Sistemi elettorali distorti: dove vince e dove perde Hillary Clinton

trumpdi Alfredo A. Torrealba [i]

Fonte: aporrea.org

11nov2016.- La Clinton vince nella Gerrymandering, ma perde nella Mallapportionment

Costituisce davvero una sorpresa la vittoria di Donald Trump negli USA e nell’America latina? Per molti lo è! La campagna pubblicitaria portata avanti dai mezzi di comunicazione in lingua spagnola [compresi quelli in lingua italiana, N.d.T.] è stata, in modo incredibile, sproporzionatamente favorevole a Hillary Clinton, mentre faceva apparire come un “demone” a Trump. Invece in Europa, Oceania e Asia la vicenda si presentava in modo diverso. Qui i mass media hanno mantenuto una posizione più equilibrata e persino realista, al punto da prevedere che Trump difficilmente avrebbe perso le elezioni, nonostante lui “fosse in grado di scaricare un’arma contro la folla di qualche strada di New York”, come ebbe modo di dichiarare qualche mese fa. Ma al di là del gioco mediatico, esistono dei fattori di ordine tecnico-elettorale che spiegano politicamente alcune domande, in particolare una che è stata dibattuta in questi giorni: Perché la Clinton ha perso queste elezioni, dove ha investito 700 milioni di dollari, intanto che Trump ha investito solo circa 300 milioni? Per spiegare questa domanda è necessario soffermarsi su un fatto. Esaminando le fonti ufficiali si osserva che, difatti, la Clinton ha ottenuto 400 mila voti in più di Trump.

Sotto quest’aspetto non è improprio affermare che la Clinton ha vinto le elezioni con una “maggioranza semplice”. In altre parole, l’investimento da lei realizzato ha, in effetti, dato i risultati attesi, nonostante abbia votato il 57% dei 231.556.622 di cittadini nordamericani che hanno diritto al voto. Ma lei ha perso dovuto al sistema elettorale denominato “Collegio elettorale”, il quale rappresenta un sistema in cui i risultati non necessariamente devono coincidere con la maggioranza dei voti dei cittadini. Allo stesso modo, poiché il sistema di “Collegio elettorale” degli USA si basa in due sottosistemi elettorali definiti come “Gerrymandering [ii]” e “Malapportionment [iii]”, i quali ogni quattro anni modificano le “circoscrizioni originali” all’interno dei cinquanta stati dell’unione. Negli USA ogni elezione presidenziale merita una reimpostazione delle strategie elettorali, diversa a quelle precedenti.

Visto in questa maniera e svolgendo un’analisi “post mortem” di tipo elementare, si potrebbe asserire che la squadra tecnico-elettorale della Clinton ha conseguito un successo mirabile vincendo la battaglia sul piano della “Gerrymandering”, ma ha fallito su quello della “Melapportionment”. In secondo luogo, com’è d’abitudine, le vittorie sul campo della “Gerrymandering” dipendono in buona parte dall’uso di meccanismi e campagne elettorali distorte. L’acquisto di sondaggi prefabbricati è una pratica molto caratteristica.  Nonostante la popolazione statunitense ha iniziato a votare dal mese di settembre, in quella data già si sapeva che Trump era fornito di una certa leadership, i mezzi di comunicazione privati in lingua spagnola a livello mondiale cominciarono a produrre notizie “prive di fondamento” per dimostrare che Trump avrebbe perso.

Come se si volesse occultare il sole con un dito, i mass media erano riusciti nel loro intento a trasmettere questa sensazione di sconfitta che poi si è disfatta quando Trump ha vinto le elezioni. La vittoria di Trump ha provocato sconcerto e sorpresa in America latina, quando in realtà ciò non sarebbe dovuto accadere. Già da settembre si sapeva che Trump possedeva nei sondaggi un alto punteggio, ma la squadra della Clinton si mise subito all’opera nel finanziare e pagare qualunque cifra perché si costruissero delle prospettive da distribuire alle grandi agenzie di comunicazione latinoamericane con lo scopo di fabbricare notizie, sondaggi e contrattare a qualche cantante o attore latino affinché parlasse male di Trump e indebolisse il suo potere comunicativo, facendolo apparire come se fosse una sorta di entità del male. Era almeno questa la speranza moribonda che lo staff della Clinton vagheggiava. L’obiettivo era di istigare gli elettori latini dello stato della Florida per votare contro Trump, ma nemmeno lì, dove i mass media affermavano che egli era “il figlio di Satana”, la Clinton ha potuto vincere. In terzo luogo, la squadra di Trump ha fatto quello che qualsiasi altra squadra tecnico-elettorale avrebbe fatto. Lavorare nel campo della “Malapportionment”, dove il trucco consiste nel lasciare che il “nemico” raggiunga una sovra rappresentazione in alcuni stati, cioè, che ceda degli spazi per assicurarli ad altri più importanti.

Per questa ragione Trump non sentiva il bisogno di pagare i giornalisti né di investire in grandi campagne. E il risultato è stato quello, lo sfruttamento di una distorsione elettorale che si è imposta su di un’altra. In quarto luogo, bisogna indicare che grazie a questa semplice e naturale azione di assicurare l’arena della “Malapportionment”, Trump ha vinto per uno scandaloso margine di “voti elettorali”. Azione che è stata molto ben puntellata per via dello stile politico e per la sua estrema sincerità … potete essere sicuri che tutto quanto afferma riproduce in gran parte il sentimento del comune cittadino statunitense. E se lui ha asserito che “i messicani sono un problema” così come lo sono gli altri latini in USA, è perché più del 60% della popolazione di quel paese la pensa come lui. Inoltre lui è stato il primo che ha osato dire queste cose senza peli sulla lingua … di modo che la mia raccomandazione (in questa nuova tappa) è quella di ascoltare con attenzione quello che dice Trump, giacché lui vi spiegherà in maniera molto sintetica cosa pensa l’americano medio, volgare e spontaneo sui problemi che lo affliggono … e forse sarà per questo motivo che dubito che gli consentiranno di arrivare a finire i primi quattro anni di presidenza … realmente lo dubito …

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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[i] Politologo, Master in Rapporti Internazionali, Dottore di Ricerca.

[ii]  Rappresenta un metodo ingannevole per ridisegnare i confini dei collegi nel sistema elettorale maggioritario (N.d.T.).

[iii] Qualsiasi sistema in cui un gruppo ha significativamente più influenza di un altro, come ad esempio quando i distretti di voto non sono equamente distribuiti tra una popolazione (N.d.T.).

Venezuela: dalla fuga dei cervelli all’asilo politico

venezueladi Alfredo A. Torrealba – http://www.aporrea.org

Qui di seguito si presenta un breve riassunto composto di dieci idee generali concernenti l’evoluzione del significato di “Fuga dei Cervelli” in Venezuela. Il documento è stato sviluppato in questo modo, poiché negli ultimi anni “l’informazione tascabile”, ovvero succinta, è diventata più popolare “di quella approfondita”.

  1. Originariamente il termine “Fuga dei Cervelli” sorse in Messico agli inizi del XX secolo. In quell’occasione si faceva riferimento al fatto che la manodopera qualificata delle istituzioni dell’America Latina lasciava il posto di lavoro per farsi assumere nelle ditte private. Alcuni politici e pensatori messicani si resero conto di questa tendenza, interpretandola come un allontanamento dettato da fattori quali i bassi salari o dai benefici se confrontati con quelli che offriva il settore privato. Quest’ultimo, infatti, perseguiva degli obiettivi di produzione e profitto ben precisi per sentire l’esigenza di annoverare tra le sue fila a figure di professionisti che svolgessero le diverse mansioni negli ambiti industriale, commerciale tecnologico e amministrativo.
  2. Il termine “Fuga dei Cervelli” giunse in Venezuela (fino a dove si è potuto appurare) agli inizi del decennio degli anni ’20 dello scorso secolo quando un gruppo di politici e pensatori fece notare la loro inquietudine sui giornali e i libri dell’epoca, riguardante la scarsità di manodopera giovane e qualificata nella regione centrale del paese. La maggior parte di questi giovani emigrava a Caracas, la capitale del paese, alla ricerca di migliori opportunità come conseguenza dei negoziati che si erano aperti con l’avvento del “boom” petrolifero. Inoltre in quegli anni e allo stesso modo che in Messico, la “Fuga dei Cervelli” colpiva ampi settori dell’amministrazione pubblica, ma con la differenza che questa non convergeva necessariamente solo verso il settore privato, ma vedeva coinvolto anche l’esercito venezuelano.
  3. Dal 1967 la “Fuga dei Cervelli” fu riscoperta dalla comunità accademica nordamericana come un vero e proprio problema, definendola “Brain drain”. Da allora questo tema è diventato d’attualità negli scenari politici e nei mezzi di comunicazione di tutta l’America Latina, poiché viene descritto come un processo d’emigrazione che coinvolge professionisti e scienziati con titolo universitario che si sposta verso altri paesi, principalmente spinti dalla mancanza di opportunità di sviluppo nei settori della ricerca, per motivi economici o per conflitti politici nel loro paese di origine e che, in genere, si caratterizza come senza ritorno. Nonostante questo processo è maggiormente presente nei paesi in via di sviluppo, in molti casi si manifesta nei paesi industrialmente sviluppati, dovuto a fattori come differenze salariali o impositive.
  4. Dal 1971 la “Fuga dei Cervelli” in Venezuela si associa con l’idea che sempre con maggiore frequenza gli studenti venezuelani e i professionisti neolaureati se ne vanno altrove per cercare un futuro migliore. Questa tendenza si è mantenuta fino agli inizi degli anni ottanta quando la parità di cambio tra bolívar e dollaro rese possibile a un’ampia fascia di venezuelani di spostarsi principalmente verso l’America del Nord e l’Europa. Tuttavia anche se molti venezuelani decisero di andare a un altro paese con i propri mezzi, in questo periodo la principale rampa di lancio erano le istituzioni del governo venezuelano. L’espansione delle ambasciate e dei consolati, lo sviluppo di PDVSA e di alcune banche nazionali rese possibile a molte famiglie venezuelane di stabilirsi all’estero con un certo successo, fino a che nel 1983 sopraggiunse la svalutazione del bolívar, segnando la fine dell’era del “Venezuela Saudita”.
  5. Dal 1987 la “Fuga dei Cervelli” diventa una questione di classe. L’elevato costo dei biglietti di viaggio, il soggiorno all’estero, così come le nuove imposizioni politiche contro gli emigranti adottate dai governi dell’Europa e dell’America settentrionale, rese difficile alla classe media alta e bassa venezuelana di raggiungere l’obiettivo di uscire o rimanere all’estero. Perciò le famiglie con grandi risorse economiche erano le uniche che potevano finanziare i propri familiari all’estero. Contemporaneamente in quest’epoca in tutta l’America Latina fa presa il paradigma che studiare e vivere all’estero era sinonimo di successo, progresso e qualità della vita.
  6. Dal 1990 fino al 2010 il numero di venezuelani deportati in tutto il mondo è in progressivo aumento. Impossibilitati di provvedere al proprio sostentamento all’estero, sono respinti per diversi motivi: droga, prostituzione (maschile e femminile), furti, evasione fiscale, truffe, irregolarità, così come per aver incappato nel commercio di matrimoni combinati in Europa e in America del Nord, ecc.
  7. Dal 1993 e fino al 2010 un cospicuo numero di venezuelani residenti all’estero per sopravvivere inizia a lavorare nel settore dei servizi, svolgendo lavori a bassa remunerazione. Parrucchieri, spazzini, benzinai, cassieri, venditori, ecc., sono le attività più comuni dei nostri “talenti” per evitare le deportazioni.
  8. Tra il 1998 e il 2001 quasi il 91% dei venezuelani emigrati nel decennio degli anni settanta, ottanta e novanta era tornati in Venezuela perché deportati, per altre ragioni o emigrati in un altro paese. In questo stesso periodo lo Stato venezuelano smette di essere il principale trampolino dei venezuelani. Organizzazioni internazionali, ditte private e università a livello mondiale iniziano a pubblicare su Internet le loro offerte, offrendo o domandando servizi e lavori ai latinoamericani. Condizione che non è stata sprecata da alcuni soggetti delle classi alte, medie o medio basse del Venezuela. In questa maniera, a partire del 2001, sempre più venezuelani cominciano a interessarsi a cercare fortuna all’estero con l’appoggio dei servizi offerti da Internet.
  9. Parallelamente, nel 2003, si avvia una forte emigrazione di venezuelani all’estero per ragioni politiche e con lo sviluppo del mercato dell’asilo e del rifugio politico a livello internazionale. Da quella data alcune “Organizzazioni Non Governative” (ONG) in America Latina, iniziano a offrire i loro servizi per consentire agli emigranti di poter viaggiare agli Stati Uniti o in Europa, in qualità di rifugiati o richiedenti asilo. Ad esempio, gruppi politici avversi al governo venezuelano si avvalsero del Colpo di Stato del 2002 figurando come perseguitati politici al cospetto di alcuni paesi europei e dell’America del Nord. Questi paesi concessero l’asilo politico o lo status di rifugiato a centinaia di venezuelani i quali, a loro volta, percepivano aiuti statali o governativi che oscillavano tra gli 800 e i 5.000 dollari mensili, senza obbligo di lavoro o dichiarazione dei redditi. Con questo meccanismo ne hanno beneficiati anche i loro familiari più stretti. Dato che questo sostentamento si percepiva con la qualifica del “richiedente asilo o rifugiato politico” e grazie alle facilità amministrative del paese che concedeva questi diritti, numerosi venezuelani in alcuni di questi paesi diedero vita a delle ONG con l’obiettivo di aiutare a emigrare ad altri venezuelani come se fossero dei perseguitati politici. Per raggiungere questo scopo, le ONG offrivano svariati servizi: la pubblicazione retribuita di false notizie nella stampa nazionale, dossier politici, false denunce non dichiarate, avvocati, ecc. In questo modo i beneficiati che non avevano mai avuto un percorso politico riuscivano a emigrare e ottenere lo status di richiedente asilo o di rifugiato politico. Questa condizione giuridica gli consentiva se non altro di avere diritto di vivere per otto mesi in uno di questi paesi, percependo un salario minimo e, poi, di ottenere un lavoro, oppure sussistere con quanto offerto da alcune ONG caritative.
  10. Tra il 2010 e il 2013 i dati del CNE annunciavano che circa 45 mila venezuelani erano legalmente registrati nei consolati del Venezuela a livello mondiale. Ciò consentiva loro non solo di esercitare il diritto al voto, ma potevano anche dar prova di essere “legali” in quel paese. Parallelamente, per difetto, gli altri 750 mila venezuelani che vivevano all’estero (la cifra dei venezuelani all’estero non ha mai superato i 900 mila) si trovavano in qualità di turisti o in condizioni d’illegalità nel paese ospitante. Altri si segnalavano come richiedente asilo o rifugiato, con residenza temporanea, sposati, o con un rapporto apolitico nei confronti del governo venezuelano in vista di ottenere una nuova cittadinanza. In questo stesso periodo si calcola che 121 milioni di dollari sono entrati in Venezuela a titolo di rimessa familiare, il che significa che pressappoco 45 mila venezuelani inviavano denaro alle loro famiglie in Venezuela. Una cifra molto di sotto i 21 miliardi di dollari che ogni anno riceve il Messico per le stesse ragioni. Infine nel 2012 l’incremento delle deportazioni di giovani e donne venezuelane per prostituzione raggiunse cifre record in Europa, America Centrale e Sudamerica. In modo particolare in Spagna, dove la prostituzione online dei nostri “talenti” viene denominata “scorts”.

