello proponemos movilizarnos conjunto y simultáneamente el 8 de marzo, día internacional de las mujeres, el 5 de junio, día del medio ambiente; 8 de octubre, aniversario de la caída en combate del comandante Ernesto Che Guevara; 16 de octubre día de la soberanía alimentaria y también proponemos establecer un día de lucha contra el imperialismo estadounidense, para manifestar nuestro rechazo a las acciones fascistas, injerencistas y violadoras de derechos humanos del gobierno norteamericano.

10. Finalmente, desde la Venezuela de Miranda, Simón Rodríguez, Bolívar, Zamora y Hugo Chávez, recogiendo el legado de proyección internacional del comandante eterno, convocamos a la realización de la Asamblea internacional de movimientos y organizaciones populares con la presencia de 2.000 delegados y delegadas a realizarse en estas tierras, en torno al 7 de noviembre del presente año, a cien años de la revolución Rusa, con el objetivo de articular a los movimientos y organizaciones populares de carácter antiimperialista, anticapitalista, anticolonialista, anti latifundista, anti patriarcal, anti racista y antibelicista de los cinco continentes del mundo para construir una plataforma política y un plan internacional de acciones y luchas unitarias que nos permita llevar a la práctica el internacionalismo y enfrentar a los enemigos de los pueblos y la humanidad.

Así también será un momento para demostrar nuestro compromiso y solidaridad activa con la revolución Bolivariana y el pueblo de Venezuela que mantienen encendidas las llamas de esperanza del mundo entero.

Caracas, 7 de marzo de 2017

Miembros del comité articulador de Movimientos y organizaciones de los pueblos
de los cinco continentes

El 8M paramos en Nuestraamérica, y la tierra toda temblará

paro_mujeres-flyer-albapor Articulación de Movimientos Sociales hacia el ALBA

Nosotras, mujeres, lesbianas, trans, indígenas, campesinas, urbanas, afros, trabajadoras, estudiantes, feministas integrantes de los Movimientos Sociales del Alba, paramos el 8 de marzo en nuestros países para visibilizar las luchas que por más de cinco siglos han dado las mujeres en nuestro continente, para visibilizar el trabajo cotidiano de la reproducción y cuidado, trabajo no reconocido como tal y por tanto no remunerado y precarizado. Paramos para visibilizar nuestros cuerpos desaparecidos por las redes de prostitución y trata, nuestros cuerpos asesinados en femicidios, nuestros cuerpos maltratados por la violencia obstétrica, en definitiva nuestros cuerpos golpeados por la violencia patriarcal.

 

Nosotras paramos para denunciar que las guerras nos toman como botín y que incluso en procesos de paz como en Colombia, nos siguen asesinando, por lo que seguiremos luchando por hacer de la implementación del Acuerdo de las FARC-EP y el dialogo del ELN oportunidades para construir la paz de Colombia que es la paz del continente.

 

El 8M paramos para denunciar los femicidios, que están desangrando a México y Centroamérica, creciendo de manera alarmante en todo el continente, con complicidad de los Estados y las redes del narco, de la prostitución, de la trata y del crimen organizado. Nosotras paramos para denunciar los femicidios territoriales de las mujeres defensoras de la naturaleza, de los bienes comunes, de los ríos, de los bosques, como Berta Cáceres en Honduras, Laura Leonor Vásquez Pineda en Guatemala, Macarena Valdés en Chile, Ruth Alicia López Guisao, Emilsen Manyoma, Yoryanis Bernal y Luz Herminia Olarte en Colombia. Paramos para reconocer el lugar que las mujeres venimos asumiendo en el enfrentamiento a las políticas neoliberales, extractivistas, del capitalismo patriarcal y colonial.

 

Denunciamos que desde la mayoría de los gobiernos del continente, y los fundamentalismos religiosos se siguen negando los derechos sexuales y reproductivos de las mujeres, se sigue penalizado el aborto causando muertas por abortos clandestinos y mujeres encarceladas por ejercer el derecho a decidir sobre sus cuerpos. Continúa la represión a las identidades LGTBI, y se establecen medidas de control de nuestros cuerpos. Exigimos que se implemente la educación sexual integral en todos los niveles de escolaridad pública, y que se desarrolle una comunicación no sexista.

 

El 8M paramos para gritar que todas somos migrantes. Expulsadas de nuestros territorios, criminalizadas en los lugares a los que llegamos, vamos tejiendo nuestras propias redes de encuentro y de rebeldía.

El 8M paramos para que sepan de nuestra fuerza, de nuestra capacidad de llenar las calles y las plazas, de salir de las casas al espacio público y ocuparlo con nuestras exigencias antipatriarcales, anticapitalistas, antirracistas. Para gritar que vivas y libres nos queremos.

 

El 8M paramos para expresar nuestro rechazo a los golpes de estado, a la militarización, a la represión sobre nuestros pueblos. Porque frente a la feminización de la pobreza, respondemos con la feminización de la resistencia.

 

Ante la pérdida de conquistas, de derechos sociales, de libertades, las mujeres avanzamos en nuestra potencia organizativa y política. Por eso decimos también, que nuestras luchas no son solamente defensivas.

Seguiremos defendiendo los procesos populares asediados por el gran capital, como en Venezuela, Bolivia, Ecuador, El Salvador, Nicaragua y Cuba. Defenderemos siempre la Revolución Cubana, como estrella que sigue dando ejemplo de dignidad antimperialista.

 

El 8M paramos para denunciar la agresión imperial contra Venezuela, el bloqueo silencioso de las transnacionales y de los gobiernos derechistas dirigidos a aislar a la Revolución Bolivariana, atacando específicamente a las mujeres, e intentando agobiarlas económicamente.

 

El 8M paramos en solidaridad con las luchas descolonizadoras y antimperialistas de las mujeres y el pueblo de Puerto Rico, colonia de Estados Unidos por más de 500 años, que también estarán parando en reclamo de su independencia total.

 

Exigimos la libertad de Milagro Sala, de Ana Belén Montes, y de todas las prisioneras y prisioneros del imperio.

 

Paramos para exigir la salida y denunciar a las tropas de la MINUSTAH que han violado a mujeres haitianas que valientemente resisten la ocupación.

Paramos porque nuestras luchas no reconocen fronteras, porque seguiremos de pie enfrentando el capitalismo y el patriarcado por nosotras y nuestros pueblos, hasta a ver a toda Nuestramérica  Libre, Socialista y Feminista.

