(VIDEO) Rafael Correa conversando con Beppe Grillo

da beppegrillo.it

Beppe Grillo intervistato dall’Ex Presidente dell’Ecuador Rafael Correa. Ecco la trascrizione dell’intervista.

Rafael Correa: Benvenuti agli amici del programma “Conversando con Correa”. Quest’oggi un tema di grande attualità e interesse: la crisi dei sistemi politici tradizionali e le alternative all’Europa. Come sempre con noi un ospite veramente prestigioso. Abbiamo il privilegio di riceverti. Mi riferisco ad un fenomeno politico, anche se non gli piace essere definito un politico, ma un rappresentante dei cittadini. Il grande Giuseppe Grillo, meglio conosciuto come Beppe Grillo. Comico, attore teatrale… Ed ora protagonista della vita pubblica del suo paese. Benvenuto, Beppe, grazie mille per aver accettato il nostro invito.

Beppe Grillo: Vi ringrazio molto. Grazie tante.

Rafael Correa: Ebbene, tu hai rivolto una critica profonda ai sistemi politici europei, altamente istituzionalizzati, tecnocratici, elitari, lontani dai cittadini proprietari della democrazia. E’ ovvio che in Europa c’è una crescente insoddisfazione per la democrazia, per i partiti politici tradizionali, che non riescono a risolvere le preoccupazioni dei cittadini: la crisi economica iniziata nel 2008, il problema dell’immigrazione, il problema del terrorismo estremista. E poi c’è il Movimento 5 Stelle, il Movimento 5 Stelle (questo è il mio italiano fluente). Ho imparato le parolacce in italiano solo perché ho lavorato con gli italiani a Zumbahua, nel Mato Grosso, persone straordinarie, ma parlavano utilizzando parolacce.  Il M5S è vincitore sorprendente alle ultime elezioni parlamentari, è stato il partito più votato, incentrando la sua campagna politica sul Web, sull’accesso diretto dei cittadini, (con Rousseau) con proposte provenienti dai cittadini stessi. Il Movimento 5 Stelle è attualmente la più grande organizzazione politica digitale del mondo. Ciò che ha realizzato il Movimento 5 stelle è una sfida alla democrazia rappresentativa.

Beppe Grillo: Sì, credo che siamo giunti a un punto in cui ci sono due mondi in contrasto. C’è un mondo che sta scomparendo, quello della vecchia politica, quello dei vecchi partiti, quello in cui si delegano i propri interessi a qualcun altro. Quel mondo è finito. In realtà, i partiti si stanno sciogliendo, per così dire, la storia e la rete hanno accelerato lo scioglimento dei partiti con lo scontro tra questi due mondi. Ho 70 anni, quindi ho un piede nell’analogico, nel vecchio mondo, e un altro nel digitale, dall’altra parte. Ho 6 figli, 6 figli che utilizzano Internet per informazioni, TV. I giornali, i telegiornali classici, non li vedono più. Viviamo in un mondo in evoluzione, in cui in dieci anni la metà dei posti di lavoro conosciuti non esisterà più; vi sono poi le università, le scuole, in cui la cultura è in difficoltà, perché deve preparare le persone a un mondo che non si conosce e che non può avanzare e il 50 per cento dei nuovi posti di lavoro sarà creativo. Creatività. Servizi e creatività. E poi c’è l’industria, l’ingegneria, il design, l’antropologia… L’antropologia è importante, in quanto si tratta di un movimento antropologico. Il cambiamento che stiamo vivendo è antropologico piuttosto che politico. Il mondo sta cambiando a un ritmo spaventoso e la nostra generazione di politici non percepisce questo cambiamento, non lo percepisce. Hanno una visione del mondo di 3, 4 e 5 giorni. Gli Stati non esistono più. Hai un dispositivo, un iPad, che ti permette di essere in contatto con le persone e in quell’atto c’è la conoscenza. Mio figlio non compra una macchina o una casa, come ho fatto io: ho comprato una casa, una macchina, e ho lavorato per la casa e la macchina, ho messo i soldi in banca, mio figlio non ha fatto tutto ciò. Utilizza il car sharing, il carpooling, con 40 euro va nel vostro paese con un volo charter, va alle Galapagos. I giovani si scambiano cultura, conoscenze. In un certo senso, il tuo paese ha dato vita a Darwin nelle Galapagos, ha permesso la scoperta della selezione naturale. E Darwin era una persona che lavorava tre ore al giorno. Eppure cambiò il mondo. Sono curioso, e il Movimento è nato dalla mia curiosità, dalla curiosità di un leader che si è sacrificato per questo movimento, ha riunito le persone attraverso un sistema operativo chiamato Rousseau, dove chiunque può indire un referendum al giorno, se vuole. Si può votare attraverso questo sistema. Sono le persone, non il mercato del lavoro, che devono essere messe al centro. Ci sono otto milioni di poveri che svolgono tre lavori e, pur avendo tre lavori, non possono più sostenersi da soli. Voglio dire, i giovani, i miei figli, hanno tutti una laurea, uno è un cuoco con una laurea in filosofia e pedagogia, un altro è un ingegnere e lavora in un complesso turistico. Possono adattarsi a qualsiasi cosa. C’è il rischio di far crescere generazioni di frustrati perché non fanno quello che hanno studiato, ma invece io mi batto per mettere al centro l’essere umano, per dare un reddito all’individuo: ti do un reddito e poi esprimi la tua creatività! Quanti Leonardo da Vinci ci sono in Italia, quanti Shakespeare? Forse Shakespeare lavora come responsabile delle risorse umane in un’azienda multinazionale, o Rembrandt progetta automobili. Potrebbe essere. Se avessero un reddito, se lo Stato lo riconoscesse, avremmo un’esplosione di creatività nel nostro paese. L’italiano è creativo. Non si può competere con i cinesi in economia di scala. Ma per quanto riguarda la creatività, la bellezza e lo spirito è possibile. Questo deve essere il nostro obiettivo.

Rafael Correa: Siamo d’accordo, l’unica economia – e perdonami se penso con la mia deformazione da economista – l’unica economia basata su risorse illimitate è l’economia delle idee, l’economia della conoscenza. Siamo pienamente d’accordo su questo punto. Tu hai detto che hai 70 anni, ma hai la vitalità di un ventenne. E grazie per aver parlato del nostro paese, un paese meraviglioso con le sue Isole Galapagos, uniche al mondo, con Charles Darwin, che ho appena scoperto che lavorava tre ore al giorno, ha sviluppato la teoria dell’evoluzione delle specie, ha rivoluzionato la scienza. Quello che Charles Darwin ha detto, tra le altre cose, è che le specie che sopravvivono non sono le più forti, ma quelle che meglio si adattano al cambiamento. E sembra che la tecnologia abbia superato la capacità di cambiamento dei sistemi politici, infatti noi manteniamo essenzialmente un sistema politico che ha quasi tre secoli di vita. Ma siamo nel XXI secolo, dove, online, è possibile conoscere immediatamente la decisione dei cittadini come ciò che hai detto, vale a dire, una democrazia diretta, che utilizza meccanismi tecnologici. Siamo d’accordo, credo che la tecnologia abbia superato molto tempo fa un sistema politico che richiede molto tempo per adattarsi ai suoi progressi e i cittadini vogliono una maggiore partecipazione, e i mezzi per tale partecipazione esistono. Credo che il Movimento a 5 stelle ne abbia fatto buon uso.

