“Le Iene” e l’autoproclamato

da Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma” 

Facciamo subito una premessa, chi ieri sera non ha visto la trasmissione de Le Iene non ha perso nulla. Era stata preannunciata come una “intervista al Presidente del Venezuela” ma a quei livelli non si è mai arrivati. Forse perché chi conduceva il servizio, come dice il sito ufficiale, non è giornalista? Ma andiamo per ordine.
I primi 10 minuti sono i peggiori, con la solita mostra di informazio
ni palesemente false, senza MAI dare voce alla controparte o citare fonti certificate, obbligo deontologico di ogni giornalista.

L’unica testimone mostrata nei primi minuti è la modella Mariana Rodriguez nella sua lussuosa casa (!!).

Dopodiché si parte per Caracas… la principale fake news è il controllo dei media da parte di Maduro. È sufficiente accendere una qualsiasi tv in Venezuela per rendersi conto del contrario, solo VTV è a favore di Maduro, gli altri canali sono tutti contro. Per non parlare poi della tv satellitare, a parte TeleSur, anche lì tutti contro Maduro.

Altra colossale bugia, smontata dal New York Times, è che Maduro avrebbe bruciato i cosiddetti aiuti umanitari nei famosi camion.


I giornalisti statunitensi, con video originali, hanno mostrato che a dar fuoco ai TIR furono i teppisti a volto coperto che lanciavano molotov contro la polizia venezuelana. Inoltre, i TIR non conducevano medicinali, come lo stesso New York Times scrive citando proprio chi quei camion li ha allestiti.


Sulla ulteriore balla delle decine di bambini morti in ospedale per il black out ci hanno pensato i medici a dire che non era vero.

Arrivano poi le immagini del buio, della fame e della sete, definite come sempre più gravi, ma per descriverle si usano immagini e testi manipolati. E sì, perché le file per l’acqua mostrate si sono formate solo nei giorni successivi al blackout e non sono una costante venezuelana. Le pompe essendo elettriche è normale che durante il blackout non funzionassero.

Successivamente si mostrano numerosi mini video “fai da te” per descrivere il “disastro Venezuela” e qui si raggiunge il top: tutti i video sono senza fonte, tutti sono presi “dalle reti sociali” dagli influencer o dai siti oppositori di Maduro. Bolsonaro con questa tecnica ha vinto le elezioni in Brasile, decine di milioni di riproduzioni di fake news a valanga invadevano i telefonini. Per una notizia che veniva smontata come palesemente falsa ne venivano lanciate altre 10, anch’esse false. 
Ma davvero questo è il modo di fare giornalismo di Italia 1? Ma davvero queste sono le argomentazioni contro Maduro?

Arriviamo poi al momento clou: entra in scena Guaidó, ripetutamente chiamato “Presidente” dal giovane italiano che si dichiara “emozionato per non aver mai intervistato un presidente”.

La chiacchierata va avanti tra foto di Totti, di Eros Ramazzotti, di Laura Pausini, gli scudetti della Juve e domande su Dio, tra foto di Salvini che indossa una maglietta con Putin e la preghiera di “non mandarci in Italia Maduro dopo che l’avrete esiliato perché abbiamo già abbastanza problemi”.

Sul tema della legittimità di Guaidó-presidente si commettono errori marchiani, come il riferimento fatto all’articolo della Costituzione invocato da Guaidó, ma senza citare l’articolo successivo che lo smentisce.

Questo secondo articolo dice che “in assenza o per destituzione del Presidente, l’incarico viene preso dal vice presidente”. Come se non bastasse, un altro articolo della Costituzione afferma che l’incarico di un eventuale presidente ad interim “deve durare al massimo 30 giorni e deve servire a convocare nuove elezioni, ma oltre i 30 giorni decade”.

Valutando queste ed altre manipolazioni su cifre e dati, anch’essi senza fonti, osservando l’atteggiamento servile dell’intervistatore e il suo spagnolo maccheronico, abbiamo cercato di capire da quanto tempo il ragazzo fosse giornalista, supponendo che se Italia 1 paga un biglietto aereo ed un hotel per registrare una intervista ad un “presidente” lo faccia servendosi di una persona qualificata ed iscritta ad un albo.

Siamo quindi andati sul sito dell’Ordine dei Giornalisti italiani ed abbiamo scoperto due cose.

La prima è che il nome Gaston Zama riportato sul servizio non esiste, il redattore de Le Iene si chiama Giorgio Romiti, chissà perché la necessità di un nome d’arte.