 

 

El 8M paramos en abya yala, y la tierra toda temblará

 

Sin el protagonismo de las mujeres, no hay revolución

 

Las mujeres reivindicamos nuestro derecho al placer, a la libertad, y al deseo

 

Revolución en las calles, en las plazas y en las camas

 

Sin feminismo no hay socialismo

 

Ni una Menos

 

Vivas nos queremos

Declaración de la XIV Cumbre del ALBA-TCP

DECLARACIÓN DE XIV CUMBRE DEL ALBA-TCP 05.03.2017

La XIV Cumbre Alba – TCP culminó en el Palacio de Miraflores con una Declaración Final que vislumbra una nueva oportunidad para la reagrupación, la movilización y la lucha. Así se dio a conocer en el comunicado final leído por la ministra del Poder Popular para Relaciones Exteriores, Delcy Rodríguez, tras la intervención de los jefes de Estado y de Gobierno en la plenaria. En el documento, los jefes de Estado y de Gobierno, así como representantes de naciones, enfatizan en la necesidad de afianzar el apoyo de las acciones emancipadoras, así como fijar con claridad y realismo los horizontes, identificar bien los valores y principios que nos unen. También apuestan por asumir un programa de acción integracionista, solidaria e internacionalista, que establezca las premisas económicas, sociales y políticas del cambio liberador.

Declaración de la XIV Cumbre de Jefes de Estado y de Gobierno del ALBA-TCP DEFENDAMOS LA UNIÓN, LA DIGNIDAD Y LA SOBERANÍA DE NUESTRA AMÉRICA

Los Jefes de Estado y de Gobierno de los países miembros de la Alianza Bolivariana para los pueblos de Nuestra América – Tratado de Comercio de los Pueblos (ALBA-TCP) nos reunimos en Caracas, a cuatro años de la siembra del Comandante Hugo Chávez Frías y a cuatro meses de la partida del Comandante en Jefe Fidel Castro Ruz, nuestros fundadores, y cuyos ejemplos e ideas interpretan y resumen el legado de los libertadores. Ellos nos educaron en entender nuestras luchas y anhelos nacionales como procesos interdependientes y como contribuciones solidarias a los sueños comunes de libertad, dignidad, justicia y paz para la Patria Grande; a anteponer los intereses colectivos a los nacionales. El ALBA-TCP, alianza política, económica, y social, defiende la independencia, la autodeterminación y la identidad de Independencia y Patria Socialista, nuestros pueblos. Nos une la solidaridad, la complementariedad, la justicia y la cooperación, con el propósito histórico de aunar las capacidades y fortalezas de nuestros países, a fin de alcanzar el desarrollo integral y existir como naciones soberanas. América Latina y El Caribe atraviesa una etapa crucial de su historia: los procesos democráticos populares, liderados por gobiernos, fuerzas políticas y movimientos de izquierda, enfrentan una nueva embestida del imperialismo, el capital transnacional y las oligarquías nacionales. El declive del hegemonismo imperial, los impactos de la crisis sistémica internacional y la caída de los precios de nuestros recursos de exportación, en particular de los hidrocarburos, abren nuevos desafíos. Son generados por las mismas fuerzas que crearon la pobreza, la exclusión y la dependencia de nuestras naciones y que nos impusieron invasiones y dictaduras para consolidar su poder. En todos estos años y contra nuestra resistencia, el neoliberalismo no ha cejado en su empeño de extender su lógica financiera: no se trata de una teoría de desarrollo, es la doctrina del saqueo total a nuestros pueblos. Con el neoliberalismo, la economía mundial no ha crecido en términos reales y en cambio se ha multiplicado la inestabilidad, la especulación, la deuda externa, el intercambio desigual, las crisis financieras cada vez más frecuentes, la pobreza, la desigualdad, el desempleo y el abismo entre el Norte opulento y el Sur desposeído.

Su retorno ha resucitado al peor conservadurismo, reactivó el fundamentalismo, la xenofobia, el racismo y el militarismo. La política es financiada por empresas y gobiernos extranjeros. Los adelantos científico-tecnológicos han propiciado un alto nivel de concertación político-comunicacional entre imperialistas y oligarcas para manipular a las masas y agredir nuestras culturas. Nuevos rostros, instrumentos y métodos confunden a los votantes y trastocan los resultados electorales. Los partidos de derecha utilizan los poderes legislativo, judicial y mediático como plataformas de conspiración y quiebran, sin escrúpulos, el orden democrático que solían defender, imponen paquetazos de ajuste con privatizaciones y despidos masivos y fomentan la articulación de la subversión política y la lucha de ideas.

La corrupción contra la que lucharon las organizaciones y movimientos de izquierda y progresistas de la región antes de llegar al poder, y contra la que han debido combatir fuertemente una vez convertidos en gobiernos, es manipulada con fines políticos, para criminalizar y desmoralizar a organizaciones y líderes. Unos se escudan en ella para atacar la eficacia, justicia y eficiencia de las administraciones públicas, limitando la confianza de los ciudadanos en sus instituciones y su ejercicio participativo. Otros se evaden, ocultando inmoralmente sus capitales en paraísos fiscales.

Debemos denunciarlos a todos y combatirlos con energía, a la vez que incrementamos los esfuerzos para fortalecer una buena gestión en la administración de los bienes públicos y colectivos. El control social de los mismos debe asumirse como una prioridad en los países miembros del ALBA-TCP. Este enfrentamiento resulta esencial y deberá formar parte de nuestra integridad y ética, mientras trabajamos por la prosperidad de nuestros países. El ataque principal es contra la Revolución Bolivariana. Las arbitrarias sanciones estadounidenses contra Venezuela, en especial contra su Vicepresidente Ejecutivo compañero Tareck El Aissami, deben ser anuladas. La inexplicable orden ejecutiva del Presidente de los Estados Unidos de Norteamérica que declara a Venezuela una amenaza inusual y extraordinaria a la seguridad nacional de ese país, debe ser derogada. Venezuela, es la cuna de la libertad de Nuestra América, impulsora de la integración regional y bastión del antiimperialismo. La defensa de Venezuela y de su revolución no es problema exclusivo de los venezolanos. Es causa que convoca a todos los que luchamos por la verdadera independencia en América Latina y El Caribe. En Venezuela se libra hoy la batalla de Ayacucho del siglo XXI. La unidad y la integración regional de la América Latina y El Caribe es una necesidad impostergable, en este complejo entorno. El ALBA-TCP, junto con bloques como el MERCOSUR, la UNASUR, CARICOM, y otros que recobraron su protagonismo en la última década, deben continuar contribuyendo a la integración regional. La Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC), es nuestra obra más preciada. Es el mecanismo para fraguar la unidad en la diversidad a través de la concertación política.

