Cile e Venezuela: a 44 anni dal golpe fascista contro Allende

di Leandro Grille
(Caras y caretas – Uruguay)

Nicolas Maduro non è Salvador Allende. E non è nemmeno Hugo Chavez. Il Venezuela, inoltre, non è il Cile. E fin qui le affermazioni sono talmente triviali che potrebbero essere trascurate. Tuttavia, le similitudini tra la Rivoluzione Bolivariana e il Governo di Unità Popolare, guidato dall’indimenticabile presidente martire, sono enormi. E negarlo, disconoscerlo o eluderlo è la condizione necessaria per disinteressarsi e non comprendere un processo politico contemporaneo senza la necessità di rivedere vecchi amori ancora vigenti.

Mi propongo di esporre brevemente, entro i limiti della mia formazione, alcune chiavi di questo parallelismo, tenendo presente che non esistono processi storici e politici omologabili in senso profondo, tanto più quando avvengono in società e tempi differenti.

Storicamente il Venezuela ha avuto una economia basata sull’estrazione e commercializzazione delle sue enormi riserve petrolifere. Dal canto suo, il Cile, per decenni aveva basato la sua economia sullo sfruttamento del salnitro, sino al declino dell’industria seguito alla produzione del salnitro sintetico, dopo di che visse esclusivamente dell’estrazione e esportazione di rame che, al momento dell’arrivo di Salvador Alliende alla Presidenza, significava il 75% della produzione cilena e più del 30% del gettito fiscale. Entrambe erano economie estrattive fortemente dipendenti dal prezzo internazionale di una risorsa naturale prevalente.

Una prima grande similitudine tra il governo di UP e il progetto politico inizialmente guidato da Hugo Chávez fu la manifesta volontà di costruire una via democratica al socialismo in un paese del terzo mondo, ricorrendo alle urne e non alle armi. Questo proposito comune di risolvere in maniera pacifica le contraddizioni capitale-lavoro a favore degli sfruttati, mediante la costruzione di uno stato socialista per via elettorale, non ha ancora provato la sua fattibilità in nessuna parte del mondo, non ha precedenti.

Non è straordinario quindi che i due processi politici siano stati concentrati sulla vocazione socializzante della rendita prodotta nel settore economico principale, né può sorprendere che l’artificioso crollo del prezzo del rame tra l’anno 1971-73, per il Cile, e della caduta del prezzo del petrolio al barile a partire dall’anno 2014, per il Venezuela, abbiano avuto le conseguenze economiche devastanti che si sono verificate in entrambi i paesi.

La crisi economica del Cile di Salvador Allende fu tanto grave e tanto provocata dagli Stati Uniti quanto la crisi venezuelana. Appena Allende ottenne la presidenza del Cile, gli Stati Uniti, allora governati da Richard Nixon con il genocida Henry Kissinger a capo del dipartimento di stato, presero la decisione di destituirlo e a tal fine orchestrarono un piano, conosciuto come Fubelt: per distruggere l’economia cilena, radiarla dal mondo e provocare un colpo di stato che avrebbe abbattuto quel governo marxista considerato una minaccia per propri interessi.

Le prove di queste azioni sono state svelate dopo 25 anni, dopo aver levato il segreto ai relativi documenti, ma ciò era già evidente a qualsiasi osservatore che non fosse politicamente ingenuo o complice. Se il primo anno di Allende aveva significato un sostanziale miglioramento nelle capacità di acquisto della popolazione, crescita economica, espansione dei diritti, spinta alle politiche pubbliche di avanzata, gli anni successivi, caratterizzati da una guerra economica interna e esterna condotta dagli Stati Uniti e eseguita dai settori più potenti del Cile e i suoi relativi media, più la brusca – ed eterodiretta –  caduta del prezzo internazionale del rame in seguito alla nazionalizzazione del 1971, segnarono un crollo dell’economia, due anni consecutivi di caduta del prodotto interno lordo, deterioramento dei salari reali e iper-inflazione, che negli ultimi due anni del governo Allende arrivò ad essere la più alta del mondo, superando il 600%.

La politica di controllo dei prezzi applicata dal governo per contenere l’inflazione è perfettamente paragonabile alla legge venezuelana del giusto prezzo, e uguale la riposta del potere economico: destabilizzazione e accaparramento. I cileni dovevano fare code di vari isolati per ottenere i prodotti fondamentali a prezzi regolati o pagare prezzi tremendamente alti al mercato nero, dove si eludeva il controllo statale. Lo stesso succede oggi in Venezuela. E alla scarsità indotta la risposta del governo venezuelano è identica a quella che diede il governo di UP: Allende creò la JAP (Juntas de Abastecimiento y Control de Precios), Maduro ha creato i Clap (Comité Locales de Abastecimiento y Producion) che forse hanno funzionato meglio delle Jap, tra le altre cose perché, evidentemente, le autorità venezuelane hanno analizzato quell’esperienza e hanno fatto il possibile perché, a differenza della JAP cilena, i Clap non fossero sabotati e perseguitati.

Il malcontento sociale venezuelano degli ultimi anni e quello cileno all’epoca di Allende, causato dalla guerra economica e dalle sue dure conseguenze sulla vita dei cileni, sono ugualmente comparabili. Nelle elezioni parlamentari del 1973, la Confederazione per la Democrazia (CODE, la versione cilena dell’attuale Mesa de la Unidad Democratica che raggruppa la destra venezuelana), ottenne il 56% dei voti, contro il 43% ottenuto dall’Unità Popular di Salvador Allende, ottenendo la maggioranza dei seggi, con proporzioni che sono simili alle elezioni dell’Assemblea Nazionale, che ha perso il chavismo a causa di una crisi identica, perché nel 2015 la MUD venezuelana ottenne il 56% dei voti contro il 41% del Partido Socialista Unido de Venezuela.

