La fonte della violenza in Argentina

Argentinadi Atilio Borón

11gen2018.- In tempi di crisi come quelli che vive l’Argentina, si definiscono le posizioni degli attori politici e dei loro rappresentanti intellettuali. Se in tempo di pace sociale, questi possono nascondere con l’aiuto dei media le contraddizioni sociali, ricorrendo alle argomentazioni contorte e alle categorie teoriche astruse del postmodernismo, quando l’ordine sociale comincia a scricchiolare, gli intellettuali del sistema gettano in mare ogni pretesa di imparzialità e obiettività e si schierano senza vergogna a difendere uno dei governi più conservatori e oligarchici che l’Argentina ha avuto in tutta la sua storia. Se si soleva fare riferimento all’esperienza del decennio infame o dei governi oligarchici a partire dal 1880, per illustrare quella che era una dittatura di classe, non tanto per la loro forma e il contenuto delle loro politiche – con il macrismo si produce una reincarnazione di quei modelli anteriori al processo di democratizzazione fondamentale che, nonostante le sue contraddizioni, ha portato alla nascita del peronismo in Argentina.

Quanto su detto è da riferirsi a un articolo pubblicato nei giorni passati da Luis A. Romero ne La Nación, in cui ci mette in guardia contro i pericoli che la recrudescenza della violenza rappresenta per la democrazia in Argentina (1). Il rigore che questo autore mostra nei suoi scritti accademici svanisce completamente in questo vero panegirico del macrismo. Come si può dire, ad esempio, che ‘in piazza, gruppi di manifestanti hanno aggredito le forze di sicurezza e hanno tentato di invadere i locali in cui i deputati avevano deliberato’?  Costui non aveva forse notato che pochi giorni prima, giovedì 14, una manifestazione del tutto pacifica era stata molestata e brutalmente aggredita dalla Gendarmeria,  la cui sproporzionata dimostrazione di forza aveva scatenato la reazione violenta di una minuscola frazione – infiltrata da parte di alcuni agenti provocatori, come è stato scoperto il giorno seguente- delle centinaia di migliaia di persone che erano venute per esprimere il loro rifiuto alla procedura profondamente anti-repubblicana utilizzata dal governo per ottenere ‘con prepotenza’ una legge fondamentale. Il manicheismo o la cecità di cui si vanta il nostro autore è inorridito dalla violenza quando un condannato del sistema getta un sasso, ma approva quando il governo militarizza completamente l’area del Congresso, reprime i manifestanti inermi e fa pressione su governatori, senatori e deputati per ottenere un voto favorevole al proprio progetto. Questa non è violenza (simbolica, politica, istituzionale), l’altra sì.

Nonostante Romero e gli intellettuali e pubblicisti amici della Casa Rosada non riescano a mandarlo giù, chi ha promosso questa sfortunata spirale di violenze è stato il governo di Mauricio Macri. A tutta vergogna del gruppo ufficialista, è stato lui a chiedere al Presidente della Camera dei Deputati di impedire la presenza di organizzazioni sociali di invalidi e ritirati e di ex combattenti della Malvinas nelle gallerie, affinché il popolo potesse essere testimone diretto del dibattito. Quando fu discussa la famosa Risoluzione 125, nel 2008, c’era il pubblico nelle gallerie ma, naturalmente, in quel momento, secondo gli Apostoli del Macrismo, l’Argentina viveva sotto l’influenza di una dittatura soffocante.

Ora che siamo presumibilmente in una democrazia, il pubblico non si è potuto presentare alla Camera, è rimasto fuori, e per giunta è stato picchiato e gasato. Ecco perché, in senso stretto, questo governo deve essere caratterizzato come una ‘democratura’, ​​un ibrido che contiene alcuni elementi di natura democratica (l’accesso alla Casa Rosada è stato effettuato attraverso il processo elettorale) ma con crescenti inclinazioni dei suoi principali rappresentanti ad adottare le metodologie autoritarie di controllo politico caratteristico delle dittature. Ad esempio, i progressi nel soffocare la stampa e, purtroppo, operazioni come quella che si è svolta la notte di lunedì 8 gennaio, quando una riedizione dei sinistri ‘grupos de tarea’ della dittatura ha preso d’assalto gli uffici degli avvocati che difendono i diritti umani, ha distrutto attrezzature e file, ha rubato computer portatili e documentazione, e ha lasciato un messaggio chiaro: chi si oppone ai disegni del governo dovrà essere disposto a subire questo tipo di rappresaglie e altre ancora più severe. Fin dai tempi della dittatura non c’era stato un evento di queste caratteristiche, frequenti in quel momento ma banditi dal 1983. Senza dubbio, siamo in presenza di un’oscura involuzione, che è stata accuratamente nascosta agli occhi del pubblico dai media egemonici (2).

Ecco perché la distinzione tra le molteplici forme di violenza è un requisito fondamentale per effettuare un’analisi seria della questione. Si dirà che questo è un riflesso anacronistico degli anni settanta, ma una tale insinuazione non farebbe che misurare la grandezza dell’ignoranza di chi pensa in quel modo. Nella tradizione socialista, comunista e anarchica sono oltre cento cinquanta anni che si opera questa distinzione tra la violenza di stato ‘legalizzata e istituzionalizzata’, che mette a tacere, sottomette, imprigiona o liquida i suoi nemici sempre ‘appellandosi alla legge’, e la violenza reattiva e difensiva del popolo, che a volte si ribella e non si rassegna a essere mandato al macello.

Dobbiamo anche ricordare che la violenza ‘legale’ dello stato è praticata quasi sempre con l’accompagnamento di forme paralegali di violenza privata, tollerata e in molti casi segretamente promossa e protetta dallo stato. Tale fu il caso in Argentina della Lega Patriottica, che portò avanti pogrom e massacri operai nei primi decenni del ventesimo secolo; o in Germania alla fine della Prima Guerra Mondiale l’attività dei Freikorps, che picchiavano gli attivisti socialisti e comunisti e poi hanno ucciso Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, con la complicità del governo socialdemocratico di Friedrich Ebert; e negli Stati Uniti, questa vibrante democrazia così ammirata dai portavoce del macrismo, fu il Ku Klux Klan (ora informalmente riabilitato da Donald Trump) responsabile di ‘mettere a posto’ i neri che combattevano contro l’eredità della schiavitù e di rimandare di cento anni la loro incorporazione nella vita politica del paese. Questa violenza ufficiale e para-ufficiale, abbiamo detto, non può e non deve essere equiparata alla risposta difensiva delle vittime, invariabilmente i poveri, gli sfruttati, i soggiogati.

Stando così le cose, come ignorare la responsabilità dell’inizio della violenza di un governo, che ha cercato nientemeno di nominare mediante un Decreto di Necessità e di Urgenza due membri della Corte Suprema. Non è forse violenza attentare contro lo stato di diritto come fa Casa Rosada, che tra l’altro ha partorito un deplorevole rovesciamento legale, che rende tutti gli abitanti di questo paese in ‘libertà condizionata’, per cui chiunque può essere mandato in prigione senza un processo preliminare e senza alcuna condanna? Nonostante la riprovazione universale di questa pratica aberrante e così poco ‘repubblicana’ e il reclamo presso la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, il governo nazionale non si arrende e continua con la sua politica. Ci sono i casi di Milagro Sala, due anni di carcere senza condanna, e molti dei detenuti di Ezeiza e Marcos Paz in una situazione simile. Un governo, inoltre, che per bocca del ministro della sicurezza ha dato alle forze di sicurezza interna una sorta di ‘licenza per uccidere’, come al famoso agente 007.

Il risultato: Santiago Maldonado, ucciso in seguito a un’operazione della gendarmeria e ancora oggi liquidato dal giudice come ‘sparizione forzata’; e il fucilamento alle spalle di Rafael Nahuel a Bariloche in una presunto combattimento contro la guerriglia mapuche. L’ex-Ministro della Corte Suprema della Nazione e giudice corrente della Corte Interamericana dei Diritti Umani, Eugenio Raúl Zaffaroni, ha elencato 32 violazioni dello stato di diritto in una lettera all’attuale Segretario per i Diritti Umani, l’Avvocato Claudio Avruj, ancora in attesa di risposta. Queste trasgressioni sono la fonte da cui scaturisce la violenza. Tuttavia, nessuna di loro è stata presa in considerazione da Romero nel suo articolo. Il fervore ideologico ufficialista ha assoggettato il rigore dello storico (3).

Allarmato dalla grande mobilitazione popolare contro una legge profondamente impopolare (circa il 75 per cento in tutti i sondaggi conosciuti si è pronunciato contro la riforma previdenziale) e dai cacerolazos pacifici e massicci che hanno avuto luogo per diverse serate in diversi quartieri della città Buenos Aires, olimpicamente ignorati nel suo articolo, Romero riesuma la vecchia diffidenza delle elite oligarchiche di fronte al protagonismo plebeo e ci ricorda che la Costituzione Nazionale ‘ha stabilito che tassativamente il popolo non delibera né governa se non attraverso i suoi rappresentanti.’

In effetti, il disastroso (anti-democratico) articolo 22 della Costituzione  Nazionale dice, testualmente, che ‘il popolo non delibera se non attraverso i propri rappresentanti e le autorità stabilite dalla presente Costituzione. Qualsiasi forza armata o riunione di persone che rivendichi i diritti del popolo e faccia petizioni per conto di quest’ultimo, commette un crimine di sedizione‘. Cioè, vietato deliberare, lasciamo che la classe dominante e i suoi rappresentanti politici e ideologici se ne facciano carico; ed è anche proibito presentare una petizione alle autorità, perché tale audacia costituisce reato di sedizione.

In altre parole, la parte dogmatica della Costituzione, redatta nel 1853 e lasciata fuori del processo di riforma del 1994, condanna il popolo a diventare una variante speciale dei meteci dell’Antica Grecia, cioè a essere degli stranieri privi dei diritti di cittadinanza. Nell’Argentina di oggi anche i cittadini sono meteci, perché i diritti elementari di incontro, delibera e petizione alle autorità sono loro proibiti e considerati atti di natura sediziosa. Ma ci sono le classi sociali e c’è governo e governo. Nel recente passato, la ferocia repressiva esercitata a metà dicembre è stata assente.

In primo luogo, la protesta sociale non è stata criminalizzata in quegli anni, anche perché coloro che si riunivano e combattevano per ottenere una legislazione favorevole ai loro interessi erano ‘gente per bene’: gli imprenditori della soia e i loro improbabili alleati di una sinistra smarrita, che ha cercato di dare un certo tono plebeo alle loro richieste oligarchiche, bloccando per quattro mesi le strade e minacciando di non liquidare il prodotto delle esportazioni se la Risoluzione 125 fosse stata approvata; o le grandi marce convocate dall’Ingegnere John C. Blumberg, per chiedere una riforma del Codice Penale, che istituisse la mano dura ‘per impedire il ripetersi di crimini come quello perpetrato contro suo figlio Alex’.

In nessuno di questi due casi paradigmatici, chi oggi si strappa i capelli per l’insolenza di dipendenti, lavoratori e pensionati nel pretendere di bloccare una legislazione reazionaria ha pronunciato una parola di condanna di fronte a quelle manifestazioni e alle corrispondenti richieste, che apertamente andavano contro i suddetti precetti costituzionali. Ma erano ‘persone per bene’ e il Kirchnerismo non ha criminalizzato la protesta sociale. Oggi quelli che scendono in piazza sono persone comuni, lavoratori e il governo criminalizza le proteste sociali. È un peccato che la riforma della Costituzione nel 1994 non abbia abolito quest’articolo che contraddice la lettera e lo spirito della democrazia: il governo del popolo, dal popolo e per il popolo, secondo la nota formula di Abraham Lincoln, finora insospettato di simpatie kirchneriste o di sinistra.

È che, ‘fedele agli ideali del liberalismo e della tradizione repubblicana americana’, la destra volgare ha sempre concepito il popolo come una minacciosa ‘grande bestia’ che deve essere tenuta a bada, senza pietà o rimorso. Quest’immagine riappare periodicamente nella destra argentina, dal disprezzo per il nero e il gaucho in diversi momenti del diciannovesimo secolo. ‘Non cercare di economizzare il sangue dei gauchos’ consiglia Domingo F. Sarmiento a Bartolomé Mitre, fondatore del quotidiano La Nación. Disprezzo e odio che avrebbe portato poi, agli inizi del XX secolo, al conglomerato ‘criollo migratorio’, che José Luis Romero ha esaminato nei suoi studi sulla storia dell’Argentina. Anche la caratterizzazione infame del peronismo come un’’alluvione zoologica’, fatta dal deputato radicale Ernesto Sammartino, sfocia nell’edulcorata formulazione di Romero figlio, quando osserva che la folla che pretende di sostituire i propri rappresentanti si ‘esprime con violenza’ o che nelle giornate oggetto della sua analisi ‘il popolo parla attraverso un piccolo gruppo di violenti, organizzati per provocare le forze di sicurezza.’ In altre parole, il popolo non delibera né dialoga, ma vocifera, si esprime con grida e appelli alla violenza, verbale o fisica (4).