La seconda è che inserendo il nome vero sul sito dell’Ordine dei Giornalisti, il soggetto non appare iscritto in nessun albo su tutto il territorio nazionale: né tra i professionisti né tra i pubblicisti.

Più che di una intervista professionale si è trattato di chiacchierata tra due amici oppositori di Maduro, pubblicizzata invece da giorni come una cosa di altro livello… una chiacchierata coordinata per interessi di immagine e dopo il flop dei piani golpisti.

Anche l’arresto del braccio destro di Guaidó, nei cui telefonini sono state trovate e mostrate le prove inconfutabili del reclutamento di mercenari, è stato raccontato capovolto descrivendo Marrero come una vittima innocente del perfido “dittatore attaccato al trono” (letterale).

Davvero una brutta pagina, l’ennesima, di quello che oggi è l’alleato numero uno del liberismo e delle malefatte internazionali: il falso servizio informativo usato come propaganda per convincere centinaia di milioni di persone.

Di seguito, per chi volesse commentare, riportiamo nel primo link con il post della pagina de le Iene, nel secondo link trovate invece il post del signor Giorgio Romiti alias Gaston Zama, che invita i suoi amici a fargli i complimenti per il suo lavoro.

[Testo e foto riproducibili citando gentilmente la fonte]

 

Milano 23mar2019: Giù le mani dal Venezuela!

La marcia degli invincibili derubati

L'immagine può contenere: 9 persone, persone che sorridono, persone in piedi e spazio all'apertodi Marinella Correggia

Caracas, 15mar2019.- Gabriela Molina Galindo del Movimiento ecologista venezolano (Meven) era dispiaciuta: troppo tardi e a cose fatte hanno saputo delle marce per il clima svoltesi il 15 marzo in diverse città del mondo… Ne avrebbero volentieri organizzata una. Il suo gruppo lavora sulla base dell’obiettivo V del Plan de la Patria, un progetto di civiltà tale da superare il capitalismo di rapina.

Il Meven era fra i partecipanti ieri alla marcia antimperialista a Caracas (e gentilmente portava anche un cartello italiano, contro le guerre e i golpe per il petrolio). Per chilometri e per ore hanno sfilato con magliette rosse e cappelletti, dopo ore di attesa alla partenza, pazienti sotto il sole.

In questi giorni si dovrebbe commemorare l’avvio di numerose guerre dell’Impero (come per l’impero romano, quello Usa inizia molte campagne belliche nel mese di marzo, il mese dedicato al dio della guerra): Yugoslavia il 24 marzo 1999, Iraq il 20 marzo 2003, Libia il 19 marzo 2011…

A Caracas l’oceanica manifestazione è stata come al solito pacifica – e molto orgogliosa di aver superato la prova delle ristrettezze idrico-elettriche. «El apagón no tumba la revolución» (il black-out non fa cadere la rivoluzione), recitava un cartello. Fra i  numerosi del Frente Francisco de Miranda, specializzato in opere sociali, creato nel 2004, dicono orgogliosamente, da Hugo Cháveze da Fidel Castro – numerose le bandiere cubane del resto. Ma anche «500 anni dopo tornano a rubare il nostro oro»: per ricordare che la campagna cosiddetta umanitaria messa in atto dagli Usa e dai loro lacchè contro il Venezuela è surreale, viste le sanzioni e il sequestro in atto dei beni venezuelani all’estero. «Usa ladroni», «Ci restituiscano la Citgo» (la Citgo Petroleum Corp, controllata petrolifera venezuelana della quale il giudice distrettuale Usa Stark ha disposto il sequestro l’anno scorso).

Qualcun altro ricordava che «Chávez ha trasmesso a Maduro la capacità di resistere ai colpi di Stato». Una donna colombiana (ne risiedono in Venezuela 5 milioni) leggendo il giornale gratuito Ciudad Caracas commentava con i vicini: «Chissà perché nessuno si scandalizza per i continui omicidi di leader popolari nel mio paese», concludendo con un «Cristo vive». Molto colorata la rappresentante del Movimento degli afrodiscendenti nonché organizzatrice nel sistema di vendita popolare Mercal.

E insieme agli slogan «Guaidò pagliaccio» e agli onnipresenti venditori degli assurdi lecca-lecca montati su canne da zucchero traforate («purtroppo sono la moda del momento anche se costano quanto una cassa di generi essenziali sovvenzionati quasi alla gratuità dal governo», commentava una ragazza del Meven) sfilava anche, portato da una donna, un «Paz y resistencia». Non c’è bisogno di traduzione.

