Venezuela: governo e operai riaprono le fabbriche della Clorox

di Geraldina Colotti – il manifesto

29set2014.- Le fab­bri­che chiu­dono? Governo e ope­rai for­zano le ser­ra­ture e le ria­prono. Fun­ziona così nel Vene­zuela socia­li­sta, dove la parola dei lavo­ra­tori si fa sen­tire, senza biso­gno di ridursi a lamento tele­vi­sivo. Ha fun­zio­nato così nelle due sedi della com­pa­gnia sta­tu­ni­tense Clo­rox, negli stati di Miranda e Cara­bobo. «Abbiamo aperto i luc­chetti e siamo entrati. Gli impren­di­tori se ne sono andati lasciando un loro rap­pre­sen­tante in Argen­tina e un avvo­cato qui da noi», ha detto ai gior­na­li­sti il vice­pre­si­dente della Repub­blica, Jorge Arreaza che ha accom­pa­gnato gli ope­rai. Pochi giorni fa, l’impresa aveva lasciato tutti a casa: lamen­tando restri­zioni impo­ste dal cha­vi­smo, inter­ru­zione nella for­ni­tura del mate­riale e insi­cu­rezza eco­no­mica. Gli ope­rai ave­vano pro­te­stato bloc­cando il traf­fico e ave­vano chie­sto l’intervento del governo.

E il governo ha rispo­sto: in linea con l’atteggiamento che guida la «rivo­lu­zione boli­va­riana» fin dai pri­mordi. «Gli impren­di­tori hanno vio­lato la Legge del lavoro per il pro­prio tor­na­conto, get­tando per strada oltre 474 per­sone — ha spie­gato Arreaza in uno dei due impianti — siamo qui per rimet­tere le cose a posto con un’occupazione tem­po­ra­nea». Dopo la chiu­sura della fab­brica, il 22 set­tem­bre, i lavo­ra­tori si sono riu­niti fra loro e con rap­pre­sen­tanti del par­la­mento, del mini­stero del Lavoro, del Com­mer­cio e dell’Industria e hanno messo a punto un piano di inter­vento e di gestione: «Se aves­simo avuto un governo capi­ta­li­sta oggi più di 780 lavo­ra­tori non avreb­bero alcuna spe­ranza di recu­pe­rare il posto», ha detto il dele­gato Luis Piñango, rias­su­mendo i ter­mini della vicenda.

La fab­brica ha fun­zio­nato fino al 19, ma il lunedì gli ope­rai hanno tro­vato i por­toni chiusi. A tutti, è arri­vato un sms da parte del pre­si­dente dell’impresa, Oscar Lede­zma: «Ce ne andiamo dal Vene­zuela, vi abbiamo depo­si­tato sul conto la liqui­da­zione, la fab­brica non ria­prirà». Gli ope­rai ricor­rono al Mini­stero del lavoro, che ordina ai respon­sa­bili Clo­rox di ripren­dere l’attività. Di fronte al silen­zio dell’impresa, si pro­cede allora all’«occupazione temporanea».

La legge vene­zue­lana, che con­tem­pla gli espro­pri di fab­bri­che e lati­fondi, pre­vede però anche un con­gruo rim­borso. Molte grandi imprese lucrano per­ciò a un dop­pio livello: dap­prima chie­dendo dol­lari al cam­bio age­vo­lato per impor­tare pro­dotti che, di solito, non impie­gano dav­vero per man­dare avanti la pro­du­zione; e poi fug­gendo col «bot­tino», sicuri di essere comun­que risar­citi. In que­sti giorni, il Cen­tro nazio­nale di Com­mer­cio estero (Cen­coex) ha chie­sto al MIni­ste­rio publico di aprire un’indagine su 15 imprese che, sulle 83 che hanno chie­sto dol­lari a prezzo age­vo­lato, non hanno for­nito giu­sti­fi­ca­zioni con­vin­centi sull’impiego del denaro.

Soldi, pro­te­sta la parte più radi­cale della sini­stra cha­vi­sta, che potreb­bero essere impie­gati per poten­ziare ulte­rior­mente le misure sociali. La cor­rente che spinge per l’aumento dell’autogestione e del con­trollo ope­raio evi­den­zia anche i rischi pro­dotti dalla sta­ta­liz­za­zione delle fab­bri­che, tra i quali la buro­cra­tiz­za­zione e l’insinuarsi della men­ta­lità «da impie­gato sta­tale» nella classe operaia.

Temi di cui si discute nei quar­tieri e nelle fab­bri­che, in un paese a eco­no­mia mista — sta­tale, coo­pe­ra­tiva e auto­ge­stita e pri­vata — che punta su un modello di stato decen­trato e sulle «comuni» auto­ge­stite per por­tare più a fondo l’esperienza del pro­prio «labo­ra­to­rio». A luglio 2015, preso la Vene­zo­lana de Tele­co­mu­ni­ca­cio­nes di Punto Fijo, nel Paranà, si svol­gerà il primo incon­tro inter­na­zio­nale delle fab­bri­che recu­pe­rate. Una realtà già con­so­li­data nel paese, che ha preso avvio dopo il golpe con­tro Cha­vez del 2002 e la fuga di molte grandi imprese dal Vene­zuela socia­li­sta. E ora molte altre realtà potreb­bero seguire la strada di Clorox.

Intanto con­ti­nua il piano per il disarmo volon­ta­rio, in atto in 72 punti del paese: «Stiamo scam­biando armi con­tro stu­dio, armi con­tro futuro. Ci con­se­gnano pistole e fucili e rice­vono gli stru­menti per le atti­vità socio­pro­dut­tive», ha detto il mini­stro degli Interni giu­sti­zia e pace, Miguel Rodri­guez Torres.

Per comu­ni­care il pro­prio orien­ta­mento e disin­ne­scare il finan­zia­mento di ulte­riori piani sov­ver­sivi, dome­nica il governo vene­zue­lano ha com­prato una pagina del New York Times. Nell’annuncio, parti del discorso pro­nun­ciato all’Onu dal pre­si­dente Nico­las Maduro in cui chiede la fine del blocco Usa con­tro Cuba, la deco­lo­niz­za­zione di Porto Rico e annun­cia la dona­zione di 5 milioni di dol­lari per la lotta con­tro l’ebola. «Inu­tili spre­chi», ha com­men­tato Hen­ri­que Capri­les, l’ex can­di­dado alla pre­si­denza per l’opposizione.

Alla guida della sua coa­li­zione, la Mud, Capri­les ha spon­so­riz­zato il popo­lare gior­na­li­sta Jesus ” Chuo” Torrealba, che ha un noto pro­gramma rivolto ai quar­tieri. «Cer­cano con­tatti con la strada, ma il nostro è il governo della strada», ha detto Miguel Tor­res. E comun­que, chi la strada vor­rebbe riac­cen­derla con bombe e vio­lenze — il par­tito di Leo­poldo Lopez e l’area di Maria Corina Machado — non ha votato per “Chuo”.

Jorge Valera: «a breve il Vene­zuela entrerà nel Con­si­glio di sicu­rezza ONU»

di Geraldina Colotti, il manifesto 26.9.2014

Coinvolto l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe

Colpo grosso con­tro l’estrema destra in Vene­zuela. Il mini­stro degli Interni giu­sti­zia e pace, Miguel Rodri­guez Tor­res, ha pre­sen­tato in tele­vi­sione una nuova pun­tata di alcune regi­stra­zioni video. Prove che mostrano, indi­scu­ti­bil­mente, i piani ever­sivi che hanno gui­dato le pro­te­ste vio­lente con­tro il governo nei mesi scorsi e quelli pro­gram­mati per il futuro: stragi, omi­cidi selet­tivi, pro­vo­ca­zioni. Piani in cui è coin­volto l’ex pre­si­dente colom­biano, Alvaro Uribe, che in molti, nel suo paese, vor­reb­bero man­dare a giu­di­zio per le atti­vità para­mi­li­tari di cui è paladino.

Tutto si è messo in moto con l’arresto di alcuni gio­vani nazi­sti, estra­dati dalla Colom­bia: mili­tanti del gruppo anti­se­mita Javu — gemel­lato con la bal­ca­nica Otpor, nata durante i con­flitti nella ex-Jugoslavia nelle scuole Cia — e a capo di alcune Ong finan­ziate dalle agen­zie per la sicu­rezza Usa. Il gio­vane Lorent Gomez Saleh, attivo in tutti i con­sessi dell’estrema destra inter­na­zio­nale, parla aper­ta­mente di come orga­niz­zare atten­tati e pro­vo­ca­zioni durante «mani­fe­sta­zioni di piazza» ed elenca armi, soldi rice­vuti e legami con i car­telli colom­biani e paramilitari.