Che fece Allende con un Parlamento all’opposizione? L’opposizione cilena riunita della CODE voleva i 2/3 del parlamento per poter accusare e, eventualmente, destituire Allende, come è stato fatto da poco con Dilma, e come hanno tentato di fare con Maduro. Non riuscirono ad arrivare a tanto. Però controllavano il parlamento, e l’opposizione cilena tentò di usare la sua maggioranza amplia per promuovere una riforma costituzionale conosciuta come il progetto Hamilton- Fuentealba che tentò di fermare la politica socialista e di statalizzazioni di Salvador Allende. Allende pose il veto al progetto e per questo fu accusato di calpestare la legalità e passare sopra al potere legislativo. Termini simili sono stati utilizzati per accusare Nicolás Maduro e l’odio politico delle classi medio alte si espresse per le strade, con mobilitazioni sempre più violente, e anche massive, a cui partecipavano anche studenti universitari – non furono solo i camionisti – e ingenti settori sociali, tra cui settori medi e professionali, come medici, dentisti, avvocati e commercianti. Con Allende si scaldarono le strade, non si ebbero 60 morti, ma più di 100, e per questo venne accusato di essere un assassino, un tiranno, e molto altro. Nel frattempo, i settori alleati della borghesia promuovevano il colpo di stato, si concentravano alle porte delle caserme e partecipavano alle cospirazioni. Se in questi giorni la procura generale del Venezuela si è piegata all’opposizione, allo stesso modo si era piegata la Corte dei Conti in Cile quando Allende venne accusato di disconoscere la Costituzione per aver posto il veto sul progetto degli oppositori di destra, che si proponeva di impedire l’espropriazione delle terre e l’intervento nel commercio e nel settore dei trasporti.

Perché molti credono che Salvador Allende fosse un uomo democratico, pacifico e il suo governo un esempio indimenticabile mentre, contemporaneamente si permettono di denigrare il progetto bolivariano? Non è un caso di incoerenza? Fino ad ora l’unica differenza è l’esito. Salvador Allende fu vittima di un colpo di stato a cui resistette con la propria stessa vita, mentre il governo venezuelano ancora non è stato abbattuto, neanche da un colpo di stato, anche se questa strada è stata tentata. Il Venezuela si difende come può. Hugo Chávez lo aveva detto: a differenza di quella cilena, la nostra non è una rivoluzione disarmata. Fidel lo aveva anticipato a Salvador Allende, nel suo discorso di commiato nello Stadio Nazionale, alla fine di un viaggio di tre settimane in Cile, nel dicembre 1971. Dopo aver visto l’esperienza – l’unica nella storia – della costruzione del socialismo per via pacifica, avvertì il popolo del Cile che la violenza è inesorabile, perché la destra l’avrebbe imposta. “Tornerò a Cuba più rivoluzionario di prima! Tornerò a Cuba più radicale di prima! Tornerò a Cuba più estremista di prima!”. 

Quanto sta accadendo in Venezuela non è una novità in America Latina. Né l’atteggiamento dell’Osa lo è. Né la violenza lo è. Né le menzogne dei media. Né la mano nera degli Stati Uniti. Né la pianificazione della scarsità di beni. Né l’accaparramento criminale. Né le gigantesche code, né l’inflazione astronomica, né il mercato nero, né il controllo dei prezzi, né i CLAP, né le sconfitte elettorali all’interno di crisi eterodirette, né il crollo spaventoso del prezzo della risorsa principale, né le manifestazioni delle classi medie e alte. Né le accuse di incostituzionalità. Né quelle di dispotismo e tirannia. Perché quanto sta succedendo è organizzato dalle stesse forze, con lo stesso obiettivo di 44 anni fa. E’ perpetrato contro le stesse forze. Sono soltanto stati aggiornati i metodi, perché come disse Fidel quel giorno, allo stadio nazionale del Cile, la destra impara prima del popolo umile. Però anche il popolo umile impara. E poiché adesso è difficile che compaia un Pinochet in Venezuela, allora la destra chiede l’intervento internazionale. Anche in Cile si preparava una guerra civile. Di questo si parlava nel 1973. Per me, sostanzialmente non vi è nulla di diverso. Non è nemmeno diverso chi non vuole che si sviluppi la Rivoluzione Venezuelana. Né è diversa la destra che vi si oppone.

Ché le lenti di Salvador Allende non si spezzino di nuovo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Clara Statello]

Autores de amenazas contra el chavismo enfretarán los tribunales

por vtactual.com

Una ola de amenazas se ha desatado por parte de la ultraderecha venezolana dentro y fuera de sus fronteras, en una especie de “cacería de brujas” contra los militantes del Chavismo en varias partes del mundo.

En el transcurso de la última semana las agresiones -terrorismo psicológico y acciones de guerra- han trascendido intensamente al plano internacional.

Diana Carbajal Van De Kerkhof, Fundadora del Comando Hugo Chávez Frías en el Reino de España y miembro de los Movimientos Sociales de Europa en apoyo a la Revolución Bolivariana, otorgó a Venezuela Times una entrevista exclusiva en la que fija posición ante las acciones fascistas articuladas contra los venezolanos en el exterior.

>>>sigue>>>

Napoli 14mag2017: “Attuare la Costituzione, un dovere inderogabile”

INVITO ALLE ORGANIZZAZIONI

Domenica 14 maggio 2017, a Napoli, si svolgerà l’ultima tappa – dopo Roma e Milano – del primo ciclo di assemblee “Attuare la Costituzione, un dovere inderogabile” che Paolo Maddalena, Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale, ha promosso insieme alle organizzazioni territoriali.

Con questa lettera la invitiamo ad aderire all’assemblea “Napoli, città per l’attuazione della Costituzione” dedicata alla Costituzione per continuare il lavoro di difesa, che ha portato al successo del No nel referendum costituzionale, ed avviarne concretamente l’attuazione. La campagna referendaria ha visto la partecipazione attiva di milioni di persone, anche giovanissime, lavoratori e lavoratrici, di tanti esponenti sinceramente democratici del mondo accademico – specificamente giuristi e costituzionalisti – ma anche sindaci, amministratori locali, esponenti del mondo sindacale e politico, associazioni, comitati, reti sociali e coordinamenti, diffusi in tutta Italia, che hanno fatto propria la convinzione che l’unico modo per difendere la Costituzione è attuarla.

