Nasrallah: l’asse della Resistenza non sarà mai sconfitto

da lantidiplomatico 

Il segretario generale del Movimento della Resistenza Islamica (Hezbollah), Seyed Hassan Nasrallah, ha detto che l’asse della resistenza non sarà sconfitto e sarà vittorioso in questa battaglia nella regione e la causa palestinese sarà al centro del conflitto vero e proprio.
In un discorso televisivo per celebrare il 16° anniversario della liberazione del Libano meridionale dal regime di occupazione israeliano, durato 18 anni, Nasrallah ha ricordato come Hezbollah ha costretto Israele a lasciare il Libano nel 2000.
 
Nasrallah ha ricordato i massacri commessi dall’occupazione israeliana contro il popolo palestinese, e come la responsabilità ricade su tutti coloro che hanno a che fare con l’entità israeliana e la sua occupazione della Palestina.
 
Egli ha anche avvertito che gli eventi nella regione e l’ideologia wahhabita, minacciano i paesi, le società ed i popoli in tutta la regione e oltre a realizzare gli interessi delle grandi potenze del mondo.
 
Nasrallah ha predetto “tempi caldi” in Medio Oriente nei prossimi mesi prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, perché l’amministrazione Usa vuole “rovesciare sangue nelle urne” e che la fine del gruppo terroristico ISIS (Daesh, in arabo) “è molto vicina”.

 

 

 

Iran e Nord Corea sostengono la Siria contro il terrorismo

da lantidiplomatico 

L’Iran ha condannato fermamente, oggi, gli attacchi terroristici che hanno scosso la città di Jableh e Tartus, uccidendo decine di persone innocenti, e ha espresso la sua profondo dolore per il governo e il popolo siriano, in particolare le famiglie dei martiri e feriti.
 
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che il terrorismo e l’estremismo rappresentano una grave minaccia per tutti i popoli della regione e per la pace e la sicurezza internazionale, che richiede alla comunità internazionale di assolvere ai suoi compiti e responsabilità sia legale che morale, in una campagna globale contro questo fenomeno disumano.
 
Pyongyang ribadisce la solidarietà con il popolo siriano contro il terrorismo
 
Il Ministero degli Esteri della Corea del Nord ha dichiarato che gli attacchi terroristici che hanno avuto luogo nelle città di Jableh e Tartus sono un prodotto delle trame sporche dei terroristi e delle forze che li supportano, ribadendo la solidarietà di Pyongyang con la giusta lotta del popolo e del governo siriano contro il terrorismo.

Un portavoce del ministero degli esteri della Corea del Nord ha ribadito il sostegno e la solidarietà con la giusta lotta del popolo e del governo della Repubblica araba siriana per contrastare le attività ostili.
 
Egli ha aggiunto che “questi atti terroristici sono stati il risultato di trame sporche dei terroristi e delle forze che sono dietro di loro per ostacolare il processo di risoluzione della crisi in Siria.”
 
Infine, la Corea del Nord ha ribadito la sua ferma posizione che rifiuta ogni forma di terrorismo.

 

Suleimani: il generale fantasma su tutti i fronti

da lantidiplomatico

Gatto con il topo: la manovra in cui eccelle il famoso generale iraniano, Qassem Suleimani, comandante della rinomata unità al-Quds, corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica in Iran che ha dato un nuovo corso all’offensiva dell’esercito siriano.

Nonostante sia consapevole di essere ricercato dagli USA che vogliono sfruttare un buon momento per ucciderlo, ciò non gli impedisce di avventurarsi in tutte le direzioni, in particolare in Siria e in Iraq, e anche in Russia, per portare avanti la sua missione. Secondo i media, è stato visto sul fronte della provincia di Aleppo in Siria, dove l’esercito siriano ed i suoi alleati si trovano ora a 16 km dal confine con la Turchia.

«Gli statunitensi hanno un piano per uccidere generale, talmente che gli mette spavento”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Generale Hassan Feirouzabafi durante un briefing con i giornalisti a Teheran.

La specialità del generale Suleimani è nell’organizzare le sue forze e lo svolgimento dei suoi compiti, ma ha assicurato Feirouzabadi che sono state prese tutte le precauzioni necessarie per garantire la sua sicurezza.

Le voci sulla sua morte

Circolano molte voci circa i movimenti del generale iraniano e sulla sua salute. Molte volte i media hanno riferito della sua morte o che sia rimasto ferito.

È stato così, lo scorso novembre, quando i media vicini all’opposizione iraniana avevano detto che era stato ferito in combattimento nella provincia di Aleppo. Informazione confermata da alcuni giornalisti, ma negata dalla leadership dei Pasdaran.

Il 22 gennaio scorso, ha fatto la sua comparsa in occasione della commemorazione annuale del generale iraniano Mohammad Ali Dadi, caduto martire e con 5 combattenti di Hezbollah (compreso Jihad, il figlio del comandante martire Resistenza islamica Imad Moughniyyeh), in un raid israeliano nel sud della Siria, lo scorso anno. Ha poi assicurato che migliaia di persone stanno combattendo in Siria, che sono estranei al Corano e al Popolo della Famiglia del Profeta (Ahl al-Beit).

Ma l’informazione più forte sembra essere quella dei funzionari degli Stati Uniti, i quali, hanno riferito che il generale Suleimani ha visitato la Russia la scorsa estate per incontrare i funzionari russi. Nonostante le sanzioni e il divieto di viaggio imposto sulla sua persona da parte delle Nazioni Unite.

Si è scoperto, in seguito, che c’è qualcosa di suo nella decisione russa di intervenire militarmente in Siria nel mese di settembre.

Il Quinto occhio dell’Iran

«Gli iraniani credono di avere quattro occhi dalla rivoluzione del 1979: la loro dottrina, la loro volontà, la scienza e la ragione», ha affermato il giornalista iraniano e consigliere dell’ex presidente iraniano Mohammad Khatami, Mohammad Sadiq Husseini che conosce Suleimani.

«Ma hanno un quinto, il comandante dell’unità al-Quds generale Qassem Suleimani. È lì che questo occhio ha pedinato gli statunitensi durante la loro invasione dell’Iraq e l’esercito israeliano durante la guerra del 2006 in Libano, senza dimenticare Daesh e Co. sui fronti iracheni e siriani», ha aggiunto.

Quello che porta la vittoria con lui

La sua reputazione di leader forte che sfida la sconfitta e respira lo spirito di resistenza lo precede ovunque vada.

Husseini riferisce che il presidente siriano Bashar al-Assad gli aveva detto di persona, quando lo ha incontrato a Damasco, nel settembre del 2013, che «la presenza del generale Suleimani con noi in più di una battaglia è stato uno dei fattori principali per i cambiamenti che si sono verificati».

Il generale iraniano, è stato tra l’altro presente nella battaglia di Baba Amro, il primo baluardo dei terroristi liberato nella città di Homs. In Sahl al-Ghab ad Hama e in particolare nella provincia di Aleppo.

Ma è soprattutto in Iraq, dove si fa vedere. Inoltre, il generale Suleimani nei media ha la fama di agire in fretta, ben prima degli statunitensi durante l’invasione di Mosul e del Governatorato di Al Anbar da parte dell’Isis nel 2014. Ha poi avuto l’idea geniale di formare le forze di mobilitazione popolare, al-Hached al-Chaabi, volontari iracheni, mentre l’esercito iracheno non è stato in grado di affrontare la sfida.

Una fonte della forza Hached Chaabi ha rivelato ad al-Manar che «i nemici sono andati in confusione quando hanno saputo che Suleimani era sul campo di battaglia».

Quello che l’Iraq è come la Siria

 Il corrispondente di al-Manar, Hassan Hamza ha incontrato il generale iraniano nella provincia di Diyala. Ha raccontato che è stato colpito dalla sua modestia e che è rimasto sorpreso quando gli aveva chiesto notizie di Aleppo, dove era stato prima di andare in Iraq.

