Israele ammette di aver aiutato i terroristi in Siria

da hispantv

Il ministro della difesa israeliano, Moshe Ya’alon, ha ammesso, oggi, che il regime di Tel Aviv ha aiutato l’opposizione siriana, “a determinate condizioni”.

«Li abbiamo aiutato a due condizioni», ha spiegato Yaalon in materia di aiuti, in particolare, per la fornitura di medicinali per l’opposizione armata, formata da gruppi che per la maggior parte, lottano al fianco di Al-Nusra, il ramo di Al-Qaeda in Siria.

Secondo Yaalon, le due condizioni imposte ai terroristi sono state: Avvicinarsi in alcun modo ai confini dei territori palestinesi occupati e nel non infastidire in alcun modo la comunità drusa, sottolineando che la politica del regime israeliano contro i drusi è molto sensibile e complicata, anche se aveva minacciato di attaccare questa comunità per aver attaccato le ambulanze del regime israeliano,

Inoltre,  ha aggiunto che il regime di Tel Aviv offre l’assistenza medica a questi terroristi che combattono in Siria, ma la conferma che il regime prevede aiuti a ci va incontro agli interessi dell’opposizione armata.

Dal 2011, quando è iniziata la crisi in Siria, sostenuta da alcuni paesi della regione e stranieri, il regime di Tel Aviv ha curato più di un migliaio di terroristi che combattono nel territorio siriano per rovesciare il legittimo presidente del paese, Bashar al-Asad.

Il Regime israeliano mantiene le differenze con gli Stati Uniti sull’Iran

Per quanto riguarda il dialogo tra Teheran ed il  G5 + 1 sul programma nucleare dell’Iran, il ministro israeliano ha riconosciuto alcune differenze di vedute tra Tel Aviv e il suo più stretto alleato, gli Stati Uniti.

«Loro (gli americani) vedono l’Iran come parte della soluzione, noi lo vediamo come parte del problema», ha dichiarato il ministro israeliano evidenziando le differenze fondamentali con Washington per quanto riguarda il caso del nucleare iraniano.

Tuttavia, secondo Yaalon si prevede che le potenze mondiali del G5 + 1 firmeranno un accordo “cattivo” con Teheran questa settimana o in un prossimo futuro, sottolineando che anche se ci saranno controlli, saranno concordati con l’Iran.

[Trad dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La campagna sionista contro l’Argentina

da al manar

Un articolo di Eli Clifton recentemente apparso sul sito web del politologo statunitense Jim Lobe (lobelog.com) fornisce dati interessanti circa la campagna sionista contro l’Argentina, architettata principalmente dai circoli della lobby sionista negli Stati Uniti.

Ai primi di maggio Jim e Charles Davis hanno pubblicato un articolo sul Washington Post su una campagna contro l’Argentina e il suo presidente Cristina Fernandez de Kirchner, accusando quest’ultima di promuovere una “teoria della cospirazione anti-semita”, e ha suggerito che sia cl’AIPAC ( la più grande organizzazione della lobby sionista negli Stati Uniti) che la Fondazione per la Difesa delle Democrazie (FDD) « a coordinare i loro sforzi per presentare il governo argentino di Fernandez come un alleato del terrorismo promosso dall’Iran».

In questo contesto, ci sarebbero gli sforzi anche del sionista Paul Singer, il capo miliardario di un fondo avvoltoio che sta cercando di costringere l’Argentina a pagare l’intero debito che porta la sua firma. Questa sarebbe sia una punizione politica contro l’Argentina per non sottomettersi alle esigenze dei gruppi sionisti e di Israele che tentata di approfittare della situazione economica per saccheggiare la ricchezza dell’Argentina.

Singer è anche un membro, insieme con il miliardario sionista Sheldon Adelson, della Coalizione ebraica repubblicana. Entrambi restano politicamente attivi nel sostenere vari candidati repubblicani. Entrambi erano presenti al Metropolitan Club di Manhattan in un incontro, avvenuto questo mese con il candidato Jeb Bush, che ha appena annunciato che suo fratello, l’ex presidente George W, è stato il suo consigliere per la politica su Israele.

Paul Singer ha contribuito con 3,6 milioni dollari alla “American Israel Education Foundation”, entità di cui si serve l’AIPAC per raccogliere fondi.

