Sistemi elettorali distorti: dove vince e dove perde Hillary Clinton

trumpdi Alfredo A. Torrealba [i]

Fonte: aporrea.org

11nov2016.- La Clinton vince nella Gerrymandering, ma perde nella Mallapportionment

Costituisce davvero una sorpresa la vittoria di Donald Trump negli USA e nell’America latina? Per molti lo è! La campagna pubblicitaria portata avanti dai mezzi di comunicazione in lingua spagnola [compresi quelli in lingua italiana, N.d.T.] è stata, in modo incredibile, sproporzionatamente favorevole a Hillary Clinton, mentre faceva apparire come un “demone” a Trump. Invece in Europa, Oceania e Asia la vicenda si presentava in modo diverso. Qui i mass media hanno mantenuto una posizione più equilibrata e persino realista, al punto da prevedere che Trump difficilmente avrebbe perso le elezioni, nonostante lui “fosse in grado di scaricare un’arma contro la folla di qualche strada di New York”, come ebbe modo di dichiarare qualche mese fa. Ma al di là del gioco mediatico, esistono dei fattori di ordine tecnico-elettorale che spiegano politicamente alcune domande, in particolare una che è stata dibattuta in questi giorni: Perché la Clinton ha perso queste elezioni, dove ha investito 700 milioni di dollari, intanto che Trump ha investito solo circa 300 milioni? Per spiegare questa domanda è necessario soffermarsi su un fatto. Esaminando le fonti ufficiali si osserva che, difatti, la Clinton ha ottenuto 400 mila voti in più di Trump.

Sotto quest’aspetto non è improprio affermare che la Clinton ha vinto le elezioni con una “maggioranza semplice”. In altre parole, l’investimento da lei realizzato ha, in effetti, dato i risultati attesi, nonostante abbia votato il 57% dei 231.556.622 di cittadini nordamericani che hanno diritto al voto. Ma lei ha perso dovuto al sistema elettorale denominato “Collegio elettorale”, il quale rappresenta un sistema in cui i risultati non necessariamente devono coincidere con la maggioranza dei voti dei cittadini. Allo stesso modo, poiché il sistema di “Collegio elettorale” degli USA si basa in due sottosistemi elettorali definiti come “Gerrymandering [ii]” e “Malapportionment [iii]”, i quali ogni quattro anni modificano le “circoscrizioni originali” all’interno dei cinquanta stati dell’unione. Negli USA ogni elezione presidenziale merita una reimpostazione delle strategie elettorali, diversa a quelle precedenti.

Visto in questa maniera e svolgendo un’analisi “post mortem” di tipo elementare, si potrebbe asserire che la squadra tecnico-elettorale della Clinton ha conseguito un successo mirabile vincendo la battaglia sul piano della “Gerrymandering”, ma ha fallito su quello della “Melapportionment”. In secondo luogo, com’è d’abitudine, le vittorie sul campo della “Gerrymandering” dipendono in buona parte dall’uso di meccanismi e campagne elettorali distorte. L’acquisto di sondaggi prefabbricati è una pratica molto caratteristica.  Nonostante la popolazione statunitense ha iniziato a votare dal mese di settembre, in quella data già si sapeva che Trump era fornito di una certa leadership, i mezzi di comunicazione privati in lingua spagnola a livello mondiale cominciarono a produrre notizie “prive di fondamento” per dimostrare che Trump avrebbe perso.

Come se si volesse occultare il sole con un dito, i mass media erano riusciti nel loro intento a trasmettere questa sensazione di sconfitta che poi si è disfatta quando Trump ha vinto le elezioni. La vittoria di Trump ha provocato sconcerto e sorpresa in America latina, quando in realtà ciò non sarebbe dovuto accadere. Già da settembre si sapeva che Trump possedeva nei sondaggi un alto punteggio, ma la squadra della Clinton si mise subito all’opera nel finanziare e pagare qualunque cifra perché si costruissero delle prospettive da distribuire alle grandi agenzie di comunicazione latinoamericane con lo scopo di fabbricare notizie, sondaggi e contrattare a qualche cantante o attore latino affinché parlasse male di Trump e indebolisse il suo potere comunicativo, facendolo apparire come se fosse una sorta di entità del male. Era almeno questa la speranza moribonda che lo staff della Clinton vagheggiava. L’obiettivo era di istigare gli elettori latini dello stato della Florida per votare contro Trump, ma nemmeno lì, dove i mass media affermavano che egli era “il figlio di Satana”, la Clinton ha potuto vincere. In terzo luogo, la squadra di Trump ha fatto quello che qualsiasi altra squadra tecnico-elettorale avrebbe fatto. Lavorare nel campo della “Malapportionment”, dove il trucco consiste nel lasciare che il “nemico” raggiunga una sovra rappresentazione in alcuni stati, cioè, che ceda degli spazi per assicurarli ad altri più importanti.

Per questa ragione Trump non sentiva il bisogno di pagare i giornalisti né di investire in grandi campagne. E il risultato è stato quello, lo sfruttamento di una distorsione elettorale che si è imposta su di un’altra. In quarto luogo, bisogna indicare che grazie a questa semplice e naturale azione di assicurare l’arena della “Malapportionment”, Trump ha vinto per uno scandaloso margine di “voti elettorali”. Azione che è stata molto ben puntellata per via dello stile politico e per la sua estrema sincerità … potete essere sicuri che tutto quanto afferma riproduce in gran parte il sentimento del comune cittadino statunitense. E se lui ha asserito che “i messicani sono un problema” così come lo sono gli altri latini in USA, è perché più del 60% della popolazione di quel paese la pensa come lui. Inoltre lui è stato il primo che ha osato dire queste cose senza peli sulla lingua … di modo che la mia raccomandazione (in questa nuova tappa) è quella di ascoltare con attenzione quello che dice Trump, giacché lui vi spiegherà in maniera molto sintetica cosa pensa l’americano medio, volgare e spontaneo sui problemi che lo affliggono … e forse sarà per questo motivo che dubito che gli consentiranno di arrivare a finire i primi quattro anni di presidenza … realmente lo dubito …

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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[i] Politologo, Master in Rapporti Internazionali, Dottore di Ricerca.

[ii]  Rappresenta un metodo ingannevole per ridisegnare i confini dei collegi nel sistema elettorale maggioritario (N.d.T.).

[iii] Qualsiasi sistema in cui un gruppo ha significativamente più influenza di un altro, come ad esempio quando i distretti di voto non sono equamente distribuiti tra una popolazione (N.d.T.).

Brescia 4nov2016: Dove va l’America Latina?

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Bergamo 3nov2016: America Latina, quale futuro?

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Venezuela: dalla fuga dei cervelli all’asilo politico

venezueladi Alfredo A. Torrealba – http://www.aporrea.org

Qui di seguito si presenta un breve riassunto composto di dieci idee generali concernenti l’evoluzione del significato di “Fuga dei Cervelli” in Venezuela. Il documento è stato sviluppato in questo modo, poiché negli ultimi anni “l’informazione tascabile”, ovvero succinta, è diventata più popolare “di quella approfondita”.