La Comunidad ha debido enfrentar la resistencia de los defensores del fracasado panamericanismo. Debemos preservarla. Nuestro compromiso con la Proclama de América Latina y El Caribe como Zona de Paz guía nuestra actuación internacional. Ella refrenda nuestro estricto apego a los principios de la Carta de las Naciones Unidas y del Derecho Internacional, reafirma nuestro respeto a la libre determinación, la soberanía nacional y la igualdad soberana de los Estados. Expresa la voluntad de solucionar diferencias de forma pacífica, por el diálogo y la negociación; y reconoce el derecho inalienable de todo Estado a elegir su sistema político, económico, social y cultural. Las pequeñas economías del Caribe, que sufrieron el genocidio contra la población nativa y la esclavitud, y el saqueo colonial y neocolonial, enfrentan hoy los desafíos resultantes del cambio climático, los desastres naturales y otras crisis globales, lo que las hace las más vulnerables de nuestra familia. El Caribe, apoyado decididamente por la generosa iniciativa de Petrocaribe, merece la mayor solidaridad y toda nuestra atención. Resaltamos que el agua y el saneamiento básico son un derecho humano que no puede estar en manos de privados y que es deber de los Estados garantizar su suministro para el bienestar de los pueblos. Frente al ALBA-TCP y a todos los esfuerzos integracionistas genuinos, está la Organización de Estados Americanos, en la que las preocupaciones de nuestros pueblos no hallan expresión y mucho menos respaldo o defensa sino tentativas y proyectos hegemónicos. La conducta de su Secretario General es indigna y carece de mandato alguno de los Estados Miembros. Nuestra América enfrenta una nueva agenda de dominación imperial, signada por el anuncio de un proteccionismo egoísta y extremo que impactará a nuestras aún dependientes economías. La implementación del Acuerdo de París sobre cambio climático está hoy bajo amenaza.

Nuestra gente, forzada a la migración por las condiciones de vida resultado del subdesarrollo y de un orden económico internacional injusto y excluyente, es perseguida, criminalizada, deportada y sus derechos humanos frecuentemente violados. En nombre de la seguridad se incrementan los gastos militares y policiales, se persigue a las personas por motivos religiosos o raciales, y se construyen muros, como el de la frontera norte de México, a cuyo pueblo le expresamos toda nuestra solidaridad. En el ALBA-TCP expresamos nuestra preocupación por el tratamiento a nuestros hermanos latinoamericanos y caribeños que se encuentran en condición de migrantes, en este sentido proponemos reactivar el Fondo para el Apoyo Legal y Asesoría a los Migrantes dentro del Banco del ALBA.

Los gobiernos y pueblos del ALBA-TCP vemos en estos fenómenos una nueva oportunidad para la reagrupación, la movilización y la lucha. Debemos apoyar las acciones emancipadoras, fijar con claridad y realismo los horizontes, identificar bien los valores y principios que nos unen y asumir un programa de acción integracionista, solidaria e internacionalista, que establezca las premisas económicas, sociales y políticas del cambio liberador. Necesitamos fortalecer las organizaciones y movimientos sociales para enfrentar a nuestros adversarios. Tenemos que explicar mejor a los pueblos el alto grado de dependencia externa de nuestras economías y cómo ello compromete la independencia y la soberanía nacional. Podemos y debemos abrir más oportunidades al comercio y a la cooperación intrarregional para asegurar la independencia económica, garantía de nuestra independencia política. En ese sentido, ratificamos nuestro compromiso para profundizar una agenda de trabajo social, económica y productiva que fortalezca la Alianza y facilite a nuestros pueblos las condiciones adecuadas para su desarrollo integral. Respaldan y apoyan la convocatoria del Estado Plurinacional de Bolivia, la Conferencia Mundial de Los Pueblos Por un Mundo Sin Muros Hacia la Ciudadanía Universal, a realizarse los días 20 y 21 de junio de 2017 en la ciudad de Cochabamba, Tiquipaya, de ese país. Saludamos la designación del compañero David Choquehuanca, como nuevo Secretario Ejecutivo del ALBATCP y le deseamos éxitos en sus funciones.

Somos responsables no solo de construir conciencia de la necesidad del cambio, sino de persuadir y demostrar la certeza de su posibilidad. Integrémonos y unámonos todos. En ello está la victoria.

Caracas, 5 de marzo de 2017

¡Solidarios con la Canciller bolivariana Delcy Rodríguez!

por Emilio Lambiase – Presidente ANROS Italia

COMUNICADO DE SOLIDARIDAD A LA CANCILLER DELCY RODRÍGUEZ

ALBAinformazione – ANROS Italia, como parte de los grupos, asociaciones, redes y movimientos sociales de solidaridad internacionalista con los países del ALBA y del Sur del mundo, repudia de manera firme y tajante la vil y dura agresión física de la que fue víctima la Canciller de la República bolivariana de Venezuela Delcy Rodríguez al ejercer su derecho de participar a la XI Reunión Estraordinaria del Mercosur (Mercado Común del Sur) instalada en la Cancillería argentina el pasado 14 de diciembre 2016.

En breve, la ministra fue golpeada por un polícia del cuerpo antimotínes cerca del acceso al palacio gubernamental para que no asistiera al encuentro entre los cancilleres de los países integrantes del bloque por razones sencillamente políticas, faltando de respeto a la digna Delcy y al gobierno del Presidente Nicolás Maduro que tantos esfuerzos han llevado a cabo para sumar fuerzas y unir las naciones y los pueblos del Cono Sur.

De hecho, los representantes diplomaticos de Argentina, Brasil, Paraguay y Uruguay pretenden sacar a Venezuela de la presidencia del organismo con la excusa de que su gobierno no haya “internalizado” las normas mercosurianas, es decir el apego a las leyes y mecanismos internos del bloque cuando, al contrario, Venezuela ha cumplido con el 95% de sus tareas en cuatro años diferentemente de Argentina y Brasil que en veinticinco años sólo han totalizado el 50%.

