Stédile (MST) a Napoli: dalla parte degli ultimi e dei beni comuni

di Antonio Cipolletta 

Nell’ambito dell’evento intitolato “Verso i nuovi modelli di controllo sociale sui beni pubblici: dalla parte degli Ultimi” organizzato presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Federico II di Napoli, il 7 novembre 2016, abbiamo avuto il piacere di ascoltare due ospiti molto speciali: Alex Zanotelli e João Pedro Stédile.

Nella nostra città, il primo è noto per essere stato un missionario comboniano, difensore dei diritti umani e delle strenue lotte sul diritto all’acqua, bene comune per eccellenza che – ricordiamo – è ad oggi rispettato qui a Napoli grazie alla reale applicazione del risultato referendario del 2011.

Il secondo, invece, è ben conosciuto in America Latina – terra di pace, dignità, inclusione e cooperazione – oltreché nel mondo intero per essere il leader del MST (Movimento dos trabalhadores rurais sem terra), movimento popolare e progressista nato in Brasile nel lontano 1984 sulla spinta delle lotte condotte da decine di migliaia di contadini provenienti dalle aree meridionali più degradate e martoriate del paese che, all’epoca, stava cominciando a vedere l’uscita dalla terribile dittatura militare (1964-1984).

Ad oggi, il Movimento è presente in 24 stati del paese e coinvolge un milione e mezzo di persone. Grazie alle sue lotte, 350.000 famiglie hanno conquistato la terra, mentre 150.000 stanno ancora lottando nei campamentos disseminati in tutto il paese carioca; l’obiettivo da sempre chiaro e definito dell’organizzazione è l’ottenimento di una riforma agraria, di redistribuzione equa della terra su scala nazionale, che restituisca potere e dignità alle masse contadine; al momento, giusto per citare alcune cifre statistiche significative, l’1,6% dei proprietari con immobili al di sopra dei mille ettari possiedono il 46,8% dell’area totale esistente nel paese, il 51,4% degli immobili classificati come grandi proprietà è improduttivo, ossia più di 133 milioni di ettari di terre non rispondono alle esigenze di produttività e potrebbero essere espropriate per la riforma agraria, secondo il dettato costituzionale.

Nel corso del suo duplice intervento (in apertura ed in chiusura dell’evento), João Pedro, in forma semplice e sempre efficace, ci ha descritto lo stato attuale in cui versa il Brasile golpista presieduto da Michel Temer (presidente incostituzionale, tra i principali fautori dell’impeachment ai danni della legittima Presidente Dilma Rousseff nell’agosto di quest’anno) connettendo la condizione del paese più esteso del Latinoamerica a quella dei suoi vicini (Venezuela, Ecuador, Bolivia, Uruguay e Argentina, principalmente), muovendo il discorso dalla difesa delle classi popolari, degli umili, di quelli che Frantz Fanon definiva “i dannati della terra” in un’ottica post-coloniale e terzomondista.

Con il suo tono colloquiale ed amichevole (è stato spontaneo rivolgerci a lui come “compagno”, nonostante il clima accademico-formale, quando gli abbiamo posto una domanda sulla criminalizzazione dei movimenti di massa in difesa della democrazia partecipativa e protagonistica nel paese, tra cui lo stesso MST) ci ha espresso le sue profondissime preoccupazioni sul ritorno della “larga noche neoliberal” in alcuni paesi dell’emisfero occidentale che sinora si erano distinti per avanzamento nella realizzazione di politiche sociali, di crescita eco-sostenibile, di innalzamento della matricola universitaria, di costruzione di case popolari per migliaia di cittadini, sanità gratuita o semigratuita, aumento delle speranze di vita media ed assottigliamento progressivo dell’indice di povertà (assoluta e relativa); tra questi, ha citato il caso del suo Brasile che negli ultimi mesi non riconosce, dominato com’è dal potere enorme dell’oligarchia finanziaria, politica e mediatica che per tredici anni circa (primo governo Lula, primo e secondo governo Dilma, interrotto bruscamente come abbiamo visto) è stato moderatamente arginato ma non ancora azzerato e, successivamente, del Cile (“Il popolo cileno sta vivendo realmente in una democrazia o è una pura, illusoria rappresentazione della realtà?”) ed infine dell’Argentina governata dal “imprenditore” Mauricio Macri (“Il paese sta ritornando di fatto alle pratiche neoliberiste tanto rigettate e bandite durante la decada ganada dei Kirchner).

Al termine del suo primo intervento realizzato interamente in portoghese così come il secondo e reso magistralmente in italiano da Serena Romagnoli, membro del Comitato MST Italia, il coordinatore del tavolo prof. Sergio Moccia ha concesso del tempo alle domande degli studenti presenti in aula, i quali ne hanno approfittato per conoscere attentamente la situazione particolare del Brasile, chiedendo a Stédile essenzialmente quale fosse il miglior modello di gestione dei beni comuni (da lui differenziate dalle risorse naturali, generalmente mercificate e svilite); di tutta risposta, il nostro ospite ribadisce ancora una volta che l’alleanza tra il pubblico (leggasi amministrazione statale) e le comunità di base autorganizzate in una prospettiva di liberazione economica, sociale e culturale è l’uscita dal dilemma, la forma più efficiente, maggioritaria ed accettata dalla stragrande maggioranza della popolazione, non solo in Sudamerica ma in tutto il pianeta.

In conclusione, gli abbiamo chiesto, consapevoli della pesante difficoltà nel risponderci, quale possa essere l’alternativa al modo di produzione capitalistico entrato nella sua fase ultraliberista, predatoria, parassitaria e, quindi, alle sue evidenti contraddizioni intrinseche che, oggi più che mai, mostrano il loro volto disumano; convinti di una risposta contundente e puntuale, siamo stati soddisfatti quando immediatamente ha reagito con un “Serve autorganizzazione popolare di massa, unità e soprattutto una concezione del mondo fondata su Libertà con Giustizia sociale, protezione dell’ambiente e del diritto alla vita, all’acqua, alla salute, alla sanità ed all’istruzione gratuite, solidarietà internazionalista con tutti i popoli in lotta per un futuro migliore dove venga abolito lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma soprattutto più socialismo, riferimento ideologico che attualmente la sinistra su scala mondiale sta smarrendo e rigettando ogni giorno che passa”.

Brasile: Lula, un amore di popolo!

da Rete Caracas ChiAma

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Brasile
Guardatele bene perché non le vedrete sui media. Sono le foto di ieri di #Lula e dello sciopero generale in Brasile (22 settembre 2016) contro le misure economiche antipopolari del governo golpista di banchieri e corrotti messo lì da Washington. #ForaTemer #FuoriTemer#StandWithLula.
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Dilma: “Ellos piensan que nos vencieron, pero están equivocados”

Resultado de imagen para dilma con el puebloPor Dilma Rousseff

Carta publicada poco después de la consumación del golpe de estado.

El Senado tomó una decisión que entra en la historia de las grandes injusticias. Los senadores que votaron por el impeachment escogieron romper la Constitución. Decidieron por la interrupción del mandato de una presidenta que no cometió un crimen. Condenaron a una inocente y consumaron un golpe parlamentario.

Con la aprobación de mi destitución definitiva, políticos que buscan desesperadamente escapar del brazo de la Justicia tomaron el poder unidos a los derrotados en las últimas cuatro elecciones. No llegan al gobierno por el voto directo, como Lula y yo hicimos en 2002, 2006, 2010 y 2014. Se apropiaron del poder por medio de un golpe de Estado.

Es el segundo golpe de Estado que enfrento en la vida. El primero, el golpe militar, apoyado en la agresividad de las armas, de la represión, de la tortura, me alcanzó cuando era una joven militante. El segundo, el golpe parlamentario perpetrado hoy por medio de una farsa jurídica, me derriba del cargo para el cual fui electa por el pueblo.