Siamo convinti che la costruzione del cambiamento del nostro Paese debba avvenire dal territorio, grazie alle realtà di base che si devono organizzare e coordinare, con un percorso di attuazione “dal basso” della Costituzione, garantendo che i principi e i valori in essa contenuti possano porre fine alla supremazia dei poteri forti e della finanza internazionale che oggi agiscono sul territorio nazionale come i veri centri decisionali riducendo il Parlamento ad un mero esecutore di decisioni prese da un gruppo ristretto di persone.

Le rivolgiamo quest’invito nella convinzione che sia necessario dare vita ad una forza popolare che lavori come fronte comune per l’attuazione della Costituzione, una forza non partitica, e senza alcun obiettivo elettorale, che lavori senza soluzione di continuità, qualunque sia il Governo e la rappresentanza parlamentare. Il tradimento del dettato costituzionale ad opera di moltissimi partiti si è tradotto in un’occupazione sistematica delle istituzioni democratiche e di ogni spazio di rappresentanza politica: ecco perché, come afferma Paolo Maddalena ispiratore di questo percorso, “i partiti siamo noi, uomini e donne libere, in libere associazioni”.

È da questa forza popolare che bisogna ripartire per ricostruire il senso di comunità, sia che lo si faccia per difendere il diritto a un lavoro utile e dignitoso, che per promuovere attività sociali e/o solidali o ancora per rivendicare la proprietà collettiva laddove la funzione sociale della proprietà privata sia venuta a mancare.

L’amministrazione comunale di Napoli, con il Sindaco de Magistris, ha aderito patrocinando l’evento.

Il Comitato Promotore fa appello a tutte le Organizzazioni perché possano esprimere adesione all’iniziativa, con la propria testimonianza e contribuendo a promuovere l’evento attraverso la propria rete di contatti.

Restiamo a disposizione per tutti i chiarimenti necessari e per eventuali incontri che lei dovesse ritenere utili e la ringraziamo anticipatamente per la sensibilità e la cortesia, e per tutto ciò che vorrà fare a sostegno dell’iniziativa

Cordiali saluti
Il Comitato Promotore
servizio di segreteria: attuarecostituzione@gmail.com

Solidaridad con Venezuela se hace sentir desde Nápoles

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por MPPRE

Italia, 20 de abril de 2017 (MPPRE).-
La solidaridad internacional con Venezuela se hizo sentir desde la tribuna de la Plaza Dante Alighieri, del centro de la ciudad de Nápoles, en el que representantes de los grupos de apoyo a la Revolución Bolivariana expresaron la importancia de denunciar los intentos de golpe de Estado y la guerra mediática contra la Patria de Bolívar.

Giuliano Granato, miembro de la Asociación “Ex-OPG” y Antonio Cipolletta, estudiante de la Universidad “L’Orientale”, miembro de AlbaInformazione recordaron que Venezuela representa uno de los estados más avanzados en materia de poder popular y democracia participativa, así como en la proclamación de derechos para sus ciudadanos, razón por la cuál viene fuertemente atacado.

Fueron importantes las palabras de los representantes del Frente de Liberación Popular de Sri Lanka, a la amplia comunidad srilankese presente.

Los mismos fueron recibidos además en la sede del Consulado General de Venezuela en Nápoles, por la cónsul Amarilis Gutiérrez Graffe quien agradeció la solidaridad hacia Venezuela.

La diplomática explicó los principios de la Diplomacia de Paz venezolana, recordó la vigencia del 207 Aniversario del Grito de Independencia, retomado hoy por los venezolanos durante la marcha del 19 de abril. /Consulado.

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Banda Bassotti: La Brigata Internazionale

da ilbuioinsala.blogspot.it

Sigaro, Picchio, David e Pasquale negli anni ’80, fanno i manovali nei cantieri di Roma. La pausa pranzo è una tribuna politica, un giorno leggono su Il Manifesto: “si formano brigate del lavoro per il Nicaragua”.

Laggiù, il Fronte Sandinista combatte contro la dittatura, c’è la guerra e la guerra distrugge. Così i quattro manovali partono con pala e piccone perché la libertà si può costruire.

Di ritorno a Roma i manovali continuano a fare i manovali, tirano su palchi per i concerti dopo i cortei, è il modo di contribuire alla causa.

Un giorno, i Clash, gli Specials e ritmi latini nel cervello, i manovali salgono sul palco. Così nasce Banda Bassotti.

In quegli anni in Inghilterra c’è la musica della working class.

In Italia c’è la classe operaia che fa Ska–Punk-Oi!

In trent’anni la Banda viaggia dal Giappone al Sud America per sostenere le lotte di 
liberazione e di indipendenza. 

In valigia si accumulano i colori di tante bandiere diverse, ma c’e un simbolo che non manca mai: la falce e martello.

A raccontare questa storia, il 23 ottobre scorso è uscito su Vimeo il documentario Banda Bassotti – La Brigata Internazionale.

Un film musicale e politico che parla a tutti perché, tra tutto il popò di roba che racconta, sa mettere a fuoco una realtà di tutti noi, ovvero la condivisione di valori, passioni ed emozioni: la si chiami banda, fratellanza, comunità, non cambia granchè.

Il regista, classe 1978, è Antonio Di Domenico, gavetta da fotografo e cameraman, poi DOP per documentari e programmi tv, è uno abituato a sbattersi e sudare sul campo; uno che sogna ancora tanto, però. Sono vent’anni che, un ciak dopo l’altro, sta costruendo, letteralmente con le sue mani, il suo sogno di “fare cinema”.

E come la Banda, su quel palco che, per lavoro, passione ed esperienza ha costruito per anni agli altri, ora c’è salito lui.

Ed è così bravo però, che lui, pur alla prima esperienza di regia, nel film scompare.

Antonio, com’è nata l’idea di “Banda Bassotti – La Brigata Internazionale”?

