Dialogo plurale e l’altro dialogo

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Il 23 agosto si è tenuta una riunione di personalità di varia provenienza, conclusa con una dichiarazione pubblica nel corso di una conferenza stampa, che fa riferimento alla necessità di quello che i partecipanti chiamano “Dialogo Plurale”. Vi hanno preso parte diverse persone che godono del mio rispetto e alcuni anche della mia amicizia, come Carlos Azpurua, Vladimir Villegas, Gustavo Márquez Marín, Oscar Schemel, Maryclen Stelling, Héctor Navarro e altri. Ho avuto con tutti convergenze ma anche divergenze, il che non è affatto singolare, perché è la stessa cosa che mi è sempre successa con il governo bolivariano, con il PSUV, con Chávez, con Maduro e con il chavismo in generale. Credo nella diversità e nelle differenze reali non per una questione di fede, ma perché entrambe le categorie esistono evidentemente: per questo motivo è impossibile per chiunque riuscire ad imporre un pensiero unico. L’unanimità è irrealizzabile. Questo fatto non pienamente compreso è stato una delle cause principali del crollo dell’Unione Sovietica e dei sistemi politici dei paesi sottoposti alla sua tutela politica negli anni della cosiddetta “Guerra Fredda”.

Allo stesso modo, non è strano che non concordi con tutti i termini posti nella citata Dichiarazione; tuttavia, ho comunicato via e-mail sia a Gustavo Márquez Marín che a Vladimir Villegas che desidero aderire, poiché concordo con la sua essenza e scopo, a contenuti in più passaggi del testo e in particolar modo nei due paragrafi finali: “Esprimiamo parimenti il nostro categorico rifiuto verso qualunque forma di violenza, interferenza o imposizione straniera. Invitiamo le parti ad avviare il dialogo con il fermo impegno a raggiungere accordi che garantiscano, con mezzi pacifici, costituzionali, elettorali e democratici, le trasformazioni necessarie per garantire la governabilità… (…) La soluzione non verrà da altri. È alla nostra portata, se lo vogliamo veramente, se agiamo con modestia repubblicana e se si ha come bussola l’interesse superiore del paese e non altri interessi”. Non è forse ciò che tutti proclamano, non con tutta la credibilità che una questione così seria meriterebbe?

Questa mia posizione non è estemporanea. Qualche settimana fa mi sono unito a un gruppo di consiglieri convocato da un’alta dirigente del PSUV per avanzare alcune proposte allo stesso PSUV sul tema e sul discorso della pace. Lì ho presentato la mia proposta che ho chiamato “L’Altro Dialogo”. Riporto testualmente alcuni estratti della mia proposta: “La Rivoluzione è obbligata a remare in due direzioni per sensibilizzare due basi elettorali. Da un lato, c’è il movimento popolare chavista cosciente e determinato che, secondo il risultato ottenuto il 20 maggio 2018, raccoglie circa il 30% dell’elettorato (6.245.862 voti su 20.526.978). Questo settore determinato è stato efficacemente sostenuto dal PSUV e dovrebbe continuare ad esserlo, al fine di rafforzarlo e garantirsi il suo sostegno attivo. L’altra base, che sarebbe determinante, è formata da quelli che definiti “né-né” o “non allineati”, che secondo studi credibili potrebbe rappresentare circa il 40% della platea elettorale (circa 8.000.000 di elettori).

