Il nazionalismo scozzese smonta il bipolarismo

sturgeon

di Achille Lollo*, da Roma per il Correio da Cidadania

19mag2015.- In un paese come il Regno Unito, con una popolazione di quasi 65 milioni che mette insieme, con difficoltà, i popoli di Gran Bretagna, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, appena il 66% (30 milioni) di elettori sono andati a votare il giorno 7 maggio, disarticolando completamente il tradizionale sistema maggioritario assoluto “First-Past The Post”, oltre a provocare erronee previsioni in tutti i centri di ricerca e, conseguentemente, nei principali organi di stampa dei media main-stream.  Infatti, il principale giornale britannico, The Sun, che pubblica quotidianamente 3,1 milioni di copie, rappresentando un formidabile strumento di pressione (forse sarebbe meglio parlare di strumento di manipolazione), prevedeva la sconfitta del partito nazionalista scozzese (Scottish National Party – SNP), l’effettivo ridimensionamento del partito xenofobo e anti-europeo, lo UK Independence Party – UKP – e il ritorno del bipolarismo politico, con la disputa tra i conservatori e i laburisti.

Da parte sua, il giornale “della destra eccellente”, The Daily Telegraph, come anche il Financial Times, più conosciuto per essere la voce del mercato, davano per certa l’affermazione del partito Liberal-Democratico (PLD) di Nick Clegg, come nel 2010, ammettendo una sensibile crescita dello UKP, in funzione del ruolo politico di Nigel Farange, presentato come il nuovo leader capace di oscurare le dirigenze del partito conservatore “Tory” e, soprattutto, del partito laburista, il Labour Party.

Più realiste sono state le analisi di The Guardian (liberal-progressista), che presentavano una corretta interpretazione dell’assenza di un grande leader nel partito conservatore, pur passando sotto silenzio i motivi della crisi ideologica del partito Laburista (Labour Party) e sbagliando tutto, o quasi tutto, sulle possibili risposte degli elettori che, nel 2010, avevano votato per questo partito. In questo sfacelo di previsioni, i media main-stream screditavano completamente i piccoli partiti, come lo SNP scozzese, l’autonomista Plaid Cymrv di Learne Wood e il Green Party (Partido Verde) della combattiva Natalie Bennett.

Fine del bipolarismo politico

Nel Regno Unito, il sistema elettorale premia chi prende più voti in ogni distretto elettorale. Per questo, durante quasi un secolo, la classe politica e l’attività parlamentare sono state determinate dalla famosa “alternanza politica nella Camera Bassa di Westminster”, dove, normalmente, dopo ogni due governi conservatori, si avevano due governi degli oppositori laburisti. È bene ricordare che la Camera Alta non assomiglia a un Senato, ma piuttosto a una istituzione della nobiltà, dove siedono solamente i Lords Spirituali (i vescovi della Chiesa di Inghilterra) e i Lords Temporali (i rappresentanti dell’aristocrazia), che non sono eletti, ma sono designati dalla regina e, per questo, hanno poteri estremamente ridotti. Per questo, tutte le questioni politiche dello Stato e della Nazione sono dibattute e decise principalmente dai parlamentari della Camera Bassa.

Dal 2000, i laburisti tentano di argomentare una riforma elettorale. Un progetto che, adesso, è diventato necessario e urgente, dal momento che una buona parte degli elettori – come nel 2010 – ha creduto nelle proposte e nei progetti dei piccoli partiti, determinando la fine del bipolarismo e, conseguentemente, l’inapplicabilità del tradizionale sistema elettorale “First-Past The Post”, in uso dai tempi di Churchill.

In questo contesto, il partito Conservatore (i Tories) di David Cameron è cresciuto appena dello 0,8%, in relazione alle elezioni del 2010. Anche così, il sistema elettorale lo ha premiato, eleggendo 331 parlamentari (24 più che nel 2010), in funzione della bassa percentuale di elettori (30%) e della dispersione dei voti, più distribuiti tra i piccoli partiti, in particolare lo SNP scozzese, il partito di destra UKP, il Plaid Cymrv e il Partito dei Verdi. Una realtà che ha alimentato il rifiuto elettorale di molti politici importanti, per esempio: la ministra del Lavoro Esther Mcvey (numero tre del Partito Conservatore), e quattro ministri, Vince Cable, Danny Alexandre, Simon Hugues e Ed Davey, tutti del partito Liberal-Democratico.

A questo proposito, bisogna chiarire che il partito Liberal-Democratico (PLD) di Nick Clegg, nel 2010, ha sorpreso tutti, conquistando notorietà con il 23% dei suffragi, il che gli ha permesso di entrare trionfalmente a Westminster con 57 parlamentari e obbligare il leader dei conservatori, David Cameron, a fare un governo di coalizione con i liberal-democratici. Invece, nelle elezioni del 2015, gli elettori hanno punito in maniera esemplare il PLD, per aver promesso “mari e monti”. Una punizione che è stata brutale nei vari distretti della Gran Bretagna, dove il PLD ha perso 37 parlamentari, perché i suoi elettori hanno votato in massa i candidati del Partito Conservatore. Una opzione che non ha logica, dal momento che il PLD e i Conservatori erano insieme al governo e le promesse di Nick Clegg, teoricamente, tendevano a sminuire le misure dello stesso governo.

