Nicaragua: nuovo trionfo per il FSLN

Nicaragua: nuovo trionfo elettorale per Daniel Ortega e il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionaleda L’Antidiplomatico 

I motivi della larga riconferma ottenuta da Ortega sono da ricercarsi nelle politiche sociali portate avanti in favore dei meno abbienti, oltre che negli investimenti pubblici

Il presidente uscente della Repubblica del Nicaragua, Daniel Ortega, viene riconfermato alla presidenza per il terzo mandato consecutivo. Il popolo si è espresso in modo chiaro: Ortega alla guida del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) ha ottenuto il 72,1% dei voti, mentre il suo avversario più vicino è stato Maximino Rodriguez del Partito Liberale Costituzionale (PLC) fermo al 14,2% delle preferenze. 

Alla notizia della riconferma di Ortega alla presidenza migliaia di simpatizzanti dell’FSLN si sono riversate per festeggiare nella strade di Managua. I sondaggi che davano Ortega in netto vantaggio non si sono sbagliati. Insieme all’ex comandante guerrigliero, come vicepresidente viene eletta Rosario Murillo. 

VIDEO dei Festeggiamenti

I motivi della larga riconferma ottenuta da Ortega sono da ricercarsi nelle politiche sociali portate avanti in favore dei meno abbienti, oltre che negli investimenti pubblici nelle infrastrutture, per l’elettrificazione del paese, per la salute e l’educazione.

Politiche di sostegno alla cultura e allo sport sono state implementate con forza e convinzione. 

Da non dimenticare lo sviluppo e il rafforzamento della cooperazione con la Cina, come si evince dai lavori per la realizzazione del canale del Nicaragua che sta attraendo numerosi investimenti nel paese. 

Da sottolineare che le elezioni si sono svolte in un clima disteso e senza la segnalazione di alcuna irregolarità nel paese da parte degli osservatori internazionali invitati ad assistere alla tornata elettorale.

Tra i messaggi di congratulazioni per questa nuova vittoria ottenuta dal Comandante Ortega, vi sono quello del Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro che parla di «vittoria della Patria Grande in Nicaragua»; così come il leader cubano Raul Castro che afferma come con questa schiacciante vittoria «Nuestra America potrà continuare a contare sul Nicaragua per avanzare verso la giustizia e la prosperità per il nostri popoli». 

Nicaragua: il ‘Grand Canal’ garantirà l’indipendenza economica

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L’opera, secondo quanto spiegato dal dirigente sandinista Fonseca Terán, difenderà il paese dalle pretese dell’imperialismo

Il Segretario per le Relazioni Internazionali del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), Carlos Fonseca Terán, ha spiegato che il ‘Grand Canal Interoceanico’ garantirà l’indipendenza economica del Nicaragua.

Durante il XIX Seminario Internazionale ‘I partiti e una nuova società’, tenutosi in Messico, Fonseca Terán ha ricordato che l’opera di collegamento tra l’oceano Atlantico e il Pacifico riaffermerà la sovranità di fronte alle rivendicazioni storiche imperialiste. A Washington sono a conoscenza delle conseguenze positive che avrà il canale per i sandinisti, ha aggiunto il Segretario.

Grazie a quest’opera, il Nicaragua non dipenderà dalle sue insufficienti materie prime e risorse naturali, mentre nel processo di costruzione non cederà il controllo del territorio nazionale a nessun altro paese, ha sottolineato il dirigente sandinista.

Fonseca Terán, ha infine evidenziato che nonostante la nazione centroamericana non disponga delle risorse necessarie per l’esecuzione del progetto, l’Autorità del Canale è composta e guidata principalmente da Nicaraguensi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Gli Stati Uniti non cambiano

2567da itanica.org

«Chi provoca, nella nostra regione? Gli Stati Uniti. Chi danneggia questi vertici? Gli Stati Uniti. Perché non ci sarà un documento finale in questo Vertice?  A causa degli  Stati Uniti», ha detto il pomeriggio di questo sabato il Presidente della Repubblica, Daniel Ortega Saavedra, nel suo intervento dinanzi la seduta plenaria del Vertice delle Americhe, a Panama.

Il Comandante ha iniziato il suo discorso ricordando la risposta del Generale panamense Omar Torrijos  alla domanda di un giornalista che gli chiedeva come pensava di entrare nella storia, alla quale rispose  dicendo che quello che gli interessava era entrare nel Canale interoceanico insieme al suo popolo, il quale aveva sacrificato molte vite per ottenerlo. Poi, ha ricordato come alla fine si era imposto il dialogo e si era riusciti ad intavolare negoziazioni tra Torrijos e l’allora Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. 

Sottolineando l’importanza del dialogo, il presidente del Nicaragua ha segnalato che ai Vertici delle Americhe ci sono stati due grandi assenti: Cuba e Porto Rico e che però si è già  ottenuto che Cuba partecipi. Tuttavia, ha citato la canzone di Pablo Milanés: «Cuba e Porto Rico sono le due ali di un passero», dato che «Porto Rico è Latinoamericano e Caraibico».
 Ortega ha commentato il breve incontro che ha avuto luogo alla vigilia tra il leader indipendentista di Porto Rico Rubén Berrios, incluso nella delegazione nicaraguense al Vertice, con il Presidente Obama, e ha accolto favorevolmente le parole del Presidente statunitense circa la sua apertura al dialogo con Porto Rico, dato che si tratta di un popolo i cui diritti sono limitati.

Allo stesso tempo il rappresentante nicaraguense ha approfittato, visto che si era parlato molto di diritti umani nelle riunioni di vertice, per richiedere la liberazione di Oscar Lopez Rivera, che da 34 anni è detenuto negli Stati Uniti a causa della sua lotta per l’indipendenza di Porto Rico.

Il Comandante Daniel Ortega ha detto di come gli Stati Uniti si considerassero esempi di democrazia, di cui desideravano dare lezione imponendo loro dittature; e ha ricordato l’esempio di William Walker, l’intellettuale e giornalista che nel 1856 invase il Nicaragua e decretò la schiavitù. Ha altresì assicurato che l’antimperialismo in Nicaragua non è nato dal conflitto Est-Ovest.

Il comunicato degli Stati Uniti contro il Venezuela, ha detto, ci ricorda il ‘Comunicato Knox’, un ultimatum che gli Stati Uniti diedero al Presidente José Santos Zelaya  nel 1907 obbligandolo all’esilio a Parigi e che provocò una sanguinosa guerra civile. Cinque anni più tardi, «nel 1912 arrivarono le truppe yankee nel paese, e ancora non aveva trionfato la Rivoluzione di Ottobre» in Russia, ha ricordato. «Non è un problema ideologico», ha sottolineato.

Il problema, ha assicurato Ortega, è che «gli yankee non cambiano». Da una parte, ha detto, fanno un cenno a Cuba, dall’altro fanno un attacco al Venezuela.

Tuttavia, quello che i paesi latinoamericani hanno con il Venezuela, sono programmi sociali: magari gli Stati Uniti si mettessero a competere col Venezuela in questo ambito, ha aggiunto.
 
Il Comandante Daniel Ortega ha commentato le intenzioni di cambiamento espresse dal Presidente statunitense constatando che la politica degli Stati Uniti non è quella di un Presidente, bensì quella di un Impero. Ha sottolineato come la ragione per cui gli Stati Uniti si sono sviluppati maggiormente dei popoli al di sotto del Rio Bravo non dipende dal fatto che siano più intelligenti, bensì dal fatto che la potenza del nord deriva dal trasferimento dell’ avanzato Impero Britannico in America del Nord, cosa che ha dato agli Stati Uniti una natura imperialista. 

In questo senso i tempi non sembrano essere cambiati, ha aggiunto; e anche se Obama sembra essere una persona di buona volontà, l’Impero gli pone limiti di azione, e se la macchina degli interessi imperialisti capisce che esce dalla linea, «allora lo assassinano. In questo momento a Obama staranno piovendo addosso insulti negli Stati Uniti perché si riunisce con Cuba», ha commentato.

Il Comandante Ortega ha qualificato l’ordine esecutivo di Obama contro il Venezuela come «un attacco contro la Nostra America», e ha aggiunto che come Latinoamericani hanno il diritto di pensare che il modo di agire degli Stati Uniti, che da una parte intavolano un dialogo con Cuba e allo stesso tempo alzano il livello delle minacce contro il Venezuela, obbedisca ad un piano.

Si è riferito alle ultime spiegazioni fornite dal governo degli Stati Uniti, cioè che dovevano mettere nell’ordine esecutivo che il Venezuela rappresenta una minaccia per loro a puro titolo di  formalità, solo per impedire l’entrata nel loro territorio di alcuni funzionari. “Se si tratta di negare visti, perché c’è bisogno di un decreto?”, si è chiesto. «Se a noi negano visti tutti i giorni!», ha affermato, aggiungendo come sia inaccettabile che per negare visti debbano andar dicendo che gli altri paesi rappresentino una minaccia.
 
Il Presidente ha continuato la sua riflessione dicendo che, invece di partecipare al presente Vertice per parlare di temi quali equità, prosperità ed educazione, ha dovuto partecipare per parlare dell’inammissibile Decreto degli Stati Uniti contro il Venezuela.

Ha aggiunto che non dobbiamo farci illusioni sul fatto che gli Stati Uniti faranno marcia indietro sul Decreto contro il Venezuela in un futuro prossimo, se consideriamo che sono  voluti  loro 50 anni per iniziare a riconoscere il fallimento del blocco a Cuba – e a proposito di questo ultimo, ha pregato Dio affinché Obama ottenga l’approvazione del Congresso al suo annullamento prima della fine del suo mandato presidenziale.

Il Comandante ha poi continuato col tema dei progetti sul gas nella regione, tema che provoca grande preoccupazione al governo del Nicaragua perché tali progetti vanno a collidere con gli obiettivi ambientali, in quanto si tratta di risorse non-rinnovabili e inquinanti. 

Il Presidente ha ricordato che il suo paese è andato aumentando la produzione di energia elettrica a partire da risorse rinnovabili, arrivando a più del 60% di produzione di energia da fonti pulite. Il problema è che, con la caduta del prezzo del petrolio, questo tipo di progetti non sono più redditizi. “Come si può equilibrare questa situazione, se si costruiscono gasdotti che dal Nord America portano alla regione prodotti più convenienti?”. 

Il Comandante ha suggerito che sarebbe necessario sovvenzionare la produzione di energia da fonti rinnovabili affinché, almeno in Centroamerica, la introduzione del gas venga razionalizzata.