Que­sta volta, nes­suno, nel campo della destra, ha par­lato di «mani­po­la­zioni», anche se l’imbarazzo delle parti più mode­rate dell’opposizione — riu­nita nel car­tello Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud) — non si è spinto fino a una presa di distanza piena dai mili­tanti oltran­zi­sti: fino a poco tempo fa defi­niti «paci­fici stu­denti». Per ora, l’opposizione sem­bra aver silen­ziato le com­po­nenti più estre­mi­ste, capi­ta­nate da Leo­poldo Lopez — il lea­der di Volun­tad popu­lar, in car­cere in attesa di pro­cesso -, da Maria Corina Machado e dal sin­daco della Gran Cara­cas, Anto­nio Lede­zma. Intanto, la Mud ha eletto il nuovo segre­ta­rio ese­cu­tivo, Jesus Tor­realba, spon­so­riz­zato dall’ex can­di­dato pre­si­den­ziale, Hen­ri­que Capri­les. Tor­realba, gior­na­li­sta con tra­scorsi di sini­stra, ha annun­ciato sì l’intenzione di tor­nare al dia­logo con il governo, ma al con­tempo ha detto che l’opposizione tor­nerà in piazza il 4 otto­bre: per affi­lare le armi in que­sta fine anno senza ele­zioni e pre­pa­rarsi alle par­la­men­tari del dicem­bre 2015.

Intanto, il campo cha­vi­sta assa­pora il suc­cesso otte­nuto all’Onu dal pre­si­dente Nico­las Maduro, regi­strato anche dai noti­sti poli­tici inter­na­zio­nali avversi al suo governo boli­va­riano. Durante le gior­nate new­yor­chesi, Maduro ha dap­prima inter­pre­tato le istanze dei movi­menti ambien­ta­li­sti inter­na­zio­nali al ver­tice Onu sul clima: «Per cam­biare il clima occorre cam­biare il sistema», ha detto spie­gando i ter­mini dell’«eco-socialismo» boli­va­riano. Poi ha fatto un bagno di folla con i poveri del Bronx, ai quali dal 2005 il Vene­zuela invia car­bu­rante gra­tui­ta­mente. E infine ha incon­trato i rap­pre­sen­tanti del Con­gresso mon­diale ebraico. Al con­tempo, ha levato la voce in favore del popolo pale­sti­nese, al quale sono arri­vate ton­nel­late di aiuti dopo il mas­sa­cro di Gaza.

E ieri, Maduro ha annun­ciato un piano milio­na­rio da inviare ai paesi col­piti dall’Ebola. Una misura subito con­te­stata da Capri­les, che con­si­dera «spre­chi» i pro­getti di soli­da­rietà inter­na­zio­nale messi in atto dal governo chavista.

Il discorso di Maduro all’Onu, che ha rice­vuto il plauso del cubano Fidel Castro, è stato defi­nito «sto­rico» dal rap­pre­sen­tante per­ma­nente del Vene­zuela all’Onu Jorge Valera che, da Gine­vra ha ipo­tiz­zato «quasi immi­nente» un’entrata del Vene­zuela al Con­si­glio di sicu­rezza. E, a tarda sera, Cara­cas atten­deva un mes­sag­gio del papa a Maduro per la chiu­sura della Set­ti­mana inter­na­zio­nale della pace.

Salman, padre del giornalismo arabo: «L’Italia ha perso autorevolezza»

 di Talal Khrais – spondasud

«L’Italia, con la sua politica estera, è sempre più debole e si trova ai margini dall’Unione Europea. Poteva continuare ad avere, come in passato, un ruolo di autonomia e mediazione in Medio Oriente ma oggi conta davvero poco. Da anni i governi sembrano tecnici e non politici e adottano posizioni dannose all’immagine e all’autorevolezza di un paese molto importante nel Mediterraneo».

Lo dice Talal Salman, padre del giornalismo arabo, direttore di Al Safir, il più importante quotidiano arabo, molto conosciuto e apprezzato in Italia. Non senza un briciolo di ironia, Salman chiede se il ministro degli esteri sia ancora Emma Bonino. Una domanda non casuale: da queste parti le cronache italiane non hanno grande spazio sui media locali. Anche la visita del ministro Federica Mogherini in Libano, responsabile della Farnesina pronta a trasferirsi a Bruxelles, è passata inosservata anche per uno dei più attenti osservatori di politica internazionale nel mondo arabo.

«La classe politica italiana – dice Salman – aveva una politica estera autonoma e moderata, anche in piena guerra fredda, quando da una parte c’erano gli Stati Uniti e dall’altra l’Unione Sovietica. Roma non prendeva ordini da Washington e la posizione italiana rappresentava il perfetto equilibrio tra l’est e l’ovest. Con la caduta del muro di Berlino, l’Italia ha perso progressivamente il ruolo di cerniera che aveva soprattutto nel Mediterraneo e in Medio Oriente».

Alla mia domanda «La situazione per l’Italia è così negativa?», Salman non ha dubbi: «Tranne qualche sussulto, si può dire che l’Italia è sparita dalla scena internazionale. Di fronte allo scioglimento del patto di Varsavia, invece di adottare con maggior convinzione una politica più autonoma, si è schierata con le posizione degli Stati Uniti, perdendo il suo protagonismo. Oggi la politica di Roma è decisa altrove».

Inevitabile il confronto con altri paesi. La differenza è sotto gli occhi di tutti. Basta vedere, ad esempio, come si comporta la Francia che non permette ai propri alleati di essere emarginata nelle politiche estere dell’UE e nelle decisioni internazionali. L’Italia, invece, conta sempre di meno. Spesso i viaggi dei leader italiani all’estero servono solo ai fini della propaganda interna, anche grazie alla complicità di giornalisti interessati solo alle cronache del palazzo.

Nel colloquio che abbiamo avuto a Beirut, il direttore ed io abbiamo ricordato come il nostro giornale faceva a gara per intervistare, come è capitato a me, i grandi personaggi della politica italiana degli anni ’80 e ’90: restano memorabili le interviste a uomini del calibro di Craxi, Berlinguer, Spadolini e Andreotti. Tutti avevano rapporti con il mondo arabo e ne conoscevano pregi e difetti. Le loro posizioni erano il termometro di quanto stava accadendo in Medio Oriente, soprattutto nei rapporti con gli alleati europei e con gli Stati Uniti. E sempre memorabile fu l’intervista a Maurizio Valenzi, già sindaco di Napoli, uno straordinario uomo di cultura che combatteva con i partigiani tunisini per la loro indipendenza.

Anche la crisi ucraina irrompe nella discussione: «Che senso ha l’allargamento delle  sanzioni anti-russe, quando a perdere sarà l’economia italiana? Al direttore ricordo che il Centro Studi di Confindustria prevede un danno all’export nel 2014 di circa 1,4 miliardi di euro. Questo dimostra che le sanzioni sono inutili – risponde Salam – danneggiano soprattutto un paese come l’Italia che è un partner commerciale molto importante per Mosca. Il governo italiano, anche in questo, si limita ad assecondare le politiche degli Stati Uniti. La Russia non cederà di fronte alle interferenze occidentali nelle ex Repubbliche Sovietiche ed è pronta allo scontro. Per questa ragione l’unica soluzione del conflitto in Ucraina è soltanto di natura politica».

 

Censura all’Onu: Cristina Kirchner svela le menzogne dell’Occidente

da al manar

Perché i canali internazionali hanno sospeso le trasmissioni in diretta ed hanno fermato la traduzione del discorso del presidente dell’Argentina all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York?

La risposta è semplice. Cristina Fernandez de Kirchner ha oltrepassato la linea rossa degli USA e dei loro alleati!

I punti principali del discorso della signora Kirchner, postato sui social network:

 «Eravamo qui, un anno fa, quando avete etichettato come regime terrorista il Governo del (presidente siriano) Assad, e sostenuto i “ribelli” (in Siria), che voi avete definito rivoluzionari.

Oggi ci riuniamo per sradicare questi rivoluzionari che si sono rivelati essere terroristi. 

In passato avete inserito Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroriste, mentre si tratta di un grande partito riconosciuto in Libano!

Voi avete accusato l’Iran di essere dietro l’esplosione che aveva come obiettivo l’ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1994, quando le indagini argentine non sono riuscite a dimostrare il coinvolgimento dell’Iran.

Voi avete adottato una risoluzione contro Al Qaeda dopo gli attacchi dell’11 settembre. Paesi come l’Iraq e l’Afghanistan sono stati profanati e i loro abitanti uccisi, mentre, entrambi i paesi, stanno ancora soffrendo il terrorismo!

Avete dimostrato dopo la guerra israeliana contro Gaza, che Israele ha commesso un disastro orribile e causato la morte di molti civili palestinesi, ma la vostra attenzione è diretta a quanti razzi hanno colpito Israele che non hanno provocato né danni né vittime!

Oggi, quindi, ci riuniamo per adottare una risoluzione internazionale per incriminare e lottare contro il Daesh, mentre questa organizzazione beneficia del sostegno di paesi alleati dei grandi Stati membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite?»

