(FOTO) I giovani e il consiglio comunale di Los Ruices di Caracas

Nello stesso punto che ha registrato una de las guarimbas più violente tra febbraio e marzo, che ha visto la morte di un GNB colpito in testa da un fucile di un cecchino, o oggi il Potere Popolare fa sentire la sua azione benefica

da Consiglio Comunale Los Ruices

I giovani insieme al consiglio comunale di Los Ruices nel recupero del loro campo sportivo, situato in fondo alla via María Auxiliadora, che si trova in condizioni piuttosto deteriorate, cosa che impedisce il suo pieno utilizzo da parte di bambini/e del settore Los Ruices.

In una riunione straordinaria del consiglio comunale che ha tenuto conto dei seguenti criteri:

  1. Che lo sport e la ricreazione sono un diritto costituzionale. Il Capitolo VI della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, all’articolo 111, recita quanto segue: “Tutte le persone hanno diritto allo sport e alla ricreazione come attività che reca benefici alla qualità della vita individuale e collettiva.
  2. Che a Los Ruices non ci sono sufficienti spazi sportivi a disposizione di bambini/e e giovani, per cui bisogna ottimizzare gli spazi sportivi esistenti.
  3. Che bisogna incentivare lo sport e la ricreazione in bambini/e e giovani, come alternative all’ozio, all’alcol e alle droghe.
  4. Che effettivamente questo spazio sportivo per anni è servito e serve ancora all’attività sportiva di bambini/e e giovani, ed è al momento deteriorato.

Il consiglio comunale ha deciso all’unanimità:

  1. Di appoggiare l’iniziativa dei giovani di Los Ruices e della via María Auxiliadora di recuperare il loro campo sportivo.
  2. Di stanziare le risorse economiche per l’acquisto di materiali e il pagamento di manodopera qualificata che questo consiglio comunale Los Ruices Socialista cercherà.


[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

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Ti conosco mascherina, non provare a imbrogliarmi!

di Luís Britto García

1
In un racconto di Gabriel García Márquez compare una pensione che al posto dei bagni offre ai suoi clienti maschere, affinché facciano i loro bisogni in mezzo alla strada. Nasconde il volto chi si vergogna delle proprie azioni. Che cosa nasconde il terrorismo incappucciato in Venezuela?

2
Una congiura dei mezzi di comunicazione nazionali e internazionali vorrebbe presentare i terroristi come studenti e pacifici. Le cifre dicono altro. All’inizio di maggio il procuratore Luisa Ortega Díaz rivela che dal 12 febbraio sono state fermate circa 800 persone, la maggior parte delle quali trattenute solo perché non proseguissero nelle violenze e liberate dopo poche ore, di cui 174 sono state sottoposte a custodia cautelare mentre procedevano le indagini. Di questi detenuti, appena 12 erano studenti, meno del 7%. Sempre all’inizio di maggio le autorità sgomberano vari accampamenti realizzati sulla pubblica via per mantenere focolai di disturbo permanenti, e arrestano 243 persone. Non più del 20% di quelle erano studenti. Il corpo di vigilanza della Università Centrale del Venezuela ferma nel campus cinque violenti armati. Solo uno era studente, ma di un’altra università. La rettrice fa licenziare i vigilanti per aver compiuto il loro dovere.

3
Il Procuratore Generale della Repubblica, Luisa Ortega Díaz, rivela venerdì 9 maggio che 49 degli 190 esami tossicologici che sono stati fatti agli oppositori arrestati durante lo sgombero dei loro accampamenti sono risultati positivi per il consumo di droghe. Circa un quarto degli esaminati era sotto l’effetto di stupefacenti. Non sembra un comportamento esemplare per dei cittadini che si dedicano alla difesa dei loro diritti politici. Vogliono prendere il potere per imporre al resto della popolazione i loro modelli di condotta?

4
Il ministro dell’Interno e della Giustizia dichiara che fra i detenuti figurano 58 stranieri. Di essi è stato dimostrato che 21 sono paramilitari colombiani, su altri pendono ordini di cattura dell’Interpol, altri sono terroristi ricercati nel Medio Oriente: alcuni erano in possesso di arsenali di armi e sostanze incendiarie, molti hanno prontuari di narcotraffico o terrorismo internazionale. è il metodo largamente collaudato in Nicaragua, libano, Libia, Siria, e tanti altri luoghi: inondare paesi pacifici di mercenari stranieri armati, per legittimare interventi distruttivi dall’esterno. Non ci sono venezuelani per fare opposizione politica? Se questi stranieri trionfano, eserciteranno le loro professioni pacifiche da una posizione di potere?

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Basandoci sull’analisi delle notizie dei mezzi di comunicazione e i rapporti della Rete di Appoggio per la Giustizia e la Pace, Provea, Amnesty International, Rete di collettivi del Ragno Femminista, del Centro per la Pace e i Diritti Umani della UCV, del giornale online Aporrea, del rapporto scritto dal giornalista Luigino Bracci il 15 aprile 2014 e dei compendi realizzati dal comunicatore Modesto Emilio Guerrero, siamo arrivati a un conteggio ancora provvisorio delle vittime fra il 12 febbraio e metà aprile.

6
Dietro il cappuccio, mentono i media internazionali e nazionali, si nascondono persone pacifiche. La violenza che scatenano a partire dal 12 febbraio lascia un saldo di 42 morti. Questi si possono dividere nelle seguenti categorie: 1) vittime bolivariane, che comprendono: 9 militanti del PSUV e organizzazioni sociali affini, 10 membri dei corpi di sicurezza pubblica dello Stato (Guardia Nazionale Bolivariana, Polizia e Servizi Segreti) e 1 procuratore del Ministerio Público. 2) 15 cittadini la cui affiliazione politica non è nota, vittime di diversi episodi di violenza. 3) il resto delle vittime si potrebbero attribuire all’opposizione, delle quali solo 8 sono morte per azioni imputabili alle autorità, e 7 sono state vittime di incidenti o liti dovute ai loro blocchi stradali, o delle loro stesse azioni: uno è morto nell’azionare un mortaio improvvisato, un altro è rimasto folgorato nel risistemare un ostacolo per una barricata, un terzo è caduto dal tetto di casa sua. Non abbiamo incluso in questa lista orrendi omicidi commessi ai danni di bolivariani o di persone note con intenzioni presumibilmente terroristiche, ma in relazione ai quali non ci sono ancora prove definitive.

7
È significativa la sproporzione. Delle 42 vittime 20, quasi la metà, appartengono al bolivarianismo, tra cui 11 funzionari che compivano il loro dovere; e altre 15 non hanno affiliazione politica conosciuta, ma muoiono a causa della violenza dell’opposizione. Nelle file dell’opposizione si conterebbero 15 vittime, circa la terza parte del totale, ma solo 8 dovute in forma diretta all’azione delle autorità, meno di un sesto dei caduti. Tutti oggi sarebbero vivi se l’opposizione non avesse scelto la strada del rovesciamento con la violenza del governo legittimamente eletto.

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Tutto ciò sconfessa l‘idea che la violenza omicida possa essere dovuta a studenti, disarmati e tanto meno pacifici. Una parte considerevole delle vittime tra i bolivariani è morta per colpi d’arma da fuoco alla testa, a volte messi a segno dalla lunga distanza. Una studentessa dell’opposizione è morta per un colpo alla nuca, ovviamente assestato dalle file della stessa manifestazione in cui marciava. Un’artigiana e una giovane incinta sono state uccise con colpi di arma lunga. Non sono tattiche da studenti, disarmati e per giunta pacifici. Non lo sono neanche l’incendio e la distruzione di circa un centinaio di unità di trasporto collettivo, di varie centrali elettriche, né l’incendio di università, biblioteche ed edifici pubblici, tra cui uno in cui erano presenti 89 bambini di un asilo. No, un primo sguardo sotto il cappuccio rivela una delinquenza terrorista, professionale, in buona parte estera e mercenaria.

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L’incidenza delle morti segue come un’ombra il dominio politico della destra. Emilio Guerrero segnala che il 52% delle vittime è caduto nella capitale, e che di quelle 12 vittime 9 sono morte nei municipi dell’Est, dove i sindaci di opposizione e le loro polizie proteggono i terroristi; che a Mérida ci sono stati 4 morti e a San Cristóbal 6. Ci sono altre 3 vittime ad Aragua, in quartieri controllati da Voluntad Popular e 2 a Maracaibo, il cui sindaco è dell’opposizione. È una bugia che si tratti di un’insurrezione nazionale: le sue vittime cadono in uno scarso numero di municipi capitolini benestanti con autorità e polizie di opposizione complici degli assassini, e negli stati vicini alla frontiera, dove sono stati arrestati paramilitari e sicari.

10
Nessun proclama, nessun manifesto, nessun piano di governo è stato impiegato come scusa per questa ecatombe, eccetto la proposta che chi ha vinto le elezioni non debba governare. Occultiamo i nostri propositi quando sono più inconfessabili delle nostre azioni. Una massiccia campagna di distruzione e omicidi non si mantiene in piedi per più di tre mesi senza complicità né finanziamenti. Numerosi detenuti hanno confessato che ricevevano pagamenti di mille bolívares al giorno, e di tremila se partecipavano con motociclette. Solleviamo ancora un po’ il cappuccio del terrorismo? Dietro di questo si scorgono la CIA, la USAID e la NED, le mille e una ONG create per distribuire i loro fondi e quelli degli imprenditori per pagare mercenari, i partiti di opposizione che non hanno condannato il terrorismo, la Fondazione Internazionalismo per la Democrazia, di Álvaro Uribe Vélez, il Pacchetto Neoliberista che privatizzerà la Petróleos de Venezuela (PDVSA), e l’istruzione, la salute e lo stato sociale e riporterà i livelli di povertà al 70% del secolo scorso. Ti conosco, mascherina, non provare a imbrogliarmi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

 

Orrore politico: Obama definisce il governo de facto di Kiev «legittimamente eletto»

da aporrea.org

Il presidente Barack Obama ha commesso un errore vergognoso venerdì durante la sua conferenza stampa con la cancelliera tedesca Angela Merkel, quando ha descritto il governo de facto di Kiev come «legittimamente eletto».

Mentre Obama, insieme ad altri membri del governo, si è lamentato più volte della “propaganda” filorussa che offusca la crisi ucraina, la caratterizzazione da parte del presidente di un governo arrivato al potere come risultato diretto dell’abbattimento violento di quello eletto democraticamente di Yanukovich come «legittimamente eletto», quando non ha avuto luogo alcun voto democratico di qualsivoglia tipo, è una grave ingerenza o un lampante inganno.

«Quello che non possono accettare, come è comprensibile, è l’idea di essere semplicemente un’appendice, un’estensione della Russia, e che il Cremlino abbia potere di veto sulle decisioni prese da un governo legittimamente eletto a Kiev», ha affermato Obama nella conferenza stampa.
Il governo di Kiev è tutto meno che legittimamente eletto, visto che è stato messo lì con l’aiuto degli Stati Uniti dopo una violenta insurrezione che ha fatto cadere il governo precedente, quello sì legittimamente eletto.

Lo scenario era pronto perché la rivolta ucraina diventasse violenta a dicembre, quando la sottosegretaria di Stato degli Stati Uniti per l’Europa Victoria Nuland annunciò che il suo paese avrebbe investito cinque miliardi di dollari «per aiutare gli Ucraini a ottenere una buona forma di governo».

La vera natura di quel governo fu rivelata successivamente, quando emersero intercettazioni telefoniche di Nuland che cospirava con l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina Geoffrey Pyatt per scegliere i futuri leader fantocci dell’Ucraina, raccomandando personalmente Arseniy Yatsenyuk, che di lì a poco diventò il primo ministro ad interim del regime post-golpista.
Sono venuti fuori anche documenti a conferma del fatto che la sollevazione Euromaidan è stata finanziata in gran parte dall’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID secondo la sigla in inglese) in collaborazione con numerose organizzazioni non governative statunitensi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

Venezuela: dove i ricchi fomentano la violenza e i poveri costruiscono la nuova società

Comuna im Aufbaudi Dario Azzellini*

L’artista e documentarista Dario Azzellini sostiene che le proteste in Venezuela rappresentano un feroce attacco al progresso sociale del paese ottenuto durante il governo di Hugo Chávez, incoraggiato da politici anti-chavisti che vivono nelle zone dei benestanti.

Prima che Hugo Chávez diventasse presidente del Venezuela nel 1999, i barrios di Caracas, costruiti alla buona sulle colline che circondano la capitale, non comparivano nemmeno sulla mappa della città.

Ufficialmente non esistevano, per cui né il comune né lo stato si occupavano delle loro infrastrutture. Gli abitanti poveri di questi quartieri ottenevano acqua ed elettricità allacciandosi da sé a tubature e cavi. Erano completamente privi di accesso a servizi come la raccolta dei rifiuti, l’assistenza sanitaria e l’istruzione.

Oggi i residenti degli stessi barrios stanno organizzando le loro comunità attraverso assemblee basate sulla democrazia diretta, note come consigli comunali, che in Venezuela oggi sono oltre 40.000. Famiglie di lavoratori si sono unite per fondare spazi comunitari e cooperative, coordinare programmi sociali e ristrutturare case nel loro quartiere, basando la loro azione su principi di solidarietà e collettivismo. E il loro desiderio di organizzarsi ha trovato sostegno da parte del governo, soprattutto con la Legge dei Consigli Comunali, promulgata da Chávez nel 2006, che ha portato alla formazione delle comuni, organismi capaci di sviluppare progetti sociali su più larga scala e nel lungo periodo.

Non sentirete parlare dei barrios che si autogovernano nel racconto occidentale delle proteste che stanno attraversando il Venezuela. Secondo la narrativa dominante, studenti di tutto il paese stanno manifestando contro una terribile situazione economica e un alto tasso di criminalità, con il solo risultato di essere brutalmente repressi dalle forze governative.

Eppure la violenza di strada che ha catturato l’attenzione del mondo ha avuto luogo prevalentemente in poche zone isolate – i quartieri benestanti di città come Caracas, Maracaibo, Valencia, San Cristóbal e Mérida – e non nei barrios in cui vivono i poveri e la classe lavoratrice del Venezuela.

A dispetto di quanto dicono i mezzi d’informazione internazionali, la grande maggioranza degli studenti venezuelani non sta protestando. Neanche un terzo delle persone arrestate, in relazione alle manifestazioni violente dall’inizio di febbraio, è costituito da studenti, sebbene il Venezuela conti più di 2.600.000 studenti universitari (a fronte dei 700.000 circa del 1998), grazie al sistema universitario pubblico e gratuito creato dal governo Chávez.

Un’occhiata ai recenti arresti rivela che i leader delle “proteste” sono in realtà un misto di trafficanti di droga, paramilitari ed effettivi di compagnie militari private: in altre parole, i mercenari tipici di qualsiasi operazione militare di destabilizzazione della CIA. Nel Barinas, lo stato meridionale al confine con la Colombia sono stati arrestati due organizzatori di barricate pesantemente armati, uno dei quali è Hugo Alberto Nuncira Soto, oggetto di un mandato di cattura dell’Interpol per la sua affiliazione agli Urabeños, un gruppo paramilitare colombiano coinvolto in traffico di droga, contrabbando, omicidi e massacri.

A Caracas i fratelli Richard e Chamel Akl, titolari della compagnia militare privata Akl Elite Corporation, che rappresenta la filiale venezuelana della CMP Risk Inc., sono stati arrestati alla guida di un veicolo corazzato in possesso di armi da fuoco, esplosivi ed equipaggiamento militare. La loro auto era stata munita di tubi attivabili dall’interno per disperdere olio lubrificante e chiodi sulla strada, per non parlare delle granate lacrimogene, le bombe fatte in casa, le pistole, le maschere antigas, i giubbotti antiproiettili, i dispositivi per la visione notturna, le taniche di benzina e i coltelli.

Dopo la morte di Chávez nel marzo del 2013, i politici dell’opposizione del Venezuela hanno visto l’occasione per vincere le elezioni presidenziali, pensando forse che alla gente interessasse solo il famoso carisma di Chávez. Invece il principale esponente dell’opposizione, il governatore dello stato Miranda Henrique Capriles Radonsky, ha perso contro il successore di Chávez, Nicolás Maduro.

Essendo stata sconfitta in 18 elezioni su 19 a partire dal 1998, una parte dell’opposizione ha deciso di non sperare più in una vittoria elettorale, ma di destabilizzare il paese e cacciare con la violenza il suo governo eletto. Quasi sempre i municipi in cui si verificano le rivolte sono governati da sindaci anti-chavisti che le sostengono, o partecipando in prima persona alle azioni violente, o ignorando le barricate difese con bombe molotov e armi da fuoco, anziché fare intervenire la polizia municipale, e trascurando la raccolta dei rifiuti in modo da spingere le classi medie alla rivolta.

Quello che temono i ricchi in Venezuela, e che i canali di informazione mainstream scelgono di non mostrare, è che un mondo diverso è possibile, e la classe lavoratrice venezuelana si sta sforzando di costruirlo. Questo è il vero motivo per cui il paese è sotto attacco. E bando agli equivoci: questo è un feroce attacco al Venezuela, le sue infrastrutture e le sue stesse fonti di speranza.