AIPAC e la FDD hanno appoggiato il controverso procuratore speciale Alberto Nisman, noto per aver lanciato accuse gratuite contro l’Iran e il governo argentino. Nisman cercò, senza provarlo, di  accusare l’Iran per l’attentato al palazzo del Argentina Israelita Mutual Association (AMIA), nel 1994 e, in Argentina,  ha accusato il presidente di cercare di coprire la questione in cambio di favori commerciali per il paese sudamericano, una richiesta che è stata respinta in seguito da un tribunale argentino. Uno degli aspetti più criticati del lavoro di Nisman era quello di accettare la testimonianza dei membri del gruppo terroristico di opposizione iraniano Mujahedin e Khalq, il quale è comparato ad una setta secondo gli esperti ed è riconosciuta come un’organizzazione terroristica internazionale.

Nisman alla conferenza AIPAC

Nel 2010, Nisman ha partecipato alla conferenza AIPAC, qualcosa di insolito se si considera che la partecipazione ad un evento pro-Israele e anti-iraniana, lascia intendere una netta polarizzazione e una credibilità pari a zero nelle loro azioni. «ÉE ‘stato trattato al congresso come un “eroe”», ha affermato Clipton.

Ai primi di maggio il senatore Sionista degli Stati Uniti, Marco Rubio, originario della Florida, famoso per la sua feroce opposizione l’accordo nucleare con l’Iran ed ha persino minacciato di un attacco nucleare l’Iran, ha presentato una risoluzione al Senato in cui ha chiesto «un’indagine sulla morte di Nisman» che è stato trovato morto nella sua casa. Rubio ha anche accusato Fernandez di aver cospirato per «coprire il coinvolgimento dell’Iran nell’attacco terroristico del 1994».

Va notato, secondo Clipton, che il promotore degli hedge fund, Elliot Management, sono stati i secondi fondi più grandi di finanziamento per la campagna di Rubio tra il 2009 e il 2014, fornendo circa 122.620 dollari per il candidato repubblicano secondo il Center for Responsive Politics.

Singer ha anche contribuito con fondi per il Progetto Israele (TIP), che ora è guidato dall’ex capo di dell’AIPAC Josh Block. Singer ha donato 500.000 dollari per il gruppo nel 2007 e 1 milione di dollari nel 2012. Il TIP ha, tra l’altro, continuamente pubblicato articoli critici nei confronti del governo argentino.

La rivista Tower, sul TIP, a ha pubblicato 28 articoli citando Nisman e il caso dell’AMIA, facendo una ricerca sul suo sito web. Ben Cohen, redattore-collaboratore, ha scritto due articoli contro Fernandez.

La furia di questo sionista è diretta anche contro il giornalista ebreo argentino Jorge Elbaum, accusato di essere “un tribunale ebraico”, di fatto cita una dichiarazione di Nisman, nella quale ha assicurato gli altri leader della comunità ebraica Argentina, che «Paul Singer ci aiuterà a invertire l’approccio dell’Argentina sull’Iran», una dichiarazione degna di un leader politico e non di un pubblico ministero che indaga un caso.

Le ragioni di Singer

Come detto, le ragioni per le azioni di Singer contro l’Argentina e il suo governo non sono solo ideologiche, ma rispondono anche ad a un chiaro interesse economico per realizzare un profitto a spese del popolo argentino. Ha portato l’Argentina in tribunale per ottenere il pagamento integrale del debito che ha contratto a sua firma, in contrasto con il 93% di tutti gli altri creditori che hanno accettato un accordo con il governo argentino sul rimborso dello stesso. Il fondo avvoltoio Singer ha acquistato bond argentini molto economici in difetto e ora pretende dall’Argentina il pagamento integrale del valore delle attività, che consentirebbero di guadagnare 2 miliardi di dollari. E usa il TIP per fare pressione sul governo argentino per difendere i suoi interessi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Israele addestrerà le forze armate del Paraguay

da hispantv

L’ambasciatore del regime israeliano in Paraguay, Dorit Shavit, ieri, ha incontrato il presidente del paese sudamericano, Horacio Cartes, per rafforzare la cooperazione bilaterale, in particolare, nel settore della sicurezza interna.

Come confermato dai media locali, http://www.lanacion.com.py/2015/05/05/israelies-entrenaran-a-tropas-paraguayas/, durante questa visita, Dorit Shavit ha dichiarato che il sostegno delle autorità israeliane al governo del Paraguay è «per lavorare insieme per una vita pacifica».

Insistendo sul fatto che tale cooperazione non riguarda la vendita di armi, ha spiegato che l’aiuto al Paraguay riguarda l’addestramento delle loro forze armate per aumentare il loro tempo di formazione nella lotta contro i sospetti terroristi.