Una contraddizione che evidenzia ancora di più gli effetti di questo “tsunami elettorale”, se consideriamo che perfino il leader del Partito Liberal-Democratico, Nick Clegg, è stato sconfitto nel suo distretto storico, Sheffield-Hallam, che è stato inghiottito dai conservatori. Una sconfitta che ha obbligato Nick Clegg a presentare le dimissioni dal partito.

 

Il liberalismo sociale ha perso la direzione

Dopo nove anni di effettiva predominanza politica, il Partito Laburista (Labour Party) – controllato dagli uomini della corrente di Tony Blair, il New Labour – non è riuscito più a dinamizzare le teorie della “Terza Via”, lasciando, così, il potere nelle mani dei conservatori, che sono tornati a mettere mano al Welfare State (Stato del Benessere) per pareggiare i bilanci.

Bisogna ricordare che, in termini politici, i governi conservatori hanno presentato poche differenze in relazione ai precedenti laburisti. Per esempio, la decisione belligerante dell’attuale primo-ministro conservatore, Cameron, di attaccare la Libia per abbattere Gheddafi è stata simile a quella presa da Tony Blair quando, insieme agli USA, ha deciso di disarticolare la Federazione Jugoslava e, poi, distruggere l’Iraq, per porre fine al regime di Saddam Hussein. Tutte le decisioni geo-strategiche ed economiche dei conservatori e dei laburisti hanno sempre difeso gli interessi “globali” della Glaxo Smith Kline, dell’Astra Zeneca (settore chimico), della Briths Petroleum (gas e petrolio), della Roll-Royce (motori per aerei), come anche dei gruppi finanziari (HSBS, che è la maggiore banca del mondo), della Barclais Bank, della Royal Bank of Scotland, etc. etc.

Pertanto, quando gli elettori laburisti hanno capito che la promessa conciliazione tra capitalismo e socialismo democratico, in realtà, era un’altra impalcatura teorica per fare quello di cui il mercato aveva bisogno per mantenere i suoi margini di profitto (privatizzazioni, precarizzazioni, tagli di bilancio, riduzione dei diritti etc., etc.), allora gli elettori del Labour Party, in particolare quelli che rappresentavano la Left of Labour (sinistra), hanno cominciato a emigrare verso i movimenti, i partiti ambientalisti e il nazionalismo progressista scozzese.

In queste elezioni, il Labour Party, a livello nazionale, è cresciuto appena del 1,5%, raggiungendo il 30,4% dei suffragi, riducendo il numero di parlamentari eletti da 257 a 232. Tuttavia, se non fosse per il successo che il Labour ha ottenuto nel Paese del Galles e, in particolare, nella capitale Cardiff, la sconfitta sarebbe stata maggiore, dal momento che, in Scozia, i laburisti non hanno eletto 39 parlamentari, tra i quali lo storico leader del laburismo scozzese, Jim Murphy, e ancora due dirigenti nazionali, Ed Balls e Douglas Alexander, molto legati al leader Ed Milliband.

Questi, in seguito alla sconfitta elettorale del 7 maggio, ha rassegnato le dimissioni, creando ancora più incertezza in seno al partito. In pratica, oggi, la dirigenza del partito rivela una disputa interna accanita tra gli “storici” Yvette Cooper, portavoce delle istanze nazionali del partito, e Andy Burnham, leader del settore della salute, e i nuovi aspiranti, Chuka Umunna e Liz Kendall. Candidati che sono espressione dei differenti gruppi in contesa per il controllo del partito, ma che, in termini di proposte politiche, non rappresentano niente di nuovo!

Il nazionalismo progressista scozzese

La “Dama Rossa di Glasgow”, Nicola Sturgeon, ha soppiantato il leader laburista scozzese Jim Murphy, che nel 2014 ha diretto la campagna “Better Together” (Meglio Insieme), con la quale il Partito Laburista (Labour Party) ha partecipato al referendum indipendentista richiesto dal leader dello Scottish National Party, Alex Salmond.

Una “vittoria di Pirro”, che ha significato, da un lato, la fine politica del giovane segretario del Partito Laburista, Edward Samuel Milliband, e, dall’altro, ha qualificato, in termini politici, l’uscita dei laburisti scozzesi dal Labour, una volta che non si riconoscevano più nel “liberalismo sociale” di Tony Blair e, poi, di Gordon Brown. Per questo, la decisione di Edward Samuel Milliband di contrastare le tensioni indipendentiste degli Scozzesi è stata la goccia che ha ha fatto traboccare il vaso e ha fatto implodere il Partito Laburista (Labour Party) in Scozia.