Chi provoca, nella nostra regione? Gli Stati Uniti. Chi danneggia questi vertici? Gli Stati Uniti. Perché non uscirà un documento finale da questo Vertice? A causa degli Stati Uniti, perché c’era consenso su quasi tutto,  fuorché sul tema del Decreto contro il Venezuela, ha detto il Presidente. 

Ortega ha terminato il suo intervento appoggiando il processo di pace in Colombia, il diritto dell’Argentina alle Isole Malvinas ed esprimendo il suo sostegno alla domanda di restituzione a Cuba della base militare di Guantanamo. 
 
Discorso del Presidente Comandante Daniel Ortega al VII Vertice delle Americhe, 11 Aprile 2015.
Grazie, stimata Vicepresidente di Panama, Isabel Saint Malo.

Ieri, quando conversavamo durante la riunione del SICA (Sistema di Integrazione Centro Americana, ndt ) con il Presidente Obama, dicevo prima al Presidente Juan Carlos Varela che ho ricordato una frase del Generale Omar Torrijos detta in una delle tante interviste che gli hanno fatto. 

Chiesero al Genarale Torrijos: “E lei come pensa di entrare nella storia?” Lui rispose: “Io quello che desidero è entrare nel Canale”. E lì è il Canale, nelle mani del Popolo  Panamense. Dopo che è stato versato molto sangue. Dopo che furono assassinati molti studenti, giovani panamensi che lottavano per quel Canale.

Alla fine si è imposto il dialogo. In questo dialogo, furono il Generale Torrijos e il Presidente Jimmy Carter coloro che alla fine trovarono il modo di far arrivare il Canale nelle mani del Popolo Panamense. Il dialogo!

Dicevo al Presidente Obama quanto ci faccia felice che oggi ci sia Cuba in questo Vertice delle Americhe. E gli ricordavo che durante il Vertice tenutosi a Trinidad e Tobago gli manifestai che in quella occasione c’erano due grandi assenti: Cuba e Porto Rico. 

Bene, già c’è Cuba. Manca Porto Rico. Porto Rico è latinoamericano, caraibico! “Sono le due ali di uno stesso passero” disse un poeta, o una poetessa portoricana, “Cuba e Porto Rico”. Due ali di uno stesso passero.

E Porto Rico, me lo ricorda qui il nostro fratello Ruben Berrios Martinez che ci accompagna, Presidente del Partito Indipendentista di Porto Rico; ci ricordava che a partire dall’anno 1898, Porto Rico ha uno status coloniale. E’ per questo che all’interno della CELAC (Comunità degli Stati Latino Americani e dei Caraibi, ndt) abbiamo raccolto questa rivendicazione. E’ per questo che anche alle Nazioni Unite  è stato sollevato il tema di Porto Rico nel Comitato di Decolonizzazione.

E io lo dicevo al Presidente Obama: “Presidente, se le Hawaii avessero mantenuto lo status di Porto Rico, lei non sarebbe il Presidente degli Stati Uniti….” E’ così semplice; perché il Popolo di Porto Rico non ha diritto! Benché dicano che è uno Stato libero e associato negli Stati Uniti, non hanno la libertà di aspirare a diventare presidente degli Stati Uniti, per esempio. Perché è uno Status Coloniale.

E per questo quando ci sono le votazioni… Perché mi diceva il Presidente Obama: “Però quando ci sono le votazioni..” Si, quando ci sono elezioni, è vero che c’è una parte della popolazione che vota favorevolmente a che Porto Rico diventi una volta per tutte  Stato degli Stati Uniti, e un’altra parte della popolazione che rivendica il diritto legittimo di Porto Rico ad essere indipendente, e a far parte di questa famiglia a cui realmente appartiene. 

La verità è che lui mi diceva di essere aperto al dialogo con Porto Rico, e che bello che il Presidente Obama sia aperto al dialogo con Porto Rico! E ieri sera lui era lì, si è incontrato alla cena con Ruben e si sono dati la mano. E Ruben gli ha illustrato  il tema  di Porto Rico, e il Presidente Obama gli ha detto che è disposto a parlare. Bene, è bene che parli con i lottatori per l’indipendenza di Porto Rico.

Perché le Autorità di Porto Rico sono subordinate agli Stati Uniti. Non rappresentano la volontà del Popolo di Porto Rico. Perché in fin dei conti, quello che è il tema dell’autodeterminazione, dell’indipendenza di Porto Rico, lo hanno lasciato in disparte, e si tratta di un Popolo con diritti limitati,  una nazione con diritto limitato.

E venendo a questo Vertice, ci troviamo con denunce, detenuti di qua, detenuti di là, e non ci possiamo dimenticare che c’è 
un prigioniero politico, un patriota portoricano… Oscar Lopez Rivera, che è in prigione da ormai 34 anni. Il suo delitto? Lottare per l’indipendenza di Porto Rico! 34 anni!

E noi vogliamo, da questa tribuna, appellarci una volta ancora agli Stati Uniti, affinché liberino Oscar Lopez Rivera!  Che non è altro che un dovere che hanno verso il Popolo di Porto Rico, che tengono sottomesso, soggiogato. Ed è una battaglia che si continua a portare avanti.

Ascoltavamo con attenzione ieri, durante il SICA, le parole del Presidente Obama, e io direi oggi che egli è stato molto più aperto rispetto a quelli che sono i temi che hanno provocato, e provocano ancora, conflitti nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Nostra America Latina e Caraibica.

Ha parlato della storia; egli stesso ci ha ricordato, e io ricordo le notizie di quei giorni in cui ha celebrato la lotta per i diritti civili guidata da Martin Luther King, e  si è recato nel posto in cui furono assassinati combattenti a favore dei diritti civili. 
Furono assassinati dal razzismo di una società che già allora si vantava di essere la portabandiera della “Democrazia” nel mondo, e nel pianeta; che voleva dare lezioni di democrazia ai popoli, imponendoci dittature e tiranni. 

Per cui, a causa della sua politica espansionista, al Nicaragua toccò un Presidente yankee, che la prima cosa che fece fu di instaurare la schiavitù. Il Nicaragua già indipendente dalla Spagna… anno 1821, indipendente dalla Spagna.

1854-56: le imprese navali nordamericane in lotta per il controllo di una via di transito dalla costa est alla costa ovest degli Sati Uniti attraverso il Nicaragua, portarono allora espansionisti nordamericani del sud degli Stati Uniti, che anteriormente avevano tentato di appropriarsi di Sonora per annettere anch’esso al sud degli Stati Uniti.

Arrivarono in Nicaragua e con la forza delle armi, bene, Presidente degli Stati Uniti: il Signor William Walker. Era un giornalista, un intellettuale, un fascista, un razzista; avvocato, giornalista, intellettuale, bene, primo decreto: la schiavitù in Nicaragua.

Alla fine fu abbattuto; bene, perché tutto il Centroamerica vide che l’espansionismo yankee interessava tutta la regione, e si fece la Unione dei Centroamericani che affrontò con le armi il filibustiere che incendio le città del Nicaragua. 

E come si può dimenticare la storia? Perché l’anti-espansionismo, l’anti-imperialismo in Nicaragua non nascono col conflitto Est-Ovest. Niente ha a che vedere col conflitto Est-Ovest! Se l’Unione Sovietica non esisteva ancora!  Non aveva ancora trionfato la Rivoluzione di Ottobre, e già gli yankees stavano intervenendo in Nicaragua.
 
E poi, come ci preoccupiamo quando arriva questo comunicato contro il Venezuela. A noi  ricorda immediatamente il Comunicato Knox… il Segretario di Stato degli Stati Uniti che in nome del Governo degli Stati Uniti diede un ultimatum al Presidente del Nicaragua  José Santos Zelaya nell’anno 1907. Un ultimatum, e il Presidente Zelaya dovette andarsene in Francia, fuggire, e iniziò da là una guerra di patrioti nicaraguensi contro l’intervento yankee. E arrivarono poi nel 1912 le truppe yankees nel nostro paese… 1912, non aveva ancora trionfato la Rivoluzione di Ottobre.
 
Non è un problema ideologico, compagn@. Almeno, quello del Nicaragua non è un problema ideologico.  Non ha niente a che vedere col pensiero di Marx, Engels, né di Lenin. Il Nicaragua non aggredì gli Stati Uniti, è l’espansionismo yankee quello che arrivò nelle nostre terre quando ancora questi non trionfavano. In seguito gli altri interventi, e Sandino in lotta.
E’ per questo che quando noi sentiamo di questo comunicato che dice che il Venezuela rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti… beh, dietro un comunicato come questo subito accorre la storia. Ritorna la storia. E che diciamo? Gli yankees non cambiano. Questo è ciò che diciamo. 
 
Gli yankees non cambiano! Da un lato, un gesto verso Cuba, dall’altro, un attacco al Venezuela. E’ un gesto verso Cuba, è un gesto verso l’America Latina, indubbiamente. E’ un gesto verso il   mondo che ha lottato affinché si rimuova l’embargo, il blocco. 
 
Il gesto verso il Venezuela è un attacco contro i nostri Popoli, contro l’Unità Latinoamericana e Caraibica. Quello che abbiamo dal Venezuela nella nostra regione, sono programmi di solidarietà. La complementarietà, il commercio giusto. Questo è quello che abbiamo nella regione col Venezuela. In Petrocaribe, nell’ALBA (Allenza Bolivariana per i Popoli di Nostra America, ndt) non c’è nessun progetto di tipo militare col Venezuela. Sono tutti programmi di ordine sociale. 
 
Beh, magari gli Stati Uniti si mettessero a competere col Venezuela in questo campo, così, alla stessa maniera. Sarebbe magnifico se gli Stati Uniti si mettessero a contribuire come lo fa il Popolo Bolivariano, senza condizioni. Grazie a questa iniziativa, al cuore immenso del Comandante Hugo Chavez, che con Fidel furono i creatori di questo progetto.  E ora Nicolas che gli sta dando continuità.
 
E non ripeterò quanto stavo loro dicendo nel pomeriggio, che la politica nordamericana non è la politica di un Presidente. E’ la politica di un Impero. Gli Stati Uniti sono un Impero… chiaro che sono un Impero!
 
E perché sono un Impero? Perché si sono sviluppati più di noi Latinoamericani? Non è per il loro ingegno, non per le loro grandi capacità, non perché siano più intelligenti dei Latinoamericani e dei Caraibici… no! Semplicemente perché si è trattato del trasferimento dell’Impero Britannico nelle terre nordamericane che appartenevano ai popoli originari, i quali furono sterminati.
 
