Roman Chalbaud: lo sguardo di un popolo

di Geraldina Colotti – Il Manifesto

Il regista venezuelano Roman Chalbaud, 81 anni e spirito da ventenne, parla della «rinascita bolivariana» nel cinema, nel teatro e nella comunicazione, e racconta il suo film su Cipriano Castro, un esempio di indipendenza. «Noi artisti eravamo rassegnati a che la politica non potesse più rinnovarsi, invece è comparso Chávez e in 14 anni questo paese si è trasformato». Romain Chalbaud, il più grande regista venezuelano, ci riceve nella sua casa all’ultimo piano in cui vive solo, circondato dai ricordi e dai suoi cani. Cineasta, drammaturgo, produttore, è autore di tante opere che hanno lasciato il segno nella cultura latinoamericana: La Oveja negra, El pez que fuma, Pandemonium, El Caracazo, Días de poder… Per l’anagrafe ha 81 anni (è nato il 10 ottobre del 1931), ma conserva l’entusiasmo di un giovane pieno di progetti, che ci illustra spostandosi tra scrivania e computer. Continua a scrivere e a girare.

Per la televisione Vtv ha anche diretto la telenovela Amores de barrio adentro, nell’intento di «controbilanciare il dilagare del genere» con qualche contenuto sociale: in questo caso alludendo a Barrio adentro (dentro il quartiere), una delle «misiones» del governo bolivariano, ovvero uno dei programmi sociali rivolti agli strati popolari più emarginati. «Certe telenovela ci instillano in testa il veleno, e il consumismo. Fanno parte della guerra psicologica condotta dal capitalismo e dai suoi epigoni», aveva detto Hugo Chávez in una puntata di «Aló Presidente», nel gennaio 2010. E aveva invitato gli artisti a reagire proponendone altre che riflettessero valori «sociali e rivoluzionari». Chalbaud aveva risposto all’invito. Ora sta lavorando a un nuovo film, La planta insolente, ispirato alla vita di Cipriano Castro, presidente del Venezuela dal 1899 al 1908. Un altro tassello nel pantheon indipendentista bolivariano, dopo il film dedicato a Ezequiel Zamora.

La sua poetica – dicono i critici – riflette lo sguardo di un popolo. Com’è nato il suo rapporto con la macchina da presa? Lei ha cominciato a girare e a scrivere fin da giovanissimo. Che atmosfera si respirava allora in Venezuela?
Da ragazzo, il cinema per me era come una bacchetta magica per sfuggire alla realtà, finché un giorno – avevo vent’anni, nei primi anni ’50 – vidi Roma città aperta, di Roberto Rossellini e poi Los Olvidados, di Luis Buñuel. Mi cambiarono la vita, non solo come artista ma come essere umano, mi spinsero a formarmi una coscienza sociale. Rividi con altri occhi Tempi moderni, di Charlie Chaplin, il primo film che mi aveva colpito da piccolo, ma di cui avevo potuto cogliere soltanto il lato umoristico. Mi resi conto che il cinema serve ad affrontare la realtà, a raccontarla in tanti modi possibili, non a sfuggirla. Guarda quel ripiano, è tutto dedicato al cinema italiano, in quello di sopra ci sono i francesi… Negli anni della mia gioventù, qui circolavano molti film italiani e francesi. Magnifici. Nel ’63 sono stato in Italia per partecipare a due manifestazioni, a Sestri Levante e a Spoleto. Quella di Sestri era una rassegna cinematografica organizzata da padre Arpa, c’erano molti film cubani, si era a pochi anni dalla rivoluzione, e anche la chiesa era attenta alle questioni sociali. Prima di andare al Festival dei due mondi a Spoleto, volevo vedere La Traviata, di Visconti. Insieme ad alcuni amici ci siamo messi in macchina con un fiasco di vino e panini col gorgonzola. Mi sono ubriacato senza ritegno e ho insistito per rimanere sul posto, mentre i miei amici sono ritornati a Roma. Poi mi sono accorto di aver dimenticato il passaporto e ho dovuto dormire in stazione perché nessuno mi ha accettato in albergo. L’indomani sono andato al commissariato e ho cercato di esprimermi in italiano come sapevo. Ero in Italia da circa un mese. La polizia però non credeva che fossi venezuelano, mi dissero che l’anno prima un napoletano aveva cercato di farsi ospitare al festival spacciandosi per venezuelano. Alla fine mostrai la patente e mi trovarono un albergo. In quei giorni, mi hanno anche proposto di lavorare come assistente di direzione a Cinecittà: a girare Maciste contro i mongoli o spaghetti western, ma ho rifiutato.

E da quale realtà voleva sfuggire da ragazzo, com’è stata la sua vita?
Ho vissuto in Merida fino a cinque anni. Mia madre divorziò quando era incinta di due gemelle, una delle quali morì. Poi ci trasferimmo a Caracas, dopo un viaggio in autobus che allora durò quattro giorni e quattro notti. Per molti anni abbiamo vissuto in ristrettezze. Io, però, ero circondato da donne: mia madre, che lavorava nella biblioteca del ministero di Sanità, mia nonna che metteva francobolli alle poste e suonava il pianoforte, la bisnonna che costruiva dentiere e mia sorella. Tutte di sinistra e non bigotte, contrariamente alla media delle donne andine che sono molto osservanti. Da piccolo scrivevo racconti e poesie. La mia prima opera di teatro s’intitola Muri orizzontali – così venne tradotta dal figlio di un’amica italiana. Racconta, con linguaggio poetico, storie di persone che abbandonano la campagna per andare a lavorare nel petrolio. Un tema ancora attuale, ora che si cerca di costruire un’autonomia alimentare e che, in 14 anni di governo bolivariano, si è deciso che i proventi del petrolio devono servire al benessere dei cittadini e non a quello delle oligarchie. Dopo la cacciata del dittatore Perez Jimenez ci eravamo aperti alla speranza, anche sull’onda della rivoluzione cubana. Abbiamo vissuto una stagione culturale molto ricca, di grande sperimentazione e con gran successo di pubblico anche per film d’impegno. Poi, però, durante i governi nati dal Patto di Puntofijo, che si dicevano democratici ma rispondevano al consenso di Washington e reagivano alle proteste sociali gettando gli oppositori dagli aerei o facendole scomparire nelle prigioni, arrivò l’ostracismo nei confronti degli intellettuali come noi. Era difficile lavorare. Tornarono gli anni di ristrettezze, la produzione locale venne enormemente penalizzata. Cercammo di resistere, ma non fu facile. Creammo una piccola casa di produzione indipendente, ma fu molto difficile. Eravamo rassegnati a che la politica non potesse più rinnovarsi, invece è comparso Chávez e in 14 anni questo paese si è trasformato. Una rinascita evidente anche in termini culturali.

Come si riflette nel cinema?
Il cinema è sempre stato all’avanguardia nel registrare i cambiamenti. Ora possiamo contare su un impegno concreto del governo, su politiche culturali di ampio respiro che consentono di promuovere i lavori dei cineasti giovani. Non ho mai visto un governo di sinistra ottenere così tanti risultati in poco tempo, sconfiggere l’analfabetismo e mettere al centro l’istruzione, puntare sulla cultura come strumento di emancipazione per le classi popolari. Sorgono scuole di cinema comunitario in ogni angolo del paese, cinemateche, sale cinematografiche. Prima non avevamo una distribuzione nazionale. I giovani si esprimono su tutti i registri creativi, producono lavori di rilievo che fanno riflettere anche se non sono dichiaratamente sociali. La presenza femminile è molto alta. Sono stato nella giuria di alcuni premi e l’ho potuto constatare, la vivacità culturale si esprime dagli angoli più reconditi del nostro paese. E questo vale anche per il teatro. Moltissimi che erano abbandonati sono stati restaurati, diventano luoghi di cultura e relazione sociale.
Secondo alcuni, ora vi sarebbe un ostracismo nei confronti degli intellettuali di opposizione.
Ma è una sciocchezza. Nei miei film gli attori che appoggiano il proceso si contano sulle dita di una mano, eppure lavorano tanto, e così dicasi per altri artisti, scrittori, registi. Il latifondo mediatico è stato appena intaccato. L’opposizione si avvantaggia come tutti i cittadini di questa ondata di cambiamento e di progresso, ma continua a denigrare e a complottare indisturbata dall’interno. Non digeriscono che l’intelligenza di Chávez, che disprezzano e qualificano con appellativi razzisti, l’intelligenza di un popolo tradizionalmente destinato all’emarginazione, possa esprimere questa vivacità culturale.

Il suo film «La planta insolente» è stato però fortemente sollecitato dal presidente. Com’è nata l’idea? Cosa l’ha convinta a tornare al registro storico?
Il presidente conosceva le mie idee, aveva visto i miei film precedenti, quello sul Caracazo, la rivolta delle masse popolari contro il carovita, e Zamora, tierra y hombres libres, che è stato trasposto anche in teatro. Voleva far conoscere la figura del presidente Cipriano Castro, vissuto tra il 1858 e il 1924, raccontando una parte importante della sua vita. Nel 1899, Cipriano scende dalle Ande e arriva a Caracas qualche mese dopo, e prende il potere. Il film racconta quel che accade nel 1902, quando le corazzate britanniche, tedesche, olandesi e italiane bombardano Caracas, Maracaibo e Puerto Cabello per pretendere il pagamento di un debito contratto in precedenza. Cipriano pronuncia allora un celebre discorso contro «il piede insolente dello straniero che ha profanato il sacro suolo della patria». Un esplicito messaggio nazionalista che si riverbera nell’oggi. La sceneggiatura l’ha scritta Luis Britto, che è anche storico.

Con la malattia di Chávez il Venezuela sta vivendo momenti di incertezza. La rinascita di cui parla potrà continuare anche senza di lui?
I giovani hanno preso gusto alla libertà, al teatro sociale, alla poesia di strada, alla cultura come relazione e impegno, non vogliono tornare indietro. E sono disposti a lottare.

Fine di una storia. La Storia continua…

 da Militant Blog

Pubblichiamo con piacere, su richiesta dei compagni che l’hanno scritto e firmato, uno dei pensieri per Prospero letto sabato scorso al suo funerale. “Fine di una storia. La storia continua…”

Prospero se n’è andato.

