Casalbruciato (Roma) 28nov2019: Che accade in America latina?

L'immagine può contenere: testodi Giuliano Granato

Le rivolte a Haiti, in Ecuador, Cile, il golpe in Bolivia, la lotta che continua da anni in Honduras, la novità delle minacce alla piccola Dominica. E la liberazione di Lula in Brasile. Le elezioni in Argentina e Uruguay. E il conflitto tra esecutivo e legislativo in Perù.

L’America Latina è un territorio in disputa. Mettere i fatti l’uno dietro l’altro può aiutare a fare una cronologia degli eventi, ma non permette la comprensione dei fatti né consente l’analisi degli scenari. La storia e la politica non sono aritmetica. Non basta sommare per avere la chiave di volta che ci permette di capire.

Eppure comprendere è così importante, non solo per studiosi e accademici, non tanto per avere consapevolezza, ma perché quanto sta avvenendo sull’altra sponda dell’Atlantico tocca anche noi.
L’esito degli scontri e dei conflitti in corso, dei quali occorre riuscire a riconoscere il movimento comune, ma anche le enormi differenze, per evitare equiparazioni che distorcono e offuscano anziché schiarire, darà impronta anche allo scontro qui, ne risentiremo le conseguenze, in termini di confezione dello Stato, del ruolo dei movimenti sociali, della possibilità di redistribuire la ricchezza, di rapporto pubblico/privato, del futuro dell’austerity, del ruolo della comunicazione e dei sicial.

La disputa ha mille terreni di scontro. Anche quello internazionale. Ne siamo chiamati in causa. Guardare oggi all’America Latina significa guardare a un pezzo del nostro futuro. E lo possiamo disegnare anche noi. Perché la distanza geografica non ci rende meri spettatori. Volenti o nolenti siamo pezzo in disputa anche noi.

All’EX-OPG “Je So’ Pazzo” Alessandra Riccio e i nuovi scenari in America Latina

di Romina Capone

Calma nel porsi, sicura nel ragionamento ed elegante nell’esprimersi: i tratti che la contraddistinguono. Alessandra Riccio, corrispondente esteri per il quotidiano L’Unità a Cuba (L’Avana dal 1976 al 1987), ispanista e condirettrice della rivista Latinoamerica insieme a Gianni Minà, ci ha portato con sé, attraverso i suoi racconti, in America Latina. Un incontro non a caso, organizzato a Napoli il 14 novembre 2019 presso l’Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario (EX OPG- Je so’ Pazzo) proprio in questi giorni in cui emergono e giungono nuovi scenari geopolitici dall’America a sud degli USA. Un sub continente che si alza “En pie de lucha”.

Venezuela, Ecuador, Cuba e Bolivia uniti dal 2005 sotto il segno dell’ALBA, insieme ai popoli del Cile, dell’Argentina, del Brasile, dell’Honduras (tra gli altri) riuniti in altri organismi regionali come UNASUR e CELAC,  in lotta nel 2019 per questioni interne anche molto diverse da paese a paese ma con un unico comune ostacolo: l’imperialismo degli Stati Uniti d’America. Ed è proprio con l’intento di fare chiarezza su quanto lì sta accadendo e su quanto i media mondiali riportano che – spiega Giuliano Granato dell’ EX-OPG- abbiamo voluto che a parlarcene fosse Alessandra Riccio per evitare confusione nell’opinione pubblica.  Ed è con un excursus storico-politico e geografico che Alessandra spiega che l’America Latina in effetti cerca “altro”.  

Sei focolai che non sono affatto accomunati da uguali fatti di politica interna ma che a maggior ragione meritano attenzioni poiché a rischio di strumentalizzazioni mediatiche mondiali e vede riversarsi in strada la popolazione sul piede di lotta.

Cile: il presidente Piñera aumenta il prezzo dei biglietti del trasporto pubblico.

Bolivia: il presidente Evo Morales si è dimesso a seguito di un Golpe da parte delle Forze Armate e del Comandante Generale della Polizia. Ora Morales è rifugiato politico in Messico. 

Brasile: la scarcerazione dell’ex presidente Lula fa vacillare i piani del neo eletto Bolsonaro con la sua politica di estrema destra ai confini col nazifascismo.

Argentina:  il presidente Alberto Fernandez tenta di ristabilire gli equilibri economici dopo che l’ex presidente Mauricio Macrì ha portato sull’orlo della bancarotta il Paese; l’inflazione lievita e l’economia è in caduta libera.

Venezuela:  l’autoproclamatosi presidente Guaidó filo-usa tenta di spodestare il Presidente Maduro. Il petrolio e le mille ricchezze che il Venezuela possiede attirano l’attenzione degli Stati Uniti i quali applicano condizioni subdole di guerra psicologica ai danni della popolazione sperando in una rivolta sovversiva popolare. Manca l’energia elettrica, la grande distribuzione non mette in vendita i medicinali (favorendo il mercato nero e l’accaparramento) creandone una scarsità di beni strategica; Stati Uniti che costruiscono “casus belli” per invadere il Paese sostenuti dalla politica di estrema destra, dalle multinazionali e dai grandi imprenditori.   

Ecuador:  il presidente Lenin Moreno aumenta il costo del carburante; una delle manovre contenute nel “Paquetazo” ossia una serie di misure di austerity per rilanciare l’economia a scapito della popolazione poiché prevede il taglio dei salari e l’aumento delle imposte.

Questo il quadro completo, in sintesi. Decine di morti, vittime della violenza  dei “carabineros” tentando di reprimere le proteste antigovernative. Nelle piazze cilene appare un enorme striscione con su scritto a caratteri cubitali: NO ESTAMOS EN GUERRA! La popolazione resiste alla repressione disumana perpetrata dai militari degni eredi di quelli pinochettisti;  sparano, colpiscono, perseguono, rapiscono e torturano la gente. Piñera è in guerra, il popolo no. Il popolo balla, danza, canta, suona in faccia ai gorilla e non si spaventa. L’America Latina è territorio di Pace. In ognuno di questi Paesi, Stati, ci sono storie e vite a sé. La tenacia, la forza e la resistenza che sta dimostrando l’intero popolo bolivariano non ha eguali; nonostante le pressioni psicologiche, nonostante i disagi, nonostante i soprusi, nonostante l’ombra nera di Trump che aleggia nei cieli azzurri della Nuestra América.  La dignità di un popolo che dagli albori della storia ha sempre lottato e lo ha tramandato da generazioni in generazioni. Simón Bolívar, Hugo Chávez, Fidel Castro. Simboli di un unico fronte comune per l’autodeterminazione dei popoli. Perché il popolo latino americano non è mai stato spettatore passivo della propria vita bensì l’ha costruita secondo il principio della democrazia partecipativa.

Torino 16nov2019: La Resistenza Antimperialista contro le “Rivoluzioni colorate”

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Agonía y muerte del neoliberalismo en América Latina

Risultati immagini per chavismo en marchapor Atilio Alberto Borón
atilioboron.com

30 Octubre 2019.- En las últimas semanas el neoliberalismo sufrió una serie de derrotas que aceleraron su agonía y en medio de aparatosas y violentas convulsiones desencadenaron su deceso. Tras casi medio siglo de pillajes, tropelías y crímenes de todo tipo contra la sociedad y el medio ambiente, la fórmula de gobernanza tan entusiastamente promovida por los gobiernos de los países del capitalismo avanzado, las instituciones como el FMI y el BM y acariciada por los intelectuales bienpensantes y los políticos del establishment yace en ruinas.