  1. Originariamente il termine “Fuga dei Cervelli” sorse in Messico agli inizi del XX secolo. In quell’occasione si faceva riferimento al fatto che la manodopera qualificata delle istituzioni dell’America Latina lasciava il posto di lavoro per farsi assumere nelle ditte private. Alcuni politici e pensatori messicani si resero conto di questa tendenza, interpretandola come un allontanamento dettato da fattori quali i bassi salari o dai benefici se confrontati con quelli che offriva il settore privato. Quest’ultimo, infatti, perseguiva degli obiettivi di produzione e profitto ben precisi per sentire l’esigenza di annoverare tra le sue fila a figure di professionisti che svolgessero le diverse mansioni negli ambiti industriale, commerciale tecnologico e amministrativo.
  2. Il termine “Fuga dei Cervelli” giunse in Venezuela (fino a dove si è potuto appurare) agli inizi del decennio degli anni ’20 dello scorso secolo quando un gruppo di politici e pensatori fece notare la loro inquietudine sui giornali e i libri dell’epoca, riguardante la scarsità di manodopera giovane e qualificata nella regione centrale del paese. La maggior parte di questi giovani emigrava a Caracas, la capitale del paese, alla ricerca di migliori opportunità come conseguenza dei negoziati che si erano aperti con l’avvento del “boom” petrolifero. Inoltre in quegli anni e allo stesso modo che in Messico, la “Fuga dei Cervelli” colpiva ampi settori dell’amministrazione pubblica, ma con la differenza che questa non convergeva necessariamente solo verso il settore privato, ma vedeva coinvolto anche l’esercito venezuelano.
  3. Dal 1967 la “Fuga dei Cervelli” fu riscoperta dalla comunità accademica nordamericana come un vero e proprio problema, definendola “Brain drain”. Da allora questo tema è diventato d’attualità negli scenari politici e nei mezzi di comunicazione di tutta l’America Latina, poiché viene descritto come un processo d’emigrazione che coinvolge professionisti e scienziati con titolo universitario che si sposta verso altri paesi, principalmente spinti dalla mancanza di opportunità di sviluppo nei settori della ricerca, per motivi economici o per conflitti politici nel loro paese di origine e che, in genere, si caratterizza come senza ritorno. Nonostante questo processo è maggiormente presente nei paesi in via di sviluppo, in molti casi si manifesta nei paesi industrialmente sviluppati, dovuto a fattori come differenze salariali o impositive.
  4. Dal 1971 la “Fuga dei Cervelli” in Venezuela si associa con l’idea che sempre con maggiore frequenza gli studenti venezuelani e i professionisti neolaureati se ne vanno altrove per cercare un futuro migliore. Questa tendenza si è mantenuta fino agli inizi degli anni ottanta quando la parità di cambio tra bolívar e dollaro rese possibile a un’ampia fascia di venezuelani di spostarsi principalmente verso l’America del Nord e l’Europa. Tuttavia anche se molti venezuelani decisero di andare a un altro paese con i propri mezzi, in questo periodo la principale rampa di lancio erano le istituzioni del governo venezuelano. L’espansione delle ambasciate e dei consolati, lo sviluppo di PDVSA e di alcune banche nazionali rese possibile a molte famiglie venezuelane di stabilirsi all’estero con un certo successo, fino a che nel 1983 sopraggiunse la svalutazione del bolívar, segnando la fine dell’era del “Venezuela Saudita”.
  5. Dal 1987 la “Fuga dei Cervelli” diventa una questione di classe. L’elevato costo dei biglietti di viaggio, il soggiorno all’estero, così come le nuove imposizioni politiche contro gli emigranti adottate dai governi dell’Europa e dell’America settentrionale, rese difficile alla classe media alta e bassa venezuelana di raggiungere l’obiettivo di uscire o rimanere all’estero. Perciò le famiglie con grandi risorse economiche erano le uniche che potevano finanziare i propri familiari all’estero. Contemporaneamente in quest’epoca in tutta l’America Latina fa presa il paradigma che studiare e vivere all’estero era sinonimo di successo, progresso e qualità della vita.
  6. Dal 1990 fino al 2010 il numero di venezuelani deportati in tutto il mondo è in progressivo aumento. Impossibilitati di provvedere al proprio sostentamento all’estero, sono respinti per diversi motivi: droga, prostituzione (maschile e femminile), furti, evasione fiscale, truffe, irregolarità, così come per aver incappato nel commercio di matrimoni combinati in Europa e in America del Nord, ecc.
  7. Dal 1993 e fino al 2010 un cospicuo numero di venezuelani residenti all’estero per sopravvivere inizia a lavorare nel settore dei servizi, svolgendo lavori a bassa remunerazione. Parrucchieri, spazzini, benzinai, cassieri, venditori, ecc., sono le attività più comuni dei nostri “talenti” per evitare le deportazioni.
  8. Tra il 1998 e il 2001 quasi il 91% dei venezuelani emigrati nel decennio degli anni settanta, ottanta e novanta era tornati in Venezuela perché deportati, per altre ragioni o emigrati in un altro paese. In questo stesso periodo lo Stato venezuelano smette di essere il principale trampolino dei venezuelani. Organizzazioni internazionali, ditte private e università a livello mondiale iniziano a pubblicare su Internet le loro offerte, offrendo o domandando servizi e lavori ai latinoamericani. Condizione che non è stata sprecata da alcuni soggetti delle classi alte, medie o medio basse del Venezuela. In questa maniera, a partire del 2001, sempre più venezuelani cominciano a interessarsi a cercare fortuna all’estero con l’appoggio dei servizi offerti da Internet.
  9. Parallelamente, nel 2003, si avvia una forte emigrazione di venezuelani all’estero per ragioni politiche e con lo sviluppo del mercato dell’asilo e del rifugio politico a livello internazionale. Da quella data alcune “Organizzazioni Non Governative” (ONG) in America Latina, iniziano a offrire i loro servizi per consentire agli emigranti di poter viaggiare agli Stati Uniti o in Europa, in qualità di rifugiati o richiedenti asilo. Ad esempio, gruppi politici avversi al governo venezuelano si avvalsero del Colpo di Stato del 2002 figurando come perseguitati politici al cospetto di alcuni paesi europei e dell’America del Nord. Questi paesi concessero l’asilo politico o lo status di rifugiato a centinaia di venezuelani i quali, a loro volta, percepivano aiuti statali o governativi che oscillavano tra gli 800 e i 5.000 dollari mensili, senza obbligo di lavoro o dichiarazione dei redditi. Con questo meccanismo ne hanno beneficiati anche i loro familiari più stretti. Dato che questo sostentamento si percepiva con la qualifica del “richiedente asilo o rifugiato politico” e grazie alle facilità amministrative del paese che concedeva questi diritti, numerosi venezuelani in alcuni di questi paesi diedero vita a delle ONG con l’obiettivo di aiutare a emigrare ad altri venezuelani come se fossero dei perseguitati politici. Per raggiungere questo scopo, le ONG offrivano svariati servizi: la pubblicazione retribuita di false notizie nella stampa nazionale, dossier politici, false denunce non dichiarate, avvocati, ecc. In questo modo i beneficiati che non avevano mai avuto un percorso politico riuscivano a emigrare e ottenere lo status di richiedente asilo o di rifugiato politico. Questa condizione giuridica gli consentiva se non altro di avere diritto di vivere per otto mesi in uno di questi paesi, percependo un salario minimo e, poi, di ottenere un lavoro, oppure sussistere con quanto offerto da alcune ONG caritative.
  10. Tra il 2010 e il 2013 i dati del CNE annunciavano che circa 45 mila venezuelani erano legalmente registrati nei consolati del Venezuela a livello mondiale. Ciò consentiva loro non solo di esercitare il diritto al voto, ma potevano anche dar prova di essere “legali” in quel paese. Parallelamente, per difetto, gli altri 750 mila venezuelani che vivevano all’estero (la cifra dei venezuelani all’estero non ha mai superato i 900 mila) si trovavano in qualità di turisti o in condizioni d’illegalità nel paese ospitante. Altri si segnalavano come richiedente asilo o rifugiato, con residenza temporanea, sposati, o con un rapporto apolitico nei confronti del governo venezuelano in vista di ottenere una nuova cittadinanza. In questo stesso periodo si calcola che 121 milioni di dollari sono entrati in Venezuela a titolo di rimessa familiare, il che significa che pressappoco 45 mila venezuelani inviavano denaro alle loro famiglie in Venezuela. Una cifra molto di sotto i 21 miliardi di dollari che ogni anno riceve il Messico per le stesse ragioni. Infine nel 2012 l’incremento delle deportazioni di giovani e donne venezuelane per prostituzione raggiunse cifre record in Europa, America Centrale e Sudamerica. In modo particolare in Spagna, dove la prostituzione online dei nostri “talenti” viene denominata “scorts”.

Per finire, la “Fuga dei Cervelli” in Venezuela è una realtà che non dovrebbe destare tanto allarme, giacché giudicando gli indici di deportazioni, inevitabilmente, la stragrande maggioranza dei venezuelani dovrà tornare a casa controvoglia.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Il vitello d’oro è stato trasformato in maiale

funny-pigdi Antonio Aponte e Toby Valderrama

elaradoyelmar.blogspot.com

Che il governo socialdemocratico voglia persistere a inciampare sulla stessa pietra, realmente meraviglia. E costituisce uno sgarbo nei confronti dei governanti e del popolo umile, e anche una condanna del chavismo che, inerte, assiste al proprio annichilimento.

Sommersi da una crisi di cui nemmeno le persone più anziane serbano memoria, il governo glissa sulle proprie responsabilità e in questo modo liquida ogni possibilità di rettifica; se il modo in cui agisce il governo è corretto, allora perché bisogna cambiare, la colpa ricadrà su altri, al “maialino” espiatorio o alla testa di turco che in passato non risolse nulla, ma almeno riuscì a tranquillizzare l’anima dei peccatori. I colpevoli si possono chiamare impero, borghesia diffusa e nemica di come si conduce l’economia, o possono essere quelli che ora sono bollati come “traditori”, che più che traditori tendono a essere i colpevoli di tutti i mali.

È proprio così, il governo attraversa questa crisi senza macchiarsi il vestito, non può essere imputato di nulla, non sbaglia mai, tutto quello che dice e fa è giusto, il male si trova da un’altra parte, al suo esterno. Tutto questo sarebbe una furbata da governanti se non fosse perché questo tipo di comportamento ci conduce verso il caos, verso il fascismo. Analizziamolo più da vicino.

L’errore nel quale incorre il governo è che nel campo dell’economia non vede altro che il materiale, lo stomaco. In questa forma la politica solo si riduce a chi somministra, a chi è il migliore fornitore. Il cuore, l’idealismo non sono presi in considerazione, in questa maniera l’economia perde la sua metà, la metà più importante, quella decisiva, l’anima, lì dove tutto finisce e tutto inizia.

Quando la fornitura materiale è fallita, quando il vitello d’oro ha smesso di essere tale, ci siamo accorti che in un paese di fornitori e consumatori insaziabili l’etica è quella del mercenario. Il governo, che non possiede altro da offrire, mente; la menzogna diventa una merce di produzione industriale, la consumano gli umili disposti all’ingenuità. Ma l’ingenuità e la menzogna sono una miscela esplosiva per tutti quei governi che un giorno si vedono abbandonati, senza più un appoggio attivo, perendo nelle mani dei nuovi fornitori che offrono promesse che sono consumate dagli ingenui e tutto continua fino a quando non giunge di nuovo il benessere per ricominciare la danza intorno al vitello d’oro, che poi finisce nel lamento del “maialino” che si è rubato l’oro.

Questo ciclo cupo: vitello-maialino/benessere—lamento/consumo-lagnanza è stato rotto da un Comandante che aveva capito che la cosa più fondamentale non è il materiale, il quale solo serve per seguire l’ideale, per sostituire i lupi con i fratelli. Un Comandante che ha scelto di essere Cristo e non Rockefeller, di essere Bolívar e non Boulton, che si è giocata la vita per una Rivoluzione che presentiva fosse infinita. Ma il Cristo è stato nuovamente crocifisso e il ciclo è riapparso e con lui la menzogna che per l’umile ora è meno attendibile. Ma si sospetta che laggiù nel fondo esistono dei dirigenti che possono, vogliono, rompere nuovamente questo ciclo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

La crisis y la izquierda latinoamericana

por Emir Sader*

ALAI AMLATINA, 22feb2016.- Se puede decir que hay dos izquierdas en América Latina y que ambas padecen de crisis, cada una a su manera. Una es la que llegó a los gobiernos, empezó procesos de democratización de las sociedades y de salida del modelo neoliberal y que hoy se enfrenta a dificultades –de distinto orden, desde afuera y desde adentro– para dar continuidad a esos procesos. La otra es la que, aun viviendo en países con continuados gobiernos neoliberales, no logra siquiera constituir fuerzas capaces de ganar elecciones, llegar al gobierno y empezar a superar el neoliberalismo.