Es una indudable elección indirecta, en la que 61 senadores sustituyeron la voluntad expresada por 54,5 millones de votos. Es un fraude, contra el cual todavía vamos a recorrer todas las instancias (jurídicas) posibles.

Causa espanto que la mayor acción contra la corrupción de nuestra historia, propiciada por acciones implementadas y leyes creadas a partir de 2003 y profundizadas por mi gobierno, lleve justamente al poder a un grupo de corruptos investigados.

El proyecto nacional progresista, inclusivo y democrático que represento está siendo interrumpido por una poderosa fuerza conservadora y reaccionaria, con el apoyo de una prensa facciosa. Van a apoderarse de las instituciones del Estado para colocarlas al servicio del liberalismo económico más radical y del retroceso social.

Acaban de derribar a la primera mujer presidenta de Brasil, sin que haya cualquier justificativo constitucional para este impeachment. Pero el golpe no fue cometido apenas contra mí y contra mi partido. Esto fue apenas el comienzo. El golpe va a llegar indistintamente a cualquier organización política progresista y democrática.

El golpe es contra los movimientos sociales y sindicales, y contra los que luchan por los derechos en todas sus acepciones: derecho al trabajo y a la protección de leyes laborales; derecho a una jubilación justa; derecho a vivienda y al terreno; derecho a la educación, a la salud y a la cultura; derecho a los jóvenes de protagonizar su historia; derechos de los negros, de los indígenas, de la comunidad LGBT, de las mujeres; derecho de manifestarse sin ser reprimido.

El golpe es contra el pueblo y contra la Nación. El golpe es misógino. El golpe es homofóbico. El golpe es racista. Es la imposición de la cultura de la intolerancia, del preconcepto, de la violencia.

Pido a las brasileñas y a los brasileños que me escuchen. Hablo a los más de 54 millones que votaron por mí en 2014. Hablo a los 110 millones que avalaron la elección directa como forma de elección de los presidentes.

Hablo principalmente a los brasileños que, durante mi gobierno, superaron la miseria, realizaron el sueño de la casa propia, comenzaron a recibir atención médica, entraron a la universidad y dejaron de ser invisibles a los ojos de la Nación, pasando a tener derechos que siempre les fueron negados.

La incredulidad y el dolor que sentimos en estos momentos son pésimos consejeros. No desistan de la lucha.

Oigan bien: ellos piensan que nos vencieron, pero están equivocados. Sé que todos vamos a luchar. Habrá contra ellos la más firme, incansable y enérgica oposición que un gobierno golpista puede sufrir.

Cuando el presidente Lula fue electo por primera vez, en 2003, llegamos al gobierno cantando juntos que nadie debía tener miedo a ser feliz. Por más de 13 años, realizamos con éxito un proyecto que promovió la mayor inclusión social y la reducción de desigualdades de la historia de nuestro país.

Esta historia no termina así. Estoy convencida de que la interrupción de este proceso por el golpe de Estado no es definitiva. Volveremos. Volveremos para continuar nuestro trabajo rumbo a un Brasil en el que el pueblo es soberano.

Espero que sepamos unirnos en defensa de las causas comunes a todos los progresistas, independientemente de la filiación partidaria o posición política. Propongo que luchemos todos juntos contra el retroceso, contra la agenda conservadora, contra la extinción de derechos, por la soberanía nacional y por el restablecimiento pleno de la democracia.

Salgo de la presidencia como entré: sin haber cometido ningún acto ilícito; sin haber traicionado mis valores; con dignidad y cargando en el pecho el mismo amor y admiración por las brasileñas y brasileños, y la misma voluntad de continuar luchando por Brasil.

Viví mi verdad. Di lo mejor de mí. No huí de mis responsabilidades. Me emocioné con el sufrimiento humano, me conmoví con la lucha contra la miseria y el hambre, combatí la desigualdad.

Llevé adelante combates. Perdí algunos, gané muchos y, en este momento, me inspiro en Darcy Ribeiro para decir: no me gustaría estar en el lugar de los que se juzgan vencedores. La historia será implacable con ellos.

A las mujeres brasileñas, https://i0.wp.com/pulsodelospueblos.com/wp-content/uploads/2016/08/29288759281_ed33f0b677_z.jpgque me cubrieron de flores y de afecto, pido que dejen en claro que pueden. Las futuras generaciones de brasileñas sabrán que, la primera vez que una mujer asumió la presidencia de Brasil, el machismo y la misoginia mostraron sus caras feas. Abrimos un camino de mano única en dirección a la igualdad de género. Nada nos hará retroceder.

No les diré adiós. Tengo la certeza de que puedo decir “hasta pronto”.

Termino compartiendo con ustedes una maravillosa inspiración del poeta ruso Maiakovski:

“No estamos alegres, es cierto,
pero ¿por qué razón estaríamos tristes?
el mar de la historia es agitado
las amenazas y las guerras, tendremos que atravesarlas,
romperlas al medio,
cortándolas como una quilla corta”.

Un afectuoso abrazo a todo el pueblo brasileño, que comparte conmigo la creencia de la democracia y el sueño de la justicia.

Fuente: Tiempo Argentino.

Carta en portugués: http://dilma.com.br/eles-pensam-que-nos-venceram-mas-estao-enganados-afirma-dilma/

Alejandra Benitez: «Non stringo la mano al golpista Temer»

di Geraldina Colotti – il manifesto

9ago2016.- Olimpiadi. Il polemico gesto della schermista venezuelana, ex ministra dello Sport

«Sono una donna, sono una militante politica e sono di sinistra, appoggio la democrazia e la giustizia, non stringo la mano a un golpista». Un gesto annunciato, quello della schermista venezuelana Alejandra Benitez, che alla cerimonia d’apertura dei Giochi non ha salutato il presidente a interim, Michel Temer, con grande storno delle destre latinoamericane. Poco prima, Benitez aveva spiegato ai giornalisti il perché della sua decisione e annunciato un incontro con Dilma Rousseff (la quale ha rifiutato di partecipare in seconda fila alla cerimonia d’apertura).

Alla domanda sulla procedura d’impeachmet, che ha sospeso Dilma dall’incarico, l’atleta venezuelana ha risposto: «E’ terribile quel che stiamo vedendo: un colpo di stato che si sta legittimando, bisognerebbe fare di più per impedirlo. Io, come donna, ritengo che il golpe sia stato anche un gesto maschilista, patriarcale, contro la presidente. In politica, come nello sport, certi uomini credono di poter relegare le donne in secondo piano». Benitez, 36 anni, è stata ministra dello Sport del governo Maduro nel 2013. Animalista e femminista, militante del Psuv durante i governi Chavez e deputata, lavora nei quartieri poveri ed è impegnata nella difesa dei diritti delle donne e della comunità Lgbt all’interno dello sport.

Benitez è alla sua quarta partecipazione alle Olimpiadi. Gli 87 atleti venezuelani che partecipano a Rio (61 uomini e 26 donne) testimoniano del grande sforzo compiuto dal paese bolivariano in questi anni nei confronti dei giovani («la generazione d’oro», come li chiama il presidente»), che hanno accesso completamente gratuito a tutti i servizi e all’insegnamento. «Nonostante tutte le difficoltà che ci troviamo ad affrontare, nonostante tutti gli attacchi e la caduta del prezzo del petrolio – ha detto ancora Benitez – anche quest’anno le risorse per lo sport e la cultura sono state mantenute e anche aumentate. Lo sport ha una grande funzione sociale».