È in questo contesto che si è affermata la dirigenza di Nicola Sturgeon, che si è convertita nella nuova leader del nazionalismo progressista scozzese, assumendo, nel 2014, la direzione dello SNP (Scottish National Party), dando al partito una dimensione politica effettivamente socialdemocratica, oltre ad assumere vari impegni politici che i laburisti hanno sempre rifiutato. Per esempio, con Nicola Sturgeon, lo SNP si è dichiarato contrario all’adesione della Scozia alla NATO, accettando di rimanere nell’Unione Europea e mantenendo, così, in piedi, l’Euro.

Tuttavia, lo choc politico che si è registrato tra lo SNP e il Labour Party ha avuto luogo nelle questioni economiche e sociali. Infatti, il laburista Edward Samuel Milliband ha tentato di cooptare gli elettori scozzesi con la retorica promessa di ricostruzione del Welfare State (Benessere Sociale). Ma, a Glasgow e a Edimburgo, nessuno lo ha creduto, anche perché la “Dama Rossa”, Nicola Sturgeon, ha formulato una serie di proposte politiche ed economiche che conquistavano il cuore e le menti del 90% dei laburisti scozzesi.

Uno scenario nel quale lo SNP si è trasformato, rapidamente, nel partito maggioritario in Scozia e, per questo, nelle elezioni legislative del 7 maggio, ha eletto 56 parlamentari sui 59 che il sistema elettorale destina alla Scozia nel Parlamento nazionale di Westminster. Bisogna ricordare che questo successo è stato determinato dall’emigrazione politica dei laburisti scozzesi verso lo SNP. In termini di matematica elettorale, questo significa che il Labour Party ha perso 39 parlamentari.

Nella stessa maniera degli altri partiti indipendentisti europei (tranne quello italiano della Lega Nord, autenticamente razzista e di estrema destra), lo Scottish National Party, sotto la dirigenza di Alex Salmond e, adesso, di Nicola Sturgeon, ha scommesso sulla “social-democrazia progressista”. Per questo, la sua piattaforma partitica è a favore del disarmo e contro l’uso dell’energia nucleare. Chiede più controlli fiscali e una tassazione proporzionale secondo il grado di ricchezza. Esige una migliore e più differenziata distribuzione della ricchezza nazionale, tenendo conto che, nel Mar della Scozia, ci sono importanti giacimenti di gas e petrolio e che la città di Edimburgo è diventato un importante centro finanziario di ambito europeo, grazie all’espansione del Royal Bank of Scotland Group.

Elementi che Nicola Sturgeon ha fatto questione di veicolare tra gli Scozzesi, non solo per vincere le elezioni, ma, soprattutto, per qualificare il progetto indipendentista scozzese, sulla base del quale dovrà essere bandita la povertà, permettendo a tutti di frequentare gli studi superiore nelle università pubbliche.

Il successo politico e elettorale dello SNP è un segnale che, nel Regno Unito, il sistema politico sta vivendo un’acuta fase di transizione. Infatti, questa è stata l’ultima volta nella quale i conservatori sono riusciti a sfruttare la paura e la tipica indecisione dei Little Englanders (i piccoli inglesi), cioè, la classe media della Gran Bretagna, del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord, che si sentono “inglesi” solamente quando il governo di Londra gli procura un minimo stato di benessere.

Il prossimo anno, il governo conservatore di David Cameron dovrà aver concluso la riforma costituzionale che istituzionalizza la definitiva autonomia dei governi regionali, per, poi, già alla fine del 2016, realizzare il referendum “BREXIT”, con il quale gli elettori britannici, gallesi, scozzesi e irlandesi del nord dovranno decidere se il Regno Unito deve restare nell’Unione Europea e in quale misura.

In sostanza, il conservatore David Cameron crede di poter vincere questo referendum, per fare una specie di ricatto ai tecnocrati dell’Unione Europea, per ottenere da loro un trattamento differenziato in termini finanziari ed economici. Al di là di questo, il governo dovrà presentare un progetto di legge per modificare il sistema elettorale “First-Past The Post”, dal momento che il bipolarismo politico tra conservatori e laburisti è morto in queste elezioni e che, nel futuro, la completa autonomia politica della Gran Bretagna, del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord esigerà un sistema elettorale differenziato e tendenzialmente federalista.

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania.

 

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Come hanno fatto i Tories a vincere

thesun_cameronda marx21.it

Il principale fattore nella vittoria dei Conservatori (Tories) è stato politico e ideologico. La risposta del Labour Party è stata debole, confusa e contraddittoria, e il suo rifiuto di sostenere la campagna per la proprietà pubblica del gas, dell’elettricità, dell’acqua e delle ferrovie gli è costato un sostegno che andasse oltre la propria base.

Perchè i Tories hanno vinto le elezioni, se le loro politiche servono gli interessi di una ricca e potente minoranza piuttosto che delle masse popolari? Innanzitutto va ricordato che Cameron e compagnia hanno ottenuto solo il 37% dei voti, il 25% del totale degli elettori e un po’ più di un voto su 5 adulti aventi diritto al voto.

Queste cifre sono di poco conforto per il Labour, le cui percentuali sono state in ogni caso ancora inferiori.

Ciononostante, è significativo che i gruppi meno propensi a registrarsi per il voto – gli inquilini specialmente di case private, i residenti con origini straniere, i giovani e gli studenti – sono anche quelli meno propensi a votare per i Tories quando si registrano.