Beppe Grillo: Io vengo da quel mondo. La tecnologia ha anche un altro lato, ha un lato “B”. Bisogna stare molto attenti. Io e te stiamo parlando, ma mentre parliamo c’è una terza persona al mondo che usa le cose che ci diciamo. Mi riferisco a Facebook, alla Apple, a quelle grandi multinazionali che si appropriano delle informazioni relative alla tua vita. Sei monitorato. L’internet delle cose fornisce una tecnologia con la quale tutte le nostre azioni sono monitorate, e grazie ai big data si possono prevedere cose che vogliamo fare. Lo prevedono. Ecco perché la politica è fondamentale, perché la politica deve dire che tipo di mondo vogliamo tra 20 anni: qual è il pericolo? Il pericolo è quello di perdere il controllo della nostra tecnologia. Questo è il grande pericolo. Sto quindi riflettendo sui passi da compiere per accettare alcune tecnologie e respingerne altre. Questa è la politica. Immagina di essere controllato da una sorta di “grande fratello” che mette un sensore sulla lampadina, cammini in casa e la casa ti riconosce e dice: “Oggi sei un po’ triste, ho intenzione di mettere su un po’ di musica e accendere la luce. Senti poi la voce che dice: “Vuoi che ti ordini una pizza? E tu sei lì, gestito da quelle cose che inviano informazioni a un database. E mentre mangi la pizza, hanno scoperto che musica ascolti, come ti muovi, cosa mangi… la toilette è collegata al frigorifero, il frigorifero è collegato al supermercato. Ti analizzano la pipì e ti dicono: “Il tuo colesterolo è alto”. Poi la toilette lo dice al frigorifero: “Smettete di comprare il formaggio al supermercato perché contiene colesterolo!”. Siamo gestiti in questo modo. Può essere il migliore del mondo o il più catastrofico del mondo.

Rafael Correa: La tecnologia è uno strumento, può essere usato in modo giusto o sbagliato. Tu hai parlato dell’impegno e della genialità dei nostri giovani. Non siamo solo sorpresi dall’innovazione, l’esempio di tuo figlio, nel caso delle mie figlie, per esempio, la loro responsabilità verso il pianeta, verso le generazioni future; mia figlia maggiore è vegana, la mia seconda figlia vegetariana. Non è che non le piaccia la carne, le piace, lo fa per conservare il pianeta, perché gli allevamenti consumano molta energia. Anche per motivi etici. Contro il maltrattamento degli animali. Quindi si tratta di responsabilità, moralità, etica. Ma tu hai anche parlato della scarsa partecipazione dei cittadini alle elezioni. Ci può essere disillusione con il sistema politico, ma anche interesse. Ecco perché ti dicevo che, perché questa democrazia diretta funzioni, ci devono essere cittadini responsabilizzati, informati e formati. Che che cosa intendo per formati? Con principi e valori, che non pensino solo al bene individuale ma al bene comune. E non è facile passare da quella logica individuale alla logica del bene comune. Ad esempio, il fumatore che sostiene la legge per vietare il fumo nei luoghi pubblici. Quanti cittadini sono in grado di passare da quella logica individuale a quella del bene comune? Quindi, così come la democrazia diretta ha un grande potenziale, senza quei cittadini dotati di potere, perdonami se insisto, se sono informati e istruiti, ci sono anche grandi rischi.

Beppe Grillo: Per questo, prima di fondare il Movimento, mi sono dedicato alla controinformazione su Internet, senza passare per i giornali. Ero sotto il radar di giornali e televisioni. La disinformazione è terrorismo, vero terrorismo. Così ho informato le persone attraverso Internet. Ho fatto sì che la gente guardasse all’energia, dicendo: “Si possono creare case che producono energia, eccole, guardatele”, e inserivo un link per far visionare quelle case. Ho informato le persone prima di creare il Movimento. Le persone devono essere informate e avere la capacità di prendere decisioni. Non attraverso la televisione, ma sul Web, e per me era l’unico modo per farlo. Sono nato in TV, sono un comico televisivo e mi hanno mandato via a calci perché ho detto che il governo stava rubando. E così sono diventato un eroe. Per questo motivo ho avuto successo in rete, perché avevo una reputazione. E ho vinto. Non sono passato attraverso i media mainstream e sono riuscito a condividere il mio sogno con 11, 12, 13 milioni di persone che condividono le mie idee.

Rafael Correa: Tu hai detto che ti hanno mandato via dalla TV perché hai detto che il governo rubava, ma solo il governo ruba? A volte mi sembra che sia come scaricare le nostre responsabilità. Tu hai detto: “Essere un rivoluzionario significa essere onesti in un sistema corrotto. Ma perché esista un sistema corrotto, non deve esserci, forse, accettazione, permissibilità sociale? Quando ero presidente ci è stata affidata la piena responsabilità della lotta contro la corruzione. La lotta contro la corruzione è la lotta di un intero popolo. Le persone sapevano che c’era un burocrate che rubava, perché tre mesi dopo essere entrato nel settore pubblico aveva due auto, tre case, organizzò il matrimonio delle sue figlie con una grandissima festa, e tutti partecipavano al banchetto. Quindi, se noi come società non rifiutiamo queste pratiche immorali, un presidente, un governo non sarà in grado di farlo. Quindi, sì, probabilmente ci sono sistemi corrotti, ma per farli esistere ci può essere, almeno, indifferenza sociale. E ci deve essere un impegno da parte di tutta la società. Quello che voglio dire è che non si porrà rimedio a questa situazione con leggi, ma con sanzioni sociali.

Beppe Grillo: Hai ragione. Guarda, quando ci siamo candidati con liste civiche e abbiamo fatto politica, abbiamo ottenuto il 25 per cento dei voti. Avevamo diritto a 42 milioni di euro per le spese elettorali. Immaginate, 42 milioni. Che tutti i partiti hanno ricevuto, tutti. Noi abbiamo detto No! Volevamo dimostrare che si può fare politica senza soldi, quindi non li abbiamo accettati. Siamo entrati nelle Istituzioni. Abbiamo detto, vediamo, quanto guadagna un parlamentare? La metà di quel denaro sarà restituita. Abbiamo rimborsato circa 40 milioni di euro, ossia più degli 80 milioni di euro che non avevamo accettato all’inizio, e abbiamo finanziato 6000 piccole imprese con strutture e microcrediti, con il denaro dei parlamentari. Non abbiamo sottratto denaro alla politica, abbiamo dimezzato gli stipendi dei nostri parlamentari e abbiamo dimostrato che senza denaro possiamo governare pacificamente. Abbiamo dato loro due schiaffi di moralità, di onestà e intelligenza politica. E ora siamo messi alla prova. Siamo al governo, con una forza che si sta dimostrando obiettiva. Abbiamo creato un programma di 20 punti e lo stiamo seguendo. Non ci sono sentimenti contrastanti tra noi e la Lega. Andiamo molto d’accordo. Stiamo facendo un lavoro straordinario, ora faremo la legge anticorruzione, la legge sul conflitto di interessi, perché non si possono avere tutte le televisioni, la pubblicità, il monopolio dell’informazione… tutto questo è finito. E lo sanno, lo sanno.