Benitez, che fa parte del gabinetto di lavoro di Maduro e accompagna diversi progetti di reinserimento nelle carceri venezuelane, a Rio ha vinto il primo degli incontri di scherma e perso di misura il secondo. Per ora, il Venezuela ha totalizzato un buon risultato nella boxe e nella ginnastica.

Sinistra e destra in piazza a San Paolo

fora temerdi Gisele Brito e Rafael Tatemoto

Brasil de Fato

31 luglio 2016- Gruppi favorevoli e contro l’impeachment hanno tenuto proteste in città questa domenica (31)

 

 

Una manifestazione della sinistra in Largo da Batata ha visto la partecipazione di 60.000 persone, secondo gli organizzatori.

La città di San Paolo (SP) ha assistito a due manifestazioni politiche Domenica 31, settimane prima della data prevista per la decisione finale del Senato sull´impeachment della presidentessa Dilma Rousseff. Da un lato, gruppi che sostengono la rimozione della Petista, si sono raccolti nell´Avenida Paulista. Dall’altro, con un maggior numero di partecipanti, i movimenti che compongono il Fronte Senza Paura hanno iniziato la loro manifestazione in Largo da Batata, ad ovest della capitale dello stato.

Mentre la destra chiedeva di confermare l’impeachment contro la Rousseff,   gli aderenti al Senza Paura chiedevano l´uscita di Michel Temer (PMDB).

 

Sinistra

Secondo il Fronte popolare Senza Paura, 60.000 persone hanno partecipato alla protesta. La polizia militare non ha rilasciato stime. I motti della manifestazione sono stati “Fuori Temer” e “deve decidere il popolo”, in riferimento all’idea di un referendum sulla convocazione di nuove elezioni. Anche se l’ultima proposta è stata riportata in molti casi, non vi era consenso tra i presenti alla manifestazione.

Mauro Gonçalves, muratore, ha detto che pensa che le “elezioni siano inutili.” Per lui, “devono uscire questi bastardi che sono lì, e andare al potere quelli che si preoccupano del popolo.” Oltre a lui, un gruppo portava uno striscione con la frase “Ritorna, Cara”, in riferimento alla presidentessa sospesa.

Invece, Rosa Gusmões, insegnante, ha detto di ritenere che la cosa migliore sarebbero nuove elezioni, perché il popolo possa decidere, e ” il meglio non sarebbe Temer e il suo gruppo.”

All´inizio della protesta, Guilherme Boulos, coordinatore nazionale del Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST), ha dichiarato: “Dobbiamo reinventare percorsi di sinistra, andando in quella direzione. L’unico passo possibile ora è con il popolo, e questo passo solo si consolida per la strada “.

I manifestanti volevano lasciare il Largo da Batata verso l’ufficio di Temer in zona, ma sono stati fermati dalla polizia, pesantemente armata. Allora, la marcia si è diretta  verso la Piazza Pan-Americana, vicino alla residenza del presidente interino.

Alla fine dell’atto, hanno cercato di bruciare un pupazzo di cartone riproducente Temer, come rappresentazione di ciò che è cattivo nel governo. “Fa così schifo che nemmeno brucia”, ha scherzato un manifestante. Il pupazzo allora è stato calpestato.

 

Destra

Nella Paulista, i gruppi pro-impeachment hanno realizzato la minore manifestazione in strada, da quando è iniziato il processo contro Dilma. Alcuni manifestanti si sono riuniti intorno a furgoni con impianto sonoro, lasciando il percorso del vialone libero al passaggio, per farlo utilizzare anche da persone che approfittano dell´attivazione del percorso pedonale la domenica. In altre occasioni, anche le strade laterali alla Paulista erano state occupate.

Tra i carri sonorizzati, si è distinto quello dei Revoltados Online, il Scendete in strada e uno che chiedeva il ritorno dei militari al governo, promosso dall’Unione Democratica Nazionale e dalla Lega Cristiana Mondiale, che ha anche protestato contro l´”islamizzazione” del paese .

“La dittatura è stata buona, perché furono 20 anni di pace, senza delinquenti, senza ladri, senza disoccupazione. Di corruzione ce n´era un po ‘, ma non come quella che c´è oggi “, ha detto uno dei manifestanti ai giornalisti.

Nonostante il forte discorso contro la corruzione in generale, tutte le dichiarazioni, così come gli striscioni e i manifesti, facevano riferimento solo ai politici del Partito dei Lavoratori, ad eccezione di alcuni membri della Corte Suprema e al Presidente del Senato, Renan Calheiros (PMDB). Erano presenti figure rappresentative della “nuova destra” brasiliana, come Alexandre Frota, Eduardo Bolsonaro, Sara Winter e Marco Antonio Villa.

Né gli organizzatori né la polizia militare hanno riportato il numero dei partecipanti.

[Trad. dal portghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Napoli 29lug2016: Con il Venezuela che resiste!

di #‎FestadellaRiscossaPopolare‬ 2016
Napoli, Parco dei Camaldoli

29 Luglio, GIORNATA PER LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE E LOTTA ALLA GUERRA
organizzata dal ‪#‎PartitodeiCARC‬ e dal Consolato della‪ #‎RepubblicaBolivarianadelVenezuela‬ di Napoli.

h.17.00 Dibattito
CON IL VENEZUELA CHE RESISTE!
CONTRO LE GUERRE IMPERIALISTE!
COMBATTIAMO IL NEMICO IN CASA NOSTRA!

La Comunità internazionale dei gruppi imperialisti americani, europei e sionisti sprofonda il mondo intero nella guerra. Questa è la sola via a disposizione della borghesia imperialista per fare fronte alla crisi generale del capitalismo in corso. Dilaga l’aggressione imperialista ai popoli dei paesi oppressi dall’America Latina al Medio Oriente all’Africa, da un capo all’altro del mondo si acuiscono gli scontri tra i gruppi imperialisti divisi nella lotta per spartirsi il bottino dei loro saccheggi (a costo di sconvolgere alleanze consolidate come ci insegna il golpe in Turchia e lo scontro tra Erdogan e Obama) e uniti nell’attacco alle masse popolari.

I paesi le cui Autorità e i cui popoli non si piegano ai voleri dei gruppi imperialisti sono i primi paesi ad essere colpiti con la guerra, i blocchi economici, i boicottaggi e i tentativi di golpe. E’ in questo contesto che si inseriscono i tentativi di destabilizzazione del Venezuela bolivariano, avamposto della resistenza antimperialista dei popoli dell’America Latina. Tuttavia l’elenco si allunga al golpe attuato in Brasile, alla guerra che da anni sconvolge la Siria, il Donbass e il Kurdistan, alcuni degli scenari in cui si manifesta la guerra in cui la Comunità Internazionale sprofonda il mondo. Una guerra che in altre forme e modi la borghesia imperialista promuove anche all’interno degli stessi paesi imperialisti principalmente tramite l’eliminazione sistematica delle conquiste dei lavoratori e delle masse popolari.

In Italia e anche negli altri paesi imperialisti i crimini di USA, UE e sionisti suscitano la rabbia, lo sdegno e la solidarietà dei comunisti, dei progressisti e dei sinceri democratici verso lotte eroiche come quella del popolo venezuelano e del suo governo che il 29 luglio, tramite il Consolato a Napoli della Repubblica Bolivariana, è co-promotore del dibattito.

I comunisti italiani sostengono la resistenza eroica del Venezuela, della Siria, del Donbass anzitutto costruendo la rivoluzione socialista in Italia. La più alta forma di solidarietà verso la lotta di questi popoli è sovvertire la Comunità Internazionale di USA, UE e sionisti a partire dalle sue roccaforti. Il primo paese imperialista in cui le masse popolari romperanno le catene della Comunità internazionale aprirà la strada e mostrerà la via anche alle masse popolari degli altri paesi imperialisti per rompere con l’attuale disastroso corso delle cose. Organizziamoci per combattere il nemico in casa nostra.