Le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente non contano per lo storico, sono invisibili; né quelli che si sono espressi nei cacerolazos notturni, durante vari giorni mentre si discuteva la nuova legge. L’associazione del popolo o del popolare con la violenza si esprime anche nell’improvvido intervento giornalistico di Romero, quando dice che ‘nel peronismo non c’è molta teoria, ma un patrimonio di esperienza pratica, coltivata da guardie del corpo, teppisti e simili’. Accecato dagli eventi, il ​​rigoroso storico ha bruciato la sua intera biblioteca e ha partorito quella frase auto-squalificantesi, rivelando una profonda incomprensione della storia argentina. E come bonus track, ci offre un breve paragrafo sulla RAM, invenzione dei servizi e della stampa canaglia per stigmatizzare i mapuche e giustificare la militarizzazione della politica e la brutalità con cui le popolazioni indigene vengono trattate dal governo. Totalmente ridicolo appare tutto questo cartone animato sulla RAM, l’Ancestrale Resistenza Mapuche, un gruppo presentato come terrorista e versione locale dello jihadismo islamico, in mezzo alla quale organizzazione di guerriglia, in un gesto quasi suicida, il presidente Macri è andato a fare le vacanze.  È come se Donald Trump fosse andato in vacanza a Al Raqa, la ‘capitale del califfato’. Per favore, un minimo di serietà!

Romero non sembra neanche aver considerato positivamente uno dei principali insegnamenti di Niccolò Machiavelli nei Discorsi, quando ha detto che:  ‘… coloro che condannano i tumulti tra nobili e plebe, attaccano quella che è stata la principale causa della libertà di Roma, e si fissano più sul frastuono e le grida che sono nati da quei tumulti che sugli effetti positivi che hanno prodotto. In ogni Repubblica ci sono due spiriti contrapposti, quello dei grandi e quello del popolo, e tutte le leggi che si fanno in favore della libertà nascono dalla loro disunione’. (5)

Ovviamente, il repubblicanesimo dei macristi non ha nulla a che fare con la tradizione repubblicana di Machiavelli, ma è legato alla codifica profondamente anti-democratica del repubblicanesimo architettata dai Padri Fondatori degli Stati Uniti, come è stato osservato da molti analisti americani, tra i quali Noam Chomsky, la cui tesi abbiamo esaminato nella nota a pie’ della pagina precedente.

Il riferimento alla screditata ‘democrazia rappresentativa’ occupa un posto centrale nell’argomentazione di Romero e, in generale, di tutti gli intellettuali affiliati, in un modo o nell’altro, al macrismo. Vale la pena chiedere: rappresentanti di cosa, o di chi? Ci sono pochi scienziati politici che oggi osano difendere il carattere rappresentativo delle democrazie capitaliste. Per cominciare, la composizione di classe dei rappresentanti ha poco o nulla a che fare con quella dei loro supposti rappresentati. Prendiamo il caso degli Stati Uniti, l’autoproclamata ‘democrazia esemplare’ del pianeta. Lì, non meno del 50% dei senatori e dei rappresentanti (268 su un totale di 535 in entrambe le camere) possiede una fortuna di un milione di dollari o più. Rappresentante? Sì, dell’1,5% della popolazione statunitense, che possiede anche un milione di dollari, ma non del resto. In Argentina ci sono circa 30% di poveri e il 12% della popolazione vive in baraccopoli. (6)

Ma ‘tra i 257 deputati non c’è nemmeno un povero, né uno che viene dalle baraccopoli o dall’economia popolare’. Un semplice confronto tra le retribuzioni dei deputati che hanno votato questa legge e quello che ci guadagnano le vittime di questo provvedimento legislativo serve a illustrare l’aspetto immorale e scandaloso di questa legislazione. Chi ha percepito nel 2017 un salario di 137.610 pesos mensili di stipendio (più 20.000 spese di rappresentanza) non hanno scrupolo di prendersela con i beni di pensionati che per lo più guadagnano un importo minimo di 7.246 pesos, che con la nuova legge avrebbero un incremento di 413, raggiungendo un reddito mensile di 7.659 pesos, un ventesimo di quello che intasca un ‘rappresentante del popolo‘ e meno della metà del consumo del paniere di base dei pensionati, stimato in 17.500 pesos, secondo le dichiarazioni di Eugenio Semino, difensore civico della terza età. (7)

In un paese dove, da tempo immemorabile, i ricchi sfuggono o evitano di pagare le tasse; in cui le grandi fortune e le grandi compagnie trovano mille modi per imbrogliare il fisco, per esportare capitali e trovare rifugio nei paradisi fiscali; in cui il governo sopprimeva le ritenzioni nell’agricoltura, riduceva quella delle esportazioni di soia ed eliminava quelle del settore minerario e del petrolio; potendo estrarre le risorse necessarie per ridurre il deficit fiscale tra i più ricchi, quelli che concentrano ricchezza, i ‘rappresentanti del popolo’ si sono rivoltati contro i settori più deboli e indifesi e hanno  scaricato su di loro tutto il peso della manovra fiscale. Difficile trovare una maggiore immoralità nella storia contemporanea dell’Argentina.

Se per composizione sociale dei parlamentari, così diversa da quella dei loro presunti rappresentati, l’idea di ‘rappresentanza’ è smentita dai fatti, le politiche concrete che ha sostenuto il Congresso nemmeno consentono di farsi troppe illusioni circa la sua vocazione a rappresentare gli interessi del demos. La legislazione approvata in questi due anni a partire da progetti presentati dalla Casa Rosada ha avuto una tendenza permanente: redistribuire in senso regressivo ricavi e proventi, favorendo i settori privilegiati e tagliando a quelli della stragrande maggioranza della popolazione. È grazie a considerazioni simili che negli Stati Uniti ci sono sempre più persone che parlano dell’involuzione politica da una democrazia a una plutocrazia. E in Argentina, un paese di estremi, questo degrado è ancora più marcato. Se mancava qualcosa per dimostrarlo, ecco la designazione, fatta dalla rivista  Forbes di Marcos Peña, capo dello staff di governo, come ‘amministratore delegato dell’anno’.

L’unico dettaglio dissonante è che l’Argentina non è una compagnia ma una nazione. Ma il fatto che una rivista come Forbes gli attribuisca quella dubbia ‘distinzione’ comunica chiaramente alla comunità economica internazionale e ai gruppi dominanti in Argentina che questo è un mercato e non una nazione, e che i suoi leader politici sono solo amministratori delegati e niente di più. Ecco perché la difesa di Romero della ‘democrazia rappresentativa’ è il canto del cigno di una forma socio-politica che molto tempo fa è passata a una miglior vita. Se qualcosa ha fatto il macrismo è di rendere trasparente con una chiarezza ineguagliabile la natura di classe del suo progetto di rifondazione regressiva del capitalismo. Una sorta di ‘menemismo rinnovato’, ma in condizioni più difficili, sia per il contesto internazionale, caratterizzato dall’innegabile declino dell’egemonia americana e dalle turbolenze che questo provoca, oltre che dalla pronta reazione popolare contro la manovra finanziaria, i rialzi dei prezzi e l’impennata  inflazionaria, che divorano il potere d’acquisto di gran parte della popolazione. La reazione di lotta ci ha messo quasi sette anni ad acquistare un carattere di massa sotto l’amministrazione di Menem: il picchettaggio di Cutral Có e di Plaza Huincul sono del 1996 e del 1997, e sebbene ci siano state alcune proteste da parte dei sindacati colpiti da privatizzazione e deregolamentazione, queste furono deboli, isolate e mancarono di risonanza nazionale. (8)

Ora, però, i tempi si sono ridotti in modo significativo in questo terzo tentativo di rifondazione neo-liberista del capitalismo argentino, dopo la dittatura (Martinez de Hoz) e il menemismo (Alsogaray e Cavallo), e in meno di un anno, già si è scatenata una mobilitazione popolare che ha raggiunto un picco impressionante nei giorni del 14 e 18 dicembre 2017. La stampa egemonica e gli scribi del macrismo hanno cercato di nascondere questi due grandi fatti di massa, trasformandoli in una notizia di cronaca poliziesca. La cosa importante, l’unica cosa di cui parla la stampa canaglia e i portavoce ufficiali e non ufficiali del governo è la colluttazione tra un piccolo settore di manifestanti (infiltrato da agenti provocatori, come già detto), mentre tace sulle due grandi manifestazioni popolari e dei cacerolazos notturni.

Un paio di considerazioni finali: uno, come è possibile ignorare un dato così evidente, cioè che un numero significativo di membri del gabinetto presidenziale di Mauricio Macri provengono dal settore finanziario o dalle più grandi compagnie transnazionali? (9)

Non si può sfuggire allo sguardo storico che questa frazione della classe capitalista ha esercitato un’influenza nefasta nel nostro paese, specialmente dagli anni della dittatura civico-militare del 1976 in poi. E che se queste persone oggi governano l’Argentina lo fanno, fedeli alla propria storia e consapevoli dei loro interessi, a favore dei ricchi e a scapito di tutto il resto, la popolazione ‘superflua’ nel migliore dei casi o la massa di indesiderabili, per i quali la migliore politica è quella che applica il macrismo: una ‘pulizia sociale’ disumana, equivalente alla sordida ‘pulizia etnica’, che ha avuto luogo nei Balcani negli anni Novanta.

Nell’Argentina di Macri, indigenti, giovani senza educazione né lavoro, poveri di varie generazioni e generazioni anziane, sono sempre più sottoposti a una variante di ciò che il noto avvocato Eugenio R. Zaffaroni ha definito ‘genocidio da stillicidio’. A suo tempo, Martínez de Hoz disse che questo paese aveva più di dieci milioni di abitanti di troppo. Aggiornata, la cifra sarebbe doppia oggi. Questo non dice niente a Romero? Può ignorare che chi ha organizzato le grandi manifestazioni represse e disperse dalle ‘forze dell’ordine’ (di che ordine si parla?) è stato guidato in piazza dalla convinzione che il governo prevede il suo lento sterminio, silenzioso ma implacabile?

In quale altro modo possiamo chiamare una politica che riduce progressivamente i benefici pensionistici, mentre rimuove dal PAMI gran parte dei farmaci gratuiti che erano stati precedentemente concessi ai pensionati e agli invalidi? Con meno soldi per il cibo e le spese essenziali e meno soldi per comprare medicine, invalidi e pensionati sono condannati a morte. E per di più, si prevede di aumentare l’età minima per poter accedere ai benefici della pensione.

Seconda e ultima considerazione: tenendo conto delle ragioni sopra esposte, dov’è l’origine della violenza, chi è colui che la esercita in una varietà di modi? Chi applica politiche favorevoli a un vero ‘olocausto sociale’ di enormi proporzioni o quello che rifiuta di morire e affronta le forze di sicurezza con pietre e bastoni? Romero è un esponente fedele del clima di gran parte della galassia culturale del macrismo: gli intellettuali  affiliati al progetto e il vasto esercito di pubblicisti e media che bombardano inesorabilmente la società con la loro ‘disinformazione pianificata’.  Entrambi coltivano con insolita malizia e perversità le arti della ‘post-verità’ e della ‘plus-menzogna’.

Per questo la battaglia culturale, una delle cui componenti è la lotta per la democratizzazione dell’informazione e dei media, è cruciale per il futuro delle democrazie. In Argentina, la sfida violenta alla democrazia nasce dalle viscere del governo e potrà essere neutralizzata se questo abbandona le politiche che conducono a un ‘olocausto sociale’ a favore dei ricchi e privilegiati e, al posto di questo, si preoccuperà, come dice il Preambolo della Costituzione Nazionale, di ‘promuovere il benessere generale e assicurare i benefici della libertà per noi, per i nostri posteri e per tutti gli uomini del mondo che vogliono abitare il suolo argentino’.

Nulla di ciò sta facendo il governo e questa, non altra, è la sorgente da cui sgorga la violenza. Nelle sue mani sta il voltare pagina e sarà sua responsabilità di fronte alla storia averla promossa e incentivata con le sue politiche e il suo stile dispotico e prepotente di gestione di governo.

 (1) “La democracia enfrenta un nuevo desafío de la violencia política”, disponibile in  http://www.lanacion.com.ar/2097259-la-democracia-enfrenta-un-nuevo-desafio-de-la-violencia-politica

(2) Vedere https://www.pagina12.com.ar/88153-un-robo-con-el-tufillo-de-los-servicios-ClarínLa Nación hanno informato i propri lettori su di un fatto tanto grave come questo.

(3) La lettera citata si trova disponibile in: https://www.pagina12.com.ar/sites/pagina12/files/inlinefiles/cartazaffaroniavruj.pdf

(4) Su questo tema della ‘gran bestia’ vedere l’intervista che l’autore di questo scritto aveva fatto a Noam Chomsky nel Tras el Búho de Minerva. Mercados contra Democracia en el Capitalismo de Fin de Siglo (Buenos Aires: Fondo de Cultura Económica, 2000). In questa intervista, Chomsky sottolinea l’impronta profondamente anti-democratica della tradizione republicana statunitense. Parlando di uno dei padri fondatori, Alexander Hamilton, il linguista nordamericano afferma che è stato lui ‘che ha impostato il tema in tutta la su crudezza: il popolo è ‘la gran bestia’, che deve essere domata. Per questo consigliava di insegnare ai coloni independenti e refrattari  delle colonie americane ribelli –anche ricorrendo alla forza in caso di necessità– che gli ideali contenuti nei panflets rivoluzionari non dovevano essere presi alla lettera. Insomma: la gente comune non doveva essere rappresentata da altri della propria classe ma dall’aristocrazia, dai commercianti, dagli avvocati e da altri di comprovata responsabilità e patriottismo nella gestione degli affari dello stato’.