Per finire, la “Fuga dei Cervelli” in Venezuela è una realtà che non dovrebbe destare tanto allarme, giacché giudicando gli indici di deportazioni, inevitabilmente, la stragrande maggioranza dei venezuelani dovrà tornare a casa controvoglia.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

La parola (nella) politica è azione / La politica è parola

portada_maria_alejandra (1)di Vincenzo Paglione

La politica, nella sua quasi totalità, si trasmette con le parole. Basti pensare alle pratiche politiche ben determinate come, per fare un esempio, l’attuale e accesissimo dibattito parlamentare (Asamblea Nacional) che si sta svolgendo nella società venezuelana. Quest’ultimo, che per le sue intenzioni essenzialmente agitatrici si avvicina molto alla propaganda, è un chiaro esempio di questo rapporto portato fino alle sue estreme conseguenze, nella misura in cui si osserva con estrema chiarezza che in quel tipo di discussione (e in genere nel discorso politico) quello che importa non è tanto il contenuto denotativo delle parole, ma la loro semplice emissione. Una prova palpabile di ciò sono alcuni degli slogan politici che agita l’opposizione politica e sociale al governo:

  • “Venezuela se merece lo mejor”. La pasividad no calmará tu hambre, organízate y lucha
  • Con el Pueblo y la Constitución #Vamos con Todo
  • Venezuela quiere cambio
  • Sí se puede
  • No más odio ni división en el país
  • Maduro de pana te queda una semana
  • Los enchufados
  • Chávez lo juro no votaré por Maduro

Si tratta di espressioni con un forte valore simbolico che hanno una funzione simile a quella degli slogan pubblicitari. In molti casi quelle che erano le consegne del governo sono passate a essere dell’opposizione, ribaltandone il significato originario.

La venezuelana María Alejandra Díaz, analista di comunicazione politica e conduttrice del programma VTV “Las Leyes del Pueblo”, in una sua intervista rilasciata qualche giorno fa alla televisione comunitaria Tatuy TV, ha sviscerato i meccanismi che condizionano la forma linguistica e discorsiva del messaggio politico.

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Predicare con l’esempio è la migliore delle eloquenze

Fonte: Tatuy Tv – 29/06/2016

Link dell’intervista: http://www.tatuytv.org

In questi giorni di accesso dibattito politico, reso propizio dal “Capitolo Comunicazione del Congresso della Patria”, nell’ambito della “Giornata Nazionale del Giornalista”, Tatuy Tv ritiene che sia opportuno e necessario trasmettere l’intervista recentemente fatta alla compagna avvocatessa e studiosa della comunicazione politica, María Alejandra Díaz, in una delle sue innumerevoli visite alla città venezuelana di Mérida.

María Alejandra (che inoltre è conduttrice del programma VTV “Las Leyes del Pueblo”) parte dal riconoscimento dell’esistenza di una crisi, la quale è caratterizzata come “una crisi culturale, una crisi di valori, di principi, una crisi etica, che colpisce a tutta la società venezuelana”.

Da questa diagnosi drammatica, Díaz disserta sulle cause di questa crisi che sta indebolendo la società venezuelana, schiacciata da un capitalismo che “si sta reinventando, perché il suo discorso si è logorato” e di fronte a ciò “ci siamo trincerati nei discorsi ufficiali, ma la nostra parola deve tornare a essere irriverente”.

Díaz ricorda che “ci fu un momento in cui riuscimmo a rendere egemonico il discorso sulla solidarietà, sull’amore al prossimo, attraverso l’umanesimo e che, nonostante la crisi di valori che ci assale, è ancora presente nell’immaginario collettivo. Questo è il tipico discorso chavista che bisogna recuperare, reinventare e rendere nuovamente morale per riconquistare la speranza colpita”. Tuttavia per riuscire a riscattare nuovamente la credibilità perduta di ampi settori popolari “il discorso [governativo] deve essere accompagnato dai fatti: si predica con l’esempio”, perché costituisce la migliore eloquenza, così come lo aveva indicato il Comandante Fidel Castro in una famosa lettera che scrisse a sua sorella Lidia.

Allo stesso modo prospetta di fondamentale importanza l’agenda comunicativa su tematiche di carattere inclusivo, che incorporino problematiche comuni, mediante l’utilizzo degli strumenti della comunicazione politica, in questo modo si può superare il discorso panflettista al fine di riuscire a riposizionare il discorso chavista e la difesa dei principi del progetto storico che lo caratterizzano.

“Perché ci siamo fatti strappare via la bandiera della lotta contro la corruzione?”. María Alejandra è molto incisiva e torna più volte su questo argomento, partendo dal fatto che negli ultimi tre anni si sono registrati più di 3.000 condanne associate con fatti di corruzione e che non hanno ricevuto la rispondenza comunicazionale che meritava.

[Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Il vitello d’oro è stato trasformato in maiale

funny-pigdi Antonio Aponte e Toby Valderrama

elaradoyelmar.blogspot.com

Che il governo socialdemocratico voglia persistere a inciampare sulla stessa pietra, realmente meraviglia. E costituisce uno sgarbo nei confronti dei governanti e del popolo umile, e anche una condanna del chavismo che, inerte, assiste al proprio annichilimento.

Sommersi da una crisi di cui nemmeno le persone più anziane serbano memoria, il governo glissa sulle proprie responsabilità e in questo modo liquida ogni possibilità di rettifica; se il modo in cui agisce il governo è corretto, allora perché bisogna cambiare, la colpa ricadrà su altri, al “maialino” espiatorio o alla testa di turco che in passato non risolse nulla, ma almeno riuscì a tranquillizzare l’anima dei peccatori. I colpevoli si possono chiamare impero, borghesia diffusa e nemica di come si conduce l’economia, o possono essere quelli che ora sono bollati come “traditori”, che più che traditori tendono a essere i colpevoli di tutti i mali.

È proprio così, il governo attraversa questa crisi senza macchiarsi il vestito, non può essere imputato di nulla, non sbaglia mai, tutto quello che dice e fa è giusto, il male si trova da un’altra parte, al suo esterno. Tutto questo sarebbe una furbata da governanti se non fosse perché questo tipo di comportamento ci conduce verso il caos, verso il fascismo. Analizziamolo più da vicino.

L’errore nel quale incorre il governo è che nel campo dell’economia non vede altro che il materiale, lo stomaco. In questa forma la politica solo si riduce a chi somministra, a chi è il migliore fornitore. Il cuore, l’idealismo non sono presi in considerazione, in questa maniera l’economia perde la sua metà, la metà più importante, quella decisiva, l’anima, lì dove tutto finisce e tutto inizia.

Quando la fornitura materiale è fallita, quando il vitello d’oro ha smesso di essere tale, ci siamo accorti che in un paese di fornitori e consumatori insaziabili l’etica è quella del mercenario. Il governo, che non possiede altro da offrire, mente; la menzogna diventa una merce di produzione industriale, la consumano gli umili disposti all’ingenuità. Ma l’ingenuità e la menzogna sono una miscela esplosiva per tutti quei governi che un giorno si vedono abbandonati, senza più un appoggio attivo, perendo nelle mani dei nuovi fornitori che offrono promesse che sono consumate dagli ingenui e tutto continua fino a quando non giunge di nuovo il benessere per ricominciare la danza intorno al vitello d’oro, che poi finisce nel lamento del “maialino” che si è rubato l’oro.

Questo ciclo cupo: vitello-maialino/benessere—lamento/consumo-lagnanza è stato rotto da un Comandante che aveva capito che la cosa più fondamentale non è il materiale, il quale solo serve per seguire l’ideale, per sostituire i lupi con i fratelli. Un Comandante che ha scelto di essere Cristo e non Rockefeller, di essere Bolívar e non Boulton, che si è giocata la vita per una Rivoluzione che presentiva fosse infinita. Ma il Cristo è stato nuovamente crocifisso e il ciclo è riapparso e con lui la menzogna che per l’umile ora è meno attendibile. Ma si sospetta che laggiù nel fondo esistono dei dirigenti che possono, vogliono, rompere nuovamente questo ciclo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Mentre l’aquila va a caccia di mosche, la crisi aumenta

venezuela

di Aram Aharonian* – rebelion.org

Il Venezuela è sommerso da una crisi ostinata e il sistema politico è bloccato, voltando le spalle alla stessa, la quale continua ad aumentare senza trovare risposte. Nel frattempo il presidente Nicolás Maduro è occupato a cacciare mosche nella sua ininterrotta guerra dei microfoni, quando invece la gente è lì ad aspettare che si trovino soluzioni alla scarsità di cibo, medicinali, ecc., all’inflazione, all’insicurezza. (Alcuni sostengono che la frase sia di Seneca, altri invece di Platone, ma chi l’ha resa popolare è stato Hugo Chávez: “L’aquila non va a caccia di mosche”).

C’è chi sostiene che esiste, di fatto, una certa forma di coabitazione nel paese, ma la realtà è che le fazioni che si contendono la guida della società, quella del governo e quella dell’opposizione, sembrano mancare di capacità – o interesse- per giungere a un accordo. Soprattutto quando l’autoproclamata Mesa de la Unidad Democrática (MUD), che raggruppa alla variopinta opposizione, ribadisce la sua promessa di espellere al presidente Nicolás Maduro dalla presidenza prima della metà di quest’anno.

I settori accademici di destra sono del parere che pian piano si sta costruendo un consenso il cui scenario più probabile e favorevole per cominciare a superare la crisi e aprire una transizione democratica deve passare attraverso la rinuncia di Maduro. Dello stesso parere è il segretario generale della MUD, Chúo Torrealba, il quale ha indicato che il primo passo è che il mandatario si metta da parte e consenta l’esecuzione di “un’uscita pacifica, costituzionale, elettorale, democratica e concordata dalla crisi”. Ha aggiunto che “Bisogna consentire che il Venezuela abbia un nuovo governo che inspiri fiducia al mondo e che possegga potere di convocazione sul piano interno”.

E il governo segue paralizzato, erratico, inoperoso (nonostante gli sforzi del vicepresidente dell’Esecutivo – Aristóbulo Istúriz- aperto al dialogo), diluito in incontri che convocano altri incontri e annuncia i prossimi annunci che mai arrivano, in balia ai canti di sirena della via capitalista e a soluzioni neoliberali, ma avviluppato nel recente ricordo della via al socialismo indicata da Hugo Chávez. Non solo sembra erratico, ma appare anche vuoto d’ideologia nello scontro con la MUD e la maggioranza oppositrice dell’Assemblea Nazionale.

La sociologa Maryclen Stelling ha segnalato che in questa congiuntura si sta potenziando la logica bellica della politica costruita intorno all’amico-nemico e fondata sulla dicotomia verità assoluta – errore assoluto. La dinamica del confronto tra i poteri, basata sulla concezione bellica della politica, danneggia la convivenza, il modo in cui affrontare la crisi multidimensionale che soffre il paese e, inoltre, le eventuali soluzioni pacifiche che dovrebbero essere sottoscritte in un clima di dissenso democratico.

Si tratta di stabilire i termini per una coabitazione di cui non sono abituati e sul come organizzarla nelle attuali circostanze, dove non sono accettate le idealizzazioni di approssimazioni consensuali. Si tratta di una convivenza fattibile e realista all’interno del confronto permanente che ha caratterizzato gli ultimi tre lustri, la quale si definirà quando si verrà a sapere a quale dei settori corrisponde l’egemonia. Non esistono spazi per un governo congiunto e men che meno per un’agenda unica.

La coabitazione sembra impossibile quando persiste la crisi economica e – parallelamente- la reticenza governativa d’introdurre dei cambi nella macroeconomia. Nel frattempo l’opposizione pubblicizza come irrevocabile la decisione di espellere a Maduro nei primi sei mesi dell’anno, un’iniziativa che difficilmente si potrà realizzare mediante l’impiego di mezzi legali.

Istúriz ha indicato che la guerra economica si fonda sull’attacco alla moneta – cappeggiato dal sito web, Dolar Today-, la distribuzione del cibo che è a carico dei privati e la caduta violenta del prezzo del petrolio, originata da fattori geopolitici che cercano di minare l’economia delle nazioni che difendono la propria sovranità.

