Cile e Venezuela: a 44 anni dal golpe fascista contro Allende

di Leandro Grille
(Caras y caretas – Uruguay)

Nicolas Maduro non è Salvador Allende. E non è nemmeno Hugo Chavez. Il Venezuela, inoltre, non è il Cile. E fin qui le affermazioni sono talmente triviali che potrebbero essere trascurate. Tuttavia, le similitudini tra la Rivoluzione Bolivariana e il Governo di Unità Popolare, guidato dall’indimenticabile presidente martire, sono enormi. E negarlo, disconoscerlo o eluderlo è la condizione necessaria per disinteressarsi e non comprendere un processo politico contemporaneo senza la necessità di rivedere vecchi amori ancora vigenti.

Mi propongo di esporre brevemente, entro i limiti della mia formazione, alcune chiavi di questo parallelismo, tenendo presente che non esistono processi storici e politici omologabili in senso profondo, tanto più quando avvengono in società e tempi differenti.

Storicamente il Venezuela ha avuto una economia basata sull’estrazione e commercializzazione delle sue enormi riserve petrolifere. Dal canto suo, il Cile, per decenni aveva basato la sua economia sullo sfruttamento del salnitro, sino al declino dell’industria seguito alla produzione del salnitro sintetico, dopo di che visse esclusivamente dell’estrazione e esportazione di rame che, al momento dell’arrivo di Salvador Alliende alla Presidenza, significava il 75% della produzione cilena e più del 30% del gettito fiscale. Entrambe erano economie estrattive fortemente dipendenti dal prezzo internazionale di una risorsa naturale prevalente.

Una prima grande similitudine tra il governo di UP e il progetto politico inizialmente guidato da Hugo Chávez fu la manifesta volontà di costruire una via democratica al socialismo in un paese del terzo mondo, ricorrendo alle urne e non alle armi. Questo proposito comune di risolvere in maniera pacifica le contraddizioni capitale-lavoro a favore degli sfruttati, mediante la costruzione di uno stato socialista per via elettorale, non ha ancora provato la sua fattibilità in nessuna parte del mondo, non ha precedenti.

Non è straordinario quindi che i due processi politici siano stati concentrati sulla vocazione socializzante della rendita prodotta nel settore economico principale, né può sorprendere che l’artificioso crollo del prezzo del rame tra l’anno 1971-73, per il Cile, e della caduta del prezzo del petrolio al barile a partire dall’anno 2014, per il Venezuela, abbiano avuto le conseguenze economiche devastanti che si sono verificate in entrambi i paesi.

La crisi economica del Cile di Salvador Allende fu tanto grave e tanto provocata dagli Stati Uniti quanto la crisi venezuelana. Appena Allende ottenne la presidenza del Cile, gli Stati Uniti, allora governati da Richard Nixon con il genocida Henry Kissinger a capo del dipartimento di stato, presero la decisione di destituirlo e a tal fine orchestrarono un piano, conosciuto come Fubelt: per distruggere l’economia cilena, radiarla dal mondo e provocare un colpo di stato che avrebbe abbattuto quel governo marxista considerato una minaccia per propri interessi.

Le prove di queste azioni sono state svelate dopo 25 anni, dopo aver levato il segreto ai relativi documenti, ma ciò era già evidente a qualsiasi osservatore che non fosse politicamente ingenuo o complice. Se il primo anno di Allende aveva significato un sostanziale miglioramento nelle capacità di acquisto della popolazione, crescita economica, espansione dei diritti, spinta alle politiche pubbliche di avanzata, gli anni successivi, caratterizzati da una guerra economica interna e esterna condotta dagli Stati Uniti e eseguita dai settori più potenti del Cile e i suoi relativi media, più la brusca – ed eterodiretta –  caduta del prezzo internazionale del rame in seguito alla nazionalizzazione del 1971, segnarono un crollo dell’economia, due anni consecutivi di caduta del prodotto interno lordo, deterioramento dei salari reali e iper-inflazione, che negli ultimi due anni del governo Allende arrivò ad essere la più alta del mondo, superando il 600%.

La politica di controllo dei prezzi applicata dal governo per contenere l’inflazione è perfettamente paragonabile alla legge venezuelana del giusto prezzo, e uguale la riposta del potere economico: destabilizzazione e accaparramento. I cileni dovevano fare code di vari isolati per ottenere i prodotti fondamentali a prezzi regolati o pagare prezzi tremendamente alti al mercato nero, dove si eludeva il controllo statale. Lo stesso succede oggi in Venezuela. E alla scarsità indotta la risposta del governo venezuelano è identica a quella che diede il governo di UP: Allende creò la JAP (Juntas de Abastecimiento y Control de Precios), Maduro ha creato i Clap (Comité Locales de Abastecimiento y Producion) che forse hanno funzionato meglio delle Jap, tra le altre cose perché, evidentemente, le autorità venezuelane hanno analizzato quell’esperienza e hanno fatto il possibile perché, a differenza della JAP cilena, i Clap non fossero sabotati e perseguitati.

Il malcontento sociale venezuelano degli ultimi anni e quello cileno all’epoca di Allende, causato dalla guerra economica e dalle sue dure conseguenze sulla vita dei cileni, sono ugualmente comparabili. Nelle elezioni parlamentari del 1973, la Confederazione per la Democrazia (CODE, la versione cilena dell’attuale Mesa de la Unidad Democratica che raggruppa la destra venezuelana), ottenne il 56% dei voti, contro il 43% ottenuto dall’Unità Popular di Salvador Allende, ottenendo la maggioranza dei seggi, con proporzioni che sono simili alle elezioni dell’Assemblea Nazionale, che ha perso il chavismo a causa di una crisi identica, perché nel 2015 la MUD venezuelana ottenne il 56% dei voti contro il 41% del Partido Socialista Unido de Venezuela.