La nave insignia de esa flotilla de saqueadores seriales, el Chile de Sebastián Piñera, se hundió bajo el formidable empuje de una protesta popular sin precedentes, indignada y enfurecida por décadas de engaños, artimañas leguleyas y manipulaciones mediáticas.

A las masas chilenas se les había prometido el paraíso del consumismo capitalista, y durante mucho tiempo creyeron en esos embustes. Cuando despertaron de su sonambulismo político cayeron en la cuenta que la pandilla que las gobernó bajo un manto fingidamente democrático las había despojado de todo: les arrebataron la salud y la educación públicas, fueron estafadas inescrupulosamente por las administradoras de fondos de pensión, se encontraban endeudadas hasta la coronilla y sin poder pagar sus deudas mientras contemplaban estupefactas como el 1 por ciento más opulento del país se apropiaba del 26.5 por ciento del ingreso nacional y el 50 por ciento más pobre sólo capturaba el 2.1 por ciento.

Todo este despojo se produjo en medio de un ensordecedor concierto mediático que embotaba las conciencias, alimentaba con créditos indiscriminados esta bonanza artificial y hacía creer a unas y otros que el capitalismo cumplía con sus promesas y que todas y todos podían hacer lo que querían con sus vidas, sin que se inmiscuyera el estado y aprovechando las inmensas oportunidades que ofrecía el libre comercio.

Pero ninguna utopía, aún la del mercado total, está a salvo de la acción de sus villanos. Y éstos aparecieron de súbito personificados en las figuras de unos adolescentes de escuela secundaria que, con ejemplar audacia y filial solidaridad, se rebelaron contra el aumento en las tarifas del metro que perjudicaba no a ellos sino a sus padres. Su osadía hizo trizas el hechizo y quienes habían caído en la trampa de resignar su ciudadanía política a cambio del consumismo se dieron cuenta que habían sido burlados y estafados, y salieron a las calles para expresar su descontento y su furia.

Se convirtieron, de la noche a la mañana, en “vándalos”, “terroristas” o en una revoltosa banda de “alienígenas” –para usar la elocuente descripción de la mujer del presidente Piñera– que avizoraron los límites infranqueables del consumismo y del endeudamiento infinito y el carácter grotesco del menú democrático que ocultaba, bajo prolijos ropajes y vacías formalidades, la implacable tiranía del capital. Comprobaron en ese violento despertar que una de las sociedades antaño más igualitarias de Latinoamérica ahora compartía, según el Banco Mundial, el dudoso honor de ser junto a Ruanda uno de los ocho países más desiguales del planeta.

Nada volverá a ser igual en Chile

Como un relámpago advirtieron que habían sido condenados a sobrevivir endeudados de por vida, víctimas de una plutocracia –insaciable, intolerante y violenta– y de la corrupta partidocracia que era cómplice de aquélla y gestora del saqueo contra su propio pueblo y los recursos naturales del país. Por eso tomaron las calles y salieron en imponentes manifestaciones a luchar contra sus opresores y explotadores, y lo hicieron –y aún hoy lo hacen– con una valentía y heroísmo pocas veces vistos. Ya son por lo menos veinte los muertos por la represión de las fuerzas de seguridad y los desaparecidos reportados suman más de cien, amén de los centenares de heridos y torturados y los miles de detenidos que marcan, con lúgubres tonalidades, los estertores finales del tan admirado modelo.

Después de esta espontánea insurrección popular ya nada volverá a ser igual, nada revivirá al neoliberalismo, nadie lo señalará como la vía regia hacia la democracia, la libertad y la justicia social. Eso aunque Piñera continúe en La Moneda y prosiga su brutal represión. Pese a lo cual ni la OEA, ni los gobiernos “democráticos” del continente –presididos por turbios personajes de frondosos prontuarios– ni tampoco los hipócritas custodios de los valores republicanos tendrán un átomo de decencia para caracterizar a su gobierno como una dictadura, calificación que sólo merece Nicolás Maduro aunque jamás haya habido en su gobierno una represión tan bestial y sanguinaria como la que quedó documentada en infinidad de videítos grabados en Chile y que se viralizaron por internet.

Para Donald Trump, Piñera es amigo, vasallo y sicario político de la Casa Blanca, imprescindible para atacar a la Venezuela Bolivariana y esas son razones más que suficientes para defenderlo y protegerlo a cualquier precio. Obedientes, las ONG del imperio y sus sucursales en Europa y Latinoamérica –inverosímiles defensoras de los derechos humanos, la democracia, la sociedad civil y el medio ambiente– mantendrán un silencio cómplice ante los crímenes que cometa el ocupante de La Moneda. Algunas expresarán otras opiniones, más no aquellas que son los tentáculos ocultos del imperialismo. Impertérritos, los publicistas del sistema seguirán señalando a Nicolás Maduro como el arquetipo de la dictadura y al chileno como la personificación misma de la democracia. Pero todo será inútil, y lo que murió –la receta neoliberal– bien muerta está.

El traidor se revuelca en su estiércol

Claro que la historia no comienza ni termina en Chile. Poco antes del estallido social todavía en curso, el Ecuador del traidor y corrupto presidente Moreno había sido convulsionado por inmensas protestas populares. El detonante, la chispa que incendió la pradera fue la quita de los subsidios a los combustibles. Pero el factor determinante fue la implementación del “paquetazo” ordenado por el FMI al servil agente instalado en el Palacio de Carondelet.

La reacción popular, iniciada primero entre los transportistas y sectores populares urbanos y luego potenciada por la multitudinaria irrupción de las poblaciones originarias en las principales ciudades del país, se extendió poco más de una semana y obligó al cobarde presidente a trasladar la sede del Ejecutivo a Guayaquil. Poco después tuvo que suspender la cruel represión con que había respondido al desafío y abrir una fraudulenta negociación con los autoproclamados líderes de la revuelta indígena.

Astuto, pactó una tregua con la desprestigiada y también ingenua dirigencia de la CONAIE y derogó el decreto relativo al subsidio a los combustibles, prometiendo revisar lo actuado. Nada de eso ha ocurrido, pero logró desarticular la protesta, por ahora. Como le cuadra a un traidor serial como Moreno, el jefe de los negociadores indígenas, Jaime Vargas, está siendo judicialmente perseguido por el gobierno.

El “paquetazo” será puesto en práctica porque el mandato del FMI es inapelable y Moreno es un peón más que obediente: es obsecuente. Es sabido que estos programas del Fondo sólo son factibles si se los gestiona con una mezcla –variable según los casos– de engaños y represión. Pero ahora la pasividad ciudadana tiene mecha corta y en pocos meses más, en cuanto se dejen sentir los rigores del ajuste salvaje, no sería extraño que estalle una nueva rebelión plebeya que esperemos no caiga en las trampas de Moreno y sus compinches y culmine exitosamente con la destitución del presidente y la refundación de la democracia en el Ecuador.

