La legge porcata, l’Amnistia di “Re” Giorgio per Berlusconi e il degrado della Politica

 di Achille Lollo*

(ROMA).- Negli ultimi sei mesi il debito pubblico italiano è passato dal 130,35% al 133,39% del PIL, pari a: 2.076 miliardi e 182 milioni di euro. Conseguentemente, nel 2014, il “Bel Paese”, con l’ascesa del Brasile, non dovrebbe più far parte del G8, dal momento che scenderà al nono posto e se l’attuale processo di deindustrializzazione continuerà, nel 2018, l’Italia si classificherà al 12º posto, dopo India, Corea del Sud e Spagna. Un contesto negativo per il portafoglio dei lavoratori e dei professionisti della classe media che, in funzione di ciò, dovranno soffrire fino al 2018 con più tasse, recessione, disoccupazione e, soprattutto, con i politicanti del più basso livello.

Infatti, se la congiuntura economica italiana è difficile per definizione, la stessa si trasforma in penosa quando il governo non fa nulla davanti alle manipolazioni speculative dei conglomerati del mercato, che, questa volta, ingoieranno la principale impresa italiana di telecomunicazioni, Telecom-Italia, che impiega 58.000 lavoratori e, nel 2012,  ha fatturato 29,5 miliardi di euro. Nei prossimi mesi l’Alitalia (quattro imprese con 18.000 dipendenti e più di 186 aerei) sarà divorata, a prezzi di banana, dal gruppo Air France/KLM. È bene ricordare che la Telecom è stata privatizzata, nel 1997, dal leader del governo di Centro-Sinistra (PD e Rifondazione), Romano Prodi, dopodiché Berlusconi consegnò, nel 2008, l’Alitalia a un gruppo di “grandi” imprenditori che oggi sono perseguiti dalla guardia di finanza essendo i principali frodatori del fisco italiano!  

Il governo delle “larghe intese” formato dal Partito Democratico-PD (centro-sinistra), o Scelta Civica-SC (centro destra) e il popolo della Libertà – PdL (destra),  non si preoccupa più di dissimulare i suoi errori in quello che dice rispetto alla crisi del mondo industriale italiano, alla luce del fatto che, nella realtà, non c’è mai stato un programma per promuovere la crescita industriale, almeno per inventare nuove imposte per fare cassa e per pagare i debiti ai banchieri tedeschi e francesi. Qualcosa che, nel 2011, ha portato il “governo tecnico” di Mario Monti, a imporre un programma di austerità ed evitare il fallimento provocato dai governi guidati da Silvio Berlusconi. Un programma di austerità che, per parte sua, ha ucciso l’economia spingendo l’Italia nel fosso della recessione. Oggi il primo-ministro, Enrico Letta (PD) continua a seguire fedelmente gli insegnamenti recessivi del “Professor Monti”, in quanto mobilita tutti i quadri del Partito Democratico (che fino al 1991 erano del PCI) per evitare un’implosione sociale nelle principali città. Da parte sua, Letta ha provato a sanare la fragilità del governo, conquistando la protezione del presidente degli USA, Barak Obama, cosa che ha riaffermato la dipendenza geo-strategica e e della Prima Ministra tedesca, Angela Merkel, come colei che ha rinnovato l’accordo di servitù finanziaria alla Banca Centrale Europea.

Un processo politico complesso e perdente, che non si reggerebbe in piedi senza l’intervento pusillanime del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, definito “Re Giorgio” dal periodico “Il Fatto Quotidiano”, poiché è stato il primo a certificare il grado di servitù dell’Italia con la Triade (FMI, Banca Mondiale e BCE), per poi dettare le basi delle leggi che i primi ministri, Mario Monti ed Enrico Letta, hanno fatto passare in Parlamento.

Ultima perla di questo “presidenzialismo in off”, è stata la “Legge Porcata” che il “Re Giorgio” – nonostante le critiche che si sono alzate dallo stesso PD – ha preteso che il Senato la approvasse. È in questo ambito che la Costituzione italiana sarà corretta e riscritta entro il marzo del 2015, da parte di un Comitato formato da 20 deputati e 20 senatori. Infatti, “Re Giorgio” ha voluto che la maggioranza dei 40 parlamentari del Comitato votasse la deroga all’articolo 138 dell’attuale Costituzione nel tentativo di impedire al popolo la bocciatura con un referendum sulla futura Costituzione. In pratica, ciò significa rendere in futuro invisibili i diritto sovrani del popolo.

Per questo motivo il periodico indipendente, “Il Fatto Quotidiano” ha aperto la sua edizione del 25 ottobre con la manchette «Sta arrivando la legge porcata di Re Giorgio!». A seguire, l’editoriale sottolineava che il governo delle “larghe intese” di Enrico Letta deve durare altri due anni fino a quando la nuova Costituzione non entri i vigore. D’altro canto, con la nuova Costituzione, il PD e il PdL intendono creare diversi meccanismi per inibire e rendere impossibile la partecipazione del Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo alle elezioni del 2015.  Di fronte a ciò Beppe Grillo è insorto scrivendo nel sito del movimento: «… il presidente Napolitano sta preparando un golpe bianco per cancellare il voto di 9 milioni di elettori ed espellere dal Parlamento il Movimento 5 Stelle, che è stato votato dal 25,5% degli italiani».

Le anomalie del sistema politico italiano, che dipende ancora dal falso bipolarismo parlamentare (PD/PdL; Letta/Berlusconi), stanno determinando un complesso ed anacronistico contesto socio-politico. Di fatto, nel 2014, la reazione popolare potrebbe esplodere i qualsiasi momento in forma disordinata e violenta a causa della insopportabile pressione fiscale sui salariati ed i piccoli proprietari e, soprattutto, in funzione della diffusione della disoccupazione e della povertà. Oggi, per esempio, il 51% dei giovani italiani sognano di emigrare in Germania o negli USA ed il 73% degli universitari del sud o del centro-sud affermano che in Italiana non c’è futuro per loro!

Una situazione complessa che la maggioranza degli analisti definisce “anacronistica”, poiché tutti i partiti del governo stanno vivendo una crisi disintegrante che ha già causato rotture nella omogeneità del centro-destra e nella destra. Di fatto, Mario Monti ha separato Scelta Civica dai Democratici Cristiani della UDC di Casini poiché nel PdL di Berlusconi la frammentazione iniziò con l’uscita dei post-fascisti, che hanno creato il partitino “fratelli d’Italia”. Alla fine di Novembre, il PdL potrebbe definitivamente implodere in funzione della perdita dell’immunità parlamentare di Berlusconi, a causa delle condanne per evasione fiscale e corruzione. Così, per evitare la fine dell’attuale alleanza governativa il “Re Giorgio” si è ricordato che le prigioni italiane sono sovraccariche di 25.000 prigionieri, arrivando ad una cifra di 65.000 detenuti; quindi è andato in Parlamento per chiedere una «… urgente amnistia, per motivi umanitari… »In realtà la legge di amnistia, o il decreto di indulto, servirà solo a ripulire la fedina penale di Berlusconi garantendogli, così, la permanenza in Senato.

Un’attitudine che ha irritato i giudici del Tribunale Supremo (Corte di Cassazione) e, soprattutto la base del PD. Di fatto, i primi, oltre a confermare la condanna e l’interdizione di Berlusconi dai carichi pubblici, stanno tentando di portare a termine un altro processo per corruzione prima che terminino i tempi della prescrizione.