E l’Impero Britannico  era il paese più sviluppato dell’epoca; logicamente, essendosi fatto il padrone di quelle terre e di quei territori, vi trasferì tutta la sua conoscenza, tutta la tecnologia, tutta la scienza; la Rivoluzione industriale, dove avvenne il gran salto se non in Inghilterra? Questo spiega perché gli Stati Uniti abbiano una natura imperialista! Si tratta dell’Impero Britannico trasferitosi nel territorio nordamericano; espandendosi e subito entrando in contraddizione. Logicamente entrarono in contraddizione già dal momento che si installarono.
 
Il braccio dell’Impero Britannico si installa negli Stati Uniti e da subito sorgono le contraddizioni; contraddizioni economiche, contraddizioni commerciali, per le imposte… E arrivano le guerre. Ossia, non è altro che il processo, il processo di sviluppo che stava raggiungendo l’Europa, che si trasferì negli Stati Uniti, in quella che noi oggi chiamiamo tecnologia di punta. Si trasferì là, negli Stati Uniti.
 
Qui, nelle nostre terre, vennero le nazioni che avevano la tecnologia, e che ancora continuano ad essere le nazioni con la tecnologia e con lo sviluppo economico più basso d’Europa, che sono la Spagna e il Portogallo. E venne anche l’Inghilterra, che si appropriò della metà del territorio del Nicaragua, e se la disputò con la Spagna.
 
E in seguito l’Inghilterra si appropriò anche delle Malvinas; e lì sta ancora, nelle Malvinas, l’Inghilterra, l’Impero Britannico! Lo stesso Impero il cui braccio fece un salto fino al territorio nordamericano, la cui scienza, la cui tecnologia, la cui cultura si spostarono nel territorio nordamericano, e che spiega quel fenomeno. 
 
Invece qui, in queste terre, nacque una nuova cultura.  Quella era la vecchia cultura europea trasferitasi al Nord della Nostra America. Qui era la cultura meno sviluppata d’Europa… Spagna, Portogallo, gli imperi meno sviluppati trasferiti nel nostro territorio;  e, sterminando in molti casi la nostra popolazione indigena, e in altri casi mescolandosi, alla fine hanno dato realmente luogo ad una nuova civilizzazione. Siamo una cultura molto giovane, e questo spiega come quelli là, con il loro grande sviluppo, pensarono immediatamente di diventare padroni di tutta la Nostra America.
 
E parrebbe che i tempi non sono cambiati, perché, che bravo il Presidente Obama! Dico io, è una persona di buona volontà; ascoltando il suo discorso, è una persona di buona volontà. Però, in che condizioni governa? Fino a che punto egli può prendere decisioni negli Stati Uniti? Dove stanno i limiti che gli impone il sistema?
 
Là c’è un sistema, c’è un meccanismo che mette i presidenti affinché servano a tale meccanismo economico, finanziario e militare. E se il meccanismo sente che il presidente devia, lo assassinano, lo ammazzano, come fecero con Kennedy. Non si è mai saputo che ha assassinato Kennedy.
 
Io sono sicuro che al Presidente Obama staranno piovendo addosso maledizioni ed insulti là negli Stati Uniti, per essersi riunito qui con Cuba. Gli staranno piovendo addosso maledizioni, e lo chiameranno “comunista”, perché questo gli hanno detto in altre occasioni. Gli grideranno “comunista!”. Gli diranno perfino che è islamista, e tireranno fuori tutto il razzismo che ancora possiedono, le forze più oscure negli Stati Uniti. Ma lui ha avuto il coraggio di fare questo passo con Cuba.
 
Dall’altro lato, però, l’attacco contro il Venezuela, che è un attacco contro la Nostra America, contro la CELAC, contro tutti noi, e abbiamo il diritto di pensare che si tratti di un piano… bene, cercheremo insieme a Cuba di trovare una via distensiva. L’America Latina, è chiaro che ha aperto relazioni con Cuba, nessuno pone blocchi a Cuba; il mondo chiede che cessi il blocco contro Cuba.
 
Cuba non si è arresa, ha resistito; però adesso si va contro il Venezuela! Perché il Venezuela non è un paese democratico; con 20 elezioni, non è un paese democratico! Perché adesso il Venezuela è il diavolo, è il male, perché sta portando un esempio di solidarietà ai popoli di Nostra America! E allora, un colpo di qua e una mano di là. Parrebbe una manovra, e abbiamo il diritto di pensarlo. 
 
Per cui, è importante, il Governo degli Stati Uniti, il quale ha dichiarato che tale Decreto non stigmatizza realmente, o non vuole dire, perché lo dice? Adesso dice che il Decreto non dice quello che il Decreto dice: che il Venezuela rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Questo dice il Decreto.
 
Però adesso abbiamo un’altra interpretazione: il Decreto non vuole dire ciò. Se si tratta semplicemente di negare visti e proibire conti negli Stati Uniti a qualsiasi cittadino di Nostra America e del Caribe, lo fanno già tutti i giorni senza necessità di un decreto. Saremmo pieni di decreti, allora, perché in tutti i nostri paesi negano visti. In tutti questi paesi negano visti.
Quando capita a noi di viaggiare negli Stati Uniti, dobbiamo affrontare procedure speciali per ottenere il visto, e ce lo danno pure limitato, il visto. Là abbiamo innumerevoli autorità, e in altri paesi latinoamericani che sono senza visto, non possono andare negli Stati Uniti.
 
Sta bene, è un loro diritto, così come noi abbiamo il diritto di dire che i senatori nordamericani, che i funzionari nordamericani non devono entrare nel nostro paese… è nostro diritto!
 
E’ un loro diritto, sta bene; noi non stiamo chiedendo loro di darci visti. Quello che è inaccettabile è che, per revocare visti, utilizzino il concetto che il paese ai cui cittadini stanno negando i visti sia una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.
Lì sta il pericolo! Lì sta la minaccia per la sicurezza del Venezuela e per la stabilità di tutta la regione. Perché noi siamo qui a lottare, notate bene, con questa agenda “Prosperità con Equità, Educazione”, e all’improvviso ci cade addosso questa bomba.
 
Se è vero che qui dovevamo venire a parlare di questo, di equità, prosperità, educazione e salute. Di questo dovevamo stare qui a parlare; ma la verità è che anche quando si è fatto uno sforzo per affrontare questi temi, l’interesse della comunità internazionale e dei nostri popoli non si è concentrato su questi temi, ma si è concentrato sul fatto che si è aperta una breccia con l’America Latina, dal momento che gli Stati Uniti lanciano un Decreto del genere contro il Venezuela.
 
Ci sono già state dichiarazioni da parte della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, di cui la posizione è chiara. Cioè, è un Decreto inammissibile, inammissibile! Gli Stati Uniti lo ritireranno? Molto difficile. Difficile, molto difficile che lo ritireranno. Ci sono voluti 50 anni affinché riconoscessero che si debbano avere relazioni normali con Cuba, e si debba riflettere sul fatto di togliere l’embargo. Che si dovrà vedere, si dovrà vedere se tolgono l’embargo.
 
Si dovrà vedere, perché? Perché non lo può decidere il Presidente Obama, già lo ha detto qui, lo abbiamo sentito… Non ci facciamo illusioni! Felici si per il passo che si è fatto, però c’è ancora tanto cammino davanti, e c’è tanta resistenza là negli Stati Uniti, lo sappiamo, contro le misure che persino localmente ha preso il Presidente Obama a favore dei poveri.
 
Gli hanno bloccato i programmi a favore della salute negli stessi Stati Uniti. Lo hanno bloccato sul tema dell’immigrazione, chi? Chi domina il Congresso. E allora, quanto tempo passerà perché si concretizzi la sospensione del blocco? Dio voglia che il Presidente Obama riesca a persuadere il Congresso, affinché il blocco si tolga prima che il Presidente Obama lasci la Presidenza degli Stati Uniti. Dio voglia!
 
E nell’immediato cosa speriamo? Speriamo che gli Stati Uniti siano realmente coerenti con quanto ha oggi manifestato il Presidente Obama, anche quando ha detto che il tema della sicurezza non esiste in relazione al Venezuela. Lo ha detto.
 
Adesso deve dimostrarlo con fatti, con gesti, con atti. Come dicono loro: abbiamo bisogno di gesti. Bene, anche noi abbiamo bisogno di gesti da parte loro. Perché solo loro hanno diritto ad esigere gesti da parte nostra? Noi siamo obbligati ad esigere gesti da parte loro; perché ci preoccupano a tutt@. Creano una situazione di insicurezza in tutta la regione, quando invece dovremmo star affrontando quei temi che menzionavo… i temi riguardanti la crescita dell’economia; il tema
del gas che ieri ha affrontato lo stesso Presidente Obama.
 
Perché si sta parlando del gas, ve lo voglio dire, fratell@ Latinoamerican@ e Caraibic@; si sta parlando allegramente del gas e in Nicaragua siamo preoccupati sul tema del gas. Perché? Perché il tema del gas, così come si sta prefigurando, viene a scontrarsi con quella che è stata la cultura a favore dell’ambiente che si è andata favorendo a livello globale: l’energia rinnovabile. Il gas non è rinnovabile.
 
Per quanto gas possa avere il Canada, per quanto gas possano avere gli Stati Uniti, o altre regioni del mondo, si tratta di risorse limitate, finite; non sono rinnovabili. E in più sono inquinanti… chiaro, non inquinano tanto quanto il carbone, però inquinano. E l’ideale, per poter avanzare in quelle che sono le scommesse dell’agenda ambientale e del riscaldamento globale, è includere le risorse rinnovabili nella  produzione di energia; quindi, come possiamo fare per gestire ciò?
 
In Nicaragua abbiamo aumentato il ricorso a risorse rinnovabili. Ricordo che il Presidente Chavez ci diceva: lavorate sulle risorse rinnovabili, su progetti rinnovabili. Ci consigliava. E noi siamo avanzati in questa direzione; più del 60% dell’energia in Nicaragua si genera da fonti rinnovabili.
 
E in questo momento c’è stata una valanga di investitori disposti a finanziare più progetti rinnovabili. Abbiamo dovuto trattenerli. Perché? Perché le tariffe non ripagano il costo della produzione di energia da fonti rinnovabili; in questo momento con la caduta del costo del petrolio si mettono a rischio i progetti basati sulle fonti rinnovabili. Con la caduta del prezzo del petrolio è più conveniente generare energia con petrolio bunker fuel, come lo chiamano; è molto più conveniente che farlo da fonti rinnovabili. E’ più costoso con queste.
 
E allora, si tratta di situazioni complesse perché tutti vogliamo energia a basso prezzo. Si, desideriamo energia economica. Bene, esiste la possibilità di sviluppare dotti e gasdotti dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Messico, verso il Centroamerica, magnifico! Però, come si può equilibrare ciò, e chi investe, o chi sovvenziona l’energia da fonti rinnovabili? Perché in queste condizioni bisognerebbe sovvenzionare l’energia da fonti rinnovabili.  
 