El presidente está entrampado: si aplica el programa del FMI la poblada popular probablemente acabe con su gobierno; si no lo hace, el imperio puede decidir que llegó la hora de prescindir de sus servicios por inútil. Y como la Casa Blanca “sabe demasiado” de las trapisondas y los negocios sucios de Moreno no tendrá más remedio que aceptar el ultimátum imperial y acogerse a un “desempleo involuntario”, como decía Keynes. Pero, pese a su inutilidad y a los crímenes perpetrados durante la represión de las protestas populares Washington se encargará de esconderlo y protegerlo. Como lo hizo con otro asesino, Gonzalo Sánchez de Lozada y con tantos otros. En poco tiempo sabremos cual será el desenlace.

Evo, siempre vencedor

El neoliberalismo sufrió otra derrota en Bolivia, cuando el presidente Evo Morales fue reelecto con el 47,08 por ciento de los votos contra el 36,51 por ciento obtenido por Carlos Mesa, el candidato de Comunidad Ciudadana. El presidente le sacó una ventaja de 10.57 por ciento de los votos a su contrincante (más del 10 % que señala la legislación boliviana para declararlo ganador en primera vuelta) y pese a que no hubo ninguna denuncia concreta de fraude sino tan sólo gritos y aullidos de la oposición, ésta exige que se proceda a convocar al balotaje.

Quienes manejan desde Estados Unidos a los enemigos de Evo en Bolivia cuentan con la previsible connivencia de la OEA y algunos desastrados gobiernos de la región como los de la Argentina de Macri, Brasil, Chile, Colombia. Dicen que las irregularidades habidas en la transmisión y difusión del escrutinio (explicada convincentemente por las autoridades bolivianas) unido lo exiguo de la diferencia obtenida por Evo (pero por encima del 10%, por supuesto) obliga a proceder de tal manera.

Si este fuera el caso, estos virtuosos vestales de la democracia deberían ordenar sin más dilaciones la anulación de la elección presidencial de 1960 en Estados Unidos, cuando John F. Kennedy aventajó a Richard Nixon por 0.17 centésimos (49.72 versus 49.55 %) y Nixon fue investido como presidente sin enfrentar reclamo alguno.

Mesa, que perdió por una diferencia de 10.57 por ciento, haría bien en llamarse a silencio. No lo hará, porque en un prodigio de adivinación (que, por supuesto, le salió mal) había anticipado su victoria y que desconocería otro resultado que no fuera ese, como corresponde a un demócrata “made in the USA”: Si gano, la elección fue limpia; si pierdo, hubo fraude. Nada nuevo: la derecha jamás creyó en la democracia, mucho menos en estas latitudes, y está de modo irresponsable llamando a la desobediencia civil y promoviendo desmanes para “corregir” el resultado que le fuera negado por las urnas.

Evo, en un gesto que lo enaltece, desafió a la OEA a que realice un peritaje íntegro del proceso y que si encuentra evidencia de fraude, convocaría de inmediato al balotaje. Será inútil, pero igual el capataz Almagro enviará una misión a Bolivia para agitar el avispero y entorpecer la labor del gobierno. Desgraciadamente habrá gente que morirá o sufrirá graves heridas a causa de los disturbios que ocasionará esa misión.

Claro está que los movimientos sociales de Bolivia no van a permitir que una victoria de más de diez puntos obligue a un balotaje o empine como ganador al perdedor. Además, no es un dato menor que ya los gobiernos de México y el nuevo de Argentina reconocieron el triunfo de Evo, al igual que los de Cuba, Nicaragua y la República Bolivariana de Venezuela. En suma: la restauración del neoliberalismo en Bolivia parece haberse frustrado de nueva cuenta, por más esfuerzos que hagan el imperio y sus lugartenientes locales.

Los Fernández derrotan a Macri

En línea con este marco regional signado por un generalizado clima ideológico de repulsa al neoliberalismo imperante, en la Argentina la experiencia neoliberal de Mauricio Macri fue repudiada en las urnas. Ampliamente, porque lo que hubo el 27 de octubre no fue la primera vuelta de una elección presidencial. Ésta, en realidad, tuvo lugar el 11 de agosto, en las PASO (elecciones primarias, abiertas, simultáneas y obligatorias) y allí las distintas alianzas políticas midieron sus fuerzas.

Dado que en esa ocasión quedó demostrado que sólo Mauricio Macri poseía los votos como para desafiar el poderío electoral del Frente de Todos, el presidente atrajo las preferencias de electores de derecha que en las PASO habían optado por otras candidaturas (Juan José Gómez Centurión o José Luis Espert, y algunos de Roberto Lavagna) y probablemente con un segmento mayoritario de la mayor afluencia ciudadana que concurrió a los comicios este domingo.

De todos modos quedan algunas incógnitas de difícil resolución y que despiertan cada vez más fundadas suspicacias sobre el genuino veredicto de las urnas. Por ejemplo, el hecho de que la fórmula Fernández–Fernández sólo hubiera acrecentado su caudal electoral en unos 250,000 votos, disminuyendo su gravitación porcentual con relación a las PASO en casi un uno y medio por ciento es difícil de entender. Sí que su rival lo acrecentase, pero que lo hiciera en 2,350,000 votos y casi siete y medio por ciento provoca. por lo menos una cierta curiosidad.

Es obvio que el macrismo se benefició con la fuga de votos hacia su candidatura, pero su crecimiento luce como excesivo al igual que el muy poco que experimentó el Frente de Todos en un contexto de profundización de la crisis económica como la vivida por la Argentina en los últimos dos meses.

Otro misterio de la aritmética electoral lo ofrece el paradero de los 900,000 votos obtenidos en las PASO por las dos candidaturas presidenciales del trotskismo y que se redujeron a poco más de 550,000 el domingo pasado. ¿Qué ocurrió con esos 350,000 votos faltantes? ¿se evaporaron, votaron a Macri? Son demasiadas interrogantes que no podremos resolver aquí pero que alimentan la sospecha de que pudo haber habido un muy sofisticado fraude informático que seguramente será descubierto en cuanto se termine el escrutinio definitivo de los comicios.

De todos modos, más allá de estas disquisiciones, los casi ocho puntos porcentuales que separan a Fernández de Macri (que pueden acrecentarse cuando se conozcan los datos definitivos) son, para un balotaje, una diferencia muy significativa. Recuérdese que en la segunda vuelta de la elección presidencial de 2015, Macri se impuso a Daniel Scioli por dos puntos y medio, 2.68 % según el escrutinio definitivo.

Lo cierto es que la ardua tarea de reconstruir a la economía y sanar las profundas heridas que el macrismo dejó en el tejido social, sólo será posible abandonando las recetas del neoliberalismo. Éste ocasionó en la Argentina la crisis más grave de su historia, peor aún que el traumático desplome de la Convertibilidad en el 2001. Será como remontar una empinada cuesta, porque Macri deja al país en profunda recesión, acribillado por la inflación y un desempleo de dos dígitos, con casi cuarenta por ciento de gente en la pobreza y una deuda descomunal y a corto plazo, nada menos que con el FMI. Pero los estallidos sociales de Chile y Ecuador son un elocuente disuasivo para desalentar a quien quiera aconsejar al nuevo presidente que lo que hay que hacer es emular los logros del neoliberalismo tal cual se conocieran en Chile.