«Non vi è alcuna differenza tra i fronti siriani e iracheni, entrambi fanno parte di un unico progetto», ha riferito Suleimani ad Hamza.

Ha anche spiegato che tutti i combattenti Hached incontrati erano convinti che quando si combatte in presenza del generale Suleimani erano sicuri e certi di trionfare.

Colui che bacia la mano di feriti

Oltre alla sua esperienza militare, è molto apprezzato da tutti coloro che lo circondano, a causa del suo temperamento calmo e tranquillo. Sa ascoltare bene gli altri, anche quando lo interrompono per esprimere le loro opinioni, secondo il corrispondente di al-Manar. Ama i Mujahideen e cerca di stare loro vicino, dormire con loro, di apprendere sempre da loro.

Un funzionario HACHED assicura di aver visto più volte baciare le mani dei combattenti feriti.

“Sul campo di battaglia, è sempre in prima linea e non lascia mai le postazioni, anche quando la battaglia è nel pieno svolgimento. Non indossa mai il giubbotto antiproiettile, non circola mai alla guida di un veicolo blindato. Nelle battaglie di Tikrit, viaggiava in moto e guardava di persona il nemico prima di lanciare l’assalto. Egli è coraggioso e non ha paura della morte. Quando una bomba gli esplode vicino, non si tira indietro, come se nulla fosse accaduto».

Nel mirino degli statunitensi e degli israeliani

Gli statunitensi lo tengono d’occhio. Secondo un funzionario iracheno che ha chiesto l’anonimato, gli statunitensi gli mandarono un messaggio attraverso un mediatore per riferirgli che lo osservavano a Dayala, ed erano disposti a dargli una mano. Il generale rispose che aveva abbastanza materiale per raggiungere i suoi obiettivi.

«È sempre molto vicino agli statunitensi , li segue come un fantasma”, ha affermato Sadek Mohammad Husseini.

Inoltre, ha aggiunto che gli israeliani anche lo sorvegliavano nella guerra dei 33 giorni in Libano del 2006 e sembra che erano ben consapevoli della sua presenza sul campo di battaglia  in quel momento e che lo avrebbero visto nell’operazione effettuata a Tiro.

Per lui tutte le battaglie portano ad Al-Quds

Husseini racconta di averlo incontrato nel 2009 presso la Facoltà dell’ Imam Ali a Teheran affiliata alla sua unità. Esattamente, si ricorda di aver a parlato con lui di Al-Quds e della causa palestinese. Per lui, «ogni combattimento deve portare a Gerusalemme»,.

Ogni volta che c’è  una voce sulla sua morte, il generale Suleimani risponde con un grande sorriso, si aspetta di morire da martire in qualsiasi momento.

Ma in sua assenza, i leader delle Guardie Rivoluzionarie rispondono per lui: «No, non è caduto da martire. E continua la sua lotta fino alla liberazione di Al-Quds».

Fernández, PL: «In Siria non è guerra civile ma guerra di rapina NATO»

da lantidiplomatico

Miguel Fernández Martínez, giornalista cubano e corrispondente dalla Siria per l’Agenzia di Stampa latinoamericana, Prensa Latina, rifiuta il luogo comune secondo il quale nel paese arabo, da quasi 5 anni, sia in corso una guerra civile. Per Fernández è in atto un aggressione ordita dalla NATO, con l’aiuto di Israele, Turchia, Giordania e delle Monarchie del Golfo per distruggere la Siria.

Aggressione finanziata dall’Occidente

Secondo l’UNICEF, 5,6 milioni di bambini siriani soffrono di povertà estrema e sono costretti a spostarsi continuamente per sfuggire dalle zone di guerra. Due milioni di rifugiati vivono in Libano, Giordania, Iraq, Egitto, Turchia e altri paesi del Nord Africa, mentre 3,6 milioni di bambini restano vulnerabili. Ventimila bambini sono morti in questa guerra imposta. «La foto del bambino siriano Aylan Kurdi, senza vita sulla sabbia di una spiaggia turca, è un colpo di frusta sulla coscienza di un Europa ipocrita e silenziosa, che nega la protezione alle sue vittime. Europa, Stati Uniti, Israele e i loro gendarmi hanno incoraggiato questa guerra fratricida. Aylan riflette altri bambini siriani che stanno morendo in questo momento a Damasco sotto il colpi di mortaio dei terroristi, o asfissiati dai gas tossici ad al-Foa e Kafraya, o brutalmente decapitati a Raqqa, o vinti dal calore e dalla sete nel deserto, cercando di sfuggire ai colpi di mortaio», ha affermato Fernández.

L’embargo degli Stati Uniti colpisce il popolo cubano anche nella comunicazione, Internet, radiodiffusione, qualcosa di simile avviene anche con la Siria?

«Tutte gli embarghi sono dannosi perché le vittime sono i poveri. Cuba lo sa che, dopo aver affrontato per più di 50 anni, un criminale blocco imposto dagli Stati Uniti le ha causato finora perdite e danni per più di 833.755 milioni di dollari. Le potenze occidentali nei confronti della Siria, guidate dagli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito non hanno mostrato alcuna pietà. Hanno bloccato le sue esportazioni, tutti i contratti, hanno congelato i conti bancari. Hanno interrotto i segnali satellitari, in modo che la verità non venga a galla, infine, hanno attuato una campagna mediatica destinata a destabilizzare, rompere e distruggere l’unità del popolo siriano, e minare la sua resistenza contro l’aggressione terrorista finanziata dall’Occidente».

Ci parli del governo di Bashar al-Assad. Come era la vita in Siria prima dell’intervento degli Stati Uniti e dell’Europa?

“Il presidente Bashar al-Assad è diventato il capro espiatorio dei maggiori circoli di potere internazionali per cercare di ripetere in Siria quello che hanno fatto in Afghanistan, Iraq, Yemen, Libia e altri paesi della regione. Da molto tempo prima della crisi iniziata nel 2011,  al-Assad è stato preso di mira da Washington e dalle sue agenzie di intelligence, chiamato a diventare una vittima dell’avidità imperiale per non aver ceduto alle disposizioni della Casa Bianca.

Da quando il presidente al-Assad è salito al potere dopo la morte del padre Hafez al-Assad, ha proseguito le politiche pan-arabiste di unità regionale, che hanno dato molto risalto alla Siria nel Movimento dei Paesi Non Allineati. Al-Assad non ha venduto l’economia nazionale al FMI, seguendo l’esempio di suo padre, il più importante sostenitore della causa palestinese per la restituzione dei territori occupati da Israele e del ritorno di milioni di profughi palestinesi al loro luogo di origine. La Siria è sempre stato uno dei peggiori nemici di Israele, che ha condannato per le sue politiche espansionistiche e chiede la restituzione delle alture del Golan, occupate illegalmente dall’esercito israeliano dal 1967. A questo, bisogna aggiungere la solida amicizia tra il governo di Damasco e la Repubblica islamica dell’Iran, unite da legami storici di amicizia e cooperazione.

Bashar al-Assad ha promosso la modernizzazione della società siriana, iniziata dal padre negli anni ’70, ha difeso il concetto di Stato laico, imponendo la legge dello Stato su ogni religione e il diritto di coesistenza di una popolazione multietnica. Né ha permesso la privatizzazione del settore petrolifero e delle industrie più importanti del paese. Per tutti questi motivi è stato un obiettivo da distruggere da parte delle amministrazioni neocoloniali degli Stati Uniti e dai suoi alleati europei».

In Siria è in corso una guerra civile?