Il fallimento nell’invitare queste persone a registrarsi e a votare ha quindi aiutato i Tories ad ottenere una maggioranza parlamentare.

Così pure il metodo elettorale maggioritario (First past the post), che ha premiato i Tories con oltre la metà dei seggi di Westminster quando hanno ottenuto poco più di un terzo dei voti.

Ma anche un più giusto sistema elettorale proporzionale avrebbe comunque dato ai Tories, all’Ukip, agli unionisti circa il 50% dei seggi, con il Labour, i Verdi, il Snp e il Plaid Cymru fermi al 40%.

La più grande vittoria dei Tory è stata politica ed ideologica.

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Problemi alimentari per gli europei a causa delle politiche neoliberiste

bandiere-europeeda HispanTV

Secondo uno studio, il 50% degli europei per ragioni economiche, non può seguire una dieta variegata.

Uno studio commissionato dal Moviemnto ENOUGH di Elanco e realizzato dall’istituto SWG, coinvolgendo oltre 2000 persone provenienti da Italia, Germania, Francia e Regno Unito, ha rivelato che il pesce, la carne di manzo, e il maiale, figurano tra gli alimenti spesso assenti nella dieta.

Come ha spiegato il presidente di SWG, Maurizio Pessato, «questa carenza non è dovuta unicamente a scelte personali o gusti, ma è dettata da ragioni economiche».

Le zone più critiche sono Italia e Francia, dove si è registrata una drastica riduzione dei consumi di carne (79% in Italia e il 62% in Francia).

Le persone sottoposte all’inchiesta hanno riconosciuto che la loro dieta è stata ridefinita quando è iniziata la crisi, con la riduzione del consumo di alimenti costosi sostituiti da cibi più economici.

A questo proposito, l’accesso al cibo e la sua disponibilità, è visto come un problema reale il cui impatto può essere misurato nel campo della vita quotidiana. In particolare, l’Italia è il paese in cui questa percezione è più diffusa, con l’84 per cento degli intervistati che sostengono questo punto di vista.

Inoltre, secondo lo studio, gli europei prevedono due strade differenti ma complementari per risolvere il problema, tenendo in considerazione la responsabilità individuale del cittadino così come quella globale. Mentre la riduzione dei rifiuti alimentari e i piani educativi sono visti come priorità, vengono considerati fondamentali anche l’uso delle nuove tecnologie e i cambiamenti nei processi di commercio.

Infine, due intervistati su tre si sono a favore di un aumento degli investimenti in ricerca e tecnologia per affrontare la questione della sostenibilità del cibo e per migliorare l’efficienza della produzione agricola.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

L’esercito UK arruola migliaia di ‘Facebook Warriors’ per disinformare

di Michael Krieger – infowars.com

Ecco il 77° Battaglione: l’esercito britannico sta mobilitando 1500 ‘Facebook Warriors’ per diffondere la disinformazione. Tornerà in vita una delle più discusse unità delle forze speciali inglesi della seconda guerra mondiale.

L’esercito britannico farà rivivere una delle più controverse unità delle forze speciali della seconda guerra mondiale, i Chindits, sotto forma di una nuova generazione di “guerrieri di Facebook” che scateneranno complesse e segrete campagne sovversive di (dis)informazione.
Preparatevi: i social media stanno per diventare molto più pericolosi di quanto sono già. Fate molta attenzione nel saltare a conclusioni, pensate sempre con la vostra testa e usate il vostro miglior buon senso. Le operazioni psicologiche (psy ops) del governo stanno per intensificarsi.
Il blog tecnologico Gizmodo ha riportato quanto segue:
Un nuovo gruppo di soldati, conosciuto come Facebook Warriors, secondo il Financial Times «scatenerà complesse e segrete campagne sovversive di (dis)informazione». Questo reparto si chiamerà 77° battaglione, il cui numero ha anche un significato storico. FT riferisce:
I Chindits originali [77° Battaglione] erano un’unità partigiana guidata dallo spavaldo comandante britannico generale Orde Wingate, uno dei pionieri della moderna guerra non convenzionale. Operarono in profondità dietro le linee giapponesi in Birmania tra il 1942 e il 1945 e le loro missioni erano spesso discutibili.
Questi guerrieri di Facebook useranno simili tattiche atipiche, con mezzi nonviolenti, per combattere contro il loro nemico. Ciò sarà realizzato principalmente attraverso il “controllo del riflesso”, una vecchia tattica sovietica che consiste nel diffondere informazioni opportunamente confezionate al fine di indurre l’avversario a reagire esattamente nel modo voluto. È un trucco piuttosto complicato, e l’esercito britannico lo metterà in atto solamente con questo corpo di 1500 persone (o più) usando Twitter e Facebook come mezzi per diffondere disinformazione, le verità della guerra vera, e incidenti false flag (sotto falsa bandiera) quasi come una raccolta comune di informazioni. A quanto si riferisce, il 77° Battaglione entrerà in azione nel mese di aprile.
 
