Intervista alla militante di Alianza Pais Gabriela Pereira

di Luca Bagatin – pensalibero.it

Le elezioni presidenziali in Ecuador, conclusesi il 2 aprile scorso, sono state vinte dal candidato del partito di governo Alianza Pais (Patria Altiva y Soberana, ovvero Patria Orgogliosa e Sovrana), il socialista Lenin Moreno e ciò assicura una piena conferma della Revolucion Ciudadana, ovvero della Rivoluzione Civica portata avanti dall’economista Rafael Correa, che ha governato il Paese dal 2007 ad oggi.

Lenin Moreno, sostenitore del proseguimento delle politiche sociali del suo predecessore, oltre che di un “piano per tutta la vita” che assicuri benessere sociale a tutti gli ecuadoriani, ha infatti raccolto il 51% dei voti, che purtuttavia è pesantemente contestato dal suo oppositore, il banchiere Guillermo Lasso – già in passato compromesso con i corrotti governi democristiani – che ha raccolto il 49% dei voti e ritiene ci siano stati dei brogli.

Ne parliamo in merito con la militante di Alianza Pais Gabriela Pereira, la quale risiede da diversi anni in Italia.
 
Luca Bagatin: Che ne pensi dell’attuale vittoria di Lenin Moreno in Ecuador e delle accuse di brogli lanciate da Lasso ?
Gabriela Pereira: Dopo questa campagna elettorale, che è stata una delle più sporche degli ultimi anni, il popolo ha deciso il suo destino politico, che è quello di continuare con le conquiste fatte con la Rivoluzione Cittadina, cioè inclusione sociale, riduzione della povertà, diritti per le donne, per i disabili, o meglio, diversamente abili. E’ vero che ci sono cose che devono evolversi o cambiare, però il cambiamento che offriva il candidato delle destre, il banchiere Guillermo Lasso, era ritornare al passato neoliberista, che ci ha ridotto nella disugualianzza in un Paese con tante risorse.
E’ accaduto che già prima di conoscere i resultati il 17 febbraio scorso, il violento Andrès Paez, candidato a Vicepresidente di Guillermo Lasso, in complicità con il Sindaco di Quito, Mauricio Rodas, anche lui rappresentante della destra oligarchica in Ecuador, hanno invitato la popolazione a ribellarsi in maniera violenta contro i primi risultati, che avrebbero dato Lenin Moreno in vantaggio, credendo che non ci sarebbe stato il ballotaggio. Quindi il loro piano contempla pure le rivolte violente se i liberisti non ottengono il potere: è lo stesso stratagemma delle destre ovunque: in Venezuela, in Bolivia, in Paraguay, in Argentina, sempre la stessa violenza e proveniente dalle stesse formazioni politiche.
 
Luca Bagatin: Pensi che Lasso sarà disposto a tutto pur di ribaltare il risultato delle elezioni ? In questo senso quanto pesa, secondo te, l’affare “Julian Assange”, l’attivista libertario fondatore di Wikileaks attualmente protetto dall’ambasciata ecuadoriana a Londra ?
Gabriela Pereira: Guillermo Lasso è un uomo che non lo si può definire come un uomo politico, in quanto egli è il rappresentante dei ceti sociali più alti, oligarchici. Pensa che lui è direttamente coinvolto nella peggiore rapina fatta agli ecuadoregni nel marzo de 1999 col “Feriado Bancario”. Ai tempi lui ricopriva l’incarico di Superministro dell’Economía ed a sua volta era anche Presidente del Banco de Guayaquil e fu proprio in quel periodo che andarono in fallimento più di dieci banche, che trattennero i risparmi di milioni di persone. Fu così che tutta questa gente impoverita da un giorno all’altro fu costretta a lasciare il Paese per migrare al fine di cercare un futuro migliore per i propri figli. Le conseguenze di quella catastrofe finanziaria furono terribili: suicidi di bambini e adolescenti che rimasero senza i loro genitori; malati che non potevano pagare le cure e sono morti; gente che perse i suoi negozi e si uccise. Tre milioni di persone divenute mano d’opera precaria per i Paesi industrializzati…una situazione davvero terribile. Ed oggi questo tizio ha avuto la faccia tosta di ricandidarsi pur con tutto il male che ha causato !
Sul fatto di Julian Assange, è lui stesso che ha consigliato a Lasso – in caso di sconfitta alle elezioni presidenziali – che è meglio che se ne vada dal Paese.
 
Luca Bagatin: Pensi che le proteste di Lasso si inseriscano nell’ambito dei tentativi di destabilizzazione dei governi socialisti latinoamericani attuata dalle opposizioni oligarchiche e dalle multinazionali (pensiamo ai casi Brasile, Venezuela ed anche nel recente passato i tentativi di golpe contro l’Ecuador di Correa)?
Gabriela Pereira: Da quando nel 1998 Hugo Chavez è diventato Presidente del Venezuela ed ha motivato ed invitato anche gli altri Paesi latinoamericani a ritrovare una piena sovranità politica ed economica, subito le oligarchie latinoamericane, con l’aiuto delle multinazionali e della CIA, hanno iniziato a riprendere l’operazione Condor. Quel Piano Condor che negli anni ’70 e ’80 in Argentina, Cile, Paraguay, Uruguay e Brasile, ha portato morte e desaparecidos. Ed è la stessa macchina oligarchica che ha combattuto, dal 1959 in poi, contro la Cuba di Fidel Castro. Coloro i quali hanno orchestrato il golpe contro il Presidente Correa nel 2010 sono sempre coloro i quali oggi cercano di diffondere l’idea che ci sia stata una frode elettorale al fine di destabilizzare la democrazia in Ecuador. Però la grande maggioranza del popolo ormai non si fa più trascinare dalle bugie dei media mainstream disinformatori, i quali sono stati anche loro i protagonisti diretti nelle destabilizzazioni dei Paesi con governi a guida socialista.
 
Luca Bagatin: Tu e tuo marito, Roberto Pazmino, da anni vi occupate di diffondere gli ideali della Revolucion Ciudadana e del Socialismo del XXI secolo in Italia, attraverso una vostra web radio. Puoi raccontarci meglio la vostra attività e come è nata ?
Gabriela Pereira: Sia mio marito che io apparteniamo alla classe proletaria. Non abbiamo studiato giornalismo, siamo diventati migranti per la grave crisi ecuadoregna del ’99, quindi non abbiamo avuto l’opportunità che oggi hanno tanti giovani nel mio Paese di poter andare all’Università in modo gratuito, come un diritto. Noi siamo autodidatti ed abbiamo colto l’occasione che ci ha presentato un compagno cubano che vive in Canada, sulla base dell’idea del Professore Universitario e scrittore cubano Raul Capote, autore del libro “Il Nemico”. E’ così che abbiamo deciso di fare controinformazione attraverso una radio web – Revolucionarios al Poder – con un programma che noi abbiamo prodotto, ovvero Artilleria de la Palabra. Sappiamo che i grandi media sono guidati da multinazionali che devono difendere il capitalismo e quindi diffondono informazione distorte. Attualmente in America Latina esiste Telesur ed altri media che combattono contro la disinformazione. E così noi abbiamo pensato di contrastare l’informazione distorta e diffondere la verità usando un linguaggio semplice. E un programma fatto da gente del popolo come noi e per il popolo. Ed è così che ogni sabato si trasmette il nostro programma. Pensiamo che in questi tempi l’informazione sia un’arma molto potente in quanto la gente bene informata può essere così meno manipolabile.
 
Luca Bagatin: Come immagini il futuro dell’Ecuador e dell’America Latina ?
Gabriela Pereira: Il mio Paese è piccolo, ma è uno dei più variegati al mondo: ricco di risorse naturali, con paesaggi magici, ma purtroppo si trova anche nel continente nel quale le disuguaglianze sono anche maggiori. La Storia ci racconta che i più emarginati e vulnerabili sono sempre stati gli indigeni, gli uomini di colore, contadini, operai, gente umile, mentre la classe dei borghesi ha sempre mantenuto il potere in ogni modo. Oggi finalmente il vento è cambiato e nel mio Paese tutti hanno gli stessi diritti, il diritto ad una educazione avanzata gratuita ed alla salute ed io voglio per il mio Paese la continuità di questa nuova era. La Rivoluzione Cittadina portata avanti da Correa ed oggi da Lenin Moreno è una realtà di giustizia sociale e pace per tutti, ma non quella pace che ci voleva imporre la Chiesa cattolica, quella quella che ci imponeva di obbedire ai padroni e ad abbassare la testa. La pace che ci ha insegnato Rafael Correa è quella racchiusa in questa frase: “La pace non è soltanto la mancanza di guerre. La pace è soprattutto presenza di giustizia, di salute, educazione, sicurezza sociale, reddito dignitoso, bisogni fondamentali soddisfatti. L’offensiva opulenza accanto a intollerabili livelli di povertà, anche questi diventano proiettili di tutti i giorni, contro la dignità umana”.

Ecuador 1 – Fin De Ciclo 0

L'immagine può contenere: 2 persone, sMSpor Alfredo Serrano Mancilla – telesurtv.net
Ecuador se decanta nuevamente por una opción no neoliberal. Lenín Moreno, candidato del movimiento Alianza PAIS, ha sido el ganador en esta segunda vuelta

Disculpen el baile de números. Son 25 elecciones presidenciales en los últimos 15 años en 7 países (Venezuela, Bolivia, Uruguay, Nicaragua, Argentina, Brasil y Ecuador), y solo una vez, una única vez, la oposición neoliberal ganó en las urnas. 1 de 25; 4% es el porcentaje alcanzado por la restauración conservadora cuando se trata de elegir en las urnas al nuevo presidente en un país gobernado por un proyecto progresista. Lo logró Macri en Argentina en el 2015. La única excepción que confirma la regla. Lo de Brasil no cuenta porque fue a través de un golpe de Estado parlamentario. Y en el resto de ocasiones, Capriles, Doria Medina, Aécio Neves, Lacalle Pou -y así un listado interminable de nombres- no lograron obtener los votos suficientes para ser electos Presidente. El último de esta serie ha sido el Guillermo Lasso en Ecuador como nuevo capítulo en esta larga lista de derrotados. De hecho, este banquero ya sabía lo que era perder contra la Revolución Ciudadana (en 2013).  

Ecuador se decanta nuevamente por una opción no neoliberal. Lenín Moreno, representante del Alianza PAIS, ha sido el ganador en esta segunda vuelta con un 51,04% de los votos válidos. Esta vez le sacó 2 puntos a su contrincante; y en la primera vuelta fueron 11 puntos. Una vez más, los exponentes de la Restauración Conservadora vuelven a perder en las urnas frente a una propuesta progresista.  

