Sull’etica rivoluzionaria

Hugo Chavezdi Hugo Chávez Frías

Capitolo estratto dal libro dell’omonimo autore EL SOCIALISMO DEL SIGLO XXI, Ministerio del Poder Popular para la Comunicación y la Información, Colección Cuadernos para el debate, Caracas, Enero de 2011, pp. 39-48.

In sintesi quello che il comandante venezuelano vuole far notare a tutti noi in questo capitolo è che con la globalizzazione capitalistica i nazionalismi sono stati livellati alla logica scandita dalla necessità della produzione e del consumo. Di modo che l’unità del mondo perseguita dalla globalizzazione è un’unità culturale, sociale, di beni e di consumi; insomma è un’unità organizzata all’insegna dell’omologazione. Il suo internazionalismo creato con la violenza si oppone al socialismo che, invece, insegue la piena uguaglianza sul piano giuridico, sociale ed economico nel rispetto della propria cultura di appartenenza.

Vincenzo Paglione

 

«Consentitemi dirvi, con il rischio di apparire

ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato

da grandi sentimenti di amore.»

Ernesto Che Guevara

 

 

Abbattiamo i vizi della vecchia classe politica

Karl Marx lo disse: “La nuova società nasce contaminata…” .

Bisogna serbare coscienza di queste parole per attaccare così i vizi della vecchia classe politica che è ancora qui presente e che cercano di trovare il modo d’infiltrarsi; calcolo subalterno, interessi individuali o di gruppo, aspirazioni, ambizioni personali, interessi di alcuni settori capitalisti che cercano d’introdursi nei movimenti rivoluzionari per neutralizzarli o bloccarli.

Correnti anarchiche, vecchi vizi della sinistra e della destra… Faccio l’appello a sollevarci e d’impiegare tutta la determinazione individuale e collettiva di cui siamo capaci per frantumare questi vecchi vizi.

Spogliamoci anche di altre cose che non solo non ci servivano, ma che si presentano come una zavorra che ci impedisce decollare. Invito il collettivo ad essere vigile su qualsiasi di questi vizi che si vogliono insinuare e di polverizzarli, attaccarli frontalmente nel dibattito interno.

Esempio di veri rivoluzionari

Voi vi trovate all’interno di una società bombardata dai valori immorali del capitalismo. Lottate per la battaglia culturale quotidianamente, la battaglia dell’amore contro l’odio. Il capitalismo possiede i suoi valori – che sono negativi -, e il socialismo ha i suoi valori, che sono nobili.

Il capitalismo proietta l’individualismo e, per tanto, la divisione della società.

Noi socialisti dobbiamo essere i latori dell’amore, della vita del corpo collettivo, della mente collettiva, della solidarietà, dell’impegno e della coscienza del dovere sociale; e voi dovete essere ancora superiori a noi, mille volte migliori di noi, l’esempio dei veri socialisti rivoluzionari.

Ma ciò non rappresenta un compito per il futuro, è un compito per il presente. Voi dovete agire come affermò Cristo: moltiplicatevi. E aggiunse: “Andate e siate la luce del mondo e il sale della terra”. Il sale per evitare che il mondo si corrompa, per guarire ciò che è già corrotto; luce per illuminare con la propria luminosità, individuale e collettiva.

L’aspetto collettivo si deve collocare al di sopra dell’individuale. Tra di voi non devono esistere egoismo, ambizioni bastarde, ambizioni al lucro materiale, alla ricchezza, giacché vi porterà evidentemente e inevitabilmente alla corruzione. Spogliatevi di voi stessi. Siate come il Che, come Cristo, come Bolívar.

Valori umanisti e liberazione materiale

Affinché il socialismo si realizzi, sono necessarie molte cose. Voglio insistere su questo aspetto della coscienza del dovere sociale. La prima Rivoluzione si ha qui dentro, nello spirito. Il fatto è che tu sei un buon bambino perché ami e rispetti agli altri, perché senti di essere parte della comunità, di un gruppo di cui ti senti responsabile, portatore di amore perché sei un bambino premuroso.

Ricordiamo Cristo: “Ama il prossimo come ami te stesso”. Questa asserzione diventa fondamentale perché ci sia il socialismo. Nel capitalismo ci fanno odiare reciprocamente, perché? Perché ci sistema come se fossimo nella selva. Si salvi chi può! Dunque finiamo per odiarci l’un l’altro, in concorrenza per vedere chi sopravvive.

Il socialismo è amore; per questa ragione asserisco che il principale nutriente del progetto socialista bolivariano deve essere l’amore; è per questo motivo che l’amore bisogna nutrirlo in molte maniere.

L’amore per la natura, per la patria, per la bandiera, di te stesso, ma senza essere egoisti.

I veri valori socialisti

I valori socialisti per me sono uguali ai principi del vero cristianesimo: l’uguaglianza, l’amore verso il prossimo, il sacrificio del singolo, compreso anche quello verso gli altri.

Ciò diventa impossibile nel capitalismo. È per questa ragione penso che Cristo sia stato uno dei più grandi socialisti della storia.

Socialismo vs individualismo

La cultura dell’individualismo ha forti radici nel mondo, nei nostri popoli, nelle nostre terre.

La parola privato proviene da lì: “privare ad altri di”. La proprietà privata è quella che appartiene a qualcuno che priva un altro. Tu ne sei privo perché questo è mio. Il fondamento è l’egoismo, il quale ha penetrato in profondità nel metabolismo del corpo sociale.

Per questo motivo la battaglia non è sola contro un sindaco adeco o un aspirante adeco. Non è contro il candidato di un altro partito a prescindere dallo schieramento cui appartiene, sia esso un escuálido, un pitiyanqui, un salta-talanquera o altro. Quello non è il reale problema.

La battaglia è ideologica, è culturale; la battaglia è immensa, la sfida è infinita.

Il rinvigorimento morale della Rivoluzione

Abbiamo bisogno di una accelerazione rivoluzionaria. Abbiamo bisogno di una rivoluzione all’interno della rivoluzione, un rinvigorimento morale della rivoluzione; una battaglia alla quale tutti dobbiamo partecipare per combattere le deviazioni che ancora persistono; una battaglia a morte contro la corruzione che imperversa ovunque; una battaglia a morte contro lo spreco, la spesa superflua; una battaglia a morte contro l’inefficienza, contro il burocratismo; una battaglia per plasmare lo spirito del socialismo.

Dobbiamo essere ben consci di quello che vi sto per dire: quello che accadrà in Venezuela influirà in molteplici forme il resto dell’America Latina e nel mondo. Si potrebbe affermare che il destino dell’umanità può dipendere dalla Rivoluzione Bolivariana, senza peccare per questo di vanità, con semplicità questa è la verità.

L’imperialismo nordamericano si avvicina sempre più a quello che in una occasione affermò il compagno Mao Tse Tung: l’imperialismo, tigre di carta nella strategia, lo è anche nella tattica e noi siamo obbligati a diventare delle vere tigri di acciaio nella strategia e nella tattica.

Leadership morale e politica

Una leadership dedicata, vera, disinteressata, una leadership di transizione morale. La leadership morale possiede una grande forza! Nello specifico, morale e politica, perché ci sono degli individui che possiedono una leadership morale, ma si tengono in disparte, dediti alla scrittura. Costituiscono degli esempi, dei simboli.

Uno come Gandhi è il leader di cui abbiamo bisogno, leadership morale e politica, trascinatore di masse; Martin Luther King, una personalità impressionante; Mandela; Bolívar; Cristo.

Tutti dobbiamo essere dei leaders, agire come i leaders, comportarci come loro. Ecco perché si rende necessario favorire il processo mediante l’educazione civica che è generatrice di vera leadership. Il vero leader è un grande educatore civico, morale e politico, è un condottiero.