(5) Cf. Discorsi sulla Prima Decade di Tito Livio, Libro I, capitolo IV

(6) Cf. Martín Granovsky, intervista a Juan Grabois: “El vicio de Macri es la violencia”, en Página/12, 2 Enero 2018. Disponibile in:
https://www.pagina12.com.ar/86373-el-vicio-de-macri-es-la violencia.  Naturalmente, non tutti i deputati e senatori provengono dalle classi privilegiati di questo paese. Rimane, tuttavia, un buon gruppo che proviene dagli strati e alcuni dall’universo popolare. Eppure, quelli che prevalgono sono gli altri.

(7)  Intervista di Luis Novaresio a Eugenio Semino en Radio La Red: https://www.lared.am/novaresio-910/eugenio-semino-la-canasta-basica-jubilados-esta-encima-los-17-mil-pesos-es-inexplicable-querer-decir-que-se-puede-vivir-7-mil-20171213-n1523181.html

(8) C’è stato un antecedente a Cutral Có e Plaza Huincul: la rivolta popolare conosciuta come il ‘Santiagazo’ nel dicembre 1993, che ha di fatto divorato col fuoco la sede dei tre rami del governo provinciale e le case dei leader politici di Santiago del Estero. Nonostante la natura radicale della protesta, questa non è riuscita a diventare un evento politico nazionale e a scatenare reazioni simili nel resto del paese, come hanno fatto le azioni che si sono svolte a Cutral Có e Plaza Huincul.

(9) Cf. Paula Canello y Ana Castellani, “Todo el poder para los CEOs”, en http://www.nuestrasvoces.com.ar/entendiendo-las-noticias/poder-los-ceos/

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

De Maduro y Pérez

por Néstor Francia 

Análisis de Entorno Situacional Político
Martes 16 de enero de 2018

De Maduro y Pérez

Dos noticias compitieron ayer entrada la noche: el discurso del presidente Maduro ante la ANC, en ocasión de la presentación de la Memoria y Cuenta del año 2017, y el desmantelamiento de la banda terrorista de Oscar Pérez. Vamos a darle la vuelta a ambas en este Análisis de hoy.

El discurso del Presidente se caracterizó por pocas sorpresas y buenas noticias. Hizo un análisis bastante preciso de lo que ocurrió el año pasado en el terreno político y económico, en términos previsibles y correctos, y pronosticó avances y victorias en 2018. Acaso lo más importante de la intervención presidencial fueron los anuncios de nuevos beneficios sociales para el pueblo y las ideas referidas al preocupante problema del alza desproporcionada de los precios, aunque no fueron los únicos temas que abordó.

En cuanto a los beneficios, tienen el valor de que reafirman la vocación social del gobierno chavista y la impronta de Maduro como un líder que se preocupa por la protección del pueblo. En lo relativo a la inflación inducida, anunció que hoy habrá una reunión en Miraflores con factores de la agroindustria nacional para “leerles la cartilla” sobre el tema de las alzas de precios. Bien, ayer era el día del maestro, así que esperamos que el Presidentes se lleve a esa reunión, además de la cartilla, la palmeta. El pueblo está esperando medidas fuertes, justicieras, ante la brutal agresión de capitalistas y mercachifles contra el presupuesto familiar. Ya veremos.

El otro filón noticioso fue el asunto del enfrentamiento armado en el que Oscar Pérez habría sido “dado de baja”, según parecen confirmar distintas fuentes que pusieron a rodar esa matriz, de manera extraoficial, al filo de la medianoche. Es interesante, porque todo el tratamiento político y mediático de la noticia no hace sino reafirmar que estamos en una situación de “guerra fría” (que eventualmente se pone caliente) en la que los distintos actores suelen quitarse la careta sin aguantar “dos pedidas”, como se dice vulgarmente.

Distintos factores de la derecha se están comportando como viudos del terrorista y atacan al Gobierno, desde diversas perspectivas. Unos arguyen que la operación fue irregular y no se respetaron los derechos humanos del terrorista y su banda armada.

Otros le dan a Pérez tratamiento de héroe y hasta apareció el fantasma del “profeta” Dos Santos echando al pajón a Julio Borges, y acusándolo de traidor y de sapo. En cuanto a los medios de la derecha, andan en su onda de manipulación para presentar a Pérez como una víctima de la “dictadura”. Veamos algunos botones de muestra.

Las ONG opositoras Provea y Observatorio Venezolano de Conflictividad Social (OVCS) afirmaron que el operativo violó los derechos humanos de los terroristas.

Según Provea, que se pronunció vía Twitter, “Estado no agotó la vía de la resolución pacífica y propició desenlace con muertes y heridos en operativo de captura de Oscar Pérez”, y también: “Presencia de Ministerio Público y Defensoría del Pueblo hubiera generado garantías para la solución pacífica y el respeto a la vida de todos”. Por supuesto, Provea no estuvo en el lugar de los hechos, pero los juzga inmediatamente sin esperar más información por parte de las autoridades. Es una actitud que podría tildarse de irresponsable, aunque más bien se trata de una reacción interesada de una organización que lamentablemente ha devenido en instrumento del imperialismo y la derecha venezolana.

Por su parte, el OVCS, una organización a la que se le atribuyen vínculos con la CIA, señala, en su cuenta de Twitter: “Posible ejecución extrajudicial durante detención del piloto Óscar Pérez” ¡Caramba, rara “ejecución” que incluye la muerte y heridas de varios funcionarios del Estado! Por supuesto, en su apoyo al terrorismo, esta ONG (no gubernamental se refiere aquí al Gobierno venezolano, no al de Estados Unidos) desestima de una vez la versión oficial dada por nuestro gobierno, que hace referencia a “Los integrantes de esta célula terrorista que hicieron resistencia armada fueron abatidos y cinco criminales fueron capturados y detenidos”.

Desde su exilio dorado, Antonio Ledezma fue completamente franco y tuiteó: “Honor y Gloria para unos valientes ciudadanos que dieron su vida por un ideal. Pido al pueblo que en homenaje a estos mártires no decline en su lucha y, por último, pena ajena por los que ante semejante crimen se han hecho ‘los pendejos’”. Y también: “Que lo vea y entienda el mundo entero: Así ejecutan en vivo y en directo al Comisario del CICPI Oscar Pérez y a grupo de venezolanos”.

También se pronunció, igualmente por Twitter, el ex presidente neoliberal colombiano y enemigo jurado de la Revolución Bolivariana, Andrés Pastrana: “La muerte de Óscar Pérez sería la clara demostración de que la narcodictadura de Nicolás Maduro ejecuta a sus opositores”.

Por su parte, Reinaldo Dos Santos, el “profeta” del imperialismo, propuso un homenaje para Oscar Pérez y promocionó la etiqueta #OscarPerezHeroeDelPueblo. Pero no solo eso, además acusó al opositor Julio Borges de haber delatado el paradero de Pérez y lo tildó de traidor y “sapo” (delator). También posteó, junto a una foto de Pérez, que “Defendió a Venezuela, combatió a militares apátridas. ¡Está muerto! Lo masacraron sin que la MUD lo defendiera, y aun hay quien lo ataca”.

En el ámbito mediático, El Nacional de hoy presenta la noticia como principal en su primera plana, destacando las matrices que la derecha siembra sobre el hecho. Y el diario de 2001 la reseña igualmente como principal de primera, sin mencionar por ningún lado las bajas que sufrieron las fuerzas del Estado.

En cuanto a CNN, posiciona la información de una supuesta manifestación contra el hambre en El Junquito, localidad donde fueron enfrentados Pérez y sus secuaces. Lo que llama la atención es que, según CNN, los supuestos manifestantes asumieron la defensa del terrorista. Uno de esas personas habría declarado a este medio pro imperialista que “Estamos protestando porque estamos a favor él, no está contra el pueblo sino contra el gobierno, de las necesidades que tenemos, estamos pasando hambre, no hay alimentos, no ha medicinas, no hay nada en este país, aumentan el sueldos pero ¿cuánto cuesta un kilo de carne?”. Es muy significativo que este medio canallesco vincule la guerra económica con un terrorista confeso.

En fin, una vez más el dirigente socialista Diosdado Cabello puso las cosas en su lugar, al tuitear que “Los viudos y viudas de la violencia lloran y quedan al descubierto cuando caen sus peones, con justicia seguiremos trabajando por la Paz!!”. Y también: “El terrorista Óscar Pérez, atacó a quienes lo rodean, hiriendo a dos funcionarios del FAES, los cuerpos de seguridad respondieron al fuego”.

En el primer comunicado oficial del Gobierno venezolano, se deja en claro que “Es nuestro deber recalcar que el Gobierno Bolivariano de Venezuela perseguirá sin descanso, y castigará, a todo aquel que a través de actos criminales, violatorios de la Constitución y las leyes, intente vulnerar la sagrada paz y la tranquilidad de nuestra Patria” ¡Guerra es guerra, que lo vayan sabiendo los enemigos de la paz!

Diálogo y eufemismos

por Néstor Francia 

Análisis de Entorno Situacional Político
Lunes 15 de enero de 2018

Diálogo y eufemismos

No es bueno generar falsas expectativas, porque entonces la gente tiende a descreer de los líderes políticos. Es claro que el diálogo entre Gobierno y oposición que se desarrolla en República Dominicana vive grandes dificultades, a qué negarlo. No es cosa que nos alegre, somos afectos a aquella hermosa frase que estampó el presidente Maduro: “Nuestra victoria es y será siempre la paz”. En una guerra alguien vence, nadie gana. Bao Nihn, un antiguo combatiente del Viet Minh en Vietnam, afirmó: “En una guerra nadie gana ni pierde, solo hay destrucción. Solo los que nunca han luchado en una guerra hablan de ganar y perder”.

Uno entiende que el eufemismo es una herramienta útil al lenguaje de los políticos. No otra cosa es la frase acuñada por quienes participan en el diálogo Gobierno-oposición: “Nada está resuelto hasta que todo esté resuelto”. Léase: “En los temas fundamentales, no hay acuerdo”. Esos temas es lo que la oposición llama “nudos”. Pues son unos nudos bien entrabados que difícilmente se podrán desanudar, aquellos que tienen que ver directamente con el tema del poder político.

Es verdad que las declaraciones de Jorge Rodríguez y Julio Borges después del encuentro del pasado sábado traslucen cierto optimismo, mucho más acentuado en el representante del Gobierno que en el de la oposición. Es lo que se entiende que corresponde a quienes persisten en el esfuerzo del diálogo, en lo cual hay que insistir, por supuesto, pues la esperanza es lo último que se pierde. Pero hay declaraciones que no ayudan, como la de Luis Florido, delegado opositor al diálogo y vocero del partido fascista Voluntad Popular, emitida poco antes de iniciarse las conversaciones el jueves pasado: “Entre el primer encuentro y este tercero, el Gobierno de Maduro muestra una mala fe que es insensible a la crisis. No les importan los venezolanos ni solucionar la crisis, solo mantenerse en el poder”. Bien, es claro que a los opositores solo les interesa acceder al poder, “no les importan los venezolanos”. He ahí la cuestión: gobernar o no gobernar.

Por supuesto, nosotros no criticamos el excesivo optimismo de los delegados del Gobierno, es lo que se hace: insistir, augurar lo mejor. Al fin y al cabo este diálogo ha sido promovido sobre todo por el Gobierno Bolivariano. Delcy Rodríguez ha dicho que “Venezuela saldrá triunfadora en el diálogo por la paz y la soberanía de nuestra Patria”. Dios la oiga, aunque a veces este célebre Señor parece sordo.

Claro, al mismo tiempo la presidenta de la ANC no se llama a engaño y luce consciente de los grandes enemigos del diálogo, algunos de los cuales se cuentan entre los invitados a la fiesta. Vía Twitter expresó que “Canciller @HeraldoMunoz vive en la falsa ilusión compartida con personeros opositores de que el diálogo es intervención de Venezuela”, agregando que “en las postrimerías de su cargo como canciller opta por la triste puerta trasera y sirve a bajos intereses estadounidenses”. No hay duda de que los supuestos facilitadores de países con gobiernos neoliberales presionan para que los acuerdos tiendan la alfombra por donde saldría Maduro de la Presidencia y se despidiera
de Miraflores el Gobierno Bolivariano. Entonces sí podrían decir que “todo está resuelto”.

También Jorge Rodríguez lanza buenos augurios: “Estamos muy cerca de un acuerdo definitivo de convivencia y paz entre los sectores políticos de Venezuela… podemos decir que, a esta hora, la gran mayoría de los puntos que nos dimos en agenda entre la oposición y el Gobierno nacional están ya acordados”. Por su parte, Jorge Borges se presenta más cauto (y en nuestra opinión más realista, ojalá nos equivoquemos): “No podemos dar la noticia que se haya concertado la posibilidad de
un acuerdo para poder presentar soluciones concretas. Mucha gente dirá que se siente de alguna manera desesperanzada por tener otra reunión por delante, pero quiero que entiendan que lo no que podemos hacer nosotros en nombre del pueblo venezolano es improvisar, más vale mantenernos con nuestras posiciones firmes y construir decisiones y soluciones en aquellos aspectos donde no hay acuerdos, donde hay nudos en este momento, que simplemente buscar soluciones fáciles”. Se refiere a la nueva convocatoria para el 18 de enero y ya sabemos de qué “nudos habla”: “Una de nuestras aspiraciones más grandes, un sistema electoral y unas elecciones que hagan que los venezolanos se expresen con total libertad, confianza y energía para esta ruta hacia el futuro de Venezuela”.