Anche nel PD, il clima è critico, con il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che per conquistare le simpatie della base si è dichiarato contrario alla proposta di amnistia di Re Giorgio, chiedendo la primo ministro, Enrico Letta di «… fare più riforme economiche per aiutare gli italiani a sopravvivere in questo momento di crisi, invece di giocare a cani e gatti con Berlusconi e il PdL!».   

Parole di un professionista della politica, giovane, ambizioso e, soprattutto, esperto, che vuole conquistare la presidenza del partito per, poi, fare un altro governo senza dipendere dai ricatti di Berlusconi e, eventualmente chiedere l’appoggio anche dal Movimento 5 Stelle.

In questo quadro funereo, non si possono dimenticare le responsabilità di gran parte dei sindacalisti della CGIL legati al PD, che hanno optato per spoliticizzare i sindacati, spingendo gli “estremisti comunisti” verso la CUB (Comitati Unitari di Base) e la nuova Centrale USB (Unione Sindacale di Base).

Ma in questo scenario, cosa fa l’opposizione socialista e comunista? Assolutamente nulla, poiché del PSI è rimasto solo il logotipo, poiché tutta la direzione appoggia Scelta Civica del centro-destra. Da parte loro, i comunisti di SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà), che sono entrati nel Parlamento (3,2%) essendosi alleati con il PD, non si sono ancora liberati da questo accordo e timidamente stigmatizzano il governo Letta. In realtà, SEL di Nichi Vendola aspetta che, nel 2014, la crisi esploda nel seno del PD e, così, potrebbe avocare a sé i settori della sinistra, scontenti per la svolta di Letta e con loro riproporre una opposizione di sinistra nel Parlamento.

Rifondazione Comunista, dopo la sconfitta e la débacle ideologica sotto la direzione di Fausto Bertinotti – ampiamente sostenuta da Valentino Parlato, direttore del quotidiano “Il Manifesto” – ha sofferto un altro disastro con Paolo Ferrero che ha consegnato il partito all’ex-giudice, Antonio Ingroia, per sostenere la disastrosa opzione elettorale detta “Rivoluzione Civile”. I risultati sono stati catastrofici e Rifondazione è crollata all’1,5%, oltre a moltiplicare la frammentazione del partito in un continuo sbandamento della militanza.

L’unico elemento positivo è la volontà della base di Rifondazione, che vuole costruire un’autentica opposizione comunista nella società, integrandosi nei movimenti o nei comitati di lotta territoriali. Perciò, quando il movimento NO TAV, il 19 ottobre, ha proclamato un giorno di lotta nazionale con tutti i movimenti contro la crisi, la disoccupazione e l’impoverimento, più di  70.000 partecipanti hanno sfilato nel centro di Roma occupando per 24 ore le principali strade della capitale. Una manifestazione che ha fatto tremare il degradante sistema politicante dei partiti e, soprattutto, il governo Letta.

 

*giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV  “Quadrante Informativo” e editorialista del periodico brasiliano “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

(VIDEO) “C’era una volta” non deve chiudere!

Continuiamo la campagna “C’era una volta non deve chiudere!”

Carissimi/e, 

abbiamo appena ricevuto questo messaggio di Silvestro Montanaro che Vi inoltriamo con grande piacere:
QUOTA 10.000!!!
Mi avevano detto che 10.000 firme facevano di una petizione un successo. Le abbiamo superate in soli 4 giorni e senza alcun appoggio dei media, tranne il Manifesto. Grazie di tutto cuore a chi ha firmato e a chi ha lanciato questa iniziativa.
Le vostre firme attestano chiaramente l’affetto e la stima di cui gode C’era una volta tra il pubblico italiano che non intende privarsene. 
Mostrano, ed è la cosa più importante, che cresce la critica ad una Rai che stenta sempre più a far servizio pubblico.
Tra la nostra gente diventa sempre più impellente il bisogno di un’informazione onesta e competente su quanto accade intorno a noi.
Il mondo cambia velocemente, tante crisi lo affliggono, e solo un’informazione critica e corretta che ne mostri e ne scavi i meccanismi di fondo, che non si gingilli nelle scaramucce di palazzi del potere sempre più vuoti di senso, può permettere l’unica cittadinanza possibile e necessaria oggi, cittadini del mondo.
Di questo vostro straordinario appoggio, prometto di far l’unico uso consentibile. Portare avanti insieme a voi questa battaglia di democrazia.
Vi chiedo di impegnarvi ancora, di raggiungere amici e conoscenti, di parlar con loro di questo.
10.000 firme danno un segnale. 20.000, uno più forte. Oltre, il segno di un paese che vuol cambiare. Un paese che vuole una Rai di servizio pubblico. Libera da lobby e partiti.
Silvestro Montanaro 
IO HO FIRMATO… E TU? RICORDIAMO IN VENEZUELA IL DOCUMENTARIO MOLTO BUONO  ”Caracas – Sull’orlo di una crisi di nervi”

La Rai costringe il giornalista Silvestro Montanaro ad andar via e chiude C’era una volta.

Per oltre 10 anni i documentari ed i reportages di C’era una volta hanno dato voce agli ultimi del mondo e coscienza a tutti noi.
On line è reperibile una petizione per chiedere alla Rai di ripensarci.
Chiediamo che la Rai ritorni sulle sue decisioni, mantenga viva C’era una volta ed anzi la fornisca di mezzi e risorse perché possa meglio svolgere la sua importante funzione.
Chiediamo alla Rai di onorare il contratto di servizio pubblico, la sua missione di pubblica utilità facendo -dell’informazione critica e globale, di qualità, parte rilevante della sua offerta televisiva.

Primi firmatari:
Stefano Rodotà (costituzionalista), Gino Strada (fondatore di Emergency), don Luigi Ciotti (presidente e fondatore di Gruppo Abele e Libera), Cecilia Strada (Presidente di Emergency), Fiorella Mannoia (cantante), Maurizio Landini (Segr. Naz. Fiom-Cgil),ARCI, Norma Rangeri, (giornalista), Tommaso di Francesco (giornalista), Il Manifesto (quotidiano), SINALTRAINAL (Sindicato Nacional de Trabajadores del Sistema Agroalimentario – Colombia), Sandra Amurri (giornalista), Tonio dell’Olio (Libera International),Odile Sankara (attrice, sorella di Thomas Sankara), don Renato Sacco (coordinatore nazionale di Pax Christi), Michele Placido(attore e regista), Giobbe Covatta (attore), Lina Sastri (attrice), Gianni Minà (giornalista e scrittore), Nigrizia (rivista dei missionari comboniani), Lucio Caracciolo (giornalista, saggista e docente. Direttore di Limes), Cecilia Brighi (Associazione Italia-Birmania),Comitato Sankara XXBruno Jaffré (biografo di Thomas Sankara), Aziz Fall (coordinatore CIJS – The International Campaign for Justice for Sankara), Marinella Correggia (giornalista), Mauro Biani (disegnatore), Vauro Senesi (disegnatore), Marco Scarpati (docente universitario, presidente di ECPAT), Pier Giuseppe Murgia (regista ed autore cinematografico e televisivo), Mosaico di pace (rivista), Maso Notarianni (giornalista), Antonio Lozano (scrittore),Sams’K Le Jah (musicista e cantante burkinabé), AfricAvenir InternationalJoshua Evangelista (direttore di Frontiere News), Per A Pace (Association Humanitaire Ajaccio – Corse), Diagne Fodé Roland (Collectif Afrique)

L’Iran sollecita gli USA a rispettare le risoluzioni dell’Onu su Cuba

90122120131030081804517laradiodelsur.com.- Il vice rappresentante dell’Iran presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), Qolam Dehqani Hussein ha chiesto martedì al governo degli Stati Uniti di rispettare le risoluzioni adottate per quanto riguarda la revoca delle sanzioni economiche contro Cuba.