[Trad. dal castigliano per ALBAInformazione di Vincenzo Paglione]

Per Bahar Kimyongür finisce un incubo durato 15 anni

da 7sur7.be

L’attivista politico belga-turco Bahar Kimyongür ha dichiarato, venerdì scorso, all’agenzia Belga di essere stato informato giovedì notte che il suo nominativo è stato definitivamente rimosso dagli archivi dell’Interpol in data 22 agosto.

La Commissione dell’Interpol ha emesso questa direttiva nella sua ultima sessione di giugno. 

«Può darsi che ci siano residui di informazione che potrebbero giocare brutti scherzi, ma questa volta l’Interpol ha deciso di seppellire l’ascia di guerra», ha dichiarato Bahar Kimyongür. I suoi avvocati turchi hanno ottenuto un’audizione il 12 settembre davanti all’11esima Corte d’Assise Ankara per far valere il diritto di essere rappresentato a distanza per una revisione delle accuse contro di lui. Sua moglie Deniz Kimyongür ha ottenuto un non luogo a procedere il 16 luglio. Sulla base della propria relazione, le accuse turche relative ai suoi legami il gruppo politico DHKP-C, classificato come terrorista, si basa in gran parte sulla richiesta congiunta del ministro degli esteri turco Ismail Cem al Parlamento europeo il 28 novembre 2000.

Bahar Kimyongür è stato arrestato il 28 Aprile 2006 nei Paesi Bassi e rilasciato il 4 luglio dopo 68 giorni di carcere. Poi fu arrestato 17 giugno 2013 in Spagna e rilasciato su cauzione il 20 giugno L’Audiencia Nacional di Madrid ha rifiutato l’estradizione il 2 luglio. Il 21 novembre, è stato arrestato di nuovo in Italia. Il 21 febbraio Interpol ha bloccato temporaneamente la suasegnalazione e l’11 marzo, la Corte d’Appello di Brescia ha ordinato il suo rilascio.

Inoltre, Bahar Kimyongür è stato anche condannato a 4 anni di carcere il 28 febbraio 2006 dal giudice di merito a Bruges per l’adesione al DHKP-C, sulla base di una sua traduzione dal francese per una testata giornalistica.

Bahar è stato assolto in via definitiva il 23 dicembre 2009 dalla Corte d’appello di Bruxelles.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

A Cuba l’acqua si beve…

da cubainformazione.it

Il sistema sanitario cubano è uno dei migliori al mondo e per i cubani è completamente gratuito. Si fonda sul principio per cui la salute è un diritto sociale inalienabile e tutti i Cubani hanno diritto all’assistenza sanitaria completa senza distinzioni. I servizi sono finanziati quasi interamente tramite risorse pubbliche. Il Ministero della Salute è l’organismo regolatore del sistema, concentra e distribuisce le risorse destinate ai servizi sanitari e opera a tutti i livelli.

Complessivamente l’assistenza si sviluppa attraverso una rete di circa 220 ospedali, 15 istituti di ricerca, 500 policlinici e una copertura diffusa in tutta l’isola di personale sanitario, per un totale di circa 600.000 lavoratori (9% della popolazione in età lavorativa), di cui circa 30.000 medici di famiglia. I medici sono passati da 5,2 medici ogni 1000 abitanti nel 1995 a circa 6,7 nel 2009; nello stesso periodo gli infermieri sono passati da 7 ogni 1000 abitanti a 9,5.

Prima della rivoluzione cubana del 1959, il sistema sanitario cubano era basato su ospedali gratuiti statali, cliniche mutualistiche e ambulatori privati; gli ospedali gratuiti erano presenti solo in un terzo dei municipi ed erano di scarsa qualità. Esisteva un solo ospedale universitario, un’unica scuola di medicina e le prestazioni erano erogate per la maggior parte privatamente da medici residenti per i 2/3 a L’Havana. Solo il 10-20% circa della popolazione rurale poteva fruire di una qualche forma di assistenza medica. L’aspettativa di vita era inferiore ai 60 anni. La mortalità infantile era del 70 per mille nati vivi e la mortalità materna era 120 per 100 mila nati vivi. L’analfabetismo arrivava nelle zone rurali al 40%; solo l’11,2% delle famiglie dei lavoratori agricoli beveva latte e solo il 2% mangiavano uova.

Dopo la rivoluzione la metà dei 6.000 medici al momento presenti sull’isola espatriò. A Cuba rimasero solo 16 professori di medicina. Il Ministero della Salute iniziò quindi un programma di nazionalizzazione e regionalizzazione dei servizi sanitari: furono realizzati 50 nuovi ospedali rurali e 160 policlinici in aree urbane, fu iniziato un programma di vaccinazione dei bambini e fu istruito nuovo personale. Vennero, inoltre, assunti 750 medici e studenti di medicina per trascorrere un periodo della loro carriera professionale nelle campagne, sulle montagne e nelle comunità costiere. L’obiettivo del servicio médico rural era quello di garantire “la prevenzione delle malattie e di rivitalizzare i servizi sanitari per i più bisognosi, perché poveri o in precarie condizioni di salute o perché residenti lontano dai centri urbani”.

Nel 1986 venne introdotto il Programma del Medico di Famiglia, che mise a disposizione dei pazienti un team costituito da medico e infermiera e garantì, a partire dai primi anni ‘90, l’assistenza primaria al 95% delle famiglie cubane direttamente nel proprio quartiere di residenza. Erano attive 21 scuole mediche in tutto il territorio nazionale. Il sistema sanitario cubano cominciò a essere preso dall’OMS, dall’Unicef e da altre agenzie internazionali come esempio per un servizio sanitario nei Paesi in via di sviluppo. Ottimi risultati sono stati ottenuti grazie a ripetute campagne vaccinali, grazie alle quali per alcune malattie non si verificano casi da diversi anni: Poliomielite, 1962; Tetano neonatale; 1972; Difterite, 1979; Meningoencefalite post-parotidite, 1989; Sindrome rosolia congenita, 1989; Morbillo, 1993; Pertosse, 1994; Rosolia e parotite, 1995; Febbre Gialla, 2005.

Molti tra i migliori medici cubani sono mandati dal governo a lavorare in altri paesi dell’America latina: con il programma Barrio Adentro, letteralmente “nel quartiere”, a partire dal 2002 il governo venezuelano vuole garantire cure mediche di base per tutti, anche per le fasce di popolazione più miserevoli, adottando il modello cubano. Cuba, nella fase iniziale di Barrio Adentro, ha inviato circa 18.000 medici in Venezuela; da parte sua il Venezuela invia forniture di petrolio. Nel 2008 i medici cubani che lavoravano in paesi esteri erano circa 37.000, sparsi in più di 70 paesi. I medici che decidono di lavorare all’estero ricevono compensi maggiorati.

Quando guadagna invece un medico cubano che rimane a Cuba? Tutti i medici sono dipendenti del governo e mediamente un medico di famiglia guadagna 20 dollari al mese e ha a disposizione benefit come la casa e generi di prima necessità. La sanità assorbe il 8.7% del PIL nazionale, ma se negli ultimi anni le risorse dedicate alla salute sono aumentate considerevolmente.

Cuba può vantare il tasso di mortalità infantile più basso del continente (che si attesta intorno al 26 per mille nati vivi, un risultato straordinario se si pensa che si sale su scala mondiale fino al 52 per mille), persino inferiore agli Stati Uniti, che continuano ad assediare il Paese confermando il criminale blocco economico più volte dichiarato illegale dalle Nazioni Unite.