El uribismo y el Frente Amplio

No podría concluir esta mirada panorámica sobre la agonía del neoliberalismo en Latinoamérica, sin mencionar el serio revés sufrido el domingo pasado por esta corriente ideológica en las elecciones regionales de Colombia. En ese país, el autodenominado Centro Democrático (que no es ni lo uno ni lo otro, sino una derecha radical y visceralmente antidemocrática), partido al que pertenecen Álvaro Uribe y el actual presidente Iván Duque, sufrió una dura derrota en la disputa librada en las dos principales ciudades del país, Bogotá y Medellín. En ambas se impuso la oposición de centro izquierda y el uribismo sólo prevaleció en dos de las 32 gobernaciones de Colombia. Si bien es prematuro anticipar previsión alguna acerca de lo que podría acontecer en las elecciones presidenciales de 2022, lo cierto es que si algo no se esperaba en Colombia era un tropiezo tan contundente de la derecha ultraneoliberal en aquellas ciudades. Una señal muy positiva, sin dudas.

Tampoco podría poner fin a estas líneas sin compartir en este caso la preocupación que genera el proceso electoral en el Uruguay, en cuya primera vuelta el candidato del Frente Amplio y ex intendente de Montevideo, Daniel Martínez, obtuvo un 39,2 % de los votos contra el 28,6 % de Luis Lacalle Pou, del conservador Partido Nacional. Esto pronostica una reñida contienda en el balotaje que tendrá lugar el próximo 24 de noviembre, porque las restantes fuerzas políticas de la derecha han comprometido su apoyo a Lacalle Pou, incluyendo a la desgraciada novedad de la política uruguaya: el “bolsonarismo” encarnado en el partido Cabildo Abierto liderado por el ex Comandante del Ejército Nacional Guido Manini Ríos, ardiente opositor a cualquier pretensión de revisar los casos de violación de los derechos humanos perpetrados por la dictadura en Uruguay y duro crítico de toda la legislación progresista aprobada por el Frente Amplio a lo largo de quince años de gobierno.

No está todo perdido, pero quedan sólo cuatro semanas para persuadir al electorado del Uruguay que elegir un gobierno neoliberal en momentos en que esa corriente se desbarranca en medio de tremendas convulsiones sociales –en Chile, en Ecuador, en Haití y antes en México, con el triunfo de López Obrador– condenaría a ese país a internarse en un sendero que terminó en un rotundo fracaso en todos los países de la región. Sería ingenuo pensar que lo que produjo un holocausto social sin precedentes en México, luego de 36 años (1982–2018) de cogobierno FMI–PRI–PAN; o la gravísima crisis que azota a la Argentina y la debacle que devora a Chile y Ecuador pueda dar nacimiento a un resultado virtuoso en la nación rioplatense. Mucho tendrá que trabajar el Frente Amplio para hacer que sus compatriotas observen con cuidado a la escena regional y extraigan sus propias consecuencias.

Lo muerto, muerto está

Ponemos punto final a esta mirada panorámica sobre las vicisitudes de la agonía y muerte del neoliberalismo en América Latina. Lo muerto, muerto está, pero lo que brotará de sus cenizas no es fácil de discernir.

Será dictado, como todos los procesos sociales, por los avatares de la lucha de clases, por la clarividencia de las fuerzas dirigentes del proceso de reconstrucción económica y social; por su audacia para hacer frente a toda clase de contingencias y preservar la preciosa unidad de las fuerzas políticas y sociales democráticas y de izquierda; por su valentía para desbaratar los planes y las iniciativas de los personeros del pasado, de los guardianes del viejo orden; por la eficacia con que se organice y concientice al heteróclito y tumultuoso campo popular para enfrentar a sus enemigos de clase, al imperio y sus aliados, al capitalismo como sistema, que cuenta con enormes recursos a su disposición para conservar sus privilegios y continuar con sus exacciones.

Será una tarea hercúlea, pero no imposible. Se avecinan “tiempos interesantes” y preñados de grandes potencialidades de cambio. La incertidumbre domina la escena, como invariablemente sucede en todos los puntos de inflexión de la historia. Pero donde hay una certeza absoluta es que ya más nadie en Latinoamérica podrá engañar a nuestros pueblos, o pretender ganar elecciones diciendo que “hay que imitar al modelo chileno”, o seguir los pasos del “mejor alumno” del Consenso de Washington. Esto fue lo que por décadas recomendaron –en vano, visto el inapelable veredicto de la historia– el antes locuaz y ahora silente Mario Vargas Llosa, junto a la pléyade de publicistas del neoliberalismo que imponían con prepotencia sus falacias y sofismas gracias a su privilegiada inserción en los oligopolios mediáticos y aparatos de propaganda de la derecha.

Pero esto ya es pasado. Y no cometeremos la imbecilidad de pretender hacer gala de una inverosímil “neutralidad” o de buenos modales a la hora de despedir a esta corriente ideológica en sus exequias deseándole que “descanse en paz”, como se hace con quienes dejaron una huella virtuosa en su paso por este mundo. Lo que diremos en cambio es: “¡vete al infierno, maldita, a purgar por los crímenes que tú y tus mentores han perpetrado!”.

Argentina: Una elección difícil entre la soberanía y un retorno al pasado colonial

por Dmitry Pavlenko, especialmente para News Front

Las estructuras globalistas controladas por Estados Unidos y Washington están tratando de evitar la victoria de los patriotas de izquierda en las elecciones en Argentina

Dos semanas después, el 27 de octubre de 2019, se realizarán elecciones presidenciales en Argentina. Diez personas aspiran al puesto de jefe de Estado, pero la lucha principal se desarrollará entre el actual presidente del país, el líder de la coalición liberal «Juntos por el cambio» Mauricio Macri y el candidato del bloque de centro-izquierda «Frente para Todos» (Frente de Todos) Alberto Fernández.

Durante las elecciones primarias celebradas el 11 de agosto de 2019, el candidato de la oposición Fernández obtuvo una victoria aplastante con más del 47% de los votos. El actual presidente, Macri, obtuvo un poco más del 32%. Para ganar la primera ronda de la etapa principal de las elecciones, el candidato a la presidencia necesita obtener más del 45% de los votos o más del 40%, siempre que la brecha con el segundo lugar supere el 10%.

La victoria en las elecciones presidenciales en Argentina de la oposición Fernández causó un verdadero pánico en las estructuras globalistas controladas por Estados Unidos y Washington. Los prestamistas mundiales, a quienes Macri le asignó el país, comenzaron a presionar activamente a Argentina para evitar la venganza izquierdista. El día después de que se publicaron los resultados de las primarias, el tipo de cambio del peso nacional cayó un 30%, comenzó la salida de capital del país. Todo tipo de expertos financieros, que representan al equipo de servicio del FMI, comenzaron a hablar sobre el hecho de que Argentina está esperando otro incumplimiento en toda regla.

Entonces, ¿qué preocupaba a los globalistas?