Che fece Allende con un Parlamento all’opposizione? L’opposizione cilena riunita della CODE voleva i 2/3 del parlamento per poter accusare e, eventualmente, destituire Allende, come è stato fatto da poco con Dilma, e come hanno tentato di fare con Maduro. Non riuscirono ad arrivare a tanto. Però controllavano il parlamento, e l’opposizione cilena tentò di usare la sua maggioranza amplia per promuovere una riforma costituzionale conosciuta come il progetto Hamilton- Fuentealba che tentò di fermare la politica socialista e di statalizzazioni di Salvador Allende. Allende pose il veto al progetto e per questo fu accusato di calpestare la legalità e passare sopra al potere legislativo. Termini simili sono stati utilizzati per accusare Nicolás Maduro e l’odio politico delle classi medio alte si espresse per le strade, con mobilitazioni sempre più violente, e anche massive, a cui partecipavano anche studenti universitari – non furono solo i camionisti – e ingenti settori sociali, tra cui settori medi e professionali, come medici, dentisti, avvocati e commercianti. Con Allende si scaldarono le strade, non si ebbero 60 morti, ma più di 100, e per questo venne accusato di essere un assassino, un tiranno, e molto altro. Nel frattempo, i settori alleati della borghesia promuovevano il colpo di stato, si concentravano alle porte delle caserme e partecipavano alle cospirazioni. Se in questi giorni la procura generale del Venezuela si è piegata all’opposizione, allo stesso modo si era piegata la Corte dei Conti in Cile quando Allende venne accusato di disconoscere la Costituzione per aver posto il veto sul progetto degli oppositori di destra, che si proponeva di impedire l’espropriazione delle terre e l’intervento nel commercio e nel settore dei trasporti.

Perché molti credono che Salvador Allende fosse un uomo democratico, pacifico e il suo governo un esempio indimenticabile mentre, contemporaneamente si permettono di denigrare il progetto bolivariano? Non è un caso di incoerenza? Fino ad ora l’unica differenza è l’esito. Salvador Allende fu vittima di un colpo di stato a cui resistette con la propria stessa vita, mentre il governo venezuelano ancora non è stato abbattuto, neanche da un colpo di stato, anche se questa strada è stata tentata. Il Venezuela si difende come può. Hugo Chávez lo aveva detto: a differenza di quella cilena, la nostra non è una rivoluzione disarmata. Fidel lo aveva anticipato a Salvador Allende, nel suo discorso di commiato nello Stadio Nazionale, alla fine di un viaggio di tre settimane in Cile, nel dicembre 1971. Dopo aver visto l’esperienza – l’unica nella storia – della costruzione del socialismo per via pacifica, avvertì il popolo del Cile che la violenza è inesorabile, perché la destra l’avrebbe imposta. “Tornerò a Cuba più rivoluzionario di prima! Tornerò a Cuba più radicale di prima! Tornerò a Cuba più estremista di prima!”. 

Quanto sta accadendo in Venezuela non è una novità in America Latina. Né l’atteggiamento dell’Osa lo è. Né la violenza lo è. Né le menzogne dei media. Né la mano nera degli Stati Uniti. Né la pianificazione della scarsità di beni. Né l’accaparramento criminale. Né le gigantesche code, né l’inflazione astronomica, né il mercato nero, né il controllo dei prezzi, né i CLAP, né le sconfitte elettorali all’interno di crisi eterodirette, né il crollo spaventoso del prezzo della risorsa principale, né le manifestazioni delle classi medie e alte. Né le accuse di incostituzionalità. Né quelle di dispotismo e tirannia. Perché quanto sta succedendo è organizzato dalle stesse forze, con lo stesso obiettivo di 44 anni fa. E’ perpetrato contro le stesse forze. Sono soltanto stati aggiornati i metodi, perché come disse Fidel quel giorno, allo stadio nazionale del Cile, la destra impara prima del popolo umile. Però anche il popolo umile impara. E poiché adesso è difficile che compaia un Pinochet in Venezuela, allora la destra chiede l’intervento internazionale. Anche in Cile si preparava una guerra civile. Di questo si parlava nel 1973. Per me, sostanzialmente non vi è nulla di diverso. Non è nemmeno diverso chi non vuole che si sviluppi la Rivoluzione Venezuelana. Né è diversa la destra che vi si oppone.

Ché le lenti di Salvador Allende non si spezzino di nuovo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Clara Statello]

Chile y Venezuela

por Leandro Grille
Caras y Caretas (Uruguay)

 

Nicolás Maduro no es Salvador Allende. Ni es Hugo Chávez. Venezuela, además, no es Chile. Hasta ahí las afirmaciones son de una trivialidad tal que podrían obviarse. Sin embargo, el paralelismo entre la revolución bolivariana y el gobierno de la Unidad Popular, encabezado por el inolvidable presidente mártir, es enorme. Y negarlo, desconocerlo o soslayarlo es condición necesaria para desentenderse y adversar un proceso político contemporáneo sin la necesidad de replantearse viejos amores todavía vigentes.

Me propongo exponer brevemente, dentro de las limitaciones de mi formación, algunas claves de este paralelismo más allá de que no existen procesos históricos y político homologables en un sentido profundo, mucho menos cuando operan sobre sociedades y tiempos distintos.