Il 1° aprile un gruppo di rivoltosi ha dato alle fiamme il Ministero dell’Edilizia con bombe molotov mentre 1.200 lavoratori erano all’interno dell’edificio. Il fuoco è stato appiccato vicino alla nursery del ministero, e 89 bambini hanno dovuto essere evacuati dai pompieri. Questo episodio di violenza omicida non è un’anomalia. Nelle ultime settimane un’università è stata alle fiamme, così come è successo ad asili, stazioni della metropolitana, autobus, centri medici, centri di distribuzione di prodotti alimentari, uffici di informazione per turisti e altri spazi civici. A Mérida un serbatoio di acqua potabile è stato deliberatamente contaminato con del carburante, e a Caracas la riserva naturale a nord della città è stata incendiata per distruggere le linee elettriche che riforniscono la città di corrente.

Questi attacchi seguono la stessa logica impiegata dai Contras in Nicaragua con il sostegno degli USA: assaltare bersagli facili che simboleggiano i miglioramenti delle condizioni di vita realizzati dal governo o dalle comunità organizzate e dunque distruggere la speranza che esista un’alternativa al dominio del capitale. Eppure ci sono abbondanti motivi per essere ottimisti in tal senso.

Nazionalizzando le sue riserve di petrolio e gas, e investendo la maggior parte del suo bilancio in programmi sociali, il Venezuela è diventato l’unico paese del mondo ad aver raggiunto gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’ONU per il 2015 prima della data, ed è improbabile che altri paesi possano raggiungere questi obiettivi. Il tasso di povertà in Venezuela è stato più che dimezzato dal 1998, e la povertà estrema è stata ridotta del 70%. Oggi la disuguaglianza è più bassa che in qualsiasi altro luogo dell’America Latina e dei Caraibi (per non parlare degli Stati Uniti). La maggioranza delle persone in Venezuela stanno molto meglio oggi rispetto a prima che Chávez fosse eletto.

Indubbiamente il Venezuela sta attraversando una situazione economica difficile; ha sofferto di un’alta inflazione e di serie insufficienze nella distribuzione di cibo ed elettricità nell’ultimo anno. Se è vero che la cattiva gestione e la corruzione rappresentano aspetti problematici, come lo stesso governo ha ammesso, le insufficienze di cui sopra sono state causate principalmente da speculazione, contrabbando, e un’intenzionale riduzione della produzione e accumulo dei prodotti fondamentali nei magazzini da parte del settore privato, proprio come accadde prima del colpo di stato sponsorizzato dagli USA in Cile del 1973. Nonostante questo, un rappresentante dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha sottolineato gli ammirevoli sforzi del governo venezuelano per aumentare l’impatto dei programmi sociali.

Nel 2013 la FAO ha ufficialmente riconosciuto il Venezuela come uno dei 18 paesi nel mondo ad aver realizzato enormi progressi nella riduzione della malnutrizione, che è crollata da un tasso del 13,5% nel 1990-92 a meno del 5% nel 2010-12.

Ecco perché milioni di venezuelani continuano a vivere la propria vita normalmente, anche se gli effetti delle crisi economiche colpiscono sempre prima di tutto i poveri. I dimostranti dal comportamento violento che ricevono copertura mediatica a livello internazionale appartengono o sono legati alle classi meno colpite dalla carenza di prodotti e dall’inflazione. La maggior parte degli studenti del Venezuela, decisamente, non stanno protestando. Ma, a dirla tutta, quasi nessuno in Venezuela sta protestando: piuttosto, costoro,  stanno provando a fomentare la guerra.

* dal sito creativetimereports.org

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

 

 

Il presidente Maduro: «Le proteste sono il segnale che gli Stati Uniti vogliono il nostro petrolio»

di Pier Paolo Palermo

Caracas, 09mar2014.- Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha accusato gli Stati Uniti di usare una serie di proteste di strada per orchestrare un golpe al rallentatore, in stile ucraino, contro il suo governo e mettere le mani sul petrolio venezuelano.

In una intervista esclusiva per il The Guardian ha sostenuto che quello che lui chiama una rivolta dei ricchi fallirà, poiché la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela è più profondamente radicata ora che non quando respinse il colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti contro Chávez nell’anno 2002.

Il Venezuela ha dovuto far fronte a continue proteste violente fin dall’inizio del mese di febbraio, proteste che cominciarono quando i leader dell’opposizione lanciarono una campagna per far cadere Maduro sotto lo slogan “la salida”.

«Cercano di vendere al mondo l’idea che in Venezuela ci sono proteste, una specie di Primavera Araba», ha dichiarato. «Ma in Venezuela abbiamo già avuto la nostra primavera: la nostra Rivoluzione, che ha aperto il cammino alla Venezuela del XXI secolo».

Il conflitto è costato la vita a 39 persone ed è stato un importante banco di prova per il governo di Maduro.

Gli Stati Uniti negano di essere coinvolti e dichiarano che il Venezuela sta usando la scusa di una minaccia di colpo di stato per prendere misure decise contro l’opposizione. Human Rights Watch e illustri rappresentanti della Chiesa Cattolica del Venezuela hanno condannato la gestione delle proteste da parte del Governo, mentre Amnesty International ha denunciato violazioni dei diritti umani da entrambe le parti.

Maduro ha sostenuto che il Venezuela sta affrontando un tipo di guerra non convenzionale che gli Stati Uniti hanno perfezionato nel corso di decenni, e ha menzionato una serie di colpi di stato o tentativi di colpo di stato appoggiati dagli Stati Uniti dal 1960 (Brasile) fino al 2009 (Honduras).

Il leader sindacale, che ha rilasciato queste dichiarazioni dal Palazzo di Miraflores, ha detto che l’opposizione ha avuto come obiettivo quello di paralizzare tutte le principali città del paese, copiando un po’, in modo pessimo, quello che è successo in Ucraina, dove iniziarono a bloccare le arterie principali delle città fino a rendere ingovernabile Kiev e l’Ucraina, e far cadere il governo democratico. L’opposizione venezuelana aveva un piano simile.

Cercano di ingigantire i problemi economici attraverso una guerra economica, per provocare scarsità di prodotti sui mercati e stimolare un’inflazione fittizia.

Inoltre, creano problemi di carattere sociale, disturbi, insoddisfazione politica e violenza, e cercano di trasmettere l’immagine di un paese in fiamme per giustificare un processo di isolamento internazionale e perfino l’eventualità di un intervento straniero.

Parlando dei sostanziali miglioramenti della protezione sociale e della riduzione della disuguaglianza durante l’ultimo decennio e mezzo, Maduro ha dichiarato che all’epoca in cui era sindacalista non esisteva un solo programma per proteggere l’educazione, la salute, il diritto alla casa e i salari dei lavoratori. Era il regno del capitalismo neoliberista. Oggi in Venezuela è la classe operaia a sostenere la stabilità politica della Rivoluzione: è il paese in cui i ricchi protestano e i poveri celebrano la loro felicità sociale.

Il recente rilassamento dei controlli sulla moneta sembra aver avuto un effetto positivo, l’economia continua a crescere e il tasso di povertà continua a diminuire.

Circa 2.200 persone sono state fermate (190 sono ancora agli arresti) durante i due mesi di rivolte in cui i leader dell’opposizione hanno chiamato a infiammare le strade con la lotta.

Alla domanda su quanta responsabilità per gli omicidi spetta al Governo, Maduro ha risposto che il 95% delle morti sono state dovute a gruppi di estrema destra sulle barricate, e ha usato come esempio i tre motociclisti morti a causa di un cavo teso dai manifestanti da una parte all’altra della strada. Maduro ha dichiarato di aver istituito una commissione per fare chiarezza su ogni singolo caso.

Secondo il Presidente venezuelano i mezzi di comunicazione globali si sono abituati a promuovere la realtà virtuale di un movimento di studenti che viene represso da un governo autoritario. Quale governo non ha commesso errori politici o economici? Ma questo giustifica che si brucino università o si rovesci un governo democraticamente eletto?

Le proteste, che hanno avuto luogo in zone benestanti, hanno visto appiccare incendi a edifici del Governo, università e stazioni degli autobus. Leopoldo López, che partecipò al golpe del 2002, e due sindaci sono stati arrestati e accusati di incitamento alla violenza.

Maduro ha insistito che questo non vuol dire criminalizzare il dissenso. L’opposizione ha garanzie assolute e diritti. Abbiamo una democrazia aperta. Ma se un politico commette un crimine, chiama a rovesciare un governo legittimo e usa la sua posizione per bloccare strade, bruciare università e trasporti pubblici, i tribunali agiscono di conseguenza.

Il mese scorso il Segretario di Stato statunitense John Kerry ha dichiarato che il Venezuela sta portando avanti una campagna di terrore contro i suoi stessi cittadini. Tuttavia, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) e gli stati appartenenti al Mercosur hanno appoggiato il Governo del Venezuela e hanno esortato al dialogo politico.

Quando si è chiesto al Presidente del Venezuela che prove avesse di un coinvolgimento nordamericano nelle proteste, Maduro ha risposto: «Non sono sufficienti cento anni di interventi in America latina e nei Caraibi, contro Haiti, il Nicaragua, il Guatemala, il Cile, Grenada, il Brasile? Non è sufficiente il tentativo di golpe dell’amministrazione Bush contro Chávez? Perché gli Stati Uniti hanno 2.000 basi militari nel mondo? Per dominarlo. Ho detto al presidente Obama che non siamo più il suo giardino di casa».

Maduro ha fatto notare che le prove del coinvolgimento passato e presente degli Stati Uniti in Venezuela si trovano nelle comunicazioni raccolte da Wikileaks, le dichiarazioni di Edward Snowden, e in alcuni documenti del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Questi documenti includono comunicazioni dell’ambasciatore nordamericano in cui si tratteggiano i piani americani per dividere, isolare e penetrare il governo di Chávez, così come gli ingenti fondi che il governo degli Stati Uniti ha trasferito all’opposizione venezuelana durante l’ultimo decennio (alcuni attraverso agenzie come la USAID e l’Office for Transitional Initiatives), fra cui 5 milioni di dollari per un sostegno diretto nel corrente anno fiscale.

Le accuse del presidente Maduro arrivano una settimana dopo la rivelazione che USAID ha finanziato segretamente un sito web dedicato alle reti sociali dal quale si è incoraggiata la protesta politica e si sono appoggiati tumulti a Cuba, paese alleato del Venezuela, sotto il titolo “assistenza per lo sviluppo”. Alcuni rappresentanti della Casa Bianca hanno riconosciuto che questi programmi non sono esclusivamente per Cuba.

Il Presidente ha reso noto che accetterebbe una mediazione del Vaticano, se l’opposizione condanna la violenza. Tuttavia respinge le accuse che tanto lui quanto il movimento chavista avrebbero polarizzato troppo il confronto.

«Io non credo che in una democrazia la polarizzazione sia sbagliata. Sembra che sia di moda, da qualche tempo, cercare di trasformare la polarizzazione in una malattia. Magari si polarizzassero tutte le società democratiche del mondo. Una democrazia può funzionare solo se la società è politicizzata».

«La politica non è per poche élite di un partito di centro-sinistra e un partito di centro-destra, e le élite che si spartiscono la ricchezza», dice Maduro.

«In Venezuela c’è una polarizzazione positiva perché c’è una politicizzazione generale e le grandi masse prendono posizione sulle politiche pubbliche. Bisogna accettare che c’è una polarizzazione negativa che mira a disconoscere l’esistenza dell’altro, ad eliminare l’altro. Noi crediamo che questa polarizzazione negativa bisogna superarla con il dialogo nel paese».

 

Venezuela: un invito alla pace

Nuova Albadi 

CARACAS, Venezuela, 1apr2014.– Le recenti proteste in Venezuela sono finite sui giornali di tutto il mondo. Buona parte della copertura mediatica estera ha distorto la realtà del mio paese e i fatti che fanno da contorno agli eventi.

Noi Venezuelani siamo fieri della nostra democrazia. Abbiamo un movimento di partecipazione democratica dalla base che ha assicurato che tanto il potere quanto le risorse fossero equamente distribuiti fra la popolazione.

Secondo le Nazioni Unite, il Venezuela è andato riducendo costantemente la disuguaglianza, e ora ha il tasso di disuguaglianza dei redditi più basso della regione. Abbiamo ridotto enormemente la povertà, portandola al 25,4% nel 2012, a partire dal 49% del 1998: nello stesso periodo, secondo statistiche del governo, la povertà estrema è diminuita dal 21% al 6%.

Abbiamo creato un modello sanitario universale e dei programmi di istruzione esemplari, gratuiti per tutti i cittadini e su tutto il territorio nazionale. Abbiamo realizzato queste imprese in larga parte utilizzando i proventi del petrolio venezuelano.

Se le nostre politiche sociali hanno migliorato le vite dei cittadini in generale, il governo ha anche dovuto far fronte a serie difficoltà economiche negli ultimi 16 mesi, tra cui l’inflazione e la scarsità di beni di prima necessità. Continuiamo a trovare soluzioni attraverso misure come il nostro nuovo sistema di cambio di valuta basato sul mercato, che è progettato per ridurre il tasso di cambio sul mercato nero. E stiamo monitorando le aziende per assicurarci che non frodino i consumatori o ammassino le merci nei magazzini [non mettendole sul mercato e creando così artificialmente difficoltà ai consumatori nel reperirle NdT] . Il Venezuela ha anche il problema di un alto tasso di criminalità. Lo stiamo affrontando costruendo una nuova forza di polizia, rafforzando la cooperazione fra la polizia e le comunità e riformando il nostro sistema carcerario.

Dal 1998 il movimento fondato da Hugo Chávez ha vinto più una dozzina di elezioni presidenziali, parlamentari e locali attraverso un processo elettorale che l’ex presidente statunitense Jimmy Carter ha definito “il migliore al mondo”. Recentemente, il Partito Socialista Unito ha raccolto un consenso schiacciante nelle elezioni dei sindaci del dicembre 2013, vincendo in 255 municipalità su 337.

La partecipazione popolare alla politica in Venezuela è aumentata fortemente nell’ultimo decennio. Da ex sindacalista, credo profondamente nel diritto di associazione e nel dovere civico di assicurare che la giustizia prevalga dando voce a legittime istanze attraverso assemblee e proteste pacifiche.

La versione secondo cui in Venezuela esiste un deficit di democrazia e le attuali proteste rappresentano un sentimento maggioritario nel paese è smentita dai fatti. Le proteste antigovernative sono portate avanti da persone che appartengono ai settori più ricchi della società e che cercano di azzerare le conquiste del processo democratico che hanno portato benefici alla enorme maggioranza del popolo.

I dimostranti antigovernativi hanno fisicamente attaccato e danneggiato ospedali, hanno bruciato un’università nella stato Táchira e lanciato bottiglie Molotov e pietre contro gli autobus. Hanno preso di mira anche altre istituzioni pubbliche, lanciando pietre e torce contro gli uffici della Corte Suprema, la compagnia telefonica pubblica CANTV e l’ufficio del procuratore generale. Queste azioni violente hanno causato milioni di dollari di danni. Ecco perché le proteste non hanno ricevuto sostegno nei quartieri poveri e operai.

I dimostranti hanno un solo obiettivo: la cacciata incostituzionale del governo democraticamente eletto. I leader antigovernativi lo hanno messo in chiaro quando hanno cominciato la loro campagna a gennaio, giurando di generare il caos nelle strade. Coloro che hanno critiche legittime sulle condizioni economiche o sul tasso di criminalità sono strumentalizzati da leader che hanno secondi fini violenti e antidemocratici.

In due mesi si ha notizia di 36 persone rimaste uccise. I dimostranti sono a nostro giudizio responsabili di circa la metà di queste morti. Sei membri della Guardia Nazionale sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco; altri cittadini sono stati assassinati mentre cercavano di rimuovere ostacoli messi lì dai dimostranti per bloccare il traffico.

Un numero molto circoscritto di agenti delle forze di sicurezza sono stati anch’essi accusati di aver preso parte alle violenze, che hanno causato la morte di diverse persone. Abbiamo creato un Consiglio dei Diritti Umani per indagare su tutti gli incidenti relativi a queste proteste. Ogni vittima merita giustizia, e ogni colpevole, che sia un sostenitore o un oppositore del governo, sarà chiamato a rispondere delle sue azioni.

Negli Stati Uniti i dimostranti sono stati definiti “pacifici”, mentre si dice che il governo venezuelano li stia reprimendo con violenza. Secondo questa narrazione, il governo americano si sta schierando con il popolo del Venezuela; in realtà è dalla parte dell’1% che vuole trascinare indietro il nostro paese, quando il 99% era escluso dalla vita politica e solo pochi privilegiati, fra cui le aziende americane, ricevevano benefici dal petrolio del Venezuela.