Ci aveva abituati male, eravamo abituati a vederlo risollevarsi dopo ogni caduta, dopo il colpo in testa, dopo gli attacchi al cuore, ma questa volta non ce l’ha fatta.
Nonostante i suoi anni non fossero molti più dei nostri, dava l’impressione di essere molto più grande. Colmava questo divario tranquillizzandoci con l’appellativo “vecchio mio, vecchia mia”. Questa impressione che fosse grande proseguiva sentendolo parlare. Pacato. Discorsivo. Riflessivo. Ma la cosa che ti rasserenava al termine di ogni discussione, fosse avvenuta in un bar o in una casa negli anni della clandestinità e dell’organizzazione; in una cella o in un’aula di tribunale negli anni passati insieme prigionieri, era la sensazione di aver ricevuto qualcosa e la convinzione che il Gallo avesse preso qualcosa da ciò che si era detto. Ed era anche questo che lo rendeva capo, lontano da leaderismi che non fanno crescere, che nulla danno agli altri compagni.

Prospero aveva 45 di piede, erano pochi quelli di noi che nei momenti di necessità potevano scambiare le scarpe con lui. Al nostro sguardo interrogativo di quello strano rapporto piede altezza, rispondeva che i sacchi in spalla quando si è giovani non aiutano a crescere. In altezza. Aiutano però a capire come va il mondo, questo si. Cosi come si impara qualcosa, seduto sulle spalle del padre, a seguire i funerali dei compagni morti, il funerale a cui aveva assistito da piccolo, quello degli uccisi dalla polizia a Reggio Emilia. E si che la celere si prodiga sempre in insegnamenti di come vanno le cose a questo mondo. Continua a farlo, lo fa sempre. Ne sa il movimento a Genova, ne sanno gli operai e i giovani sempre più frequentemente in questi ultimi tempi.

A Prospero piaceva dire che “volere è potere”, se c’è la forza di un’organizzazione, un collettivo, un partito. Negli ultimi anni, ormai tanti, qualcosa di amaro accompagnava le chiacchierate e le discussioni nostre che si erano fatte sempre più rade per il permanere della sua condizione di detenuto agli arresti domiciliari, della lontananza e la fine del collettivo.

Era l’amarezza data dalla conclusione di una storia organizzativa che puntava alto, al cambiamento rivoluzionario di questo paese. Resa tanto più amara dalla polverizzazione nelle conclusioni, dal non essere riusciti infine a dare vita nel paese ad una ampia riflessione su quegli anni, nonostante gli sforzi e l’impegno profuso. E’ stato questo l’ultimo impegno politico collettivo, quello per una amnistia, che insieme all’agire della sinistra e dei movimenti liberasse la memoria dello scontro di classe dall’ipocrisia e dai ricatti e poi i corpi di quanti rimangono ancora in carcere e che sembrano essere stati abbandonati.

Infine, Prospero era buono, riusciva a dimenticare le accuse ricevute ingiustamente da altri compagni, anche da parte di quelli che in un batter d’occhio passarono dalla critica da sopra a quella da sotto. Ma il Gallo riusciva ad essere molto generoso.

Chissà perché Prospero non si è risollevato questa volta. Deve essere stato colto di sorpresa. Non ci dirà mai quale sia stato l’ultimo pensiero, se ne ha avuto il tempo.

Noi crediamo di saperlo, ci piace immaginarlo: ha pensato alla sua compagna, a Giava. E forse ha avuto il tempo di dire a noi tutti: vecchi miei, compagni cari, io vado…
“Fine di una storia. La storia continua”.

Pasquale Abatangelo, Renato Arreni, Paolo Cassetta, Geraldina Colotti, Natalia Ligas, Maurizio Locusta, Sante Notarnicola, Remo Pancelli, Bruno Seghetti

4 febbraio 2013 – Al sud del confine alla Federico II a Napoli

 

 

(VIDEO) Cuba: di necessità virtù, un esempio concreto di «decrescita felice»

Che cosa succederà dopo il picco del petrolio? Come si vive senza petrolio? A Cuba lo sanno: stanno vivendo senza petrolio da anni, da quando la Russia ha smesso di spedire tutta una serie di derivati del petrolio e da quando l’embargo costringe i cubani a farsi bastare quel che possono produrre da soli. Nel 1990 il PIL di Cuba è crollato dell’85% e il consumo di petrolio del 50%. Inizialmente le calorie di cibo disponibili a testa calarono del 30%. La gente dimagrì.

L’agricoltura, che in precedenza assomigliava a quella del resto del mondo e utilizzava fertilizzanti, pesticidi, macchinari e sistemi di allevamento industriali, ha dovuto essere rimodellata in modo sostenibile. Il biologico è diventato la norma. I bovini, più che essere allevati per la carne, sono usati per il lavoro dei campi. La gente oggi mangia molta frutta e verdura (essendo ai Caraibi, la cosa è anche piacevole) e chi può se la coltiva da solo.

Oggi la produzione di cibo è al 90% dei livelli pre-crisi, ma il consumo di energia è molto, molto al disotto dei consumi pre-crisi. La gente gode di buona salute, Cuba ha un sistema sanitario migliore di quello degli USA (quando passò l’urgano Katryna, Castro offrì di mandare medici e paramedici). A Cuba si punta molto sulla prevenzione e la mortalità infantile è più bassa che negli USA.

Il sistema scolastico funziona bene. Cuba ha solo il 2% della popolazione dell’America Latina, ma l’11% degli scienziati di quel continente sono cubani. Gli uomini vanno in pensione a 60 anni, le donne a 55. L’età media si sta allungando, per cui anche queste soglie dovranno essere spostate in avanti.

Certo, sarebbe bello che si arrivasse a stili di vita sostenibili per libera scelta, più che per necessità, ma intanto ci piace pensare che sopravviveremo anche noi alla fine del petrolio e che gli aspetti sociali e culturali potrebbero addirittura migliorare, con la cooperazione, solidarietà e l’amicizia tra i popoli.

La falsa foto di Chávez conferma il golpismo dei media

elpais-chavezdi Gennaro Carotenuto – Giornalismo partecipativo

Questa volta hanno dovuto ammettere il falso. Hanno dovuto ammettere di non aver fatto alcuna verifica. Hanno dovuto ammettere di aver mancato a qualunque etica professionale. Hanno dovuto ammettere che a tanto arriva la miseria umana dei disinformatori di professione che da anni questo sito denuncia.

«El País» di Madrid, giornale da sempre in prima fila in tutte le campagne di diffamazione contro i governi progressisti e integrazionisti latinoamericani, ha pubblicato in prima pagina una falsa foto del Presidente venezuelano Hugo Chávez intubato. Solo dopo alcune ore e a giornale stampato in distribuzione ha dovuto ritirarla dalle edicole ammettendo il falso.

Infatti solo dopo che la polemica era scoppiata in America, e il falso svelato davanti al mondo, il quotidiano madrileno ha dovuto fare macchina indietro, ritirare la foto dall’edizione Internet, bloccare la distribuzione del cartaceo (che oggi infatti non è in edicola in vari luoghi della Spagna) e ammettere tanto il falso come di non aver verificato né l’origine della foto, né quando fu scattata. Questa proverrebbe da un video presente su Youtube fin dal 2008. L’operazione di sicariato mediatico sotto i nostri occhi oscura inoltre, ma non cancella, l’altra parte dell’infamia orchestrata nel giornale di Suanzes: la scelta di sbattere in prima pagina la foto di un uomo in fin di vita.

Qualcuno potrà spacciare il caso per un infortunio, lo fa El País stesso, ma la filigrana della jpg e quella prima pagina che è già un oggetto da collezione per la storia del cattivo giornalismo, malcela la soddisfazione per il presunto scoop che il quotidiano madrileno ha provato a imporre all’opinione pubblica nella presunzione di farla franca come sempre.

Per chi ha in questi anni studiato con attenzione la continua overdose di disinformazione al preciso scopo di destabilizzare i governi democraticamente eletti del Venezuela, della Bolivia, dell’Ecuador, dell’Argentina e di altri paesi latinoamericani che hanno osato distanziarsi dall’ortodossia neoliberale e dal fare da passacarte per gli interessi di multinazionali iberiche come Repsol, Unión Fenosa, BBVA, Santander, Telefónica eccetera, quella di stanotte è solo l’ennesima conferma che i giornali mainstream sono in crisi (Il «grupo Prisa», del quale «El País» fa parte, ha licenziato in ottobre un terzo dei dipendenti) perché hanno scelto di asservirsi a interessi alieni a quelli dei loro lettori. La crisi dei giornali non è economica, è innanzitutto etica. Solo profonde riforme dei sistemi mediatici, che redistribuiscano il potere d’informare democratizzandolo, sul modello della Ley de medios argentina, la più avanzata al mondo, possono ancora salvare quel che resta della credibilità del “quarto potere”.

«El País» è oggi il passacarte di interessi che nulla hanno a che vedere con il diritto dell’opinione pubblica a essere opportunamente informata. «El País», dove chi scrive ha lavorato, che nel 1978 contribuì a sventare il golpe Tejero a Madrid, ma che l’11 marzo 2004 coprì bellamente la disinformazione orchestrata dal governo Aznar sulle stragi di Atocha (accettando per giorni di coprire le responsabilità dell’integralismo islamista per meri interessi di bottega), è oggi, e l’episodio grottesco della foto di Chávez lo prova per l’ennesima volta, un media golpista tra i tanti.

Venezuela-Cina, sviluppo integrato

La ministra Betancourt con Geraldina Colotti

di Geraldina Colotti – Il Manifesto

«Desarrollo soberano». Questo l’imperativo categorico del governo bolivariano, che si serve del protagonismo cinese per fornire elettrodomestici a basso costo alla popolazione. «Dobbiamo immaginare un modello di sviluppo che tenga conto della natura. Abbiamo un’unica nave, la terra, non possiamo farla affondare». Edmée Betancourt, ministra del Commercio e dello sviluppo, ci riceve negli uffici del Bandes, il Banco de Desarrollo economico y social de Venezuela. Intorno, pulsa il caos di Caracas, una città in grande trasformazione, «ma ancora indietro per quel che riguarda la raccolta dei rifiuti», dice la ministra, che mostra le immagini di alcuni progetti-pilota per la raccolta differenziata. Un obbiettivo ancora lontano, per le inadempienze di certe amministrazioni locali, ma anche «per l’assenza di formazione», sostiene Betancour.