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(FOTO) A Roma per la Palestina: con i paesi dell’ALBA nel cuore!


27 settembre 2014.- Manifestazione per la Palestina oggi a Roma. Il corteo, con migliaia di partecipanti, è partito da piazza della Repubblica a Roma, diretto a piazza SS. Apostoli. La manifestazione è stata organizzata dal coordinamento delle comunità palestinesi in Italia. In testa lo striscione: “Per la fine dell’occupazione israeliana, Palestina libera”.
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Altre foto in questo link e in quest’altro.

Renzi e Berlusconi insieme

suvvia di Achille Lollo*

L’annunciata riforma del lavoro rompe l’apparente unità in seno al Partito Democratico, dal momento che il 54% degli Italiani trova che, con l’annullamento dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori le imprese potranno licenziare come e quando vorranno.    

A febbraio, il programma di governo di Matteo Renzi presentava una riforma del lavoro volta a riformulare le molte leggi che hanno creato 47 forme di contratti di lavoro, moltiplicando così le possibilità di illegalità (lavoro sul mercato nero senza contratto) o frammentando ancora di più la qualità dell’occupazione, con contratti temporali (semestrali, mensili e perfino settimanali).

All’inizio, la riforma doveva abolire la celebrata “Legge Fornero” del governo Monti, che invece di aprire il mercato del lavoro ai giovani, in realtà, ha liquidato i lavoratori che sono nella fascia d’età tra i 50 e i 60 anni, aumentando ancora di più il contingente dei cosiddetti “precari”, condannati a rimanere senza contratto di lavoro effettivo. Sta di fatto che tali proposte sono rimaste in aria come semplici intenzioni, nel momento in cui il primo ministro Matteo Renzi e il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, realizzavano un accordo politico che comportava l’introduzione di serie modifiche nel programma della Riforma del Lavoro.

In questo ambito è sorta la proposta di sopprimere l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che è l’ultima legge del lavoro a non essere stata modificata negli ultimi 15 anni dai governi di destra guidati da Berlusconi. La reazione del Movimento Cinque Stelle nella Camera dei Deputati e nelle piazze è stata immediata. Infatti, il suo leader, Beppe Grillo, nel promuovere una protesta in piazza ha detto: «Durante gli ultimi 40 anni gli imprenditori hanno detto che l’Articolo 18 doveva essere abolito in quanto ostacolo agli investimenti. Poi, tutti i governi a guida Berlusconi hanno tentato di sopprimere questo articolo, tuttavia il PD (Partito Democratico) ha sempre fatto opposizione, rimanendo al lato dei lavoratori. Adesso, Renzi, che ha bisogno dei voti dei parlamentari di destra di Forza Italia, per sostenere la sua maggioranza, ha fatto un accordo in segreto con Berlusconi consegnando, in cambio del sostegno in Parlamento, 30 anni di storia e di lotte dei lavoratori. Vuol dire: quello che Berlusconi non è mai riuscito a fare, ora è stato realizzato da Renzi. È chiaro che gli imprenditori e le transnazionali applaudono».

Lo scenario complica la situazione nel mondo sindacale, nella misura in cui la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) si è già espressa contro la decisione del governo, mentre la Confederazione Italiana Sindacati dei Lavoratori (CISL) appoggia apertamente Renzi e l’Unione Italiana del Lavoro (UIL) non ha ancora definito ufficialmente la sua posizione, dal momento che la direzione è praticamente divisa in merito a questo argomento. La CGIL, in un comunicato della segreteria, ha subito allertato il governo che non ammette modifiche dell’Art. 18, avvisando che se il governo continua su questa strada, la CGIL proclamerà uno sciopero generale a ottobre. Per questo, Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL, non ha avuto dubbi nel dire che «il futuro più prossimo dei nostri giovani che sperano di poter lavorare è sempre più nebuloso, dal momento che nessuno sa quello che realmente questo governo vuole fare. La CGIL è contro la revisione dell’Art. 18, perché questo è un attacco gravissimo contro tutti i lavoratori, quando invece la crescita economica si ottiene realizzando un’ampia riforma economica e infra-strutturale e non intervenendo sul mercato del lavoro con l’abolizione dell’Art. 18 in modo da permettere alle imprese di licenziare liberamente».   

Confusione nel PD

Dal marzo 1970, i partiti che rappresentano gli interessi delle transnazionali e dell’impresariato italiano intendono mettere fine alla legislazione lavorativa dello Statuto dei Lavoratori, indirizzata a difendere integralmente gli interessi dei lavoratori. Una bandiera che il PCI di allora ha subito innalzato, anche perché questo fatto gli ha permesso di riconquistare il voto della classe operaia e dei lavoratori in generale, demotivati dalla proposta del Compromesso Storico. Un tale posizionamento si è mantenuto anche quando il PCI si è trasformato in PDS e poi in PD, visto che lo Statuto dei Lavoratori non è stato una “regalia” offerta dallo Stato. Al contrario, è stato il risultato di un periodo di lotte, che si è trasformato in legge solamente quando i lavoratori italiani hanno vinto la battaglia politica, dopo di aver sfidato il capitalismo italiano durante due lunghi anni di lotte, con scioperi, manifestazioni e, soprattutto, con le occupazioni delle fabbriche e delle università. Bisogna dire che sono stati anche due anni di dura repressione da parte di uno Stato sempre più controllato dai gruppi della Democrazia Cristiana, in vista del mantenimento dell’Italia dentro la logica della dipendenza imperialista, sia strategica che economica e finanziaria.

D’altro canto, bisogna ricordare che è in questi due anni che i gruppi che monopolizzavano i palazzi del potere hanno aperto le porte ai clan mafiosi per garantire al governo un “consenso maggioritario nel sud d’Italia”, mentre nella capitale e nelle grandi metropoli delle regioni industriali del nord e del centro, i servizi di intelligence sono stati autorizzati a materializzare un “Piano B”, con una serie di operazioni pianificate per impedire l’avanzamento delle sinistre e, in particolare, l’affermazione dell’“autonomia della classe operaia” in tutte le fabbriche del nord e del centro nord. Un “Piano B” che presentava molte direttrici, dal tradizionale e truculento colpo di Stato con la partecipazione delle organizzazioni neo-fasciste, alla sofisticata cooptazione mediatica e politica di sindacalisti e di deputati di centro-sinistra in opposizione al “nascente sinistrismo”.

Una cooptazione che, in seguito al messaggio politico del golpe in Cile sarebbe evoluto, nel PCI, nel cosiddetto “Compromesso Storico” di Enrico Berlinguer. A causa del peso politico e per il fatto di avere a che fare con la vita di milioni di lavoratori, il PD non si è mai azzardato a mettere in discussione l’Art. 18. Infatti, accettare le proposte dell’impresariato avrebbe significato perdere la fiducia e il voto dei lavoratori che negli ultimi dieci anni hanno cominciato a disertare la militanza, mantenendo, appena, il vincolo elettorale con il PD. Per questo, la cosiddetta “vecchia guardia”, guidata da Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Giuseppe Civiati e dal giovane Stefano Fassina, è stata duramente attaccata da Matteo Renzi e conseguentemente squalificata da tutto il sistema mediatico per aver minacciato di non votare in Parlamento l’abolizione dell’Art. 18. È evidente che questa questione è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso in seno al PD, dal momento che i contrasti politici e, anche, ideologici non sono pochi. Si tratta, alla fine, di un confronto politico tra i “liberali di Matteo Renzi” e la cosiddetta “vecchia guardia social-democratica” che, adesso, incarna due concezioni politiche differenti, le quali, in realtà, possono portare alla nascita di due nuovi partiti. Del resto, qualcuno afferma che questi due partiti già esistono in “off”, disputandosi l’“apparato” dello stesso PD.

Guardando agli USA

Mentre in Italia si moltiplicano gli oppositori a una Riforma del Lavoro che abolirà l’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, il primo ministro Matteo Renzi è andato negli USA per conciliarsi, da un lato, i repubblicani (George Shultz e Condoleeza Rice) e, dall’altro, i democratici (Bill e Hillary Clinton), oltre a rendere pubblico l’“innamoramento politico” con l’amministratore delegato della FIAT-Chrysler, Sergio Marchionne, che è stato colui che ha sfidato la legislazione lavorativa italiana, licenziando selettivamente i sindacalisti e i delegati di fabbrica della FIOM-CGIL, oltre a introdurre il “contratto di lavoro FIAT”, che squalifica il tradizionale contratto nazionale dei metal-meccanici.

La sequenza di incontri che Renzi ha tenuto, a San Francisco, con gli imprenditori della Silicon Valley e poi, a Detroit, con Marchionne e i principali banchieri (o sarebbe meglio dire speculatori) di Wall Street, in realtà, è stata un capolavoro del marketing politico, che da due anni costruisce il successo mediatico di Renzi, rafforzando la sua immagine politica.