Proprio ora in Nicaragua stiamo sovvenzionando l’energia da fonti rinnovabili. Perché? Perché abbiamo un’offerta di energia da fonti non rinnovabili, e abbiamo un’offerta di energia da fonti rinnovabili che era più conveniente, e cosa reclamano gli impresari, cosa reclamano gli investitori? Vogliamo energia economica, dicono. Lo sapete voi stessi, la prima cosa che chiedono nei vostri paesi è energia a basso prezzo.
 
E che cosa ci dicono? L’energia più cara in Centroamerica è quella in Nicaragua. Però il fatto è che noi ci siamo impegnati con l’energia da fonti rinnovabili, e tale energia è cara. Chiaramente, coi prezzi che aveva il petrolio tempo fa, era più conveniente; però adesso l’energia da fonti rinnovabili è più cara.
 
Questo è un aspetto che noi vogliamo portare nei differenti Forum in cui si trattano questi temi, affinché si possa razionalizzare la introduzione del gas per lo meno in quella che è la regione del Centroamerica, dove siamo molto impegnati in questo senso; ci sono altri paesi come il Costa Rica che hanno energia da fonti rinnovabili quasi al 100%. E si pone pertanto questo dilemma. 
 
Sono temi che dovremmo stare qui ad affrontare, però non ci hanno lasciato più opzione. Perché? Perché in questi Vertici, per quanto riguarda i temi di ordine politico, già ci siamo felicitati con Cuba. Semplicemente, saremmo qui a salutare nuovamente la presenza di Cuba, la decisione degli Stati Uniti, e non ci saremmo infilati nel tema del Venezuela.
 
Chi provoca? Gli Stati Uniti. Chi danneggia questo Vertice? Gli Stati Uniti. Perché non c’è una Dichiarazione del Vertice? Gli Stati Uniti. Perché gli Stati Uniti, logicamente, non vanno a sostenere il 3%. Perché il presidente Varela ha dichiarato che il 97% del Documento ha il consenso in tutti gli aspetti economici e sociali che riguardano i temi che sono in agenda. 
 
Però c’è un 3% che non riscuote il consenso: il tema politico. E qual è il cuore del tema politico? Il Decreto. E quindi, con quel Decreto, non hanno fatto altro che eliminare la possibilità di una Risoluzione che avremmo firmato tutti noi contenti, e qui avremmo marciato tutti molto contenti e fiduciosi, logicamente, volendo avere fiducia nella volontà espressa dal Presidente Obama riguardo la politica nordamericana nei confronti dell’America Latina e del Caribe.
 
Ma, come ho detto all’inizio, il dialogo è la unica cosa che ci rimane in questo ambito. Noi sosteniamo lo sforzo che sta facendo il Presidente Santos là in Colombia a favore della pace. E sosteniamo anche l’Argentina in tutti i suoi sforzi affinché quei territori (le Isole Malvinas, ndt) ritornino ai suoi legittimi proprietari, e affinché il territorio di Guantanamo torna anch’esso al suo legittimo proprietario, che è Cuba.
 
Molte grazie, stimata Vicepresidente Isabel Saint Malo. E i nostri saluti vadano al Presidente e al Popolo di Panama.

L’ALBA di una nuova Europa!

da Commissione Esteri M5S 

Cos’è il modello ALBA-TCP? Dove e perché nasce? Cosa c’entra con l’Euro e con le proposte del M5S per l’Europa del Sud?

Siamo lieti di invitarvi al convegno dal titolo “L’Alba di una nuova Europa” che si terrà venerdì 13 marzo 2015 a partire dalle ore 10:30, presso la Nuova Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari in via di Campo Marzio n.74, Roma.

Interverranno:

Gianni Minà – giornalista e scrittore
Luciano Vasapollo – docente di Economia (La Sapienza) e direttore del centro studi Cestes
Alessandro Di Battista – Vicepresidente Commissione Affari Esteri M5S
Joaquín Arriola – docente di Economia (Universidad El País Vasco)

Illustreranno il modello ALBA:

Bernardo Álvarez – Segretario Generale ALBA
Carlos Romero Bonifaz – Senatore della Bolivia
Veronica Rojas Berrios – Viceministro Affari Esteri del Nicaragua
Alba Beatriz Soto Pimentel – Ambasciatrice di Cuba in Italia
Juan F. Holguín – Ambasciatore dell’Ecuador in Italia

modera Manlio Di Stefano – Capogruppo Commissione Affari Esteri M5S

In chiusura è previsto un dibattito aperto a giornalisti ed esperti

Chi tra voi fosse interessato, è pregato di compilare la seguente richiesta di partecipazione: http://goo.gl/forms/dOrJQCwsKm

ATTENZIONE A QUESTE POCHE REGOLE:
– I posti disponibili sono 50 (li selezioneremo secondo il criterio cronologico delle adesioni)
– Soltanto coloro i quali riceveranno una mail di conferma da parte dello staff avranno l’accesso garantito (gli altri potranno presentarsi ugualmente ma senza garanzia di accedere all’aula)
– Compilare il form in tutte le sue parti
– Presentarsi alle ore 09:30 con un documento di identità valido
– Gli uomini dovranno indossare la giacca
– Vietato portare macchine fotografiche o telecamere
– Non è consentito l’accesso ai minori di anni 14
– I minori dai 14 ai 17 anni dovranno essere accompagnati da un adulto

Per ulteriori informazioni scrivere a carlo.randazzo@camera.it

Passate parola!

Mosca offre un’alternativa di sviluppo a Cuba, Venezuela e Nicaragua

1033864013da mundo.sputniknews.com

La Russia propone uno sviluppo strategico alternativo a Cuba, Venezuela e Nicaragua secondo Alberto Hutschenreuter, PhD in Relazioni Internazionali e professore di Geopolitica presso la Escuela Superior de Guerra Aérea in Argentina

In questi giorni il ministro della difesa russo Sergei Shoigu visiterà i tre paesi menzionati. Con Nicaragua e Venezuela già sono stati firmati accordi nell’ambito della cooperazione tecnica e militare.

«La Russia può fornire un’alternativa strategica a questi paesi come Cuba, Venezuela e Nicaragua, che desiderano aumentare le proprie capacità di sviluppo e ritengono che l’America Latina dovrebbe dare priorità ai suoi interessi», ha dichiarato il professore in un’intervista all’agenzia Ria Novosti.

Secondo Hutschenreuter, l’incremento della cooperazione tra Russia e America Latina osservato di recente è da mettere in relazione alle politiche che le potenze occidentali hanno adottato nei confronti della Russia.

«In questo contesto, le crescenti relazioni tra la Russia e i paesi dell’America Latina rappresentano una sorta di risposta agli approcci ostili dei paesi occidentali nei confronti della Russia. Per esempio – ha spiegato il professore – sull’Ucraina o prima in Georgia, l’avvicinamento della Nato ai confini russi, lo scuso missilistico».

L’esperto ha affermato che gli siglati nel tour di Shoigu dimostrano che la Russia può addentrarsi in uno spazio tradizionalmente sensibile per Washington, cioè, l’America Centrale, i Caraibi e la zona settentrionale dell’America del Sud, una sorta di enorme «mare nostrum americano».

Hutschenreuter ritiene che gli accordi firmati tra Russia e Nicaragua vadano in questa direzione, per esempio, sulle procedure di attracco delle navi da guerra russe nei porti del paese centroamericano, sugli accordi di cooperazione militare o in relazione all’ottimizzazione delle capacità dell’Esercito nicaraguense.

Il professore ha poi sottolineato che questi accordi non devono essere bollati come ideologici, né tantomeno definiti «nuovo imperialismo».

Segnalando infine che la Russia così come i paesi dell’America Latina si trovano in una fase di diversificazione delle loro relazioni su scala globale, e quindi gli accordi di cooperazione in ambito militare sono un passaggio necessario.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

(VIDEO) Ortega: “Los yankees quieren un golpe en Venezuela”

por Aporrea

San José, enero 28 – El presidente de Nicaragua, Daniel Ortega, dijo este miércoles durante la cumbre de la Celac en Costa Rica, que el “imperio” norteamericano “conspira” para que en Venezuela se produzca un “golpe militar sangriento y brutal”.

A juicio de Ortega, los “yankees siguen conspirando” contra la integración de países latinoamericanos y caribeños. “El presidente Obama está atrapado por el yankee, por el imperio”, agregó.

“¿Y quién esta detrás de las conspiraciones contra la revolución bolivariana, la revolución de Bolívar, de Chávez, y ahora de Nicolás (Maduro) ese proceso? ¿Acaso no salieron las pruebas ahí cuando el golpe contra Chávez que era el yankee el que estaba detrás conspirando contra ese proceso de libertad, dignidad, soberanía y generosidad?”, preguntó el mandatario nicaragüense.

“No se cansan de conspirar y siguen conspirando. Vemos claramente como tratan de repetir la historia de Chile (…) quieren repetir la historia de Chile contra Venezuela, quieren aplicar y están aplicando el mismo guión, quieren que esto culmine con un golpe militar, sangriento, brutal como el que propiciaron los yankees allá en Chile”, añadió.

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Nicaragua: un nuovo canale divide l’America

di Geraldina Colotti – il manifesto 

26dic2014.- Parla Jacinto Suarez, storico dirigente sandinista

Pro­te­ste e scon­tri, in Nica­ra­gua, per la costru­zione del Gran Canale Inte­ro­cea­nico. Mer­co­ledì la poli­zia ha disperso una mani­fe­sta­zione di con­ta­dini, che bloc­ca­vano la strada di El Tule, a circa 260 km a sudest della capi­tale Mana­gua. Secondo gli atti­vi­sti, 25 per­sone sono state arre­state. Dopo anni di ten­sioni e pole­mi­che, lo scorso 22 dicem­bre il governo san­di­ni­sta ha annun­ciato uffi­cial­mente l’inizio dei lavori di costru­zione della grande opera, per un costo totale di 50 miliardi di dol­lari. Un canale più grande di quello di Panama, che per­met­terà il pas­sag­gio annuale di oltre 1.500 grosse imbar­ca­zioni e un enorme rispar­mio di tempo per coprire la distanza tra un porto nel Paci­fico e uno nel Mar dei Caraibi. Il governo di Daniel Ortega lo con­si­dera una fon­da­men­tale leva per lo svi­luppo del paese, che in que­sto modo dovrebbe riu­scire a rad­dop­piare la pro­pria cre­scita eco­no­mica e a pas­sare dall’attuale 4–5% annuo a quasi l’11% nel 2015 e al 15% l’anno successivo.