Anche per quanto riguarda la ricerca medica e farmaceutica Cuba è all’avanguardia: a testimonianza dell’alto livello raggiunto vi è l’unico vaccino al mondo contro la malattia causata dal meningococco di tipo B e dal 1990 è nel programma nazionale di vaccinazione infantile a Cuba. I laboratori di ricerca a Cuba hanno anche prodotto vaccini e sieri contro la meningite A e C, la leptospirosi, la difterite, il tetano, la febbre tifoide e la pertosse. Nel maggio 2012 il direttore del Centro de Ingeniería Genética y Biotecnología, Gerardo Guillén, ha reso pubblica la scoperta di un farmaco (HeBerprot) che permette di evitare l’amputazione degli arti inferiori nei pazienti diabetici. La ricerca a Cuba è in piena attività e sono stati fatti grandi passi avanti contro Aids ed il cancro; per esempio vengono sperimentati due farmaci: uno denominato Vidatox, studiato sulla base del veleno di uno scorpione, ed il secondo denominato CimaVax che dovrebbe combattere il cancro al polmone. Per quanto riguarda Aids entro il 2012 inizierà al fase di sperimentazione di una terapia innovativa.

L’Ozono (O3), derivato dell’Ossigeno (O2) è il più potente ossidante in natura ed il più efficace nel distruggere batteri, virus, funghi, pesticidi e metalli pesanti… è utile per diverse patologie ortopediche e vascolari, nella demenza senile, Sla e Sclerosi multipla. Indovinate un po’ quale paese è all’avanguardia nell’utilizzo dell’O3 a scopi medici? Indovinato! La patria dell’ozono terapia è Cuba. La ricerca medica nell’isola caraibica è cosi avanzata che i più ricchi e i più potenti del mondo – tra quelli che solitamente sostengono la tesi del fallimento del socialismo – vanno a curarsi lì. 

Isis preleva gli organi dei bambini iracheni ancora in vita

da hispan.tv

L’Isis sequestra i bambini iracheni e preleva i loro organi, nonostante siano ancora vivi. Lo ha denunciato, sabato scorso, al-Qaravi Fazel, membro dell’Alto Commissariato per i diritti umani in Iraq.

In un’intervista al quotidiano iracheno Al-Sabaah, ha spiegato che alcuni medici stranieri che hanno aderito al gruppo terroristico Isis, sequestrano i bambini, prelevano i loro organi e ne traggono profitto da questa attività criminale.

«Vendono questi organi umani sul mercato nero in Siria e in Turchia», ha raccontato al-Qaravi, aggiungendo che non ci sono documenti, filmati e fotografie a conferma.

A questo proposito, Al-Qaravi ha aggiunto « gli stessi terroristi e le famiglie dei bambini sequestrati», hanno confermato questi eventi ed è previsto che si terrà una sessione straordinaria del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra (Svizzera) per affrontare la questione.

Inoltre, Al-Qaravi ha portato alla luce nuovi dati agghiaccianti sulla situazione dei bambini iracheni. Più di 500 mila bambini sono lontani dalle loro famiglie a causa della violenza scatenata dai terroristi.

Oltre un migliaio di bambini, secondo Al-Qaravi, sono morti per mancanza di cibo e medicine.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Siria: Obama e il gioco delle tre carte

ribelli tre carteda sibialiria.org

Lo Stato islamico, al Qaeda, gli Stati Nato/Golfo e i “ribelli moderati” in Siria e Libia.

PARTE PRIMA: ribelle “buono”, “ribelle cattivo”

Con il pretesto di colpire anche in Siria l’orrore che si autodefinisce Stato islamico e che si è ritagliata con il coltello una grande area fra Siria e Iraq chiamandola “Califfato”, Usa & C. cercheranno di realizzare un regime change. Così facendo giocheranno di fatto il ruolo di forza aerea di al Qaeda, come fu in Libia. Perché fra i ribelli “moderati” appoggiati dall’Occidente e i terroristi sedicenti islamici le porte sono girevoli, e lo affermano gli stessi protagonisti.

E’ concreto il rischio che i novelli Frankenstein Nato/Golfo riuniti nel gruppo degli “Amici della Siria (ora “Gruppo di Londra”; la loro breve ma perversa storia è raccontata qui) approfittino della mostruosa creatura uscita dalle loro guerre aperte o occulte, l’ormai famigerato Stato islamico (Isis) per passare da un intervento per procura a un “intervento umanitario” , occupando così la Siria e realizzando, finalmente, il loro tanto agognato regime change al quale hanno già dedicato tre anni costati al popolo siriano infiniti lutti. Tre anni costellati da bombardamenti effettuati da Israele e Turchia, dall’infiltrazione di uomini armati, da aiuti ai gruppi armati “dell’opposizione” operanti in Siria.

Washington, da suo canto, rassicura i sostenitori dell’opposizione armata non-Isis in Siria e conferma che non ha alcuna intenzione di coordinare con Damasco eventuali attacchi aerei contro l’Isis anche per non alienarsi i membri della coalizione anti-Assad – principalmente Turchia, Giordania, Arabia saudita, Qatar. In tal senso, il 25 giugno 2014, Obama ha presentato al Congresso (nel quadro del progetto Overseas Contingency Operations, OCO, per il 2015), la richiesta di destinare, fra l’altro, 500 milioni di dollari per formare ed equipaggiare elementi “verificati” dell’opposizione siriana “per aiutare a difendere il popolo siriano (…) e contrastare minacce terroristiche”. E’ la stessa richiesta reiterata – su esortazione Usa – dagli alleati locali del gruppo Nato/Golfo di “Amici della Siria”, ovvero la “Coalizione nazionale siriana” nata a Doha nel 2012, e il suo braccio armato, appunto “l’Esercito siriano libero”.

 Così come i “ribelli” libici, anche quelli siriani hanno fin dall’inizio richiesto l’appoggio dell’Occidente (cosa che non ha mai fatto l’opposizione interna non armata). E Mohammed Qaddah, vicepresidente della Coalizione di Doha, conclude così il suo discorso: “Lottare contro il terrorismo significa anche rafforzare l’Esercito libero siriano che si è dimostrato essere l’unico capace di contrastare il gruppo estremista nella regione”. Ovviamente, Mohammed Qaddah sorvola sulla circostanza che siano stati soltanto i curdi siriani dell’Ypd – e non certo l’Esl e compari – a fermare l’Isis in Siria e a proteggere le loro aree in Siria (come il Royava ai confini con la Turchia) attaccate da Isis, Jabhat al Nusra e anche dall’Esl. Eppure i curdi siriani sono stati esclusi dai negoziati di pace a Ginevra.

Di recente Hillary Clinton ha affermato che bisognava armare massicciamente i “ribelli moderati siriani” sin dall’inizio; il non averlo fatto – sostiene – ha dato modo ai jihadisti di riempire il vuoto e di “convertire” i ribelli in loro alleati; una dichiarazione sostanzialmente identica a quella dell’ex ambasciatore Usa in Siria Robert Ford. In realtà, la rapida ascesa di gruppi come al Nusra (al Qaeda in Siria) e Isis (ex al Qaeda), si spiega sia con l’inglobamento di combattenti prima appartenenti a gruppi “moderati”; sia con una crescita militare determinata sostanzialmente da ingenti finanziamenti e da appoggi logistici garantiti apertamente dalla Turchia e dai petromonarchi e – più o meno segretamente – dall’Occidente.

Se gli aiuti in armi, denaro e logistica sono stati dati direttamente ai gruppi qaedisti, questo la dice lunga sulle intenzioni degli “Amici della Siria”; altro che combattere l’Isis. Se invece sono stati dati ai “moderati” e poi sono finiti nelle mani “sbagliate”, è successo grazie al fatto che i “moderati” si sono spesso alleati agli islamisti. Ad esempio, secondo le mai smentite dichiarazioni di funzionari governativi giordani “gli Usa addestrarono in una base segreta in Giordania decine di futuri membri dell’Isis” (…) mentre “la Turchia, addestrava combattenti dell’Isis nelle vicinanze di Incirlik.