Infatti, aver dialogato, allo stesso tempo, con Shultz e Rice e poi con Bill e Hillary Clinton, prima di andare all’Assemblea dell’ONU, a raccontare la favola che gli Italiani ascoltano da febbraio, è stata una giocata da maestro, visto che i media statunitensi hanno incensato abbastanza Renzi – non per essere un leader innovatore ma, semplicemente, per genuflettersi davanti all’Impero e ossequiare tutti i suoi leaders.

Infine, qualcosa che è stato fatto non per impressionare gli Statunitensi, ma per convincere gli Italiani che è ben protetto e, per questo, adesso, è lui che comanda. È chiaro, con l’appoggio di Berlusconi, senza il quale il governo Renzi già sarebbe caduto.

È evidente che un’agenda di questo tipo non è stata improvvisata alla vigilia del viaggio per New York. Ci sono stati contatti e una pianificazione da parte del “gruppo occulto del PD” che ha scelto le date, i luoghi e i partecipanti per ottenere in Italia il cosiddetto “effetto specchio”, nel preciso momento in cui cominciava il dibattito sull’abolizione dell’Articolo 18 e, soprattutto, quando esplodeva il conflitto con la CGIL e i lavoratori in generale.

Per molti commentatori, questo viaggio di Renzi negli USA è stato l’ultimo atto che ha compiuto come leader di un PD unificato, visto che la dichiarata comunione di intenti e di progetti con Sergio Marchionne ha sepolto, in una sola volta, l’apparente unità, che potrà esplodere in forma definitiva quando la situazione deficitaria e la recessione obbligheranno il governo a chiedere l’intervento della Triade (FMI, Banco Mondiale e Banca Centrale Europea), con le conseguenze che tutto il mondo conosce.

Infatti, Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, ha allertato Renzi ricordandogli che il debito pubblico nuovamente ha superato tutti i livelli, mentre la crescita economica rimane a quota “0”!

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giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato da Roma (Italia) e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.  

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Entrevista al ministro Iturriza

Víctor Amaya | ÚN.- Reinaldo Iturriza ocupa una oficina que aún asume ajena. La biblioteca, por ejemplo, está llena de libros y regalos de sus predecesores en el Ministerio para la Cultura. Y en sus planes está dejarlos en herencia a su sucesor.

El nuevo titular, que viene de ser ministro de Comunas, aún responde titubeante, y lo admite: aún se está empapando. Sin embargo, se siente confiado de contar con un equipo “bastante preparado, por encima del promedio”.

Entre sus tareas más inmediatas está organizar la Fiesta del Joropo, con gira nacional y cierre en Caracas, y el Congreso Nacional de la Cultura, que explorará “la revolución cultural y la cultura comunal”.

¿Qué oportunidades le da ser novato en el campo cultural?

Supone limitaciones obvias. Llego con voluntad y necesidad de aprender y escuchar. Hay un trabajo de dignificación y visibilización de todo lo que hacen los cultores que debe mantenerse y profundizarse. Debemos hacer políticas más específicas de lo cultural desde lo popular. Tenemos que eliminar la distancia universal entre las artes y el pueblo, y trabajar en la reconstrucción histórica.

¿Qué quedó pendiente en las gestiones anteriores?

Aquí cada quien hizo su aporte muy importante a un ministerio que ni siquiera existía. No me corresponde a mí hacer inventario de las cosas que se han podido hacer mal. Venimos a aplicar una política establecida en el Plan de la Patria.

¿Para cuándo estarán los reglamentos de las leyes de Cultura y de Protección Social del Artista que establezcan detalles sobre los fondos y otras cuestiones?

Ese es uno de los objetivos del Congreso Nacional de Cultura. La idea es definir esas precisiones de las que yo, con toda franqueza, me estoy enterando. Si lo que hace falta es publicar el reglamento hay que hacerlo en el menor tiempo posible.

¿Cuándo se instala el congreso?

Será del 1 al 5 de octubre. Se evaluó posponerlo y yo pedí hacerlo porque hay mucha expectativa, mucha demanda de información. Hay un equipo que trabaja en esa organización. La otra semana daremos detalles.

¿Qué opina del paso de la Villa del Cine y Amazonia Films al Minci?

Me parece fundamental que haya articulación institucional, independientemente de a cuál ministerio pertenezcan. Desconozco las razones de ese cambio pero lo importante es que hay una política clara en lo cinematográfico. El cine debe ser un espacio no al servicio de la revolución bolivariana sino de la gente que hace cine. En la medida en que el arte dialoga con lo popular, con la calle, gana la sociedad, gana el arte y ganan los creadores. Debemos dar las condiciones para que ese diálogo se produzca, para que se recreen los imaginarios, que todavía siguen siendo muy de élite, muy de clase media.

Hay cineastas preocupados por la independencia del Cnac, en caso de que pase al Minci.

Creo que la independencia es deseable. Una democracia debe procurarse los medios de escuchar las voces críticas y disidentes. La mejor manera de dialogar con el que piensa distinto es que el conflicto se dirima en el plano cultural, eso enriquece a la sociedad, las distintas miradas y estéticas sobre una misma circunstancia. Lo que no puede pretender la élite es que van a seguir controlando el cine, la literatura, las artes plásticas para excluir al sujeto popular, invisibilizar al pueblo o construir una visión deformada y caricaturizada. A mí, por ejemplo, me parece más honesto el aporte estético de Jackson Gutiérrez sobre la violencia que esa visión predecible y manida que en general han tenido los cineastas venezolanos, con esa mirada a partir del prejuicio que criminaliza la pobreza.

Se dijo que Tves nació para ser una televisora cultural. ¿Cómo ve la programación de ese canal, con un show matutino de formato tradicional, con “Violetta” de Disney y producciones foráneas más que nacionales?

Yo creo que la TV pública debe tener público. Se usa mucho como excusa eso de que las audiencias están alienadas. Desde la izquierda decimos mucho eso, que a la gente lo que le gusta es Sábado Sensacional. Eso también es una posición de élite de la izquierda cultural. No hay que tenerle pavor a la sociedad de masas y la industria cultural, hay que acercarse a la candela sin quemarse. La necesidad de reinventar en el plano estético implica no repetir la estética de la cultura de masas. Como decía el Comandante, hay que inventar lo nuevo y que la gente te vea. La cuestión no son los géneros o formatos sino reinventarlos. Yo no estoy a favor de repetir fórmulas gastadas aun y cuando garantices audiencia. Tenemos que ser más audaces.

Cuando se promulgó la Ley Orgánica de Cultura, la diputada Gladys Requena decía que el Estado no podía promover el rock por no ser una expresión de la identidad venezolana.

Lo que pasa es que no hay arte puro. Si nos ponemos a indagar en el origen del Alma llanera (una zarzuela) y nos ponemos estrictos entonces rechazamos todo lo que venga de España. Es una ridiculez y una falta de respeto. Yo creo en la discriminación positiva, en darle espacio a la música que se produce aquí, sin cerrarnos a la influencia incluso de la industria cultural. Lo que tenemos es que competir, en el mejor sentido. A mí me gusta el rock, me gusta Tego Calderón que es reguetón, me gusta Calle 13, me gusta el merengue.

¿Min-Cultura apoyará el rock y otros géneros urbanos?

Sí. Hay grupos muy buenos como Campesinos Rap al que le hemos dado apoyo. Hay una política de apoyo al rock nacional. Yo me enteré de que en Alba Ciudad hubo un escándalo porque pusieron una canción de Michael Jackson. Ese es uno de los artistas más extraordinarios de la humanidad. Creo que hay que ser más amplio en todos los términos, y eso no tiene nada que ver con la necesidad de defender nuestra música tradicional.

¿Ser amplio implica trabajo conjunto con gobiernos de oposición, por ejemplo?

Hay razones de índole político que impiden eso. Eso se expresa a todo nivel de Gobierno. En algunos órdenes eso no debe ser. En términos ideales, sería mucho más provechosa la cooperación interinstitucional.

En octubre de 2012 Chávez regañó a sus ministros porque no se veía el espíritu comunal. ¿Cómo reflejarlo en la cultura?

Cuando el Comandante hablaba de eso hablaba de las transformaciones en el plano inmaterial. La revolución no es simplemente saldar la deuda material del pueblo pobre. Hay que ir creando las condiciones para producir los valores de una nueva sociedad. Hay que articular el esfuerzo abajo. Usualmente los consejos comunales no impulsan los comités de cultura y están pendiente más de resolver problemas de infraestructura y económicos. Es una visión muy honesta. La relación se da, no hay comuna sin transformación social más allá de las instancias formales. Eso hay que cimentarlo.

¿Cómo quiere ser recordado en Min-Cultura?

Como alguien que hizo política cultural desde la calle.

¿En qué plazo se verán sus primeros resultados?