Por cierto que tres “asesores” de la MUD, presentes en República Dominicana, tuitearon la noche del pasado viernes sobre los “nudos” en la conversación, los más complicados de los cuales son aquellos que giran en torno a las elecciones presidenciales y al reconocimiento de la Asamblea Nacional Constituyente. El economista Asdrúbal Oliveros afirmó que “Gobierno no cumple con el tema de las garantías para las elecciones”. Y el ex presidente de Fedecamaras Jorge Roig: “No
hubo acuerdo, como era de esperarse. La perversa combinación del Gobierno y Zapatero decidieron que no hubiera elecciones libres. Los catastrofistas que esperaban que se reconociera la ANC, se quedaron con los crespos hechos”. Mientras que otro “asesor”, Juan Raffalli, publicó: “Lamentable actitud del Gobierno. No reconoce catástrofe nacional y no garantiza elecciones libres ni limpias. Hicimos todo lo que pudimos”. Estos mensajes fueron borrados cuando se informó que hubo una
contrapropuesta del Gobierno y que el sábado la conversación continuaría, pero siguen en la memoria para el análisis.

Entretanto, siguen resonando las voces que, en medio de la cada vez más notoria división opositora, se oponen abiertamente al diálogo, como Antonio Ledezma y María Corina Machado, con algunas muletas externas, como el senador gringo Marco Rubio.

No quisiéramos decir al final, si el diálogo político fracasa, “te lo dije”, pero ya en 2016 lo afirmábamos, que en Venezuela no habría diálogo y si lo había, no iba a ser eficaz. Ojalá que no, pero pareciera que va a ocurrir lo que vaticinara Diosdado Cabello a mediados del mes de diciembre pasado: “¿Ustedes creen que ellos están en República Dominicana negociando qué? ¿Nuevas condiciones para las elecciones presidenciales?

Aquí va a ver elecciones presidenciales con el mismo CNE, aquí no vamos a cambiar, aquí no se va a cambiar nada”. Sin vaselina y sin eufemismos.

2018: el año que viviremos en peligro (y V)

por Néstor Francia 

Análisis de Entorno  Situacional Político
Viernes 12 de enero de 2018

2018: el año que viviremos en peligro (y V)

Hoy vamos a abordar el relevante tema de las probables elecciones presidenciales previstas para este año que apenas inicia. Lo de “probables” quiere significar que debería haberlas, pero que no puede darse esto como hecho seguro. Ayer el presidente Maduro, y también el ministro Jorge Rodríguez, hicieron referencia a planes de violencia que involucrarían a los partidos derechistas Primero Justicia y Voluntad Popular. Estos planes pueden estar relacionados con una intención de impedir que haya elecciones en lo inmediato, ante todas las ventajas que tiene el chavismo y a las cuales hicimos referencia en el Análisis de ayer, en el cual también asentamos, de todas formas, que “vamos a quedarnos en que este año es electoral presidencial, dentro de los parámetros normales, en fecha aún por determinarse”. Así que el siguiente análisis se concentra en esta hipótesis, siempre bajo la premisa de que nada está escrito, y las denuncias hechas ayer por estos dos muy altos funcionarios dan razón a ciertas aprensiones nuestras.

También ayer dijimos, con referencia al chavismo, que “Si bien un análisis somero deja en evidencia sus grandes fortalezas, también hay notables debilidades que hacen que no podamos dar por seguras las victorias, las cuales habrá que trabajar con ahínco y precisión de cirujanos”. En realidad, hay sobre todo una gran debilidad que podría evitar que la Revolución Bolivariana se consolidara este año con una gran victoria electoral presidencial: la difícil situación económica del pueblo aun irresoluta, que genera un evidente y extendido descontento social.

Aunque la gran vanguardia social que es el chavismo convoca el apoyo decidido de aproximadamente el 30% de los venezolanos, en el otro 70% hay una gran vulnerabilidad. Esto no quiere decir que ese alto porcentaje esté apoyando a la MUD, ciertamente no lo está, pero sí podría mostrarse débil ante alguna opción manipuladora que se asomara al escenario con un discurso relativamente novedoso en medio de cierta aridez discursiva que se vive en el país. A la mayoría de los chavitas les parece excelente el discurso de la dirigencia política revolucionaria, pero esto podría formar parte del espíritu de secta que predomina, siendo posible que para la población mayoritaria dicho discurso aparezca como repetitivo y desgastado, como algunos hemos advertido.

Es bueno aclarar que, a pesar de los pesares, el chavismo sigue luciendo claro favorito para cualquier evento electoral venidero, pero también que nuestras vulnerabilidades hacen que no nos confiemos ciegamente en la inevitabilidad de una sorpresiva derrota. Sí, digámoslo mil veces: en política nada está escrito.

El presidente Maduro y el Gobierno Bolivariano están sin duda muy activos, haciendo un loable esfuerzo para mantener vivas las esperanzas del pueblo, tomando todos los días medidas que compensen los estragos que hacen la agresión económica y las debilidades estructurales de nuestra economía. Aumentos salariales, bonos especiales, distribución solidaria de alimentos y otros insumos, operativos de control o punitivos contra especuladores, acaparadores, contrabandistas y otras mafias que medran a costillas del pueblo. Pero estos actos paliativos no terminan de dar solución estable a la situación de deterioro de la economía familiar, que parece estar atrapada, hoy por hoy, en medio de la danza enloquecida de los aumentos groseros de los precios.

La brutal agresión económica del imperialismo y la burguesía, y el bloqueo-boicot financiero contra nuestra Patria es una punta de lanza de primera línea en el plan contrarrevolucionario de escala internacional que cada día se evidencia más y que no deja de desarrollarse a ritmo de vorágine.

En ese contexto, es imprescindible un replanteamiento del discurso oficial que combine diversos elementos: crudeza, en el sentido de que no hay soluciones milagrosas inmediatas y eso hay que dejarlo claro ante el pueblo. Controlar un tanto el tono festivo y asumir con más espíritu solidario el sufrimiento de ese pueblo, aceptándolo como una realidad que se prolongará aun por algún tiempo. Compromiso, con el llamado permanente a la paciencia popular y a la incorporación colectiva, nacional, a la solución de los problemas. Esperanza, a través de la presentación efectiva de un plan económico integral de aliento nacional, realista, creíble, con plazos, escalas, planteamientos claros
y coherentes.

En estos días se está dando el debate sobre el Plan de la Patria en su desarrollo hasta el año 2025. Eso está muy bien, pero no nos llamemos a engaño, ese es un debate que concierne solo al PSUV y su periferia, la mayoría del país no está participando. Eso no significa que sus resultados no vayan a ser positivos o esperanzadores. Pero no estaríamos haciendo nada nuevo si los mismos se quedan encerrados en las cuatro paredes del chavismo militante.

El movimiento revolucionario venezolano vive un interesante momento de resistencia y recuperación. Pero los peligros están allí, como lo sigues estando las agresiones crecientes de los enemigos históricos de la Patria. Utilicemos nuestras ventajas como punto de partida para blindarnos en la perspectiva del año y para asegurar las victorias.

Por supuesto, muchos elementos podrían ser incorporados a este análisis, como los que se desprenden de hechos como la recuperación paulatina de los precios del petróleo, las excelentes leyes que viene aprobando la Constituyente, novedades como la creación del Petro y otras. Pero quien mucho abarca poco aprieta. Seguiremos recorriendo este año peligroso, siguiéndole las huellas, tratando de escrutar el complejo momento político que vivimos.

La decisione del Presidente Trump su Gerusalemme: la fine dell’egemonia?

Trump-Nethanyaudi James Petras

Introduzione

Il regime di Trump ha dichiarato che il voto all’Assemblea Generale dell’ONU riguardo al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele è stata una decisione strategica degli Stati Uniti.

Sia il presidente Trump che la sua tronfia ambasciatrice alle Nazioni Unite Nikki Haley hanno minacciato che tutte le decisioni e gli accordi riguardanti alleanze, prestiti, aiuti e relazioni diplomatiche erano in gioco. Inoltre, il regime di Trump ha definito chiaramente lo stile e la sostanza dell’imperialismo USA: tutti i paesi membri delle Nazioni Unite (grandi e piccoli) devono strisciare nel modo più abbietto ai suoi ordini.

L’ambasciatore Haley ha chiesto che ogni nazione al mondo accetti la dichiarazione di Trump e del razzista-sionista Netanyahu che l’antica città di Gerusalemme è l’eterna, indivisa, etnicamente gestita capitale degli Ebrei. Il messaggio di Trump è stato forte e chiaro- lui era il grande “decisore” e i voti delle Nazioni Unite avrebbero identificato i veri amici e nemici dell’America. “Stiamo facendo una lista … e ci saranno conseguenze …” Chiaramente, lo sfoggio di Trump riguardo il potere degli Stati Uniti e le sue terrificanti minacce sottintendevano la sicurezza da parte della Hailey che Washington avrebbe avuto un voto di maggioranza nella “donazione” di Gerusalemme al Sio-fascismo.

Credevano che il dominio degli Stati Uniti e la loro egemonia globale fossero assoluti e inattaccabili. Il voto ha dimostrato qualcos’altro, stava accadendo qualcosa di molto imprevisto.

Gli Stati Uniti hanno subito una sconfitta travolgente e umiliante, che ha mantenuto le agili dita dell’ambasciatrice impegnate a “prendere appunti”: 128 nazioni hanno chiesto che il regime di Trump ritirasse la sua dichiarazione che Gerusalemme era la capitale indivisa di Israele e  solo per gli Ebrei. Solo 9 micro-nazioni (alcuni semplici francobolli e alcuni paesi del tipo repubblica delle banane-squadroni della morte) hanno votato la decisione Trump-Haley, 35 stati mendicanti hanno abbassato la testa e si sono astenuti, mentre 21 pavidi ambasciatori hanno scelto di nascondere la loro spudoratezza nelle cabine dei gabinetti piuttosto che apparire per questo importante voto.

Il contesto politico

La prima e più importante questione da discutere sono le tappe che hanno portato gli USA a soffrire una tale clamorosa sconfitta. In altre parole, chi è stato responsabile nel portare l’Amministrazione Trump a capofitto giù lungo il sentiero della sottomissione ai dettami del Sion-Fascismo.

Il leader e la forza trainante del disastro alle Nazioni Unite è stato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per il quale gli sforzi di conquistare Gerusalemme e convertirla nella capitale “eterna” degli Ebrei erano la massima priorità. Per decenni il mondo intero ha respinto il sequestro di Gerusalemme da parte di Isreale e la sua conversione in una capitale etnicamente pulita per lo stato ‘ebraico’.  I giuristi delle Nazioni Unite e internazionali hanno denunciato la conquista coloniale israeliana e la pulizia etnica di Palestina. Netanyahu ha preso il comando con l’elezione di Donald Trump come Presidente. L’Operazione Gerusalemme è stata il suo primo ordine per il  fantoccio Donald. Un certo numero di multi-miliardari israeliani, che hanno finanziato la campagna elettorale di Trump, hanno chiesto un’immediata riscossione da parte del loro fantoccio: il sostegno incondizionato dell’amministrazione all’agenda di Netanyahau.

Nonostante le proteste dal resto del mondo, in particolare dagli alleati europei più vicini agli Stati Uniti, Trump ha fatto cadere la nazione proprio nella zuppa sionista: una Gerusalemme ebraica; lo sfratto sistematico di tutti gli Arabi, i Cristiani, i Musulmani e i laici, e l’eventuale annessione di tutta la Palestina; come anche un crescente confronto militare con l’Iran.

Lo speculatore immobiliare Jared Kushner, il genero viziato di Trump e un completo
succube di Netanyahu, è diventato il consulente senior per il Medio Oriente. Kushner ha fatto pressione sul Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, Michael Flynn, perché intervenisse sulla Russia a favore della presa di Gerusalemme da parte di Israele. Flynn è stato successivamente processato per aver discusso le relazioni globali degli Stati Uniti con la Russia e il ‘buon soldato’ sta inciampando sulla propria spada a causa dei Sionisti. Non sorprende che i Democratici del Congresso, l’FBI e il Procuratore Speciale abbiano trovato più facile perseguire Flynn per la sua discussione sull’allentamento delle tensioni delle relazioni US-Russia provocate dall’amministrazione Obama rispetto alle sue discussioni con il Cremlino a sostegno del sequestro di Gerusalemme da parte di Israele!

Le armi operative di Netanyahu nel manipolare la politica americana coinvolgono Jared
Kushner, i miliardari primi donatori pro-Israele, l’AIPAC e l’ambasciatrice delle Nazioni Unite Nikki Haley. Tel Aviv è riuscita a garantire l’impegno di Trump nei confronti dell’agenda israeliana, nonostante l’opposizione di tutto il Consiglio di Sicurezza Nazionale delle Nazioni Unite e della stragrande maggioranza dell’Assemblea Generale.

Nello stile di un tipico autoritario, il Presidente degli Stati Uniti Trump arranca ai piedi del suo “superiore”, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre punta alla gola dei suoi ‘inferiori’, le 193 nazioni membro dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Le minacce al vetriolo di Netanyahu in tipico stile da bar contro l’intera assemblea dell’ONU prima del voto hanno garantito il ripudio di tutti i rappresentanti del Consiglio di Sicurezza con l’eccezione del suo burattino della Carolina del Sud, l’ambasciatrice Nikki Haley. Trump e Haley hanno appoggiato la spavalderia di Netanyahu, diffondendo minacce da gangster a tutti i rappresentanti delle Nazioni Unite che osavano opporsi ai dettami di Washington.

In questo modo, il primo ministro Netanyahu si è assicurato il massimo successo diplomatico e politico della sua carriera – la totale sottomissione degli Stati Uniti alla sua agenda, a rischio di una maggiore umiliazione all’ONU. Ciò, in effetti, ha formalizzato l’egemonia israeliana su Washington, sotto gli occhi del mondo.