«Il Canale inte­ro­cea­nico è un pro­getto ideato dalle orga­niz­za­zioni del com­mer­cio inter­na­zio­nale e avviato con i governi pre­ce­denti. Noi cer­chiamo di gestirlo per lo svi­luppo e il benes­sere del nostro popolo», dice al mani­fe­sto Jacinto Sua­rez, diri­gente sto­rico del Fronte san­di­ni­sta di libe­ra­zione nazio­nale e oggi mem­bro della Segre­te­ria per le rela­zioni inter­na­zio­nali. Per il mega-progetto, oltre a quella del canale «è pre­vi­sta la costru­zione di due porti, un aero­porto, lo svi­luppo del turi­smo con l’apertura di altre vie di comu­ni­ca­zione e com­plessi alber­ghieri e una zona di libero com­mer­cio — dice ancora Sua­rez — 200.000 posti di lavoro, 50.000 dei quali nel set­tore can­tie­ri­stico. La guerra con i con­tras e la gestione del neo­li­be­ri­smo sel­vag­gio hanno lasciato il nostro paese in ginoc­chio. Da quando siamo tor­nati al governo, il Nica­ra­gua sta risa­lendo la china gra­zie ai pro­getti sociali e alle nuove rela­zioni di soli­da­rietà inter­na­zio­nale, ma la prio­rità è quella di sal­dare il debito di svi­luppo con la nostra popo­la­zione, scon­fig­gendo povertà e disoc­cu­pa­zione. Un pro­getto a cui con­cor­rono anche set­tori impren­di­to­riali che pen­sano al loro inte­resse e non sono certo diven­tati san­di­ni­sti, ma la ric­chezza che arriva potrà essere ulte­rior­mente ridi­stri­buita».

Sua­rez — che abbiamo inter­vi­stato a Roma, durante l’incontro inter­na­zio­nale orga­niz­zato dall’Associazione Italia-Nicaragua — non nega l’esistenza di un impatto ambien­tale, ma con­te­sta la «stru­men­ta­lità» di certe ong. «Non dob­biamo — dice — far finta di non vedere che, attac­cando il Nica­ra­gua si vuole attac­care il ruolo della Cina, o quello del Vene­zuela nel caso della costru­zione comune Managua-Caracas della raf­fi­ne­ria, o ancora quello dell’Alba, l’Alleanza boli­va­riana per i popoli della nostra Ame­rica, che ha instau­rato nuove rela­zioni sud-sud».

A vin­cere la con­ces­sione del Gran Canale è stata l’impresa cinese Hknd Group, che ha illu­strato il suo pro­getto nel luglio scorso. Allora, ha assi­cu­rato che le acque del lago Nica­ra­gua non subi­ranno danni signi­fi­ca­tivi: per­ché il canale attin­gerà all’acqua pro­ve­niente dal fiume Punta Gorda e per­ché si prov­ve­derà a creare un lago arti­fi­ciale con un’estensione di 400kmq. I lavori dell’impresa cinese pre­ve­dono di tagliare il Nica­ra­gua per circa 278 km, e per 105 km il lago. Il pre­si­dente della Hknd, Wang Jing, ha ora ras­si­cu­rato i con­ta­dini sulle cui terre pas­se­ranno i lavori: ver­ranno risar­citi — ha affer­mato– «secondo valu­ta­zioni di mer­cato, in maniera giu­sta, aperta e tra­spa­rente». E anche il pre­si­dente Daniel Ortega ha mol­ti­pli­cato le dichia­ra­zioni ras­si­cu­ranti: «Dove passa una strada, la terra che prima valeva 100, poi varrà 10 volte di più. Que­sta opera avrà anche un impatto mon­diale sul costo del com­mer­cio dei pro­dotti da una parte all’altra», ha detto Ortega.

L’impresa cinese ha la con­ces­sione per costruire e ammi­ni­strare il canale per 100 anni. Wang Jing ha pro­messo anche 50 borse di stu­dio in Cina, la costru­zione di tre ospe­dali nelle zone in cui verrà rea­liz­zata la grande opera e la dona­zione di diverse ambu­lanze. Tut­ta­via, le orga­niz­za­zioni ambien­ta­li­ste denun­ciano che gli studi d’impatto ambien­tale non sono stati con­clusi e che ver­ranno pre­sen­tati solo a marzo del 2015. I pro­getti eco­no­mici legati al canale dovreb­bero con­clu­dersi entro il 2020.

«Per la rico­stru­zione del nostro paese — dice ancora Sua­rez — abbiamo biso­gno di man­te­nere le con­qui­ste sociali, con­ti­nuare a distri­buire la terra e favo­rire la pic­cola pro­du­zione agri­cola, dare le fab­bri­che in gestione ai lavo­ra­tori, ma dob­biamo anche otte­nere la pace, in Nica­ra­gua e nel con­ti­nente: svi­lup­pare rela­zioni sud-sud, ma senza chiu­dersi a quelle con altri bloc­chi o con i paesi che agi­scono nell’ambito dell’Alleanza del Paci­fico. Dieci anni fa, l’Alba ha scon­fitto il pro­getto neo­li­be­ri­sta dell’Alca, l’Accordo di libero com­mer­cio per le Ame­ri­che. Un esem­pio che ha fatto scuola, e che ha evi­den­ziano il ruolo pre­zioso del Vene­zuela. L’importante ora è inver­tire piano piano la ten­denza, il pre­do­mi­nio di rap­porti asim­me­trici a favore del Nord e delle grandi eco­no­mie neoliberiste».

Roma: II Encuentro Europeo de Solidaridad con la RPS – Documentos finales

29th anniversary of the Sandinista revolutionII ENCUENTRO EUROPEO DE SOLIDARIDAD CON

LA REVOLUCION POPULAR SANDINISTA 

DECLARACION FINAL

Reunidos y reunidas en Roma los días 21-22-23 de  noviembre de 2014, acogidos por la Asociación Italia-Nicaragua, los delegados y delegadas procedentes de diversos organismos de Solidaridad, de Austria, Bélgica, Cataluña, España, Francia, Gales, Italia, Reino Unido, Suecia y Suiza, participantes en el II ENCUENTRO EUROPEO DE SOLIDARIDAD CON LA REVOLUCION POPULAR SANDINISTA (RPS).

 

Reconocemos en el FSLN y en el Gobierno sandinista, la continuidad de la RPS que ha venido restituyendo los derechos de las mujeres, hombres, niñas y niños. Asimismo saludamos la implementación de nuevos programas sociales, culturales, de empoderamiento político y económico de las y los nicaragüenses a través de proyectos sociales y económicos para la erradicación de la pobreza. En consecuencia acordamos:

 

1°.- Constituirnos en Comité Europeo de Solidaridad con la RPS;

 

2°.- Aprobar el “Plan de Brigadas Europeas Internacionalistas para 2015, de formación política en Solidaridad con la RPS”;

 

3°.- Elevar al Gobierno de la República Bolivariana de Venezuela, la propuesta de una  Jornada Mundial de Solidaridad, en la fecha del 5 de marzo de 2015, segundo Aniversario del fallecimiento del  Presidente Hugo Chávez Frías, contra la expansión de la OTAN y la concentración económica y financiera que el imperialismo a través del TTIP quiere imponer a los pueblos del mundo;

 

4°.- Revitalizar los actuales hermanamientos con municipios nicaragüenses y promover la creación de otros nuevos;

 

5°.- Conmemorar y celebrar el 35° Aniversario de la Cruzada Nacional de Alfabetización, por todas las organizaciones presentes en el Encuentro, en Solidaridad con la RPS;

 

6°.- Reafirmar nuestro compromiso internacionalista de seguir trabajando codo a codo con el Frente Sandinista de Liberación Nacional, por la Solidaridad con el pueblo de Nicaragua, en base a los programas sociales que se están implementando en la lucha contra la pobreza, por la igualdad social, el cooperativismo y le desarrollo sostenible del país;

 

7°.- Adherirnos al Manifiesto de la Plataforma Global contra las Guerras “NO A LA GUERRA-NO A LA OTAN”;

 

8°.- Respaldar la propuesta del FSLN, de celebrar un Encuentro Internacionalista de Solidaridad con la RPS y el pueblo hermano de Nicaragua, en julio de 2015 en Managua;

 

9°.- Reforzar los actuales dispositivos comunicacionales de la Solidaridad Europea con la RPS para mejorar la eficacia en la lucha contra el cerco mediático;

 

10°.- Promover un Encuentro de los Movimientos Sociales europeos en Solidaridad con el ALBA.

 

                                                                            Roma, el 23 de noviembre de 2014

[Se adjuntan el MANIFIESTO “NO A LAS GUERRAS NO A LA OTAN” y la “Propuesta de una Jornada Mundial de Solidaridad Internacionalista contra la OTAN y el TTIP]

 

Manifiesto de la Plataforma Global contra las Guerras9  de octubre de 2014 En julio de 2012 se presentó en Madrid, en el Club de Amigos de la UNESCO, la Plataforma Global contra las Guerras, que ahora retomamos por la necesidad de hacer frente a la situación mundial en que nos encontramos, en la que una poderosa banda criminal marca la política exterior de los Estados Unidos y la Unión Europea, con la OTAN a su servicio, desestabilizando, dando golpes de estado, destruyendo, saqueando a las naciones ricas en recursos,  como salida a la crisis sistémica del capitalismo occidental. Ahora pretende una nueva guerra mundial para tratar de resucitar al moribundo dólar, y sin dejar de desestabilizar América Latina y bombardear Siria e Irak, apunta a Rusia, Asía y África, poniendo en riesgo la vida en el Planeta. Ya es hora de detenerlos. Manifiesto

NO A LA GUERRA – NO A LA OTAN

 

La INTERNACIONAL del siglo XXI es la lucha y la acción coordinada y permanente contra la guerra. Sin esta lucha lo demás vale poco. Este manifiesto intenta explicar el porqué y recabar el compromiso militante de las personas y pueblos.

 

1º El mundo vive guerras “locales” devastadoras, con el grave peligro de su generalización. El capitalismo dominante, en su fase neoliberal imperialista más agresiva, no se resigna a la existencia de un mundo multipolar de paz y diálogo y quiere otanizarlo para controlar sin resistencia la economía, las finanzas, la energía. En el breve tiempo de 11 años, sin remontarnos más lejos, se ha destruido Iraq y Libia y se está destruyendo Siria. Esto en el espacio del Norte de África y Próximo Oriente, sin hablar del conjunto de África y de otras zonas del planeta que entran en la confrontación económica y política, con crecientes amenazas militares, como se produce en el Pacífico Sur contra China.