En seis meses es que uno controla la institución, pero los resultados hay que irlos produciendo de inmediato… En enero, pues, para no darle largas.

¿Se sintió preparado cuando lo nombraron ministro de Cultura?

Lo primero que pensé fue: “Yo no sé nada de cultura, por qué me van a poner ahí”. Después el Presidente me explicó sus razones.

¿Cuáles?

Para el Presidente, yo soy un intelectual. Me dijo que ya me había probado en el frente de masas, y ahora había que trasladar esa experiencia para acá. Me habló de la necesidad de reimpulsar la revolución cultural, de construir hegemonía cultural, que lo popular predomine, y trabajar fuerte el tema de la identidad. Me he puesto de tarea desmontar la compleja trama del discurso discriminatorio, el discurso de “este país de mierda” que está en la esencia antichavista.

¿Identificarse con el país no pasa por tener uno sin cortes de luz, sin escasez, etc.?

Esta es una revolución asediada. Es verdad que cometemos errores, que hay decisiones que no se terminan de tomar, que no hemos logrado hacer productivas algunas empresas, todo eso es verdad. Pero también es verdad que estamos en una guerra económica que hay que reconocer, así como el esfuerzo de Chávez por evitar que esto se convirtiera en una lucha fratricida.

Su Perfil

Reinaldo Iturriza fue nombrado por el presidente Nicolás Maduro como titular de Cultura el 2 de septiembre de 2014. Antes fue ministro para las Comunas, desde 2013.

Es sociólogo egresado de la Universidad Central de Venezuela (2000) con mención Magna Cum Laude. Trabajó para la Defensoría del Pueblo (2003) y el Ministerio del Trabajo (2006-2007). Dirigió Ávila TV (2009). Fue profesor de la UCV (2006) y la Universidad Bolivariana de Venezuela (2004-2005).

Por el medio de la calle

Reinaldo Iturriza
habla con franqueza y critica con fuerza el burocratismo. “Lamento nuestra impresionante incapacidad para transmitir lo que ocurre en las comunas, donde hay gente que contra todo pronóstico supera obstáculos, incluyendo los que pone el Gobierno bolivariano, porque este sigue siendo un Estado burocratizado”. “Allí hay gente creando otra cosa, practicando la política de otra manera y en contacto permanente con lo que molesta: la clientela, el politiquero. Eso produce mucho malestar y es un signo de muy buena salud del pueblo chavista. Allí hay una sociedad tratando de reinventarse”. En el III Congreso del Psuv, los delegados lo pitaron denunciando corrupción y lentitud en el que fue su despacho. “No solamente hubo pitas sino que mi intervención terminó al grito colectivo de ‘revisión’. Allí se criticó fuertemente a Fundacomunal. Hay una propensión todavía, a raíz de que el Estado sigue siendo burgués, que se mezcla con lo peor de nuestra cultura política de izquierda: pretender que la gente es masa de maniobra y clientela política. Yo aprendí a detestar esa política porque me asqueaba”.

-¿Esa política se ha perpetuado? -Hay una continuidad. Es muy difícil. Eso lo dijo el comandante Chávez hasta que se cansó. Donde uno esté tiene la obligación de combatir eso.

Morales: «L’accusa dei popoli indigeni»

di Geraldina Colotti – il manifesto

23set2014.- Movimenti. I presidenti progressisti dell’America latina raccolgono le istanze della piazza. «Siamo inar­re­sta­bili, un altro mondo è pos­si­bile». Le mani­fe­sta­zioni che hanno accom­pa­gnato il ver­tice Onu sul clima, nei din­torni di Wall Street, hanno riem­pito di con­te­nuto le dichia­ra­zioni di prin­ci­pio e le pro­messe non vin­co­lanti, enun­ciate in buona o in cat­tiva fede. «Biso­gna col­lo­care il mondo in una nuova dire­zione», ha detto il segre­ta­rio gene­rale delle Nazioni unite, Ban Ki– moon. Per i movi­menti, la dire­zione giu­sta implica un’inversione di rotta rispetto allo svi­luppo capi­ta­li­stico e alle spe­cu­la­zioni finan­zia­rie che subor­di­nano risorse umane e natu­rali ai dik­tat del profitto.

Le mani­fe­sta­zioni che si sono svolte dome­nica a livello mon­diale e gli scon­tri scop­piati a New York hanno messo in evi­denza l’ampiezza di una nuova coscienza ambien­ta­li­sta: legata al ripu­dio di un modello eco­no­mico che «causa mise­ria, disu­gua­glianza e crisi ricor­renti» e rivolta con­tro quei «simu­la­cri di demo­cra­zia» che demo­li­scono i diritti sociali e indi­vi­duali e con­sen­tono l’ulteriore «con­cen­tra­zione di ric­chezza in poche mani, cal­pe­stando la volontà popo­lare». Que­sto hanno scritto e gri­dato i movi­menti mostrando il legame ine­lu­di­bile tra l’ambito eco­no­mico, poli­tico e ambientale.

Un’indicazione emersa dai 5 «bloc­chi» in cui si è orga­niz­zata la mar­cia: «La prima linea della crisi, avan­guar­dia del cam­bia­mento», in cui hanno sfi­lato i rap­pre­sen­tanti dei popoli indi­geni e altre comu­nità col­pite dall’estrazione di com­bu­sti­bili fos­sili e dagli effetti del cam­bio cli­ma­tico; i sin­da­cati dei lavo­ra­tori e degli stu­denti con lo slo­gan: «Pos­siamo costruire il futuro»; i gruppi in favore delle ener­gie alter­na­tive, gli ali­menti soste­ni­bili e l’acqua che dice­vano: «Abbiamo le solu­zioni»; il blocco «Cono­sciamo i respon­sa­bili», che ha denun­ciato le imprese di com­bu­sti­bili fos­sili, le ban­che e altri con­ta­mi­na­tori. Gli scien­ziati e gli atti­vi­sti di diverse reli­gioni con lo slo­gan: «Il dibat­tito è finito». E infine il blocco «Per cam­biare tutto, abbiamo biso­gno di tutti».

Movi­menti cre­sciuti, in Ame­rica latina, nel gene­rale rina­sci­mento che ha por­tato in sella governi socia­li­sti o pro­gres­si­sti. Il loro impe­gno al ver­tice, ha messo in luce quella matu­rità evi­den­ziata dalle piazze: «Nel 2025, il 45% dell’energia pro­dotta in Cile sarà rin­no­va­bile», ha pro­messo la pre­si­dente Cilena, Michelle Bache­let. «Il costo per affron­tare il cam­bia­mento cli­ma­tico è ele­vato ma per i bene­fici che implica ne vale la pena», ha affer­mato la sua omo­loga bra­si­liana, Dilma Rous­seff, mani­fe­stando il pro­po­sito di ridurre ulte­rior­mente la defo­re­sta­zione, già dimi­nuita del 70%.

«Chiedo ai gio­vani dei popoli indi­geni di appro­priarsi degli stru­menti inter­na­zio­nali per farli valere a livello nazio­nale», ha detto la Nobel gua­te­mal­teca, Rigo­berta Men­chu durante il Ver­tice dei popoli indi­geni, facendo rife­ri­mento alla dichia­ra­zione Onu sui diritti dei nativi appro­vata nel 2007. Secondo la Cepal, in Ame­rica latina vi sono 826 popoli ori­gi­nari, per un totale di 45 milioni di per­sone: l’8,3% della popo­la­zione com­ples­siva della regione. I dati dell’Onu dicono che gli indi­geni – il 5% della popo­la­zione mon­diale – costi­tui­scono un terzo dei 900 milioni di per­sone che vive in povertà estrema nelle zone rurali. Ieri come oggi, dal Gua­te­mala al Mes­sico, sono quelli che più scon­tano i costi del neo­li­be­ri­smo. Il primo pre­si­dente indi­geno della Bovi­lia, Evo Mora­les, ha accu­sato l’inconseguenza dei paesi svi­lup­pati rispetto al pro­to­collo di Kyoto.

«Se vogliamo cam­biare il clima, dob­biamo cam­biare il sistema», ha detto il suo omo­logo vene­zue­lano, Nico­las Maduro, ripren­dendo lo slo­gan dei movi­menti ambien­ta­li­sti. Ha ricor­dato che «il 20% dei paesi più ric­chi del mondo con­suma l’84% delle risor­sei» ed ha accu­sato quei modelli pre­da­tori che par­lano di ener­gia verde. Da qui, l’impegno del Vene­zuela per una società eco-socialista: «Il Vene­zuela – ha detto – sostiene il 70% della sua domanda di ener­gia con l’idroelettrica e ha posto nel 60% del suo ter­ri­to­rio oltre 22 aree pro­tette, pre­ser­vando 58 milioni di ettari di bosco, inclusi par­chi, riserve della bio­sfera e fauna».