«Purtroppo abbiamo esperienza in Israele, perché ci sono molte organizzazioni terroristiche, allora sappiamo come affrontare davvero questa sfida e combattere il terrorismo», si è giustificata Shavit.

A tal fine, ha informato il diplomatico, l’addetto militare israeliano del regime di Tel Aviv in Cile e Paraguay è stato accreditato a lavorare con il ministro della Difesa Bernardino Soto e il Vice Ministro della Sicurezza interna, Javier Ibarra.

Shavit in risposta ad una domanda dei giornalisti circa l’intenzione del Paraguay di creare in futuro un Segretariato di Intelligence, ha risposto che questa «è una opzione, ma non si è discusso in modo approfondito oggi».

Infine, ha annunciato l’organizzazione di un seminario su questa cooperazione bilaterale e l’apertura dell’Ambasciata israeliana a Asuncion, capitale del Paraguay, entro sei settimane.

Nel 2002, i funzionari del regime israeliano decisero di chiudere la loro ambasciata a Asuncion per motivi di bilancio, una mossa che ebbe analoga risposta del governo sudamericano, tuttavia, nel maggio del 2014, ha riaperto la sua ambasciata a Tel Aviv.

L’anno scorso, la parlamentare del Partito Democratico Progressista del Paraguay, Desiree Messi ha denunciato la collaborazione dei civili israeliani e paraguayani in azioni militari israeliana al Congresso, chiedendo spiegazioni.

La parlamentare denunciò l’esistenza di un piano per assumere mercenari israeliani nella lotta contro l’Esercito Paraguaiano Popolare (EPP), accusando il presidente Horacio Cartes.

Questo si aggiunge ad un avvertenza da parte dell’intelligence del Paraguay sulla presenza di un israeliano, Jair Klein, nel Paese con vari precedenti di violenza e organizzazione di gruppi paramilitari in diversi paesi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Siria: i media rivelano l’appoggio di Israele ai terroristi

da hispantv

Il canale 2 della TV del regime israeliano ha pubblicato, ieri, una relazione che documenta come un terrorista, ferito in Siria, abbia finito il processo di cura e riabilitazione in un ospedale nel nord dei territori occupati ed è tornato a combattere nel paese arabo.

«Preciso che i feriti (i terroristi) vanno in Siria dai territori palestinesi occupati per ricevere le cure e non in Giordania», ha spiegato alla televisione israeliana, Hisham, membro di un gruppo terroristico.

Secondo il presentatore del programma, l’equipe medica ha inventato un nuovo metodo, evitando di tagliare il piede ferito a Hisham.

D’altra parte, come ha documentato il canale di notizie in lingua araba Al-Alam, l’analista degli affari militari del Canale 1 israeliano, Amir Barshalom ha rivelato, nella sua relazione pubblicata lo stesso giorno, ha rivelato che l’esercito israeliano non ha risposto a un proiettile lanciato dalla Siria che ha colpito una regione a nord dei territori palestinesi occupati.

«L’esercito utilizza sistema di intercettazione che traccia il percorso da cui è stato lanciato il missile, si trattava di una zona sotto il controllo degli oppositori l governo siriano, per questa ragione si è preferito non rispondere», ha dichiarato Barshalom

Dall’inizio della crisi in Siria nel 2011, il regime di Tel Aviv, secondo la stampa israeliana, ha fornito assistenza medica a più di 1.400 terroristi nei loro ospedali nei territori palestinesi occupati, per un costo di circa 10 milioni di dollari.

Nel mese di settembre 2014, Il canale di notizie Vice News ha trasmesso un video in cui si vede come che i soldati danno assistenza medica per i terroristi feriti in Siria.

Il quotidiano israeliano Haaretz nel mese di gennaio ha confermato i rapporti sull’ampio sostegno del regime israeliano ai gruppi terroristici legati ad Al Qaeda sulle alture del Golan, che il regime di di Tel Aviv ha annesso nel 1981 ai territori occupati.

Il sostegno ai terroristi sionisti è stato evidenziato ancora una volta nel mese di marzo, quando il canale di notizie iraniano, in lingua inglese, Press Tv, ha rilasciato nuove immagini in merito.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformaizone di Francesco Guadagni]

(Video) Sempre più dura la protesta degli ebrei etiopi in Israele

da al manar

Pesanti scontri sono scoppiati, giovedì scorso, nel centro di Gerusalemme occupata fra la polizia israeliana e circa 2.000 ebrei di origine etiope che ha dimostrato contro il razzismo della polizia, come ha riportato un reporter dell’AFP.

