Paulo Freire e la psicologia della liberazione di Frantz Fanon

di Alain Goussot

Quando si affronta l’opera pedagogica di Paulo Freire si dimentica spesso la grossa influenza che ebbe sulla sua riflessione il pensiero dello psichiatra militante anticoloniale afro-martinichese Frantz Fanon. Nel 2011 si sono commemorati i cinquant’anni della scomparsa di quest’ultimo; vi sono stati molti convegni in diverse parti del mondo ma ben poco in Italia, eppure la sua opera rimane di una grandissima attualità per chi si occupa di esclusione sociale, di meccanismi di dominazione e di disumanizzazione ma anche di società multiculturale nonché di razzismo.

Paulo Freire e Frantz Fanon erano quasi coetanei; il brasiliano Freire nasce nel 1921 mentre il creolo Fanon nasce nel 1925; il primo ebbe una lunga vita di esperienze e riflessioni, il secondo morì giovanissimo di una leucemia fulminante all’età di 36 anni, lasciando però un ricco e ancora attuale patrimonio di riflessioni e considerazioni sul rapporto tra lotta di liberazione, sviluppo psicologico e identità.

Notiamo che queste due figure sono vissute in due paesi del cosiddetto Terzo Mondo e ambedue rapidamente svilupparono una teoria della liberazione dall’oppressione, Freire in campo educativo, Fanon in campo psicologico. Ambedue saranno militanti impegnati e schierati con i diseredati, i poveri, gli oppressi, cioè con i «dannati della terra». Pure nelle differenze di percorsi vi sono diversi punti di contatto; Freire studia filosofia e pratica la pedagogia critica nel suo paese, il Brasile, poi in molti paesi dell’America latina, mentre Fanon studia medicina, arriva alla psichiatria mediata dalla riflessione filosofica e dall’impegno politico, facendolo nel contesto coloniale dell’Algeria ancora occupata dai francesi. Ambedue si concentrano sui meccanismi dell’oppressione e sull’alienazione degli oppressi dipendenti in modo ambiguo e contraddittorio dai loro oppressori. Freire nella dialettica educativa tra educatore e educando e Fanon nella dialettica tra medico e paziente vedono il nocciolo del processo di alienazione; che sia nella relazione educativa o nella relazione terapeutica quello che tentano di evidenziare è proprio il meccanismo della dominazione, solo possibile se in qualche modo l’oppresso finisce per identificarsi con chi lo disumanizza, e anche la possibile emancipazione dalla struttura di dominio. Riprendendo quasi testualmente le analisi di Fanon, il pedagogista brasiliano parla della dualità esistenziale degli oppressi che accolgono dentro di loro l’oppressore e che, in questo modo, sono insieme sé stessi e un altro. Frantz Fanon studiando la sofferenza psichica sottolinea come la relazione trasformata in rapporto di dominio diventa il fattore preponderante della costruzione del complesso d’inferiorità e della dipendenza anche emozionale dell’oppresso dall’oppressore, del malato dallo psichiatra.

 

Paulo Freire e Frantz Fanon: la liberazione come processo di conoscenza di sé

 

Nella sua Pedagogia degli oppressi Paulo Freire fa esplicitamente riferimento al testo di Frantz Fanon I dannati della Terra lì dove parla della situazione di oppressione e del vissuto degli oppressi; cita anche l’altra grande figura del pensiero antirazzista francese, l’intellettuale di origine tunisina Albert Memmi facendo riferimento al suo libro Ritratto del colonizzato-ritratto del colonizzatore. Questi due testi hanno effettivamente molti punti in comune e in particolare pongono una grande attenzione sull’aspetto psicologico della condizione di oppressione nella relazione oppressore/oppresso. Analizzando la situazione di oppressione Paulo Freire riprende la riflessione di Fanon sulla dualità della psicologia del colonizzato che costruisce con chi l’opprime un rapporto da doppio legame: repulsione e attrazione, respingimento e identificazione, odio e amore. Questa condizione rende confuso l’oppresso che non riesce a localizzare concretamente il focus del meccanismo di dominio; il processo educativo, che opera con gli adulti attraverso la partecipazione attiva alla costruzione del proprio percorso autoformativo, attiva un processo di presa di coscienza che struttura gli strumenti della decodifica del mondo e della situazione di oppressione. Non capendo i motivi della propria sofferenza l’oppresso finisce per agire una aggressività orizzontale che colpisce i suoi compagni di miseria e di esclusione ; non riesce a trasformare questa aggressività in una azione critica di tipo verticale rivolta verso chi lo domina, lo disumanizza calpestando la sua dignità e provocando dentro di lui un sentimento di svalorizzazione totale della propria persona. Sfogandosi verso gli altri «compagni di sfortuna» diventa così anche lui oppressore:

In questa «immersione», gli oppressi non possono chiaramente discernere «l’ordine» al servizio degli oppressori poiché vivono per così dire dentro di loro quest’ordine che li frustra nella loro esistenza e li spinge spesso ad esercitare un tipo di violenza orizzontale nei confronti dei propri compagni (Freire 2002, 40).

