Responsabili israeliani propongono di uccidere gli attivisti BDS

da lantidiplomatico

Funzionari israeliani infuriati per la campagna internazionale di boicottaggio contro Israele chiedono qualsiasi azione, anche di uccidere i seguaci del movimento pro-palestinese per fermare la sua crescita.

La questione è stata discussa, lunedì scorso, nella città palestinese di Al-Quds (Gerusalemme), dove un gran numero di giornalisti politici, militari e responsabili israeliani hanno partecipato ad una conferenza dal titolo ‘Stop BDS’, movimento internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele, che denuncia l’occupazione della Palestina.

Anche se le autorità israeliane tendono a sminuire gli effetti negativi che ha avuto il boicottaggio anti-israeliano a livello globale per l’economia di questo regime, la conclusione della manifestazione di lunedì scorso è stata sufficiente per dimostrare l’efficacia del movimento.

Gli organizzatori della conferenza hanno ammesso che “senza coltelli o missili”, il movimento BDS sta guadagnando sempre più seguito in Europa, Stati Uniti e altrove. Dal campus universitario della California (USA), ai supermercati Parigi (Francia), alle università, il boicottaggio economico e culturale diventa una minaccia palpabile per lo status internazionale di Israele, secondo i funzionari israeliani.

Parlando alla conferenza, Yisrael Katz, ministro dell’Intelligence del regime israeliano, ha chiesto di effettuare “omicidi mirati” degli attivisti che sostengono il movimento BDS, con l’aiuto dell’intelligenza del regime di Tel Aviv.

A sua volta, Tzipi Livni, ex agente del Mossad ha dichiarato che è ora di moda “essere vegetariani e odiare Israele”, riferendosi alla grande diffusione di odio in tutto il mondo per la politica aggressiva del regime contro i palestinesi.

Il direttore del quotidiano israeliano “Yedioth Ahronoth”, Ron Yaron, un altro oratore alla manifestazione, ha confrontato il regime israeliano con quello dell’apartheid in Sud Africa. Egli ha detto alla folla che il potere del BDS non può essere sottovalutato, e che Israele non dovrebbe essere nella posizione in cui è stato per 5, 10 anni il Sud Africa, ma subito ha precisato: non vi è alcuna relazione tra il Sudafrica e Israele.

La campagna internazionale BDS sempre più diffusa in tutto il mondo, è una risposta collettiva al genocidio, l’apartheid ed ai crimini contro l’umanità commessi dal regime israeliano negli ultimi decenni contro i civili palestinesi.

 

Assad: «In Siria e Iraq terrorismo turco, saudita, e di alcuni paesi UE»

da lantidiplomatico

Il presidente Bashar al-Assad, in un’intervista a “Sputnik” e “Ria Novosti,  ha dichiarato che le vittorie conseguite dall’esercito siriano avranno un impatto sui paesi che ostacolano una soluzione in Siria, in particolare, su Arabia Saudita, Turchia, Francia e Gran Bretagna, che scommettono sul suo fallimento, per imporre le loro condizioni nei negoziati.

Il presidente Assad ha dichiarato che il sostegno militare della Russia e degli Amici della Siria nei successi militari siriani contribuiranno ad accelerare una soluzione politica e non viceversa, notando che Damasco non ha cambiato le sue posizioni prima o dopo il supporto della Russia.

In risposta ad una domanda sul fatto che le vittorie conseguite da parte dell’esercito rafforzino la posizione del governo nei colloqui di Ginevra e mettano in pericolo il processo politico, il presidente ha risposto che «ci sono alcune parti che accusavano sia la Siria che la Russia che cercano di presentare il sostegno della Russia alla Siria nella lotta contro il terrorismo come il supporto per il presidente o il governo siriano, e che, quindi, ciò ostacoli il processo politico».

Inoltre, ha spiegato che il governo è stato flessibile fin dall’inizio, la politica in Siria per cinque anni ha risposto a tutte le iniziative volte a non far passare nessuna occasione senza cercare di risolvere la crisi».

Il presidente siriano ha affermato che il terrorismo che insanguina Siria e Iraq è sostenuto da Turchia, Arabia Saudita e diversi paesi europei, tra cui Francia e Regno Unito.

«Il terrorismo è il vero problema. Dobbiamo combatterlo a livello internazionale, perché il terrorismo non riguarda solo la Siria. esiste il terrorismo in Iraq ed è supportato direttamente dalla Turchia, dalla famiglia reale dell’Arabia Saudita, nonché da parte dei paesi occidentali, in particolare da Francia e Regno Unito», ha aggiunto Assad.

«Mentre gli altri paesi osservano solo. Non fanno nulla di serio per quanto riguarda questo problema», ha lamentato il presidente.

Il presidente siriano ha spiegato che la migrazione è stata causata non solo dalla mancanza di sicurezza, ma anche dalle sanzioni occidentali.

«Le cause delle migrazioni non sono solo il terrorismo e la mancanza di sicurezza, ma anche il blocco, le sanzioni occidentali imposte alla Siria. Molti erano in zone sicure dove non c’è il terrorismo. Le persone ora sono in grado di ottenere il necessario. Pertanto, in qualità di Stato dobbiamo agire, dalle prime esigenze elementari, per migliorare la situazione economica e il settore dei servizi in Siria. È quello che facciamo nel quadro della ricostruzione», ha detto.

Nell’intervista, ha spiegato che il governo siriano prende provvedimenti per garantire che i cittadini non abbiano motivo di emigrare.

«Abbiamo iniziato i lavori di ricostruzione prima che finisse la crisi, per quanto possibile, per mitigare le conseguenze del danno economico e allo stesso tempo ridurre il flusso di migranti all’estero», ha aggiunto.

Il presidente ha ricordato che il danno economico e alle infrastrutture supera i 200 miliardi di dollari, indicando che le questioni economiche possono essere affrontate solo quando la situazione si stabilizzerà, ma la ricostruzione delle infrastrutture richiede molto tempo.

Sul processo di ricostruzione, il presidente ha annunciati che Damasco sarà supportata da Russia, Cina e Iran.

A questo proposito, ha sottolineato che «la ricostruzione è vantaggiosa per le aziende che parteciperanno e si baserà su tre Paesi che hanno sostenuto la Siria durante la crisi; Russia, Cina e Iran».

Ha inoltre dichiarato che molti paesi che erano contro la Siria, riferendosi ai paesi occidentali, con  le loro aziende cercheranno di partecipare al processo, ma «i siriani di rivolgeranno ai paesi amici».

«Per quanto riguarda le infrastrutture, saranno necessaria, probabilmente più di decine, centinaia di persone in diversi campi e specializzazioni. Pertanto, si ritiene che le compagnie russe avranno un ampio spazio per contribuire alla ricostruzione della Siria», ha affermato Assad.

La transizione in Siria dovrebbe essere fatta da parte del governo di unità nazionale

«In primo luogo, prendiamo il “periodo di transizione”: questo concetto non esiste. In Siria si considera che la transizione politica passi da una Costituzione all’altra che definisce la struttura politica necessaria per avviare la fase successiva. Cioè, il periodo di transizione deve iscriversi nella attuale Costituzione e adottare una nuova, votata dal popolo siriano», ha spiegato.

Egli ha sottolineato che «il corpo di transizione o cosa determina il formato della transizione è un governo formato da varie forze politiche siriane: l’opposizione, indipendenti, appartenenti al governo attuale e gli altri».

L’obiettivo principale di questo governo, ha sostenuto, è «sviluppare una costituzione, poi sottoporla ai voti dei siriani e successivamente assicurare il trasferimento alla nuova Costituzione».

«Né la Costituzione siriana né di alcun altro paese del mondo corpo descrive qualcosa chiamato transizione. Mancherebbe di logica ed è incostituzionale. Quali sono i poteri di questo corpo? Come regolerà la vita quotidiana dei cittadini? Chi valuterà? Oggi ci sono il Consiglio del Popolo (Parlamento) e la Costituzione che determinano le azioni del governo e dello Stato. Pertanto, la soluzione è quella di creare un governo di unità nazionale che preparerà la nuova costituzione», ha sintetizzato.

Sui colloqui di Ginevra III, il presidente ha sottolineato che «al momento non si può dire che i colloqui di Ginevra diano risultati, ma si parte dalle basi, cioè lo sviluppo dei principi fondamentali che definiscono i colloqui, perché privo di alcuni principi diventa caotico e non porta a nulla perché permette a ciascuna delle parti di apparire terza e consentire interferenze da parte di altri paesi».

La delegazione di Damasco, ha ricordato, ha lavorato principalmente a Ginevra con l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria, Staffan de Mistura, e «non con il partito di opposizione con il quale dovremo negoziare».

«Continueremo le consultazioni e il dialogo sul documento nel prossimo turno. Al momento posso dire che ciò che è stato raggiunto nel precedente turno, può permettere il successo dei negoziati, e se continuiamo su questo trend i prossimi turni saranno produttivi», ha aggiunto.