I manifestanti hanno percorso la principale arteria commerciale della città e si sono avvicinati alla residenza del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, dopo aver bloccato una strada che partiva dal quartier generale della polizia.

La polizia si è schierata in massa per bloccare i manifestanti con l’aiuto dei cannoni ad acqua.

Le forze di sicurezza hanno anche sparato gas lacrimogeni, come ha indicato un portavoce della polizia, aggiungendo che tre poliziotti sono stati feriti dal lancio di pietre e bottiglie. Due manifestanti sono stati arrestati.

La radio pubblica ha riferito, nel frattempo, che 10 manifestanti sono stati leggermente feriti.

I manifestanti hanno voluto, con la loro protesta, mostrare gli incidenti che coinvolgono la polizia e i membri della comunità.

«Stop alla violenza della polizia contro gli ebrei neri», lo slogan dei dimostranti.

«A quanto pare, per le strade di Israele, dobbiamo essere bruciati, come a Baltimora, così qualcuno si sveglia finalmente. Il regime dell’ apartheid è tornato, questa volta nel XXI secolo in Israele», ha dichiarato Gadi Yevarkan, capo del Congresso per l’Uguaglianza degli etiopi ebrei.

Un video pubblicato sul web di recente mostra due poliziotti che picchiano un soldato di origine etiope, Damas Pakada, in uniforme militare a Holon, vicino Tel Aviv. Il video è stato ampiamente riportato nei siti web israeliani. Ciò ha portato alle accuse degli ebrei etiopi, i quali denunciano come la polizia israeliana ha diritto di picchiare un nero senza essere ritenuta responsabile.

Più di 120.000 ebrei di origine etiope vivono nella Palestina occupata.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

Pappé: «Israele una democrazia? Una grossa bugia»

di Paola Di Lullo

La Rassegna Femminile palestinese curata da Maria Rosaria Greco, ha ospitato, ieri, nella Sala dei Marmi del Palazzo di Città di Salerno, lo storico israeliano Ilan Pappé. Nato ad Haifa, da genitori sopravvissuti all’olocausto, Pappé è Ordinario del Dipartimento di Storia dell’Università di Exter, Gran Bretagna e cofondatore della Nuova storiografia israeliana, che si ripromette di riesaminare la nascita dello Stato d’Israele e del sionismo. La responsabilità della creazione di Israele è attribuita dallo storico all’Europa, in particolare alla Gran Bretagna, che aveva il protettorato sulla Palestina ai tempi, ed alla Germania nazista, che causò la morte e l’esodo di milioni di ebrei.


Non esenti da colpe gli altri Stati europei, compresa l’Unione Sovietica, che, al finire della II guerra mondiale, non agevolarono il rientro degli ebrei nei loro paesi d’origine, anzi furono ben lieti di lasciarli andare in Palestina. Agli USA, Pappé riconosce la non volontà di risolvere diplomaticamente il problema. La stessa non volontà che rimprovera a tutti i leader israeliani, dopo circa 20 anni di colloqui di pace con i Palestinesi. Gli Accordi di Oslo, firmati da Rabin in consapevole malafede, sono stati un inganno, secondo Pappé, considerando che, dal quel momento in poi, la Cisgiordania è stata divisa in tre zone, favorendo l’avanzata del sionismo: ZONA A, 17% del territorio della Cisgiordania, con il 55% di Palestinesi, sotto totale controllo dell’AP; ZONA B, 24% del territorio, con il 41% di Palestinesi, a controllo misto; ZONA C, 49% del territorio, con solo il 4% di Palestinesi, sotto totale controllo israeliano. Ad oggi, Israele si è impadronito di circa l’80% (rispetto al 56,4% attribuitogli dalla risoluzione 181 del 29 novembre 1947 dell’ONU) del territorio della Palestina storica, cui sono rimaste zone, frammentate da muro e checkpoint, in Cisgiordania, e la Striscia di Gaza. Israele conta, ad aprile 2015, una popolazione di 8.345.000 abitanti, di cui il 74,9% sono ebrei, contro i circa 4.400.000 di Palestinesi, divisi tra la Cisgiordania e Gaza. Circa 1.500.000 i Palestinesi d’Israele, più o meno il 20% della popolazione israeliana, che, seppur considerati cittadini di serie B, hanno passaporto israeliano e quindi meno limitazioni negli spostamenti e possono eleggere i loro rappresentanti alla Knesset. Da sottolineare, secondo lo storico, anche le connivenze del Governo di Ramallah con Israele, connivenze che portano la situazione ad un peggioramento quotidiano. Eppure, non esistendo al momento, un’alternativa all’AP, è impossibile pensare di soppiantarla. Esistono, tuttora, alcuni Palestinesi che continuano a resistere, così come molti altri hanno smesso, accettando di fatto, l’attuale status quo.