Non dimentichiamo che alcuni di quelli che sostenevano la cacciata del governo democraticamente eletto del Venezuela nel 2002 stanno guidando le attuali proteste. I partecipanti al colpo di stato del 2002 sciolsero immediatamente la Corte Suprema e la legislatura, e abolirono la Costituzione. Coloro che incitano alla violenza e intraprendono azioni incostituzionali di quel tipo oggi devono risponderne alla giustizia.

Il governo americano ha sostenuto il colpo di stato nel 2002 e ha riconosciuto il governo golpista a dispetto del suo comportamento antidemocratico. Oggi l’amministrazione Obama spende almeno 5 milioni di dollari all’anno per sostenere movimenti di opposizione in Venezuela. Spero che il popolo statunitense, conoscendo la verità, decida che il Venezuela e il suo popolo non meritano una simile punizione, e inviti i suoi rappresentanti a non mettere in atto sanzioni.

Questo è il momento del dialogo e della diplomazia. In Venezuela abbiamo teso una mano all’opposizione. E abbiamo accettato le raccomandazioni dell’Unione delle nazioni sudamericane di iniziare una serie di incontri con l’opposizione sotto la sua mediazione. Il mio governo ha anche fatto appello al Presidente Obama, esprimendo il nostro desiderio di tornare a scambiarci ambasciatori. Speriamo che la sua amministrazione risponda nello stesso spirito.

Il Venezuela ha bisogno di pace e dialogo per andare avanti. Chiunque voglia sinceramente aiutarci a raggiungere questi obiettivi è il benvenuto.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

Venezuela: paramilitarismo e ‘contra’ in costruzione

di Dario Azzellini*

Pubblichiamo qui questo estratto tradotto in italiano, poiché, anche se a distanza di alcuni anni – il testo è stato licenziato nel 2009 – e anche alcuni scenari siano cambiati, rende molto bene l’idea di quale sia l’origine dei fatti attuali nel Venezuela bolivariano. La redazione di ALBAinfomazione rigranzia Dario Azzellini per l’ottimo lavoro di analisi che ha svolto in questi anni; grazie a lui, è stato possibile per molti andare ben oltre le banalizzazioni interessate del circuito dis-informativo imperialista oggi dominante.

Il processo bolivariano in Venezuela è nel mirino degli Stati Uniti, non solo per la grande ricchezza di risorse del paese (principalmente petrolio, ma anche gas, acqua, alluminio, ferro, oro, biodiversità e altro ancora) ma anche per il ruolo centrale che svolge nell’integrazione continentale che si sta sviluppando e la possibilità di cambiamenti fondamentali che la politica estera venezuelana apre anche per altri paesi. Non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano disposti a far crollare il processo bolivariano con qualsiasi mezzo. E come si è visto in passato questo significa che non è escluso il ricorso all’opzione militare. Tuttavia, la situazione politica del continente, la guerra in Iraq e le caratteristiche del territorio venezuelano, come anche l’appoggio popolare di cui gode il processo bolivariano, rendono improbabile un intervento militare diretto nel medio periodo. Ma questa non è neppure necessaria. Ci sono altre strategie. Fra queste, il tentativo di provocare una reazione alle frequenti incursioni colombiane nel Venezuela e creare così una giustificazione per appoggiare la Colombia in una guerra contro il Venezuela. Oppure, e questa è l’opzione più promettente, costruire una forza controrivoluzionaria simile alla Contra attiva in Nicaragua negli anni ’80, a partire dal paramilitarismo. Questa manovra si porta a compimento con la complicità e l’appoggio di istituzioni governative colombiane.

Questo non significa che non siano applicate tutte le altre strategie possibili per debilitare il processo bolivariano, dal disapprovvigionamento intenzionale, passando per il comprarsi i pubblici ufficiali, l’appoggio all’opposizione ecc. Qui, ad ogni modo, si tratterà dei due aspetti della privatizzazione della guerra: il paramilitarismo e le compagnie militari e di sicurezza privata (CMP e CSP).

In Venezuela operano varie CSP e CMP. Per quanto riguarda le compagnie di sicurezza privata, negli ultimi anni si è avuta la partecipazione di contrattisti della sicurezza in azioni di sabotaggio contro la PDVSA e in altri contesti che consentivano la destabilizzazione. Le attività delle CMP in Venezuela a loro volta si potrebbero descrivere come guerra tecnologica, come nel caso di INTESA (Informática, Negocios y Tecnología, S.A.) durante il colpo di stato petrolifero del 2002-2003.

Nel caso del paramilitarismo colombiano si può osservare una presenza forte in Venezuela, specialmente nelle regioni dal confine con la Colombia. Negli stati Táchira, Apure, Barinas e Zulia il paramilitarismo colombiano e il narcotraffico (che molte volte coincidono) hanno grandi interessi economici e contano sulla collaborazione di sindaci, tanto di opposizione quanto bolivariani, i paramilitari gestiscono il narcotraffico, estorcono il pizzo ai commercianti, controllano il contrabbando di benzina e alimenti verso la Colombia e contano in alcuni casi sulla collaborazione di effettivi delle Forze Armate Bolivariane e della Guardia Nazionale (GN). Sono presenti su quasi tutto il territorio nazionale con una forte tendenza all’aumento specialmente nel Sucre, Delta Amarcuro, Amazonas e Caracas. Sono dediti anche all’estorsione, ai sequestri e al riciclaggio di denaro. Sono appoggiati dagli allevatori e mettono in atto intimidazioni; eseguono omicidi selettivi di contadini e quadri rivoluzionari. A Caracas hanno cominciato a penetrare nei quartieri e a regalare o vendere a prezzi molto bassi cocaina a gruppi di piccoli criminali per stabilire buoni contatti e cercano di incidere su settori vulnerabili della popolazione venezuelana attraverso gruppi di colombiani che finanziano e in parte proteggono frazioni dell’economia informale, in particolare nei settori dei buhoneros (venditori ambulanti) e delle imprese di taxi, con lo scopo di costruire un apparato di intelligence nel seno della società venezuelana. Allo stesso tempo stanno gradualmente soppiantando la delinquenza locale in attività come il prestito ad usura, il narcotraffico, il commercio di esseri umani, e il gioco d’azzardo illegale.

Il 25 giugno 2008 Miguel Angel Durán e Julio César Durán, membri della direzione del Fronte degli Ex-Lavoratori della Coca Cola dello stato Portuguesa, e un bambino di dieci anni che li accompagnava, furono brutalmente assassinati con dieci colpi di arma da fuoco nella macchina in cui viaggiavano. Gli assassini si avvicinarono in un’altra macchina. Il Fronte degli Ex-Lavoratori mantiene da anni un conflitto sindacale con l’impresa. Anche se non si riuscì a far luce sull’omicidio, i sindacalisti temono che la Coca Cola Venezuela potrebbe essere passata alla stessa linea di condotta della Coca Cola Colombia, dove le sue filiali mantengono una stretta relazione con paramilitari, che hanno assassinato vari sindacalisti, preferibilmente nel contesto di lotte sindacali.

Il paramilitarismo non è un fenomeno solo militare o criminale e come tale non si può combattere solo con Esercito e polizia, sebbene questo sia un aspetto assolutamente necessario della lotta. Il paramilitarismo è anche un fenomeno economico, sociale e culturale, che trasporta e impone valori, occupa spazi sociali, dà lavoro e si manifesta in tutti i contesti sociali immaginabili.

Trattandosi di un fenomeno recente e poco studiato in Venezuela sembra importante avanzare alcune ipotesi sulle sue strategie e il loro svolgimento.

La strategia della Contra

La strategia della Contra non guarda a una vittoria militare, ma piuttosto a una guerra di logoramento, colpendo e sabotando le infrastrutture, la produzione e tutto ciò che può dare l’idea di un’altra vita, al di là della logica capitalista. Così come nella guerra della Contra finanziata dagli Stati Uniti contro il Nicaragua sandinista, la Contra evita scontri diretti con forze militari regolari, ma attacca la base dei processi di trasformazione e ostacola i cambiamenti. In Nicaragua questa strategia ha avuto successo, il paese è stato distrutto, messo al muro per via dei costi militari e umani necessari per respingere gli attacchi controrivoluzionari. E mentre le risorse per mantenere i servizi sociali e andare avanti con la trasformazione della società furono polverizzate dalla guerra, gli Stati Uniti portarono il popolo del Nicaragua a dover scegliere tra il progetto sandinista/socialista e la guerra da una parte, e il capitalismo e la pace dall’altra. Tuttavia il Venezuela non è il Nicaragua, ed ha risorse molto maggiori. Inoltre in Venezuela non si è ancora ottenuta una condizione necessaria a creare le condizioni per una guerra civile: mettere i poveri contro altri poveri. Storicamente le classi medie e alte, sebbene si oppongano a un progetto di mutamento sociale e siano disposte a finanziare qualsiasi tentativo di azzerarlo, non rischiano le loro vite e la loro proprietà combattendo in prima persona. Questo ruolo devono assumerlo i poveri.

Così il paramilitarismo in Venezuela non corrisponde a un semplice fenomeno criminale, come è stato presentato dalla maggioranza dei media e come è ancora inteso da molti in Venezuela. Pertanto bisogna identificare la strategia del paramilitarismo e non vederlo come l’accumulazione di tanti fatti isolati.

Il senatore colombiano Gustavo Petro dichiarò nel febbraio del 2003: “Gli omicidi e l’orrore in Venezuela sono dovuti ai paramilitari che stanno controllando la frontiera colombiano-venezuelana e penetrano sempre più profondamente in quel paese. (… ) La tattica paramilitare è di agglutinare forze, concentrare uomini e risorse per combattere la guerra del terrore quando una potente frangia estrema dell’opposizione e alcuni imprenditori venezuelani daranno loro l’ordine di fare la guerra all’interno del Venezuela, alla maniera della Contra nicaraguense”.

Nel maggio 2006 il Fronte Nazionale Contadino Ezequiel Zamora (FNCEZ) ha denunciato pubblicamente che la penetrazione paramilitare alla frontiera, negli altri stati e nella capitale della Repubblica, è parte attiva dei piani che dirige ed esegue contro la Rivoluzione bolivariana e il suo popolo l’impero nordamericano, per mezzo del suo governo, il comando Sur e i settori ultrareazionari di Colombia (AUC) e Venezuela. L’obiettivo è creare una zona di controllo o testa di ponte sull’asse che passa per gli stati Zulia, Táchira, Barinas, Apure Amazonas, in una prima fase.

Vediamo allora quali sarebbero dal punto di vista strategico le zone del Venezuela importanti per una guerra controrivoluzionaria. Da un lato la cordigliera delle Ande, che rappresenta un corridoio per muovere armi e combattenti (e droga) dalla Colombia verso la zona più abitata del Venezuela, dove sono concentrate gran parte delle industrie produttive. Isolando geograficamente, inoltre, la zona petrolifera del Zulia e avendo ampio accesso ai Llanos. Da lì, con mercenari colombiani congedati della AUC, sosterrebbero azioni permanenti di sabotaggio di infrastrutture strategiche come ad esempio campi di estrazione e raffinerie petrolifere, oleodotti, acquedotti, e inoltre omicidi di dirigenti del movimento popolare, generando così un’immagine di destabilizzazione e ingovernabilità agli occhi del mondo, lasciando vedere la supposta esistenza di una resistenza armata al regime, cosa che potrebbe legittimare una forza di intervento in nome della pacificazione e della sicurezza regionale.

L’altra zona strategica è il Delta Amarcuro. Grazie alle sue caratteristiche geografiche, è l’ideale per l’attuazione di una Contra (ed è in effetti molto simile alla costa atlantica del Nicaragua). Non è facile penetrare militarmente con un esercito convenzionale nel delta, si dispone di un rapido collegamento con Trinidad e Tobago per essere riforniti dall’estero, e per via fluviale si ha accesso alla seconda più importante zona industriale del Venezuela, le industrie di base dello stato Bolívar. In caso di guerra le forze militari venezuelane sarebbero obbligate a uno spiegamento di forze in due zone molto distanti, e allo stesso tempo non potrebbero trascurare neanche la frontiera sud con la Colombia.

Lavoratori dei trasporti e tassisti

Una strategia di penetrazione dalle implicazioni chiaramente controrivoluzionarie che può essere osservata è quella di assumere il controllo di imprese di trasporti e taxi, come sta accadendo in varie parti del paese. Allo stesso tempo si osserva un aumento degli omicidi e degli attacchi ad autisti e tassisti su tutto il territorio nazionale, nel tentativo di sollevarli contro il governo. La destra ha raggiunto in parte il suo obiettivo, a partire dalla seconda metà del 2007 aumentano le proteste nel settore dei trasporti, da Merida fino a Caracas. In questo contesto è importante notare che i taxi e i trasporti sono un settore strategico per due motivi:

a) possono paralizzare un paese ed essere una pedina controrivoluzionaria fondamentale. Il golpe in Cile si fece a partire da un coinvolgimento dei sindacati dei lavoratori del trasporto. Se il golpe petrolifero non ha avuto successo in Venezuela, una delle cause principali fu che i lavoratori dei trasporti non stavano con i golpisti.

b) I tassisti e gli autisti formano la base di qualsiasi rete di intelligence: sono in giro tutto il giorno, vedono e ascoltano tutto, nessuno fa caso a loro ed hanno radio per tenersi in contatto fra loro. Non a caso, dopo la rivoluzione sandinista del 1979, i sandinisti fondarono cooperative di tassisti; la prima cooperativa che lo EZLN costruì fuori dalle sue comunità fu nel settore dei trasporti; e il Plan Colombia inizio con il finanziamento da parte del governo di centinaia di imprese e cooperative di tassisti nel Putumayo e nelle città. Anche in Venezuela prima era molto comune che ai pensionati della Guardia Nacional si desse un taxi perché facessero parte della rete di intelligence.

In Venezuela il paramilitarismo sta seguendo quella strategia: secondo informatori locali, a San Cristóbal gran parte dei taxi sono sotto il controllo dei paramilitari. Secondo informazioni del FNCEZ l’80% dei tassisti nello stato Barinas appartiene a una rete di intelligence paramilitare. Alcuni stanno nelle cooperative, altri sono privati che possiedono auto con i vetri oscurati. Anche a Caracas stanno penetrando nel settore dei trasporti. Si accaparrano linee e autisti di minibus e formano cooperative di taxi.

Portavoce di consigli comunali hanno dato notizia, nel 2008, di riunioni di ciò che definiscono una mafia dei minibus con dirigenti di Acción Democrática e di Un Nuevo Tiempo a Maracaibo e Barquisimeto. Lavoratori del trasporto hanno denunciato che varie imprese dei trasporti sarebbero coinvolte, in concerto con l’opposizione, nei preparativi di uno sciopero nazionale nel contesto di un piano di destabilizzazione contro il governo. Secondo un’allerta lanciata dallo stesso Presidente Chávez alla fine del maggio 2008 molte delle mafie del trasporto hanno rapporti stretti o appartengono a settori del mondo dell’impresa che ebbero un ruolo attivo nel golpe del 2002. I lavoratori dei trasporti starebbero partecipando alla preparazione di un piano di destabilizzazione che dovrebbe combinare dis-approvvigionamento, azioni nelle strade e un’eventuale partecipazione di settori militari per far cadere il governo.

Paramilitarismo in Venezuela: precedenti, azioni e contatti internazionali

La prima volta che si verifica ufficialmente la presenza di paramilitari colombiani che operano in Venezuela è nel dicembre 1997. Sette paramilitari sono arrestati nello stato Apure, sospettati di aver partecipato a dei sequestri. Gli trovano armi da guerra, mappe dettagliate della zona e una lista di allevatori e proprietari terrieri collaborazionisti. Gli arrestati dichiarano di essere stati ingaggiati dal Generale Enrique Medina Gómez della GN venezuelana. Hanno ricevuto 75 milioni di pesos per portare a termine azioni in Venezuela. Una settimana dopo i paramilitari furono liberati per ordine dello stesso generale e ricevettero perfino salvacondotti firmati da lui. Nel 2002 Medina Gómez partecipò al colpo di stato e alle attività dell’ultradestra golpista a Piazza Altamira.

Carlos Castaño dichiarò nel 1997 di essersi riunito con 140 imprenditori, allevatori e proprietari terrieri degli stati Barinas, Táchira e Zulia con l’obiettivo di costruire una struttura paramilitare in quegli stati.9

Il 15 di luglio del 2000 un gruppo di una dozzina di persone pesantemente armate sequestrò nello stato Carabobo l’imprenditore Richard Boulton. Le indagini portarono a diverse perquisizioni e arresti di paramilitari colombiani a San Cristóbal, Maracay e Valencia. Tuttavia Richard Boulton non fu liberato fino al 15 luglio 2002, per la mediazione di Carlos Castaño, il quale rivelò che i sequestratori appartenevano a una presunta fazione dissidente delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia). Ovviamente non fu possibile confermarlo, cosicché potrebbe essere stata anche una manovra delle AUC per non essere collegate direttamente al sequestro, che sollevò interesse a livello internazionale.