Più l’oppresso s’identifica con chi lo domina e lo tratta come cosa più aggredisce che gli assomiglia in nome della diversità dell’altro, mentre colui che aggredisce è chi è oppresso come lui, purché sia tuttavia un tantino più basso nella gerarchia sociale. Quello che desidera disperatamente è assomigliare all’oppressore, adottare il suo stile di vita e quindi diventare come il dominatore per sentirsi finalmente qualcuno. Ma tutto ciò avviene attraverso un processo spesso lacerante che provoca violenza interiore ed esteriore.

V’è d’altronde, ad un certo punto dell’esperienza esistenziale degli oppressi, una irresistibile attrazione nei confronti dell’oppressore, del suo stile di vita. Accedere a questo stile di vita costituisce una potente aspirazione. Nella loro alienazione gli oppressi vogliono ad ogni costo essere simili agli oppressori, imitarli, seguirli (Freire 2002, 41).

Questa situazione porta l’oppresso a costruirsi un falso sé che non si rende conto di essere posseduto dall’Altro; questo processo relazionale che reifica chi si trova in posizione di subalternità diventa un meccanismo che rende la persona estranea a se stessa. Questa falsa visione di sé porta ad una falsa visone del mondo e del suo funzionamento e anche all’accettazione della situazione di oppressione che costituisce la base stessa del processo di disumanizzazione che fa perdere ogni dignità e annulla la coscienza. Senza liberarsi dell’oppressore che ha interiorizzato, e che invidia, l’oppresso non potrà mai umanizzarsi e costruire una società più giusta e umana. Freire è fortemente influenzato dalle analisi di Fanon sui meccanismi psicologici della dominazione nella situazione coloniale ma anche sui processi di disumanizzazione del colonizzato descritti da Albert Memmi. Quest’ultimo scrive in Ritratto del colonizzato:

Questo meccanismo non è sconosciuto: è una mistificazione. L’ideologia di una classe dirigente, lo sappiamo, viene adottata in grande misura dalle classi dirette. Orbene ogni ideologia di lotta, comprende, come parte integrante di se stessa, una concezione che proviene dall’avversario. Adottando questa ideologia le classi dominate, in fondo, adottano il ruolo che le classi dominanti hanno assegnato loro. Ciò spiega, fra l’altro, la relativa stabilità delle società, l’oppressione vi è più o meno tollerata dagli stessi oppressi. Nella relazione coloniale, il dominio si esercita da un popolo su un altro popolo, ma lo schema è sempre lo stesso (Memmi 1985, 107).

La questione delicata toccata da Memmi, e da Fanon, come si vedrà più avanti, è per Paulo Freire la questione centrale: cioè il consenso dell’oppresso allo schema del dominio, uno schema interiorizzato e replicato, riprodotto nel momento stesso della sua stessa lotta contro l’oppressore. È come se l’oppresso fosse nel suo agire e nel suo modo di essere esattamente speculare all’oppressore, avendone in qualche modo introiettato e assimilato tutti gli atteggiamenti. Questo spiega perché le società con i loro meccanismi di oppressione sono in fondo relativamente stabili e si riproducono nonostante i sussulti rivoluzionari. Frantz Fanon descriverà con profondità la psicologia del colonizzato che nel processo stesso della sua lotta per liberarsi dall’oppressore finisce per riprodurne gli atti, i gesti e gli stessi pensieri; sapeva che questo avrebbe portato l’Africa e gli africani ad essere dominati dagli stessi meccanismi anche se, questa volta, gestiti dagli stessi africani.