La lotta è ancora lunga, purtroppo. Sebbene il sionismo, così come l’esodo degli ebrei verso la Palestina, fosse iniziato ben prima del 1947, è da quell’anno in poi che cominciò la vera pulizia etnica della Palestina, complice il genocidio subito dagli ebrei, certi che nessuno li avrebbe accusati di commettere i medesimi crimini contro i Palestinesi. Per pulizia etnica, non s’intende solo l’espulsione dei Palestinesi dal loro paese, dalle loro città, dalle loro case, ma la sistematica opera di cancellazione della memoria, favorita dalla distruzione di interi villaggi, al posto dei quali sono sorte città o insediamenti israeliani. Anche i cibi, così come le piante, molte importate dall’Europa, i vitigni, non conservano il loro nome arabo. Israele non può definirsi una democrazia, nemmeno una democrazia militarizzata, ma uno stato che continua, incessantemente, la sua opera di colonizzazione ed apartheid. Ha imposto un embargo totale, da ormai 8 anni, sulla Striscia di Gaza, e non consente il libero spostamento dei Palestinesi, nemmeno per motivi di salute. Ha chiuso industrie, confiscato terreni coltivabili, reso impossibile, di fatto, anche la pesca. Israele non ha confini universalmente riconosciuti, proprio allo scopo di poter continuare, indisturbato, l’annessione dei territori Palestinesi e l’espulsione degli abitanti. Perché se Israele vuole la terra, l’acqua e tutte le risorse palestinesi, di contro, non vuole Palestinesi nel suo stato (ad eccezione di coloro che risiedono nei territori del 1948, i cosiddetti “Palestinesi d’Israele”). Se riconoscesse i suoi confini, dovrebbe rientrare in quelli stabiliti nel 1967, come richiesto da molti governi europei ed, in ogni caso, non potrebbe continuare ad espandersi. Così come non ha una costituzione, proprio per potersi ritenere libero di violare quotidianamente i diritti civili di una popolazione calpestata da oltre 70 anni. Quale può essere allora il ruolo degli intellettuali, degli storici, soprattutto, in questo caso? Pappé ritiene che la conoscenza delle fonti e la rivisitazione della storia della nascita di Israele e del sionismo siano di fondamentale importanza. Dopo aver studiato a lungo la documentazione (compresi gli archivi militari desecretati nel 1998) esistente sulla storia del suo paese è giunto ad una visione chiara di quanto fosse accaduto nel ’48, drammaticamente in contrasto con la versione tramandata dalla storiografia ufficiale: già negli anni Trenta, la leadership del futuro Stato d’Israele (in particolare sotto la direzione del padre del sionismo, David Ben Gurion) aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina. Pappé ricorda come, qualche mese fa, il 16 febbraio, l’Università di Roma Tre gli negò l’uso del suo prestigioso Centro di Studi italo-francesi dove si doveva svolgere una sua conferenza. Gli storici hanno un ruolo importante e difficilissimo: restare, o cercare di restare, oggettivi, cosa non semplice quando si scrive di vicende ancora in corso, quando si scrive di un susseguirsi di eventi che mutano, spesso, velocemente.

Fino a circa 20 anni fa, gli storici, quasi tutti, scrivevano in favore di Israele. Oggi, la situazione si è completamente ribaltata. Ed è opinione diffusa che nessun conflitto in medio Oriente potrà risolversi senza la risoluzione del conflitto arabo – israeliano. In una serata quasi perfetta, unico “scivolone”, quello sulla Siria di Assad, definita “regime”, quindi dittatura. Nulla di nuovo sotto il sole, Pappé era uno dei firmatari di una lettera firmata da intellettuali, accademici, attivisti, artisti, cittadini interessati, e movimenti sociali in solidarietà con il popolo siriano, per sottolineare la dimensione rivoluzionaria della loro lotta e prevenire le battaglie geopolitiche e le guerre per procura in corso nel loro paese.