Va detto che un fondamentale trait d’union fra terroristi Nato/Golfo e terroristi Isis sono stati proprio loro: i ribelli” moderati”. Quelli “buoni”. Quelli dalla bandiera verde-nera-bianca nella quale volentieri si avvolgono i sostenitori in Italia di questi “partigiani rivoluzionari”, così come facevano con gli allora mitici, e oggi famigerati, “freedom fighters” libici.

Fra i “moderati” e gli al qaedisti o, peggio, l’Isis, c’è sempre stato un documentato sistema di “porte girevoli” e per loro stessa ammissione. I rapporti fra Esl, al Nusra e Isis sono un groviglio inestricabile e mutevole a seconda degli scenari e del periodo. Così riassume il giornalista dell’Independent Robert Fisk: “Chi sono questi ribelli ‘moderati’ che Obama vuole addestrare e armare? Egli non li nomina e non può perché i ‘moderati’ originali, ai quale gli Stati Uniti hanno promesso fondi – con l’aiuto della CIA, gli inglesi, Arabia Saudita, Qatar e Turchia – sono membri del cosiddetto ‘Esercito siriano libero’ composto principalmente da disertori delle forze armate siriane. L’Esl (…) si è dissolto. I suoi uomini si sono ritirati, si sono arruolati con Al Nusra o nell’Isis o sono tornati nell’esercito governativo” (…) “Si dice che i ‘combattenti per la libertà’ non hanno ricevuto abbastanza armi. Ora ne avranno di più. E non c’è dubbio che le venderanno, come hanno fatto prima. (…) Date ad un uomo dell’Esl – nel caso lo incontraste – un missile antiaereo e ve lo venderà al miglior offerente”.

Va da sé che anche davanti a documentazioni incontrovertibili del canale tra ribelli “buoni” e quelli “cattivi” c’è ancora chi si affanna a dichiarare che l’Esl è una organizzazione “autonoma e moderata” che bisogna continuare a finanziare e armare, contro il regime siriano e contro l’Isis. Un approccio cronologico aiuta a capire l’assurdità di queste affermazioni.

 

Dai jihadisti libici con amore

Dal febbraio 2011, in Libia, i paesi occidentali e del Golfo hanno collaborato dal cielo (bombardamenti Nato) e a terra (servizi segreti e corpi speciali) con i “ribelli”, fra i quali forze al qaediste (come spiega in un’intervista un ex prigioniero di Guantanamo che dopo la presa di Tripoli ne diventerà comandante militare:).

Dopo la caduta e uccisione del leader Muammar Gheddafi, grandi quantità di armi furono inviate dagli ex “ribelli” libici ai loro omologhi siriani, grazie alla collaborazione del Qatar (per i finanziamenti e il trasporto aereo) e della Turchia (per l’ingresso). E se anche il Supreme Military Council dell’Esl non distribuiva armi direttamente a gruppi qaedisti, questi comunque – secondo dichiarazioni di attivisti siriani – erano in grado di acquistarle dai gruppi che le avevano ricevute. Il premio Pulitzer Seymour Hersch ha di recente denunciato la rat line fra Cia, Turchia e ribelli siriani: una rete clandestina autorizzata nel 2012, usata per canalizzare armi e munizioni dalla Libia alla Siria attraverso la frontiera turca.

 Dall’inizio del 2012 arrivano in Siria milizie jihadiste di dottrina sunnita, finanziate soprattutto dai paesi del Golfo Persico, quali Arabia Saudita e Qatar. La Libia fornisce molti combattenti jihadisti.

 Nell’agosto 2012, tanto per dirne una ad Aleppo, allora sotto il controllo dell’Esl si applicava la Sharia anche nei tribunali, e le donne erano costrette ad uscire velate.

Via via cresce l’influenza delle fazioni “bin Laden”. Tra tutte, si distingue (anche per efferatezza il neocostituito Fronte al-Nusra, affiliato ad al Qaeda. A metà 2013 arriverà dall’Iraq lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis, Isil); formato da combattenti siriani in Iraq che tornano in patria con l’obiettivo di instaurare la Sharia. Al Qaeda di cui rappresentava il ramo iracheno lo rinnegherà nel 2014. Malgrado la reciproca scomunica, Isis e al Nusra hanno la stessa matrice ideologica e rappresentano la maggior parte dei combattenti dell’opposizione. Se Isis si è rivelato (ancor) più sanguinario, al Nusra ha spesso guidato le operazioni più efficaci dei “ribelli”.

Nel novembre 2012, con la rielezione di Obama iniziano le manovre Usa per plasmare le bande dell’opposizione siriana secondo i propri desideri. A Doha nasce la Coalizione nazionale siriana con un allargamento del precedente Consiglio nazionale ad altri ambienti e a Marrakech gli “Amici della Siria” incontrano il nuovo coordinamento dell‘opposizione.

Nello stesso tempo gli Usa pongono il fronte al Nusra nella lista dei gruppi terroristi. Significativamente, il leader della Coalizione siriana, al Khatib, dichiara: “Si tratta di un errore e cercherò di modificarlo”. Diversi esponenti e gruppi di ribelli “moderati” reagiscono con il motto “Siamo tutti al Nusra” rimarcando la collaborazione sempre più stretta tra Esl e al Nusra.

Fra febbraio e marzo 2013, il segretario di Stato Usa, John Kerry, annuncia che l’amministrazione Obama sostiene l’invio di armi ai gruppi siriani da parte delle nazioni mediorientali (leggi petromonarchie e Turchia) perché, del resto, negli ultimi mesi si è diventati fiduciosi sul fatto che queste armi vadano alla “gente giusta e all’opposizione moderata che può gestirle correttamente.

A quel punto la giornalista e analista basata in Libano Sharmine Narwani chiede all’ufficio stampa del Dipartimento di Stato Usa: “Per favore, indicatemi qualcuno dei gruppi armati moderati ai quali si riferisce Kerry”. Ma non riesce ad avere nemmeno un nome (qui il carteggio) dal portavoce di Kerry; solo considerazioni tipo questa: “L’opposizione ha una visione comune e un piano di transizione per la Siria che offre un’alternativa credibile al regime di Assad. Sosteniamo questa visione e lavoriamo per accelerare la transizione, fornendo sostegno non letale”.

Purtroppo i giornalisti stranieri scortati dai “ribelli” non hanno aiutato a capire. In genere si sono attenuti al copione (già collaudato in Libia) dei “partigiani”; la presenza di combattenti da altri paesi era paragonata alle brigate internazionali contro il fascismo in Spagna. Ma quella dei “vecchi e nuovi embedded” è una lunga storia tutta ancora da raccontare.

Nel marzo 2013 Raqqa è il primo capoluogo di regione siriano (con oltre un milione di abitanti nel 2010) a essere conquistato dai “ribelli”, in un’operazione congiunta che ha visto schierate fianco a fianco le forze dell’Esercito libero (Esl) e dei gruppi jihadisti e salafiti di Jabhat an Nusra e Ahrar ash Sham.

Nel giugno 2013, di sostegno ai ribelli siriani si parla molto al meeting del G8 in Irlanda del Nord. Gli Usa riescono allo scoperto annunciando il sostegno a “ribelli selezionati.. C’è chi scrive: “Adesso il sostegno ad al Qaeda è alla luce del sole”. Una esagerazione?