Il 26 giugno 2002 vari media diffusero un video in cui delle presunte Autodefensas Unidas de Venezuela dichiararono di operare negli stati Táchira, Apure e Zulia. Un certo comandante Antonio disse che contavano 2.200 uomini armati, dichiarò il presidente Hugo Chávez obiettivo militare e annunciò che avrebbero trasformato il panorama politico del Venezuela.
Alcuni giorni dopo Castaño ammise: “Abbiamo gente che impartisce istruzioni in territorio venezuelano. Manteniamo i contatti. È un processo in gestazione”.

Tuttavia nel 2003 le AUC svilupparono varie incursioni militari e attacchi al territorio venezuelano dalla Colombia. Il 19 di marzo circa 500 paramilitari attraversarono il confine naturale del Río de Oro (Sierra de Perijá, Zulia) con uniformi nuove, armi da guerra e moderne ricetrasmittenti. Assaltarono e saccheggiarono il villaggio venezuelano di La Escuelita, portando insegne delle truppe colombiane di contro insurrezione, della ELN e della GN venezuelana.

Aprirono il fuoco contro elicotteri venezuelani per evitare lo sbarco di truppe. Un bombardamento della aviazione venezuelana fece 40 morti fra i loro ranghi, e fuggirono in territorio colombiano portandosi dietro i morti. Il 28 e il 30 dello stesso mese attaccarono di nuovo la stessa zona del Río de Oro, per poi ritirarsi ancora una volta a causa dei bombardamenti e pattugliamenti delle Forze Armate del Venezuela. Nei tre attacchi assassinarono almeno nove indigeni, bruciarono e saccheggiarono un pronto soccorso, la farmacia, una cooperativa alimentare e un cinema; massacrarono gli animali domestici della popolazione contadina indigena e rubarono le loro barche a motore, che usano per lavorare e muoversi nella zona. Ci sono indizi del fatto che negli attacchi ci fu un appoggio da parte di strutture dell’esercito colombiano. Il 4 settembre l’esercito venezuelano fu attaccato da paramilitari colombiani nella città di Ayacucho (stato Táchira), a sei chilometri dalla frontiera. Il 5 settembre morirono tre paramilitari colombiani e un soldato venezuelano rimase gravemente ferito in uno scontro nella zona di frontiera del Táchira.

Dopo il 2003 seguirono scontri sporadici, ma comunque di minore entità, e non come conseguenza delle operazioni difensive della AUC contro l’esercito venezuelano. La strategia si concentrò piuttosto sul costruire e consolidare strutture paramilitari all’interno del Venezuela senza richiamare troppo l’attenzione.

Un personaggio importante per le trame controrivoluzionarie e i collegamenti con l’AUC fu il generale della GN Felipe Rodríguez, alias El Cuervo. Rodríguez ebbe un ruolo centrale nel golpe del 2002, poi fu capo della sicurezza di Plaza Francia ad Altamira (Caracas) durante l’occupazione della stessa da parte di militari ed ex militari golpisti. Poi fu latitante, ricercato come partecipante al golpe e presunto autore di uno degli attentati esplosivi contro le ambasciate di Colombia e Spagna nel 2003. Secondo informazioni di intelligence, all’inizio del marzo 2004 riuscì a sfuggire a un’avaria su un elicottero nel Dipartimento del Cesar. L’elicottero apparteneva all’AUC e Rodríguez si era incontrato con l’allora capo militare dell’AUC, Salvatore Mancuso, per accordarsi sull’acquisto di armi e l’addestramento per attacchi terroristi in Venezuela. Rodríguez fu catturato, pesantemente armato, il 5 febbraio 2005 a Caracas e fu condannato nell’aprile del 2008 a 10 anni e 6 mesi di reclusione, per la sua partecipazione agli attentati contro le ambasciate.

I controrivoluzionari venezuelani hanno anche legami con gli ambienti terroristi cubani negli Stati Uniti, dove hanno perfino la possibilità di addestrarli tranquillamente alla lotta terrorista. Il Wall Street Journal, in un suo editoriale del 29 gennaio 2003, rende conto di alcuni campi di addestramento di terroristi in Florida. Secondo il giornali, lì si addestrava un’alleanza paramilitare composta dalla Junta Patriótica de Venezuela (JPV), capeggiata dal capitano della GN Luis Eduardo García, e i comandi F-4 del cubano Rodolfo Frómeta. Il nome JPV è stato scelto come chiara allusione alla Junta Patriótica de Cuba, un gruppo di esiliati cubani di estrema destra con sede a Caracas, che durante il golpe del 2002 aveva partecipato agli attacchi all’ambasciata cubana. García, che aveva anche lui partecipato al golpe del 2002, ammise di aver addestrato 50 membri dei Comandi F-4. I due gruppi, secondi lui, combinano le loro esperienze militari e si scambiano informazioni di intelligence. García e i suoi si preparano a una guerra. Non ci sono dubbi su chi siano i nemici. In un accordo firmato nel 2002 per formare un’alleanza civico-militare latinoamericana fra la JPV e gli F-4 si annunciò la resistenza contro i nuovi regimi comunisti in America Latina, indicando Brasile, Cuba e Venezuela. Le richieste di spiegazioni del governo venezuelano a quello di Washington rimasero senza risposta. Solo l’allora ambasciatore degli Stati Uniti in Venezuela, Charles S. Shapiro, dichiarò il 30 settembre che si stava indagando sulla faccenda e che se c’era da accusare qualcuno, il governo degli Stati Uniti avrebbe saputo cosa fare, aggiungendo en passant che alcuni venezuelani avevano ricevuto formazione militare negli Stati Uniti.

Il caso più spettacolare di infiltrazione militare a tutt’oggi fu l’arresto di quasi 130 paramilitari colombiani nella tenuta Daktari a Baruta, vicino Caracas, nel maggio 2004. Le indagini della DISIP (Sistema di informazione per la sicurezza dello Stato) verificarono la partecipazione di numerosi militari. Secondo un agente della DISIP infiltrato in un incontro al Country Club di Caracas il 23 aprile 2004, al quale parteciparono una decina di militari e Zingg, si espresse l’opinione che qualsiasi azione a Miraflores che non terminasse con la morte di Chávez sarebbe stata da considerare un fiasco. Nello stesso incontro si parlò anche di eseguire attentati contro due colonnelli chavisti della GN per la loro leadership, contro alcuni obiettivi governativi e gruppi rivoluzionari del 23 gennaio. Si parlò anche di realizzare il golpe usando la Polizia Metropolitana e settori dell’esercito. Un colonnello dell’aviazione propose di bombardare con un F-16 Aló Presidente e, davanti alle obiezioni di alcuni dei presenti rispetto alle vittime civili, il colonnello disse che era parte del sacrificio che bisognava fare per togliere il potere a Chávez. Il decollo dell’F-16, ad ogni modo, avrebbe dato il segnale per l’inizio dell’attuazione dei piani. I paramilitari, vestiti con uniformi dell’esercito venezuelano, avrebbero assediato il comando mobile della Guardia Nacional e attaccato Miraflores. I comandanti paramilitari ricevettero due milioni di dollari per sviluppare l’operazione.

La tenuta in cui si incontrarono i paramilitari apparteneva a Roberto Alonso, un esiliato cubano oggi profugo in Florido, e i paramilitari avevano uniformi delle Forze Armate del Venezuela. Tra gli arrestati c’era anche il capo del gruppo, José Ernesto Ayala Amado, alias Comandante Lucas, del Blocco Norte de Santander dell’AUC. Secondo le sue dichiarazioni, era entrato nel paese a metà aprile, seguendo le istruzioni dell’imprenditore venezuelano Gustavo Zingg Machado (già Gustavo Quintero Machado), Alonso, e un militare. Al momento dell’arresto Lucas aveva un gilet militare e una pistola, che in un primo momento non volle consegnare perché si illudeva che tutto si sarebbe risolto con una telefonata. Durante la detenzione provò a chiamare Zingg sul cellulare, dopo che avevano parlato al telefono già 73 volte quel giorno. Zingg a sua volta parlò 31 volte con il personaggio televisivo Orlando Urdaneta. Lucas rilasciò dichiarazioni sulla partecipazione di politici di opposizione dello stato Zulia, federazioni di allevatori, la ONIDEX di San Antonio del Táchira (che concesse un permesso collettivo e mise a disposizione addirittura delle scorte per arrivare fino a Caracas), un effettivo della Guardia Nacional. Secondo le sue dichiarazioni, i paramilitari erano stati addestrati all’uso dei fucili FAL da poliziotti venezuelani e pianificavano un assalto per rubare una grande quantità di questi fucili usati dall’Esercito del Venezuela. Nel giudizio si è appurato che alcuni dei colombiani non erano paramilitari ed erano stati portati in Venezuela con l’inganno. Oltre a quelli già menzionati furono coinvolti, secondo la DISIP, Pedro Carmona Estanga, ex dirigente d’azienda e golpista autoproclamatosi presidente nell’aprile 2002, María Luisa de Choissone, direttrice esecutiva del Bloque de Prensa Venezolano (associazione di editori di quotidiani e periodici N.d.t.), Liliana Hernández, deputata di Primero justicia e Rafael Marín, ex segretario generale di Alianza Democrática, Ovidio Poggioli, ex direttore dell’aeroporto internazionale Simón Bolívar.

Contrabbando

Un grosso affare dei paramilitari colombiani nella zona di frontiera è già da molti anni il contrabbando di benzina dal Venezuela alla Colombia, dove la benzina costa circa 30 volte di più.

Il contrabbando è in gran parte sotto il controllo dei paramilitari, che la usano anche per la produzione di cocaina. Per ovvie ragioni, deve esserci collaborazione da parte di elementi della Guardia Nazionale e delle Forze Armate del Venezuela. Non si spiegano, altrimenti, le grandi quantità che passano inosservate la frontiera. Lo stesso vale per il contrabbando di alimenti, un altro affare redditizio nelle mani dei paramilitari. Alla fine del 2007 si poteva osservare in tutti i negozi della costa atlantica della Colombia una prevalenza degli alimenti di contrabbando venezuelani. Per alcuni di questi generi si verificavano nello stesso tempo situazioni di scarsità in Venezuela, o per meglio dire situazioni di forte speculazione, dato che se da un lato prodotti come il latte o lo zucchero erano temporaneamente irreperibili al prezzo regolato dallo stato, sul mercato illegale c’erano sempre tutti i prodotti, ovviamente con un sovrapprezzo enorme.

In molte zone di frontiera è comune che alcuni effettivi della Guardia Nazionale o dell’Esercito che si trovano nelle stazioni di servizio per controllare la vendita della benzina permettano di riempire anche dei barili intascando un sovrapprezzo. Secondo informazioni della popolazione locale in varie zone di frontiera sono anche effettivi della GN a dare libero passaggio ai contrabbandieri, limitandosi a certi giorni e certe ore per non dare troppo nell’occhio. Questa è anche una delle ragioni per cui ci sono state forti resistenze di diversi settori alla vendita di benzina da parte dei consigli comunali o delle comunità organizzate.

Un tenente dell’Esercito, che ha prestato servizio nel Teatro Operativo 1 (la zona di confine tra gli stati Barinas, Apure e Táchira), mi ha detto che in molti casi i militari che svolgevano un lavoro efficace e presentavano risultati venivano trasferiti dai loro superiori. Era successo anche a lui. Dopo aver scoperto l’esistenza di alcune rotte di contrabbando della benzina con la squadra della quale era al comando, e aver sequestrato 12.000 litri di benzina, fu premiato con un trasferimento a Caracas, nonostante lui avrebbe voluto continuare il lavoro in quella zona, avendo ormai acquisito conoscenza delle strutture del contrabbando.

Situazione carceraria

Le carceri venezuelane sono piene di paramilitari, eppure la maggior parte di loro non sono detenuti come paramilitari ma per crimini diversi. Il fatto di non essere classificati come paramilitari ha conseguenze per quanto riguarda il trattamento che ricevono, o per meglio dire il trattamento che ricevono non differisce da quello che ricevono altri prigionieri, la qual cosa favorisce l’azione dei paramilitari nelle carceri (imporre il loro controllo su parte della popolazione carceraria, reclutare nuovi seguaci fra i detenuti comuni, controllare certi affari nelle carceri, molto probabilmente – come avviene in tutto il mondo – con la collaborazione di una parte del personale carcerario). Una divisione sistematica di paramilitari, guerriglieri e prigionieri comuni in aree differenti del carcere si ha nella prigione di Santa Ana. La natura sempre più brutale degli omicidi interni potrebbe essere una conseguenza di questa massiccia presenza di paramilitari nelle carceri. Sono arrivate a essere comuni le mutilazioni delle braccia, gambe, teste, e tagliare a pezzi le vittime. Tuttavia ci sono anche testimoni che sostengono che il fenomeno non è nuovo, che già 15 anni fa c’erano omicidi di questo tipo nelle carceri venezuelane, e che l’aumento non è rilevante.

Penetrazione culturale

Non bisogna sottovalutare la penetrazione culturale, che prepara e rende fertile il terreno per la penetrazione paramilitare. Così si osserva che in gran parte delle zone di frontiera le bancarelle offrono e vendono in misura massiccia CD musicali di paramilitari, i cosiddetti “corridos proibiti”: musica con testi che fanno riferimenti lusinghieri al paramilitarismo. Alcuni ambulanti fanno anche da rete di intelligence. Qualcosa di simile succede con il commercio dei DVD masterizzati, una attività che i paramilitari hanno tolto ad altri colombiani e che oggi controllano in buona parte. Vari dei negozi semiclandestini che vendono CD e DVD masterizzati all’ingrosso nel centro di Caracas sono in mano a persone sospettate di collaborare con paramilitari, che a loro volta si relazionano con altri presunti collaboratori di paramilitari che nella zona del Silenzio comprano oro rotto e fanno prestiti.

Visto che questa attività non ha i margini di profitto delle altre attività a cui si dedicano i paramilitari, ma al contrario offre un margine di profitto minimo, come si potrebbe spiegare la penetrazione dei paramilitari in quel settore? Da un lato la rete di intelligence, dall’altro l’influenza culturale. A Caracas, dalla metà fino alla fine del 2005 ha avuto notevole diffusione un video che mostra dalla prospettiva dei paramilitari come presero Medellín; nel 2007/2008, in un momento di tensione con la Colombia e all’apice degli sforzi di Chávez per la liberazione di alcuni ostaggi delle FARC, l’unico video sulla Colombia che si trovava in misura massiccia sulle bancarelle degli ambulanti era un documentario di Radio Caracol Noticias (una rete mediatica colombiana dell’ultradestra uribista) sulla Colombia e il presunto conflitto in Colombia. Questo mentre in Venezuela circolavano dozzine di documentari che trattavano l’argomento da una prospettiva progressista.

Gli omicidi brutali nelle carceri vengono filmati con cellulari e girano sui telefonini degli studenti, degli adolescenti delle scuole e dei barrios. Insieme alla marea di DVD violentissimi, molto spesso fatti esclusivamente di immagini brutali (mutilazioni, omicidi ecc.) si tratta di un modo per abituare la popolazione a certi livelli di violenza. A Catia (Caracas) per esempio i video vengono mostrati in molti punti vendita dei DVD per gran parte della giornata.

Si fomenta anche una forte cultura consumistica fra i giovani, creando la percezione dell’importanza dei beni di lusso, motociclette, cellulari, automobili, vestiti di marca e così via, presentando l’appartenenza al paramilitarismo come un modo efficace di avere accesso ai mezzi finanziari necessari. Il leader contadino Braulio Álvarez mette in guardia: l’attività di sicario è diffuso fra i giovani, le cui età oscillano fra i 13 e i 18 anni. Questo vuol dire insegnare a quei ragazzi non solo a uccidere, ma addirittura a fare a pezzi persone vive. È qualcosa di veramente atroce.

Il corridoio andino e il fronte orientale

Dopo una prima fase di penetrazione economica del paramilitarismo, acquisti di tenute come basi, contrabbando di bestiame, sequestri ed estorsioni, il primo legame visibile dei paramilitari in Venezuela è con i proprietari terrieri e allevatori che usano i paramilitari colombiani come sicari. La penetrazione massiccia in Venezuela inizia con la presunta smobilitazione del paramilitarismo in Colombia nel 2003. Dalle zone di frontiera si estese prima al corridoio andino, ad oggi il fronte più sviluppato, dove si ipotizza persino la possibile esistenza di centri d’appoggio logistico e di intelligence per le attività controrivoluzionarie in Venezuela, e non è esclusa la presenza di specialisti internazionali. Secondo la logica militare, dopo il corridoio si rafforza il centro: Miranda-Caracas. E in ultimo si comincia a profilare il fronte orientale sugli assi Sucre-Delta e Amarcuro-Bolívar.

Nelle zone rurali è evidente che i proprietari terrieri stanno dietro l’organizzazione di attività paramilitari per contrastare la lotta al latifondo e la distribuzione di terre alla popolazione indigena e contadina che è stata derubata nell’arco di secoli. Dall’emanazione della prima legge agraria alla fine del 2001 fino al maggio del 2008 sono stati recuperati circa 2,7 milioni di ettari e più di 160.000 famiglie hanno cominciato a lavorarli. Dal 2002, secondo i dati dei movimenti contadini, questo ha portato all’omicidio di circa 200 contadini e indigeni. La maggioranza di questi omicidi è avvenuta nel corridoio che comprende Zulia, Barinas, Apure e Táchira, con una concentrazione ancora maggiore nelle zone strategiche ai margini del corridoio andino, come ad esempio Sur del lago.