Ma tra i punti di connessione tra l’approccio pedagogico di Freire e quello psicologico di Fanon vi sono i riferimenti teorici: ambedue leggono con attenzione Hegel, in particolare la sua Fenomenologia dello spirito con l’analisi della dialettica tra il padrone e lo schiavo; una dialettica nella quale uno domina l’altro, ma anche piena di contraddizioni, con una interiorizzazione da parte del dominato del mondo del padrone e in parte viceversa. La dialettica hegeliana che fa della complessità e della contraddizione il motore della storia umana influenza sia la pratica pedagogica di Freire che l’approccio psicologico di Fanon: il filosofo tedesco descrive il processo complesso che vede il passaggio dall’essere in sé all’essere per sé, dall’esistere nell’immediatezza alla coscienza dell’esistere e quindi all’autocoscienza. Hegel spiega come si costruisce la ragione dialettica e quindi la capacità dell’uomo di diventare autenticamente libero. È quello che fa Freire quando descrive il processo di apprendimento come processo progressivo di coscientizzazione che vede l’alunno passare dal pensiero magico a quello transitivo per arrivare alla coscienza critica, all’autocoscienza. Frantz Fanon parla del processo di disumanizzazione presente nel rapporto coloniale: il colonizzatore deve disumanizzare il colonizzato, in senso sociale e simbolico-culturale, per giustificare e legittimare la sua pratica di oppressione. Ma deve farlo in modo tale che il colonizzato finisca per comportarsi effettivamente in modo disumano per confermare lo sguardo dominante e il meccanismo stesso della dominazione. Per Freire la questione che si pone è come il processo pedagogico possa fare passare l’oppresso (che può essere l’alunno, l’immigrato, il povero, il disabile…) dall’essere meno all’essere di più; per Fanon la questione centrale è quella della capacità dell’oppresso , nella sua lotta di liberazione, di riappropriarsi della propria storia e quindi della propria personalità. Oltre a Hegel v’è anche la lettura di Marx e Engels; la loro analisi della dialettica storica attraverso la dialettica oppressi/oppressori nei diversi modelli di produzione; l’importanza dei rapporti sociali e della strutturazione di rapporti di sfruttamento dell’uomo sull’uomo produttori di diseguaglianza. Ma tutto ciò viene anche filtrato da parte di Fanon con la fenomenologia di Merleau-Ponty (soprattutto per quanto riguarda l’importanza delle percezioni come base delle rappresentazioni) e con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre. Per Freire come per Fanon nessuno libera l’altro e nessuno si libera da solo; solo l’impegno dell’uomo nella relazione liberatrice con gli altri uomini può permettere a ciascuno di liberarsi insieme agli altri.

 

Frantz Fanon , i dannati della terra e il processo di liberazione

 

Ancora oggi Fanon è visto come un eretico; un eretico anche negli ambienti intellettuali bien pensants in Francia (di quelli che non sopportano Jean-Paul Sartre accusandolo di avere danneggiato la cultura e la filosofia francese, ma che in realtà non riescono ad accettare il suo «tradimento» verso la sua classe sociale e verso la sua «patria»); un eretico sul piano politico per essersi schierato ed essere diventato, colpa grave, l’«ideologo» dei disperati del mondo. È anche considerato come un eretico negli ambienti scientifici della medicina psichiatrica per la sua critica alla logica manicomiale e alla concezione della malattia mentale come pericolo da normalizzare ad ogni costo. In effetti è proprio partendo dal suo lavoro concreto come medico specializzando in psichiatria all’ospedale di Saint-Alban, nel sud della Francia, che Fanon mette in discussione i meccanismi della dominazione, la trasformazione della relazione terapeutica tra medico e paziente in un rapporto di dominio del primo sul secondo. Influenzato dallo psichiatra e psicanalista di origine spagnola (repubblicano e libertario) François Tosquelles che sperimenta le prime forme di deistituzionalizzazione, cioè di apertura del manicomio alla società e di libertà per i malati di mente, Frantz Fanon fa subito il collegamento tra le pratiche di disumanizzazione nei manicomi e nella situazione coloniale, vede le medesime pratiche discriminatorie e di negazione della dignità della persona umana. È nella sua prefazione ai Dannati della terrache Jean-Paul Sartre spiega ai francesi perché sono in molti a respingere il testo di Fanon:

Per due motivi, il primo è che Fanon vi spiega ai suoi fratelli e dimostra loro i meccanismi delle nostre alienazioni: approfittatene per scoprirvi nella vostra verità oggettiva. Le nostre vittime ci conoscono a causa delle loro ferite e delle loro catene: è ciò che rende la loro testimonianza irrefutabile. Basta che ci mostrano ciò che abbiamo fatto di loro per conoscere per conoscere quello che abbiamo fatto di noi (Fanon 1991, 43).

Sartre è estremamente tagliente e questo non gli sarà perdonato in Francia:

Gli altri si fanno uomini contro di noi, appare che siamo noi i nemici del genere umano; così l’élite rivela la sua vera natura , quella di una gang (Fanon 1991, 51).