Una dichiarazione dal basso: «Cambiare il sistema, non il clima»

di Geraldina Colotti – il manifesto

22set2014.- Movimenti. Dieci azioni concrete per evitare la catastrofe. A New York, il segre­ta­rio gene­rale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon ha incon­trato anche i lea­der pro­gres­si­sti dell’America latina invi­tati alla con­fe­renza sul clima, come la pre­si­dente del Cile, Michelle Bache­let. Bache­let ha illu­strato i pro­gressi com­piuti dal con­ti­nente lati­noa­me­ri­cano e le pre­oc­cu­pa­zioni della regione per l’ecosistema in zone sen­si­bili quali l’Amazzonia e il Cono sud. Evo Mora­les, pre­si­dente della Boli­via e altri suoi omo­lo­ghi socia­li­sti come il vene­zue­lano, Nico­las Maduro, hanno par­te­ci­pato ieri anche alla Con­fe­renza mon­diale sui Popoli indi­geni, in cui hanno espo­sto la loro posi­zione «antim­pe­ria­li­sta» per la difesa della «Madre terra» e con­tro «l’escalation bel­lica» in Ucraina, Medio­riente, Siria e Iraq.

I pre­si­denti socia­li­sti si fanno inter­preti delle istanze espresse dai movi­menti nel con­ti­nente lati­noa­me­ri­cano nelle assem­blee dei mesi scorsi e sin­te­tiz­zate nello slo­gan: «Cam­biare il sistema non il clima». Lot­tare con­tro «il modello capi­ta­li­stico predatorio»per risol­vere alla radice le cause dell’inquinamento e del riscal­da­mento glo­bale. A luglio, 180 dele­gati in rap­pre­sen­tanza di 3.000 orga­niz­za­zioni sociali pro­ve­nienti da tutto il mondo, si sono riu­niti in Vene­zuela per ela­bo­rare le loro pro­po­ste da pre­sen­tare alla Cum­bre social de Cam­bio Cli­ma­tico 2014. E in Perù, il 18 set­tem­bre, è stato lan­ciato uffi­cial­mente il Ver­tice dei popoli di fronte al cam­bio cli­ma­tico, che avrà luogo a Lima dall’8 all’11 dicembre.

Riven­di­ca­zioni visi­bili nelle mani­fe­sta­zioni di dome­nica, che si sono svolte dall’Argentina, al Bra­sile, alla Colom­bia. E l’anno pros­simo, nell’Isola Mar­ghe­rita (nello stato di Nueva Esparta), il Vene­zuela ospi­terà il ver­tice dei pre­si­denti sul cam­bio cli­ma­tico, orga­niz­zato dall’Onu in pre­pa­ra­zione della ven­tu­ne­sima sca­denza di Parigi. 

Il Vene­zuela è un paese petro­li­fero che fatica a costruire un’economia non subal­terna al sistema della ren­dita, ma ha scom­messo a fondo sull’«eco-socialismo». Anche per­ché è uno degli 8 paesi con la mag­gior bio­di­ver­sità del pia­neta, legata soprat­tutto ai boschi natu­rali del paese. Secondo la Fao e la Banca mon­diale, tra il 2000 e il 2010 sono stati distrutti 280.000 ettari di bosco all’anno: il che signi­fica altri 100 milioni di ton­nel­late in più di CO2. Anche per que­sto, uno dei pro­getti più seguiti dal mini­stero dell’Ambiente è «la Mision arbol» che, tra il 2006 e il 2013 ha ripo­po­lato 40.000 ettari di bosco, pur­troppo pari solo al 2% dei 2 milioni di ettari persi nello stesso periodo.

Anche dal Vene­zuela è par­tito un docu­mento sot­to­scritto il 16 set­tem­bre da oltre 330 orga­niz­za­zioni, in rap­pre­sen­tanza di movi­menti con­ta­dini, indi­geni ed eco­lo­gi­sti di tutto il mondo — da Via Cam­pe­sina alla Red Ambien­tal Indi­gena, dalla Coa­li­zione mon­diale per i boschi ad Attac Fran­cia. Il docu­mento denun­cia l’influenza delle mul­ti­na­zio­nali e del set­tore pri­vato sul Ver­tice Onu. Mette in guar­dia dalle «false e peri­co­lose solu­zioni» che le grandi cor­po­ra­tion invi­tate da Ban Ki-moon stanno get­tando sul piatto: molta pro­pa­ganda, ma un nulla di fatto se non si cam­bia «un sistema eco­no­mico ingiu­sto che mira a con­ver­tire tutto in merce e a fina­liz­zare al pro­fitto uno svi­luppo inde­fi­nito, con­cen­trando la ric­chezza in poche mani e super­sfrut­tando la natura fino al collasso».

I movi­menti invi­tano a impe­gnarsi per un «cam­bia­mento siste­mico» invece di disper­dersi in «vaghe pro­messe sulla ridu­zione delle emis­sioni. Pro­pon­gono 10 azioni con­crete per evi­tare il «caos cli­ma­tico», tra cui l’esigenza di impe­gni vin­co­lanti da parte degli stati per man­te­nere la tem­pe­ra­tura del pia­neta a non più di 1,5° cen­ti­gradi. Si oppon­gono «ai grandi pro­getti di infra­strut­ture inu­tili» che non aumen­tano il benes­sere dei popoli ma l’effetto serra. Chie­dono di met­tere fine agli accordi di libero-scambio e agli inve­sti­menti che inco­rag­giano i pro­fitti com­mer­ciali a livello inter­na­zio­nale, che «col­pi­scono i lavo­ra­tori, distrug­gono la natura e ridu­cono la pos­si­bi­lità di defi­nire le pro­prie prio­rità eco­no­mi­che, sociali e ambien­tali». Riten­gono che si debba «sosti­tuire il capi­ta­li­smo con un sistema che leghi il cam­bia­mento cli­ma­tico e i diritti umani, assi­cu­rando la pro­te­zione delle popo­la­zioni più vul­ne­ra­bili, come i migranti, e rico­no­scendo i diritti delle popo­la­zioni native». Per tro­vare il buon rime­dio — dicono — biso­gna defi­nire il male. Il buon rime­dio è quello di «ridi­stri­buire la ric­chezza, con­trol­lata dall’1% della popo­la­zione mondiale».

 

Nico­lás Maduro nel Bronx dice ad Obama: «Liberi il politico Oscar López Rivera»


di Geraldina Colotti – il manifesto

24set2014.- «Libe­rate Leo­poldo López». Fir­mato, Barack Obama. Il pre­si­dente degli Stati uniti ha chie­sto la libe­ra­zione del lea­der dell’opposizione vene­zue­lana, Leo­poldo López, in car­cere con l’accusa di aver orga­niz­zato e diretto azioni vio­lente durante le pro­te­ste con­tro il governo di Nico­lás Maduro, scop­piate nel feb­braio scorso. López, diri­gente di Volun­tad popu­lar dai tra­scorsi gol­pi­sti, è in attesa di pro­cesso. La sua udienza è stata nuo­va­mente posti­ci­pata a causa della malat­tia di un coim­pu­tato. Obama ne ha chie­sto la libe­ra­zione durante un mee­ting della Clin­ton Glo­bal Ini­zia­tive, nell’ambito del ver­tice Onu sul clima: ponen­dolo al primo posto di una lista di dete­nuti «che meri­tano di essere liberi» a Cuba, in Viet­nam, in Burundi…

Una rispo­sta al discorso di Maduro, che, davanti all’Assemblea gene­rale delle Nazioni unite, ha nuo­va­mente doman­dato la libe­ra­zione dell’indipendentista por­to­ri­cano Oscar López Rivera, in galera negli Usa da 33 anni: «Un pri­gio­niero poli­tico come Nel­son Man­dela», ha detto Maduro, e ha chie­sto a Obama «un atto di generosità».

Lo stile di Maduro non è quello del suo pre­de­ces­sore Hugo Chá­vez: «Non siamo stati, non siamo e non saremo mai anti-statunitensi — ha detto all’Onu — però siamo, nel solco di Simon Bolívar, antim­pe­ria­li­sti, anti­co­lo­nia­li­sti, anti­schia­vi­sti e anti­ca­pi­ta­li­sti. I vene­zue­lani sono pro-umanisti, pro-cristiani e pro-socialisti». Gli Stati uniti — primo acqui­rente del petro­lio vene­zue­lano, gestito da un’impresa pub­blica e desti­nato soprat­tutto ai pro­grammi sociali del governo socia­li­sta — badano però alla sostanza. E la sostanza della «rivo­lu­zione boli­va­riana», con­fer­mata dalle urne da 15 anni, è quella di una eco­no­mia mista — sta­tale, pri­vata, auto­ge­stita e coo­pe­ra­tiva — che mira a ridi­men­sio­nare ulte­rior­mente il peso della pro­prietà pri­vata come ha già fatto con il lati­fondo. Un indi­rizzo che ha fatto scuola nel con­ti­nente (gon­fio di risorse), dove i governi socia­li­sti e pro­gres­si­sti si muo­vono all’insegna della sovra­nità e dell’interscambio soli­dale. E per que­sto, sia i rap­porti di intel­li­gence che gli infuo­cati edi­to­riali di Miami, con­si­de­rano Maduro «più peri­co­loso di Chávez».