«Mi rifiuto di accettare la tesi che qui sia in corso una guerra civile. È falso come il sole che sorge di notte. Quello che succede qui è un aggressione internazionale organizzata dalla NATO. Il Dipartimento di Stato nordamericano e i servizi segreti israeliani sono riusciti a riunire le monarchie del Golfo Arabia Saudita e Qatar, insieme ai governi di Giordania e Turchia, per iniziare l’assedio della Siria. Le strategie per avviare la crisi erano chiare. Hanno cercato di portare in Siria gli effetti sperimentati da altri paesi di quella che è divenuta nota come la primavera araba, un mostro destabilizzante che ha lasciato conseguenze dolorose in ogni paese in cui è stata imposta. Per questo hanno usato diversi metodi, uno era la manipolazione dei Fratelli Musulmani, che era già stato utilizzata in Egitto, Libia, Tunisia e altri paesi, cercando di dare una sfumatura religiosa alle proteste, oltre ad altre politiche destabilizzanti organizzate dall’ambasciata degli Stati Uniti.

Non è un segreto che durante le presunte manifestazioni popolari nel marzo 2011 quando ebbe inizio il conflitto, l’ex ambasciatore USA a Damasco, Robert Ford, era sempre in viaggio nelle varie province per incontrare i leader dell’opposizione e per finanziare le proteste. In quelle manifestazioni “popolari” c’erano uomini armati che sparavano contro la polizia. Hanno creato il caos e la violenza, perché è stato tutto ben progettato per generare destabilizzazione e far posto a ai gruppi jihadisti, organizzati, armati e addestrati dall’Occidente, in attesa alle frontiere della Giordania, a sud; La Turchia, a nord, e l’Iraq a est. Non è un segreto che l’auto-proclamato Free Syrian Army, composta per lo più di disertori dell’esercito siriano, è stato finanziato da Parigi, e nel suo processo di disintegrazione, la maggior parte dei suoi membri è passata alle bande di terroristi dello Stato islamico o al-Nusra, il braccio armato di Al Qaeda in Siria.

Un altro modo utilizzato per attaccare la Siria è stato attraverso il reclutamento di mercenari provenienti da più di sessanta paesi, che vengono istigati da leader religiosi estremisti ed insistono a chiamare il jihad o guerra santa contro il governo legittimo in Siria. Infine, quattro anni dopo l’inizio di questa guerra di rapina, le forze sono state concentrate in due gruppi principali. Da un lato, le forze armate siriane, con un esercito di quasi 350.000 uomini, in collaborazione con le unità di milizia conosciuta come Difesa nazionale, e dall’altra gruppi terroristici che continuano a provocare caos e terrore».

Il terrorismo dell’Isis

Come nasce l’Isis e come viene introdotto in Siria? Cosa controlla? Si dice che vendano petrolio per finanziarsi e dispongano di risorse milionarie

«Lo Stato islamico, gruppo terroristico, anche conosciuto in arabo come Daesh, è giunto qui da poco più di un anno, da uno smembramento di Al Qaeda che opera nel territorio dell’Iraq. Da quando ha iniziato la sua espansione in territorio siriano, hanno proclamato la creazione di un califfato, la cui capitale è la città di Raqqa, situata a poco più di 500 chilometri a est di Damasco, occupata dagli estremisti.

Sulle atrocità dello Stato Islamico si parla ogni giorno. Manipola la fede religiosa dei suoi membri e sostenitori, e fa un’interpretazione distorta del Corano, imponendo la legge della Sharia, e un tipo di governo tirannico che include l’imposizione di punizioni crudeli che possono variare dalla decapitazione alla lapidazione fino alla crocifissione ed ad altre forme barbariche per imporre la legge. Dietro c’è un intero gruppo di contrabbandieri, profittatori e criminali – la maggior parte sono proprio quei paesi che cercano di rovesciare Bashar al-Assad – che trafficano con loro il  petrolio nelle zone occupate, e le reliquie archeologiche e storiche vandalizzate da diversi villaggi ovunque vadano.

C’è un particolare che non voglio tralasciare circa la manipolazione esercitata dai grandi media occidentali sui territori occupati dall’Isis in Siria. Molti media insistono nel sostenere che occupa più del 50% del territorio siriano, ciò non corrisponde a nessuna verità. La maggior parte della popolazione siriana vive nelle zone sotto il controllo del governo, il centro ovest del Paese, sulla costa mediterranea. La maggior parte delle zone sotto il controllo dei terroristi sono zone desertiche a bassa densità demografica; L’Isis controlla solo la città di Raqqa, parte della città di Idleb e poco meno della metà di Aleppo. Dove sono forti in realtà nel controllo delle strade a est, impedendo il movimento delle truppe nelle zone di combattimento con ripercussioni sull’economia nazionale e sulla popolazione siriana».

A chi importa la distruzione della Siria?

«Ricordo molti anni fa qualcuno mi ha detto che gli Stati Uniti e le grandi potenze guardare al Medio Oriente come “un grande lago di petrolio”. L’Occidente non ha mai guardato con rispetto a questa parte del mondo. Qui ci sono presenti tracce del suo percorso coloniale, ha spogliato l’antica cultura di questi popoli e le loro principali riserve di combustibile. Nel caso della Siria, per aver rifiutato di essere un servitore delle potenze occidentali, è stata “condannata” ad essere invasa. Però non hanno fatto i conti con la resistenza del popolo siriano, che è stato in grado di difendersi in più di quattro anni da tutta questa campagna di aggressione terroristica. Inoltre, hanno usato anche una delle formule per  destabilizzare l’unità nazionale, come il settarismo, cercando di creare divisioni tra sunniti, sciiti, alawiti, curdi, armeni, drusi, cristiani, yazidi, che formano quell’amalgama storico e indistruttibile che si chiama popolo siriano».

Quali sono le difficoltà che lei deve affrontare per fare il suo lavoro come corrispondente di Prensa Latina?

«Le stesse di ogni siriano. Convivo con loro, soffriamo le stesse necessità e condividiamo le nostre speranze. Ho visitatole zone di combattimento, le scuole distrutte dalla guerra, i campi profughi, insomma, cerco di toccare con mano tutto. Ho potuto parlare con mercenari stranieri catturati dall’esercito e sentire dalle loro labbra quali forze esterne di gran lunga sono coinvolte in questa guerra. Ho avuto l’opportunità di intervistare ministri, così come la gente comune. Chi mi può dare la sua versione della guerra e mi permette di avere nuovi argomenti per spiegarli ai lettori, sarà sempre il benvenuto».

Qual è la situazione umanitaria in Siria?

«Secondo le Nazioni Unite, la Siria sta soffrendo la peggiore crisi umanitaria conosciuto da 70 anni a questa parte. Come risultato di questa guerra, più di quattro milioni di siriani si sono rifugiati in altri paesi. I principali paesi di accoglienza sono Libano, Turchia, Giordania, Iraq ed Egitto. Circa undici milioni sono gli sfollati all’interno del paese, e il numero dei morti è scioccante. Finora, alcuni dicono che sono stime prudenti, ci sono più di 240.000 morti, di essi, 50.000 membri dell’esercito. In alcune aree vi è la fame e la mancanza delle cose più elementari, come l’acqua, l’elettricità. È una storia difficile e triste».

Come ha affrontato il governo la lotta contro il terrorismo?

«La Siria si è difesa con gli artigli da un’aggressione internazionale. L’esercito siriano e le milizie hanno portato tutto il peso di questa guerra ed un alto costo umano e materiale. Sulla Coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, c’è poco da dire. Da più di un anno ”bombardano” presunte posizioni dei gruppi terroristici, e ciò che fanno è rafforzarli. Ci sono prove che in alcuni posti della Siria e dell’Iraq, questi stessi aerei hanno calato armi e munizioni che vanno nelle mani dei gruppi estremisti. Da parte loro, le milizie curdo-siriane che si identificano come YPG, hanno svolto anche loro un compito difficile nella difesa dei loro territori nel nord della Siria, soprattutto nelle zone a nord di Aleppo e nella provincia orientale di Hasaka, riuscendo persino ad espellere terroristi dai loro territori».

Cosa puoi dirci dei crimini contro donne, bambini e anziani e sulla distruzione dei beni culturali?