Al riguardo, racconta al manifesto: «Noi dedichiamo molto tempo e energie alla formazione politica, a far crescere il livello di coscienza e l’assunzione di responsabilità anche nei comportamenti dei singoli, ma non è facile. Prendi la questione dei rifugi. Il nostro governo ha progressivamente fornito un alloggio degno agli sfollati delle alluvioni dei 2010. Nel frattempo, tutti sono stati portati nei rifugi. Abbiamo dedicato molto impegno e risorse a organizzare la vita nei rifugi e a preparare il passaggio delle famiglie alla nuova vita. Ma in molti casi, abbiamo dovuto riconoscere che non abbiamo ottenuto i risultati sperati: molta gente continua a reclamare senza prendere davvero in mano il proprio destino e quello della propria comunità».
Alle pareti, grandi pannelli illustrano l’organizzazione del lavoro del Ministero e i progetti di Bandes, nel cui edificio lavorano circa 600 persone. Per il personale, ci sono corsi per il tempo libero, gruppi sportivi, formazione integrata secondo le inclinazioni. Le immagini a grandezza naturale, danno l’impressione di trovarsi per strada, innervati alla vita del quartiere e confrontati ai problemi dei portatori di handicap, delle donne maltrattate, dei malati e degli anziani soli. Il messaggio evidente è: nessuno è solo, gli umani sono esseri sociali, capaci di guardare con rispetto anche gli animali. Qui i cani sono molto benvoluti, nei quartieri vi sono tende per visite e vaccinazioni gratuite per quelli che girano liberi per la città e spesso finiscono sotto le ruote delle macchine o dei moto-taxi (fonte di sostentamento per molte comunità sociali organizzate), che sfrecciano a velocità supersonica facendosi spazio a colpi di clacson.

Nella stanza adiacente, c’è una vetrina con i prodotti tipici provenienti da Cuba, Bolivia, Ecuador… i paesi dell’Alba, l’Alternativa bolivariana per i popoli della nostra America messa in campo nel 2004 da Cuba e Venezuela per contrastare i piani commerciali neoliberisti degli Usa nell’ex cortile di casa. Sul lungo tavolo per le riunioni, le collaboratrici della ministra – quasi tutte donne – smistano volumi e pieghevoli. Uno, con copertina rossa, s’intitola «Desarrollo sovrano», Sviluppo sovrano. L’introduzione di Jorge Giordani, ministro di Pianificazione e finanze, invita a scorrere le grandi foto a colori che, all’interno, illustrano i risultati della collaborazione con la Cina: «Perché un’immagine – scrive Giordani – vale più di mille parole».

L’economia del Venezuela è prevalentemente basata sul petrolio. Come pensate di costruire un nuovo modello di sviluppo basato sul rispetto della natura?
Il nostro paese non è solo ricco di petrolio e di ferro diamanti oro, ma anche di natura: acqua, biodiversità, che sono di tutti e vanno protetti costruendo un progetto di paese basato su un nuovo modello produttivo, nuove relazioni di lavoro orizzontali capaci di irradiarsi nel circondario allargandosi via via in modo concentrico e producendo un’altra cultura. Tutto questo è scritto nella nostra Costituzione, approvata nel ’99, e che è stata il frutto di un’ampia consultazione popolare le cui proposte sono state incluse negli articoli. In questo quadro ha preso forma, nel 2007, il Primo piano di sviluppo socialista Simon Bolivar, dal nome del nostro Libertador che per primo ha immaginato la Patria grande. E oggi, con quel che abbiamo costruito nel paese e nelle relazioni di solidarietà internazionali, possiamo dire: abbiamo una patria, basata sui principi della sovranità popolare. Il Piano 2007-2013 si è articolato interno a sette assi fondamentali, che attengono al politico, al sociale, all’economico, all’educazione, al lavoro soprattutto senza il quale non c’è vita, alle relazioni internazionali. Il primo, riguarda l’etica socialista. Al punto 4 è stato definito il nuovo modello produttivo e le nuove relazioni di lavoro non piramidali, si mette al centro il ruolo del lavoratore e della lavoratrice e quello dell’ambiente circostante. Il punto 7 ha definito il quadro di nuove relazioni internazionali: con i paesi più prossimi dal punto di vista politico, come Cuba, Bolivia o Ecuador, ma anche con altri alleati strategici come la Cina o i paesi del Mercosur. Come puoi vedere in questo catalogo, le relazioni con la Cina sono al centro dei nostri piani di sviluppo economico-sociali.

In che modo?
Prima di tutto sono basati sulla ricerca dei punti di equilibrio in tutti i campi a cui accennavo prima: dal territorio alle relazioni internazionali. In questa ottica, abbiamo cercato di ottener risorse firmando un primo accordo con il Banco di Cina, che ci ha facilitato le risorse finanziarie con un prestito a 36 mesi, che è stato rinnovato e sempre onorato. Abbiamo creato una linea di credito con un fondo comune, il Fonden, in cui la Cina ha messo 4 milioni di dollari e noi 2. Pdvsa, l’impresa petrolifera dello stato ha venduto il petrolio e la Cina, con la sua impresa ha finanziato la linea di credito con cui abbiamo potuto realizzare alcuni importanti progetti di sviluppo. L’idea del presidente Chávez è stata, però, quella di dire alla Cina: noi compriamo inizialmente da voi cellulari, automobili, tecnologia, ma in cambio voi dovrete aiutarci a impiantare le industrie in Venezuela per il nostro sviluppo industriale. E così è stato. Poi, a partire dal 2010, parallelamente col Banco di sviluppo della Cina abbiamo sollecitato un vero e proprio credito su 10 anni basato sul fondo congiunto cino-venezuelano: un credito chiamato Gran volume e largo plazo con cui abbiamo avuto in prestito 20 mila milioni di dollari. Così, trasformando moneta cinese – con cui ripaghiamo parte del debito – in bolivar, abbiamo messo in campo progetti di cooperazione e sviluppo industriale, alimentare, di trasporti, il catalogo che vedi ne dà conto in dettaglio. Al centro c’è un progetto che si chiama La mia casa bene equipaggiata. Lo abbiamo realizzato con gli elettrodomestici cinesi: forniamo a prezzi bassissimi una cucina e lavatrice e televisore anche alle famiglie poverissime. Non si tratta di un ulteriore invito al consumismo, ma di un progetto integrato per garantire un livello di vita degna anche alle fasce meno favorite della nostra popolazione. La collaborazione integrata con le banche come quella della donna, quello del popolo e altre, consente di erogare crediti agevolati anche a chi vive da solo e della sola pensione che è comunque equivalente al salario minimo. In questo, ci avvaliamo della collaborazione della Forza armata nazionale bolivariana, che trasporta gli elettrodomestici nei punti più reconditi del nostro paese. E con la quale organizziamo giornate di informazione, dedicate non solo alla distribuzione degli elettrodomestici, ma anche alla salute, all’educazione, alla scuola, ai problemi del territorio.

Le imprese cinesi non rispettano molto i lavoratori, e alcune imprese russe sono partite coi soldi del governo lasciando all’asciutto i lavoratori che lavoravano alla costruzione di case. E il governo ha dovuto risarcire i lavoratori.
È vero. Ma chiunque venga da noi, deve rispettare le nostre leggi del lavoro, che sono molto severe con le imprese. Per il resto, bisogna figurarsi il nostro sistema economico come un insieme di tre cerchi: in uno c’è l’economia statale o mista, in un altro c’è il settore privato, ancora molto consistente, e nell’altro c’è l’economia sociale basata su un nuovo modello di produzione orizzontale e sociale che cerca di coinvolgere anche la piccola e media impresa privata in un modello di relazioni sociali e produttive che mettono in discussione il modo di produrre capitalistico basato sull’estrazione del plusvalore. In questo disegno, scompaiono i responsabili delle risorse umane o i capi reparto e tutto l’apparato di figure proprio del sistema di sfruttamento capitalistico. Chi coopera con noi, deve cambiare registro. Gli utili non servono al profitto individuale, ma a quello collettivo: allo sviluppo del territorio, al miglioramento della qualità di vita delle persone e del paese. Lo stato aiuta e accompagna questo tipo di iniziative per tutto il ciclo produttivo. Così abbiamo anche la possibilità di controllare i prezzi all’origine, di calmierarli e di cercare di contenere l’inflazione, che non è ancora al livello che ci proponiamo. Organizziamo diverse fiere, molto seguite nel paese. Lo abbiamo fatto per un mese, nel corso delle feste natalizie, e lo facciamo periodicamente per favorire la piccola produzione alimentare, i piccoli pescatori. In parallelo, abbiamo moltiplicato le catene di distribuzione statale, in cui la popolazione può trovare i prodotti a prezzi calmierati.

L’opposizione dice che il governo ha fatto una finanziaria al di sopra dei propri mezzi, che mancano i prodotti dai negozi, che la vostra è una gestione economica fallimentare.
Si tratta di propaganda politica. In tutti questi anni, siamo riusciti a rimontare dal baratro in cui era precipitata l’economia dopo il colpo di stato del 2002. Abbiamo fatto fronte alle ricadute della crisi finanziaria europea del 2008 proprio con una politica finanziaria improntata alla prudenza, parametrata sul costo del barile di petrolio calcolato a metà del suo prezzo reale e ragionevolmente previsto. I prodotti ci sono, quando scompaiono questo si deve soprattutto alle grandi catene distributive e anche alla preferenza di certe fasce dalla popolazione per un tipo di marca particolare, che a un certo punto la principale catena distributiva privata, Polar, ha interesse a manovrare. Abbiamo istituito un tavolo di discussione settimanale con tutti i settori produttivi del paese e con la collaborazione di tutti i ministeri interessati per controllare i prezzi sui prodotti basici e contenere l’inflazione, che prima era al 24%, poi è scesa al 24, in novembre al 15%. Il settore alimentare ha molta incidenza, anche per questo stiamo potenziando i progetti di sviluppo per arrivare alla sovranità alimentare.Un altro settore determinante è quello dell’imballaggio degli alimenti, il settore plastico, con cui stiamo lavorando bene.