ARTICOLO CORRELATO:
[Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano]

La lotta del Venezuela contro il comune nemico

da johnpilger.com

Con un “colpo al rallentatore” in corso in Venezuela, John Pilger è intervistato da Telesur, la retetelevisiva latino-americana, da Mike Albert.

Mike Albert: Perché gli U.S.A. vogliono rovesciare il governo del Venezuela?

John Pilger: Ci sono principi e dinamiche chiari al lavoro qui. Washington vuole fare

fuori il governo del Venezuela, perché esso è indipendente dai disegni U.S.A.per la regione e perché il Venezuela ha le più grandi riserve comprovate del mondo e usa i suoi proventi del petrolio per migliorare la qualità di vita di tutti i cittadini.

Il Venezuela rimane una fonte di ispirazione per il riformismo sociale, in un continente devastato dagli storicamente rapaci U.S.A. Un rapporto dell’Oxfam una volta ha descritto con clamore la rivoluzione sandinista in Nicaragua come “la minaccia di un buon esempio”. Questo si è ripetuto in Venezuela, fin da quando Hugo Chávez ha vinto la sua prima elezione.

La”minaccia” del Venezuela è più grande, naturalmente, perché esso non è un paese piccolo e debole; è ricco e influente ed è visto così dalla Cina. Il cambio notevole nel destino di milioni di persone nell’America Latina è l’obiettivo principale dell’ostilità degli U.S.A.

GliU.S.A. sono stati il nemico non dichiarato del progresso sociale in Latino-America per due secoli. Non importa chi ci sia alla Casa Bianca: Barak Obama o Teddy Roosevelt; gli U.S.A. non tollereranno paesi con governi e culture che mettano avanti i bisogni dei loro propri popoli e che rifiutino di promuovere o cedere alle richieste e pressioni degli USA.

Una democrazia riformista a sfondo sociale ma con una base capitalista – come è il Venezuela – non è perdonata dai governanti del mondo. Quello che è imperdonabile è l’indipendenza politica del Venezuela; solo l’acquiescenza completa è accettabile. La “sopravvivenza” del Venezuela chavista è un testamento a favore del sostegno dei Venezuelani comuni per il loro governo eletto – ciò mi è diventato molto chiaro l’ultima volta che sono stato lì.

La debolezza del Venezuela consiste nel fatto che l’opposizione politica – che io definirei la “feccia dell’East Caracas” – rappresenta interessi potenti, che sono stati alimentati per mantenere un potere economico critico. Solo quando quel potere sarà ridimensionato, il  Venezuela si scrollerà di dossola costante minaccia di una sovversione appoggiata dall’esterno, spesso criminale. Nessuna società dovrebbe avere a che fare con uno scenario simile, anno dopo anno.

MA: Che metodi hanno già adottato gli USA? puoi pronosticarne alcuni sviluppi futuri per scalzare i Bolivariani?

JP: C’è la solita accolita di quislings e spie; essi vanno e vengono con il loro teatro mediatico di false rivelazioni, ma il principale nemico sono i media. Forse ricorderete l’ammiraglio venezuelano, che fu uno dei  autori del complotto contro Chávez nel 2002, vantarsi durante il suo breve passaggio al potere, “La nostra arma segreta erano i media“.

I media venezuelani, specialmente la televisione, furono attivi partecipanti in quel colpo di stato, con la menzogna che sostenitori del governo stavano sparando sulla folla di manifestanti da un ponte. False immagini e titoli hanno girato il mondo. Il New York Times si è aggiunto al coro, benedicendo l’abbattimento di un governo democratico “anti-americano”; come di solito fa.

Qualcosa di simile è successo a Caracas l’anno scorso, quando corrotte mobilitazioni di destra sono lodate come “proteste pacifiche”, che erano “represse”.

Questo era senza dubbio l’inizio di una “rivoluzione colorata” sostenuta da Washington, apertamente appoggiata da organismi tipo il National Endowment for Democracy – un clone amico della CIA. Era un piano ingenuo, come il colpo che Washington ha messo in campo con successo in Ucraina lo scorso anno.

Come a Kiev, in Venezuela i “protestanti pacifici” hanno dato fuoco a edifici del governo e dispiegato cecchini: per questo, sono stati lodati dai politici e media occidentali. La strategia è quasi certamente quella di spingere il governo di Maduro verso destra e così alienare la sua base popolare. Dipingere il governo come dittatoriale e incompetente è stato un articolo di cattiva fede tra i giornalisti e networks in Venezuela e negli USA, nello UK ed Europa.

Una recente “storia” negli USA parlava di uno “scienziato USA imprigionato per aver tentato di aiutare il Venezuela a costruire bombe”. L’implicazione era che il Venezuela stava accogliendo “terroristi nucleari”. In realtà, il fisico nucleare scontento non aveva connessioni di nessun tipo con il Venezuela.