Arens: Israele non può affrontare la potenza missilistica di Hezbollah

da al manar

L’ex ministro della Difesa israeliano, Moshe Arens, ha spiegato che l’arma nucleare iraniana non è l’unico pericolo che può minacciare l’entità sionista, in quanto l’aumento della potenza missilistica di Hezbollah pone un pericolo maggiore.

«Anche se l’arma nucleare iraniana influenzerà la situazione geo-strategica in Medio Oriente, la possibilità di un suo utilizzo è. Tuttavia, è più probabile che Hezbollah lanci i suoi razzi pesanti in Israele», ha affermato Arenz citato nel suo articolo pubblicato dal giornale israeliano Haaretz.

Egli ha aggiunto che «Israele non è in grado di scoraggiare gli attacchi missilistici di Hezbollah e che tutte le pretese sioniste in questo senso sono prive di forza».

Arens ha sottolineato che tutti gli israeliani devono preoccuparsi di come la potenza missilistica Hezbollah sia aumentata, notando che l’esercito sionista non è riuscito a evitare che il partito rafforzasse il suo arsenale.

L’ex ministro della Difesa sionista ha affermato che Hezbollah possiede ora più di 100 mila razzi, tra cui quelli pesanti e quelli da individuare.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Israele preoccupato: cosa nasconde Hezbollah?

da al mayadeen

Il sito web israeliano, “agenzia di stampa Walla”, ha pubblicato un rapporto che elenca le potenzialità di Hezbollah con dettagli e analisi;  inoltre, si afferma che l’esercito pone la guerra contro Hezbollah tra le sue priorità e che il prossimo scontro militare sarà totalmente diverso.

Cosa nasconde Hezbollah? Missili con potenziale maggiore che possono raggiungere Israele e il Ministero della sicurezza con grande precisione? Possiede combattenti addestrati che sanno infilarsi nelle gallerie e l’aviazione israeliana potrà affrontare queste difficoltà? Sulla base di queste domande si può dire, la prossima guerra con Hezbollah potrebbe essere completamente differente, in quanto, le forze armate sioniste sono consapevoli che un nuovo conflitto con il Movimento di resistenza libanese- che ha sviluppato un potenziale significativo in tutti i settori – sarà molto più difficile.

Per quanto riguarda le forze di terra, si sostiene che i combattenti di Hezbollah sono ben addestrati, hanno un’ottima esperienza di combattimento e un alto grado di autocontrollo; inoltre, il movimento ha una tecnologia avanzata per raccogliere informazioni.

In merito alle forze aeree, Hezbollah ha missili anti-aereo, tra cui missili “stinger” di fabbricazione americana, lancia razzi a spalla “Strela”,  missili Igla che costituiscono una vera minaccia per gli elicotteri israeliani e oltre centinaia di droni.

Nel rapporto non si trascura la capacità marina di Hezbollah, oltre ad avere missili di tipo C-802, possiede gli Yakhont, mentre un ufficiale della marina israeliana stima che Hezbollah abbia messo in cantiere l’utilizzo di tunnel sottomarini. Per quanto riguarda la potenza missilistica, Israele ipotizza che Hezbollah possieda 700 missili a lungo raggio, 5.500 a medio raggio, 100.000 a corto raggio e vi è la possibilità che disponga dei missili Fateh 110.

Secondo i calcoli dell’esercito israeliano, Hezbollah in una giornata può lanciare:

1000 missili a corto raggio

50 missili con un raggio di 250 km

10 missili che possono raggiungere Dimona.

Infine, in aggiunta a tutto questo, la relazione si sofferma nell’analisi e nelle caratteristiche del segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, che è riuscito, secondo un esponente militare di alto livello, a trasformare il partito in una delle organizzazioni più potenti al mondo. Non solo, si sottolinea come Nasrallah sia un esperto, non solo della realtà islamica e della sicurezza, ma anche in molti altri settori, tra cui la sua conoscenza delle paure della società israeliana, i suoi componenti e la personalità dei suoi leader.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

FPLP: le elezioni riflettono razzismo e fascismo del sionismo

da http://pflp.ps/

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha dichiarato che i risultati delle elezioni israeliane riflettono semplicemente la natura e la struttura razzista e fascista della società sionista che ha prodotto questi risultati e ha eletto il partito Likud e i suoi alleati di destra, che si sono impegnati in tutta la campagna elettorale in più attacchi estremi contro i palestinesi alle nostre persone ed ai nostri diritti.