In contrasto con il successo raggiante di Netanyahu, gli Stati Uniti hanno subito una storica sconfitta diplomatica: quattordici volte più nazioni hanno votato contro le richieste del Presidente degli Stati Uniti riguardanti la presa di Netanyahu su Gerusalemme. Ciò che rende la sconfitta ancora più sorprendente è il fatto che tutti i principali alleati e la maggior parte dei maggiori destinatari degli aiuti hanno apertamente sfidato le minacce statunitensi. Otto dei dieci maggiori destinatari degli aiuti statunitensi hanno votato contro Trump-Netanyahu-Haley. Questa bizzarra troika è ora rimasta con un lista nemica diffusa sull’intero globo, e pochi pavidi alleati nel Sud del Pacifico e tra gli squadroni della morte del Guatemala. L’abbraccio totale e puerile di Trump nei confronti del vaneggiante Netanyahu è stato esposto e ha allargato le fessure nell’egemonia globale degli Stati Uniti. Oltre a ‘catturare’ il voto di Netanyahu, le altre nazioni pro-Trump includevano una manciata di insignificanti isole del Pacifico (Marshall Islands, Palau, Micronesia), Togo, un corrotto mini-stato africano e due ‘democrazie da squadroni della morte’ a grandezza di banana, Honduras e Guatemala.

Gli ultimi due regimi detengono il potere tramite elezioni rubate, sostenute da narco-delinquenti sul libro paga (soprannominato ‘aiuto straniero”’) degli Stati Uniti.

Tutti i principali paesi asiatici e dell’Europa occidentale hanno votato contro Trump. Essi hanno apertamente respinto il grossolano ricatto del duetto USA-Israele. Regimi sottomessi dell’Europa Orientale, regimi corrotti in America Latina e alcune nazioni orribilmente impoverite dell’Africa e dell’Asia hanno scelto di astenersi o di sottrarsi con la scusa dei bagni di Times Square.

I regimi narco-liberisti del Messico, della Colombia, del Paraguay, di Panama e della Repubblica Dominicana si sono astenuti. Anche i regimi di destra dell’Europa orientale, che di solito danno supporto indiscusso a tutte le richieste degli Stati Uniti, come la Romania, la Bosnia, la Polonia e la Lettonia hanno sfidato il ruolo di Nikki Haley astenendosi. I ‘momentaneamente non presenti’ (nascosti nei servizi igienici) includevano burattini statunitensi come Georgia, Samoa, St Kitts e Tonga.

A un ambasciatrice dell’ONU apertamente umiliato, Haley, è stato lasciato il compito di ringraziare gli astenuti e i ‘momentaneamente non presenti’ per il loro coraggio e di preparare alcuni pacchetti di golosità (matzos, vino Mogan David e sconti ai bordelli di Tel Aviv) per i torturatori dell’Honduras e i ‘leader’ a metà annegati di Palau in segno di gratitudine per tale lealtà.

Conclusione

Chiaramente, l’appoggio di Trump a uno Stato razzista, colonialista e di pulizia etnica come Israele è visto come un disastro diplomatico strategico. L’egomane di Manhattan ha legato le fortune degli Stati Uniti ai capricci di uno stato di paria condotto da un pazzo completo. La decisione di Trump di dimostrare la totale lealtà ai suoi miliardari ‘donatori’ durante la sua campagna e al suo genero ‘Prima Israele!’ nella sua prima importante decisione di politica estera non è riuscita a impressionare nessuna delle nazioni influenti del mondo – né est o ovest. In effetti, ha mostrato come l’amministrazione statunitense era diventata fratturata e pericolosamente disfunzionale.
Più importante ancora, la proclamazione di Trump di un mondo unipolare basato sulla sua nozione del potere economico degli Stati Uniti è collassata. Israele, nonostante le spacconate e le liste di Haley, non ha legittimità. Sono continuati gli assassini da parte del Mossad dei principali dirigenti palestinesi e di altri e l’aumento del massacro da parte della IDF della resistenza civile spontanea palestinese spontanea ha fallito nel migliorare la sua posizione internazionale – tranne che tra i torturatori guatemaltechi.

Comunque, non è (ancora) chiaro che gli Stati Uniti hannno perso la loro grande influenza di potere rispetto agli altri conflitti regionali. Il successivo voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a favore della richiesta di Washington di ulteriori sanzioni contro la Corea del Nord ha dimostrato il potere di Trump di intimidire gli oligarchi e i leader di Cina e Russia. In altre parole, i limiti del potere degli Stati Uniti dipendono ancora dai problemi, dagli alleati, dagli appelli diplomatici, dagli avversari e dalla distribuzione di benefici e costi. Nel caso di Gerusalemme, la bizzarra decisione del piazzista di immobili Gran Mogul Trump di consegnare tutta la città ai sionisti ha alienato tutti i musulmani e i cristiani del mondo, oltre che le secolari nazioni liberali occidentali e le potenze emergenti, come la Russia e la Cina. Gli Stati Uniti hanno legato il proprio prestigio ai capricci di una nazione paranoica, che ostentava arrogantemente il proprio complesso di superiorità razzista, sostenuto da gruppi di cittadini d’oltremare con doppia cittadinanza e immensamente ricchi. Diplomaticamente, le risposte vituperative di Israele a qualsiasi critica legale da parte degli organismi mondiali minano le sue possibilità di costruire coalizioni.

Infine, il sostegno di Washington alla violazione perpetua e manifesta di Israele del diritto internazionale e il suo bombardamento di missioni umanitarie rendono Israele un alleato molto costoso.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

2018: el año que viviremos en peligro (IV)

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Jueves 11 de enero de 2018

2018: el año que viviremos en peligro (IV)

El presidente Maduro ha dado por seguro que este año habrá elecciones, lo cual debemos tomárnoslo en serio, pero sin olvidar el dicho popular: seguro está el infierno.

Puede haber circunstancias que cambien el panorama nacional tan radicalmente que obliguen a posponer esos comicios, como por ejemplo una situación de violencia extrema promovida por la derecha. Aunque en este momento luce mucho más probable que las elecciones sean adelantadas por la Asamblea Nacional Constituyente, si bien esto tampoco puede darse por hecho. Así que vamos a quedarnos en que este año es electoral presidencial, dentro de los parámetros normales, en fecha aún por determinarse.

Las principales fuerzas que se disputan el poder político en Venezuela llegan al año electoral en condiciones muy diferentes. El chavismo lo hace con diversas fortalezas que le proporcionan claras ventajas. Tiene toda la iniciativa política desde hace más de seis meses, ha reforzado su presencia institucional, pues a su amplio dominio de gobernaciones y alcaldías logrado en elecciones del año pasado, hay que sumarle la poderosa herramienta de la Asamblea Nacional Constituyente, además de tener en sus manos todas las instituciones del Estado, salvo la decaída y prácticamente nula Asamblea Nacional.

Desde el punto organizativo, la superioridad del chavismo es igualmente evidente. El PSUV, el partido de gobierno, es la gran organización política del país, sin que haya ninguna que ni siquiera se le acerque en cuanto a solidez, coherencia, unidad, alta moral y consciencia de la militancia, capacidad de convocatoria y movilización, así como vinculación a organizaciones sociales de base. Ni siquiera ese irregular y errático archipiélago que es la MUD.

Por su parte, la oposición arranca el año con notables debilidades, que ya las tenían pero que se han profundizado con la cadena de derrotas que ha sufrido después del descalabro de la táctica terrorista guarimbera. La división en sus filas no ha hecho sino ahondarse. Los sectores más extremistas ya no disimulan ni esconden sus diferencias con los partidos que dominan en la MUD.

Tales divergencias se han reflejado con claridad en las distintas posiciones que han asumido individualidades y organizaciones opositoras ante la Asamblea Nacional Constituyente, el gran dolor de cabeza de la derecha. Eso ha hecho que una de las principales voces del terrorismo fascista en Venezuela, María Corina Machado se haya mostrado opuesta a la recién electa y espuria directiva de la Asamblea Nacional, al declarar que “Para nosotros en Vente Venezuela, para la fracción del 16J y para Soy Venezuela es inconcebible que se la haya entregado la directiva a partidos o a miembros de partidos que reconocen a la Constituyente”, y consideró como un “gravísimo error y muy lamentable que se le haya dado, por parte de todos los partidos que dicen formar parte de la Mesa de la Unidad democrática , ese reconocimiento y esa dirección a la Asamblea Nacional”. Vale recordar que los cuatro gobernadores actuales y los alcaldes electos en diciembre igualmente han reconocido a la Constituyente, lo cual ha incidido igualmente en la división pública del sector opositor.

Hay otros signos de desencuentro en la oposición, como los que se ven reflejados en la carta de Timoteo Zambrano que comentamos en Análisis anterior y aquellos que todo el mundo conoce en cuanto a la disputa interna por la supremacía partidista y por la candidatura presidencial.

Algunos dirán que en la actualidad la incidencia de los más extremistas es poca, sobre todo por la colosal derrota de la violencia guarimbera, pero es que la división pública de los opositores incide de manera devastadora en la moral de su base social, además de la serie de derrotas y la percepción de fortaleza que ha venido proyectando el chavismo, sobre todo con la imagen todopoderosa de la Asamblea Nacional Constituyente, que se ha convertido, sin duda, en un factor determinante de todos los desarrollos políticos en el país.

Es claro, pues, que el chavismo es nítido favorito para cualquier evento electoral que se programe en medio de la perspectiva que se percibe hoy. Pero no todo es felicidad para las fuerzas revolucionarias venezolanas. Si bien un análisis somero deja en evidencia sus grandes fortalezas, también hay notables debilidades que hacen que no podamos dar por seguras las victorias, las cuales habrá que trabajar con ahínco y precisión de cirujanos. Pero dejemos esto hasta aquí y reasumamos mañana ese tema que requerirá más espacio que el que nos queda por hoy en el uso propio de estos Análisis.

(FOTO) “Abril” in GAlleЯi@rt con David Gomez Rodriguez

L'immagine può contenere: 5 persone, persone che sorridono, persone in piedidi Romina Capone

Napoli, 5 gennaio 2018.- Il sorriso contagioso e i suoi occhi scuri, brillavano, nascondendo bene tutta la sua stanchezza. David è da poco atterrato da Mosca, studia lì da tre mesi grazie al sostegno della politica educativa della fondazione del governo venezuelano Fundayacucho, Fundación Gran Mariscal de Ayacucho; è stato ospite di GAlleЯi@rt (spazio 30-31) in Galleria Principe di Napoli per la proiezione del documentario “Abril: appunti di democrazia partecipativa” regia di Fabio Gargano. David Gomez Rodriguez, 27 anni, venezuelano, gira il mondo per amore della Rivoluzione bolivariana. Parla poco l’italiano ma lo capisce molto bene.

Nel 2014 il regista Fabio Gargano decise di raccogliere testimonianze e video direttamente da Caracas. Incontrò molti giovani tra cui David e ha fatto sì che proprio loro, i protagonisti della vita vera, politica e sociale, raccontassero cosa sta tutt’ora accadendo in Venezuela. Il tema portante dell’intero documentario è il Potere Popolare; dimostrando come la democrazia partecipativa sia una finestra sul socialismo da aprire al mondo. Per democrazia partecipativa si intende semplicemente il concetto secondo cui tutti i cittadini, indistintamente, possano ricoprire cariche e ruoli istituzionali esercitando, senza intermediari il potere legislativo, e non solo, stando al principio base che in democrazia la sovranità appartiene al popolo.

“Abril” ne è la conferma: un popolo organizzato consente di guardare al futuro concretamente. Ma quanto è cambiato David dalle riprese del video? Quanto ha imparato? Quanto è cresciuto dal 2014 ad oggi?

Le sue parole: «Avevo 11 anni quando per la prima volta ho incontrato il presidente Chávez; mi accarezzò è mi disse: “aiutami a costruire la patria”. Sicuro, pensai, con la vecchia scuola di mia mamma, allora militante rivoluzionaria per le lotte sociali. Stiamo assistendo ad una crisi etica ed economica del XXI secolo, dove il Venezuela funge da capro espiatorio, posizione aggravata dalla dittatura mediatica contro Maduro. Agli occhi del mondo il nostro Paese è visto come una minaccia perché crediamo in una prospettiva innovativa di carattere rivoluzionario attuabile in tutto il mondo; perché siamo disposti a lottare per difendere la verità. Sosteniamo la Rivoluzione bolivariana in una versione rinnovata e concreta, avanzata dal comandante Chávez» afferma e continua David Gomez Rodriguez, corsista nel 2006 presso la Universidad de Holguin “Cecilia Sanchez Mandulei” – Cuba – e nel 2015 laureato presso la Universidad Centroccidental “Lisandro Alvarado” – Venezuela «l’obiettivo è quello di creare uno stato costituito da “comunas” autonome. Si responsabilizza un governo popolare per giustificare qualsiasi cosa accada dall’altra parte del mondo. Nonostante le guerre economiche che capitano nel mondo imperialista, il popolo venezuelano è in resistenza, portando avanti un progetto nato da Chávez e oggi sostenuto da Maduro e dal popolo».