Estos gobiernos que culpabilizan e invisibilizan al país bolivariano pretenden acabar con la postura soberana, libre e independiente del organismo, poniéndose en desacato ante el derecho internacional y la voluntad plena y legítima de Venezuela de dirigir el Mercosur y impulsar los mecanismos de inclusión, equidad, solidaridad y justicia social que hoy más que nunca hay que realizar en el continente latinoamericano. Además, es preciso denunciar que los representantes de la entidad, excepto lo de Bolivia solidario con Delcy, expresaron su claro injerencismo, violencia política y derechización en las relaciones multilaterales entre países, pueblos y naciones hermanas que siempre han estado luchando por la Libertad con Justicia Social, la Solidaridad, la dignidad y la amistad entre los pueblos para favorecer un nuevo modelo social, político, cultural e ideológico para este mundo.

En conclusión, respaldamos de forma leal y contundente a la postura de la Canciller y del gobierno revolucionario y todas las mujeres revolucionarias de Venezuela, del Presidente Nicolás Maduro ante este genero de actos irrespetuosos hacia las instituciones venezolanas e instamos a las autoridades argentinas, a partir del presidente neoliberal Mauricio Macri, a pedir disculpas a sus pares venezolanos y tratar de recuperar las relaciones bilaterales con Argentina, cuyo digno y hermano pueblo siempre se ha sumado a los intentos del pueblo bolivariano de mejorar y transformar el continente suramericano desde una nueva y más justa perspectiva política.

#VenezuelaSeRespeta
#Las MujeresDelMundoSeRespetan
#DelcyMujerValiente
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Julián Isaías Rodríguez: «ALBA alternativa alla crisi del capitalismo»

Ambasciatore del Venezuela in Italia: «ALBA modello alternativo alla crisi del capitalismo»da mppre.gob.ve

In occasione del 1° Incontro delle Comunità Andine e Latinoamericane tenutosi presso la Casa del Popolo di Torpignattara, l’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Julián Isaías Rodríguez, ha affermato che L’alleanza Bolivariana per i Popoli della Nuestra America – Trattato del Commercio dei Popoli (ALBA-TCP) è un modello alternativo alla crisi.

L’incontro è stato organizzato dalla Rete Comunità Andina (CAN) in Italia, il cui obiettivo era quello di sensibilizzare i presenti circa le problematiche dei migranti latinoamericani nella penisola italiana, in particolare, le comunità andine di Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù.

Dal momento che l’ALBA-TCP è diventata un vero e proprio modello di riferimento in materia di complementarità e cooperazione reciproca tra i popoli, gli organizzatori hanno considerato opportuno invitare il massimo rappresentante diplomatico di uno dei paesi fondatori dell’alleanza.

Durante l’attività, l’Ambasciatore Rodríguez ha dichiarato con forza che l’ALBA è il riflesso «dell’integrazione latinoamericana dei popoli, dal basso, partendo dai movimenti popolari», e nasce ispirata «dalle battaglie anticoloniali, anticapitaliste, anti-patriarcali e antimperialiste».


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(FOTO) Caro Saviano, sì, Napoli è bolivariana!

di Fabrizio Verde*

Con la vittoria schiacciante di de Magistris parte da Napoli un grande movimento popolare di liberazione destinato a rompere le catene del neoliberismo, come il chavismo in Venezuela

Il popolo napoletano ha scelto, per i prossimi 5 anni sarà ancora Luigi de Magistris a governare la città. Una scelta nient’affatto scontata visto che il sindaco partenopeo ha vinto senza alcuna struttura partitica alle spalle, contro l’intero complesso mediatico e di potere italiano che ha cercato di boicottarlo e ostacolarlo in ogni modo. Napoli si conferma dunque la prima città ‘bolivariana’ d’Italia.

Noi il termine lo utilizziamo con accezione positiva, rimarcando le distanze da chi, vedi Roberto Saviano attraverso le colonne di ‘Repubblica’, ha accusato de Magistris di essere un sindaco ‘venezuelano’ indicando questa come una circostanza negativa.

Luigi de Magistris vince in maniera schiacciante perché così come il Comandante Hugo Chavez, si trova in sintonia con il suo popolo. Un popolo ridestatosi dopo lunghi anni di assopimento, narcotizzato dalle politiche liberiste e affariste portate avanti in città dal Partito Democratico e dai suoi predecessori che avevano condotto Napoli sull’orlo del baratro. Basti pensare alle strade invase dai rifiuti di qualche anno fa. Proprio come accaduto nel Venezuela dell’epoca precedente l’arrivo al potere di Hugo Chavez con la sua Rivoluzione Bolivariana, dove vi era una grande ricchezza appannaggio di pochi e la stragrande maggioranza del popolo languiva nella miseria.

A Napoli, così come accaduto nel Venezuela chavista, si vogliono implementare politiche volte a conferire potere reale al popolo, perché la democrazia dev’essere applicata in maniera integrale superando gli angusti limiti del liberalismo, che si ferma agli aspetti formali. Andare oltre quell’architettura istituzionale congegnata appositamente per celare dietro le tanto sbandierate libertà, un potere in realtà oligarchico, dominato da potenti lobby, imprese economiche e media, di segno fortemente classista.

Un sistema politico che è stato ben descritto dal politologo britannico Colin Crouch, che utilizza il termine postdemocrazia per descrivere quei sistemi politici – liberali – formalmente regolati da norme democratiche che vengono, però, svuotate dalla prassi politica. «Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato – scrive il politologo nel suo volume «Postdemocrazia» – condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici».

Napoli ha rigettato la miseria pianificata prevista dalle politiche neoliberiste, per recuperare dopo oltre 150 anni, la sua autonomia da una nazione, l’Italia, che non l’ha mai capita. E mai potrà farlo. Vinta questa sfida, Luigi de Magistris risulta essere il solo leader capace di contrastare efficacemente Matteo Renzi sul piano nazionale. L’unico esponente politico italiano portavoce di un vasto movimento contro il liberismo che in Italia al momento non ha voce e rappresentanza.

Insomma, se ne facciano una ragione i pennivendoli alla Saviano, dalla Napoli bolivariana di Luigi de Magistris parte la sfida per superare gli angusti limiti del liberalismo formale e rompere definitivamente le catene del neoliberismo.

* direttore responsabile de lantidiplomatico.it
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Il fratello Obama – Riflessioni di Fidel

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da Granma.cu

I re spagnoli ci portarono i conquistatori ed i proprietari, le cui orme restarono nei fagotti di terra circolari assegnati ai cercatori d’oro nelle sabbie dei fiumi, una forma abusiva e corruttiva di sfruttamento i cui resti possono essere colti dall’alto in molti posti del paese.