La izquierda posneoliberal ha tenido éxitos extraordinarios, aún más teniendo en cuenta que los avances en la lucha contra la pobreza y la desigualdad se han dado en los marcos de una economía internacional que, al contrario, aumenta la pobreza y la desigualdad. En el continente más desigual del mundo, cercados por un proceso de recesión profunda y prolongada del capitalismo internacional, los gobiernos de Venezuela, Brasil, Argentina, Uruguay, Bolivia y Ecuador han disminuido la desigualdad y la pobreza, han consolidado procesos políticos democráticos, han construido procesos de integración regional independientes de Estados Unidos y han acentuado el intercambio Sur-Sur.

Mientras que las otras vertientes de la izquierda, por distintas razones, no han logrado construir alternativas a los fracasos de los gobiernos neoliberales, de las cuales los casos de México y de Perú son los dos más evidentes, mostrando incapacidad, hasta ahora, de sacar lecciones de los otros países, para adaptarlas a sus condiciones específicas.

¿En qué consiste la crisis actual de las izquierdas que han llegado al gobierno en América Latina? Hay síntomas comunes y rasgos particulares a cada país. Entre ellos están la incapacidad de contrarrestar el poder de los monopolios privados de los medios de comunicación, aun en los países en los que se ha avanzado en leyes y medidas concretas para quebrar lo que es la espina dorsal de la derecha latinoamericana. En cada uno de esos países, en cada una de las crisis enfrentadas por esos gobiernos, el rol protagónico ha sido de los medios de comunicación privados, actuando de forma brutal y avasalladora en contra de los gobiernos, que han contado con éxitos en su gestión y un amplio apoyo popular.

Los medios han ocultado los grandes avances sociales en cada uno de nuestros países, los han censurado, han tapado los nuevos modelos de vida que los procesos de democratización social han promovido en la masa de la población. Por otro lado, destacan problemas aislados, dándoles proyecciones irreales, difundiendo incluso falsedades, con el propósito de deslegitimar las conquistas logradas y la imagen de sus líderes, sea negándolas, sea intentando destacar aspectos secundarios negativos de los programas sociales.

Los medios han promovido sistemáticamente campañas de terrorismo y de pesimismo económico, buscando bajar la autoconfianza de las personas en su propio país. Como parte específica de esa operación están las sistemáticas denuncias de corrupción, sea a partir de casos reales a los que han dado una proporción desmesurada, sea inventando denuncias por las cuales no responden cuando son cuestionados, pero los efectos ya han sido producidos. Las reiteradas sospechas sobre el accionar de los gobiernos producen, especialmente en sectores medios de la población, sentimientos de crítica y de rechazo, a los que pueden sumarse otros sectores afectados por esa fabricación antidemocrática de la opinión pública. Sin ese factor, se puede decir que las dificultades tendrían su dimensión real, no serían transformadas en crisis políticas, movidas por la influencia unilateral que los medios tienen sobre sectores de la opinión pública, incluso de origen popular.

No es que sea un tema de fácil solución, pero no considerar como un tema fundamental a enfrentar es subestimar el nivel en que la izquierda está en mayor inferioridad: la lucha de las ideas. La izquierda ha logrado llegar al gobierno por el fracaso del modelo económico neoliberal, pero ha recibido, entre otras herencias, la hegemonía de los valores neoliberales diseminados en la sociedad. “Cuando finalmente la izquierda llegó al gobierno, había perdido la batalla de las ideas”, según Perry Anderson. Tendencias a visiones pre-gramscianas en la izquierda han acentuado formas de acción tecnocráticas, creyendo que hacer buenas políticas para la gente era suficiente como para producir automáticamente conciencia correspondiente al apoyo a los gobiernos. Se ha subestimado el poder de acción de los medios de información en la conciencia de las personas y los efectos políticos de desgaste de los gobiernos que esa acción promueve.

Un otro factor condicionante, en principio a favor y luego en contra, fue el relativamente alto precio de los commodities durante algunos años, del que los gobiernos se aprovecharon no para promover un reciclaje en los modelos económicos, para que no dependieran tanto de esas exportaciones. Para ese reciclaje habría sido necesario formular y empezar a poner en práctica un modelo alternativo basado en la integración regional. Se ha perdido un período de gran homogeneidad en el Mercosur, sin que se haya avanzado en esa dirección. Cuando los precios bajaron, nuestras economías sufrieron los efectos, sin tener como defenderse, por no haber promovido el reciclaje hacia un modelo distinto.

Había también que comprender que el período histórico actual está marcado por profundos retrocesos a escala mundial, que las alternativas de izquierda están en un posición defensiva, que de lo que se trata en este momento es de salir de la hegemonía del modelo neoliberal, construir alternativas, apoyándose en las fuerzas de la integración regional, en los Brics y en los sectores que dentro de nuestros países se suman al modelo de desarrollo económico con distribución de renta, con prioridad de las políticas sociales.

En algunos países no se ha cuidado debidamente el equilibrio de las cuentas públicas, lo cual ha generado niveles de inflación que han neutralizado, en parte, los efectos de las políticas sociales, porque los efectos de la inflación recaen sobre asalariados. Los ajustes no deben ser trasformados en objetivos, pero si en instrumentos para garantizar el equilibrio de las cuentas públicas y eso es un elemento importante del éxito de las políticas económicas y sociales.

Aunque los medios de información hayan magnificado los casos de corrupción, hay que reconocer que no hubo control suficiente de parte de los gobiernos del uso de los recursos públicos. El tema del cuidado absoluto de la esfera pública debe ser sagrado para los gobiernos de izquierda, que deben ser los que descubran eventuales irregularidades y las castiguen, antes de que lo hagan los medios de información. La ética en la política tiene que ser un patrimonio permanente de la izquierda, la transparencia absoluta en el manejo de los recursos públicos tiene que ser una regla de oro de parte de los gobiernos de izquierda. El no haber actuado siempre así hace que los gobiernos paguen un precio caro, que puede ser un factor determinante para poner en riesgo la continuidad de esos gobiernos, con daños gravísimos para los derechos de la gran mayoría de la población y para el destino mismo de nuestros países.

Por último, para destacar algunos de los problemas de esos gobiernos, el rol de los partidos en su condición de partidos de gobierno nunca ha sido bien resuelto en prácticamente ninguno de esos países. Como los gobiernos tienen una dinámica propia, incluso con alianzas sociales y políticas con la centro izquierda, en varios casos, esos partidos deberían representar el proyecto histórico de la izquierda, pero no han logrado hacerlo, perdiendo relevancia frente al rol preponderante de los gobiernos. Se debilitan así la reflexión estratégica, más allá de las coyunturas políticas, la formación de cuadros, la propaganda de las ideas de la izquierda y la misma lucha ideológica.

Nada de eso autoriza a hablar de “fin de ciclo”. Las alternativas a esos gobiernos están siempre a la derecha y con proyectos de restauración conservadora, netamente de carácter neoliberal. Los gobiernos posneoliberales y las fuerzas que los han promovido son los elementos más avanzados que la izquierda latinoamericana dispone actualmente y que funcionan también como referencia para otras regiones de mundo, como España, Portugal y Grecia, entre otros.

Lo que se vive es el final del primer periodo de la construcción de modelos alternativos al neoliberalismo. Ya no se podrá contar con el dinamismo del centro del capitalismo, ni con precios altos de las commodities. Las clave del paso a un segundo período tienen que ser: profundización y extensión del mercado interno de consumo popular; proyecto de integración regional; intensificación del intercambio con los Brics y su Banco de Desarrollo.

Además de superar los problemas apuntados anteriormente, antes que todo crear procesos democráticos de formación de la opinión pública, dar la batalla de las ideas, cuestión central en la construcción de una nueva hegemonía en nuestras sociedades y en el conjunto de la región.

Hay que construir un proyecto estratégico para la región, no solo de superación del neoliberalismo y del poder del dinero sobre los seres humanos, sino de construcción de sociedades justas, solidarias, soberanas, libres, emancipadas de todas las formas de explotación, dominación, opresión y alienación.

* Emir Sader, sociólogo y científico político brasileño, es coordinador del Laboratorio de Políticas Públicas de la Universidad Estadual de Rio de Janeiro (UERJ).

 

Frei Betto y el descuido en la formación ideológica

por Al Mayadeen

29 Enero 2016, Resumen Latinoamericano /Al Mayadeen/.- Para el fraile dominico brasileño, Frei Betto, una de las causas principales de los retrocesos en gobiernos progresistas en América Latina es el descuido en la formación ideológica de la sociedad.

A su juicio, no se trata de un fenómeno nuevo ni propio del continente, pues ya se había dado en la antigua Unión Soviética y en el resto de Europa del Este.

Durante su participación en la II Conferencia Internacional Con todos y para el bien de todos, dedicada a José Martí, Betto defendió esos criterios a la luz del pensamiento político y antimperialista martiano.

Señaló que la región avanzó mucho en los últimos años, se logró elegir jefes de Estado progresistas, conquistar conexiones continentales importantes como la alianza bolivariana, Celac, Unasur, pero se cometieron errores.

Precisó que uno de ellos fue descuidar la organización popular, el trabajo de educación ideológico y “allí entra en juego José Martí porque él siempre se preocupó por el trabajo ideológico”, agregó.

Según el teólogo de la liberación, los retrocesos en una sociedad desigual significan que hay una permanente lucha de clases. “No podemos engañarnos, pues no se garantiza el apoyo popular a los procesos dando al pueblo sólo mejores condiciones de vida, porque eso puede originar en la gente una mentalidad consumista”, aseveró.