“Dobbiamo fare un salto da un modello economico basato sulla rendita a un modello economico produttivo, abbiamo dei problemi perché non possediamo più una valuta come una volta, dobbiamo ragionare sull’importazione, dobbiamo unirci, da soli non ce la faremo, abbiamo bisogno della collaborazione di tutti i settori”, ha segnalato il vicepresidente. Tuttavia ha riconosciuto che il governo nazionale “non è stato capace” di risolvere problemi come le code, la scarsità di cibo e l’inflazione.

Julio Escalona ha avvertito che anche se in certa qual misura il petrolio è stato statalizzato, i principali profitti sono nelle tasche del capitale transnazionale; l’incremento delle entrate produce importazioni che distruggono la produzione interna, svalutano il bolívar, dollarizzano l’economia venezuelana, danneggiano la bilancia dei pagamenti, generano esportazione di capitali, indebitamento, inflazione. Un feticcio moltiplicatore dei conti bancari all’estero che rende più forte il dominio del capitale nella misura in cui siamo più dipendenti dal petrolio e gli imprenditori negoziano per continuare ad accumulare maggiori quantità di dollari.

Nonostante si sia aperto il dialogo con il settore produttivo, non ci sono progressi sul tavolo del dialogo politico. L’opposizione non dà segnali di avanzare nelle proposte, al di là di sbarazzarsi di Maduro e per quanto possibile (l’idea di un colpo di stato continua a ruotare intorno alle teste di non pochi, anche se bisogna avere l’appoggio delle forze armate) salvaguardando l’immagine della democrazia borghese: mediante una rinuncia o tramite un referendum revocatorio che non sembra nemmeno molto facile da realizzare.

Dall’egemonia alla “crisi umanitaria”

Antonio Gramsci aveva stabilito una differenziazione tra dominio – coercitivo- ed egemonia, di carattere culturale, ideologico, etico e spirituale. Mentre l’egoismo rappresenti il motore della società e il popolo conservi il culto dello Stato e le forme di coercizione statale siano dominanti, l’egemonia la possiede la borghesia, osserva il politologo Leopoldo Puchi.

La crisi avanza e non ci sono risposte. Le soluzioni acquisiscono carattere d’emergenza e all’interno della democrazia borghese il macchinario è del tutto bloccato.

Una situazione per nulla normale diventa normale, il linguaggio bellico diventa naturale. La nuova maggioranza nell’Assemblea nazionale disegna una strategia fondata sul confronto dei poteri e, più che un’apertura al dialogo, il parlamento si consolida come spazio di confronto e forza d’urto.

Quella stessa Assemblea che ha rifiutato il decreto d’emergenza economica del governo ha dichiarato l’esistenza di una “crisi umanitaria”. E’ la stessa cosa? Assolutamente no. Non si tratta di un problema semantico. Un anno fa il generale statunitense John Kelly, capo del Comando Sud, dichiarava ai quattro venti che quotidianamente pregava per “il popolo venezuelano” e si faceva garante che gli Sati Uniti sarebbero intervenuti solo se si dichiarasse una “emergenza umanitaria”. Per lo meno Kelly non è più al Comando Sud, ma altri lo stavano aiutando in quell’affermazione per avallare l’ingerenza esterna.

L’offensiva dell’opposizione continua a essere capeggiata dai mass media. L’editoriale del quotidiano EL Nacional, “¡Good Bye, Nicolás!”, è una chiamata al golpe. L’anticastrista, Fausto Masó, sulle pagine dello stesso giornale indicava che “Il governo è aiutato dall’inerzia e dalla mancanza di decisione dei suoi avversari, i quali non vanno oltre l’unità elettorale dello scorso dicembre, verso quella che dovrebbe essere una decisiva azione politica. Ciò arriverà più presto che tardi e allora entreremo in una nuova fase, si apriranno nuove porte”.

Perché e per chi si apriranno le porte?.

 

* Aram Aharonian è Magister in Integrazione, giornalista e docente uruguaiano, fondatore di Telesur, direttore dell’Osservatorio sulla Comunicazione e la Democrazia, presidente della Fondazione per l’Integrazione Latinoamericana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Roque Dalton: quando i poveri faranno le leggi

roque_dalton1da Tatuy Televisión Comunistaria

Una poesia di Roque Dalton che rivela con nitidezza il ruolo della legalità nell’ambito della lotta di classe 

Affermava il Comandante Chávez in relazione a questa poesia: “In questa nostra lotta mi vedo obbligato a cedere la parola al grande poeta rivoluzionario, martire salvadoregno, Roque Dalton (…) Non è forse compito dei poeti renderci più agevole il percorso? (…) lo sto dicendo in una maniera persino più edulcorata. Quando i poveri faranno le leggi svanirà la povertà. Stiamo percorrendo quella strada, verso il socialismo”.

Una poesia con un vigore sovversivo nel Venezuela odierno, dove si evidenzia con chiarezza la lotta di classe in un parlamento occupato nella sua maggioranza dai rappresentanti politici della borghesia venezuelana transnazionale.

 

Poesia XVI

 

Le leggi esistono perché le rispettino

i poveri.

Le leggi sono fatte dai ricchi

per mettere un po’ di ordine allo sfruttamento.

I poveri sono gli unici a rispettare le leggi

della storia.

Quando i poveri faranno le leggi

svaniranno i ricchi.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Vizcardo Guzmán, precursore dell’indipendenza latinoamericana

juanpabloviscardo-726797di Vincenzo Paglione

È senz’altro vero che un testo è la conseguenza di un preesistente lavoro sociale e ideologizzante, ma ciò non nega che la ragione possa indagare e valutare l’adozione di certe pratiche e argomenti a giustificazione di determinate politiche, senza proporsi una riflessione per comprendere come debellare l’ingiustizia e promuovere la giustizia. È così che ogni testo rispecchia il modello della cultura a cui appartiene, dei suoi rapporti interni e della connessione esistente tra le idee-guida in esso contenute. Questa è una delle condizioni a cui deve sottostare un componimento letterario per essere assimilato all’interno della cultura come possibilità nella cultura. Il fatto di possedere un struttura linguistica storicamente determinata, sociale per definizione non isolabile, e dunque sempre ideologizzata, fa sì che il testo si ponga come il prodotto di un precedente lavoro sociale linguistico e ideologizzante, necessariamente detentore di un carattere storico-sociale, le cui modalità innovatrici o rivoluzionarie intervengono in favore del processo sociale emancipatore. Se si passa dalle affermazioni politiche prese nella loro singolarità come un prodotto originario della periferia dell’impero e si prosegue a considerare le circostanze e le condizioni concrete in cui presero forma, il quadro cambia. Emergono quei significati di un patrimonio di vocaboli e concetti che non riposano sulla continuità e le intese, ma scaturiscono dal confronto politico.

Il testo della Carta dirigida a los españoles americanos por uno de sus compatriotas, scritta nel 1792 ma apparsa solo nel 1801 nella versione spagnola così come l’aveva diffusa il Precursore venezuelano dell’indipendenza americana Francisco de Miranda, è uno dei documenti più importanti che ha scritto la storia del popolo dell’America latina. La versione originale di Viscardo in lingua francese era stata  ripresa e tradotta in inglese e in spagnolo da Miranda, il quale si assunse l’incarico di divulgarla in tutto il continente ispanoamericano con il compito di far conoscere i suoi piani di emancipazione al fine di guadagnare i consensi necessari alla causa liberatrice dell’America spagnola.

La Carta assume un’importanza direttamente politica con conseguenze di lunga durata. Questo documento consente di tener presente la dimensione europea e americana della circolazione delle idee portatrici di una nuova cultura che s’inserisce all’interno della dialettica del vecchio e del nuovo, della cultura ufficiale e della cultura di opposizione. L’obiettivo perseguito era quello di raggiungere un pubblico più esteso, cioè per un verso, il lettore europeo, data la prossimità geografica e a cui interessa farsi una opinione dell’idea dell’America, per un altro verso, quello americano nella prospettiva di formare una coscienza nazionale che l’autore giudicava inseparabile dall’assimilazione della cultura moderna.

Ci fu un momento critico nella storia politica, sociale e culturale dell’America spagnola del secolo XVIII in cui le particolari condizioni sociali e culturali della popolazione americana consentirono lo sviluppo di una riflessione e una produzione intellettuale con caratteristiche non facilmente assimilabili alla tradizione europea, nello specifico quella di matrice francese, e nemmeno alla spagnola peninsulare. Tra gli eventi storici che spiccano in questo periodo e che daranno luogo alla gestazione del processo emancipatore si segnala il decreto di espulsione dei gesuiti dalle terre americane emanato da Carlo III nel 1767. Tra di loro c’era il giovane frate proveniente dalla giurisdizione di Arequipa –Perù- Juan Pablo Viscardo y Guzmán (Arequipa 1748, Londra 1798), non ancora ventenne al momento dell’allontanamento.

Viscardo cominciò a scrivere la sua Carta stando in Italia, precisamente nel suo soggiorno in Toscana, tra il 1787 e il 1791, e la concluse quasi certamente a Londra, dove stabilirà la sua ultima e definitiva dimora. Sarà grazie al pensiero del gesuita peruviano  che si cominceranno ad abbattere le mappe culturali che proponevano l’identità come una opzione nazionale dipendente dall’impero spagnolo. Contrariamente a quanto si affermava, l’americanismo proposto da Viscardo si porrà come nuova opzione identitaria di liberazione dalla Spagna, politicizzando l’azione discorsiva all’utilità sociale e culturale del contesto regionale. I primi tre secoli dell’America latina li sintetizza in quattro parole: ingratitud, injusticia, servidumbre y desolación (ingratitudine, ingiustizia, servitù e devastazione).

Aunque nuestra historia de tres siglos acá, relativamente a las causas y efectos más dignos de nuestra atención, sea tan uniforme y tan notoria que se podría reducir a estas cuatro palabras: ingratitud, injusticia, servidumbre y desolación; […].

“Nonostante che da tre secoli in qua la nostra storia relativamente alle cause e agli effetti più degni della nostra attenzione, appaia così uniforme e così nota che si potrebbe ridurre a queste quattro parole: ingratitudine, ingiustizia, servitù e devastazione; […]”[1].

Stando a Londra si muoverà nell’ambiente diplomatico del Foreign Office, descrivendo il progetto d’indipendenza pensato, sottoponendo i vantaggi commerciali che avrebbe goduto l’Inghilterra se avesse sostenuto, economicamente e militarmente, la causa dell’emancipazione dell’America meridionale. In un primo momento i funzionari davano l’impressione di accoglierlo favorevolmente, ma col passare del tempo giungeranno solo dilazioni e rimandi che renderanno l’eventuale azione dello Stato inglese sempre più lontana, dovuto a ragioni di sicurezza politica che escludevano eventuali tensioni che si potevano innescare nei rapporti con gli altri Stati e, in particolare, con la Spagna.

Ora, di fronte a questa nuova circostanza, e proprio in quanto costretto dalle durezze della storia a superare sé stesso e il proprio orizzonte di partenza, in Juan Pablo comincia a insinuarsi quello che alcuni anni dopo diverrà un prezioso lascito di idee e di critica che il fuoco incrociato delle esperienze vissute lasceranno irrevocabilmente segnato. Nel frattempo, da Londra, spedisce diverse lettere con le quali scambia informazioni con altri esuli americani stanziati in Italia.

Con la rielaborazione del pensiero illuminista e, in particolar modo, di quello di Rousseau, in modo fecondo –senza tralasciare nemmeno quello di tanti uomini di lettere americani che con la loro penna lottarono per la causa della libertà- Viscardo riesce a far emergere una trama politica ricca di suggestioni. Da questo rinnovamento scaturirà l’idea, ripresa successivamente da Francisco de Miranda, Simón Bolívar, Andrés Bello, ecc., di un intellettuale di tipo nuovo, non più orgoglioso della sua separatezza dal corpo sociale, ma organico ai processi di rinnovamento in atto, ovvero impegnato in prima persona nella lotta politica e sociale, e capace di proporsi come guida consapevole di essi. Sarà proprio il venezuelano Miranda, il cui nome in quegli anni si associava indissolubilmente a quello della sua missione, vale a dire, di principale agente per l’emancipazione delle Indie spagnole, a ereditare i documenti dopo la morte dell’ex gesuita, compresa anche la Carta, che s’incaricherà di pubblicare nella lingua nella quale fu originariamente redatta da Viscardo, cioè in francese e, successivamente, seguiranno le traduzioni in inglese e in spagnolo che farà circolare in modo che raggiunga il maggior numero di persone possibile e conquistare non solo il favore degli abitanti dell’ex impero inca, ma del mondo intero. Alcuni anni più tardi in un altro documento che avrà per titolo Carta de Jamaica, redatta da Simón Bolívar durante il suo esilio, si osserverà l’influsso ricevuto dalla Carta di Viscardo per quanto concerne la struttura del discorso, ossia contenente una parte storico-descrittiva sullo stato misero in cui versano le colonie americane e un’altro più rivendicativo per quanto compete l’elaborazione di un progetto di liberazione a livello continentale.

Al presente […] la muerte, el deshonor, cuanto es nocivo nos amenaza y tememos: todo lo sufrimos de esa desnaturalizada madrastra. El velo se ha rasgado y hemos visto la luz y se nos quiere volver a las tinieblas: se han roto las cadenas; ya hemos sido libres y nuestros enemigos pretenden de nuevo esclavizarnos. Por lo tanto, América combate con despecho y rara vez, la desesperación no ha arrastrado tras sí la victoria.

“Attualmente la morte, il disonore e tutte le cose più nocive ci minacciano e le temiamo: soffriamo tutto ciò che proviene da quella matrigna snaturata. Il velo si è strappato e abbiamo conosciuto la luce e ci vogliono riportare alle tenebre: si sono rotte le catene; abbiamo conquistato la nostra libertà e i nostri nemici nuovamente pretendono di restituirci alla schiavitù. Pertanto l’America lotta spinta da risentimento, sono contate le volte che la disperazione non ha condotto alla vittoria”[2].