Già negli anni ’90 ero un loro fan. Avevo la cassettina di “Balla e Difendi”, una raccolta in cui c’erano brani di Banda e di altri gruppi dell’underground romano. E’ stata la colonna sonora della mia adolescenza. Poi nel 2013 li ho conosciuti. Stavo seguendo e documentando il tour europeo a sostegno della Revolucion Ciudadana ecuatoriana. In Ecuador era stato finalmente eletto democraticamente un nuovo governo socialista e le associazioni dei migranti si riunivano per sostenerlo. La Banda Bassotti partecipava portando in giro la sua musica e aveva anche scritto un brano per l’Ecuador, “Rumbo al socialismo del siglo XXI”. Mi ha colpito molto vedere quanto fossero attivi in campo internazionale, e mi ha colpito la forza e la trasparenza con cui portavano in giro le loro idee. Così abbiamo parlato e gli ho fatto capire che volevo assolutamente raccontare la storia della Banda Bassotti in un documentario.

E loro come hanno reagito?

All’inizio ne ho parlato con i manager, Luca Fornasier e David Cacchione. Mi sembravano interessati. Però mi hanno detto che dovevano discuterne con gli altri. Mi sono immaginato una scena tipo quella di “Terra e Libertà” di K.Loach, in cui i miliziani e i contadini si riuniscono, dopo aver liberato il villaggio dai Franchisti, per discutere se adottare la proprietà comune delle terre: quaranta, cinquanta persone in uno stanzone, ognuno può prendere la parola, ogni parola ha lo stesso valore. Non si decideranno mai, ho pensato. Invece dopo qualche settimana mi hanno risposto e per fortuna hanno accettato.

Il film è in perfetto equilibrio tra racconto umano, musicale e politico. Anche questo è stato deciso insieme?

L’equilibrio, nel racconto, è una cosa che abbiamo ricercato in modo maniacale al montaggio con Luigi Conte. Abbiamo scomposto e ricomposto la storia diverse volte perché quello che scrivi, in un documentario, non sempre trova una corrispondenza nelle immagini. Questo equilibrio c’è nella vita dei Bassotti, è reale ed è un aspetto affascinante. Si fanno in quattro per sostenere le cause dei compagni in ogni angolo del pianeta. Poi c’è il lavoro. I Bassotti sono operai, contadini, netturbini e la loro musica nasce da queste esperienze. Racconto umano, musicale e politico sono effettivamente inscindibili dal mio punto di vista.

E’ un equilibrio prezioso che consente a “Brigata internazionale” di parlare a e con tutti, anche chi è al di fuori del percorso militante della Banda. La sensazione è che siate stati bravi e pazienti come autori ad arrivare a questo risultato, dove forse non c’era interesse a mettersi in gioco nel lato più privato e famigliare in favore di un discorso politico militante e attualissimo che, invece, di carne al fuoco ne tira fuori parecchia.

-‘Sta moria de polli, ‘sta processione d’abbacchi, rosari de sarsicce! – “Sigaro” descrive così le scene della “braciata”, che personalmente sconsiglio ai non carnivori. In effetti di carne al fuoco c’è n’è tanta. Ma non ti prendo in giro, non sto uscendo fuori tema. Perché è proprio durante il pranzo, al cantiere come nei giorni di festa, che si discute di politica. E per la Banda Bassotti fare politica vuol dire prima di tutto agire in aiuto dei popoli oppressi in qualsiasi parte del mondo essi siano. Nel 1984 fecero il loro primo viaggio internazionalista in Nicaragua arruolandosi nelle brigate del lavoro. Portarono con loro gli attrezzi dal cantiere perché la guerra civile laggiù stava distruggendo ogni cosa e c’era bisogno di ricostruire: scuole, case e anche trincee. Oggi la Banda Bassotti è cresciuta ed è in grado di creare corridoi umanitari e di portare medicine, viveri e beni di prima necessità nelle zone di guerra, oltre alla musica naturalmente!

L’ultima di queste carovane è diretta in Donbass. I compagni della Banda sembrano molto legati a quella regione e attenti a quello che succede.

Nella regione del Donbass, ad est dell’Ucraina, dalla primavera del 2014 è in corso un conflitto armato. Da una parte c’è l’esercito del governo di estrema destra di Kiev, dall’altra ci sono le milizie armate formate dai cittadini del Donbass che sono per lo più operai con una tradizione culturale comunista. Le guerre sono controverse e difficili da capire ma per i Bassotti, da sempre operai sotto il segno della falce e del martello, è stato facile capire da che parte stare. E nell’era cibernetica gli operai non hanno bisogno dei partiti per mettersi in contatto fra loro. Poi, certo, ad andare in una zona di guerra ci vuole del coraggio. Anche se si va con l’intenzione di aiutare la popolazione civile, si può diventare facilmente un bersaglio militare, e anche politico naturalmente.

I Bassotti come “Famiglia” come sono? chi fa parte della “banda”?”

La Banda Bassotti è la dimostrazione che i comunisti non hanno nessuna intenzione di distruggere i valori della famiglia tradizionale. La famiglia dei Bassotti è tradizionale, proletaria, inclusiva e al passo con i tempi. Nella prima scena del documentario c’è proprio questa famiglia, fatta di tanti colori, unita e forte. Non si vedono molto le donne nel documentario ma è solo perché chi in genere va sul palco è meno intimidito dalle telecamere. Donne e uomini nella Banda Bassotti si battono fianco a fianco per le stesse cause. La “banda” che fa la musica esiste per gridare più forte, ma della “banda” fa parte chi ha voglia di lottare, chi non accetta che il capitalismo divori la natura del pianeta terra. Non ci sono esclusioni di alcun genere, neanche di specie o regno! Perché nel brano “No Tav” “Sigaro” canta per le montagne e in “Negli Occhi il Buio”, brano bellissimo a mio avviso, “Picchio” canta gli orrori della vivisezione visti dagli occhi di un cane.  

Come vi siete finanziati il film? Avete un piano per la distribuzione?