El problema está -afirmó Betto- en que no se politizó a la nación, no se hizo el trabajo político, ideológico, de educación, sobre todo en los jóvenes, y ahora la gente se queja porque ya no puede comprar carros o pasar vacaciones en el exterior.

En su opinión, hay un proceso regresivo porque no se ha desarrollado una política sostenible, no hay una reforma estructural, agrarias, tributarias, presidenciales, políticas. “Encauzamos una política buena pero cosmética, carente de raíz, sin fundamentos para su sustentabilidad”.

Al referise a Brasil, espera que no pase lo peor, el regreso de la derecha al poder. Según su análisis, eso depende mucho de Dilma en los próximos dos o tres años. “Pero lamentablemente, por lo pronto, no hay señal de que va a cambiar la política económica que hace daño a los más pobres y favorece a los más ricos”, afirmó.

Aseveró que el consumismo y la corrupción están matando la utopía en pueblos de nuestra América, como Argentina y otros, porque -señaló- la gente no tiene perspectivas de sentido altruista, solidario, revolucionario, de la vida, se va hacia el consumismo, y eso afecta toda perspectiva socialista y cristiana, que es desarrollar en la gente valores solidarios. “La solidaridad es el valor mayor tanto del socialismo como del cristianismo”, subrayó.

Betto insistió en que en eso radica la falla en gobiernos progresistas. En su opinión no se hizo un trabajo de base, de formación ideológica de la gente.

Agregó que la educación para el amor, para la solidaridad, es un proceso que hay que desarrollar pedagógicamente, y como eso no se cuidó desde un primer momento, ahora se afrontan las consecuencias lamentablemente.

Al abordar el proceso de distopía, es decir, los intentos de presentar la utopía como algo del pasado, reiteró que en los países como Brasil o Venezuela, los gobiernos se equivocaron al creer que garantizar los bienes materiales equivalía a garantizar condiciones espirituales, y no es así.

Betto -en el caso de Cuba- expresó que el gobierno revolucionario, que ha hecho un trabajo ideológico de educación política con el pueblo, ha sido demasiado paternalista.

Explicó que la gente ha mirado a la revolución como “una gran vaca que le da leche a cada boca”, pero con eso no se moviliza a la gente para un trabajo más efectivo en la consolidación ideológica relacionada, por ejemplo, con la producción agrícola e industrial.

Consideró que, aunque admite poder equivocarse, la dependencia de la Unión Soviética llevó a Cuba a acomodarse un poco, y hoy importa del 60 al 70 por ciento de productos especiales de consumo y eso convirtió prácticamente en una nación que exporta servicios médicos, educadores, profesionales e importa turistas para conseguir más divisas.

Educación política, participación, compromiso efectivo con la lucha, adecuación de la teoría y la práctica, es lo correcto y ahí están los ejemplos de Martí, de Fidel Castro que han vivido dentro del monstruo, como el caso de Martí, y el de Fidel que proviene de una familia latifundista y se convirtió en revolucionario.

¿Qué pasó en la conciencia de José Martí y de Fidel Castro, quienes tenían la oportunidad de hacerse un lugar en la burguesía, pero tuvieron una dirección evangélica para los pobres y asumieron la causa de la liberación?, se preguntó.

La respuesta es la que va a indicarnos el camino que vamos a seguir para evitar que el futuro de América Latina sea de nuevo un lugar de mucha desigualdad, de mucha pobreza, porque corremos el riesgo de ser de nuevo neocolonia de Estados Unidos y de Europa Occidental.

Enfatizó que no es fácil vivir en un mundo en el que el neoliberalismo proclama que la utopía está muerta, que la historia ha terminado, que no hay esperanza ni futuro, que el mundo siempre va a ser capitalista, que siempre va a haber pobres, miserables, y ricos, y que, como en la naturaleza, siempre va a haber día y noche y eso no se puede cambiar.

Betto señaló que la derecha se une por interés, y la izquierda por principios, y cuando la izquierda pierde los principios. Y agregó: Cuando la izquierda viola el horizonte de los principios y va por los intereses, le hace el juego a la derecha.

La tarea de la izquierda es movilizarse en la línea de una alta formación política y por ese camino es que debemos trabajar, sentenció.

Sobre las restablecimiento de relaciones diplomáticas entre Cuba y Estados Unidos, expresó que la Isla debe lograr cómo establecer buenas relaciones con Estados Unidos y administrar bien la suspensión del bloqueo sin tornarse vulnerable a la seducción capitalista.

Mostró su preocupación cuando ve a los jóvenes cubanos irse del país para aprovechar la ley de ajuste porque es señal de que la gente está corriendo contra el tiempo para tornarse ciudadano de Estados Unidos, “porque en el momento en que termine el bloqueo esa ley va abajo”. Pero Cuba tiene que preguntarse por qué jóvenes formados en la revolución quieren ser ciudadanos de Estados Unidos?

“El peligro que hay aquí, dice, es que la revolución la ven esos jóvenes como un hecho del pasado y no un desafío del futuro, y cuando la gente la ve como un hecho del pasado ya mira las cosas no por sus valores, por su horizonte revolucionario, sino por el consumismo”.

El socialismo, aseguró, ha cometido el error de socializar los bienes materiales, y no socializó suficientemente los bienes espirituales, porque un pequeño grupo podía tener sueños de cosas distintas que se podían hacer, y los demás los han tenido que aceptar.

“El capitalismo lo hizo al revés, socializó los sueños para privatizar los bienes materiales… Y ahí llega el sufrimiento de los jóvenes que ponen en su vida cuatro cosas: dinero, fama, poder y belleza, y cuando no alcanzan ninguno de esos parámetros van siempre a los ansiolíticos, las drogas, viene la frustración de los falsos valores, la cual viene siempre desde donde hemos puesto nuestra expectativa”, concluyó.

Mentre l’aquila va a caccia di mosche, la crisi aumenta

venezuela

di Aram Aharonian* – rebelion.org

Il Venezuela è sommerso da una crisi ostinata e il sistema politico è bloccato, voltando le spalle alla stessa, la quale continua ad aumentare senza trovare risposte. Nel frattempo il presidente Nicolás Maduro è occupato a cacciare mosche nella sua ininterrotta guerra dei microfoni, quando invece la gente è lì ad aspettare che si trovino soluzioni alla scarsità di cibo, medicinali, ecc., all’inflazione, all’insicurezza. (Alcuni sostengono che la frase sia di Seneca, altri invece di Platone, ma chi l’ha resa popolare è stato Hugo Chávez: “L’aquila non va a caccia di mosche”).

C’è chi sostiene che esiste, di fatto, una certa forma di coabitazione nel paese, ma la realtà è che le fazioni che si contendono la guida della società, quella del governo e quella dell’opposizione, sembrano mancare di capacità – o interesse- per giungere a un accordo. Soprattutto quando l’autoproclamata Mesa de la Unidad Democrática (MUD), che raggruppa alla variopinta opposizione, ribadisce la sua promessa di espellere al presidente Nicolás Maduro dalla presidenza prima della metà di quest’anno.

I settori accademici di destra sono del parere che pian piano si sta costruendo un consenso il cui scenario più probabile e favorevole per cominciare a superare la crisi e aprire una transizione democratica deve passare attraverso la rinuncia di Maduro. Dello stesso parere è il segretario generale della MUD, Chúo Torrealba, il quale ha indicato che il primo passo è che il mandatario si metta da parte e consenta l’esecuzione di “un’uscita pacifica, costituzionale, elettorale, democratica e concordata dalla crisi”. Ha aggiunto che “Bisogna consentire che il Venezuela abbia un nuovo governo che inspiri fiducia al mondo e che possegga potere di convocazione sul piano interno”.

E il governo segue paralizzato, erratico, inoperoso (nonostante gli sforzi del vicepresidente dell’Esecutivo – Aristóbulo Istúriz- aperto al dialogo), diluito in incontri che convocano altri incontri e annuncia i prossimi annunci che mai arrivano, in balia ai canti di sirena della via capitalista e a soluzioni neoliberali, ma avviluppato nel recente ricordo della via al socialismo indicata da Hugo Chávez. Non solo sembra erratico, ma appare anche vuoto d’ideologia nello scontro con la MUD e la maggioranza oppositrice dell’Assemblea Nazionale.

La sociologa Maryclen Stelling ha segnalato che in questa congiuntura si sta potenziando la logica bellica della politica costruita intorno all’amico-nemico e fondata sulla dicotomia verità assoluta – errore assoluto. La dinamica del confronto tra i poteri, basata sulla concezione bellica della politica, danneggia la convivenza, il modo in cui affrontare la crisi multidimensionale che soffre il paese e, inoltre, le eventuali soluzioni pacifiche che dovrebbero essere sottoscritte in un clima di dissenso democratico.

Si tratta di stabilire i termini per una coabitazione di cui non sono abituati e sul come organizzarla nelle attuali circostanze, dove non sono accettate le idealizzazioni di approssimazioni consensuali. Si tratta di una convivenza fattibile e realista all’interno del confronto permanente che ha caratterizzato gli ultimi tre lustri, la quale si definirà quando si verrà a sapere a quale dei settori corrisponde l’egemonia. Non esistono spazi per un governo congiunto e men che meno per un’agenda unica.

La coabitazione sembra impossibile quando persiste la crisi economica e – parallelamente- la reticenza governativa d’introdurre dei cambi nella macroeconomia. Nel frattempo l’opposizione pubblicizza come irrevocabile la decisione di espellere a Maduro nei primi sei mesi dell’anno, un’iniziativa che difficilmente si potrà realizzare mediante l’impiego di mezzi legali.

Istúriz ha indicato che la guerra economica si fonda sull’attacco alla moneta – cappeggiato dal sito web, Dolar Today-, la distribuzione del cibo che è a carico dei privati e la caduta violenta del prezzo del petrolio, originata da fattori geopolitici che cercano di minare l’economia delle nazioni che difendono la propria sovranità.