Se si tengono presenti tali premesse e il contesto in cui si inseriscono, evitando di tralasciare l’enorme effetto esercitato dalla diffusione delle idee progressiste scaturite dal secolo dei lumi e l’esempio indipendentista dell’America del Nord (1776), unico nel suo genere, si può capire come la Carta si fa strumento di un’operazione di vasta portata civile, intesa a incidere sulla realtà contemporanea, giacché per la prima volta propone l’idea complessiva di una organizzazione sociale ed economica, dei rapporti politici e dei rapporti fra le classi. In altre parole questo documento, critico verso l’oppressione assolutistica, svolgerà un ruolo di primo piano nell’avvio del processo d’indipendenza dell’America meridionale.

El español sabio y virtuoso, que gime en silencio de la opresión de su patria, aplaudirá en su corazón nuestra empresa. Se verá renacer la gloria nacional en un imperio inmenso, convertido en asilo seguro para todos los españoles, que además de la hospitalidad fraternal que siempre han hallado allí, podrán respirar libremente bajo las leyes de la razón y de la justicia.

“Lo spagnolo saggio e virtuoso, che geme in silenzio l’oppressione della sua patria, nel suo cuore approverà la nostra impresa. Si vedrà rinascere la gloria nazionale in un impero immenso, trasformato in sicuro asilo per tutti gli spagnoli, che, oltre alla fraterna ospitalità che in esso hanno sempre goduto, potranno respirare liberamente sotto le leggi della ragione e della giustizia”[3].

Nel momento in cui le idee della cultura illuminista lottano per aprirsi un varco nella società, nonostante le battute d’arresto esercitate dalla Corona spagnola, Viscardo attraverso il suo scritto risale al passato per cercare in esso le radici storiche dell’arretratezza in cui ancora si trova e per fare i conti con  la società coloniale dell’epoca.

La reunión de los reinos de Castilla y de Aragón, como también los grandes estados, que al mismo tiempo tocaron por herencia a los reyes de España, y los tesoros de las Indias, dieron a la corona una preponderancia imprevista, y tan fuerte, que en muy poco tiempo trastornó todos los obstáculos, que la prudencia de nuestros abuelos había opuesto para asegurar la libertad de su descendencia. La autoridad real, semejante al mar cuando sale de sus márgenes, inundó toda la monarquía, y la voluntad del rey, y de sus ministros, se hizo la ley universal.

“L’associazione dei regni di Castilla e di Aragón, come anche dei grandi stati che simultaneamente furono ereditati dai re di Spagna, insieme ai tesori delle Indie, diede alla corona una preponderanza imprevista e così forte che in breve tempo travolse ogni ostacolo che la prudenza dei nostri avi aveva opposto per assicurare la libertà della loro discendenza. L’autorità regale, simile al mare quando prorompe dalla riva, inondò tutta la monarchia e la volontà del re e dei suoi ministri e si fece legge universale”[4].

E in altro luogo si legge:

Las diversas regiones de la Europa, a las cuales la Corona de España ha estado obligada a renunciar, tales como el reino de Portugal, colocado en el recinto mismo de la España, y la célebre República de las Provincias Unidas, que sacudieron su yugo de hierro, nos enseñan que un continente infinitamente más grande que la España, más rico, más poderoso, más poblado, no debe depender de aquel reino, cuando se halla tan remoto, y menos aún cuando está reducido a la más dura servidumbre.

“Le diverse regioni d’Europa, verso le quali la corona spagnola si è vista obbligata dover rinunciare, tali come il regno di Portogallo, situato nella stessa area geografica della Spagna, e la celebre repubblica delle Province Unite che si tolsero di dosso il suo giogo di ferro, ci insegnano che un continente infinitamente più grande della Spagna, più ricco, più potente, più popolato, non deve dipendere da quel regno quando si trova così distante e ancora meno quando è ridotto a una delle servitù più dure”[5].

Partendo dalla critica della gestione delle colonie la Carta offre alle nascenti forze progressiste dell’epoca il progetto di una società futura da costruire e garantire. Tuttavia, nel testo del documento, è facile notare come sia assente una chiara definizione nonché una consistente esemplificazione del ruolo del popolo e della nascente borghesia. Il tacere su quest’ultima nel discorso potrebbe essere stata dettata dalla realtà storica in cui non si poteva ancora ravvisare una borghesia in senso moderno sia sul piano economico sia su quello dell’organizzazione politica e della consapevolezza ideologica. Ecco perché il suo messaggio si rivolgeva soprattutto all’aristocrazia illuminata e al ceto intellettuale dei criollos, i quali si ispiravano ai modelli europei. Specie agli intellettuali il suo messaggio avrebbe dovuto stimolare verso l’auspicato processo di emancipazione.

Era inevitabile che con rispondenza di una simile condizione di arretratezza, Viscardo non fosse in grado di assegnare alla borghesia e, tantomeno, al popolo una funzione importante, neppure come ipotesi di progetto di società, e privilegiasse, anche se non lo rende manifesto, il ruolo di una aristocrazia illuminata come portatrice delle istanze emancipatrici e di progresso civile e sociale. Verrebbe da pensare che la possibilità di agire nella storia del continente americano è, pertanto, affidata alle classi superiori della società coloniale. L’impotenza degli umili scaturisce, quindi, dalla loro collocazione sociale. Questa impotenza assume, però, una precisa articolazione di classe e quindi il popolo non è proposto ancora come soggetto di azione politica che possa contribuire al processo di emancipazione delle condizioni di oppressione, di sottomissione e di paura in cui versa.

¡Cuando a los horrores de la opresión, y de la crueldad, suceda el reino de la razón, de la justicia, de la humanidad; cuando el temor, las angustias, y los gemidos de diez y ocho millones de hombres hagan lugar a la confianza mutua, a la más franca satisfacción, y al goce más puro de los beneficios del Creador, cuyo nombre no se emplee más en disfrazar el robo, el fraude, y la ferocidad; cuando sean echados por tierra los odiosos obstáculos que el egoísmo más insensato opone al bienestar de todo el género humano, sacrificando sus verdaderos intereses al placer bárbaro de impedir el bien ajeno, ¡qué agradable y sensible espectáculo presentarán las costas de la América, cubiertas de hombres de todas las naciones, cambiando las producciones de sus países por las nuestras! ¡Cuántos, huyendo de la opresión, o de la miseria, vendrán a enriquecernos con su industria, con sus conocimientos y a reparar nuestra población debilitada! De esta manera la América reunirá las extremidades de la tierra, y sus habitantes serán atados por el interés común de una sola GRANDE FAMILIA DE HERMANOS.

“Quando agli orrori dell’oppressione e della crudeltà succeda il regno della ragione, della giustizia, dell’umanità; quando il timore, le angosce e i gemiti di diciotto milioni di uomini facciano posto alla mutua fiducia, alla più franca soddisfazione e al più puro piacere dei benefici del Creatore, il cui nome non sia più impiegato per mascherare il furto, la frode e la ferocia; quando saranno abbattuti gli odiosi ostacoli che il più insensato egoismo oppone al benessere di tutto il genere umano, sacrificando i suoi veri interessi al barbaro piacere d’impedire il bene altrui; che piacevole e visibile spettacolo avranno le coste dell’America, popolate da uomini di tutte le nazioni, scambiando la produzione dei loro paesi per le nostre! Quanti, fuggendo dall’oppressione, o dalla miseria, verranno ad arricchirci con la loro industria, la loro conoscenza e a rafforzare la nostra popolazione indebolita! In questa forma l’America congiungerà gli estremi della terra e i suoi abitanti si legheranno dal comune interesse di una sola e GRANDE FAMIGLIA DI FRATELLI.[6]

Nonostante la proposta di Viscardo volesse destare il seme di una coscienza nazionale aspirante a diventare unità politica, le sue idee concorrevano a produrre un certo effetto solo su una piccola percentuale della popolazione urbana della colonia, la quale era in possesso degli strumenti necessari per la comprensione e l’accettazione di quelle concezioni che avrebbero dovuto migliorare quello che sempre più intellettuali vagamente sentivano come la loro terra.

Dunque anche se il pubblico verso il quale era indirizzata la Carta restava pur sempre una minoranza e i ceti subalterni per il momento ne erano esclusi, Viscardo confidava che, mediante la funzione mediatrice esercitata dell’élite criolla, potesse veicolare il suo messaggio rivoluzionario, all’epoca avanzato, o per lo meno spiegabile in base alle condizioni dei tempi In questo modo Viscardo fa giungere il suo pensiero ai ceti subalterni della società coloniale rendendolo comprensibile, materialmente e culturalmente, almeno a un ridotto numero di privilegiati.

L’impossibilità di restare in silenzio di fronte all’istintiva ripulsa per la crudeltà e le manifestazioni di insensibilità, di cui si macchiarono gli spagnoli, spinse Viscardo a ragionare e ad elencare una quantità di motivi ben precisi per mettere sotto accusa l’amministrazione spagnola delle colonie americane.

Si corremos nuestra desventurada patria de un cabo al otro, hallaremos donde quiera la misma desolación, una avaricia tan desmesurada como insaciable; donde quiera el mismo tráfico abominable de injusticia y de inhumanidad, de parte de las sanguijuelas empleadas por el gobierno para nuestra opresión.

 “Se percorriamo la nostra sventurata patria da un capo all’altro, troveremo ovunque la stessa desolazione, un’avarizia così smisurata come insaziabile; dovunque il medesimo traffico vergognoso d’ingiustizia e d’inumanità da parte delle sanguisughe impiegate dal governo per la nostra oppressione” [7].

Nosotros estamos obligados a llenar, con todas nuestra fuerzas, las esperanzas de que hasta aquí el género humano ha estado privado. Descubramos otra vez de nuevo la América para todos nuestros hermanos, los habitantes de este globo, de donde la ingratitud, la injusticia y la avaricia más insensata nos han desterrado. La recompensa no será menor para nosotros que para ellos.

“Noi siamo obbligati a colmare, con tutte le nostre forze, le speranze di cui è stato privato il genere umano. Scopriamo di nuovo l’America per tutti i nostri fratelli, gli abitanti di questa terra, da dove l’ingratitudine, l’ingiustizia e la più insensata avarizia ci ha bandito. La nostra ricompensa non sarà minore della loro”[8].

Il trasformarsi del contesto coloniale indusse Viscardo a operare una scelta lessicale, ovvero a sostituire nel loro complesso il linguaggio adoperato dalla tradizione per quanto concerne la loro definizione costituzionale riferibile alla mutua obbligazione tra sudditi e re, all’affermazione della fedeltà, delle benemerenze, ecc. Spostò, a tal fine, il significato dei topoi che sancivano il vincolo come garanzia verso percorsi che si richiamavano allo scioglimento dei doveri incondizionati ai quali la concezione del patto politico e amministrativo vincolava le colonie con il potere centrale. Questa richiesta di rinnovamento implica, già di per sé, l’insorgere di un’attitudine rivoluzionaria nei confronti della soggezione economica al patto coloniale e ai suoi aspetti giuridici e istituzionali: è una prima ipotesi alternativa indipendentista che, in fondo, celava il desiderio di affermare una propria identità, ovvero di volere attestare una propria storia, geografica e societaria altra da quella della Spagna.

Este momento ha llegado, acojámosle con todos los sentimientos de un preciosa gratitud, y por pocos esfuerzos que hagamos, la sabia libertad, don precioso del cielo, acompañada de todas las virtudes, y seguida de la prosperidad comenzará su reino en el Nuevo Mundo, y la tiranía será inmediatamente exterminada.

“Questa ora è arrivata, accogliamola con tutti i sentimenti di una preziosa gratitudine e per pochi sforzi che facciamo, la sapiente libertà, dono prezioso del cielo, accompagnata da tutte le virtù e seguita dalla prosperità, instaurerà il suo regno nel Nuovo Mondo e la tirannia sarà immediatamente annientata”[9].

Gli anni e gli stenti subiti in un paese straniero che non aveva voluto o saputo ascoltare i consigli sull’autonomia latinoamericana, recarono al gesuita un dolore profondo. Ormai il dramma della sua esistenza si avviava alla fine. Il buio della morte calava sugli occhi  di Juan Pablo Viscardo il 10 febbraio 1798. Aveva cinquanta anni. Anche se la sua vita era finita nella totale indifferenza per i popoli americani iniziava una nuova era.

NOTE:

[1] Juan Carlos Viscardo y Guzmán, Carta dirigida a los españoles americanos por uno de sus compatriotas, in Antonio Gutiérrez Escudero, 2007, “Juan Pablo Viscardo y su “Carta dirigida a los españoles americanos” ”, in Araucaria, año 9 n.17, Universidad de Sevilla. Le note del presente articolo rimandano alla traduzione italiana della Carta di prossima pubblicazione.

[2] Simón Bolívar, Carta de Jamaica, Ed. Ministerio del Poder Popular para la Comunicación y la Información, Caracas, 2008. La traduzione in italiano è dell’autore.

[3] Juan Carlos Viscardo y Guzmán, Carta dirigida a los españoles americanos por uno de sus compatriotas, in , Antonio Gutiérrez Escudero, 2007, op. cit.

[4] Idem.

[5] Idem.

[6] Idem.

[7] Idem.

[8] Idem.

[9] Idem.

[Articolo scritto per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Venezuela secondo gli interessi USA: think-tanks, stampa e governo

downloaddi Silvina Romano – www.celag.org

“ … quando qualcosa è presentato all’insegna dell’unanimità, è un segnale. Nulla è trasparente nel mondo. Devi sempre domandarti, è proprio giusto questo modo di vedere le cose?”

(Chomsky, 2001)

La campagna del governo statunitense e dei mezzi egemonici contro il Venezuela è di lunga data e, senza dubbio, ha raggiunto il momento culminante quando ha offerto il suo appoggio ai settori del  colpo di Stato contro il governo di Hugo Chávez nel 2002 [1].

Dopo la morte del leader venezuelano, il conflitto ha manifestato un’ulteriore impennata, questa volta scagliandosi contro il governo di Maduro e i settori che lo appoggiano (a livello nazionale e internazionale). Ciò ha spinto ai difensori del liberalismo ad appoggiare azioni violente e anticostituzionali – perpetrate da persone e da gruppi dell’opposizione al governo nel febbraio del 2014 – in “nome della democrazia e dei diritti umani”.