La Federazione Nazionale degli Agricoltori e Allevatori strappò pubblicamente la Gazzetta Ufficiale in cui fu pubblicata la Legge Agraria. José Luis Betancourt, allora presidente di Fedenaga, e altri rappresentanti della federazione annunciarono che non avrebbero riconosciuto la legge. Mentre Betancourt minacciò il governo di armarsi se la legge fosse stata applicata, altri rappresentanti di Fedenaga chiamarono i loro associati alle armi. Il movente di questi crimini è senza dubbio il recupero delle terre e il fatto che il movimento contadino fosse determinato a rendere produttive quelle terre.

La porta di ingresso per i paramilitari, molti di cui provenienti dalla roccaforte paramilitare Cucutà, è stato il Táchira. A San Cristóbal estorcono il pizzo ai commercianti e controllano direttamente una quota sempre maggiore del commercio stesso. Si presume che siano addirittura proprietari di alcuni centri commerciali recentemente costruiti. In alcune strade rurali della regione ci sono perfino posti di blocco che si fanno pagare dalla gente che passa di lì. Nella zona Nord dello stato Táchira, specificatamente sull’asse San Antonio, La Fría, Colón, Coloncito e sulla costa orientale dello stato Zulia, Santa Barbara del Zulia (…) stanno prendendo posizione con una tattica di pulizia sociale (…); per ottenere appoggio, offrono sicurezza al settore dell’allevamento e del commercio, colpiti dal flagello dei sequestri e delle estorsioni, costruendo così le loro basi sociali. Ma non solo, alla fine del 2007 a Ureña e San Antonio in alcuni quartieri (ad esempio vicino l’aeroporto) i paramilitari stanno incassando 5 Bolivares forti per casa per la pulizia sociale. La gente in generale è perfino contenta che eliminino alcuni criminali e stabiliscano la sicurezza, per cui in alcune zone esiste appoggio al paramilitarismo in settori che si lasciano influenzare dal discorso della pulizia sociale.

Con l’avanzare del paramilitarismo lungo il corridoio che va da San Cristóbal verso Mérida e Barinas, avanzano anche le pratiche dei paramilitari. Secondo le informazioni di un rappresentante bolivariano eletto della zona, nel municipio Sucre di Barinas sono stati assassinati 10 tassisti e 58 persone in operazioni di pulizia sociale nel giro di due anni. A Barinas si parla anche di capitale paramilitare investito in centri commerciali.

Alla fine del marzo 2008 la polizia del Táchira catturò quattro presunti paramilitari del fronte Puerto Santandér (Colombia) a La Fría, nel municipio García de Hevia. I tre venezuelani e un colombiano erano armati con una pistola calibro 4.5 Smith e una Glock 9mm, quest’ultima richiesta dal Corpo di Investigazioni Scientifiche Penali e Criminali (CICPC) di Cumaná. Secondo la polizia glia arrestati stavano preparando un sequestro. Nello stesso contesto si starebbe indagando anche su altre persone che potrebbero essere coinvolte in estorsioni, sequestri e reati collegati al paramilitarismo nella regione. Tuttavia, poiché la maggioranza degli effettivi degli organi di sicurezza vengono ancora da governi precedenti, sotto i quali le pratiche corrotte venivano coperte, non sorprende che molti continuino con quelle pratiche. E così il FNCEZ denuncia che i paramilitari alla frontiera hanno come base logistica un cartello di narcotrafficanti con molte ramificazioni che arriva perfino a raggiungere gli stessi organi di sicurezza e importanti gruppi politici, economici e sociali della vita venezuelana. Esistono settori del CICPC, della GN e delle polizie degli stati Táchira e Zulia che proteggono e coprono le azioni del paramilitarismo; in particolare nel Táchira, ad esempio, la catena di omicidi commessi da sicari arriva a oltre 300 casi, sempre presentati dalla polizia come regolamenti di conti e guerra fra bande.

La situazione peggiore si trova nel Zulia, dove secondo molteplici denunce e testimoni buona parte del governo regionale di opposizione ha stretti legami con il paramilitarismo. Nel marzo 2008 l’ex Vicepresidente della repubblica e giornalista José Vicente Rangel denunciò “che esiste un’unità di elite nello stato Zulia che ha ricollocato paramilitari sotto la protezione del governatore del suddetto stato”. Secondo le sue informazioni, di fronte alla pressione internazionale che dovevano affrontare il governo colombiano e il suo presidente Álvaro Uribe dopo aver attaccato militarmente il territorio ecuadoriano, “si fecero circolare istruzioni affinché i gruppi paramilitari in Venezuela ripiegassero, e alcuni operatori dell’intelligence colombiana tornassero alle rispettive basi”. I paramilitari che operavano negli stati Barinas e Apure, e nelle zone di frontiera del Táchira, furono ricollocati nel Zulia.

Il 24 aprile 2008 effettivi delle Forze Armate scoprirono nei pressi della Boca de Orope, nel municipio Catatumbo, Sierra de Perijá, stato Zulia, un accampamento di paramilitari colombiani in territorio venezuelano, a 500 metri dalla frontiera. Secondo le informazioni delle autorità militari l’accampamento scoperto era usato per addestrare truppe irregolari di combattimento, come dimostrato da alcune evidenze ritrovate in loco, come travi di equilibrio, un tunnel o cunicolo, rampe di ascesa e discesa e altri ostacoli, tutti costruiti con tronchi e materiali rudimentali, oltre ad alcune insegne con il nome delle AUC. L’accampamento aveva inoltre due camerate in blocchi di cemento, tavole di legno e tetti di palma, e una cucina artigianale di terracotta. In un rastrellamento della zona circostante i militari del Teatro Operativo 2 sequestrarono quasi 80 chili di cocaina, 19 uniformi militari, un fucile, due fucili a pallettoni, munizioni, esplosivi, varie paia di galosce e anfibi, telefoni cellulari e zaini militari, fra le altre cose.

L’accampamento fu distrutto con esplosivi dalle Forze Armate il 28 aprile. Nell’accampamento ne nei dintorni arrestarono solo 4 paramilitari. Due settimane dopo Rangel denunciò che 50 militari che erano riusciti a scappare dall’accampamento scoperto erano sotto la protezione di alcuni effettivi della Polizia Regionale del Zulia.

A Machiques de Perijà, dal 2005, i proprietari terrieri hanno formato gruppi paramilitari con i colombiani e alcuni indigeni Yupka, che aggrediscono comunità indigene Yupka per privarle della terra e della vita. Il conflitto per la terra è ripreso a metà degli anni Settanta, quando alcuni Yupka scesero dalla Sierra de Perijà e rioccuparono terre delle quali erano stati derubati dalla famiglia di proprietari terrieri dei Vargas negli anni Trenta. E così come mandante degli assalti alle comunità quelle stesse indicarono Guillermo vargas, della tenuta Tizina. Nel tentativo di assassinare Sabino Romero Izarra, leader della lotta per la terra degli Yupkka, gruppi armati assaltarono fra le altre la comunità Chaktapa nel febbraio 2007, fecero uscire la gente a suon di spari e bruciarono le loro case. Nell’aprile 2008 Chaktapa fu di nuovo presa d’assalto. Le denunce pubbliche e alla Guardia nazionale secondo le comunità non hanno risolto niente. In molte regioni rurali della frontiera, e a volte neanche tanto vicine alla frontiera, la complicità di effettivi della GN, dell’esercito o della polizia, come anche di giudici, crea spazi retti non dalla Costituzione bolivariana, bensì dal paramilitarismo.

Secondo la testimonianza di Rafaél Urdaneta, nel Zulia i paramilitari colombiani hanno preso il potere. Si muovono liberamente nel mercato “Las Pulgas” e nella zona “calda” del commercio ne “La Curva De Molina” . Da queste basi operative si dedicano al compito di facilitare prestiti a venditori ambulanti e commercianti, reclutano donne di servizio, custodi, giardinieri e ambulanti per addestrarli nella “industria del sequestro”, tanto nella modalità “express” (applicabile a ogni tipo di persona, specie quelle delle classi popolari e medie), dalla quale ricevono somme che oscillano dai 300 bolivares forti fino a un milione di bolivares forti per ogni sequestrato in forma istantanea, come nel “secuestro mayor” (applicabile alle classi “alta e media”), da cui ricavano grosse somme di denaro, e in cui il periodo di detenzione è indefinito.

Il compito assegnato alle “reclute” è quello di fornire dati sui loro “padroni” (indirizzo del luogo di lavoro, conti bancari, attività ricreative, scuole in cui studiano i figli, orari dei membri della famiglia) che facilitino il sequestro.

Un’altra delle attività dei “paracos” è controllare il traffico di droga nella regione e soprattutto il riciclaggio di denaro del narcotraffico, specialmente attraverso le operazioni immobiliari (hanno una predilezione per la costruzione di centri commerciali). Stanno controllando il furto di veicoli e l’esazione del pizzo. E Urdaneta conferma quello che è vox populi: nel Zulia godono dell’appoggio di alcuni membri delle federazioni degli allevatori e del governatorato.

Tra i più grandi alleati del paramilitarismo nel Zulia c’è la potente famiglia Contreras Barboza, dalla quale è già uscito un governatore dello Stato (Carmelo Contreras Barboza, 1974-1975). Omar Contreras Barboza, fratello dell’ex governatore e alto dirigente dell’ex partito di governo Acción Democrática, è stato accusato dal sicario Orlando Peña Luzardo di averlo contrattato per incontrare il sicario che poi uccise il dott. Pedro Dorián. Orlando Peña, detenuto per porto illegale di armi e successivamente accusato dell’omicidio di Armando García il 19 settembre 2002, e accusato di oltre 60 omicidi e cinque sparizioni forzate nello stato Yaracuy, riuscì a fuggire proprio quando aveva cominciato a parlare degli autori intellettuali degli omicidi, dei quali nessuno si trova agli arresti.

La costruzione del fronte dell’Est si profila in modo più chiaro a partire dal 2008. Nel Sucre ci sono basi di narcotrafficanti da molto tempo, è un ponte tradizionale per l’invio di droga verso il Nord. Alla fine di ottobre del 2003, in un piccolo villaggio costiero del Sucre, in una sparatoria con effettivi della polizia e della GN, rimasero uccisi sette paramilitari colombiani. Altri ancora furono catturati e deportati in Colombia nei giorni successivi. Fu la prima volta in cui si confermò la presenza di paramilitari colombiani che operavano in una zona che non fosse la linea di frontiera fra i due paesi, nell’estremo occidente del Venezuela.

In questo tipo di affari, tanto più nelle zone isolate, normalmente si cerca di non attirare troppo l’attenzione. Tuttavia secondo alcuni resoconti negli ultimi due anni si è rafforzata la presenza di persone che dall’aspetto si direbbero paramilitari. Questo si spiega solamente se l’interesse dei paramilitari va ormai oltre il controllo del narcotraffico, la qual cosa corrobora l’ipotesi della costruzione di un fronte dell’Est. Secondo Luís Alfredo Marín, Presidente della Commissione Permanente di partecipazione Cittadina e viluppo Economico Regionale del Consiglio Legislativo dello Stato Delta Amarcuro, almeno dall’inizio del 2006 si percepisce una presenza paramilitare nel Delta Amarcuro. Si osservano movimenti sospetti e barche veloci con motori molto potenti nelle quali si muove gente sconosciuta nella zona, la qual cosa non è molto frequente. E nello stato Bolívar, a partire dal 2007, si comincia a notare una presenza paramilitare nella zona mineraria e a metà del 2008 comincia a essere evidente la quantità di attacchi e omicidi ai danni di tassisti e lavoratori del settore dei trasporti.

Zona centrale: penetrazione paramilitare a Caracas

Giovedì 14 febbraio 2008, come informò lo stesso Presidente Chávez, furono catturati in Piazza Venezuela, a Caracas, vari presunti paramilitari colombiani con volantini contro il governo, dopo aver piazzato una bomba a basso potenziale. Oltre a perpetrare attentati, la penetrazione paramilitare cerca di infiltrare quartieri popolari e consigli comunali come anche istituzioni chiave. Caracas come centro politico-amministrativo e quartieri che con le loro iniziative hanno impatto a livello nazionale, questo è naturalmente al centro dell’attenzione dei paramilitari. La penetrazione paramilitare nella capitale è già abbastanza avanzata, specialmente nei quartieri popolari (con maggiore presenza a Petare, El Valle, Coche, e la zona del cimitero). In tale contesto c’è da chiedersi se il presunto aumento della violenza e dell’insicurezza negli ultimi anni è casuale o una strategia paramilitare per destabilizzare e al tempo stesso per potersi presentare con più facilità come forza di ordine.

Gli omicidi di attivisti di base nei quartieri popolari di Caracas e in altre zone del paese sono aumentati in maniera preoccupante, come denunciano molte organizzazioni popolari e alcuni autori. Tuttavia passano inosservati a causa della loro dimensione locale. Giocano un ruolo anche la mancanza di conoscenza e di comprensione del fenomeno paramilitare e i pregiudizi classisti sui barrios, e il fatto che molte volte neanche negli stessi contesti e ancor meno da parte dei media e delle istituzioni gli omicidi paramilitari si identifichino come tali, ma vengano attribuiti alla delinquenza comune. Eppure il fatto che questa colpisca maggiormente leader sociali e attivisti di base dovrebbe generare per lo meno qualche dubbio. E infatti la questione sta acquistando risalto, anche se non esplicito, nei media. Solo nell’edizione di Últimas Noticias del 28 marzo 2008, nella sezione dedicata alla capitale, c’erano due notizie al riguardo: a Petare è stato assassinato un quadro comunitario di un consiglio comunale e a San Martín hanno assassinato due giovani figli di quadri del consiglio comunale. Pura casualità? Frequentemente gli assassini sono incappucciati, la qual cosa rappresenta una modalità nuova. Prima gli assassini di strada non si coprivano il volto, o comunque la gente sapeva chi si era reso responsabile di certi crimini. Si osserva anche un aumento di omicidi di pulizia sociale, diretti principalmente contro indigenti.

Una strategia, a partire almeno dal 2005, è quella di avvicinarsi a piccoli criminali di quartiere e regalare loro cocaina o vendergliela a un prezzo molto inferiore a quello di mercato per stabilire così dei legami. La stessa strategia era stata applicata in Colombia. Dopo aver creato un legame e aver fatto un tot di affari vantaggiosi per i piccoli criminali, si chiedono loro dei favori, come per esempio uccidere certe persone. In vari quartieri alcuni testimoni notano la comparsa di armi lunghe in mano a criminali locali, cosa che prima era insolita.

Il 1 maggio 2008 aporrea.org pubblicò una denuncia di alcuni abitanti del blocco 5 di Las Lomas de Urdaneta, a Catia, Caracas. Quei cittadini ricorrevano alla denuncia pubblica dopo un niente di fatto con le denunce all’autorità, e sottolineavano che non avevano avuto neanche la possibilità di confermare i loro sospetti, anche se erano sicuri che da quelle parti c’erano dei paramilitari e che la gente che si riuniva lì era contraria al processo. Dato che si tratta di una delle poche denunce rese pubbliche su come procedono concretamente i paramilitari nei barrios di Caracas, riporto quasi la denuncia completa:

1. Ci sono dei tipi molto strani, vestiti bene, con automobili di lusso, che sorridono a tutti e non sono della zona, e che si sono guadagnati l’amicizia di tutti i criminali del suddetto blocco; c’è un criminale che non avevano neanche gli occhi per piangere e che adesso guida una moto nuova che gli hanno regalato loro.

2. C’è un camper che ogni tanto viene proprio da quelle parti, con il frigo e tutte le comodità, si ferma per vari giorni e durante quel tempo si riuniscono, entrano ed escono ed è chiaro che stanno complottando. Si riuniscono anche il venerdì e il sabato sera, ma non sappiamo se in qualche appartamento del blocco 5 o nella scuola Caracas che sta lì accanto, quello che vediamo è la gran quantità di motociclisti e altre persone che vanno in giro fino all’alba.

3. Ci sono vari motociclisti ai quali pare che regalino le moto come modo per comprarli e tirarli dalla loro parte, e temiamo che li stiano addestrando come paramilitari venezuelani.

4. Tutte le notti si spara per il quartiere e le armi (perfino mitragliatrici) si sentono come se si stessero mandando messaggi da Propatria a Las Lomas e viceversa. Succede anche nei dintorni. Dal momento che sparano a destra e a manca, la gente che percorre la strada di Las Lomas corre gravi pericoli, e questo ci preoccupa molto.

