Iscriviti al III Incontro di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana!

di Rete “Caracas ChiAma”

Terzo Incontro Italiano della Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”

dal 9 all’11 ottobre 2015 a Ravenna

A breve il programma definitivo!

Tutte le forze solidali con la Rivoluzione Bolivariana sono invitate a partecipare, da protagoniste, al Terzo Incontro!

Caracas ChiAma!
Ravenna risponde!

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Il Venezuela Bolivariano è costantemente minacciato perché incarna, insieme ai popoli antimperialisti, lo spirito della Resistenza. Perché pilastro dell’integrazione regionale (dall’ALBA al MERCOSUR) su basi solidali. Vogliono far girare indietro le lancette della Storia perché il Venezuela mostra ai popoli del mondo che c’è vita oltre il neoliberismo e l’austerità. Così assistiamo al fenomeno della ‘solidarietà di ritorno’: la Rivoluzione Bolivariana che sbarca in Europa attraverso l’avanzata, dalla Grecia alla Spagna, di alternative popolari che si ispirano alle idee di solidarietà, complementarietà e amicizia tra i popoli, non a caso, proprie dei movimenti bolivariani in America Latina. Un’opportunità da cogliere anche nella, por ahora, serva Italia sotto il tallone della Banca Centrale Europea, della NATO e degli USA.

Sostenere la Rivoluzione Bolivariana, significa realizzare il sogno del Comandante Chávez per il Venezuela e per il mondo.

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Ai partecipanti saranno consegnati materiale e documenti per l’incontro riempiendo il seguente modulo di pre-iscrizione. Il processo di iscrizione inizia riempiendo il modulo di contatto qui di seguito riportato.

Le pre-iscrizioni sono necessarie, e sarà possibile registrarle fino al 5 ottobre 2015; l’organizzazione si riserva insindacabilmente, durante l’evento, il diritto di accettare o meno la successiva iscrizione di coloro che non avranno effettuato la pre-iscrizione. Tutti i partecipanti, che siano essi Italiani, Venezuelani o di altra nazionalità devono riempire il modulo qui riportato.

per info evento: +39 348 155 80 00 / +39 338 84 93 093 (tel&WhatsApp)

Qui di seguito la lista dei comitati, delle associazioni, delle reti sociali, delle organizzazioni popolari ed operaie, sociali e politiche, che il 29 giugno 2014, presso lo SCUP, a Roma, hanno dato vita alla Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana che prenderà il nome di “Caracas ChiAma”:

Albassociazione/AlianzaPaís-Italia/Amig@s MST-Italia/ANROS/Areaglobale/Associazione di Amicizia Italia-Cuba (Roma-Ravenna-Parma)/Associazione Italia-Nicaragua (Circolo Leonel Rugama)/Associazione LiberaRete/Associazione Nazionale Nuova Colombia/P-CARC/Casa dei Popoli/Casa del Popolo di Torpignattara/Centro Sociale Spartaco/Centro di Iniziativa Popolare Alessandrino/Centro Sociale La Talpa e l’orologio-Imperia/Centro Studi Antonio Gramsci/CESTES centro studi USB/CIRCinternazionale/Circolo Bolivariano “Alessio Martelli”/Circolo Bolivariano “Hugo Chávez”/Circolo Bolivariano “José Carlos Mariátegui” -Napoli/Associazione dei Giuristi Democratici/CORTOCIRCUITO/CSPAAAL/Fronte della Gioventù Comunista/J-PSUV-Italia/Marx XXI/MAS-Bolivia en Roma/Militant/Partito Comunista(Italia)/PDCI/Piattaforma Comunista/Rete dei Comunisti/Rete in Difesa dell’Umanità/Rete No War/Rifondazione Comunista/SuramericAlba/(n)PCI

International Migrants Alliance/Lega Immigrati albanesi “Iliaria”/Misil (movimento integrazione sviluppo italo latinoamericano/Associazione “I Blu”/Fronte di liberazione del popolo.JVP (Sri Lanka)/Associazione Umangat-Migrante/Comitato Immigrati in Italia/Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia

Contropiano/Il Manifesto/Le Monde Diplomatique/LiberaTV/Radio Città Aperta/Rivista Nuestra America/Web Sibia-Liria

Associazione Sportiva Quartograd

Associazione di Amicizia San Marino-Cuba/Asociación Civil Canción Bolivariana/Asociación Euskadi-Cuba/Associazione Galego-Bolivariana Hugo Chávez/Comando Electoral Hugo Chávez–España/Coordinadora Estatal Solidaridad con Cuba-España/COSAL-Asturias/CUBADEBATE/ Guachirongo 98,5FM/Iniciativa Comunista-España/Movimiento América Libre y Socialista para Europa/Círculo Bolivariano “La Puebla” de Euskal Herria/Peña del Aljibe/Plataforma Bolivariana de Madrid/Plataforma Comunicacional Somos Sin Banderas/RESOLVER-Red de Solidaridad con Venezuela Revolucionaria-Suecia

La crisi strutturale dell’UE accelera la fine del ciclo “AmeriKano”

La crisi strutturale dell'UE accelera la fine del ciclo “AmeriKano”da lantidiplomatico.it

Intervista di Achille Lollo per il Brasil De Fato al professore Luciano Vasapollo 

Gli sviluppi della crisi greca dimostrano chiaramente la spaccatura all’interno dell’UE con la Germania che guida il processo di neo-colonizzazione dei paesi europei mediterranei. Per questo la rottura politica e l’abbandono dell’Euro possono diventare una parola d’ordine per complementare l’evoluzione del conflitto capitale/lavoro. Nel frattempo, in America Latina i paesi dell’ALBA, nonostante la reazione sviluppata dai gruppi al servizio dell’imperialismo, dinamizzano i processi di transizione socialista approfondendo con la teoria bolivariana il concetto di sovranità nazionale.
 
Il dramma della Grecia ha fatto cadere il mito dell’opulenza economica dell’Unione Europea e nello stesso tempo ha dimostrato che i valori aggregati all’economia reale sono diventati del tutto insignificanti quando entrano in ballo gli interessi del mercato, che oggi assumono una dimensione tentacolare, in termini globali. In realtà, il mercato non è più quello degli anni ottanta o novanta, quando con una apparente timidezza, l’allora primo ministro britannico, Tony Blair presentò la “Terza Via” come alternativa social-neoliberista ai differenti processi di finanziarizzazione e di attacco generale al costo del lavoro.
 
Oggi, il mercato, dopo aver alimentato la speculazione e giocato con gli effetti delle crisi di natura fiscale è finalmente riuscito a controllare gli Stati e, in particolare, la sovranità politica e finanziaria degli stessi.
 
Un mercato che, quando vuole, impone la sua logica sovrapponendosi all’etica della democrazia borghese e agli stessi meccanismi di crescita dell’accumulazione capitalista. Il “diktat” della Troika al governo di Alexis Tsipras e al popolo greco sono il “pass par tout” del nuovo scenario geopolitico europeo e anche di quello mondiale.
 
Per quale motivo, i partiti di destra e di centrosinistra, nelle loro campagne elettorali, promettono sviluppo e investimenti per l’economia reale, che poi nella programmazione dei nuovi governi scompaiono perché prevalgono gli argomenti finanziari del mercato, pur sapendo che i processi di finanziarizzazione sterilizzano l’economia e la stessa crescita dell’accumulazione capitalista?
 
La chiusura del ciclo speculativo dell’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, ha portato ad un rigenerato interventismo degli Stati dei paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produttività nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario.
 
Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno alle banche, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista. In proposito la Commissione Europea indicava che nel 2009 i paesi dell’Unione Europea si sono letteralmente giocati il potenziale di circa un terzo del loro PIL nell’aiuto delle banche in crisi, considerando complessivamente le immissioni di capitale, le garanzie per le banche e il ripristino di liquidità e la bonifica di quegli impieghi finanziari di cattiva qualità.
 
Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
 
In tal modo il processo di privatizzazione, in atto fin dall’inizio della fase neoliberista come ulteriore tentativo per occultare gli effetti della crisi di accumulazione del capitale, che è legata ai processi di finanziarizzazione e di attacco generale al costo del lavoro, torna ad essere attuale nel momento in cui la crisi di natura fiscale piega la sovranità degli stati.
 
Perché il mercato, e quindi la sovrastruttura politica che lo rappresenta, è riuscito a convincere l’opinione pubblica che i punti deboli dell’economia europea sarebbero il costo del lavoro, il deficit fiscale e il debito pubblico?
 
Per capire quello che oggi accade bisogna ritornare alle modalità di costruzione del polo imperialista europeo che si è realizzato intorno all’asse franco-tedesco e che ha privilegiato soprattutto gli interessi economici, finanziari e geopolitici della Germania. Di conseguenza, manipolare l’opinione pubblica dicendo che gli Stati europei sono sull’orlo del fallimento, serve a mascherare la crisi economica generale di accumulazione del sistema capitalistico e il disastro dei mercati creditizi e finanziari.
 
Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavora-tori. Inoltre sono sempre gli “uomini” del mercato che “suggeriscono” ai governi i tagli nell’amministrazione pubblica, le ristrutturazioni dei costi sociali e “dulcis in fundo” la riduzione dei cosiddetti costi del lavoro.
 
In pratica salvare l’Unione Europea significa salvare il modello di export tedesco e distruggere le possibilità autonome di sviluppo dei paesi europei dell’area mediterranea. E’ in questo ambito che si è scatenata la speculazione dei mercati finanziari internazionali sui titoli dei paesi volgarmente chiamati PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).
 
L’acutizzarsi dei problemi finanziari nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea e la perdita di rappresentatività da parte dell’Euro, hanno messo a nudo l’essenza di una profonda crisi sistemica, determinando, tra l’altro, la fine del ciclo politico e economico degli Stati Uniti. Ciò significa che le “eccellenze” della Casa Bianca cercheranno di imporre rapidamente delle soluzioni geostrategiche, capaci di sostenere nel prossimo futuro il potere imperiale. Oggi, la guerra manovrata dell’IS in Iraq e Siria è un chiaro esempio.
 
D’altra parte con la rapida affermazione dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) si è creata una nuova posizione dominante, che, anche se in maniera diversificata, presenta nuove forme di potere politico del capitale. Ugualmente importante è il consolidamento dell’ALBA in America Latina, che già comincia a manifestare con forza le posizioni anti-capitaliste e anti-imperialiste. Un contesto che permette alle componenti del movimento operaio e di classe che non si erano mai arrese, di affermare che esistono solide prospettive per trasformare la crisi economica e politica in crollo del sistema di produzione capitalista, introducendo nuovi processi di costruzione di sistemi di relazioni socialiste.
 
La situazione di crisi politica che oggi si vive in Portogallo, Grecia, Spagna e Italia riapre il discorso sull’esistenza di due blocchi all’interno dell’Unione Europea, quella ricca, al nord, capeggiata alla Germania e quella povera del sud mediterraneo. Questo contesto può promuovere un movimento di rottura con l’Unione Europea? Può sopravvivere un’ALBA Mediterranea fuori dall’Euro?
 
Innanzitutto la risposta a questi interrogativi dipende da come viene gestita la capacità politica di combattere gli interessi associati dei capitali finanziari e produttivi europei e statunitensi. In secondo luogo l’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma concertata tra i paesi della periferia mediterranea con quattro momenti, intimamente relazionati, senza i quali tale processo potrebbe risultare un disastro per tutti. Vale a dire:
 
a) La determinazione dei paesi dell’Europa mediterranea di creare una nuova moneta comune libera dai vincoli monetari imposti anteriormente per la costruzione dell’euro.
 
b) La rideterminazione del concetto di debito nella nuova moneta dell’area periferica relazionata al cambio ufficiale che si stabilisce;
 
c) L’azzeramento almeno di una parte consistente del debito, a partire da quello contratto con le banche e le istituzioni finanziarie, e la rinegoziazione del residuo;
 
d) La nazionalizzazione delle banche e la stretta regolazione sulla fuoriuscita dei capitali dall’area stessa.
 