El fin de ciclo ha muerto en América Latina. De la misma manera que lo hicieron los portavoces de la derecha, y otros tantos que tiraron la toalla ante la mínima dificultad, ahora se debería afirmar, con resultado en mano, que nunca jamás hubo fin de ciclo. Ecuador calló la boca a todos aquellos que creyeron que el desgate, los errores y las mismas contradicciones al interior de los procesos de cambio se traducirían inmediatamente en el ocaso de una época. No. De ninguna manera existen vasos comunicantes tan directos entre lo uno y lo otro. Nadie puede dudar de que estamos en una nueva etapa en la que los gobiernos progresistas han de reconducir los proyectos, sorteando nuevos obstáculos procedentes de una severísima restricción económica mundial. No son tiempos para posponer la necesidad de identificar cuáles son las nuevas demandas de las mayorías para volver a sintonizar con ellas mirando más hacia el futuro en lugar de continuar recordando excesivamente todo lo logrado en el pasado. Estos y otros tantos dilemas de épocas son fruto de las transformaciones políticas, económicas, culturales y sociales que se han producido en un tiempo histórico muy reducido. Sin embargo, esto no significa que el ciclo progresista en América Latina haya muerto.  

La victoria de Macri en Argentina, la derrota en las legislativas en Venezuela y el No en el referendo en Bolivia provocaron una catarata de sentencias apresuradas sobre el fin de ciclo. Lo que debía haber sido interpretado como un socavón, con un alto grado de incertidumbre hacia lo que podría venir en el futuro, fue rápidamente considerado como un punto final concluyente. Estos traspiés coyunturales fueron concebidos como crepúsculo de una época sin más criterio que el deseo de que se cumpliera una profecía autocumplida. Pues en Ecuador se ha demostrado lo contrario.  

Con un contexto económico adverso, con un candidato que le tocaba suceder a un líder histórico como lo es Rafael Correa, con todos los expertos en campaña sucia aterrizados en el país, con diez años a cuestas que impiden presentarse electoralmente como lo nuevo, con todo eso en contra, Ecuador ha dicho no al fin de ciclo. Ha optado por la continuidad de la Revolución Ciudadana como proyecto político para cambiar el país a favor de su gente. Así que, Lenín Presidente. La Historia, siempre tan caprichosa. 

Roma 16feb2017: Fiesta del Movimiento Alianza Pais Lazio

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La scelta dell’Ecuador

di Geraldina Colotti – il manifesto

Intervista. Guillaume Long, ministro degli Esteri e della Mobilità umana

4gen2017.- Storico e accademico, Guillaume Long catalizza facilmente l’attenzione nei grandi vertici in cui rappresenta l’Ecuador, il suo paese. Lo abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela, nel pieno della campagna internazionale contro i paradisi fiscali, che ha ricevuto l’appoggio del papa Bergoglio e dell’Onu.

Il 19 febbraio, in Ecuador, oltreché per il presidente, si vota anche il referendum contro i paradisi fiscali. Perché questa iniziativa?

I paradisi fiscali sono la massima espressione del capitalismo senza volto, senza responsabilità, senza trasparenza, senza umanità. Dobbiamo sviluppare azioni globali contro questa forma di capitalismo selvaggio che riguarda tutti, ma colpisce soprattutto i paesi poveri, a cui vengono sottratte in modo fraudolento grandi risorse necessarie allo sviluppo.

L’intento del referendum è quello di proibire a chiunque eserciti un incarico pubblico di avere beni o capitali, di qualunque natura, nei paradisi fiscali. Se passa il Si, nello spazio di un anno, contato a partire dalla proclamazione dei risultati definitivi, l’Assemblea nazionale riformerà la Ley Organica de Servicio Publico, il Codigo de la Democracia e altre leggi connesse per adeguarle alla volontà della cittadinanza. Chi non rispetta la legge, verrà rimosso dall’incarico.

Dal vertice dei Non allineati a quello della Celac, al G77, l’Ecuador sostiene le proposte dei paesi socialisti. Qual è la domanda del Sud?

Con altri paesi progressisti che si sono alleati nel XXI secolo, l’Ecuador mette il suo impegno per trasformare a fondo le grandi strutture internazionali che producono una doppia ingiustizia: a livello dei singoli paesi, in quanto limitano la possibilità di ridistribuire le risorse a favore dei più deboli, e a livello delle strutture di potere generali perché perpetuano le asimmetrie.

Dal Movimento dei paesi non allineati, ora diretto dal Venezuela, proviene l’indicazione che il sud globale dev’essere rispettato, dev’essere incluso nei meccanismi della governance. I paesi della periferia che oggi vengono definiti in via di sviluppo, ma che per Fidel – e io preferisco quella sua definizione – sono il Terzo mondo, devono essere inclusi nelle decisioni che riguardano l’umanità.

Esistono diversi spazi in cui portare questa grande domanda globale, ma uno dei principali è quello dei Non allineati in cui sono emersi contenuti e obiettivi importanti e comuni: a partire dalla cittadinanza universale, dal rifiuto dei mega accordi globali che minano alla base il multilateralismo e dalla riforma delle Nazioni unite.

Dal vertice Mnoal è emersa una condanna unanime verso l’occupazione illegittima e illegale della Palestina da parte di Israele, quella contro il blocco economico a Cuba e quella contro alcune pratiche inaccettabili come l’evasione tributaria e i paradisi fiscali.

Noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini delle multinazionali. Trovare consenso intorno ad alcune grandi cause è importante, perché le grandi cause motivano l’agire umano, ci protendono verso le utopie.

Che sia il Venezuela a presiedere alcuni importanti organismi internazionali come la Mnoal ha un grande significato per tutta l’America latina in un momento in cui c’è un poderoso contrattacco dei poteri forti ai governi progressisti del continente. Bisogna difendere il Venezuela, il suo diritto a decidere, rispettarne le istituzioni. L’Ecuador lo sta facendo in ogni spazio internazionale. Appoggiamo il dialogo sotto l’egida della Unasur. Gli attori esterni che vi si oppongono, non aiutano. Il Venezuela non ha bisogno di una ulteriore polarizzazione indotta dall’esterno.

Lo scenario politico del sud è però molto eterogeneo, come si fa a rendere concreti i proclami dei summit?

Oltre all’impegno costante e alla speranza, ci vuole pazienza quando, come nel caso della Mnoal, vi sono 120 paesi. Molte grandi cause del sud hanno trionfato dopo anni. Grazie all’Ecuador, che ha avanzato la richiesta nel 1952, oggi i mari dei paesi sono di 200 miglia e non più di 300, così oggi abbiamo una frontiera con il Costa Rica mentre prima bisognava passare per la Colombia o per Panama.

La questione si è conclusa con la Convemar del 1982. Tutti i paesi del Nord, come gli Stati uniti ma anche molti dell’Europa si sono opposti in nome della libertà del mare. Però ci sono libertà ingiuste, basate sull’asimmetria, sul fatto che uno ha più potere di un altro: se non ci sono uguali opportunità, non c’è libertà. Da allora, invece, abbiamo 200 miglia di mare in cui solo noi possiamo pescare, altri paesi possono farlo solo se hanno il permesso.

La natura del multilateralismo è di mettere le differenze al servizio delle grandi cause, come quella di dare democrazia al sistema delle Nazioni unite.

Qual è la vostra proposta?

La priorità oggi è quella di dare potere all’Assemblea generale e toglierlo a quel Consiglio di notabili che è il Consiglio di sicurezza. Vi sono diverse proposte, una è quella di aumentare il numero dei membri. Questo renderebbe l’organismo appena un po’ più democratico, ma non risolverebbe un problema strutturale come quello del veto da parte dei paesi con seggio permanente, a cui noi ci opponiamo fermamente.

Il potere decisionale dev’essere dell’Assemblea generale, ogni paese un voto, alla pari.

Che senso ha la parola sviluppo per il sud nel mondo pluripolare?

Se la nozione viene declinata in modo eurocentrico, contiene delle trappole da cui i nostri paesi cercano di svincolarsi riempiendola di altri contenuti. Noi diamo preferenza ad altri indicatori, quello della felicità, della natura, e per questo parliamo di buen vivir e di beni relazionali.

Certo il Pil è importante, perché senza una base materiale non ci può essere felicità per il popolo, ma anche se guadagni molti soldi e poi sei obbligato a trascorrere ore nel traffico per recarti al lavoro non sei felice e non ti godi niente. La felicità non è solo consumare sempre di più, possedere sempre più cose..

di Gerladina Colotti – il manifesto

4gen2017.- Storico e accademico, Guillaume Long catalizza facilmente l’attenzione nei grandi vertici in cui rappresenta l’Ecuador, il suo paese. Lo abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela, nel pieno della campagna internazionale contro i paradisi fiscali, che ha ricevuto l’appoggio del papa Bergoglio e dell’Onu.

Il 19 febbraio, in Ecuador, oltreché per il presidente, si vota anche il referendum contro i paradisi fiscali. Perché questa iniziativa?

I paradisi fiscali sono la massima espressione del capitalismo senza volto, senza responsabilità, senza trasparenza, senza umanità. Dobbiamo sviluppare azioni globali contro questa forma di capitalismo selvaggio che riguarda tutti, ma colpisce soprattutto i paesi poveri, a cui vengono sottratte in modo fraudolento grandi risorse necessarie allo sviluppo.

L’intento del referendum è quello di proibire a chiunque eserciti un incarico pubblico di avere beni o capitali, di qualunque natura, nei paradisi fiscali. Se passa il Si, nello spazio di un anno, contato a partire dalla proclamazione dei risultati definitivi, l’Assemblea nazionale riformerà la Ley Organica de Servicio Publico, il Codigo de la Democracia e altre leggi connesse per adeguarle alla volontà della cittadinanza. Chi non rispetta la legge, verrà rimosso dall’incarico.

Dal vertice dei Non allineati a quello della Celac, al G77, l’Ecuador sostiene le proposte dei paesi socialisti. Qual è la domanda del Sud?

Con altri paesi progressisti che si sono alleati nel XXI secolo, l’Ecuador mette il suo impegno per trasformare a fondo le grandi strutture internazionali che producono una doppia ingiustizia: a livello dei singoli paesi, in quanto limitano la possibilità di ridistribuire le risorse a favore dei più deboli, e a livello delle strutture di potere generali perché perpetuano le asimmetrie.

Dal Movimento dei paesi non allineati, ora diretto dal Venezuela, proviene l’indicazione che il sud globale dev’essere rispettato, dev’essere incluso nei meccanismi della governance. I paesi della periferia che oggi vengono definiti in via di sviluppo, ma che per Fidel – e io preferisco quella sua definizione – sono il Terzo mondo, devono essere inclusi nelle decisioni che riguardano l’umanità.

Esistono diversi spazi in cui portare questa grande domanda globale, ma uno dei principali è quello dei Non allineati in cui sono emersi contenuti e obiettivi importanti e comuni: a partire dalla cittadinanza universale, dal rifiuto dei mega accordi globali che minano alla base il multilateralismo e dalla riforma delle Nazioni unite.

Dal vertice Mnoal è emersa una condanna unanime verso l’occupazione illegittima e illegale della Palestina da parte di Israele, quella contro il blocco economico a Cuba e quella contro alcune pratiche inaccettabili come l’evasione tributaria e i paradisi fiscali.

Noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini delle multinazionali. Trovare consenso intorno ad alcune grandi cause è importante, perché le grandi cause motivano l’agire umano, ci protendono verso le utopie.