Dehqani, che ha parlato come rappresentante del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) in seno all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che le sanzioni economiche e commerciali imposte da Washington contro Cuba da mezzo secolo violano i diritti umani e la sovranità nazionale del paese caraibico.

Il dirigente iraniano ha fatto queste dichiarazioni mentre l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato martedì, per il 22esimo anno consecutivo, una risoluzione chiedendo la fine dell’embargo commerciale (bloqueo) che gli Stati Uniti applicano contro Cuba con 188 voti a favore, lo stesso numero registrato l’anno scorso.

Evidenziando come la risoluzione abbia ottenuto lo stesso sostegno ricevuto nel 2012, Dehqani ha dichiarato che il forte sostegno mostrato dalla maggior parte dei paesi membri delle Nazioni Unite per la risoluzione mostra che la comunità internazionale è contro la continuazione dell’embargo statunitense contro Cuba.

Ha ricordato, inoltre, che i leader dei paesi NAM (Movimento dei Paesi Non Allineati) hanno chiesto lo scorso agosto a Teheran – capitale iraniana – la fine delle sanzioni unilaterali che contraddicono le norme internazionali ed i principi stabiliti nello Statuto delle Nazioni Unite.

Dal 1982, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato diverse risoluzioni che chiedono la fine dell’embargo imposto nel 1962 dall’allora presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy contro la nazione cubana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Nasce a Berlino la Rete di Solidarietà con l’America latina ed i Caraibi

Il 27 ottobre 2013 l’ANROS-Italia (Associazione Nazionale delle Reti e delle Organizzazioni Sociali – Italia) ha partecipato all’incontro internazionale che ha costituito la Rete di Solidarietà con l’America latina ed i Caraibi. L’incontro si è tenuto presso l’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Berlino. 

Si sono raccolti nel Salone principale dell’Ambasciata venezuelana in Germania, per esprimere la propria solidarietà e sostegno attivisti dei movimenti sociali in appoggio al processo bolivariano, migranti venezuelani in Germania, tedeschi solidali e provenienti da altri paesi, oltre che dall’Italia, dalla Svizzera, Spagna, Svezia, Cile, Colombia, Perù, Honduras, Iraq, Iran, Kazakistan, in collegamento anche con la Bolivia, Cuba, Argentina, Brasile e Francia.
 
Per l’ANROS hanno partecipato il Presidente Emilio Lambiase (Associazione SurAmericAlba), i consiglieri Ciro Brescia (Associazione ALBA), Alvaro Uzcategui Pereda (Circolo Bolivariano Simón Rodríguez di Napoli) ed in video-collegamento Indira Pineda Daudinot (sociologa cubana attiva nella solidarietà ed amicizia tra Cuba e Italia).
 
L’incontro si è concluso dopo una intensa giornata di dialogo e reciproca conoscenza ed ha prodotto la seguente 
Más de 40 asistentes representantes de Movimientos políticos y sociales de Alemania, Europa y Asia

Dichiarazione di Solidarietà con il Popolo dell’Ecuador, vittima della Chevron e con il Popolo Venezuelano

Manifestiamo la nostra solidarietà con il governo nazionale dell’Ecuador ed il Fronte Amazzonico, lo stesso che richiede l’indennizzo per i danni ambientali storici causati dalla Chevron-Texaco nella selva Ecuatoriana.

Chevron deve riconoscere l’indennizzo di 19 miliardi di dollari, secondo la sentenza di una corte ecuatoriana del 2011. La multinazionale statunitense spende milioni di dollari in ricorsi e campagne sporche contro lo Stato ecuadoriano, invece di attenersi alla sentenza. L’Ecuador non è più il patio trasero degli USA. Il governo, quindi, informa il mondo sull’attualità di questo caso.

Per tanto, come rete di reti di solidarietà tanto con la Revolución Bolivariana come con la Revolución Ciudadana e gli altri popoli latinoamericani e caraibici, membri o meno della Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA), ci impegniamo a diffondere le informazioni sul caso della Chevron e l’esempio da seguire che costituisce l’ALBA per i popoli della Unione Europea.

La prossima occasione di incontro sarà per la serie di eventi che organizzerà la sezione distrettuale della Die Linke a partire dalla fine del 2013. In questo modo, ci impegniamo a cooperare con questa serie di eventi e presentare i nostri suggerimenti ed iniziative, nell’ambito dell’incontro che si terrà il 22 novembre 2013 nella galleria Freies Museum, Berlino-Schöneberg (evento sull’ALBA vs. UE, organizzato dalla Fondazione Rosa Luxemburg).

Dichiariamo la nostra solidarietà con il Popolo della Repubblica Bolivariana del Venezuela di fronte alla guerra mediatica ed economica da parte dei settori antidemocratici appoggiati dall’imperialismo che si sono intensificati alla vigilia delle elezioni municipali dell’8 Dicembre 2013.

Compagne e compagni, siamo al vostro fianco e vi appoggiamo in questa lotta di resistenza!!

Ci dichiariamo solidali con i Cinque Eroi Antiterroristi Cubani che sono stati imprigionati negli USA per la loro instancabile lotta contro il terrorismo imperialista degli USA. Manifestiamo la nostra solidarietà con Julián Conrado, Ilich Ramírez Sánchez, Asier Guridi Zaloña e sollecitiamo il Governo Rivoluzionario del Venezuela, il Presidente Operaio e Chavista Nicolás Maduro affinché intraprenda tutte le azioni necessarie a che possano essi recuperare presto la propria libertà.

Rete di Solidarietà con l’America latina ed i Caraibi

Berlino, 27 ottobre 2013

Sono convenuti ed intervenuti alla giornata del 27:

CADHO, Cadena de Derechos,  Venezuela Avanza, Germania, SoliRedNetz, Patria Grande, Iran, JPSUV-GPP, Venezuela-Germania, Resolver Svezia, JPSUV – Germania, FBR Peumayén, PSUV – Svizzera Venezolanos Patriotas Org. Bolivarianos en Europa, JPSUV – Germania, Portal Amerika 21/Prensa Latina, SoliRedNetz Patria Grande, Freundschaftsgesellshaft Salvador Allende e V/SoliredNetz Patria Grande,  JPSUV – Kazakistan, JPSUV/Fundayacucho, JPSUV Germania, FBR – Peumayén, SoliRedNetz, Die Linke Tempelhof-Schӧneberg, Librepensadores, Berlino, SoliRedNetz Patria Grande Perù, SoliRedNetz Patria Grande, Solidaridad, Spagna, Venezuela Avanza, Germania, Interbrigadas, Germania, GALBAE (Amburgo, Germania), Emilio Lambiase (ANROS, Italia), Ciro Brescia (ANROS, Italia), Álvaro José Uzcategui (ANROS, Italia),Solidaridad, Spagna, Deutscher Friedensrat, Circulos Bolivarianos, Ambasciata del Venezuela a Baghdad, Iraq, Germán Ferrer (ANROS, Venezuela), Circulos Bolivarianos 

Il Venezuela e l’orchestra delle Piagge

di Antonello Farulli

scuolamusicafiesole.it.- Dal 2010 è nato in Italia un Sistema delle Orchestre e dei Cori Giovanili e Infantili. Alla base della concezione di questo Sistema vi è la musica in quanto efficace strumento di integrazione culturale e sociale e come modalità per lo sviluppo delle intelligenze dell’essere umano.