La proposta dell’Altro Dialogo mira a favorire un’ampliamento dello spettro politico nazionale che promuova l’immagine di stabilità, distensione, pace e unità nazionale (…) L’altro dialogo aiuterebbe anche a combattere il cliché internazionale della “dittatura”, immagine promossa dall’imperialismo e dalla destra (…) La proposta ha come scopo quello di favorire un altro dialogo politico, diverso da quello inaugurato in Norvegia e che proseguirà alle Barbados. Il dialogo di Oslo, assolutamente conveniente, vantaggioso per le politiche del governo bolivariano e coerente con esse, riproduce tuttavia la polarizzazione politica, almeno dal punto di vista della percezione. S’impone mediaticamente l’immagine di un dialogo tra il governo e l’opposizione, rappresentata fondamentalmente da un solo settore dell’opposizione, la destra estremista. Infatti, il principale portavoce interno a questa fazione è il golpista pro-imperialista Juan Guaidó. Dovremmo chiederci: se è legittimo incontrare questi estremisti, perché non considerare l’avvio di un dialogo pubblico con altre fazioni dell’opposizione che non fanno parte dello spettro estremista e con i settori chavisti che non hanno direttamente responsabilità di governo? Settori che hanno almeno due punti di contatto con il PSUV e il Governo: il rifiuto dell’intervento imperialista e della violenza da un lato e la preferenza per la via pacifica, costituzionale ed elettorale dall’altro (…) È bene che l’Altro Dialogo sia convocato dal Governo, per conferirgli carattere ufficiale. Vediamo alcune delle sue caratteristiche: 1) si convocherebbero elementi di partito e persone organizzate in movimenti di opposizione o non direttamente coinvolti nella gestione del Governo, oltre al PSUV, alla sola condizione che si siano pubblicamente pronunciati contro l’intervento straniero e l’esercizio della violenza. 2) Alcuni di questi elementi potrebbero essere: MAS, Redes, PCV, UPV, Somos Venezuela, Plataforma por el Referéndum Consultivo, Plataforma Ciudadana en Defensa de la Constitución, Soluciones por Venezuela (Claudio Fermín), Concertación por el Cambio (Henry Falcón), Esperanza por el Cambio (Javier Bertucci). 3) L’ordine del giorno dovrebbe essere aperto, ma il dialogo dovrebbe mantenersi nel solco della trattativa per concludere accordi sull’inviolabilità del territorio della Patria, sulla necessità di privilegiare mezzi pacifici e costituzionali per risolvere le divergenze politiche, sull’opposizione alla promozione d’odio, sulla diffusione della tolleranza e la pace (…) Dovrebbero essere convocati dei garanti internazionali, ad esempio l’Ufficio locale della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU come convenuto recentemente con la Commissaria Michelle Bachelet. Questo dialogo promuoverebbe, inoltre, la conflittualità politica di settori oppositori diversi rispetto alla destra estremista e filoimperialista, venendo così a costituire nuovi riferimenti che annullino la polarizzazione dello scenario politico.

Ci saranno settori estremisti del chavismo che mi bolleranno come “debole” o “riformista” a causa di questa proposta. Vado avanti e gli rispondo. Sostengo il dialogo promosso dalla Norvegia e di cui il governo si avvale… ma con chi si dialoga? Con la destra fascista, che cospira, promuove la violenza e richiede l’intervento imperialista. D’altra parte, il governo ha riconosciuto di aver avviato da tempo colloqui con il governo degli Stati Uniti, il peggior nemico dell’umanità, che ci impone ampie sanzioni economiche, ruba i nostri beni, sostiene l’isolamento diplomatico del nostro paese e ci minaccia con la forza militare. Sono d’accordo con questa azione diplomatica del governo. Il Presidente Maduro ha ripetutamente affermato di essere pronto ad incontrare Donald Trump. Devo ammettere che non odio nessuno, ma con Trump ci vado molto vicino. Ciononostante, sosterrei un tale incontro. Mi chiedo, quindi, se il governo si mette al tavolo con il peggio del peggio, perché non convoca un dialogo con settori con i quali ha almeno due punti di convergenza, il rifiuto della violenza e l’opposizione all’intervento straniero?

Sto commettendo qualche tipo di infedeltà rivelando parte della mia proposta sostenuta dai consiglieri? Sono passati quasi due mesi da quando l’ho articolata e almeno un mese e mezzo da quando l’ho presentata. Recentemente ho comunicato nella chat Whatsapp del gruppo che, poiché non avevo ancora ricevuto alcuna risposta dal PSUV e se questa non ci fosse stata prontamente, l’avrei spostata su altre strade, poiché sono troppo vecchio per lavorare invano e le mie idee sono sostanzialmente disponibili per tutti, senza escludere che siano giuste o meno. Io stesso ho detto che avrei aspettato che passasse il Forum di San Paolo, dato che il PSUV era sicuramente molto impegnato in questa attività. Ma la dichiarazione a cui ho fatto riferimento ha segnato la svolta, perché ci sono indubbiamente altri venezuelani con idee che si avvicinano alle mie.