Una Siria federale non avrà il consenso del popolo siriano in caso di votazione

E sul tema della federalizzazione della Siria, il capo di stato siriano ha detto: «Dal punto di vista geografico, la Siria è un paese troppo piccolo per essere una federazione. Probabilmente è più piccolo della maggior parte delle repubbliche russe. Dal punto di vista della sociologia, la federalizzazione è necessaria quando c’è la presenza di comunità che compongono la società e che, probabilmente, non possono coesistere pacificamente, che non esistevano nella storia della Siria, ed è un principio fondamentale. Non credo che la Siria è pronta per la federalizzazione, non ci sono fattori naturali per renderla possibile».

Assad ha aggiunto che come Stato «saremo d’accordo con tutto quello approverà il popolo».

«La questione della federalizzazione è legato alla Costituzione che deve avere il consenso del popolo, ma resta inteso che se si intendono cambiamenti sono necessari nell’entità federale dei curdi. La maggior parte dei curdi voglio vivere nel quadro di una Siria unita, con hanno  le autorità centrali a livello politico e non federale», ha precisato.

Non si dovrebbe «confondere i curdi che aspirano alla federalizzazione con tutti i curdi», aggiungendo che «è probabile che ci sono persone che non sono minoranza curda e globalmente anche aspirare ad esso; tuttavia questa idea non è stata proposta dalla società siriana e non credo che se ci sarà un voto, sarò approvata dal sostegno del popolo siriano», ha sostenuto Assad.

Per quanto riguarda il discorso della stesura di una nuova costituzione nel mese di agosto, il presidente Assad ha affermato: «probabilmente il progetto di Costituzione sarà pronto in poche settimane. Gli esperti sono presenti, ci sono proposte elaborate che possono soddisfare, più tempo viene speso in discussioni».

«Noi, come Stato oggi possiamo metterci d’accordo con la stesura del testo della Costituzione e lo presentiamo ai siriani. Ma quando si parla di forze politiche, di quale le altre forze politiche stiamo parlando? Non lo sappiamo. Lo abbiamo chiesto a De Mistura e non lo sa neanche lui. Non lo sanno neanche gli statunitensi e a volte neanche l’Occidente», ha spiegato ancora Assad.

Alcuni paesi e «in particolare l’Arabia Saudita», ha precisato, «vogliono ridurre l’altra parte in un’unica piattaforma oppositrice formata a Riyadh dai terroristi»

Analogamente Assad ha accennato alla necessità di una opposizione presente come una singola forza. «Quando ci sarà, si può parlare con loro della Costituzione. Per quanto riguarda il mese di agosto, si tratta di un periodo di tempo ragionevole e sufficiente», ha concluso.

 

Il fratello Obama – Riflessioni di Fidel

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da Granma.cu

I re spagnoli ci portarono i conquistatori ed i proprietari, le cui orme restarono nei fagotti di terra circolari assegnati ai cercatori d’oro nelle sabbie dei fiumi, una forma abusiva e corruttiva di sfruttamento i cui resti possono essere colti dall’alto in molti posti del paese.

Ad oggi, il turismo consiste in larga parte nel mostrare le delizie dei paesaggi ed assaporare le squisitezze alimentari dei nostri mari, ogni volta che si condivide con il capitale privato delle grandi corporazioni multinazionali straniere, i cui profitti non sono degni del men che minimo riguardo se non raggiungono miliardi di dollari ciascuna.

Poiché mi son visto obbligato a citare l’argomento, devo aggiungere, soprattutto per i giovani, che poche persone si rendono conto dell’importanza di tale condizione in questo momento particolare della storia umana. Non dirò che si è perso tempo, ma non esito ad affermare che non siamo sufficientemente informati, né voi né noi, delle conoscenze e delle coscienze che dovremmo possedere per poter affrontare le situazioni che ci sfidano. La prima cosa da prendere in considerazione è che le nostre vite sono una frazione storica di un istante, che bisogna condividere maggiormente le necessità vitali di ogni uomo.

Nessuno, senza dubbio, è buono o cattivo di suo. Nessuno di noi è formato per il ruolo da assumere nella società rivoluzionaria. In parte, noi cubani abbiamo avuto il privilegio di contare sull’esempio di José Martí. Mi chiedo persino se doveva morire o meno a Dos Ríos, quando disse “è giunta l’ora”, e si scagliò contro le forze spagnole trincerate in una forte linea di fuoco. Non voleva ritornare negli USA e non aveva chi lo facce rientrare. Qualcuno ha strappato dei fogli dal suo diario. Chi si è macchiato di questa perfida colpa, che è stata indubbiamente opera di qualche cospiratore senza scrupoli? Conosciamo differenze tra i capi, ma mai mancanza di disciplina.

“Chi tentasse di impossessarsi di Cuba, raccoglierà la polvere dalla sua terra annegato nel sangue, se non muore nella lotta”, disse il glorioso leader nero Antonio Maceo. Si riconosce lo stesso in Máximo Gómez, capo militare più disciplinato e discreto della nostra storia.

Guardandolo da un’altra angolazione, come non ammirare l’indignazione di Bonifacio Byrne quando, dall’imbarcazione distante che lo portava di ritorno a Cuba, notata un’altra bandiera insieme a quella della stella solitaria, esclamò: “La mia bandiera è quella che mai è stata mercenaria…”, aggiungendo subito dopo una delle più belle frasi che abbia mai ascoltato:”Se disfatta in tanti piccoli pezzetti, sarà la mia bandiera un giorno… I nostri morti sapranno ancora difenderla alzando le braccia…”.

Neppure dimenticherò le accese parole di Camilo Cienfuegos quella notte, quando ad alcune decine di metri bazooka e mitragliatrici di provenienza nordamericana, nelle mani dei controrivoluzionari, puntavano alla terrazza dove ci eravamo fermati.

Obama era nato nell’agosto del 1961, come lui stesso ha spiegato. Più di mezzo secolo sarebbe trascorso da quel momento.

Vediamo senza dubbio come la pensa oggi il nostro illustro visitatore:
“Sono venuto qui per lasciare indietro i retaggi della guerra fredda nelle Americhe. Sono venuto dando una mano amichevole al popolo cubano”.

Immediatamente, una pioggia di concetti, decisamente nuovi per la maggior parte di noi:

“Entrambi viviamo in un nuovo mondo colonizzato dagli europei”. Ha continuato il presidente statunitense: “Cuba, allo stesso modo degli Stati Uniti, è stata costruita dagli schiavi condotti dall’Africa; allo stesso modo degli USA, il popolo cubano è ereditario di schiavi e schiavisti”.

Le popolazioni indigene non esistono per nulla nella mente di Obama.

Neppure afferma che la discriminazione razziale è stata spazzata via dalla Rivoluzione; che il ritiro (dal lavoro) ed il salario dei cubani furono decretati dalla Rivoluzione stessa prima che il signor Barack Obama compisse dieci anni.

L’odiosa abitudine borghese e razzista di reclutare sbirri per espellere i cittadini neri dai centri di ricreazione è stata cancellata dalla Rivoluzione cubana. Questa sarebbe passata alla storia per la battaglia condotta in Angola contro l’apartheid, mettendo fine alla presenza di armi nucleari in un continente con più di un miliardo di abitanti. Non era questo l’obiettivo della nostra solidarietà, ma quello di aiutare i popoli dell’Angola, del Mozambico, della Guinea Bissau ed altri paesi dal dominio coloniale fascista portoghese.

Nel 1961, appena due anni e tre mesi dopo il trionfo della Rivoluzione, una forza mercenaria con cannoni e fanteria blindata, equipaggiata con aerei, fu addestrata ed accompagnata da navi da guerra e portaerei statunitensi, attaccando il nostro paese a sorpresa. Nulla potrà giustificare quel perfido attacco costato al nostro paese centinaia di perdite tra morti e feriti. Della brigata d’assalto filoyankee, si è potuto notare che in nessuna parte sia stato evacuato un solo mercenario.

Aerei da combattimento yankee sono stati presentati dinnanzi alle Nazioni unite come contingenti cubani ribelli.

L’esperienza militare e la forza di questo paese sono incredibilmente noti.
(I nordamericani) hanno creduto allo stesso modo che la rivoluzionaria Cuba sarebbe stato facilmente messa fuori gioco in Africa. L’attacco dal sud dell’Angola da parte delle brigate meccanizzate del Sudafrica razzista li porta quasi a Luanda, la capitale angolana.

Qui comincia una lotta prolungata per non meno di quindici anni. Non parlerei neppure di questo, se non avessi il dovere elementare di rispondere al discorso di Obama nel Gran Teatro Alicia Alonso all’Avana.

Non cercherò neppure di fornire dettagli, ma soltanto porre l’attenzione sul fatto che lì fu scritta una pagina onorevole della lotta di liberazione dell’uomo.
In un certo modo, avrei voluto che il comportamento di Obama fosse stato corretto. La sua umile origine e la sua naturale intelligenza erano evidenti.

Mandela era stato arrestato a vita e si era convertito in un gigante della lotta per la dignità umana. Un giorno, arrivò nelle mie mani una copia del libro nel quale si narra una parte della vita di Mandela e -oh, che sorpresa!- il suo prologo era stato scritto da Obama. Lo sfogliai rapidamente.
Incredibile la dimensione della minuscola lettera di Mandela che precisava dei dati. Vale la pena aver conosciuto uomini come lui.