Insieme a Federculture, la Scuola di Musica di Fiesole, ne è promotrice. Volto ad offrire a livello nazionale l’opportunità di accesso gratuito all’educazione musicale per un numero sempre maggiore di bambini e ragazzi italiani –in particolare tra coloro che vivono in situazioni di disagio economico, fisico e sociale– il Sistema attiva, riconosce e sostiene le orchestre e i cori i cui scopi e le cui modalità didattiche si ispirino agli alti valori etici che hanno mosso quello venezuelano. Sono già 8500 i bambini e i ragazzi italiani, dai 4 ai 16 anni, che partecipano alla crescita di questo importante progetto sociale, riuniti in 44 Nuclei distribuiti in 14 Regioni italiane: Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Veneto e Toscana.

Il Nucleo Orchestra delle Piagge, nato all’interno della Scuola primaria Duca D’Aosta, accoglie quest’anno cinquanta bambini tra strumenti ad arco e a fiato, offrendo loro gratuitamente una istruzione musicale di alta qualità, ispirata dalla disciplina della musica d’insieme impartita da insegnanti altamente qualificati.

La creazione del Nucleo Orchestrale presso il Quartiere delle Piagge appartiene al DNA della Scuola di Fiesole in modo inestricabile. Viene da pensare che, come spesso succede nell’esistenza degli esseri umani, che la Scuola sia riuscita ad essere anche in questa occasione ciò che è sempre stata: soggetto attivo della diffusione della educazione musicale anche nelle zone dove questo appare meno agevole, e centro per la ricerca per una didattica innovativa e sperimentale. La didattica impiegata alle Piagge è il risultato di un processo di codificazione di quaranta anni di esperienza svolta sul campo dalla Scuola, e insieme di ripensamento dell’esperienza stessa.

Lavorare con questi bambini significa spogliarsi di ogni certezza. Il sapere accademico e le certezze dell’esperienza devono essere dimenticate. Sono solo un pre-requisito. Di fronte ad un bambino che viene da una etnia diversa dalla tua devi rimettere in discussione tutto ciò che credi di sapere.

La storia del Quartiere sembra riassumere quella del nostro Paese. Nel lontano 1966, quando il quartiere prende forma, Pasolini stava completando le riprese di Uccellacci uccellini, Celentano cantava Il ragazzo della via Gluck. Le Piagge, il cui piano regolatore avrebbe dovuto farne quartiere modello, venivano erose, zolla su zolla, dalle benne delle ruspe, lasciando al suo posto una landa desolata dall’aspetto vagamente lunare. La disposizione degli edifici e delle strade assomigliava più ad un’opera neo-dadà che ad un luogo destinato ad esseri umani. Don Lorenzo Milani era stato assolto in primo grado dall’accusa di vilipendio dei cappellani militari. Lo avrebbero condannato con sentenza definitiva da morto, ma lui, intanto stava preparando, con i suoi ragazzi, “Lettera ad una professoressa” e il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Sulla collina Fiesolana, si riunivano alcuni degli intellettuali più vicini al mondo della musica. Anche per loro il vento di quell’anno profuma di voglia di cambiare, di portare la musica e l’educazione musicale a tutta la popolazione del Paese. È Piero Farulli che richiama gli intellettuali italiani al dovere di tornare ad includere la musica nel novero delle forme di cultura con piena dignità. Massimo Mila, critico musicale e partigiano di Giustizia e Libertà, affermava, parlando della musica, che «il terreno più adatto di tutti a promuovere lo sviluppo della cultura, di qualunque forma di cultura, è la scuola».

Non sono bastati i danni dell’alluvione, la morte di Pasolini e di Don Milani, a spazzare via queste idee che hanno continuato a crescere. Sulla collina Fiesolana la Scuola ha cercato di proseguire la sua lotta per una educazione musicale rinsaldando l’impegno per la musica come parte integrante della cultura; ma non solo: della musica come centro essenziale della vita, come ragione di vita.

Le condizioni di vita di chi vive nei quartieri come le Piagge non sono così dure come lo erano cinquanta anni fa. La gente che vi abita è aperta e interessata, come e forse più che in altri luoghi. I problemi dell’integrazione delle varie etnie hanno sviluppato paradossalmente anche maggior tolleranza e attenzione per la soluzione di questi problemi, più di quanto non si riscontri altrove. La Comunità delle Piagge è molto attiva e sviluppa una serie di iniziative di alto valore sociale e spirituale. Vi sono positivi segni di apertura anche in comunità etniche non sempre molto aperte, come quella cinese. Rimangono, come sempre, due problemi di fondo. Uno è quello dell’accessibilità all’educazione musicale come educazione alle intelligenze e alla socialità. Non è un problema delle Piagge. Se così fosse non ci sarebbero così tanti nuclei di orchestre infantili in tutta Italia. L’altro aspetto riguarda lo svuotamento del significato stesso della Musica come di tutto un sistema complesso di valori. Il vero disagio economico ha lasciato il passo a qualcosa di più sottile e di difficile soluzione. I quartieri degradati delle metropoli, le loro architetture perverse, sono vere e proprie Società dove, a partire dalla più tenera età, i bambini che vi nascono e vi crescono vi leggono un inconsapevole piano formativo. In questi spazi vige dunque una latente forma di educazione che, paradossalmente, fa proprio di noi, della nostra cultura e delle nostre certezze, i veri marginali. 

Anche la musica soffre di questo processo di rimozione del contenuto. Se il 25 Aprile è la festa di tutti, se Allevi è come Mozart quale è il significato e il senso e i valori del mondo cui apparteniamo? Don Milani aveva coniato il motto I care. Era l’opposto del celeberrimo e famigerato me ne frego dei fascisti. Questa è la risposta, l’unica. We care. Noi ce ne facciamo carico. L’avventura alle Piagge nasce dai semi portati dal vento di quegli anni.

Venendo qui abbiamo dunque dovuto dimenticare tutto ciò che siamo, la Scuola di Fiesole, l’alto livello della nostra preparazione, l’Eccellenza e tutte le nostre sicurezze, per ricominciare da capo. Da capo in termini di cosa insegnare, ma soprattutto come insegnare. Diceva Paulo Freire «nessuno educa nessuno, e neppure se stesso: gli esseri umani si educano in comunione». Non so se siamo stati noi od i nostri allievi ad aver appreso di più qui alle Piagge.

Tentare un approccio educativo a questo vero e proprio mondo significa aprirsi ad una modalità operativa originale, priva di pregiudizi e di condizionamenti accademici. Significa spogliarsi, finalmente, e sarebbe ora, del nostro ruolo sacrale di musicisti, delle nostre ambizioni e presunzioni, della nostra infelice abitudine a chiuderci in una casta. Significa anche e soprattutto fare una riflessione attenta più sul come che sul cosa insegnare.

Il criterio che ha ordinato le idee ispiratrici del percorso formativo è stato che la deprivazione ancor prima del disagio e della marginalità è la causa della maggior parte dei problemi di sviluppo intellettuale dell’individuo. Suono-Movimento-Mente. È il percorso dell’essere umano: dalla voce della madre, attraverso il movimento, nasce la mente, il pensiero. Il nostro lavoro è quello di far ripercorrere all’essere umano il cammino inverso. Dalla mente attraverso il movimento arriviamo al suono. Cerchiamo in tal modo di sollecitare nei bambini tutte quelle percezioni che in qualche modo l’ambiente non aveva sollecitato in loro. Se volete una frase forte, studiare la musica, significa veramente rinascere da un punto di vista tanto educativo che percettivo.