In Venezuela manca una leadership collettiva – dicono alcuni – e questo, in assenza del presidente Chávez, porterà al crollo del progetto bolivariano.
Stiamo lavorando alla costruzione di un’intelligenza collettiva. Anche per il nostro lavoro, per un lavoro di progettualità integrata, vale il discorso che facevo prima dell’unità produttiva. Anche noi funzioniamo come una unità produttiva in cui il dirigente è come un direttore d’orchestra che mette al diapason gli strumenti di tutti: abbiamo bisogno di chi gestisce la contabilità come di chi porta un pacco. Non c’è solo da pensare ai ministeri, ci sono i 24 governatorati, i municipi. Bisogna fare un calcolo costi-benefici, calcolare le uscite e le entrate sulla base dell’utilità sociale. Tutto questo si decide e si discute nei tavoli di lavoro. Tutto deve servire a trovare il punto di equilibrio nella nostra economia, con l’obbiettivo di ridurre il peso dell’impresa privata in quei tre cerchi a cui accennavo prima. Per questo, è importante aver presente gli architravi etico-sociali del nostro Piano di sviluppo socialista, e i suoi attori sociali: principalmente i consigli comunali che stanno imparando a gestire le proprie risorse e a orientare i progetti in vista della costruzione di un sistema statale basato sul modello comunale.

Il Venezuela è entrato a pieno titolo nel Mercosur. Cosa significa questo per i progetti economici di sviluppo?
Il secondo Piano di sviluppo socialista 2013-2019, che diventerà legge dopo l’approvazione in parlamento, ha raccolto e vagliato i suggerimenti della popolazione. Fra i suoi cinque obbiettivi storici, ha quello dell’indipendenza, che stiamo consolidando sulla base di nuove alleanze internazionali. Se abbiamo tante ricchezze -diciamo – perché non possiamo diventare una grande potenza? Il nostro lavoro all’interno dell’Alba o di altri organismi regionali più ampi come il Mercosur si basa sulla necessità di costruire un mondo multicentrico e pluripolare. All’interno dell’Alba, stiamo mettendo in campo relazioni di fratellanza basate anche sull’uso di una moneta comune, il Sucre che mira a ridurre lo strapotere del dollaro. Nel Mercosur, stiamo ampliando il numero di prodotti che possono circolare senza barriere doganali. Per noi si è trattato di uno sviluppo, su scala più ampia di alcune relazioni economiche bilaterali – con l’Argentina, con il Brasile o con l’Uruguay – che andavano un po’ nello stesso senso. Ora è come se fossimo tutti in una piscina comune. Si tratta di nuotare trovando spazi proficui che ci proteggano dalle speculazioni esterne ma anche dagli squilibri regionali.

Uno sguardo su El Salvador

L’impossibile è ciò che dobbiamo fare noi, perché del possibile se ne occupano gli altri tutti i giorni (Simón Bolívar)

(en castellano más abajo)

-Impressioni di un soggiorno di quattro mesi.

di Arkaitz González

(Gazte Komunistak – Gioventù Comunista Euskadi)

L’America Latina vive un processo entusiasmante frutto dell’influenza che esercitano i differenti processi rivoluzionari e le idee d’integrazione dell’ALBA che attraversano il continente; e questo piccolo paese centramericano, non è da meno, con il Venezuela come uno dei suoi principali alleati.

Il paese vive un momento eccellente, dovuto ai risultati conseguiti dal governo di Mauricio Funes e dal FMLN (Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional) in differenti ambiti.

Il governo ha programmi di assegnazione di appezzamenti di terreno a contadini poveri, cosi come un accordo chiamato “ALBA alimenti” con il governo del Venezuela, il quale assegna crediti agricoli a basso costo ai contadini sotto forma di sementi, investimenti e assistenza tecnica. Ha iniziato un percorso di eliminazione del latifondo, consegnando fino a 4.000 titoli di proprietà della terra in un mese, record storico, laddove con il governo di destra tale assegnazione non superò mai le 1.000 unità all’anno. El Salvador ha cominciato ad esportare nel settore agricolo e si spera che nel corso di un anno o due, sarà autosufficiente dal punto di vista alimentare.

Inoltre bisognerebbe mettere in risalto le riforme realizzate nel campo della sanità e in quello dell’istruzione, che hanno interessato tantissimi lavoratori e le loro famiglie. Nella sanità, la destra investiva 220 milioni di dollari – l’1,4% del PIL –  mentre adesso si investe il 2,4% del PIL, che equivale a 600 milioni di dollari, quasi il triplo.

Mentre prima le zone rurali erano frequentate solo una volta al mese in media, adesso sono frequentate una volta a settimana. Ciò ha richiesto il raddoppio dei presidi sanitari, passati da 377 a 624, è inoltre adesso assicurata la fornitura gratuita di medicinali all’interno di tali strutture, e assunti 2576 specialisti in diversi campi. Bisogna mettere in risalto che dei presidi sanitari costruiti in 153 municipalità del paese, 100 di questi sono stati costruiti nelle 100 municipalità più povere di El Salvador.

Nell’istruzione, la fornitura gratuita di uniformi scolastiche, calzature e attrezzature, ha aiutato 1 milione 300 mila studenti, sovvenzionando 5.223 fornitori (artigiani, micro, piccole e medie imprese), creando solo nel 2012,  50.000 nuovi lavori impiegati direttamente. A questo si aggiunga il programma “Vaso de Leche” (Ciotola di Latte) che ha aiutato 2.200 allevatori e fino a 500.000 studenti, cosi come l’ampliamento del programma Scuola Salubre dei governi di ARENA, che è passato da esser frequentato da 875 studenti, a 1.339.720 bambini in 1.960 centri, con bambini a partire dalla 3º primaria e che prima era presente solo in alcune zone rurali.

Riguardo l’alfabetizzazione, circa il 18% della popolazione con età superiore ai 15 anni (6.288.899 è la popolazione totale del paese) non sapeva né leggere né scrivere e sono state alfabetizzate 131mila persone. Tutti questi conseguimenti sono avvenuti grazie all’ex Ministro dell’Istruzione, attualmente vice-presidente e candidato alla presidenza del FMNL, Salvador Sánchez Cerén, ministro molto stimato per le sue inchieste.

Un altro accordo stipulato tra El Salvador e Venezuela, che si chiama “ALBA Petrolio”,  che procura 170 milioni di dollari al fisco. E’ un’impresa con fini sociali, i cui proventi si usano per programmi sociali. Oltre a ciò, esso fornisce il combustibile più a buon mercato rispetto al prezzo che gli altri fornitori fanno ricadere sui clienti finali.

Non bisogna nemmeno trascurare il sovvenzionamento del 40% che il governo concede alle imprese di trasporto pubblico, che abbassa il costo per gli spostamenti.

Tutto ciò è stato realizzato tenendo conto del debito pubblico di 20 miliardi di dollari che l’amministrazione di Funes e il FMLN hanno trovato quando sono giunti al potere.

Anche gli indicatori della violenza hanno subito una forte riduzione, dovuta alla tregua tra le due principali bande del paese, il che ha abbassato il tasso di omicidi giornalieri da 14 a 5. Dopo 20 anni di governi di destra, che hanno privatizzato il sistema bancario, il sistema pensionistico e i trasporti, che erano i pochi settori gestiti dallo stato, e abbandonato la terra, sostituendo tutto con importazioni, c’è oggi una nuova speranza per il popolo salvadoregno. A questo si aggiungano le conseguenze dell’adozione del dollaro statunitense come moneta nazionale, che ha portato un grandissimo aumento dei prezzi, mentre i salari sono rimasti invariati; più o meno lo stesso che è accaduto con l’euro in Europa. Inoltre , la totale circolazione dei capitali che si è avuta dopo la riduzione del sistema di tassazione e che ha liberalizzato totalmente l’economia è stato un favore fatto dal governo di Arena al padrone del Nord. Tutto ciò ha avuto come conseguenza una debacle lenta e continua, con conseguente impoverimento generalizzato, anche se oggi i cambiamenti realizzati rappresentano una rottura storica col passato. La situazione è difficile per la destra poiché il suo candidato alla presidenza, Norman Quijano, ha commesso la leggerezza di dire che se avesse vinto avrebbe eliminato i programmi “Vaso de Leche” e la fornitura di materiale scolastico gratuita, poiché a suo dire erano uno sperpero. Costui è stato protagonista di episodi di violenza quando era sindaco della capitale, sgomberando i venditori ambulanti nell’esecuzione del suo piano di “ristrutturazione” della città, elaborato dopo la sua visita alla capitale catalana Barcellona (Spagna); e quando gli si chiede di render conto dei fatti lui nega tutto. Inoltre si è rifiutato di approvare i crediti previsti per l’ampliamento nei settori della sanità e agricoltura, arrivando malvolentieri a accordi su ciò che il FMLN gli proponeva. A ciò bisogna sommare le contraddizioni interne che dilaniano il loro partito, i cui deputati passano in altre fazioni, sebbene anch’esse di destra, poiché considerano la sua posizione insostenibile di fronte la pressione delle ultime mobilizzazioni popolari. In Arena intendono dissimulare la loro crisi sostenendo che tali deputati sono stati comprati. Anche il candidato alla presidenza è stato imposto dai vertici di Arena, e ciò è stato determinante per la crisi interna che soffrono attualmente. Inoltre, a causa della sua debolezza, non è accettato dai vertici imprenditoriali e da uno dei più importanti magnati del paese, Alfredo Cristiani, che si è appropriato della Banca Pubblica e ha creato un enorme impero mediatico. Perciò, Norman Quijano, il candidato presidente “venditore di sabbia” ha cominciato la sua campagna elettorale quasi senza alcun sostegno economico.

Questo lascia grandi speranze di vittoria alla sinistra salvadoregna e al suo partito FMLN, che presenta l’ex ministro dell’istruzione e umile ex professore, Salvador Sánchez Cerén, che è stato molto apprezzato per la sua gestione dell’istruzione. I sondaggi quasi quotidiani della destra, nonostante le loro manipolazioni, davano il FMLN come primo partito per intenzione di voto rispetto alle presidenziali del 2014 e gli ultimi addirittura gli attribuivano un appoggio crescente della popolazione. Sánchez Cerén, di origini umili, ex combattente della guerrigla FMLN  e uno dei suoi maggiori e migliori comandanti, svolse una parte rilevante nei processi di negoziazione della pace del 1992, lavorerà per la cooperazione tecnologica, scientifica, commerciale e turistica con paesi come Russia, Cina, Cuba e altri. Inoltre lavorerà per diventare parte integrante dell’organismo ALBA, che procurerà ampi benefici per lo sviluppo di El Salvador e gli permetterà in modo pieno di proseguire sul cammino della pace e della giustizia sociale. Il governo del FMLN è il governo del cambiamento, la sua proposta attuale è quella di continuare su questa strada, ed è quasi una certezza che lo farà. All’opposto, se non dovesse vincere, ci sarà una catastrofe per il paese e il ritorno a un passato senza prospettive di futuro.