Ad oggi, il turismo consiste in larga parte nel mostrare le delizie dei paesaggi ed assaporare le squisitezze alimentari dei nostri mari, ogni volta che si condivide con il capitale privato delle grandi corporazioni multinazionali straniere, i cui profitti non sono degni del men che minimo riguardo se non raggiungono miliardi di dollari ciascuna.

Poiché mi son visto obbligato a citare l’argomento, devo aggiungere, soprattutto per i giovani, che poche persone si rendono conto dell’importanza di tale condizione in questo momento particolare della storia umana. Non dirò che si è perso tempo, ma non esito ad affermare che non siamo sufficientemente informati, né voi né noi, delle conoscenze e delle coscienze che dovremmo possedere per poter affrontare le situazioni che ci sfidano. La prima cosa da prendere in considerazione è che le nostre vite sono una frazione storica di un istante, che bisogna condividere maggiormente le necessità vitali di ogni uomo.

Nessuno, senza dubbio, è buono o cattivo di suo. Nessuno di noi è formato per il ruolo da assumere nella società rivoluzionaria. In parte, noi cubani abbiamo avuto il privilegio di contare sull’esempio di José Martí. Mi chiedo persino se doveva morire o meno a Dos Ríos, quando disse “è giunta l’ora”, e si scagliò contro le forze spagnole trincerate in una forte linea di fuoco. Non voleva ritornare negli USA e non aveva chi lo facce rientrare. Qualcuno ha strappato dei fogli dal suo diario. Chi si è macchiato di questa perfida colpa, che è stata indubbiamente opera di qualche cospiratore senza scrupoli? Conosciamo differenze tra i capi, ma mai mancanza di disciplina.

“Chi tentasse di impossessarsi di Cuba, raccoglierà la polvere dalla sua terra annegato nel sangue, se non muore nella lotta”, disse il glorioso leader nero Antonio Maceo. Si riconosce lo stesso in Máximo Gómez, capo militare più disciplinato e discreto della nostra storia.

Guardandolo da un’altra angolazione, come non ammirare l’indignazione di Bonifacio Byrne quando, dall’imbarcazione distante che lo portava di ritorno a Cuba, notata un’altra bandiera insieme a quella della stella solitaria, esclamò: “La mia bandiera è quella che mai è stata mercenaria…”, aggiungendo subito dopo una delle più belle frasi che abbia mai ascoltato:”Se disfatta in tanti piccoli pezzetti, sarà la mia bandiera un giorno… I nostri morti sapranno ancora difenderla alzando le braccia…”.

Neppure dimenticherò le accese parole di Camilo Cienfuegos quella notte, quando ad alcune decine di metri bazooka e mitragliatrici di provenienza nordamericana, nelle mani dei controrivoluzionari, puntavano alla terrazza dove ci eravamo fermati.

Obama era nato nell’agosto del 1961, come lui stesso ha spiegato. Più di mezzo secolo sarebbe trascorso da quel momento.

Vediamo senza dubbio come la pensa oggi il nostro illustro visitatore:
“Sono venuto qui per lasciare indietro i retaggi della guerra fredda nelle Americhe. Sono venuto dando una mano amichevole al popolo cubano”.

Immediatamente, una pioggia di concetti, decisamente nuovi per la maggior parte di noi:

“Entrambi viviamo in un nuovo mondo colonizzato dagli europei”. Ha continuato il presidente statunitense: “Cuba, allo stesso modo degli Stati Uniti, è stata costruita dagli schiavi condotti dall’Africa; allo stesso modo degli USA, il popolo cubano è ereditario di schiavi e schiavisti”.

Le popolazioni indigene non esistono per nulla nella mente di Obama.

Neppure afferma che la discriminazione razziale è stata spazzata via dalla Rivoluzione; che il ritiro (dal lavoro) ed il salario dei cubani furono decretati dalla Rivoluzione stessa prima che il signor Barack Obama compisse dieci anni.

L’odiosa abitudine borghese e razzista di reclutare sbirri per espellere i cittadini neri dai centri di ricreazione è stata cancellata dalla Rivoluzione cubana. Questa sarebbe passata alla storia per la battaglia condotta in Angola contro l’apartheid, mettendo fine alla presenza di armi nucleari in un continente con più di un miliardo di abitanti. Non era questo l’obiettivo della nostra solidarietà, ma quello di aiutare i popoli dell’Angola, del Mozambico, della Guinea Bissau ed altri paesi dal dominio coloniale fascista portoghese.

Nel 1961, appena due anni e tre mesi dopo il trionfo della Rivoluzione, una forza mercenaria con cannoni e fanteria blindata, equipaggiata con aerei, fu addestrata ed accompagnata da navi da guerra e portaerei statunitensi, attaccando il nostro paese a sorpresa. Nulla potrà giustificare quel perfido attacco costato al nostro paese centinaia di perdite tra morti e feriti. Della brigata d’assalto filoyankee, si è potuto notare che in nessuna parte sia stato evacuato un solo mercenario.

Aerei da combattimento yankee sono stati presentati dinnanzi alle Nazioni unite come contingenti cubani ribelli.

L’esperienza militare e la forza di questo paese sono incredibilmente noti.
(I nordamericani) hanno creduto allo stesso modo che la rivoluzionaria Cuba sarebbe stato facilmente messa fuori gioco in Africa. L’attacco dal sud dell’Angola da parte delle brigate meccanizzate del Sudafrica razzista li porta quasi a Luanda, la capitale angolana.

Qui comincia una lotta prolungata per non meno di quindici anni. Non parlerei neppure di questo, se non avessi il dovere elementare di rispondere al discorso di Obama nel Gran Teatro Alicia Alonso all’Avana.

Non cercherò neppure di fornire dettagli, ma soltanto porre l’attenzione sul fatto che lì fu scritta una pagina onorevole della lotta di liberazione dell’uomo.
In un certo modo, avrei voluto che il comportamento di Obama fosse stato corretto. La sua umile origine e la sua naturale intelligenza erano evidenti.

Mandela era stato arrestato a vita e si era convertito in un gigante della lotta per la dignità umana. Un giorno, arrivò nelle mie mani una copia del libro nel quale si narra una parte della vita di Mandela e -oh, che sorpresa!- il suo prologo era stato scritto da Obama. Lo sfogliai rapidamente.
Incredibile la dimensione della minuscola lettera di Mandela che precisava dei dati. Vale la pena aver conosciuto uomini come lui.