Sull’episodio in Sudafrica, devo segnalare un’altra esperienza. Ero realmente interessato a conoscere più dettagli sul modo in cui i sudafricani avevano acquisito le armi nucleari. Avevo soltanto l’informazione precisa che non superavano le 10-12 bombe. Una fonte sicura sarebbe stato il professore e ricercatore Piero Gleijeses, il quale aveva scritto il testo di “Missioni nel conflitto: L’Avana, Washington e l’Africa 1959-1976”; un lavoro eccellente.

Sapevo che lui era la fonte più sicura di quanto era accaduto e così glielo comunicai; mi rispose che non aveva più parlato dell’argomento, perché nel testo aveva risposto alle domande del compagno Jorge Risquet, ambasciatore o collaboratore cubano in Angola, un suo gran amico.

Rintracciai Risquet; già in altri importanti incarichi, stava ultimando un corso del quale gli restavano alcune settimane. Questo compito coincise con un viaggio abbastanza recente di Piero nel nostro paese; l’avevo avvertito che Risquet aveva già parecchi anni e che la sua salute non era ottima. Pochi giorni dopo, accadde quel che temevo. Risquet peggiorò e morì. Quando Piero arrivò, non aveva nulla da fare se non promesse, ma già ero riuscito ad ottenere un’informazione sull’arma (nucleare) e l’aiuto che il Sudafrica razzista aveva ricevuto da Reagan ed Israele.

Non so cosa dirà Obama su questa storia. Ignoro se lo sapesse o meno, anche se nutro parecchie perplessità sul fatto che non ne sapesse assolutamente nulla. Il mio modesto suggerimento è che rifletta e non cerchi di elaborare teorie sulla politica cubana.

C’è una questione rilevante:

Obama ha pronunciato un discorso nel quale utilizza le parole più edulcorate per dire: “Dobbiamo ormai dimenticarci del passato, lasciamolo dietro, guardiamo al futuro, facciamolo insieme, un futuro di speranza. E non sarà facile, ci saranno sfide, e a queste daremo del tempo; ma la mia permanenza qui mi dà più speranze di quello che possiamo fare insieme come amici, come una famiglia, come vicini, insieme”.

Si suppone che ognuno di noi correva il rischio di un infarto ascoltando queste parole del presidente degli Stati Uniti. Dopo un vergognoso blocco (economico, finanziario e commerciale) che dura da quasi sessant’anni, e tutti quelli che sono morti in attacchi mercenari a barche e porti cubani, un aereo di linea colmo di passeggeri fatto esplodere in pieno volo, invasioni mercenari, molteplici atti di violenza e forza?

Nessuno s’illuda che il popolo di questo nobile e sacrificato paese rinuncerà alla gloria ed ai diritti, alla ricchezza spirituale conquistata con lo sviluppo dell’istruzione, della scienza e della cultura.

Faccio notare, inoltre, che siamo capaci di produrre gli alimenti e le ricchezze materiali di cui abbiamo bisogno con lo sforzo e l’intelligenza del nostro popolo.

Non abbiamo bisogno che l’Impero ci regali nulla. I nostri sforzi saranno leciti e pacifici, perché è il nostro impegno per la pace e la fratellanza di tutti gli esseri umani che vivono su questo pianeta.

Fidel Castro Ruz
27 marzo 2016
10.25 p.m.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

L’esercito siriano ha liberato Palmyra!

da lantidiplomatico

Le forze armate siriane hanno cominciato la loro offensiva su larga scala l’8 marzo, colpendo le colline circostanti ed i frutteti, prima di iniziare l’assalto ai bastioni dell’ISIS. Il numero di terroristo dell’ISIS uccisi nella lunga battaglia durata 18 giorni non è stato confermato dall’esercito arabo siriano; tuttavia, una fonte, che ha accompagnato la Brigata Falchi del deserto durante la battaglia ha conformato ad Al-Masdar la notizia che centinaia di jihadisti sono stati uccisi, insieme a un gran numero di veicoli e armi pesanti distrutte. Il 21 maggio, 2015, iniziò il regno del terrore dell’ISIS su Palmira; questo gruppo terroristico ha brutalmente massacrato decine soldati e civili.

Al momento della cattura di Palmyra, il gruppo terroristico ha raso al suolo  santuari, templi e monumenti. Antichità inestimabili che hanno resistito a secoli di sfide, di catastrofi naturali e artificiali, sono stati tragicamente distrutti dall’ISIS. Palmyra è strategicamente importante perché situata in un deserto che si estende fino ai confini iracheni ad est, con la roccaforte del gruppo terroristico, Raqqa, a nord.

La caduta di Palmira, molto probabilmente aprirà la strada all’esercito siriano per avanzare verso la roccaforte del gruppo terroristico a Raqqa così come la città orientale di Deir ez-Zor. Attualmente, le forze della Guardia Repubblicana sono ancora a difesa della base militare di Deir ez-Zor, dove decine di migliaia di civili soffrono uno spietato assedio imposto dall’ISIS.

Gli USA hanno fallito, in tutto!

di Manlio Di Stefano

Pensate quanto se la sarà risa Fidel Castro quando Raúl, dopo la ripartenza di Obama per gli U.S.A., gli ha raccontato la scena “dopo 40 anni è venuto a stringerci la mano senza ottenere nulla e ho pure risposto male a uno yankee!”.

Il riferimento, satirico ma mica tanto, è a quanto accaduto durante la storica visita ufficiale del presidente americano a L’Avana del
21 marzo quando, alla domanda provocatoria di una giornalista nordamericana, il presidente cubano ha risposto così:

“Lei lo sa quanti sono i diritti umani identificati dalle organizzazioni internazionali? 61. Lo sa quanti paesi li rispettano tutti? Lo sa? Glielo dico io: nessuno. Cuba di questi 61 ne rispetta 47. Altri molti meno. Noi ad esempio rispettiamo i diritti umani del garantire la salute a tutti quanti, così come l’istruzione libera e gratuita. Lei trova giusto che una donna guadagni meno di un uomo? Non è anche questo un diritto umano? Potrei farle molti esempi di paesi che non rispettano questi diritti. Venire qui a parlare di prigionieri politici e di diritti umani non è proprio giusto, è scorretto.”.


Insomma, la si veda come si vuole ma la risposta di Castro ha un significato profondo e preciso, nessuno ha più il diritto di andare in America Latina con lo spirito del colonialista che deve evangelizzare terre di barbari.


Gli U.S.A. lo hanno sempre fatto, senza poterselo permettere, e ora pagano la loro spocchia a Cuba come, drammaticamente, in Medio Oriente e nei Balcani.

La storia della politica estera a stelle e strisce è segnata da fallimenti clamorosi e oggi ce ne accorgiamo dolorosamente, dal Cile al Kosovo passando per Iraq, Afganistan, Libia e Siria.

Chissà, forse Obama se n’è reso conto e con questo gesto l’ha certificato pubblicamente, o forse no, forse è solo la mano passata sullo specchio per togliere la polvere e ripulire l’immagine prima di consegnare il Paese a uno tra Clinton e Trump, due che peggio non si potrebbe se non con un Bush.


Una cosa è certa, che a Washington lo vogliano o meno, la storia li ha sorpassati e adesso devono rincorrerla.

ps: da domani con Alessandro Di Battista inizieremo una serie di incontri istituzionali in Russia con esponenti del Parlamento e del Governo. Mentre in Italia provano ad oscurarci all’estero ci vedono già come credibili per governare, ce lo leggono negli occhi.Vi terrò aggiornati.

Chávez… Che fare?

di Miguel Angel Núñez 

In diverse occasioni, il presidente Nicolás Maduro ha affermato: «La crisi post-capitalista che vive il Venezuela ci offre l’opportunità di andare avanti verso un nuovo modello economico che metta al centro l’essere umano». In occasione di incontri internazionali come il G77 (nel 2014) e all’Assemblea generale dell’Onu (2015), il presidente venezuelano, ispirandosi al Plan de la patria, ci ha sollecitati a lavorare  per un nuovo processo di civiltà, che dovrebbe cambiare le società dal loro interno e al tempo stesso i rapporti di potere nel mondo. Un processo che faccia dell’inclusione e della solidarietà gli assi essenziali per farla finita con la miseria e garantire il diritto all’educazione pubblica, gratuita e di qualità per tutti, il diritto alla salute, all’alloggio, a un ambiente sano, e così via; sono gli obiettivi del millennio.

Ma intanto, la guerra economica contro il popolo venezuelano continua, mettendo in pericolo la sopravvivenza stessa del processo rivoluzionario. Il decreto sull’emergenza economica, accompagnato dalla mobilitazione popolare e dalla creazione del Consiglio nazionale per l’economia produttiva (Cnep) è fra le ultime decisioni forti prese dall’esecutivo. Il Cnep, in particolare, è formato da un gruppo qualificato di personalità provenienti da diversi settori produttivi, le quali hanno la grandissima responsabilità di favorire il passaggio dal «rentismo petrolifero» a una «economia produttiva».