El opositor Alberto Fernández es un ex primer ministro de Argentina y miembro del Partido Peronista, cuyo líder es la ex presidenta Christina Kirchner. En las elecciones de 2015, Kirschner, quien ocupó la presidencia por dos períodos seguidos, no tenía derecho a postularse, y su nominado Daniel Sioli perdió un ligero margen en la segunda vuelta ante el protegido, neoliberal y líder de bloque de los EE. UU.

«Cambiemos» Mauricio Macri, quien había servido anteriormente como alcalde de Buenos Aires durante ocho años.

Lo que trajo el macrismo a la Argentina
La política interna y externa de Macri era fundamentalmente diferente de las políticas de sus predecesores, los cónyuges Nestor y Christina Kirchner. El rechazo de las medidas proteccionistas en la economía, la abolición de los aranceles a la exportación, la reducción de muchos programas sociales para la población, la alta inflación, un aumento de las tarifas eléctricas de 4 a 6 veces, la devaluación de la moneda nacional, un aumento de la tasa clave al 70%, todo esto arrojó a la tercera economía en América Latina En un estado de profunda recesión, causó un empobrecimiento catastrófico de la población y un aumento de la tensión política y social.

La situación se agravó al esclavizar la dependencia del FMI, que en 2018 aprobó la concesión de un préstamo de $ 57 mil millones a Argentina. Uno de los países más ricos del mundo, como resultado de las reformas neoliberales, se encontró en la posición de un mendigo con la mano extendida. Sin embargo, los fondos que podrían utilizarse para revivir la economía nacional, los argentinos no vieron. Los tramos recibidos se destinaron a las cuentas de inversionistas y acreedores extranjeros, lo que condujo al país aún más al abismo económico y al agujero de la deuda.

En política exterior, Macri abandonó el curso soberano de Kirchner, quien se caracterizó, entre otras cosas, por las relaciones amistosas con Rusia, a favor de la dependencia neocolonial absoluta de los Estados Unidos. Los estadounidenses recibieron no solo preferencias económicas en forma de libre acceso al mercado argentino y el derecho a comprar los activos más valiosos, sino también una oferta generosa en forma de despliegue de tres bases militares en el territorio del país, en la provincia de Neuquen, donde se encuentran los depósitos de gas de esquisto, en la provincia de Misiones, en la frontera con Brasil y Paraguay, así como en Tierra del Fuego, desde donde se brinda una oportunidad verdaderamente única para ejercer el control sobre el Estrecho de Magallanes y la Antártida. Esto sin mencionar el hecho de que Buenos Aires se convirtió en un participante activo en el «grupo de Lima» latinoamericano organizado por Washington,

Fernández, en caso de su victoria en las elecciones, ya ha anunciado su disposición a retirar a Argentina del «grupo de Lima» pro estadounidense y junto con

México y Uruguay abogan por una resolución pacífica del conflicto en Venezuela a través del diálogo entre el legítimo presidente Maduro y la oposición. Los países amigos de Venezuela, incluidos Rusia, China y Cuba, respaldan esta opinión.

“Argentina debería estar entre los países que quieren ayudar a los venezolanos a encontrar una salida. Estar en el «grupo Lima» contradice esto «, dijo Fernández en una reunión con el candidato presidencial de Uruguay del Frente Amplio de centro izquierda, Daniel Martínez.

También promete abolir las reformas impopulares del mercado y estimular la economía aumentando el gasto social en salarios y pensiones. Al mismo tiempo, Fernández tiene la intención de mantener un presupuesto equilibrado y evitar un incumplimiento previsto.

Quiere decir que tales iniciativas no causan entusiasmo en Washington, donde todavía se sigue la doctrina Monroe, consideran a América Latina como su «patio trasero» y perciben cualquier frente por parte de los políticos latinoamericanos como una amenaza para su seguridad nacional.

Regresa Kirschner: cómo se hizo realidad la pesadilla de Washington

Sin embargo, el propio Fernández parece ser una figura bastante flexible, bajo la cual, bajo ciertas condiciones, puede presionarlo, hacer que obedezca las reglas del juego establecidas por el jugador global y, por lo tanto, desacreditar a todos los herederos ideológicos de Juan Domingo Perón. El pánico de los globalistas es que, junto con Fernández, está la insumergible Christina Kirchner, en la que Argentina realizó con éxito un curso socialmente orientado y, lo más importante, soberano, dirigido a proteger los intereses estatales, apoyando al productor nacional y la protección social para los pobres. En política exterior, el país mantuvo estrechas relaciones con los gobiernos de izquierda de Venezuela, Bolivia, Ecuador y Brasil, y mantuvo relaciones amistosas con Rusia y China.

Ejemplos típicos de cooperación ruso-argentina fueron la cooperación en el campo de la energía nuclear y la firma de un memorando entre Gazprom y la Corporación Nacional de Petróleo y Gas del Estado argentino sobre la participación de la compañía rusa en el desarrollo de los campos de petróleo y gas argentinos. También en 2014

Putin y Kirchner lanzaron la transmisión las 24 horas de la versión en español de Russia Today. Dos años después, el nuevo gobierno de Macri, para complacer a sus patrocinadores estadounidenses, detuvo la transmisión gratuita de RT, que en Washington se considera «el portavoz principal de la propaganda rusa».

No se pueden decir algunas palabras sobre la posición de Christina Kirchner sobre la reunificación de Crimea con Rusia. Argentina se abstuvo en la votación de la ONU sobre el no reconocimiento del referéndum de Crimea. Al mismo tiempo, Kirchner condenó a Occidente por doble rasero, trazando paralelos con la situación en torno a las Islas Malvinas (Malvinas), que son reconocidas como el territorio de ultramar de Gran Bretaña.

Si Fernández gana, Christina Kirchner asumirá el cargo de vicepresidenta, lo que garantiza al menos un retorno parcial al kirchnerismo en la economía y el rechazo del papel del títere estadounidense en la política exterior.

No es casualidad que durante la presidencia de Kirchner y los últimos cuatro años, cuando los peronistas fueron a la oposición, los medios controlados por los neoliberales denunciaron activamente a Kirchner, acusándola de corrupción y todos los pecados posibles. WikiLeaks publicó documentos curiosos: cuando Macri era el alcalde de la capital, tenía estrechos vínculos con el establecimiento estadounidense y exigía una presión externa más activa sobre el gobierno de Kirchner por parte de sus patrocinadores. En particular, en enero de 2010, en una conversación con el ex embajador de Estados Unidos en Buenos Aires, Macri se quejó de lo «demasiado blando», en su opinión, de la actitud de Washington hacia el gobierno argentino y pidió ayuda para demonizar a Kirchner.

Para desacreditar a la ex presidenta, privándola de inmunidad senatorial, seguida de encarcelamiento o al menos una prohibición de actividades políticas contra Christina Kirchner, se inició un proceso penal (siguiendo el ejemplo de la ex presidente de Brasil Lula da Silva, que también es objetable para los estadounidenses). El mismo Macri en uno de sus discursos acusó a su predecesor de haberle dejado un «legado pesado». Es cierto que Kirschner no buscó palabras en su bolsillo e invitó al neoliberal a devolverle esta herencia.