Attraverso il documentario girato da Gargano, si mira a studiare e a sviluppare i concetti teorici alla base degli ideali di Simon Bolivar. Catalizzatori le università. «I media – termina Rodriguez – trasmettono in continuazione una realtà critica in Venezuela. È in corso un golpe mediatico; le televisioni del mondo trasmettendo le immagini secondo il punto di vista dei canali privati, finanziati dalla borghesia imperialista, e appoggiata dal fascismo. Trasmettono in continuazione immagini di persone che lasciano intendere che muoiono di fame ma nessuno cita la FAO che premia Maduro per aver attuato il più efficiente programma alimentare che porta proprio il nome di Hugo Chávez. Obama, nel 2013, allora presidente degli Stati Uniti, dichiarò che il Venezuela costituisce una minaccia; la vera minaccia per il mondo sono loro (gli Usa) i quali vivono all’insegna dello spreco, del consumismo e della megalomania, emarginando ed escludendo intere etnie».

Il titolo del documentario, proiettato grazie al collettivo di GAlleЯi@rt, al partito dei Carc, ad ALBAinformazione, ad Associazione resistenza, con la presenza di Amarilys Gutierrez Graffe, Console generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli e Yamile Guerra proconsole, ha un suo perché. Abril: Aprile, mese in cui la natura e gli animali si risvegliano dal letargo invernale. Abril: Aprile come il mese in cui è iniziata la rivolta popolare. Abril: Aprile come il nome della nascitura, protagonista del documentario. Abril è una bambina, diverrà una donna; simbolo emblema del potere femminista venezuelano difeso dal presidente Nicolás Maduro.

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2018: el año que viviremos en peligro (III)

por Néstor Francia 

Análisis de Entorno Situacional Político

Miércoles 10 de enero de 2018
2018: el año que viviremos en peligro (III)

En nuestro Análisis del pasado lunes escribimos que el 2018 se vinculaba a “dos hechos políticos de especial importancia (que) podrían marcar su desarrollo: el diálogo que ha de continuar el próximo jueves en República Dominicana y las elecciones presidenciales en principio previstas para este año”. Ambos eventos han visto movimientos interesantes en el despunte del año.

En cuanto al diálogo, sigue mostrando una evidente fragilidad, sobre todo porque los factores opositores no buscan realmente soluciones para el país, sino la manera de sacar ventaja de cara a la posibilidad de salir este mismo año de Nicolás Maduro y dar al traste con la Revolución Bolivariana, con el creciente respaldo del imperialismo y de sus aliados internacionales.

En principio, la continuación de las conversaciones entre Gobierno y MUD se plantean para jueves 11 y viernes 12 de esta semana, con ambos factores habiendo confirmado, hasta hoy, su asistencia a República Dominicana. Pero la situación en ese sentido muestra desde ya cierto deterioro. Por una parte, los cancilleres de México y Chile, dos países con gobiernos de derecha, que conforman el grupo facilitador, han amenazado con retirarse de la mesa. En ese sentido, el canciller mexicano, Luis Videgaray, ha dicho que “En principio está previsto que participemos nuevamente en la tercera ronda de negociación en la República Dominicana la semana que entra. Sin embargo, debo decir que hemos visto algunas decisiones del Gobierno venezolano que no necesariamente son congruentes con lo que se ha venido hablando en la mesa”.

Videgaray, junto al canciller chileno Heraldo Muñoz, han enviado una carta al presidente dominicano “expresándole nuestra preocupación por algunas decisiones que ha tomado el Gobierno venezolano después de la última ronda de negociación y que pudieran poner en duda nuestra participación hacia adelante… Así es que estaremos informando en los próximos días si participamos o no en esta negociación”.

Aquí está claro que estos dos cancilleres chantajean y hacen presión para que el diálogo avance hacia decisiones que favorezcan a la oposición venezolana, asumiendo un papel de juez y parte. Esto representa un peligro cierto para que el diálogo pueda avanzar hacia acuerdos equilibrados.

Videgaray ha expresado además la intención de México de seguir claramente alineado con los enemigos continentales de Venezuela. Al declarar que “Seguiremos trabajando a través de la Organización de Estados Americanos o el Grupo de Lima, creado ex profeso, y seguiremos participando (en el diálogo) siempre cuando las condiciones sean idóneas”.

Es evidente que México está haciendo un juego doble, de dos caras. Funge de “facilitador” del diálogo, pero sigue participando de la conspiración internacional contra Venezuela, lo cual pone en duda que su papel en las conversaciones en República Dominicana pueda ayudar realmente a que se alcancen acuerdos aceptables para ambas partes. Esto pone en evidente peligro, de manera integral, el proceso de diálogo.

A esto hay que sumar el hecho de que no toda la oposición está participando en las conversaciones, ya que el sector extremista se opone abiertamente a las negociaciones y, además, mismos factores de la derecha que están participando muestran una posición públicamente pero asoman otra en privado.

Esto último se desprende de la carta de renuncia del opositor Timoteo Zambrano a su papel en la delegación de la MUD que venía asistiendo a República Dominicana. Zambrano expresa allí que “Por defender éstas ideas (de promoción del diálogo) con coherencia, he sido vituperado y denostado como supuesto ‘colaboracionista’ con el gobierno. Esa acusación sustenta la razón principal por la que distintos actores de la MUD, ‘desaconsejaron’ mi candidatura a la presidencia de la Asamblea Nacional”.

Y también: “Es curioso que me acusen de tener capacidad de diálogo con el gobierno, los mismos factores y partidos, que tan frecuentemente me han pedido esa comunicación con el chavismo en el reclamo de muchos temas de su interés”. Y además: “No puedo actuar de una manera ante los ciudadanos y otra entre bambalinas.

Parece que otros sí. No puedo buscar acuerdos secretos y a la sazón ser un radical impoluto ante el país”. Y, muy importante: “Si defiendo el diálogo, hago dialogo, -lo hago en privado y lo hago en público-; si busco la paz, no aparezco como un guerrero con antifaz; si busco la convivencia aparto el insulto. No tengo doble moral, ni sirvo para halagar al público más sediento de mensajes duros. La política es dar soluciones a la gente y no soliviantarla hacia abismos sin destino”.

Las palabras de Timoteo Zambrano dejan absolutamente en claro algo que hemos venido diciendo: es muy difícil que el diálogo tenga éxito mientras las fuerzas de oposición se sientan en capacidad de salir de Maduro y acabar con la Revolución Bolivariana, inclusive este mismo año. Van a República Dominicana con el puñal escondido en la espalda, conversan, tratan de acomodar las elecciones presidenciales para sacar ventajas que no han logrado con su accionar político y, sobre todo, siguen guardando algunas apuestas ocultas a la violencia y a la promoción de la intervención
foránea. No podemos confiar en ellos (o sea, en el imperialismo) “ni tantito así”, como decía el Che. Pero hay que seguir allí, promoviendo y adelantando el diálogo, a pesar de los pesares.

Otro gran tema del año son las posibles elecciones presidenciales, pero de eso hablaremos en el siguiente Análisis de esta serie.

2018: el año que viviremos en peligro (II)

por Néstor Francia 

Análisis de Entorno Situacional Político
Martes 09 de enero de 2018

2018: el año que viviremos en peligro (II)

Así como ayer hablamos de los peligros que provienen del frente externo, hoy empezaremos a abordar, en esta serie de Análisis sobre las perspectivas de 2018, las grandes complejidades del frente interno en Venezuela. Por supuesto, no existe una línea de separación real entre ambos frentes, al final siguen siendo flancos de la misma batalla que se retroalimentan. Un ejemplo de ello es el factor mediático. Los medios internacionales de la derecha están promoviendo la matriz de caos y violencia, con temas como los saqueos, y a su vez sus manipulaciones son replicadas por los medios del patio, que nutren igualmente a tales medios internacionales. Es un trabajo en equipo que al final tiene la misma finalidad: horadar paulatinamente la paz y la estabilidad y la imagen del país, y generar las condiciones para una eventual situación insurreccional o escenario de “crisis humanitaria” que justifique alguna forma de intervención foránea.

Las matrices mediáticas, y las presiones y sanciones políticas y mediáticas siguen teniendo consecuencias. Ayer supimos que el Papa Francisco se rueda un poco más hacia la derecha en su posición sobre Venezuela, cosa que no nos extraña porque nunca ha sido un personaje santificado por nosotros, al referirse a la “querida Venezuela, que está atravesando una crisis política y humanitaria cada vez más dramática y sin precedentes”.

La vocería católica criolla termina de destapar sus intenciones en palabras del presidente de la Conferencia Episcopal Venezolana, la cucaracha Diego Padrón, quien ofrece un notable concierto en tono de oposición radical. Entre otras cosas de parecido calibre, el cura dijo que “Desde hace días se generaron en el país protestas de comida, de gasolina y saqueos. Pareciera que se va a producir un proceso de convulsión social.

Los Comité Locales de Abastecimiento y Producción no solucionan; crean hábitos de mendicidad. A este desastre económico se añade la corrupción”. Padrón habla claro y por la calle del medio y expone al viento su rostro de furioso anticomunista: “El sufrimiento actual del pueblo venezolano es de carácter ideológico, ético-político y económico. La raíz del sistema político que nos gobierna es el marxismo castrista, traducido en criollo como ‘socialismo del siglo XXI’”. Por si fuera poco, el cura canalla justifica la violencia criminal guarimbera y tergiversa la realidad del primer semestre de 2017: “El año 2017 los venezolanos no lo hemos vivido; ante todo, lo hemos sufrido. Entre abril y julio más de 130 muertos, 1.500 heridos y miles de detenidos, llevados a la cárcel ilegalmente”. Padrón ratificó el rechazo de la jerarquía católica a la Asamblea Nacional Constituyente, definiéndola como “un engendro estratégico de carácter político que no es ni originaria ni plenipotenciaria, puesto que lo originario es solo el poder soberano del pueblo”- Lo más importante de estas declaraciones de Padrón es la constatación de que poderosos sectores de la derecha venezolana están posicionando una matriz de mal disimulada promoción de la violencia, agorando la “convulsión social” si su representación política no se hace del Gobierno este año.

El presidente Maduro ha establecido una idea a la cual nos sumamos plenamente: nuestra victoria es y será siempre la paz ¿Por qué? Porque solo en paz los venezolanos podremos ahorrarnos sangre y sacrificios mayores para encontrar el camino hacia la superación de las dificultades y la construcción de una sociedad más justa. La otra ruta es la guerra, la segunda peor cosa que le puede ocurrir a un pueblo después de la esclavitud.

Lamentablemente, la paz no depende de la voluntad de nadie, sino que solo puede ser producto de desarrollos políticos, económicos y sociales que no dependen de la voluntad individual de nadie. La Asamblea Nacional Constituyente ha logrado una especie de tregua, un espacio de paz que debemos agradecer. Pero tenemos que estar claros en que esa tregua es hasta ahora coyuntural, el peligro de la violencia es el más grande que enfrentamos y la gran tarea de los revolucionarios hoy por hoy es luchar para que se mantenga la paz y la estabilidad del país, el único escenario deseable para encontrar la luz al final del túnel.

En ese sentido tenemos una gran responsabilidad, que pasa por estudiar nuestra realidad, analizar nuestras fortalezas y debilidades, reconocer y corregir nuestros errores. No todas las culpas podemos cargarlas a terceros. La paz nos necesita lúcidos, humildes, reflexivos.

Es una señal preocupante que inclusive fuerzas de izquierda expresen públicamente que la paz social está en peligro, como es el caso del Partido Comunista de Venezuela. Perfecto Abreu, miembro del Comité Central del PCV, declaró que “hay incertidumbre, desesperación e indignación en la gran mayoría del pueblo venezolano ante el agravamiento de la situación socioeconómica del país” y que Venezuela “puede estar a las puertas de grandes estallidos sociales”. El dirigente comunista expresó también dudas en torno al diálogo en República Dominicana, otro tema que se ha estado moviendo en días recientes, y que aun abordaremos junto a otros como las posibles elecciones presidenciales. Pero será en los Análisis próximos, en la continuación de esta serie.

2018: el año que viviremos en peligro (I)

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Lunes 08 de enero de 2018

2018: el año que viviremos en peligro (I)

El escenario político venezolano en este año 2018 del Señor, se nos antoja tan complejo como interesante. Cualquier pronóstico sobre su desarrollo se complica, más allá de las consignas triunfalistas cuya frecuencia se entiende porque se trata de política y porque en una situación de guerra es una forma de mantener en alto la moral de las tropas. Pero el analista debe ser ayudado por cierto distanciamiento, por una buena dosis de crudo raciocinio.

Ser precisos en los pronósticos, prever los escenarios con detalles es prácticamente imposible en la situación venezolana de hoy, pero sí nos es permitido ensayar el diseño de líneas gruesas con base en las señales que nos envían las noticias, posiciones y declaraciones de voceros políticos y formadores de opinión en el final del pasado año y en el inicio del actual.

Todo parece indicar que 2108 será un año de profundización y radicalización de la lucha de clases en Venezuela y en torno a su presencia en el escenario internacional, donde dos hechos políticos de especial importancia podrían marcar su desarrollo: el diálogo que ha de continuar el próximo jueves en República Dominicana y las elecciones presidenciales en principio previstas para este año. Ambos acontecimientos se vinculan al verdadero núcleo del “caso Venezuela”: la amenaza y la seria posibilidad de una intervención foránea en nuestro país, en algún momento futuro.

Vinculado a lo dicho, no hay que olvidar la situación socioeconómica del país, en cuyas complicaciones pone su esperanza la derecha nacional e internacional, fundamentada en la promoción de la conflictividad social que pueda conducir al establecimiento de condiciones para la intervención. Veamos algunas de las señales a las cuales hacemos referencia.