Históricamente Venezuela ha tenido una economía basada en la extracción y comercialización de sus enormes reservas petroleras. Chile, por su parte, fundó su economía durante décadas en la explotación del salitre, hasta su declive tras el desarrollo del salitre sintético, y tras ello vivió literalmente de la extracción y exportación de cobre que, al momento de ascender Salvador Allende a la presidencia, significaba el 75% de las exportaciones chilenas y más del 30% de los ingresos tributarios. Ambas eran economías extractivistas, fuertemente dependiente del precio internacional de un recurso natural preponderante.

Una primera gran similitud entre el gobierno de la UP y el proyecto político inicialmente liderado por Hugo Chávez fue la voluntad manifiesta de construir un camino al socialismo por vía democrática en un país del tercer mundo, recurriendo a las urnas y no a las armas. Este propósito común de resolver de modo pacífico la contradicción capital trabajo a favor de los explotados mediante la construcción de un Estado socialista por vía electoral, todavía no ha probado su viabilidad en ningún territorio del mundo. No hay precedentes.

No es extraordinario, entonces, que los dos procesos políticos hayan concentrado su vocación socializante en la redistribución de la renta producida por su principal rubro económico, ni puede sorprender que el derrumbe -forzado- del precio internacional del cobre entre el año 1971 y el año 1973, para Chile, y el desmoronamiento del precio del barril de petróleo a partir del año 2014, para Venezuela, hayan tenido las consecuencias económicas devastadoras que tuvieron en ambos países.

La crisis económica de la Chile de Salvador Allende fue tan grave y tan atizada por los Estados Unidos como la crisis venezolana. Desde que Allende obtuvo la presidencia de Chile, Estados Unidos, gobernado en ese entonces por Richard Nixon y con el genocida de Henry Kissinger al frente del Departamento de Estado, tomó la decisión de derrocarlo y para ello orquestó un plan, conocido como FUBELT, para destruir la economía chilena, radiarla del mundo, y producir un golpe de Estado que derrocara el gobierno marxista al que consideraban una grave amenaza a sus intereses.

Las pruebas de su accionar se conocieron 25 años después, cuando se desclasificaron los documentos, pero era evidente para cualquier observador que no fuera políticamente ingenuo o cómplice. Si el primer año de Allende significó una mejora sustantiva en la capacidad de consumo de la población, crecimiento económico, expansión de derechos, impulso de políticas públicas de avanzada, los años posteriores -condicionados por una guerra económica interna y externa conducida por Estados Unidos y ejecutada por los sectores más poderosos de Chile y sus medios afines, más la abrupta -y operada- caída del precio internacional del cobre tras la nacionalización de 1971, marcaron un derrumbe de la economía, dos años seguidos de caída del producto bruto, deterioro del salario real e inflación galopante, que llegó a ser los últimos dos años del gobierno de Allende la más alta del mundo, superando el 600%.

La política de control de precios que aplicó el gobierno de Chile para contener la inflación es perfectamente comparable a ley de precios justos venezolana, y el poder económico respondió de la misma manera: con desabastecimiento y acaparamiento. Los chilenos debían hacer colas de varias cuadras para obtener productos básicos a precio regulado, o pagar montos infernales en el mercado negro que esquivaba el control del Estado. En Venezuela sucedió lo mismo. Y al desabastecimiento inducido, la respuesta del Estado venezolano fue la misma que la respuesta del gobierno de la UP: Allende creo las JAP (Juntas de Abastecimiento y Control de Precios) y Nicolás Maduro creó los CLAP (Comité Locales de Abastecimiento y Producción) que tal vez han funcionado mejor que las JAP, entre otras cosas porque, evidentemente, las autoridades venezolanas analizaron aquella experiencia y han hecho lo posible para que, a diferencias de las JAP chilenas, los CLAP venezolanos no sean saboteados y perseguidos.

El descontento social venezolano de los últimos años y el chileno de la época de Allende trabajado por la guerra económica y sus duras consecuencias sobre la vida cotidiana de los chilenos, también fue comparable. Y en las elecciones parlamentarias de 1973, la Confederación para la Democracia (CODE, versión chilena de la actual Mesa de Unidad Democrática que agrupa a la derecha venezolana) obtuvo el 56% de los votos, contra el 43% que obtuvo la Unidad Popular de Salvador Allende, quedándose con la mayoría de las bancas, con guarismos que son singularmente parecidos a la elección de la Asamblea Nacional que perdió el chavismo en medio de una crisis idéntica, porque en 2015 la MUD venezolana obtuvo el 56% de los votos contra el 41% del Partido Socialista Unido de Venezuela.

¿Qué hizo Allende con un parlamento opositor? La oposición chilena agrupada en la CODE quería los dos tercios para poder acusar y, eventualmente, destituir a Allende como hicieron hace poco con Dilma, y como quisieron hacer con Maduro. No llegaron de casualidad. Pero controlaron el parlamento, y la oposición chilena intentó usar su mayoría parlamentaria amplia para promover una reforma constitucional con un proyecto conocido como Hamilton – Fuentealba que intentaba parar las políticas estatizadoras y socialistas de Allende. Allende vetó el proyecto y, por ello, fue acusado de avasallar la legalidad y pasar por arriba del poder legislativo. Fue acusado en parecidos términos que Nicolás Maduro y el odio político de las clases medias y altas se expresó en la calle, con movilizaciones cada vez más duras, y también masivas, donde también participaron estudiantes universitarios -no fueron solo los camioneros- e ingentes sectores sociales, entre los cuales sectores medios y profesionales, como médicos y abogados y dentistas y comerciantes. A Allende le calentaron la calle y no hubo 60 muertos, hubo más de 100, y lo acusaron de asesino, de tirano, de todo. Mientras tanto, los sectores aliados a la burguesía promovían el golpe, se concentraban en la puerta de los cuarteles, y participaban en conspiraciones. Si en estos días la fiscalía general de Venezuela se ha plegado a la oposición, también se plegó la contraloría general de la República en Chile cuando acusaron a Allende de desconocer la Constitución por vetar el proyecto de los opositores de derecha, que se proponía impedir la expropiación de tierras y la intervención en el comercio y en el rubro de los transportistas.