 

2º Ucrania es un asunto clave en Europa. Ucrania no es sólo un problema de ladrones y saqueadores locales y foráneos, sino una realidad dramática que entronca con la 1ª y 2ª Guerras mundiales. En Ucrania, además de intentar incorporar un nuevo estado dócil a la Europa neoliberal y belicista, se intenta establecer las trincheras contra Rusia, por su importancia singular y por lo que representa junto a China y otros países (los BRICS) de intento de poner en marcha un gran espacio económico y financiero no dependiente ni del dólar ni del euro, ni de los EEUU ni de la UE.

 

3º En Ucrania y en Gaza se acaban de producir miles de muertos y heridos, se han destruido casas, escuelas, hospitales. Y continúa. Gaza y Ucrania nos alertan de dos cosas: la primera, la indiferencia ante el horror por la mayoría de las poblaciones de los países no afectados directamente; la segunda, el entusiasmo de amplios sectores de los países agresores. El caso más indecente: el de los sionistas israelíes gozando del espectáculo de los bombardeos de su ejército contra el pueblo palestino, brindando desde las terrazas de sus casas.

 

4º El imperialismo de EE.UU, el de la UE y el sionismo tienen en una OTAN cada día más reforzada su brazo armado contra los pueblos que resisten, al tiempo que avanzan en el cerco a Rusia y China. La crisis económica general del capitalismo exacerba la escalada militarista y bélica. Las anunciadas maniobras de la OTAN en el Estrecho de Gibraltar acordadas en la reciente Cumbre de Gales, las mayores en la historia de la Alianza son una gran oportunidad para preparar movilizaciones en todo el Estado español y de coordinar esfuerzos con los pueblos, especialmente con los del Sur de Europa. Es hora de levantar los objetivos históricos comunes de Salir de la OTAN y Desmantelar las Bases.

 

5º En Latinoamérica, la ofensiva desestabilizadora de los EEUU viene recorriendo un largo camino, sembrado de actos de terrorismo encubierto con grandes costos en vidas humanas: el bloqueo genocida a Cuba, la guerra de la contra en Nicaragua, los golpes de Estado en Venezuela, Honduras y Paraguay  por señalar los más significativos. Una ofensiva que continúa en la actualidad con la campaña desestabilizadora de la República Bolivariana de Venezuela, Argentina y otros países de la región. Estos actos de terrorismo selectivo consentidos/planeados desde Washington, gozan del silencio cómplice de unos medios de comunicación corporativos que colaboran con la Guerra global desatada por el imperialismo norteamericano

 

6º La escasa preocupación antibelicista y de defensa radical de la paz y el diálogo en los programas políticos y sindicales y en las elaboraciones y pronunciamientos intelectuales, es una clara muestra de lo que ocurre. Hay una contradicción total entre la oposición que hubo a la guerra de Iraq y la movilización popular que produjo, y la indiferencia actual con varias guerras abiertas y miles de mercenarios, terroristas y golpistas fomentados y armados desde los grandes poderes económicos y políticos de EEUU, la UE, Israel, Turquía y regímenes feudales del Golfo.

 

7º En una situación general prebélica como la actual, lo fundamental es desactivar el terrorismo belicista, sin lo cual no puede haber ningún tipo de transformación social general, estable y duradera. Solo la universalización coordinada de la lucha por la paz y contra la guerra puede establecer, recomponer e impulsar la fraternidad y solidaridad entre los pueblos. Si hasta hace poco el llamado “estado del bienestar” ha existido en una parte minoritaria del planeta, ha sido sobre la base de la explotación de los seres que jamás lo han conocido.

Sólo puede reivindicarse una vida digna para todos los pueblos y personas desde la más enérgica condena de la guerra y de la violencia fascista. En este momento es preciso apelar a los grandes ideales humanos, alertar sobre los peligros que nos acechan y apelar al instinto de conservación de la especie.

Tener muy presente la historia y recordar que el capitalismo ha salido siempre de las grandes crisis y depresiones con guerras y masacres generales.

 

8º Este manifiesto pretende contribuir a crear un movimiento activo y coordinado con capacidad de denuncia y de respuesta inmediata contra el terrorismo belicista. Tejer en todo el mundo una red activa de organizaciones políticas, sociales y de personas, capaz de dar un giro radical a la situación de pasividad casi total.

 

A tal efecto, crear también un Observatorio de Crímenes contra la Humanidad, que denuncie, con nombres y apellidos, el crimen y a los inductores, propagandistas e instigadores, sean gobiernos,  grupos empresariales, medios de información,  o cualquier otro.   El objetivo final sería la creación de un Tribunal Internacional  ante el que respondan  todos/as los responsables de instigar,  impulsar,  dirigir y sufragar, o fomentar de cualquier forma  la guerra global y permanente, de consecuencias inimaginables para la vida en el planeta.

 

.O es el inicio del tiempo de los pueblos o continuará siendo el de la barbarie y el caos global.

 

CON NUESTRO SILENCIO NO

————.

Este Manifiesto fue consensuado por las personas que constituyeron esta Plataforma Global contra las Guerras, la cual está apoyada por conocidas personalidades, entre ellas Adolfo Pérez Esquivel (Premio Nobel de la Paz), Stella Calloni, escritora, politóloga; Federico Mayor Zaragoza, ExSecretario General de la UNESCO; Michel Collon, periodista, investigador; Ahmed Bensaada, Doctor en Física, investigador; Maired Maguire, Premio Nobel de la Paz; la madre Agnes-Mariam de la Croix, propuesta para el Premio Nobel de la Paz, James Petras, sociólogo, etc. 

Ha sido suscrito ya por miles de  personas.

De todo ello se dará oportuna información en medios de Internet, para continuar una Campaña Permanente de explicación y recogida de apoyos.

Difúndelo

 

El MANIFIESTO está colgado de Internet en  www.noalaguerranoalaotan.wordpress.com/

Puedes adherirte simplemente pidiéndolo en el correo noalaguerra-noalaotan@outlook.es

 

Encuentro Europeo de Solidaridad con la Revolución Popular Sandinista, celebrado en ROMA los días 21-22 y 23 de noviembre de 2014 Propuesta de una Jornada Mundial de Solidaridad Mundial Internacionalista, contra la OTAN y el TTIP”Exposición de motivosSe trata de convocar una jornada mundial internacionalista de solidaridad de los pueblos de Europa con los de Latinoamérica, y de los pueblos de Latinoamérica con los europeos, que se centraría básicamente en la defensa del ALBA y por la paz en la frontera oriental de Europa, con un carácter claramente anti-imperialista. Estaría interesada toda la izquierda europea, ya que se acentúan los efectos devastadores de la Gran Recesión que sacude a Occidente desde hace 7 años, cuando comenzó la crisis sistémica del modelo de acumulación del capital financiero, que no parece tener salida (dentro del capitalismo). Las respuestas que están dando los poderes económico-financieros de Occidente ahondan la crisis con un riesgo elevado de guerra global y de esclavitud económica como se expresa a continuación:

 

1.- En cuanto al riesgo de una GUERRA GLOBAL.

El conflicto bélico desatado en UCRANIA supone que por primera vez la Unión Europea tiene una guerra en su propio territorio. La guerra civil en este país amenaza con convertirse en una guerra de superpotencias, donde el imperialismo occidental disputa a Rusia la línea de fractura en Ucrania.  En la cumbre de la OTAN en Cardiff (País de Gales, Reino Unido) celebrada el pasado mes de septiembre, se adoptaron medidas de expansión y de fortalecimiento de la estructura militar de la OTAN en Europa oriental. Es sabido que la OTAN se prepara para intervenir en la Cuenca del Pacífico y que ya ha tomado espacio en Latinoamérica, donde gobiernos como el colombiano han solicitado el ingreso en esta Alianza Militar, cada día más global. En Cardiff se aprobó la realización de las mayores maniobras de la OTAN desde la Guerra Fría, en el estrecho de Gibraltar en el otoño de 2015, en las que participarán más de 20 000 efectivos utilizando todo tipo de armamento de última generación, ensayando en la práctica estrategias de guerra global. España y Portugal serán anfitriones de esas maniobras. España tiene actualmente tres bases militares de la OTAN, en Rota (Cádiz), en Morón (Sevilla), en Bétera (Valencia) y el Cuartel General en San Isidro (Menorca), además del Centro Combinado de Operaciones Aéreas (CAOC, siglas en inglés), en Torrejón de Ardoz (Madrid). En Portugal la base de Oeiras en Lisboa. Además estas maniobras tendrán el apoyo aéreo de la base naval de la OTAN en Italia[1].

 

2.- En cuanto a la INSEGURIDAD ECONÓMICA.

EEUU y la UE están preparando en secreto el Tratado Trasatlántico de Inversiones y Libre Comercio (TTIP), que incluye medidas de asociación económica de las multinacionales estadounidenses, británicas y europeas, para incrementar su monopolio a escala mundial, arruinando a las empresas pequeñas y medianas de la metrópoli. Estas medidas económicas van acompañadas de otras políticas, para imponer por decreto una legislación mundial por encima de los parlamentos nacionales, que también afectaría a todo el mercado mundial y en particular a los mercados emergentes de Latinoamérica. Con esta maniobra el TTIP busca adquirir competencias jurídicas por encima de la soberanía de los Estados con el argumento de que con el Tratado van a crecer las economías de Occidente reduciendo el desempleo y reactivando la producción, cuando en realidad es todo lo contrario.

 

Para imponer el TTIP utilizarán además los medios de información propiedad de este gran capital trasatlántico. El interés último de este Tratado es absorber todos los mercados que hoy están en manos de empresarios pequeños y medianos, los cuales proporcionan el 85% del empleo nacional. Pretenden una salvaje desregulación que incluye el establecimiento de un poder judicial controlado por las mismas multinacionales. En diversos países de la UE ya ha comenzado la movilización ciudadana en su contra, pero tiene que extenderse a escala mundial, ya que el TTIP no afectaría sólo a los pueblos de la Unión Europea, sino también a todos aquellos que se ven arrastrados a establecer tratados comerciales, como ocurre en Latinoamérica, o que se encuentran bajo la amenaza de la desestabilización promovida por la superpotencia norteamericana. 

 

 

El fortalecimiento de ambos pilares occidentales: el militar y el económico (OTAN y  TTIP), representa la mayor amenaza presente y futura para toda emancipación económica de los trabajadores, para aquellos gobiernos antiimperialistas, como ocurre en el caso del ALBA, en donde se integra Nicaragua, y para los pueblos del mundo que quieren la paz y una vida digna.