“Dobbiamo fare un salto da un modello economico basato sulla rendita a un modello economico produttivo, abbiamo dei problemi perché non possediamo più una valuta come una volta, dobbiamo ragionare sull’importazione, dobbiamo unirci, da soli non ce la faremo, abbiamo bisogno della collaborazione di tutti i settori”, ha segnalato il vicepresidente. Tuttavia ha riconosciuto che il governo nazionale “non è stato capace” di risolvere problemi come le code, la scarsità di cibo e l’inflazione.

Julio Escalona ha avvertito che anche se in certa qual misura il petrolio è stato statalizzato, i principali profitti sono nelle tasche del capitale transnazionale; l’incremento delle entrate produce importazioni che distruggono la produzione interna, svalutano il bolívar, dollarizzano l’economia venezuelana, danneggiano la bilancia dei pagamenti, generano esportazione di capitali, indebitamento, inflazione. Un feticcio moltiplicatore dei conti bancari all’estero che rende più forte il dominio del capitale nella misura in cui siamo più dipendenti dal petrolio e gli imprenditori negoziano per continuare ad accumulare maggiori quantità di dollari.

Nonostante si sia aperto il dialogo con il settore produttivo, non ci sono progressi sul tavolo del dialogo politico. L’opposizione non dà segnali di avanzare nelle proposte, al di là di sbarazzarsi di Maduro e per quanto possibile (l’idea di un colpo di stato continua a ruotare intorno alle teste di non pochi, anche se bisogna avere l’appoggio delle forze armate) salvaguardando l’immagine della democrazia borghese: mediante una rinuncia o tramite un referendum revocatorio che non sembra nemmeno molto facile da realizzare.

Dall’egemonia alla “crisi umanitaria”

Antonio Gramsci aveva stabilito una differenziazione tra dominio – coercitivo- ed egemonia, di carattere culturale, ideologico, etico e spirituale. Mentre l’egoismo rappresenti il motore della società e il popolo conservi il culto dello Stato e le forme di coercizione statale siano dominanti, l’egemonia la possiede la borghesia, osserva il politologo Leopoldo Puchi.

La crisi avanza e non ci sono risposte. Le soluzioni acquisiscono carattere d’emergenza e all’interno della democrazia borghese il macchinario è del tutto bloccato.

Una situazione per nulla normale diventa normale, il linguaggio bellico diventa naturale. La nuova maggioranza nell’Assemblea nazionale disegna una strategia fondata sul confronto dei poteri e, più che un’apertura al dialogo, il parlamento si consolida come spazio di confronto e forza d’urto.

Quella stessa Assemblea che ha rifiutato il decreto d’emergenza economica del governo ha dichiarato l’esistenza di una “crisi umanitaria”. E’ la stessa cosa? Assolutamente no. Non si tratta di un problema semantico. Un anno fa il generale statunitense John Kelly, capo del Comando Sud, dichiarava ai quattro venti che quotidianamente pregava per “il popolo venezuelano” e si faceva garante che gli Sati Uniti sarebbero intervenuti solo se si dichiarasse una “emergenza umanitaria”. Per lo meno Kelly non è più al Comando Sud, ma altri lo stavano aiutando in quell’affermazione per avallare l’ingerenza esterna.

L’offensiva dell’opposizione continua a essere capeggiata dai mass media. L’editoriale del quotidiano EL Nacional, “¡Good Bye, Nicolás!”, è una chiamata al golpe. L’anticastrista, Fausto Masó, sulle pagine dello stesso giornale indicava che “Il governo è aiutato dall’inerzia e dalla mancanza di decisione dei suoi avversari, i quali non vanno oltre l’unità elettorale dello scorso dicembre, verso quella che dovrebbe essere una decisiva azione politica. Ciò arriverà più presto che tardi e allora entreremo in una nuova fase, si apriranno nuove porte”.

Perché e per chi si apriranno le porte?.

 

* Aram Aharonian è Magister in Integrazione, giornalista e docente uruguaiano, fondatore di Telesur, direttore dell’Osservatorio sulla Comunicazione e la Democrazia, presidente della Fondazione per l’Integrazione Latinoamericana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Roque Dalton: quando i poveri faranno le leggi

roque_dalton1da Tatuy Televisión Comunistaria

Una poesia di Roque Dalton che rivela con nitidezza il ruolo della legalità nell’ambito della lotta di classe 

Affermava il Comandante Chávez in relazione a questa poesia: “In questa nostra lotta mi vedo obbligato a cedere la parola al grande poeta rivoluzionario, martire salvadoregno, Roque Dalton (…) Non è forse compito dei poeti renderci più agevole il percorso? (…) lo sto dicendo in una maniera persino più edulcorata. Quando i poveri faranno le leggi svanirà la povertà. Stiamo percorrendo quella strada, verso il socialismo”.

Una poesia con un vigore sovversivo nel Venezuela odierno, dove si evidenzia con chiarezza la lotta di classe in un parlamento occupato nella sua maggioranza dai rappresentanti politici della borghesia venezuelana transnazionale.

 

Poesia XVI

 

Le leggi esistono perché le rispettino

i poveri.

Le leggi sono fatte dai ricchi

per mettere un po’ di ordine allo sfruttamento.

I poveri sono gli unici a rispettare le leggi

della storia.

Quando i poveri faranno le leggi

svaniranno i ricchi.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

(VIDEO) Mujica e l’avanzata della destra in America Latina

da lantidiplomatico

L’ex presidente uruguaiano, in un’intervista concessa a RT, ha parlato del processo di pace in Colombia, dei fenomeni globali come l’immigrazione e il terrorismo e, soprattutto, della recente avanzata della destra in America Latina.

L’ex presidente dell’Uruguay, José Mujica, ha rilasciato un’intervista esclusiva a RT durante la sua visita a Cuba. Durante la conversazione, Mujica ha parlato del nuovo governo di Mauricio Macri in Argentina e dell’ascesa della destra in America Latina, oltre ad altri temi di attualità della regione.
«La sinistra non riesce mai a trionfare completamente, perché neanche la destra riesce a farlo da nessuna parte», ha affermato il presidente uruguayano.
 
«La storia umana è un pendolo permanente tra il cambiamento, il passaggio verso l’uguaglianza, per la giustizia, ciò che intendiamo rappresentare come sinistra e l’altra faccia conservatrice, resistente  al cambiamento, entrambe però hanno la stessa patologia», ha spiegato.
 
Secondo lui, «la patologia dei conservatori reazionari è quella di cadere nel fascismo», mentre quella della sinistra è “l’infantilismo” e di “confondere i desideri con la realtà.”
 
«È presente in tutta la storia umana”, ha sottolineato l’ex presidente, che ha portato l’esempio le Indie, Epaminonda in Grecia, i Gracchi a Roma e Gesù. «Vedo questo pendolo quasi eterno», ha aggiunto.
 
Mujica ha anche condiviso le sue opinioni sul processo di pace in Colombia, i negoziati tra le delegazioni del governo ed i guerriglieri delle FARC che hanno avuto luogo a L’Avana.
 
L’ex presidente ha anche colto al volo l’opportunità per discutere di altre questioni rilevanti in tutto il mondo, come l’immigrazione, la crisi economica e il terrorismo, ed ha sottolineato la necessità di affrontare i problemi che riguardano l’ambiente in diverse parti del pianeta.

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Sconfitta tattica o strategica?

América Latina en Movimientodi Miguel Angel Núñez*

La riflessioni che seguono si riferiscono a una congiuntura all’interno della quale si colloca la sconfitta elettorale in Venezuela, il 6 dicembre 2015, che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa del processo rivoluzionario venezuelano. Più in generale, se guardiamo oltre i nostri confini, un pericolo imminente sembra gravare sulla stessa sopravvivenza del pianeta, delle società, della specie umana.

 

I principali distruttori del pianeta Terra continuano a imporre il proprio modello di dominio e a controllare la scena mediatica e i modelli educativi, culturali e politici, come i settori economici, finanziari e industriali. E in definitiva, impongono al mondo governi e stili di vita che finiranno per portarci a un suicidio collettivo. Il cammino verso un cambiamento di paradigma, per costruire un’altra società possibile, che dia risposta a queste sfide, sembra pieno di insormontabili ostacoli.

 

I recenti risultati, davvero frustranti, della Cop 21 sui cambiamenti climatici in Francia fanno presagire che il pianeta Terra continuerà a essere sottoposto a gravi prove ecologico-ambientali, che già si manifestano. Dobbiamo dunque prepararci a una nuova tappa.

 

Il lemma della Cop 21, «Trasformando il nostro mondo», e l’agenda 2030 per uno sviluppo economico sostenibile è quantomeno ingannevole. Non tiene conto del fatto che le risorse naturali del pianeta Terra sono limitate e che dunque è impossibile parlare di crescita economica infinita e al tempo stesso sostenibile. Sembra che non si riesca a tratte lezione da quanto già indagato, verificato, progettato e proposto; dati concreti come quelli sulle carestie e sulle gravi diseguaglianze sociali, sul deterioramento degli ecosistemi, sull’erosione dei suoli e la perdita della biodiversità sembrano non suscitare allarme a sufficienza.  Aggiungiamo a tutto questo il grave stress idrico, la contaminazione alimentare, le diverse implicazioni sociali e culturali legate all’estrattivismo di ogni tipo.

 

Quest’ultimo, l’estrattivismo, è il modello di sviluppo dominante nel mondo attuale. Lo sfruttamento irrazionale di ogni risorsa naturale, compreso l’essere umano. Si cerca così di aumentare la produttività, lo spreco totale, l’accumulazione mercantista-finanziaria e il consumismo. Ecco il modello che continua a imporci il trend globalizzato, in tutto il mondo. Da qui il risultato precario della Cop21. Sembra che ai governanti del mondo non importi il fatto che per mantenere il ritmo di crescita economica attuale, avremmo bisogno di consumare tre pianeti come la Terra.