INTERVENGONO:
– Pietro Vangeli, segretario nazionale Partito dei CARC
– Amarils Gutiérrez Graffe, console della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli
– Giorgio Cremaschi, Piattaforma Sociale Eurostop

ADERISCONO:
– Egidio Giordano, Rete Kurdistan
– 99 Posse
– Patrick Boylan, Rete NO WAR
– Luke Alden, US Citizen for Peace
– Diana Volkova, Associazione Giovanile di Lugansk – Donbass
– Svitlana Hryhorchuk, Movimento Internazionale Antifascista

Sono invitati a partecipare al dibattito gli organismi politici, sindacali, sociali che vogliono contribuire alla riflessione collettiva al centro del dibattito.

A seguire

h.21.00: ‪#‎live‬
‪#‎U_Led‬
‪#‎99POSSE‬ – IL TEMPO. LE PAROLE. IL SUONO.
(sottoscrizione 5 euro)

Su Fb: https://www.facebook.com/events/313036735708271/?notif_t=plan_admin_added&notif_id=1468685759492130
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Dilma ritorna ad abbracciare le masse popolari a Teresina, Piaui

DSC_0340.JPGdi Marco Nieli

Strategica iniziativa organizzata dal Frente Brasil Popular di Teresina, Piauí, ieri pomeriggio (15 luglio) nella Praça Pedro Segundo, gremita di popolo con le insegne del PT (Partido dos Trabalhadores), di quattro centrali sindacali e dei movimenti sociali (MST, MTST, ecc.). Nel corso della cerimonia, durante la quale Dilma è stata insignita della cittadinanza onoraria di Teresina e della Medaglia degli Eroi della Battaglia di Jenipapo,  sono stati ricordate dai senatori del PT Regina Sousa e del PTB Elmano Ferrer, oltre che dal governatore PT Wellington Dias, le numerose conquiste ottenute dai governi Lula-Dilma per l´inclusione delle fasce sociali meno abbienti: il programma Minha Casa, Minha Vida con 52000 case costruite e consegnate ai senza-tetto (il progetto ne prevede in totale 85000); il Bolsa Familia che ha fatto uscire dalla povertà estrema circa 700.000 piauensi; i programmi per l´accesso allo studio universitário, prima riservato solo alla classe medio-alto-borghese e che ha invece favorito l´immatricolazione di 20.138 giovani delle classi popolari; i programmi per l´estensione della rete elettrica e dell´irrigazione nelle zone rurali e quelli per l´integrazione sanitaria e di consulenza basica specialmente rivolti alle donne, alle comunità afro-brasiliane (i cosiddetti quilombos), agli Indios, ai disabili e ai LGBT; il programma Fome cero, con gli aiuti all´Acquisizione di Alimenti per le famiglie in povertà estrema, che ha permesso al Brasile di uscire dalle liste ONU dei paesi con maggiore diffusione del flagello della fame, ecc.

Per tutte queste ragioni e per altre ancora, nello stato del Piauí, come in altri del Nord-este brasiliano, gli indici di consenso alla Presidenza di Dilma si attestano, ancora oggi, a distanza di circa due mesi dalla famigerata votazione del Senato (il 12 maggio scorso) di sospenderla dalla carica presidenziale per non meglio precisati crimini o irregolarità procedurali (le cosiddette “pedalate fiscali”) intorno al 60%, con circa un 78% dei cittadini di questo stato che credono che sia in atto un golpe mascherato nel paese. Va, a questo proposito ricordato, che il rapporto recentemente stilato dalla Commissione sull´impeachment  del Senato non ha riscontrato prove nemmeno degli illeciti amministrativi di cui si parlava negli atti dell´accusa. Vedremo cosa si inventeranno di nuovo nei prossimi mesi per confermare l´impeachment: della serie, quando il lupo vuole mangiarsi l´agnello….

Intanto, il governo interino presieduto dall´ex-vice-presidente Temer del PMDB, adducendo presunti motivi di deficit  fiscale, sta mettendo mano al taglio di tutti o di gran parte dei programmi di inclusione sociale summenzionati, come anche alla soppressione di Ministeri considerati inutili, come quello della Cultura e della Donna.  La recente elezione a Presidente della Camera del neo-liberista Rodrigo Maia (DEM-RJ), con tutta probabilità, aiuterà a sdoganare progetti di legge depositati  al Congresso per la precarizzazione illimitata del lavoro, la privatizzazione del sistema di previdenza sociale, il ripristino del sistema dei diritti di esplorazione dei giacimenti petroliferi del Pre-sal e delle concessioni alle multinazionali private (Chevron e Texaco in prima fila), ecc. Addirittura, si vocifera del ripristino della settimana lavorativa di 80 ore, progetto che precipiterebbe il paese indietro di cento anni.

Un quadro regressivo che può essere solo contrastato dall´opposizione na rua ferma e determinata delle masse popolari, che hanno contribuito a creare il progetto dal basso del primo governo Lula e che hanno poi visto sempre più scivolare verso il centro l´asse politico delle varie coalizioni di governo a guida Lula e Rousseff, subissate anche dagli scandali di corruzione che hanno investito il PT. I quali scandali, artatamente strumentalizzati dal potere mediatico incentrato intorno al gruppo Globo, hanno fornito l´appiglio per un golpe di stato soft/istituzionale, in gran parte etero-diretto dagli U.S.A., dalle multi-nazionali escluse dalla divisione della torta (oltre alle suddette corporations del petrolio, si pensi ai contratti della Google e della Micro-soft rescissi da Dilma in seguito al conflitto con Obama sulla questione dello spionaggio) e dalla CIA.

Iniziative come quella di ieri, intanto, si moltiplicano in vari stati del Brasile e riconfermano la necessità di rilanciare il progetto “egemonico” del PT  su basi rinnovate e più avanzate: il Frente Brasil Popular, coordinamento di tutti i movimenti sociali di base che in una fase precedente si sono divisi tra una posizione più “attendista” e una più critica nei confronti del governo Rousseff, fa cerchio, nel momento della crisi golpista, intorno alla figura della Presidenta, per resistere e mantenere i diritti lavorativi e gli spazi di agibilità democratica conquistati nel passato recente.

In attesa di riuscire a costruire dal basso coscienza e strutture di potere popolare, capaci di portare il paese in una fase nuova, di transizione al socialismo.

 

 

Donne della Rete “Caracas ChiAma” contro il golpe in Brasile

da Rete Caracas ChiAma

Le donne della Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”, esprimono la loro solidarietà alla presidente del Brasile, la compagna Dilma Rousseff, deposta con da un golpe parlamentare – giudiziario che ha cambiato radicalmente la fisionomia del governo.

Con 55 voti i senatori sono passati sopra la volontà di quasi 55 milioni di brasiliani che avevano riconfermato Dilma e 13 anni di governi progressisti. Dilma è stata messa sotto accusa per essere coinvolta indirettamente nell’inchiesta “Lava Jato” dagli stessi parlamentari coinvolti direttamente nello scandalo, e per illeciti amministrativi non considerati gravi da insigni giuristi.

La “pedalata contabile” che le viene contestata è infatti prassi usuale, servita non per interessi personali, ma per poter continuare a finanziare i programmi di aiuto alle famiglie, il “Bolso Familia”. Un colpo di stato che assume i connotati di un femminicidio politico, con cui i settori più reazionari delle oligarchie legate agli Usa piegano il paese agli interessi dell’imperialismo.