Estados Unidos listo para sumir a Argentina en el caos para evitar otra derrota geopolítica
Y ahora Washington y sus instituciones financieras globales bajo su control están organizando una intervención directa en las elecciones argentinas para evitar la victoria del tándem Fernández-Kirchner, lo que significará la próxima derrota geopolítica de Estados Unidos en América Latina después del golpe fallido en Venezuela y el comienzo del fin del llamado «giro a la derecha», proporcionando la hegemonía de los Estados Unidos en la región.

Por lo tanto, no es casualidad que Trump ya haya expresado su apoyo demostrativo a Macri en su confrontación política con los peronistas. Cabe esperar que los llamados «fondos buitre» estadounidenses, que compran deudas argentinas y luego a través de los tribunales estadounidenses que exigen su reembolso inmediato sin demora y reestructuración, se unan activamente a la presión externa. En 2014, una situación similar ya era la causa del incumplimiento técnico. Ahora, cuando Argentina se encuentra en un estado de dependencia crítica del FMI, esto podría resultar en consecuencias financieras, económicas y políticas mucho más graves para el país y su soberanía.

“Podemos esperar que si Alberto Fernández y Christina ganan, el FMI arreglará una obstrucción completa para Argentina. El país se encontrará en un bloqueo financiero «, dijo Valentin Katasonov, Doctor en Economía.

Los intentos de Estados Unidos de implementar el escenario venezolano sin el reconocimiento de los resultados electorales y los intentos de mantener con fuerza las palancas del gobierno en manos de los títeres pro-estadounidenses no deben descartarse.

Deseamos que los argentinos no sucumban a la presión externa, resistan todas las pruebas con honor y defiendan su derecho a implementar un curso soberano.

 

Elecciones en Argentina: Macri, el FMI, su megalomanía y sed de poder

Christine Lagarde, Managing Director of the International Monetary Fund (IMF) and Argentina's President Mauricio Macri talk during a ceremony at the Atlantic Council in New York

por Oficina de la Información Soviética

Mauricio Macri, tras la aplastante derrota sufrida en las elecciones Primarias el pasado 11 de agosto, a manos de la dupla conformada por el candidato presidencial Alberto Fernández y la vicepresidencia, Cristina Fernández (que obtuvieron un 47,1% de los sufragios contra un 32,48%) Como también, asignar la culpa de todos los males que afectan a Argentina, no sólo al gobierno anterior presidido por la propia Cristina Fernández, sino que también organizar una campaña del miedo ante la posibilidad, que en las elecciones del 27 octubre próximo triunfe ampliamente el binomio de Alberto Fernández y Cristina Fernández.

Tal eventualidad aterroriza a la organización política que acoge a Macri y sus aliados, no sólo porque hecha por el suelo el sueño derechista de afianzarse en la conducción del país sino también porque pone en peligro, el seguir favoreciendo los intereses empresariales ligados a sus familiares y sobre todo, tener que responder políticamente, frente al millonario préstamo solicitado al Fondo Monetario internacional (FMI) por 57 mil millones de dólares . El gobierno argentino ya recibió 44.000 millones de dólares del programa a tres años acordado en 2018, que seguramente será revisado en plazos y condiciones por el próximo gobierno, si los pronósticos se concretan respecto al posible triunfo de Macri en las elecciones presidenciales

Macri, a pesar de cifras que permiten catalogar a su gobierno como uno de los peores en Argentina en los últimos 30 años, con un manejo económico deficiente, catastrófico. Una Argentina con un futuro difícil, que deberá asignar responsabilidades frente a un manejo político y económico escaso de luces, en un país cuya sociedad no merece seguir sometido a gobiernos mediocres.

 

La Coordinadora Simón Bolívar con Lula libre

L'immagine può contenere: 1 persona, testoAl Pueblo De Venezuela,

Al Gobierno Bolivariano de Venezuela,

A los Pueblos y Gobiernos del Mundo,

A los Medios de Comunicación Nacionales e Internacionales,

A la Opinión Pública Nacional e Internacional,

Al Mundo entero,

Hermanos y Hermanas:

La Coordinadora Simón Bolívar, se solidariza con el camarada, amigo y ex presidente Luis Ignacio Lula da Silva, ante el arbitrario e injusto fallo del Tribunal Supremo de Justicia de Brasil el cual tiene como fin último impedir la voluntad del pueblo, en su lucha por la retoma del poder de las fuerzas populares y revolucionarias de ese país.

Rechazamos contundentemente la orden de prisión contra el ex presidente Lula, es un atropello jurídico porque la Constitución brasileña y las convenciones internacionales vigentes en Brasil, rechazan que una persona sea detenida sin que sean agotados todos los recursos ante las instancias competentes del sistema judicial, este es un ejemplo de como el sistema democrático esta en decadencia, generando desde el golpe parlamentario un estado de facto no democrático, violador de los derechos humanos.

Todos estos elementos enmarcados en la estrategia imperial de retomar el continente latinoamericano y debilitar la propuesta social y política de la izquierda en América Latina, hoy más que nunca los pueblos en lucha rechazamos cualquier intento de militarización, criminalización y desaparición de las y los dirigentes revolucionarias en Brasil como manera de someter la voluntad de su pueblo.

Junto a los movimientos del mundo desde la tierra de Bolívar y Chávez pedimos reiteradamente el respeto a la participación y la sindéresis; el cumplimiento de los derechos humanos y políticos que en el actual momento se ven vulnerados.

Nuestra solidaridad al pueblo brasileño, a las organizaciones y movimientos sociales, y con todo el vigor y la ternura revolucionaria al compañero Lula.

Desde la Coordinadora Simón Bolívar manifestamos en carta abierta que “La solidaridad es la ternura de los pueblos”.

Con Bolívar y Chávez, decimos ¡a la carga!

Desde Venezuela, Tierra de Libertadores, a 525 años del inicio de la Resistencia Antiimperialista en América, y a 207 años del inicio de Nuestra Independencia,

Suscribe:

La Coordinadora Simón Bolívar, una Organización de Base, Revolucionaria, Solidaria, Internacionalista, Indigenista, Popular y Socialista.

Simón Bolívar e la Carta di Giamaica tra i banchi di scuola

WhatsApp Image 2019-06-11 at 17.21.39(1)di Romina Capone

Passano i secoli ma le idee del Libertador sono sempre attuali. L’incontro ha visto impegnato il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Napoli e gli studenti di quarta I ed L del liceo Scentifico Artuto Labriola. Il tema: La carta di Giamaica. Tra le mura di Palazzo Reale, presso la Biblioteca Nazionale di Piazza del Plebiscito – sezione Venezuela per il ciclo di incontri tematici.

WhatsApp Image 2019-06-11 at 17.21.40

La Carta di Giamaica è una missiva di risposta redatta da Simón Bolívar il 29 Agosto 1815 in Giamaica come risposta ad Henry Cullen. Una lettera considerata a tutti gli effetti un vero e proprio saggio politico-economico e sociale. In essa el libertador venezuelano risponde dettagliatamente, alle provocazioni del commerciante giamaicano; con minuziosa cura espone la situazione politica di tutta l’America Latina e la sottomissione spagnola. Possiamo affermare che con questa lettera si innesca il processo denominato Rivoluzione Bolivariana; processo che è ancora vivo. 