Forse no, perché, come rivelato di recente dall’ex ministro degli esteri Emma Bonino “Già nel maggio-giugno 2013 i moderati in Siria non c’erano più. (…) “Quello che so per certo è che all’epoca tra l’altro in cui in Siria vengono allo scoperto i tagliagole, era ormai chiarissimo, evidente e noto che i cosiddetti moderati e laici tra i ribelli siriani erano stati tutti epurati. Anche l’Esercito siriano libero era infiltrato da al Nusra e dall’Isis”.

Una verità questa ribadita anche dal colonnello Abdel Basset al Tawil, comandante del fronte settentrionale dell’Esl: “A proposito delle fazioni che l’Occidente vuole classificare come terroriste – il fronte al Nusra – possiamo tranquillamente avere un dialogo con loro, sul tipo di Stato che vogliamo creare, uno che vada bene a tutti (…) non è un segreto che abbiamo rapporti con tutti, anche con i fratelli di al Nusra, e cooperiamo su molti scenari”. E conclude: “Diamo tempo un mese alla comunità internazionale, e poi riveleremo quel che sappiamo sulle armi chimiche… credo che lei sappia che cosa voglio dire”. 

E come segno di obbediente adesione all’Isis, si possono usare anche gli ostaggi. Secondo alcune fonti, anche il giornalista James Foley, decapitato urbi et urbi dall’Isis, era stato rapito, in una zona occupata dai “ribelli”, poco dopo un video girato da sostenitori dell’Esl, e secondo fonti informate era finito nelle mani della relativamente moderata brigata Dawood, in precedenza allineata con l’Esl, poi passata all’Isis.

Nel marzo 2013, l’esperto di jihadismo Aaron Lund, dello Swedish Institute of Foreign Affairs – e nient’affatto pro-Assad, anzi – scriveva che “purtroppo” l’Esl non esiste: è stato un logo creato nel luglio 2011 dal colonnello Riad el Asaad e da pochi altri disertori, presto confinati nel campo di Apaydin in Turchia. Gruppi armati che nascevano in Siria adottavano questo logo, pur non avendo magari alcun collegamento con il comando d’oltrefrontiera. Ma alla fine del 2012 molti gruppi cancellavano i simboli dell’Esl. In seguito questo termine è stato usato semplicemente per separare l’opposizione non ideologica o solo moderatamente islamica, dalle fazioni salafite – quelle tipo Jabhat al Nusra o Ahrar al Sham non vi hanno mai fatto ricorso; ma all’inizio il marchio di fabbrica è stato usato da Liwa al Islam e Suqour el Sham. Insomma giusto un marchio, senza gerarchia. Dunque, spiega l’esperto, si usa il termine Esl (Fsa – Free Syrian Army in inglese) per indicare fra i combattenti anti-Damasco le fazioni che ricevono sostegno dal Golfo e dall’Occidente e sono aperte alla collaborazione con gli Usa e altre nazioni occidentali. Questo esclude i curdi dell’Ypg (troppo di sinistra) e quei salafiti che sono anti-occidentali – perché poi ci sono salafiti finanziati da Golfo e Occidente, e sono nel Syrian Liberation Front (Slf), che riunisce gruppi che in precedenza si definivano Esl. Non mancano gli Shields of the Revolution (affiliati ai Fratelli musulmani) e anch’essi a volte si definiscono Esl; o il raggruppamento Ansar-el-Islam, coalizione islamista a Damasco, i cui membri si definivano Esl, ma non più. I masters Nato/Golfo hanno più volte cercato di creare comandi unificati, nessuno dei quali però ha boots on the ground. Come la Coalizione di Doha, comandano (si fa per dire) per corrispondenza, da fuori. Gli uni dai campi in Turchia, l’altra (i “politici”) dagli hotel a 5 stelle del Golfo.

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Maggio 2013: foto rivelatrici (se ne parla qui), scattata in una località vicino a Idleb nel corso di una vista del senatore Usa John mc Cain (ambasciatore dei “rivoluzionari” libici, siriani e di Kiev), sembra mostrare oltre al brigadier generale Selim Idriss (con gli occhiali) dell’Esl, Ibrahim al-Badri, noto anche come Abu Du’a, figura dal 4 ottobre 2011 nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (Rewards for Justice, con una taglia di 10 milioni di dollari) e dal 5 ottobre 2011 nella lista stessa dal comitato per le sanzioni dell’Onu come membro di al Qaeda. Fondatore dell’Isis, con il nome di battaglia di al Baghdadi.

Nell’agosto 2013 il generale Salim Idriss, comandante in capo del Libero Esercito Siriano visita Latakia per “constatare gli importanti successi e le vittorie che i nostri rivoluzionari hanno ottenuto sul fronte costiero”. Ne da notizia “Repubblica” che dimentica, comunque un non trascurabile dettaglio; quelle operazioni sono state condotte direttamente dalle milizie del Fronte al-Nusra.

Sulla catena che dagli Usa porta all’Isis la dicono lunga alcune foto: nella prima, il segretario di Stato John Kerry ha dietro di sé l’ex ambasciatore Usa in Iraq Robert Ford; nella successiva, lo stesso Ford è ritratto nel nord della Siria, maggio 2013, insieme ad Abdul Jabbar Aqidi, a quel tempo capo dell’Aleppo Military Council; nell’ultima, Jabbar nell’agosto 2013 celebra insieme all’emiro dell’Isis Abu Jandar la presa di un aeroporto militare.

Lo stesso Abdul Jabbar, in questa intervista, concessa, a Orient TV a fine 2013, sostiene: “Sono buoni i rapporti con l’Isis. Comunico ogni giorno con i fratelli dell’Isis. Per risolvere problemi e dispute. I media esagerano le cose a proposito dell’Isil, li chiamano takfiri – quelli che accusano ogni altro di apostasia –ma la maggioranza di loro non lo sono”.

Certo le spine sono tante. Il 13 luglio 2013 Muhammad Kamal al Hamami, carismatico leader dell’Esl, viene a un vertice con i leader dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante in un posto segreto nel porto di Latakia. Con gli islamisti deve discutere delle strategie da adottare per contrastare la controffensiva dell’esercito governativo a Homs e Aleppo. Un piano comune, dopo mesi di divisioni che hanno indebolito il fronte dei ribelli. Ma il meeting è una trappola. Hamani, fra l’altro uno dei componenti del Supremo concilio militare degli insorti, viene ucciso. Per punire l’Esl che aveva abbandonato il campo di battaglia a Qusayr.

Ed ecco i rapporti fra Esl, islamisti e il fronte curdo laico e progressista dell’Ypg (che ha fra i suoi comandanti molte donne). Nell’agosto 2013 il manifesto riferisce: “Il 31 luglio 2013 gruppi islamisti hanno massacrato oltre cinquanta tra donne e bambini nei villaggi curdi di Tall Hassil e Tall Aran. La maggior parte dei bambini e delle donne uccise farebbe parte di famiglie di membri del fronte curdo alleato del Ypg (formato da uomini e donne) che combattono contro i gruppi vicini ad al Qaeda e contro l’ Esercito libero siriano (sostenuto dall’ Occidente ndr). Un comunicato del Pyd accusa Unione europea, Stati uniti e paesi arabi per il loro silenzio di fronte ai massacri e precisa che gruppi affiliati ad al Qaeda e Esl sono sostenuti da paesi esteri, soprattutto la Turchia che lascia passare uomini e armi per far la guerra ai curdi”.