¿Por qué muchos creen que Salvador Allende era un hombre democrático y pacífico y su gobierno un ejemplo inolvidable, y se permiten a la vez aborrecer el proyecto de los bolivarianos? ¿No es acaso una inconsistencia? Por ahora, la gran diferencia es el desenlace. Salvador Allende fue víctima de un golpe de estado militar al que resistió con su vida y el gobierno venezolano no ha sido derrocado todavía, ni siquiera por un golpe de Estado, aunque lo intentaron. Venezuela se defiende como puede. Hugo Chávez lo dijo: a diferencia de la chilena, la nuestra no es una revolución desarmada. Fidel se lo anticipó a Salvador Allende en su discurso de despedida en el Estado Nacional, al final de un recorrido de tres semanas por territorio de Chile, en diciembre de 1971. Luego de ver la experiencia -única en la historia de construcción del socialismo por vía pacífica-, le advirtió al pueblo de Chile que la violencia era inexorable, porque la derecha la iba a imponer: “¡Regresaré a Cuba más revolucionario de lo que vine! ¡Regresaré a Cuba más radical de lo que vine! ¡Regresaré a Cuba más extremista de lo que vine!”

Lo que está sucediendo en Venezuela no es extraño a la historia de América Latina. Ni la actitud de la OEA lo es. Ni la violencia lo es. Ni la crisis. Ni los muertos. Ni la guerra económica. Ni las mentiras de los medios. Ni la intervención de la mano negra de los Estados Unidos. Ni el desabastecimiento concertado. Ni el acaparamiento criminal. Ni las colas gigantes, ni la inflación astronómica, ni el mercado negro, ni el control de precio, ni los CLAP, ni las derrotas electorales en medio de crisis operadas, ni la caída majestuosa del precio del recurso económico más importante, ni las manifestaciones de las clases altas y medias. Ni las acusaciones de inconstitucionalidad. Ni las acusaciones de despotismo y tiranía. Porque lo que está sucediendo viene organizado desde el mismo lado y con el mismo objetivo que hace cuarenta y cuatro años. Es contra los mismos. Solamente han aggiornado sus métodos, porque como también dijo Fidel aquel día en el Estadio Nacional de Chile, la derecha aprende antes que el pueblo humilde. Pero el pueblo humilde también aprende. Y como ahora es más difícil que aparezca un Pinochet en Venezuela, entonces piden la intervención internacional. También en Chile se anticipaba una guerra civil. De eso se hablaba en el 73. Para mí, nada es sustancialmente distinto. Tampoco son distintos los que no van a soltar la mano de la Revolución Venezolana. Ni es distinta la derecha que se lo opone. Qué no estallen de nuevo los cristales de los lentes de Salvador Allende.

Venezuela: un altro chavista ucciso, fratello da piangere. Fino a quando?

 da Rete Solidarietà Rivoluzione Boliarianaresumenlatinoamericano.org

José Muñoz Alcoholado era a cena a Caracas. Non un semplice ritrovo tra amici, ma tra compagni, che erano convenuti in quel ristorante per una manifestazione a sostegno del processo bolivariano e del governo venezuelano.

Dopo un paio d’ore pare che due commensali, seduti ad un tavolo vicino, si siano alzati e abbiano aperto il fuoco contro José. Gli hanno sparato diretto in faccia. Così l’hanno ammazzato. Le indagini sono ancora aperte, ma non è peregrino immaginare la parte da cui provengono gli assassini. Cileno, figlio di un carabiniere membro del GAP (Grupo de Amigos del Presidente), che fu accanto ad Allende fino agli ultimi istanti della sua vita, prima che fosse troncata dal golpe fascista di #Pinochet, il Chico Alejo, nome con cui era conosciuto dai compagni, ha dedicato la sua vita alla lotta, alla rivoluzione. Tra il suo paese, dove alla fine degli anni ’80 era stato tra i fondatori del MIR-EGP, una delle costole in cui si divise il MIR, e l’estero, dove a più riprese è stato costretto ad emigrare: Germania, Cuba, Nicaragua, Colombia e, ovviamente, Venezuela.

Anche i morti non sono uguali. Provate a scrivere il suo nome su un motore di ricerca e verificate quanti articoli hanno scritto “La Repubblica”, “La Stampa”, “Il Fatto”, “Il Sole 24 Ore” e tutti gli altri mezzi di informazione mainstream che pure paiono in queste settimane così attenti a cianciare di Venezuela.

Non troverete nulla perché non si dà pubblicità all’omicidio di un partigiano della “brutale dittatura chavista”.  Per costoro un comunista deve morire due volte, anche nell’oblio dei mezzi di comunicazione.

La strada verso il Socialismo è un campo di battaglia

da Rete “Caracas ChiAma”

«L’organizzazione era una necessità, perché la strada verso il Socialismo molto presto si trasformò in un campo di battaglia (…) la destra metteva in campo una serie di azioni strategiche volte a fare a pezzi l’economia e seminare il discredito contro il Governo.

La destra aveva nelle sue mani i mezzi di diffusione più potenti, contava con risorse economiche quasi illimitate e con l’aiuto dei ‘gringos’, che mettevano a disposizione fondi segreti per il piano di sabotaggio. A distanza di pochi mesi sarebbe stato possibile osservarne i risultati.