Tutto questo ci ricorda gli attacchi implacabili a Chávez, ognuno con quella particolare cattiveria riservata ai dissidenti dalla “unica vera via” dell’Occidente. Nel 2006, il Channel 4 News britannico ha effettivamente accusato il presidente venezuelano di aver complottato per la fabbricazione di arminucleari con l’Iran, una fantasia assurda. Il corrispondente di Washington, Jonathan Rugman, scherniva le politiche per sradicare la povertà e presentava Chávez come un buffone sinistro, consentendo a Donald Rumsfeld, un criminale di guerra, di paragonare Chávez a Hitler, senza ribattere.

La BBC non è diversa. I ricercatori della West England University nel Regno Unito hanno studiato la distorsione sistematica della BBC nel documentare il Venezuela nel corso di un periodo di 10 anni. Hanno guardato 304 servizi della BBC e hanno scoperto che solo tre di questi parlavano di alcune delle politiche positive del governo.

Per la BBC non esistevano le iniziative democratiche del Venezuela, la legislazione sui diritti umani, i programmi alimentari, le iniziative sanitarie e i programmi di riduzione della povertà. La Missione Robinson, il più grande programma di alfabetizzazione della storia umana, ha ricevuto appena una menzione di passaggio.

Questa censura virulenta per omissione integra le falsificazioni intenzionali, come le accuse che il governo venezuelano sia costituito da un gruppo di narco-trafficanti. Niente di tutto questo è nuovo; guardate il modo in cui Cuba è stata travisata – e aggredita – nel corso degli anni.

Reporters senza frontiere ha appena pubblicato la sua classifica mondiale delle nazioni in base alle loro pretese di una stampa libera. Gli Stati Uniti sono classificati al 49° posto, dietro a Malta, Niger, Burkina Faso e El Salvador.

MA: Perché potrebbe ora essere un tempo adatto, a livello internazionale, per la spinta verso un colpo di stato? Se il problema principale è che il Venezuela costituisce un esempio che potrebbe diffondersi, l’emergenza di un pubblico ricettivo verso questo esempio in Europa fornisce una spiegazione alla reazione degli Stati Uniti?

JP: È importante capire che Washington è governata da veri estremisti, una volta conosciuti all’interno della Beltway come “i pazzi”. Questo è stato vero fin da prima del 9/11. Alcuni sono decisamente fascisti. Affermare il dominio degli Stati Uniti è il loro gioco malcelato e, come gli eventi in Ucraina dimostrano, sono disposti a rischiare una guerra nucleare con la Russia. Queste persone dovrebbero essere il nemico comune di tutti gli esseri umani sani.

In Venezuela, vogliono un colpo di stato, in modo che possano far regredire alcune delle più importanti riforme sociali del mondo – come in Bolivia ed Ecuador. Hanno già schiacciato le speranze della gente comune in Honduras. L’attuale cospirazione tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita per abbassare il prezzo del petrolio è destinata a realizzare qualcosa di più spettacolare in Venezuela e in Russia.

MA: Quali pensi sia l’approccio migliore per allontanare le macchinazioni americane e delle élites nazionali venezuelane, per i Bolivariani?

JP: La maggioranza del popolo del Venezuela e il loro governo hanno bisogno di dire al mondo la verità sugli attacchi contro il loro paese. C’è una agitazione in tutto il mondo, e molte persone stanno ascoltando. Non vogliono l’instabilità perpetua, la povertà perpetua, la guerra perpetua, il dominio perpetuo delle oligarchie. E identificano il loro nemico principale; guardano le indagini elettorali internazionali, che chiedono quale paese rappresenta il più grande pericolo per l’umanità. La maggioranza delle persone puntano in maniera schiacciante contro gli Stati Uniti, per le sue numerose campagne di terrore e di eversione.

MA: Quale pensi sia la diretta responsabilità della sinistra fuori dal Venezuela, e in particolare negli Stati Uniti?

JP: Ciò richiede una domanda: chi sono questi “militanti di sinistra”? Sono i milioni di liberali nord-americani sedotti dall’ascesa speciosa di Obama e messi a tacere dalla sua criminalizzazione della libertà di informazione e di dissenso? Sono quelli che credono a ciò che viene detto dal New York Times, dal Washington Post, dal Guardian, dalla BBC? Si tratta di una questione importante.”Di sinistra” non è mai stato un termine più contestato e indebitamente attribuito. La mia sensazione è che le persone che vivono ai margini e lottano contro le forze appoggiate dagli USA in America Latina hanno capito il vero significato della parola, così come identificano un nemico comune. Se condividiamo i loro principi, e un po’ del loro coraggio, dobbiamo agire direttamente nei nostri paesi, cominciando, vorrei suggerire, con la propaganda nei media. Sì, è la nostra responsabilità, e non è mai stata più urgente.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Qual è l’interesse dell’Inghilterra nel caso di Leopoldo López?

lopez-300x225da Radio Nacional de Venezuela

Nell’udienza celebrata nei giorni scorsi a carico del dirigente di ‘Voluntad Popular’, Leopoldo López, sottoposto a giudizio per il coinvolgimento nelle guarimbas di febbraio del 2014, è stato identificato un diplomatico dell’ambasciata d’Inghilterra in Venezuela, presente in aula in compagnia di Leopoldo López Gil, padre dell’incriminato.