Il fatto di rivolgersi ai settori meno fortunati della società non potrebbe mai giustificare l’offerta di una didattica di seconda scelta. Una didattica aggiornata e appassionata deve conoscere i gap che possono derivare da una deprivazione ambientale, o da una maturità personale più lenta, e deve conoscerne i rimedi. Per far questo deve conoscere i processi della formazione, nella mente, delle caratteristiche di ciò che noi chiamiamo, alla fine, talento. 

Conoscere i talenti obbliga a credere fermamente che essi siano riproducibili e ricostruibili a posteriori. Il modello venezuelano è stato senz’altro fonte di grande ispirazione, anche se abbiamo ritenuto necessario, nel tessuto sociale italiano, pensare modalità didattiche elastiche che tengano conto delle caratteristiche e delle variabili territoriali. Una ulteriore fonte di ispirazione è stata la didattica per la disabilità. 

Quello che si apre è sicuramente il secolo della musica. Improvvisamente per una incredibile accelerazione avvenuta negli ultimi anni, noi musicisti ci troviamo catapultati da archeologi che eravamo, sulle barricate dell’educazione. 

Qui alle Piagge come a Ramallah, in Palestina, in Venezuela, ma anche a Medellin nella Colombia dei Narcos, o in Messico, piuttosto che a Brooklyn, la musica indica il percorso che porta l’essere umano dalla paura verso la libertà. 

Ringraziamenti 

In questa impresa siamo affiancati da un gran numero di amici: i liutai Sorgentone e Mecatti che con immensa pazienza hanno prima prestato e poi riparato gli strumenti dei primi allievi che ne erano sprovvisti, Cristiano Onerati che ha messo a disposizione un gran numero di strumenti a titolo gratuito oltre che una serie infinita di suggerimenti. L’Unicoop Firenze ha offerto una sede per i fiati inaugurando il progetto specifico che li riguarda da loro intitolato significativamente Mammamù, Mamma Musica, gli Amici della Scuola di Musica di Fiesole per il loro sostegno indispensabile e affettuoso, la Regione Toscana e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze per l’attenzione e il supporto, l’Università degli Studi di Firenze che ha inaugurato un Master per creare nuovi operatori destinati ad esportare ovunque il vento della musica come esercizio civile.

A tutti loro e a coloro che vorranno affiancarci regaleremo la certezza che questi bambini matureranno come esseri umani la convinzione e la capacità di stare insieme, uniti per raggiungere un obiettivo comune tanto più importante in una società costruita sui principi della disgregazione.

[Si ringrazia Maria Vittoria Tirinato per la segnalazione]

Elías Jaua: la destra proverà a causare violenze a Caracas

da avn.info.ve

Caracas, 28 ottobre AVN – Il presidente dell’Ente di Sviluppo della Conca del Fiume Tuy Francisco Miranda (Corpomiranda), Elías Jaua, ha avvertito che la destra proverà a causare violenze e “incendiare” il centro di Caracas, nel contesto della manifestazione convocata dal governatore dello stato di Miranda, Henrique Capriles Radonski, per questo martedì.

Durante un porta a porta realizzato questo lunedì nella circoscrizione Petare del municipio Sucre, Jaua ha invitato il popolo a stare all’erta rispetto alle intenzioni dell’opposizione.

Ha denunciato il fatto che i lavoratori dello stato di Miranda sono stati costretti a partecipare alla mobilitazione, convocata da Capriles, il quale sostiene che non siano state assegnate risorse sufficienti allo stato.

«Il governatore di Miranda si dà alla menzogna e alla cospirazione. Per domani (martedì) ha indetto un’altra manifestazione con intenzioni violente, lo sappiamo, per sabotare e incendiare il centro di Caracas. Facciamo un appello di responsabilità ai lavoratori che vengono obbligati: non lasciatevi costringere a diventare carne da macello domani nel centro di Caracas!» ha affermato Jaua in trasmissione su Venezolana de Televisión.

Ha ribadito che il governo rivoluzionario impedirà che si generi violenza nel paese, sottolineando allo stesso tempo la determinazione del Presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, a mantenere la pace e la tranquillità.

«Mettiamo in guardia tutto il popolo di Miranda, specialmente i suoi lavoratori che vengono obbligati a partecipare domani a un nuovo tentativo di destabilizzazione e violenza nel centro di Caracas» ha aggiunto Jaua, che è anche Ministro degli Esteri.

Capriles non paga i lavoratori

Precedentemente il primo vicepresidente del Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), Diosdado Cabello, aveva confermato che il governatore dello stato Miranda, sconfitto nelle due ultime elezioni presidenziali, Henrique Capriles Radonsky, è venuto meno al pagamento dei crediti dei suoi lavoratori, tra cui maestri e professori, pur avendo ricevuto quasi 20.000 milioni di bolívares negli ultimi cinque anni.

Cabello ha informato che lo Stato ha compiuto ampiamente il suo dovere di erogare risorse per il Governatorato di Miranda, per cancellare i debiti con il personale.

«C’è un capitolo di spesa (il 401) relativo al pagamento dei lavoratori e quel denaro è intoccabile, va rispettato» ha detto Cabello, il quale ha sottolineato che Capriles non ha scuse per dire al popolo di non avere soldi per il salario dei lavoratori.

Ha precisato che nell’anno 2009, il budget per Miranda è stato di 2.700 milioni di bolívares, oltre i 622 milioni che furono assegnati come credito aggiuntivo, per un totale di 3.346 milioni.

Per il 2010 lo Stato gli ha assegnato 2.539 milioni di bolívares, e in aggiunta fu approvato un ulteriore finanziamento di 817 milioni, per una somma complessiva di 3.357 milioni di bolívares.

Il bilancio di Miranda per il 2011 è salito a 2.922 milioni. Successivamente gli è stato assegato un supplemento di 1.414 milioni.

Nel 2012 il Governo Nazionale ha approvato un capitolo di spesa per 3.682 milioni di bolívares, e altri 790 milioni, arrivando così a 4.473 milioni di bolívares.

Cabello ha specificato che per il 2013 l’esecutivo ha erogato 4.346 milioni di bolívares allo stato di Miranda.

[Trad. dal castigliano per Albainformazione d Pier Paolo Palermo]

L’incontro con l’ANROS a Roma

Venerdì 25 ottobre 2013 presso la Casa del Popolo di Torpignattara si è tenuto il previsto incontro per la presentazione di ANROS-Italia, alla presenza del Presidente Emilio Lambiase, Germán Ferrer, (deputato della Assemblea Nazionale venezuelana, fondatore e coordinatore dell’ANROS in Venezuela) e Bernardo Borges, neo-console della Repubblica Bolivariana del Venezuela ad Amburgo. 
 
Hanno preso parte all’incontro oltre cinquanta partecipanti, tra cui molti ecuatoriani, l’occasione è stata utile per presentare anche il libro di Geraldina Colotti (presente all’incontro) “Talpe a Caracas”, nonché per invitare i presenti a partecipare agli incontri con il ministro degli esteri ecuadoriano Ricardo Patiño del 4 e del 5 novembre a Roma.
 
Erano presenti in sala anche diversi membri di comunità latinoamericane, dal Cile a Cuba, dal Venezuela all’Ecuador e anche della Siria.
 
L’incontro ha contato anche con la presenza di Indira Pineda Daudinot (consigliera dell’ANROS-Italia) e dell’eco-attivista contro le guerre, Marinella Correggia, di Gianmarco Pisa dei Corpi Civili di Pace, dell’Ambasciatore della RBdV presso il Vaticano e del personale dell’Ambasciata della RBdV a Roma.
 