Il wel­fare vene­zue­lano si è peral­tro spinto fino ai quar­tieri poveri degli Stati uniti. Nel 2005, Petro­leos de Vene­zuela (Pdvsa) attra­verso la sua filiale Citgo ha ini­ziato a som­mi­ni­strare gra­tui­ta­mente com­bu­sti­bile a 25 stati degli Usa per con­sen­tire a 150.000 fami­glie non abbienti di scal­darsi durante l’inverno. E per que­sto, Joseph Ken­nedy II, pre­si­dente della Ong Citi­zens Energy Cor­po­ra­tion ha accolto Maduro come «il pre­si­dente del popolo», insieme a una folla di cit­ta­dini e movi­menti sociali del Bronx: «Non usiamo i dol­lari per cospi­rare o per finan­ziare guerre, ma per il benes­sere della popo­la­zione», ha detto Maduro. E il rife­ri­mento è alle infor­ma­tive, rese pub­bli­che nei giorni scorsi in Vene­zuela, sui fiumi di denaro che arri­vano ogni anno nel paese per finan­ziare piani desta­bi­liz­zanti dell’opposizione attra­verso certe Ong.

Alcuni lea­der del gruppo anti­se­mita Javu, alla testa di Ong finan­ziate da espa­triati di Miami e dal para­mi­li­ta­ri­smo colom­biano, sono stati estra­dati dalla Colom­bia, e ora sono agli arre­sti. Le inter­cet­ta­zioni con­te­nute in diversi video, li mostrato men­tre pro­get­tano omi­cidi e stragi, o si van­tano di cri­mini già com­piuti nel corso delle pro­te­ste di feb­braio e marzo. D’altro canto, il paese non difetta certo di armi. Da anni il governo cerca di far appro­vare una legge per il disarmo, che ora è in discus­sione in tutto il paese, spon­so­riz­zata da arti­sti e spor­tivi famosi.

Nel Bronx, Maduro ha anche escluso l’eventualità di ven­dere la Citgo come alcune dichia­ra­zioni dell’ex mini­stro del petro­lio, Rafael Rami­rez (ora agli Esteri) ave­vano lasciato inten­dere. Il pro­blema — hanno scritto allora alcuni edi­to­ria­li­sti nor­da­me­ri­cani, pro­vo­cando allarme in Borsa — è che il Vene­zuela è in crisi di liqui­dità e, per non rischiare il default, deve ven­dere i gio­ielli di fami­glia. Un allarme subito stop­pato dal governo che ha ribat­tuto: «Paghe­remo il debito estero fino all’ultimo cen­te­simo».

Intanto, Maduro ha annun­ciato «uno scos­sone», basato su «cin­que rivo­lu­zioni»: per com­bat­tere con­trab­bando, cor­ru­zione e insi­cu­rezza, e per svi­lup­pare l’economia comu­nale. La pre­senza del colom­biano Erne­sto Sam­per alla segre­te­ria gene­rale della Una­sur ha ripor­tato in primo piano anche la que­stione del dia­logo con l’opposizione, che sta affi­lando le armi in vista delle par­la­men­tari del dicem­bre 2015.

Il par­tito social­cri­stiano Copei — che ha gestito il potere poli­tico durante la IV Repub­blica, insieme al cen­tro­si­ni­stra di Ad — si è detto pronto a tor­nare al tavolo: soprat­tutto dopo la libe­ra­zione dell’ex com­mis­sa­rio Ivan Simo­no­vis, in car­cere per le sue respon­sa­bi­lità nel colpo di stato con­tro Cha­vez del 2002. Una deci­sione che ha pro­vo­cato l’ira dell’Associazione delle vit­time dell’11 aprile, parenti di chi è caduto sotto i colpi della poli­zia diretta da Simo­no­vis a Puente Llaguno.

La coa­li­zione di oppo­si­zione — la Mesa de la Uni­dad Demo­cra­tica (Mud) — ha eletto infine un nuovo segre­ta­rio ese­cu­tivo, Jesus “Chuo” Tor­realba. Gior­na­li­sta di Radio Cara­cas Radio (Rcr) ha inse­gnato all’università e ha mili­tato nel Par­tito comu­ni­sta vene­zue­lano fino al 1974. Nel 2012, l’Associazione israe­lita del Vene­zuela gli ha con­fe­rito un pre­mio impor­tante. La Mud cerca di pescare nel sociale l’anti-Maduro, anche a costo di far stor­cere il naso alle com­po­nenti di estrema destra, capi­ta­nate da Leo­poldo Lopez e Maria Corina Machado. Una delle ragioni per cui lo abbiamo pro­po­sto — hanno spie­gato alcune com­po­nenti Mud — è per il suo «atteg­gia­mento impar­ziale e a difesa dei più deboli». A pro­po­sito del dia­logo, Tor­realba ha dichia­rato: «Assu­me­remo l’impegno che ci spetta assu­mere, per­ché siamo demo­cra­tici e abbiamo il dia­logo nel nostro dna, ma non per­met­te­remo che il dia­logo venga uti­liz­zato per dividerci».

Partito Comunista Siriano: «La Siria prevarrà sull’aggressore imperialista»

da partito comunista siriano  الحزب الشيوعي السوري‎

Dichiarazione del Partito comunista siriano.

 Nella mattina di martedì scorso, è iniziato l’attacco imperialista americano e dei suoi lacchè, un’aggressiva azione militare sul territorio della Repubblica araba siriana, in flagrante violazione del diritto internazionale che impedisce la violazione della sovranità nazionale degli stati indipendenti.

Questi atti di aggressione in corso con il pretesto della lotta contro le organizzazioni terroristiche, quelle organizzazioni fabbricate nei laboratori dell’ imperialismo e dalle intelligenze inglesi e americana e con l’effettiva partecipazione dei circoli sionisti, sono solo un modo per avviare un’aggressione imperialista e distruggere i paesi della regione, in primo luogo la Siria, che rifiuta i dettami dell’imperialismo e del sionismo. Un’ impostazione che il nostro popolo seppur a caro prezzo continua a mantenere.

 L’esperienza del nostro popolo e dei popoli del mondo conferma che non ci si può fidare mai degli Stati Uniti, leader del terrorismo nel mondo.

 Il Partito comunista siriano invita tutti alla vigilanza per la difesa e la conservazione della sovranità nazionale, contro le cospirazioni dell’imperialismo, che ha come suo unico obiettivo rendere schiavo il nostro popolo.

Pertanto, il Partito Comunista chiede anche la mondo libero e onesto la  solidarietà con il popolo siriano di fronte all’ aggressione imperialista che affronta il nostro paese. Qualunque siano le giustificazioni avanzate dall’ imperialismo americano, compresa la lotta contro il terrorismo, non ci può essere alcuna violazione assoluta della sovranità nazionale.

La nostra gente ha resistito valorosamente alle bande terroriste e insieme all’esercito popolare ha compiuto progressi significativi nella lotta, infliggendo sconfitte alle banda terroriste oscurantiste, come dimostrano i recenti sviluppi, che possono spingere l’imperialismo ad accelerare le misure aggressive verso la Siria.

 Il popolo siriano si dimostrerà, come è stato dimostrato attraverso il corso della nostra storia, coraggioso nel resistere  per difendere l’indipendenza e la sua sovranità.

 La Vittoria è la nostra alleata! Le Resistenza non è solo un dovere, è possibile!

[Trad. dall’arabo per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

Chávez y el poder constituyente

di Dario Azzellini*

“No, el Poder Constituyente no puede congelarse, no puede ser congelado por el poder constituido. […] Algunos autores hablan del carácter terrible del Poder Constituyente. Yo creo que es terrible el Poder Constituyente, pero así lo necesitamos, terrible, complejo, rebelde. No debe someterse el Poder Constituyente […], el Poder Constituyente es y debe ser –compatriotas– potencia permanente, potencia transformadora, inyección revolucionaria para reactivar, muy de cuando en cuando, nuestro proceso bolivariano” (Chávez Frías, Hugo, 2007, “Fragmentos del Discurso de toma de posesión” en Instituto Metropolitano de Urbanismo (IMU), Taller Caracas, El Poder Popular. Serie Ensayos. Propuestas para el debate, Caracas: IMU, 4-5).