E’ importante sottolineare che questi elementi si devono però realizzare simultaneamente, per evitare la de-capitalizzazione dell’intera regione periferica e per assumere il necessario controllo sulle risorse disponibili per gli investimenti.
 
Dal 2010 la disoccupazione che imperversa nei paesi dell’Europa mediterranea (in particolare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) è diventata un problema strutturale. In Italia, per esempio, 13,05% della forza lavoro è disoccupata. Di questi 44% sono giovani tra i 18 e i 35 anni. Con le nuova leggi sulle pensioni, nel 2050 più del 50% dei lavoratori italiani pensionabili rischiano “di non aver diritto alla pensione”. Una situazione drammatica creata “ad hoc” grazie al collaborazionismo delle tre confederazioni sindacali (UIL, CISL e CGIL) che hanno implementato un compromesso storico con il capitale, senza avere nulla in cambio.
 
Per questo il movimento sindacale e la stessa sinistra italiana hanno vissuto difficili momenti di smobilitazione che però hanno prodotto un effetto reattivo, soprattutto in alcuni sindacati dove la lotta per il rispetto dei benefici acquisiti ha risvegliato le emozioni della lotta di classe. E’ il caso della confederazione nazionale USB (Unione Sindacale di Base) che, oggi rappresenta il polo più avanzato e combattivo del movimento dei lavoratori (occupati, precari e disoccupati) in Italia.
 
Come è possibile spiegare la dinamica delle lotte dell’USB (reddito sociale, rinnovo dei contratti nel servizio pubblico, lotta ai ritmi ecc.), contrapposta all’arrendevolezza del PD berlingueriano e peggio ancora a quello di Matteo Renzi. Come è possibile convivere con il “double face” dei seguaci di Bertinotti nel PRC e l’opportunismo dei nuovi “euro-non-più-comunisti” di SEL?
 
Il modello sociale europeo è sempre più in crisi, solo in Germania e in Francia si mantiene in piedi. Nel resto dell’Unione Europea, ma soprattutto nei quattro paesi dell’area mediterranea (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), la disoccupazione è divenuta un fattore endemico e il potere d’acquisto salariale e i lavoratori è stato compresso fortemente per cercare di sanare le finanze pubbliche e rinforzare l’economia dei “patti di stabilità” e le politiche di aggiustamento.
 
Un contesto in cui la situazione politica e economica continua avversa ai lavoratori, grazie anche all’operato dei mass-media che fanno di tutto per dissuadere la creazione di nuove forme di lotta. D’altra parte, non dobbiamo dimenticare che l’USB nacque, nel 23 maggio del 2010, scontrandosi prima con gli uomini dei governi di Berlusconi e poi con quelli del PD, che hanno fatto di tutto per esercitare un effettivo controllo sul movimento sindacale, cercando di relegarlo ad un ruolo sempre più condizionato ai paradigmi istituzionali.
 
Una manovra che non è passata perché le esperienze di lotta dei sindacati di base glielo hanno impedito. Questo fatto ha ampliato la volontà di resistere per poi avviare un processo di riformulazione e soprattutto di ridefinizione ideologica dei programmi di lotta che non si limitano ai soli lavoratori occupati.
 
Sono forme di lotta che si estendono nella società. Per esempio l’USB, oggi porta avanti proposte concrete sul reddito sociale che si sono concretizzate, oltre che con iniziative di lotta e di mobilitazione, anche con reiterate proposte di legge sostenute con migliaia di firme raccolte in tutto il paese. Comunque, voglio precisare che la proposta del reddito sociale fu lanciata negli anni novanta quando la confederazione dell’USB ancora non esisteva. All’epoca la proposta del reddito sociale era sostenuta da tre aggruppamenti sindacali indipendenti, la SdL intercategoriale, la RdB e i CUB. Organizzazioni che, poi, nel 2010, formarono l’USB con il tesseramento iniziale 250.000 militanti. Oggi l’USB è diventata una confederazione di ambito nazionale che difende i lavoratori del servizio pubblico e quelli delle macro-aree industriali, mentre a livello internazionale è legata alla Federazione Sindacale Mondiale.
 
Il Venezuela, l’ALBA, Cuba e la Colombia sono i soggetti di uno scenario politico in cui gli Stati Uniti stanno perdendo influenza. Per questo le “Eccellenze” della Casa Bianca tentano di recuperare consensi in America Latina accettando di negoziare con Cuba e di appoggiare le trattative tra il presidente colombiano, Juan Manoel Santos e la guerriglia (FARC ed ELN). Nello stesso tempo la CIA inasprisce la” Guerra Permanente” (economica e psicologica) in Venezuela per destabilizzare il governo boliviano, mentre in Colombia alimenta le operazioni dell’esercito e dei gruppi paramilitari per rendere più complesse le trattative che da due anni si realizzano a Cuba. Anche in Bolivia e in Ecuador, paesi dell’ALBA, esiste il rischio di una destabilizzazione, con le “antenne” della CIA che cercano di organizzare l’opposizione. Soltanto Cuba vive un momento di relativa tranquillità, anche se i mass-media statunitensi cercano di manipolare il clima delle trattative con gli USA dicendo che: “… Presto la dittatura castrista sarà democratizzata!”.
 
C’è una relazione diretta tra i mass-media, la Casa Bianca e la CIA nell’evoluzione della guerra psicologica e di quella economica contro il governo bolivariano di Maduro?
 
Innanzitutto bisogna dire che i mass-media non hanno mai sopportato Maduro, per il fatto di essere comunista, sindacalista e di origine proletaria, un semplice autista della metropolitana di Caracas. Comunque, l’avversione nei confronti di Maduro toccò il massimo della riprovazione quando lui vinse le ultime elezioni con un margine di 300.000 voti. Persino “Repubblica” gridò allo scandalo, dimenticando, però che Romano Prodi fu eletto con una differenza di soli 18.000 voti!
 
Bisogna riconoscere che la riduzione del prezzo del petrolio, quasi 60%, ha creato una serie di problemi al governo bolivariano nel momento in cui le conseguenze della “Guerra Permanente” degli Stati Uniti diventavano sempre più dure. Infatti l’ultimo progetto politico di Barak Obama è quello di destabilizzare il governo bolivariano e, quindi, mettere fine a un’esperienza che contrasta gli interessi geopolitici ed economici degli Stati Unti. Infatti, il processo di destabilizzazione cominciò subito dopo la prima vittoria elettorale di Chávez con la guerra monetaria che usò la quotazione del dollaro nel mercato parallelo per cercare di rompere l’equilibrio monetario in Venezuela.
 
Oggi, il dollaro nel cambio ufficiale è quotato 6,5 bolivar, mentre nel parallelo è arrivato a 400 bolivar. In questo modo sono riusciti a minimizzare il potere di acquisto dei lavoratori, oltre a far esplodere la spirale inflazionista sui prezzi di tutti i prodotti. Nello stesso tempo si sono moltiplicate le operazioni di sabotaggio economico, con i grandi distributori commerciali che esportano illegalmente in Colombia i prodotti dell’industria venezuelana. Con la copertura della DEA americana, i narcotrafficanti colombiani stoccano i prodotti venezuelani – dal formaggio ai mobili – fino a quando sono ricomperati, ma in dollari dagli stessi grandi distributori che l’hanno esportata. In questo modo i prodotti basici scompaiono dai supermercati statali per riapparire in quelli privati a prezzi assurdi.
 
A questo punto la stampa venezuelana e l’opposizione sono scese in campo per moltiplicare gli effetti della guerra psicologica dicendo che “…In Venezuela si muore di fame, … Il regime chavista è il responsabile della carestia, … Bisogna chiudere con la dittatura di Maduro….”. In questo modo l’opposizione crea una permanente psicosi del colpo di stato. Una situazione che diventa sempre più complessa con gli attentati terroristi e gli attacchi armati dei “guarimba” che sparano per strada ai militanti del PSVU o del PCV. Negli ultimi otto mesi i “guarimba” hanno ucciso più di ottanta persone!”.
 
Per quali motivi gli USA stanno portando avanti questa Guerra Permanente contro il Venezuela?
 
Il Venezuela è il quinto esportatore di petrolio greggio, ma è anche il primo per quanto riguarda le riserve, che sono di molto superiori a quelle dell’Arabia Saudita. Prima l’85% del profitto ricavato con la vendita del petrolio andava alle multinazionali. Oggi, il governo bolivariano lo reinveste nelle Misiones, che sono dei programmi che a costo zero offrono alla grande maggioranza della popolazione i benefici dell’istruzione, dei servizi medici e ospedalieri, la costruzione di abitazioni, trasporti, oltre alla diffusione della cultura e dello sport. Quindi, per gli USA lo smantellamento della rivoluzione bolivariana in Venezuela è un obiettivo geopolitico e geostrategico, perché oltre che a riappropriarsi del petrolio pretendono far morire questa grande esperienza di transizione per il Socialismo del Secolo XXI, nei paesi dell’ALBA, per l’appunto il Venezuela, la Bolivia e L’Ecuador”.
 
La riapertura delle rispettive ambasciate significa che le problematiche politiche tra Cuba e gli USA sono state risolte? Perché il New York Times afferma che con queste trattative Cuba va in direzione di una democratizzazione?
 
Quello che i mass-media non dicono è che Cuba si è seduta al tavolo dei negoziati ponendo delle condizioni minimali che poi gli USA hanno accettato. Vale a dire: a) pari dignità nel tavolo delle trattative; b) il corpo diplomatico statunitense non deve far politica a l’Avana, come quello cubano non la farà a Washington; c) Deve essere risolta l’annosa questione del blocco commerciale perché distrugge qualsiasi tentativo di espansione della pianificazione socio-economica in Cuba; d) Il governo cubano esige che la base di Guantanamo sia smantellata per permettere che quel territorio – occupato dagli USA fin dal 1901 -, torni a far parte della sovranità cubana. Inoltre la “Grande Stampa” non dice che la trattativa sarà molto lunga perché il governo cubano non cederà una sola virgola sulla questione del socialismo”.
 
Nel 2013 le FARC e poi anche l’ELN hanno intrapreso delle trattative con il governo colombiano un possibile trattato di pace. Cosa manca per arrivare alla firma finale?
 
Come in tutte le trattative che contrappongono un governo e una guerriglia che rappresenta una guerra di classe in atto, il nodo principale da sciogliere è la situazione dei prigionieri politici e quella del cessar fuoco bilaterale. Le FARC e L’ELN hanno inizialmente dichiarato il cessar-fuoco unilaterale per convincere il presidente Santos a fare lo stesso. Infatti, è difficile parlare di pace se poi l’esercito e i paramilitari entrano nei villaggi arrestano, torturano e uccidono chi è sospettato di avere contatti con la guerriglia.
 
Nelle prigioni colombiane ci sono all’incirca 8000 prigionieri politici e un terzo di questi sono sindacalisti, militanti dei movimenti contadini per la terra e per i diritti umani. Quindi, se il governo non apre le prigioni decretando un’amnistia per i prigionieri politici, se poi la magistratura non garantisce ai guerriglieri delle FARC e dell’ELN l’incolumità per il riciclo politici e se l’esercito e i gruppi paramilitari continueranno con le operazioni di “tierra quemada” le trattative falliranno e la guerra ricomincerà”.

Venezuela: Intervista all’economista colombiano Rafael Enciso

di Geraldina Colotti – il manifesto

L’economista colom­biano Rafael Enciso ha appena finito il suo inter­vento e accetta di rispon­dere alle nostre domande. Del suo paese cono­sce bene l’esperienza del Sec­tor Coo­pe­ra­tivo Agro­pe­cua­rio, in par­ti­co­lare il lavoro orga­niz­zato delle coo­pe­ra­tive del caffè. Come stu­dioso e mili­tante di vari movi­menti, ha accom­pa­gnato per 25 anni i ten­ta­tivi – sem­pre nau­fra­gati — di por­tare a solu­zione il con­flitto armato che dura da oltre 50 anni. Dopo il fal­li­mento dei dia­lo­ghi di pace, nel 2002, ha dovuto lasciare la Colom­bia – paese alta­mente peri­co­loso per l’opposizione sociale — e vive da nove anni in Vene­zuela. Adesso è con­su­lente al Mini­stero del Lavoro e si occupa di imprese recu­pe­rate. In uno dei suoi saggi ana­lizza “Gli inse­gna­menti del modo di pro­du­zione sovie­tico per il socia­li­smo del secolo XXI in Venezuela”.