Che sia il Venezuela a presiedere alcuni importanti organismi internazionali come la Mnoal ha un grande significato per tutta l’America latina in un momento in cui c’è un poderoso contrattacco dei poteri forti ai governi progressisti del continente. Bisogna difendere il Venezuela, il suo diritto a decidere, rispettarne le istituzioni. L’Ecuador lo sta facendo in ogni spazio internazionale. Appoggiamo il dialogo sotto l’egida della Unasur. Gli attori esterni che vi si oppongono, non aiutano. Il Venezuela non ha bisogno di una ulteriore polarizzazione indotta dall’esterno.

Lo scenario politico del sud è però molto eterogeneo, come si fa a rendere concreti i proclami dei summit?

Oltre all’impegno costante e alla speranza, ci vuole pazienza quando, come nel caso della Mnoal, vi sono 120 paesi. Molte grandi cause del sud hanno trionfato dopo anni. Grazie all’Ecuador, che ha avanzato la richiesta nel 1952, oggi i mari dei paesi sono di 200 miglia e non più di 300, così oggi abbiamo una frontiera con il Costa Rica mentre prima bisognava passare per la Colombia o per Panama.

La questione si è conclusa con la Convemar del 1982. Tutti i paesi del Nord, come gli Stati uniti ma anche molti dell’Europa si sono opposti in nome della libertà del mare. Però ci sono libertà ingiuste, basate sull’asimmetria, sul fatto che uno ha più potere di un altro: se non ci sono uguali opportunità, non c’è libertà. Da allora, invece, abbiamo 200 miglia di mare in cui solo noi possiamo pescare, altri paesi possono farlo solo se hanno il permesso.

La natura del multilateralismo è di mettere le differenze al servizio delle grandi cause, come quella di dare democrazia al sistema delle Nazioni unite.

Qual è la vostra proposta?

La priorità oggi è quella di dare potere all’Assemblea generale e toglierlo a quel Consiglio di notabili che è il Consiglio di sicurezza. Vi sono diverse proposte, una è quella di aumentare il numero dei membri. Questo renderebbe l’organismo appena un po’ più democratico, ma non risolverebbe un problema strutturale come quello del veto da parte dei paesi con seggio permanente, a cui noi ci opponiamo fermamente.

Il potere decisionale dev’essere dell’Assemblea generale, ogni paese un voto, alla pari.

Che senso ha la parola sviluppo per il sud nel mondo pluripolare?

Se la nozione viene declinata in modo eurocentrico, contiene delle trappole da cui i nostri paesi cercano di svincolarsi riempiendola di altri contenuti. Noi diamo preferenza ad altri indicatori, quello della felicità, della natura, e per questo parliamo di buen vivir e di beni relazionali.

Certo il Pil è importante, perché senza una base materiale non ci può essere felicità per il popolo, ma anche se guadagni molti soldi e poi sei obbligato a trascorrere ore nel traffico per recarti al lavoro non sei felice e non ti godi niente. La felicità non è solo consumare sempre di più, possedere sempre più cose.

Roma 4mar2016: Ecuador 9 anni di Rivoluzione ciudadana

(VIDEO) Ecuador, proteste contro la visita di Erdogan

da lantidiplomatico

Alcuni manifestanti, tra le quali diverse donne, sono stati aggrediti dalle guardie di sicurezza del presidente turco, fatto che è stato condannato da diversi parlamentari ecuadoriani.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che è in visita in ufficiale Ecuador, è stato accolto, a Quito, con proteste contro la sua presenza nel paese latinoamericano.

Al grido di “Viva il Kurdistan!”, “Erdogan Fuori!” e ” Erdogan Assassino “, decine di attivisti hanno chiesto la fine operazione militare di Ankara contro le aree curde.

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Uno dei manifestanti, l’attivista curdo che vive in Ecuador, Orshan Kamasek, ha riferito che Erdogan “sta uccidendo la nostra gente”, e si è unito alla coalizione internazionale per “attaccare la Siria”.

“La Turchia è parte della guerra in Siria, perché finanzia la guerra ed è amico dello Stato islamico”, ha aggiunto l’attivista, citato dalla EFE.

Inoltre, ci sono stati una serie di scontri tra manifestanti e guardie di sicurezza di Erdogan, quando il presidente turco stava entrando all’Istituto Nazionale di Studi Avanzati (Iean) per tenere una conferenza.

Tra i manifestanti è stato aggredito anche un membro dell’Assemblea Nazionale ecuadoriana Vintimilla Diego, che ha denunciato l’accaduto attraverso il suo account Twitter.

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Le azioni delle guardie di sicurezza del presidente della Turchia sono stati riportate anche da altri membri dell’Assemblea. a tal proposito il presidente dell’Assemblea Nazionale dell’Ecuador, Gabriela Rivadeneira, ha riferito che “sono state anche attaccate donne ecuadoriane”.

A sua volta, il portavoce del gruppo “Donne per il Cambiamento”, Cecilia Jaramillo, ha raccontato che ad alcune manifestanti sono stati inferti colpi alla testa e trascinate per i capelli nella Iean.

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Rivadeneira: «Il mio Ecuador combattivo e sognatore»

di Federica Zaccagnini

il manifesto – 5gen2016

Chi è Gabriela Rivadeneira?

Beh, Gabriela Rivadeneira è una giovane, madre, sognatrice, compagna, combattente, militante, molto disciplinata con l’organizzazione politica, perché crediamo che da lì nasca la base della proposta di trasformazione del nostro paese. Nell’attualità e nella contingenza sono Presidente dell’Assemblea Nazionale (il Congresso dei deputati, ndr).

Lei è cresciuta a Otavalo, dove ha assolto diversi incarichi di rappresentanza, è stata Consigliera Comunale, Vice-Prefetto, Governatrice nella regione di Imbabura. La sua vita personale e politica si è tenuta in una provincia e in una città, rispettivamente Imbabura e Otavalo, dove vi è una forte presenza indigena. Qual è la sua opinione a proposito di quelle accuse rivolte al Presidente Correa, secondo le quali avrebbe tradito gli indigeni e i movimenti?

Questo è un tema importante da trattare con chiarezza. A quanti lo affermano suggerirei di esaminare i risultati delle elezioni dove noteranno che lo zoccolo duro del voto per il Presidente Correa è il voto rurale, principalmente proveniente dalle organizzazioni sociali indigene. Alcuni leader indigeni del paese si sono trasformati in amanuensi della destra, ma hanno perso il sostegno delle loro basi, infatti oggi possiamo riscontrare una dicotomia tra gli argomenti di certi leader indigeni e quello che sta realmente accadendo nelle basi del movimento indigeno. Piuttosto, grazie alle politiche di governo (la politica abitativa e l’accesso alla casa, l’istruzione e la formazione gratuita, l’assistenza sanitaria gratuita, etc.), siamo riusciti a consolidare un grande sostegno da parte dei settori indigeni, afro-ecuadoriani e rurali per il nostro progetto politico e per il Presidente. Abbiamo ribadito la nostra volontà, come governo e come Revolucion Ciudadana, che per noi la priorità sono i poveri: in molti di questi movimenti e organizzazioni sociali ci sono ancora tante persone che hanno bisogno di uscire dalla loro condizione di povertà e queste sono le fasce sociali alle quali intendiamo continuare a rivolgere le nostre attenzioni prioritarie nella nostra azione di governo. Al contempo, è nostro preciso intendimento continuare a promuovere una diffusa partecipazione politica di queste fasce sociali e infatti abbiamo promosso grandi alleanze politiche con il settore indigeno. Ora abbiamo avviato un tavolo nazionale con il settore indigeno il cui obiettivo è quello di proporre politiche di sviluppo e che si rapporta direttamente con il governo: in questo modo siamo riusciti ad ottenere una partecipazione molto più orizzontale, è di gran lunga più democratica, che permette superare le relazioni di cacicazgo1 che esistevano all’interno della leadership del settore indigeno, e che oggi permette di far entrare in gioco altre voci, soprattutto delle donne, perché non bisogna dimenticare che nel settore indigeno residuano a tutt’oggi delle antiche convinzioni machiste e conservatrici. Abbiamo consolidato e ampliato la partecipazione, oggi possiamo dire di avere rafforzato la nostra democrazia e di vivere finalmente in una reale democrazia.

Qual è il ruolo delle donne e dei giovani nella Revolucion Ciudadana?

I giovani e le donne hanno un ruolo fondamentale nella Revolucion Ciudadana. Mi permetto di sottolineare che dieci anni fa, eravamo completamente escluse dagli spazi di decisione politica. La nostra politica era totalmente “adultocentrica” e maschile. Gli spazi della decisione politica erano occupati principalmente da uomini di 50–60 anni, che era la media di età della rappresentanza politica, mentre noi donne, noi giovani, i rappresentanti di popoli e nazionalità indigene, non avevamo avuto quasi nessuna possibilità di partecipare e, soprattutto, di contribuire alle decisioni politiche. Con la Costituzione di Montecristi, è successo qualcosa di meraviglioso: quando andiamo alle elezioni per scegliere i membri dell’Assemblea Costituente, le persone scelgono i loro rappresentanti tra le loro basi, e l’Assemblea si riempie di persone provenienti dalle organizzazioni sociali, sono queste che hanno lavorato per scrivere la nostra nuova Costituzione. Questa inedita partecipazione sociale ha dato impulso a che la Costituzione raccogliesse istanze nuove, per esempio, la rotazione obbligatoria nelle liste di elezione popolare, la alternanza e la parità (di genere) obbligatoria. Grazie a questa misura siamo riusciti ad avere un gran numero di seggi occupati da donne e da giovani, la partecipazione, in questo modo si amplifica anche internamente alle organizzazioni politiche, si può vedere infatti un cambiamento, per lo meno nel nostro movimento Alianza Pais, dove per esempio almeno il 30% delle liste deve essere composto da giovani al di sotto dei 35 anni di età. Ora, nella pratica questo si traduce così: nel 2006 solo l’8% dei membri del Congresso erano donne, nel 2013 (ultime elezioni parlamentari) abbiamo ottenuto che il 42% dei seggi del plenario venisse occupati da donne. Tra i 137 membri dell’assemblea, 23 sono sotto i 35 anni, 16 sono rappresentanti di popoli e nazionalità indigene. Questo esempio dell’Assemblea Nazionale viene replicato in altre funzioni e istanze proprie della costruzione del potere popolare. L’alternanza e la parità di genere sono principi propri di tutti i settori dell’amministrazione statale, abbiamo giudici di tribunale, membri del consiglio della magistratura, un gabinetto presidenziale con molta partecipazione delle donne, ma soprattutto di giovani: abbiamo puntato molto sulla partecipazione di nuovi talenti in Ecuador. Anche nel servizio diplomatico, i terzi segretari (prima tappa della carriera diplomatica) sono prevalentemente giovani e appartenenti a popoli e nazionalità indigene, questo per segnare una forte rottura con quell’antica eredità diplomatica di famiglie che abbiamo avuto nel nostro Paese … in questo modo si generano nuovi modelli: tutti noi abbiamo accesso a spazi di decisione. Ora non è difficile trovare un giovane, una donna, un contadino, un indigeno, che cerca di captare spazi di decisione politica attraverso i diversi livelli di partecipazione … riteniamo che questa rivoluzione, ciò che ha fatto nella pratica, è aprire le possibilità per cambiare gli stereotipi e stabilire nuovi modelli, impostando nuovi meccanismi di sviluppo inclusivi per tutte e tutti.