Il nuovo governo, formato dal vice Temer, anch’egli indagato per corruzione, riciclaggio, tangenti Petrobras e condizionamento dei procedimenti a suo carico nell’inchiesta “Lava Jato”, è infatti esclusivamente composto da uomini bianchi, eterosessuali, ricchi e oligarchi. Viene immediatamente cancellato il ministero Parità di Genere, Uguaglianza Razze e Diritti Umani che diventa di competenza del ministero Giustizia e Cittadinanza, a cui fa capo il personaggio che aveva soppresso nel sangue le manifestazioni degli studenti, Alexandre de Moraes. Il ministero dell’agricoltura passa al magnate della soja, Blairo Maggi, un oligarca indagato per corruzione, responsabile della deforestazione dell’Amazzonia. Il ministero dell’Economia a Heinrique Meirilles, un banchiere già presidente del Banco di Bosto e del Banco Central.

Un governo sessista, razzista, di oligarchi che non rappresenta il popolo brasiliano, né ne è legittimato. Temer rappresenta appena il 2% dell’elettorato, con un governo nuovo espressione della destra già bocciata dal popolo alle scorse consultazioni, che annuncia misure neoliberiste e lo smantellamento delle conquiste sociali degli ultimi anni: riduzioni dei programmi sociali, privatizzazioni, apertura ai capitali internazionali, riforma del lavoro e delle pensioni, eliminazione dei programmi di integrazione di indios e neri nelle scuole e università. Misure antipopolari che un governo eletto non avrebbe potuto compiere.

Un colpo di stato orchestrato dalle forze imperialiste, che tentano di re-impossessarsi del continente Latino Americano, smantellare le conquiste sociali e gli organismi di cooperazione fra i popoli: Alba, Celac, Mercosur. Il passaggio dei poteri alle destre in Brasile fa parte della controffensiva imperialista volta a distruggere i governi progressisti che hanno consentito la liberazione dei popoli, e la loro sovranità, indipendenza e autodeterminazione, per restaurare il dominio yankee sul continente e riconsegnarlo alla dottrina Monroe e alla condizione di “cortile degli Usa”.

Non a caso Macri è stato il primo a congratularsi con Temer, la Mud ha affermato di voler fare come in Brasile e Uribe ha invocato l’intervento armato in Venezuela. A questa controffensiva la risposta dei leader progressisti sta nel potere al popolo. In tutta risposta Maduro ha infatti ha dchiarato che esproprierà le fabbriche degli imprenditori improduttivi, che boicottavano l’economia bolivariana, consegnandole ai CLAP, comitati locali di approvvigionamento e produzione, radicalizzando la rivoluzione. Contro l’offensiva in Brasile, l’ex guerrigliera e Lula dovranno radicarsi sui movimenti, Sem Terra, Frente do Povo Sem Medo, Frentre Popular do Brasil, che da venerdì sono nelle piazze, assieme alle femministe brasiliane, mobilitate in massa per dire no al golpe, no al sessismo e al razzismo, no all’imperialismo.

Noi donne della rete Caracas Chiama, femministe, antirazziste, anticapitaliste e antimperialiste, a sostegno delle lotte di liberazione dei popoli, diciamo fuori i golpisti, avanti Dilma, avanti con le conquiste sociali!

Brasile: passa l’impeachment, Dilma in piazza

di Geraldina Colotti – il manifesto

13mag2016.- In Brasile, Dilma ha perso di nuovo. Il Senato ha approvato l’impeachment per 55 voti contro 22. Una tendenza apparsa subito evidente dagli interventi degli 81 senatori, chiamati ad esprimere con maggioranza semplice (la metà più uno) il loro parere. Difficile che andasse diversamente, dato il profilo, il colore politico e gli interessi che rappresenta gran parte dei senatori. Benché la popolazione brasiliana sia composta al 54% da neri e al 51% da donne, 64 degli 81 senatori sono bianchi, solo 6 sono neri e vi sono 11 donne, una delle quali afrodiscendente. Parlamentari i cui partiti rappresentano soprattutto gli interessi dell’agrobusiness, di grandi multinazionali come Monsanto e Sygenta, le speculazioni di corporazioni finanziarie come Goldman Sachs, il profitto delle industrie delle armi o della sicurezza privata, gli affari delle potenti chiese pentecostali…

Il Senato che ha giudicato Rousseff, nonostante non sia stato provato nessun «delitto di responsabilità», è composto per il 58% da inquisiti per reati di corruzione o peggio, come buona parte dei partiti che hanno messo in moto l’impeachment. L’anima nera della manovra si chiama Eduardo Cunha, terminale delle potenti chiese evangeliche. Considerato da molti un vero e proprio gangster della politica, è sempre riuscito a farla franca grazie al peso politico del suo Partito del movimento democratico (Pmdb) nelle alleanze di governo e nella coalizione che ha portato Rousseff alla presidenza nel 2010 e 2014. La formazione centrista è quella che ha più seggi al Congresso e risulta determinante nella scena parlamentare, frammentata in 28 partiti.

Il Pmdb ha tolto la fiducia al governativo Partito dei lavoratori (Pt) a cui appartiene la presidente per portare avanti l’impeachment con l’opposizione: non per amore della trasparenza, ma per salvare dal carcere Cunha, che risultava secondo nella lista dei sostituti una volta sospesa Rousseff durante l’impeachment. Epperò, i piani di Cunha sono stati fermati da una decisione della magistratura, che lo persegue con accuse pesanti, tra le altre quella di aver portato in Svizzera conti miliardari frutto di tangenti e di non averli dichiarati. Tuttavia, se come pare certo il “golpe istituzionale” otterrà l’obbiettivo finale, è già pronto un indulto per Cunha. A sostituire Rousseff, infatti, va il vicepresidente Michel Temer, che appartiene al partito di Cunha e che a sua volta conta di lavare una discreta quantità di panni sporchi: non solo, infatti, è anch’egli a rischio di impeachment, ma è inquisito per reati analoghi a quello del suo collega di partito.

Ora, dunque, la presidente verrà sospesa per 180 giorni dall’incarico: il tempo necessario al processo per presunte irregolarità fiscali di cui non si è discusso nel corso delle votazioni fin qui avvenute. Accuse inesistenti, secondo la difesa di Rousseff, la quale avrebbe nascosto l’entità del deficit nel bilancio coprendolo con un prestito anticipato dalla banca nazionale: non per trarne vantaggio economico, ma per far fronte ai piani sociali rivolti ai settori meno abbienti. Una procedura utilizzata da altri presidenti che l’hanno preceduta e che, per quanto scivolosa a rigor di legge, sembra una marachella a fronte dei reati che pesano su gran parte di quelli che l’hanno giudicata.

La Commissione del Senato che ha dato il via libera alla seconda tappa del procedimento è composta dall’opposizione. Alla presidenza c’è Raimundo Lira, del Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb), diretto da Temer. Alla stessa commissione toccherà l’istruzione del processo, che però verrà diretto dal presidente del Supremo Tribunal Federal (Stf). Per questo, ieri, il ministro Ricardo Lewandowski si è incontrato con il senatore Lira alla presenza del presidente del Senato, Renan Calheiros, anch’egli del Pmdb. Lewandowski presiederà poi la votazione finale del processo, che necessita di una maggioranza dei 2/3.

In un simile contesto, è quasi certo che Temer governerà fino al 2018. Da tempo, egli ha concordato il suo gabinetto di governo con i poteri forti a cui risponde. Sarà un governo composto da banchieri e imprenditori, sul modello di quello di Macri in Argentina. Durante la discussione al Senato, molti eletti di sinistra hanno sostenuto di non riconoscere il governo di Temer che, anche secondo i sondaggi, non verrebbe votato dalla popolazione. La situazione di Dilma è stata paragonata alla deposizione dei presidenti Getulio Vargas e Juselino Kubitchek negli anni ’50 e ’60. In molti, durante il voto in Parlamento dell’impeachment, hanno infatti inneggiato al ritorno della dittatura militare, minacciando pesantemente la presidente, ex guerrigliera torturata durante il regime dittatoriale.