La palese crescita dell’estremismo e dell razzismo nella società sionista e il clima di fascismo è alimentato solo dal fallimento della burocrazia palestinese e araba per affrontare lo stato di occupazione, così come le potenze imperialiste internazionali che forniscono copertura ai suoi crimini e alle sue violazioni lampanti del diritto internazionale, preservandfo la sua immunità e impunità dalle responsabilità o dalle azioni penali.

Il Fronte sottolinea che affrontare l’estremismo sionista e rispondere a queste elezioni richiede una politica palestinese chiara e decisa che metta da parte le illusioni e l’affidamento a trattative inutili, costruendo, invece, una strategia nazionale unitaria per affrontare il nemico e lottare per i pieni diritti delle persone, sulla base della nostra percorso strategico di resistenza per costruire i nostri successi.

Il Fronte chiede l’immediata attuazione delle risoluzioni del Consiglio centrale palestinese passate nella sua ultima sessione, per disattivare  lo stato di occupazione e i suoi funzionari, prima di tutto, mettendo fine al coordinamento della sicurezza e rifiutando la strada degli accordi di Oslo, che sono stati distruttivi per il popolo palestinese, ponendo fine alla divisione interna palestinese attraverso un serio progetto di unità nazionale sulla base di un programma unitario e di ricostruzione dell’OLP attraverso elezioni, istituzioni democratiche che abbraccino tutte le forze palestinesi, e così facendo fino a cercare il perseguimento dei capi dell’entità sionista alla Corte penale internazionale.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) Palestinesi a Yarmouk protestano contro i terroristi

di Francesco Guadagni

Gli abitanti di Yarmouk, quartiere palestinese di Damasco, ieri, hanno manifestato contro la presenza dei terroristi nel campo che da 13 settimane impediscono l’arrivo degli aiuti umanitari sparando sui convogli dell’UNWRA, struttura dell’Onu per i rifugiati palestinesi.

Da quando la Siria è sotto attacco congiunto della NATO, israele, Turchia e Monarchie del Golfo, Yarmouk, grazie anche alla complicità di alcune fazioni palestinesi come Hamas, che hanno permesso l’ingresso dei terroristi nel campo, il quartiere simbolo dell’accoglienza e integrazione dei palestinesi nella Repubblica araba siriana, vive una terribile situazione umanitaria. Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, per 200 giorni, si è consumato lo stesso scenario, quando le bande armate hanno impedito l’ingresso degli aiuti umanitari e dei medici. Grazie ad un accordo tra le fazioni, si riuscì a consegnare cibo e medicinali ed a permettere che i più bisognosi di cure fossero ricoverati negli ospedali di Damasco.

In virtù del fatto che questa circostanza si è ripetuta, non per l’assedio dell’esercito siriano, la popolazione di Yarmouk, esasperata, è scesa in piazza.

Centinaia di manifestanti hanno protestato all’ingresso del quartiere per chiedere l’immediata uscita dei gruppi terroristici.

I partecipanti al raduno hanno condannato i crimini commessi da queste bande, sostenendo che i terroristi sono uno strumento per eseguire i piani del progetto americano-sionista in Siria e nella regione araba.

«Questo incontro ha lo scopo di accelerare il ritorno dei figli del campo, palestinesi e siriani, nelle loro case», ha dichiarato il presidente della commissione riconciliazione nel campo, Mohammad Oumari.

Sono utili alcune precisazioni su Yarmouk. Dai massacri della Nakba ad opera dei sionisti contro i palestinesi nel 1948 e che continuano fino ai giorni nostri, la Siria ha ricevuto milioni di rifugiati palestinesi a braccia aperte. Il paese ha ospitato la più grande popolazione palestinese in esilio in tutto il territorio.

Una delle più grandi comunità palestinesi in Siria è al campo profughi di Yarmouk, vicino Damasco, dove oggi vivono circa 20.000 palestinesi. Ma, come sottolinea l’analista politico Christof Lehmann, il termine “campo profughi” è fuorviante. Questo perché ai residenti palestinesi sono sempre stati concessi la cittadinanza siriana piena e i diritti civili. «Yarmouk è più di un sobborgo ordinario di Damasco, osserva Lehmann», ma ha uno status tecnico del campo profughi ai sensi del diritto siriano e internazionale. Questa è una misura della tradizionale ospitalità concessa sulla diaspora palestinese all’interno della Siria.

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14 Febbraio 1982. Golan siriano: l’eroico sciopero contro Israele

da sana.sy

Sono passati 33 anni da quell’Intifada, quando iniziò una grande mobilitazione, segno di grande dignità e fermezza degli abitanti del Golan siriano occupato da Israele.