L’alternativa alla crisi siste­mica del capi­ta­li­smo – lei scrive – implica una rot­tura pro­fonda, un nuovo ordine inter­na­zio­nale a carat­tere mul­ti­po­lare e un nuovo modello pro­dut­tivo basato sul con­trollo ope­raio e comu­ni­ta­rio. Come si può costruire que­sta alter­na­tiva in un’economia ancora così basata sulla ren­dita petro­li­fera come quella venezuelana?

In que­sta fase di tran­si­zione, in cui l’impalcatura dello stato bor­ghese con­ti­nua a esi­stere, occorre arti­co­lare un sistema di con­trap­pesi per poterlo tra­sfor­mare dal basso sotto la spinta del potere popo­lare. Penso si possa svi­lup­pare un modello di gestione mul­ti­pla e socia­li­sta deter­mi­nato dalla par­te­ci­pa­zione dei diversi sog­getti orga­niz­zati. La prima è quella dei lavo­ra­tori orga­niz­zati in con­si­gli, nelle imprese e nelle isti­tu­zioni; la seconda è quella dei con­si­gli comu­nali e delle comuni, e riguarda la costru­zione del governo nei ter­ri­tori; la terza è quella dei con­si­gli dei pro­dut­tori e distri­bu­tori di mate­ria prima – pesca­tori, con­ta­dini -, che non sono sala­riati ma si pos­sono orga­niz­zare e par­te­ci­pare alla gestione della società. E poi c’è lo stato, che deve ade­guarsi, tra­sfor­marsi e agire come un attore in più, come fat­tore di coor­di­na­mento e di arti­co­la­zione, non di cen­tra­liz­za­zione ege­mo­nica. Que­sto mec­ca­ni­smo di con­trollo serve a impe­dire che una parte pre­valga sull’altra, che si svi­lup­pino inte­ressi paras­si­tari e buro­cra­tici, ma al con­tra­rio si impie­ghino le ener­gie per pia­ni­fi­care un’economia del bene comune basata sugli inte­ressi collettivi.

Osta­coli e con­trad­di­zioni, però, non mancano

Uno degli osta­coli prin­ci­pali è l’assenza di una cul­tura del lavoro, deter­mi­nata dal poco svi­luppo indu­striale, pro­dut­tivo e agri­colo. Per tutto il corso del XX secolo, i governi hanno pun­tato sull’estrazione e l’esportazione del petro­lio. Durante gli anni del neo­li­be­ri­smo sel­vag­gio (tra gli ’80 e il ’90), anche quei set­tori dell’economia che ave­vano rag­giunto un certo svi­luppo sono stati distrutti. Quando Cha­vez vince le ele­zioni, nel 98, trova un paese in ginoc­chio in cui, a fronte degli ele­vati indici di povertà estrema si è svi­lup­pata un’economia for­male di sus­si­stenza. Da un altro lato, pro­li­fe­rano forme di delin­quenza ende­mica e di cri­mi­na­lità orga­niz­zata legata al nar­co­traf­fico, forag­giato dagli Usa a par­tire dalla fine degli anni ’70. L’incidenza del para­mi­li­ta­ri­smo colom­biano e del ter­ro­ri­smo di stato impe­rante nel mio paese è sem­pre stata forte. In Vene­zuela vivono circa 5 milioni di colom­biani. Con l’arrivo del socia­li­smo abbiamo avuto accesso ai ser­vizi e alle coper­ture sociali, di cui hanno appro­fit­tato le orga­niz­za­zioni cri­mi­nali. Quando Alvaro Uribe va al governo in Colom­bia, aumenta in modo mas­sic­cio la pre­senza dei para­mi­li­tari in Vene­zuela, che cer­cano di appro­priarsi della ric­chezza del paese, in modo diretto o indi­retto. Nel 2006, ogni per­sona poteva inviare all’estero 300 dol­lari al mese, anche a un parente alla lon­tana. In molti si sono tra­sfe­riti qui per fare que­sto tipo di traf­fici. L’imperialismo cerca con ogni mezzo di “bal­ca­niz­zare” il Vene­zuela per distrug­gere il cam­bia­mento. La guerra eco­no­mica si ali­menta però anche di una catena per­va­siva di cor­ru­zione e pre­bende. I Con­si­gli ope­rai o quelli comu­nali si tro­vano a volte di fronte gruppi di potere o buro­crati che hanno accesso al con­trollo delle risorse e vedono minac­ciati i pro­pri inte­ressi. D’altro canto, manca la con­sa­pe­vo­lezza poli­tica che il socia­li­smo non è solo wel­fare, non basta ridi­stri­buire meglio la ric­chezza come si è fatto in Ita­lia per un periodo, occorre un cam­bia­mento strut­tu­rale nelle dina­mi­che pro­dut­tive e di potere. E il potere non si tra­sfe­ri­sce, si costrui­sce. Non pos­siamo idea­liz­zare la figura dell’operaio, del pro­le­ta­rio, né cer­care lo schema a tutti i costi. Ma non pos­siamo nep­pure igno­rare che, nella gestione dello stato, esi­stono gruppi il cui modo di pen­sare – al di là della loro estra­zione sociale – è legato a quello della pic­cola bor­ghe­sia e che eser­ci­tano il potere in fun­zione degli inte­ressi che rap­pre­sen­tano. Con loro, a un certo punto, biso­gnerà essere chiari: o accet­tano il potere dal basso oppure se ne devono andare.

Potere e Autogestione: oltre la resistenza

di Geraldina Colotti – il manifesto

 Il V Incontro internazionale. Esperienze e prospettive da tutto il mondo. Italia compresa

20ago2015.- Ope­rai, gior­na­li­sti, acca­de­mici, movi­menti sociali… Tante le voci a con­fronto nel V Incon­tro inter­na­zio­nale dell’Economia delle lavo­ra­trici e dei lavo­ra­tori, che si è svolto a Punto Fijo, in Vene­zuela, a fine luglio.

Per cin­que giorni, in uno spa­zio aperto e plu­rale, com­ple­ta­mente auto­ge­stito e auto­fi­nan­ziato, donne e uomini pro­ve­nienti dai cin­que con­ti­nenti hanno rac­con­tato la loro espe­rienza: sfide, ana­lisi e rispo­ste alla crisi strut­tu­rale del capitalismo.

Bren­dan Mar­tin è arri­vato da Chi­cago, dove gli ope­rai hanno recu­pe­rato una fab­brica di porte e fine­stre, tra­sfor­mata nella coo­pe­ra­tiva auto­ge­stita New Era Win­dows: con la loro tena­cia e anche gra­zie al sup­porto inter­na­zio­nale della Ong The Wor­king World, che aiuta le imprese recu­pe­rate a repe­rire fondi.

Rap­pre­sen­tanti delle uni­ver­sità auto­nome di alcune città del Mes­sico, hanno par­lato di nuove forme di sin­da­ca­li­smo e della lotta degli stu­denti, pagata a caro prezzo. E hanno rice­vuto la soli­da­rietà dei par­te­ci­panti, espressa nel docu­mento finale.

“Un testo a pro­ble­ma­tica aperta che risponde allo spi­rito dell’incontro, uni­ta­rio ma non dog­ma­tico, e mette le basi per il pros­simo con­fronto inter­na­zio­nale, fra due anni”, spiega l’antropologo argen­tino Andres Ruggeri.

Si deve al lavoro del pro­gramma che dirige alla Facoltà Aperta di Bue­nos Aires l’idea di que­sto ciclo di incon­tri inter­na­zio­nali, ini­ziato pro­prio in Vene­zuela su invito di Hugo Cha­vez, nel 2005.

“Abbiamo comin­ciato a lavo­rare con le imprese recu­pe­rate dopo la grande crisi del 2001 – dice ancora Rug­geri – con una visione più poli­tica che acca­de­mica. Vogliamo capire come può l’economia dei lavo­ra­tori auto­ge­stita essere un’alternativa vera al sistema capitalistico”.

Pur rima­nen­done all’interno e senza cam­bia­menti di sostanza nella strut­tura dello stato? “Que­sta, appunto, è la grande discus­sione. All’inizio, occu­pare è stata una stra­te­gia di soprav­vi­venza alla crisi. Ora, c’è chi pensa, insieme a una parte del governo, che le coo­pe­ra­tive pos­sono tra­sfor­marsi in imprese ed essere assor­bite dal sistema, diven­tarne fun­zio­nali. Biso­gna guar­darsi dalle astra­zioni inu­tili. La realtà è quella del sistema di accu­mu­la­zione capi­ta­li­sta, che a un certo punto può arri­vare a distrug­gere que­ste nuove espe­rienze. Ma, intanto, si crea una nuova coscienza, si pre­fi­gu­rano nuove forme eco­no­mi­che. Dall’esperienza pra­tica si pro­duce anche teo­ria. L’idea base dell’incontro è que­sta: riflet­tere su quel che sta nascendo e non sui mas­simi sistemi. Non a caso, la pro­por­zione fra acca­de­mici e ope­rai, che prima era di 80 a 20, ora si è inver­tita: aumenta il con­fronto concreto”.

Fra i temi dell’incontro, anche quello del lavoro pre­ca­rio, infor­male o ser­vile. Un’alternativa con­creta, la sta costruendo la rete Cestara, in Argen­tina, che federa coo­pe­ra­tive e pic­cole imprese augo­ge­stite, com­po­ste da figure che non hanno rap­pre­sen­tanza sin­da­cale né un vero sta­tuto amministrativo.

Per loro, ha par­lato Rodolfo, rac­con­tando anche l’esperienza di un bar alter­na­tivo chia­mato “Lo de Nestor”: Nestor che sta per Nestor Kirch­ner, “il pre­si­dente che, per primo, ci ha dato una grossa mano e ha lasciato la sua impronta inde­le­bile nel paese”.

Dall’Italia, hanno par­te­ci­pato rap­pre­sen­tanti della fab­brica recu­pe­rata di Milano RiMa­flow e delle Offi­cine Zero di Roma. Ma sono arri­vati a Punto Fijo anche dalla Fran­cia, dalla Spa­gna, dall’Olanda.

Dalla Gre­cia non ce l’hanno fatta, ma alla resi­stenza del popolo greco e a quella dei kurdi, il docu­mento finale ha espresso solidarietà.

Soli­da­rietà anche alla pic­cola ciurma del mani­fe­sto, che ha con­di­viso il tavolo sull’informazione alter­na­tiva con due espe­rienze di media auto­ge­stiti in Argen­tina: La Masa, di Rosa­rio, rac­con­tata da Manolo Robles, e El Dia­rio del Cen­tro del Pais, a Cor­doba, diven­tato Dia­rio de Villa Maria dopo la piccola-grande avven­tura del recu­pero della testata ad opera dei suoi lavoratori.

Con pre­ci­sione e poe­sia, Ser­gio Stoc­chero, gior­na­li­sta e docu­men­ta­ri­sta, ha rac­con­tato l’esperienza nel film El bar­quito de papel, che ha già rice­vuto premi e men­zioni in Ame­rica latina.

Venezuela: un laboratorio di nuove relazioni sociali

di Geraldina Colotti – il manifesto

Reportage Vtelca: fabbrica e compasso

20ago2015.- Un modello “inte­grato e soste­ni­bile, gestito dai lavo­ra­tori”. Così, Akram Maka­rem, pre­si­dente di Vtelca, rias­sume al mani­fe­sto la filo­so­fia della Vene­zo­lana de Tele­co­mu­ni­ca­cio­nes. Una fab­brica all’avanguardia nella costru­zione di tele­fo­nia e cel­lu­lari, la più grande del Venezuela.