Sull’episodio in Sudafrica, devo segnalare un’altra esperienza. Ero realmente interessato a conoscere più dettagli sul modo in cui i sudafricani avevano acquisito le armi nucleari. Avevo soltanto l’informazione precisa che non superavano le 10-12 bombe. Una fonte sicura sarebbe stato il professore e ricercatore Piero Gleijeses, il quale aveva scritto il testo di “Missioni nel conflitto: L’Avana, Washington e l’Africa 1959-1976”; un lavoro eccellente.

Sapevo che lui era la fonte più sicura di quanto era accaduto e così glielo comunicai; mi rispose che non aveva più parlato dell’argomento, perché nel testo aveva risposto alle domande del compagno Jorge Risquet, ambasciatore o collaboratore cubano in Angola, un suo gran amico.

Rintracciai Risquet; già in altri importanti incarichi, stava ultimando un corso del quale gli restavano alcune settimane. Questo compito coincise con un viaggio abbastanza recente di Piero nel nostro paese; l’avevo avvertito che Risquet aveva già parecchi anni e che la sua salute non era ottima. Pochi giorni dopo, accadde quel che temevo. Risquet peggiorò e morì. Quando Piero arrivò, non aveva nulla da fare se non promesse, ma già ero riuscito ad ottenere un’informazione sull’arma (nucleare) e l’aiuto che il Sudafrica razzista aveva ricevuto da Reagan ed Israele.

Non so cosa dirà Obama su questa storia. Ignoro se lo sapesse o meno, anche se nutro parecchie perplessità sul fatto che non ne sapesse assolutamente nulla. Il mio modesto suggerimento è che rifletta e non cerchi di elaborare teorie sulla politica cubana.

C’è una questione rilevante:

Obama ha pronunciato un discorso nel quale utilizza le parole più edulcorate per dire: “Dobbiamo ormai dimenticarci del passato, lasciamolo dietro, guardiamo al futuro, facciamolo insieme, un futuro di speranza. E non sarà facile, ci saranno sfide, e a queste daremo del tempo; ma la mia permanenza qui mi dà più speranze di quello che possiamo fare insieme come amici, come una famiglia, come vicini, insieme”.

Si suppone che ognuno di noi correva il rischio di un infarto ascoltando queste parole del presidente degli Stati Uniti. Dopo un vergognoso blocco (economico, finanziario e commerciale) che dura da quasi sessant’anni, e tutti quelli che sono morti in attacchi mercenari a barche e porti cubani, un aereo di linea colmo di passeggeri fatto esplodere in pieno volo, invasioni mercenari, molteplici atti di violenza e forza?

Nessuno s’illuda che il popolo di questo nobile e sacrificato paese rinuncerà alla gloria ed ai diritti, alla ricchezza spirituale conquistata con lo sviluppo dell’istruzione, della scienza e della cultura.

Faccio notare, inoltre, che siamo capaci di produrre gli alimenti e le ricchezze materiali di cui abbiamo bisogno con lo sforzo e l’intelligenza del nostro popolo.

Non abbiamo bisogno che l’Impero ci regali nulla. I nostri sforzi saranno leciti e pacifici, perché è il nostro impegno per la pace e la fratellanza di tutti gli esseri umani che vivono su questo pianeta.

Fidel Castro Ruz
27 marzo 2016
10.25 p.m.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

Roma 4mar2016: Ecuador 9 anni di Rivoluzione ciudadana

A Roma seminario sugli sviluppi dei Paesi dell’ALBA

5af601a1-9290-4e75-8022-e4e1f34af4c3da Prensa Embaveneit

Roma, 5feb2016.- L’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana ha organizzato, insieme alla Sapienza di Roma, il Seminario Internazionale “Missioni Sociali e prospettive culturali dei paesi dell’Alba per l’amicizia dei popoli”, per ricordare l’insurrezione civico-militare avvenuta nel paese il 4 febbraio del 1992 (conosciuto come “4F”), condotta dal Comandante Hugo Rafael Chávez Frías, il quale con valore, impegno e amore per la sua Patria assunse personalmente la responsabilità di quell’evento davanti ai mezzi di comunicazione e ad un popolo che, più avanti, avrebbe riposto in lui tutta la speranza di ricostruzione di una patria nuova.

Al Seminario sono intervenuti l’Incaricato d’Affari della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Maria Elena Uzzo Giannattasio, il Prorettore agli Affari Generali, Antonello Biagini, il Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, Luciano Vasapollo, l’ambasciatore dell’Ecuador in Italia, Juan Fernando Holguín, l’ambasciatore del Venezuela presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione (FAO), Elias Eljuri, l’Incaricato d’Affari dell’Ambasciata della Bolivia, Luís Sánchez e il Consigliere agli Affari Politici dell’Ambasciata di Cuba, Roger López García: con la loro presenza, i rappresentanti dei paesi dell’Alba hanno non solo reso omaggio alle gesta del Presidente Chávez ma hanno ribadito il forte legame di cooperazione e amicizia che esiste tra i popoli latinoamericani, sui cui poggiano pilastri fondamentali per lo sviluppo di una diplomazia multi e pluri-polare, come il rispetto, la giustizia e la solidarietà. 

E’ importante sottolineare che il Seminario si è svolto in una delle Università più prestigiose e importanti d’Europa e ha accolto la presenza di numerosi docenti, studenti e ricercatori, interessati a conoscere gli attuali sviluppi in corso in America Latina e la loro incidenza nella trasformazione del continente.

María Elena Uzzo, rappresentante della Missione Diplomatica venezuelana in Italia, ha ricordato che la Patria di Bolívar celebra la “Giornata della Dignità Nazionale” proprio in memoria di quel 4 febbraio 1992, che permise di lanciare “il seme di quell’alleanza tra il mondo civile e il mondo militare, che diede i suoi primi frutti sei anni più tardi e si consolidò, dopo dieci anni, con i fatti dell’aprile 2002”.  

La diplomatica venezuelana ha poi dichiarato: “Oggi, 24 anni dopo, nonostante siamo vittime più che mai degli attacchi del sistema di dominazione mondiale e siamo definiti una minaccia per gli imperi sanguinari, guerrafondai e sfruttatori, rivendichiamo lo spirito di quel 4 febbraio e diciamo al mondo intero che nessuno potrà mai toglierci questa nostra dignità, e che per lei siamo disposti, se necessario, a dare la vita”.