[trad. dal castigliano di Giuseppe Cecere]

¡Lo imposible es lo que nosotros tenemos que hacer, porque de lo posible se encargan los demás todos los días!  (Simón Bolívar)

Una breve mirada a El Salvador – Impresiones de una estancia de 4 meses

Arkaitz González

(Gazte Komunistak – Juventudes Comunistas de Euskadi)

América latina vive un proceso entusiasmador fruto de la influencia que ejercen los diferentes procesos revolucionarios y las ideas integracionistas del ALBA que recorren el continente; y este pequeño país centro americano, no está siendo menos, con Venezuela como uno de los aliados principales.

El país vive un momento excelente, debido a los logros alcanzados por el gobierno de Mauricio Funes y el FMLN en diversas materias.

El gobierno, tiene programas de entrega de paquetes agrícolas a campesinos pobres, así como un programa llamado ALBA alimentos con el gobierno de Venezuela, el cual, proporciona créditos agrícolas baratos a campesinos en forma de semillas, insumos, y asistencia técnica. También se ha comenzó a romper con el latifundio, entregando hasta 4 mil títulos de propiedad sobre la tierra en un mes, record histórico, mientras que con gobiernos de derecha nunca fue de más mil por año. El Salvador ha comenzado a exportar y se espera que el plazo de un año o dos, tener soberanía alimentaria.

Además habría que resaltar las reformas realizadas en salud y educación, las cuales han afectado a muchísimos trabajadores y familias. En salud, de 220 millones de dólares que invertía la derecha -1.4% del PIB- ahora se invierte, el doble, 2.4% del PIB, que equivale a 600 millones de dólares, casi el triple. Mientras antes estas zonas rurales eran visitadas solo una vez al mes, ahora son visitadas al menos una vez por semana. Todo esto ha supuesto la duplicación de centros de salud, es decir, de 377 a 624 centros sanitarios, la entrega gratuita de medicinas en estos, así como la contratación de 2576 especialistas de muy diversas aéreas. Hay que resaltar que de los centros de salud construidos en 153 municipios del país, 100 de ellos fueron construidos en las cien municipalidades más pobres de El Salvador.

En educación la entrega gratuita de uniformes, zapatos y útiles escolares benefició a más de un millón 300 mil estudiantes, al tiempo de favorecer a 5.223 proveedores (artesanos, micros, pequeños y medianos empresarios), creando solo en 2012, 50 mil empleos directos. A esto habría que añadirle, el programa Vaso de Leche que ha favorecido 2.200 ganaderos y hasta 500 mil estudiantes, así como la ampliación del programa escuela saludable de los gobiernos de ARENA, que pasó de atender a 875 estudiantes, a un millón 339 mil 720 niños de 1.960 centros, desde párvulos hasta 3º de primaría, el cual, antes solo llegaba a algunas zonas rurales.

En cuestión de alfabetización, alrededor de un 18% de la población mayor de 15 años (6.288.899 personas que tiene el país) no sabía ni leer ni escribir y han sido alfabetizadas 131 mil personas. Todo estas gestiones educativas son gracias, al ex ministro de educación, actualmente vicepresidente y candidato a la presidencia del FMLN, Salvador Sánchez Cerén, ministro más valorado por las encuestas.

Otro acuerdo que tiene El Salvador con Venezuela, que es ALBA petróleos, que ingresa 170 millones de dólares al fisco. Es una empresa con fines sociales, cuyos beneficios se usan para programas sociales. Además de ello, no hay que olvidar que ofrece el combustible más barato que el resto de abastecedores lo que repercute al cliente.

Tampoco hay que olvidar el la subvención que otorga el gobierno a las empresas del transporte de hasta un 40%, lo que abarata el pasaje del usuario.

Todo esto se ha logrado a pesar de la deuda de 20 mil millones con la que se encontró la administración de Funes y el FMLN.

Los índices de violencia también han sufrido una fuerte bajada debido la tregua entre las dos principales pandillas del país, que ha bajado los homicidios de 14 diarios de media, a 5.
Después de 20 de gobiernos de derechas, que han privatizado la banca, las pensiones, y las telecomunicaciones, que era lo poco que tenía el estado, y también abandonando el agro, sustituyendo todo por importaciones, se ha abierto un halo de esperanza para los salvadoreños. Hay que sumarle lo que ha supuesto la dolarización (dólar estadounidense), que ha supuesto un incremento de los precios muy grande, mientras los salarios no subieron; algo parecido a lo ocurrido con el euro en Europa. Luego, la libertad total de circulación de capitales que ocurrió quitándole los impuestos arancelarios y que liberalizó totalmente la economía, ha supuesto un favor hecho por ARENA al amo del norte. Todo esto supuso una debacle lenta y continua, que llevo a El Salvador a mayor empobrecimiento, pero los cambios realizados suponen una ruptura histórica con el pasado. La cosa está difícil para la derecha pues su candidato a la presidencia, Norman Quijano, cometió la torpeza que dijo al ser nombrado que acabaría todos los beneficios educativos como el vaso de leche y los insumos escolares gratuitos, según la cual, es un derroche. Este ha protagonizado también episodios de violencia como el alcalde de la capital, desalojando a los vendedores informales de sus puestos, en su plan de “reestructuración” de la ciudad, después de su visita a la capital catalana de Barcelona (España); y cuando se les pide responsabilidades este niega los hechos. Además, ARENA se negó a la aprobación de créditos la ampliación de presupuesto en salud y agricultura, e incluso llegar a acuerdos a pesar que el FMLN se los propusiese. A esto habría que sumarle las contradicciones internas que la resquebrajan, y cuyos diputados se pasan al lado de otras bancadas, aunque también derechistas, porque ven su posición insostenible antes la presión de las últimas movilizaciones populares. En ARENA intentan ocultar su crisis aduciendo que han sido comprados. El candidato a presidente también ha sido impuesto por las cúpulas del partido ARENA, lo que ha sido también determinante en la crisis interna que sufren en la actualidad. Además, debido a su torpeza, no es aceptado por las cúpulas empresariales y por uno de los principales magnates del país, Alfredo Cristiani, quién se adueño de la banca pública y el cual, posee grandes imperios comunicacionales. Por eso, Norman Quijano, el candidato a presidente arenero, ha comenzado sin apenas apoyo económico para su campaña.

Esto deja grandes posibilidades de victoria para la izquierda salvadoreña y su partido el FMLN, la cual, presenta al ex ministros de educación y humilde ex profesor, Salvador Sánchez Cerén, el cual, fue el ministro más valorados por sus gestiones en educación. Las encuestas incluso de diarios de derecha, a pesar de sus manipulaciones, pusieron por encima al FMLN en la intención de voto cara a las presidenciales de 2014, y las últimas incluso la acrecentaron. Sánchez Cerén, proveniente de una familia humilde, ex combatiente de la guerrilla FMLN y uno de sus mayores y mejores comandantes, e importante pieza de los procesos de negociación para la paz de 1992, buscará la cooperación en tecnológica, científica, comercial, turística, con países como Rusia, China, Cuba y otros. Además, buscará ser parte integrante del organismo internacional ALBA, lo que supondrá amplios beneficios para el desarrollo de El Salvador y le permitirá de manera más plena ir hacia el camino de la paz y justicia social. El gobierno del FMLN es el gobierno de la cambio y ahora, su propuesta es continuarlo, y es casi una certeza que podrá hacerlo; de lo contrario, esto supondrá una catástrofe para El Salvador porque supondrá un regreso al pasado sin futuro.

Argentina ed Italia a confronto di fronte all’aggressione degli avvoltoi internazionali

di Marco Nieli

Quando torno periodicamente in Italia per le vacanze estive di gennaio, amici e conoscenti puntualmente mi chiedono: “ma lì come va?”

La mia risposta di solito è circostanziale: “tutto sommato, potrebbe andare peggio, visto quello che questo paese ha passato negli ultimi 45 anni e poi, bisogna analizzare anche la tendenza presente e futura, non solo la storia recente. Ne riparliamo tra 10 anni…”.
Una risposta più articolata, invece, potrebbe seguire il filo delle riflessioni che qui tento di svolgere.

Poiché gli Italiani non sembrano rendersi ancora sufficientemente conto della trappola per topi nella quale stanno per cacciarsi [con l’indebitamento con l’FMI, il Fiscal Compact firmato con l’UE e le politiche di austerità “espansiva” (sic?)], l’esempio argentino può davvero essere prezioso.

Ancora oggi, questo paese paga le conseguenze disastrose di una politica di indebitamento selvaggio con gli organismi finanziari internazionali (iniziata all’epoca della Dittatura Militare del ’76-’83), della quale politica si sono beneficiate soprattutto le corporations nazionali e internazionali, la rendita finanziaria e gli strati alti della classe media. Il proletariato industriale, i vecchi e nuovi poveri delle villas-miseria e la stessa classe media urbana (per non parlare delle popolazioni mestizas e native del nord) hanno subito unicamente le conseguenze negative di questa politica di tagli alla spesa sociale, demolizione dello Stato sociale dell’epoca menemista e privatizzazioni indiscriminate.

Vivendo e lavorando in Argentina, ci si può rendere conto nella quotidianità del grado di deprivazione e impoverimento della cultura materiale (dal know-how tecnologico, cardine del sistema produttivo nazionale al sistema delle infrastrutture), della perdita di qualità del sistema d’istruzione e formazione tecnica (praticamente azzerata, quest’ultima, nell’epoca menemista) e della disperazione sociale inculcata in un’intera generazione riguardo alle possibilità di auto-determinarsi in economia come in politica, con il tipico senso di inferiorità indotta: noi non siamo capaci al pari degli altri popoli “civili”, un tipico riflesso del meccanismo pedagogico e psicologico di massa favorito dal dominio neo-coloniale).  Come illustrato mirabilmente da un grande intellettuale argentino, di orientamento radical-nacionalista e poi filo-peronista, A. Jauretche, nel suo Manual de las zonceras argentinas.