Siamo a Punto Fijo, nella regione di Fal­con, peni­sola di Para­guana. Il Con­si­glio di fab­brica di Vtelca è stato uno dei pro­mo­tori del V Incon­tro inter­na­zio­nale sull’Economia dei lavo­ra­tori, che ha riu­nito rap­pre­sen­tanti di imprese recu­pe­rate e auto­ge­stite pro­ve­nienti da ogni parte del mondo.

C’era anche il mani­fe­sto, nella dop­pia veste di impresa auto­ge­stita da gran tempo, e poi recu­pe­rata di recente dal col­let­tivo di gior­na­li­sti e poli­gra­fici che la pro­duce. E tra i punti del docu­mento finale, che ha sot­to­li­neato l’importanza dell’informazione auto­ge­stita nella lotta “al lati­fondo media­tico”, si è espressa anche forte soli­da­rietà al nostro gior­nale, accom­pa­gnato nell’incontro da altre due coo­pe­ra­tive edi­to­riali auto­ge­stite in Argen­tina, di cui par­liamo in que­ste pagine.

Entriamo in una fab­brica che avanza nel futuro con lo sguardo vol­tato all’indietro, come l’Angelus Novus: l’angelo della sto­ria, qui, sug­ge­ri­sce ancora che “anche la cuoca può diri­gere lo stato”. Cam­mi­niamo fra i reparti, gli ope­rai salu­tano e spie­gano. Akram inter­viene per for­nire dati e cifre. E intanto risponde alle nostre domande.

E’ un qua­ran­tenne ener­gico di sta­tura media. La sua fami­glia è di ori­gine liba­nese, “antim­pe­ria­li­sta da sem­pre e sem­pre dalla parte del popolo pale­sti­nese”. L’8 marzo del 2010, l’allora pre­si­dente Cha­vez lo ha nomi­nato diret­tore di Vtelca, la cui infra­strut­tura si esten­deva su un peri­me­tro di 4200 mq, e ora supera i 30.000. Un’impresa pub­blica a cui par­te­cipa capi­tale cinese per poco più del 15%: “Dipen­diamo ancora da loro per la for­ni­tura dei mate­riali – dice il diret­tore – ma in que­sta fase stiamo avan­zando verso la piena autonomia”.

Qui si pro­duce il cel­lu­lare Ver­ga­ta­rio, da un’espressione popo­lare che signi­fica “uno in gamba”. Riprende il diret­tore: “Sarebbe molto più eco­no­mico con­ti­nuare con le for­ni­ture esterne, ma dob­biamo affran­carci dalla sto­rica dipen­denza dal petro­lio: non per seguire le orme dello svi­luppo capi­ta­li­sta, ma per prov­ve­dere alle neces­sità effet­tive dell’essere umano. A par­tire dalla fab­brica inte­grata, che mette al cen­tro la costru­zione di nuove rela­zioni sociali, stiamo pro­muo­vendo una visione del mondo alter­na­tiva alla cosid­detta effi­cienza capi­ta­li­sta, basata sulla rapina e la distru­zione delle risorse. Pro­du­ciamo tec­no­lo­gia soste­ni­bile in base a quel che serve dav­vero alla comu­nità. La nostra con­ce­zione dello svi­luppo non è la stessa che ha preso piede nel cosid­detto primo mondo: per pre­ser­vare la spe­cie, occorre eser­ci­tare un con­trollo sulla tec­nica e sui mezzi per pro­durla. Per que­sto non pen­siamo solo alla pro­du­zione mate­riale, ma a uno svi­luppo inte­grale dell’essere umano, il più pos­si­bile in armo­nia con la natura”.

Vtelca è un labo­ra­to­rio di nuove rela­zioni sociali. Entriamo nel reparto rici­clag­gio. Qui tutti gli scarti e i mate­riali recu­pe­rati ven­gono tra­sfor­mati in gio­cat­toli per bam­bini, in biblio­te­che o ban­chi per le scuole, o strut­ture per i par­chi pub­blici: non si pos­sono ven­dere, ma distri­buire gra­tui­ta­mente e l’occasione serve per mol­ti­pli­care i corsi sul rici­clag­gio e per far cono­scere il nuovo modello. Nella regione, vi è un grande parco eolico che pro­duce ener­gia alternativa.

“Quando rici­cliamo – spiega il respon­sa­bile per le rela­zioni pro­dut­tive, Nil Rodri­guez – agiamo anche sul sim­bo­lico, creiamo la meta­fora di un mondo diverso. Inol­tre, chie­diamo sem­pre ai lavo­ra­tori se vogliono par­te­ci­pare ai gruppi musi­cali, alla squa­dra spor­tiva, ai corsi di mura­les o di gior­na­li­smo comunitario”.

Durante l’orario di lavoro? Ma allora è vero quel che dice la destra, che la pro­du­zione crolla quando le fab­bri­che sono gestite dai lavoratori?

Akram Maka­rem sor­ride, mostra tabelle e gra­fici. “Abbiamo scelto di inve­stire sulla qua­lità della vita, sulla dignità del lavoro e della per­sona — dice — Non si può star bene in fab­brica se ci sono pro­blemi intorno. Cer­chiamo di agire come un com­passo: far leva su un punto e agire in cir­colo, per modi­fi­care l’ambiente intorno. Gli ope­rai pia­ni­fi­cano la pro­du­zione, che ogni anno aumenta. Lavo­riamo otto ore al giorno dal lunedì al venerdì, ma se rea­liz­ziamo la meta anzi­tempo, com­pen­siamo con tempo libero. Per que­sto, non abbiamo paura di sospen­dere la pro­du­zione quando c’è una gior­nata di ven­dita di qua­derni per i figli degli ope­rai, o una ven­dita di ali­menti, una gior­nata per la salute”.

In que­sti giorni, c’è stata una gior­nata di auto­di­fesa. La mili­zia popo­lare ha mostrato come resi­stere ai sabo­taggi e agli attac­chi desta­bi­liz­zanti. “Stiamo sof­frendo una guerra eco­no­mica da parte delle grandi imprese pri­vate che pro­vo­cano scar­sità dei pro­dotti, ma qui abbiamo un Pdval, una delle catene di distri­bu­zione ali­men­tare del governo”, dice il direttore.

Visi­tiamo anche il resto del com­plesso indu­striale. In que­sta zona c’è una delle cin­que più grandi raf­fi­ne­rie di petro­lio al mondo. La peni­sola di Para­guanà custo­di­sce anche un enorme patri­mo­nio in ter­mini di bio­di­ver­sità ed è una delle mete più fre­quen­tate dai turi­sti. Una Zona eco­no­mica spe­ciale (Zes) che si estende per 2.687,51 kmq e com­prende i comuni di Fal­cón, Los Taques e Carirubana.

Qui si pos­sono com­prare pro­dotti esen­tasse. Le stesse imprese – la cui par­te­ci­pa­zione deve comun­que rima­nere mino­ri­ta­ria rispetto a quella sta­tale — sono eso­ne­rate dalle impo­ste sulla ren­dita (Islr) al 100% : a con­di­zione di ade­guare il pro­cesso pro­dut­tivo alle esi­genze del mer­cato locale e alle espor­ta­zioni. Il secondo anno, se espor­tano il 70% della pro­du­zione, con­ti­nuano a non pagare le tasse, altri­menti ver­sano il 50% della Islr, e così via per 18 anni. Le com­pa­gnie stra­niere devono comun­que lasciare i gua­da­gni nella banca pub­blica nazio­nale per almeno cin­que anni e dar conto seme­stral­mente delle attività.

L’anno scorso, sono state isti­tuite altre Zes, una delle quali nel Tachira, alla fron­tiera con la Colom­bia, dove più lucroso per le mafie e deva­stante per l’economia vene­zue­lana è il traf­fico di pro­dotti al mer­cato nero.

Il Vene­zuela volta pagina nel 2007. Dopo aver assunto il suo secondo man­dato, Cha­vez spinge sul pedale delle nazio­na­liz­za­zioni: dalla tele­fo­nia, al petro­lio, dall’elettricità alla banca e alla finanza, dalla side­rur­gia ad alcune indu­strie di pro­du­zione di ali­menti. Un qua­dro con­tem­plato dalla costi­tu­zione – che comun­que tutela anche la pro­prietà pri­vata — e inau­gu­rato con l’espropriazione del grande lati­fondo. Un cam­bia­mento che ha già pro­vo­cato la rea­zione dei poteri forti e il colpo di stato del 2002, ma che non si è fermato.

Un pro­cesso basato comun­que più su com­pen­sa­zioni che su veri espro­pri. Nella Faglia dell’Orinoco – una zona di circa 55000 km2 che custo­di­sce le più grandi riserve di petro­lio al mondo – quasi tutte le mul­ti­na­zio­nali hanno accet­tato le com­pen­sa­zioni o le nuove regole per restare sotto l’egida di Pdvsa, la petro­li­fera statale.

Solo la mul­ti­na­zio­nale Usa Exxon Mobil è scesa sul piede di guerra e con­ti­nua il con­flitto nei tri­bu­nali inter­na­zio­nali o nelle acque dell’Esequibo, una zona con­tesa tra Vene­zuela e Guyana.

In molti casi, i lavo­ra­tori hanno spinto dal basso le deci­sioni di governo acce­le­rando il pro­cesso, come nel caso della Sidor, nazio­na­liz­zata nel 2009.

Al con­tempo, si è andato con­so­li­dando un qua­dro nor­ma­tivo per la crea­zione di Comu­nas e Imprese di pro­du­zione sociale, e si è dato nuovo impulso alla par­te­ci­pa­zione diretta dei lavo­ra­tori e delle lavo­ra­trici nella gestione, nella pia­ni­fi­ca­zione e nel con­trollo della pro­du­zione. Ma si apre il con­flitto anche all’interno delle fab­bri­che di stato, dove i con­si­gli ope­rai più com­bat­tivi accu­sano alcuni gerenti di fre­nare la tran­si­zione al socialismo.

“Qui assu­miamo il dibat­tito e la con­trad­di­zione – dice Akram – ma con spi­rito costrut­tivo e senza set­ta­ri­smi”. Su que­sti temi, nel V incon­tro inter­na­zio­nale di Punto Fijo, il dibat­tito teo­rico si è tra­sfe­rito nel con­fronto diretto con le diverse espe­rienze con­crete. “Da noi – spiega Jesus Gomez, del Movi­mento pro­le­tari uniti di Fal­con — l’intento è quello di tra­sfe­rire la gestione delle risorse diret­ta­mente nelle mani del popolo orga­niz­zato, per depo­ten­ziare dall’interno le strut­ture del vec­chio stato bor­ghese: per­ché il vec­chio tarda a morire e il nuovo fa ancora fatica a nascere”.

Wil­liam Godeyo, argen­tino che fa parte del movi­mento popo­lare Patria grande, ha osser­vato dall’interno lo svi­luppo delle Comu­nas. Per 3 anni, una bri­gata di 45 com­pa­gni ha tenuto corsi in varie comu­nità, appog­giati dal Mini­stero delle Comu­nas e da quello di Planificacion.

“Si tratta di un pro­cesso di costru­zione comu­nale dal basso – spiega – basato sulla fede­ra­zione di diversi con­si­gli comu­nali che, dopo essersi regi­strati, orga­niz­zano un pro­prio par­la­mento, deci­dono di cosa ha biso­gno la comu­nità. Spesso tutto si mette in moto con l’occupazione di edi­fici o ter­reni abban­do­nati, che poi ven­gono recu­pe­rati dal governo e resti­tuiti ai cit­ta­dini. Abbiamo par­te­ci­pato a pro­getti di costru­zione auto­ge­stita di case popo­lari, che pre­ve­dono anche lo svi­luppo di unità pro­dut­tive per garan­tire l’economia par­te­ci­pata sul territorio”.

Adesso siamo in una sala di Vtelca in cui tro­neg­giano grandi mani­fe­sti e mura­les: da una parte i padri sto­rici del mar­xi­smo, dall’altro quelli delle indi­pen­denze lati­noa­me­ri­cane e l’omaggio agli indi­geni e ai primi schiavi ribelli che qui hanno costruito le prime “repub­bli­che libere”.