Il documentario è stato autoprodotto e autofinanziato dalla Rizoma Film. Ma questo è stato possibile anche grazie alla rete sociale della Banda Bassotti. Prima di tutto quando sei con i compagni dei Bassotti puoi stare sicuro che, dovunque vai, mangi, bevi e dormi. Ma anche tecnicamente siamo stati aiutati. La Video Master digital ci ha offerto i suoi studi per la color correction grazie all’amicizia del colorist, Andrea Faro; Radio Venceremos, grazie alla militanza nelle sue fila di Federico Mariani, da sempre anche membro della Banda, ci ha concesso l’utilizzo delle immagini d’archivio, che sono state preziosissime; il cinema Tibur di Roma ci ha offerto la sala per l’anteprima. E non solo! Ci sono arrivati foto e video da ogni parte del mondo dai compagni che hanno condiviso tante avventure con la Banda Bassotti. Senza questa rete sociale non sarebbe stato possibile ricomporre un mosaico di trent’anni di storia al di fuori dei circuiti convenzionali. Senza questa rete non saremmo riusciti a realizzare il film.

E per la distribuzione sarà lo stesso. Per noi questo tipo di produzioni sono un’esigenza. La storia della Banda Bassotti andava raccontata perché la Banda è nata per “dar voce a chi non ce l’aveva”, come dice Luca Fornasier nel film, e Rizoma Film ha voluto dargli anche un’immagine.

Il documentario è disponibile on demand su Vimeo e da gennaio stiamo cercando di farlo girare in alcune sale italiane grazie ad un accordo con un distributore.

Il 2 dicembre invece ci sarà la prima proiezione pubblica, alle ore 19, a Roma, prima del concerto al CSOA La Strada. Tutte le info si trovano sulla pagina facebook di Rizoma Film o su quella della Banda Bassotti. Quindi per ora siamo tutti responsabili della diffusione di questa storia.

La solidarietà fra i popoli, la giustizia sociale, la lotta per la libertà, sono idee e valori che non basta esprimere su un social network.

Il nostro auspicio è che arrivi al maggior numero di persone possibile perché lo spirito della Banda Bassotti è coinvolgente, al di là delle idee politiche che ognuno di noi può avere.

Napoli 13nov2016: Commemorazione di Rohana Wijeewera all’Ex-OPG

27º ANNIVERSARIO 13 NOVEMBRE 1989: ASSASSINIO DEL  COMPAGNO ROHANA WIJEWEERA, DIRIGENTE E FONDATORE DEL JVP!

Care compagne, cari compagni,

il 13 novembre di 27 anni fa, nel 1989, il fondatore e dirigente del Fronte di Liberazione del Popolo venne ucciso barbaramente dalle forze di polizia dello Sri Lanka. Da due anni il JVP aveva ingaggiato una lotta senza quartiere contro un governo dittatoriale di destra che, appena giunto al potere, aveva abolito la costituzione, soppresso i fondamentali diritti democratici, messo fuori legge la sinistra rivoluzionaria.

Sul piano economico – sociale la destra aveva imboccato la via di un neoliberismo selvaggio fatto di privatizzazioni e di misure antipopolari che svendevano l’economia del paese alle multinazionali e all’imperialismo.

Con l’appoggio della sinistra opportunista la dittatura aveva portato il paese sull’orlo del collasso e all’affamamento delle masse popolari. Assieme alle ingiustizie, crescevano le ricchezze della borghesia compradora.

Stanchi di 10 anni di tirannia capitalista nel 1987 il proletariato e la gioventù dello Sri Lanka iniziano una lotta con scioperi e mobilitazioni. Il governo rispose con lo stato d’emergenza e la persecuzione più feroce.

Ai comunisti non restava che passare alla resistenza armata popolare alla quale il governo rispose con la ferocia, il piombo e gli squadroni della morte. Per due anni lo Sri Lanka è il teatro in cui si affrontano faccia a faccia la controrivoluzione e la rivoluzione di cui il JVP è stata guida indiscussa. Due anni di fuoco in cui persero la vita, vittime del terrore controrivoluzionario quasi 60.000 giovani, operai e contadini.

L’assassinio a sangue freddo del massimo dirigente del JVP Rohana Wijeweera, il 13 novembre 1989, fu l’atto conclusivo dello sterminio reazionario.

A 27 anni di distanza noi invitiamo tutti comunisti e gli antimperialisti a commemorare Rohana Wijeweera, i martiri del JVP e tutti i proletari caduti in combattimento.

Siete pertanto caldamente invitati a partecipare alla commemorazione degli eroi di novembre, che si terrà

DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016 ORE 10,00

presso l’Ex-Opg, in Via Matteo Renato Imbriani, 218, Napoli

 Con i più calorosi e fraterni saluti

Il Comitato del J.V.P. a Napoli

31 Ottobre 2016

Napoli 6nov: 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre

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(VIDEO) Venezuela: il popolo si riprende l’Assemblea

da Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

Al Grido di “Uh, Ah, Maduro no se va!”, il popolo bolivariano del Venezuela si riappropria di una assemblea borghese ormai auto-esautoratasi. L’unico ferito che si registra all’interno della AN è il compagno Oswaldo Rivero, noto comunicatore popolare conosciuto come Cabeza ‘e Mango. “Voi non amate i poveri, voi qui dentro amate solo i capitalisti!”, “Maduro è il Presidente che ci ha lasciato Chávez, è il nostro presidente!”, “Voi non avete più alcuna legittimità!”, “Siete illegali qui dentro!”, questi alcuni dei commenti del popolo in rivolta contro l’assemblea della borghesia.
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Appello agli antifascisti: No alla messa al bando del PC Ucraino!

di CUA – Coordinamento Ucraina Antifascista 

APPELLO AGLI ANTIFASCISTI:
NO ALLA MESSA AL BANDO DELLE ORGANIZZAZIONI COMUNISTE UCRAINE! NO AL GOVERNO NAZIFASCISTA DI KIEV!