Appoggiando e lavorando alle proposte economiche che il Cnep sta mettendo insieme, non capiamo perché non si discuta e non si faccia nemmeno cenno alle vie d’uscita alternative alla crisi post-capitalista nella quale siamo immersi. Sembra contraddittorio cercare di intraprendere il difficile cammino verso un’economia produttiva affida ndosi alla crisi capitalista globale.

Vale la pena ricordare che dieci anni fa, in Paraná, Brasile — al tempo del Manifesto delle Americhe — Chávez fu il primo presidente a denunciare il degrado ambientale del continente, lanciando un appello in difesa della sua diversità biologica e culturale. «Una sinergia fra diverse sperimentazioni: A) il cammino verso il Socialismo del XXI secolo che mette al primo posto la morale (“el primer rasgo es el moral” disse più volte), b) il Buen vivir dei popoli andini; c) lo sviluppo delle Comunas; d) quello che si potrebbe chiamare “Ecosocialismo pratico especial di Cuba”» (3).

Chávez continua ad aver ragione: l’opzione ecosocialista a livello planetario, come parte della costruzione progressiva di questo nuovo «contratto sociale di civiltà» ci porta importanti elementi teorici e pratici. La transizione dal modello rentista capitalista a uno produttivo ed ecosocialista basato sul processo sociale del lavoro richiede tempo e spazio e ci impone di unire i nostri sforzi. Il quinto obiettivo del Plan de la patria ce lo dice con estrema chiarezza.  

Si fa appello alla costruzione di un modello economico produttivo ecosocialista, fondato su una relazione armoniosa fra esseri umani e natura, una relazione che ci garantisca un uso e un approvvigionamento ecologicamente sostenibile delle risorse naturali, dando valore e assicurando il rispetto dei processi e dei cicli naturali, confermando la difesa della sovranità dello Stato venezuelano rispetto alle basi naturali da preservare anche per le generazioni future.

Anche se molti non lo credono o non riescono a vederlo, in Venezuela si stanno costruendo proposte che vanno nella direzione dell’ecosocialismo. Per esempio: nella tutela delle risorse naturali di cui tuttora disponiamo, e rispetto alle quali dobbiamo avere un approccio non estrattivista; in varie proposte produttive alternative già consolidate; nelle basi costituzionali e giuridiche che rafforzano immensamente i processi partecipativi – e la partecipazione è uno dei principi di base dell’ecosocialismo. In tutto questo si articola la costruzione di 1.433 comunas, 503 delle quali strutturate nel 2015, e di 45.407 consejos comunales, 1.375 creati nel solo 2015.

Quel che è ironico, è che non tutti apprezzano queste conquiste, mentre in altri paesi del mondo i movimenti popolari sarebbero ben contenti di godere della situazione giuridica avanzata e dell’organizzazione del tessuto sociale che sono presenti in Venezuela. In quegli spazi di partecipazione si sono consolidati processi socioproduttivi eco-tecnologici che formano il substrato di un’economia sana in grado di misurarsi con la finitezza delle risorse naturali.

Dobbiamo comprendere che l’eredità di Chávez – nella costruzione di questo nuovo e complesso “contratto sociale” – si contestualizza da un punto di vista costituzionale e organico. Dobbiamo mettere in atto una molteplicità di iniziative, ed essere capaci di cambiarle e adattarle ai vari contesti e ai diversi processi socioproduttivi.

Qui di seguito una serie di proposte per il Consiglio nazionale dell’economia produttiva. Ci auguriamo che possano aiutare ad avviare diversi processi produttivi nella costruzione di questo nuovo modello economico, del quale c’è urgenza. Proposte di lavoro che spaziano a tutti i livelli: livello individuale, familiare, collettivo e istituzionale.

  • Creare un processo universale di dichiarazione di redditi e proprietà, piccoli e grandi, collegando con sistemi informatici in rete i conti bancari, i redditi dichiarati, le proprietà e i beni, i cresditi e i prestiti. Questo, insieme a una forte campagna pubblicitaria, ci permetterebbe di superare la corruzione, il contrabbando, il riciclaggio di denaro, per creare una società più vocata al lavoro e alla produzione che al commercio e alla frode.
  • Superare l’egemonia dei valori sociali riferiti alla rendita, che stimolano l’accumulazione, il consumismo eccessivo e voluttuario euna smisurata crescita economica.
  • Esercitare il controllo sulle politiche speculative, mercantiliste e finanziarie. Occorre avviare a diversi livelli e gradi la riflessione sulla transizione economica al post-capitalismo.
  • Riflettere sulla qualità dell’educazione a tutti i livelli, in particolare rispetto alla trasformazione dell’università, che deve mettere al centro il tema ambientale. E’ centrale affrontare la tematica della qualità dell’educazione (…)
  • Superare il predominio del modello produttivo neo-estrattivista, non sostenibile dal punto di vista energetico ed ecologico.
  • In forma immediata e prioritaria, portare avanti le politiche inter-istituzionali rispetto alla raccolta delle acque.
  • Far pressione affinché le politiche ambientali abbiano un peso reale nell’insieme delle politiche pubbliche settoriali. Occorre una visione olistica e una effettiva interconnessione con la sfera sociale, economica, politica.
  • Accordare le politiche pubbliche agli attuali limiti delle risorse naturali.
  • Precisare e razionalizzare, in modo sostenibile, le risorse naturali che ci rimangono e preservarle per le generazioni future.
  • Ridurre progressivamente la dipendenza dall’uso dell’energia fossile e dare impulso alla produzione e al consumo di energie alternative appropriate al contesto naturale e culturale. Iniziare a dar valore all’energia solare (ad esempio con il fotovoltaico sulle case della Gran Misión Vivienda).
  • Superare definitivamente l’agricoltura d’impresa, guidata dal modello obsoleto della rivoluzione verde, la quale a sua volta è spinta dal capitale multinazionale in un contesto di forte dipendenza alimentare.
  • Consolidare la rivoluzione produttiva agroecologica e bloccare l’avanzata degli organismi geneticamente modificati che l’oligarchia pretenderebbe di imporci.
  • Difendere e promuovere il diritto a un’alimentazione sana, di alto valore biologico, collegata al potenziale agroecologico dell’agrobiodiversità locale nei vari territori. Consolidare le eco-reti agroalimentari.
  • Andare avanti con urgenza nella formazione ideologica e politica ecosocialista. 
  • Incoraggiare le ricerche, le innovazioni e lo sviluppo scientifico e tecnologico sulle virtù terapeutiche del tropico.
  • Utilizzare subito le nuove tecnologie in sostituzione dell’improduttivo e obsoleto parco industriale, eccessivamente inquinante e scollegato dalla realtà scientifica e tecnologica che sta emergendo.
  • Dar valore alla nostra diversità culturale e alla sua integrazione nei nuovi processi formativi.
  • Incoraggiare l’attuazione dei diritti collettivi e diffusi.
  • Propiziare i valori dell’eco-cittadinanza in funzione della corresponsabilità e della convivialità sociale, incoraggiando e costruendo la partecipazione.
  • Usare in modo razionale mezzi di comunicazione, reti e spazi virtuali, valorizzando i passi avanti nelle diverse aree della conoscenza.
  • Centralizzare e automatizzare le risorse informatiche per migliorare le comunicazioni inter-istituzionali e quelle fra la popolazione e gli organismi pubblici. Questo permetterebbe inoltre di ottenere informazioni senza aspettare che i funzionari preparino i rapporti, evitare le duplicazioni e i costi eccessivi per le applicazioni, migliorare la capacità di immagazzinamento delle informazioni e renderle più valide e multidisciplinari con l’apporto delle varie istituzioni dello Stato, ottimizzare i costi per l’acquisto degli strumenti e standardizzare processi e meccanismi di sicurezza. Sarebbe anche favorito il mutuo sostegno fra i diversi processi produttivi.

  • Prestare attenzione ai cambiamenti sociali, che devono cominciare da noi stessi, e saper affascinare e convincere i collettivi dei quali facciamo parte.

Queste idee stanno circolando nei vari spazi, comunità, territori e regioni con risultati e passi avanti significativi. Sono proposte, come tante altre, orientate verso la vita; possiamo dar loro spazio e impulso per costruire un nuovo “contratto sociale”.

E’ chiaro che la somma degli sforzi individuali, familiari e comunitari darà forza e coerenza ai vari processi di costruzione dell’ecosocialismo. E’ il “che fare?”  che – ne siamo certi vista la coerenza e la visione strategica che lo hanno sempre caratterizzato – lo stesso presidente Chávez avrebbe guidato.

Bibliografia

1  Maduro Nicolás, Discurso ONU (2015) (Crear un nuevo modelo económico http://www.notiminuto.com/noticia/maduro-ofrece-discurso-en-la-asamblea-general-de-la-onu/).