Tutto ciò è difficile spiegarlo e farlo comprendere al popolo italiano, che non ha mai provato sulla propria pelle le conseguenze di una seria politica di austerità e tagli alla spesa sociale, imposta dal FMI, dalla Banca Mondiale e dai vari “avvoltoi” della finanza internazionale. Con l’aggravante di una politica monetaria basata sul cambio fisso (qualcuno ricorda in Europa il cambio dell’1 a 1 argentino?), per giunta sprovvista di sovranità e totalmente delegata alla BCE, ossia a una federazione di organismi bancari privati. Parlo qui, ovviamente, degli Italiani in generale, sorvolando sui Meridionali, che invece politiche simili le hanno già provate negli anni seguenti l’unificazione e che sembrano però aver rimosso, volenti o nolenti, questo trauma storico.

La maggioranza degli Italiani appare allo stato frastornata, confusa, sicuramente divisa per effetto della manipolazione mediatica, che appiattisce l’opinione pubblica sulla dogmatica del pensiero unico neo-liberista (dettata dai centri decisionali della trojka, dal potere bancario internazionale e dalle agenzie di rating, guarda caso tutte targate USA), favorendo al contempo la frammentazione sociale e l’individualismo (l’egoismo cinico del “si salvi chi può”). Unici tentativi di reazione, allo stato, il Movimento 5 Stelle, con la sua forza dirompente basata sull’esperimento di democrazia diretta (pur con tutte le ambiguità del caso) e, come espressione di una società che aspira a farsi società politica, i numerosi Comitati di lotta, dal No-Tav, al No-Debito, dai pastori sardi ai Forconi Siciliani, passando per i gruppi dell’ALBA e del “Cambiare si può” (confluiti recentemente nella lista “Rivoluzione Civile”), etc. Un inizio di reazione, che già pur rappresenta qualcosa, anche se troppo poco al momento, secondo me, data la gravità della situazione.

Per questo, ritengo, che dovremmo studiare con maggior attenzione e fare tesoro dell’esperienza argentina di questi ultimi 10 anni (2003-2013), come anche, ovviamente del suo importante alleato politico e partner economico, il Venezuela bolivariano. Forse il caso argentino, ancora più del Venezuela, può essere utile agli Italiani, non solo per i noti legami identitari e culturali dovuti al consistente flusso migratorio dall’Italia (circa 16 milioni di discendenti su una popolazione complessiva di 40), ma anche perché la società e l’economia argentina presentavano, agli inizi degli anni ’70, notevoli analogie con quella italiana (un’organizzazione sociale diffusa, con settori di classe media consistenti; un’economia industriale sviluppata, di cui una parte importante gestita dallo Stato; un sistema di welfare e di diritti sociali, ispirato ai principi del Keynesismo; marcati squilibri tra il centro (Roma, Milano e alcune regioni del nord in Italia; Buenos Aires in Argentina) e la periferia (il sud e le isole in Italia; le province del nord, soprattutto Tucuman, il Chaco e del sud, la Patagonia, in Argentina). Se nel giro di circa 35 anni, con la terapia d’urto prima della Dittatura e poi delle politiche neo-liberiste di Menem, la sovranità economica argentina è stata completamente spazzata via, fino alla catastrofe del Corralito (2001) e alla rivolta popolare del Que se vayan todos (che ha segnato, indubbiamente, un punto di svolta e di reazione della società argentina al massacro sociale che stava subendo), perché dovrebbe risultare ozioso credere che le stesse conseguenze catastrofiche potrebbe sperimentarle a breve anche l’Italia? Non si tratta di fare i profeti di sventura o i disfattisti, come spesso viene rimproverato alle voci discordi dal coro dai “nuovi mandarini” di regime, ma semplicemente di applicare un minimo di buon senso all’analisi dei dati di fatto dell’andamento dei due paesi.

Quello che sto cercando di dire è che, se abbiamo molto da imparare dalle esperienze traumatiche vissute dal popolo argentino, preda storicamente delle ricette neo-liberiste e della speculazione finanziaria, moltissimo dovremmo anche imparare dalla sua capacità attuale di resistenza agli avvoltoi di oggi e di sempre, sia sul piano delle politiche governative adottate dai Kirchner, sia su quello, ancora più prezioso, delle nuove forme di lotta sociale messe in campo dalla società civile (movimento delle fabbriche auto-gestite, associazioni alla Barrios de Pié, organizzazioni studentesche, sindacati indipendenti alla CTA, comitati popolari ecologisti e anti-mineria, movimenti dei nativi, fino ad arrivare al movimento pro-ALBA, Marea Popular e alla lotta dei tercerizados dei trasporti e del petrolio). Con l’importante differenza che il radicamento sui territori di queste lotte hanno portato l’Argentina a costruire, negli ultimi due anni, almeno due grandi progetti di alternativa al kirchnerismo (già di per sé più avanzato di qualsiasi governo Prodi o Bersani che potremmo mai pensare di avere in Italia): il F.A.P. (Frente Amplio Progresista), progetto di liberazione nazionale di sinistra (Izquierda nacionalista) a guida H. Binner e il Frente de Izquierda, più classista e internazionalista, guidato dal Partido Obrero di J. Altamira.

Da molti indizi convergenti, è dato intendere che, nei prossimi quattro anni, l’indirizzo delle politiche per il recupero della sovranità politico-economica dell’Argentina sarà conteso tra questi tre modelli, di cui uno, social-democratico e progressista, confermato con il 54% dei consensi alle Presidenziali dell’ottobre 2011 (il Frente para la Victoria di C. Fernandez de Kirchner) e un altro, il F.A.P., impostosi con il 17% dei voti come seconda forza del paese (scavalcando le ormai fatiscenti opposizioni di destra). Uno scenario politico infinitamente più spostato a sinistra, come si vede, di quello nostrano, se non altro per lo svuotamento e il disorientamento delle proposte di destra, Union Civica Radical, in primo luogo. Sarà lecito pensare che a un tale scenario odierno, impensabile fino a venti anni fa, abbia massicciamente contribuito il totale discredito e perdita di credibilità dell’F.M.I., della Banca Mondiale e dei vari governi fantoccio etero-diretti, succedutisi nell’attuazione delle ricette da loro imposte all’Argentina (fino alla rocambolesca fuga in elicottero di de la Rua nel 2001)?

Sul braccio di ferro tra le due Cristine (Cristina Fernandez de Kirchner, Presidenta degli argentini e Christine Lagarde, Presidentessa dell’F.M.I.) abbiamo già informato in passato. I punti di vantaggio della politica economica odierna del governo progressista sono, a nostro avviso, una politica monetaria sovrana (con la Banca Centrale stabilmente controllata dal Governo), un programma di investimenti pubblici che favorisce la crescita economica e dell’occupazione (tipica in quest’ottica, la nazionalizzazione con indennizzo delle quote della YPF detenute dalla spagnola Repsol operata nel corso di quest’ultimo anno) e la diversificazione degli accordi commerciali con i nuovi partners della scena mondiale allargata (Cina, Giappone, Brasile, Venezuela, Iran, Russia, etc.). Il tutto unito a un’importante opera di rivendicazione della sovranità geo-politica (si pensi al caso Malvinas) dell’Argentina presso tutte le sedi internazionali (ONU in primis, ma anche e soprattutto con l’appoggio dell’ALBA e del Mercosur).

L’insieme di tutti questi fattori di recupero della sovranità ha fatto sì che la minaccia di espulsione dal F.M.I. per la data dello scorso 17 dicembre, cadesse nel vuoto, nella totale dimenticanza e trascuratezza dei media di regime in Occidente.

La notizia che invece è passata attraverso i nostri media, anche se su di un piano defilato, è la parziale vittoria di Cristina nella contesa giudiziaria con i fundos buitre (fondi avvoltoio), che aveva portato al sequestro della goletta argentina Libertad nel porto di Accra (Ghana) nel passato mese di dicembre. Lo scorso 9 gennaio, la goletta è ritornata a Mar del Plata, dove è stata accolta trionfalmente da un popolo argentino festante, strettosi intorno alla sua Presidenta, dopo le proteste di piazza dell’8-N.

Senonché, questa battaglia vinta rischia di trasformarsi in una guerra di trincea e non sappiamo quanto potrà durare.

Giù le mani dall’Iran!

Fonte: Comunisti per la Siria con i Paesi dell’ALBA – Solidarity with Iran

Cari amici e sostenitori del diritto dell’Iran all’autodeterminazione.

Questo messaggio urgente vuole attirare la vostra gentile attenzione alla petizione qui sotto – firmata da Ramsey Clark, l’ex ministro della giustizia degli Stati Uniti e che ora sta venendo firmata da altri attivisti del movimento contro la guerra – che condanna le sanzioni e le minacce di guerra contro l’Iran. Per favore fate circolare la petizione il più possibile. L’obiettivo è quello di raccogliere più firme possibile prima del prossimo round di negoziazioni tra il gruppo 5+1 e l’Iran che si dovrebbe tenere entro la fine di questo mese (gennaio 2013). Oltre a firmare la petizione online, apprezzeremmo molto se ci poteste informare del vostro sostegno attraverso una breve nota di conferma al mio indirizzo email, all’interno della petizione stessa.
Con cortesia e solidarietà,
Hamid Shahrabi
Co-fondatore di ‘Solidarity with Iran’- SI Campaign

Giù le mani dall’Iran

All’avvicinarsi del nuovo round di negoziazioni tra i paesi del 5+1- cioè Usa, UK, Francia, Russia, Cina più la Germania – con l’Iran per discutere il cosiddetto “problema di un Iran nucleare”, noi i sottoscrittori dichiariamo la nostra presa di posizione sull’argomento come segue:

In una riunione che si è tenuta il 12 gennaio 2013 a Riverside Church in New York, in occasione del 85 compleanno di Ramsey Clark, ex ministro della giustizia americano e che coincideva con il ventesimo anniversario della fondazione dell’International Action Center (IAC) (Centro per l’Azione Internazionale NdT), Ramsey Clarck e Sara Flounders (cofondatrice  dell’IAC) hanno messo le prime firme alla petizione intitolata “Il 99% per le negoziazioni del 5+1 con l’Iran”. Il testo della petizione, che è stata sponsorizzata da un crescente numero di organizzazioni contro la guerra, incluse Solidarity with Iran -Si Campaign e IAC, è il seguente:

*****

All’avvicinarsi del nuovo round di negoziazioni tra i paesi del 5+1- cioè Usa, UK, Francia, Russia, Cina più la Germania – con l’Iran per discutere il cosiddetto “problema di un Iran nucleare”, noi i sottoscrittori dichiariamo la nostra presa di posizione sull’argomento come segue:
Ci sono 2 parti nella disputa, una composta dagli Usa e dai loro alleati nell’Unione Europea che accusano l’Iran di star costruendo armi nucleari – senza presentare neanche un briciolo di fatti o documenti credibili – e l’altro composto dall’Iran, che si sta sforzando di proteggere il suo diritto allo sviluppo di energia nucleare con scopi  pacifici sulla base delle disposizioni dell’Ente Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA).
Sulla base di accuse infondate, usate come pretesto, una delle 2 parti diretta dall’impero statunitense sta già da tempo punendo l’Iran con sanzioni da genocidio, un atto inumano che ha messo in pericolo la vita di decine di milioni di iraniani innocenti per il loro solo ‘crimine’ di voler vivere liberi e indipendenti dal giogo di potenze egemoni. La scusa per queste aggressioni è un asserzione che è stata fortemente negata da governanti iraniani ed organizzazioni internazionali come il ‘Fronte delle Nazioni non Allineate’, che rappresenta 120 paesi. Inoltre, l’accusa che l’Iran intenda sviluppare armi nucleari è stata confutata persino dalle organizzazioni di intelligence degli stessi Stati Uniti.
Una parte di questa disputa ha continuamente mostrato la sua arroganza imperiale commettendo crimini di guerra in Afganistan, Iraq, Libia e Siria e attraverso il totale supporto ad Israele e ai suoi ripetuti eccidi in Palestina. L’altro lato, l’Iran, non ha mai iniziato guerre di aggressione da quando è stato rovesciato il finto regime della Shah nel 1979. Questo fatto, in linea con la presa di posizione corrente dell’Iran contro ogni guerra nel resto del mondo, indica che l’Iran vuole vivere in pace con le altre nazioni.
Conoscendo i fatti e le reali prese di posizione delle due parti della disputa, come può un amante della libertà rimanere in silenzio ed essere imparziale sulle ‘negoziazioni’ tra i due campi?. In queste negoziazioni una parte rappresenta gli oppressori e l’altra gli oppressi. Un lato cerca di dominare, sfruttare e saccheggiare e l’altro vuole preservare il suo diritto di sovranità e di autodeterminazione. Un lato rappresenta i privilegi delle grandi forze capitaliste che costituiscono l’1% della popolazione mondiale e l’altro invece si batte per la pace, l’indipendenza e la giustizia, cause comuni al restante 99%. Per questo siamo dalla parte dell’Iran e chiediamo urgentemente a tutti gli attivisti del movimento internazionale per la pace di unirsi a noi firmando questa petizione e domandando:
– La fine immediata delle sanzioni e la fine delle minacce di guerra contro l’Iran.
– Un accordo giusto con l’Iran, riconoscendo il diritto della popolazione iraniana allo sviluppo di energia nucleare per scopi pacifici.
– Giù le mani dall’Iran (Hands off Iran!)

[Traduzione dall’inglese di Tommaso Cavagna]

(VIDEO) Napoli: la Mensa ora è di tutti!

22 gennaio 2013

di Martina Tabacchini

Post #23 “‘O scem”

Quindi questo è un post senza senso. Come quando mi hanno chiesto: “Cosa fai questo sabato?” ed io ho risposto che avrei passato tutto il sabato insieme ai miei compagni, alcuni di loro amici, nella Mensa Occupata di via Mezzocannone a Napoli. “Ci occuperemo di far la spesa, cucinare, servire e mescere vino. E non (solo) perché siamo giovani e ci piace bere, ma perché stiamo cercando di raccogliere fondi per delle iniziative sociopolitiche e culturali nell’area Nord di Napoli”. Non ho dato troppe spiegazioni, forse non ho detto neanche la parola compagni, li ho chiamati amici per fare prima. “E perché fai questo? Ti pagano?” Ho risposto che se per “pagamento” intendevano dei soldi, non ne avrei presi, anzi personalmente ci ho messo io dei soldi in favore di quest’iniziativa. “E allora perché lo fai?”, evidentemente la mia risposta politicamente corretta non gli è piaciuta, non è stato abbastanza dire che condividere esperienze collettive con amici fa bene al cuore, alla mente e poco al fegato. “Eh, ma che è sta mensa? Un locale?”. Ho spiegato cos’è la Mensa Occupata: una struttura degna dei peggiori sprechi, chiusa da troppi anni, una mensa nuova di zecca, ancora impacchettata. Una mensa universitaria CHIUSA.

La Mensa ora è di tutti (VIDEO)


downloadDopo questa spiegazione è seguita una serie domande intelligentissime “Ma ci dormono dentro? Sai che schifo, ma perché non vanno a lavorare? Ma che te ne importa, tu andavi all’Orientale e non ti sei neanche laureata! Ma poi consumano l’elettricità dell’università, sono dei ladri! Ma… ma.. e ancora ma…”

Volevo usare questo post senza senso per dire che sabato l’iniziativa è riuscita benissimo. Io mi sono divertita come una bambina, i miei compagni sono stati bravissimi, la “Brigata Primo Piatto” è uscita pressocché indenne dal pulire 15kg di friarielli, cuocere e scolare 10 kg di pasta e servire a tempo di record tutti i piatti senza romperne neanche uno!

Ottimo momento di aggregazione, che è servito a tutti per consolidare il Coordinamento.

Ai miei Compagni, a quelli nuovi, a quelli che sono amici, a quelli che ancora mi chiedono di dove sono (e ai quali non so mai come rispondere), a chi mi ha dato 22 anni, a chi ha mangiato la nostra pasta mettendoci il formaggio, a chi è passato a salutare, chi è andato via senza salutare, a chi ha criticato la musica troppo alta, a chi si è ubriacato, chi ha abbracciato, chi si è seduto stanco e in silenzio, chi ha cantato/ballato, a chi ha amato, ai Compagni della Mensa Occupata, ai miei genitori che hanno contribuito al nostro progetto, a chi mezz’ora prima di iniziare a mangiare è andato a fare “pulizia stradale”, a quelli il cui sudore ha bagnato i maglioni, il mio più sincero ringraziamento.

Ci vediamo il 26 Gennaio, a partire dalle 15.00 a Giugliano in Piazza Matteotti contro sessismo, omofobia e razzismo in tutte le sue forme. Saranno disponibili tele e pannelli per writing e pittura estemporanea con partecipazione aperta a tutti. Nel tardo pomeriggio ci sarà un’assemblea pubblica antirazzista con interventi liberi e proiezioni di interviste ed altri video. L’evento si prolungherà nella serata con Djset, Live, hip hop e molti altri generi musicali.

Adelante Compañeros!!!

La costruzione dell’Immagine del Nemico

di Gianmarco Pisa

Com’è noto, due tra le condizioni che maggiormente incidono (in negativo) sulla individuazione di soluzioni positive o di ipotesi negoziali (per non parlare di tentativi di vera e propria “riconciliazione”, nella pace e nella giustizia) in un conflitto in corso sono la costruzione dell’immagine di nemico e la calendarizzazione dell’agenda negoziale, con le sue priorità e la sua tempistica. Nel caso della guerra civile e per procura in corso in Siria, giunta ormai al suo ventesimo mese, entrambe le opzioni sono ampiamente soddisfatte, fino a prefigurare, in questa controversia al tempo stesso locale, regionale e internazionale, un vero e proprio “caso di scuola”. Sulla costruzione dell’immagine di nemico si stanno esercitando ormai da mesi, alternativamente, la propaganda alimentata dai mezzi di comunicazione “occidentali” e le cancellerie degli alleati europei, atlantici e petro-monarchici: basti mettere a confronto, per averne una plastica riprova, la programmazione televisiva e la qualità dell’informazione, con i reportage dedicati alla crisi siriana, rispettivamente rilanciata dai grandi network “atlantici” (tipo la CNN e la BBC, per non parlare di Al Jazeera) o dalle televisioni non-allineate al mainstreaming “imperiale” (dalla russa RTV alla bolivariana Telesur). La costruzione dell’immagine di nemico è operazione, sia sotto il profilo semantico sia dal punto di vista politico, estremamente raffinata e sofisticata: richiede al tempo stesso l’applicazione di un linguaggio, la redazione di veri e propri immaginari e la loro costante riproduzione e legittimazione presso le opinioni pubbliche nazionali e internazionali, fino a far diventare l’“immagine”, opportunamente costruita, del “nemico” come l’unica “rappresentazione” plausibile, entro un determinato circuito informativo e comunicativo, del “soggetto” in questo caso raffigurato come “nemico”.

Probabilmente, proprio per i caratteri estremamente sofisticati di tale operazione, alcuni esempi sono molto più denotativi delle corrispondenti definizioni teoriche: il caso di Slobodan Milosevic è noto a tutti ed anzi può essere considerato come il vero e proprio antesignano di questa strategia di comunicazione, manipolazione e mistificazione in grado di rendere una autorità, fino a pochi anni prima eretta a rango di pilastro della pace e della stabilità nella sua regione, di volta in volta un autocrate, un despota, un tiranno, un vero e proprio nemico dei popoli e dell’umanità. Quello che sta succedendo nel caso di Bashar al-Assad può essere considerato come un ulteriore stadio della pervasiva opera di sofisticazione del reale attrezzatasi nelle forme di una vera e propria costruzione di immaginario e, di conseguenza, di nemico: si pensi solo alla approssimazione delle notizie riguardanti la vicenda bellica, tra vittime del conflitto univocamente attribuite al governo siriano (stime peraltro assai contraddittorie, che passano dalle 35.000 alle 60.000 a seconda delle fonti e tutte invariabilmente, in questo stereotipo, attribuite al governo, sebbene si tratti del numero complessivo delle vittime, contando dunque anche quelle di parte governativa) ed episodi del conflitto riportati spesso senza fonte, senza verifica e, ciò che è peggio, senza attribuzione (alternando così notizie di bombardamenti da parte delle forze governative a notizie di autobombe presso sedi istituzionali indicate senza attribuzione alcuna, lasciando intendere surrettiziamente che perfino queste siano o possano essere opera delle forze governative).