Rafael Correa: Ecco perché dobbiamo essere molto cauti, perché almeno in America Latina si parla di lotta contro la corruzione. Chi la combatterà? Il caso più concreto è quello del nostro amico comune Ignacio Lula da Silva.
Caro Beppe, è stata una conversazione molto piacevole… Beh, dicono che Beppe Grillo è un populista. Benvenuti nel club: sei definito “populista”?

Beppe Grillo: Grazie, grazie mille. Guarda, ogni volta che ho un incontro, nei primi 5 minuti devo mostrare al mio interlocutore che non salgo sul tavolo, che non grido, che non sono un selvaggio, devo mostrargli che ho un po’ di intelligenza, e tutti sono sorpresi. Tutta la stampa straniera mi ha descritto come un populista di destra, con metodi strani, un po’ come Trump. Tutte quelle cose che si dicono contro qualcuno finiscono per avere l’effetto opposto. Fortunatamente i giornali sono in caduta libera, vivono di sussidi. La prima cosa che faremo ora è togliere le sovvenzioni ai giornali. Devono essere pagati grazie ai loro lettori, non finanziati dallo Stato. Per quanto riguarda il populismo, sono orgoglioso di essere populista, se la parola popolo ha ancora qualche significato. Oggi, se 10 persone, se 60 famiglie nel mondo hanno la stessa ricchezza di 3,5 miliardi di persone, qualcosa non va. Non funziona più. Si tratta di un capitalismo morto basato sul furto e sulla trasformazione di un povero in un semplice file. Devono vincere con i poveri, sono i poveri che li fanno vincere. Sono quindi totalmente d’accordo con te e con il povero Lula. L’ho incontrato qui in Italia, era un sindacalista. Abbiamo partecipato insieme ad una marcia per la pace, è un uomo straordinario, un uomo che ha intrapreso molte politiche per i poveri, ha creato un reddito per i poveri, per questo è successo quel che è successo. Spero davvero che lo riabiliteranno perché capisco tutti i meccanismi. Questi sono gli effetti collaterali. Dobbiamo renderci conto che siamo fastidiosi. Tu mi stai preoccupando in questo momento, e io sto preoccupando anche te…”.

Rafael Correa: Beppe, naturalmente, i leader progressisti latinoamericani non ci perseguitano per i nostri errori, ma per le nostre tasse. Avere fatto pagare le tasse alle élite, che le eludevano sempre, per dare valore all’essere umano e non al capitale, per fare rispettare la sovranità e la dignità dei nostri paesi. Ad ogni modo, quelli di noi che vogliono fare giustizia, quelli di noi che sono contrari allo status quo, sono populisti. E si può definire precisamente il “populismo”, più di tutta quella caratteristica negativa, peggiorativa, demagogica … Se ci sono definizioni per questo, perché hanno usato la categoria del populismo? Perché l’anti-populismo è un’arma di attacco. Chiunque mette in pericolo il sistema è populista. Questo è uno strumento ideologico, direi, per mantenere lo status quo: anti-populismo. Tutto ciò che mette in pericolo il sistema è il populismo. Ma potremmo definire il populismo come la mancanza di mediazione tra il leader e le masse. Sembra brutto. Ma suona meglio se dici “tra il rappresentante e i cittadini”. E questo è perfettamente legittimo. Ancor più quando le istituzioni erano sfinite. Le istituzioni non rispondono ai bisogni dei cittadini. Ecco perché possiamo anche definire il populismo, nello stile di Laclau, come un linguaggio in cui le persone sono unite sulla base di significanti vuoti, beh, sono concetti piuttosto complicati che Laclau usa. Ma basato su un progetto nazionale quando le istituzioni sono state insufficienti. Questo spiega anche perché c’è il populismo di destra e perché c’è il populismo di sinistra.

Beppe Grillo: Sì, sono assolutamente d’accordo. È una lingua. Qui in Italia la sinistra è morta per mancanza di linguaggio, di narrazione, di storia. I giovani non si appassionano più. Le ideologie sono finite. Destra, sinistra,… Né “destra” né “sinistra” hanno più senso per un giovane. Ci sono idee buone e cattive, che non sono né a destra né a sinistra. Viviamo in un’epoca in cui è possibile cambiare il mondo con un tweet. Trump può scrivere un tweet e avere un migliaio di aziende chiuse nel vostro paese. Abbiamo un’Europa in cui il senso di moralità, è importante per le persone; moralità significa avere una direzione, punti di ancoraggio nella propria vita, punti fermi. Questo è ciò che abbiamo perso. Abbiamo perso i nostri punti di riferimento.
Ma sono ottimista al riguardo, perché vedo che c’è un’Europa che ha capito che abbiamo bisogno di un’Europa degli scambi e che capisce che alcuni parametri che sono stati introdotti non sono buoni e devono essere modificati. L’Europa è nata con obiettivi di sussidiarietà: dov’è la sussidiarietà ora? Vale a dire, le entità organizzate dai cittadini, se ben organizzate, devono essere spinte ad emergere; dov’è questa prospettiva ora? Era un principio europeo e oggi non esiste più. Cominciamo con la moneta invece che con il sistema fiscale. Ci sono paradisi fiscali in cui è possibile inviare denaro con un clic, e abbiamo due Europe con due velocità economiche diverse, il nord e il sud, e abbiamo il senso morale dell’Europa. Il burro e il petrolio provenienti dalla Spagna sono un problema europeo, in quanto fissano prezzi e quantità. L’Europa può occuparsi del burro e dell’olio. La Catalogna, invece, è un problema per la Spagna, non per l’Europa! E’ fantastico! Vorrei vedere una Catalogna indipendente in Europa, perché ha tenuto un referendum e ha deciso di esserlo. E allora, dov’è la moralità? Abbiamo un unico pensiero, e quello che cerchiamo di fare è far riflettere le persone con la propria testa, dare loro gli strumenti per poter realizzare le proprie idee. Quando questo accadrà, il Movimento potrebbe finire. Guarda, c’è un esempio incredibile: Napster ha cambiato il modo in cui i giovani ascoltano la musica. Miliardi di persone. Musica gratis in rete. Cosa è successo? Le multinazionali si sono unite e l’hanno chiuso. Napster non esiste più. Ma nessuno oggi aprirebbe un negozio di CD o DVD. Il modo di fare musica è cambiato. Sebbene Napster non esista più. Il Movimento 5 stelle ha cambiato il modo di fare politica in questo paese e se domani non ci saremo più non importa, perché avremo già cambiato la politica di questo paese.

Rafael Correa: Movimento 5 stelle, un’alternativa alla crisi dei sistemi politici tradizionali in Europa. Eccoci arrivati alla fine, cari spettatori. Grazie mille, Beppe. Non ti piace essere definito un politico, ma un rappresentante dei cittadini. Ma tutti noi dobbiamo essere politici, dice papa Francesco, nel buon senso della parola: poliziotti, città, bene comune, etica, regole che governano la città. E noi tutti dobbiamo impegnarci a favore di questo bene comune. Affinché la democrazia funzioni, dobbiamo tutti essere coinvolti.