Fabio Alberti, segretario del PRC di Roma ha rimarcato l’importanza dell’interscambio tra le esperienze dei movimenti latinoamericani e venezuelani e di quelli italiani e della necessità di costruire questo ponte tra le due sponde dell’oceano. 
 
Emilio Lambiase ha presentato le ragioni dell’ANROS, ne ha delineato la storia e la nascita in Venezuela e ha presentato il profilo storico del compagno Germán Ferrer e la sua traiettoria di militante rivoluzionario.  

Maradona: un campione intimamente legato a Fidel, a Cuba e al suo popolo

di Fabrizio Verde

it.cubadebate.cu – In Italia per partecipare al lancio di una collana di video dedicata alla sua vita: «Maradona, non sarò mai un uomo comune» – curata dal giornalista Gianni Minà a cui ha rilasciato un’intervista inedita di oltre cento minuti – l’asso argentino Diego Armando Maradona, rinnova ancora una volta il suo totale appoggio e sostegno alla causa cubana.

Ospite del popolare quotidiano sportivo «La Gazzetta dello Sport», che nella redazione centrale in quel di Milano ha organizzato un vero e proprio Maradona day, il campione argentino ancora molto popolare in Italia – soprattutto a Napoli dove è venerato come una divinità – ha risposto alle domande dei giornalisti Paolo Condò e Gianni Minà. Proprio una domanda di quest’ultimo ha dato modo a Maradona di ribadire ancora una volta il forte legame verso Fidel Castro, «Che» Guevara, Cuba e il suo popolo.

«Fidel e il Che sono i miei eroi – ha dichiarato Maradona – perché non hanno vinto comprando i voti, ma mettendo in gioco le loro vite a Cuba». Inoltre l’asso del calcio si è detto ancora riconoscente verso Cuba che lo accolse e gli permise di curarsi, in uno dei momenti più difficili della sua esistenza quando nessuno neanche nella sua Argentina fu disposto ad accoglierlo. Ma non è stata di certo quella di ieri la prima occasione dove Maradona ha sostenuto apertamente la causa di Cuba e della sua Rivoluzione.

Lo fece dopo aver vinto il premio Fifa come calciatore del secolo, allorquando in una diretta televisiva internazionale dedicò  il riconoscimento appena ricevuto a Fidel Castro, «Che» Guevara, e all’indomito popolo cubano. Appoggio poi ribadito nel 2002, quando ospite in Giappone, in relazione al terrorismo si espresse così: «Io sono contro il terrorismo e condanno l’attentato alle torri gemelle, ma gli Usa fanno terrorismo contro Cuba da sempre: c’è l’embargo e muoiono bambini e adulti, non arrivano medicine. Questo non è terrorismo? Castro avrà mille difetti, come tutti noi. A Cuba non si sguazza nel lusso, ma meglio mille volte la Cuba di Fidel Castro che l’America di Bush. Anche in Argentina la gente non può mangiare: vi pare giusto?».

Insomma, Maradona non perde occasione per rimarcare di essere intimamente legato a Cuba e al suo popolo, così come di essere a disposizione della «nuova» America Latina, socialista e integrazionista, che faticosamente giorno dopo giorno cerca di costruire un futuro migliore per quelle popolazioni martoriate da oltre un ventennio di scellerate e criminali politiche neoliberiste. Un aspetto che ha portato il giornalista Condò a definire Diego come una sorta di moderno Bolívar. «Se parlano loro – ha spiegato Maradona riferendosi a i vari presidenti dell’America Latina, Maduro, Correa, Morales, Ortega – i media li ignorano. A me invece danno ascolto. Faccio loro da portavoce».

Non sono mancate nel corso dell’intervista, grazie anche alla sensibilità sul tema del giornalista Gianni Minà  autore di memorabili servizi televisivi su Cuba, altre bordate lanciate dall’ex calciatore argentino dirette all’imperialismo statunitense. Parafrasando il titolo della collana di video dedicata alla carriera di Maradona, possiamo affermare che sì, l’argentino non sarà  mai un uomo comune. Mai farà propria la visione del mondo propinata dal mainstream, anche perché intimamente e sinceramente legato a Cuba, Fidel e alla Rivoluzione.

Maduro: «Le comuni sono la base della nuova democrazia»

da aporrea

23ott2013.- Il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, ha affermato martedì scorso che le comuni sono la forza sociale per la costruzione della nuova democrazia e del nuovo Potere Popolare.

Dalla centrale termoelettrica Furrial, nello stato Monagas, dove ha svolto una giornata della seconda fase del Governo di Strada, ha reso noto che durante il Censimento delle Comuni del 2013, realizzato nel settembre di quest’anno, si sono iscritti 986 consigli comunali, 9 comuni, 34 sale di battaglia sociale e 633 organizzazioni, collettivi e movimenti sociali dello stato orientale.

«È di vitale importanza costruire la nuova democrazia comunale», ha sottolineato il Capo di Stato, che l’ha indicato come uno dei compiti principali del Governo di Strada. «È la rivoluzione nella rivoluzione», ha affermato.

«Dobbiamo impegnarci per rafforzare i consigli comunali, le comuni, i movimenti sociali e le sale di battaglia, e costruire il Potere Popolare e il Governo Popolare, il Governo di Strada del popolo» ha aggiunto il titolare della leadership nazionale.

Ha inoltre sostenuto che il Governo Nazionale continuerà a seguire il cammino del Libertador Simón Bolívar e del Comandante Hugo Chávez nel consolidamento dell’indipendenza, della pace e della stabilità del popolo.

Il suddetto censimento si è concluso a livello nazionale con la registrazione di 33.223 consigli comunali, 1.234 comuni, 1.075 sale di battaglia e 17.322 movimenti sociali.

Lo scopo di questa iniziativa era consolidare il Potere Popolare, giacché ha implicato un aggiornamento della conformazione di tutte le organizzazioni che nascono in seno alla comunità.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

Bolivia: il governo autorizza i lavoratori a prendere il controllo delle aziende che chiudono

54181_gddi Alfredo Rada* e Richard Fidler

da znetitaly.altervista.org 16 ottobre 2013

Il 7 ottobre, il Presidente Evo Morales ha emesso un decreto governativo che permette ai lavoratori di costituire «imprese sociali» in aziende che sono in bancarotta, che stanno per chiudere o che sono chiuse o abbandonate senza giustificazione. Queste aziende, nonostante siano private, saranno gestite dai lavoratori e abilitate per avere assistenza governativa.

Morales ha emesso il Decreto Supremo 1754 durante una cerimonia nel palazzo presidenziale, che segnava il 62° anniversario della Confederazione Generale dei Lavoratori dell’Industria della Bolivia. Il ministro del Lavoro, Daniel Santalla, ha detto che il decreto è stato emesso sulla base dell’articolo 54 della nuova Costituzione della Bolivia la quale afferma che i lavoratori:

«in difesa dei loro posti di lavoro e  a protezione dell’interesse sociale, possono, in conformità con la legge, riattivare e riorganizzare aziende che sono in bancarotta, che stanno subendo azioni giudiziarie da parte dei creditori o la liquidazione, o che sono chiuse o abbandonate senza giustificazione, e che possono costituire imprese comunitarie o sociali. Lo stato contribuirà all’azione dei lavoratori».

Nelle sue osservazioni al pubblico di parecchie centinaia di membri e di dirigenti dei sindacati, il Presidente Morales ha fatto notare che spesso i datori di lavoro cercano di ricattare i lavoratori con le minacce di chiudere, quando devono affrontare le richieste di stipendi più alti. «Adesso, se vi minacciano in questo modo, l’azienda può anche fallire o chiudere, perché voi diventerete i proprietari, saranno nuove imprese sociali».