La disumanizzazione è il cuore del rapporto tra colonizzatore e colonizzato; questo rapporto crea separazione e un legame dove v’è sfruttamento; la posizione psicologica del colonizzato nei confronti del mondo del colonizzato è doppia, è, come dirà più tardi Gregory Bateson, dadoppio legame:

È dominato, ma addomesticato. È interiorizzato ma non convinto della sua inferiorità. Aspetta pazientemente che il colonizzatore rilascia la sua vigilanza per saltarli addosso. (…) Di fronte all’organizzazione coloniale il colonizzato si trova in uno stato di tensione permanente. Il mondo del colonizzatore è un mondo ostile, che rigetta, ma nello stesso tempo, è un mondo che invidia (Fanon 1991, 83).

È anche interessante vedere come Fanon s’interessa alla natura della relazione che si costruisce partendo anche dal linguaggio; essendo medico psichiatra, conosceva bene la funzione del linguaggio tecnico-specialistico come strumento d’inferiorizzazione dell’altro (nel rapporto medico-paziente); mostra quanto il linguaggio tecnico mascheri spesso il desiderio d’ingannare, di manipolare il popolo, di lasciarlo fuori dal processo decisionale per cui il potere rimane in mano all’élite. Si tratta di una vasta operazione psicologica di spoliazione della dignità di chi vive all’interno di questa logica di dominazione e la subisce pure non rendendosi completamente conto di quel processo di estraniazione: qui Fanon fa il parallelo tra il potere dello psichiatra e quello del colonizzatore; mostra che sia con la violenza che con la manipolazione la struttura di oppressione si concretizza in un rapporto dove non v’è eguaglianza ma dipendenza e subalternità. Fanon parla del colonizzato come dell’immigrato; farà le prime esperienze di psicoterapia con degli africani immigrati in Francia, questo prima di essere mandato in Algeria all’ospedale di Blida, il principale nosocomio del Maghreb coloniale. Riporta la sua esperienza di terapeuta in un libro di una grande profondità e di una grande attualità per chi si occupa oggi di psicologia transculturale; in effetti in Pelle nera e maschere bianche (Fanon 1971) applica le teorie di Alfred Adler (l’allievo eretico di Freud) sulla costruzione del complesso d’inferiorità e quelle dello psicanalista Jacques Lacan sulla funzione dello specchio nella formazione dell’identità per capire la sofferenza dei migranti che vivono il disprezzo razzista dei bianchi francesi; definisce i migranti e i colonizzati come «mutilati psico-affettivi». Fa notare come gli africani tentano di assomigliare il più possibile ai bianchi: è quello che definisce a livello psicologico come processo di lattificazione, un processo dove avviene una identificazione ambivalente con il bianco che domina: da una parte diventare come lui, vestirsi come lui, mangiare come lui e pensare come lui, dall’altro lacerarsi interiormente per reprimere l’odio verso il dominatore. L’alienazione socio-culturale provoca una rottura dell’equilibrio psico-affettivo e quello che Fanon chiama (usando i testi di Anna Freud sui meccanismi di difesa) una ritrazione dell’Io.

Fanon critica anche l’atteggiamento degli intellettuali africani che in nome della lotta contro la dominazione parlano di «negritudine», esaltando la bellezza e la superiorità nera, atteggiamento speculare alla logica razzista dei bianchi. In questo senso senza rendersene conto l’intellettuale africano colonizzato nel momento stesso in cui lotta finisce per fare suo lo sguardo del colonizzatore e per comportarsi come lui. Queste analisi di Fanon sono state profetiche per spiegare quello che è successo in molti paesi dell’Africa dopo l’indipendenza; cioè per comprendere il comportamento delle nuove classi dirigenti che finirono per costruire con i propri popoli lo stesso tipo di rapporto di dominazione che avevano conosciuto durante il periodo coloniale. Fanon, come Freire che riprenderà queste sue riflessioni, pensa che per umanizzarsi il colonizzato deve liberarsi dell’oppressore che ha dentro di sé, deve sapere dove va e perché, insomma deve avere sviluppato una coscienza critica sensibile ad ogni forma di dominazione. Fanon parla del processo di liberazione come del trionfo dell’uomo totale, come di un processo di emancipazione umana che rida dignità ad ogni cittadino, che arricchisce spiritualmente, che «riempie gli occhi di cose umane», che fa diventare l’oppresso sovrano e capace di un rapporto fraterno. Solo il riconoscimento della dimensione universale dell’umanità di ogni uomo può favorire il riconoscimento delle differenze e quindi realizzare la piena uguaglianza.

 

Bibliografia

 

Fanon F. (1971), Peau noire et masques blancs, Seuil, Paris.

Fanon F. (1991), Les damnés de la terre, Gallimard, Paris.

Freire P. (2002), La pedagogia degli oppressi, tr. it., Edizioni Gruppo Abele, Torino.

Memmi A. (1985), Portrait du colonisé-Portrait du colonisateur, Gallimard, Paris.

[Tratto da Educazione Democratica]

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