Beppe Grillo: Sì, certo. Vorrei concludere dicendo che facciamo politica ogni giorno. Quando si acquista, quando ci si sposta, con quello che si beve, cosa si mangia, come si respira. Siamo noi che facciamo politica. Quando si entra in un supermercato e si compra qualcosa, si può comprare una cosa o l’altra, si fa un vero e proprio atto politico.
Ti ringrazio molto e se tornerai in Italia sarai il nuovo Presidente del Movimento 5 Stelle. Ciao e grazie a tutti voi.

Napoli 20giu2018: 197° della Battaglia di Carabobo

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Nicaragua, l’inganno mediatico

di Fabrizio Casari – altrenotizie.org

Nemmeno la OEA ha voluto prestarsi al tentativo di colpo di stato della destra in Nicaragua. Lo stesso Segretario Generale, Almagro, aveva del resto già avvertito come il dialogo tra le forze politiche fosse l’unica via per disegnare un profilo di riforme istituzionali, compresa quella elettorale, e che solo attraverso elezioni si può conquistare il governo del Paese.

 

Almagro aveva anche ricordato che il governo sandinista non è certo etichettabile come una dittatura, mentre al contrario la menzogne offerte dall’opposizione ne dimostrano l’inaffidabilità. Eppure, insieme alla violenza, le menzogne sono il tratto distintivo del tentativo di colpo di stato di una destra che prova a mangiarsi il paese. Il racconto dei media internazionali è indecente, in Italia si segnalano RepubblicaCorriere e Manifesto nella corsa al falso.

 

Il Nicaragua è ormai simbolo dell’iperbole, regno del surreale, laboratorio della manipolazione, dell’offesa alla logica, dell’ignoranza che vuole imporsi sul buon senso. Dal 18 Aprile la verità viene schiacciata dalla propaganda della casta padronale che utilizza armi e tastiere per imporre la sua agenda. Sebbene si applichi il piano previsto da Gene Sharp, lì conosciuto come golpe suave e qui come “primavere” o “rivoluzioni colorate”, la variante nicaraguense si caratterizza per un aspetto più crudele nella violenza perpetrata e, soprattutto, per l’uso massiccio, più che in ogni altro contesto, di menzogne senza limiti ed immagini stereotipate basate sul rovesciamento dei fatti. 

 

Sui media i teppisti diventano “studenti pacifici”, ma non sono né studenti e tanto meno pacifici. Uccidono e bruciano, colpiscono i militanti sandinisti ma la stampa li definisce vittime della Juventud Sandinista.

 

Eppure alcune incongruenze sono palesi. Ad esempio ci si potrebbe chiedere se è credibile che la richiesta di democrazia e di difesa dei più poveri veda alla testa delle manifestazioni gli imprenditori, i latifondisti e la gerarchia ecclesiale. In quale paese si è mai visto? Ed é credibile che i sandinisti brucino le loro sedi e le loro case, i loro veicoli e le loro bandiere, che distruggano monumenti e murales dedicati agli eroi sandinisti  e che, per concludere, si sparino addosso?

 

Si è detto che il governo reprime, ma in quale altro paese la polizia per ordine del governo, in ossequio a quanto stabilito nel dialogo nazionale, resta nei commissariati e le bande delinquenziali che dovevano fermarsi sono invece all’opera, bloccando strade, uccidendo, devastando e saccheggiando? E come è possibile credere che gli studenti sono pacifici e  la polizia è repressiva quando sono ormai oltre 10 i poliziotti uccisi da colpi di arma da fuoco? Per molto meno negli USA, come in Brasile, in Perù e in Colombia l’esercito è sceso in strada ed è stato imposto il coprifuoco, ma nessuno ha parlato di dittatura.

 

In Nicaragua non c’è una rivolta popolare contro il governo, solo in 23 municipi su 153 vi sono disordini. C’è una destra che ha ritrovato la sua vena entreguista alla quale è storicamente affezionata ed ha mobilitato tutto l’antisandinismo, mai da sottovalutare per numeri ed odio. La riforma (ritirata) dell’Inss è stato l’innesco, ma le ragioni di questa esplosione di violenza risiedono nella decisione maturata tra Washington, Miami e Managua di tentare un colpo di Stato per disfarsi del governo sandinista.

 

Ha ritenuto fosse giunto il momento di approfittare della congiuntura giusta: un Dipartimento di Stato USA infarcito da Trump dei peggiori arnesi del terrorismo anticubano. L’applicazione del piano scatenato in Venezuela e nei paesi est-europei o in quelli arabi si ripete, ma ha nel Nicaragua il sordido piacere della vendetta contro i sandinisti che gli USA non riuscirono mai a sconfiggere negli anni ’80. Non a caso la destra ora corre da Ted Cruz con lingua e ginocchia in reverenza.

 

La destra ha pensato di dover usufruire dell’intervento straniero per raggiungere lo scopo: dapprima inginocchiandosi a Washington per ottenere il Nica Act, poi cercando di garantirsi l’entrata in scena di paesi terzi per provare a dare la spallata. Perché si desse questa opportunità era necessario porre il paese in emergenza; senza una condizione di guerra civile nessun paese straniero o istituzione internazionale si sarebbe mossa.

 

Per innescarla ci si è serviti di un partitino, l’MRS, che dalla sua nascita si è sempre presentato in coalizioni elettorali con l’estrema destra, ma in giro per il mondo si spaccia come partito di sinistra, ovviamente dove i sinistrati si lasciano ingannare. L’MRS è lo stato maggiore delle truppe del rancore, che dirige maras e lumpen addetti allo sfascio in cambio di dollari. Non riuscì a rubarsi il FSLN nel 1994 e prova ora a rubarsi il paese intero.

 

Ma il tentativo di scatenare una guerra civile non ha funzionato: il Presidente Ortega, che pure avrebbe potuto dare via libera alla difesa del paese e dell’integrità sandinista, ha tenuto il FSLN e le forze di sicurezza con le mani ferme. Al momento, dunque, niente guerra civile ma solo vandalismo, che attiene alla delinquenza e non alla politica.

 

L’equazione tra destra e violenza prende corpo, diviene senso comune e nemmeno l’altra grande manipolazione che vede tutti i morti degni dello stesso dolore, funzionerà per molto, perché tra le vittime e i carnefici non c’è confusione possibile.

 

Dovranno quindi tornare al tavolo debilitati, con una destra che ha visto naufragare la spallata e una Chiesa che ha perso ogni prestigio di mediatore e nel porsi alla testa della destra è stata smentita da Papa Francesco. Il negoziato dovrà essere più credibile di quello precedente, anche se l’obiettivo di entrambi è sempre stato la cacciata del sandinismo dal governo del Nicaragua e non vi saranno, all’apparenza, novità. Nel precedente negoziato si pose la rinuncia di Daniel Ortega come condizione per parlare, a metà strada tra una minaccia e una promessa, fatta senza il minimo senso del ridicolo, prima che delle proporzioni dei rapporti di forza.