Il popolo si trovò per la prima volta con sufficiente denaro per soddisfare le proprie fondamentali necessità e per comprare alcune cose che sempre aveva desiderato, ma non poteva farlo, perché gli scaffali erano quasi vuoti.

La distribuzione dei prodotti cominciò a venire meno, fino a quando non divenne un incubo collettivo. Le donne si svegliavano all’alba per prepararsi alle interminabili file, dove al massimo avrebbero potuto acquistare uno scarno pollo, una mezza dozzina di pannolini o qualche rotolo di carta igienica.

Si produsse l’angustia da scarsità, il paese era scosso da ondate di dicerie contraddittorie che mettevano in allerta la popolazione sui prodotti che sarebbero venuti a mancare e la gente cominciò a comprare qualsiasi cosa trovasse, senza misura, preventivamente.

Si finiva per mettersi in fila senza sapere ciò che si stava vendendo, solo per non perdere l’opportunità di comprare qualcosa, anche quando non c’era bisogno. Cominciarono a sorgere i professionisti delle file, che per una somma ragionevole conservavano il posto agli altri, i venditori di dolciumi che approfittavano della folla per vendere le loro caramelle e quelli che affittavano le coperte in occasione delle lunghe file notturne. Si scatenò il mercato nero.

La polizia provò ad impedirlo, ma era come una peste che spuntava fuori da tutti i lati e per quanti sforzi facesse per ispezionare le auto ed arrestare coloro che portavano contenitori sospetti non poteva evitarlo. Persino i bambini trafficavano nei cortili delle scuole.

Per la premura di accaparrarsi i prodotti, avvenivano confusioni: chi non aveva mai fumato pagava qualsiasi prezzo per un pacchetto di sigarette, e chi non aveva bambini litigava per contendersi un barattolo di alimenti per lattanti.»

(da La Casa degli Spiriti, Isabel Allende, 1982)

1er Congreso Mundial por el Derecho al Retorno a Palestina

por Liga latinoamericana por Retorno a Palestina

La campaña Global por el derecho al Retorno del Pueblo palestino, El Comité parlamentario de apoyo a Palestina del Congreso Nacional de Chile junto a la Liga latinoamericana por Retorno a Palestina y El Comité Chileno de Solidaridad con Palestina, han organizado el Primer Congreso Mundial De parlamentarios Por el Derecho al Retorno a Palestina y la Paz en Medio Oriente, el cual se llevará a efecto en el Congreso Nacional de Chile los días 16 y 17 de junio de 2016, en la ciudad de Valparaíso.

La Campaña global por el derecho al retorno del pueblo palestino (THE RETURN), tiene como principal propósito fortalecer los lazos de fraternidad para incrementar y hacer más eficiente el aporte de los países, personas, movimientos y organizaciones a la solidaridad activa por la causa palestina.

En esta línea, y en concordancia con los objetivos, este Primer Congreso reviste una enorme importancia, pues abrirá paso a la adhesión y apoyo de los parlamentos de los diferentes países hacia los derechos nacionales del pueblo palestino y permitirá hacer frente al mal intencionado lobbie sionista que solapadamente actúa para encubrir los crímenes contra el pueblo palestino.

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Chile 23-31ene2016: Escuela de Formación “Hugo Chávez”

Cile 24ott2015: in marcia contro il nazi-sionismo

UNASUR e la geopolitica degli spazi marittimi complessi

di Patricio Carvajal* – dossiergeopolitico.com

La necessità di una strategia di sicurezza e di difesa comune

Qual è il futuro geopolitico dell’America latina? L’America continuerà a essere uno spazio geografico libero di conflitti? Questi due interrogativi ci addentrano nell’ambito della riflessione Geopolitica e dei Rapporti Internazionali. La Geopolitica costituisce la base della politica estera degli Stati Uniti ed è allo stesso tempo il fondamento di una sua strategia di difesa e di sicurezza. Nel caso dell’America latina, sin dalla costituzione dell’UNASUR, la sicurezza e la difesa si devono intendere come una proposta regionale. Non possiamo continuare più con una strategia di sicurezza e di difesa di carattere nazionale.

Questo tipo di strategia è ormai obsoleto e non rappresenta uno strumento idoneo alle sfide della politica mondiale del XXI secolo. Ebbene, da una prospettiva Geopolitica, l’America latina è stata considerata uno spazio marginale fino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia la Guerra delle Maldive (1982) ha dimostrato che la strategia britannica corrispondeva non solo a quella esclusiva di uno Stato sovrano, ma anche alla strategia dell’Unione Europea –in quel momento era comunità economica europea- e agli interessi militari della NATO. Con la fine della Guerra Fredda (1989-1991) si rende ancora più rilevante il significato geopolitico delle Maldive nella strategia europea.

Finita la Guerra Fredda, l’America latina ridefinisce la sua politica regionale con il resto del mondo in conformità a due principi: il realismo periferico proposto dallo specialista argentino di Rapporti Internazionali, Carlos Escudé, e quello della “centralidade da periferia” (centralità della periferia) proposto dal geografo brasiliano M. Santos.

Per Escudé il realismo periferico consiste nel compromesso assunto dagli Stati latinoamericani nell’ambito dei Rapporti Internazionali, ovvero, il rispetto del diritto internazionale e l’adempimento dei trattati e degli accordi che gli Stati hanno sottoscritto con il resto del mondo. Qualunque inadempimento di questa normativa riduce gli Stati latinoamericani alla condizione di Stati “paria” della comunità internazionale.