In questo “cambiamento di epoca” come lo ama chiamare il Presidente Correa, cosa sta vivendo l’ Ecuador: un processo di rivoluzione o di riforma nel contesto del capitalismo?

Questo è un tema importante ed ha costituito uno degli argomenti che abbiamo discusso maggiormente. Alcuni affermano che il presidente Correa non è un rivoluzionario, ma un riformista del sistema. Noi abbiamo dibattuto molto sul progetto politico. Che cerchiamo? Che cosa dobbiamo ripensare oggi? Cosa vogliamo per il futuro? Senza dubbio, la nostra rivoluzione è parte di un progetto di sinistra. Abbiamo messo l’essere umano prima del capitale, è l’essere umano ciò che ci interessa e per questo cerchiamo di mettere in pratica in modo permanente la nostra teoria del buen vivir. Dico “cerchiamo” perché resta ancora molto da fare per consolidare questa rivoluzione, ci sono condizioni esterne che sono molto avverse alle nostre decisioni interne, ci obbligano a ripensare la nostra politica economica come Paese; sappiamo di essere in un mondo globalizzato e che la macroeconomia deve essere rivista per affermare un progetto reale. Il nostro progetto non è meramente astratto: lo mettiamo in pratica ogni giorno e, certamente, in questo mondo globalizzato, in questo sistema dominante (perché non siamo ancora riusciti a sconfiggere il sistema dominante!), dobbiamo schivare gli attacchi della restaurazione e trasformare il progetto in realtà. Pertanto riteniamo che il nostro progetto è un progetto rivoluzionario. Ci rifiutiamo di ridurlo ad un insieme di “riforme”, perché nella storia le riforme sono state parte del sistema, funzionali a sostenere un sistema decadente, la nostra proposta è contro-egemonica e in pratica dà i suoi risultati. Ad esempio, la legge dell’economia popolare e solidale, la questione del salario di sussistenza per la famiglia… Ora, per fare un altro esempio, stiamo lavorando alla legge sulla terra per incorporare la proposta delle unità di produzione familiare. Si tratta di una proposta innovativa che l’Ecuador fa al mondo, come una proposta di sviluppo del campo, una alternativa per la sovranità alimentare. Non vogliamo permettere alle multinazionali di consumarci, di distruggere le nostre abitudini alimentari e legarci ad altre tipologie di cibi completamente estranei alla nostra cultura e alla nostra propria essenza. Tutte queste problematiche — e molte altre che dobbiamo ancora affrontare e superare — non sono estranee ad un sistema imperante, la realtà del nostro Paese non è immune rispetto all’influenza del sistema dominante, ma ci rifiutiamo di mantenere tale influenza esterna e abbiamo deciso di trasformare la nostra realtà. Questo è l’equilibrio necessario che dobbiamo stabilire, non solo in Ecuador, ma nei paesi dell’America Latina e, pertanto, sosteniamo che la nostra regione è una regione progressista, una regione di sinistra, è una regione che promuove rivoluzioni reali.

Qual è l’ insegnamento che l’Ecuador ed i processi, più in generale, dell’America Latina possono offrire alla sinistra europea?

Beh, la rottura di certi tabù che abbiamo. Credimi, è stato difficile, ed è ancora difficile. Noi, come progetto di sinistra continuiamo nella disputa interna alla stessa sinistra, e nel cammino di rielaborazione dei processi politici possiamo anche perdere alcune di quelle visioni appartenenti alla sinistra tradizionale, proponiamo un nuovo modo di vedere il socialismo, un nuovo modo di vedere lo sviluppo dei nostri paesi, con equità e giustizia sociale. Penso che quello che stiamo vivendo nei nostri paesi, possa essere utile come esempio per altre regioni del mondo. L’Europa sta attraversando una gravissima crisi in cui è stato messo in discussione il sistema, perché il sistema non ha funzionato, il sistema è scaduto e non offre più un’alternativa per i governi, meno per il popolo, e così anche in Europa stanno emergendo proposte alternative di sinistra che promuovono la rottura con il sistema dominante. Ciò che abbiamo fatto soprattutto negli ultimi dieci anni è osservato da molti paesi in Europa, nello specifico è oggetto di attenzione il modo con cui abbiamo affrontato la questione del debito estero illegittimo ed immorale: noi ci siamo rifiutati di pagarlo ed abbiamo effettuato delle rinegoziazioni che ci hanno permesso di avere più reddito per privilegiare il pagamento del debito sociale rispetto al pagamento del debito estero. Oppure, un’ulteriore politica che è stata presa ad esempio è il modo con cui abbiamo imposto regole chiare alle multinazionali operanti nel nostro Paese. Insisto nell’accennare a questioni che attengono al recupero della nostra sovranità, perché tutte le vicende che oggi maggiormente ci riguardano hanno a che vedere col concetto di sovranità. Il sistema imperante tenta di farci vedere tutti allo stesso modo, implementa le stesse politiche e le stesse misure socio-economiche per tutti, come se fossimo tutti uguali. Quello che abbiamo dimostrato in America Latina è che con le nostre particolarità e specificità possiamo offrire alternative che il sistema non dà, e quindi parliamo di processi reali in democrazie reali. Spero che in un futuro non troppo lontano i paesi dell’Europa e gli stessi popoli europei, che hanno deciso di risvegliarsi, scuotersi e, al contempo di dare una scossa ai loro rispettivi governi, potranno essere in grado di chiedere di più e dunque vivranno anch’essi un processo che permetta loro di recuperare la sovranità nazionale.

Il 30 settembre di cinque anni fa durante il tentativo di Golpe de Estado il Presidente Correa veniva difeso e riscattato grazie all’intervento della popolazione, che era scesa numerosa in piazza a difendere la democrazia. Cosa minaccia oggi la democrazia e la Revolucion Ciudadana?

Quella data è impossibile da dimenticare, per un insieme di sentimenti contrastanti che molti tra noi ecuadoriani hanno provato. Da un lato la preoccupazione che abbiamo avuto quando è stato sequestrato il nostro Presidente e dall’altro l’emozione e la sensazione di forza che abbiamo provato quando un intero popolo si è alzato per difendere il suo Presidente. Se non fosse stato per queste persone, avremmo avuto un colpo di Stato. Grazie al nostro popolo il golpe è fallito. A cinque anni di distanza da quegli eventi, i recenti tentativi di destabilizzazione della nostra democrazia ci ricordano che la Revoluciòn Ciudadana è ancora oggi costantemente soggetta alle stesse e identiche minacce. Sappiamo infatti che il nostro processo rivoluzionario, sebbene abbia compiuto passi importanti in questi quasi 9 anni, è vulnerabile per le condizioni esterne, ma soprattutto per quelle interne determinate da una destra legata agli interessi delle multinazionali e del potere economico internazionale, che non ha esitato un solo giorno di seguitare nel suo tentativo di delegittimazione e discredito del governo. Questo è ciò che viviamo ogni giorno. Cosa ci spetta di fare? Difendere il nostro processo tutti i giorni, chiarire, informare e mostrare ciò che siamo riusciti a fare. Dunque, continueremo a rivendicare i risultati sin qui raggiunti ma soprattutto ci impegneremo a costruire le basi, col coinvolgimento del nostro popolo, per affrontare le nostre sfide future. La nostra sfida di oggi, per affrontare la destra, è la costruzione del potere popolare. Dobbiamo implementare il processo di rafforzamento del potere popolare, in cui è la gente ad assumere le decisioni ed a difendere le sue conquiste. Noi crediamo nella saggezza e nella maturità del nostro popolo, questo Paese ci ha donato 10 vittorie elettorali in otto anni. E ’ stato il popolo finora ad affermare la sua convinzione che non si può tornare indietro e che bisogna consolidare — e naturalmente migliorare — questo processo politico. Si tratta di un processo permanente di miglioramento della nostra rivoluzione ma non dobbiamo mai mettere in dubbio che la vera alternativa per i nostri popoli è la rivoluzione. Quindi ciò che ora sta avvenendo in Ecuador, e che avviene in diversi paesi dell’America Latina, in Venezuela, in Bolivia, in Argentina, in Brasile, è una sorta di modello preconfezionato di attacco ai nostri processi e noi, a fronte di ciò, non possiamo fare altro che resistere nella difesa delle nostre conquiste con grande spirito di fermezza, ora più che mai.

Cosa possono fare la società civile, le organizzazioni politiche, i giovani stranieri che ammirano i processi latino-americani e in particolare quello ecuadoriano?

Informarsi e aiutarci a diffondere informazioni corrette sui processi politici che ci riguardano. Viviamo una guerra permanente condotta nei nostri confronti dai poteri mediatici che mistificano e manipolano le informazioni sul nostro conto, arrivando perfino a favorire la messa in atto di colpi di stato. In particolare, noi che rappresentiamo una giovane generazione siamo chiamati a riflettere più di altri su questi temi e tutta la gioventù deve attrezzarsi in modo tale da impedire ai massmedia di determinare la nostra agenda politica, di modellare le nostre opinioni e il nostro pensiero. Dobbiamo conoscere a fondo e mettere in discussione permanentemente quelle informazioni che ci arrivino dai massmedia dominanti alle cui spalle ci sono i potentati economici. Dobbiamo informarci, i mezzi di comunicazione alternativi possono aiutarci, dobbiamo moltiplicare, spezzare la catena di monopolio dei media che è imperante nel mondo intero. La nostra deve essere propriamente una battaglia contro-egemonica, a fronte dell’unico vero baluardo che al giorno d’oggi resta nelle mani del capitalismo: il suo monopolio dei mezzi di comunicazione.

1 Il termine cacicazgo si riferisce a una pratica di tradizione antica per cui i signorotti locali  esercitavano il controllo su territorio e sulle persone in cambio di protezione e benevolenza.

Geopolitica dell’assedio

C20E783FCI militari USA nell’America del Sud [i]

di André Deak e Bianca Paiva

Agência Brasil defesanet.com.br

  1. In questa intervista rilasciata qualche hanno fa dal politologo brasiliano ed esperto di geopolitica, Moniz Bandeira, poneva l’accento sulla presenza di basi militari nordamericane in alcuni paesi (teatri di guerra) strategici dell’America meridionale, i quali sono selezionati dal complesso strategico-militare americano per conservare lo statu quo regionale. Questo tipo di strategia consente alle unità operative americane l’appoggio logistico necessario per la conduzione di azioni belliche nei diversi teatri di operazioni che dovessero sorgere nella regione. La strategia nazionale di Difesa degli Stati Uniti ha più volte rimarcato l’importanza di espandere le truppe e l’equipaggiamento logistico militare nel mondo e, nello specifico, nei diversi paesi dell’America meridionale e caraibica (Curaçao, Barbados, Colombia, Guiana, Ecuador, Perù, Paraguay) per consentire un maggiore controllo spaziale e operativo verso quei paesi considerati d’importanza geoeconomica e geostrategica – Brasile e Argentina e, non ultimo nell’ordine, il Venezuela -. L’adozione di questo tipo di disegno influenza la sicurezza dello Stato assediato, le sue relazioni commerciali, diplomatiche e di sviluppo, giacché sono subordinate agli interessi strategici e di sicurezza degli Stati Uniti. Fattori che fortemente influenzano le scelte in politica estera e che limitano di molto l’autonomia in sede internazionale.