 

Cosa significa, infatti, chiedere a Daniel Ortega, eletto con una maggioranza assoluta schiacciante, di lasciare il governo? Chiedere di farsi da parte a Daniel Ortega è come chiedere al Nicaragua di espungere il sandinismo dalla sua prospettiva a breve-medio termine, sebbene esso rappresenti l’opzione maggioritaria del Paese.

 

Daniel Ortega del sandinismo è leader, è anima e corpo, è memoria storica e prospettiva politica: in lui si riconosce il suo elettorato, a lui guardano le centinaia di migliaia di nicaraguensi che ne hanno scelto la leadership prima da Presidente, poi da capo dell’opposizione, quindi di nuovo da Presidente. E di fronte a chi e a cosa dovrebbe arrendersi il FSLN, che nella sua storia porta le stimmate del rifiuto della resa contro nemici di ben altro spessore?

 

Daniel e il FSLN resteranno al loro posto. Si potrà allora solo condividere un’agenda di riforme che ponga al centro un nuovo sistema di regole che tutti dovranno accettare, senza dimenticare che ogni modifica della Costituzione può essere fatta solo con il voto del Parlamento. Dunque o con questo Parlamento o con quello che scaturirà dalle prossime elezioni, la cui scadenza prevista (2021) sarà certamente oggetto di discussione, perché la destra le vorrebbe immediate per capitalizzare la spinta delle proteste.

 

Ci si arriverà forse prima della scadenza naturale ma non certo immediatamente. E lì si vedrà il limite di una destra già divisa, priva di leadership e di respiro politico; si tiene insieme solo con l’odio viscerale verso Daniel Ortega e il sandinismo, ma benché abbia riscoperto la sua dimensione di massa, abbia testato il suo ricorso alla piazza, non è in grado di costruire una proposta politica vincente.

 

Il suo sogno è ripetere quanto avvenne nel 1990, quando 14 partiti si unirono contro il FSLN e vinsero le elezioni. Ma il contesto è molto diverso. Nel 1990 si votò con la pistola alla tempia, ma non sarà più così. Il Nicaragua di oggi, diversamente che nel 1990, non viene da una guerra con 50.000 vittime e da un embargo che mette in ginocchio il paese. Non c’è l’incubo del servizio militare obbligatorio per i suoi figli, non c’è la guerra alle frontiere, non c’è la mancanza di alimenti e generi di prima necessità; abbondano le nascite, non i funerali.

 

Alle prossime elezioni la destra arriverà con la responsabilità del golpe fallito e con la ondata nichilista, con il veleno sparso nell’aria e i cadaveri in terra. Il FSLN porterà invece in dote il senso di responsabilità nazionale, il più grande programma di modernizzazione nella storia del paese e la sua ascesa a modello di sviluppo per tutta la regione centroamericana. Cosa che la destra non può vantare, essendo ancora vivo il ricordo dei drammatici 16 anni di governi liberali, che schiantarono il Nicaragua portandolo ad un livello pari a quello di Haiti.

 

Si è aperta una fase nuova in Nicaragua: è ripreso lo scontro di classe, politico, ideologico e programmatico. Si porrà quindi il recupero del ruolo del FSLN, che nell’assenza (fino ad ora) di una opposizione importante si era troppo concentrato sulla sussidiarietà dell’attività di governo e nella costruzione delle vittorie elettorali, a scapito del terreno della lotta politica e ideologica che va invece riaffrontata. Per porre ognuno al suo posto: gli statisti alla guida dello Stato, i latifondisti alle loro tenute e i pagliacci nel loro circo di ex.

La Europa solidaria con Venezuela

por Diana Carbajal T.
Corresponsal de VTactual.com en Europa

@Diana180700

Exclusiva – VTactual

Después del 20-M y el innegable triunfo democrático del pueblo revolucionario de Venezuela, se han desatado en banda, las críticas y el desconocimiento hacía los resultados electorales a nivel internacional; al menos es esto lo que intereses en grandes medios se han empeñado en hacer notar.

Lo que no es común leer en estas mismas publicaciones, la gran cantidad de organizaciones, colectivos en lucha y movimientos sociales, que desde Europa, apoyan y luchan por conservar ese avance soberano, que el pueblo venezolano, a pesar del cruel ataque y difícil situación, sigue rectificando.

En exclusiva para VTActual, hemos entrevistado desde Italia, a uno de los activistas del Movimiento Caracas ChiaAma, Ciro Brescia, para conocer y ahondar en cómo es la visión de nuestro país, desde este grupo de solidaridad internacional y mostrar la otra cara de la moneda, que otros medios NO develarán.

 

​Somos asociaciones, organizaciones, comunidades de migrantes, movimientos sociales y políticos con diferentes culturas y sensibilidades pero unidos por una perspectiva anticapitalista – hemos establecido una Red de Solidaridad con la Revolución Bolivariana para contrarrestar la feroz y constante agresión política, económica, social y mediático contra Venezuela. La red está activa desde el 29 de junio de 2014 y está abierta a cualquier forma de participación con individuos y otras realidades sociales y políticas.

Nuestra ​Misión; a través de la Red coordinamos la promoción de iniciativas sociales, culturales y políticas tendientes a construir la solidaridad con el pueblo venezolano y denunciar la conspiración mediática internacionalque, ocultando y mitificando la verdad, niega el derecho de información a los pueblos.​

Nuestro objetivo no es solo hablar de Venezuela, sino informar y unirnos en torno al proyecto chavista de la Patria Grande utilizando sus 4 principios: unidad, lucha, batalla, victoria.

La Red Italiana de Solidaridad con la Revolución Bolivariana “Caracas ChiAma” siendo una red​, por consiguiente,​ es un organismo informal, a la cual todos pueden​ aportar​ su granito de arena.

Parafraseando al Che y a Chávez​: ​”N​o llevamos en la boca la Revolución Bolivariana para vivir de ella mas bien​,​ estamos dispuestos a consumirnos gustosamente para llevarla hacia la Victoria Final​“.​

  • ¿De qué forma están organizados?

N​o existimos solo digitalmente, aunque tenemos un grupo de comunicación telefónica en el cual participan casi 200 camaradas que hacen vida por lo meno​s​ en 4 continentes – y con la fundamental colaboración del Comando Hugo Chávez Frías​, conformado por venezolanos migrantes en el estado Espa​ñ​ol -​ también trabajamos por​ mailinglists y ​tenemos presencia en la popular red social Facebook, con ​una pagina​ focalizada​ para los lectores italianos​, la cual posee mas de 17.000 seguidores, también interactuamos en la vida real.

 Ciro Brescia, Activista de la Red de Solidaridad de Italia
Ciro Brescia, Activista de la Red de Solidaridad de Italia

Como Albainformazione​,​ desde Napoles​,​ apoyamos la construcción de la Red​.​ ​Recientemente hemos organizado la gira​,​ con los compa​ñer​os del equipo de La Iguana.T​V​, en el norte de Italia, en Milán, en Bergamo, apoyando ​desde nuestra área comunicacional​, a la coordinación y realización de algunas entrevistas, ​como ​por ejemplo ​a​ Orlando Watussi en a la Casa del Pueblo de Calle Padova en Milán,  Alberto Fazolo en Roma sobre las estrategias de desestabilización en el Donbass, comparando sus diferencias y similitudes con lo que hace el imperialismo principalmente yankee en contra de Venezuela.