Da parte sua, il Professor Vasapollo ha ricordato che “Il 4F rappresenta per la Sapienza un giorno di rottura, di sviluppo delle potenzialità democratiche di un popolo, di rivoluzione democratica e resistenza”. Quel giorno ci fu “Una rivolta importante, contro un governo legato agli interessi delle multinazionali, degli oligarchi e degli USA”.

“Quel giorno il Comandante Chávez iniziò un percorso che marcò una svolta nella storia del Venezuela, che permise di dare voce agli emarginati e costruire un sistema più giusto, più equo, basato sul rispetto, e che contribuisce al consolidamento del grande sogno di Bolivar: il consolidamento dell’integrazione dei popoli della nostra America”. Vasapollo ha concluso affermando che “Le rivoluzioni acquistano un significato quando si costruiscono col cuore, con lo spirito e la cultura”.

ALBA: costruzione di un mondo più umano e spirituale  

Il Professor Luciano Vasapollo ha ricordato che una delle grandi conquiste del Comandante Chávez è stato l’impulso alla creazione dell’Alleanza Bolivariana per i Paesi della Nostra America – Trattato del Commercio dei Popoli (ALBA – TCP), basata non solo sull’integrazione politica, economica e sociale ma anche su un altro obiettivo fondamentale: una complementarietà che si fonda sulla giustizia, la sovranità e il rispetto dei popoli. “Tale modello contribuisce a promuovere una più equa distribuzione delle risorse e del capitale umano e, allo stesso tempo, costruisce un mondo più umano e spirituale”.

L’ambasciatore dell’Ecuador in Italia, Juan Fernando Holguin, nel suo intervento ha ribadito che “Hugo Chávez è riuscito a prevedere la geopolitica del futuro, dove non sono solo le elites a comandare ma anche i nostri popoli”. Poi ha affermato che: “Oggi l’utopia chavista si sta facendo realtà, passo dopo passo. Con l’Alba, camminiamo verso un’America Latina più libera e sovrana”.

A seguire, il Consigliere Politico della Missione Diplomatica di Cuba in Italia, Roger López García, ha sottolineato che la creazione dell’ALBA è il risultato dei vincoli e dell’amicizia incondizionata tra i popoli e governi latinoamericani e che i risultati più significativi dell’Alba si vedono nel settore sociale. “Siamo sicuri che il popolo venezuelano non permetterà che vengano smantellate le conquiste ottenute con la Rivoluzione Bolivariana… il primo compito dei popoli è costruire la Patria Grande”, ha concluso.

L’Incaricato d’Affari della Bolivia, Luís Sánchez Gómez, nel suo intervento ha voluto ricordare che senza l’insegnamento di Hugo Chávez, nel suo paese non ci sarebbe potuta essere una rivoluzione. “Il Venezuela è un paese fratello per noi, siamo tutti figli di Bolívar, siamo fratelli di Hugo Chávez”.

Il Venezuela: una patria più giusta ed equa

Secondo l’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la FAO, Elias Eljuri, il 4F iniziò come un processo che non aveva solo un motore economico e politico, ma anche umanista e sociale, in cui l’essere umano era divenuto l’asse centrale.  

Eljuri, nel suo intervento, ha passato in rassegna le principali conquiste di una rivoluzione che ha restituito potere al popolo e consolidato un paese più giusto, equo, partecipativo e protagonista. “Nonostante  gli attacchi della borghesia venezuelana e internazionale” ha spiegato il diplomatico, “Il Venezuela risulta come uno dei paesi più equi dell’America Latina, grazie a tutte le politiche sviluppate dal Governo di Chávez e proseguite dall’attuale presidente operaio, Nicolás Maduro”.

“In Venezuela il governo bolivariano ha compiuto grandi sforzi per restituire al popolo lavoro, istruzione, salute e benessere sociale. Le Missioni sono solo un modo per conseguire tale obiettivo. Inoltre, sono state avviate azioni per soddisfare esigenze specifiche, con la partecipazione e l’organizzazione popolare in forma diretta e immediata, senza intermediari”, ha spiegato Eljuri.

Infine, i rappresentanti dei paesi dell’Alba che hanno preso parte all’evento, hanno espresso profonda gratitudine alla Sapienza di Roma e, in particolare, al professor Luciano Vasapollo, per aver aperto le porte dell’Ateneo al dibattito ed alla diffusione di un evento che forma parte della storia contemporanea delle Americhe, in particolare al ricordo del simbolico “per ora” del Comandante Eterno, che diede una svolta a tutta la geopolitica internazionale.

Mentre l’aquila va a caccia di mosche, la crisi aumenta

venezuela

di Aram Aharonian* – rebelion.org

Il Venezuela è sommerso da una crisi ostinata e il sistema politico è bloccato, voltando le spalle alla stessa, la quale continua ad aumentare senza trovare risposte. Nel frattempo il presidente Nicolás Maduro è occupato a cacciare mosche nella sua ininterrotta guerra dei microfoni, quando invece la gente è lì ad aspettare che si trovino soluzioni alla scarsità di cibo, medicinali, ecc., all’inflazione, all’insicurezza. (Alcuni sostengono che la frase sia di Seneca, altri invece di Platone, ma chi l’ha resa popolare è stato Hugo Chávez: “L’aquila non va a caccia di mosche”).

C’è chi sostiene che esiste, di fatto, una certa forma di coabitazione nel paese, ma la realtà è che le fazioni che si contendono la guida della società, quella del governo e quella dell’opposizione, sembrano mancare di capacità – o interesse- per giungere a un accordo. Soprattutto quando l’autoproclamata Mesa de la Unidad Democrática (MUD), che raggruppa alla variopinta opposizione, ribadisce la sua promessa di espellere al presidente Nicolás Maduro dalla presidenza prima della metà di quest’anno.

I settori accademici di destra sono del parere che pian piano si sta costruendo un consenso il cui scenario più probabile e favorevole per cominciare a superare la crisi e aprire una transizione democratica deve passare attraverso la rinuncia di Maduro. Dello stesso parere è il segretario generale della MUD, Chúo Torrealba, il quale ha indicato che il primo passo è che il mandatario si metta da parte e consenta l’esecuzione di “un’uscita pacifica, costituzionale, elettorale, democratica e concordata dalla crisi”. Ha aggiunto che “Bisogna consentire che il Venezuela abbia un nuovo governo che inspiri fiducia al mondo e che possegga potere di convocazione sul piano interno”.