Alla marcia hanno partecipato anche alcuni attivisti dell’orto comunitario Zamora, mentre gli altri curavano il loro spazio scosceso dove accanto alle erbe medicinali e a sistemi artigianali di irrigazione goccia a goccia, si arrampicano fagioli di varietà recuperate dall’estinzione e la moringa, albero miracolo la cui importanza fu indicata da Fidel a Chávez. Ma anche lì nell’orto, si discorre di agroecologia e al tempo stesso del suo contrario: le guerre dell’impero, sulle quali i venezuelani di base si dimostrano molto informati. A differenza degli italiani di base e di vertice.

(VIDEO) Marinella Correggia: No pudieron destruir Siria


Entrevista Conflicto en Siria Política Venezuela

Marinella Correggia: No pudieron destruir Siria

Viernes 15 de marzo de 2019 | 15:00 hrs

En entrevista par teleSUR, la periodista Marinella Correggia ofreció un análisis sobre los daños ocasionados durante los ocho años que ha durado la guerra en Siria, el papel de los grupos terroristas, los miles de muertos y heridos y el desplazamiento de personas que huyeron de la violencia, recordando también los casos de Libia, Irak, Afganistán y Yugoslavia. Correggia habló del papel de actores nacionales e internacionales que contribuyeron a la agresión y a la manipulación de la realidad, armando un círculo vicioso para armar una narrativa en torno a un dictador que masacraba a su pueblo. teleSUR

Fare di tutto per sostenere il Venezuela

L'immagine può contenere: 2 persone, testodi Monica Perugini 

Partire dall’Europa per Caracas è diventata un’impresa. Tutto torna ed emerge chiara la volontà di scatenare la guerra contro il Venezuela, isolandolo e rendendolo irraggiungibile dalla solidarietà internazionale e dai rapporti commerciali.

Dopo le esplicite dichiarazioni di aggressione espresse dagli Usa che puntano alle riserve petrolifere e minerarie ed allo squallido comportamento europeo, diviene impellente che si alzi la voce a favore del popolo Venezuelano e della Rivoluzione Bolivariana che, pur soffrendo, si oppone alla dittatura imperialista, ribadendo come il presidente Maduro sia stato legittimamente eletto, piaccia o meno a chi vuole invadere il paese per derubarlo e devastare lo stato sociale costruito da Chávez in poi.

Faremo di tutto per far pervenire ai nostri compagni di Caracas, Valencia e S. Antonio i medicinali indispensabili di cui hanno bisogno e che a causa delle sanzioni, non riescono ad acquistare.

Faremo di tutto per sostenere la resistenza di un popolo che si oppone ai potentati, ai veri padroni del mondo, rivendicano il diritto alla indipendenza politica, che contrastano il rischio che si replichi l’esperimento libico in America latina.

Questa è la vera lotta da far propria senza infingimenti, infatti, non ci sarà nessun clima respirabile, città vivibile, lavoro salubre, commercio sostenibile se non si combatteranno i responsabili conosciuti di tale imbarbarimento sociale. Per questo chi oggi vuole una società giusta e vivibile, deve stare dalla parte della Rivoluzione Bolivariana. Per quanto ci riguarda, stiamo facendo di tutto per far giungere a destinazione i medicinali già imballati e invitiamo i compagni, chi solidarizza, ovunque si trovi, e a qualunque formazione politica aderisca, a raccoglierne altri.

Coi compagni Venezuelani, stiamo organizzando un’altra spedizione e vi invitiamo ad aderire e diffondere la necessità della solidarietà internazionalista.

Infoline: 0039 331 794 3447

Perché è fondamentale lottare per il Venezuela Bolivariano

L'immagine può contenere: 6 persone, persone che sorridonodi Monica Perugini 

Insieme a 400 persone siamo bloccati a Madrid. Iberia, infatti, per motivi politici, in contrasto con il governo venezuelano, ci ha comunicato, dopo due giorni di proteste, che non vola per Caracas. Purtuttavia continua a vendere i biglietti per il Venezuela e, bloccando i passeggeri a Madrid, non effettua rimborsi giacché parte della tratta dai paesi di origine, è già stata effettuata.