Il Venezuela, considerato paese che erode l’influenza e il potere USA nell’America meridionale e caraibica, è stato inserito nel novero degli Stati che bisogna combattere e indebolire mediante lotte economiche (guerra economica), contrabbando, crimine organizzato, innesco di conflitti transfrontalieri, violazione delle libertà civili e dei diritti umani, guerra psicologica, ecc., dilatandoli nel tempo e con lo scopo di riconfermare l’incontrastata supremazia americana nella regione. Il controllo delle risorse naturali dei venezuelani costituisce un fattore molto importante per assicurare a lungo termine il dominio economico, politico e la stabilità della società nordamericana. Difatti il processo di sviluppo economico dei paesi iperindustrializzati dipende dall’approvvigionamento di energia e il petrolio è la più importante fonte energetica.  Ciò ha contrassegnato la storia economica, politica e militare dei nordamericani per il dominio del Venezuela degli ultimi cento anni.

  1. La concretizzazione di un’entità geografica comune che potesse coniugare l’aspetto economico con quello politico da proiettarsi su scala internazionale, si poteva solo ottenere attraverso l’elaborazione di nuovi schemi d’integrazione sub regionale. È stato così che è sorta l’idea della strutturazione di nuove entità (Mercosur, Unasur) come formule più avanzate di quelle già esistenti (Alalc, Sela, Pacto Andino, Comunidad del Caribe, Mercado Centroamericano) con l’obiettivo di coordinare la posizione dell’America Latina di fronte alle sfide del mondo.

Tuttavia questo continente fatto di capricci e dispersioni, diffidenze e aspirazioni di grandezza, continua a fare tutto il possibile affinché questi meccanismi restino limitati, ininfluenti per non produrre l’integrazione richiesta e tanto meno far ascoltare la voce di un’America Latina unita. In questi ultimi anni i governi di alcune nazioni hanno preferito la scelta di negoziare con gli Stati Uniti o con l’Unione Europea sul piano di una presunta uguaglianza o bilateralismo. Preferiscono agire con manifestazioni d’individualismo esacerbato (Colombia e la nuova Argentina di Macri) che in fin dei conti non sono altro che l’espressione di un nazionalismo da sottosviluppo: declamatorio in modo reboante ma privo di contenuti. Sono scelte politiche che non tengono in conto primario l’interesse nazionale, ma garantiscono solo il protettorato americano.

  1. Nella presente fase multipolare la voce dell’America Latina rischia di azzittirsi. La deriva populista a destra di alcuni attori importanti rischia di rendere nulli i criteri che riguardano la difesa dei prezzi delle materie prime o l’intercessione ai forum per un commercio più giusto. L’importanza geostrategica e geopolitica data ai progetti Alba, Celac e Unasur da parte dell’allora presidente venezuelano, Hugo Chávez, rispondevano alle richieste di una regione desiderosa di affermare nel mondo la propria immagine storica; la percezione di una responsabilità e di un destino compartecipe che incalzava verso la realizzazione di uno sforzo comune per combinare le risorse (primarie, energetiche, demografiche) di cui dispone e fare dell’America Latina un potere mondiale.

La presenza di alcuni meccanismi come il Mercosur nel panorama internazionale ha, seppure in modo impercettibile (economicamente e politicamente), confermato e quindi cominciato a produrre la certezza di sviluppi importanti. In più di un’occasione Hugo Chávez aveva segnalato che non si trattava più di una necessaria volontà politica di appoggio al processo d’integrazione, ma della costruzione di una vera e propria concezione politica comune che possa proiettarsi sia verso l’esterno sia verso l’interno. Nonostante le ragioni storiche e sociopolitiche che si avviano verso l’integrazione, il raggiungimento della stessa è piuttosto lastricato di ostacoli.  Esistono grosso modo due gruppi di pressione che ostacolano questo percorso, le multinazionali e gli interessi locali che lavorano in associazione con le prime. In particolare questi ultimi ignorano volutamente gli obiettivi globali di un’integrazione. Ed è proprio qui che non esiste un’intesa. Spesso si tralascia il principio fondamentale, ovvero, la nozione di giungere ad essere una unità, più grande. Invece, le borghesie locali preferiscono adottare la scelta subalterna di comodo, cioè quella delle piccole monadi. La riconsiderazione in termini geopolitici dell’interesse nazionale è una via obbligata che tutti i paesi dell’America Latina devono riconsiderare per evitare di essere dei semplici spettatori, di ruolo e di rango, nello scacchiere internazionale.

Vincenzo Paglione

 

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Agência Brasil: Cosa ci vuole dire riguardo alla presenza degli Stati Uniti in America del Sud?

Moniz Bandeira: Gli Stati Uniti stanno realmente creando, da ormai molti anni, una fascia intorno al Brasile.

Agência Brasil: Di basi militari?

Moniz Bandeira: Proprio così, di basi militari si tratta. La Base di Manta, in Ecuador, e altre in Perù. Alcune di esse sono permanenti, altre sono solo occasionali. Come la base che si trova in Paraguay, che non è una vera e propria base. Hanno una pista di atterraggio costruita negli anni ’80, più grande della pista Galeão (in Rio de Janeiro, la maggior pista di atterraggio del Brasile, con 4.240 m di longitudine).

Ora circola la notizia che questa base sarà dotata di 400 soldati (nordamericani in Paraguay). Eseguono addestramenti insieme ai paraguaiani e formano gruppi di soldati per allenarsi vicino alla frontiera con il Brasile e in altri punti. La cosa più curiosa di tutto ciò e che fa insospettire è che: 1° è concessa l’immunità ai soldati sudamericani; 2° la visita di Donald Rumsfeld (segretario della Difesa degli USA) alla capitale, Asunción de Paraguay; 3° il fatto che Dick Cheney (vicepresidente nordamericano) ha ricevuto negli Stati Uniti il presidente del Paraguay. Che cosa rappresenta il Paraguay per gli Stati Uniti? Ciò costituisce solo una forma di perturbazione del Mercosur.

Agência Brasil: Gli analisti affermano che il Paraguay compie la funzione di alleato degli USA, che già in altro momento aveva svolto l’Argentina, con il presidente Carlos Menem, e in seguito l’Uruguay, con Jorge Battle.

Moniz Bandeira: È proprio quello che cercano di fare, prima con l’Argentina di Menem, dopo con l’Uruguay di Battle e ora vogliono manipolare il Paraguay. È una faccenda molto delicata. Il Paraguay non ha nessun peso. Anzi, se il Brasile decidesse di aumentare la vigilanza nella frontiera, finirebbe il Paraguay, perché la maggior parte delle esportazioni che effettua questo paese le compie attraverso il contrabbando con il Brasile.

Ufficialmente il Paraguay destina al Brasile più del 30% delle sue esportazioni. Se si prende in considerazione anche il contrabbando, la percentuale salirebbe a più del 60%. Ma anche per esportare verso altri paesi il Paraguay, in sostanza, dipende dal Brasile, attraverso i corridoi di esportazione che conducono verso i porti di Santos, Paranaguá e Rio Grande. Il Paraguay è un paese che presenta molte difficoltà, si sovrastima, ma non corrisponde alla realtà. Ogni paese dovrebbe riconoscere i propri limiti e le sue reali relazioni di potere. Il Paraguay è inagibile senza il Brasile e l’Argentina. L’Argentina è solidale con il Brasile e non ha alcun interesse verso il Paraguay come strumento degli Stati Uniti per ferire il Mercosur.

Agência Brasil: Dove si trovano, nello specifico, i militari nordamericani che formano questa “fascia” intorno al Brasile.

Moniz Bandeira: Si estendono dalla Guyana, passano per la Colombia … Bisogna evidenziare che non sono militari uniformati, ma imprese militari private che eseguono una serie di servizi terziarizzati per gli Stati Uniti. Il Pentagono sta terziarizzando la guerra. Già da qualche tempo, inizi degli anni ’90, hanno creato le Military Company Corporations, le quali eseguono i servizi militari per sfuggire alle restrizioni imposte dal Congresso americano. Pilotano gli aerei nella guerra d’Iraq, per esempio. Le compagnie militari private svolgono ogni sorta di lavoro, persino quello sporco: le torture. Con questa trovata eludono le restrizioni imposte.

Agência Brasil: Esistono anche delle operazioni segrete?

Moniz Bandeira: Sì, ma ciò rappresenta un’altra cosa. Abbiamo informazioni al rispetto. Se lei legge i giornali, qualche volta si segnalerà che è stato intercettato un aereo americano in Brasile che in modo clandestino proveniva dalla Bolivia verso il Paraguay. Queste informazioni si trovano un po’ ovunque.

Agência Brasil: Qual è il motivo per il quale ci sono i militari americani in America del Sud?

Moniz Bandeira: I fattori sono diversi. Le basi consentono il mantenimento del bilancio del Pentagono. Per causa dell’industria bellica e del complesso industriale militare, loro hanno bisogno di spendere negli equipaggiamenti militari per realizzare nuovi ordini. È un circolo vizioso. E qual è il migliore mercato per il consumo delle armi? La guerra.

Gli Stati Uniti s’interessano della guerra perché la loro economia dipende in larga parte dal complesso bellico per il mantenimento degli impieghi. Esistono alcune regioni degli USA sotto il totale dominio da parte di queste industrie. Esiste una simbiosi tra Stato e industria bellica. Lo Stato finanzia l’industria bellica e l’industria bellica ha bisogno dello Stato per dare sfogo ai suoi armamenti e alla sua produzione.

Agência Brasil: Esiste qualche ragione strategica dal punto di vista delle risorse naturali?

Moniz Bandeira: I paesi andini sono responsabili di più del 25% del consumo di petrolio negli Stati Uniti. Solo il Venezuela è responsabile di circa il 15% di questo consumo. Da una parte vogliono rovesciare il presidente venezuelano Hugo Chávez, dall’altra sanno che una guerra civile potrebbe far balzare il prezzo del petrolio a più di US$ 200 il barile.

Agência Brasil: Nel libro Formação do Império Americano, lei segnala la presenza di militari nordamericani in America del Sud. Gli Stati Uniti assicurano che molti di quei militari sono lì stanziati per combattere il terrorismo.

Luiz Alberto Moniz Bandeira: Combattere il terrorismo è una sciocchezza. Il terrorismo non è un’ideologia, non è uno Stato. Costituisce uno strumento di lotta, è un metodo di cui tutti ne hanno fatto uso nel corso della storia. Loro ora affermano di voler combattere il terrorismo islamico. Ma perché è sorto il terrorismo islamico?

Perché gli americani presenti in Arabia Saudita occupano i luoghi sacri, per esempio. Prima di ciò, gli USA introdussero il terrorismo islamico in Afganistan per combattere i sovietici. Da lì è iniziato tutto.

Agência Brasil: Gli USA classifica come terroristi all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Messico e alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Hanno ragione?

Moniz Bandeira: Loro desiderano che tutti quelli che insorgono contro di loro siano considerati terroristi. È sempre stato così. Hitler definì terroristi tutti quelli che si opponevano all’occupazione tedesca. I compagni che hanno combattuto nella lotta armata in Brasile contro il regime autoritario sono stati classificati come terroristi.