Aumentano i riscontri sull’infiltrazione paramilitare del commercio informale. Questo risponde alla strategia di creare una forte rete territoriale di intelligence. Nello stesso contesto, ci sono anche aziende di trasporti e taxi sotto il dominio paramilitare. In alcune zone di Caracas (per esempio La Urbina e Las Mayas a Coche), secondo alcuni testimoni i paramilitari hanno infiltrato il commercio informale e le bancarelle che vendono cibo. E si osservano anche sempre più colombiani arrivati di recente che vendono gelato per strada. Questo è sorprendente in quanto si trattava di un’attività per persone con scarsissimo accesso al mercato del lavoro, per diversi motivi. Pertanto prima la gran parte di loro era di Haiti, Trinidad y Tobago, gente che difficilmente trova lavoro per via della barriera linguistica e altre cause. I colombiani generalmente hanno un livello di istruzione migliore e si integrano facilmente al mercato del lavoro venezuelano.

Secondo informazioni di altre comunità, i paramilitari stanno infiltrando i Consigli Comunali. In vari casi questo si sta facendo attraverso la commissione sportiva. La cosa non sorprende, visto che è proprio lì che è più facile evitare di parlare di politica e avere inoltre accesso ai giovani della comunità, che sono quelli che interessano come potenziali reclute. In un caso, in una zona popolare di Catia, un quartiere molto povero, è arrivato un colombiano trasferitosi da poco in Venezuela (con carta d’identità venezuelana che evidentemente apparteneva a una persona nata in Venezuela, la qual cosa in sé non è motivo sufficiente per credere che sia un paramilitare, visto che la falsificazione è abbastanza comune) e dopo una settimana ha cominciato a fare regali a tutti i bambini del vicinato. Qualche tempo dopo ha chiesto di entrare a far parte della commissione sportiva. La comunità all’inizio non ha sospettato di niente, e non gli è sembrato strano che qualcuno che andava a vivere in una zona di forte marginalità avesse le risorse per fare tanti regali. Questo mette in evidente quanto sia importante fare un lavoro di sensibilizzazione nelle comunità. La gente ha cominciato a sospettare quando il personaggio, che riceveva spesso visite di altri colombiani che giravano su macchine di lusso dai vetri scuri, ha cominciato a parlare male del governo di Chávez, insistendo che l’immagine dei paramilitari colombiani in Venezuela è falsa e che in Colombia hanno fatto un buon lavoro, dando sicurezza alla gente.

Da altri quartieri in zone diverse, da Petare fino a una parte della Candelaria, attivisti dei Consigli Comunali osservano che dove il lavoro comunitario è riuscito a rianimare la vita di vicinato nelle strade, attraverso iniziative del Consiglio Comunale o lavoro comunitario, si assiste a una pressione armata di piccoli criminali locali contro l’organizzazione comunitaria. I miei informatori erano d’accordo nel ritenerlo strano perché prima non accadeva, piuttosto che crearsi problemi seri con la comunità i piccoli criminali preferivano andare altrove. Tuttavia la maggioranza dei testimoni del fenomeno non hanno collegato i fatti con il paramilitarismo, a causa del fatto che nella base manca quasi del tutto la conoscenza del modus operandi del paramilitarismo.

Impunità e complicità istituzionale

In tutto il capitolo si mette in evidenza come problema enorme la complicità di una parte dell’esercito, della GN, della polizia, delle istituzioni governative, dell’amministrazione ecc. Così Luís Britto García, di fronte alla proliferazione del gioco illegale, sebbene nei luoghi aperti al pubblico sia sanzionato dal Codice Penale, critica i casino, che sono le grandi bandiere dei distaccamenti di quel nemico, sono fatti con la collaborazione di autorità che gli permettono di esistere. Sul campo, il problema dell’impunità di fatto è evidente. La giustizia venezuelana a livello locale, in molte zone del paese, continua ad essere al servizio dei ricchi e dei potenti. E così, sebbene ci siano denunce e perfino testimoni in relazione a molti dei 200 omicidi di contadini, c’è solo una colpevole in carcere. A livello locale spesso né la polizia né la magistratura si preoccupano troppo di risolvere gli omicidi o perseguire i colpevoli. E quando non c’è modo di evitare una condanna i proprietari terrieri ricevono un trattamento privilegiato. Così è stato nel caso della proprietaria terriera Sioly Torres a Sur del Lago (Zulia). Il 14 aprile del 2004, accompagnata dalla polizia locale e nove uomini armati, voleva sfrattare la cooperativa Santa Elena de Arenales, alla quale aveva dovuto cedere la metà delle terre che reclamava come sue senza avere i documenti appropriati. Quando la polizia rifiutò di eseguire lo sfratto perché quelli della cooperativa avevano la carta agraria, Torres aprì il fuoco sui contadini e assassinò Jesús Antonio Guerrero López. In precedenza aveva chiesto a uno dei suoi accompagnatori l’arma con le parole: “dammi una carabina, ché voglio uccidere uno di questi porci”. La giudice tuttavia non ha visto nessuna intenzionalità nell’omicidio e ha ridotto la pena perché Torres aveva agito in preda all’ira.

“Io ho l’impressione che ci sia il timore di agire contro pesci grossi e certi cognomi in Venezuela. Per il procedimento e il modo in cui hanno acquisito le terre e i fatti che si sono verificati in quelle zone, non c’è il minimo dubbio che hanno legami con l’attività dei sicari”, spiega Braulio Álvarez.

Álvarez ha denunciato i possibili legami del governatore di opposizione del Zulia, Manuel Rosales, con l’acquisto di terre dopo le pressioni di paramilitari e sicari. Rosales aveva comprato almeno sette proprietà fondiarie negli ultimi anni, dopo che i precedenti proprietari avevano subito pressioni da parte di gruppi armati affinché lasciassero le terre, la qual cosa ha fatto scendere il prezzo delle stesse. Álvarez, che ha già subito due attentati da parte di sicari assoldati dai proprietari terrieri, denuncia che solo nel Zulia ci sono più di 1.500 contadini imputati per aver lottato a favore della giusta ripartizione delle terre che sono proprietà dello Stato venezuelano e che si trovano nelle mani di latifondisti e proprietari terrieri. José Vicente Rangel ha denunciato che il capo del cartello del Norte del Valle, Wilber Varela, alias “Sapone”, assassinato a Mérida all’inizio del 2008, usciva ed entrava dal Venezuela, fin dal 2004, e contava sulla protezione di funzionari corrotti, come poliziotti, membri della Guardia Nacional, investigatori e personale amministrativo civile. Varela aveva grandi investimenti in Venezuela in centri commerciali, supermercati, tenute agricole e progetti urbanistici.

In Venezuela l’impunità e la complicità delle istituzioni è chiaramente un problema strutturale e non una politica dello Stato come nel caso della Colombia, dove persino paramilitari detenuti contano sull’appoggio delle istituzioni. Basti pensare al narcotrafficante e comandante del gruppo paramilitare “Aquile Nere” Gerson Álvarez Dueñas, conosciuto anche come “Comandante John”, “El Nono” o “El Paraco”. Dueñas, secondo informazioni delle autorità venezuelane, aveva proprietà a San Carlos, capitale di Cojedes, dove teneva grandi quantità di droga prima di mandarle negli Stati Uniti e in Europa. Inoltre, attraverso le sue strutture in Venezuela, si dedicava al sequestro, all’estorsione e al furto di bestiame. Catturato in Venezuela, il paramilitare fu consegnato al Dipartimento Amministrativo di Sicurezza (DAS) colombiano il 14 giugno del 2007. Appena tre settimane più tardi, il 6 luglio, Dueñas evase dal carcere uscendo dalla porta principale con un ordine di libertà condizionale. Tuttavia la sua fuga non fu resa pubblica fino a quasi un anno dopo, quando l’Istituto Nazionale Penitenziario e Carcerario della Colmbia (INPEC) la rese nota. La scomparsa del narcotrafficante non sarebbe stata notata fino a quel momento.

Intesa e SAIC – Guerra tecnologica

Il blocco quasi totale delle attività della PdVSA nel dicembre 2002 fu incentrato intorno al sabotaggio del software operativo della rete informatica e la sparizione delle chiavi di accesso alla stessa. Tutte le operazioni della PdVSA nei porti, nelle raffinerie, nell’estrazione ecc. erano in una qualche misura controllate da Caracas attraverso la rete informatica. L’azienda che amministrava tutto questo dal 1999 era INTESA, una sussidiaria di PdVSA. Anche se PdVSA aveva messo tutto il capitale dell’impresa e continuava a pagare circa 80 milioni di dollari all’anno per i suoi servizi, il socio maggioritario era con il 60% la statunitense Science Applications International Corporation (SAIC). Il promotore di questo affare, l’allora presidente di PdVSA Luís Giusti, diventò poi consulente di George Bush nelle questioni petrolifere. Roger Brown, direttore del dipartimento per le iniziative globali di petrolio e gas della SAIC fu nominato direttore di INTESA.

La SAIC è una mega-azienda di servizi tecnologici dai profitti annuali miliardari, di cui il 90% proviene da contratti stipulati con il governo degli Stati Uniti nei settori della difesa, dei servizi di informazione e dell’intelligence. A SAIC amministra le informazioni ed è responsabile del sistema informatico del Pentagono, partecipa allo sviluppo di armi sofisticate, fa studi di efficacia e consulenze tecniche su armi, disastri, incidenti aerei, e ha fatto perfino una consulenza sugli attacchi alle Torri Gemelle. Anche per la guerra in Iraq la SAIC ha ottenuto molti incarichi. Fra gli altri, lo sviluppo e l’amministrazione del sistema informatico per la produzione petrolifera irachena. Non è sorprendente che per il consiglio di amministrazione della SAIC nell’ultimo decennio siano passati ex direttori della CA, ex generali dell’esercito, ex funzionari del Pentagono ed ex segretari della Difesa. Durante il golpe petrolifero il direttore di SAIC era J. R. Beyster, che insieme a tutti gli altri direttori dei servizi d’intelligence faceva parte del Comitato di Valutazione della Sicurezza nelle telecomunicazioni del governo degli Stati Uniti.

Nel 2008 all’interno del consiglio di amministrazione, fra ex direttori di imprese che producono armi come Raytheon, Lockheed e ITT, e di gruppi di ricerca sull’intelligence e la difesa, troviamo anche John Hamre, ex viceministro della Difesa fra il 1997 e il 2000, Miriam E., membro di comitati di valutazione del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, Anita Jones, fra il 1993 e il 1997 direttrice del settore Ricerca e Sviluppo del Ministero della Difesa, e il generale della Forza Aerea John P. Jumper, anche lui consulente del Ministero della Difesa e membro di consigli di amministrazione di varie Compagnie Militari Private (CMP).

Ufficialmente l’esternalizzazione del controllo informatico di PdVSA fu giustificata con una riduzione dei costi, che in realtà non ci fu mai. Si diede invece alla CIA l’accesso al controllo dell’industria petrolifera venezuelana. I lavoratori, le lavoratrici e gli ingegneri che non parteciparono allo sciopero, insieme all’appoggio popolare e quello dell’esercito ristabilirono la produzione manualmente dopo aver disconnesso ciascuna area della rete informatica centralizzata.

In questo contesto bisogna prendere atto che la presenza di CMP contrattate dalla PdVSA o altri enti governativi continua. Halliburton ad esempio, che ha stretti legami con il Pentagono, opera in Venezuela da 60 anni e ha perfino incrementato i suoi affari in Venezuela negli ultimi anni. Non c’è il minimo dubbio che in un certo periodo Halliburton a suo modo sia stato un’altra INTESA.

Wackenhut, non solo sicurezza

Wackenhut è un’agenzia di sicurezza e intelligence. Molti dei contratti della transnazionale statunitense provengono dall’esercito degli Stati Uniti e dalla Nasa. Wackenhut offre sicurezza alle centrali nucleari negli Stati Uniti e a molte ambasciate statunitensi, compresa quella in Venezuela, offre personale di sicurezza per funzionari statunitensi all’estero e ha partecipato alla privatizzazione del sistema carcerario negli Stati Uniti. Simile alla SAIC, anche se di profilo più basso, il consiglio di amministrazione è composto da ex agenti della CIA e della NASA. Il direttore di Wackenhut in Venezuela, Isaac Pérez Recao, faceva parte del nucleo dei golpisti nell’aprile 2002 e Wackenhut offrì i suoi servizi al dittatore Pedro Carmona. Nell’ottobre 2003 comparve un video in cui si vedevano agenti della polizia di Baruta e Chacao (municipi dell’opposizione) con alcuni impiegati di Wackenhut e un impiegato dell’ambasciata degli Stati Uniti a Caracas, l’ex militare Colonnello Corri. L’audio non si sente bene, parlano di operazioni e discrezione, ambasciata e ambasciatore, fino a quando uno dei partecipanti esclama che non possono andare a raccontare a destra e a manca che sono della CIA. Poi si parla di ponti e autostrade. Il motivo dell’incontro non risulta chiaro. Alcuni deputati bolivariani hanno dichiarato che si trattava della pianificazione di azioni di destabilizzazione. L’ambasciata degli Stati Uniti ha smentito. Alcuni giorni dopo dei deputati bolivariani hanno presentato un altro video nel quale si osserva il decollo di un aereo da Valencia, capitale dello stato Carabobo, allora governata dall’opposizione. Secondo il deputato Nicolás Maduro l’aereo appartiene alla CIA. Alcune delle persone che salgono sull’aereo sono armate, cosa severamente proibita dalla legge negli aeroporti civili. Secondo la DISIP alcune delle persone che compaiono nel video sono impiegati di Wackenhut. Nel video riappare anche una persona che nel primo video aveva passato informazioni su questioni di sicurezza e controllo. A fronte di denunce, gli uffici di Wackenhut sono stati perquisiti e sono stati sequestrati armamenti e munizioni.

Alcune conclusioni

Questa indagine è focalizzata sul paramilitarismo e le CSP/CMP. In una cornice più ampia di strategie controrivoluzionarie applicate principalmente dagli Stati Uniti contro il Venezuela i due elementi si combinano con molti altri, come per esempio la guerra mediatica e le pressioni internazionali. Tuttavia, mentre questi due ambiti sono ampiamente documentati e dibattuti, e si è sviluppata una politica strategica da parte dello Stato e delle strutture di base, non si può dire lo stesso rispetto al paramilitarismo e alle CMP. Questo sebbene il golpe petrolifero abbia messo in evidenza il ruolo strategico della guerra tecnologica e il paramilitarismo sia già avanzato molto.
È necessario analizzare la strategia paramilitare nel suo insieme, e coscientizzare e coordinare diversi settori della società venezuelana in politiche che contrastino e combattano l’avanzata del paramilitarismo in tutte le sue espressioni. Le organizzazioni di base, i Consigli Comunali e le organizzazioni contadine sono pedine fondamentali in questo lavoro. Ed è molto importante informare le comunità sui meccanismi paramilitari. L’infiltrazione militare è facilitata dal fatto che la popolazione per la maggior parte né sa cosa sia il paramilitarismo, né tanto meno sa individuare i suoi meccanismi di penetrazione e azione.

Un altra necessità è fare un’ispezione rigorosa delle stesse autorità e una sensibilizzazione di agenti e impiegati del governo e delle sue strutture di difesa. Ci sono indagini e operazioni di successo dell’Esercito e della DISIP contro il paramilitarismo. Ma si sente anche, da parte di organizzazioni di base e Consigli Comunali dei barrios di Caracas, e di comunità contadine e indigene negli stati Apure, Barinas, Táchira e Zulia, che le autorità non agiscono, pur essendo state avvisate. Questo porta a una perdita di fiducia nelle autorità da parte della popolazione, che smette di denunciare i fatti perché teme di trasformarsi in un bersaglio prioritario dei paramilitari. La mancanza di azione da parte delle autorità ha cause molteplici. Alcune non prendono sul serio le denunce, altre non sono preparate e non riescono a riconoscere o a capire il funzionamento del paramilitarismo. E in alcuni casi sono perfino complici del paramilitarismo (quasi sempre per motivi economici, non politici).

Nell’ambito della lotta contro il paramilitarismo bisogna evitare anche che la paramilitarizzazione porti a un atteggiamento di rifiuto e sospetto verso i colombiani residenti in Venezuela. A fronte di 5 milioni di colombiani nel paese sarebbe un controsenso che corrisponderebbe solo all’interesse della destra di trasformare il conflitto politico-ideologico e di classe in uno fra colombiani e venezuelani.

Non è ancora troppo tardi per evitare la paramilitarizzazione del Venezuela e la formazione di un esercito controrivoluzionario.

*Tratto da El negocio de la guerra. Nuevos mercenarios y terrorismo de Estado. Caracas: Monte Àvila Editores, 2009.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Pier Paolo Palermo]

Il Venezuela non è l’Ucraina

_mg_28951396122154La rappresentazione degli scontri in Venezuela è notevolmente deformata dai media occidentali. Questo è un classico conflitto fra destra e sinistra, ricchi e poveri.

di Mark Weisbrot – The Guadian

Le proteste attualmente in corso in Venezuela ricordano un altro momento storico in cui le rivolte di strada sono state usate da politici di destra nell’ambito del tentativo di rovesciare il governo eletto.

Dal dicembre del 2002 fino al febbraio 2003 ci furono scioperi per lo più di colletti bianchi dell’industria petrolifera nazionale, insieme ad alcuni imprenditori. I media statunitensi diedero a credere che la gran parte del paese era in sciopero contro il governo, quando in realtà si trattava di meno dell’uno per cento della forza lavoro.