La corte di Kiev, lo scorso 17 dicembre, ha messo definitivamente al bando il Partito Comunista d’Ucraina (KPU) ed i suoi simboli, interdicendone l’attività politica, per “incitamento all’odio etnico” ed all’“usurpazione dei diritti umani e delle libertà”. Queste accuse demenziali non farebbero che sorridere, se non costituissero il tragico capovolgimento della realtà: da due anni esatti, infatti, sono le forze filoeuropeiste “rivoluzionarie”, attualmente al governo, a tenere sotto il tallone di ferro il popolo ucraino, affamandolo e privandolo dei diritti sociali dietro i diktat del Fmi, a perseguitare gli oppositori politici, i giornalisti, i russofoni e i semplici cittadini sospettati di essere “nemici della nazione”. Questo governo di oligarchi e nazisti riesce a governare soltanto alimentando l’odio antirusso e conducendo una guerra fratricida contro il popolo del Donbass.

Nonostante la stampa nostrana abbia fatto di tutto per far passare un golpe reazionario come “rivoluzione democratica dei giovani per la libertà”, la natura nazista dei “ribelli” di piazza Maidan non ha tardato a rivelarsi: abbiamo visto paramilitari col viso coperto abbattere le statue di Lenin, il partito Svoboda sfilare per le strade d’Ucraina con il ritratto del nazista Stepan Bandera, dirigenti del KPU perseguitati, roghi di libri, sedi di partito bruciate, linciaggi di piazza, sequestri di giornalisti, seviziati e poi uccisi. I pogrom di Odessa e Mariupol ed i bombardamenti col fosforo bianco sugli abitanti inermi di Slaviansk, Lugansk e Donetsk, sono stati il preludio dell’aggressione di Kiev che sinora ha mietuto più di 8000 vittime. Il popolo operaio e antifascista del Donbass resiste nuovamente alla peste bruna, resuscitata dall’imperialismo Usa e Ue, che ha giocato un ruolo determinante nella destabilizzazione dell’Ucraina, dando sostegno politico, finanziario e mediatico ai golpisti.

La messa al bando del Partito Comunista è dunque l’atto finale di una persecuzione politica. Autorizza la repressione di qualsiasi opposizione al governo di Kiev. Allontana sempre più dalla democrazia, dal rispetto dei diritti umani, dalla tolleranza e dalla libertà. Sinora la propaganda della stampa, organica agli interessi imperialisti, ha mostrato una realtà capovolta in cui i nazisti erano i ribelli democratici e le vittime delle persecuzioni i “burattini” nelle mani del “dittatore Putin”. Una certa sinistra italiana, condizionata da questa propaganda, dinnanzi alla repressione, alla guerra e ai crimini di un imperialismo che resuscita la canaglia nazista, è rimasta in silenzio perché “dall’altro lato c’è Putin”, perché in Donbass ci sarebbero delle fantomatiche formazioni fasciste. Ma adesso, dinnanzi alla definitiva messa al bando del KPU ad opera di forze naziste, non ci sono più scuse per non prendere posizione!

Il KPU è una forza democratica e garante della democrazia Ucraina, una forza progressista che rappresenta i lavoratori, una forza erede di quei partigiani che durante la grande guerra patriottica hanno respinto la quinta colonna banderista, quelle SS criminali e genocide assurte ad eroi nazionali dal governo di Kiev. Il KPU e le altre forze comuniste, costituiscono l’unica resistenza alla junta neonazista e all’aggressione imperialista.
In quanto comunisti, quindi progressisti, antifascisti e antimperialisti, riteniamo un pericoloso atto di repressione la messa al bando del KPU e dei nostri simboli. Riteniamo inaccettabile che le forze che si dicono progressiste rimangano in silenzio: non si può più stare a guardare, o antifascisti o con i fascisti di Kiev!

Solidarietà ai compagni di Ucraina e a tutte le forze progressiste perseguitate dal regime di Kiev! Solidarietà al popolo del Donbass, ai minatori, operai e antifascisti che resistono all’aggressione nazista! NO PASARAN!

Coordinamento Ucraina Antifascista
Comitato Catanese di Solidarietà con l’Ucraina Antifascista
Banda Bassotti
Banda POPolare dell’Emilia Rossa
Carovana Antifascista
Comitato Ucraina Antifascista Bologna
Comitato No Guerra No Nato Milano
Comitato Contro la Guerra Milano
Comitato Donbass Antinazista Roma
Noi Saremo Tutto
Fronte Popolare
Movimento Internazionale Antifascista
Libreria Aurora Spoleto
Collettivo Arditi del Popolo Civitavecchia
Culletivo s’Idea Libera
Area Globale
Fronte Antimperialista
Comitato Veronese di Solidarietà con l’Ucraina Antifascista
Collettivo Stella Rossa Nord Est
Collettivo Padovano di Solidarietà con l’Ucraina Antifascista
Assemblea Antifascista Bassano del Grappa
Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista – Palermo
Patria Socialista
Partito Comunista
Marx21.it
Partito della Rifondazione Comunista
Rete dei Comunisti
Partito Comunista (Svizzera)
Collettivo Comunista Veneto Orientale
La Casa Rossa
Scintilla Milano
Comitato Ucraina Antifascista Milano
P38 punk
Premio Goebbels per la Disinformazione
Manlio Dinucci, Comitato No Guerra No Nato

per aderire: ucrainantifascista@yandex.com

(VIDEO) I democratici genuini in piazza per il Venezuela bolivariano

13344574_764061433731335_3209386993850145095_ndi Ciro Brescia

L’aggressività dell’imperialismo a trazione statunitense mostra sempre più il suo vero volto di guerra, depredazione, bestialità e manipolazione terroristica dell’informazione.

L’esempio della resistenza dei popoli latinoamericani e dei loro governi democratici, progressisti e rivoluzionari, in primis quelli di Cuba e del Venezuela bolivariano, è un esempio fecondo anche per i popoli europei e per i lavoratori e le lavoratrici migranti provenienti dall’Africa, dall’Asia, dall’Oceania, dalla stessa America latina, che con le loro attività contribuiscono, e non poco, a mandare avanti le economie nei paesi cosiddetti “sviluppati”. 