«Hanno scosso l’opinione pubblica internazionale. Sono metodi veramente sadici quelli utilizzati, come il taglio delle teste dei loro nemici o la crocifissione delle persone in luoghi pubblici, o lapidazione delle donne. Gli omosessuali li gettano dai tetti degli edifici, le donne sono picchiate per non aver indossato il velo o perché escono da sole per le strade. Quello che accade ai bambini mi fa male. Hanno chiuso molte scuole nelle aree occupate, e aperto delle scuole più piccole, dove si insegna l’importanza del suicidio al fine di raggiungere uno scopo, o diventano assistenti dei boia durante le esecuzioni. Il danno psicologico e sociale per questi bambini è impressionante».

Nasrallah: «Nessuno può rovesciare militarmente la Siria»

da sana.sy

Ieri, in occasione della Giornata di Al Quds, istituita come primo atto della Rivoluzione islamica in Iran da Ruhollah Khomeini nel 1979 come manifestazione di solidarietà alla Palestina e ai popoli oppressi, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che «Israele crede che tutto ciò che sta accadendo nella regione serva ai suoi interessi, e i suoi leader hanno espresso la loro soddisfazione per ciò che sta accadendo in Siria»

Nasrallah ha ribadito che «Israele è la madre del terrorismo e la sua origine, ed è anche uno stato e un’entità terrorista istituita dalle organizzazioni terroristiche che oggi si presentano come combattenti del terrorismo».

Il Segretario generale di Hezbollah ha confermato che il piano takfiro sponsorizzato da alcuni Stati arabi non sono interessati a trovare una soluzione alla crisi del popolo palestinese, ma agiscono solo a vantaggio di Israele.

Il leader di Hezbollah ha aggiunto: «Dobbiamo trovare una soluzione politica alla crisi in Siria e fermare tutti i paesi che stanno lavorando contro una soluzione politica e pacifica», sottolineando che «non si può rovesciare militarmente la Siria perché la sua forte resistenza e ferma posizione sarà sempre sostenuta dai suoi alleati e amici».

«Quando combattiamo in Siria lo facciamo alla luce del sole e tutti i nostri martiri che rientrano in Siria, sono martiri per la Siria, per il Libano, per la Palestina, per la regione e per la nazione», ha concluso Hezbollah.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Israele: Vice Presidente Knesset accusato di narcotraffico

da al manar

Il vice Presidente della Knesset, il parlamento israeliano, Oren Hazan, oggi si trova a dover affrontare le accuse di sfruttamento della prostituzione e traffico di droga. La notizia è stata diffusa da un canale televisivo privato israeliano.

«Ho informato il parlamentare Oren Hazan che per il momento non posso forse permettergli di condurre le sessioni plenarie, nella speranza che riesca a essere libero da ogni sospetto», ha detto ai giornalisti il ​​presidente del parlamento Yuli Edelstein.

«Data l’atmosfera pubblica corrente è impossibile per motivi etici, non penali, fargli dirigere la discussione», ha aggiunto Edelstein.

Hazan era il direttore di un casinò in Bulgaria e secondo il rapporto inserito, tra le sue funzioni c’erano quelle di fornire prostitute ai clienti facoltosi, una pratica comune in quei luoghi, e le sostanze stupefacenti.

Entrambi i parlamentari sono membri della coalizione Likud, del primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha vinto le elezioni lo scorso marzo per un soffio dopo una feroce campagna elettorale che si è basata sull’opposizione alla creazione di uno Stato palestinese indipendente.

Da parte sua, Hazan ha negato le accuse e ha minacciato di citare in giudizio l’amministrazione di Canale 2; il suo medico personale ha spiegato ai giornalisti che Hazan soffre di una malattia, non specificando quale, che gli impedisce l’utilizzo di sostanze stupefacenti illegali.

In Israele, le accuse di corruzione sono comuni, alla fine del mese scorso l’ex primo ministro israeliano, Ehud Olmert è stato condannato a otto mesi di carcere per reati di corruzione commessi quando era sindaco di Gerusalemme occupata, Al Quds.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) «Gli Stati Uniti erano a conoscenza della nascita dell’Isis»

da hispantv

Mesi prima della nascita del gruppo terroristico Isis (Daesh, in arabo), il governo degli Stati Uniti era stato informato dalla Defense Intelligence Agency, DIA, sull’ascesa del gruppo takfiro e sulla dichiarazione imminente di un “califfato” in Iraq e Siria.

Le vecchie armi immagazzinate negli arsenali militari in Libia sono state spedite dal porto di Bengasi, in Libia, a quelli di Banias (ovest Siria) e Burj Islam (nord-ovest della Siria).

Il sito Judicial Watch ha pubblicato di recente una serie di documenti precedentemente classificati da parte del Dipartimento della Difesa e dal Dipartimento di Stato che rivelano come Washington era a conoscenza della spedizione massiccia di armi dalla città di Bengasi ai terroristi che lottano per rovesciare il legittimo governo del presidente siriano, Bashar al-Assad in Siria.

La relazione sulla crescente minaccia rappresentata da quello che oggi è conosciuto come il gruppo takfiro, Daesh, così come il fatto che stava ricevendo una gran quantità di armi dalla Libia, è stata inviata il 5 agosto 2012 alla Casa Bianca. Lo ha segnalato, oggi, l’agenzia iraniana Fars, citando il Judicial Watch.

«Le armi degli ex arsenali militari in Libia sono state spedite dal porto di Bengasi, in Libia, ai porti di Banias (ovest della Siria) e di Burj Islam (nord-ovest della Siria). Le armi inviate a fine agosto 2012 erano: fucili da cecchino, RPG (anticarro lanciarazzi a spalla) e razzi 125 millimetri e 155 mm», si legge nel documento.

Nel rapporto si avvertiva che il continuo deterioramento delle condizioni di sicurezza avrebbe avuto “conseguenze disastrose sulla situazione irachena” e portato enormi benefici al gruppo terroristico Isis, nato, si legge nell’informativa, da Al-Qaeda in Iraq.

«Questo crea il luogo ideale per Al-Qaeda (in Iraq), per tornare alle sue vecchie roccaforti a Mosul e Ramadi», prosegue il documento, aggiungendo che «l’Isis potrebbe anche dichiarare un califfato attraverso la sua unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, che costituiscono un grave pericolo per l’unità dell’Iraq e la protezione del suo territorio».

Nonostante gli avvertimenti emessi dalla DIA, l’Isis con migliaia di combattenti regionali, europei e americani, ha dichiarato, nel giugno 2014, l’istituzione del suo califfato in alcune zone occupate in Iraq e in Siria, dove ha commesso vari crimini contro l’umanità, tra cui esecuzioni sommarie e rapimenti di massa.

Le memorie dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, e i documenti trapelati dall’ex analista del National Security Agency degli Stati Uniti, NSA, Edward Snowden, confermano che l’Isis è stato creato da un gruppo composto da elementi dei servizi segreti degli Stati Uniti, del Regno Unito e dal lavoro de regime israeliano per soddisfare gli interessi di Washington e dei suoi alleati in Medio Oriente.

L’attacco consolato USA di Bengasi

Nelle rivelazioni del Judicial Watch emerge, tra l’altro, che il Dipartimento della Difesa ha riferito quasi subito che l’attacco al consolato Usa nella città libica di Bengasi è stato pianificato dieci giorni di anticipo e compiuti da terroristi legati ad Al-Qaeda.

Secondo il testo, l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton e altri alti funzionari dell’amministrazione del presidente USA, Barack Obama, erano consapevoli che era stato messo a punto un piano “per uccidere quanti più statunitensi è possibile”.

L’attacco, avvenuto nel settembre 2012, ha provocato la morte dell’ ambasciatore USA, Chris Stevens e di altri tre cittadini statunitensi.

Le violenze sono avvenute durante la campagna elettorale negli Stati Uniti. Dopo le elezioni i repubblicani hanno accusato l’amministrazione Obama di aver nascosto la natura terroristica di quello che è successo per non perdere voti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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(Video) Il Venezuela chiede al mondo di lottare per la causa palestinese

da telesurtv.net

«La Palestina può contare su il popolo venezuelano per accompagnarli a fare la battaglia per la loro indipendenza e la sovranità».

Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri del Venezuela Delcy Rodriguez, sostenendo che il mondo non può rimanere in silenzio di fronte alla causa palestinese, sulla strada che passa per essere riconosciuta come Stato sovrano. Rodriguez ha aggiunto che questo causa «è stato contaminata dalle azioni criminali dei poteri egemonici nel mondo e la forza dei suoi abitanti che danno la battaglia quotidiana per una causa giusta, è motivo per noi di sentirci i difensori del paese che ci ha tramandato i liberatori».

Attualmente, la Palestina ha solo il 12% del suo territorio storico. Seppur l’ONU ha emanato risoluzioni che vietano l’avanzamento di Israele sulla sua terra, il governo israeliano ha una politica di sostegno per i cosiddetti “coloni” che entrano nelle case dei palestinesi con le forze di sicurezza ed espellono i suoi abitanti.

Durante la Conferenza degli ambasciatori palestinesi in America, a Caracas, il ministro degli Esteri palestinese, Riad Malki, ha affermato che il Venezuela è un alleato importante per l’indipendenza della Palestina. «Grazie al Venezuela per averci dato l’opportunità di avere questo primo incontro in America. Il Venezuela è sempre stato un paese che apre le sue porte e il cuore ai palestinesi», ha aggiunto il cancelliere.

Inoltre, ha evidenziato che i due paesi stanno lavorando insieme per estendere il lavoro, raddoppiare gli sforzi, approfondire le relazioni e coltivare amicizie. «Vogliamo continuare a lavorare, grazie al Venezuela per farci sentire a casa e offriamo tutto per uscire di qui con risultati positivi per l’indipendenza della Palestina», ha concluso il diplomatico.

Relazioni Venezuela – Palestina

Grazie alla rafforzamento delle relazioni tra il Venezuela e la Palestina, i due paesi hanno firmato 18 accordi di cooperazione e contratti che coprono diverse aree di azione, come l’istruzione, l’economia, il commercio, l’energia, l’agricoltura, la cultura, il turismo, le comunicazioni, lo sport, la difesa, la polizia e la salute.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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Gaza, rompere l’assedio. Parte la III Flotilla

di Paola Di Lullo – Assadakah Napoli

Il Free Gaza Movement nasce dalla coalizione di operatori umanitari, attivisti per i diritti umani, lavoratori volontari, e giornalisti.  Il Free Gaza Movement è un gruppo per i diritti umani con sede a Cipro. Ha riunito altre organizzazioni umanitarie per formare la Freedom Flotilla, come l’organizzazione greca “Boat for Gaza” e l’organizzazione turca IHH. La coalizione comprende la campagna europea per porre fine all’assedio di Gaza.

Il suo l’obiettivo è rompere l’assedio di Gaza.

Il 23 agosto 2008, 44 persone provenienti da 17 nazioni diverse salparono da Cipro per Gaza su due imbarcazioni, la Free Gaza e la Liberty. Seguite da navi militari Israeliane che non intervennero, superarono il blocco e raggiunsero la destinazione. Tra i volontari presenti, Vittorio Arrigoni, Lauren Booth, cognata di Tony Blair, e Jeff Halper, attivista pacifista del comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi, che rischiava fino a 20 anni di reclusione se arrestato. A Lauren Booth fu dato il permesso di lasciare Gaza, attraverso il Valico di Rafah, solo quattro settimane più tardi. Jeff Halper fu arrestato e perseguito per aver infranto la legge israeliana che vieta ai suoi cittadini di entrare nella Striscia di Gaza.

Il 28 ottobre 2008, la nave Dignity partì per Gaza con 27 medici, avvocati, giornalisti e attivisti per i diritti umani, in rappresentanza di 12 diverse nazioni. Anche in questo caso venne superato il blocco, sebbene l’imbarcazione fosse seguita da navi militari israeliane che però non intervennero.

L’8 novembre 2008, terzo viaggio per Gaza con la nave Dignity, che trasportava  24 passeggeri. Per questo viaggio, il Free Gaza Movement si unì  allaEuropean Campaign to end the Siege (Campagna Europea per porre fine all’Assedio) per portare più di una tonnellata di supporti medici a Gaza, accompagnati da 11 Parlamentari Europei. Anche questa volta la destinazione fu raggiunta.

L’8 dicembre 2008, il Free Gaza Movement tornò nuovamente a Gaza. Con loro i Professori Mike Cushman e Jonathon Rosenhead della London School of Economics  e BRICUP.
Il 19 dicembre 2008 il Free Gaza Movement tornò ancora a Gaza. Con loro due inviati del Qatar Eid Charity.
Tra il 29 e il 30 dicembre 2008 la nave Dignity si scontrò con una nave militare Israeliana. A causa dei danni furono costretti a dirigersi in Libano. Secondo il Free Gaza Movement la marina Israeliana speronò l’imbarcazione per ben tre volte, quasi affondandola. Secondo la Marina militare Israeliana la Dignity non rispondeva agli avvertimenti di tornare indietro, la nave israeliana si posizionò davanti per obbligare la Dignity a fermarsi e non fu possibile evitare la collisione.

Da allora altre imbarcazioni e centinaia di persone da tutto il mondo attraversano il mediterraneo per fare breccia nell’assedio criminale israeliano, che dal 2007  strangola i palestinesi di Gaza

Nel maggio 2010, il Free Gaza Movement organizzò una flotta di 6 navi, la Freedom Flotilla, con l’appoggio di varie organizzazioni europee e mondiali, tra cui la IHH (Humanitarian Relief Foundation ) turca.

Il carico era composto, secondo quanto dichiarato dagli organizzatori, da cibo, materiale medico, 10.000 tonnellate di calcestruzzo, costruzioni prefabbricate e apparecchi didattici; Israele vieta che alcuni di questi materiali possano entrare a Gaza, dato che Hamas costruisce tunnel e bunker con il calcestruzzo.

Il 31 maggio le navi vennero abbordate dalla Marina militare Israeliana nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo, nell’ambito di un’operazione navale denominata “Operazione Brezza Marina” . Cinque di sei furono abbordate e poste sotto controllo Israeliano senza l’uso della forza. Sulla nave guida, la Mavi Marmara, invece, nove passeggeri rimasero uccisi in un violento scontro con le forze israeliane.

Alcuni giorni prima dell’incidente gli organizzatori avevano preannunciato le proprie intenzioni – non tanto di portare aiuti umanitari quanto piuttosto di forzare il blocco – e l’obiettivo di sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica in favore di Gaza. Alla notizia il governo di Israele aveva fatto sapere che non avrebbe acconsentito alla violazione del blocco, ed aveva proposto ed organizzato l’accompagnamento delle navi al porto di Ashdod, ed il conseguente trasporto degli aiuti via terra verso Gaza.

A bordo delle sei navi, 610 persone fra cui 44 tra parlamentari e politici, il Premio Nobel per la pace Mairead Corrigan Maguire e lo scrittore svedese Henning Mankell. Molti di loro erano turchi, i restanti appartenevano a vari Paesi.

Il 23 maggio 2014, un decimo membro della Mavi Marmara è morto in ospedale dopo essere stato in coma per quattro anni.

Diverse e contrastanti le versioni fornite dagli attivisti e dal governo israeliano in merito all’attacco. Secondo quest’ultimo, i soldati  spararono per legittima difesa, essendosi gli attivisti organizzati in squadre pronte ad attaccare i militari con bastoni, spranghe, coltelli, bombe molotov. Secondo gli attivisti della Mavi Marmara e del personale di bordo, Israele inizialmente aprì il fuoco con colpi di avvertimento, ma, quando la nave non si fermò, ebbe inizio l’abbordaggio. Gli attivisti hanno dichiarato che furono utilizzate granate stordenti e fumogene, e quindi i commando dell’IDF circondarono la nave e si calarono dagli elicotteri. In contrasto con la versione dell’esercito Israeliano, gli attivisti sostengono che i soldati spararono sulla nave prima dell’abbordaggio. Adam Shapiro, membro del consiglio del Free Gaza Movement, ha sostenuto che i soldati avrebbero aperto il fuoco appena scesi sulle navi.