L’operazione, studiata e raffinata, di costruzione del nemico, finisce così per conseguire tre scopi insieme: la totale delegittimazione del destinatario dello stigma, la completa deformazione delle posizioni in campo e dello svolgimento del conflitto, quale realmente è, e, non meno importante, la grave alterazione dell’opinione pubblica, con la conseguente preparazione ad una sempre più eventuale aggressione militare ammantata da pseudo-presupposti di liberazione, di emancipazione e di pacificazione, prendendo a pretesto, tra le altre cose, eccidi mai compiuti (il caso delle presunte fosse comuni di Racak, in Kosovo, è passato alla storia) e ricostruzioni mai provate (il “racconto” del tavolo negoziale di Rambouillet, sempre in riferimento al caso kosovaro, corrisponde assai poco al suo svolgimento nel “reale”). Tutto ciò finisce con il determinare anche l’agenda diplomatica, tempi, modi e priorità che la “comunità internazionale” finisce con l’assegnarsi in relazione allo svolgimento o alla risoluzione di un conflitto: non a caso, l’accelerazione della NATO, su sollecitazione della Turchia, in relazione all’installazione delle batterie di missili “Patriot” lungo il confine turco-siriano, fa seguito alla minaccia, mai provata (anzi ripetutamente smentita) di un presunto uso di armi chimiche da parte delle forze governative siriane. L’azione negoziale resta così fortemente condizionata e, in numerosi casi, inibita proprio dalla mistificazione delle fonti, dalla manipolazione del reale e, in definitiva, dalla delegittimazione (di alcune) delle parti in azione: lo stesso condizionamento, a ben vedere, che impedisce di riconoscere, in riferimento al caso siriano, il fatto che sinora, dalle forze della cosiddetta “opposizione” raccolte nel Consiglio delle Opposizioni, che comprende anche forze terroristiche e che risulta ampiamente egemonizzato dalle frange islamiste del CNS (Consiglio Nazionale Siriano), non sia giunta alcuna proposta negoziale se non quella, banale e settaria, del “via Assad poi se ne parla”; ed anche il fatto che una delle più articolate proposte negoziali interne sia stata avanzata proprio da Assad, con il suo piano di pace in tre tappe: cessazione del supporto esterno ai gruppi terroristici, fine delle reciproche ostilità tra gruppi armati e forze regolari, apertura di un “dialogo nazionale” con tutte le forze patriottiche che non hanno svenduto il Paese agli interessi stranieri, in direzione di una Conferenza per il Dialogo Nazionale e nella prospettiva di una Assemblea Costituente e di nuove elezioni politiche. C’è davvero da sperare che il furore della propaganda, anche presso ambienti – cosiddetti – democratici e progressisti, non finisca per rendere ciechi di fronte alla possibilità di un’alternativa reale e di un superamento positivo della guerra in corso in Siria.

Bolivia: le promesse e le sfide del governo socialista

Di W.T.Whitney Jr. – 16 gennaio 2013

Il governo boliviano ha iniziato il 2013 su una nota ottimistica. I progetti di orientamento socialista mirati a puntellare l’indipendenza nazionale e a proteggere i diritti degli indigeni sono risultati apparentemente procedere secondo i piani. Ora, tuttavia, il governo deve occuparsi dei rapporti emergenti sulla corruzione nell’apparato.

Sondaggi d’opinione mostrano che il presidente Evo Morales, vincitore in misura schiacciante di due elezioni presidenziali e di un voto di revoca, gode di una percentuale di consenso del 64%. Agli inizi del 2012 la povertà era scesa dal 61% dei boliviani nel 2007, al 49%. La povertà estrema è scesa del 20% nel 2012. Il tasso di crescita economica della Bolivia del cinque per cento nel 2012 si ripeterà, affermano gli operatori. Le esportazioni crescono e le riserve internazionali della Bolivia hanno raggiunto un nuovo picco di 14 miliardi di dollari.

Il riconoscimento di tali risultati fa a gara con il plauso che Morales si è conquistato da presidente indigeno alla guida di una nazione a maggioranza indigena, per la sua difesa dell’integrità dell’ambiente, e per il suo ruolo di protagonista degli sforzi per invertire il cambiamento climatico. La presentazione di Morales, il 21 dicembre 2012, di un “Manifesto dell’Isola del Sole” è un caso emblematico.

Decine di migliaia di indigeni attendevano su quell’isola del lago boliviano Titicaca mentre un duplicato di una imbarcazione a vela tradizionale india si avvicinava trasportando il presidente Morales in paramenti indigeni. Egli ha esordito:

“Quest’isola è il luogo dove è iniziato il tempo ed è iniziata la storia dei figli del Sole. Ma poi è caduta l’oscurità con l’arrivo degli invasori stranieri […] Noi proclamiamo la fine dell’era dell’oscurità e del “non-tempo” e l’inizio dell’età della luce. […] Ancora una volta è l’ora per i popoli, i movimenti sociali e tutti coloro che nel mondo sono stati emarginati, discriminati o umiliati, di unirsi, organizzarsi, mobilitarsi, acquistare consapevolezza e sollevarsi”.

Morales ha proposto “dieci modi per contrastare il capitalismo e cominciare a costruire una cultura della vita.” Tra di essi vi erano: ricostruire la democrazia, trasferire il potere ai poveri, costruire diritti sociali e umani, “decolonizzare i nostri popoli e le nostre culture” per costruire un “socialismo comunitario del benessere” e proteggere l’ambiente. Ha reclamato la sovranità sulle risorse naturali, la sovranità alimentare, ha sollecitato alleanze contro l’interventismo e lo sviluppo del sapere per tutti. Persegue una “unione globale istituzionale dei popoli” e “uno sviluppo economico olistico”.

Lo sfondo di questo evento spettacolare, programmato in coincidenza con il solstizio d’inverno, è stato, tuttavia, meno attraente. Emerge che procuratori, giudici e polizia si siano dati alla corruzione nell’intero corso della presidenza di Morales. Alti dirigenti sono in carcere e ora risultano implicati alcuni degli stessi ministri del presidente Morales.

Il governo ha annunciato il 25 dicembre che due “ministri della presidenza” a un ex “ministro del governo” sono sotto indagine. A tutto il novembre scorso, una dozzina di funzionari della magistratura e procuratori sono stati incarcerati, tra cui Fernando Rivera che era stato responsabile dell’incarcerazione per 18 mesi del cittadino statunitense Jacob Ostreicher. Questi, nativo di Brooklyn, era accusato di essersi affidato a trafficanti di droga per finanziare vaste operazioni di acquisto di proprietà fondiarie e di coltivazioni di riso. Il suo recente rilascio ha avuto luogo grazie all’intervento dell’attore Sean Penn e di un membro del Congresso statunitense.

Il sequestro e la vendita delle proprietà di Ostreicher compendiano la categoria di maggior spicco della corruzione. Esercitando nuovi poteri, i funzionari hanno confiscato merce di contrabbando, proprietà asseritamente finanziate mediante trattative di droga, beni di imprese straniere e terre passate allo stato nella riforma agraria. Camionisti, amministratori e altri dipendenti dei presi di mira sono stati coinvolti come complici. I beni confiscati sono diventati suscettibili di vendite lucrose dopo quindici giorni, periodo in cui i boss e i sottoposti non sono stati in grado di dimostrare la natura legale delle loro attività. E imprese multinazionali e persino gente ricca di destra ansiosa di compiacere un governo di sinistra confiscatore hanno acconsentito a consegnare beni selezionati.

Secondo Jorge Lora Cam, fonte di gran parte di queste informazioni, la corruzione dei funzionari è diffusa. Il “Ministro della Trasparenza” ha riferito nell’agosto del 2012 di  “8.000 processi della magistratura in corso per corruzione, anche se [sinora] con soli 100 detenuti.”  Lo stesso ministero aveva rivelato nel 2010 che “tra il 2006 e il 2010, sono state ricevute 71 denunce di corruzione coinvolgenti 568 funzionari.” Lora Cam suggeri che i funzionari dei vecchi regimi al servizio di oligarchi locali e internazionali erano ben versati nella corruzione. Sono stati il modello, afferma, e la loro influenza permane.

Nel frattempo il governo prosegue con la sua agenda socialista. Il 29 dicembre Morales ha annunciato la nazionalizzazione di quattro imprese controllate dalla Iberdrola Corporation spagnola: due centri di distribuzione dell’elettricità, una società di servizi elettrici e una società d’investimenti. L’Impresa Nazionale dell’Elettricità boliviana amministrerà queste società, più un’altra nazionalizzata, nel maggio del 2012 [? sic]. Morales, a giustificazione della nazionalizzazione, ha citato le elevate bollette addebitate ai clienti rurali.

Ciò nonostante, in una dimostrazione di fiducia nel governo socialista della Bolivia, i banchieri internazionali hanno investito a ottobre 4,5 miliardi di dollari in titoli boliviani a bassi tassi d’interesse per il finanziamento di progetti infrastrutturali.

I mercati e gli investimenti stranieri sono stati considerazioni chiave anche mentre è in corso il nascente progetto boliviano dell’induzione di estrazione e lavorazione del litio. Il presidente Morales è stato presente il 4 gennaio al confine delle saline di Uyuni, nel sud della Bolivia, alla cerimonia d’inaugurazione di un impianto d’avanguardia di proprietà statale di produzione del litio. La Bolivia possiede vasti depositi di litio, essenziale nella fabbricazione di batterie usate nelle auto elettriche, nei telefoni cellulari e nei computer portatili.

Nell’Isola del Sole, Morales ha denunciato “questa era di violenza contro gli esseri umani e la natura”. Ha sollecitato “una nuova era… un’era in cui gli esseri umani e la Madre Terra siano una cosa sola”. Quanto al qui ed ora, Jorge Lora Cam sollecita “l’esercizio dal basso di pratiche contrassegnate dalla solidarietà, dalla partecipazione, dalla trasparenza e dal controllo sociale. E’ l’unico modo in cui la società può sradicare i gruppi e le reti mafiose. [Altrimenti] i diritti fondamentali degli indigeni e del popolo in generale saranno ignorati”.

W.T.Whitney Jr., pediatra a riposo, è un attivista della solidarietà a Cuba e membro dei Veterani per la Pace. Scrive su temi latinoamericani.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-promises-and-challenges-of-bolivias-socialist-government-by-w-t-whitney-jr

Originale:  Mr Zine

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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