E il governo segue paralizzato, erratico, inoperoso (nonostante gli sforzi del vicepresidente dell’Esecutivo – Aristóbulo Istúriz- aperto al dialogo), diluito in incontri che convocano altri incontri e annuncia i prossimi annunci che mai arrivano, in balia ai canti di sirena della via capitalista e a soluzioni neoliberali, ma avviluppato nel recente ricordo della via al socialismo indicata da Hugo Chávez. Non solo sembra erratico, ma appare anche vuoto d’ideologia nello scontro con la MUD e la maggioranza oppositrice dell’Assemblea Nazionale.

La sociologa Maryclen Stelling ha segnalato che in questa congiuntura si sta potenziando la logica bellica della politica costruita intorno all’amico-nemico e fondata sulla dicotomia verità assoluta – errore assoluto. La dinamica del confronto tra i poteri, basata sulla concezione bellica della politica, danneggia la convivenza, il modo in cui affrontare la crisi multidimensionale che soffre il paese e, inoltre, le eventuali soluzioni pacifiche che dovrebbero essere sottoscritte in un clima di dissenso democratico.

Si tratta di stabilire i termini per una coabitazione di cui non sono abituati e sul come organizzarla nelle attuali circostanze, dove non sono accettate le idealizzazioni di approssimazioni consensuali. Si tratta di una convivenza fattibile e realista all’interno del confronto permanente che ha caratterizzato gli ultimi tre lustri, la quale si definirà quando si verrà a sapere a quale dei settori corrisponde l’egemonia. Non esistono spazi per un governo congiunto e men che meno per un’agenda unica.

La coabitazione sembra impossibile quando persiste la crisi economica e – parallelamente- la reticenza governativa d’introdurre dei cambi nella macroeconomia. Nel frattempo l’opposizione pubblicizza come irrevocabile la decisione di espellere a Maduro nei primi sei mesi dell’anno, un’iniziativa che difficilmente si potrà realizzare mediante l’impiego di mezzi legali.

Istúriz ha indicato che la guerra economica si fonda sull’attacco alla moneta – cappeggiato dal sito web, Dolar Today-, la distribuzione del cibo che è a carico dei privati e la caduta violenta del prezzo del petrolio, originata da fattori geopolitici che cercano di minare l’economia delle nazioni che difendono la propria sovranità.

“Dobbiamo fare un salto da un modello economico basato sulla rendita a un modello economico produttivo, abbiamo dei problemi perché non possediamo più una valuta come una volta, dobbiamo ragionare sull’importazione, dobbiamo unirci, da soli non ce la faremo, abbiamo bisogno della collaborazione di tutti i settori”, ha segnalato il vicepresidente. Tuttavia ha riconosciuto che il governo nazionale “non è stato capace” di risolvere problemi come le code, la scarsità di cibo e l’inflazione.

Julio Escalona ha avvertito che anche se in certa qual misura il petrolio è stato statalizzato, i principali profitti sono nelle tasche del capitale transnazionale; l’incremento delle entrate produce importazioni che distruggono la produzione interna, svalutano il bolívar, dollarizzano l’economia venezuelana, danneggiano la bilancia dei pagamenti, generano esportazione di capitali, indebitamento, inflazione. Un feticcio moltiplicatore dei conti bancari all’estero che rende più forte il dominio del capitale nella misura in cui siamo più dipendenti dal petrolio e gli imprenditori negoziano per continuare ad accumulare maggiori quantità di dollari.

Nonostante si sia aperto il dialogo con il settore produttivo, non ci sono progressi sul tavolo del dialogo politico. L’opposizione non dà segnali di avanzare nelle proposte, al di là di sbarazzarsi di Maduro e per quanto possibile (l’idea di un colpo di stato continua a ruotare intorno alle teste di non pochi, anche se bisogna avere l’appoggio delle forze armate) salvaguardando l’immagine della democrazia borghese: mediante una rinuncia o tramite un referendum revocatorio che non sembra nemmeno molto facile da realizzare.

Dall’egemonia alla “crisi umanitaria”

Antonio Gramsci aveva stabilito una differenziazione tra dominio – coercitivo- ed egemonia, di carattere culturale, ideologico, etico e spirituale. Mentre l’egoismo rappresenti il motore della società e il popolo conservi il culto dello Stato e le forme di coercizione statale siano dominanti, l’egemonia la possiede la borghesia, osserva il politologo Leopoldo Puchi.

La crisi avanza e non ci sono risposte. Le soluzioni acquisiscono carattere d’emergenza e all’interno della democrazia borghese il macchinario è del tutto bloccato.

Una situazione per nulla normale diventa normale, il linguaggio bellico diventa naturale. La nuova maggioranza nell’Assemblea nazionale disegna una strategia fondata sul confronto dei poteri e, più che un’apertura al dialogo, il parlamento si consolida come spazio di confronto e forza d’urto.

Quella stessa Assemblea che ha rifiutato il decreto d’emergenza economica del governo ha dichiarato l’esistenza di una “crisi umanitaria”. E’ la stessa cosa? Assolutamente no. Non si tratta di un problema semantico. Un anno fa il generale statunitense John Kelly, capo del Comando Sud, dichiarava ai quattro venti che quotidianamente pregava per “il popolo venezuelano” e si faceva garante che gli Sati Uniti sarebbero intervenuti solo se si dichiarasse una “emergenza umanitaria”. Per lo meno Kelly non è più al Comando Sud, ma altri lo stavano aiutando in quell’affermazione per avallare l’ingerenza esterna.

L’offensiva dell’opposizione continua a essere capeggiata dai mass media. L’editoriale del quotidiano EL Nacional, “¡Good Bye, Nicolás!”, è una chiamata al golpe. L’anticastrista, Fausto Masó, sulle pagine dello stesso giornale indicava che “Il governo è aiutato dall’inerzia e dalla mancanza di decisione dei suoi avversari, i quali non vanno oltre l’unità elettorale dello scorso dicembre, verso quella che dovrebbe essere una decisiva azione politica. Ciò arriverà più presto che tardi e allora entreremo in una nuova fase, si apriranno nuove porte”.

Perché e per chi si apriranno le porte?.

 

* Aram Aharonian è Magister in Integrazione, giornalista e docente uruguaiano, fondatore di Telesur, direttore dell’Osservatorio sulla Comunicazione e la Democrazia, presidente della Fondazione per l’Integrazione Latinoamericana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

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