Il terrorismo è un metodo di guerra, usato persino dalla CIA. Che cosa ha fatto la CIA contro Cuba? Progettò un attentato, abbattendo un aereo, per accusare il governo cubano e giustificare l’invasione di Cuba. Progettò di far esplodere un razzo che avrebbe dovuto condurre allo spazio a John Gleen e accusarla per invaderla. La CIA è sempre stata uno strumento di terrorismo. Gli USA definiscono il terrorismo come un’organizzazione al servizio di uno Stato che pratica atti di violenza per il raggiungimento di obiettivi politici. Ed è ciò che sempre ha fatto la CIA.

La CIA, il Mossad [l’agenzia d’intelligence israeliana] e altre organizzazioni. Chi sono i terroristi? Ariel Sharon, David Ben Gurion e Menachem Begin sono stati dei terroristi. Loro hanno fatto esplodere il King David Hotel di Gerusalemme nel 1946, uccidendo delle persone contro il dominio inglese. Hanno vinto e oggi sono diventati statisti.

Agência Brasil: Gli Stati Uniti affermano che esistono dei terroristi nella triplice frontiera.

Moniz Bandeira: Un’altra sciocchezza. Lo dicono solo perché c’è una presenza d’islamici. Questi spediscono del denaro alle loro famiglie. Il fatto che quel denaro possa essere deviato per finanziare altre attività nessuno lo può impedire. È solo un pretesto per giustificare la loro presenza militare nel Paraguay e in altre parti dell’America del Sud. Gli Stati Uniti sono l’unico paese che possiede un esercito che non è pensato per la difesa del paese, ma per mantenere basi americane in tutto il mondo.

Agência Brasil: La presenza delle basi americane può attirare il terrorismo?

Moniz Bandeira: La maggior parte degli attacchi terroristi contro gli Stati Uniti, fino ad ora, sono avvenuti in America Latina. Un buon numero contro i militari, le aziende private nordamericane e contro gli oleodotti in Colombia. Ma possono inventarsi un attentato terrorista a Foz do Iguaçu per accusare i terroristi e, effettivamente, uno di questi attentati è stato organizzato dalla CIA. È il oro mestiere. Questo si chiama guerra psicologica. La CIA è abituata a fare queste cose, persino in Brasile. Veda il caso di Rio Centro: un attentato preparato per giustificare la repressione[ii].

 

NOTE:

[i] Articolo pubblicato da Agência Brasil il 18 gennaio 2006.

 

[ii]  È il nome con il quale si conosce un attentato che il 30 aprile 1981 si voleva perpetrare ai danni di uno spettacolo commemorativo il Primo Maggio, durante il periodo della dittatura militare in Brasile. In un primo momento il governo accusò la sinistra radicale. Ma in seguito si venne a sapere che l’attentato fu organizzato dai settori più radicali del governo militare. Questi ultimi volevano convincere quelli più moderati sulla necessità di avviare una nuova ondata di repressioni con l’obiettivo di paralizzare le manifestazioni di apertura politica che il governo stava attuando. [N.d.T]

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

Macri contro il Venezuela: tensioni nel Mercosur

Mauricio-Macridi Vincenzo Paglione

Non c’è ombra di dubbio che il neoeletto presidente dell’Argentina, Mauricio Macri, futuro partner strategico della destra americana e nazionale nel cono Sud, vuole condizionare i rapporti dei paesi dell’area dell’Unasur, iniziando dal Venezuela. Le dichiarazioni rilasciate in questi giorni fanno presagire che il neopresidente eletto desidera infliggere una punizione esemplare al governo venezuelano per una presunta violazione dei diritti umani (caso Leopoldo López). In termini geopolitici, questo modo di fare evidenzia l’espressa volontà di voler condizionare i rapporti d’integrazione dei paesi dell’area latinoamericana, caldeggiando la loro frammentazione, come effetto di un piano già prestabilito.

Siffatte iniziative personali che, in realtà, sono teleguidate dai centri del potere mondiale, vogliono schiudere la strada alle ambizioni di dominio delle potenze egemoniche per gestire gli affari e gli interessi strategici della regione. Il che vuol dire far collassare il lungo percorso d’integrazione e di ampliamento di uno spazio geografico con qualità geostrategiche e neoeconomiche fondamentali (minerali, idrocarburi, gas, biodiversità, ecc.) e d’importanza capitale.

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di Agustín Lewit e Silvina M. Romano

Fonte:  http://www.celag.org

 

Nella sua prima conferenza stampa come neo presidente eletto dell’Argentina, Mauricio Macri (PRO, Propuesta Republicana), così come aveva dichiarato ripetutamente durante la sua campagna elettorale, ha assicurato che nel prossimo summit del Mercosur – 21 dicembre ad Asunción, Paraguay – solleciterà l’applicazione della clausola democratica contro il Venezuela, adducendo limiti di libertà di espressione in questo paese e una supposta persecuzione nei confronti dei leader dell’opposizione. Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, il presidente neoeletto argentino si è riferito precisamente al caso di Leopoldo López, leader di “Voluntad Popular”, condannato dalla giustizia venezuelana a quasi quattordici anni di prigione per essere considerato uno dei mentori degli incidenti che nel 2014 troncarono la vita a quarantatré persone. Un dettaglio da non trascurare è stato quello della presenza di Lilian Tintori, moglie di López, la scorsa domenica nel bunker del PRO.

La clausola democratica del Mercosur è inserita nelle normative del blocco del sud dalla firma del Protocollo di Ushuaia, il 24 luglio 1998 [1]. La premessa di questo protocollo è stata la Dichiarazione Presidenziale di Las Leñas del 27 giugno 1992, la quale sostiene che “il pieno vigore delle istituzioni democratiche costituisce condizione indispensabile per l’esistenza e lo sviluppo del Mercosur” (intro. Protocollo di Ushuaia). Questa disposizione stabilisce che, di fronte a un’eventuale rottura dell’ordine democratico in qualsiasi dei paesi membri, si prenderanno delle misure, accordate per consenso, che “possono partire dalla sospensione del diritto di partecipare nei diversi organi dei rispettivi processi d’integrazione, fino alla sospensione dei diritti e degli obblighi che emergono da quei processi” (art.5). Anche se nel Protocollo di Montevideo – più conosciuto come Ushuaia II -, sottoscritto il 20 dicembre 2011 nella capitale uruguaiana, sparisce l’allusione esplicita alla necessità di ratificare le suddette sanzioni, detto protocollo non è in vigore.

Fino ad ora l’unico caso in cui si è applicata la suddetta clausola è stato quello del Paraguay, quando si avviò il colpo parlamentare che si finì con la destituzione del presidente Fernando Lugo, il 24 giugno 2012. Nonostante che il settore politico che aveva provocato la caduta dell’allora presidente addusse di averlo fatto per mezzi “costituzionali”, il 29 giugno 2012 i membri del Mercosur, – Argentina, Brasile, Uruguay (il Venezuela non era stato incorporato del tutto) – decisero di “sospendere alla Repubblica del Paraguay dal diritto di partecipare negli organi del Mercosur e dalle delibere, secondo i termini dell’articolo 5° del Protocollo di Ushuaia” [2], il che faceva intendere che Lugo era stato destituito senza un regolare processo. Ciò aveva costituito un’alterazione della dinamica democratica in quel paese.

Nonostante le insistenze del leader conservatore argentino, la verità è che l’aver invocato la clausola democratica contro il Venezuela sembra ridursi – almeno per il momento – più a una dichiarazione personale d’intenti che a un fatto concretizzabile. In primo luogo perché, al di là delle valutazioni sul governo bolivariano, nessuno può mettere in dubbio il suo profondo carattere democratico: dal 1998 ad oggi, il chavismo ha vinto cinque elezioni presidenziali consecutive, molte di loro con percentuali schiaccianti, dove si sono aggiunte numerose elezioni legislative e consultazioni popolari. In nessun comizio si è proibita la partecipazione o la limitazione delle campagne. In secondo luogo sembra molto difficile che Mauricio Macri riesca ad allineare al resto dei presidenti del Mercosur con il suo attacco contro il Venezuela e raggiungere il consenso unanime degli stessi – requisito indispensabile per l’attivazione della clausola -. Probabilmente riceverà l’appoggio di Horacio Cartes che fino ad ora si trovava “controllato” dalla maggioranza progressista e, senza dubbi, d’ora in poi troverà in Macri un socio ideologico. Ma comunque è poco probabile che – nonostante le ambiguità verso il governo venezuelano – l’Uruguay assecondi la richiesta e men che meno il Brasile. L’iniziativa di Macri ha avuto ripercussioni nel resto dei paesi del blocco. Florisvaldo Fier, alto rappresentante generale del Mercsour, ha dichiarato: “Penso che Macri si debba informare un po’ meglio, perché la clausola democratica si applica quando si è davanti a un colpo di Stato”. Rafael Correa, presidente ecuadoriano, da parte sua ha affermato che “non è il caso” applicare quella clausola contro il Venezuela, poiché “piaccia o no, in quel paese vige una democrazia” e un progetto politico che “è stanco di vincere le elezioni”. Danilo Astori, ministro dell’Economia dell’Uruguay, ha dichiarato al riguardo: “Le clausole democratiche come quella del Mercosur si applicano al momento di una rottura istituzionale ed io, al di là delle discrepanze che esistono nei confronti del Venezuela, sono del parere che non sia avvenuta nessuna rottura istituzionale”. Il cancelliere dello stesso paese con toni simili ha affermato: “Ancora sussistono le condizioni per non applicare quella clausola (…) si è ancora distanti da un’alterazione dell’ordine democratico in Venezuela”. Solo il cancelliere paraguaiano ha manifestato una certa affinità con la proposta di Macri quando ha dichiarato che “prendeva nota” dell’iniziativa.

La cosa certa è che, anche se questo puntuale attacco contro il Venezuela non proceda per via legale, l’ascesa del conservatorismo argentino inizia a evidenziare forti ripercussioni in ambito regionale.  Le previste tensioni politiche che metteranno a confronto al governo argentino con le forze progressiste che sono al potere, minacciano di paralizzare a un Mercosur che, anche se ha manifestato qualche marcia indietro, in questi ultimi anni ha rivelato notevoli progressi.

Note:

[1] http://www.infoleg.gov.ar/infolegInternet/anexos/55000-59999/59923/norma.htm

[2] http://www.pressenza.com/es/2012/07/suspension-de-paraguay-en-el-mercosur-en-aplicacion-del-protocolo-de-ushuaia-sobre-compromiso-democratico/

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

La Bielorussia guarda verso l’America Latina

di Danilo Della Valle

La Repubblica di Bielorussia continua a guardare verso gli orizzonti latinoamericani, sviluppando sempre di più sinergie ed alleanze strategiche con le democrazie popolari della Patria Grande; dopo i numerosi accordi che la “Russia bianca” ha raggiunto negli anni passati con il Venezuela migliorando bilateralmente l’economia dei due Paesi ma anche sviluppando progetti culturali e di amicizia tra i popoli, ora è il turno dell’Ecuador.