 

Anche i risultati del dibattito sull’aumento della temperatura e sui cambiamenti climatici sono stati precari. E’ illusorio pensare di contenere l’aumento totale entro i 2°C da qui al 2100. Secondo il rapporto della PricewaterhouseCoopers, (PwC 2012), la diminuzione reale delle emissioni di CO2 nel 2011 è stata dello 0,8%. E lo studio spiega che, anche se questa passasse all’1,6% all’anno, nel 2100 la temperatura globale sarà cresciuta di 6°C. Con conseguenze devastanti per la vita sul pianeta.

 

Né si è tenuto conto dei danni associati a un aumento media di temperatura di 2°C – rispetto ai livelli preindustriali. Diversi esperti segnalano: «Non si sta facendo niente (…) per diminuire davvero le emissioni globali, che continuano a crescere. Si prevede una crescita rapidissima e sostenuta delle emissioni al ritmo del 6% all’anno, per quattro decenni, a partire dal 2013!» (Hansen e altri, 2013).

 

Questo modello globale, estrarre-produrre-consumare-sprecare-riscaldare-esaurire la vita sul pianeta Terra ha anche altre gravi conseguenze ideologiche, politiche e sociali. Certo, sono nate e cresciute proposte di progresso in diversi ambiti di società, per iniziare processi di superamento, mitigazione e adattamento alle tensioni ambientali e sociali e affermare un nuovo senso della vita diverso da quello che stiamo mettendo in discussione; ma è certo che molte di queste iniziative mostrano problemi di natura e contenuto.

 

Un esempio: nei primi 15 anni di questo secolo abbiamo celebrato i progressi nel campo dell’inclusione sociale in tanti paesi dell’America latina. Argentina, Bolivia, Brasile, Caraibi, Ecuador, Nicaragua, Venezuela. In diversi paesi, però, questi progressi sono stati congelati e su altri grava la spada di Damocle di un ritorno al passato. In alcuni paesi più che in altri la minaccia permanente di una corruzione «smisurata» delinea un rapporto causa-effetto, rispetto agli antivalori che questo senso globalizzato della vita ci ha imposto.  E quando si combinano l’impunità e l’incapacità di applicare politiche economiche e finanziarie adatte alle circostanze, si crea un brodo di coltura per la recrudescenza delle azioni delittuose e della corruzione.

 

In materia economica, il Venezuela del dicembre 2015 ha evidenziato una serie di problemi: l’enorme corruzione, l’impunità, e una notevole incapacità tecnico-politica quanto a direzionalità e razionalità economica. Nel riconoscere questa realtà, dobbiamo poi sottolineare le permanenti deviazioni ideologiche e indolenze operative che prevalgono nelle istituzioni pubbliche e private nella terra di Bolívar.

 

Su queste deviazioni è stato scritto molto. La grande burocrazia, l’opportunismo e il protagonismo; la prepotenza individuale; il nepotismo di gruppo e famiglia sono stati elementi negativi che hanno contribuito al rifiuto da parte dei milioni di venezuelani non recatisi a votare. In questa protesta civica è stato anche messo in evidenza che negli ultimi 17 anni di rivoluzione bolivariana i diversi e innumerevoli processi di formazione ideologico-politica messi in atto sono stati carenti dal punto di vista della coerenza, ponderazione, modestia e impegno che ogni vero rivoluzionario deve avere, nella pratica della trasformazione rivoluzionaria per la costruzione della nostra nuova società.

 

La formazione ideologica ricevuta non è riuscita a resistere alle forze gravitazionali che promuovevano uno smisurato consumismo e individualismo e la frammentazione sociale. La formazione non si è mostrata al livello della sfida di saper spiegare, chiarire gli elementi di confusione, e che cosa sono e che cosa debbono essere le giuste rivendicazioni  espresse, nello stato di diritto, per l’inclusione sociale.

 

La precaria formazione ideologica si collega anche al fatto che non possiamo importare e imporre proposte o modelli di condizionamento ideologico e politico da altre latitudini. Questo non implica un rifiuto a priori di elementi e progressi altrui. Ma è necessario che emergano, dai nostri propri valori, nuove proposte formative e ideologiche, basate sulle nostre condizioni e sull’identità culturale e integrale dell’essere venezuelani. Da lì devono sorgere valori ideologici che ci aiutino a superare la confusione. Uno Stato rivoluzionario non può sostituire con regali e assistenzialismo il compimento dei suoi diritti e doveri, per andare avanti nelle politiche di inclusione sociale e saldare il debito storico sociale in America latina.

 

Iniziamo il 2016 con l’imperiosa necessità di rielaborare un progetto socio-politico-economico proprio che, in definitiva, ci dia luce e orientamento, a sud, per frenare il saccheggio delle nostre risorse naturali ed energetiche. Così si esprime in effetti l’acuto scrittore e ricercatore Luis Britto García (2015):«Por ahora.  Non inganniamoci. La contesa per il potere politico in Venezuela è solo un mezzo per arrivare a controllare un quinto degli idrocarburi del pianeta» (http://www.alainet.org/es/articulo/174469#sthash.hlFypgxS.dpuf)

E’ importante riflettere e approfondire queste affermazioni. Non solo per le conseguenze ideologiche e culturali determinate dal «rentismo petrolifero» che ha imposto alla società venezuelana un carattere strutturalmente parassitario e improduttivo. Dobbiamo discutere anche delle conseguenze e contraddizioni ecologico-ambientali, inerenti a questo tipo di politica.

 

Le difficoltà sono tante. Specialmente quando valutiamo la volatilità dei mercati e del prezzo del petrolio, la scarsità di risorse minerarie ed energetiche per il loro sfruttamento e gli accordi internazionali da rispettare per mitigare le emissioni di CO2 e le loro ripercussioni sulla temperatura dell’atmosfera. Lo si creda o no, il «rentismo petrolifero» inizia a presentare problemi tecnico-politici che le classi sociali da decenni evitano di riconoscere. Occorre pensare in un altro modo, credere che sia possibile un altro stile e modello di società e per questo ora più che mai non possiamo abbandonare il nostro Plan de la Patria e il suo Quinto obiettivo storico: la necessità di costruire un modello economico produttivo eco-socialista autonomo, fondato su un rapporto armonioso fra esseri umani e natura, che garantisca un uso razionale ed ecologico delle risorse naturali. 

 

Tutti i miei auspici per questo cambio di pensiero, nel nuovo anno. E attendiamo suggerimenti per l’opera permanente di miglioramento del nostro processo di cambiamento.

 

* Agroecologo, docente e autore di saggi sull’ecosocialismo, fra cui Vivirdespiertoentreloscambiossociales.

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Britto, G L. (2015). Por Ahora. On line: http://luisbrittogarcia.blogspot.com/2015/12/por-ahora.html

 

HANSEN J, Kharecha P, Sato M, Masson-Delmotte V, Ackerman F, et al. “Assessing Dangerous ClimateChange: RequiredReduction of Carbon Emissions to Protect Young People, Future Generations and Nature”. PLoS ONE 8(12), 2013. Su:

http://www.plos.org/wp-content/uploads/2013/05/pone-8-12-hansen.pdf

PwC, Too Late For TwoDegrees? Low Carbon Economy Index 2012, PwC, noviembre de 2012. Su  http://www.pwc.com/gx/en/sustainability/publications/low-carbon-

economy-index/index.jhtm

[Si ringrazia Marinella Correggia per la segnalazione e per la traduzione]

 

 

Vizcardo Guzmán, precursore dell’indipendenza latinoamericana

juanpabloviscardo-726797di Vincenzo Paglione

È senz’altro vero che un testo è la conseguenza di un preesistente lavoro sociale e ideologizzante, ma ciò non nega che la ragione possa indagare e valutare l’adozione di certe pratiche e argomenti a giustificazione di determinate politiche, senza proporsi una riflessione per comprendere come debellare l’ingiustizia e promuovere la giustizia. È così che ogni testo rispecchia il modello della cultura a cui appartiene, dei suoi rapporti interni e della connessione esistente tra le idee-guida in esso contenute. Questa è una delle condizioni a cui deve sottostare un componimento letterario per essere assimilato all’interno della cultura come possibilità nella cultura. Il fatto di possedere un struttura linguistica storicamente determinata, sociale per definizione non isolabile, e dunque sempre ideologizzata, fa sì che il testo si ponga come il prodotto di un precedente lavoro sociale linguistico e ideologizzante, necessariamente detentore di un carattere storico-sociale, le cui modalità innovatrici o rivoluzionarie intervengono in favore del processo sociale emancipatore. Se si passa dalle affermazioni politiche prese nella loro singolarità come un prodotto originario della periferia dell’impero e si prosegue a considerare le circostanze e le condizioni concrete in cui presero forma, il quadro cambia. Emergono quei significati di un patrimonio di vocaboli e concetti che non riposano sulla continuità e le intese, ma scaturiscono dal confronto politico.

Il testo della Carta dirigida a los españoles americanos por uno de sus compatriotas, scritta nel 1792 ma apparsa solo nel 1801 nella versione spagnola così come l’aveva diffusa il Precursore venezuelano dell’indipendenza americana Francisco de Miranda, è uno dei documenti più importanti che ha scritto la storia del popolo dell’America latina. La versione originale di Viscardo in lingua francese era stata  ripresa e tradotta in inglese e in spagnolo da Miranda, il quale si assunse l’incarico di divulgarla in tutto il continente ispanoamericano con il compito di far conoscere i suoi piani di emancipazione al fine di guadagnare i consensi necessari alla causa liberatrice dell’America spagnola.