Simón Bolívar nel 1815 rivendicava quei princìpi fino ad allora violati dalle barbarie degli spagnoli: libertà, uguaglianza, fratellanza. In Europa, si lottava per gli stessi ideali. A trentadue anni denunciava l’imperialismo e cercava a gran voce un sistema repubblicano per il proprio paese.  Lungimirante confronta la situazione dell’America Latina con quella degli altri popoli del mondo e osserva la passività in cui si trova sommerso il continente prigioniero da molto tempo dal dominio spagnolo.  Un popolo quello campesino martoriato. Uomini, donne e bambini trucidati, decapitati ed impalati come trofei di guerra. Simón Bolívar voleva tagliare il cordone ombelicale da una madre infetta. Voleva che ogni paese del continente fosse unito sotto un’unica lingua e un’unica cultura. Ogni nazione doveva avere un proprio governo, organizzato, competente e repubblicano, dove fossero rispettati e riconosciuto i diritti dell’Uomo a tutte le razze.

WhatsApp Image 2019-06-11 at 17.21.39Bolívar analizza la situazione politica del Rio de la Plata in Argentina, del Cile, del Perù fino a quella della Nuova Granada. Viene passata in rassegna con la disamina che la rivoluzione ha di trionfare. Esso ha una visione continentale della guerra di indipendenza ed è evidente la volontà di generalizzare il problema a tutta l’America Latina la cui unità è il fine ultimo di tutta la sua strategia. La Carta di Giamaica contiene anche un implicito appello all’Inghilterra, all’epoca prima potenza marittima del mondo ed in piena espansione commerciale; si pensava fosse la più interessata a stringere rapporti economici e quindi la più interessata alla libertà delle colonie spagnole. Già nella prima metà dell’800 Bolívar comprende la necessità di un  riequilibro del mondo per un futuro migliore.

 

Trump gioca con il fuoco

L’unico Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela si chiama Nicolás Maduro Moros

(Partito Comunista del Venezuela)

di Atilio A. Boron

L’imperatore ha emesso il suo úkase (editto) e benedetto come presidente Juan Guaidó, un signor nessuno della politica venezuelana, sconosciuto alla stragrande maggioranza della popolazione, ma costruito, “pret a porter” dai media e dagli esperti di marketing statunitensi, nelle ultime due settimane. Dopo l’uscita di Trump, i governi che lavorano per trasformare i loro paesi in repubbliche neo-coloniali – Argentina, Brasile, Colombia, Paraguay, Honduras e persino l’ormai svilito Canada – si sono palesati in blocco per vedere chi fosse il primo a leccare gli stivali del magnate di New York.

Tutta questa assurdità giuridica, che sarebbe motivo di grasse risate se non fosse per il fatto che potrebbe finire in tragedia, ha la benedizione di Luis Almagro (a) “quanto mi danno per eliminare Maduro?” e, fino ad ora, il fragoroso silenzio del Segretario Generale delle Nazioni Unite, il portoghese António Gutierres che, da buon socialdemocratico, soffre del caratteristico tic dei suoi correligionari, che lo fanno girare dall’altra parte ogni volta che c’è qualche patate bollente in qualsiasi angolo del pianeta. Per questo, attraverso il suo portavoce, ha chiesto “negoziati politici inclusivi e credibili”, dimenticando, forse, che quei negoziati sono stati condotti con successo da José L. Rodríguez Zapatero nei dialoghi che si sono svolti a Santo Domingo e che al momento di apporre la loro firma ai laboriosi accordi raggiunti dai rappresentanti della “opposizione democratica” venezuelana hanno abbandonato il tavolo e hanno lasciato lo spagnolo da solo con la stilografica in mano. Probabilmente avevano ricevuto una chiamata da Álvaro Uribe, abituale galoppino della Casa Bianca, in cui trasmetteva l’ordine di Trump di interrompere il processo.

Il tentato colpo di stato, esaltato dal sicariato mediatico, incontrerà molte difficoltà. Non è la prima volta nella storia moderna del Venezuela che la Casa Bianca riconosce un presidente, tipo Pedro Carmona, che l’11 aprile 2002, durò appena 47 ore al governo per poi finire in prigione. Sarà diverso questa volta? Difficile da prevedere. Guaidó potrebbe rifugiarsi in un’ambasciata amica a Caracas e da lì rilasciare dichiarazioni che, tirando la corda, forzerebbero un confronto con gli Stati Uniti. Ad esempio, di fronte all’ordine del presidente Maduro a ché il personale dell’ambasciata americana lasci il paese entro le prossime 72 ore, il giullare dell’impero può dire loro di rimanere in Venezuela. Un’altra alternativa è che Gaudió si installi in qualche città al confine con la Colombia e da lì, con la benedizione di Trump, e dei fetidi rimasugli dell’OEA e le neo-colonie latinoamericane proclami una nuova repubblica, protetta dai “paramilitari” colombiani e dal narco-governo di Duque, Uribe e compagnia, per chiedere il riconoscimento internazionale del suo governo davanti all’OSA e all’ONU.

Ognuno di questi due scenari conferma per l’ennesima volta che se c’è qualcosa che né gli imperialisti né la destra venezuelana vogliono, è il dialogo e il rispetto delle regole del gioco democratico.  Chiaro è che entrambe le soluzioni puntano allo scontro, o applicando il modello libico o quello ucraino, diverso, ma simile per le migliaia di morti e le centinaia di migliaia di rifugiati prodotti in entrambi i paesi. Ma al di là delle fake news, le cose non saranno così facili per gli assalitori del potere presidenziale. La base di chavista è molto solida, e lo stesso si può dire delle forze armate bolivariane. Una “soluzione” militare richiederebbe un impopolare invio di truppe statunitensi in Venezuela, in un momento in cui alla Camera dei Rappresentanti sta prendendo forza il proposito di sottoporre Trump alla procedura d’impeachment. E se i 26.000 uomini inviati a Panama nel dicembre 1989 per catturare Noriega e controllare quella città dovettero combattere duramente per due settimane, contro un popolo indifeso e forze armate non equipaggiate, per raggiungere il loro obiettivo, l’opzione militare comporterebbe, nel caso del Venezuela, un enorme rischio di ripetere l’insuccesso di Playa Girón o, su larga scala, la guerra del Vietnam, oltre a destabilizzare la situazione militare in Colombia di fronte a un’impennata dell’attività della guerriglia. La bellicosità di Washington contro il Venezuela è una risposta alla sconfitta militare che gli Stati Uniti hanno subito in Siria dopo sei anni di enormi sforzi per rovesciare Basher al-Assad. 