Manifestación en Roma en solidaridad con VenezuelaUrge far sentire la nostra voce, qui in Italia, come abbiamo fatto il 7 giugno 2016 in piazza Vidoni a Roma, insieme ai popoli del mondo, ai migranti, mandare segnali di incoraggiamento al popolo venezuelano vittima, come accadde in Cile con il governo socialista del presidente Salvador Allende nei primi anni ’70, prima che i fascisti lo assassinassero e instaurassero la dittatura militare filo-imperialista, di una guerra economica senza pietà scatenata dagli speculatori della parassitaria borghesia imperialista.

Una guerra contro il popolo e che in forme, tempi e modi diversi è diretta contro tutti i popoli del mondo e che senza dubbio gli stessi popoli troveranno il modo, quanto prima, di sconfiggere, di vincere. 

Dobbiamo liberarci in Europa, in Italia, come nel mondo, dalla cappa oppressiva del sionismo, come quella del Vaticano, che continua a razzolare peggio, mentre alza la cortina di fumo della predica delle belle parole.

Le lunghe marce cominciamo sempre facendo i primi passi, ed ogni volta che sarà necessario, ricominceremo daccapo insieme a tutta l’umanità in lotta, come diceva Lenin, fino alla vittoria finale.

Questi passi li abbiamo fatti insieme con tutti e tutte coloro che sono scese in piazza il 7 giugno 2016 a Roma e tanti altri si aggiungeranno:

Rete “Caracas ChiAma”
Rifondazione Comunista
Collettivo Militant
Rete No War
Alianza País
Red de Amigos de la Revolución Ciudadana
Comitato Immigrati Italia
JVP Sri Lanka
REDCAN
UMANGAT
-Rivista LatinoAmerica di Gianni Minà
-Associazione di Amicizia Italia/Cuba
-PCdI
-CARC
-CSOA Terra Rossa / Lecce
-Albainformazione
-ANROS Italia
-Circolo Bolivariano J C Mariàtegui / Napoli
-Red por ti America / Italia
-Associazione Donne della Regione Mediterranea
-Associazione di Amicizia Italia/Nicaragua
-Circolo Bolivariano Hugo Chàvez / Ostia
-Galleri@rt / Napoli
-Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà
-Donne in Rosso, blog delle donne del PcdI
-Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila
-Centro Gramsci di Educazione
___

 

 

 

Napoli 2mag2016: ricordiamo i martiri di Odessa

di Comunità Ucraina Antifascista

lunedì 2 maggio – dalle 17 – Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo

– “Accendi la candela della memoria…”

Mostra fotografica e commemorazione dedicata alla strage di Odessa, organizzata con la comunità ucraina antifascista!


– Aperitivo

– Proiezione di NAPOLI – ATALANTA e braciata!

Il 2 maggio 2014 gli squadroni di Pravy Sektor e Svoboda, le principali organizzazioni naziste in Ucraina attaccano alcuni gruppi di oppositori al governo di Kiev che avevano allestito tende e gazebo per chiedere la federalizzazione dell’Ucraina, il riconoscimento della lingua russa e per protestare contro il colpo di stato con cui, nel febbraio precedente, era stato deposto il legittimo presidente Viktor Janukovič. I manifestanti si rifugiano dentro la Casa dei Sindacati, che viene circondata dal folto gruppo di neonazisti. A questo punto entrano in azione veri e propri gruppi paramilitari, che bloccano l’ingresso del palazzo e iniziano a incendiarlo con un fitto lancio di bottiglie molotov. Oltre 100 morti, tantissimi arsi vivi, con la piena complicità mediatiche e politiche delle Istituzioni Internazionali e dei Governi Occidentali – che hanno fatto di tutto nei giorni immediatamente successivi per insabbiare l’accaduto e nasconderne i responsabili.

http://ilmanifesto.info/a-odessa-si-ricorda-la-strage-neonazista/

http://www.carmillaonline.com/2015/05/05/dossier-odessa/
—–
Je so’ pazzo è un ex-opg (ospedale psichiatrico giudiziario) occupato nel marzo 2015 da un gruppo di studenti, lavoratori, disoccupati, per sottrarlo all’abbandono e per restituirlo alla città, per ricostruire la memoria di questo luogo terribile di esclusione e tortura, e lanciare percorsi di mobilitazione a partire dalle nostre concrete esigenze: dal lavoro al territorio, dalle scuole alle università, dalla casa alla sanità.

—–
Come arrivarci?
– Metro Linea 1: Fermata Materdei
(5 minuti a piedi verso Salita San Raffaele)
– Dal centro storico (15 minuti a piedi):
arrivare al museo nazionale e salire via Salvator Rosa,
all’incrocio con via Imbriani ci trovate sulla destra.

—–
Ex Opg Occupato – Je so’ pazzo
pagina facebook: https://www.facebook.com/exopgjesopazzo
sito web: http://jesopazzo.org/
twitter: https://twitter.com/ExOpgJesopazzo

Frei Betto y el descuido en la formación ideológica

por Al Mayadeen

29 Enero 2016, Resumen Latinoamericano /Al Mayadeen/.- Para el fraile dominico brasileño, Frei Betto, una de las causas principales de los retrocesos en gobiernos progresistas en América Latina es el descuido en la formación ideológica de la sociedad.

A su juicio, no se trata de un fenómeno nuevo ni propio del continente, pues ya se había dado en la antigua Unión Soviética y en el resto de Europa del Este.

Durante su participación en la II Conferencia Internacional Con todos y para el bien de todos, dedicada a José Martí, Betto defendió esos criterios a la luz del pensamiento político y antimperialista martiano.

Señaló que la región avanzó mucho en los últimos años, se logró elegir jefes de Estado progresistas, conquistar conexiones continentales importantes como la alianza bolivariana, Celac, Unasur, pero se cometieron errores.

Precisó que uno de ellos fue descuidar la organización popular, el trabajo de educación ideológico y “allí entra en juego José Martí porque él siempre se preocupó por el trabajo ideológico”, agregó.