Akram mostra un’altra parte dei pro­getti dedi­cata ai bam­bini: un per­corso ludico per­ché impa­rino a cono­scere il lavoro in fab­brica fin da pic­coli “e a impa­dro­nirsi della tec­no­lo­gia”. Un’operaia sale sul palco, spiega il per­corso di cono­scenza che ha por­tato la fab­brica a que­sto livello.

“Cre­diamo nel pen­siero di genere e nel ruolo pro­pul­sivo della donna nel socia­li­smo boli­via­riano”, approva il diret­tore. E cede la parola all’operaio Pacheco, che arriva sor­retto da un bastone.

A Vetelca, i diver­sa­mente abili dicono la loro. “E parte della tec­no­lo­gia pro­dotta viene modi­fi­cata per ren­dere più age­vole la loro condizione”.

Poi, si canta e si balla con le can­zoni di Ali Pri­mera, a cui la zona ha dato i natali.

(FOTO) Venezuela-Siria: aquel hilo negro de los lacayos del imperialismo

«La ignorancia mata a los pueblos, por eso es preciso matar a la ignorancia».
(José Martí)

por ANROS Italia

Hay un sutil hilo negro que conecta, por un lado, los descuartizadores de Caracas al sueldo del partido fascista de Leopoldo López, de Maria Corina Machado y Capriles Radonski y, por otro lado, los criminales degolladores del autoproclamado “Estado islámico”.

Aunque no se conozcan entre ellos mismos, estos siervos del imperialismo se fijaron el mismo objetivo: desestabilizar los países no alineados con los intereses de la burguesía imperialista, llevando adelante una guerra de exterminio no declarada en la cual ellos son “útiles idiotas” y trágicos ejecudores.

Su nombre era Khalid Al-Asaad, 82 años; era el director del Museo Arqueológico de Palmyra, Patrimonio Mundial de la Unesco, en Siria.

Las bandas barbáricas de la más negra reacción del dicho “Estado islámico” lo ejecutaron y decapitaron porque él se puso como defensor del sitio arqueológico de la antigua ciudad siria que el fanatismo reaccionario takfirí no admite de alguna manera.

En 2001, el actual presidente de ANROS Italia, Emilio Lambiase, se entrevistó con el heróico director en el marco de su viaje en bicicleta desde Damasco hasta Baghdad con el fin de denunciar la agresión imperialista de Estados Unidos contra Irak.

En aquel entonces, se soñaba con un proyecto conjunto de cooperación y gestión entre los sitios de Palmyra, Paestum y Pompeya.

Hoy en día, podríamos tener un director arqueológico sirio en Italia.

Obama, Renzi, Merkel y Daesh han decido de manera diferente.

[Trad. en castellano para ALBAinformazione por Antonio Cipolletta]

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Conversando con Jhimy Arrieta dell’ANROS Venezuela

alvsddi Ciro Brescia

Il 27 aprile 2015 ci siamo incontrati con Jhimy Arrieta, coordinatore della formazione accademica dell’ANROS Venezuela in occasione della lectio magistralis tenuta dall’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Julián Isaías Rodríguez Díaz, che è stato Procuratore Generale della Repubblica Bolivariana e padre costituente dell’attuale Costituzione del ’99 (Primo vicepresidente dell’Assemblea Costituente del Venezuela). 

Qui di seguito vi proponiamo una sintesi del colloquio che abbiamo avuto con Jhimy, riportando le parti salienti di ciò che ci ha esposto.

L’Anros ha di recente affrontato un congresso (Ottobre 2014) che ha consentito di ripensare, ri-adeguare e riorganizzare alcuni principi e statuti che durante i primi 14 anni di vita non avevamo.

Riteniamo che per poter dare un salto qualitativo che ci richiede il processo rivoluzionario dobbiamo definire aspetti e questioni che abbiano ancora in sospeso.

Il congresso che abbiamo tenuto nel mese di ottobre del 2014 ci ha permesso di avere un orizzonte molto più chiaro, molto più definito e ci ha consentito di poter andare incontro ai movimenti sociali che sono riusciti a sopravvivere a questa alluvione che all’inizio ha caratterizzato la Rivoluzione Bolivariana.

Sono stati molti i movimenti sociali che poco a poco sono andati decantando, come accade in ogni processo naturale. In questa fase del processo, i movimenti sociali, a nostro giudizio, cominciano a giocare un ruolo molto più importante di fronte al consumarsi, dobbiamo dirlo in questo modo, dei fattori politici, lo stesso PSUV, di questi partiti della Rivoluzione che non sono stati capaci di dare il necessario salto in accordo alla realtà che noi viviamo e che corrono il rischio di rimanere soli e ridursi a semplici macchine elettorali per vincere elezioni, nella prospettiva della democrazia borghese, dove, in ultima analisi, è il marketing che detta il passo e meno le idee di fondo per la trasformazione.

Una crisi che, è importante evidenziarlo, riguarda anche le organizzazioni politiche istituzionali dell’opposizione reazionaria, della destra, che non hanno alcuna proposta che possa sedurre e far innamorare il popolo, corriamo il rischio di trovarci in una situazione simile all’anno ’96, ’97 o ’98, quando la gente affermava che tutti i partiti erano uguali, qualcosa di simile a ciò che accadde in Argentina quando si gridava: ¡Que se vayan todos!, se non facciamo lo sforzo supremo, dalla prospettiva della Rivoluzione Bolivariana, che ha la sua base sui movimenti sociali, di appoggiare il popolo organizzato che si fa Rivoluzione, per dare senso e via d’uscita di fronte alla disperazione che l’imperialismo prova ad alimentare nelle fila del nostro popolo, corriamo il rischio di perdere tutto ciò che abbiamo conquistato in questi 15 anni di Rivoluzione, con tutti i suoi errori e le sue contraddizioni.

In questo senso ai movimenti sociali, al popolo organizzato, tocca il ruolo di forza propositiva, di fronte al paese, di fronte al Presidente Maduro, di fronte ai fattori politici del paese, e di fronte a quegli attori sociali che fino ad ora, non sono stati interessati alla vita politica del paese. Dobbiamo fare un grande sforzo in ambito produttivo, una sfida molto importante si profila innanzi a noi.

La Rivoluzione Bolivariana finora è riuscita a democratizzare la proprietà della terra, molte risorse sono state destinate ai contadini, come l’assistenza tecnica, abbiamo stimolato la creazione di una gran quantità di cooperative, di forme alternative di produzione, abbiamo stimolato l’autogestione delle imprese recuperate dallo Stato, ma questo non si è necessariamente sempre tradotto nella capacità di generare il soddisfacimento dei bisogni e lo sviluppo produttivo interno, continuiamo a dipendere in buona misura ancora dalle importazioni, motivo per il quale, se cadono i prezzi del petrolio sul mercato internazionale questo ha importanti ripercussioni sulla nostra economia, generando il fenomeno della difficoltà nel reperire i beni di prima necessità.

Non possiamo certo negare che la CIA, i fattori del potere dominante faranno di tutto per sabotare qualsiasi processo rivoluzionario nel mondo, ma per quanto ci concerne, siamo noi i responsabili, ed è una nostra debolezza, del continuare a dipendere da un modello basato sulla importazione permanente.

Oltre a questo aspetto, cioè di diventare produttivi in termini economici reali, di produrre i beni ed i servizi di cui abbiamo bisogno, abbiamo di fronte a noi anche un’altra sfida, abbiamo come prospettiva il Socialismo come forma di vita, ma viviamo in un mondo dove i sistemi macroeconomici determinano molto e quindi abbiamo una serie di squilibri da affrontare; ad esempio in Venezuela abbiamo 4 tipi di cambi della moneta nazionale, un cambio con il dollaro a 6.30, un cambio a 12, un cambio a 50, un cambio a 196, tutti cambi ufficiali, ed un cambio a 300 bolivares per dollaro, che segna il mercato parallelo. I fattori oligarchici e la stessa destra interna, tende a mettere le mani su questi dollari, generando  un sistema di corruzione per il quale ci si appropria di queste risorse per importare, almeno così si suppone, beni e servizi per il paese, e per ogni 10 dollari, destinati a coloro che si presumono essere gli imprenditori, 7 restano all’estero, non ritornano nel paese, dei tre dollari che invece ritornano al paese, sotto forma di beni e servizi.

La nostra è una economia che gode di forti sussidi, rispetto ai nostri vicini, come la Colombia, dove comprare qualsiasi bene costa 3 o 4 volte di più che in Venezuela, e accade che di ognuno di quei 3 dollari che rientrano nel paese, circa un dollaro e mezzo se ne va sotto forma di contrabbando con la Colombia, quindi resta al paese un dollaro e mezzo, da questo dipende in gran misura la difficoltà nell’accedere ai beni di prima necessità. Inoltre abbiamo un altro problema connesso con il carburante, che non è legato necessariamente al fatto che si consumi o meno, che si vende al pubblico, ad un costo che è 36 volte più basso di quello di produzione. Noi paghiamo le pompe di benzina per regalare il carburante che noi stessi produciamo. Tutto questo genera una fuga del carburante verso la Colombia che annualmente ammonta a 200 miliardi di dollari. Questo è un aspetto che va necessariamente corretto.

Una delle proposte che consideriamo interessanti è l’unificazione del cambio, per permettere che i prezzi siano equiparati a quelli esteri con un sussidio diretto al produttore interno che consenta di produrre per quei settori nei quali prima si produceva e per i quali oggi si sta producendo meno di prima.

Fino ad oggi abbiamo rimandato decisioni che sono importanti, alla luce del fatto che non siamo ancora riusciti a superare l’organizzazione del sistema elettorale borghese, ogni anno abbiamo elezioni rappresentative, nelle quali fa più presa l’aspetto superficiale che le idee sostanziali, e dove si compete con la logica del marketing, della menzogne della destra. In una certa misura abbiamo vissuto in una situazione di ricatto, sotto la quale non possiamo continuare a permanere. È come se chiedessi a tuo figlio se lui vuole o meno prendere una medicina salvavita. Né ha bisogno, la deve prendere perché altrimenti rischia la vita. Qualcosa del genere succede a noi, non possiamo continuare a rimandare decisioni per noi importanti. Il presidente Maduro non può fare tutto ciò da solo, ha bisogno di una squadra ben affiatata, di una direzione collettiva per poter avanzare nel processo rivoluzionario. Non abbiamo avuto questa direzione collettiva nemmeno con Chávez, che era il genio e l’immagine, abbiamo ereditato questo deficit con la perdita di Chávez e delle sue straordinarie qualità. Abbiamo quindi la necessità di mettere mano alla direzione politica avente carattere collettivo del processo rivoluzionario.

Con ogni probabilità è che tocca a noi, i movimento sociali, assumere il ruolo per spingere verso la costituzione dell’avanguardia organizzata. All’interno della sinistra venezuelana assistiamo ad un processo di diaspora, alcuni hanno perso l’orientamento dell’obiettivo strategico che è la Rivoluzione e si sono persi nella messa in discussione di Maduro. La discussione non è su Maduro, e nemmeno sul governo, la discussione è sulla Rivoluzione, gira intorno alla questione di come noi possiamo avanzare in senso propositivo per trovare la strada giusta e per non cadere nelle stesse discussioni che sono proprie dell’opposizione reazionaria. In ultima analisi è una questione di interesse di classe, non è concepibile che possiamo coincidere con le stesse posizioni dell’opposizione, della borghesia, dell’imperialismo.

Nell’ambito geopolitico internazionale vediamo come la Cina sia diventata la prima economia del mondo, questo è ciò che conta nella prospettiva delle grandi potenze e nel sistema imperialista, la questione dei mercati, chi produce di più, chi domina di più. La Cina già sopravanza gli USA, ma con una debolezza: non possiede fonti di energia sufficienti e non ha sufficienti materie prime. In questo senso, l’America latina ed i paesi del terzo mondo ricoprono il ruolo, sullo scenario mondiale della divisione del lavoro, di fornitori di materie prime; ovviamente c’è una lotta con i paesi del cosiddetto terzo mondo, per controllare queste risorse. Il Venezuela ha stretto un’alleanza con la Cina. Tale alleanza ha un costo: il Venezuela fornisce il petrolio alla Cina in cambio di prestiti per favorirci migliori condizioni di vita. Ovviamente tutto questo sullo scacchiere internazionale, risulta scomodo per gli USA, per l’impero, motivo per il quale tirano fuori infami decreti come quello di Obama, per il quale il Venezuela rappresenta “una minaccia straordinaria ed inusuale” per gli USA. Ciò si intende solo nel contesto, nell’ambito della geopolitica internazionale.