2 Manifiesto de las Américas: En defensa de la naturaleza y la diversidad biológica y

cultural Los pueblos indígenas desarrollaron durante siglos la biodiversidad (2016)en linea http://www.nacionmulticultural.unam.mx/movimientosindigenas/docs/decl_051.pdf

2 Correggia, M. (2015) El Arbol Maestro. Hugo Chávez: Resistencia al Imperialismo Bélico, Solidaridad Internacionalista, Camino hacia el Ecosocialismo. Pensamiento y Obra Socialista “TRISOLALBA”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

 

Scarsità, estrattivismo ed ecosocialismo

20160323114637di Miguel Angel Núñez 

La crisi alimentare che il Venezuela si trova ad affrontare non è nuova. Per certi versi è la stessa crisi che abbiamo ereditato dal secolo scorso, e affonda le sue radici nel boom del petrolio. Abbiamo abbandonato le campagne. L ragioni di questo fenomeno sono molteplici; ricerca di nuovi tipi di attività con redditi più elevati, maggiori opportunità di studio e lavoro; e poi, elemento di fondo, le popolazioni rurali non avevano accesso a servizi sanitari ed educatici adeguati; le terre erano in mano a latifondisti; i servizi di assistenza agri agricoltori erano precari quando non inesistenti. Emigrare in città era un tentativo di alimentare almeno la speranza.

Malgrado gli sforzi straordinari del nostro comandante supremo Hugo Chávez e le quantità incalcolabili di risorse finanziarie destinate all’agricoltura nazionale, l’85% della popolazione venezuelana vive attualmente nelle principali città del paese, soprattutto nella zona settentrionale costiera. Una sproporzione che dà luogo anche a grandi tensioni sociali e ambientali.

Al presidente NicolásMaduro è toccato un compito difficilissimo. Alla crisi delle campagne e quindi della produzione agricola del paese, si uniscono gli sforzi della destra venezuelana per farlo cadere a qualunque costo, con il sabotaggio economico e la congiuntura dovuta ai livelli critici dei prezzi del petrolio.

In questa situazione, l’agroecologia deve diventare la turbina che dà impulso al motore agroalimentare, il numero 3 dei 14 motori per lo sviluppo produttivo del Venezuela. Un motore che deve promuovere la sovranità alimentare, dalla produzione nelle campagne allo sviluppo dell’agricoltura urbana e dell’industria agroalimentare.  L’agroecologia è la nuova scienza con coscienza e pertinenza territoriale, culturale e ambientale.

La creazione di un ministero per l’agricoltura urbana, con innumerevoli attività produttive in diverse città, assume l’agroecologia come guida di base per il piano dei 100 giorni dell’agricoltura urbana, che cercherà di coprire 1.200 ettari. A livello di educazione media e di base, si riprende il programma Todaslasmanos en la siembra, che può contare su oltre 1.500 tecnici in questa nuova scienza agroecologica; appoggeranno la formazione, la produzione e la ricerca in tutti questi nuovi spazi.

Ricordiamo anche il centro Insai dove si sta ampliando la produzione di biofertilizzanti e preparati biologici destinati alle diverse iniziative agroecologiche. Si sta andando avanti nel passaggio alla produzione di caffè biologico e nella raccolta dell’acqua piovana. Ci sono progetti di ricerca nel campo della produzione delle sementi e del recupero dei suoli. Altri ministeri come quello della gioventù e dello sport, dell’educazione, delle comunas e delle forze armate nazionali bolivariane stanno partecipando al piano nazionale agroalimentare Zamora.

Su altri livelli di produzione, in diverse università crescono le attività agroecologiche e la produzione di alimenti sani. Si tratta di azioni irreversibili, che cercano di consolidare le eco-reti agroalimentari, nelle eco-comuni in costruzione.

In tutti questi spazi produttivi e negli altri, non si tratta solo di coniugare la necessità di produrre alimenti sani e quella di non arrecare pregiudizio agli ecosistemi, ma anche di reagire alla carenza di fertilizzanti azotati – dovuta alla mancanza di valuta straniera per acquistarli, per non dire della progressiva penuria di elementi come il fosforo (P), e il potassio (K) che mette a repentaglio la produzione di fertilizzanti azotati. Per questa ragione la ristrutturazione del Ministero dell’agricoltura, della produzione e delle terre, nei suoi piani, progetti e programmi deve necessariamente fare una selezione accurata degli agrosistemi produttivi, e di dove distribuire i fertilizzanti detti NPK. L’esaurimento mondiale degli elementi fondamentali nella produzione agricola come il complesso NPK, implica che dobbiamo rafforzare il sostegno ai diversi processi di innovazione scientifica e tecnologica nell’area dell’agroecologia.  Le università e i centri di ricerca devono rapidamente farsi carico di questa situazione critica: scarsità di risorse minerali, alee climatiche, mancanza di valuta.

Le tecniche colturali agroecologiche che non usano fitofarmaci di sintesi né altre sostanze nocive per l’ambiente e gli alimenti consentono un importante risparmio di valuta, e non pregiudicano la qualità dei suoli, la biodiversità e le risorse idriche. Di fatto, l’agroecologia agisce come un antidoto di fronte a ogni attività estrattivista rispetto alle risorse naturali. E’ così che l’ecosocialismo si nutre e si rafforza, con l’applicazione pratica dei suoi principi; le nuove proposte economiche devono puntare tutto sul vero benessere della popolazione e sulla preservazione degli ecosistemi nazionali.

Così come l’agricoltura basata sui fitofarmaci di sintesi, l’estrattivismo danneggia l’ambiente. A volte lo fa in modo evidente e più radicale. Una volta di più possiamo renderci conto di come l’estrattivismo sia un ostacolo per l’ecosocialismo, cfr TatuyTV (https://www.youtube.com/watch?v=9ybAXQSqA2I).

Da decenni l’ecosocialismo invita a una riflessione sul futuro dell’economia fondata sull’estrattivismo minerario e petrolifero. L’idea è che a partire da queste riflessioni ci si soffermi sull’enorme quantità di risorse biologiche ed energetiche che si perdono nell’attività estrattiva, che porta inoltre al definitivo esaurimento dei minerali utilizzati. Per esempio: diverse ricerche indicano che ci avviciniamo sempre di più al momento in cui per ottenere una tonnellata di petrolio occorrerà consumare altrettanta energia…

In questo senso, non è di nessun aiuto il sapere degli economisti secondo i quali tutto è una questione di prezzi, dal momento che il prezzo deve essere pagato nell’unica valuta forte di questo mondo, cioè l’energia (Scuthze 1991). Pensiamo anche all’oro: un metallo di grande valore per tutte le civiltà; gli esseri umani nei tempi lo hanno tesaurizzato e conservato (anche riciclandolo) come nessun altro materiale nella storia umana. Nonostante ciò, solo poco più della metà di tutto l’oro estratto nella storia umana è tuttora disponibile.

Indipendentemente dal fatto che la nostra economia nazionale ha un grande bisogno di ottenere valuta estera, e che per questo subiamo una pressione per consolidare politiche neoestrattiviste, come la recente decisione di sviluppare la zona strategica nazionale dell’arco minerario, da un punto di vista strategico non crediamo che questa scelta sia la più vantaggiosa per il futuro della nostra economia nazionale. Ci sono alternative ben più valide da promuovere.

La limitatezza delle risorse che possiamo destinare all’annunciato sfruttamento dei minerali; l’utilizzo di altri elementi che scarseggiano; le incalcolabili risorse biologiche che si perderanno; il grave impatto ambientale e sociale che è all’orizzonte, tutto ci porta alla domanda: ne vale la pena?

Aggiungiamo che tutte le attività di estrazione saranno sotto il controllo e il coordinamento tecnico di oltre 130 imprese di vari paesi, con tutte le implicazioni che questo comporta. Qualche capacità di controllo ambientale potremmo avere, di fronte a tanta devastazione?

Per ora, e viste le condizioni sociali ed economiche critiche che la nostra patria è oggi costretta ad affrontare, non intendo svalutare il lavoro degli specialisti del governo, né il governo stesso: queste valutazioni sono il frutto delle mie convinzioni; sto semplicemente esponendo una preoccupazione molto personale. Ma non mi sento solo in queste idee e principi, nel lavoro per in nuovo modello di civiltà. Nel novembre 1998, nella riunione politica del Caracas Hilton, discutendo della civiltà mineraria sviluppata dal capitalismo fossile e redditiero, Hugo Chávez espresse in modo chiarissimo l’idea: “Preferisco l’albero all’oro”. Queste parole risuonano nel mio cuore e mi accompagnano nelle mie lotte.

Ndt. Anche nel 2007, il presidente disse: “Fra la foresta e il carbone scelgo la foresta”, e bloccò i piani di espansione delle miniere di carbonio nello Stato di Zulia (da L’Alba dell’avvenire, Punto rosso 2007).

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

Lecce 15/16/17apr2016: Quarto Incontro Italiano “Caracas ChiAma”

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Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma” – Rete Salentina “Caracas ChiAma”

Quarto Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela

Il 15, 16 e 17 Aprile 2016 si terrà nel Salento, a Lecce, il Quarto Incontro Italiano di Solidarietà con il Venezuela Bolivariano, in un momento storico assai importante in cui una crisi di sistema colpisce non solo il Venezuela e l’America latina, ma tutto il mondo, Europa e Italia comprese.