La II Freedom Flotilla, costituita da 10 navi,  con a bordo aiuti umanitari diretti a Gaza, fu bloccata in Grecia, da dove avrebbe dovuto salpare,  tra la fine di giugno ed i primi di luglio del 2011, a causa delle pressioni che il governo greco subì da parte di Israele che, il 29 giugno 2011, ribadì la richiesta del transito via terra. l ministro per le retrovie Matan Vilnay aveva infatti annunciato che la marina israeliana non avrebbe intercettato la flottiglia se, «dando prova di raziocinio», gli attivisti avessero scaricato i materiali per Gaza al porto di el-Arish (nel Sinai egiziano), da dove sarebbero poi stati inviati nella Striscia. In caso contrario, Israele avrebbe impedito alla spedizione di approdare a Gaza «perché quella sarebbe stata solo una provocazione». Secca la risposta degli organizzatori che, come evidenziato dal coordinatore italiano, aveva escluso il transito via terra. L’obiettivo era portare gli aiuti «senza chiedere il permesso ai Paesi confinanti, attraverso l’accesso al mare, che deve essere garantito alla società civile palestinese». Come accadde nel 2008 alle barche del Free Gaza Movement. La partenza della Flottiglia dalle coste elleniche – inizialmente fissata tra il 29 e il 30 giugno – era stata rimandata: «Occorre rompere l’assedio che stiamo subendo in Grecia prima di quello di Gaza», aveva detto il coordinatore della nave italiana ‘Stefano Chiarini’ descrivendo la situazione delle dieci navi della flottiglia. E aveva annunciato «una serie di dimostrazioni, in primo luogo ad Atene, per chiedere di lasciarci salpare».

La barca francese Dignité al-Karama, una delle dieci della flottiglia, riuscì ad aggirare il blocco delle autorità elleniche e a lasciare l’isola greca di Kastellorizo ​​(  nella parte più orientale dell’arcipelago greco,   a pochi chilometri dalla terraferma turca ) intorno alle 20:30 del 16 Luglio 2011, in direzione sud, entrando in acque internazionali, in barba alle minacce di Israele.
I dieci passeggeri a bordo divennero rappresentanti di tutta la Freedom Flotilla 2, essendo le altre navi rimaste bloccate in diversi porti greci da ostacoli burocratici, sabotaggi, improvvisi impedimenti e ritiro delle bandiere.
La Dignité, battente bandiera francese, aveva lasciato la Corsica il 25 giugno e nelle ultime settimane era rimasta in acque greche.

A bordo 16 persone, tra cui Dror Feiler, portavoce di Ship to Gaza Sweden e anche presidente della Rete Ebrei Europei per una Giusta Pace, Vangelis Pissias, portavoce di Ship to Gaza Greece, Claude Léostic, rappresentante di Un bateau français vers Gaza, Omeyya Naoufel Seddik di Tunisiens des Fédération pour une citoyenneté des deux Rives (FTCR), Stéphan Corriveau, coordinatore di Canada Boat to Gaza, Thomas Sommer-Houdeville, portavoce di Un bateau français vers Gaza, il leader dell’estrema sinistra Olivier Besancenot, il portavoce del sindacato Solidaires Annick Coupè , il presidente del Collettivo dei musulmani di Francia Nabil Ennasri ed altri rappresentanti  delle iniziative canadese, francese e greca della Freedom Flotilla 2. A bordo della Dignité c’è anche la giornalista israeliana Amira Hass, di Haaretz, e una troupe di Al-Jazeera TV.

In tarda serata, un altro militante a bordo, Julien Rivoire confermò la determinazione della Dignité: «Non importa chi arriva, noi andremo a Gaza», annunciò l’attivista, augurandosi che «altre barche della flottiglia bloccate in Grecia possano raggiungerci».
Il 19 luglio 2011 fu  abbordata dai commando israeliani a 5 miglia dalle coste di Gaza e condotta nel porto israeliano di Ashdod.

Non ebbe migliore sorte nel 2012 l’Estelle, un veliero acquistato da cittadini svedesi, che partì dalla Scandinavia nel maggio del 2012 diretta a Gaza. L’Estelle, che faceva parte di Ship to Gaza Sweden, un’organizzazione svedese che ha lo scopo di rompere il blocco della Striscia di Gaza , fornendo aiuti umanitari dalla Scandinavia,  fece tappa a La Spezia e poi a Napoli, da dove ripartì alla volta di Gaza il 6 ottobre. Portava due alberi di ulivo, sedie a rotelle, deambulatori, stampelle, stetoscopi ostetrici, libri per bambini, giocattoli, 300 palloni da calcio, strumenti musicali, attrezzature teatrali, radio per la navigazione e altro materiale, come 41 tonnellate di cemento acquistate al porto di Alicante tramite il gruppo di appoggio spagnolo Rumbo a Gaza e della ong Carrers del Mon. Destinataria era una organizzazione gazawi che avrebbe dovuto utilizzare il cemento per la ricostruzione di infrastrutture civile. A bordo anche trenta persone, tra le quali un parlamentare norvegese, uno svedese, un greco, uno spagnolo, un ex parlamentare canadese e un cittadino italiano. Come nelle precedenti spedizioni, mirava a rompere l’assedio imposto da Israele sulla Striscia.

Il 20 ottobre 2012 l’Estelle, battente bandiera finlandese, dopo aver percorso 5000 miglia nautiche dal Mar Baltico fino al Mediterraneo Orientale, fu abbordata dalla marina israeliana in acque internazionali, a circa 30 miglia  dalle coste di Gaza.

Le autorità israeliane parlarono di abbordaggio pacifico, senza l’uso della forza. «I passeggeri sono stati accuditi e a loro – ha sostenuto il portavoce militare – sono stati offerti cibi e bevande». Dopo di che la Estelle ha è stata messa in rotta verso il porto israeliano di Ashdod (sud di Tel Aviv), dove i passeggeri saranno consegnati alle autorità di polizia.
Secondo gli attivisti, invece, i militari israeliani usarono le pistole taser, per poi arrestarli e condurli nel carcere di Gilboa, prima di rimpatriarli.
Da allora, la barca e il suo cargo sono stati trattenuti da Israele.
Il 31 agosto 2014 una corte Israeliana ha emesso il verdetto per il caso Ship to Gaza Svezia contro il governo Israeliano, riguardante i diritti sulla S/V Estelle. Il verdetto è completamente a favore dell’istanza di Ship to Gaza. Originata quando alla richiesta di Ship to Gaza di avere indietro Estelle, lo stato Israeliano aveva risposto chiedendo invece che fosse confiscata. La corte ha rifiutato questa istanza confermando invece i diritti della nostra organizzazione. Inoltre, lo stato di Israele pagherà le spese legali.

La III Freedom Flotilla partirà entro la prossima estate. Da tre a quattro imbarcazioni sono attualmente in fase di preparazione per il viaggio, ma potrebbero essere di più. Le barche partiranno da diversi porti europei, dalla Grecia e, probabilmente, dalla Turchia, anche se nessuna informazione specifica viene ancora rilasciata, per evitare pressioni di Israele sui governi dei paesi da cui partiranno le imbarcazioni. Sulla nuova Free­dom Flo­tilla ci sarà anche l’ex pre­si­dente tuni­sino, Mon­cef Mar­zouki, assieme ad espo­nenti poli­tici, reli­giosi, figure di spicco dell’economia e della cul­tura di diversi paesi. In tutto dovreb­bero essere una ses­san­tina di pas­seg­geri.