Il boicottaggio dunque è evidente. La Spagna governata dai socialisti si accoda al boicottaggio scatenato dagli Usa che intendono, di fatto, sequestrare un paese in casa propria ed impedire la solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana. Abbiamo recuperato il carico di medicinali che i nostri compagni venezuelani aspettano a S. Antonio, Caracas e Valencia. Ad ulteriore sostegno delle nostre convinzioni politiche, abbiamo constatato personalmente cos’è la guerra commerciale ed economica scatenata contro un paese che si rifiuta di accettare il sistema capitalistico e lavora per una società socialista, retta dai principi dell’eguaglianza e della giustizia sociale che redistribuisce la ricchezza derivante dalla vendita di petrolio, diamanti, coltan e minerali alla popolazione, costruendo un sistema scolastico, sanitario e servizi accessibili a tutti.

Dimostrare che il socialismo è ancor a possibile è impresa necessaria in un mondo dominato dal denaro e quando ti accorgi di persona che il soldo non serve solo per comprare il necessario ed il superfluo ma viene usato per escludere, isolare, emarginare dalla rete della solidarietà un intero popolo che si è accorto bene cosa vorrebbe dire avere come governanti yankee ed europei senza scrupoli, l’imperativo di proseguire l’impegno diviene impellente.

Parlando con i Venezuelani qui con noi a Madrid, persone di diversa estrazione sociale, musicisti dell’orchestra Simón Bolívar, atleti della nazionale, madri che sono andate a trovare i figli all’estero, abbiamo capito come sia forte l’attaccamento ad una nazione che vuole resistere a tutti costi ad attacchi senza precedenti nella storia sferrati dall’aggressione imperialista ai paese non allineati. Per questo occorre stare con il Venezuela di Maduro, presidente legittimamente eletto, con la Rivoluzione Bolivariana, con la prospettiva seria, consapevole, condivisa da vaste popolazioni che un domani migliore è possibile.

Rompere l’isolamento, continuando ad aiutare, oltre a firmare, fare concreta solidarietà. Aiuteremo così anche noi stessi.

Aggiornamenti da Caracas sulla guerra cibernetica

L'immagine può contenere: testoda Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana 

Pubblichiamo una nota inviataci da un amico italiano a Caracas al buio.

Domenica 10 marzo 2019

Siamo di nuovo senza corrente, di nuovo al buio. 

Stavolta i “gringos” come li chiamano qui, il lavoro di sabotaggio lo stanno facendo bene.

E sì, perché credere alla barzelletta del guasto, fa amaramente sorridere.

Sembra quando ascoltavamo che l’aereo DC-9 di Ustica era caduto da solo o che Saddam aveva le armi di distruzione di massa.

Stavolta i fatti sono semplici: c’è stato il black out e dopo pochi minuti il senatore statunitense Marco Rubio (per primo al mondo) ne ha dato notizia entrando nei particolari del guasto. Come faceva a saperlo prima ancora del governo venezuelano?

Altri membri dell’amministrazione USA e Guaidó lo hanno scritto chiaro: “la luce torna quando Maduro se ne va”, e la cosa grave è che godono nel vedere i disagi e si fregano le mani se dovessero esserci dei morti.

Il servizio ieri mattina (ora di Caracas) era stato ristabilito al 70%, ma dopo poche ore, un altro attacco cibernetico ha bloccato tutto.

Di nuovo senza corrente, senza segnale ai cellulari, con la metro ferma, i negozi chiusi e senza poter comprare nulla nei pochi chioschi aperti poiché il POS per pagare non funziona.

Voi direte: e perché non pagate coi contanti?

Bella domanda. La risposta è che i contanti non ci sono perché un altro tentacolo della guerra economica e del sabotaggio li ha fatti sparire da tempo trasportando i biglietti in filigrana in Colombia. 

Quei pochi biglietti presenti in tasca sono centesimi, buoni per comprare al massimo qualche litro di benzina, che essendo statale è pressoché gratis.

Il risultato è che chi scrive, giunto a Caracas 6 giorni fa, e affittato un appartamento in un palazzo che grazie a non so quale miracolo ha un generatore elettrico, riesce a comunicare col mondo attraverso il wifi funzionante e riesce ancora a lavarsi.

E sì, perché in moltissimi condomini quando manca la luce non funziona la pompa dell’acqua.