Questo Quarto Incontro si terrà a Lecce perché è interesse della Rete “Caracas ChiAma” contribuire alla tessitura di reti solidali, tanto sul piano internazionale quanto sul piano locale. Interesse della Rete è avere un momento di scambio col tessuto sociale di questo territorio, ricco di esperienze popolari e orgoglioso della sua cultura legata alla terra. Un territorio la cui vocazione e le cui aspirazioni sono spesso in evidente contraddizione con i disegni politici che il Governo nazionale e la Comunità Europea gli hanno riservato.

L’incontro si svilupperà in tre giornate e avrà come filo conduttore il tema “Potere Popolare e Democrazia Partecipata” secondo il seguente calendario.

PROGRAMMA “in progress…”

Venerdì 15 Aprile, Ore 16.00

Apertura dei Lavori

Introduzione: Fabio de Nardis (docente di Sociologia Politica), Federica Zaccagnini (Economista dell’Ambiente e dello Sviluppo).

Interventi internazionali:
Saluti via skype di Luis Mariano Joubertt Mata – Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Etiopia, Julián Isaías Rodríguez Díaz – Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Orietta Caponi – Ambasciatrice della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Bulgaria, Gustavo Rodríguez Barreto – Coordinadora Simón Bolívar Caracas, Juan Miguel Díaz Ferrer – docente di filosofia all’Università pubblica di Mosca e all’Istituto Superiore di Relazioni Internazionali de La Habana.

Conclude Michele Carducci

Stella Grande e le Anime Bianche – Musicisti

Sabato 16 Aprile, Ore 9.30 – Relazioni tematiche

Introduce e coordina – Ada Donno

Potere popolare e Femminismo rivoluzionario – Elena Linarez, Moviminento de Mujeres de Caracas, gruppo femminista Clara Zetkin

Potere popolare e Governo partecipato dei Comuni – Geraldina Colotti, direttrice di Le Monde Diplomatique, scrittrice e giornalista de Il Manifesto

Potere popolare e Lotta di classe – Carlo Formenti, docente di Sociologia

Potere popolare e Ecosocialismo – Marinella Correggia, eco-attivista contro le guerre, scrittrice e giornalista

Ore 15.30 – Tavoli tematici di discussione sui temi oggetto dell’incontro (Potere popolare e lotta di classe facilitato da Giuliano Granato, ex OPG occupato “Je so’ pazzo”, Napoli; Potere popolare ed ecosocialismo facilitato da Marinella Correggia; Potere popolare e Femminismo rivoluzionario facilitato da Isabella Lorusso, Casa delle Donne Lecce; Potere popolare e Governo partecipato dei Comuni facilitato da Fabio De Nardis).

Ogni tavolo vedrà la presenza di un facilitatore e sarà composto da intellettuali, attivisti, lavoratori, amministratori e chiunque sia interessato. Intervengono i lavoratori e le lavoratrici della Rimaflow, Cosimo Quaranta Cobas Brindisi, Francesco Rizzo USB Taranto, Sfruttazero Bari e Nardò, Casa delle Agriculture Tullia e Gino, da Caracas via Skype Miguel Angel Nuñez, agroecologista. 

Movimento Cassaintegrati Telcom Ostuni, Cianfrusoteca, Anpi Lecce, La Casa delle Donne Lecce, Arci Lecce, Forum Ambiente e Salute, Ross@ Puglia, Forum de las mujeres Latinoamericanas, Rete Territoriale dei Conflitti, CSOA Terra Rossa, Università Popolare Asylum, Centro di Cultura Popolare Melpignano, Diritti a Sud, Associazione “L’Altra Puglia”, Circolo leccese di “Democrazia atea”. 

Domenica 17 Aprile – ore 9.30

Restituzione all’assemblea dei lavori dei tavoli tematici a cura di Geraldina Colotti; discussione e proposte operative.

I Pluto-Sionisti sostengono Hillary Clinton

Clintondi James Petras

03.09.2016-Il Pluto-Sionismo è il matrimonio a tre di plutocrazia,  Sionismo e della candidata presidenziale U.S.A. Hillary Clinton, una criminale di guerra seriale, razzista e serva di Wall Street. Come si è prodotto questo mortale ménage-à-trois?

La risposta è che un gruppo di donatori stratosfericamente ricchi, dedicato a promuovere il dominio di Israele in Medio Oriente e l’approfondimento dell’intervento militare statunitense nella regione, ha assicurato il sostegno incondizionato di Clinton alle ambizioni di Tel Aviv. In cambio, Hilary riceve decine di milioni per finanziare i suoi galoppini del Partito Democratico e gli elettori della sua campagna.

 

Il Pluto-Sionismo e la Clinton

I Pluto-Sionisti comprendono i principali finanziatori della Clinton. I suoi sostenitori con milioni di dollari, tra i più potenti finanzieri e magnati dei media in America, includono: George Soros (6 milioni di $), Marc Benioff, Roger Altman, Steven Spielberg, Haim e Cheryl Saban ($ 3 milioni ed oltre), Jeffrey Katzenberg, Donald Sussman, Herb Sandler, Jay e Mark Pritzker, S. Daniel Abraham ($ 1 milione), Bernard Schwartz, Marc Lasry, Paul Singer, David Geffen, Fred Eychaner, Norman Braman e Bernie Marcus. In attesa dietro le quinte, ci sono i miliardari repubblicani king-makers, Sheldon Adelson e Miriam, i fratelli Koch, nonché il ‘liberale’ multi-miliardario Michael Bloomberg, che avevano contribuito con $ 11 milioni alle elezioni del 2012. Questi finanziatori repubblicani di un tempo sono in aumento, spaventati dalla retorica ‘anti-commercio libero’ e ‘anti-intervento’ del principale candidato del loro partito, Donald Trump, e si stanno avvicinando alla candidata solidamente pro-Israele, a favore della guerra e di Wall Street, la signora Clinton.

 

Gli ideologi di Prima Israele e la Clinton

In aggiunta ai potenti Pluto-Sionisti, un vasto esercito di ideologi ‘Prima Israele’ è dietro la Clinton, compresi i guerrafondai ‘veterani’ da poltrona come Victoria Nuland Kagan, Donald e Robert Kagan, Robert Zoellick, Michael Chertoff, Dov Zakheim, tra i tanti altri promotori delle continue guerre di Washington su molti fronti. Ms Nuland-Kagan, come Sottosegretario di Stato per gli Affari dell’Europa orientale, apertamente si vantava di utilizzare centinaia di milioni di dollari del denaro dei contribuenti degli Stati Uniti per finanziare il colpo di Stato della destra ucraina. Michael Chertoff, in quanto capo della Homeland Security dopo il 9/11, ha imprigionato migliaia di musulmani innocenti, nel mentre liberava cinque agenti del Mossad arrestati dall’FBI per sospetto coinvolgimento o pre-conoscenza degli attentati di New York, dopo che sono stati visti filmare il crollo delle torri e celebrare l’evento da un tetto di magazzino nel New Jersey!

I Pluto-Sionisti e gli ideologi alla ‘Prima Israele’ supportano la signora Clinton come ricompensa per le sue straordinarie attività militari ed economiche a favore delle ambizioni di Tel Aviv verso il predominio regionale. Il suo impegno per lo Stato Ebraico includono la promozione delle guerre su vasta scala che hanno distrutto l’Iraq, la Siria, la Libia e l’Afghanistan; le sanzioni economiche e il blocco contro l’Iran (ha minacciato di ‘cancellare l’Iran’ nel 2007; e il proprio sostegno incondizionato, ripetutamente dichiarato, per le devastazioni di Israele contro il popolo imprigionato a Gaza, che è costato migliaia di vite civili e prodotto centinaia di migliaia di senzatetto (In una lettera al suo ‘banchiere’, Haim Saban, Hillary ha dichiarato: “Israele non ha dato ad Hamas (al popolo di Gaza) una lezione sufficientemente dura l’anno scorso”).

 

Clinton vs Trump: ‘la moderazione’ è negli occhi di chi inganna

I Pluto-Sionisti, gli ideologi alla ‘Prima Israele’, i media USA e i loro seguaci a Wall Street, oltre all’ élite dei Partiti Democratico e Repubblicano sono tutti in allarme contro il candidato repubblicano di punta selvaggiamente popolare, Donald Trump, etichettandolo come ‘un pericolo verso qualsiasi cosa l’America simbolizzi (sic!). A parte infierire sulla sua persona, il coro anti-Trump contrasta il suo ‘estremismo’ con il ‘pragmatismo’ della guerrafondaia Clinton.

Un’attenta disamina dei fatti rivela chi è l’ultra-estremista e chi ha a che fare con la realtà.

 

Le donne

Le tanto propagandate guerre della signora Clinton contro il popolo dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Siria e della Libia hanno ucciso e mutilato centinaia di migliaia di donne e bambini e sradicato milioni di famiglie. Questo record sanguinario e innegabile di caos è stato citato da Donald Trump quando ha sostenuto che la sua politica sarebbe molto meglio per le donne di quanto la femminista Clinton sia mai stata.

Finora, le peggiori offese di Trump contro le donne sono le sue rozze retoriche battute misogine, che impallidiscono di fronte al record sanguinario di devastazione di Hillary.