Il Procuratore Generale della Repubblica, Luisa Ortega Diaz, ha riferito durante il programma informativo ‘En Sintonía con el Ministerio Público’ trasmesso dalla Radio Nacional de Venezuela, di aver inviato una comunicazione al Ministero degli Esteri per trattare a livello diplomatico questa intromissione del funzionario britannico nel giudizio a carico del dirigente dell’estrema destra.

In aggiunta a questa irregolarità, ha segnalato che durante l’atto López Gil è stato colto in flagrante mentre era intento a registrare l’udienza senza autorizzazione del giudice con l’ausilio di occhiali speciali, violando quanto stabilito nel codice di procedura penale.

Il Procuratore Generale ha inoltre rivelato che quando scoperto, López Gil, ha passato gli occhiali al funzionario dell’ambasciata d’Inghilterra che si è appellato al suo status di diplomatico per sottrarsi alle domande degli ufficiali presenti.

Ortega ha dichiarato che quanto accaduto dovrebbe attirare l’attenzione, visto che si tratta di un attacco allo stato venezuelano, e per questo ha chiesto: cosa sarebbe accaduto se un ufficiale dell’ambasciata venezuelana in Inghilterra si fosse comportato allo stesso modo?

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Un numero crescente di israeliani rinuncia alla nazionalità

da al manar

La percentuale di cittadini israeliani che rinunciano alla loro nazionalità è aumentato del 65% nel 2014. La maggior parte di coloro che hanno rinunciato alla nazionalità israeliana si sono stabiliti in Germania, Austria, Regno Unito, Olanda e Stati Uniti.

Lo scorso anno 765 israeliani hanno presentato documenti per rinunciare alla nazionalità israeliana contro i 478 presentati nel 2013, secondo l’Amministrazione delle Frontiere, Popolazione e Immigrazione delle ambasciate israeliane all’estero. Lo ha riferito il sito web Ynet.

Molti di questi ex cittadini israeliani hanno dichiarato di rinunciare alla cittadinanza israeliana perché vogliono acquisire un’altra o lasciare Israele a causa delle tensioni militari, per problemi di sicurezza o difficoltà economiche. La maggior parte di loro affermano di voler stabilirsi in paesi stranieri in via definitiva.

La legge israeliana stabilisce le condizioni per l’approvazione della rinuncia: Deve essere presentata in un’ambasciata israeliana all’estero, il richiedente deve dimostrare che la sua vita non si svolge in Israele e che possiede la cittadinanza di un altro Stato.

Inoltre, fa riflettere il desiderio di molti israeliani di lasciare il paese, più di 11.000 persone hanno aderito alla pagina “Olim lui Berlin” (Emigrare a Berlino) nelle ultime settimane. Il sito offre consigli per gli israeliani che vogliono emigrare a Berlino. Secondo i creatori della pagina, più di 9.000 israeliani hanno mostrato il desiderio di abbandonare Israele per stabilirsi nella capitale tedesca.

La pagina “Olim le Berlin” ha causato scalpore nel mese di ottobre, quando i suoi amministratori hanno pubblicato la scansione di uno scontrino di un supermercato a Berlino, dove i prezzi sono molto più bassi di quelli di Israele, per informare gli israeliani circa gli enormi costi di vita nell’entità sionista. Dopo la pubblicazione, i “Like” sulla pagina si sono moltiplicati e le reazioni sono anche giunte alla stampa locale.

[Trad dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

In Siria combattono terroristi provenienti da 80 paesi.

da hispan.tv

Un alto funzionario degli Stati Uniti ha dichiarato che il numero di uomini armati stranieri che combattono in Siria è molto più alto rispetto al numero di mercenari che negli ultimi dieci anni sono stati coinvolti nei conflitti in Afghanistan, Yemen, Somalia, Iraq.

Come ha riportato venerdì scorso, il canale di notizie iraniano “al-Alam”, Randy Blake, consulente strategico di alto livello presso l’Ufficio della National Intelligence Usa, ha confermato che «il numero di uomini armati che operano in Siria è fortemente aumentato nelle ultime settimane».

Nelle dichiarazioni rilasciate dopo la conferenza annuale dell’Associazione Internazionale dei capi di polizia, che si è svolta ad Orlando, Blake ha riferito che si attesta a 12 mila, il numero di uomini armati che sono andati in Siria, premettendo che «in realtà si sono trasferiti in Siria 16.000 uomini armati provenienti da 80 paesi».

Evidenziando, inoltre, che circa 2000 terroristi giunti in Siria, provengono da paesi occidentali. Il funzionario degli Stati Uniti ha rivelato che il Regno Unito, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti sono tra queste nazioni.

Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme sul numero considerevole di terroristi che si stanno dirigendo in Iraq e Siria per unirsi ai gruppi terroristici, fra i quali l’Isis-Daesh.

L’Isis con migliaia di membri provenienti dal Medio Oriente dall’Europa e dal Nord America, sta commettendo vari reati contro l’umanità in Siria e in Iraq, tra cui esecuzioni sommarie e rapimenti di massa.