Durante las últimas décadas a nivel internacional uno de los principales puntos de discordia en la izquierda favorable a una profunda transformación social, y especialmente en America Latina, fue la cuestión de la toma del poder. O hasta que punto colaborar con instituciones, o más bien rechazar cualquier implicación con el Estado. Podríamos definir esas dos visiones generales de grosso modo como conceptos “desde arriba” y “desde abajo”. Con el ascenso del Comandante Hugo Chávez Frías a la presidencia a principios del 1999, se inauguró en Venezuela un proceso de profunda transformación social orientado desde una izquierda amplia, que incluía desde posturas socialdemócratas, nacionalistas revolucionarias, desarrollistas y socialistas, hasta las diferentes corrientes de la izquierda revolucionaria y variadas expresiones de movimientos populares. Esta confluencia de estrategias “desde arriba” y “desde abajo”, generalmente consideradas incompatibles, obligó a toda las izquierdas a repensar varias categorías. Entre estas se encuentran las evaluaciones sobre el Estado, la economía, la participación, la democracia y alrededor de las estrategias y los caminos de la transformación social.

Una idea guía normativa del proceso bolivariano reside en la prioridad del poder constituyente, entendido no como temporal o situación de delegar el poder y/o soberanía, sino como fuerza creadora permanente del pueblo, que se impone, a la vez, al poder constituido. Así, se rechaza la lógica de la mediación propia a la separación entre “sociedad civil” y “sociedad política”. Se trata más bien de fomentar el potencial y capacidad directa de la base popular, en analizar, decidir, ejecutar y evaluar lo que concierne a su vida. El poder constituyente remite a los consejos en general, al Poder Popular y el concepto básico del Estado Comunal.

En Venezuela la idea de la prioridad del poder constituyente se abre camino desde los movimientos populares a partir de los 80’s. En los 90’s se descubren las coincidencias con los escritos del filósofo e activista italiano Antonio Negri. Chávez asume la postura de los movimientos ya en tiempos del MBR-200, leyó el libro de Negri en la cárcel (1992-1994), lo nombra como influencia importante en el desarrollo del proyecto bolivariano y lo siguió citando con frecuencia, como p. e. durante su acto de juramentación como presidente en enero del 2007 y en la justificación de la propuesta de reforma constitucional del mismo año. En una relación dialéctica entre Chávez y los movimientos populares se va construyendo un nuevo camino para la transformación social.

La revolución como proceso

El poder constituyente es la potencia, la capacidad legítima creadora que reside de manera colectiva en los seres humanos, la capacidad de crear algo nuevo, sin tener que derivarlo de lo existente y sin tener que someterse a lo anterior. El poder constituyente, siendo omnipotente y expansivo, ha sido y es la justificación y el fundamento de toda revolución, democracia y república. Así que el poder constituyente es el motor más grande de la historia, la fuerza social innovadora más importante y potente. Sin embargo históricamente el poder constituyente aunque sea fuente de legitimidad, apenas había cumplido con su función de legitimar la existencia del poder constituido, fue callado y despojado de su posibilidad de actuar de parte del mismo. La pregunta es entonces cómo hacer que el poder constituyente tenga constantemente la posibilidad de irrumpir y modelar el presente, de dar impulsos y crear algo nuevo que no derive de lo viejo. Revolución no se entiende entonces como un acto de toma de poder, sino como proceso amplio de construcción de lo nuevo, un acto de creación e invención. Esto también es un legado del proceso bolivariano a los movimientos del continente americano y más allá.

El proceso de construcción “a dos bandas”, con enfoques y estrategias desde abajo y desde arriba, parecido a el que se da en Venezuela, ha llegado a ser característico para varios contextos de transformación social en America Latina. El proceso venezolano incluye la participación de organizaciones de corte tradicional, de grupos y organizaciones nuevas y autónomas, de corrientes estado-céntricas como también antisistémicas. Según la orientación normativa del proceso el poder constituyente, o sea la capacidad creadora colectiva legitima y soberana de los seres humanos, que se expresa en los movimientos, en la base social organizada, es el principal agente de cambio. Mientras el poder constituido, el Estado y las instituciones, deben garantizar el marco y las condiciones del proceso. Aunque no libre de contradicciones y conflictos, el enfoque “a dos bandas” ha podido mantener y profundizar el proceso de transformación social en Venezuela.

En el 2005 Chávez clasifica el socialismo como única alternativa para la superación necesaria del capitalismo. Y a partir del 2007, la participación se sitúa oficialmente en un contexto con poder popular, democracia revolucionaria y socialismo. A causa de las dificultades evidentes de definir un camino claro hacia el socialismo o un concepto claro de lo que es socialismo hoy en día, la meta se define como socialismo del Siglo XXI, el cual está en pleno desarrollo y debate. El nombre sirve también para diferenciarlo de los “socialismos reales” del siglo XX. El proceso de búsqueda y construcción está orientado principalmente por valores como colectividad, igualdad, solidaridad, libertad y soberanía.

Superar el Estado burgués

A partir de enero de 2007, Chávez plantea superar el Estado burgués a través de la construcción del Estado Comunal, retoma así un debate que viene de las corrientes antisístemicas y lo generaliza. La idea principal es que se formen estructuras de consejos de todo tipo (Consejos Comunales, Comunas y Ciudades Comunales) que irán sustituyendo gradualmente al Estado burgués. El Estado no se concibe como un instrumento neutral (matriz leninista) o entidad autónoma (como en la tradición burguesa o socialdemócrata), sino como producto integral del capitalismo, que como tal, debe ser superado. Como se planteaba en la reforma constitucional rechazada en el referendum del 2007, el futuro Estado Comunal debe estar subordinado al poder popular, el cual suplanta la vieja sociedad civil burguesa. Así se plantea la superación de la escisión entre lo económico, lo social y lo político, entre la sociedad civil y la sociedad política, base del Estado burgués y del capitalismo. Mientras al mismo tiempo se supone evitar la centralidad y su condición absoluta como en los países del “real-socialismo”.

De parte del gobierno y de la base del proceso bolivariano hay una declarada voluntad de redefinir Estado y sociedad a partir la interrelación entre arriba y abajo y, así, abrir una perspectiva rumbo a la superación de las relaciones capitalistas. Según la orientación normativa del proceso, el Estado siendo parte de lo viejo, no es visto como el agente de cambio, sino que el papel central le corresponde a los movimientos, al pueblo organizado. El Estado se supone debe acompañarlos, ser facilitador de los procesos desde abajo, para que desde el poder constituyente, vayan surgiendo mecanismos y soluciones para transformar la sociedad. Al Estado le compete garantizar los contenidos materiales que requiere la realización del bien común. Este concepto ha sido repetido en varias ocasiones por Chávez, es compartido por la mayoría de los movimientos organizados.

El gran desafío está en mantener el proceso abierto y desarrollar una practica desde arriba que apoye, acompañe y fortalezca el “desde abajo” sin cooptarlo o limitarlo. Al mismo tiempo, se busca crear estrategias desde abajo que hagan posible ser parte activa de la construcción de lo nuevo, sin dejarse cooptar desde arriba o perder la iniciativa frente al Estado y sus instituciones.

Se trata entonces, de una relación entre poder constituyente y poder constituido; en la cual el primero sigue dando los impulsos y es fuerza creadora de lo nuevo. Unas de las preguntas evidentes es: sí es posible y hasta qué punto el Estado y sus instituciones pueden lograr la superación de las propias formas interrelacionados con los movimientos de abajo y sí mecanismos de organización de base iniciados o fomentados por el Estado pueden en realidad desarrollar una autonomía relativa (de organización, debate y decisión) del mismo, condición para que puedan transformar al Estado. Reconocer eso, valorar y fomentar las iniciativas desde abajo y contribuir así a posibilidades de una redefinición de caminos revolucionarios y socialistas en el siglo XXI con relevancia global es uno de los grandes legados de Chávez.

 

*author and film maker, assistant professor at the Johannes Kepler University Linz, Austria, holds a PhD in political science and a PhD in sociology. He partly lived and worked in Venezuela with communal councils, communes, workers control, rural and urban movements between 2003 and 2012. He has published several books, essays, and documentaries. Among these the internationally acclaimed documentaries “Venezuela from below” (2004), “5 factories – workers control in Venezuela” (2006), and “Comuna under construction” (2010). He also published the books: “Caracas, sozialisierende Stadt” (Berlin: b books, 2013); “Partizipation, Arbeiterkontrolle und die Commune” (Hamburg: VSA, 2012) and “Venezuela bolivariana. Revolution des 21. Jahrhunderts?“; (Cologne: Neuer ISP Verlag). Together with Immanuel Ness he edited “Ours to Master and to Own. Workers’ Control from the Commune to the Present” (Haymarket 2011). With Marina Sitrin he is co-author of “Occupying Language” (Occupied Media Pamphlet 2012) and the forthcoming volume “They Can’t Represent Us. Reinventing Democracy From Greece to Occupy” (Verso 2013). Several books have been translated into different languages. He also founded the web site workerscontrol.net.
More information: http://www.azzellini.net. Contact: dario@azzellini.net

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