Il 10 maggio 2015, alle 19,00 è  partita la “Marianne de Gothenburg”, peschereccio acquistato da Ship to Gaza Svezia e Ship to Gaza Norvegia, per un viaggio intorno al Mediterraneo orientale. Meta, la Striscia di Gaza sotto assedio. La Marianne, prima di unirsi alle altre imbarcazioni della Freedom Flotilla III, si fermerà in diversi porti del Mediterraneo. I primi saranno Helsingborg, Malmö e Copenaghen. Gli altri verranno annunciati in seguito.
A bordo, oltre pannelli solari ed attrezzature mediche, cinque membri dell’equipaggio ed 8 delegati, tra cui :
Maria Svensson, portavoce di Feministiskt Initiativ

Mikael M. Karlsson, Presidente di Ship to Gaza Svezia

Henry Ascher, pediatra

Lennart Berggren, regista

Dror Feiler, musicista, portavoce di Ship to Gaza

 

Israele addestrerà le forze armate del Paraguay

da hispantv

L’ambasciatore del regime israeliano in Paraguay, Dorit Shavit, ieri, ha incontrato il presidente del paese sudamericano, Horacio Cartes, per rafforzare la cooperazione bilaterale, in particolare, nel settore della sicurezza interna.

Come confermato dai media locali, http://www.lanacion.com.py/2015/05/05/israelies-entrenaran-a-tropas-paraguayas/, durante questa visita, Dorit Shavit ha dichiarato che il sostegno delle autorità israeliane al governo del Paraguay è «per lavorare insieme per una vita pacifica».

Insistendo sul fatto che tale cooperazione non riguarda la vendita di armi, ha spiegato che l’aiuto al Paraguay riguarda l’addestramento delle loro forze armate per aumentare il loro tempo di formazione nella lotta contro i sospetti terroristi.

«Purtroppo abbiamo esperienza in Israele, perché ci sono molte organizzazioni terroristiche, allora sappiamo come affrontare davvero questa sfida e combattere il terrorismo», si è giustificata Shavit.

A tal fine, ha informato il diplomatico, l’addetto militare israeliano del regime di Tel Aviv in Cile e Paraguay è stato accreditato a lavorare con il ministro della Difesa Bernardino Soto e il Vice Ministro della Sicurezza interna, Javier Ibarra.

Shavit in risposta ad una domanda dei giornalisti circa l’intenzione del Paraguay di creare in futuro un Segretariato di Intelligence, ha risposto che questa «è una opzione, ma non si è discusso in modo approfondito oggi».

Infine, ha annunciato l’organizzazione di un seminario su questa cooperazione bilaterale e l’apertura dell’Ambasciata israeliana a Asuncion, capitale del Paraguay, entro sei settimane.

Nel 2002, i funzionari del regime israeliano decisero di chiudere la loro ambasciata a Asuncion per motivi di bilancio, una mossa che ebbe analoga risposta del governo sudamericano, tuttavia, nel maggio del 2014, ha riaperto la sua ambasciata a Tel Aviv.

L’anno scorso, la parlamentare del Partito Democratico Progressista del Paraguay, Desiree Messi ha denunciato la collaborazione dei civili israeliani e paraguayani in azioni militari israeliana al Congresso, chiedendo spiegazioni.

La parlamentare denunciò l’esistenza di un piano per assumere mercenari israeliani nella lotta contro l’Esercito Paraguaiano Popolare (EPP), accusando il presidente Horacio Cartes.

Questo si aggiunge ad un avvertenza da parte dell’intelligence del Paraguay sulla presenza di un israeliano, Jair Klein, nel Paese con vari precedenti di violenza e organizzazione di gruppi paramilitari in diversi paesi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La FIFA deciderà sulla sospensione di Israele

da hispantv

La Federazione Internazionale Football Association (FIFA) ha deciso che la proposta palestinese di punire il regime israeliano nei tornei internazionali di calcio sarà uno dei temi del suo Congresso elettorale in programma il prossimo 29 maggio a Zurigo, in Svizzera.

I 209 membri della FIFA dovranno votare a favore o contro la sospensione della Federazione israeliana da questa agenzia su richiesta del presidente della Federcalcio palestinese (APF) Jibril Rajoub, che ha denunciato le restrizioni imposte dalla regime di Tel Aviv agli atleti palestinesi.

Per essere approvata, la richiesta della Palestina deve ricevere 156 voti, oltre al proprio, vale a dire tre quarti dei membri aventi diritto di voto nella suddetta decisione del Congresso FIFA.

Il Presidente della Fifa, Sepp Blatter, ha cercato di risolvere il problema tra le parti, ma i suoi sforzi non sono riusciti nell’intento. Ora Blatter vorrebbe che questo problema si risolvesse all’interno del Congresso.

Inoltre, quello stesso giorno si svolgerà l’elezione del Presidente della FIFA ed e è molto probabile che Blatter estenda il suo potere che dura da 17 anni.

I palestinesi hanno sollevato questa richiesta in risposta alla discriminazione sistematica da parte delle autorità israeliane.

Tra le accuse contro il regime israeliano c’è ostacolo alle attività sportive nei territori occupati, in particolare, imponendo restrizioni ai movimenti degli atleti palestinesi tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania occupata, arrestando alcuni calciatori e controllando l’attrezzatura sportiva importata.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Nasrallah: «Siriani, noi Hezbollah saremo sempre al vostro fianco»

da al manar

Il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ancora una volta ha assicurato che l’offensiva contro le Yemen dell’Arabia ha subito una sconfitta schiacciante ed evidente, mentre il popolo yemenita è uscito chiaramente vittorioso.

Parlando in diretta sul canale televisivo Al-Manar, Sayyed Nasrallah ha chiamato coloro che sostengono il raggiungimento degli obiettivi dell’offensiva di nominare uno degli obiettivi raggiunti.

Per lui, l’offensiva saudita continua e ha preso una piega più pericolosa con il maggiore sostegno di al-Qaeda e il divieto di consegna degli aiuti umanitari al popolo yemenita.

In Iraq, Sayyed Nasrallah ha lanciato l’allarme contro gli Stati Uniti per la fornitura di armi ai curdi e ai sunniti scavalcando il governo iracheno. «Una misura che è un preludio alla divisione del paese e che tutti devono combattere», ha avvertito.

Ribadendo il sostegno iraniano, russo e degli Hezbollah in Siria, ha denunciato la campagna di notizie false da parte dei media, ha assicurato che «vincere una battaglia non significa vincere tutta la guerra».

Riguardo il Libano, Sayyed Hassan Nasrallah ha dichiarato che la battaglia del Qalamoun avrà luogo e che Hezbollah non fornirà dettagli. L’obiettivo è la protezione della popolazione, mentre lo stato non è in grado di farlo.

Di seguito, le linee essenziali del discorso televisivo di Sayyed Nasrallah:

«40 giorni fa, l’Arabia Saudita ha dichiarato guerra allo Yemen. 26 giorni dopo la coalizione ha annunciato la fine dell’offensiva dell’operazione” Tempesta”e il passaggio a “Restore Hope”».

«Hanno parlato degli obiettivi e hanno sostenuto che la coalizione li ha raggiunti per passare all’operazione successiva. Da allora, l’assalto continua. Siamo davanti a una grande e pericolosa campagna di disinformazione», ha aggiunto.

«Pretendere che il conseguimento degli obiettivi dell’offensiva è la più grande truffa che ha avuto luogo. Gli alleati dei sauditi hanno accolto con favore i risultati dell’offensiva. Sfortunatamente, i media hanno scatenato una loro offensiva. Hanno cominciato a celebrare la vittoria saudita, ma mi citatemi un solo obiettivo realizzato, un successo ottenuto».

«L’Arabia ha restaurato la presunta legittimità nello Yemen? É riuscita a fermare l’avanzata dell’esercito yemenita? Ha disarmato Ansarullah come ha sostenuto? Nulla è stato fatto. L’Arabia è stata in grado di rafforzare la sua posizione in Yemen? No.»