Non è possibile, è falso, che oggi, nel 2015, possiamo risultare una minaccia più grande di come lo eravamo nel 2006 nel pieno dell’esplosione sociale, dell’apogeo del presidente Chávez. Se prendiamo seriamente la Rivoluzione, saremo sempre una minaccia per i loro interessi.

Abbiamo una serie di questioni in sospeso che il tempo ci sta chiedendo di affrontare e risolvere, con audacia, con ingegno, con creatività, con una qualità maggiore e con solide fondamenta. Un deficit che ci portiamo dietro è appunto l’assenza di una base solida nelle politiche che abbiamo sviluppato, segnate ancora troppo dall’improvvisazione, da una pianificazione ancora poco scientifica, che sia sostanziata dall’uso delle conoscenze adeguate, che sia all’altezza della situazione. Ci ha limitato molto l’antica pratica di continuare a mettere gli amici in posti chiave affidando incarichi importanti: governatori, sindaci, ministri. Sono un limite da superare gli approcci burocratici che si riproducono nel partito e che non danno la possibilità a che la base possa esprimersi pienamente, a causa dei meccanismi borghesi che ancora si riproducono e che richiedono di avere molte risorse per poter avere una posizione nel partito.

Dobbiamo affrontare diverse sfide reali, dunque, per la nostra Rivoluzione, e in questo senso, voglio esprimere la nostra riconoscenza per il lavoro svolto dai movimenti sociali in ogni angolo del mondo, ed in  modo speciale qui, in Europa, dove si sono sviluppate in maniera permanente una serie di azioni di solidarietà schierate a difesa della Rivoluzione Bolivariana, che, a volte, viene difesa anche più di quanto facciamo noi che la stiamo facendo.

Il Partito Comunista del Venezuela, come in quasi tutto il mondo, è una riserva morale, si è sempre mantenuto leale con la Rivoluzione, nonostante sia stato maltrattato, ha sempre fornito quadri importanti per la Rivoluzione per realizzare i compiti più seri, questa è la verità del PCV, un alleato straordinario nel momento di maggiore necessità.

Grazie Jhimy, ci auguriamo il massimo successo per le attività di ANROS Venezuela e per il futuro della Rivoluzione.

Grazie a te e a ALBAinformazione per la vostra attenzione e disponibilità!    

             

19 apr2015: Appello delle donne venezuelane alle donne del mondo

venezuelada donneinrosso.wordpress.com

Di fronte all’attacco dell’imperialismo statunitense chiediamo alla FDIM e alle organizzazioni  affiliate e  amiche di stare al nostro fianco con  il loro sostegno e la solidarietà, per la piena emancipazione delle donne e degli uomini in un mondo più giusto.

Caracas, marzo 2015

Noi del Movimento di donne “Clara Zetkin” del Venezuela, organizzazione affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM); ai  cui principi di uguaglianza, giustizia sociale ed economica, solidarietà e pace siamo fedeli,  rivolgiamo un appello di fronte all’attacco dell’imperialismo statunitense, contenuto nel  cosiddetto Executive Order firmato dal presidente Barack Obama e sollecitato dai gruppi di potere economico di Stati Uniti e Venezuela, in cui si dichiara che il Venezuela è una  “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza e politica estera degli Stati Uniti”,cosa che costituisce un atto di provocazione e interferenza che viola la sovranità e la pace della Repubblica Bolivariana del Venezuela e di tutta l’America Latina e dei Caraibi.

Denunciamo che azioni come questa sono volte, in generale, a destabilizzare il progresso dei popoli in America Latina e nei Caraibi, e in particolare il processo di cambiamento in Venezuela, per ristabilire l’egemonia degli Stati Uniti e il suo controllo geostrategico nell’area.

I nostri popoli aspirano a costruire un  percorso di sviluppo sovrano e indipendente, invece l’imperialismo è promotore e autore di colpi di stato, occupazioni militari sanguinose ed è il maggior violatore di diritti umani.

Il Venezuela, insieme con i popoli della regione, si è fatto promotore della pace  in tutta l’America Latina e nei Caraibi, respingendo l’uso di armi nucleari e chiedendo il ritiro delle basi militari. Invece gli Stati Uniti hanno circondato i popoli dell’America Latina e dei Caraibi di armi di distruzione di massa : 74 basi militari statunitensi, 25 delle quali intorno al Brasile e 13 al Venezuela. Miliardi di dollari del narcotraffico e delle finanze  statunitensi sono dirottati verso organizzazioni quali USAID e NED per favorire gruppi neofascisti organizzati per destabilizzare governi democratici e popolari come quello del Venezuela.

Mentre i governi degli Stati Uniti e dei suoi alleati della NATO favoriscono nei loro paesi la deregolamentazione dell’occupazione, i licenziamenti e la precarizzazione dei diritti fondamentali, spingendo i loro cittadini sull’orlo della miseria e della morte, in risposta alla crisi del sistema capitalista; in Venezuela si promuove la rivendicazione di diritti politici, sociali ed economici delle maggioranze storicamente escluse.

Vale la pena ricordare ciò che disse una donna coraggiosa fondatrice della  FDIM, Dolores Ibarruri, la Pasionaria di Spagna: “… non dimentichiamo questo recente passato di distruzione e l’orrore del sangue che ci porta a riunirci qui,  per trovare strumenti comuni di partecipazione efficace alla lotta sacrosanta  delle nazioni democratiche, per eliminare ogni traccia di fascismo e consolidare la democrazia e la pace. Il fascismo è stato sconfitto moralmente, militarmente e politicamente in Europa e in Asia. Ma non è stato estirpato…”.

Quanto valore abbiano oggi le sue parole, è il motivo per cui non abbiamo dubbi sul fatto che le donne di pace di questa epoca abbiano coinvolto centinaia di migliaia di donne nella  ricerca di migliori condizioni di vita per migliaia di loro sorelle colpite. E  la FDIM, che le ha sostenute nel corso della sua lunga storia di lotte ed ha espresso la sua costante solidarietà con i vari popoli e nazioni nei momenti più difficili, persegue con determinazione e impegno i suoi principi umanitari.

Consapevoli della nostra responsabilità storica verso la causa della liberazione, l’autodeterminazione e la sovranità dei popoli; il progresso sociale, l’unità e la giustizia sociale; chiediamo alla FDIM e alle organizzazioni  affiliate e  amiche di stare al nostro fianco con tutto  il loro sostegno e solidarietà rispondendo all’appello rivolto da una serie di organizzazioni, tra cui il Consiglio Mondiale della Pace (WPC); il Movimento Continentale Bolivariano (MCB), la Federazione Sindacale Mondiale (FSM) e la Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (WFDY) per una “Giornata Globale di Azione in solidarietà con il Venezuela”, il prossimo 19 aprile, nelle capitali dei vari paesi, nel segno dei 205 anni da che fu compiuto il primo passo importante per l’indipendenza del Venezuela e con l’obiettivo di inviare un forte segnale all’imperialismo e ribadire ancora una volta che il Venezuela non è solo.

Amiche, compagne, connazionali e sorelle facciamo appello alla solidarietà internazionale e l’amicizia tra i popoli, al fine di evitare guerre e provocazioni e interferenze che minano la sovranità e la pace dei nostri popoli, attuate dall’imperialismo attraverso i suoi settori più reazionari delle classi dominanti.

Per l’unità delle forze progressiste per ottenere migliori condizioni di vita, le donne che hanno fatto la storia ieri e noi che la facciamo oggi, sotto le bandiere dei tempi nuovi agiamo con modalità politiche differenti, ma con un obiettivo comune: la lotta contro l’imperialismo e la piena emancipazione delle donne e degli uomini in un mondo più giusto.

[Trad. a cura di Ada Donno]

Napoli 10-12apr2015: II Incontro di Solidarietà “Caracas ChiAma”

Milano 9apr2015: Fronte Intercontinentale Antimperialista

Verso il II Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana 

Napoli – 10-11-12 Aprile 2015

caracaschiama.noblogs.org

Roma 8apr2015: Venezuela non è una minaccia ma una speranza!

Verso il II Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana! 

Napoli – 10-11-12 Aprile 2015

caracaschiama.noblogs.org

(VIDEO) Gino Doné Paro dalla Resistenza alla Rivoluzione

di Ciro Brescia

Sette anni fà se volvió eterno Gino Doné, il suo esempio è stato seminato dai suoi compagni e dalle sue compagne per ritornare moltiplicato, como si deve per i rivoluzionari. 

Gino “El Italiano”, come lo chiamavano nel Movimento 26 de Julio, era l’unico europeo ad aver partecipato allo sbarco dello Yate Granma nel 1956 con Fidel, Raul, el Che, Camilo e gli altri granmisti.

Prima ancora era stato tra i protagonisti della Resistenza partigiana contro l’imperialismo nazi-fascista nel Veneto, sua terra natale.

Gino Doné, dalla Resistenza alla Rivoluzione, era uomo tendenzialmente schivo, di poche parole, a tratti burbero, senza fronzoli e poco amante delle formalità. Ha vissuto nell’ombra per decenni, ufficialmente “desaparecido”. 

Il 29 novembre del 2006 abbiamo avuto il piacere di incontrarlo a Cuba, nel Campamento Julio Antonio Mella dell’ICAP, l’Istituto Cubano di Amicizia tra i Popoli, insieme ad una brigata internazionalista in occasione del 50° anniversario dello sbarco del Granma e degli 80 anni di Fidel. 

Oggi vogliamo ricordarlo con questo post.

da eleboa.blogspot.it

Dalla Resistenza alla Rivoluzione, chi è riuscito in questa impresa? Un Eroe, l’eroe dei due mondi, non parlo di Garibaldi! Si chiamava Gino Donè, di lui e della sua vita ho appreso leggendo la storia della Rivoluzione Cubana e lo ricordo particolarmente il giorno che ho visitato (nel 2001) il museo della rivoluzione dove resta traccia indelebile di questo valoroso Italiano. Potrei iniziare la sua storia dall’episodio datato 25 novembre 1956 giorno in cui un gruppo di 82 uomini partirono dal porto di Tuxpan in Mexico,con una piccola imbarcazione che chiarono Granma, diretti a Cuba.Gino Doné “el italiano”, come lo chiamava Fidel è l’unico Europeo, l’unico Italiano a bordo.

Gino era nato il 18 maggio 1924 a Monastier (Treviso) e al momento dell’imbarco aveva 32 anni. Gli altri componenti dell’equipaggio, ardimentosi che pensavano di poter combattere con pochi mezzi la dittatura di Batista, erano 78 cubani, raccolti da Fidel Castro nelle file del Movimento del 26 luglio, un argentino, Ernesto Guevara chiamato “el Che”, un messicano (Alfonso), un domenicano (Ramon). Sul Granma Gino entrò con il grado Tenente del terzo plotone, comandato da Raul Castro. Non era la prima volta che Gino indossava una divisa e partecipava ad una lotta di liberazione come dicevo prima durante la seconda guerra mondiale partecipò alla resistenza. L’8 settembre 1943, Gino Donè era nell’esercito, si trovava a Pola e con lo sbandamento dell’esercito ritornò a casa e divenendo così partigiano con la Missione Nelson e con il Comandante Guido, un ingegnere milanese italo-americano operante nell’area della laguna veneziana. Alla fine della guerra ricevette un encomio dal Generale Alexander e poi emigrò a Cuba passando dal Canada. Spirito inquieto e curioso di imparare (amava ricordare di aver fatto le scuole per corrispondenza), si era fatto una buona conoscenza della storia e del mondo e conosceva già l’opera politica e poetica di José Marti. Nel 1950 s’imbarca clandestino e sbarca a Manzanillo, proprio nella provincia del Granma dove sbarcherà la spedizione.