Ma quanto fin qui detto è ormai una storia da tutti conosciuta che ha spinto alla gente a schierarsi dalla parte del chavismo o contro di esso, del Venezuela, ecc. con scarsa informazione su come si organizza una campagna contro un governo che rispetta le regole della democrazia liberale e che va alla ricerca di riforme sostanziali. Cercheremo di analizzare questo vuoto, focalizzandoci nei due cardini della campagna contro il Venezuela, orchestrata negli Stati Uniti e in costante articolazione con l’elite dell’opposizione venezuelana.

Il primo cardine è quello dei think-tanks, organismi che “producono conoscenza” perché offrono consulenza ai governi e al settore privato. È fondamentale mettere ben in chiaro che ricevono finanziamenti da parte dei governi, aziende multinazionali, fondazioni e da determinati soggetti privati. Tema che sin da ora ci invita a questionare quali interessi cercano di coprire con le loro ricerche e pubblicazioni. Gli investimenti prodotti da queste organizzazioni sono soliti confluire verso il mondo accademico (università, istituti di ricerca, ecc.) e, in modo particolare, appaiono in forma diretta o indiretta nell’informazione pubblicata dai mass media (TV, stampa su carta e on line, pagine web di agenzie di stampa, ecc.). In questa maniera la stampa costituisce il secondo cardine che in buona misura si alimenta della voce degli esperti di questi think-tanks.

I think –tanks e il mondo accademico

Dagli inizi del 2015, nel contesto dei processi delle elezioni nei diversi paesi dell’America Latina e di fronte a una profezia “sulla fine del ciclo progressista”, il Venezuela è stato oggetto di un attento interesse e negli USA si sono svolti diversi dibattiti sull’argomento. Il 9 giugno 2015 si è portata a termine una conferenza coordinata dal Wilson Center [2]: “Democrazia e governabilità nelle Americhe”, nella quale sono assistiti non solo esperti e politici statunitensi, ma anche latinoamericani [3]. In quella sede è stato detto che la principale preoccupazione dei cittadini latinoamericani è la mancanza di trasparenza nelle istituzioni e la corruzione che si aggiunge nel contesto di una caduta del prezzo delle commodities. Al riguardo hanno espresso la loro opinione, l’ambasciatore del Cile negli USA, Juan Gabriel Valdes; Daniel Zovatto [4], direttore generale di América Latina dell’IDEA (Istituto Internazionale per la Democrazia e l’Assistenza Elettorale, organizzazione svedese); Paulo Sotero, direttore dell’Istituto del Brasile nel Wilson Center; Eduardo Bohórquez, direttore di Transparencia Mexicana; Carlos Fernando Chamorro, direttore di Confidencial. Hanno altrettanto rilasciato la loro opinione Cynthia Arnson, direttrice del Programma sull’America Latina del Wilson Center; María Herminia Tavares de Almeida dell’Università di São Paulo (Brasile); Roberto Russell dell’Università Torcuato Di Tella (Argentina) e Richard Feinberg dell’Università di Politica Globale e Strategia di San Diego (California). L’evento è stato chiuso da Roberta Jacobson, ex segretaria aggiunta per gli Affari dell’Emisfero occidentale e attuale ambasciatrice degli USA in Messico, la quale ha enfatizzato sulla “necessità che altri paesi latinoamericani esigano la libertà di opinione in Venezuela, compresa la liberazione dei prigionieri politici”.

Questo incontro rivela l’intreccio che esiste tra i governi, il settore privato (i think-tank e le fondazioni) e il mondo accademico, tanto negli Stati Uniti quanto in America Latina. Si tratta di una elite intellettuale e politica che appare come “neutra” e “seria” nelle loro opinioni. Tuttavia, richiama l’attenzione che non siano stati invitati rappresentanti dei governi progressisti della regione, affinché potessero condividere la propria visione su questi argomenti. Inoltre, come si può corroborare dalle note a pie di pagina, né gli organismi che hanno organizzato l’incontro né i conferenzieri sono “neutri”: hanno uno storico politico e formano parte di una rete d’interessi associati che mirano all’espansione degli investimenti delle aziende transnazionali e con sufficienti idee per legittimare l’avanzata delle compagnie petrolifere, aziende che producono software, il settore dell’intrattenimento e l’immancabile industria militare.

Il 23 giugno 2015 il Council on Foreign Relations (CFR) [5] ha organizzato un forum di discussione sul Venezuela: “Attualizzando il Venezuela”: politica interna e rapporti regionali” [6], nel quale sono stati invitati Patrick Duddy del Duke University ed ex ambasciatore degli USA in Venezuela; Miguel A. Santos della Harvard Univeristy e Carl Meacham, direttore del programma delle Americhe del Center for Strategic and International Studies (CSIS) [7]. All’inizio della conferenza, a modo di contestualizzazione si affermò che: “La gente osserva ciò che accade in Venezuela e ha paura, non solo per l’instabilità interna, ma anche per le implicazioni che ciò può avere per la regione”. Questo tipo di affermazione fa appello all’instabilità come anticamera di un intervento che garantisca la stabilità, strategia utilizzata specialmente durante la Guerra Fredda, ma che si è utilizzata come strumento di potere blando permanente.

Il 20 novembre 2015 l’Inter American Dialogue (IAD) [8] ha portato a termine un altro evento concernente le elezioni in Venezuela dal titolo: “Le elezioni in Venezuela possono essere trasparenti e giuste?”. A quest’incontro sono assistiti Danel Zovatto dell’IDEA, il quale è anche vincolato con la Brookings Institution [9] e Cynthia Arnson del Wilson Center (questi ultimi due avevano assistito all’incontro organizzato dal Wilson Center succitato). Per quanto concerne le elezioni in Venezuela, assicuravano: “Lo scontento della gente, unitamente alle difficoltà economiche, può generare disturbi politici ed esiste la possibilità di manifestazioni di violenza dopo le elezioni”. In altre parole si vaticina uno scenario da caos, dove “qualcuno” dovrà intervenire per ristabilire l’ordine. Inoltre Zovatto ha criticato il tipo di accordo con l’UNASUR come osservatore delle elezioni, assicurando che la missione ha un mandato “anemico” che metterà a rischio l’attendibilità del processo elettorale tanto nel paese quanto nella regione. Un altro scenario da caos che si vuole legittimare con un intervento per imporre la pace.

La stampa e il governo statunitense

 

Qualche giorno prima, Carl Meacham (di cui abbiamo fatto menzione più sopra, membro del CSIS) aveva twittato: “#Vzla narcoregime desperate to retain power spells disaster. Could open take power? Would anyone buy a Maduro win? http://wapo.st/1MZm4Re[10]. Si tratta di un link riguardante un articolo del Washington Post del 30 novembre che aveva per titolo: “Venezuela affronta le elezioni decisive senza un arbitro”. In questo articolo si assicura che il “ ‘chavismo’ è giunto al potere tramite mezzi elettorali, ma considera la sua permanenza al governo come parte della ‘rivoluzione’ che disprezza, almeno nella retorica, le norme democratiche come l’alternanza al potere e la divisione dei poteri”. Aggiunge che: “I sondaggi mostrano che Maduro perderà. Ma consapevole che sono presenti pochi osservatori internazionali che monitoreranno le elezioni, qualsiasi altro risultato che faccia vincere l’opposizione probabilmente condurrà alla frode” [11]. Quest’affermazione è una provocazione al governo venezuelano e una squalificazione delle sue istituzioni e degli organismi convocati per il monitoraggio. Pensiamo che sarebbe semplicemente uno scandalo se il prossimo anno, alla vigilia delle elezioni statunitensi, qualsiasi mezzo della stampa latinoamericana dichiarasse di mettere in dubbio la “trasparenza” del sistema elettorale di quel paese.

È ugualmente interessante notare che la Società Interamericana della Stampa (organismo storicamente vincolato alla stampa egemonica) ha solidarizzato con l’opposizione venezuelana, pubblicando sulla propria pagina digitale l’offerta di collaborazione che la Mesa de l’Unidad Democrática (MUD) offrirà a tutti i mass media stranieri che desiderano informare sulle elezioni venezuelane [12].

Da parte sua il Financial Times aggiunge: “I governi dovranno appoggiare il Venezuela in questo processo democratico e tenere il governo venezuelano sotto osservazione se cerca di abusare del suo potere. Per molto tempo molti paesi, specialmente in America Latina, hanno chiuso un occhio agli avvenimenti di Caracas (…) Ciò è stato negativo in termini morali e prodotto della miopia politica”. In questa forma la stampa nordamericana punta il dito su ciò “che è stato fatto male” nella regione. Il New York Times s’inserisce né più né meno che con un editoriale che riprende gli avvertimenti dell’OSA sulla dubbia “trasparenza” delle elezioni in Venezuela e conclude che “Una nuova leadership nel Congresso venezuelano può offrire al paese un cambio auspicato. Il paese necessita disperatamente riparare una economia devastata, così come ricostruire le sue istituzioni democratiche che si sono indebolite durante il mandato di Maduro” [13].

Osserviamo che tutti gli articoli danno indicazioni su come fare “bene” le cose, rispettando la democrazia e i diritti umani e rimproverano la complicità da parte degli altri governi latinoamericani con relazione al Venezuela. Con questo atteggiamento s’ignorano i progressi raggiunti con istituzioni quali UNASUR, CELAC e ALBA, le quali non sono sufficientemente “serie” dal punto di vista statunitense, riponendo la loro fiducia nell’Organizzazione degli Stai Americani (organismo che pochi anni dopo la sua entrata nella scena internazionale ha perso legittimità, dopo che è stato palesemente sottomesso ai voleri dei nordamericani).

Secondo quanto si è fin qui detto, l’unico approccio critico alla campagna dell’opposizione venezuelana apparso negli USA, è stato un articolo pubblicato su Foreign Policy e diffuso dal programma Democracy Now! di Amy Goodman [14]. Possiamo aggiungerci alcuni articoli di Mark Weisbrot del Center for Economic and Policy Research di Washington.

Infine, ma considerato di grande importanza, come corollario di questa campagna contro il governo venezuelano e il popolo che rappresenta, il 30 novembre il Congresso statunitense ha organizzato un incontro per discutere sulle elezioni e i diritti umani: “Venezuelan Elections at a Time of Human Rights Concerns”. Gli organismi che hanno allestito questo incontro sono la National Endowment for Democracy; Human Rights Watch; la Robert F. Kennedy Human Rights e il Latin American Herald Tribune. In rappresentanza della NED –organismo seriamente messo in discussione per la sua ingerenza negli affari interni del Venezuela [15]- ha partecipato Miriam Kronblith che da molti anni s’impegna ad affermare che in Venezuela impera una democrazia autoritaria giacché, nonostante rispetti i meccanismi formali, sarebbe presente anche “l’abuso di potere” [16]. Di modo che i molteplici plebisciti portati a termine durante i governi di Chávez e Maduro “non valgono” (nonostante si attengono alle norme della democrazia liberale).

Il numero di dati fin qui presentati cerca di contribuire a “demistificare” la teoria della cospirazione, argomento che la destra è solita utilizzare per squalificare le posizioni critiche. Non si tratta di una “cospirazione”, ma di una rete che veglia su determinati interessi che sono stati minacciati in un modo o nell’altro sin dall’avvento di Chávez al governo venezuelano, mediante politiche e programmi che rispondono alle necessità e ai desideri della maggioranza della popolazione storicamente relegata e che oggi sono determinati ad appropriarsi della loro dignità, del loro presente e del loro futuro.

NOTE:

[1] Alcuni materiali che danno notizia di questa complicità si possono reperire nei seguenti documentari: Al Sur de la Frontera, di Oliver Stone (2010); La guerra de Estados Unidos en contra de la democracia, di John Pilei (2007).

[2] Il Wilson Center si presenta come un’organizzazione “indipendente”. Tuttavia, si nutrono dei seri dubbi al riguardo se si osservano i dati delle corporazioni che hanno “regalato” denaro a questa istituzione nel 2014: tra i 100 mila e i 250 mila dollari, Northrop Grumman e Boeign (industria degli armamenti); tra i 50 mila e 100 mila dollari, il Bank of America, Goldman Sachs & Co., Citigroup (principali speculatori finanziari di Wall Sreet); altri donatori (non si dichiarano le somme elargite) sono Exxon Mobile, Shell Oil Company; FedEx; Microsoft; Time Warner Inc., di modo che lo spettro delle donazioni parte dalle principali imprese petrolifere, quelle del software, fino a giungere il mondo dello spettacolo. https://www.wilsoncenter.org/donors.

[3] https://www.wilsoncenter.org/event/transparency-governance-and-foreign-policy-meeting-the-challenge-the-americas

[4] In un articolo pubblicato dalla Brookings Institution, Zovatto (29 luglio 2015) si scrivono affermazioni totalmente erronee come, ad esempio, quella che asserisce che di fronte allo scenario elettorale avverso del 2015, il governo ha deciso di far ricorso alla repressione e imprigionare i membri dell’opposizione. Si veda: http://www.brookings.edu/research/opinions/2015/07/29-venezuela-elections-zovatto. Per quella parte dell’opinione pubblica che è minimamente informata, questa affermazione risulta essere falsa, poiché il processo e la prigionia dei leader dell’opposizione è vincolato alle violenze e alle uccisioni provocate nelle manifestazioni durante il mese di febbraio 2014.

[5] Il CFR è l’espressione più compiuta sull’intimo e fluido rapporto fissato dall’apparato statale per quanto concerne la presa delle decisioni condotta dalla presidenza imperiale. È composto dai rappresentanti del vertice aziendale e finanziario e i loro portavoce del mondo accademico. Saxe Fernandez, John (2006), Terror e Imperio, México, Arena, p. 62.