«Datemi un obiettivo e o uno della lista che sostengono di aver raggiunto.

Siamo di fronte ad un fallimento plateale saudita e yemenita vittoria netta. La tenacia e l’unità del popolo yemenita sono dietro questa vittoria. Parliamo della prima operazione».

«La seconda operazione è stata chiamata “Restore Hope” per nascondere i primi fallimenti. Hanno creato grandi obiettivi che richiedono molto tempo e un’incursione terra. Essi fissano un nuovo elenco di obiettivi raggiungibili e modesti questa volta».

 Tra questi obiettivi, citiamo:

  1. Avviare il processo politico.
  2. Continuare a proteggere i civili.
  3. Garantire la fornitura di aiuti internazionali.
  4. Fermarei  movimenti militari Houthi e impedire loro di usare le armi sequestrate nei depositi.
  5. L’esecuzione di un’azione internazionale per privare di armi gli Houthi.

Il vero obiettivo è quello di portare lo Yemen alla dominazione saudita, altrimenti distruggerà il suo popolo.

I sauditi possono affermare che gli obiettivi sono stati raggiunti. In pratica, i sauditi hanno abbassato il target dei loro obiettivi. Essi sostengono di difendere il popolo yemenita, ma allo stesso tempo, lo stanno bombardando.

Dall’inizio dell’operazione Restore Hope, i sauditi hanno bombardato le case con l’uso di bombe a grappolo, vietate, armi molto pericolosi, che ancora soffriamo in Libano.

Lotta al terrorismo: essi forniscono armi ad al-Qaida e garantiscono la sua espansione. Bombardano le posizioni dell’esercito per evitare che la loro avanzata in zone controllate da al-Qaeda!

Hanno bombardato l’aeroporto per vietare agli aerei il trasporto di aiuti umanitari alla popolazione yemenita.

Invece di permettere agli organismi internazionali di organizzare un dialogo in un luogo neutrale, Abd Rabbo Mansour Hadi ha invitato al dialogo in Arabia Saudita. Ciò complica le cose e dimostra che l’Arabia non è alla ricerca di una soluzione politica alla crisi.

SIRIA

Quando  i gruppi armati hanno conquistato Idlib, abbiamo affrontato una campagna di false voci sulle pagine dei social network. La guerra psicologica è stata condotta per gioire di ogni exploit nemico per distruggere il morale della popolazione. Queste voci si basano su elementi confessionali.

Dopo la caduta di Jisr el-Choughour, hanno sostenuto che il governo siriano è finito,  che l’esercito è crollato, che gli alleati hanno abbandonato la Siria, che la situazione è molto complicata. Hanno detto che molti alawiti si dirigono verso il confine libanese e che gli Hezbollah metteno pressione sul governo libanese per consentire loro di entrare. Tutto questo è senza fondamento.

È una guerra psicologica che vuole fiaccare il morale del popolo siriano, al fine di raggiungere gli obiettivi che non sono stati raggiunti negli anni della guerra.

  1. Che nessuno presti attenzione a queste voci. I siriani devono rendersi conto che questa è una guerra psicologica, e non è nuova. Le circostanze in Siria quattro anni fa erano ancora più difficili e non sono girate queste voci.
  2. 2- Che cosa si dice circa la posizione iraniana non è vero. Alcuni giorni fa, Sayed Khamenei ha ribadito che il suo paese sta negoziando solo per il nucleare e non lascerà mai sola la Siria. Anche la Russia ha ribadito il suo sostegno al suo alleato. Cercate i fatti sul terreno per capire se il piano crolla. Come si può sostenere che il governo sta crollando, mentre nuovi successi sono raggiunti? In guerra, vincendo una battaglia non significa vincere la guerra. Ciò che accadde in Idlib è una vittoria di una battaglia non della guerra. Noi abbiamo vinto numerosi altri combattimenti. La situazione cambierà a Idlib inchallah con i continui combattimenti. Ma ciò che è incredibile, avviene in Libano, alcune partiti sono davvero ansiosi di festeggiare qualsiasi vittoria, e quando capiscono la situazione sul terreno, si rendono conto che non c’è nemmeno un grande risultato da celebrare.
  3. Caro popolo siriano, noi di Hezbollah, confermiamo che saremo sempre al tuo fianco, e saremo dove dobbiamo essere. Siamo andati in Siria sulla base di una valutazione chiara e logica, secondo cui i gruppi terroristici cercano di distruggere la Siria, il Libano e l’intera regione. Immaginate cosa avrebbero fatto se questi gruppi avessero trionfato in Siria.

 

LIBANO

Diverse questioni importanti da discutere: le minacce israeliane, la situazione interna, la paralisi degli organi costituzionali, la situazione della sicurezza nella periferia sud, gli omicidi di alcuni fratelli di Ain el-Helwe.

Oggi voglio parlare solo della situazione sul terreno Anti-Libano e vedere le altre domande per il prossimo discorso:

Per quanto riguarda Qalamoun: Quando dissi qualche tempo fa che la “neve che si scioglie”, ho detto che il Libano si trova ad affrontare una scadenza.

 

Contrariamente alle affermazioni dei media di opposizione, queste osservazioni sono state fatte prima degli ultimi sviluppi in Jisr el-Shughour, e quindi, non hanno nulla a che fare con gli eventi recenti.

 

Eravamo consapevoli delle intenzioni dei gruppi armati che stavano progettando di compiere attentati in Libano. Vedete dopo lo scioglimento della neve, questi gruppi hanno lanciato attacchi e uccidono persone in Libano, come è il caso in Aarsal.

Circa l’Anti-Libano, non stiamo parlando di una minaccia virtuale, ma un’offensiva efficace attraverso attacchi contro postazioni dell’esercito, l’occupazione di gran parte del Jurd, gli attacchi permanenti contro l’esercito contro i civili ad Aarsal, il protrarsi della prigionia dei soldati libanesi, il bombardamento della regione e le minacce di continuare tali attentati. Quindi, queste minacce sono effettive, reali.

INCAPACITÀ DELLO STATO LIBANESE

Lo stato non è in grado di affrontare questa minaccia. Non è in grado di liberare i soldati o proteggere le aree esposte ad attacchi terroristici. È chiaro che lo Stato non è in grado di proteggere la patria.

Di fronte a questo fallimento, noi ci assumeremo questa responsabilità. Non abbiamo fatto alcuna dichiarazione ufficiale sui piani di Hezbollah. Sì, ci sono i preparativi che il popolo osserva. Non abbiamo parlato della grandezza di questa battaglia, o quando avverrà e dei suoi obiettivi. Questa battaglia si svolgerà, e Hezbollah non vuole aggiungere dettagli.

Quando l’operazione inizia, tutti potranno comunicare i fatti sul terreno. Non è nel nostro interesse parlare dei dettagli della prossima battaglia.

Certamente stiamo assistendo all’intimidazione e alle critiche, come quella che la resistenza deve garantire l’unanimità delle forze politiche. Se aspettiamo l’unanimità, non ci sarà alcuna resistenza, né contro l’occupante sionista né contro gruppi terroristici.

Si tratta di un dovere religioso e patriottico che tutti devono prendere. Alcune forze politiche ci sostengono, che ringraziamo. Quanto a noi, ci sacrifichiamo per proteggere il nostro popolo.

A coloro che hanno finanziato i gruppi armati non hanno alcun valore, applicano una versione distorta dell’Islam, e sono una minaccia per tutti e una minaccia per l’Islam.

Nel frattempo, e fino a quando l’altra parte non si capirà il pericolo dei gruppi takfiristi, ci affidiamo a Dio ed è Lui che ci darà la vittoria in ogni grande battaglia che ha l’obiettivo di proteggere i luoghi santi e la patria. La vittoria è quindi una vittoria divina.

La pace di Dio sia con voi.

[Trad. dal francese per ALBAinformaizone di Francesco Guadagni]

 

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