La diffusione dei video fatti con i cellulari e dei social media nello scorso decennio hanno reso più difficile falsificare la rappresentazione di cose che possono essere facilmente filmate. Ma la situazione del Venezuela è ancora clamorosamente distorta dai principali mezzi di informazione. Il New York Times ha dovuto fare un errata corrige la scorsa settimana per un articolo che si apriva con la frase «L’unica stazione televisiva che trasmette regolarmente voci critiche verso il governo…». La realtà è che tutte le emittenti televisive private «trasmettono regolarmente voci critiche verso il governo». E i media privati hanno oltre il 90% del pubblico televisivo in Venezuela. Uno studio fatto dal Carter Center della campagna per le elezioni presidenziali lo scorso aprile ha mostrato un vantaggio del Presidente Maduro sullo sfidante Henrique Capriles in termini di copertura televisiva (57% contro 34%), ma quel vantaggio è sensibilmente ridotto quando si prendono in considerazione gli ascolti.

Sebbene si siano registrati abusi di potere e ci sia uno stato di diritto imperfetto in Venezuela (come capita in tutto l’emisfero), è ben lontano dall’essere lo Stato autoritario che la maggior parte dei consumatori di informazione occidentali sono portati a credere. I leader dell’opposizione cercano al momento di rovesciare il governo democraticamente eletto (è il loro fine esplicito) dipingendolo come una dittatura repressiva che sta soffocando proteste pacifiche. Questa è una tipica strategia di “cambiamento di regime”, che spesso comprende manifestazioni violente al fine di provocare violenza di Stato.

Gli ultimi numeri ufficiali parlano di otto vittime confermate fra i manifestanti dell’opposizione, ma non ci sono prove che queste siano il risultato degli sforzi da parte del governo di schiacciare il dissenso. Sono state uccise anche almeno due persone simpatizzanti del governo, e due motociclisti sono stati uccisi (uno decapitato) da fili metallici piazzati dai manifestanti. Undici delle cinquantacinque persone attualmente detenute per crimini che sarebbero stati commessi durante le proteste sono agenti delle forze dell’ordine.

Naturalmente la violenza è deplorevole da entrambe le parti, e i manifestanti detenuti (compreso il loro leader Leopoldo López) dovrebbero essere rilasciati su cauzione a meno che non ci sia un motivo legale e valido per la custodia cautelare. Ma è difficile argomentare, a partire da ciò che sappiamo, che il governo sta cercando di sopprimere una protesta pacifica.

Dal 1999 al 2003 l’opposizione venezuelana ha una strategia di «presa del potere manu militari», secondo Teodoro Petkoff, un giornalista di punta dell’opposizione che pubblica il quotidiano Tal Cual. In questo si scrivono il colpo di stato dell’aprile 2002 e lo sciopero petrolifero e padronale del dicembre 2002-febbraio 2003, che mise in ginocchio l’economia. Anche se l’opposizione alla fine ha optato per una via elettorale al potere, non è stato il processo che si vede nella maggior parte delle democrazie, in cui i partiti di opposizione accettano la legittimità del governo eletto e cercano di cooperare almeno su alcuni obiettivi comuni.

Una delle forze più importanti che hanno incoraggiato questa polarizzazione estrema è stato il governo degli Stati Uniti. È vero che altri governi di sinistra che hanno implementato cambiamenti economici di tipo progressista sono stati politicamente polarizzati: Bolivia, Ecuador e Argentina, ad esempio. Ma Washington si è impegnata per un “cambiamento di regime” in Venezuela più che in qualsiasi altro paese del Sudamerica; e non sorprende, dato che nel suo sottosuolo ci sono le più grandi risorse petrolifere del mondo. E questo ha sempre fornito ai politici di opposizione un forte incentivo a non lavorare nella cornice del sistema democratico.

Il Venezuela non è l’Ucraina, dove era possibile vedere i leader dell’opposizione collaborare pubblicamente con agenti statunitensi nei loro tentativi di rovesciare il governo, e non pagare apparentemente nessun prezzo per averlo fatto. Naturalmente gli Stati Uniti hanno aiutato l’opposizione venezuelana finanziandola: basta leggere i documenti del governo USA disponibili sul web per trovare circa 90.000.000 di dollari di finanziamenti statunitensi al Venezuela a partire dal 2000, compresi 5 milioni nell’attuale budget federale. Anche le pressioni per l’unità dell’opposizione e i consigli tattici e strategici aiutano: Washington ha decenni di esperienza nel rovesciare governi, e si tratta di un patrimonio di conoscenze specialistiche che non si imparano nei circuiti accademici. Ancora più importante è la sua enorme influenza sui media internazionali e quindi sull’opinione pubblica.

Quando John Kerry ha fatto dietro-front, ad aprile, riconoscendo i risultati delle elezioni venezuelane, ha determinato la fine della campagna dell’opposizione per il non riconoscimento. Ma la vicinanza della leadership dell’opposizione al governo statunitense è anche un punto di debolezza in un paese che è stato all’avanguardia della “seconda indipendenza” del Sud America iniziata con l’elezione di Hugo Chávez nel 1998. In un paese come l’Ucraina potevano sempre indicare la Russia (e ancora di più adesso) come una minaccia per l’indipendenza nazionale; i tentativi dei leader di opposizione venezuelani di dipingere Cuba come una minaccia per la sovranità venezuelana sono risibili. Sono solo gli Stati Uniti a minacciare l’indipendenza del Venezuela, con Washington che lotta per riprendere il controllo di una regione che ha perso.

A undici anni dallo sciopero petrolifero, le linee di divisione del 2002 non sono cambiate poi tanto. C’è l’ovvia divisione in classi, e c’è ancora una differenza percepibile in termini di colore della pelle fra l’opposizione (che è più bianca) e le folle partigiane del governo, cosa che non sorprende in un paese e in una macro-regione in cui il reddito e la razza sono spesso fortemente correlati.

Per quanto riguarda le leadership, una fa parte di un’alleanza macro-regionale anti-imperialista, l’altra ha Washington come alleato. E sì, c’è una grossa differenza fra le due leadership riguardo al rispetto per una democrazia elettorale ottenuta a duro prezzo, come è dimostrato dagli attuali scontri. Per l’America Latina, è una classica divisione fra sinistra e destra. Il leader dell’opposizione Henrique Capriles ha cercato di coprire questa distanza con una metamorfosi, trasformandosi dalla quintessenza della destra nel Lula del Venezuela nelle sue campagne presidenziali, lodando i programmi sociali di Chávez e promettendo di ampliarli. Ma ha avuto un atteggiamento altalenante per quanto riguarda il rispetto delle elezioni e della democrazia e, vistosi superato dall’estrema destra (Leopoldo López e María Corina Machado), la settimana scorsa ha rifiutato le offerte di dialogo del presidente. A conti fatti sono tutti troppo ricchi, elitari e di destra (pensate a Mitt Romeny e al suo disprezzo per il 47%) per un paese che ha ripetutamente votato per dei candidati che proponevano una piattaforma socialista.

Nel 2003, poiché non controllava l’industria petrolifera, il governo non aveva ancora mantenuto molte delle sue promesse. Un decennio più tardi, la povertà e la disoccupazione sono state ridotte di oltre la metà, la povertà estrema di oltre il 70%, e milioni di persone hanno pensioni che non avevano prima. La maggior parte dei venezuelani non getteranno via tutto questo perché hanno avuto un anno e mezzo di inflazione alta e una maggiore scarsità di beni di consumo. Nel 2012, secondo la World Bank, la povertà è diminuita del 20%, la diminuzione più sensibile nelle Americhe. I recenti problemi non durano da abbastanza tempo affinché la maggior parte della gente abbandoni un governo che ha innalzato il loro tenore di vita più di qualsiasi altro da decenni a questa parte.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo – Si ringrazia Shirley Moore per la segnalazione]

 

Quello che i documenti di Wikileaks dicono di Leopoldo López

da venezuelanalysis.com

Il leader dell’opposizione venezuelana Leopoldo López è salito alla ribalta della scena politica internazionale in occasione delle proteste occorse in Venezuela la settimana passata e del suo arresto, il 21 febbraio. López viene menzionato almeno 77 volte in documenti diplomatici pubblicati da Wikileaks. Molti dei documenti vertono su dispute interne all’opposizione, e vedono López entrare spesso in conflitto sia con altri membri del suo partito, sia con altri esponenti dell’opposizione. Dati questi precedenti, forse non sorprende che le attuali mobilitazioni di cui è alla testa, che chiedono “la salida”, l’uscita di scena del presidente venezuelano Nicolás Maduro, abbiano causato anche divisioni in seno all’opposizione. David Smilde, un membro di spicco del Washington Office on Latin America, ha scritto la settimana scorsa:

“Mentre Capriles a gennaio ha stretto la mano a Maduro, il che non solo indica un atteggiamento più conciliante ma è anche un tacito riconoscimento della legittimità di Maduro, sia Leopoldo López che Maria Corina Machado hanno intrapreso una linea più dura e stanno lavorando fuori dalla Mesa de Unidad Democrática (MUD)”.

Senza dubbio, in termini politici immediati, il maggior beneficiario della violenza di ieri (12 febbraio) è stato López.

Questa settimana Smilde ha aggiunto in una dichiarazione a USA today “Prima che succedesse questo, López faceva ancora da secondo violino a Capriles… Credo che il suo obiettivo sia cercare di scavalcare Capriles. Le proteste studentesche lo hanno messo sotto i riflettori”.

I documenti di Wikileaks mostrano un’interessante storia dell’ascesa di López verso la leadership, e mostrano anche alcune delle divisioni all’interno dell’opposizione. Nelle righe che seguono a un leader di partito vengono attribuite queste parole: “per i partiti di opposizione, López è secondo solo a Chávez per la sua capacità di suscitare ira, l’unica differenza fra i due è che López è molto più bello.” E ancora: “Durante un incontro del partito, il 6 dicembre, il Segretario Generale di Primero Justicia (PJ) Tomás Guanipaha invitato López a rispettare il partito, le sue decisioni e la sua unità. Guanipa ha esortato López a ‘non continuare a dividerci, non possiamo passare la vita a scontrarci e litigare con tutti’”.

Il governo statunitense finanzia l’opposizione venezuelana da almeno 12 anni, comprese, come il Dipartimento di Stato ha riconosciuto, alcune delle persone e organizzazioni coinvolte nel colpo di stato militare del 2002. Il loro obiettivo è sempre stato sbarazzarsi del governo Chávez e sostituirlo con qualcosa che fosse più di loro gusto. Tuttavia il loro sostegno economico probabilmente non è il contributo più importante in Venezuela, dal momento che l’opposizione venezuelana possiede la maggior parte della ricchezza e delle rendite del paese. Un ruolo più importante è la pressione fatta dall’esterno in nome dell’unità che, come mostrano questi documenti e la storia degli ultimi 15 anni, è venuta a costituire un serio problema per l’opposizione venezuelana. I documenti dimostrano anche che si tratta di una seria preoccupazione per il governo degli Stati Uniti.

A seguito riportiamo i documenti più interessanti, in ordine cronologico:

2 febbraio 2006: “Il 27 gennaio poloff [l’Ufficale Politico dell’Ambasciata Statunitense] ha incontrato il Segretario Generale di Primero Justicia Gerardo Blyde per discutere per discutere delle voci secondo cui una lotta di potere in corso fra i leader di PJ – Blyde e il sindaco di Chacao Leopoldo López contro il presidente del partito e candidato presidenziale Julio Borges e il sindaco di Baruta Henrique Capriles – potrebbe portare a una rottura nel partito (rif. A e B).”

8 dicembre 2006: il documento informa sui “vincitori” e i “perdenti” delle elezioni presidenziali del 2006. Uno dei “vincitori” è López. “Il trentacinquenne Leopoldo López, sindaco del distretto Chacao di Caracas per Primero Justicia, si è distinto nella campagna di Rosales. Ha giocato un ruolo importante nell’organizzazione dei tre grandi comizi di Rosales a Caracas, compreso quello enorme del 25 novembre sull’autostrada Francisco Fajardo. Rosales ha preso il 76% dei voti a Chacao e ha vinto con ampio margine negli adiacenti quartieri borghesi.” Chacao è stato l’epicentro delle attuali proteste.

8 giugno 2007: Durante un periodo di grandi manifestazioni studentesche, il documento sostiene che: “I partiti politici, tuttavia, sono ansiosi di cooptare il movimento [studentesco]. Il giovane, dinamico sindaco di opposizione del municipio di Chacao, Caracas, Leopoldo López, si è rivolto agli studenti già dalle prime manifestazioni nella sua giurisdizione, e li sta attivamente dirigendo da dietro le quinte (Rif. A)”.

6 dicembre 2007: Dal documento: “Nonostante Chávez continui a criticare duramente l’opposizione, Arreaza [capo dello staff dell’ex vicepresidente José Vicente Rangel] ha detto che il presidente venezuelano ha chiesto all’ex vicepresidente Rangel di tendere una mano all’opposizione. Arreaza ha detto che Rangel questa settimana si è incontrato con il leader di Primero Justicia Julio Borges, e con i leader di Un Nuevo Tiempo (UNT), fra cui il sindaco di Chacao Leopoldo López. Il governo vede López come il canale migliore per arrivare al movimento studentesco, ha aggiunto Arreaza”.

28 marzo 2008: Il documento riporta un incontro fra il senatore statunitense Ron Wyden (democratico, Oregon) e López, facendo notare che “Il senatore e il suo staff hanno discusso con López di possibili strategie mediatiche e metodi per far arrivare il suo messaggio positivo al pubblico statunitense”.

11 aprile 2008: L’ambasciata statunitense ha incontrato una consulente legale di López, il quale ha illustrato la sua strategia per contestare l’interdizione dai pubblici uffici. Secondo lei, “trasformare López in una vittima delle macchinazioni del governo bolivariano lo rende più popolare come candidato”.

17 luglio 2008: Gli Stati Uniti concordano con l’analisi della consulente legale, e scrivono: “è interessante notare come le interdizioni stiano apparentemente trasformando Leopoldo López in una figura di livello nazionale per l’opposizione, piuttosto che un semplice astro nascente a Caracas”.

18 luglio 2008: “C’è una diffusa preoccupazione all’interno dell’opposizione che la rivalità fra il governatore dello stato Zulia Manuel Rosales e il sindaco di Chacao Leopoldo López stia ulteriormente [sic] pregiudicando l’unità dell’opposizione”.

31 luglio 2008: “Un aumento in settimana dell’interesse internazionale per la causa degli ineleggibili indica che López e altri leader di opposizione hanno avuto un certo successo nel raccogliere sostegno sulla scena internazionale, forse ancora più che nei loro paesi”.

28 marzo 2009: “Un’attivista di UNT parla di un attrito crescente fra il sindaco di Maracaibo Manuel Rosales e l’ex sindaco di Chacao Leopoldo López per la leadership del partito. Si è lamentata del fatto che i politici più anziani alla guida di UNT – in particolare Rosales – sono interessati solo al potere personale, piuttosto che a far crescere all’interno del partito astri nascenti che possano avere un maggiore richiamo per la gente”.

10 giugno 2009: “L’attivista di Un Nuevo Tiempo Yenny De Freitas l’8 giugno ha detto ad alcuni poloff che il partito continua a soffrire un grave scisma fra il suo leader auto-esiliato Manuel Rosales e Leopoldo López. Ha affermato che López, che attualmente si occupa dei programmi di UTN nel sociale, sta tramando per creare un proprio ‘movimento’ di opposizione all’interno dell’attuale struttura di partito, probabilmente avvantaggiandosi delle reti di relazioni che ha sviluppato nel suo ruolo attuale e della sua personale popolarità a Caracas.” Il documento aggiunge: “L’assenza della maggiormente popolare giovane generazione di leader dell’opposizione alimenterà quasi certamente illazioni sul fatto che non tutto è a posto all’interno dei partiti, e che figure di scontenti come Leopoldo López si stanno forse preparando a lanciare un ‘movimento’ a proprio uso e consumo, a spese di quel poco di coesione che gli attuali partiti di opposizione sono in grado di raggiungere”.

2 settembre 2009: “López tuttavia ha annunciato il 1 settembre che in realtà era stato espulso da UNT a causa di ‘divergenze’ dai funzionari del partito su come procedere in vista delle elezioni per l’Assemblea nazionale (AN) e quelle municipali, previste per il 2010. Alcune conversazioni con la base del partito indicano che López, il quale ha capeggiato l’iniziativa di ‘reti popolari’ di UNT, potrebbe attrarre un ampio seguito col suo ‘movimento dei movimenti’, probabilmente creando ancora un altro ostacolo ai goffi tentativi dell’opposizione di raggiungere l’unità elettorale. Sembra che López stia dicendo di avere un’idea migliore di cosa ci voglia per battere Chávez, e che sia disposto a rompere con il partito per averla vinta”.