Como un colectivo de solidaridad, no podemos quedarnos ajenos ante el terrible bloqueo que sufre Venezuela en la compra de medicinas, por lo que apoya​mos​ ​tanto​ en Roma y ​ como en ​Florencia, como en Nápoles y otras ciudades italianas, ​a​ la reco​lección​ de insumos médicos​.

  • ¿Cómo operan, como colectivo organizado, a través del puente de comunicación con Venezuela y con su Ministerio de Relaciones Exteriores en la sección de Solidaridad Internacional?​

Ciro B: ​Pensamos que se pueden hacer cosas buenas y ​ú​tiles desde​ y entre​ las bases​ chavistas en Venezuela y​ en Italia también, sin esperar de brazos cruzados que llegue alguien desde afuera para decirnos qué es lo tenemos que hacer o ​dejar de hacer​ para seguir dando la batalla ante el imperialismoy los intereses del capital​. ​Obviamente, cualquier apoyo externo está bien y por supuesto lo agradecemos, siempre y cuando​ esté​ como OBJETIVO ESTRATÉGICO la construcción del Poder Popular Constituyente Originario en Acción. No queremos​,​ por cierto​,​ ense​ñ​ar a las y los camaradas venezolanas y venezolanos, cómo tienen que hacer su propia revolución, bien sabemos que las revoluciones no pueden ser “ni calco ni copia”, no se pueden exportar​,​ como ​tampoco se pueden importar.

  • ¿Qué retos debe atender el presidente Nicolás​ Maduro en este nuevo periodo para responder la confianza del pueblo? ​ ​ ​

Ciro B: ​Desde​ Italia en general, ​sería imposible no​ apoyar las justas luchas del camarada​ Presidente Nicolás​ Maduro, y estamos dispuestos ​a seguir ​haciéndolo sin esperar nada​ de nadie, como siempre hemos hecho. La convicción granítica que la lucha por la Revolución Proletaria y el Socialismo es justa y no se puede erradicar, nos orienta y mueve, m​á​s all​á​ de los enemigos externos como internos.

No queremos rascarnos las manos para aplaudir cuando el Presidente Maduro quema su garganta para rep​e​tir, una y otra vez, que ​NO ​tenemos que dejar espacio a los aduladores, que estamos “muy por debajo del mínimo de lo que se tiene que hacer”, que no “hay mas excusas para actuar”, que “debemos empezar desde cero“, queremos rasparnos las manos para aplicar sus pautas.

Ciro Brescia en una de las movilizaciones en las que se solidariza con el pueblo venezolano.

¡Larga vida a la República Bolivariana de Venezuela!

por P-CARC

A las representaciones diplomáticas de la República Bolivariana de Venezuela en Italia

Este documento está dirigido a la Embajada de la República Bolivariana de Venezuela en Italia, y se envía a otros centros de representancia de la República en Italia, con la solicitud de brindar al Gobierno de la República y su presidente, Nicolás Maduro Moros, nuestras felicitaciones por la victoria alcanzada en las elecciones del 20 de mayo del año 2018. Esta victoria confirma que no hay ataque capaz de derrocar a un gobierno cuando representa los intereses y aspiraciones de las masas populares del país. Ni los enemigos del país dentro de él, ni los imperialistas del exterior, tienen éxito.

Esta es una enseñanza para el movimiento comunista y revolucionario de todo el mundo, y por lo tanto también para el italiano.

Para Italia, su victoria es una manifestación de fuerza que confirma que sólo un gobierno formado con la movilización y participación de la clase obrera y las otras masas populares es la fuerza decisiva para el salto del país al fin de su transformación revolucionaria. Sólo la movilización de la clase obrera y las masas populares hoy en día puede imponer un gobierno que implemente las medidas decisivas para garantizar los intereses y las aspiraciones de la mayoría de la población, y cuya política exterior apoya la Resistencia de los pueblos del mundo y de los Estados que oponen Resistencia a la agresión de los imperialistas, Estados entre los que se encuentra la República Bolivariana de Venezuela en la primera fila.

El Partido de los Comités de Apoyo a la Resistencia – para el Comunismo trabaja para la creación de este gobierno, y este trabajo es el paso de una obra más grande, la de hacer de Italia un nuevo país socialista. Cada paso adelante en este trabajo aumenta la debilidad de la Comunidad Internacional de los Estados Imperialistas, que incluye a los imperialistas estadounidenses, el principal enemigo de la República Bolivariana, e incluye a la Iglesia de Roma, cuya cúpula clerical en Venezuela siempre ha sido un enemigo del pueblo.

Cada paso adelante en nuestro trabajo es, por lo tanto, la mejor forma de apoyo a la Revolución Bolivariana, que opone Resistencia frente al ataque que la Comunidad Internacional de los Estados Imperialistas ha desplegado contra los pueblos de toda América Latina y que al resistir alimenta la fuerza de la lucha de las masas populares de todo el mundo y es un ejemplo de progreso en la historia de la humanidad.

¡Larga vida a la solidaridad internacional!

¡Larga vida a la República Bolivariana de Venezuela!

¡Adelante en la lucha para hacer de Italia un nuevo país socialista!

P-CARC – Partido de los Comités de Apoyo a la Resistencia – para el Comunismo

24 de mayo de 2018

[Trad. al castellano para ALBAinformazione por Alexandre Palma Araya]

Viva la Repubblica Bolivariana del Venezuela!

da P-CARC

Alle rappresentanze diplomatiche della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia

Questo documento è rivolto all’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, e inoltrato agli altri centri di rappresentanza della Repubblica in Italia, con richiesta di comunicare al Governo della Repubblica e al suo Presidente Nicolas Maduro i nostri complimenti per la vittoria conseguita nelle elezioni del 20 maggio. Questa vittoria conferma che non c’è attacco in grado di abbattere un governo quando questo rappresenta gli interessi e le aspirazioni delle masse popolari del paese. Non ci riescono né i nemici del paese al suo interno, né gli imperialisti dall’esterno. Questo è un insegnamento per il movimento comunista e rivoluzionario di tutto il mondo, e quindi anche per quello italiano. Nel caso dell’Italia la vostra vittoria è una manifestazione di forza a conferma che solo un governo costituito con la mobilitazione e la partecipazione della classe operaia e del resto delle masse popolari è forza decisiva per un salto del paese verso la sua trasformazione rivoluzionaria. Solo la mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari oggi può imporre un governo che attui le misure decisive per la garanzia degli interessi e delle aspirazioni della maggioranza della popolazione, e la cui politica estera appoggi la resistenza dei popoli del mondo e degli Stati che resistono all’aggressione degli imperialisti, Stati tra i quali la Repubblica Bolivariana è in prima fila.