La piazza che ha votato Dilma (oltre 54 milioni di persone), ha però deciso di farsi sentire. Davanti al Senato ci sono stati scontri e una dura repressione da parte della polizia di Brasilia, che ha provocato feriti anche in una manifestazione di donne. «Temer golpista», gridano i manifestanti dietro la bandiera del Movimento dei Senza Terra, dei Senza Tetto e delle alleanze di sinistra verso le quali il Pt ha deciso di aprirsi, per sciogliersi dall’abbraccio mortale delle forze centriste e conservatrici. Per la comunicazione ufficiale dell’impeachment, Dilma ha organizzato una cerimonia nel Planalto. Ad accompagnarla nella firma del documento, l’ex presidente Lula da Silva, che aveva nominato capo di gabinetto ma che la magistratura ha sospeso, gli attuali ministri, autorità pubbliche e i movimenti popolari che l’appoggiano e che si battono contro il colpo di stato istituzionale.

Prima di lasciare l’incarico, Dilma ha parlato ai giornalisti e ai manifestanti e ha divulgato un video sulle reti sociali: «Questo golpe è una farsa giuridica – ha detto – non c’è giustizia più devastante di quella che condanna un innocente». Dal Venezuela all’Argentina, un’ondata di sdegno percorre l’America latina di sinistra e chiede agli organismi internazionali come Unasur di intervenire contro il governo de facto di Temer. Il quale ha già commesso la prima gaffe: ha scambiato un giornalista argentino di Radio El Mundo per il suo omologo Macri, dicendosi ansioso di incontrarlo. Il video è sul sito della radio.

Il Brasile sotto attacco, ci risiamo

di Manlio Di Stefano

In Brasile la democrazia è sotto attacco. Con un vero e proprio colpo di stato istituzionale, tutte quelle forze politiche che per ben quattro tornate elettorali sono uscite ampiamente sconfitte dal confronto con il Partito dei Lavoratori (PT), vogliono rovesciare un governo legittimo votato da 54 milioni di brasiliani.

L’obiettivo è ovvio, prendere il potere e attuare quelle misure neo-liberiste che tanti danni hanno prodotto durante la cosiddetta «larga noche neoliberal».

La presidente Dilma Rousseff non è coinvolta in nessuna indagine di corruzione ma il processo di impeachment che la riguarda è basato sull’accusa «di aver manipolato i dati sulla situazione economica in Brasile». Accusa che, con il passar del tempo, si è rilevata sempre più debole tanto da spingere il New York Times a parlare di «motivazioni estremamente dubbie» e il The Economist ad affermare che «senza alcuna prova di reato, siamo di fronte a un pretesto per cacciare un presidente».

La situazione in cui si trova Dilma Rousseff è paradossale visto che ben 318 membri su 594 del Congresso brasiliano, non solo si trovano sotto inchiesta per reati finanziari e corruzione ma, dovranno votare sul futuro di un presidente che non ha compiuto alcun reato o scorrettezza finanziaria.

Durante la votazione alla Camera dei Deputati abbiamo ascoltato le motivazioni più assurde per giustificare l’appoggio alla messa in stato di accusa del presidente in carica: dal «volere di Dio» alla «famiglia», passando per «i militari del colpo di stato del 1964».

L’opposizione – screditata e corrotta – vuole tramite questa operazione arrivare alla destituzione di Dilma Rousseff. Sarebbe il secondo caso per il Brasile dopo la destituzione del liberale Fernando Collor nel 1992. Prima di arrivare a compimento di quello che la presidente ha definito senza mezzi termini «colpo di stato», il Senato dovrà approvare la messa in stato di accusa a maggioranza semplice (42 su 81 senatori) a quel punto comincerebbe il processo a Dilma Rousseff che dovrebbe lasciare il suo incarico per 180 giorni con il passaggio del potere a Michel Temer del Partido del Movimento Democratico Brasileno, formazione centrista che ha rotto la sua alleanza di governo con il Partito dei Lavoratori (PT). La destituzione definitiva dovrà essere approvata con il voto di almeno 54 senatori su 81, i due terzi della Camera Alta.

In questo ipotetico scenario, Michel Temer sarebbe nominato nuovo presidente e avrebbe il compito di portare la legislatura a naturale scadenza nel 2018. Sul politico centrista, però, grava un processo di impeachment così l’incarico passerebbe ad Eduardo Cunha (sotto indagine per svariate attività illecite) che avrebbe l’obbligo di convocare nuove elezioni entro 90 giorni.

Secondo voi chi c’è dietro quest’attacco contro la democrazia brasiliana?

Pochi giorni fa il presidente dell’Ecuador Rafael Correa denunciava come in America Latina sia «in corso un nuovo piano Condor».

Il 14 aprile del 2002, dopo il fallimento del colpo di stato in Venezuela contro il presidente democraticamente eletto Hugo Chavez, sancì l’uscita degli Stati Uniti dall’America Latina la quale poté progressivamente spezzare le catene del Fondo Monetario Internazionale. Poco dopo, nel 2003, gli USA invasero l’Iraq.

E oggi cosa sta succedendo? Presa coscienza del fallimento su tutta la linea in Medio Oriente, Washington tenta nuovamente di ritornare in America Latina con tutti i mezzi illeciti che conosce.

Le tecniche del passato – colpi di stato militari – non possono essere più utilizzate ma Washington trova sempre nuove vie: “inchieste giornalistiche”, impeachment creati ad arte e guerre economiche costanti.

Dal futuro del Brasile dipende il percorso d’integrazione libero ed indipendente dell’America Latina e, di conseguenza, la sorte delle istituzioni dei BRICS.

Tutti i democratici del mondo, quelli veri, oggi dovrebbero stringersi intorno a Dilma Rousseff e al suo partito.

PS: ecco i miei impegni per questo weekend… in movimento
VEN. 22.04 – ORE 18:00 – MILANO: Aperitivo di finanziamento e raccolta firme del M5S Milano per Gianluca Corrado sindaco con Luigi Di Maio. Indirizzo: “Ama.Mi”, Corso Sempione 7, Milano.
SAB. 23.04 – ORE 15:30 – GENOVA: Agorà pubblica su sicurezza e immigrazione. Indirizzo: Piazza Banchi, Genova
DOM. 24.04 – ORE 16:00 – TORINO: Presentazione del programma “Integrazione ed Immigrazione” del M5S Torino per Chiara Appendino sindaco. Indirizzo: “Anatra Zoppa”, via Courmayeur 5, Torino.
DOM. 24.04 – ORE 20:30 – BOLOGNA: Raccolta firme del M5S Bologna per Massimo Bugani sindaco. Indirizzo: “Santo Bevitore”, via Galliera 42, Bologna.
Tutti invitati, non mancate!

La crisis y la izquierda latinoamericana

por Emir Sader*

ALAI AMLATINA, 22feb2016.- Se puede decir que hay dos izquierdas en América Latina y que ambas padecen de crisis, cada una a su manera. Una es la que llegó a los gobiernos, empezó procesos de democratización de las sociedades y de salida del modelo neoliberal y que hoy se enfrenta a dificultades –de distinto orden, desde afuera y desde adentro– para dar continuidad a esos procesos. La otra es la que, aun viviendo en países con continuados gobiernos neoliberales, no logra siquiera constituir fuerzas capaces de ganar elecciones, llegar al gobierno y empezar a superar el neoliberalismo.