Il 14 febbraio 1982, i golanesi espressero con tutta la franchezza e il loro coraggio il rifiuto della decisione israeliana, ingiusta e illegale, di annettere il Golan, e proclamarono uno sciopero generale per affrontare i tentativi di imporre, con la forza, la falsa nazionalità di Israele, ribadendo il loro attaccamento e fedeltà alla Repubblica araba di Siria e alla sua terra.

Un documento rilasciato dalle autorità di occupazione, il 14 febbraio 1982, contenente le risoluzioni della Knesset di annettere il Golan siriano, provocò una rabbia generale e un rifiuto categorico degli abitanti del Golan occupato a queste misure che, immediatamente,  annunciarono uno sciopero generale in tutte le aree e luoghi.

Lo sciopero organizzato dai golanesi durò più di cinque mesi, fu lanciato un messaggio chiaro e fermo all’occupazione sionista e al mondo: Gli abitanti del Golan Siriano resteranno sempre fedeli e legati ai loro territori e alla loro identità araba siriana.

Il rifiuto dei cittadini del Golan siriano alle misure israeliane ebbe un epilogo positivo, in quanto, fu confermata dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza internazionale che giudicò la decisione israeliana dall’effetto giuridico nullo secondo la Carta delle Nazioni Unite.

La risoluzione del Consiglio di sicurezza internazionale rimane in vigore fino a quando, nel frattempo, Israele è sempre più riluttante e si rifiuta di ritirarsi dai territori siriani.

Lo sciopero evitò che l’entità sionista imponesse la cittadinanza israeliana agli abitanti del Golan e, quindi, di conseguenza l’arruolamento di giovani del Golan nell’esercito di occupazione, allo stesso tempo, liberati i prigionieri, gli israeliani furono costretti a lasciare le loro tattiche che solitamente usavano contro i giovani del Golan.

I residenti del Golan ottennero il successo e la vittoria, nonostante le condizioni alle quali furono sottoposti durante il lungo sciopero, dove gli israeliani limitarono cibo e medicine e le condizioni di vita raggiunsero un livello deplorevole in tutte le città e i villaggi il Golan. La maggior parte dei bambini scrissero un poema epico di eroismo e di resistenza che continua fino ad oggi, una lotta che non è mai stata separata dal quella condotta dalla madre patria siriana per la libertà e il ritorno del suo amato Golan.

Quest’anno, per commemorare il loro sciopero eroico, gli abitanti del Golan hanno espresso ancora più fiducia nella capacità delle forze armate siriane nel raggiungere la vittoria contro i gruppi terroristici armati che hanno cominciato a crollare a Deraa e Quneitra.

 [Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Israele continua ad arrestare gli sportivi palestinesi

da http://capjpo-europalestine.com/

La Squadra di calcio palestinese, da alcuni mesi, ha perso sette dei suoi principali giocatori, rapiti e imprigionati dall’occupazione israeliana. L’ultimo in ordine di tempo è Mohamed Akhlil, arrestato mercoledì scorso all’alba.

Il direttore del Club giovanile di Beit Ummar, Akhlil Ahmed, ha dichiarato che Israele ha arrestato sette giocatori della sua squadra di calcio, che milita nel campionato della Premiere League palestinese ed ha, quindi, perso i suoi elementi principali, impedendogli di organizzare le partite.

Akhlil ha attirato l’attenzione sugli arresti nella sua intervista all’agenzia “Quds Press”.

Tre giocatori di talento sono stati rapiti il mese scorso, mentre il primo portiere Mohamed Awadh e il difensore Ahmed Awadh, sono ancora detenuti nelle prigioni israeliane.

Celebre il caso di Mahmoud Sarsak, la cui carriera si annunciava brillante, invece, è stata spezzata da una prigionia di tre anni, torturato e senza indennizzi. Il suo rilascio è stato possibile solo dopo uno sciopero della fame durato tre mesi, che lo ha indebolito nel fisico, impedendogli di riprendere la carriera calcistica.

Ma Mahmoud Sarska è solo uno dei molti atleti palestinesi ai quali Israele riserva tale sorte. Non si riesce quasi mai sapere i nomi di tutti coloro che sono in una situazione simile.

Queste pratiche dovrebbero portare alla espulsione di Israele, ipso facto, da tutte le competizioni sportive internazionali. Cosa aspettano UEFA e FIFA?

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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