Es notorio el camino de agresión que asumen los factores más extremistas del concierto reaccionario internacional. Es la posición del gobierno de Donald Trump y de voceros como Luis Almagro, quien ha declarado que “El camino diplomático que queda por delante es el camino de las sanciones y creo que tiene que haber sanciones cada vez más duras que permitan que el régimen venezolano estructure y permita un proceso electoral claro, la construcción de un sistema electoral garantista… Aún hay espacio para la vía diplomática, que en este momento implicaría negociaciones serias para la democratización, y el aumento de sanciones contra los personeros del régimen y/o el aparato económico y financiero”. Es esto exactamente lo que hace el gobierno imperial y su principal socio Canadá, además de la intervención abierta y descarada de las
embajadas de estos países en los asuntos de Venezuela.

Estos voceros cuentan con la acción en el país de sectores que por ahora tienen poca representatividad institucional y de masas, pero que podrían ser factores relevantes en la generación futura del escenario requerido para la intervención, todo ello en el marco, inconveniente para el imperialismo, de la división opositora. La ultraderechista María Corina Machado ha dicho que “Hoy, en las calles y en la AN, están planteadas dos posiciones muy distintas, con estrategias divergentes: la docilidad frente al régimen, el falso diálogo y el reconocimiento de la ANC; o la lucha firme, la desobediencia cívica y el desconocimiento total del régimen, hasta su salida”. En concordancia con el plan de invasión presentado por Ricardo Haussman, Machado propone tres tipos de acción: desconocer la ANC, designar nuevos TSJ y CNE, y conformar un “Gobierno de Unión Nacional”. Estas ideas cuentan con el apoyo del grupo de diputados extremistas de la llamada fracción 16 de Julio en la Asamblea Nacional.

Pero otros factores internos, que se presentan como supuestamente más moderados, hacen lo suyo para apuntalar el plan de intervención. En un comunicado, la Comisión de Política Exterior “alerta” a la OEA y a la ONU, y a los países del continente, especialmente a Brasil y Colombia, fronterizos con Venezuela, para “que estén atentos a brindar ayuda humanitaria” y asimismo les pide el apoyo para “eventuales oleadas de desplazados y refugiados”.

Paralelamente a la promoción interna de la intervención foránea, se da a partir de hoy el mayor ejercicio militar operado por las fuerzas brasileñas, AmazonLog 17, que se lleva a cabo con la participación de efectivos de Colombia, Perú, el Comando Sur y la Guardia Nacional estadounidense. Cerca de dos mil soldados se instalaron en la triple frontera de Colombia, Brasil y Perú, con la excusa de ensayar situaciones de emergencia humanitaria hasta el próximo 13 de noviembre en la región de Tabatinga, territorio donde solo hay acceso en barco o avión.

La analista internacional mexicana Ana Esther Ceceña ha dicho que “el objeto del Ejército de EE.UU. que se encuentra entre Brasil, Perú y Colombia es tener una posición preparada, y dejar una base montada para cualquier momento que se requiera una intervención o una respuesta que pueda ser una contingencia generada por las presiones que ejerce el propio ejército de Estados Unidos en la región”. Según Ceceña, la idea es que a partir de las instalaciones que se monten en las fronteras, una posible intervención en el territorio venezolano pudiera ser más fácil y más rápida, y
presentada, no como invasión de Estados Unidos a Venezuela, sino como una acción de fuerzas combinadas de ejércitos de la región argumentando una amenaza a la seguridad hemisférica. Agregó que “los ejércitos de Colombia, Brasil y Perú tendrían la posibilidad a partir de allí de movilizar, tanto en Venezuela como en Bolivia, una amenaza directa a aquellos Gobiernos que están de algún modo confrontando las políticas hegemónicas pero también de aquellos países en que hay enormes riquezas naturales”.

Por su parte, el senador por el Polo Democrático Alternativo de Colombia, Iván Cepeda, se declaró en una entrevista para Telesur, preocupado por “el ascenso del militarismo e intervencionismo en el continente en la última década, y particularmente en la región andina… Todo eso nos preocupa más bajo una administración de Donald Trump, que no ha ahorrado ninguna clase de declaraciones y de acciones pendientes de agudizar por la vía militar, por la vía de agresiones, por la vía de intervención de situaciones en todo el mundo”.

Es verdad que en la realidad actual no se ve fácil para el imperialismo una intervención directa en Venezuela. El articulista y agente imperial Andrés Oppenheimer ha escrito en El Nuevo Herald, con referencia a la propuesta de Haussman, que “a juzgar por lo que escucho de diplomáticos estadounidenses y latinoamericanos, es muy poco probable que la propuesta de una intervención militar pueda prosperar. Incluso México, Brasil, Argentina y Perú, los países que han criticado más duramente a Maduro, se opondrían a una acción armada”. Sin embargo, la política es dinámica, para nada estática y en ella nada está escrito. Si existen los planes de intervención, existe
también la probabilidad. Acaso no será hoy, no será mañana, pero… Es en el marco de esta gran amenaza que llegamos a este año en el que viviremos en peligro. Todavía hay bastante tela que cortar, pero seguiremos mañana, porque el tiempo y el espacio nos apremian.

La lista dei nemici degli USA: prospetti e prospettive

Trumpdi James Petras

Introduzione

Per quasi 2 decenni, gli Stati Uniti hanno perseguito una lista di ‘paesi nemici’ da affrontare, attaccare, indebolire e rovesciare. Questa ricerca imperiale di rovesciare i ‘paesi nemici’ ha funzionato a vari livelli di intensità, in base a due considerazioni: il livello di priorità e il grado di vulnerabilità rispetto a un’operazione di ‘cambio di regime’.

I criteri per determinare un ‘paese nemico’ e il suo posto nell’elenco delle priorità degli obiettivi nella ricerca degli Stati Uniti per una maggiore posizione dominante globale, così come la vulnerabilità rispetto a un cambio di regime ‘riuscito’ sarà al centro di questo saggio. Concluderemo discutendo le prospettive realistiche delle future opzioni imperiali.

Priorizzando gli avversari statunitensi

Gli strateghi imperiali considerano criteri militari, economici e politici nell’identificazione degli avversari ad alta priorità.

I seguenti paesi sono in cima alla ‘lista dei nemici’ degli Stati Uniti:

1) La Russia, a causa del suo potere militare, è un contrappeso nucleare agli Stati Uniti a livello di dominio globale. Ha una forza armata enorme e ben equipaggiata con una presenza europea e asiatica e in Medio Oriente. Le sue risorse globali di petrolio e gas la proteggono dal ricatto dell’economia degli Stati Uniti e le sue crescenti alleanze geopolitiche limitano l’espansione degli Stati Uniti;

2) La Cina, a causa del suo potere economico globale e della portata crescente del suo commercio, degli investimenti e delle reti tecnologiche. La crescente capacità militare difensiva della Cina, in particolare per quanto riguarda la tutela dei suoi interessi nel Mar Cinese Meridionale serve a contrastare il dominio degli Stati Uniti in Asia;

3) La Corea del Nord, a causa della sua capacità missilistica nucleare e balistica, la sua fiera politica estera indipendente e la sua posizione geo-politica strategica, è vista come una minaccia per le basi militari statunitensi in Asia, gli alleati e i proxies regionali di Washington;

4) Il Venezuela, a causa delle sue risorse petrolifere e delle sue politiche socio-politiche, sfida gli Stati Uniti come modello incentrato sul neo-liberismo in America Latina;

5) L’Iran, a causa delle sue risorse petrolifere, della sua indipendenza politica e delle sue alleanze geo-politiche in Medio Oriente, sfida il dominio degli USA, israeliano e dell’Arabia Saudita nella regione e presenta un’alternativa indipendente;

6) La Siria, a causa della sua posizione strategica in Medio Oriente, il suo partito di governo secolare e nazionalista e le sue alleanze con l’Iran, la Palestina, l’Iraq e la Russia, è un contrappeso ai piani degli Stati Uniti d’America per balcanizzare il Medio Oriente in bellicosi stati etno-tribali.

Avversari USA di media priorità:

1) Cuba, a causa delle sue politiche estere indipendenti e delle sue alternative socio-economiche, il sistema è in contrasto con i regimi neo-liberisti che ruotano intorno agli Stati Uniti nei Caraibi, in America centrale e meridionale;

2) Il Libano, a causa del suo posizionamento strategico sul Mediterraneo e la coalizione di governo che include accordi con il partito politico degli Hezbollah, che è sempre più influente sulla società civile Libanese, in parte a causa della sua comprovata milizia capace di proteggere la sovranità nazionale, espellendo l’esercito invasore di Israele e aiutando a sconfiggere i mercenari dell’ISIS/al Queda nella vicina Siria;

3) Lo Yemen, a causa del suo movimento nazionalista indipendente guidato dagli Houthi, in opposizione al governo fantoccio imposti dai Sauditi, come anche delle relazioni con l’Iran.

Avversari a basso livello di priorità

1) La Bolivia, a causa della sua politica estera indipendente, del suo sostegno al governo chavista del Venezuela e difesa di un modello misto di economia; della ricchezza mineraria e il suo supporto alle rivendicazioni territoriali dei popoli indigeni;

2) Il Nicaragua, a causa della sua politica estera indipendente e della sua critica dell’aggressione statunitense nei confronti di Cuba e del Venezuela;

L’ostilità degli USA verso gli avversari ad alta priorità viene espressa attraverso sanzioni economiche, accerchiamento militare, provocazioni e un’intensa guerra propaganda verso il Nord Corea, la Russia, il Venezuela, l’Iran e la Siria. A causa delle poderose interconnessioni della Cina con il mercato globale, gli U.S.A. hanno applicato loro poche sanzioni. Invece, quando trattano della Cina, contano sull’accerchiamento militare, le provocazioni separatiste e un’intensa propaganda ostile.

cinesi

Avversari prioritari, bassa vulnerabilità ed aspettative irrealistiche

Con l’eccezione del Venezuela, gli ‘obiettivi ad alta priorità’ di Washington hanno vulnerabilità strategiche limitate. Il Venezuela è il più vulnerabile, a causa della sua alta dipendenza dalla rendita petrolifera, con le sue maggiori raffinerie situate negli USA, e i suoi alti livelli di indebitamento, con tendenza al default. In aggiunta, ci sono gruppi di opposizione domestica, che attuano come clienti degli USA e il crescente isolamento di Caracas all’interno dell’America Latina, grazie all’ostilità orchestrata da importanti clienti USA, come l’Argentina, il Brasile, la Colombia e il Messico.

L’Iran è molto meno vulnerabile: è un forte potere militare regionale strategico, collegato ai paesi vicini e a movimenti religiosi-nazionalisti affini. Nonostante la sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio, l’Iran ha sviluppato mercati alternativi, come la Cina, liberi dal ricatto statunitense ed è relativamente al sicuro dai tentativi di aggressione da parte dei creditori USA o UE.


La Nord Corea, nonostante le invalidanti sanzioni imposte al regime e alla popolazione

civile, ha ‘la bomba’ come deterrente verso un attacco militare agli USA e non ha mostrato riluttanza nel difendersi. A differenza del Venezuela, né l’Iran né il Nord Corea fronteggiano significativi attacchi interni da parte di un’opposizione domestica finanziata e armata dagli USA.

La Russia ha la piena capacità militare – armi nucleari, l’ICBM e un enorme esercito, ben addestrato- tale da scongiurare ogni minaccia militare USA. Mosca è politicamente vulnerabile alla propaganda promossa dagli U.S.A., dai partiti politici d’ opposizione e dalle ONG finanziate dall’Occidente. Gli oligo-miliardari russi, legati a Londra e Wall Street, esercitano la stessa pressione contro le iniziative economiche indipendenti.

Fino a un certo punto, le sanzioni USA hanno sfruttato la precedente dipendenza della Russia dai mercati occidentali, ma, a partire dall’imposizione di sanzioni draconiane da parte del regime di Obama, Mosca ha effettivamente contrastato l’offensiva di Washington, diversificando i propri mercati in Asia e rafforzando l’autonomia domestica nell’agricoltura, l’industria e l’alta tecnologia. La Cina ha un’economia di portata mondiale ed è naturalmente destinata a diventare un leader economico mondiale. Deboli minacce di ‘sanzioni’ alla Cina hanno semplicemente esposto la debolezza di Washington, più che intimidire Beijing. La Cina ha contrastato le provocazioni e minacce militari USA, espandendo il suo potere economico sui mercati, aumentando la sua capacità strategica ed evitando la dipendenza dal dollaro.

Gli obiettivi ad alta priorità di Washington non sono vulnerabili ad attacchi frontali: essi  mantengono o aumentano la loro coesione domestica e integrazione economica, mentre aggiornano la loro capacità di imporre costi del tutto inaccettabili agli USA a ogni assalto diretto. Come risultato, i leader USA sono obbligati a contare su attacchi incrementali, periferici e per mezzo degli alleati locali, con risultati limitati contro gli avversari ad alta priorità. Washington rafforzerà le sanzioni verso il Nord Corea e il Venezuela, con  scarse prospettive di successo nel primo caso e una possibile vittoria  pirrica nel caso di Caracas. L’Iran e la Russia possono facilmente superare gli interventi degli alleati locali. Gli alleati USA, come l’Arabia Saudita e Israele, possono criticare, fare propaganda e scagliarsi contro i Persiani, ma i loro timori che una guerra a metà contro l’Iran potrebbe rapidamente distruggere Riyadh e Tel Aviv, li costringe a lavorare in tandem per indurre il corrotto establishment politico USA a entrare in guerra, al di là delle obiezioni della popolazione e dei soldati americani stanchi di guerre. L’Arabia Saudita e gli Israeliani possono bombardare e far morire di fame le popolazioni dello Yemen e di Gaza, che non hanno alcuna capacità di rispondere a tono, ma Teheran è un’altra cosa.