Il Partito dei CARC opera per la creazione di questo governo, e questa opera è passo di un’opera più grande, quella di fare dell’Italia un nuovo paese socialista. Ogni passo avanti in questa opera incrementa la debolezza della Comunità Internazionale degli stati imperialisti, che include gli imperialisti USA, nemico principale della Repubblica Bolivariana, e include la Chiesa di Roma, il cui clero in Venezuela è sempre stato nemico del popolo. Ogni passo avanti nella nostra opera quindi è la migliore forma di sostegno alla Rivoluzione Bolivariana, che resiste a fronte dell’attacco che la Comunità Internazionale degli Stati imperialisti ha dispiegato contro i popoli di tutta l’America Latina e che resistendo dà forza alla lotta delle masse popolari di tutto il mondo ed è esempio di progresso nella storia dell’umanità.

Viva la solidarietà internazionale!
Viva la Repubblica Bolivariana del Venezuela!
Avanti nella lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista!

24 maggio 2018

Rafael Correa: «In Ecuador c’è un colpo di stato»

Rafael Correa a Roma: In Ecuador c'è un colpo di stato. Non c'è più stato di diritto e ci sono prigionieri politici ma all'Europa non interessada cuba-si.ch/it/

“In Ecuador un anno fa ha vinto la Revolucion Ciudana grazie a 10 anni di nostri successi straordinari, ma alla guida del paese c’è oggi un traditore che applica il programma delle destre, distrugge tutte le nostre conquiste sociali e si macchia di arresti arbitrari. In Ecuador sono tornati i prigionieri politici”. L’ex Presidente dell’Ecuador e una delle figure più carismatiche della stagione d’oro del progressismo in America Latina, Rafael Correa era a Roma nella giornata di ieri, giovedì 17 maggio, per denunciare l’arresto anticostituzionale di Jorge Glas e per partecipare ad una cena di raccolta fondi per le spese legali del suo ultimo vice-presidente. “Gli danno del corrotto. Ma per le spese legali servono soldi. Lo hanno arrestato senza una prova. Dove sono i soldi? Per la difesa serve lo sforzo di tutti per questo sono qui, per una cena di raccolti di fondi”.

Su Lenin Moreno, suo primo vice-presidente e oggi il principale nemico della Revolucion Ciudadana, solo parole di fuoco. “E’ un traditore. E’ un bugiardo. Mi definiva il miglior presidente della storia dell’umanità e oggi sono un corrotto, un autoritario. E’ un bugiardo. Sta distruggendo tutti i nostri risultati, le nostre istituzioni, il nostro partito. Perché non lo ha detto prima che era contro? E’ un bugiardo. Contro di me si sono aperti dei procedimenti penali che sono un assurdo e il tutto solo per arrivare ad una condanna di peculato che possa impedire di ricandidarmi. In soli due mesi hanno arrestato in modo anti-costituzionale il vice-presidente Glas e per la parola di un noto corrotto senza presentare una singola prova, è stato destituito sempre in modo anti-costituzionale il Fiscal General, e si applicano leggi in modo retroattivo. Non c’è più uno stato di diritto in Ecuador. Non c’è più democrazia perché non c’è più separazione di poteri nel paese. E’ in corso un colpo di stato”.

Sui suoi ex collaboratori, amici e sostenitori che hanno deciso di seguire la virata a destra di Moreno, Correa ha dichiarato come sia “davvero duro per me vedere persone con cui ho collaborato negli anni precedenti, che devono la loro posizione ai nostri successi, che oggi mi danno dell’autocrate. Ed è poi duro anche combattere ogni giorno contro le fake news che creano contro di me”, ha proseguito Correa.

Riprendendo anche il caso di Lula – “se fosse successo in Venezuela che il candidato sicuro di vincere venisse arrestato senza prove avremo avuto l’invasione il giorno stesso” – Correa non ha paura di dire che in America Latina “è in corso un nuovo Piano Condor.” In questo nuovo Piano Condor un ruolo importante lo hanno i mezzi di stampa. “Se sei dalla loro parte, sei un democratico anche se ci sono giornalisti e attivisti arrestati ogni giorno, se applichi politiche di sinistra che eliminano dalla povertà 92 milioni di persone sei invece un dittatore. Se Temer in Brasile fa un colpo di stato e Lula viene arrestato sicuro di vincere le sue elezioni tutto è democratico. Se Lenin Moreno sceglie politiche di destra e rompe l’ordine costituzionale c’è indifferenza dei media. Perché? Perché è passato dalla loro parte. Fosse successo in Venezuela un caso Lula o un caso Glas avreste avuto tutti i giorni le prime pagine per mesi che chiedevano interventi politici. Le grandi corporazioni dell’informazioni sono parte di questo nuovo Piano Condor”. 

Il caso Assange, i 4 morti nella frontiera nord con la Colombia e la richiesta di aiuto alle organizzazioni internazionali da parte di Moreno, venendo alla politica internazionale Correa non ha dubbi sul “riallineamento” dell’Ecuador di oggi. “Moreno sta tradendo la Revolucion Ciudadana in politica estera”.

In America Latina è inutile nasconderlo c’è un cambio geopolitico in corso. Con l’appoggio della stampa internazionale, della speculazione e con diversi colpi di stato “blandi” è tornato il neo-liberismo. “Hanno distrutto l’Unasur con 6 paesi della destra che sono usciti, la Celac è congelata e tutte le straordinarie conquiste sociali sono a rischio. Abbiamo tirato fuori dalla povertà 92 milioni di persone. Semplicemente non lo hanno tollerato”. Sul futuro e sul “pendolo dell’America Latina” Correa non ha dubbi. “Torneremo a vincere. La Revolucion Ciudana vincerà nuovamente. Ma il problema è quando? Mi preoccupa il paese che troveremo e credo che solo una nuova Assemblea Costituente potrà rimarginare le ferite attuali”.

Venezuela: il Chavismo vince le elezioni

Il Chavismo ieri ha vinto le elezioni in Venezuela. Maduro è di nuovo presidente, con più di 6 milioni di voti, pari al 68% dei votanti.

Sfoglio le pagine dei quotidiani italiani. Si parla di brogli – copione tipico e ormai un po’ stantio. Occorre quindi un’altra arma, meno spuntata, da agitare contro il chavismo. Stavolta è quella dell’astensione.

Alle urne si è recato infatti il 46% degli aventi diritto. E i nostri si scatenano: “affluenza crollata” titola Il Fatto Quotidiano; “voto dominato dall’astensione” riporta La Repubblica.

L’obiettivo è chiarissimo: far passare l’idea che l’elezione di Maduro sia illegittima per avere un pretesto per stringere ancor di più l’assedio contro il chavismo e il Venezuela. U.S.A., U.E. e diversi stati latinoamericani governati dalle destre (Argentina, Colombia, Brasile, ecc.), prima ancora della giornata elettorale, avevano asserito di non voler riconoscere i risultati di queste elezioni e minacciato nuove sanzioni, che inevitabilmente andranno a colpire la popolazione venezuelana. E sul tavolo c’è sempre l’ipotesi di un intervento armato, “umanitario” lo chiamano. Come le bombe che i governi NATO negli ultimi 20 anni hanno sganciato su popolazioni inermi, seminando morte e distruzione.