Già da tempo i due Paesi hanno avviato delle relazioni molto strette, il Presidente Rafael Correa Delgado, nella sua ultima visita a Minsk, si è detto molto interessato alla tecnologia Bielorussa nell’ambito dell’agricoltura e dell’informatica dichiarando che ben presto la Bielorussia potrebbe diventare uno dei maggiori partner commerciali dell’Ecuador.

Ora si aggiunge un nuovo settore strategico, quello della sanità pubblica; la Bielorussia e l’Ecuador consolideranno infatti la cooperazione nel settore della sanità pubblica. Ciò è previsto nel protocollo d’intesa firmato tra i Ministeri della Salute dei due paesi.

Il documento è stato firmato dal vice direttore del dipartimento farmaceutico del Ministero della Salute della Bielorussia Valery Shevchuk, e dall’ambasciatore straordinario e plenipotenziario dell’Ecuador in Bielorussia, Carlos Larrea Dávila.

Le direzioni principali della cooperazione sono la ricerca congiunta nel campo della salute, il trattamento delle malattie rare, visite bilaterali, scambio di esperienze tra esperti e scienziati, la partecipazione a simposi e conferenze, la realizzazione di progetti congiunti, il coordinamento di programmi e progetti scientifici. Particolare attenzione è rivolta alle forniture bielorusse di farmaci sul mercato ecuadoriano.

“In Ecuador c’è la necessita di alcuni nostri farmaci. I nostri colleghi stranieri hanno ispezionato le nostre aziende farmaceutiche, ora vanno avanti i negoziati per la promozione dei farmaci bielorussi sul mercato ecuadoriano”, ha affermato Anatoli Grushkovski.

Diario El Telegrafo: Entrevista a Maurice Lemoine

por El Telegrafo

Maurice Lemoine es escritor y periodista francés, exjefe de redacción de Le Monde Diplomatique. El francés investigó las estrategias golpistas en varios países y cómo los medios de derecha mueven la opinión pública para legitimarlas.

Usted ha investigado los golpes de Estado en América Latina y considera que hay algunas similitudes con lo que hoy ocurre en los países con gobiernos progresistas. ¿Cuarenta años después cuáles son esas coincidencias?

Estuve presente en Caracas el 11 de abril de 2002 cuando hubo el golpe de Estado contra el Presidente Hugo Chávez, en puntos clave como el puente Llaguno y fui el primero en explicar lo que pasó realmente con fotografías. También estuve en Bolivia en 2008 cuando hubo el intento de desestabilizar al gobierno de Evo Morales y conozco bien el caso de Honduras con Manuel Zelaya, así como el caso de Ecuador. Por eso quise escribir un libro sobre los “golpes light” (Los hijos ocultos del general Pinochet, 2015), pero pensé que para explicar las diferencias con los golpes de los años 60 y 70 debía estudiarlos y eso me permitió hallar diferencias en la manera de proceder así como las similitudes. Si analizamos lo que está pasando en Venezuela, la desestabilización económica tiene exactamente el mismo patrón de lo que ocurrió en Chile en 1972.

¿Desprestigiar la imagen del Gobierno es parte del proceso?

Sí, empiezan por desprestigiar la imagen y luego crean la zozobra económica. Lo vimos el año pasado cuando de repente los medios de comunicación difundieron en el mundo entero que ya no había papel higiénico en Venezuela. Uno se pregunta cómo de un día para otro no hay papel higiénico, pero es una campaña que da risa a todo el mundo y refleja un caos total. En 1972 tampoco había papel higiénico en Chile por las mismas razones y lo que ocurre es muy sencillo, buscan fastidiar a la gente. Hoy en día en Venezuela se necesitan 4 horas para hacer las compras porque en los supermercados ya no hay arroz, no hay harina… y hay que buscar por todos lados porque los empresarios ya no ponen los productos en las perchas sino que las pasan a pequeños vendedores en las calles que los ofrecen a precios 3 o 4 veces superiores, así se crea desabastecimiento y el cansancio de la población, además de la inflación. Con eso consigues que en las próximas elecciones la gente diga: “si seguimos votando por Nicolás Maduro esta situación va a seguir”, entonces debilitas al Gobierno. El mismo sabotaje se aplicó en Chile en 1973 cuando organizaron la huelga de los camioneros, que en un país de 4.000 km de largo fue terrible. Hallar patrones comunes a 30 y 40 años de distancia permite pensar que no es casualidad sino técnicas ya conocidas por quienes las emplean y permite afirmar que son golpes de Estado. La única diferencia es que ya no es militar como ocurrió con Pinochet sino que hoy son más prudentes y astutos. En Honduras 2009 un comando militar sacó a Zelaya de su casa, lo expulsaron a Costa Rica y devolvieron el poder a los civiles; en Venezuela 2002 un grupo de militares secuestró a Chávez, lo trasladó a la isla de la Orchila y devolvieron el poder a los civiles.

¿Al devolver el poder a los civiles se legitima un golpe del Estado?

Al pasar el poder de un civil a otro se podrá argumentar que el Presidente era malo, que violó la Constitución y que se trata de un proceso de transición, pero finalmente es un golpe de Estado. La meta es engañar a la comunidad internacional, aunque no lo consigan con los propios habitantes. En Quito la ciudadanía sabe lo que ocurrió el 30 de septiembre de 2010 (30-S), aunque algunos niegan que fuera un intento de golpe.

Los activistas extranjeros que participaron en ELAP 2015, en septiembre en Quito, dijeron que el 30-S las cadenas mediáticas informaron que en Ecuador había una revuelta popular mas no una sublevación policial. ¿Qué recuerda usted sobre ese día?

Los periodistas de derecha saben que la información debe tener una dosis de veracidad para legitimar una mentira. Lo que destacaron los medios internacionales fue la imprudencia del Presidente al ir al Regimiento Quito y le imputaron la responsabilidad del hecho por una supuesta reivindicación salarial de los policías. Además Ecuador tiene la particularidad de tener indígenas y las movilizaciones que protagonizaron en agosto de este año fue expuesto afuera como “Los indígenas en contra de Rafael Correa”, sin precisar que fue una fracción indígena, que —como dice Correa— en procesos electorales no alcanzan ni siquiera el 3% de los votos. En Europa tenemos una visión romántica de los indígenas, además de un sentimiento de culpabilidad por la conquista y el etnocidio, entonces por definición el indígena es bueno y se desconoce que también hay indígenas de derecha, progresistas, conservadores, etc. Este es un factor clave para tratar los temas de Ecuador y Bolivia, pero si hablamos de Venezuela se referirán a la sociedad civil y no a la derecha y extrema derecha.

¿La estrategia de la derecha en América Latina es ‘conmover’ a la comunidad internacional?

Un lector europeo que vea: “La sociedad civil protesta contra las medidas del presidente Nicolás Maduro” se sentirá identificado. En 2014 se decía que en Venezuela los estudiantes protestaban contra Maduro, pero no se aclaró que eran estudiantes de ultraderecha y calificaron a Maduro de dictador.

Y la rapidez con que esas noticias se propagan acentúa el desprestigio de un gobierno…

Los medios de comunicación no organizan un golpe de Estado, pero preparan a la opinión pública internacional para aceptarlo en cualquier momento. En Francia desde hace 15 años sostienen que Chávez fue un dictador y que Maduro también lo es, y dicen lo mismo del presidente Rafael Correa. Pero lo único que ha cambiado es que nació Unasur y Celac, los instrumentos que les permiten resistir a esa arremetida de la derecha. Pero hay que destacar que la llamada “comunidad internacional” en realidad no sirve porque solo involucra a Estados Unidos y a la Unión Europea cuando el mundo es más amplio. Cuando el presidente Barack Obama emitió el decreto que consideraba a Venezuela una amenaza para la seguridad de los Estados Unidos, este fue rechazado por la Alaba, la Unasur, Celac, el G77+China y el Movimiento de los No Alineados, es decir, por las 2/3 partes de los miembros de la ONU. Entonces los africanos, asiáticos y latinoamericanos no hacen parte de la “comunidad internacional”.

En ese juego entran las cadenas internacionales de noticias…

Con el internet notamos que la información es tan fácil como “copiar y pegar”. En Europa hay un fenómeno, un diario da la línea y es El País de España. Por razones históricas España ha estado cerca de Latinoamérica, entonces los europeos consideran que ellos conocen mejor a la región, pese a que hoy El País es vocero de las multinacionales españolas y el periódico más hostil con la izquierda de América Latina. Además es accionista de Caracol de Colombia y Le Monde en Francia, eso explica cómo funciona la información.

¿Las ONG defensoras de la libertad de expresión cierran ese círculo?

Soy periodista y defiendo ferozmente la libertad de expresión, al mismo tiempo el derecho a la información. Ahí los latinos han avanzado con respecto a Europa al trabajar en una regulación del espectro mediático donde los bancos no puedan invertir, lo que es positivo, así como destinar una tercera parte del espectro a medios comunitarios. Los medios privados atacan a los países con “leyes mordazas” porque “no hay libertad de expresión”, pero cuando vengo al Ecuador leo todos los diarios y veo noticieros, entonces si eso no es libertad de expresión, ¿qué es? Las ONG como Fundamedios, Reporteros Sin Fronteras (RSF) o la Sociedad Interamericana de Prensa (SIP) cierran ese círculo. Le Monde Diplomatique denunció que RSF es financiado por la Fundación Nacional para la Democracia (NED) y la ultraderecha cubana de Miami y fuimos atacados por eso. Hoy sabemos también que en 2014 la NED entregó más de $ 1 millón a la oposición ecuatoriana y más de $ 2 millones a la oposición venezolana, el año de las guarimbas.

In ogni ambito del senso comune ci aspetta una lunga battaglia

posda cubainformacion.tv

Intervista realizzata da Davide Angelilli a Ciro Brescia che ha partecipato con la delegazione italiana alla quinta Escuela de Verano e all’incontro latino americano progressista realizzato a Quito in Ecuador nel mese di settembre. Ciro Brescia è parte del progetto informativo ALBAinformazione per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli, sito dell’Associazione Nazionale delle Reti di Organizzazioni Sociali (ANROS Italia), aderente alla Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”.

Come è stato l’incontro latinoamericano progressista? Qual è stato il messaggio che più si è ascoltato?

Abbiamo partecipato alla quinta scuola di Verano organizzata dal Ministero delle relazioni estere e della mobilità umana dell’Ecuador. Giovani provenienti da giardino dei paesi dell’America Latina e del mondo Hanno condiviso per due settimane lezioni ed escursioni per conoscere la realtà dell’Ecuador della rivoluzione cittadina e della proposta del Sumak Kwsay, El buen vivir ecuatoriano. Dall’Italia abbiamo partecipato in due, con Danilo Della Valle, che inoltre ha avuto l’onore di partecipare all’atto del cambio di guardia al palazzo presidenziale Carondelet insieme al presidente Rafael Correa.

Alla fine della scuola abbiamo partecipato anche al Secondo Incontro Latinoamericano Progressista, del quale ci ha molto colpito il discorso di Álvaro García Linera, il vicepresidente della Bolivia, che ha sottolineato l’imprescindibile necessità di prendere in mano le redini del potere dello Stato: prima di tutto, se vuoi trasformare il potere dello Stato, devi prenderlo nelle tue mani.