La proposta di Escudé era senza dubbio fortemente determinata dall’esperienza della dittatura militare argentina e la sua avventura bellica nelle isole Maldive. Per noi, latinoamericani, le Maldive sono argentine. Questo è indiscutibile se vogliamo che l’UNASUR si consolidi e raggiunga una politica regionale di sicurezza e di difesa. D’altro canto la proposta di M. Santos si riferisce agli spazi latinoamericani, che durante l’esistenza degli imperi coloniali europei, erano considerati la periferia del sistema mondiale, secondo alcuni criteri geostorici (Braudel, Wallerstein). Con il processo di globalizzazione che subentra alla Guerra Fredda, la politica mondiale passa da un bipolarismo (USA/URSS) a un multipolarismo (USA, UE, Russia, Cina, India, Brasile, Giappone).

Questo fatto implica che nuovi attori emergono come potenze regionali che aspirano a occupare un posto nella politica mondiale: le ex colonie europee: America, Asia, Africa. Il blocco geopolitico rappresentativo di questa nuova realtà corrisponde a quello dei BRICS. I paesi che conformano questa unità geopolitica s’inseriscono su un vettore internazionale diverso da quello dei paesi della TRIADE (USA-Giappone-Unione Europea).

Dunque, come si può concepire una Geopolitica e una Strategia marittima dell’UNASUR? Un punto di avvio potrebbero essere le proposte di Escudé e di Santos, già citate. D’altra parte abbiamo un pensiero geopolitico marittimo latinoamericano che ci consente formulare questa strategia comune. In effetti bisogna prestare attenzione ai discorsi geopolitici marittimi degli ammiragli Storni (Argentina), Buzeta, Ghisolfo, Martínez (Cile) e Vidigal (Brasile). Buzeta ha proposto nel suo scritto di Geopolitica del 1978 un programma che ha chiamato “Il Gran Progetto Sudamericano”, il cui fondamento è l’integrazione regionale.

Nel decennio del 1980 l’ammiraglio Ghisolfo aveva proposto una Geopolitica specificamente navale, il cui asse è l’isola di Pasqua. Questa strategia navale insulare s’integra con il dominio argentino delle Maldive, giacché possedendo il dominio di entrambi gli spazi insulari, si ha il controllo delle rotte oceaniche del Pacifico Sud e dell’Atlantico Sud. Nel 1993 l’ammiraglio Martínez aveva suggerito un’Oceano-Politica che faceva affidamento alla Convenzione di Giamaica (1982). Infine l’ammiraglio Vidigal nella sua proposta di un’Amazzonia Azzurra (2006), incorpora al territorio brasiliano le 200 miglia di ZEE (Zona Economica Esclusiva).

Secondo i criteri formulati da questi ammiragli nei loro rispettivi discorsi, l’UNASUR dovrebbe rendere esplicito che lo spazio marittimo degli Stati rivieraschi di cui formano parte corrisponde alle direttrici degli ammiragli sopra menzionati. Se si dovesse fare questa dichiarazione non sarebbe ancora sufficiente per consolidare una geopolitica e una strategia marittima dell’UNASUR.

Per quest’ultima si richiede una strategia specificamente navale. In altri termini definire l’esistenza di una Forza Navale congiunta dell’UNASUR che in un primo momento potrebbe essere composta dalle forze della marina più forti dell’alleanza: Argentina, Brasile e Cile. Lo sviluppo di questa strategia è imprescindibile per la sicurezza e la difesa dei cosiddetti spazi marittimi complessi. Difatti se seguiamo lo sviluppo delle forze navali sottomarine della Cina (T093/T094), dell’India (T Kilo, T Scorpene), del Giappone (Soryu class), della Russia (Borey class) e degli Stati Uniti (Virginia class), possiamo apprezzare l’importanza assegnata da questi Stati al controllo degli spazi marittimi.

A titolo di esempio si può rilevare che nella Marina degli Stati Uniti sono entrati in servizio i sottomarini classe Virginia, unità dai molteplici obiettivi che potenziano la strategia nucleare con operazioni tattiche specifiche. Una forza navale congiunta degli Stati dell’ABC necessita un incremento sostanziale da parte della forza dei sottomarini, la creazione di basi sottomarine negli spazi insulari del Pacifico e dell’Atlantico Sud e lo sviluppo di unità di superficie che possano operare permanentemente nei mari australi.

La Forza dei sottomarini dell’armata cilena con la classe Scorpene si colloca a un livello ad alto sviluppo tecnologico simile a quello delle Marine sopraelencate, anche se senza dubbio richiederebbe ulteriori unità di questo genere dovuto al grande spazio oceanico che caratterizza il nostro litorale. Il Programma Sottomarino nucleare brasiliano che è dotato di sottomarini classe Scorpene, costituisce un’adeguata risposta alle sfide di sicurezza e di difesa dello spazio regionale. Il caso della marina argentina è piuttosto preoccupante, dovuto alla costante riduzione dei fondi che colpisce le forze armate, così come la mancanza di una strategia marittima congrua con le sfide della politica mondiale del XXI secolo, compresa quella di una strategia d’insieme con il Brasile e il Cile.

L’esplosione demografica che colpisce il pianeta, la crescente domanda di risorse alimentari per questa popolazione, la necessità delle risorse idriche e di altri beni evidenzia che molto presto la Convenzione di Giamaica (1982) e il Trattato Antartico (1959) diverranno convenzioni internazionali appartenenti alla Storia del Diritto e non a una dogmatica giuridica internazionale. Di conseguenza si rendono necessarie nuove convenzioni internazionali sugli spazi marittimi complessi. Sotto quest’aspetto il concetto di Geogiurisprudenza sviluppato dalla Geopolitica tedesca e dal Diritto pubblico tedesco (Haushofer, Schmitt) ci possono fornire una base concettuale rigorosa al momento di concepire queste nuove convenzioni.