La Carta assume un’importanza direttamente politica con conseguenze di lunga durata. Questo documento consente di tener presente la dimensione europea e americana della circolazione delle idee portatrici di una nuova cultura che s’inserisce all’interno della dialettica del vecchio e del nuovo, della cultura ufficiale e della cultura di opposizione. L’obiettivo perseguito era quello di raggiungere un pubblico più esteso, cioè per un verso, il lettore europeo, data la prossimità geografica e a cui interessa farsi una opinione dell’idea dell’America, per un altro verso, quello americano nella prospettiva di formare una coscienza nazionale che l’autore giudicava inseparabile dall’assimilazione della cultura moderna.

Ci fu un momento critico nella storia politica, sociale e culturale dell’America spagnola del secolo XVIII in cui le particolari condizioni sociali e culturali della popolazione americana consentirono lo sviluppo di una riflessione e una produzione intellettuale con caratteristiche non facilmente assimilabili alla tradizione europea, nello specifico quella di matrice francese, e nemmeno alla spagnola peninsulare. Tra gli eventi storici che spiccano in questo periodo e che daranno luogo alla gestazione del processo emancipatore si segnala il decreto di espulsione dei gesuiti dalle terre americane emanato da Carlo III nel 1767. Tra di loro c’era il giovane frate proveniente dalla giurisdizione di Arequipa –Perù- Juan Pablo Viscardo y Guzmán (Arequipa 1748, Londra 1798), non ancora ventenne al momento dell’allontanamento.

Viscardo cominciò a scrivere la sua Carta stando in Italia, precisamente nel suo soggiorno in Toscana, tra il 1787 e il 1791, e la concluse quasi certamente a Londra, dove stabilirà la sua ultima e definitiva dimora. Sarà grazie al pensiero del gesuita peruviano  che si cominceranno ad abbattere le mappe culturali che proponevano l’identità come una opzione nazionale dipendente dall’impero spagnolo. Contrariamente a quanto si affermava, l’americanismo proposto da Viscardo si porrà come nuova opzione identitaria di liberazione dalla Spagna, politicizzando l’azione discorsiva all’utilità sociale e culturale del contesto regionale. I primi tre secoli dell’America latina li sintetizza in quattro parole: ingratitud, injusticia, servidumbre y desolación (ingratitudine, ingiustizia, servitù e devastazione).

Aunque nuestra historia de tres siglos acá, relativamente a las causas y efectos más dignos de nuestra atención, sea tan uniforme y tan notoria que se podría reducir a estas cuatro palabras: ingratitud, injusticia, servidumbre y desolación; […].

“Nonostante che da tre secoli in qua la nostra storia relativamente alle cause e agli effetti più degni della nostra attenzione, appaia così uniforme e così nota che si potrebbe ridurre a queste quattro parole: ingratitudine, ingiustizia, servitù e devastazione; […]”[1].

Stando a Londra si muoverà nell’ambiente diplomatico del Foreign Office, descrivendo il progetto d’indipendenza pensato, sottoponendo i vantaggi commerciali che avrebbe goduto l’Inghilterra se avesse sostenuto, economicamente e militarmente, la causa dell’emancipazione dell’America meridionale. In un primo momento i funzionari davano l’impressione di accoglierlo favorevolmente, ma col passare del tempo giungeranno solo dilazioni e rimandi che renderanno l’eventuale azione dello Stato inglese sempre più lontana, dovuto a ragioni di sicurezza politica che escludevano eventuali tensioni che si potevano innescare nei rapporti con gli altri Stati e, in particolare, con la Spagna.

Ora, di fronte a questa nuova circostanza, e proprio in quanto costretto dalle durezze della storia a superare sé stesso e il proprio orizzonte di partenza, in Juan Pablo comincia a insinuarsi quello che alcuni anni dopo diverrà un prezioso lascito di idee e di critica che il fuoco incrociato delle esperienze vissute lasceranno irrevocabilmente segnato. Nel frattempo, da Londra, spedisce diverse lettere con le quali scambia informazioni con altri esuli americani stanziati in Italia.

Con la rielaborazione del pensiero illuminista e, in particolar modo, di quello di Rousseau, in modo fecondo –senza tralasciare nemmeno quello di tanti uomini di lettere americani che con la loro penna lottarono per la causa della libertà- Viscardo riesce a far emergere una trama politica ricca di suggestioni. Da questo rinnovamento scaturirà l’idea, ripresa successivamente da Francisco de Miranda, Simón Bolívar, Andrés Bello, ecc., di un intellettuale di tipo nuovo, non più orgoglioso della sua separatezza dal corpo sociale, ma organico ai processi di rinnovamento in atto, ovvero impegnato in prima persona nella lotta politica e sociale, e capace di proporsi come guida consapevole di essi. Sarà proprio il venezuelano Miranda, il cui nome in quegli anni si associava indissolubilmente a quello della sua missione, vale a dire, di principale agente per l’emancipazione delle Indie spagnole, a ereditare i documenti dopo la morte dell’ex gesuita, compresa anche la Carta, che s’incaricherà di pubblicare nella lingua nella quale fu originariamente redatta da Viscardo, cioè in francese e, successivamente, seguiranno le traduzioni in inglese e in spagnolo che farà circolare in modo che raggiunga il maggior numero di persone possibile e conquistare non solo il favore degli abitanti dell’ex impero inca, ma del mondo intero. Alcuni anni più tardi in un altro documento che avrà per titolo Carta de Jamaica, redatta da Simón Bolívar durante il suo esilio, si osserverà l’influsso ricevuto dalla Carta di Viscardo per quanto concerne la struttura del discorso, ossia contenente una parte storico-descrittiva sullo stato misero in cui versano le colonie americane e un’altro più rivendicativo per quanto compete l’elaborazione di un progetto di liberazione a livello continentale.

Al presente […] la muerte, el deshonor, cuanto es nocivo nos amenaza y tememos: todo lo sufrimos de esa desnaturalizada madrastra. El velo se ha rasgado y hemos visto la luz y se nos quiere volver a las tinieblas: se han roto las cadenas; ya hemos sido libres y nuestros enemigos pretenden de nuevo esclavizarnos. Por lo tanto, América combate con despecho y rara vez, la desesperación no ha arrastrado tras sí la victoria.

“Attualmente la morte, il disonore e tutte le cose più nocive ci minacciano e le temiamo: soffriamo tutto ciò che proviene da quella matrigna snaturata. Il velo si è strappato e abbiamo conosciuto la luce e ci vogliono riportare alle tenebre: si sono rotte le catene; abbiamo conquistato la nostra libertà e i nostri nemici nuovamente pretendono di restituirci alla schiavitù. Pertanto l’America lotta spinta da risentimento, sono contate le volte che la disperazione non ha condotto alla vittoria”[2].

Se si tengono presenti tali premesse e il contesto in cui si inseriscono, evitando di tralasciare l’enorme effetto esercitato dalla diffusione delle idee progressiste scaturite dal secolo dei lumi e l’esempio indipendentista dell’America del Nord (1776), unico nel suo genere, si può capire come la Carta si fa strumento di un’operazione di vasta portata civile, intesa a incidere sulla realtà contemporanea, giacché per la prima volta propone l’idea complessiva di una organizzazione sociale ed economica, dei rapporti politici e dei rapporti fra le classi. In altre parole questo documento, critico verso l’oppressione assolutistica, svolgerà un ruolo di primo piano nell’avvio del processo d’indipendenza dell’America meridionale.

El español sabio y virtuoso, que gime en silencio de la opresión de su patria, aplaudirá en su corazón nuestra empresa. Se verá renacer la gloria nacional en un imperio inmenso, convertido en asilo seguro para todos los españoles, que además de la hospitalidad fraternal que siempre han hallado allí, podrán respirar libremente bajo las leyes de la razón y de la justicia.

“Lo spagnolo saggio e virtuoso, che geme in silenzio l’oppressione della sua patria, nel suo cuore approverà la nostra impresa. Si vedrà rinascere la gloria nazionale in un impero immenso, trasformato in sicuro asilo per tutti gli spagnoli, che, oltre alla fraterna ospitalità che in esso hanno sempre goduto, potranno respirare liberamente sotto le leggi della ragione e della giustizia”[3].

Nel momento in cui le idee della cultura illuminista lottano per aprirsi un varco nella società, nonostante le battute d’arresto esercitate dalla Corona spagnola, Viscardo attraverso il suo scritto risale al passato per cercare in esso le radici storiche dell’arretratezza in cui ancora si trova e per fare i conti con  la società coloniale dell’epoca.

La reunión de los reinos de Castilla y de Aragón, como también los grandes estados, que al mismo tiempo tocaron por herencia a los reyes de España, y los tesoros de las Indias, dieron a la corona una preponderancia imprevista, y tan fuerte, que en muy poco tiempo trastornó todos los obstáculos, que la prudencia de nuestros abuelos había opuesto para asegurar la libertad de su descendencia. La autoridad real, semejante al mar cuando sale de sus márgenes, inundó toda la monarquía, y la voluntad del rey, y de sus ministros, se hizo la ley universal.

“L’associazione dei regni di Castilla e di Aragón, come anche dei grandi stati che simultaneamente furono ereditati dai re di Spagna, insieme ai tesori delle Indie, diede alla corona una preponderanza imprevista e così forte che in breve tempo travolse ogni ostacolo che la prudenza dei nostri avi aveva opposto per assicurare la libertà della loro discendenza. L’autorità regale, simile al mare quando prorompe dalla riva, inondò tutta la monarchia e la volontà del re e dei suoi ministri e si fece legge universale”[4].

E in altro luogo si legge:

Las diversas regiones de la Europa, a las cuales la Corona de España ha estado obligada a renunciar, tales como el reino de Portugal, colocado en el recinto mismo de la España, y la célebre República de las Provincias Unidas, que sacudieron su yugo de hierro, nos enseñan que un continente infinitamente más grande que la España, más rico, más poderoso, más poblado, no debe depender de aquel reino, cuando se halla tan remoto, y menos aún cuando está reducido a la más dura servidumbre.