La rottura all’ interno dell’opposizione di Assad sembra arrivare nell’estate 2013, ma non è auspicata. Una rottura da evitare secondo Padre Dall’Oglio che, nel suo ultimo articolo, così scriveva: “… Per noi siriani della rivoluzione, la riconciliazione tra forze islamiste radicali e forze democratiche è una necessità strategica. Le scaramucce dolorose e i crimini insopportabili avvenuti tra noi devono trovare soluzione, essere riassorbiti, per presentarci uniti di fronte al pericolo totale rappresentato dal regime, appoggiato direttamente o indirettamente da troppi. Favorire i partner più affidabili, incoraggiare le evoluzioni più auspicabili è buono. Spingerci ad ammazzarci tra di noi non può esserlo….” “Quando dieci mesi fa il Papa Benedetto visitò il Libano disse, sicuramente per effetto delle opinioni dei prelati mediorientali favorevoli al regime del clan Assad, che era peccato mortale vendere le armi ai contendenti nella guerra intestina siriana. In quell’occasione twittai che se era peccato vendercele, allora bisognava darcele gratis! Ci hanno spinto a muoverci promettendoci protezione e solidarietà e ci hanno vigliaccamente abbandonato; poi ci giudicano se ci siamo rivolti malvolentieri ai loro nemici per salvarci dal genocidio promessoci dagli Assad”.

A febbraio 2014 si annuncia che Susan Rice, consigliere per la Sicurezza Nazionale, ha incontrato i capi intelligence di Turchia, Qatar, Giordania raccomandando di non aiutare più i gruppi estremisti ma solo quelli “moderati”. Nel frattempo, comunque, Usa e petromonarchi aumentano gli aiuti a tutti i gruppi – islamisti e non – che dichiarano di voler combattere l’Isis. Come riferiscono fonti degli stessi ribelli la gara per accaparrarsi i soldi (oltre all’Esl), l’Army of Islam, Syrian Revolutionary Front, l’Esercito dei Mujahidin, il Fronte Islamico, il Fronte dei rivoluzionari.

Lo scontro vede (sempre secondo il sito favorevole all’opposizione siriana armata non jihadista: da un lato, l’Esercito siriano libero (Esl), l’Esercito dei Mujahidin (moderatamente islamista) e il Fronte Islamico (che vuol far diventare la Siria uno Stato islamico ma è moderatamente moderato; il suo atteggiamento è ancora ambiguo ma molte sue fazioni partecipano all’attacco) e il Srf di cui sopra. Dall’altro l’Isis (o Daesh) alleato con Jund al Aqsa. Anche alcune unità appartenenti ad al Nusra si sono unite nella campagna condotta contro l’Isis.

Pochi mesi dopo uno dei beneficiari di cui sopra, – Jamal Maaruf, leader del Syrian Revolutionary Front (organizzazione fino ad allora considerata “moderata” dagli USA) parlando ad Antakya, in Turchia, dichiara che: “La lotta contro al Qaeda in Siria non è il nostro problema”. E precisa che il suo gruppo – aiutato da Usa, sauditi e Qatar – anzi lavora insieme a Jabhat al Nusra, la branca siriana di al Qaeda, visto che l’obiettivo comune è abbattere Assad. Maaruf precisa: “Se chi ci sostiene ci dice di dare armi a un altro gruppo, gliele diamo, come è successo a Yabrud”. Con l’aiuto del Fronte islamico (salafita) e dell’Esercito islamista dei mujaidin di Aleppo, il Srf ha obbligato l’Isis a ritirarsi da Aleppo a Jarabalus. Ma se le atrocità dell’Isis sono troppo perfino per al Qaeda, certo nessuno nega che al Nusra sia responsabile di molte atrocità, comprese esecuzioni e sgozzamenti documentati dai loro stessi video.

Ancora nel marzo 2014, fazioni di ribelli più moderate e fazioni jihadiste con l’aiuto di combattenti radicali dall’Arabia saudita (il “green Battalion” di veterani sauditi in Afghanistan e Iraq) cooperano nella zona di Qalamun, vicino alla frontiera libanese, per respingere le forze governative. Lo dichiarano attivisti come Abu Omar al Homsi (che di lì a poco sarà arrestato in Libano come membro di al Nusra), spiegando che il tutto è coordinato da un centro operativo che fa capo ad al Nusra.

Il 9 giugno 2014, il capo dello staff del Supreme military council dell’Esl dichiara alla Reuters che gli Usa distribuiscono armi direttamente a gruppi difficili da controllare sul fronte nord e sud. Ciò potrebbe portare a un’altra Somalia.

Robert Fisk aveva ragione.

In Siria terroristi provenienti da oltre 81 paesi

da press.tv

Un recente rapporto di intelligence ha rivelato che i terroristi provenienti da oltre 81 paesi stanno attualmente combattendo all’interno della Siria contro il governo del presidente Bashar Al-Assad.

 La società di  intelligence con sede a New York, il Gruppo Soufan, ha stimato che, a giugno, almeno 12.000 terroristi provenienti da 81 paesi, tra cui circa 3.000 cittadini europei, stanno combattendo in Siria.

 Per il centro di ricerca è un numero senza precedenti nella storia dei conflitti armati in età moderna.

Altri centri mediatici stimano che un numero maggiore di mercenari stranieri sono coinvolti nella guerra siriana, tra cui oltre 2000 gli europei e 100 americani.

 Il gruppo terroristico Isis ha tradotto i suoi video di reclutamento in una miriade di lingue, tra cui l’urdu, tamil, e Bahasa Indonesia.

 Anche se la maggior parte dei terroristi stranieri che combattono all’interno della Siria provengono per la maggior parte da paesi arabi, i governi europei si sono profondamente preoccupati per la minaccia dell’estremismo nei loro paesi, quando questi terroristi  torneranno a casa più addestrati.

[Traduzione dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Comunidad ítalo venezolana entregó ayuda humanitaria a la Embajada de Palestina

Roma, 28 de agosto de 2014 (MPPRE).- Las Misiones Diplomáticas Bolivarianas acreditadas ante Italia, recolectaron medicinas a través de un operativo desplegado junto a la comunidad ítalo venezolana, universidades y entes del país europeo, a fin de seguir con el llamado de solidaridad realizado por la Embajada de Palestina en Roma.

La actividad fue organizada por la Embajada de Venezuela ante Italia, la Misión Bolivariana permanente ante la Organización de las Naciones Unidas para la Alimentación y la Agricultura (FAO) y el Consulado General de Nápoles, en concordancia con la política exterior del Gobierno del presidente Nicolás Maduro.

El Comité de la Salu Mental organizado por el Prof. Enrico de Notaris y un grupo de jóvenes médicos napolitanos, junto al Centro Social Banchi Nuovi, donaron todos los medicamentos recogidos para la “Farmacia comunitaria”, al pueblo palestino, a través del Consuldo de Venezuela en Nápoles y la Embajada venezolana en Roma.

 

El jefe de la Misión en Roma, Julián Isaías Rodríguez, acompañado por el G/B Franklin Bulmez, agregado militar, naval, aéreo y de defensa, entregaron a la Representación Diplomática de Palestina en Italia, 16 cajas con medicamentos y material médico quirúrgico requerido por el Ministerio de la Salud Palestino, así como, una ayuda económica fruto de las donaciones de la comunidad ítalo venezolana.

“Nosotros hemos querido sumarnos a esta red de solidaridad desde aquí donde la comunidad ítalo venezolana ha demostrado su sensibilidad. Hacemos la entrega de este material a ser enviado a la Franja de Gaza como una muestra de que el pueblo venezolano está absolutamente identificado con la causa Palestina y con toda nuestra humildad”, resaltó Rodríguez.

El diplomático aseveró que, desde 1948 ese país está siendo agredido por razones religiosas económicas y políticas. “La injusticia que se cometió con ese país y los atropellos que se han seguido cometiendo merman, no sólo los Derechos Humanos, sino también el sentido y la renovación de su pueblo, el dolor de sus mujeres y niños, la angustia, la falta de esperanza, la impotencia, la paz que ha sido acribillada”.