La izquierda posneoliberal ha tenido éxitos extraordinarios, aún más teniendo en cuenta que los avances en la lucha contra la pobreza y la desigualdad se han dado en los marcos de una economía internacional que, al contrario, aumenta la pobreza y la desigualdad. En el continente más desigual del mundo, cercados por un proceso de recesión profunda y prolongada del capitalismo internacional, los gobiernos de Venezuela, Brasil, Argentina, Uruguay, Bolivia y Ecuador han disminuido la desigualdad y la pobreza, han consolidado procesos políticos democráticos, han construido procesos de integración regional independientes de Estados Unidos y han acentuado el intercambio Sur-Sur.

Mientras que las otras vertientes de la izquierda, por distintas razones, no han logrado construir alternativas a los fracasos de los gobiernos neoliberales, de las cuales los casos de México y de Perú son los dos más evidentes, mostrando incapacidad, hasta ahora, de sacar lecciones de los otros países, para adaptarlas a sus condiciones específicas.

¿En qué consiste la crisis actual de las izquierdas que han llegado al gobierno en América Latina? Hay síntomas comunes y rasgos particulares a cada país. Entre ellos están la incapacidad de contrarrestar el poder de los monopolios privados de los medios de comunicación, aun en los países en los que se ha avanzado en leyes y medidas concretas para quebrar lo que es la espina dorsal de la derecha latinoamericana. En cada uno de esos países, en cada una de las crisis enfrentadas por esos gobiernos, el rol protagónico ha sido de los medios de comunicación privados, actuando de forma brutal y avasalladora en contra de los gobiernos, que han contado con éxitos en su gestión y un amplio apoyo popular.

Los medios han ocultado los grandes avances sociales en cada uno de nuestros países, los han censurado, han tapado los nuevos modelos de vida que los procesos de democratización social han promovido en la masa de la población. Por otro lado, destacan problemas aislados, dándoles proyecciones irreales, difundiendo incluso falsedades, con el propósito de deslegitimar las conquistas logradas y la imagen de sus líderes, sea negándolas, sea intentando destacar aspectos secundarios negativos de los programas sociales.

Los medios han promovido sistemáticamente campañas de terrorismo y de pesimismo económico, buscando bajar la autoconfianza de las personas en su propio país. Como parte específica de esa operación están las sistemáticas denuncias de corrupción, sea a partir de casos reales a los que han dado una proporción desmesurada, sea inventando denuncias por las cuales no responden cuando son cuestionados, pero los efectos ya han sido producidos. Las reiteradas sospechas sobre el accionar de los gobiernos producen, especialmente en sectores medios de la población, sentimientos de crítica y de rechazo, a los que pueden sumarse otros sectores afectados por esa fabricación antidemocrática de la opinión pública. Sin ese factor, se puede decir que las dificultades tendrían su dimensión real, no serían transformadas en crisis políticas, movidas por la influencia unilateral que los medios tienen sobre sectores de la opinión pública, incluso de origen popular.

No es que sea un tema de fácil solución, pero no considerar como un tema fundamental a enfrentar es subestimar el nivel en que la izquierda está en mayor inferioridad: la lucha de las ideas. La izquierda ha logrado llegar al gobierno por el fracaso del modelo económico neoliberal, pero ha recibido, entre otras herencias, la hegemonía de los valores neoliberales diseminados en la sociedad. “Cuando finalmente la izquierda llegó al gobierno, había perdido la batalla de las ideas”, según Perry Anderson. Tendencias a visiones pre-gramscianas en la izquierda han acentuado formas de acción tecnocráticas, creyendo que hacer buenas políticas para la gente era suficiente como para producir automáticamente conciencia correspondiente al apoyo a los gobiernos. Se ha subestimado el poder de acción de los medios de información en la conciencia de las personas y los efectos políticos de desgaste de los gobiernos que esa acción promueve.

Un otro factor condicionante, en principio a favor y luego en contra, fue el relativamente alto precio de los commodities durante algunos años, del que los gobiernos se aprovecharon no para promover un reciclaje en los modelos económicos, para que no dependieran tanto de esas exportaciones. Para ese reciclaje habría sido necesario formular y empezar a poner en práctica un modelo alternativo basado en la integración regional. Se ha perdido un período de gran homogeneidad en el Mercosur, sin que se haya avanzado en esa dirección. Cuando los precios bajaron, nuestras economías sufrieron los efectos, sin tener como defenderse, por no haber promovido el reciclaje hacia un modelo distinto.

Había también que comprender que el período histórico actual está marcado por profundos retrocesos a escala mundial, que las alternativas de izquierda están en un posición defensiva, que de lo que se trata en este momento es de salir de la hegemonía del modelo neoliberal, construir alternativas, apoyándose en las fuerzas de la integración regional, en los Brics y en los sectores que dentro de nuestros países se suman al modelo de desarrollo económico con distribución de renta, con prioridad de las políticas sociales.

En algunos países no se ha cuidado debidamente el equilibrio de las cuentas públicas, lo cual ha generado niveles de inflación que han neutralizado, en parte, los efectos de las políticas sociales, porque los efectos de la inflación recaen sobre asalariados. Los ajustes no deben ser trasformados en objetivos, pero si en instrumentos para garantizar el equilibrio de las cuentas públicas y eso es un elemento importante del éxito de las políticas económicas y sociales.

Aunque los medios de información hayan magnificado los casos de corrupción, hay que reconocer que no hubo control suficiente de parte de los gobiernos del uso de los recursos públicos. El tema del cuidado absoluto de la esfera pública debe ser sagrado para los gobiernos de izquierda, que deben ser los que descubran eventuales irregularidades y las castiguen, antes de que lo hagan los medios de información. La ética en la política tiene que ser un patrimonio permanente de la izquierda, la transparencia absoluta en el manejo de los recursos públicos tiene que ser una regla de oro de parte de los gobiernos de izquierda. El no haber actuado siempre así hace que los gobiernos paguen un precio caro, que puede ser un factor determinante para poner en riesgo la continuidad de esos gobiernos, con daños gravísimos para los derechos de la gran mayoría de la población y para el destino mismo de nuestros países.

Por último, para destacar algunos de los problemas de esos gobiernos, el rol de los partidos en su condición de partidos de gobierno nunca ha sido bien resuelto en prácticamente ninguno de esos países. Como los gobiernos tienen una dinámica propia, incluso con alianzas sociales y políticas con la centro izquierda, en varios casos, esos partidos deberían representar el proyecto histórico de la izquierda, pero no han logrado hacerlo, perdiendo relevancia frente al rol preponderante de los gobiernos. Se debilitan así la reflexión estratégica, más allá de las coyunturas políticas, la formación de cuadros, la propaganda de las ideas de la izquierda y la misma lucha ideológica.

Nada de eso autoriza a hablar de “fin de ciclo”. Las alternativas a esos gobiernos están siempre a la derecha y con proyectos de restauración conservadora, netamente de carácter neoliberal. Los gobiernos posneoliberales y las fuerzas que los han promovido son los elementos más avanzados que la izquierda latinoamericana dispone actualmente y que funcionan también como referencia para otras regiones de mundo, como España, Portugal y Grecia, entre otros.

Lo que se vive es el final del primer periodo de la construcción de modelos alternativos al neoliberalismo. Ya no se podrá contar con el dinamismo del centro del capitalismo, ni con precios altos de las commodities. Las clave del paso a un segundo período tienen que ser: profundización y extensión del mercado interno de consumo popular; proyecto de integración regional; intensificación del intercambio con los Brics y su Banco de Desarrollo.

Además de superar los problemas apuntados anteriormente, antes que todo crear procesos democráticos de formación de la opinión pública, dar la batalla de las ideas, cuestión central en la construcción de una nueva hegemonía en nuestras sociedades y en el conjunto de la región.