I politici e i propagandisti di Washington possono blaterare di interferenze della Russia nel corrotto teatro elettorale degli Stati Uniti e la chiacchiera si mette in moto per migliorare i legami diplomatici, ma loro non possono contrastare la crescente influenza della Russia in Medio Oriente e la sua espansione commerciale in Asia, in particolare verso la Cina.

In sintesi, a livello globale, gli obiettivi ‘prioritari’ degli Stati Uniti sono irraggiungibili e invulnerabili. Nel mezzo della continua rissa canina tra le elites degli Stati Uniti, potrebbe essere troppo sperare nell’avvento di alcuni politici razionali a Washington, che potrebbero ripensare le priorità strategiche e calibrare le politiche di mutuo adattamento alle realtà globali.

Xi Jinping

Priorità, vulnerabilità e aspettative medie e basse

Washington può intervenire e forse infliggere gravi danni a paesi con priorità media e bassa. Comunque, ci sono diversi inconvenienti per un attacco su vasta scala; lo Yemen, Cuba, il Libano, la Bolivia e la Siria non sono nazioni capaci di determinare configurazioni globali in termini politici ed economici. Il massimo che gli Stati Uniti possono garantire in questi paesi vulnerabili sono distruttivi cambiamenti di regime, con massicce perdite di vite umane, infrastrutture e milioni di rifugiati disperati… ma a grandi costi politici, con instabilità prolungata e gravi
perdite economiche.

Lo Yemen

Gli Stati Uniti possono spingere per una vittoria saudita definitiva sull’affamato popolo yemenita, afflitto dal colera. Ma a chi giova? L’Arabia Saudita è nel bel mezzo di uno sconvolgimento di palazzo e non ha nessuna possibilità di esercitare l’egemonia, nonostante le centinaia di miliardi di dollari di armi USA/NATO, gli istruttori e le basi. Le occupazioni coloniali sono costose e producono pochi, se non nessuno, benefici economici, specialmente da parte di una povera nazione, devastata e geograficamente isolata come lo Yemen.

Cuba

Cuba ha un potente esercito professionista, supportato da un milione di membri della milizia. Sono capaci di una resistenza prolungata e possono contare su aiuti internazionali. Un’invasione statunitense di Cuba richiederebbe un’occupazione prolungata e forti perdite. Decenni di sanzioni economiche non hanno funzionato e la loro re-imposizione da parte di Trump non ha colpito i settori chiave del turismo. La ‘simbolica ostilità’ del Presidente Trump non ha rotto il ghiaccio con i principali gruppi dell’agro-business, che vedevano in Cuba un mercato. Circa metà dei cosiddetti ‘Cubani d’oltremare’adesso si oppongono all’intervento diretto degli USA. Le ONG finanziate dagli USA possono fornire alcune risorse in termini di punti marginali di propaganda, ma non possono invertire il supporto popolare per l’economia mista ‘socializzata’, l’eccellente educazione pubblica, il sistema sanitario e la sua politica estera indipendente.

russi Il Libano

Un blocco congiunto USA-Arabia Saudita e bombe israeliane possono destabilizzare il Libano. Comunque, un’invasione israeliana prolungata su vasta scala costerà molte vite ebree e causerà disordini domestici. Hezbollah ha missili per contrastare le bombe israeliane. Il blocco economico saudita radicalizzarà i nazionalisti libanesi, specialmente tra gli Sciiti e le popolazioni cristiane. L”invasione’ della Libia da parte di Washington, che non ha visto una sola perdita di soldato americano, dimostra che le invasioni distruttive si traducono in un caos a lungo termine, in tutto il continente. Una guerra israelo-statunitense-saudita distruggerebbe completamente il Libano ma destabilizzerebbe la regione ed esacerberebbe i conflitti nei paesi vicini: in Siria, in Iran e forse in Iraq. E l’Europa sarà inondata da milioni di rifugiati disperati.

La Siria

La guerra per procura USA-Arabia Saudita in Siria ha subito gravi sconfitte e la perdita di posizioni politiche. La Russia ha acquisito influenza, basi e alleati. La Siria ha mantenuto la sua sovranità e ha forgiato una forza armata nazionale temprata sul campo.  Washington può sanzionare la Siria, può afferrare qualche base in un’enclave curda’ fasulla, ma non avanzerà oltre lo scacco matto e sarà vista da molti come invasore occupante. La Siria è vulnerabile e continua a essere un obiettivo di fascia media sulla lista dei nemici degli Stati Uniti, ma offre poche prospettive di avanzamento per il potere imperiale degli Stati Uniti, al di là di qualche legame con un’’enclave kurda’ instabile, suscettibile di guerre intestine e rischiando serie rappresaglie turche.

La Bolivia e il Nicaragua

La Bolivia e il Nicaragua sono fastidi minori sulla lista dei nemici USA. I politicanti regionali USA riconoscono che nessuno di loro esercita un potere globale e nemmeno regionale.

In aggiunta, entrambi i regimi hanno rifiutato in pratica le politiche radicali e coesistono con potenti e influenti oligarchi locali e MNC internazionali legati agli USA.

Le loro critiche riguardo la politica estera, che sono per lo più rivolte a uso interno, sono neutralizzate dall’onnipresente influenza nell’OSA degli USA e dei maggiori regimi neo-liberisti del Latino-America. È lecito pensare che gli USA tenderanno a trovare un adattamento con questi avversari retorici marginalizzati, piuttosto che rischiare di provocare il revival di movimenti di massa radicali nationalisti o socialisti a La Paz o a Managua.

Conclusione

Un breve esame della ‘lista dei nemici’ di Washington rivela che le possibilità di successo sono limitate anche tra gli obiettivi vulnerabili. Chiaramente, in questa configurazione di potenza mondiale in evoluzione, il denaro e i mercati statunitensi non altereranno l’equazione di potere. Gli alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita, spendono enormi quantità di denaro nell’attaccare una nazione devastata, ma distruggono i mercati, mentre perdono le guerre. Potenti avversari, come la Cina, la Russia e l’Iran, non sono vulnerabili e offrono al Pentagono poche prospettive di conquista militare nell’immediato futuro.

Le sanzioni o le guerre economiche non sono riuscite a sottomettere gli avversari in Corea del Nord, Russia, Cuba e Iran. La ‘lista dei nemici’ è costata al prestigio, ai soldi e ai mercati degli Stati Uniti – un aspetto molto particolare del bilancio imperialista. La Russia ora supera gli Stati Uniti nella produzione di grano e nelle esportazioni. Passati sono i giorni in cui le agro-esportazioni statunitensi dominavano il commercio mondiale, compreso il commercio con Mosca.

Le liste dei nemici sono facili da comporre, ma politiche efficaci sono difficili da implementare contro rivali con economie dinamiche e una forte preparazione militare.

Gli Stati Uniti riguadagnerebbero parte della loro credibilità se operassero all’interno dei contesti delle realtà globali e perseguissero un’agenda paritaria, anziché rimanere un perdente ricorrente  in un gioco d’azzardo pigliatutto. Leader razionali potrebbero negoziare accordi commerciali reciproci con la Cina, il che svilupperebbe legami high-tech, finanziari e agro-commerciali con produttori e servizi. Leader razionali potrebbero sviluppare accordi congiunti, economici e di pace, in Medio Oriente, riconoscendo la realtà di un’alleanza tra i libanesi Hezbollah, la Russia, l’Iran e la Siria.

Così com’è, la ‘lista dei nemici’ di Washington continua ad essere composta e imposta dai propri leader irrazionali, maniaci filo-israeliani e russofobi del Partito Democratico – con nessun riconoscimento delle realtà attuali.

Per gli Statunitensi, la lista dei nemici domestici è lunga e ben nota, ciò che manca è la leadership politica civile per rimpiazzare questi capobranco seriali.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Aumento salarial: no me defiendas, compadre

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Viernes 05 de enero de 2018

Aumento salarial: no me defiendas, compadre

El título de este Análisis evoca el de una célebre película del actor cómico mexicano Tin Tan (Germán Valdés) y tiene que ver con cierta actitud que se ha enraizado en el pueblo venezolano cada vez que se anuncia un aumento de salario y del bono de alimentación.

Lo que antes generaba alegría, ahora suele ser motivo de preocupación, dado el rápido efecto inflacionario que estos aumentos producen. Más sube el salario, menos capacidad adquisitiva tienen los ciudadanos de a pie.

Nadie que actúe con ecuanimidad puede poner en duda el inmenso esfuerzo que hacen el presidente Maduro y el Gobierno Bolivariano para tratar de compensar a los trabajadores por los estragos que en su calidad de vida hacen la agresión económica del imperialismo y la burguesía, así como las profundas distorsiones de nuestro sistema económico. No se trata solo de los aumentos salariales. Apenas antier se ha anunciado un nuevo bono solidario, llamado “de Reyes”, por 500.000 bolívares, que beneficiará a millones de venezolanos. La Asamblea Nacional Constituyente ha aprobado el presupuesto nacional para el año 2018, que contempla más del 70% para la inversión social.

La obra social de la Revolución no se detiene, se sigue entregando viviendas, a pesar de las dificultades económicas del país y desarrollando programas solidarios en salud y educación, entonces ¿por qué el pueblo sigue reaccionando como el título de la película cuando suben los salarios? Simple: porque apenas se hace el anuncio, los precios suben en proporción mayor al aumento salarial anunciado, y se produce un efecto de serpiente que se muerde la cola, de círculo vicioso que hace que, en vez de mejorar, la situación del presupuesto familiar empeore, esa es la verdad verdadera.

La Asamblea Nacional Constituyente aprobó hace poco la Ley de los precios acordados, cuyo efecto hasta ahora es casi nulo. Están por aprobarse las leyes de los CLAP y de los Consejos Productivos de los Trabajadores (CPT). Ojalá que esto se traduzca pronto en resultados tangibles.

En fin, nosotros acabamos de constatar un aumento específico de precios que se nos antoja emblemático. Al día siguiente de haber anunciado el Presidente el aumento del 40% del salario, además de los bonos de alimentación, la Arepera Venezuela ubicada en el Ministerio de Comunicación e Información subió el precio de su almuerzo en una proporción del 350%. Los trabajadores estaban muy inconformes con esto, pero como no están organizados, no les queda otra que aceptarlo, no pueden enfrentar este abuso.

Por supuesto, no es nada fácil desenredar la madeja de la situación económica de Venezuela, un país sometido al bloqueo financiero imperialista y que además padece de una economía altamente dependiente de las importaciones y sometido a los efectos de la crisis mundial del capitalismo. Pero el problema es que se ha impuesto la peligrosa matriz de que la situación no tiene salida inmediata y tiende a empeorar. Nosotros andamos a pie por las calles, hablamos con mucha gente, nadie nos puede venir con cuentos: el descontento popular es otra cosa que aumenta, además de los salarios y los precios.

Muchos están confiados y se pavonean victoriosos porque hemos ganado todas las elecciones de 2017. Eso estuvo bien, pero tales resultados no pueden tomarse al pie de la letra como muestra de apoyo popular incondicional a la Revolución. En todos estos eventos comiciales solo votó por los candidatos revolucionarios no más del 30% del padrón electoral, es decir 3 de cada 7 venezolanos en edad de votar (40% en la elección de la Constituyente, pero recordemos que estas no fueron elecciones competitivas). Vencemos, pero no convencemos, somos aun muy vulnerables ante el
ataque inclemente del imperialismo y la oligarquía.

La matriz altamente negativa sobre nuestra situación económica tiene varias razones. La más importante es que las dificultades existen y recientemente han empeorado. No solo se trata de los alimentos, pues no solo de pan vive el hombre. La inflación brutal alcanza todos los rubros que los venezolanos suelen consumir: las medicinas, la ropa, el calzado, el entretenimiento, los insumos para la educación, los artículos necesarios al mantenimiento de la estructura física del hogar, el transporte, el mantenimiento de vehículos, etcétera, etcétera.

Por otro lado, los ciudadanos no disciernen que haya un camino claro, creíble, realmente esperanzador para la superación de las dificultades. Muchos piensan que el Gobierno carece de la autoridad y la capacidad para transitar la tormenta. El asunto no es que esto sea cierto o no, sino que es lo que la población percibe. Es decir, también hay un serio problema comunicacional, como si la comunicación de la Revolución (y no solo del Gobierno) anduviera por un lado y el pueblo por otro.

Hay, en nuestra opinión, un exceso de triunfalismo, de actitud festiva y hasta de “echonería” por parte de la dirección y militancia revolucionaria, que no solo desconecta con la sensación de angustia generalizada que cunde en el país, sino que además puede resultar hasta chocante y desconsiderada para buena parte de los ciudadanos.

Nosotros seguimos pensando que nuestra economía necesita caracterizaciones y definiciones que nos conduzcan a la presentación de un verdadero plan nacional capaz de concitar credibilidad y esperanza, y hasta entusiasmo, en las mayorías. Hablamos mucho de socialismo, pero en realidad en nuestra economía se sigue imponiendo la dictadura del capitalismo, que controla la mayor parte de la producción de las mercancías de uso diario, las cadenas de distribución y los precios. Además del gran capital, también del pequeño capital que posee la inmensa mayoría de los locales
comerciales detallistas.

El chavismo sigue siendo poderoso, y posee un capital político y de masas innegable. Pero no podremos confiarnos mientras el apoyo popular consciente e invulnerable no pase del 30%. Deberíamos aspirar al menos al 60% de ese apoyo, lo cual no caerá del cielo.

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