Il ministro del lavoro Santalla, ha osservato che l’articolo costituzionale era stato già usato per alcune aziende come la Enatex, la Instrabol e la Trabotex, e che altre aziende di quel genere potevano ora  essere fondate  in base al nuovo decreto.

I portavoce delle aziende hanno, prevedibilmente, avvertito che i nuovi piani sarebbero un disincentivo per gli investimenti privati e un rischio per la sopravvivenza delle aziende.

Santalla ha anche detto che le aziende che non si attengono agli obblighi verso i loro dipendenti in base alla legge, perderanno meccanismi preferenziali  per esportare i loro prodotto a mercati gestiti dallo stato. E ha citato alcuni casi recenti nei quali il governo era intervenuto in difesa dei lavoratori vittime dei loro tentativi di formare i sindacati. In uno di questi casi il mese scorso, la compagnia Burger king è stata multata di 30.000 bolivianos (4.300 dollari), le è stato ordinato di riassumere i lavoratori licenziati e di riconoscere il sindacato.

Nell’articolo che segue, Alfredo Rada, Vice ministro della Bolivia per il Coordinamento dei Movimenti Sociali pone all’attenzione verso alcuni importanti sviluppi all’interno del movimento dei lavoratori della nazione, e suggerisce dei mezzi con i quali i sindacati possono essere più efficacemente inseriti nel “processo di cambiamento» che è ora caldeggiato dal governo del MAS-IPSP, il Movimento verso il Socialismo – Strumento Politico perla Sovranità dei Popoli. (Il movimento guidato  di Evo Morales, fondato nel 1998, n.d.t.) 

La classe lavoratrice e il processo politico in Bolivia

di Alfredo Rada, Rebelión, 8 ottobre  2013

Cinque mesi fa, ero a Tarija per partecipare a un forum dove si discuteva il processo della politica in Bolivia, un processo che chiamiamo Rivoluzione Democratica e Culturale. Uno dei presenti mi ha domandato se era possibile intensificare questa rivoluzione, renderla una rivoluzione economica e sociale, senza la partecipazione della classe dei lavoratori. La mia risposta immediata è stata; no, e ho aggiunto che per consolidare un periodo di transizione verso la costruzione di una nuova forma di  socialismo comunitario è assolutamente necessario che i lavoratori partecipino all’interno del blocco rivoluzionario che ha gestito questo processo di trasformazione iniziato nel 2000 con la cosiddetta «guerra dell’acqua» quando è iniziato il rovesciamento del neoliberalismo.

Una domanda molto rilevante, dato che fino a quel momento, nel maggio 2013, le mobilitazioni per la Legge sulle Pensioni, richiesta dalla Centrale Operaia Boliviana (COB – Central Obrera Boliviana) in opposizione al governo di Evo Morales erano al culmine [1]. Influenzata fortemente dalle tendenze politiche di estrema sinistra organizzate intorno al Partito dei Lavoratori (“Partido de los Trabajadores” – PT), la COB ha commesso un errore monumentale mobilitando i suoi ranghi con discorsi febbrili che chiedevano di sostituire Evo con un «altro governo», come si era espresso a Santa Cruz un leader degli insegnanti di città.

L’orientamento massimalista ha portato inesorabilmente la COB  alla sconfitta, dato che lo sciopero e le manifestazioni non hanno mai incontrato l’appoggio popolare e alla fine i dirigenti del sindacato hanno fatto marcia indietro con totale scompiglio. La svolta che ha portato alla sconfitta si è originata nella caratterizzazione che fa l’ultrasinistra dell’attuale governo definendolo «borghese e filo-imperialista», un inganno semplicistico tipico delle correnti politiche di stampo ideologico eccessivamente classista e «operaista» che impedisce loro di comprendere la natura variegata della formazione sociale boliviana, che può essere analizzata soltanto in termini che mettono insieme la nazione e la classe.

L’attuale processo di cambiamento è fatto di uno schieramento dinamico di lotte sociali di classe all’interno del capitalismo che sono unite, talvolta in modo contraddittorio, alla lotta storica delle nazioni indigene contro il capitalismo interno. Quella è la natura dialettica di questo processo in cui le tendenze strutturali anticolonialiste espresse nell’azione politica di classi sfruttate e di nazioni oppresse, rendono possibile la trasformazione rivoluzionaria delle relazioni economiche di sfruttamento, le relazioni politiche di esclusione e le relazioni culturali di oppressione. C’è, tuttavia, sempre il rischio che questo corso di trasformazioni, come risultato di pressioni esterne, di frammentazione interna o di concessioni programmatiche, si esaurisca o si inverta.

Passando al conflitto con la COB, in seguito al suo scioglimento, il governo si è imposto il compito di sistemare i suoi rapporti con i settori della classe lavoratrice mentre allo stesso tempo i ranghi e le fila dei lavoratori iniziavano a saldare i conti  con le dirigenze di ultrasinistra all’interno dei sindacati. Questo è ciò che appena successo nel Sindacato Congiunto dei Lavoratori delle miniere di Huanuni, un’organizzazione emblematica, perché quel distretto, situato nella dipartimento occidentale di Oruro, ha la più grossa concentrazione di proletari dell’intera nazione. I suoi 4.500 minatori, più di un anno fa, hanno eletto una dirigenza sindacale radicalmente contraria al governo.  Questi dirigenti hanno guidato, durante lo sciopero di maggio, il blocco delle strade a Caihuasi e l’esplosione di un ponte situato in quella località. Oggi, indebolita e isolata, quella ultrasinistra per un certo periodo era   nel sindacato di Huanuni, ha finito con l’essere rimossa da un in incontro generale di massa dei lavoratori, che hanno deciso anche di approvare la costruzione di un nuovo patto di unità politico con il  governo di Evo Morales.

Non c’è dubbio  che questo riposizionamento all’interno del movimento dei lavoratori, avrà un importante impatto sul futuro del Partito dei lavoratori dal momento che quello strumento politico ha ora perduto la sua spina dorsale; gli effetti si faranno sentire anche sull’orientamento della Federazione Sindacale dei Lavoratori minerari della Bolivia.

Guardiamo un altro settore industriale, quello degli operai edili. Questo è una delle fonti di impiego in più rapida crescita grazie all’espansione degli investimenti pubblici e privati nella costruzione di nuovi edifici. Dovunque nelle città della Bolivia si possono vedere complessi di edifici e di abitazioni in via di costruzione e con questo l’assunzione di molta manodopera  come occasionali o a cottimo. Però i sindacati di questo settore sono deboli e sparpagliati, in parte perché la loro leadership tende a essere controllata dalle grandi imprese di costruzione, ma anche a causa della scarsa regolamentazione esercitata dallo stato.

L’arrendevolezza dei sindacati è cominciata a cambiare al più recente Congresso Nazionale della Confederazione Sindacale dei Lavoratori Edili della Bolivia, che si è tenuto nella città di Santa Cruz. Gli operai edili hanno eletto i nuovi dirigenti del sindacato e hanno deciso l’organizzazione obbligatoria di tutti i lavoratori insegnanti assistenti, nel campo dell’edilizia, sostituendo gli accordi a voce con i capi con contratti collettivi di lavoro in tutti i progetti di costruzione. Questo sarà anche un mezzo per risolvere la situazione dei «lavoratori non ufficiali» che è una delle peggiori eredità del neoliberalismo in un paese in cui meno del  20% dei lavoratori sono organizzati in un sindacato.