[6] http://www.cfr.org/venezuela/assessing-venezuelas-economic-strategic-position/p36686

[7] Tra gli sponsor del CSIS troviamo la partecipazione di aziende e fondazioni che donano più di 500 mila dollari: Aramco Services Company,Bank of America, Chevron,Exxon Mobile, Northdrop Grumman; Bill & Melinda Gates Foundation; Smith Richardson Foundation. I contributi che vanno dai 200 ai 400 mila dollari provengono da: Carnegie Corporation, The William and Flora Hewlett Foundation; le donazioni tra i 50 e i 199 mila dollari sono elargite da: The Henry Luce Foundation; The Rockefeller foundation. Tra i donanti governativi sui 500 mila dollari si annoverano: Giappone, Taiwan, Arabia Saudita, Emirati Arabi, USA. Tra i loro esperti segnaliamo a Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinsky. Si veda: http://csis.org/support-csis/our-donors/corporations#top

[8] L’Inter American Dialogue è composto da “esperti” provenienti dall’America Latina e gli USA, tra questi si possono annoverare ex presidenti, letterati, accademici, ecc., generalmente vincolati alla destra e al neoliberalismo nella regione come: Fernando Henrique Cardoso, Sebastián Piñera, Ernesto Zedillo, Violeta Chamorro, [Mario Vargas Llosa, N.d.T.] etc. Si veda: http://www.thedialogue.org/experts/

[9] La Brookings Institution, storicamente è uno degli organismi che ha dedicato speciale attenzione ai rapporti tra gli Stati Uniti e l’America Latina, albergando al suo interno a importanti esponenti vincolati alla diplomazia statunitense. Saxe-Fernandez (Op. cit, 116) sostiene che è uno dei principali consulenti del governo, in particolar modo se si tratta di un’amministrazione democratica.

[10] “Il narcoregime del Venezuela è disperato per non cedere le redini del potere il che porterà il paese a un catastrofe, Potrà l’opposizione raggiungere il potere? Qualcuno comprerà la vittoria di Maduro?”

[11] https://www.washingtonpost.com/world/the_americas/venezuela-heads-for-pivotal-election-without-a-referee/2015/11/29/be3f322c-9167-11e5-befa-99ceebcbb272_story.html

[12] http://www.sipiapa.org/notas/1201912-venezuela-elecciones-parlamentarias-el-6-diciembre

[13] http://www.nytimes.com/2015/11/18/opinion/venezuelas-threatened-elections.html?_r=0

[14] http://www.democracynow.org/2015/8/5/the_making_of_leopoldo_lopez_an

[15] Allard, G. e Golinger, E. (2009), USAID, NED y CIA. La agresión permanente, Caracas, Ministerio del poder Popular para la Comunicación y la Información.

[16] Kornblith, Miriam (2013), “Chavismo after Chávez?”Journal on Democracy, vol. 24, n. 3, National Endowment for Democracy & John Hopkins University, pp. 47-61

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Geopolitica dell’assedio

C20E783FCI militari USA nell’America del Sud [i]

di André Deak e Bianca Paiva

Agência Brasil defesanet.com.br

  1. In questa intervista rilasciata qualche hanno fa dal politologo brasiliano ed esperto di geopolitica, Moniz Bandeira, poneva l’accento sulla presenza di basi militari nordamericane in alcuni paesi (teatri di guerra) strategici dell’America meridionale, i quali sono selezionati dal complesso strategico-militare americano per conservare lo statu quo regionale. Questo tipo di strategia consente alle unità operative americane l’appoggio logistico necessario per la conduzione di azioni belliche nei diversi teatri di operazioni che dovessero sorgere nella regione. La strategia nazionale di Difesa degli Stati Uniti ha più volte rimarcato l’importanza di espandere le truppe e l’equipaggiamento logistico militare nel mondo e, nello specifico, nei diversi paesi dell’America meridionale e caraibica (Curaçao, Barbados, Colombia, Guiana, Ecuador, Perù, Paraguay) per consentire un maggiore controllo spaziale e operativo verso quei paesi considerati d’importanza geoeconomica e geostrategica – Brasile e Argentina e, non ultimo nell’ordine, il Venezuela -. L’adozione di questo tipo di disegno influenza la sicurezza dello Stato assediato, le sue relazioni commerciali, diplomatiche e di sviluppo, giacché sono subordinate agli interessi strategici e di sicurezza degli Stati Uniti. Fattori che fortemente influenzano le scelte in politica estera e che limitano di molto l’autonomia in sede internazionale.

Il Venezuela, considerato paese che erode l’influenza e il potere USA nell’America meridionale e caraibica, è stato inserito nel novero degli Stati che bisogna combattere e indebolire mediante lotte economiche (guerra economica), contrabbando, crimine organizzato, innesco di conflitti transfrontalieri, violazione delle libertà civili e dei diritti umani, guerra psicologica, ecc., dilatandoli nel tempo e con lo scopo di riconfermare l’incontrastata supremazia americana nella regione. Il controllo delle risorse naturali dei venezuelani costituisce un fattore molto importante per assicurare a lungo termine il dominio economico, politico e la stabilità della società nordamericana. Difatti il processo di sviluppo economico dei paesi iperindustrializzati dipende dall’approvvigionamento di energia e il petrolio è la più importante fonte energetica.  Ciò ha contrassegnato la storia economica, politica e militare dei nordamericani per il dominio del Venezuela degli ultimi cento anni.

  1. La concretizzazione di un’entità geografica comune che potesse coniugare l’aspetto economico con quello politico da proiettarsi su scala internazionale, si poteva solo ottenere attraverso l’elaborazione di nuovi schemi d’integrazione sub regionale. È stato così che è sorta l’idea della strutturazione di nuove entità (Mercosur, Unasur) come formule più avanzate di quelle già esistenti (Alalc, Sela, Pacto Andino, Comunidad del Caribe, Mercado Centroamericano) con l’obiettivo di coordinare la posizione dell’America Latina di fronte alle sfide del mondo.

Tuttavia questo continente fatto di capricci e dispersioni, diffidenze e aspirazioni di grandezza, continua a fare tutto il possibile affinché questi meccanismi restino limitati, ininfluenti per non produrre l’integrazione richiesta e tanto meno far ascoltare la voce di un’America Latina unita. In questi ultimi anni i governi di alcune nazioni hanno preferito la scelta di negoziare con gli Stati Uniti o con l’Unione Europea sul piano di una presunta uguaglianza o bilateralismo. Preferiscono agire con manifestazioni d’individualismo esacerbato (Colombia e la nuova Argentina di Macri) che in fin dei conti non sono altro che l’espressione di un nazionalismo da sottosviluppo: declamatorio in modo reboante ma privo di contenuti. Sono scelte politiche che non tengono in conto primario l’interesse nazionale, ma garantiscono solo il protettorato americano.

  1. Nella presente fase multipolare la voce dell’America Latina rischia di azzittirsi. La deriva populista a destra di alcuni attori importanti rischia di rendere nulli i criteri che riguardano la difesa dei prezzi delle materie prime o l’intercessione ai forum per un commercio più giusto. L’importanza geostrategica e geopolitica data ai progetti Alba, Celac e Unasur da parte dell’allora presidente venezuelano, Hugo Chávez, rispondevano alle richieste di una regione desiderosa di affermare nel mondo la propria immagine storica; la percezione di una responsabilità e di un destino compartecipe che incalzava verso la realizzazione di uno sforzo comune per combinare le risorse (primarie, energetiche, demografiche) di cui dispone e fare dell’America Latina un potere mondiale.

La presenza di alcuni meccanismi come il Mercosur nel panorama internazionale ha, seppure in modo impercettibile (economicamente e politicamente), confermato e quindi cominciato a produrre la certezza di sviluppi importanti. In più di un’occasione Hugo Chávez aveva segnalato che non si trattava più di una necessaria volontà politica di appoggio al processo d’integrazione, ma della costruzione di una vera e propria concezione politica comune che possa proiettarsi sia verso l’esterno sia verso l’interno. Nonostante le ragioni storiche e sociopolitiche che si avviano verso l’integrazione, il raggiungimento della stessa è piuttosto lastricato di ostacoli.  Esistono grosso modo due gruppi di pressione che ostacolano questo percorso, le multinazionali e gli interessi locali che lavorano in associazione con le prime. In particolare questi ultimi ignorano volutamente gli obiettivi globali di un’integrazione. Ed è proprio qui che non esiste un’intesa. Spesso si tralascia il principio fondamentale, ovvero, la nozione di giungere ad essere una unità, più grande. Invece, le borghesie locali preferiscono adottare la scelta subalterna di comodo, cioè quella delle piccole monadi. La riconsiderazione in termini geopolitici dell’interesse nazionale è una via obbligata che tutti i paesi dell’America Latina devono riconsiderare per evitare di essere dei semplici spettatori, di ruolo e di rango, nello scacchiere internazionale.

Vincenzo Paglione

 

*****************

 

Agência Brasil: Cosa ci vuole dire riguardo alla presenza degli Stati Uniti in America del Sud?

Moniz Bandeira: Gli Stati Uniti stanno realmente creando, da ormai molti anni, una fascia intorno al Brasile.

Agência Brasil: Di basi militari?

Moniz Bandeira: Proprio così, di basi militari si tratta. La Base di Manta, in Ecuador, e altre in Perù. Alcune di esse sono permanenti, altre sono solo occasionali. Come la base che si trova in Paraguay, che non è una vera e propria base. Hanno una pista di atterraggio costruita negli anni ’80, più grande della pista Galeão (in Rio de Janeiro, la maggior pista di atterraggio del Brasile, con 4.240 m di longitudine).

Ora circola la notizia che questa base sarà dotata di 400 soldati (nordamericani in Paraguay). Eseguono addestramenti insieme ai paraguaiani e formano gruppi di soldati per allenarsi vicino alla frontiera con il Brasile e in altri punti. La cosa più curiosa di tutto ciò e che fa insospettire è che: 1° è concessa l’immunità ai soldati sudamericani; 2° la visita di Donald Rumsfeld (segretario della Difesa degli USA) alla capitale, Asunción de Paraguay; 3° il fatto che Dick Cheney (vicepresidente nordamericano) ha ricevuto negli Stati Uniti il presidente del Paraguay. Che cosa rappresenta il Paraguay per gli Stati Uniti? Ciò costituisce solo una forma di perturbazione del Mercosur.

Agência Brasil: Gli analisti affermano che il Paraguay compie la funzione di alleato degli USA, che già in altro momento aveva svolto l’Argentina, con il presidente Carlos Menem, e in seguito l’Uruguay, con Jorge Battle.

Moniz Bandeira: È proprio quello che cercano di fare, prima con l’Argentina di Menem, dopo con l’Uruguay di Battle e ora vogliono manipolare il Paraguay. È una faccenda molto delicata. Il Paraguay non ha nessun peso. Anzi, se il Brasile decidesse di aumentare la vigilanza nella frontiera, finirebbe il Paraguay, perché la maggior parte delle esportazioni che effettua questo paese le compie attraverso il contrabbando con il Brasile.

Ufficialmente il Paraguay destina al Brasile più del 30% delle sue esportazioni. Se si prende in considerazione anche il contrabbando, la percentuale salirebbe a più del 60%. Ma anche per esportare verso altri paesi il Paraguay, in sostanza, dipende dal Brasile, attraverso i corridoi di esportazione che conducono verso i porti di Santos, Paranaguá e Rio Grande. Il Paraguay è un paese che presenta molte difficoltà, si sovrastima, ma non corrisponde alla realtà. Ogni paese dovrebbe riconoscere i propri limiti e le sue reali relazioni di potere. Il Paraguay è inagibile senza il Brasile e l’Argentina. L’Argentina è solidale con il Brasile e non ha alcun interesse verso il Paraguay come strumento degli Stati Uniti per ferire il Mercosur.

Agência Brasil: Dove si trovano, nello specifico, i militari nordamericani che formano questa “fascia” intorno al Brasile.

Moniz Bandeira: Si estendono dalla Guyana, passano per la Colombia … Bisogna evidenziare che non sono militari uniformati, ma imprese militari private che eseguono una serie di servizi terziarizzati per gli Stati Uniti. Il Pentagono sta terziarizzando la guerra. Già da qualche tempo, inizi degli anni ’90, hanno creato le Military Company Corporations, le quali eseguono i servizi militari per sfuggire alle restrizioni imposte dal Congresso americano. Pilotano gli aerei nella guerra d’Iraq, per esempio. Le compagnie militari private svolgono ogni sorta di lavoro, persino quello sporco: le torture. Con questa trovata eludono le restrizioni imposte.

Agência Brasil: Esistono anche delle operazioni segrete?

Moniz Bandeira: Sì, ma ciò rappresenta un’altra cosa. Abbiamo informazioni al rispetto. Se lei legge i giornali, qualche volta si segnalerà che è stato intercettato un aereo americano in Brasile che in modo clandestino proveniva dalla Bolivia verso il Paraguay. Queste informazioni si trovano un po’ ovunque.

Agência Brasil: Qual è il motivo per il quale ci sono i militari americani in America del Sud?

Moniz Bandeira: I fattori sono diversi. Le basi consentono il mantenimento del bilancio del Pentagono. Per causa dell’industria bellica e del complesso industriale militare, loro hanno bisogno di spendere negli equipaggiamenti militari per realizzare nuovi ordini. È un circolo vizioso. E qual è il migliore mercato per il consumo delle armi? La guerra.

Gli Stati Uniti s’interessano della guerra perché la loro economia dipende in larga parte dal complesso bellico per il mantenimento degli impieghi. Esistono alcune regioni degli USA sotto il totale dominio da parte di queste industrie. Esiste una simbiosi tra Stato e industria bellica. Lo Stato finanzia l’industria bellica e l’industria bellica ha bisogno dello Stato per dare sfogo ai suoi armamenti e alla sua produzione.

Agência Brasil: Esiste qualche ragione strategica dal punto di vista delle risorse naturali?

Moniz Bandeira: I paesi andini sono responsabili di più del 25% del consumo di petrolio negli Stati Uniti. Solo il Venezuela è responsabile di circa il 15% di questo consumo. Da una parte vogliono rovesciare il presidente venezuelano Hugo Chávez, dall’altra sanno che una guerra civile potrebbe far balzare il prezzo del petrolio a più di US$ 200 il barile.