Hay que construir un proyecto estratégico para la región, no solo de superación del neoliberalismo y del poder del dinero sobre los seres humanos, sino de construcción de sociedades justas, solidarias, soberanas, libres, emancipadas de todas las formas de explotación, dominación, opresión y alienación.

* Emir Sader, sociólogo y científico político brasileño, es coordinador del Laboratorio de Políticas Públicas de la Universidad Estadual de Rio de Janeiro (UERJ).

 

Frei Betto y el descuido en la formación ideológica

por Al Mayadeen

29 Enero 2016, Resumen Latinoamericano /Al Mayadeen/.- Para el fraile dominico brasileño, Frei Betto, una de las causas principales de los retrocesos en gobiernos progresistas en América Latina es el descuido en la formación ideológica de la sociedad.

A su juicio, no se trata de un fenómeno nuevo ni propio del continente, pues ya se había dado en la antigua Unión Soviética y en el resto de Europa del Este.

Durante su participación en la II Conferencia Internacional Con todos y para el bien de todos, dedicada a José Martí, Betto defendió esos criterios a la luz del pensamiento político y antimperialista martiano.

Señaló que la región avanzó mucho en los últimos años, se logró elegir jefes de Estado progresistas, conquistar conexiones continentales importantes como la alianza bolivariana, Celac, Unasur, pero se cometieron errores.

Precisó que uno de ellos fue descuidar la organización popular, el trabajo de educación ideológico y “allí entra en juego José Martí porque él siempre se preocupó por el trabajo ideológico”, agregó.

Según el teólogo de la liberación, los retrocesos en una sociedad desigual significan que hay una permanente lucha de clases. “No podemos engañarnos, pues no se garantiza el apoyo popular a los procesos dando al pueblo sólo mejores condiciones de vida, porque eso puede originar en la gente una mentalidad consumista”, aseveró.

El problema está -afirmó Betto- en que no se politizó a la nación, no se hizo el trabajo político, ideológico, de educación, sobre todo en los jóvenes, y ahora la gente se queja porque ya no puede comprar carros o pasar vacaciones en el exterior.

En su opinión, hay un proceso regresivo porque no se ha desarrollado una política sostenible, no hay una reforma estructural, agrarias, tributarias, presidenciales, políticas. “Encauzamos una política buena pero cosmética, carente de raíz, sin fundamentos para su sustentabilidad”.

Al referise a Brasil, espera que no pase lo peor, el regreso de la derecha al poder. Según su análisis, eso depende mucho de Dilma en los próximos dos o tres años. “Pero lamentablemente, por lo pronto, no hay señal de que va a cambiar la política económica que hace daño a los más pobres y favorece a los más ricos”, afirmó.

Aseveró que el consumismo y la corrupción están matando la utopía en pueblos de nuestra América, como Argentina y otros, porque -señaló- la gente no tiene perspectivas de sentido altruista, solidario, revolucionario, de la vida, se va hacia el consumismo, y eso afecta toda perspectiva socialista y cristiana, que es desarrollar en la gente valores solidarios. “La solidaridad es el valor mayor tanto del socialismo como del cristianismo”, subrayó.

Betto insistió en que en eso radica la falla en gobiernos progresistas. En su opinión no se hizo un trabajo de base, de formación ideológica de la gente.

Agregó que la educación para el amor, para la solidaridad, es un proceso que hay que desarrollar pedagógicamente, y como eso no se cuidó desde un primer momento, ahora se afrontan las consecuencias lamentablemente.

Al abordar el proceso de distopía, es decir, los intentos de presentar la utopía como algo del pasado, reiteró que en los países como Brasil o Venezuela, los gobiernos se equivocaron al creer que garantizar los bienes materiales equivalía a garantizar condiciones espirituales, y no es así.

Betto -en el caso de Cuba- expresó que el gobierno revolucionario, que ha hecho un trabajo ideológico de educación política con el pueblo, ha sido demasiado paternalista.

Explicó que la gente ha mirado a la revolución como “una gran vaca que le da leche a cada boca”, pero con eso no se moviliza a la gente para un trabajo más efectivo en la consolidación ideológica relacionada, por ejemplo, con la producción agrícola e industrial.

Consideró que, aunque admite poder equivocarse, la dependencia de la Unión Soviética llevó a Cuba a acomodarse un poco, y hoy importa del 60 al 70 por ciento de productos especiales de consumo y eso convirtió prácticamente en una nación que exporta servicios médicos, educadores, profesionales e importa turistas para conseguir más divisas.

Educación política, participación, compromiso efectivo con la lucha, adecuación de la teoría y la práctica, es lo correcto y ahí están los ejemplos de Martí, de Fidel Castro que han vivido dentro del monstruo, como el caso de Martí, y el de Fidel que proviene de una familia latifundista y se convirtió en revolucionario.

¿Qué pasó en la conciencia de José Martí y de Fidel Castro, quienes tenían la oportunidad de hacerse un lugar en la burguesía, pero tuvieron una dirección evangélica para los pobres y asumieron la causa de la liberación?, se preguntó.

La respuesta es la que va a indicarnos el camino que vamos a seguir para evitar que el futuro de América Latina sea de nuevo un lugar de mucha desigualdad, de mucha pobreza, porque corremos el riesgo de ser de nuevo neocolonia de Estados Unidos y de Europa Occidental.

Enfatizó que no es fácil vivir en un mundo en el que el neoliberalismo proclama que la utopía está muerta, que la historia ha terminado, que no hay esperanza ni futuro, que el mundo siempre va a ser capitalista, que siempre va a haber pobres, miserables, y ricos, y que, como en la naturaleza, siempre va a haber día y noche y eso no se puede cambiar.

Betto señaló que la derecha se une por interés, y la izquierda por principios, y cuando la izquierda pierde los principios. Y agregó: Cuando la izquierda viola el horizonte de los principios y va por los intereses, le hace el juego a la derecha.

La tarea de la izquierda es movilizarse en la línea de una alta formación política y por ese camino es que debemos trabajar, sentenció.

Sobre las restablecimiento de relaciones diplomáticas entre Cuba y Estados Unidos, expresó que la Isla debe lograr cómo establecer buenas relaciones con Estados Unidos y administrar bien la suspensión del bloqueo sin tornarse vulnerable a la seducción capitalista.

Mostró su preocupación cuando ve a los jóvenes cubanos irse del país para aprovechar la ley de ajuste porque es señal de que la gente está corriendo contra el tiempo para tornarse ciudadano de Estados Unidos, “porque en el momento en que termine el bloqueo esa ley va abajo”. Pero Cuba tiene que preguntarse por qué jóvenes formados en la revolución quieren ser ciudadanos de Estados Unidos?

“El peligro que hay aquí, dice, es que la revolución la ven esos jóvenes como un hecho del pasado y no un desafío del futuro, y cuando la gente la ve como un hecho del pasado ya mira las cosas no por sus valores, por su horizonte revolucionario, sino por el consumismo”.

El socialismo, aseguró, ha cometido el error de socializar los bienes materiales, y no socializó suficientemente los bienes espirituales, porque un pequeño grupo podía tener sueños de cosas distintas que se podían hacer, y los demás los han tenido que aceptar.

“El capitalismo lo hizo al revés, socializó los sueños para privatizar los bienes materiales… Y ahí llega el sufrimiento de los jóvenes que ponen en su vida cuatro cosas: dinero, fama, poder y belleza, y cuando no alcanzan ninguno de esos parámetros van siempre a los ansiolíticos, las drogas, viene la frustración de los falsos valores, la cual viene siempre desde donde hemos puesto nuestra expectativa”, concluyó.

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