2 settembre 2009: “Il tanto pubblicizzato atteggiamento ribelle di López probabilmente renderà più complicato per l’opposizione creare una lista unitaria di candidati per le elezioni del 2010. Sembra che López creda di sapere meglio degli altri come battere Chávez, e che non esiterà a rompere con i suoi colleghi dell’opposizione per averla vinta”.

15 ottobre 2009: “[Il sondaggista Luís Vicente] León ha sottolineato come all’opposizione manchi un leader che possa unirla e trasmettere il suo messaggio al popolo venezuelano. Ha valutato che probabilmente Leopoldo López spera di catapultarsi in quel tipo di ruolo di guida con la sua iniziativa di ‘reti popolari’ (redes populares)”.

3 novembre 2009: “L’ex sindaco di Chacao Leopoldo López, che si è staccato da UNT a causa del suo sostegno all’idea di una lista unitaria, ha detto a Polcouns [il Consigliere Politico] il 16 ottobre che i partiti trovano lo status quo troppo comodo per assumersi dei rischi. Ha anche respinto l’idea che ci fossero ‘partiti maggiori’, sostenendo che all’interno dell’opposizione ‘tutti i partiti sono piccoli’.
“L’ex sindaco di Chacao Leopoldo López è diventato una figura di divisione all’interno dell’opposizione, in particolare dalla sua pubblicizzatissima rottura con UNT a settembre. È spesso descritto come arrogante, vendicativo e assetato di potere, ma i funzionari del partito gli riconoscono anche una popolarità che resiste al tempo, carisma e talento come organizzatore. Ponte, di Primero Justicia, ha detto di aver lavorato per López quando era sindaco e di essere rimasta impressionata dalla sua abilità nell’organizzare il suo staff e nell’implementare efficacemente i programmi. Tuttavia, ha detto che la licenziò su due piedi quando il marito di lei si oppose a López durante un conflitto interno al partito, quando lui era ancora un membro di PJ. (Nota: López fu tra i fondatori di PJ ma ha lasciato il partito per entrare in UNT nel 2007. Fine della nota)”.

3 novembre 2009: “Sebbene i partiti abbiano bisogno del seguito di López per espandere la loro ristretta base elettorale, sembrano infastiditi dalla sua indisponibilità al compromesso e sospettano che abbia secondi fini. Ponte ha affermato che per i partiti di opposizione, López è secondo solo a Chávez per la sua capacità di suscitare ira, scherzando sul fatto che ‘l’unica differenza fra i due è che López è molto più bello’. Caldera, di PJ, ha minimizzato le ‘reti sociali’ di López come ‘proselitismo politico’ e i suoi progetti, secondo lui non diversi da quelli spesso portati avanti dai partiti di opposizione nel tentativo di costruire sostegno elettorale”.
22 dicembre 2009: “Durante un incontro del partito, il 6 dicembre, il Segretario Generale di Primero Justicia (PJ) Tomás Guanipa ha invitato López a rispettare il partito, le sue decisioni e la sua unità. Guanipa ha esortato López a ‘non continuare a dividerci, non possiamo passare la vita a scontrarci e litigare con tutti. Non è bene per il paese che tu speri in qualcosa di diverso rispetto a noi’”.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

Samán: «I nemici sono le corporazioni»

da correodelorinoco.gob.ve

«Il nemico non è il proprietario della salumeria sotto casa, il nemico sono le corporazioni e le catene (del settore alimentare). Il popolo deve essere cosciente di ciò» ha affermato il presidente dell’Istituto per la Difesa delle Persone nell’Accesso ai Beni e ai Servizi (Indepabis), Eduardo Samán.

Intervistato nel programma “En contexto”, trasmesso da ANTV, l’alto funzionario ha illustrato al pubblico venezuelano l’importanza di continuare a identificare i responsabili della Guerra Economica.

«Non possiamo confonderci di nemico in questa guerra. Se non capiamo chi è il nostro nemico siamo perduti. Chi sono i nostri nemici in questa guerra? In primo luogo, l’imperialismo; in secondo luogo Fedecamaras, Consecomercio, Venamcham; in terzo luogo, i loro partiti di opposizione, che fanno da lacchè», ha fatto notare.

Sui problemi nella distribuzione di generi alimentari, Samán ha criticato l’ubicazione geografica dei grandi supermercati a Caracas. «Le ispezioni continuano perché non possiamo abbassare la guardia», ha detto.

Il Presidente della Repubblica Nicolás Maduro ha annunciato la fusione di Indepabis e della Sovrintendenza ai Costi e ai Prezzi (Sundecop) per formare la Sovrintendenza ai Costi, Guadagni e Prezzi Giusti.

Infine, Eduardo Samán ha precisato: «La lotta contro la Guerra Economica deve continuare perché la borghesia ha sete di potere».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

Cartoline da un mondo orizzontale

di Marina Sitrin

I nuovi movimenti sociali sono diversi. Invece di chiedere alternative, le fanno nascere.

HAVANA TIMES – «Il nostro problema più grosso è che non riusciamo a immaginare alternative. Ed è quella la sfida: inventare, creare e pensare come se vivessimo immediatamente dopo il crollo, se è vero che il capitalismo sta crollando, e trovare il modo di organizzarci». Ana, Observatorio Metropolitano e 15-M, Madrid.

Da dieci anni viaggio per il mondo e parlo con persone come Ana, che stanno creando nuovi movimenti sociali che sfidano i nostri modi d’intendere l’azione collettiva. Ho vissuto in Argentina dopo la crisi del 2001 e ho registrato una storia orale della ribellione che ne è scaturita. Ho passato del tempo con gruppi autorganizzati per il consumo dell’acqua a Cochabamba, in Bolivia, e con Occupy in tutti gli Stati Uniti. E ho lavorato con le assemblee di vicinato in Grecia e Spagna, come anche con gruppi di difesa degli inquilini negli USA e in Germania.

Nessuno fra questi esempi è un movimento sociale di tipo tradizionale, che formula richieste e muove rivendicazioni alle istituzioni preposte alla loro implementazione, un approccio che spesso appaga il movimento e porta a conquiste solo temporanee. Qui si tratta invece di un approccio molto più radicale, per riappropriarsi dei nostri rapporti col prossimo, e per reinventare modi di essere radicati nella solidarietà orizzontale, nella condivisione, nella democrazia e nell’amore.

«Per quanto mi riguarda, credo fortemente nel potere dell’azione diretta ed essenzialmente nel creare le condizioni per cui si possa costringere lo stato a sedersi al tavolo e negoziare, e di conseguenza operare questi cambiamenti, piuttosto che la piattaforma rivendicativa, che è forse una forma leggermente meno passiva di esprimere richieste e istanze, e che secondo me spesso ridà legittimità al potere dello stato». Matt, Occupy Wall Street, New York.

L’osservazione di Matt riassume quello che, per molti critici, costituisce una debolezza di questi nuovi movimenti, ma che loro vedono come un punto di forza: non cercano di influenzare l’opinione pubblica o incidere sulla politica del governo, e non sono organizzati intorno a un programma esplicito. Piuttosto che chiedere un futuro che sanno non verrà mai dato loro da altri, il loro obiettivo è di creare i propri futuri insieme.

Questo si verifica in due modi. Il primo è attraverso l’azione diretta che garantisce alla gente un tetto sulla testa, il nutrimento e l’istruzione; parchi aperti e riduzione delle tariffe degli autobus; accessibilità delle cure sanitarie; rendere una vita senza debito praticamente possibile. Il secondo è la creazione di una reale democrazia in cui le persone possono partecipare attivamente e prendere decisioni che hanno conseguenze sulle loro vite.

Ma piuttosto che chiedere ad altre istituzioni di essere più democratiche, il loro approccio è dichiararle antidemocratiche ed escogitare alternative funzionali. Da qui gli slogan di questi movimenti, come ad esempio «Non ci rappresentate» e «Vera democrazia» in Spagna, «Il popolo deve governare» in Portogallo e «Non potete neanche immaginarci» in Russia. Si costruiscono rapporti con potenti istituzioni come governi, banche e compagnie assicurative, ma non dal tradizionale punto di vista rivendicativo dei movimenti di protesta.

I gruppi autorganizzati producono invece risultati concreti, come ad esempio impedire uno sfratto, la qual cosa può portare successivamente a negoziare con le banche coinvolte. Questo è diverso dal protestare davanti a una banca affinché non sfratti una famiglia, o protestare contro la loro politica dei prestiti. Potrebbe sembrare una questione di semantica, ma in effetti … il potere e la sua collocazione: in questo caso, come qualcosa che ha origine e parte dal basso, non qualcosa che va chiesto e deve essere concesso dall’alto.

«Ricordo di aver letto questo sondaggio d’opinione del New York Times a ottobre, e il Congresso degli Stati Uniti aveva un tasso di approvazione del 9%, mentre Occupy arrivava oltre il 60%. Credo che ci sia stata, negli Stati Uniti come a livello globale, una delegittimazione delle istituzioni sociali, politiche ed economiche esistenti, per cui la gente cerca una qualche alternativa. E lo vediamo l’uno nell’altro, è una cosa evidente. Vedersi, poter parlare ed essere ascoltati, e in forme orizzontali». Marsia, Occupy Wall Street, New York.

Horizontalidad o orizzontalismo è un termine ampiamente usato per descrivere questi nuovi rapporti sociali. Come dice la parola stessa, si tratta di interagire e comunicare su una base paritaria. L’orizzontalità implica necessariamente il ricorso alla democrazia diretta e la ricerca del consenso attraverso assemblee generali e altri modelli simili, in cui tutti vengano ascoltati e nuovi rapporti possano essere creati. Questi esperimenti non sono fini a se stessi, ma strumenti che facilitano l’emergere di nuovi rapporti fondati sulla fiducia, sulla condivisione e su una comunicazione schietta in tutto il corpo sociale.

«Ci piacerebbe che questo principio dell’orizzontalità e democrazia diretta fosse applicato a tutti i campi della vita, e un aspetto molto importante è il consumo. Oggi il mercato è organizzato in modo gerarchico, così noi ci relazioniamo l’uno all’altro come consumatori. Ma qui vogliamo promuovere un diverso tipo di consumo. Così siamo in contatto con produttori di cibo e di ogni genere di cosa, e abbiamo un rapporto diretto con loro, e vogliamo sapere che tipo di cose stanno producendo, come le stanno producendo e avere quanto più controllo è possibile su quello che consumiamo… Non c’è intermediario, non ci sono passaggi non necessari, e questo concetto si applica in molti modi. Ci aiuta anche a creare nuove cooperative nel settore della produzione, per contribuire a soddisfare i nostri bisogni. Per cui cominciamo dai nostri bisogni, e da lì decidiamo che cosa vogliamo». Theo, Micropolis, Tessalonica, Grecia.

Quello che Theo descrive è una pratica politica prefigurativa: creare il futuro nel presente cementando l’uguaglianza e la democrazia a livello tanto personale quanto istituzionale, così che l’uno possa rinforzare l’altro. Se da un lato i nuovi movimenti sociali rifiutano i modelli convenzionali di democrazia rappresentativa e capitalismo, sono ugualmente attenti alla creazione di rapporti funzionali di assistenza e sostegno che concretizzino le alternative che perseguono.

Ho visto questo meccanismo in azione in comunità messe su in piazze, piazzali e accampamenti, in cui venivano forniti cibo, assistenza sanitaria, sostegno legale, biblioteche, sostegno all’infanzia e molti altri servizi. La partecipazione diretta, parlare con i tuoi vicini, formare assemblee, decidere cosa fare e poi farlo collettivamente: queste erano le caratteristiche di tutti i movimenti con cui ho lavorato, senza gerarchia o l’elezione di rappresentanti formali. E questi principi hanno avuto un effetto profondo sulle persone che li hanno praticati.

«Dopo quello che è successo, la Spagna si sente collettivamente diversa. Penso, ad esempio, a mio padre, che non era affatto una persona politicizzata, ed è ora una persona che ascolta, con cui puoi avere una conversazione in qualsiasi momento, che è ben informato. Persone così fanno sentire oggi la loro voce, persone che vanno alle manifestazioni e partecipano a cose a cui prima non avrebbero mai partecipato». Begonia, 15-M, Madrid.

In tutto il mondo la gente si sta organizzando in modi orizzontali che prefigurano il mondo che desiderano, e nel farlo stanno ridefinendo se stessi. Quelli con cui ho parlato dicevano di aver vissuto un cambiamento, di aver sviluppato un nuovo tipo di sicurezza di sé e dignità. La vergogna che potrebbero aver provato dopo la perdita del lavoro o della casa si è tradotta in rabbia, ma combinata alla consapevolezza e alla constatazione del fatto che non era colpa loro. Di fatto, formavano la maggioranza, e potevano fare qualcosa contro la crisi anche se non era stata causata da loro: potevano organizzarsi l’uno con l’altro e creare alternative. Non chiederle, ma realizzarle in prima persona. E questo è il potere.

Come mi ha detto Ernest, di Plataforma de Afectados por la Hipoteca, una rete che si batte contro i pignoramenti e gli sfratti a Barcellona:

«Il 15-M è qualcosa che ti segna per sempre. Ha toccato milioni di individui, uno ad uno, persone che sono cambiate per sempre. Le persone sanno che possono ottenere risultati, che se si uniscono ad altri come loro cambieranno le cose, e questo costituisce un potere enorme. Naturalmente non conosciamo perfettamente i modi per farlo, e non è un problema che nessuno lo sappia, o abbia una formula magica. La cosa più importante è che siamo lì, cercando il momento giusto per fare breccia. Credo che questo sia uno dei punti più forti del 15-M. Avevo la pelle d’oca in quei giorni. Non potevo crederci. Plaza Catalunya era piena di gente che rispettava l’ordine di intervento, parlava con i megafoni, comunicava. C’erano momenti in cui piangevi, sopraffatto dall’emozione. Non ho mai pensato che avrei potuto vedere qualcosa di simile nella mia vita, neanche nei sogni, eppure ero lì».

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

Uruguay ha offerto lo sbocco sul mare a Bolivia e Paraguay

https://i1.wp.com/eldiario.com.uy/wp-content/uploads/2012/10/Foto-Chavez-Mujica.jpgda www.infobae.com

Questo articolo risale al marzo del 2010, ne riproponiamo qui la traduzione in italiano di Pier Paolo Palermo, alla luce dell’attualità del tema sulla pratica che deve caratterizzare l’integrazione latinoamericana su basi di solidarietà e complementarietà.

Il presidente uruguagio José Mujica si è espresso martedì scorso a favore di una maggiore integrazione in Sudamerica e ha reiterato l’offerta di installare nel suo territorio un porto che venga usato dai paesi senza sbocco sul mare come Bolivia e Paraguay.

Mujica, che è entrato in carica all’inizio di marzo, è stato in Cile e in Bolivia la settimana passata e visiterà il Brasile e il Venezuela alla fine del mese allo scopo di stringere i rapporti.

Il capo di stato promuove l’eventuale installazione di un porto sull’Oceano Atlantico che sia di proprietà dei governi della regione, affinché sia utilizzato dai paesi che si trovano all’interno del continente.

«Integrare significa costruire infrastrutture che ci integrino, offrire con generosità alla regione un porto che potrebbe essere addirittura, nel migliore dei casi, di proprietà dei governi interessati» ha osservato Mujica nel suo programma radiofonico.

«Che il Paraguay possa raggiungere con il suo legname, i suoi minerali e la sua soya l’Oceano Atlantico attraverso il nostro paese, e che lo stesso possa fare la Bolivia, significa sviluppo per la regione e creazione di posti di lavoro nella logistica per l’Uruguay» ha aggiunto.

Il presidente ha inoltre proposto come modello di integrazione lo scambio a livello energetico, che permetterebbe di affrontare in modo migliore le situazioni di deficit che soffrono molte nazioni.

Durante la sua visita in Bolivia, e dopo una riunione con Evo Morales, Mujica ha detto che per il suo paese sarebbe «importantissimo» poter comprare gas da questo paese. Il progetto coinvolgerebbe eventualmente l’Argentina come paese per il quale transiterebbe il gas.

Ha inoltre fatto notare il raggiungimento di un accordo di interconnessione delle reti elettriche di Uruguay e Brasile, che aziende energetiche di entrambi i paesi prevedono di firmare martedì.

Il progetto, che implica la costruzione di linee elettriche e stazioni di conversione, comincerebbe a funzionare nel secondo semestre dell’anno 2012 e sarà finanziato in parte dal Fondo di Convergenza Strutturale del Mercosur (Focem).

«Integrazione significa avere a disposizione canali per la somministrazione di energia in caso di emergenza, da una parte all’altra. Perché da una parte può esserci scarsità e da un’altra si produce energia molto più economica, e in abbondanza?» ha commentato Mujica.

«Significa trovare strade per condividere il gas della regione in modo ragionevole, lottare affinché i porti non siano in guerra fra loro, ma si complementino in tutto ciò che è possibile» ha detto il presidente uruguagio.

L’Uruguay fa parte del blocco commerciale del Mercosur, insieme ad Argentina, Brasile e Paraguay, con Cile e Bolivia come stati associati e in Venezuela in via di adesione.*

* Il Venezuela è ora a pieno titolo parte integrante del Mercosur

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

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