Per il cibo, non potendo eseguire acquisti nei negozi perché sono chiusi e perché i bancomat non funzionano, mi sono dovuto arrangiare con quello che avevo portato per casualità dall’Italia.
2 torroni, comprati in offerta a 1,99 € a febbraio con l’idea di regalarli a Caracas ad alcuni amici venezuelani,
1 scatola di patatine Pringles,
1 pacchetto di biscotti Gentilini,
2 scatolette di tonno Rio Mare che porto in ogni vacanza per emergenza.

Dopo 60 ore di black out il tonno è finito, i torroni sono a metà, le patatine ne mangio non più di 5 per volta non sapendo quanto durerà il problema, i biscotti sono ancora abbastanza. L’acqua, per fortuna, avevo comprato il bottiglione da 5 litri.

Il bello, si fa per dire, è che nemmeno posso comunicare con i miei amici venezuelani, poiché i messaggi whatsapp che invio non arrivano e le 3 compagnie telefoniche sono senza segnale, nessuno di loro ha un’auto.

L'immagine può contenere: bevanda e testoLa domanda che tutti dovrebbero porsi è: ma davvero si può credere alla balla del guasto? 
Quando ero al liceo ricordo che ci insegnarono che gli USA ai tempi della conquista del west per sconfiggere gli indiani avvelenavano i fiumi, uccidevano i bisonti, e davano armi a varie tribù per farle combattere ed indebolire tra di loro.

Sono passati alcuni secoli ma la strategia è la medesima, si cerca di impossessarsi del Venezuela indebolendo il popolo venezuelano e attaccandolo con embargo commerciale, blocco economico, sabotaggi interni, corruzione indotta, diserzione pagata ed attacchi cibernetici.

Vorrei scrivere molte altre cose ma la batteria del cellulare segna 33%, sono le 2 di notte, e sono anche io al buio visto che ieri hanno detto che stanotte avrebbero spento il generatore per una manutenzione.

Le speranze sono 2:

che torni presto la corrente e che il mondo capisca chi è il vero colpevole di questo disagio.

La terza speranza invece non si verificherà: sperare che gli Stati Uniti lascino in pace questo paese smettendola di attaccarlo e sabotarlo manipolando poi le notizie sui media e facendo credere al mondo che la colpa è di Maduro.

Un saluto

(VIDEO) Guaidó e la verità sul Venezuela

Bari 13mar2019: La Repubblica Bolivariana del Venezuela sotto assedio

Io, italiano, 24 ore al buio di Caracas

L'immagine può contenere: testoda Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana 

Forse per chi vive in Italia non è ben chiara la portata di cosa è successo ieri in Venezuela.

Un paese intero è rimasto al buio per circa 24 ore.

Chiunque, in casa, sa cosa vuol dire togliere la corrente un’ora quando i vicini fanno i lavori nel condominio.

Provate ora ad immaginare che tutte le metropoli italiane restino al buio per 20 ore (e oltre).

I cellulari smettono di funzionare, tv, computer, metropolitane, treni, ascensori, frigoriferi, aria condizionata, riscaldamenti, scaldabagni, strumenti elettrici per aerosol, pressione, cuore… tutto inutilizzabile.

Chi sta tornando a casa dal lavoro, chi vuole sapere dove sta il figlio, la moglie, il padre… tutto impossibile.

Oggi senza cellulari la vita si ferma.

Dovete considerare che in Venezuela la percentuale di chi possiede un’auto privata è bassa, le persone si muovono con i mezzi pubblici, e comunque, per chi ha un’auto, i distributori di benzina funzionano con l’elettricità: fermi anche loro.

Il black out è avvenuto alle 17:30, quando la gente sta per tornare a casa dal lavoro, poco prima del tramonto, in metro, in treno.

Tutto ciò è stato impossibile per centinaia di migliaia di persone ed oltre a questo era impossibile comunicare con la famiglia o poiché i cellulari non funzionavano o perché le batterie erano scariche o per assenza di segnale o per assenza di wifi o per tutte queste cose contemporaneamente.

Dalle finestre, vedevamo in strada, nel buio (alle 18:30 tramonta), migliaia di persone che a Caracas, che non è la città più tranquilla del mondo, tornavano a casa a piedi, molti di loro erano a oltre 10 km di distanza da casa, la mappa di Caracas si sviluppa in lunghezza, ai piedi di una montagna.
Eppure nonostante ciò non si sono segnalati fatti di criminalità, furti, saccheggi, omicidi: niente.
La gente ha capito cosa stava succedendo.