Secondo un rapporto del giornale americano The Washington Post, pubblicato giovedì scorso, gli attacchi della cosiddetta coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, non sono stati in grado di fermare il flusso di terroristi in Siria.

Gli Stati Uniti hanno iniziato l’8 agosto scorso a bombardare varie regioni dell’Iraq, con il pretesto di combattere il Daesh e ampliato la campagna fine settembre in Siria.

Tuttavia, l’offensiva, il cui vero obiettivo, secondo diversi analisti, è quello di espandere la presenza militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, non è stata in grado di fermare l’avanzata degli elementi del Daesh.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Contro l’Isis, gli Usa costretti a collaborare con Assad

da al manar

Dall’inizio degli attacchi americani sullo Stato Islamico molti responsabili della politica estera Usa sono convinti che siano efficaci solo se effettuati in Siria, come ha riportato venerdì scorso il Washington Post. Il giorno precedente, il generale Martin Dempsey ha dichiarato che l’Isis non può essere sconfitto senza agire «su entrambi i lati di ciò che è essenzialmente un confine inesistente».

Tuttavia, «per attaccare lo Stato Islamico in Siria, gli Stati Uniti potrebbero finire per indebolire i ribelli siriani e rafforzare il regime di Bashar al Assad», si legge sul Post. «Io non sono un apologeta del regime di Assad», ha dichiarato l’ex ambasciatore americano in Siria Ryan Crocker, «tuttavia, in termini della nostra sicurezza, l’Isis è di gran lunga la più grande minaccia».

Max Abrahms, professore alla Northeastern University e studioso di terrorismo, ha anche sottolineato che «gli Americani mostrano una comprensibile riluttanza ad aiutare Assad… Ma Washington deve considerare qual è il modo migliore per proteggere il popolo americano».

La cooperazione con l’Iran, «inimmaginabile nella maggior parte delle circostanze» è ancora sul tavolo, dice il Post. Lo scorso fine settimana il primo ministro britannico David Cameron ha scritto sul Daily Telegraph: «Dobbiamo lavorare con i paesi come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Turchia contro le forze estremiste, e forse anche in Iran è possibile scegliere questo momento per l’azione della comunità internazionale contro questa minaccia comune».

Negli Stati Uniti l’idea di lavorare con l’Iran contro l’Isis è stata presa in considerazione per mesi. Nel mese di giugno, il Segretario di Stato, John Kerry e il presidente Barack Obama hanno dichiarato che erano aperti a lavorare con l’Iran per stabilizzare l’Iraq e contenere la minaccia dell’Isis. All’idea ha dato anche un limitato supporto il senatore repubblicano Lindsey Graham, considerato un falco sulla politica estera.

Nel frattempo, il quotidiano britannico The Independent ha riferito, sabato scorso, che gli Stati Uniti potrebbe essere costretti, pubblicamente o segretamente, a collaborare con il presidente Assad per fermare la diffusione dell’Isis, che sta per sconfiggere completamente, nel nord della Siria, i terroristi che combattono contro il governo siriano.

«Gli Stati Uniti hanno già fornito assistenza segreta al governo di Assad trasmettendo l’esatta posizione dei leader jihadisti attraverso il BND, il servizio di intelligence tedesco», ha aggiunto il quotidiano britannico.

«Questo potrebbe spiegare perché gli aerei siriani e l’artiglieria sono stati in grado di attaccare con precisione i leader dell’Isis e la sede centrale».

Secondo l’ex ambasciatore americano in Arabia Saudita, Chas Freeman, il generale Dempsey ha dimostrato che ci  dovrebbe essere una politica su entrambi i lati della frontiera nella lotta contro l’Isis. «Il Generale Dempsey non ha discusso le implicazioni della sua dichiarazione, ma, a mio parere, sono nella direzione di porre fine al confronto con Assad. Questo potrebbe significare la condivisione di intelligence con gli avversari dell’Isis, anche quelli con i quali ci siamo allontanati».

Il giornale osserva che «la politica degli Stati Uniti, del Regno Unito e dei loro alleati nella regione negli ultimi tre anni è stata quello di sostenere i ribelli siriani “moderati”che avrebbero dovuto combattere l’Isis e altri jihadisti e contro il governo Assad a Damasco».

Tuttavia, «l’Esercito Siriano Libero, sostenuto dai paesi occidentali, è sempre più debole ed è sempre più emarginato, mentre altri gruppi armati, come il Fronte Nosra, Ahrar al Sham e il Fronte islamico non sono riusciti a resistere all’assalto dell’Isis».

«Gli attacchi aerei non sono l’unico modo in cui gli Stati Uniti, Regno Unito ed i loro alleati tra paesi vicini possono indebolire e isolare l’Isis», secondo The Independent. «Tuttavia, nel caso della Siria, agendo in questo modo, si indeboliscono anche gli altri gruppi ribelli».

Il documento critica anche il ruolo della Turchia nella crescita di dell’Isis. «Un elemento chiave della crescita dei takfiri sono le migliaia di combattenti stranieri che si sono uniti al gruppo utilizzando la Turchia come un punto di passaggio».

 [Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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