 

Gli Afro-Americani

La Clinton è sostenuta dalle principali dirigenze politiche dei neri, che si sono da tempo alimentate al truogolo del Partito Democratico, nel mentre vendevano i Clinton all’elettorato nero come protettori ardenti dei diritti civili. In realtà, come Steve Lendman ha scritto, Hillary aveva fatto riferimento alla gioventù nera emarginata come “super-predatori senza coscienza, né empatia”. Durante la Presidenza di Bill, era in prima fila a sostenere i suoi “tre colpi”, ovvero le leggi draconiane contro il crimine, che hanno portato alla carcerazione di massa di centinaia di migliaia di giovani neri. Ha poi  sostenuto il suo programma di ‘riforma del welfare‘, che ha ridotto al minimo la rete di sicurezza sociale per i poveri e costretto milioni di madri povere a lavorare con salari da sotto-povertà, erodendo ulteriormente la stabilità delle famiglie nere con a capo una donna. Sul fronte africano, la guerra contro la Libia della ‘Sorella’ Segretario di Stato Hillary ha portato alla deportazione, allo stupro e all’omicidio di decine di migliaia di donne nere di origine sub-sahariana per mano dei suoi alleati jihadisti, signori della guerra. Milioni di migranti sub-sahariani neri avevano vissuto e lavorato nella Libia di Gheddafi per anni, decine di migliaia diventando cittadini libici. Hanno subito l’orrore della pulizia etnica dilagante nella Libia ‘liberata’ dalla Clinton.

Trump, nel peggiore dei casi, non ha fatto nessun danno diretto agli Afro-americani e rimane un enigma sulla questione dei neri. Egli si oppone alla guerra di Clinton in Libia e ha accusato vividamente le sue politiche come responsabili del caos e della miseria umana nella Libia post- bombardamenti NATO.

 

I Latinos

Sotto l’amministrazione Obama-Clinton, quasi 2 milioni di immigrati latinos sono stati sequestrati dalle loro case e dai luoghi di lavoro, separati dalle loro famiglie e sommariamente espulsi. Come Madame Segretario di Stato, Clinton ha appoggiato il colpo di stato militare in Honduras, che ha rovesciato il governo eletto del presidente Zelaya e ha portato direttamente all’assassinio di oltre trecento attivisti, tra femministe, native, dirigenti dei gruppi per i diritti umani e ambientali, come Berta Caceres. Clinton ha sostenuto attivamente i colpi di stato falliti contro i governi boliviano e venezuelano, democraticamente eletti.

Trump ha verbalmente minacciato di estendere e approfondire le espulsioni di Obama-Clinton nei confronti di ciò che rimane dei circa 11 milioni di immigrati lavoratori latinos senza documenti, dopo che Obama ne ha espulsi 2 milioni e centinaia di migliaia di persone sono tornate volontariamente a casa. La sua visione ‘estremista’ è del tutto in linea con quella della sua presunta avversaria ‘pragmatica’, il cui Dipartimento di Stato ha promosso la distruzione di tante famiglie latino negli Stati Uniti.

 

Politica estera

Clinton ha lanciato o promosso più guerre simultanee di qualunque Segretario di Stato nella storia degli Stati Uniti. È stata la forza trainante dietro il bombardamento statunitense della Libia e del brutale ‘cambio di regime’ che ha distrutto quella nazione. Ha promosso l’escalation militare in Iraq, hasostenuto la presa violenta del potere in Ucraina, ha ‘progettato’ la concentrazione militare (il pivot in Asia) contro la Cina e ha negoziato la presenza continua di migliaia di truppe statunitensi in Afghanistan.

Clinton ha più volte promesso al suo sostenitore Haim Saban e al Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu che darà a Israele “tutto il sostegno militare, diplomatico, economico e morale necessario, di cui ha bisogno per vincere Hamas”, senza riguardo per le molte migliaia di vittime civili palestinesi. La ‘pragmatica femminista’ Hillary è una fervente sostenitore del dispotismo saudita e della sua guerra di genocidio contro le forze popolari nello Yemen. Hillary ha cercato di fare pressione sul Presidente Obama per inviare truppe di terra statunitensi in Siria. Promuove la continuazione di sanzioni commerciali dure contro la Russia.

Trump si oppone a qualsiasi ulteriore intervento diretto degli Stati Uniti in Medio Oriente. Durante il suo dibattito in South Carolina, ha ripetutamente denunciato l’invasione dell’Iraq da parte del Presidente George W. Bush – sulla base di “deliberate menzogne ​​al popolo americano”, con grande shock e orrore delle élites del Partito Repubblicano. Egli ha respinto il finanziamento pluto-sionista, sostenendo che solo come un ‘onesto mediatore’ indipendente, che non prende parte per Israele nel suo conflitto con i Palestinesi, potrà essere efficace nel mediare una ‘trattativa’. Egli si oppone all’invio di truppe di terra all’estero, in Europa o in Asia, il che impone un onere finanziario enorme sui contribuenti americani. Egli ha continuato a suggerire che le potenze europee e asiatiche possono e devono pagare per la propria difesa. Trump sostiene che gli Stati Uniti potrebbero lavorare con Putin contro il terrorismo islamico radicale e che considera la Russia come un potenziale partner commerciale. Il suo anti-interventismo è stato etichettato come ‘isolazionista’ dagli ideologi pluto-sionisti e dai signori della guerra militaristi, rintanati nei loro think tank di Washington, ma lo slogan di Trump ‘America First’ risuona profondamente tra l’elettorato stanco della guerra ed economicamente devastato degli Stati Uniti.

 

Israele

Clinton ha totalmente e incondizionatamente promesso di ampliare e approfondire la subordinazione U.S.A. agli obiettivi bellici di Israele in Medio Oriente e di difendere i crimini di guerra di Israele contro il popolo palestinese nei territori occupati e all’interno dell’apartheid di Israele. Di conseguenza, la Clinton ha costruito una coalizione fatta di sgradevoli milionari collegati alla mafia, al gioco d’azzardo, ai media e alla speculazione, la cui prima fedeltà non è all’America, ma a Israele. Lei denuncia tutti i critici di Israele come ‘anti-semiti’.

Trump non è mai stato un critico di Israele, ma ha chiesto una maggiore ‘imparzialità’, il che è un anatema nei circoli sionisti. Per questo motivo, non si è assicurato un singolo sostenitore pluto-sionista. Finora, non è stato etichettato come anti-semita …. forse perché la propria figlia si è convertita all’Ebraismo sposandosi, ma la sua mancanza di un effusivo filo-sionismo lo ha contrassegnato come ‘inaffidabile’ per lo Stato ebraico. Come sotterfugio per la sua mancanza di servilismo a Tel Aviv, i galoppini sionisti del Partito Democratico sottolineano il suo ‘razzismo’ e le sue tendenze ‘fasciste’ …

 

Le elezioni democratiche: il vero marcio

Clinton vince attualmente su Sanders alla nomination democratica per lo più sulla base di delegati non eletti, i cosiddetti “super-delegati”, che sono lealisti del partito, nominati dai padroni e dai politici d’élite. La chiamata di Sanders a una “rivoluzione politica in America” ​​non prospettive, a meno che non ci sia prima una rivoluzione politica all’interno del Partito Democratico. Ma il Pd è come le Stalle di Augia – una pulizia che richiede uno sforzo erculeo e un leader pugnace e forte con una grande scopa. Il Senatore Sanders non è Ercole.
Iniziando positivamente, Sanders ha mobilitato il sostegno delle comunità di base, ha evocato politiche sanitarie, di istruzione e fiscali progressive, che colpiscono negativamente i miliardari della Clinton sostenitori di Wall Street (il grande finanziere Jaime Diamand, chiamato da Sanders ‘l’uomo più pericoloso in America’), e ha ricevuto milioni di contributi dai piccoli donatori. Ma non è riuscito ad attaccare ed esigere l’uscita dei Pluto-Sionisti, dei banchieri e speculatori di Wall Street e dei politici neri venali che controllano il Partito Democratico. Essi conducono le elezioni dei presidenti degli Stati Uniti e faranno in modo che Hillary Clinton ottenga la nomina con le buone o (più probabilmente) con le cattive.
Clinton è sostenuta da questa formidabile autoritaria (profondamente anti-democratica) macchina elettorale. È totalmente immersa nel processo. Clinton ha un record comprovato di entusiastico sostegno alla barbarie della tortura – ridendo e rallegrandosi per la tortura a morte del ferito Presidente della Libia Gheddafi. Nel perseguimento di guerre e crimini di guerra, Hillary Clinton non conosce limiti e non ha ammesso nessuna responsabilità. Ciò che rende Hillary così terribilmente pericolosa è che lei potrebbe essere ‘Comandante in Capo’ di una grande potenza militare. Se la Clinton non può essere Hitler, gli Stati Uniti sono di gran lunga più impegnati nella politica mondiale di quanto la Germania di Weimer lo sia mai stato. Il suo dettato porterebbe avanti la distruzione globale.