 

Parece claro que ha llegado el momento en que los pueblos de las metrópolis imperialistas se unan a los Gobiernos antiimperialistas del mundo y en particular de Latinoamérica, y lleven a cabo el gran ideal internacionalista del General de Hombre Libres, Augusto César Sandino, expresado en aquella palabras premonitorias pronunciadas en 1932 “… si en los actuales momentos históricos nuestra lucha es nacional y racial, ella devendrá internacional conforme se unifiquen los pueblos coloniales y semicoloniales con los pueblos de las metrópolis imperialistas.”

 

 

Propuesta:

Este Encuentro Europeo de Solidaridad con la Revolución Popular Sandinista, tras denunciar la creciente agresividad imperialista en el este de Europa (Ucrania), en Oriente Medio (Palestina, Irak, Siria, Líbano), en América Latina (Venezuela, Cuba, etc.) y en la cuenca del Pacífico (Mar de China), considerando la situación mundial descrita en la anterior exposición de motivos:

 

ACUERDA:

Promover la celebración de una JORNADA MUNDIAL contra la expansión militar de la OTAN y la concentración económica y financiera, que Occidente quiere imponer a los pueblos del mundo.

 

Proponer como fecha de esa jornada mundial, el día 5 de marzo, segundo Aniversario del paso a la inmortalidad del Presidente Hugo Chávez Frías.

 

Elevar al Gobierno de la República Bolivariana de Venezuela esta propuesta para que la tome en consideración y sea esa instancia quien la convoque, si lo considera oportuno.

 

 

En Roma a 23 de noviembre de 2014

Nel cuore dell’Europa denunciando la complicità UE con il sionismo

di Fiorangela Altamura

I giorni 11 e il 12 novembre, al Parlamento europeo, si sono tenute due giornate sulla Palestina promosse dalla coalizione dello stato spagnolo Izquierda Unida, e precisamente dai deputati europei Javier Couso e Angela Vallina, appartenenti a GUE/NGL, membri della Delegazione per le relazioni con la Palestina.

Tale delegazione, dopo l’ultimo attacco a Gaza, tentò di entrare nella Striscia ma le fu negato l’accesso dal governo israeliano.

Negli incontri si è discusso dell’attuale situazione in Palestina e si è espressa la necessità di una sospensione da parte dell’UE degli accordi con Israele, dato che con le sue politiche avalla le continue violazioni dei diritti umani  e che le risoluzioni approvate possono essere interpretate come una carta bianca. «Il comportamento della Comunità internazionale, dagli USA all’UE, è vergognoso e passerà alla storia come complice della pulizia etnica in Palestina», afferma Vallina.

Non solo l’UE non pone in essere misure adeguate per porre fine al massacro del popolo palestinese, ma addirittura, l’accordo associativo UE-Israele, in vigore dal 2000, rende Israele partner preferenziale dell’UE in ambito commerciale. Ciò vuol dire che Israele può partecipare in molti progetti europei e di più di altri Stati non membri.

Sono molti i campi in cui vi sono strettissimi legami tra UE e Israele e altrettanti gli esempi di complicità.

Israele partecipa al progetto di cooperazione UE nei sistemi dell’industria aerospaziale e che nel precedente progetto ha investito 244 mln di euro. Imprese che fabbricano droni, quegli stessi droni che sganciano le bombe sulla popolazione inerme. Ed anche i singoli stati, come Spagna, Germania, Italia hanno accordi in materia di armamenti con Israele. Si consideri, altresì, che la polizia israeliana ha meccanismi di cooperazione con l’Europol, la polizia europea, per molti milioni, ed è quella stessa polizia che consente la realizzazione del progetto sionista attraverso atti di forza.

L’articolo 2 dello stesso Accordo Associativo prevede che «le relazioni tra le parti devono essere basate sul rispetto dei diritti umani e i principi democratici che guidano le loro politiche interne e internazionali», tuttavia la collaborazione è sempre maggiore. La contraddizione è chiaro messaggio allo Stato israeliano circa la tollerabilità delle sue violazioni.

Hanno partecipato alla due giorni diversi gruppi di tutto lo Stato spagnolo attivi nella causa palestinese: il coordinatore di Unadikum International Brigades e rappresentanti e membri dell’associazione, Manuel Pineda, la deputata di ICV-EUiA del Parlamento catalano Sara Vilà Galàn, la parlamentare europea Marina A.Guzman, Juan Idalgo (piattaforma Cordoba con la Palestina), Santiago Gonzales (Area della Pace e della Solidarietà di IU), il rappresentante della comunità palestinese di Barcellona. Hanno altresì relazionato Wajdi Yaeesh, palestinese di Nablus, direttore dell’ass. sociale Human Supportes, che ha sottolineato l’importanza di andare sui territori per rendersi conto delle condizioni di vita, e gli ambasciatori del Venezuela e del Nicaragua, il rappresentante del Fronte Polisario e la coordinatrice di RESCOP.

Unadikum è associazione internazionale anti-imperialista che monitora, assiste e compie attività di scudo umano rispetto a contadini e pescatori palestinesi, assiste i prigionieri politici e le vittime delle violenze israeliane e loro famiglie, supporta la lotta contro l’occupazione, sostiene il diritto al ritorno dei rifugiati e svolge opera di denuncia attraverso qualsiasi mezzo possibile, informando sulla situazione di vita a Gaza e le complicità internazionali.

Manu Pineda, presidente dell’associazione, durante la sua conferenza, spiega i motivi per i quali si sceglie di entrare in relazione con le istituzioni europee.

Pineda dichiara: «Siamo all’interno dell’istituzione europea per:
– offrire appoggio incondizionato al popolo palestinese, alla sua lotta, alla sua resistenza, senza riserva e senza limiti;

– denunciare i crimini dello stato israeliano;

– denunciare le complicità dell’UE con Israele;

– pretendere che l’UE interrompa le relazioni commerciali e diplomatiche con Israele – così come hanno fatto molti Paesi latinoamericani, a cominciare dal Venezuela di Chávez – intraprendendo politiche sanzionatorie allo scopo di porre fine all’occupazione e rendere possibile il diritto di ritorno dei rifugiati (come sancito da risoluzioni dell’ONU).»

Pineda afferma: «L’UE riconosce il diritto della potenza occupante di difendersi da una popolazione che non possiede un esercito, che è disarmata, ma non riconosce il diritto di un popolo occupante di difendersi.»

Aggiunge che «le risoluzioni Onu riconoscono il diritto delle popolazioni che vivono su territori occupati di difendersi con ogni mezzo, finanche quello armato. Si comprende in questo modo che qualificare “terrorista” la resistenza è unicamente operazione di propaganda volta a dare legittimità ad un’opera di colonialismo dalle conseguenze nefaste».

Sei milioni di rifugiati palestinesi in tutto il mondo, detenuti in regime amministrativo messi in carcere senza accuse formali per tempo indefinito, fatti oggetto di inaudite violenze e cui viene negato ogni diritto, bambini rapiti al più per il simbolico gesto di lancio di pietre.

Continua il presidente di Unadikum: «La sede istituzionale nella quale ci troviamo è luogo che dovrebbe rappresentare la volontà dei popoli europei, eppure pare ci sia un divorzio assoluto con questi. Conosciamo tutti la solidarietà manifestata al popolo palestinese; durante l’ultima offensiva in Europa si è manifestato così come in tutto il mondo per chiedere la cessazione dei bombardamenti su Gaza e le azioni di forza in Cisgiordania. La pressione popolare sui propri governi – oltre che rappresentare una forza per la resistenza palestinese e far accrescere consapevolezza circa la situazione – è fondamentale per spingerli a cambiare le proprie politiche. Io mi trovavo a Gaza durante l’ultima operazione israeliana, quella che in 51 giorni ha fatto più di circa 2200 vittime, e forte arrivava la voce della sollevazione popolare contro il massacro che si stava compiendo».

Inoltre ricorda che «il nostro governo, il governo spagnolo, ha recentemente annunciato e pubblicato nel Bollettino Ufficiale una moratoria sulla vendita di armi ad Israele; questa è un vero e proprio patto di omertà, un silenzio mafioso tra il governo Rahoy e l’entità sionista dato che lo scambio di informazioni militari è tenuto segreto.»

In Catalogna, dove pure la solidarietà popolare si è fatta sentire, la deputata Sara Vilà, ha presentato una mozione per obbligare il governo ad interrompere gli accordi con Israele e non stipularne ulteriori e a riconoscere il diritto di autodeterminazione dei popoli palestinese, sahari e curdo. Ma pare che l’unico interesse del presidente Artur Mas sia quello di incrementare con Israele le relazioni commerciali.

Di tanto in tanto l’UE interviene a condannare gli atti israeliani chiamandoli “ostacoli” per una fantomatica pace, ma mai gli si da’ il nome proprio di crimini, atti illegali, violazioni di diritti umani; e così ha fatto la Mogherini, rappresentante per le relazioni estere con l’UE in risposta alla dichiarazione di Netanhjau che vede Gerusalemme come la Capitale di Israele, uno Stato che prima del 1967 non esisteva. Dal ’67 l’Onu ha approvato più di 500 risoluzioni contro Israele, ma nessuna istituzione internazionale ha approvato alcuna sanzione, rendendosi complice dei crimini organizzati.

«Noi vogliamo la creazione di uno Stato palestinese laico e democratico, in cui le persone delle diverse confessioni religiose godano degli stessi diritti; non si tratta di un conflitto religioso, è la propaganda del regime sionista a volerlo far passare per tale. E questa deve essere una rivendicazione di tutte le sinistre.», sottolinea Manu.

Inoltre precisa che «Israele non è il primo regime della storia e disgraziatamente non sarà l’ultimo. Questa UE deve occupare il ruolo che occuparono gli Alleati contro il nazi-fascismo, la lotta deve essere come quella contro l’apartheid sud-africana.»

Pineda si trovava a Gaza durante i bombardamenti dell’operazione israeliana “Margine di Protezione” e svolgeva, con altri 6 internazionali e la compagna venezuelana Valeria Cortés, azione di “scudo umano” presso il Wafa Hospital di Gaza. Furono chiamati in difesa dello stesso nel momento in cui la maggiore clinica riabilitativa della regione ricevette avviso di imminente bombardamento. Gli appelli del direttore dell’ospedale furono molti, ma diversi missili colpirono il tetto dell’ospedale, fino a quando esso fu completamente distrutto.

Pineda riconosce che il loro tentativo fu vano, e ricorda come aiutò ad evacuare gli ultimi feriti in stato comatoso accatastandoli nelle ambulanze e sotto le bombe, mentre, nonostante solleciti, neppure la Croce Rossa accorse in loro aiuto.