46,1% di votanti sono tanti? Sono pochi? Sicuramente rispetto alle cifre fatte registrare in Venezuela in questi vent’anni di chavismo, non sono altissime. C’era il boicottaggio di parte dell’opposizione, quella riunita nella MUD, che rivendica l’intervento diretto di Colombia, USA e chiunque possa liberarli – costi quel che costi – dal nemico politico del chavismo, visto che da soli non ne sono assolutamente capaci. C’era la consapevolezza che Maduro avrebbe vinto, senza troppi problemi (solo il nostro Il Fatto Quotidiano poteva dare notizia di un sondaggio che dava per vincente l’oppositore Henri Falcòn), il che non ha sicuramente prodotto quella mobilitazione popolare ampia che si era invece registrata in momenti in cui la vittoria del chavismo poteva essere in forse. Infine, la guerra contro il Venezuela ha portato – in parte – ad una depoliticizzazione di fette della società, con il presentarsi del fenomeno del ripiegamento sul privato, necessario per chi deve “luchar la vida”, come dicono a Cuba. Vale a dire lottare per campare.

I titoloni dei nostri giornali sono però assolutamente pretestuosi, visto che in altre elezioni, con percentuali di astensione simili o addirittura maggiori, nulla si è detto. Non si è gridato allo scandalo, né alla illegittimità delle tornate elettorali. Di seguito solo alcuni esempi:

1) Cile: Elezioni presidenziali 2017: 50.98%;
2) Cile: Elezioni presidenziali 2012: 51.02%;
3) USA: Elezioni presidenziali 2016: 43,10%;
4) Colombia: Elezioni generali 2014: 57%

Ancora dubbi sulla portata di una guerra mediatica di cui anche noi siamo bersaglio, per ammansirci e poterci portare a scenari sempre più da guerra guerreggiata contro un popolo e un governo che hanno la duplice colpa – irredimibile – di voler scegliere il proprio cammino e di riposare su enormi giacimenti petroliferi?

(VIDEO) Orlando Watussi: atentos ante una posible invasión de EEUU

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por LaIguana.TV.

“La situación en Venezuela está grave desde el punto de vista económico… mas creo que todos deberíamos saber el motivo real de esta situación como el embargo económico que se está realizando desde los Estados Unidos hasta Europa”, declaró el cantante Watussi en exclusiva para LaIguana.TV.

(VIDEO) Alberto Fazolo: el modelo ‘Euromaidan’ en Ucrania y Venezuela

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por La Iguana.TV

El analista y escritor italiano Alberto Fazolo considera que las crisis generadas en Ucrania, en 2013, y en los últimos años en Venezuela, obedecen a un plan implementado por Estados Unidos y parte de la Unión Europea para generar un cambio de Gobierno.

 

En un video publicado en el canal de YouTube de LaIguana.TV, Fazolo explica que en Ucrania los planes resultaron de forma positiva y, actualmente, la población de esa nación europea vive en una guerra permanente.

 

Destaca el analista que el papel de los medios de comunicación de masas es trascendental, para lograr generar en la opinión pública la percepción de que el país está en la ruina y es necesario un cambio de Gobierno.

 

(VIDEO) Banda Bassotti – la brigata internazionale

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La Banda Bassotti è un gruppo musicale Ska–Punk-Oi! romano, uno dei più importanti sulla scena indipendente europea. In trent’anni ha suonato in tutto il mondo, dal Giappone al Sud America, e venduto più di 200.000 dischi. Sigaro, Picchio, David e Pasquale negli anni ’80 fanno i manovali nei cantieri di Roma. La pausa pranzo in cantiere è una tribuna politica, un giorno leggono su Il Manifesto: “si formano brigate del lavoro per il Nicaragua”. Laggiù il Fronte Sandinista combatte contro la dittatura, c’è la guerra e la guerra distrugge. Così i quattro manovali partono con pala e piccone perché la libertà si può costruire. Di ritorno a Roma i manovali continuano a fare i manovali e nelle manifestazioni di piazza costruiscono i palchi, è il loro modo di contribuire alla causa. Un giorno (i Clash, gli Specials, ranchere e ritmi latini nel cervello) i manovali salgono sul palco e nasce così la Banda Bassotti. In quegli anni in Inghilterra c’è la musica della working class, in Italia c’è la classe operaia che fa la musica. Dalle borgate romane la Banda viaggia e fraternizza con i Compagni di tutto il mondo, sostiene le lotte di liberazione e di indipendenza. La musica e le parole diventano il mezzo di comunicazione. Negli anni la famiglia è cresciuta, nella Banda Bassotti ci sono tante bandiere e un simbolo che non manca mai: falce e martello.

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Banda Bassotti is an Italian Ska–Punk-Oi! Band, one of the most important in the European independent scene. In thirty years it has played worldwide, from Japan to South America, selling more than 200.000 records. Synopsis Sigaro, Picchio, David and Pasquale in the ’80s are workers in the building sites of Rome. The lunch break in the building site is a political debate, one day they read on Il Manifesto: “work brigades are being formed for Nicaragua”. Down there the Sandinista Front is fighting against dictatorship, there’s the war and war destroys. So the four workers leave with shovel and pick because they believe that freedom can be built. Back in Rome the workers continue being workers and during the rallies they build the stages, it’s their contribution to the cause. One day (The Clash, The Specials, ranchere e Latin rhythms on their minds) the workers decide to go on one of those stages and play. That’s how Banda Bassotti was born. In those years in England there was working class music, in Italy there was the working class making music. From the working class suburbs of Rome Banda Bassotti travels the world and supports the populations which are fighting for independence with fundraisings and the creation of humanitarian corridors, with music and elbow grease: Nicaragua 1984, El Salvador 1994, Palestine 2002 e Donbass 2014 are the most important destinations. During the years the family has grown, in Banda Bassotti there are many flags and a symbol that never misses: hammer and sickle.

Bergamo 13mag2018: Le nuove sfide del Venezuela Bolivariano

L'immagine può contenere: 2 persone, persone in piedi, folla, testo e spazio all'aperto

di  MAITE – Bergamo Alta Social Club

Il 20 maggio 2018 ci saranno in Venezuela le elezioni presidenziali che lo stesso presidente Maduro ha ritenuto opportuno anticipare. Suoi principali contendenti saranno l’ex chavista Henry Falcon e l’imprenditore nonché pastore Evangelico Javier Bertucci, oltre al candidato che si dichiara difensore della Rivoluzione Bolivariana, Reinaldo Quijada. Il nodo non è principalmente se Maduro vincerà o meno le elezioni (che salvo sorprese e particolari colpi di scena è l’ipotesi più accreditata) ma semmai il fatto che l’aggressione e le minacce ad ogni livello e costante dell’imperialismo principalmente USA, congiuntamente a UE e sionisti, non si fermerà di certo. Con ogni probabilità si farà più forte ed intensa, a prescindere dal risultato elettorale. Ricordando che il potere istituzionale plenipotenziario in Venezuela oggi è nelle mani della Assemblea Nazionale Costituente che ha il compito di redigere la nuova Costituzione con l’obbiettivo dichiarato di andare più a fondo nell’ottica dello sviluppo della Rivoluzione Socialista.

Tra gli ospiti e relatori:
Yusbely Jiménez produttrice audiovisivi indipendente
Ciro Brescia di ALBAinformazione
Emilio Ilic La Peruta del Periodico online Laiguana.tv

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