La cartografia elaborata dall’equipe del Professor Dott. Martin Pratt dell’IBRU (Centre for Borders Research), mette in evidenza la controversia che si è scatenata tra gli Stati membri della Comunità Internazionale per il controllo degli spazi marittimi complessi. Per finire citiamo le parole dell’ex cancelliere del Brasile e attuale ministro della Difesa, Dott. Celso Amorim, che può servire come base per la geopolitica marittima dell’UNASUR: Mas a política de defesa deve estar preparada para a hipótese de que o sistema de segurança coletivo baseado em normas venha a falhar, por uma razão ou por outra –como de resto tem ocorrido com indesejável frequência. Essa é uma das razões pelas quais devemos “fortificar” nosso poder brando, tornando-o mais robusto. Por isso, nossa estratégia regional cooperativa deve ser acompanhada por uma estratégia global dissuasória frente a possíveis agresores” (La politica della difesa deve essere pronta per affrontare l’eventualità che il sistema di sicurezza collettivo, fondato sulle norme, possa fallire per una qualsiasi ragione – come di fatti è già accaduto con una frequenza disdicevole. Questa è una delle ragioni per la quale dobbiamo “fortificare” il nostro soft power, rendendolo più solido. Per questo motivo la nostra strategia regionale cooperativa deve essere associata con una strategia globale dissuasora di fronte a possibili aggressori). (Amorim, 2012:14).

* Professore Associato, Università di Playa Ancha, Cile. Dipartimento Disciplinare di Storia, Cattedre di Storia Moderna e Contemporanea. Centro di Studi del bacino del Pacifico / CECPAC – UPLA.

Fonti:

Amorim, C (2012). A Política de Defesa de um País Pacífico, in “Revista da Escola de Guerra Naval”, Junho de 2012. vol. 18. Nº 1, pp. 7-15.

Carvajal, P; Monteverde, A (2012). La Geopolítica marítima de los Almirantes Buzeta, Ghisolfo y Martínez. Universidad de Playa Ancha, Centro de Estudios de la Cuenca del Pacífico / CECPAC.

Le Dantec, F; ¿Cooperación o conflicto? Relación Argentino–chilena, Santiago de Chile.

www.dur.ac.uk / IBRU / International Boundaries Research Unit.

www.geopolitique.net/ Institut Français de Géopolitique.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Napoli 5giu2015: Memoria della Resistenza in Cile

(FOTO) La Fiesta de los Abrazos: reminiscencia de la clandestinidad

por Flavio Salgado*

Entre los días 10 y 11 de  enero, el Partido Comunista de Chile (PCCh) realizó una vez más la tradicional Fiesta de los Abrazos, donde  la militancia de base y la dirigencia del partido compartieron como todos los años, una jornada caracterizada por la música, entusiasmo y la alegría de los asistentes. En el encuentro también se realizaron foros y conversatorios en torno a los desafíos del Chile actual, cuyas décadas de neoliberalismo convirtieron al país en el más desigual de Suramérica.

La reforma educativa, la reforma laboral y tributaria, fueron temas comunes en las diversas actividades llevadas a cabo durante el evento, en el que se calcula que asistieron unas 30 mil personas. A diferencia de otras Fiestas de los Abrazos, el PCCh por primera vez forma parte de la administración del país a través de la Nueva Mayoría; movimiento político dentro de la Concertación que está más comprometido con la agenda social y política de la actual presidenta Michelle Bachelet.

La historia de la Fiesta de los Abrazos tiene su génesis en la dictadura militar, época donde fueron proscritos los partidos políticos. En ese clima de represión, muchos compañeros del PCCh fueron perseguidos, torturados y ejecutados por los cuerpos de seguridad tutelados por el dictador Augusto Pinochet.

Como una estrategia para no ser descubiertos por los esbirros, infiltrados y soplones de la dictadura, los camaradas del PCCh empleaban seudónimos, y estrictos códigos de seguridad. Claudio De Negri, encargado de Cultura del PCCh, recordó que los encuentros entre compañeros a pesar de no conocer sus nombres reales, comenzaban y finalizaban con un abrazo. El gesto simbolizaba la alegría del encuentro y la certeza de que el compañero se encontraba bien, habiendo burlado la férrea vigilancia y control de los cuerpos de seguridad que funcionaban al servicio del infame dictador. 

De Negri, señala que las Fiestas de los Abrazos aún después de tantos años, conserva ese espíritu de fraternidad, camaradería y hermandad. “Todavía hay compañeros que aún me llaman por mi alias Víctor; seudónimo utilizado en tiempos de dictadura para preservar mi vida y la de mis compañeros”.

Como ya es tradición, el PCCh está involucrado en toda la organización y convocatoria del evento. “En lugar de la empresa privada  hay mística, trabajo y compromiso y sobre todo mucho amor”, afirmó  De Negri.

Estuvieron presentes la presidenta de la Central Unitaria de Trabajadores, Bárbara Figueroa, el presidente del Colegio de Profesores, Jaime Gajardo y la presidenta del Colegio de Periodistas, Javiera Olivares, junto a otras y otros dirigentes sindicales y sociales.

Entre los artistas y grupos musicales asistieron Fanfare Revuelta, Sol y Lluvia, Gerardo Alonso de la Trova Cubana, Los Insobornables, Max Berrú, Nano Stern,Seidú, Sonora Barón y Tommy Rey.