Agência Brasil: Nel libro Formação do Império Americano, lei segnala la presenza di militari nordamericani in America del Sud. Gli Stati Uniti assicurano che molti di quei militari sono lì stanziati per combattere il terrorismo.

Luiz Alberto Moniz Bandeira: Combattere il terrorismo è una sciocchezza. Il terrorismo non è un’ideologia, non è uno Stato. Costituisce uno strumento di lotta, è un metodo di cui tutti ne hanno fatto uso nel corso della storia. Loro ora affermano di voler combattere il terrorismo islamico. Ma perché è sorto il terrorismo islamico?

Perché gli americani presenti in Arabia Saudita occupano i luoghi sacri, per esempio. Prima di ciò, gli USA introdussero il terrorismo islamico in Afganistan per combattere i sovietici. Da lì è iniziato tutto.

Agência Brasil: Gli USA classifica come terroristi all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Messico e alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Hanno ragione?

Moniz Bandeira: Loro desiderano che tutti quelli che insorgono contro di loro siano considerati terroristi. È sempre stato così. Hitler definì terroristi tutti quelli che si opponevano all’occupazione tedesca. I compagni che hanno combattuto nella lotta armata in Brasile contro il regime autoritario sono stati classificati come terroristi.

Il terrorismo è un metodo di guerra, usato persino dalla CIA. Che cosa ha fatto la CIA contro Cuba? Progettò un attentato, abbattendo un aereo, per accusare il governo cubano e giustificare l’invasione di Cuba. Progettò di far esplodere un razzo che avrebbe dovuto condurre allo spazio a John Gleen e accusarla per invaderla. La CIA è sempre stata uno strumento di terrorismo. Gli USA definiscono il terrorismo come un’organizzazione al servizio di uno Stato che pratica atti di violenza per il raggiungimento di obiettivi politici. Ed è ciò che sempre ha fatto la CIA.

La CIA, il Mossad [l’agenzia d’intelligence israeliana] e altre organizzazioni. Chi sono i terroristi? Ariel Sharon, David Ben Gurion e Menachem Begin sono stati dei terroristi. Loro hanno fatto esplodere il King David Hotel di Gerusalemme nel 1946, uccidendo delle persone contro il dominio inglese. Hanno vinto e oggi sono diventati statisti.

Agência Brasil: Gli Stati Uniti affermano che esistono dei terroristi nella triplice frontiera.

Moniz Bandeira: Un’altra sciocchezza. Lo dicono solo perché c’è una presenza d’islamici. Questi spediscono del denaro alle loro famiglie. Il fatto che quel denaro possa essere deviato per finanziare altre attività nessuno lo può impedire. È solo un pretesto per giustificare la loro presenza militare nel Paraguay e in altre parti dell’America del Sud. Gli Stati Uniti sono l’unico paese che possiede un esercito che non è pensato per la difesa del paese, ma per mantenere basi americane in tutto il mondo.

Agência Brasil: La presenza delle basi americane può attirare il terrorismo?

Moniz Bandeira: La maggior parte degli attacchi terroristi contro gli Stati Uniti, fino ad ora, sono avvenuti in America Latina. Un buon numero contro i militari, le aziende private nordamericane e contro gli oleodotti in Colombia. Ma possono inventarsi un attentato terrorista a Foz do Iguaçu per accusare i terroristi e, effettivamente, uno di questi attentati è stato organizzato dalla CIA. È il oro mestiere. Questo si chiama guerra psicologica. La CIA è abituata a fare queste cose, persino in Brasile. Veda il caso di Rio Centro: un attentato preparato per giustificare la repressione[ii].

 

NOTE:

[i] Articolo pubblicato da Agência Brasil il 18 gennaio 2006.

 

[ii]  È il nome con il quale si conosce un attentato che il 30 aprile 1981 si voleva perpetrare ai danni di uno spettacolo commemorativo il Primo Maggio, durante il periodo della dittatura militare in Brasile. In un primo momento il governo accusò la sinistra radicale. Ma in seguito si venne a sapere che l’attentato fu organizzato dai settori più radicali del governo militare. Questi ultimi volevano convincere quelli più moderati sulla necessità di avviare una nuova ondata di repressioni con l’obiettivo di paralizzare le manifestazioni di apertura politica che il governo stava attuando. [N.d.T]

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

Macri contro il Venezuela: tensioni nel Mercosur

Mauricio-Macridi Vincenzo Paglione

Non c’è ombra di dubbio che il neoeletto presidente dell’Argentina, Mauricio Macri, futuro partner strategico della destra americana e nazionale nel cono Sud, vuole condizionare i rapporti dei paesi dell’area dell’Unasur, iniziando dal Venezuela. Le dichiarazioni rilasciate in questi giorni fanno presagire che il neopresidente eletto desidera infliggere una punizione esemplare al governo venezuelano per una presunta violazione dei diritti umani (caso Leopoldo López). In termini geopolitici, questo modo di fare evidenzia l’espressa volontà di voler condizionare i rapporti d’integrazione dei paesi dell’area latinoamericana, caldeggiando la loro frammentazione, come effetto di un piano già prestabilito.

Siffatte iniziative personali che, in realtà, sono teleguidate dai centri del potere mondiale, vogliono schiudere la strada alle ambizioni di dominio delle potenze egemoniche per gestire gli affari e gli interessi strategici della regione. Il che vuol dire far collassare il lungo percorso d’integrazione e di ampliamento di uno spazio geografico con qualità geostrategiche e neoeconomiche fondamentali (minerali, idrocarburi, gas, biodiversità, ecc.) e d’importanza capitale.

*

 

di Agustín Lewit e Silvina M. Romano

Fonte:  http://www.celag.org

 

Nella sua prima conferenza stampa come neo presidente eletto dell’Argentina, Mauricio Macri (PRO, Propuesta Republicana), così come aveva dichiarato ripetutamente durante la sua campagna elettorale, ha assicurato che nel prossimo summit del Mercosur – 21 dicembre ad Asunción, Paraguay – solleciterà l’applicazione della clausola democratica contro il Venezuela, adducendo limiti di libertà di espressione in questo paese e una supposta persecuzione nei confronti dei leader dell’opposizione. Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, il presidente neoeletto argentino si è riferito precisamente al caso di Leopoldo López, leader di “Voluntad Popular”, condannato dalla giustizia venezuelana a quasi quattordici anni di prigione per essere considerato uno dei mentori degli incidenti che nel 2014 troncarono la vita a quarantatré persone. Un dettaglio da non trascurare è stato quello della presenza di Lilian Tintori, moglie di López, la scorsa domenica nel bunker del PRO.

La clausola democratica del Mercosur è inserita nelle normative del blocco del sud dalla firma del Protocollo di Ushuaia, il 24 luglio 1998 [1]. La premessa di questo protocollo è stata la Dichiarazione Presidenziale di Las Leñas del 27 giugno 1992, la quale sostiene che “il pieno vigore delle istituzioni democratiche costituisce condizione indispensabile per l’esistenza e lo sviluppo del Mercosur” (intro. Protocollo di Ushuaia). Questa disposizione stabilisce che, di fronte a un’eventuale rottura dell’ordine democratico in qualsiasi dei paesi membri, si prenderanno delle misure, accordate per consenso, che “possono partire dalla sospensione del diritto di partecipare nei diversi organi dei rispettivi processi d’integrazione, fino alla sospensione dei diritti e degli obblighi che emergono da quei processi” (art.5). Anche se nel Protocollo di Montevideo – più conosciuto come Ushuaia II -, sottoscritto il 20 dicembre 2011 nella capitale uruguaiana, sparisce l’allusione esplicita alla necessità di ratificare le suddette sanzioni, detto protocollo non è in vigore.

Fino ad ora l’unico caso in cui si è applicata la suddetta clausola è stato quello del Paraguay, quando si avviò il colpo parlamentare che si finì con la destituzione del presidente Fernando Lugo, il 24 giugno 2012. Nonostante che il settore politico che aveva provocato la caduta dell’allora presidente addusse di averlo fatto per mezzi “costituzionali”, il 29 giugno 2012 i membri del Mercosur, – Argentina, Brasile, Uruguay (il Venezuela non era stato incorporato del tutto) – decisero di “sospendere alla Repubblica del Paraguay dal diritto di partecipare negli organi del Mercosur e dalle delibere, secondo i termini dell’articolo 5° del Protocollo di Ushuaia” [2], il che faceva intendere che Lugo era stato destituito senza un regolare processo. Ciò aveva costituito un’alterazione della dinamica democratica in quel paese.

Nonostante le insistenze del leader conservatore argentino, la verità è che l’aver invocato la clausola democratica contro il Venezuela sembra ridursi – almeno per il momento – più a una dichiarazione personale d’intenti che a un fatto concretizzabile. In primo luogo perché, al di là delle valutazioni sul governo bolivariano, nessuno può mettere in dubbio il suo profondo carattere democratico: dal 1998 ad oggi, il chavismo ha vinto cinque elezioni presidenziali consecutive, molte di loro con percentuali schiaccianti, dove si sono aggiunte numerose elezioni legislative e consultazioni popolari. In nessun comizio si è proibita la partecipazione o la limitazione delle campagne. In secondo luogo sembra molto difficile che Mauricio Macri riesca ad allineare al resto dei presidenti del Mercosur con il suo attacco contro il Venezuela e raggiungere il consenso unanime degli stessi – requisito indispensabile per l’attivazione della clausola -. Probabilmente riceverà l’appoggio di Horacio Cartes che fino ad ora si trovava “controllato” dalla maggioranza progressista e, senza dubbi, d’ora in poi troverà in Macri un socio ideologico. Ma comunque è poco probabile che – nonostante le ambiguità verso il governo venezuelano – l’Uruguay assecondi la richiesta e men che meno il Brasile. L’iniziativa di Macri ha avuto ripercussioni nel resto dei paesi del blocco. Florisvaldo Fier, alto rappresentante generale del Mercsour, ha dichiarato: “Penso che Macri si debba informare un po’ meglio, perché la clausola democratica si applica quando si è davanti a un colpo di Stato”. Rafael Correa, presidente ecuadoriano, da parte sua ha affermato che “non è il caso” applicare quella clausola contro il Venezuela, poiché “piaccia o no, in quel paese vige una democrazia” e un progetto politico che “è stanco di vincere le elezioni”. Danilo Astori, ministro dell’Economia dell’Uruguay, ha dichiarato al riguardo: “Le clausole democratiche come quella del Mercosur si applicano al momento di una rottura istituzionale ed io, al di là delle discrepanze che esistono nei confronti del Venezuela, sono del parere che non sia avvenuta nessuna rottura istituzionale”. Il cancelliere dello stesso paese con toni simili ha affermato: “Ancora sussistono le condizioni per non applicare quella clausola (…) si è ancora distanti da un’alterazione dell’ordine democratico in Venezuela”. Solo il cancelliere paraguaiano ha manifestato una certa affinità con la proposta di Macri quando ha dichiarato che “prendeva nota” dell’iniziativa.

La cosa certa è che, anche se questo puntuale attacco contro il Venezuela non proceda per via legale, l’ascesa del conservatorismo argentino inizia a evidenziare forti ripercussioni in ambito regionale.  Le previste tensioni politiche che metteranno a confronto al governo argentino con le forze progressiste che sono al potere, minacciano di paralizzare a un Mercosur che, anche se ha manifestato qualche marcia indietro, in questi ultimi anni ha rivelato notevoli progressi.

Note:

[1] http://www.infoleg.gov.ar/infolegInternet/anexos/55000-59999/59923/norma.htm

[2] http://www.pressenza.com/es/2012/07/suspension-de-paraguay-en-el-mercosur-en-aplicacion-del-protocolo-de-ushuaia-sobre-compromiso-democratico/

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Sulla destabilizzazione delle democrazie in America Latina

downloaddi Luiz Alberto de Viana Moniz Bandeira [i] http://www.laondadigital.uy

Lo scienziato politico, Luiz Alberto de Viana Moniz Bandeira, afferma che gli Stati Uniti persistono nel loro intento di destabilizzare i governi di sinistra in America Latina e che ciò si è potuto osservare nelle recenti manifestazioni pseudo spontanee che reclamano l’impeachment di Dilma Rousseff. Sostiene che le organizzazioni nordamericane come la CIA, la NSA (Agenzia Nazionale sulla Sicurezza) e le ONG vincolate a queste, agiscono in modo attivo per destabilizzare i governi progressisti dell’America Latina.

 

  • Il leader del PT alla Camera, Sibá Machado (AC), ha spiegato nelle reti sociali che la CIA tenta di destabilizzare i governi democratici dell’America Latina. Come valuta questo fatto di fronte agli episodi storici che dimostrano che gli USA sono dietro a questi processi di destabilizzazione dei governi di sinistra e progressisti?

 

MB – Da molto tempo Washington crea delle ONG con il proposito di promuovere e intraprendere delle manifestazioni, utilizzando le risorse provenienti dall’USAID, dal National Endowment for Democracy (NED), dalla CIA, l’Open Society Foundation (OSF) del multimiliardario George Soros, la Freedom House, l’International Republican Institute (IRI), sotto la guida del senatore John McCain, ecc. queste istituzioni lavorano apertamente con il settore privato, con i municipi e i cittadini, come anche con gli studenti reclutati per svolgere corsi negli USA. Hanno proceduto nella stessa maniera nei paesi dell’Eurasia, dove dal 1989 al 2000 si sono create più di 500.000 organizzazioni, la maggior parte della quale si trova in Ucraina. Altre sono state organizzate in Medio Oriente per far nascere la Primavera Araba.