Aggiungiamo che in molti, dopo aver dormito al lavoro per impossibilità a tornare a casa, l’indomani, non sapendo cosa stava succedendo nel paese, hanno preferito andare a piedi fuori al Palazzo Presidenziale piuttosto che a casa per accertarsi che al Presidente non fosse successo nulla. Questo è difendere una Rivoluzione!

Non giriamo intorno al problema, non ci tappiamo gli occhi, chi ha causato il problema?
Il black out è stato causato da un attacco cibernetico al SISTEMA DI CONTROLLO AUTOMATIZZATO, alla “spina dorsale” come si dice in gergo, della centrale idroelettrica del fiume Guri, che rifornisce con energia pulita l’80% del paese.

Gli Stati Uniti, e purtroppo molti media servili, perché questo è il nome esatto per chi viene meno al dovere di informare, hanno subito dato la colpa alla assenza di manutenzione.
Ma qui nessuno è cieco, ed i fatti parlano chiaro.

Marco Rubio, il senatore USA che da anni spinge per la caduta di Maduro, pochi minuti dopo che il black out si era verificato, è stato il primo al mondo a segnalarlo, indicando esattamente cosa fosse avvenuto, quante regioni del paese erano state danneggiate e che i generatori di emergenza non potevano entrare in funzione.

Come faceva a saperlo se neanche il governo, il ministro, i media, ne erano al corrente?
Di lì a pochissimi minuti, altri tweet di Guaidó annunciavano che “la luce sarebbe tornata solamente quando l’usurpatore se ne sarebbe andato”.

Altri esponenti statunitensi hanno iniziato a twittare che gli ospedali sarebbero andati incontro ad una “emergenza umanitaria” con centinaia di morti (sempre quella è la loro ossessione: causare morti).

Però gli è andata male, non sapevano che un piano speciale del presidente Maduro nei mesi scorsi aveva dotato tutti i principali ospedali di un sistema di generatori elettrici autonomi, difatti non si è registrato neanche un decesso relativo al black out.

Ora, a 36 ore dall’accaduto quale è la situazione?

Ora qui sono le 4:16 del mattino, dalla finestra di un piano alto di Caracas vediamo molte zone illuminate ma altre ancora al buio.

Se può interessare come dato, circa la metà delle persone che conosciamo non ha ancora riacquistato l’uso del cellulare e non riusciamo a contattarle.

Il danno è stato grande, ma NON è avvenuto ciò che gli USA speravano. Nel paese abbiamo avuto zero caos, zero assalti ai negozi, zero proteste in strada, zero violenza.

L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso, testoAl momento del black out eravamo in un centro commerciale, come tutti i centri commerciali è frequentato da una maggioranza di gente benestante ed ovviamente bianca ed oppositrice.
Eravamo in un negozio di cellulari e tutti i presenti, vedendo andar via la corrente, hanno iniziato ad ironizzare su Maduro, e sulle inefficienze del governo burlandosi della Rivoluzione. La solita barzelletta che qualsiasi problema avviene nel paese è colpa del Governo, come se l’embargo non esistesse.

Nessuno di loro immaginava cosa stesse per succedere.

Ieri, quando la corrente cominciava a tornare dopo oltre 20 ore di buio, c’è capitato di parlare con alcuni oppositori di Maduro, il loro stato d’animo era ben diverso.

Erano arrabbiati anche con Guaidó, poiché avevano visto che mentre loro erano al buio i ricchi di Caracas erano nei ristoranti di lusso della città che hanno generatore privato.

In molti si sono accorti che se gli Stati Uniti causano un black out, i danni sono per tutti: chavisti e non chavisti.

E la stessa cosa avverrebbe in caso di invasione, le bombe non distinguono tra chavista e non chavista.

Oggi ci sarà la programmata manifestazione anti imperialista. 

La risposta sarà di massa per dimostrare che il popolo venezuelano sta con la Rivoluzione e col suo legittimo presidente Nicolás Maduro.

Da Caracas
9 marzo 2019 ora locale 4:15

(Riproduzione consentita citando gentilmente la fonte)

(VIDEO) Giù le mani dal Venezuela!

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Qui il video completo della diretta streaming dell’evento del 5 marzo 2019 a Napoli con il Venezuela Bolivariano.