D’altra parte non è un fatto secondario che paesi come la Russia, la Cina, la Turchia, l’Iran, il Messico, Cuba e la Bolivia hanno rifiutato di offrire il loro riconoscimento diplomatico al golpista. Questo conta sullo scacchiere della politica mondiale. Pertanto, non è da escludere che a Guaidó possa toccare lo stesso destino di Carmona.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Napoli 3dic2018: Atilio Borón, democrazia, sovranità e l’esempio latinoamericano

Il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana
del Venezuela a Napoli

Invita:

Incontro con Atilio Borón, prestigioso politologo e sociologo argentino

“Nuove Relazioni Internazionali: America Latina nella difesa della sua democrazia e sovranità”

Sede del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli. Via Agostino Depretis 102, 4to piano

Lunedì 03 dicembre 2018, Ore. 11.30

“No ha concluido el ciclo progresista en América Latina”

Sezione Stampa e Pubbliche Relazioni
Sección Prensa y Relaciones Públicas 
Indira Pineda Daudinot
convenap.prensa@gmail.com

Salerno 3dic2018: Atilio Borón – América Latina en la era Trump

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Sistemi elettorali distorti: dove vince e dove perde Hillary Clinton

trumpdi Alfredo A. Torrealba [i]

Fonte: aporrea.org

11nov2016.- La Clinton vince nella Gerrymandering, ma perde nella Mallapportionment

Costituisce davvero una sorpresa la vittoria di Donald Trump negli USA e nell’America latina? Per molti lo è! La campagna pubblicitaria portata avanti dai mezzi di comunicazione in lingua spagnola [compresi quelli in lingua italiana, N.d.T.] è stata, in modo incredibile, sproporzionatamente favorevole a Hillary Clinton, mentre faceva apparire come un “demone” a Trump. Invece in Europa, Oceania e Asia la vicenda si presentava in modo diverso. Qui i mass media hanno mantenuto una posizione più equilibrata e persino realista, al punto da prevedere che Trump difficilmente avrebbe perso le elezioni, nonostante lui “fosse in grado di scaricare un’arma contro la folla di qualche strada di New York”, come ebbe modo di dichiarare qualche mese fa. Ma al di là del gioco mediatico, esistono dei fattori di ordine tecnico-elettorale che spiegano politicamente alcune domande, in particolare una che è stata dibattuta in questi giorni: Perché la Clinton ha perso queste elezioni, dove ha investito 700 milioni di dollari, intanto che Trump ha investito solo circa 300 milioni? Per spiegare questa domanda è necessario soffermarsi su un fatto. Esaminando le fonti ufficiali si osserva che, difatti, la Clinton ha ottenuto 400 mila voti in più di Trump.

Sotto quest’aspetto non è improprio affermare che la Clinton ha vinto le elezioni con una “maggioranza semplice”. In altre parole, l’investimento da lei realizzato ha, in effetti, dato i risultati attesi, nonostante abbia votato il 57% dei 231.556.622 di cittadini nordamericani che hanno diritto al voto. Ma lei ha perso dovuto al sistema elettorale denominato “Collegio elettorale”, il quale rappresenta un sistema in cui i risultati non necessariamente devono coincidere con la maggioranza dei voti dei cittadini. Allo stesso modo, poiché il sistema di “Collegio elettorale” degli USA si basa in due sottosistemi elettorali definiti come “Gerrymandering [ii]” e “Malapportionment [iii]”, i quali ogni quattro anni modificano le “circoscrizioni originali” all’interno dei cinquanta stati dell’unione. Negli USA ogni elezione presidenziale merita una reimpostazione delle strategie elettorali, diversa a quelle precedenti.

Visto in questa maniera e svolgendo un’analisi “post mortem” di tipo elementare, si potrebbe asserire che la squadra tecnico-elettorale della Clinton ha conseguito un successo mirabile vincendo la battaglia sul piano della “Gerrymandering”, ma ha fallito su quello della “Melapportionment”. In secondo luogo, com’è d’abitudine, le vittorie sul campo della “Gerrymandering” dipendono in buona parte dall’uso di meccanismi e campagne elettorali distorte. L’acquisto di sondaggi prefabbricati è una pratica molto caratteristica.  Nonostante la popolazione statunitense ha iniziato a votare dal mese di settembre, in quella data già si sapeva che Trump era fornito di una certa leadership, i mezzi di comunicazione privati in lingua spagnola a livello mondiale cominciarono a produrre notizie “prive di fondamento” per dimostrare che Trump avrebbe perso.

Come se si volesse occultare il sole con un dito, i mass media erano riusciti nel loro intento a trasmettere questa sensazione di sconfitta che poi si è disfatta quando Trump ha vinto le elezioni. La vittoria di Trump ha provocato sconcerto e sorpresa in America latina, quando in realtà ciò non sarebbe dovuto accadere. Già da settembre si sapeva che Trump possedeva nei sondaggi un alto punteggio, ma la squadra della Clinton si mise subito all’opera nel finanziare e pagare qualunque cifra perché si costruissero delle prospettive da distribuire alle grandi agenzie di comunicazione latinoamericane con lo scopo di fabbricare notizie, sondaggi e contrattare a qualche cantante o attore latino affinché parlasse male di Trump e indebolisse il suo potere comunicativo, facendolo apparire come se fosse una sorta di entità del male. Era almeno questa la speranza moribonda che lo staff della Clinton vagheggiava. L’obiettivo era di istigare gli elettori latini dello stato della Florida per votare contro Trump, ma nemmeno lì, dove i mass media affermavano che egli era “il figlio di Satana”, la Clinton ha potuto vincere. In terzo luogo, la squadra di Trump ha fatto quello che qualsiasi altra squadra tecnico-elettorale avrebbe fatto. Lavorare nel campo della “Malapportionment”, dove il trucco consiste nel lasciare che il “nemico” raggiunga una sovra rappresentazione in alcuni stati, cioè, che ceda degli spazi per assicurarli ad altri più importanti.

Per questa ragione Trump non sentiva il bisogno di pagare i giornalisti né di investire in grandi campagne. E il risultato è stato quello, lo sfruttamento di una distorsione elettorale che si è imposta su di un’altra. In quarto luogo, bisogna indicare che grazie a questa semplice e naturale azione di assicurare l’arena della “Malapportionment”, Trump ha vinto per uno scandaloso margine di “voti elettorali”. Azione che è stata molto ben puntellata per via dello stile politico e per la sua estrema sincerità … potete essere sicuri che tutto quanto afferma riproduce in gran parte il sentimento del comune cittadino statunitense. E se lui ha asserito che “i messicani sono un problema” così come lo sono gli altri latini in USA, è perché più del 60% della popolazione di quel paese la pensa come lui. Inoltre lui è stato il primo che ha osato dire queste cose senza peli sulla lingua … di modo che la mia raccomandazione (in questa nuova tappa) è quella di ascoltare con attenzione quello che dice Trump, giacché lui vi spiegherà in maniera molto sintetica cosa pensa l’americano medio, volgare e spontaneo sui problemi che lo affliggono … e forse sarà per questo motivo che dubito che gli consentiranno di arrivare a finire i primi quattro anni di presidenza … realmente lo dubito …

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

________________________________

[i] Politologo, Master in Rapporti Internazionali, Dottore di Ricerca.

[ii]  Rappresenta un metodo ingannevole per ridisegnare i confini dei collegi nel sistema elettorale maggioritario (N.d.T.).

[iii] Qualsiasi sistema in cui un gruppo ha significativamente più influenza di un altro, come ad esempio quando i distretti di voto non sono equamente distribuiti tra una popolazione (N.d.T.).

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