Por su parte, la embajadora de Palestina en Roma, Mai Alkaila, agradeció las muestras de apoyo y solidaridad y el coraje del gobierno y pueblo venezolano “sabemos del empeño del Gobierno Bolivariano para con nuestro pueblo y de las muestras de afecto de siempre demostrado por Hugo Chávez Frías y ahora por su sucesor Nicolás Maduro”.

La actividad estuvo acompañada por el Presidente de la asociación Comunidad Palestina en Roma y Lazio, el Presidente de la Unión de Médicos Árabes en Italia, el Presidente de la Comunidad Egipcia en Italia y Presidente de la Asociación de la Media Luna Roja Palestina. FIN/Embajada/YV.

Putin paragona i bombardamenti di Kiev sul Donbass a quelli nazisti su Leningrado

20140807_154523_352283_12739789da RIA Novosti

Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che le azioni dell’esercito ucraino nell’est del paese slavo ricordano i bombardamenti subiti da Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale.

«Sia i piccoli centri che le grandi città (nel sud-est dell’Ucraina) sono circondati dall’esercito ucraino intento a lanciare attacchi diretti contro i quartieri residenziali, miranti alla distruzione delle infrastrutture e a schiacciare la volontà della resistenza», ha sottolineato Putin in un intervento al forum dei giovani ‘Seliguer 2014’.

Il presidente ha poi affermato che «purtroppo, gli attacchi ricordano gli eventi della seconda guerra mondiale quando gli occupanti nazisti assediarono le nostre città, Leningrado in particolare, effettuando bombardamenti che distrussero i centri abitati massacrando la cittadinanza».

Secondo Putin, è comprensibile che le milizie operanti nell’Ucraina orientale, provino ad «allontanare i sistemi d’artiglieria e i lanciarazzi multipli (dell’esercito ucraino) dalle grandi città per impedire che massacrino altre persone inermi».

«Che cosa dicono i nostri partner occidentali? Che non hanno diritto a farlo? I miliziani dovrebbero consentire loro questo massacro?», ha quindi chiesto il presidente.

Dallo scorso mese di aprile, le autorità ucraine portano avanti un’operazione speciale nelle regioni di Donetsk e Lugansk, che hanno proclamato la propria indipendenza in risposta al cambiamento di governo a Kiev nel mese di febbraio.

Secondo le Nazioni Unite, dall’inizio degli scontri al 27 di agosto, il conflitto ha provocato circa 2.600 morti e 6.000 feriti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

La parola nell’era dell’immagine

Frank Luntz, stratega repubblicano della comunicazione

di Paul Walder

Pubblicato inPunto Final” (Chile), edición Nº 810, 8 de agosto, 2014

Nell’era dell’immagine rinasce l’uso della parola come un’arma di cui si avvalgono i mezzi di comunicazione. Quella forma naturale dell’espressione, elaborata e decorata dai pensatori, poeti, politici e mercanti, è ancora in grado di offrire il massimo di sé. Le immagini che nell’attualità ci invadono, nonostante la loro forza rappresentativa, richiedono la parola per la loro interpretazione.

Lo scienziato politico russo Alexei Mujin in una intervista rilasciata a Russia Today, afferma che la terza guerra mondiale è attiva ed è informativa. Le classiche tecniche sull’uso del linguaggio che sono state introdotte dai tempi dell’antica retorica fino a Goebbels si conservano come strumento per stimolare divisioni, odi e violenza. L’informazione, la disinformazione, il rumore o la confusione, secondo il caso, è un meccanismo che prepara le soggettività e il terreno per futuri interventi. Gli USA hanno impiegato lo stesso attrezzo in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria o Venezuela con esiti diversi ma sempre modellati con lo stesso stampo. Nemmeno il colpo di Stato cileno avvenuto più di quaranta anni fa è sfuggito da questa strategia.

Nonostante l’evidenza brutale delle immagini sul massacro della popolazione di Gaza, Israele giustifica i suoi attacchi incentrandoli nelle classiche tecniche del linguaggio, mediante la trasformazione dei discorsi in un racconto rivolto ai leader politici e all’opinione pubblica americana ed europea. In un articolo pubblicato su The Independent si mettono in relazione le voci del governo di Netanyahu con i meccanismi di comunicazione di Frank Luntz, accademico americano esperto d’inchieste e stratega politico dei repubblicani. Il suo libro La parola è potere, ha influenzato non solo pubblicisti e politici, ma è anche entrato a formar parte della strategia della comunicazione israeliana.

A un primo sguardo questo libro non aggiunge nulla nuovo sull’argomento. In apparenza si presenta come un ibrido sulle numerose tecniche della comunicazione e della pubblicità. In esso si possono trovare frasi e idee così semplici come “quello che è realmente importante non è ciò che dici, ma quello che la gente capisce” o “usa parole che funzionino”, cioè quelle che “devono introdursi mediante le emozioni”. Semplicemente si tratta di ripensare la comunicazione dal punto di vista del ricettore, dello spettatore, perché “le parole non dicono solo quello che noi crediamo che raccontino; dicono anche, soprattutto, quello che i nostri ascoltatori credono che riportino”.

Una immagine, nonostante sembri così evidente, necessita il linguaggio per completare il suo senso, per completare la sua interpretazione. Il rafforzamento di questa narrazione, reiterato e incorporato dai mezzi di comunicazione come riferimento informativo quotidiano, si trasforma in realtà. Mediatizzata, indotta, ma che tuttavia compie il suo ruolo come verità.

I mass media, i pubblicisti –e anche i governi-, affidano questa chiave per risolvere l’enigma delle immagini che ci accecano mediante la parola, che è desiderio, forza, azione o reazione. Se per vendere i veicoli 4×4 ci vogliono svariati milioni di dollari in pubblicità, occorrono altrettanti per destabilizzare un paese. In entrambi i casi è solo semplice linguaggio e immagine sui desideri e le nostre paure più recondite.

Nulla di originale si può ricavare da queste tecniche che in conformità a variabili molto elementari sono generatrici di scenari. Elementi messi a confronto, timori e nemici, da quelli che possiamo trovare nei racconti mitici, al cinema e nei videogiochi, ora li troviamo nelle reti sociali stimolate dai governi, dalle agenzie specializzate e dai mezzi di comunicazione. Dualità elaborate durante la guerra fredda, come quella del polo libertà-comunismo, attualmente integrano la coppia terrorismo-antiterrorismo. L’idea di una guerra mondiale non si riduce solo a quella di tipo informativo, ma integra la guerra tradizionale, come attualmente sta accadendo in Ucraina e in gran parte del Medio Oriente. La disinformazione, accompagnata dall’odio e dalla paura, come elementi atavici, profondi, costituisce il preambolo della violenza.

In una guerra la prima vittima è la verità. E oggi, mediante l’ubiquità delle tecnologie dell’informazione che sono nelle mani dei grandi mezzi fusi con gli interessi economici, una strategia simile si riproduce in diverse latitudini.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Pepe Mujica: ‘Il Presidente Impossibile’

Verso il Secondo Incontro in Italia della Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana – Napoli 2015!


Presentazione della prima biografia italiana di Pepe Mujica

“Il Presidente Impossibile”

di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini.

 
Festival  “Roma Salta in Aria” 2014
Per l’edizione 2014 del Festival “Roma Salta in Aria” la “Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana” e il Centro Sociale “Spartaco” presentano “Il presidente impossibile”.Il Festival si apre alle 18 con la street parade a cura del frente murghero, da Largo Spartaco (Quadraro) fino al Parco degli Acquedotti.…Alle ore 19 si arriva al Parco degli Acquedotti per la presentazione del libro su Pepe Mujica. “Il presidente Impossibile”.