Manu e Valeria scortarono anche le ambulanze in quei giorni, nel tentativo di sfruttare la loro posizione di internazionali e dissuadere i bombardamenti sulle stesse, ma a nulla valse il loro sacrificio, giacché 45 ambulanze furono bombardate e medici e paramedici morirono o rimasero feriti. Assistettero al recupero dei corpi dei civili martoriati, altro che operazioni chirurgiche sui così detti terroristi: «Sono forse terroristi i centinaia di bimbi morti?» chiede Manu, «Era terrorista il bimbo di un mese che prendemmo con la massa encefalica fuori dal cranio?»

Alla conferenza avrebbe dovuto prendere parte il direttore esecutivo del Wafa Hospital, ma Gaza, la maggiore prigione a cielo aperto del mondo, anche in questi giorni resta isolata dal mondo, non è concesso entrare ed uscire, e così, il Dr. Basman Alishi interviene attraverso collegamento skype. Ricorda quei momenti, denuncia il silenzio delle istituzioni internazionali e chiede una Commissione di inchiesta sul bombardamento che distrusse il suo ospedale (nel momento successivo al bombardamento non fu concesso neppure di recuperare gli strumenti ancora utilizzabili, e dopo un paio di giorni fu ridotto in macerie).

L’ambasciatore venezuelano presso la UE interviene ad esprimere tutta la solidarietà della Repubblica venezuelana del Presidente Maduro che ha seguito la linea del Presidente eterno Hugo Chávez, naturalmente anche per quanto concerne la questione palestinese.

Egli afferma la necessità di unire le forze, di creare un’alleanza trasversale che condanni e denunci le violazioni dei diritti umani perpetuate da Israele e che ponga fine ad esse.

Via imprescindibile a fronte di una popolazione costretta a condizioni di vita terribili, impossibilitata a spostarsi anche quando sotto bombardamento, è quella umanitaria. E altresì è necessario creare una massa critica, una dinamica sociale di boicottaggio e sanzioni rispetto allo Stato sionista, così come fu contro il nazi-fascismo e l’apartheid sudafricano.

Parte attiva e significativa delle giornate di discussione è la coordinatrice di RESCOP (Rete di Solidarietà contro l’occupazione della Palestina), struttura di lavoro che riunisce associazioni spagnole che lavorano con la Palestina. L’associazione è a sua volta inserita nella Coordinazione europea di Comitati e Associazioni per la Palestina (eccpalestine.net), cui appartengono realtà di tutti  gli Stati membri.

La coordinatrice sottolinea che l’UE non può mettere in atto azioni punitive ma può muoversi con azioni restrittive e preventive, così come è stato per Russia e Sry Lanka, evidenziando che «nel giugno del 2013 sono state introdotte linee guida che proibiscono il riconoscimento della sovranità israeliana sui territori occupati e che i fondi europei siano assegnati a progetti negli insediamenti. Ma le relazioni economiche sono forti, e questo rende inefficace qualsiasi dichiarazione, tanto che nessuna misura sostanziale è stabilita per impedire la partecipazione di imprese europee negli insediamenti israeliani e continua l’esportazione di prodotti interamente o parzialmente prodotti negli stessi.»

La coordinatrice sostiene la necessità che l’Accordo che regola  i rapporti con Israele dell’UE debba essere sospeso per porre fine al colonialismo, al razzismo etnico e al regime di apartheid.

Le forme di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni sono strategiche, sono quelle attraverso le quali passerà la liberazione della Palestina. Bisogna insistere sul BDS in modo martellante, ma naturalmente non è l’unico strumento; tutte le forme di denuncia, isolamento e rivendicazioni sono valide, e tra le organizzazioni che si occupano della lotta palestinese deve esserci cooperazione (Flottiglia, Brigada, Associazioni di solidarietà, istituzioni, partiti, reti sociali).

La causa palestinese è una causa dell’intera umanità che non si limita al livello umanitario: è un tema politico. Ciò che si rivendica è l’autodeterminazione del popolo palestinese a fronte di una brutale occupazione, e  si sostiene la resistenza che è continua, eroica, tragica. La popolazione resiste e non è disposta a cedere i propri diritti, non è neppure disposta a considerare i confini del ‘67, che renderebbero legale l’occupazione.

I gruppi politici europei, e in special modo le sinistre, devono unirsi ed esprimere la loro posizione, pretendere che l’ONU ottenga il rispetto delle risoluzioni,  isolare Israele e costringerla a ratificare il Trattato di Roma.

Manu Pineda, promotore degli incontri, in una conferenza stampa al Parlamento europeo, ha annunciato che una delegazione di parlamentari europei,  il prossimo mese di marzo visiterà Gaza con Unadikum. Prima della partenza si incontrerà con i rappresentanti del governo egiziano, al quale sarà richiesta la riapertura del valico di Rafah, per il libero transito di persone e aiuti umanitari.

La visita della delegazione avrà come priorità la verifica dei disastri prodotti dall’operazione “Margine di Protezione”, che ha ucciso quasi 2.200 palestinesi (più di 500 di loro, bambini) e ne ha feriti circa 11.000. La delegazione si porrà come Osservatore Internazionale e, al fine di renderla più plurale e geograficamente allargata possibile, utilizzerà gli strumenti formali a disposizione per coinvolgere i vari partiti politici di tutti i Paesi.

Roma: 17 ottobre con l’America Latina oggi

Roma: II Incontro Europeo di Solidarietà con la Rivoluzione Popolare Sandinista

da Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana

Il 21, 22 e 23 Novembre a Roma parteciperemo al Secondo Incontro Europeo di solidarietà con la Rivoluzione Popolare Sandinista. Tre giorni di attività con realtà provenienti da tutta l’europa e dal Nicaragua.

Il primo incontro si è svolto lo scorso anno in Catalogna.
Presto arriveranno informazioni più dettagliate.

Per le adesioni: 2ndoencuentroeuropeo@gmail.com

Augusto César Sandino è l’edificatore della nazionalità latinoamericana e caraibica

 da correodelorinoco.gob.ve

121 anni dalla nascita

Nato nel 1893, Sandino ha combattuto contro l’intervento statunitense in Nicaragua. A partire dal 1926 si è impegnato nella battaglia contro le forze occupanti che si erano istallate sul territorio nicaragüense dal 1916 per difendere gli interessi delle transnazionali degli USA.

Il 18 maggio si commemora l’anniversario della nascita del leader guerrigliero nicaragüense Augusto César Sandino, originario della città di Niquinohomo, nel dipartimento di Masaya, edificatore dell’idealità nuestroamericana ereditata da Simón Bolivar e dalla Revolución Mexicana.

Nato nel 1893, Sandino ha combattuto contro l’intervento USA in Nicaragua. A partire dal 1926, dopo essere stato in Honduras, Guatemala e Messico, dove ha lavorato presso gli zuccherifici e i pozzi petroliferi, si è distinto nella battaglia contro le forze occupanti che si erano istallate sul territorio nicaragüense dal 1916 per difendere gli interessi delle transnazionali degli USA.

Il Nicaragua era inoltre vittima dell’accordo Bryan-Chamorro, che concedeva agli USA i diritti di costruzione di un canale interoceanico e una base navale nel golfo di Fonseca; nonché del trattato Stimson-Moncada, firmato il 4 Maggio del 1927, tra l’inviato plenipotenziario di Washington Henry Stimpson ed il generale José María Moncada.

Anche conosciuto come Pacto del Espino Negro, attraverso questo accordo il governo di turno e la fanteria di marina degli USA imposero la resa ed il disarmo dell’Esercito Costituzionalista nonché la supervisione delle elezioni da parte dei marines statunitensi.

Tale patto segnò l’inizio della intesa lotta di Sandino, che si oppose all’accordo decidendo di espellere i marines, dovendo scontrarsi con traditori ed invasori, in una lunga lotta di liberazione nazionale.

SIMÓN BOLÍVAR NELLA LOTTA DI SANDINO

L’insieme delle idee che hanno costituito la lotta di Sandino è stato costruito sulla base del pensiero di Simón Bolívar. Ciò si riconosce nel manifesto del 20 marzo del 1929, che il capo guerrigliero nicaragüense definì Plan de realización del supremo sueño de Bolívar, inviato ai 21 governanti latinoamericani dell’epoca.

Tale Piano si presenta come uno degli antecedenti più importanti della Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA) e della Unión de Naciones Suramericanas (Unasur).

Sandino indica la necessità della creazione della Nazionalità Latinoamericana essendo «profondamente convinti come siamo del fatto che il capitalismo nordamericano (USA) è arrivato alla fase suprema del suo sviluppo, trasformandosi di conseguenza, in imperialismo, e che ormai non rispetta più alcuna teoria di diritto né di giustizia passando, senza alcun rispetto, sopra gli inamovibili principi della Indipendenza degli stati dell’America Latina», si legge nel testo.

Il progetto, che invita alla creazione di una Alianza Latinoamericana, dichiara «abolita la dottrina Monroe e, di conseguenza, annulla la pretesa di tale dottrina di immischiarsi nella politica interna ed esterna degli Stati Latinoamericani».

Inoltre si dichiara «riconosciuto il diritto di alleanza ai ventuno Stati dell’America Latina Continentale ed Insulare, e quindi, si stabilisce una sola nazionalità, denominata Nazionalità Latinoamericana, riconoscendo a tutti gli effetti tale nazionalità».

Altresì si invita a creare una Corte di Giustizia ed un Esercito Latinoamericano, per la difesa della sovranità dell’America Latina.

La sede della Corte viene battezzata con il nome di Simón Bolívar, definito «egregio realizzatore della Indipendenza Latinoamericana» e «massimo forgiatore dei popoli liberi».

Si conviene sulla creazione di un organo finanziario comune, avente l’obiettivo di farsi carico della «costruzione di opere, materiali e strade di comunicazione e trasporto». Si invitano gli Stati Latinoamericani a stimolare «in maniera particolare il turismo latinoamericano al fine di promuovere il reciproco avvicinamento e la mutua conoscenza tra i cittadini delle nazioni del Continente».

Sandino ebbe come collaboratore importante il comunista salvadoreño José Farabundo Martí per consolidare il messaggio politico ed ideologico del suo movimento.

Nel 1934, dietro un invito che era in realtà una imboscata per eliminarlo, il líder nicaragüense cadde sotto il fuoco dell’allora capo della Guardia Nazionale, Anastasio Somoza.

Sandino è il riferimento ideologico dell’attuale Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN), oggi al governo, e della rivoluzione promossa da questo movimento che sconfisse la dittatura somozista nel 1979.

[Trad. dal castigliano di Ciro Brescia – si ringrazia Emilia Saggiomo per la segnalazione]

 

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