La strategia consiste nello sfruttare le contraddizioni che esistono all’interno del paese, i problemi interni, con lo scopo di aggravarli per generare turbolenza e caos, fino a rovesciare il governo in carica, senza ricorrere a colpi militari. In Ucraina, all’interno del progetto TechCamp, istruttori al servizio dell’ambasciata americana, in quel momento diretta dall’ambasciatore Geoffrey R. Pyatt, preparavano, sin dal 2012, a specialisti e professionali nel campo della guerra d’informazione e discredito delle istituzioni dello Stato. Questi uomini sono esperti nell’usare il potenziale rivoluzionario dei mezzi di comunicazione moderni, sovvenzionando la stampa su carta e quella radiofonica, le reti televisive e i siti Internet, per manipolare l’opinione pubblica e organizzare proteste con l’obiettivo di sovvertire l’ordine costituito nel paese e abbattere il presidente Viktor Yanukovych.

Questa strategia si fonda nelle dottrine del professor Gene Sharp e della Political Defiance, in altre parole, della Sfida Politica, termine impiegato dal colonnello Robert Helvey, specialista della Joint Military Attache School (JMAS), al servizio della Defense Intelligence Agency (DIA). La dottrina descrive la forma per abbattere a un governo e conquistare il controllo delle istituzioni, mediante la pianificazione delle operazioni e la mobilitazione popolare per assaltare le fonti del potere dei paesi considerati ostili agli interessi e ai valori dell’Occidente (Stati Uniti).

Tale strategia ha determinato, in gran misura, la politica del regime change, la sovversione in altri paesi, senza ricorrere al colpo militare, incrementata dal presidente George W. Bush, nelle cosiddette “rivoluzioni colorate” in Europa e in Eurasia, così come nell’Africa settentrionale e in Medio Oriente. Spiego nel dettaglio e con prove contundenti come si porta a termine questa strategia nel mio libro, La Segunda Guerra Fría, e attualmente sto analizzando e scrivendo un altro volume, El Desorden Mundial, nel quale approfondisco lo studio su quello che è accaduto e avviene in vari paesi, soprattutto in Ucraina.

 

  • Oltre alla CIA, in che forma agiscono gli USA contro i governi di sinistra in America Latina?

 

MB – Non si tratta di un tema di carattere ideologico, ma di governi che non si sottopongono alle direttive di Washington. Una potenza mondiale come gli USA è più pericolosa quando inizia a perdere l’egemonia che non quando espandeva il suo impero. Il monopolio che ottenne dopo la Seconda guerra mondiale con la produzione della moneta internazionale di riserva – il dollaro – sta subendo la sfida della Cina, della Russia e del Brasile, il quale si è associato con questi paesi nella creazione della Banca Internazionale di Sviluppo (BID), come alternativa al FMI, alla Banca Mondiale, ecc.

Inoltre la presidente brasiliana, Dilma Rousseff, ha denunciato davanti all’ONU lo spionaggio da parte del NSA; ha respinto l’acquisto dei caccia americani, preferendolo aprire con la Svezia; ha rifiutato di cedere il pre-sal[ii] alle compagnie petrolifere americane e non si è allineata con gli Stati Uniti su altri temi di politica internazionale, come invece sì è accaduto in diversi paesi dell’America Latina.

 

  • Il governo del Venezuela sta denunciando la partecipazione di Washington nei tentativi di golpe. Si sta verificando lo stesso con il Brasile?

 

MB- Evidentemente esistono degli attori, professionisti ben pagati, che agiscono sia in Venezuela, Argentina e Brasile, appartenenti o meno alle ONG, al servizio dell’USAID, National Endowment for Democracy (NED) e altre entità americane. Non è stato un caso se il presidente russo, Vladimir Putin, ha chiesto la creazione di un registro di tutte le ONG che operano sul territorio russo e che fosse indicata la fonte delle loro risorse e come sono impiegate. Il Brasile dovrebbe fare qualcosa di simile. Le manifestazioni del 2013, così come quelle più recenti, in opposizione alla rielezione della presidente Rousseff, indubbiamente non sono state spontanee. Gli attori, con appoggio esterno, fomentano e incoraggiano la dura lotta di classe che c’è in Brasile, la quale è stata potenziata dal momento in cui un leader sindacale, Lula, è stato eletto presidente della Repubblica. I quotidiani brasiliani, come quelli tedeschi, hanno evidenziato che la maggior parte di quelli che hanno partecipato alle manifestazioni di domenica 15 (marzo [N.d.T.]), era gente della classe media alta e alta, cioè di chi ha soldi.

 

  • Secondo lei, quali sono gli interessi che Washington considera contrastati dal governo del PT per giustificare la partecipazione della CIA e dei gruppi imprenditoriali di destra, come quello dei fratelli Koch (industria petrolifera), nel finanziamento delle mobilitazioni contro Dilma? Il pre-sal, per esempio?

 

MB – Gli interessi sono compositi come ho spiegato poc’anzi. È molto strano il modo in cui si è avviata l’Operação Lava-Jato[iii], la quale è partita da una denuncia “premiata” e con un’ampia partecipazione da parte della stampa, ma priva delle prove materiali che dimostrassero quanto accaduto. Nella sua lettera testamento, il grande presidente Getúlio Vargas (1882-1954) aveva già denunciato che “La campagna sotterranea dei gruppi internazionali si è alleata con quella dei gruppi nazionali che si mostravano contrari al regime di garanzia del lavoro. (…) Contro la giustizia dell’emendamento del salario minimo si sono scatenati degli odi. Ho voluto sviluppare la libertà nazionale, mediante il potenziamento delle nostre ricchezze, creando la compagnia Petrobrás e, non appena questa comincia a funzionare, l’ondata di agitazione s’ingigantisce. L’Eletrobrás è stata ostacolata fino alla disperazione. Non vogliono che il lavoratore sia libero. Non vogliono che il popolo sia indipendente”.

 

  • Come interpreta lei la nascita di gruppi di destra in Brasile con un programma completamente allineato agli interessi degli USA?

 

MB – I gruppi di destra esistono in Brasile come in qualsiasi altro paese. Si sono ravvivati con la crisi economica scoppiata nel 2007-2008 e che ancora oggi continua in diversi paesi come il Brasile, dove hanno fatto irruzione con più ritardo rispetto all’Europa. La destra è stata sempre stimolata dagli interessi di Wall Street e dal complesso industriale USA, il quale è governato dalla corruzione, la cui porta girevole – esecutivi delle imprese/segretari del governo – non ha mai smesso di funzionare in tutte le amministrazioni che si sono succedute.

 

  • Tra gli organizzatori delle manifestazioni di protesta c’è gente sicuramente a favore della privatizzazione di Petrobrás e delle ricchezze nazionali. Queste persone manifestano un evidente complesso d’inferiorità nei confronti degli interessi stranieri. Come si potrebbe analizzare questo movimento alla luce della storia del Brasile? Siamo di nuovo di fronte al dilemma nazionalismo versus cedimento?

 

MB – È evidente che dietro all’’Operação Lava-Jato”, l’obiettivo che si vuole perseguire è quello di screditare la Petrobrás e le imprese statali per creare le condizioni che porteranno alla loro privatizzazione. Tuttavia sono sicuro che le forze Armate non lo consentiranno. Non interverranno nel processo politico né esistono le premesse per un colpo di Stato tramite l’impeachment della presidente Rousseff, contro la quale non esiste nessuna prova di corruzione, frode elettorale, ecc. Argomenti sempre usati nella liturgia sovversiva delle entità e dei leader politici che l’USAID, la NED e le altre organizzazioni che gli Stati Uniti patrocinano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

NOTE:

[i] Luiz Alberto Moniz Bandeira, analista politico, storico brasiliano.

[ii] Pre-sal,  parte del sottosuolo marittimo che si trova sotto uno strato di sale. Si stima che le maggiori riserve di petrolio, ancora inesplorata, sono presenti sotto lo strato del sottosuolo marittimo del Brasile, del Golfo del Messico e della costa occidentale dell’Africa. [N.d.T]

[iii] Operação Lava-Jato (Operazione Lavaggio delle Macchine), nome dato a un’investigazione realizzata dalla Polizia Federale del Brasile su presunti fatti di corruzione che ha visto coinvolta la compagnia petrolifera Petrobrás, mediante il movimento illegale di grosse somme di denaro che seguiva lo schema adottato del lavaggio del denaro sporco. In quest’operazione si sono visti coinvolti diversi uomini d’affari e politici dell’entourage della presidente Rousseff.

 

Le molte facce del Brasile

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di Immanuel Wallerstein – jornada.unam.mx

Il Brasile è una potenza mondiale importante – in termini di grandezza, densità di popolazione e influenza -. Nonostante ciò, per molti versi è la combinazione di una così variegata e contraddittoria sfaccettatura che a chiunque è difficile, compresi gli stessi brasiliani, sapere in che modo definire le caratteristiche del Brasile come nazione e come forza all’interno del sistema–mondo.

In questo momento il volto più importante del Brasile è quello di Lula (Luiz Inácio Lula da Silva) e del suo partito, il Partido dos Trabalhadores (PT). Dopo tre infruttuose corse verso la presidenza, Lula vinse finalmente nel 2002. L’elezione di un leader sindacale di umili origini a ricoprire la carica di presidente rappresentò, almeno, la penetrazione sociale di una persona e di un partito che aveva sfidato le gerarchie sociali incuneate nel sistema politico.

Lula e il PT essenzialmente avevano promesso due cose. La prima fu di elevare significativamente il reddito reale dei settori più poveri del paese. E ci riuscì mediante il programma Fome Zero (Fame Zero ). Questo programma si contemperò a una serie di programmi federali di assistenza destinati all’eliminazione della fame in Brasile. Annoverava la Bolsa Familia (La Canasta Familiare), l’accesso a un credito ed era previsto anche l’aumento del salario minimo.

La seconda promessa è stata il rifiuto delle politiche neoliberali dei suoi predecessori e l’adempimento degli impegni presi dai governi precedenti verso il Fondo Monetario Internazionale.

Ma Lula, quasi all’improvviso, cambiò d’atteggiamento. Nominò come ministro delle Finanze e come presidente della banca Centrale a due persone precisamente impegnate con le politiche neoliberali e, in modo particolare, mantenere la promessa fatta al FMI di conservare un certo surplus primario delle entrate, che consiste nella conservazione di una porzione delle entrate statali che di solito s’impiegano nella spesa pubblica. Questo tipo di politica macroeconomica riduce i fondi disponibili per gli investimenti sociali. Il suo vanto è di rendere stabili i governi ed evitare l’inflazione. Il FMI pretese dal Brasile che serbasse un surplus del 4,25%. Sotto il mandato di Lula, il surplus aumentò a un livello mai visto prima, cioè del 4,5%.

Le politiche miste di Lula coesistevano all’interno della particolare cultura politica del Brasile, paese con un enorme numero di partiti politici, nessuno dei quali eccede la quarta parte dei seggi in Parlamento. La cultura politica del Brasile considera quasi normale che gli individui, compresi i partiti politici, effettuino con molta frequenza dei mutamenti d’indirizzo secondo le alleanze. Semplicemente vanno alla ricerca di potere e denaro. Una delle forme in cui Lula e il suo partito si sono mantenuti sulla cresta dell’onda, è stata quella del mensalão (i mensili pagati ai membri della legislatura). È molto probabile che il livello di corruzione del Brasile non sia realmente maggiore di quello della maggioranza degli altri paesi, ma i rapidi cambiamenti che si sono verificati durante le alleanze legislative l’hanno reso molto visibile.

Poi viene il Brasile come forza geopolitica, il Brasile del BRICS – gruppo di cinque economie soprannominate emergenti (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), la cui forza si basa nella capacità di poter rialzare i prezzi mondiali dei prodotti basici d’esportazione. All’improvviso ci fu nuova ricchezza in Brasile (come in altri paesi del BRICS), fino a quando non collassò il prezzo delle merci basiche. Da un punto di vista economico si ha l’impressione che, così come la ricchezza è arrivata in maniera facile, altrettanto se n’è andata.

Tuttavia il BRICS è stato un ulteriore tentativo d’incremento dell’accumulazione di capitale. È stato un tentativo per affermare la loro forza geopolitica. Anche sotto quest’aspetto si sono verificate delle inconsistenze. Da una parte il Brasile è diventato la principale forza che ha fatto l’intento di costruire (nel primo decennio del XXI secolo) un’unità dell’America Latina e dei Caraibi, indipendenti dagli Stati Uniti e dalle strutture da essi create per controllare il subcontinente. Il Brasile è stato il paese che ha capeggiato la creazione dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) e riuscire a far convivere al suo interno paesi antitetici tra di loro come il Venezuela di Hugo Chávez e la Colombia di Juan Manuel Santos.

Il Brasile, che è stato campione dell’autonomia dell’America Latina, è stato anche il paese che ha cercato in mille modi d’imporsi verso i suoi vicini, soprattutto verso l’Argentina. È stato anche il Brasile che ha voluto istituire un gruppo lusofono che affinché lavorasse per i suoi interessi economici. È stato anche il paese i cui vincoli ravvicinati con la Cina (attraverso il BRICS) non s’inserivano in una struttura tra uguali geopolitici.

Oggigiorno tutte queste diverse forme del Brasile si muovono verso implosioni interne. Il successore di Lula alla presidenza, Dilma Rousseff, l’anno scorso ha avuto un catastrofico calo di popolarità. Anche Lula ha perso qualcosa del suo atteggiamento, una volta intoccabile. Il regime è minacciato dal processo alla Rousseff. Circolano voci che l’esercito stia prendendo in considerazione un eventuale colpo di Stato. La negazione di tale possibilità da parte del capo delle forze armate sembra già di per sé una quasi conferma di queste voci.

Tuttavia, non si vede una chiara alternativa, il che rende il processo e il colpo militare come qualcosa di poco probabile. Il fatto che si dichiari che esistono molti Brasile è qualcosa che si può asserire per tanti altri paesi, forse per quasi tutti. Ma in qualche forma ciò può sembrare più evidente nel caso del Brasile. Sarà davvero audace l’analista che riuscirà a predire come sarà il Brasile del 2016 o del 2017. Tuttavia, anche se i dettagli precisi sono imprescindibili, le forze del Brasile possono continuare a fare di questo paese un locus chiave del potere mondiale.

 [Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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