A seguire l’esibizione della murga “Agarrate Catalina”.
( http://es.wikipedia.org/wiki/Agarrate_Catalina )
Dall’Uruguay per la prima volta a Roma, il gruppo latinoamericano suona una murga appassionata e coinvolgente che parla e rappresenta l’America Latina e l’Uruguay di oggi.

Sarà in funzione l’osteria di Spartaco.
Sul Festival: http://romasaltainariafestival.wordpress.com/

Nel libro “Il presidente impossibile”, gli autori citano il gruppo “Agarrate Catalina” perchè nelle loro esibizioni dal vivo questi stravaganti artisti parlano spesso del presidente guerrigliero Pepe Mujica. Un loro brano “Civilizaciòn” è interamente dedicato a lui e una delle loro maschere “preferite” è la faccia del vecchio Tupamaros, proprio per questo inviteremo la murga a prendere parte al dibattito sul libro.

 Introduce la Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e presentano il libro:

 – gli autori: Nadia Angelucci e Gianni Tarquini.

Geraldina Colotti (Il manifesto/Le Monde Diplomatique).

– la murga “Agarrate Catalina”

Chi è Pepe Mujica?

Esponente di spicco del movimento guerrigliero Tupamaros, Mujica già tra il 1969 e il 1971 venne arrestato per le proprie azioni rivoluzionarie. Dopo un’evasione tornò nel 1973 definitivamente in carcere nello stesso anno del colpo di stato militare, che trasformò quello che era un Paese democratico ed avanzato in una prigione. Da lì uscì solo a democrazia ritornata nel 1985. Nel 2010 divenne presidente della repubblica in qualità di candidato del raggruppamento della sinistra uruguaiana Frente Amplio. [da controlacrisi.org] 

Sul Libro:
A chi non è capitato di sentir parlare di Pepe Mujica, il capo di stato più povero del mondo, che vive coltivando fiori in una piccola fattoria nella campagna uruguayana, che dona il 90% del suo stipendio ai poveri e che ha legalizzato l’uso della cannabis nel suo paese? Che parla alla gente con la lingua dei più umili e che fa della sobrietà uno stile di vita? Questo libro racconta proprio la sua storia, al di là del folclore e dell’agiografia che lo dipingono come un ‘santo moderno’. Narra della sua infanzia e gioventù in un Uruguay attraversato da grande fermento culturale e politico, Riporta le sue parole e le sue idee, raccolte dopo un’accurata ricerca tra i tanti documenti, libri, interviste, documentari che lo riguardano o lo vedono protagonista e attraverso conversazioni degli autori con compagni di viaggio, conoscenti e altri protagonisti della vita politica e della guerriglia del paese sudamericano. Gli ultimi capitoli raccontano il suo impegno come Ministro prima e Presidente poi, i progetti di legge che ha implementato e analizza quanto e se la presidenza di un uomo così fuori dalla norma ha cambiato l’Uruguay. [da controlacrisi.org]

Pepe Mujica. Il presidente impossibile
di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini
presentazione di Erri De Luca
Nova Delphi Libri
Collana: Viento del Sur
 224 pagine

Punti di accordo sul cessate il fuoco a Gaza

da al manar

Israeliani e palestinesi hanno accettato la proposta egiziana per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, entrato in vigore dopo 50 giorni di un conflitto che ha ucciso 2.140 palestinesi e 69 israeliani, 64 erano soldati.

 Ecco i punti principali della proposta egiziana, secondo Azzam al-Ahmed, capo della delegazione palestinese:

 Apertura dei valichi di frontiera e fine al blocco.

 Il cessate il fuoco comporta l’immediata apertura dei passi che collegano la Striscia di Gaza con il territorio dell’entità sionista per contribuire alla ricostruzione di Gaza, che subisce un embargo israeliano rigoroso dal 2006. In questo senso, l’accordo prevede la fine del blocco di Gaza e  delle restrizioni per l’importazione di materiali da costruzione.

«L’iniziativa egiziana prevede l’apertura di passaggi per l’assistenza umanitaria e il cibo, forniture mediche e tutto il necessario per la riparazione di sistemi di acqua, elettricità e telefoni cellulari», ha detto Ahmad. Erez nel nord, è il principale punto di passaggio per le persone, mentre Kerem Shalom, nel sud di Gaza, è l’unico punto di attraversamento per i beni materiali. Tuttavia, Ahmed e gli egiziani non sono stati chiari sul valico di Rafah, in Egitto, chiuso più volte negli ultimi anni.

 Estensione della pesca

 Le restrizioni imposte da Israele ai pescatori di Gaza saranno rimosse, in particolare, la limitazione dell’area di navigazione a 3 miglia. Questa area sarà ora estesa a 12 miglia.

 Prigionieri

 La proposta egiziana, accettata da entrambe le parti, fa riferimento alla «liberazione dei prigionieri palestinesi in cambio dei corpi di soldati israeliani uccisi», ha detto Ahmed.  Hamas ha chiesto la liberazione di 60 prigionieri che sono stati rilasciati nel 2011 in cambio del soldato Shalit e sono stati arrestati di nuovo nel mese di giugno, dopo la morte di tre coloni israeliani nella Cisgiordania occupata.

 Porto e aeroporto di Gaza

 I palestinesi chiedono la riapertura dell’aeroporto di Gaza e la possibilità di riutilizzare il porto.  «È uno dei punti che verranno discussi nel corso dei prossimi negoziati che si terranno il prossimo mese», ha aggiunto il funzionario palestinese.

 Fine del lancio dei razzi

Le fazioni della resistenza palestinese si impegnano a non sparare razzi e missili contro gli insediamenti israeliani. Israele insiste sul fatto che la questione della smilitarizzazione di Gaza sia affrontato nei negoziati che inizieranno fra un mese, ma Hamas e altri gruppi palestinesi rifiutano il disarmo e tutte le indicazioni sono che questo non si verificherà.

 Fine delle restrizioni alle banche di Gaza

 Israele ha revocato le restrizioni finanziarie sulle banche di Gaza.

[Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

Correa: «Il socialismo è la scelta giusta per l’America Latina»

guatemalacorreada Telesur

Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha dichiarato che il socialismo è l’unica opzione per una regione così diseguale come l’America Latina. Le sue osservazioni hanno avuto luogo in occasione del Forum Esquipulas celebrato in Guatemala, dove il presidente ha avuto modo di spiegare i fattori chiave del modello ecuadoriano.

Nella cerimonia di apertura, Correa ha tenuto una lectio magistralis intitolata «L’essere umano prima del profitto: una differente visione economica per lo sviluppo economico».

Tra i successi ottenuti dal suo governo, il presidente ecuadoriano ha sottolineato l’acquisto di gran parte del debito estero per una cifra pari a un terzo del suo valore, la rinegoziazione dei contratti petroliferi a favore dello Stato che così ottiene profitti più elevati e le entrate fiscali triplicate che hanno permesso investimenti in opere pubbliche di cui possono beneficiare la maggioranza degli ecuadoriani.

Ha inoltre menzionato anche alcune cifre che dimostrano il successo del modello ecuadoriano. Sottolineando che l’Ecuador ha ridotto di otto punti la concentrazione del reddito (diseguaglianza), un risultato quattro volte superiore alla media in America Latina.

Egli ha sottolineato l’importanza dell’educazione «come diritto, oltre che generatrice di talento umano».

«Superare la povertà è il più grande imperativo morale che ha il pianeta. Per la prima volta nella storia dell’umanità la povertà è frutto di sistemi ingiusti ed escludenti. Questo sarà risolto per mezzo di processi politici. Per questo siamo qui – ha concluso il presidente – noi vogliamo ritornare ad avere sistemi includenti».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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