“Le diverse regioni d’Europa, verso le quali la corona spagnola si è vista obbligata dover rinunciare, tali come il regno di Portogallo, situato nella stessa area geografica della Spagna, e la celebre repubblica delle Province Unite che si tolsero di dosso il suo giogo di ferro, ci insegnano che un continente infinitamente più grande della Spagna, più ricco, più potente, più popolato, non deve dipendere da quel regno quando si trova così distante e ancora meno quando è ridotto a una delle servitù più dure”[5].

Partendo dalla critica della gestione delle colonie la Carta offre alle nascenti forze progressiste dell’epoca il progetto di una società futura da costruire e garantire. Tuttavia, nel testo del documento, è facile notare come sia assente una chiara definizione nonché una consistente esemplificazione del ruolo del popolo e della nascente borghesia. Il tacere su quest’ultima nel discorso potrebbe essere stata dettata dalla realtà storica in cui non si poteva ancora ravvisare una borghesia in senso moderno sia sul piano economico sia su quello dell’organizzazione politica e della consapevolezza ideologica. Ecco perché il suo messaggio si rivolgeva soprattutto all’aristocrazia illuminata e al ceto intellettuale dei criollos, i quali si ispiravano ai modelli europei. Specie agli intellettuali il suo messaggio avrebbe dovuto stimolare verso l’auspicato processo di emancipazione.

Era inevitabile che con rispondenza di una simile condizione di arretratezza, Viscardo non fosse in grado di assegnare alla borghesia e, tantomeno, al popolo una funzione importante, neppure come ipotesi di progetto di società, e privilegiasse, anche se non lo rende manifesto, il ruolo di una aristocrazia illuminata come portatrice delle istanze emancipatrici e di progresso civile e sociale. Verrebbe da pensare che la possibilità di agire nella storia del continente americano è, pertanto, affidata alle classi superiori della società coloniale. L’impotenza degli umili scaturisce, quindi, dalla loro collocazione sociale. Questa impotenza assume, però, una precisa articolazione di classe e quindi il popolo non è proposto ancora come soggetto di azione politica che possa contribuire al processo di emancipazione delle condizioni di oppressione, di sottomissione e di paura in cui versa.

¡Cuando a los horrores de la opresión, y de la crueldad, suceda el reino de la razón, de la justicia, de la humanidad; cuando el temor, las angustias, y los gemidos de diez y ocho millones de hombres hagan lugar a la confianza mutua, a la más franca satisfacción, y al goce más puro de los beneficios del Creador, cuyo nombre no se emplee más en disfrazar el robo, el fraude, y la ferocidad; cuando sean echados por tierra los odiosos obstáculos que el egoísmo más insensato opone al bienestar de todo el género humano, sacrificando sus verdaderos intereses al placer bárbaro de impedir el bien ajeno, ¡qué agradable y sensible espectáculo presentarán las costas de la América, cubiertas de hombres de todas las naciones, cambiando las producciones de sus países por las nuestras! ¡Cuántos, huyendo de la opresión, o de la miseria, vendrán a enriquecernos con su industria, con sus conocimientos y a reparar nuestra población debilitada! De esta manera la América reunirá las extremidades de la tierra, y sus habitantes serán atados por el interés común de una sola GRANDE FAMILIA DE HERMANOS.

“Quando agli orrori dell’oppressione e della crudeltà succeda il regno della ragione, della giustizia, dell’umanità; quando il timore, le angosce e i gemiti di diciotto milioni di uomini facciano posto alla mutua fiducia, alla più franca soddisfazione e al più puro piacere dei benefici del Creatore, il cui nome non sia più impiegato per mascherare il furto, la frode e la ferocia; quando saranno abbattuti gli odiosi ostacoli che il più insensato egoismo oppone al benessere di tutto il genere umano, sacrificando i suoi veri interessi al barbaro piacere d’impedire il bene altrui; che piacevole e visibile spettacolo avranno le coste dell’America, popolate da uomini di tutte le nazioni, scambiando la produzione dei loro paesi per le nostre! Quanti, fuggendo dall’oppressione, o dalla miseria, verranno ad arricchirci con la loro industria, la loro conoscenza e a rafforzare la nostra popolazione indebolita! In questa forma l’America congiungerà gli estremi della terra e i suoi abitanti si legheranno dal comune interesse di una sola e GRANDE FAMIGLIA DI FRATELLI.[6]

Nonostante la proposta di Viscardo volesse destare il seme di una coscienza nazionale aspirante a diventare unità politica, le sue idee concorrevano a produrre un certo effetto solo su una piccola percentuale della popolazione urbana della colonia, la quale era in possesso degli strumenti necessari per la comprensione e l’accettazione di quelle concezioni che avrebbero dovuto migliorare quello che sempre più intellettuali vagamente sentivano come la loro terra.

Dunque anche se il pubblico verso il quale era indirizzata la Carta restava pur sempre una minoranza e i ceti subalterni per il momento ne erano esclusi, Viscardo confidava che, mediante la funzione mediatrice esercitata dell’élite criolla, potesse veicolare il suo messaggio rivoluzionario, all’epoca avanzato, o per lo meno spiegabile in base alle condizioni dei tempi In questo modo Viscardo fa giungere il suo pensiero ai ceti subalterni della società coloniale rendendolo comprensibile, materialmente e culturalmente, almeno a un ridotto numero di privilegiati.

L’impossibilità di restare in silenzio di fronte all’istintiva ripulsa per la crudeltà e le manifestazioni di insensibilità, di cui si macchiarono gli spagnoli, spinse Viscardo a ragionare e ad elencare una quantità di motivi ben precisi per mettere sotto accusa l’amministrazione spagnola delle colonie americane.

Si corremos nuestra desventurada patria de un cabo al otro, hallaremos donde quiera la misma desolación, una avaricia tan desmesurada como insaciable; donde quiera el mismo tráfico abominable de injusticia y de inhumanidad, de parte de las sanguijuelas empleadas por el gobierno para nuestra opresión.

 “Se percorriamo la nostra sventurata patria da un capo all’altro, troveremo ovunque la stessa desolazione, un’avarizia così smisurata come insaziabile; dovunque il medesimo traffico vergognoso d’ingiustizia e d’inumanità da parte delle sanguisughe impiegate dal governo per la nostra oppressione” [7].

Nosotros estamos obligados a llenar, con todas nuestra fuerzas, las esperanzas de que hasta aquí el género humano ha estado privado. Descubramos otra vez de nuevo la América para todos nuestros hermanos, los habitantes de este globo, de donde la ingratitud, la injusticia y la avaricia más insensata nos han desterrado. La recompensa no será menor para nosotros que para ellos.

“Noi siamo obbligati a colmare, con tutte le nostre forze, le speranze di cui è stato privato il genere umano. Scopriamo di nuovo l’America per tutti i nostri fratelli, gli abitanti di questa terra, da dove l’ingratitudine, l’ingiustizia e la più insensata avarizia ci ha bandito. La nostra ricompensa non sarà minore della loro”[8].

Il trasformarsi del contesto coloniale indusse Viscardo a operare una scelta lessicale, ovvero a sostituire nel loro complesso il linguaggio adoperato dalla tradizione per quanto concerne la loro definizione costituzionale riferibile alla mutua obbligazione tra sudditi e re, all’affermazione della fedeltà, delle benemerenze, ecc. Spostò, a tal fine, il significato dei topoi che sancivano il vincolo come garanzia verso percorsi che si richiamavano allo scioglimento dei doveri incondizionati ai quali la concezione del patto politico e amministrativo vincolava le colonie con il potere centrale. Questa richiesta di rinnovamento implica, già di per sé, l’insorgere di un’attitudine rivoluzionaria nei confronti della soggezione economica al patto coloniale e ai suoi aspetti giuridici e istituzionali: è una prima ipotesi alternativa indipendentista che, in fondo, celava il desiderio di affermare una propria identità, ovvero di volere attestare una propria storia, geografica e societaria altra da quella della Spagna.

Este momento ha llegado, acojámosle con todos los sentimientos de un preciosa gratitud, y por pocos esfuerzos que hagamos, la sabia libertad, don precioso del cielo, acompañada de todas las virtudes, y seguida de la prosperidad comenzará su reino en el Nuevo Mundo, y la tiranía será inmediatamente exterminada.

“Questa ora è arrivata, accogliamola con tutti i sentimenti di una preziosa gratitudine e per pochi sforzi che facciamo, la sapiente libertà, dono prezioso del cielo, accompagnata da tutte le virtù e seguita dalla prosperità, instaurerà il suo regno nel Nuovo Mondo e la tirannia sarà immediatamente annientata”[9].

Gli anni e gli stenti subiti in un paese straniero che non aveva voluto o saputo ascoltare i consigli sull’autonomia latinoamericana, recarono al gesuita un dolore profondo. Ormai il dramma della sua esistenza si avviava alla fine. Il buio della morte calava sugli occhi  di Juan Pablo Viscardo il 10 febbraio 1798. Aveva cinquanta anni. Anche se la sua vita era finita nella totale indifferenza per i popoli americani iniziava una nuova era.

NOTE:

[1] Juan Carlos Viscardo y Guzmán, Carta dirigida a los españoles americanos por uno de sus compatriotas, in Antonio Gutiérrez Escudero, 2007, “Juan Pablo Viscardo y su “Carta dirigida a los españoles americanos” ”, in Araucaria, año 9 n.17, Universidad de Sevilla. Le note del presente articolo rimandano alla traduzione italiana della Carta di prossima pubblicazione.

[2] Simón Bolívar, Carta de Jamaica, Ed. Ministerio del Poder Popular para la Comunicación y la Información, Caracas, 2008. La traduzione in italiano è dell’autore.

[3] Juan Carlos Viscardo y Guzmán, Carta dirigida a los españoles americanos por uno de sus compatriotas, in , Antonio Gutiérrez Escudero, 2007, op. cit.

[4] Idem.

[5] Idem.

[6] Idem.

[7] Idem.

[8] Idem.

[9] Idem.

[Articolo scritto per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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