Nel 1951 lavora all’Avana come carpentiere nella grande Plaza Civica: l’attuale Plaza della Rivoluzione. “La sera”, racconta Gino, “mi sedevo sugli scalini dell’Università, e ascoltavo quello che dicevano i giovani studenti che si radunavano in piccoli gruppi. I loro discorsi mi interessavano sempre di più, perché mi rendevo conto che si stavano organizzando contro Batista”. La svolta decisiva avviene a Trinidad con l’incontro con Norma Turino Guerra, giovane rivoluzionaria di ricca famiglia cubana, abitante nella città di Trinidad, amica di Aleida March, futura seconda moglie del Che. Successivamente Gino entra nel “Movimento 26 Luglio”, chiamato con la sigla “M-26-7”, dalla data dell’assalto dei ribelli (il 26 Luglio 1953) alle caserme di Bayamo e Santiago di Cuba. Nel 1954 Gino sposò l’amatissima Norma Albertina Turino Guerra e aggiunse il cognome materno, Paro, al suo cognome. All’interno dell’organizzazione del Movimento “M-26-7”, Gino fu incaricato a portare denaro in Messico su richiesta di Fidel Castro. Il denaro serviva per comperare il battello Granma. Gino incontrò così Ernesto Che Guevara,a cui si legò in modo particolare durante la traversata e aiutò in occasione dei suoi attacchi d’asma. E’ stato Gino con i suoi uomini a ritrovare nel fitto delle mangrovia, al momento dello sbarco, il Che, colpito da un attacco d’asma. In quella spedizione persero la vita la metà degli uomini, da una parte perché attaccati dalle forze Batistiane, e dall’altra perché si trovarono in un terreno paludoso, in cui non avevano previsto di sbarcare. Dopo lo sfortunato sbarco, che avvenne il 2 dicembre 1956 a Nikero, vicino a Manzanilla, ai piedi della Sierra Maestra, e dopo la decimazione subita ad Alegria de Pio dai soldati batistiani, Gino tornò clandestinamente a Santa Clara, dove nel Natale 1956 partecipò ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari, assieme all’amica Aleida March.

“Dopo il Desembarco del Granma, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, chi in una forma e chi in un’altra. Io che ero straniero ero il più indicato per starmene lontano e fare ciò che nella Sierra non avrei potuto fare. C’era necessità di collegamenti, di notizie, d’informazioni, di soldi, di armi, e di molte altre cose. Chi con le armi e chi senza armi ha fatto quello che doveva fare. E anch’io …”.

Nel gennaio 1957 riceve l’ordine di andare in clandestinità all’estero salpando con una barca da Trinidad. La destinazione è New York. Non rivedrà più l’amata moglie Norma, dalla quale divorzia per ragioni di sicurezza. Negli Usa sposa la portoricana Tony Antonia, conosciuta proprio attraverso Norma,con la quale successivamente si trasferisce in Florida. Da lì, come abbiamo detto, continua a collaborare segretamente con le autorità cubane. Senza figli e due volte vedovo, dal 2003 Gino si trasferì con la nipote Silvana a Noventa di Piave, vicino a San Donà, in provincia di Venezia… Nonostante questo si è recato diverse volte a Cuba dove ha potuto riabbracciare Fidel Castro, con cui è sempre rimasto in contatto. E nel 2006 ha partecipato alle celebrazioni del 50esimo del ‘Desembarco del Gramma a Cuba’.

Gino muore la sera del 22 marzo 2008, nella casa di cura per anziani dell’Ospedale di San Donà di Piave, due mesi prima del suo 84° compleanno. Pare che alla sera, prima di addormentarsi per sempre, abbia chiesto al personale della casa di cura, un sigaro e un “goto de ron” e abbia ricordato ancora una volta l’amico Fidel. Il suo funerale non è stato triste, anzi è stata una sorta di festa di addio a Gino (che ha raggiunto il Che e i suoi amici granmisti) con canti partigiani e cubani, brindisi con rum cubano la distribuzione delle sue inseparabili sigarette Camel senza filtro; gli ultimi pacchetti trovati nella sua abitazione erano a disposizione di chi aveva il piacere di portarsi via un suo ricordo. E’ stato cremato nel cimitero di Spinea Veneziana.

Qui di seguito riproduciamo alcuni video inerenti alla sua figura e al suo contributo alla causa dell’emancipazione dei popoli, per il Socialismo. Nonché un articolo apparsi sul Corriere della Sera il 19 agosto del 2001.

«E Fidel Castro mi disse: vai a salvare il Che»

Il racconto di Gino Donè, l’«eroe» italiano della Rivoluzione cubana: dal Veneto alla spedizione del «Granma»


DAL NOSTRO INVIATO FORT LAUDERDALE (Florida) – Raccoglie nella sabbia il dente di un pescecane. Sotto il cappello da cowboy, lo sguardo azzurro di un vecchio signore. Alza gli occhi verso le nuvole che minacciano la pioggia tiepida dell’estate tropicale. Un incontro come tanti nella Florida dei pensionati. Passi pigri lungo il mare, eppure questa faccia hemingwayana ha un’aria diversa dagli altri signori. A suo modo è la faccia di un fantasma. Si chiama Gino Donè. Il suo nome appare nelle lapidi eppure nessuno ha mai spiegato dove fosse sparito e perché. Nessuna traccia per 45 anni.

Quarantacinque anni fa, 5 dicembre ’56, ai piedi della Sierra Maestra di Cuba, in un posto dal nome sbagliato – Alegría de Pío – lo sfaccendato che adesso raccoglie i denti di squalo ha visto per l’ ultima volta un amico col quale aveva attraversato notti di chiacchiere a Città del Messico: Ernesto Guevara. Guevara stava curando i piedi martoriati di chi aveva marciato nella melma e sulle pietraie. Gli aveva sorriso come per dire: «Fin qui ce l’abbiamo fatta». Il vecchio signore aveva allora 32 anni. Disse al Che: «I miei uomini non riescono più a camminare. Chiodi degli scarponi che graffiano i piedi. Puoi fare qualcosa?». «Finisco qui e li mando a chiamare», risponde Guevara con fasce e alcool in mano. Il signore torna al posto di combattimento, cento metri in là. Guida il plotone di retroguardia col grado di tenente della rivoluzione agli ordini di Raul Castro. Deve coprire le spalle agli 82 uomini sbarcati dal Granma. Esercito e aerei del dittatore Batista li stanno seguendo. Appena siede nell’ombra pallida della canna da zucchero «arrivano centinaia di militari e un diluvio di pallottole. Cerchiamo di nasconderci fra le canne, ma piccoli aerei volano basso. Guidano la caccia a chi ci insegue. Mitragliano».

Quelle parole veloci e senza emozione saranno le ultime parole che si scambieranno Gino Donè e Che Guevara. Ferito al collo, il Che viene trascinato da un’altra parte. Non si vedranno più. «Ernesto», sospira oggi Donè. «Io lo chiamo ancora così. Che, non mi piace». Per mesi il tenente della retroguardia cercherà di raggiungerlo nelle montagne dell’Escambray. Arresti e imboscate lo costringono a scappare. Ritrova la clandestinità su una nave diretta a New York. «Ho visto molto più di quanto possa raccontare. Mi resta poco tempo».

Per quasi mezzo secolo di Gino Donè è rimasto solo un nome nei libri che ricordano l’ impresa del Granma, piccola barca con la quale Castro e gli altri sono sbarcati per cominciare la rivoluzione. La faccia pulita del giovanotto spunta nell’albo degli «Eroi» accanto al profilo irsuto di un Fidel, occhi ancora da studente, e di un Guevara grassoccio, diverso dalla figura romantica che ormai sventola a ogni corteo. Di Donè non si sapeva altro. Un nome e un volto che il tempo doveva aver cambiato. Nessuno immaginava come.

«Desaparecido», scrive il libretto trovato su una bancarella nelle strade attorno alla cattedrale dell’Avana. Ma perché è andato via? Ho incontrato Donè con tante domande. «Tutto è cominciato a Cuba. Molto, molto tempo prima che il Granma prendesse il mare». Gino Donè ha 77 anni. Viene da Passarella, San Donà di Piave. Dal 1960 abita negli Stati Uniti: cittadino americano. Negli archivi dell’Avana il suo nome figura fra i protagonisti dell’impresa del Granma. A bordo c’erano 79 rivoluzionari cubani più tre stranieri scelti da Castro perché «speciali». Il medico giramondo Ernesto Guevara, argentino: aveva conquistato Fidel nelle notti dell’ esilio di Città del Messico. Stava cercando un ideale al quale affidare la vita. Il secondo straniero è un dominicano, Ramon Mejias, detto Pichirillo. Il terzo è lui, Gino Donè, arrivato a Cuba da clandestino, fuggendo da un dopoguerra italiano senza lavoro per un milione di reduci. Veniva dalla Resistenza attorno al Piave.

Scivolava fra i tedeschi appostati sugli argini che abbracciavano le paludi attorno alle spiagge di Caorle e Jesolo, trascinando piloti inglesi e australiani nascosti da contadini senza paura. Arriva all’Avana nel ’52. Fa tanti mestieri: decoratore, ferraiolo che prepara i calcestruzzi del monumento di Martì al centro di quella che oggi si chiama piazza della Rivoluzione. Manovra i bulldozer che piantano i ponti della nuova strada per Trinidad. E alla sera questo italiano biondo passeggia nei giardini della città coloniale. Conosce una bella ragazza, Norma Turigno: si sposano. Entra nella famiglia di un ricco commerciante di tabacco. Aleida Guevara, vedova del Che, tre mesi fa continuava a chiedermi: «Chissà come ha fatto Gino a entrare in contatto con Fidel». La risposta viene dai viaggiatori che vanno e vengono dalla casa di Trinidad. Appartengono al partito Ortodosso, di matrice liberale, che appoggia la resistenza segreta degli esuli confinati a Città del Messico attorno ai fratelli Castro, graziati da Batista dopo quasi due anni di prigione per via di quell’attacco fallito alla caserma Moncada. Da fuori preparano la rivincita mentre a Cuba una rete segreta irrobustisce l’impresa. Servono soldi. Bisogna portarli in Messico con mani sicure. Ed ecco che, nella casa della moglie, il medico Faustino Pérez chiede a Gino di andare da Castro. «Peccato essere una donna», è l’invidia di Norma, «andrei subito a combattere con lui». Pérez le dà un bacio. Anche il medico si prepara a navigare sul Granma e a diventare ministro di Fidel. Stanno per cominciare «anni di gloria».

Solo Donè sceglierà l’ombra. Gino era finito in una famiglia che odiava la dittatura. Chiusa la sua guerra italiana, ricomincia nei Caraibi. Fa la spola tra l’Avana e Città del Messico. Due viaggi con passaporto italiano e nessun sospetto. Gli imbottiscono la giacca di dollari. Li consegna a Castro mentre Juanita, sorella del leader di una rivoluzione in quel momento virtuale, prepara il caffè. Oggi Juanita vive a Miami e non perde occasione per insultare il fratello. Perez informa Castro sulla storia di Gino. Fidel gli fa domande.

Ascolta le lunghe risposte in un silenzio insolito per il suo carattere. Donè lo osserva. Più imponente di come immaginava. Vestito «da sembrare un avvocato in tribunale. Trasmetteva sicurezza». Castro ha in mente di arruolarlo nell’impresa. Servono uomini esperti perché i cubani che stanno per partire non hanno mai sperimentato vere battaglie. Vuole che Gino sia della partita, ma non lo dice subito. Cerca di capire chi è.

L’ha invitata a cena? «Purtroppo no: una sfortuna. Ernesto raccontava che Fidel era un cuoco fantastico. Faceva spaghetti con pesce e frutti di mare». Cucinava anche il Che… «Può darsi, ma erano giorni di malinconia. Amore finito con la moglie, e Hildita, la figlia appena nata, anche lei lontana. Non aveva voglia di niente.