La Fiesta de los Abrazos se celebra todos los años a partir de 1987 en el emblemático  Parque O’Higgins, constituyendo unos de los hitos relevantes en los más de 100 años del PCCh.

*Antropólogo, Venezuela (texto y fotos)

 

 

Educazione: Cuba leader mondiale negli investimenti

scuolacuba_zps61f49bd1da Telesur

Unesco: Cuba possiede il maggiore sviluppo educativo dell’America Latina

Secondo il ranking degli incentivi e degli investimenti sull’educazione stilato dalla Banca Mondiale (BM) per il periodo compreso tra il 2009 e il 2013, Cuba, la Bolivia e il Venezuela figurano tra i 10 paesi che in tutto il mondo hanno maggiormente investito in educazione.

 

La posizione di Cuba è riconosciuta a livello mondiale per i suoi alti indici d'attuazione degli obiettivi fissati nel piano “Educación Para Todos” rispetto a quanto fatto nei paesi sviluppati

La posizione di Cuba è riconosciuta a livello mondiale per i suoi alti indici d’attuazione degli obiettivi fissati nel piano “Educación Para Todos” rispetto a quanto fatto nei paesi sviluppati

Il Venezuela territorio libero dall’analfabetismo 

Cuba, Timor Est, Danimarca, Ghana, Islanda, Nuova Zelanda, Thailandia, Venezuela, Kyrgyzstan, Bolivia, Costa Rica e Argentina sono tra i paesi che effettuano i maggiori investimenti sull’istruzione in base al loro Prodotto Interno Lordo (PIL), secondo le cifre rese note dalla Banca Mondiale.

 

Lo studio, che ha analizzato il periodo 2009-2013, ha decretato Cuba come paese leader a livello mondiale nella percentuale di Prodotto Interno Lordo (PIL) destinato all’educazione. Una cifra che è stata pari al 13,1% nel 2009 e al 12,8% nel 2010.

Il 28 ottobre di nove anni fa l'Unesco dichiarò il Venezuela “Territorio libero dall'Analfabetismo”. Questo è il frutto della Misión Robinson, programma sociale lanciato dal leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, per saldare il debito storico ereditato in materia d'istruzione

Il 28 ottobre di nove anni fa l’Unesco dichiarò il Venezuela “Territorio libero dall’Analfabetismo”. Questo è il frutto della Misión Robinson, programma sociale lanciato dal leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, per saldare il debito storico ereditato in materia d’istruzione

La Bolivia nel ranking dei paesi che maggiormente investono in educazione

In seconda posizione vi è la Repubblica Democratica di Timor Est (Sud-Est asiatico), che ha investito l’11,3% nel 2009, il 10,5% nel 2010 e il 9,4% nel 2011.

 

In ordine, seguono i restanti paesi: la Danimarca con l’8,7%, il Ghana con l’8,1%, l’Islanda e la Thailandia con il 7,6%, la Nuova Zelanda 7,4%; Cipro 7.3%, Venezuela e Bolivia con il 6,9%, il 6.8% per la Finlandia così come il Kirghizistan; infine Belize con il 6.6%.

Il Ministro boliviano della Pubblica Istruzione, Roberto Aguilar, ha spiegato che l'investimento nell'istruzione della prima infanzia è aumentato del 319%, del105% nell'istruzione primaria e del 306% nell'educazione secondaria, rispetto agli importi investiti nel 2006

Il Ministro boliviano della Pubblica Istruzione, Roberto Aguilar, ha spiegato che l’investimento nell’istruzione della prima infanzia è aumentato del 319%, del 105% nell’istruzione primaria e del 306% nell’educazione secondaria, rispetto agli importi investiti nel 2006

In America Latina spiccano Cuba, Venezuela e Bolivia, e a seguire Argentina e Costa Rica con una percentuale del 6,3 del PIL; poi la Giamaica con il 6.1%, il Brasile con il 5,8%, il Messico con il 5.2%; il Cile al 4.5%; l’Uruguay investe il 5,3%, mentre il Paraguay il 4,8%.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

(VIDEO) “La Forza della Ragione”: intervista di Rossellini a Salvador Allende

di Francesco Guadagni

Nel maggio del 1971 il regista Roberto Rossellini, autore di capolavori quali “Roma Città Aperta”, “Paisà”, “Germania Anno Zero”, si recò a Santiago del Cile per incontrare il Presidente Salvador Allende ed intervistarlo sul suo progetto politico.

Nacque così il documentario “La Forza della Ragione”. Acquistato dalla Rai, fu trasmesso solo la sera del 15 settembre 1973, in seguito alla notizia dell’assassinio del Compagno Presidente Allende.

Rossellini, in merito all’intervista, raccontò: «Nella primavera del ’71 Allende aveva promosso l’operazione che si chiamava “Verdad”, l’operazione verità. Aveva invitato personalità da tutte le parti del mondo perché si recassero a Santiago a vedere e toccare con mano l’autentica realtà cilena e il tentativo democratico di sviluppo socialista in Cile. Mio figlio Renzo, in quell’occasione, andò laggiù e io lo pregai di farsi latore di una mia preghiera: avrei amato incontrare Allende e avere un’intervista con lui. Allende mi fece sapere che sarebbe stato lieto di incontrarmi e così i primi di maggio andai in Cile».

Il cineasta sulla morte di Allende affermò: «Io personalmente non credo affatto alle tesi del suicidio di Allende perché egli era uomo troppo cosciente dei suoi doveri e delle speranze che erano riposte in lui. Egli sapeva benissimo – io ne sono convinto – che per poter arrivare all’affermazione delle proprie idee bisogna spingersi a tutti gli estremi dell’eroismo, compresa la morte violenta».

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