I lavoratori delle industrie sono stati uno dei settori più duramente colpiti, decimati dai massicci licenziamenti eufemisticamente definiti «trasferimenti» dal Decreto Supremo dell’agosto 1985. Il settore manufatturiero è stato successivamente soggetto per quasi due decenni alle politiche di flessibilità  del lavoro tipiche del neoliberalismo per ridurre i carichi di spesa e aumentare i profitti del capitale.

Oggi il settore manifatturiero sta subendo una rapida riorganizzazione dei sindacati che ha aiutato a rafforzare La Confederazione Generale dei Lavoratori dell’Industria della Bolivia. Deve essere ancora consolidata l’organizzazione di nuovi sindacati, particolarmente nelle città di El Alto e di Santa Cruz, le due maggiori concentrazioni di fabbriche industriali in Bolivia.

L’importanza data a inserire di nuovo i lavoratori nel processo di trasformazione intorno a un’agenda programmatica comune con il governo Morales, non sta soltanto nel fatto che  aiuterà a mettere insieme una forte base lavorativa, ma anche che rafforzerà le tendenze anti-imperialistiche e rivoluzionarie del processo in corso. L’agenda programmatica a cui ci riferiamo potrebbe trattare i seguenti aspetti: (1) una nuova legge generale del lavoro che, mentre conserva i progressi già presenti nella legge attuale, garantirà nuovi diritti ai lavoratori; (2) una campagna nazionale di massiccia organizzazione dei sindacati in tutte le industrie che non sono organizzate; e (3) il rafforzamento del settore sociale e comunitario dell’economia, in unione con il settore statale nazionalizzato.

 

*Alfredo Rada è il vice ministro della Bolivia del Coordinamento dei Movimenti Sociali

 

[1] La COB ha chiesto un aumento per le pensioni statali di 8,000 bolivianos (1.140 dollari) annuali per i minatori e di 5.000 bolivianos (715 dollari) per altri settori. Il governo ne ha offerti 4.000 e 3.200 boliviani, rispettivamente (600$  470$), dicendo che non  avrebbe più rischiato la sostenibilità del suo schema pensionistico.

Il conflitto ha visto minatori, insegnanti, lavoratori della sanità uscire nelle strade di La Paz, mentre blocchi stradali e scioperi hanno avuto luogo in tutto il paese. La polizia è stata dislocata per interrompere i blocchi a Cochabamba  e a La Paz, e  ci sono stati parecchi arresti e feriti, mentre i lavoratori della miniera di Huanuni gestita dallo stato, si sono uniti alle proteste di La Paz, paralizzando la produzione dello stagno costata diversi milioni di dollari.

Altri settori sociali in Bolivia hanno organizzato contro-proteste in favore del governo. Rappresentanti della Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSTUCB) e la Confederazione “Bartolina Sisa” delle donne Contadine e Originarie, hanno dimostrato a La Paz per respingere  i blocchi e le mobilitazioni organizzate dalla COB, mentre anche  i lavoratori che coltivano la coca hanno protestato a Cochabamba a favore del governo. A una dimostrazione a La Paz, Morales ha criticato aspramente i capi della COB, accusandoli di essere al servizio dell’imperialismo, del capitalismo e del neoliberalismo.

Dopo 15 giorni di protesta i leader della COB hanno accettato di interrompere lo sciopero per 30 giorni per avere il tempo di analizzare un’offerta del governo di riformare l’attuale sistema delle pensioni. I leader del sindacato hanno trattato per vari giorni a La Paz con funzionari dei ministeri del lavoro e delle finanze, durante i quali il sindacato ha abbassato le sue richieste per le pensioni a 4.900 bolivianos per i minatori e a 3.700 bolivianos per altri settori (rispettivamente 700 $ e 530 $). Resta da vedere se si può raggiungere un accordo permanente.

(Fonte: Scioperi e blocchi organizzati dai sindacati per la protesta sulle pensioni, Bolivia Information  Forum, News Briefing Maggio-Giugno 2013).

[Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo http://www.znetitaly.org – Fonte: zcommunications.org/bolivian-government-authorizes-workers-to-take-over-closed-or-abandoned-firms-by-alfredo-rada – Originale: Life on the Left – Traduzione di Maria Chiara Starace Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0 – La traduzione dallo spagnolo è di Richard Fidler  Si ringrazia Fabrizio Greco per la segnalazione]

5 novembre: Ricardo Patiño all’Università Roma TRE

Le mani sporche della multinazionale petrolifera statunitense Chevron

di Geraldina Colotti

18Set2013.- ECUADOR: Il presidente Rafael Correa ha dato inizio alla campagna contro la Chevron per danni ambientali. «La mano negra de Chevron», la mano sporca della Chevron. Si chiama così la campagna lanciata da Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, contro la multinazionale statunitense che ha acquisito la precedente Texaco.

Correa ne ha illustrato i termini durante un viaggio in Amazzonia in cui si è soffermato soprattutto nei pressi del pozzo petrolifero Aguarico 4, nella regione di Sucumbios, dove ha operato la compagnia Usa. La multinazionale, che ha spadroneggiato in quella zona tra il 1972 e il 1990 sotto il marchio Texaco, prima di essere acquisita dalla Chevron nel 2001, ha contaminato l’area e per questo è stata condannata a pagare una multa di 19 miliardi di dollari per gravi danni ambientali, nel febbraio 2011. E si rifiuta di pagare, minacciando anzi pesanti ritorsioni.

Tutto si era messo in moto quando un tribunale di Sucumbios aveva riconosciuto legittime le denunce presentate dagli avvocati di 30.000 abitanti della regione, e aveva fissato a 9,5 miliardi di dollari l’ammenda. La sentenza prevedeva anche che la compagnia porgesse «pubbliche scuse alle vittime», pena l’aumento della sanzione. Chevron ha però cercato di scaricare tutte le responsabilità sull’azienda statale ecuadoriana Petroecuador e ha presentato ricorsi su ricorsi.

Ha anche sostenuto che la controparte ha corrotto i giudici per addomesticare la sentenza e si è nuovamente appellata al Ciadi, un organismo di arbitraggio internazionale che i paesi progressisti dell’America latina disconoscono per la sua permeabilità agli interessi delle grandi corporations. Il Ciadi ha già ritenuto illegali le espropriazioni delle grandi compagnie petrolifere messe in atto nel Venezuela bolivariano di Hugo Chávez e il 5 ottobre tornerà a decidere sull’Ecuador, altro paese dell’America latina che ha deciso di impiegare le risorse petrolifere per il benessere degli strati popolari. La Chevron accusa l’Ecuador di aver disatteso il Trattato bilaterale di protesione degli investimenti (Tbi) con gli Stati uniti. L’Ecuador ribatte che il Tbi è entrato in vigore nel 1997, cinque anni dopo che Texaco aveva abbandonato il paese.

L’applicazione retroattiva del trattato sarebbe «un’autentica aberrazione giuridica», ha affermato il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño, e ha messo in guardia la multinazionale Usa «dallo screditare un paese come il nostro» e ad adempiere invece a «quanto prescritto dalle leggi ecuadoriane». D’altro canto – ha detto Correa – è chiaro che solo Texaco ha sfruttato Aguarico 4, «abbandonandolo definitivamente nel 1992». Una zona che non è mai stata bonificata e per questo la campagna contro la Chevron mostra una mano che si immerge nella terra e che diventa nera per il petrolio. Correa lo aveva denunciato già nel 2007 e ieri è tornato sul posto per far vedere al mondo «le menzogne di Chevron».

Per questo, Rafael Correa ha chiesto aiuto agli altri governi socialisti della regione, e alla solidarietà internazionale.

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