 

Un 5 marzo a Caracas

di Marinella Correggia

Il 5 marzo, sesto anniversario della morte di Hugo Chávez e ultimo giorno di Carnevale, le persone in coda nell’area collinare 23 enero per salutare il loro presidente defunto al Cuartel de la Montaña (1) o a passeggiare con bambini mascherati da Carnevale non sembravano pensare nemmeno lontanamente al golpista di ritorno, Juan Guaidó.

Guaidó? Arrivato ma non pervenuto

Se avessero potuto leggere quanto scriveva il Corriere della sera sul ritorno dell’eroe dei due mondi (quello occidentale e quello dei governi satelliti latinoamericani), questi venezuelani avrebbero chiesto al giornalista Rocco Cotroneo, corrispondente da Rio de Jaineiro: «Scusa ma dov’è la feroce dittatura, visto quel che scrivi, e cioè che questo tipo torna qui, incontra i giornalisti, fa comizi in piazza? A proposito ci dici quale piazza che non la vediamo?»

Seduta su un muretto con un gruppo di poeti per diletto vicino a piazza Bolivar, la nutrizionista Chelia (in realtà ha un nome impossibile che perfino suo marito ha faticato a imparare: Greselidas, nome russo, «i miei erano comunisti») sorride: «L’autoproclamato? Lasciamolo cuocere nella sua salsa», mentre Maria Milagros, padre del Molise, aggiunge: «Devo fare una piccola opera teatrale su questa storia surreale». Poi appunto chiedono: «Vedi che guerra? Vedi come combattiamo fra
noi? Vedi come ci opprimono?».

Una guardia bolivariana loquace e informata sul mondo

Dalla piazza vicina, musica, giochi per i bambini, danze, voci, schifezze alimentari (caramelle, zucchero filato coloratissimo) offerte da ambulanti, un signore scrive intento su una grossa agenda, e quasi nessuno fotografa, né meno che mai passa l’indice sullo smartphone.

Dei social, del resto, parlava male Alfonzo, una guardia bolivariana la mattina, sulla stessa piazza, discorrendo del mondo per mezz’ora – con una passante sconosciuta -, con la competenza che molti venezuelani dimostrano: effetto della biblioteca basica tematica inventata da Chávez e ora in tempo di penuria di carta proseguita con i libri usati? Effetto della radio? Di una tivù pubblica che certo trasmette discorsi dei politici ma anche molta informazione?). Diceva la guardia addetta ai monumenti, mentre dava informazioni a questo e quello su come arrivare a omaggiare Chávez: «Internet ha condannato la Libia». Anche per lui, il ritorno di Guaidó non è centrale. Ma non gli farete niente? «Eh, qui abbiamo scarcerato dopo pochi giorni anche i guarimberos che avevano appiccato il fuoco a servizi pubblici, e già si dichiaravano perseguitati… qui si parla di dialogo, paz…». 

Non condivide questa politica che molti trovano lassista? Non risponde e passa a parlare dei poveri gringos negli Usa che sono «i più malati del mondo, per come mangiano, per i debiti che hanno». Ma ne ha anche per i venezuelani «abituati alla città, il governo dava crediti per lavorare in agricoltura e magari si comprovano la macchina, il petrolio ha deformato l’economia», e soprattutto per i giovani, che vede un po’ persi, anche loro per via di Internet: «Fanno figli a 17 anni, e sono ancora bambini!» Salva invece l’assenza di xenofobia: «Qui accogliamo tutti. Dall’Europa distrutta dalle guerre, o gli armeni vittime degli Ottomani…. E vada a vedere il quartiere dei tedeschi…». Ma questi stranieri, sono pro o contro il governo? «In genere sono per se stessi». Giulio Santosuosso, matematico ed editore italiano, spiega le virtù del meticciato così evidente in Venezuela e che, se non preserva dal razzismo dei bianchi che colpì anche Chávez, relega però la loro posizione fossile a una infima minoranza piuttosto arroccata. «Ma quando iniziai a insegnare qui all’università, venti anni prima di Chávez, i docenti erano tutti bianchi e gli studenti in maggioranza anche.»