Continuava a chiedermi della guerra in Italia, dei nazi, di Mussolini e mi interrompeva con la domanda che l’ ossessionava: “Pensi che riusciremo a mandar via Batista?”. Impossibile, rispondevo. Ho combattuto con gli americani e so quanti soldi, quante munizioni e di quale risorse dispongono.

Non ce la faremo mai se vogliono appoggiare la dittatura, eppure bisogna tentare. Del resto non ho scelta. Se non provo non posso tornare a casa: Norma mi butterebbe fuori. E poi c’è Fidel. Lui inventa tante cose».

Le piaceva il Che? «Avevamo le stesse idee. Non importa se lui era ateo e marxista mentre io ero cresciuto attorno ai preti veneti, anche se ormai la mia fede era debole. Ci legava la ribellione all’ingiustizia e l’essere sempre dalla parte di chi non sapeva difendersi. Però Ernesto esagerava. Qualche volta, arrivai a prenderlo per la camicia. Eravamo andati a cena in un posto economico, da pochi pesos: una fonda, come si diceva. Perché la paga era niente. Anche Castro tirava la cinghia. O si mangiava o si fumava. Una sera contiamo i soldi: 12 pesos per uno. Appena da sfamarci. Ernesto, il Pichi dominicano e io entriamo in questa taverna che di bello aveva solo una cameriera indiana guahal. Ne eravamo innamorati. Ernesto resta dietro. E poi arriva assieme a una vecchia e due bambini. Compra da mangiare al banco. La donna se ne va con scodelle piene. Finalmente si siede al tavolo: “Stasera non ho appetito”, annuncia con allegria.

Aveva speso fino all’ultimo soldo per i mendicanti. Mi è andato il sangue alla testa: la città è piena di straccioni, gli dico. Non possiamo sfamarli tutti e sei troppo importante per noi. Impossibile cominciare la rivoluzione se non riesci a stare in piedi. Pichi fa da paciere: “Dividiamo quello che c’è”. Ernesto confessa con un’ innocenza che disarma: “Quando vedo la fame negli occhi degli altri, la vedo, capisci, devo subito fare qualcosa. Anche vuotare le tasche degli ultimi spiccioli”». Portano Donè a sparare nel poligono dove si addestrano sotto la guida di un vecchio ufficiale, grosso, un po’ lento: colonnello Alberto Bayo, madre cubana, padre spagnolo. «Aveva perso un occhio contro Franco e pensare – raccontava – che Franco era stato il suo comandante quando andava a caccia di ribelli nel Rif marocchino. Insegnava tecnica della guerriglia nella scuola militare di Salamanca. Bravissimo nelle teorie, non proprio aggiornato sulle furbizie che la seconda guerra mondiale ci aveva insegnato. Erano questi i miei pensieri mentre ascoltavo le sue lezioni sui prati della tenuta di Santa Rosa, una montagnola non lontano dalla città. Andavamo là a sparare. Fucili col binocolo. Bayo dava il voto contando i fori».

Castro sparava? «Era bravo. Ma non gli piacevano i bersagli immobili. Preferiva tirare ai tacchini». Poi Donè viene rimandato a Cuba. Riappare in Messico col pacco dei dollari più pesante. Settembre ’56: Fidel sta comprando il Granma, dall’Avana arrivano i fondi. Servono per un’ infinità di cose: le scarpe, per esempio: «Se Ernesto mi ripeteva di voler visitare Bologna per la scuola di medicina, Castro apprezzava dell’ Italia il buon gusto e la precisione degli artigiani. Ha voluto che le scarpe della spedizione le facesse un calzolaio italiano. Su misura. Ho scambiato qualche parole con l’uomo che si chinava sul mio piede: minuto, silenzioso e infastidito dalla mia curiosità. Non alzava gli occhi. Ma le scarpe erano buone. Solo i tacchi, con quei chiodi, ci hanno dato un sacco di guai». Sul Granma, nel mare in tempesta, la storia di Gino è uguale alla storia di tutti. Soffre un po’ meno degli altri: è abituato a navigare.

La fame resta la stessa. Dopo due giorni finiscono acqua, frutta e scatolette. Restano arachidi e altre noccioline. Cento ore di niente. Quando appoggia i piedi sul fondo della laguna dove il Granma si è impantanato – le 4 e mezzo del mattino, domenica 2 dicembre 1956 – Donè non è scontento. Ha imparato contro i nazi a muoversi in palude, ma ignora l’insidia delle mangrovie: radici dove inciampano le scarpe. Spine che strappano la tuta verde oliva indossata prima dello sbarco. E i morsi dei granchi. Dopo quattro ore di traversata nelle mangrovie sotto il tiro di aerei, fucili e cannoni di Batista; dopo cinque ore di marcia forzata in terra ferma, arriva l’ordine del riposo: «Eravamo sfiniti.

Confusi per essere arrivati nel posto sbagliato. Non ci aspettava nessuno. L’appuntamento era quattro giorni prima, un chilometro e mezzo più in là». Ordine di fare l’ appello col passaparola. Mancano in tanti. «Manca Ernesto, soprattutto». Fidel dice a Donè: «Va’ a cercarlo, ma non perdere tempo. Fa’ in modo di tornare presto». Gino ne respira la tristezza. Castro non sopporta la scomparsa di un amico tanto importante. Eppure deve andare avanti. L’inseguimento dei militari è cominciato. Il racconto di Gino piega in modo diverso la storia ufficiale di Cuba. «Prendo uno dei miei, forse si chiamava Luis. Torniamo verso la laguna. Non so dove trovavamo le forze: fame stanchezza, quei giorni all’aria aperta sul Granma, stretti come sardine, pioggia e mare grosso. Camminavamo in silenzio. Due chilometri, forse tre dalla parte di chi ci inseguiva. Ecco Guevara. Veniva avanti trascinando le gambe. Testa bassa. Fucile e lanciagranate sulle spalle. Appena ci vede cambia colore. Ancora più pallido, ma era sempre pallido. Si rianima. Un abbraccio, forte. Lo confesso: dalla felicità l’avrei baciato, ma eravamo dentro una guerra e gli abbandoni non sono ammessi. Coraggio, ci aspettano, dico. Stiamo pensando di accamparci. Puoi riposare. “No – risponde – mi arrangio da solo. Andate”. Cerco di levargli il fucile. Si arrabbia: “Il fucile lo tengo”. A fatica gli sfilo il lanciagranate e lo passo a Luis. Poi Ernesto ha un altro attacco d’ asma.

Lo prego di mettersi in ginocchio. Nora, mia moglie, soffriva d’asma: mi avevano insegnato come darle conforto. Massaggiarle spalle e collo, dall’alto in basso, lentamente. Ernesto sospira: “grazie, puoi smettere”, ma non si ribella se continuo. Non so quanto tempo è passato: forse mezz’ora. “Adesso andiamo”. Gli metto un braccio attorno alle spalle. Risaliamo verso l’accampamento. Mi fermo nel plotone di retroguardia. Accompagna Ernesto da Fidel, ordino a Luis». Nelle rievocazioni cubane, più o meno la stessa avventura (meno precisa, meno trepidante) viene testimoniata da Luis Crespo, forse l’ uomo che il tenente Donè ha portato alla ricerca del Che. Facile spiegare lo scambio di paternità del salvataggio. Crespo continua a marciare fino all’Avana, mentre Gino sparisce e diventa un fantasma. Per anni nessuno è riuscito a capire se fosse vivo o sepolto chissà dove. Quando l’ imboscata a Alegría de Pío disperde nella canna da zucchero il piccolo esercito di Fidel, Donè guida gli uomini verso la montagna. Al suo plotone si uniscono altri sette miliziani comandati dal «capitano» José Smith Comas. «Un ragazzo. Studiava all’Avana, mi pare venisse da un’università negli Stati Uniti. Fidel gli aveva affidato la bandiera del Movimento. Simpatico, deciso, ma spaventato dall’imboscata. “Andiamo sul mare, è più facile scappare”: lo ripeteva come un’ossessione. Dopo due giorni ci siamo divisi. Con i miei ho continuato dalla parte delle colline, lui ha piegato verso la spiaggia. Prima di lasciarci mi ha affidato la bandiera: “Se mi succede qualcosa portala a Fidel”. Non la volevo; ha insistito. Chi ci dava la caccia aspettava sulla costa. Li hanno presi e fucilati. Non subito, dopo una lunga tortura».

Ha portato la bandiera a Castro? «Non l’ho più visto. L’ho affidata a contadini che ci hanno nascosti. Erano dei nostri. Più tardi ho saputo: la bandiera era tornata nelle mani di Fidel». Gino raggiunge Santa Clara, nel centro dell’isola. Nella casa di un dentista incontra «una bella ragazza». Deve addestrarla e poi guidarla nel battesimo di fuoco. Passeggiano abbracciati come fidanzati davanti al palazzo della prefettura. Aleida nasconde la bomba a mano nella borsetta. La passa a Donè, ma Donè rinuncia. Le spiegazioni di Aleida e del vecchio italiano sono molte diverse. «C’era troppa luce, racconta oggi Aleida. «Aveva l’aria di una trappola», scuote la testa Donè. Gli sbirri tenevano d’occhio la maestrina. Si chiama Aleida March, più tardi sale sull’Escambray. Incontra il Che. Ne diventa la seconda moglie. Intanto Gino, inseguito dagli ordini di cattura della polizia di Batista, ricomincia a scappare. Fa il marinaio su tante navi finché si ferma a New York: 1958. Segue le conquiste di Fidel e del Che ascoltando la radio. Quando entrano all’Avana vorrebbe tornare. Ma il nuovo console cubano a New York lo guarda con diffidenza. Non gli concede il visto. Perché non le ha spiegato di aver navigato sul Granma con Fidel? «Come potevo fidarmi? E poi sembrava una vanteria».

STORIA CUBANA UOMO DEGLI USA

Il 10 marzo 1952, il sergente Fulgencio Batista, appoggiato da Washington, instaura la dittatura a Cuba. Batista era stato già protagonista della destituzione del dittatore Gerardo Machado, nel 1933. E nel 1944 era stato eletto presidente di Cuba. Costretto all’esilio dai rivoluzionari, nel 1959, è morto in Spagna, a Marbella nel 1973.

IN PARATA

I capi della rivoluzione sfilano all’Avana: il regime dittatoriale di Batista è finito. Il 2 gennaio 1959 Che Guevara e Camilo Cienfuegos entrarono per la prima volta nella città, mentre Fidel Castro conquistava Santiago. Nei giorni precedenti i barbudos avevano vinto la battaglia decisiva di Santa Clara durata più di tre giorni.

TEMERARI Fidel Castro, 75 anni, e Che Guevara, ucciso nel 1967 partirono da Tuxpan, in Messico, con il Granma (Reuters), nella notte fra il 24 e il 25 novembre 1956 Gino il barbudo.

NATO IN VENETO

Gino Donè è di San Donà di Piave, Venezia, ha 77 anni. Nel 1950 emigra all’ Avana in cerca di lavoro. Oggi vive in Florida.

SOLDI A FIDEL

Con il suo passaporto italiano fa la spola fra Cuba e il Messico dove Fidel Castro vive in esilio dal 1955: porta soldi per aiutare la rivoluzione.

SUL GRANMA

Per la sua esperienza nella Resistenza italiana Castro lo vuole nella spedizione del dicembre 1956.

DOPO LO SBARCO

L’esercito di Batista incalza i rivoluzionari, Donè è costretto a fuggire a New York La «Revolucion».

LA DITTATURA

Alla vigilia delle elezioni del 1952, Fulgencio Batista, con l’ aiuto degli Usa, instaura la dittatura.

LA SPEDIZIONE

Il 2 dicembre 1956, 82 guerriglieri, guidati da Castro, sbarcano a Cuba a bordo della barca Granma. Intanto insorge la città di Santiago.

SULLA SIERRA

La rivolta viene soffocata nel sangue e i 15 soli superstiti del Granma si rifugiano sulla Sierra Maestra.

A L’AVANA

La guerriglia si riorganizza e nella notte di Capodanno del 1959 conquista L’ Avana: Batista fugge a Santo Domingo.

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