Robert Serra vive!

di Renzo Amenta

Nella notte del primo di ottobre del 2014, Robert Serra Aguirre, giovane venezuelano, deputato ventisettenne dell’Assemblea Nazionale del suo paese, fu assassinato assieme alla sua compagna Maria Herrera, con decine di coltellate.

Robert e Maria vivevano a Caracas, in un appartamento nel quartiere La Pastora.

Fu un delitto su commissione, ordinato e finanziato dall’opposizione al governo chavista.

La banda, di almeno dodici persone, preparò il piano criminale con molta cura e mesi d’anticipo, cosa che l’opposizione cercò in tutti i modi di occultare, tentando di addossare il delitto alla delinquenza comune.

Robert, come deputato, aveva una scorta per la sua protezione personale e aveva installato nel suo appartamento un sistema di allarme e di video-sorveglianza, ma, nonostante queste precauzioni, i criminali non ebbero nessuna difficoltà a introdursi nottetempo nell’appartamento, poco prima della mezzanotte di quel primo d’ottobre, e sorprendere nel sonno i due giovani, legarli, imbavagliarli e finirli sadicamente a coltellate, lentamente, gustando ogni piccolo particolare del loro feroce e macabro crimine.

Ma come fecero a superare il sistema di allarme? La banda aveva semplicemente comprato la complicità del capo del servizio di scorta di Robert, il quale fornì dettagliate informazioni sulla planimetria dell’appartamento, sulle abitudini dei due giovani e sui codici di disattivazione del sistema d’allarme. Fu lui in persona a disattivare il sistema quella notte, aprire il portone d’ingresso e fare entrare gli assassini. Mentre loro si occupavano di eliminare le loro vittime, egli scollegava il computer che registrava le immagini delle telecamere. Compiuto il misfatto, uscirono con calma, soddisfatti del loro lavoro. Alcuni risalirono sulle loro moto, altri si allontanarono a piedi, portandosi via il computer. Saranno andati sicuramente a festeggiare.

Però… già, c’è sempre un però!

Non avevano fatto i conti con la prudenza e con la conoscenza dell’ambiente in cui viveva, del giovane Robert. Infatti, egli aveva installato un sistema di mirror, di doppia registrazione delle videocamere, senza avvertire la sua scorta.

Furono queste seconde registrazioni che inchiodarono gli assassini e i loro complici.

Non voglio soffermarmi oltre sull’atto delittuoso, perché di questo troverete sufficienti informazioni in rete, anche se molti dati sono stati eliminati o “non più accessibili”.

In quei giorni ero in Venezuela, vivevo in Caraballeda, Stato Vargas, e ho potuto constatare personalmente le contrastanti emozioni e reazioni all’evento.

Chi era questo ragazzo e soprattutto, perché l’hanno ucciso?

Potrete leggere un’estesa biografia di Robert nel sito del PSUV del Venezuela.

Robert Serra si laureò all’Università Cattolica Andrés Bello di Caracas, con specializzazione in Criminologia, a soli 23 anni. Nonostante la giovane età aveva accumulato una notevole esperienza politica. Rivoluzionario instancabile affrontava la vita e la politica con l’entusiasmo proprio della sua età e con la serietà scrupolosa di un leader cosciente e responsabile. La sua presenza si faceva notare e le sue parole erano trascinanti.

Non gli mancava una certa aggressività verbale, soprattutto quando doveva difendere le sue idee. Non si adeguava facilmente all’andazzo acquiescente, ma dimostrava spirito combattivo e volontà di azione impareggiabili. Non credo che fossero in molti, all’interno del partito, ad avere quel particolare tipo di carisma. Si era sempre ispirato a Chávez, ma senza scimmiottarlo. Aveva una forte personalità e per questo si era guadagnato la stima di molti e l’invidia di qualcuno (o viceversa?).

Durante il suo mandato come deputato dell’Assemblea Nazionale per il PSUV, fu uno dei più dinamici, partecipando attivamente alla vita politica dentro e fuori le istituzioni.

Nell’anno 2014, le guarimbas incominciarono a essere più frequenti e pericolose, causando altre vittime innocenti e proiettando all’estero l’immagine di un regime dittatoriale che reprimeva con violenza le nobili, “pacifiche” proteste del popolo oppresso. L’escalation delle violenze, ben programmate, organizzate e finanziate dall’opposizione, creò un’ondata di brutalità che non accennava a diminuire. Queste bande di piccoli delinquenti, diretti e finanziati dai grandi delinquenti, ricevevano le benedizioni divine da sacerdoti “democratici” schierati, all’ombra della bandiera a stelle e strisce, contro l’oppressione del tiranno.

Per capire le motivazioni che portarono alla morte di Robert, bisogna immergersi nel clima politico e sociale del Venezuela e sugli avvenimenti, anche tragici, accaduti in quell’anno, che peraltro avranno conseguenze terribili negli anni successivi.

Nei mesi precedenti all’assassinio di Robert, accaddero due eventi che secondo me sono strettamente connessi con la sua morte.

Eliézer Otaiza fu uno stretto collaboratore di Chávez fin dal principio, ancora prima che si formasse il MVR. Per darvi l’idea del suo coinvolgimento nelle vicende politiche, pare che fu proprio lui a inventarsi il nome di “Repubblica Bolivariana”. Fu direttore della DISIP (ora SEBIN) e pertanto molto addentro nell’intelligence venezuelana. Mentre transitava, con la sua auto, nel quartiere di Baruta, Caracas, fu fermato dalla polizia di quella alcaldia, storicamente in mano all’opposizione come lo sono tutti i quartieri ricchi. Fu sequestrato e torturato, poi lo consegnarono a una banda che opera nella zona di El Hatillo che lo uccisero con quattro colpi di pistola e lo buttarono in un burrone.