Discorrendo di nutrizione alternativa, indipendenza alimentare e Fidel/Chávez Passa un cane di quartiere, razza mista standard, beige scuro pelo raso: non ne abbiamo visti di mal messi come in Italia, come è possibile? E Chelia spiega: «Sono nutrizionista e per indicare lo stato alimentare di un luogo si usa l’indice perro: quando i cani di strada sono malconci, è indicativo…»

Nutrizionista? Benissimo! Risponde alla domanda su dove si trovano orti urbani e su perché certi non funzionano, storie di piccoli poteri e negligenze. Inizia uno scambio di buone pratiche collettive e individuali di indipendenza alimentare (essiccazione e orto sul lavello – i germogli – compresi): una conditio sine qua non di resilienza e resistenza che qui a causa della monocoltura petrolifera è stata abbandonata. In pochi – malgrado perfino la tivù ne parli (il Canal 8 dicono), per ora usano prodotti naturali ed economici come la moringa, che Fidel usava e Chávez no («non si curava, non riposava, era stressato, mangiava solo dolci», noto comfort food). Maximo dice: «Ho riassunto un testo interessante di Dipak Chopra, Cuerpo sin edad y mente sin tiempo, ve lo posso mandare» (non ha internet a casa, il suo sito utopiahora.gimdo.com non è aggiornato da mesi…).

La moringa cresce bene qui, «è molto nutriente, utile per varie patologie, solo che non la trasformiamo, manca questo passaggio». Ma l’ipeinflazione ha indotto cambiamenti? «Un po’ sì, c’è chi si ingegna a far da sé in casa a partire dalle materie prime.» Il punto debole è che l’ortofrutta, alimento importante, costa… «Dovremmo produrne di più, con il petrolio hanno abbandonato le campagne malgrado gli incentivi degli ultimi due decenni» dice Maximo. Maria Milagro dice: «C’era l’abitudine di comprare nei porti» (un’espressione per dire che si importava tutto), «mangiavamo mele…con tutti gli alimenti che qui crescono benissimo, mio papà quando mangiò avocado, il burro verde, per la prima volta non riusciva a smettere!» Viene in mente Thomas Sankara in Burkina Faso, e il suo motto sul produrre quel che si consuma e viceversa: «Non abbiamo bisogno delle vostre mele, mangeremo i nostri manghi!» Chelia dice anche che l’obesità è un po’ diminuita. Virtù della penuria, nella quale un lecca lecca venduto da un ambulante costa quanto un’intera cassa di prodotti sovvenzionati distribuita mensilmente a sei milioni di famiglie!

Ligia dice che però il razionamento dell’acqua le pesa, Maria Milagro osserva: «in Italia siete abituati a risparmiare risorse» (beh, non ci conosce!), «qui si consuma così tanta acqua che non si fa in tempo a depurarla, non devi bere quella del rubinetto senza farla bollire!». Troppo comodo però aprire il grifo e riempire la borraccia! La nutrizionista poi consiglia: «Se vai a Barquisimeto, chiedi della pietra tinajero, gli indigeni la usavano per depurare l’acqua! E’ una pietra porosa tipo la pomice con la quale è fatto il mio filtro di casa».

E la spazzatura prodotta, è diminuita? Avevo sentito del 40%… Però tutti questi sacchetti sottili sottili di plastica… Con tante soluzioni durevoli… «Hai ragione, cerchiamo di diffondere anche queste. Vieni il 9 marzo, abbiamo il Bazar poetico con oggetti di riciclaggio e per non far rifiuti all’Eje del Buen vivir». Un parco bellissimo, dove a caro prezzo (per gli stipendi venezuelani decurtati dall’inflazione) c’è chi beve succhi di frutta e chi una birra.

In un paese desertico ben diverso da questo rigoglioso, la rivoluzione troppo breve degli anni 1980 in Burkina Faso assumeva questa regola: «Il miglio deve servire prima all’alimentazione che alla birra, perché tutti devono mangiare tutti i giorni. Se proprio avanza, si farà la birra, con il miglio locale però». Il sorriso di Sankara è rimasto, da uno dei poster che campeggiano nel parco, a ricordare la recente Assemblea dei popoli tenutasi a Caracas alla fine di febbraio.

(1) È stato impossibile entrare al Cuartel, malgrado la coda, con la signora Amelia la quale diceva: «Per quella morte ho pianto giorni. Il giorno prima lui si congedò da mia sorella…». Ah, lo conosceva? «Non direttamente: lo sognò». Sono riusciti a entrare perché registratisi per tempo un gruppo di militanti della comune de Sucre, come Noris Herrera, che si occupa di produzione tessile. Da visitare.

https://twitter.com/liberazioni/status/1103135945208070146

#Venezuela: l’aspirante golpista #Guaido torna tranquillo come una pasqua in Venezuela, incontra stampa e fan: lo dice il Corriere della Sera. Feroce dittatura? In Italia un golpista sarebbe in carcere!

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