“Salvo il potere tutto è illusione”, diceva Lenin, e in questo senso l’ha anche sottolineato Diego Vintimilla Jarrím, il più giovane deputato dell’Ecuador e militante del Partito comunista ecuatoriano, come ci ha tenuto a precisare la presidenta dell’Assemblea nazionale, Gabriela Rivadeneira, anche lei molto giovane, e come ci ha tenuto a ricordare anche il compañero ministro degli esteri, Ricardo Patiño.

Álvaro García Linera ha approfittato di questa occasione per reiterare la sua dichiarata visione leninista e per ricordare ai partecipanti che non si può scindere dell’apporto di Lenin, né dal pensiero di Gramsci, dalla “connessione sentimentale con le masse”. “Gramsci senza Lenin è come la tenerezza senza la vittoria”, ha commentato Garcia Linera.

Considero inoltre che ci sono altri apporti che devono essere valorizzati nei processi rivoluzionari, imprescindibilmente, come quelli di Mao, e nello specifico in relazione all’applicazione della linea di massa, che è comunque collegata a ciò che lo stesso Gramsci ci dice. In poche parole: Dobbiamo imparare ad inserirci in ogni situazione concreta con l’obiettivo di individuare la parte più avanzata (possiamo parlare in questo senso di “sinistra”), avvicinare a questa la parte che sta nel mezzo, (“il centro”), al fine di isolare la parte più arretrata (“la destra”).

Dobbiamo anche comprendere che c’è sempre una lotta fra due linee che si scontrano per determinare la propria influenza sulle masse, non solo, ma anche nelle file della stessa organizzazione, e persino fin dentro noi stessi; tale dinamica si realizza coscientemente attraverso una lotta ideologica attiva. In quest’ambito, la lotta di classe continua anche se sotto forma diversa nella fase di transizione socialista (dal capitalismo al comunismo); la rivoluzione proletaria si esprime nei paesi bersaglio dell’imperialismo in quanto rivoluzione di nuova democrazia per poi passare alla fase della rivoluzione socialista.

Qual è stata la partecipazione dell’Italia?

L’unico invitato italiano ufficiale alla ELAP è stato il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista rappresentante della seconda forza politica del Parlamento italiano. Nel Parlamento italiano non esistono forze “di sinistra”, ad esclusione del Pd è di Sel che nonostante continuino a dichiararsi tali, come la socialdemocrazia europea, in fin dei conti, in un modo o in un altro, finiscono per appoggiare le aggressioni imperialiste (in genere attaccano sempre la Rivoluzione Bolivariana…). Pertanto a dire il vero mi sembra che molto poco possono dirsi di sinistra, nonostante si presentino come tali, in molti casi utilizzando in maniera strumentare il discorso dei migranti per apparire quello che non sono.

D’altro canto, il Movimento 5 Stelle, seppur rifiutando di posizionarsi sull’asse destra-centro-sinistra, è ogni giorno più impegnato a dare a conoscere in Italia la realtà delle proposte dell’ALBA-TCP che vede il protagonismo di Cuba, del Venezuela, dell’Ecuador, della Bolivia, del Nicaragua e alcune isole dei Caraibi, e allo stesso modo lo facciamo noi come ALBAinformazione.

Io stesso sono iscritto alla piattaforma del Movimento 5 Stelle, con il quale ho partecipato alle elezioni regionali della mia regione, la Campania, già nel 2010, quando ancora il movimento non era molto conosciuto e aveva molto poco ritorno elettorale. Il Movimento 5 Stelle non nasce da una base ideologica precostituita, piuttosto come associazione cittadina dove si esercitano forme di democrazia diretta, con le quali tutte e tutti possono partecipare ad esprimersi, senza doversi iscrivere ad alcun partito.

Alessandro Di Battista conosce molto bene l’America Latina, poiché l’ha percorsa, zaino in spalla, in lungo e largo macinando 80.000 km in due anni, toccando con mano la realtà dei popoli latino americani. Il suo discorso è stato molto apprezzato dai giovani ecuadoriani, più d’uno ha chiesto di farsi fotografare con lui; come ha affermato la compagna italo-cubana Ida Garberi, sembrava quasi essere diventato più famoso dei cinque!

Qui il discorso di Di Battista alla ELAP: https://www.youtube.com/watch?v=hj_2FH4M7bg

Personalmente poco mi interessa che lui non si definisca di sinistra o comunista, considero più importante che sia una persona onesta; oggi i processi progressisti rivoluzionari latino americani hanno bisogno di avere un ampio sostegno e molti amici a livello internazionale, molto più in là degli “addetti ai lavori”, degli “esperti di marxismo” e simili, che inoltre non sono nemmeno molti: l’identitarismo serve soltanto per soddisfare ego personali di coloro che credono di essere più rivoluzionari di altri, non molto di più, e a volte nel concreto della trasformazione della realtà riescono solo a fare danni.

Quali sono stati i principali momenti di controversia e dibattiti (estrattivismo, relazioni Stato movimenti sociali)?

Il discorso di Álvaro García Linera nella sua conferenza magistrale è stato molto chiaro, ed è stato ben apprezzato anche dal sociologo e politologo argentino Atilio Alberto Borón, cosa che mi sembra importante evidenziare.

Esiste una cosiddetta “sinistra”, che ritiene di essere sempre a più “a sinistra” di altri. Gli ultra-sinistri finiscono sempre per rivelarsi i migliori alleati dell’oligarchia, della borghesia imperialista, come ha sottolineato Linera, come succede in Venezuela con il partito autodenominato “Bandiera Rossa”, che scende in piazza con la destra, lo stesso accade con alcuni sedicenti maoisti – e ovviamente anche “trotzkisti” – in Ecuador.

Lo stesso Correa ha fatto riferimento a questo aspetto nei suoi discorsi, come Linera quando parla degli “ecologisti ingenui”, la cui unica parola d’ordine è “basta con l’estrazione”, dalla notte alla mattina, di qualsiasi materia prima. Non a caso certi personaggi sono sostenuti da ONG molto conosciute, affermano sempre Linera e Correa, con i soldi delle oligarchie imperialiste, e bene lo sa, e lo denuncia Evo Morales.

Inoltre ritengo che ci troviamo in una lotta di lunga durata, che non si risolverà da un giorno all’altro, ed è proprio per questo che abbiamo bisogno di elaborare strategie chiare ed avere la massima flessibilità tattica necessaria. Di fronte a noi ci aspetta una lunga guerra popolare rivoluzionaria per farla finita con l’imperialismo, una guerra che non si riduce semplicemente e crudamente sul piano militare armato, parlo di qualcosa di più sottile, che si combatte giorno dopo giorno sul piano in ogni ambito del senso comune.

Basti pensare che oggi gli Stati Uniti stanno ammettendo in maniera aperta e sfacciata che i loro agenti addestrano i criminali in Siria, e non hanno nemmeno vergogna di denunciare che questi mercenari sono colpiti dalla forza aerea russa!

La guerra seminata dall’imperialismo è questa e non esistono terze vie di comodo da scegliere: o stai dalla parte dell’imperialismo ed i sui criminali e lacchè, veri nazifascisti, con i fanatici taglia-gole che si definiscono “islamici”, o stai dalla parte dei popoli in resistenza con i suoi alleati. O ti collochi in uno dei due lati della barricata, o sei parte della barricata.

Correttamente García Linera ha evidenziato come non abbia senso giustapporre la cosiddetta “guerra di movimento” contro “la guerra di posizione”, allo stesso modo non ha senso mettere in contraddizione Gramsci e Lenin, i due sono elementi intrecciati dialetticamente che si articolano in maniera diversa a seconda dei casi.

Lo stesso discorso vale quando si parla delle relazioni tra il potere costituito e il potere costituente, certamente ci appoggiamo sul secondo per spingere il primo, poiché sono le prospettive del secondo che devono prendere in mano le redini della costruzione umanizzante, ciò per quanto riguarda i termini del discorso nella relazione stato-movimenti sociali.

Cuba era presente con i Cinque. Come avete vissuto questo momento?

La partecipazione dei Cinque è stata davvero una festa, negli ultimi vent’anni siamo stati attivi quasi in ogni angolo del mondo per far conoscere il caso dei Cinque. Fidel disse: torneranno. E così è stato.

In Italia anche alcuni compagni nel 2010, sono stati perseguiti e condannati proprio pochi mesi fa, avendo partecipato ad alcune attività in solidarietà con Cinque. È successo anche alla mia città Napoli.

Di seguito alcuni video del presidio presso il Consolato degli Stati Uniti a Napoli, che evidenziano le provocazioni degli agenti imperialisti quando tentarono di sottrarci il nostro striscione strappandocelo dalle mani:




Vedere il ministro degli Esteri Ricardo Patiño cantare – lui sì che è un vero cantante – Insieme ai Cinque eroi cubani la dice lunga.

La presenza dei cinque nella ELAP ci dice che stiamo vincendo, cosa che ci riempie di orgoglio tutte e tutti, ma allo stesso tempo sappiamo che la lotta si farà più difficile e ancora più dura, non possiamo avere alcuna fiducia della borghesia imperialista, ní un tantico así, come già ci disse Che Guevara a suo tempo, e di questo siamo ben coscienti. Cuba continua ad essere il faro di riferimento dell’America Latina e qualcosa dice anche a noi europei di oggi.

Vuoi aggiungere altro?

I giorni della Escuela de Verano il compañero Patiño era impegnato come mediatore, nell’ambito della Unasur, in relazione alla crisi della frontiera fra Colombia e la Repubblica Bolivariana del Venezuela. Nel giorno in cui era proprio lui a darci lezione al palazzo del ministero degli Esteri, si notava che era molto preso dalla questione fra i due paesi, molto attento al telefono, ogni 15 minuti arriva una telefonata importante a cui doveva rispondere, la lezione era diventata a capitoli… dopo la terza telefonata ci informa della lieta notizia che abbiamo accolto con un lungo applauso: l’azione di mediazione aveva raggiunto il suo obiettivo di far incontrare a Quito, Maduro con il presidente della Colombia Santos, qualche giorno dopo infatti abbiamo partecipato al comitato di benvenuto del presidente Maduro all’aeroporto di Quito.

Si notava facilmente che Ricardo Patiño era molto soddisfatto e contento; noi della Escuela de Verano siamo stati i primi ai quali ha commentato l’avvenimento. Con un largo è contagioso sorriso ha approfittato per darci una lezione in relazione al fatto che, come lui stesso ci ha commentato, nella vita bisogna avere il giusto tatto per relazionarsi con gli altri. Bisogna essere capaci di mostrare affetto ed empatia. In questo modo le cose riescono meglio.

Credo che Patiño oltre ad essere un buon cantante sia anche davvero un ottimo pedagogo. In qualche modo mi ha confermato qualcosa che già da tempo stavo teorizzando, per dirlo in questo modo, per costruire una democrazia effettiva questa deve essere davvero una democrazia affettiva.

Ci ha parlato a lungo del comandante Chávez, il quale lo invitava sempre, in ogni occasione utile, a cantare, e così lui sempre fa; con grande spirito di coinvolgimento ha messo tutta la scuola a cantare “Todo cambia”

Noi tutte e noi tutti dobbiamo prendere nelle nostre mani le redini del destino, anche con il canto.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Davide Angelilli]

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