Scoperto il corpo, immediatamente tutti i media riportarono la notizia come di un delitto di mafia, una resa dei conti tra malavitosi e un governo di stampo narco-comunista. Secondo me, anche alla luce dei fatti che sono accaduti in questi primi cinque mesi del 2019, è più che lecito pensare a un primo tentativo di portarlo al tradimento, da parte di membri della CIA. Qualche politico di rilievo si sarà esposto più del necessario e temendo ritorsioni, si fece sparire un testimone scomodo.

Pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Otaiza, esattamente il cinque maggio, fu ucciso Marco Cortez, un tenente di 29 anni, agente addetto alla protezione del Presidente del Venezuela Nicolás Maduro. Ancora una volta i media montarono le immancabili fake news, asserendo che fu ucciso durante un tentativo di furto della sua macchina. Invece si trattò di un altro delitto premeditato, in perfetto stile mafioso: un’auto affianca l’auto del Cortez che viene raggiunto da vari colpi d’arma da fuoco, sparati dai sicari quasi a bruciapelo.

La concomitanza tra i due delitti non passò inosservata, ma forse non gli si diede tutta l’importanza che meritava. Nei mesi successivi, nell’aula dell’Assemblea Nazionale, i toni delle discussioni diventarono sempre più violenti, con minacce più o meno esplicite da parte dell’opposizione. In una seduta dell’assemblea, Diosdado Cabello, l’allora presidente di detta assemblea, ebbe uno scontro verbale con l’opposizione. Un deputato oppositore, gridò esasperato, con più arroganza del solito, verso Diosdado, queste parole: “… tanto avete i giorni contati”. Si riferiva alle prossime elezioni o a un altro golpe violento?

Certo è che i media oppositori alzarono i toni e il veleno della disinformazione fu sparso a piene mani.

Nei mesi precedenti la sua morte, l’opposizione cominciò a buttare fango su Robert Serra, criticando ferocemente ogni sua azione, definendolo persino pedofilo. Questa matrice odiosa fu sottostimata, soprattutto considerando il clima complessivo. L’intelligence avrebbe dovuto indagare più attentamente per cercare di capire il perché di questi attacchi verso un giovane che si occupava soprattutto delle organizzazioni giovanili. Invece il tutto s’inquadrò tra le attitudini consuete di dissenso costante.

Le informazioni sull’assassinio che apparvero sui media oppositori (quasi tutti quelli esistenti in Venezuela), infatti, come di consueto, sfruttando proprio quanto si “vociferava”, qualificarono il delitto come una vendetta dei familiari dei minori abusati dall’orco. Tutto programmato, tutto predisposto.

Il giorno 3 di ottobre, il governo allestì la camera ardente in Miraflores. Quel giorno mi trovavo a Caracas, con un mio collaboratore e verso le ore 13.30 entravamo in un ristorante, di cui non ricordo il nome, sull’Avenida Solano, una parallela del Bulevar di Sabana Grande.

C’erano pochi avventori e nel centro del locale, a un grande tavolo, stavano sedute tre persone, di cui uno, come scoprimmo in seguito, era il proprietario del locale. Quelle persone stavano seguendo, sullo schermo di un televisore, un servizio su Robert Serra. Un cameriere prese le nostre ordinazioni e mentre aspettavamo, io e il mio amico, ci scambiamo a voce bassa, qualche commento sul programma.

Quando il conduttore della trasmissione passò le immagini di Miraflores, dal tavolo al centro del locale si alzò un mormorio stizzito, seguito da un pesante commento su Robert Serra, per bocca del proprietario del ristorante. Seguendo lo schema già tracciato dai media, vomitò tutto il suo disprezzo su quel volgare chavista, concludendo che avevano fatto bene a eliminare “aquel violador de niños”.

Il mio collaboratore, venezuelano, lo apostrofò dicendo che non avrebbe dovuto parlare in quei termini di un ragazzo assassinato, che se fosse stato suo (del proprietario) figlio non avrebbe certo gradito che si parlasse in quel modo. Il signore (si fa per dire) scattò in piedi gridando a squarciagola che il locale era il suo e parlava come gli pareva, che potevamo anche toglierci dai piedi. Rimasi sbalordito, a bocca aperta, per quell’esagerata forma di violenza, mentre assistevo alla farsa degli amici di quell’Orlando furioso, che si prodigavano per calmarlo, con sorrisetti ironici.

Finimmo in fretta di mangiare e mentre aspettavamo il conto, arrivarono altre cinque persone, di cui tre donne, che portavano delle buste di plastica piene e due sacchetti di carta, con dentro bottiglie di whisky, che furono estratte e depositate sul tavolo, mentre i camerieri portavano bicchieri e ghiaccio. Si sedettero tutti attorno a quel tavolo, tra abbracci e pacche sulle spalle, predisponendosi a passare una bellissima serata brindando alla morte di Robert.

Robert Serra aveva ventisette anni, aveva tutta la vita davanti a se e fu stroncato dall’odio irrazionale di un’opposizione che conosce solo il linguaggio della violenza e della menzogna.

Credo che non esista e non potrà esistere forma di dialogo con quest’opposizione. La psicologia spicciola insegna che, quando un bullo non ha più argomenti, sceglie l’uso della violenza, vale a dire, un campo dove ha qualche chance di successo, almeno è quello che credono.

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