Según el teólogo de la liberación, los retrocesos en una sociedad desigual significan que hay una permanente lucha de clases. “No podemos engañarnos, pues no se garantiza el apoyo popular a los procesos dando al pueblo sólo mejores condiciones de vida, porque eso puede originar en la gente una mentalidad consumista”, aseveró.

El problema está -afirmó Betto- en que no se politizó a la nación, no se hizo el trabajo político, ideológico, de educación, sobre todo en los jóvenes, y ahora la gente se queja porque ya no puede comprar carros o pasar vacaciones en el exterior.

En su opinión, hay un proceso regresivo porque no se ha desarrollado una política sostenible, no hay una reforma estructural, agrarias, tributarias, presidenciales, políticas. “Encauzamos una política buena pero cosmética, carente de raíz, sin fundamentos para su sustentabilidad”.

Al referise a Brasil, espera que no pase lo peor, el regreso de la derecha al poder. Según su análisis, eso depende mucho de Dilma en los próximos dos o tres años. “Pero lamentablemente, por lo pronto, no hay señal de que va a cambiar la política económica que hace daño a los más pobres y favorece a los más ricos”, afirmó.

Aseveró que el consumismo y la corrupción están matando la utopía en pueblos de nuestra América, como Argentina y otros, porque -señaló- la gente no tiene perspectivas de sentido altruista, solidario, revolucionario, de la vida, se va hacia el consumismo, y eso afecta toda perspectiva socialista y cristiana, que es desarrollar en la gente valores solidarios. “La solidaridad es el valor mayor tanto del socialismo como del cristianismo”, subrayó.

Betto insistió en que en eso radica la falla en gobiernos progresistas. En su opinión no se hizo un trabajo de base, de formación ideológica de la gente.

Agregó que la educación para el amor, para la solidaridad, es un proceso que hay que desarrollar pedagógicamente, y como eso no se cuidó desde un primer momento, ahora se afrontan las consecuencias lamentablemente.

Al abordar el proceso de distopía, es decir, los intentos de presentar la utopía como algo del pasado, reiteró que en los países como Brasil o Venezuela, los gobiernos se equivocaron al creer que garantizar los bienes materiales equivalía a garantizar condiciones espirituales, y no es así.

Betto -en el caso de Cuba- expresó que el gobierno revolucionario, que ha hecho un trabajo ideológico de educación política con el pueblo, ha sido demasiado paternalista.

Explicó que la gente ha mirado a la revolución como “una gran vaca que le da leche a cada boca”, pero con eso no se moviliza a la gente para un trabajo más efectivo en la consolidación ideológica relacionada, por ejemplo, con la producción agrícola e industrial.

Consideró que, aunque admite poder equivocarse, la dependencia de la Unión Soviética llevó a Cuba a acomodarse un poco, y hoy importa del 60 al 70 por ciento de productos especiales de consumo y eso convirtió prácticamente en una nación que exporta servicios médicos, educadores, profesionales e importa turistas para conseguir más divisas.

Educación política, participación, compromiso efectivo con la lucha, adecuación de la teoría y la práctica, es lo correcto y ahí están los ejemplos de Martí, de Fidel Castro que han vivido dentro del monstruo, como el caso de Martí, y el de Fidel que proviene de una familia latifundista y se convirtió en revolucionario.

¿Qué pasó en la conciencia de José Martí y de Fidel Castro, quienes tenían la oportunidad de hacerse un lugar en la burguesía, pero tuvieron una dirección evangélica para los pobres y asumieron la causa de la liberación?, se preguntó.

La respuesta es la que va a indicarnos el camino que vamos a seguir para evitar que el futuro de América Latina sea de nuevo un lugar de mucha desigualdad, de mucha pobreza, porque corremos el riesgo de ser de nuevo neocolonia de Estados Unidos y de Europa Occidental.

Enfatizó que no es fácil vivir en un mundo en el que el neoliberalismo proclama que la utopía está muerta, que la historia ha terminado, que no hay esperanza ni futuro, que el mundo siempre va a ser capitalista, que siempre va a haber pobres, miserables, y ricos, y que, como en la naturaleza, siempre va a haber día y noche y eso no se puede cambiar.

Betto señaló que la derecha se une por interés, y la izquierda por principios, y cuando la izquierda pierde los principios. Y agregó: Cuando la izquierda viola el horizonte de los principios y va por los intereses, le hace el juego a la derecha.

La tarea de la izquierda es movilizarse en la línea de una alta formación política y por ese camino es que debemos trabajar, sentenció.

Sobre las restablecimiento de relaciones diplomáticas entre Cuba y Estados Unidos, expresó que la Isla debe lograr cómo establecer buenas relaciones con Estados Unidos y administrar bien la suspensión del bloqueo sin tornarse vulnerable a la seducción capitalista.

Mostró su preocupación cuando ve a los jóvenes cubanos irse del país para aprovechar la ley de ajuste porque es señal de que la gente está corriendo contra el tiempo para tornarse ciudadano de Estados Unidos, “porque en el momento en que termine el bloqueo esa ley va abajo”. Pero Cuba tiene que preguntarse por qué jóvenes formados en la revolución quieren ser ciudadanos de Estados Unidos?

“El peligro que hay aquí, dice, es que la revolución la ven esos jóvenes como un hecho del pasado y no un desafío del futuro, y cuando la gente la ve como un hecho del pasado ya mira las cosas no por sus valores, por su horizonte revolucionario, sino por el consumismo”.

El socialismo, aseguró, ha cometido el error de socializar los bienes materiales, y no socializó suficientemente los bienes espirituales, porque un pequeño grupo podía tener sueños de cosas distintas que se podían hacer, y los demás los han tenido que aceptar.

“El capitalismo lo hizo al revés, socializó los sueños para privatizar los bienes materiales… Y ahí llega el sufrimiento de los jóvenes que ponen en su vida cuatro cosas: dinero, fama, poder y belleza, y cuando no alcanzan ninguno de esos parámetros van siempre a los ansiolíticos, las drogas, viene la frustración de los falsos valores, la cual viene siempre desde donde hemos puesto nuestra expectativa”, concluyó.

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