Se le primarie democratiche sono così profondamente antidemocratiche come lo sono state in passato, i Repubblicani e i loro plutocrati stanno apertamente pianificando e tramando di ‘scaricare Donald’ ed evitare che Trump ottenga una vittoria elettorale. Essi hanno discusso il modo di utilizzare le procedure della convenzione per minare un voto di maggioranza, e istituire una ‘convention di mediatori’, dove i ‘pezzi grossi’ possano raggirare a porte chiuse delegati, regole e procedure di voto, per scippare al populista candidato di punta la sua candidatura di partito.

 

Conclusione

Le primarie presidenziali degli Stati Uniti rivelano in tutte le loro sfaccettature il decadimento e la corruzione della democrazia, in un’epoca di declino imperiale. L’ascesa di un’oligarchia finanziaria nel Partito Democratico, che sostiene una militarista psicopatica come Hillary, non può nascondere le sue comprovate esternazioni, etichettando il loro candidato un ‘pragmatico’; la maggior parte dei sostenitori di Sanders non si fanno illusioni sulla signora Clinton. Il panico e l’isteria diffusi in mezzo alla sgradevole élite in seno al Partito Repubblicano e i suoi sforzi per bloccare un isolazionista repubblicano conservatore sui-generis indica di per sé la fragilità del dominio imperiale.

Se la psicopatica guerrafondaia Clinton sarà coronata candidata presidenziale del Partito Democratico,  in nessun modo potrà essere considerata pragmaticamente il ‘male minore’ di fronte a Donald Trump o a qualsiasi Repubblicano i loro capi decidano di vomitare. Nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere un ‘male uguale’. In questo caso, oltre il 50% dell’elettorato non voterà. Se, dopo essere stato derubato del suo crescente ascendente per la candidatura del Partito Democratico, ‘Bernie’ Sanders non se ne uscirà con un’offerta indipendente per la Casa Bianca, mi unirò al minuscolo 1% che vota per il candidato del Partito Verde, il Dr. Jill Stein .

[Traduzione dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

 

 

 

Hezbollah nega il ritiro delle sue truppe dalla Siria

da lantidiplomatico

Hezbollah ha smentito le notizie sul ritiro delle proprie forze militari dalla Siria, in parallelo con la decisione russa di ritirare la maggior parte del suo contingente militare dal paese arabo.

«Queste sono voci che non hanno niente a che fare con la realtà, fanno parte di una guerra psicologica, come al solito perdente», ha assicurato Hezbollah, in comunicato diffuso anche sul sito web della Tv del movimento di resistenza libanese, Al Manar.

«Notizie di agenzie e media arabi hanno lavorato con i gruppi terroristici per diffondere queste voci», si legge.

«Hezbollah ha ritirato centinaia di combattenti in Siria.., quelli di ritorno dalla Siria stanno per tornare alle loro città in Libano», ha scritto il sito di informazione, “Janoubia” guidato da un giornalista libanese filo-USA e finanziato dall’agenzia statunitense USAID.

«Avvertiamo i media a non cadere in questo tipo di trappola che ha lo scopo di diffondere menzogne ​​e dicerie», si avverte nella dichiarazione di Hezbollah. «L’ultima parola su ciò che sta accadendo spetta al campo di battaglia, dove l’esercito siriano realizza progressi giorno dopo giorno, isolando i terroristi, un segno della confusione all’interno dei paesi che li sostengono», conclude la nota del movimento di resistenza libanese.

In un’intervista al quotidiano del Qatar, Al-Quds Al-Arabi, il responsabile mediatico di Hezbollah, Mohammad Afif, ha respinto qualsiasi ipotesi di graduale ritiro delle forze della resistenza libanese dalla Siria ed ha precisato: «I combattenti di Hezbollah partecipano ai violenti scontri in corso contro il gruppo terroristico, ISIS, (Daesh in arabo) nella antica città di Tadmor (Palmira, ndr)».

La Rivoluzione è Donna!

di Maria Elena Uzzo*

13 marzo 2016.- Atto in Commemorazione della Giornata Internazionale della Donna
 
Il Comandante Eterno, nelle “Líneas de Chávez” pubblicate l’8 marzo 2009, sette anni fa, è stato contundente nell’esprimere “Senza la vera liberazione della donna, sarebbe impossibile la liberazione piena dei popoli” già che aveva la piena convinzione che “Un autentico socialista deve essere un’autentico femminista”.

Io sono qui, vi porto il saluto del compagno Nicolás Maduro, primo presidente chavista della nostra storia, della Ministra del Potere Popolare per gli Affari Esteri, compagna Delcy Rodríguez, del compagno Isaías Rodríguez, nostro ambasciatore in Italia e della moltitudine di uomini e donne venezuelane che, grazie alla rivoluzione bolivariana, sono diventati figure chiave del processo di cambio iniziato da Chávez.

E sono qui per esprimere in questo atto in omaggio alla donna che anche se sono molto orgogliosa del mio genere, di essere donna, questo sentimento si moltiplica di fronte a voi per dirvi che sono orgogliosissima di essere una donna chavista. Come non esserlo di fronte a un uomo che ha avuto il coraggio di affermare che

“L’amore che alberga nel cuore di una donna è forza sublime per salvare la Causa Umana. Voi siete l’avanguardia della battaglia! Rendo omaggio alle donne del mondo e alle donne della mia patria. Avanti! Viva le donne!”.

Perché nella vita e nell’opera del Comandante Eterno, teoria e prassi andavano mano nella mano e oltre la retorica, il femminismo di Hugo Chávez si è espresso in fatti concreti che il tempo previsto per il mio intervento non permetterà di raccontare con i dettagli che merita.

La totalità dell’iniziative governative nella rivoluzione bolivariana si sono rafforzate nell’uguaglianza di genere dallo stesso discorso in cui il Comandante ha cominciato a parlare di Tutte e Tutti, dando a la donna venezuelana il posto che le spettava negli spazi pubblici della nazione.

Sempre è stato questo il desiderio e l’agire di Hugo Chávez, che oggi rimane nell’eterna eredita lasciata al presidente Nicolás Maduro.

Gli aspetti principali dell’opera femminista nella gestione rivoluzionaria bolivariana, in grande sintesi sono:

  • Creazione e consolidamento del Ministero del Potere Popolare per la Donna e l’uguaglianza di genere, istituzionalizzando il progresso della donna e alle sue lotte e aspirazioni per l’uguaglianza e l’equità di genere.
  • Creazione e consolidamento dell’Istituto Nazionale della Donna, per riconoscere il suo ruolo di motore e fulcro delle trasformazioni sociali; sostenere il processo di legittimazione delle idee femministe nella sua lotta contro il patriarcato e la promozione della legge per uscire dalla violenza contro le donne.
  • Creazione e consolidamento del Banco della Donna, per dare sostegno economico alle donne più povere, cancellando cosi il viso femminile della miseria. In questo senso, i micro-crediti Banmujer hanno dato sostegno alle donne imprenditrici in tutto il territorio nazionale.
  • Approfondimento della partecipazione femminile in tutti gli ambiti della vita del paese:

–          Ampliando le opportunità di formazione con le Missioni Educative e le nuove università (Bolivariana, delle arti, della sicurezza, militare, ecc.) si è incrementata cosi la partecipazione delle donne nel sistema educativo venezuelano.

–          In un momento cruciale per la donna, all’interno della rivoluzione bolivariana, 4 poteri su un totale di 5 che formano la struttura governativa venezuelana sono stati in mani femminili.

–          La partecipazione della donna venezuelana agli incarichi pubblici è cresciuta come mai prima si era visto in nessuna gestione presidenziale prima della rivoluzione.

–          Nell’ambito elettorale, le liste del governo bolivariano sono arrivate ad avere la stessa partecipazione di uomini e donne, segnando la fine della “tradizionale e sacrosanta” iniquità che caratterizza la società maschilista mondiale.

–          Il sostegno solidale alle madri che crescono da sole i propri figli liberando una generazione dalla povertà, grazie alla missione “Madres del Barrio”.

–          Il riconoscimento al valore del lavoro della donna casalinga garantiscono la sicurezza sociale delle nostre madri e nonne, cosi come stabilito nella nostra costituzione bolivariana.

E sì… confermo la mia soddisfazione e il mio orgoglio di essere chavista, cioè combattente, socialista, coraggiosa, solidale, bolivariana, ma allo stesso tempo donna sensibile e creativa.

Per questo motivo non ci sarà guerra economica, mediatica, psicologica, politica o militare che ci fermerà.

La “Rivoluzione” è Donna!

La Rivoluzione Bolivariana continuerà ad avanzare!

Continueremo a resistere, senza dare riposo alle nostre braccia, tutto il tempo che sarà necessario… come hanno fatto le coraggiose venezuelane vittime de las Guarimbas organizzate dalla destra fascista venezuelana, o come l’ha fatto, fino a dare la vita per questo nobile obbiettivo, l’infaticabile leader indigena dell’Honduras Berta Cáceres, alla quale dedico la mia partecipazione e l’applauso di tutte e tutti voi. Grazie mille.

* Ministra Consejero della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia

[Trad. dal castigliano di Patricia Vargas]

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