Non ho dubbi sulla mia posizione radicalmente anti-imperialista, che mantengo fin da quando ero molto giovane. Né nascondo la mia totale e assoluta contrapposizione al settore criminale rappresentato da quel personaggio irrilevante e passeggero chiamato Juan Guaidó e dal suo partito estremiesta e fascista, Voluntad Popular. Dopo aver chiarito questo punto, dico senza mezzi termini che chiunque rifiuti l’intervento straniero nel mio Paese, si opponga alla violenza e favorisca il dialogo e la pace, può considerarmi uno dei suoi.

* Membro della Assemblea Nazionale Costituente della Repubblica Bolivariana del Venezuela 
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[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Alessio Decoro e Antonio Cipolletta]

 

Radicalizzarsi contro l’imperialismo?

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Le ultime mosse degli Stati Uniti contro il Venezuela potrebbero voler dire che la disperazione e lo smarrimento imperversa nei circoli governativi della metropoli Imperiale. Questo, in termini assoluti, non vuol dire che il conflitto in corso sia pacificato, al contrario, ancora di più incombe il pericolo che l’imperialismo si radicalizzi e passi ad un superiore livello di aggressione, come il concretizzarsi della minaccia di esercitare un blocco navale. Questa mossa sicuramente non è semplice per gli Stati Uniti, significherebbe imbarcarsi in un’avventura dall’esito incerto; quello che è certo è che non sarà tentata prima delle elezioni presidenziali di novembre. Il risultato di queste elezioni, d’altra parte, potrebbe segnare cambiamenti nella politica estera degli Stati Uniti rispetto a questioni come la Cina, la Corea del Nord, Cuba e l’Iran, probabilmente anche il Venezuela, soprattutto se Donald Trump risulterà sconfitto. Questo sarà un bene o un male? Chissà, dovremo aspettare e vedere dove ci porterà la realtà.

Per ora, l’imperialismo continua a combinare strategie, facendo leva su fatti, minacce e manipolazioni mediatiche. Le sanzioni aumentano, continuano a fare dichiarazioni come quella fatta dal Capo del Comando Sud degli Stati Uniti, Craig Faller, in occasione delle esercitazioni militari Unitas, e seguono le operazioni come quella in corso contro Diosdado Cabello. 

Su quest’ultimo punto è oltraggiosa l’impunità con cui alcune agenzie di stampa internazionali agiscono nel nostro paese. È il caso dell’agenzia spagnola EFE, che si unisce all’ultimo attacco mediatico basato sulla presunta trattativa tra Diosdado Cabello e Stati Uniti. Ci sono alcuni che credono sia una manovra per favorire una spaccatura all’interno delle file chaviste. Non nego del tutto che nel governo gruppi diversi competono tra loro, ma queste contrapposizioni riguardano unicamente la distribuzione di posizioni e incarichi, e non la permanenza del chavismo nel governo né la leadership interna di Nicolás Maduro. Sono più incline a pensare che ciò che si cerca con questo tipo di bufale sia rafforzare le speranze, in forte calo, della base sociale oppositrice che Guaidó  possa ottenere la “cessazione dell’usurpazione”. Per l’imperialismo e i suoi alleati della destra nazionale e internazionale, è chiaro che senza un acceso conflitto sociale interno difficilmente si potrà chiudere la partita col governo bolivariano.

Hanno bisogno che la base sociale dell’opposizione sia incoraggiata e mobilitata come unica possibilità che un tale conflitto possa avere luogo.

Alla ”informazione” fabbricata da EFE sono evidenti tutte le magagne. Si basa su una presunta notizia pubblicata domenica scorsa su Axios, un portale di notizie inaugurato nel 2017 e fondato da personaggi che sono collegati alla Casa Bianca. Inoltre Axios è finanziato dai grandi monopoli statunitensi come JP Morgan e Chase, Boeing, BP, Bank of America, Koch Industries, S&P Global, UnitedHealth Group, Walmart e PepsiCo.

La notizia di EFE sul presunto contatto di Diosdato con funzionari statunitensi si regge su una frase: “gli Stati Uniti assicurano che questo lunedì, figure chiave della cerchia del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, sono in frequente collegamento per negoziare l’uscita di scena del presidente, in questi tempi di notizie false su un dialogo tra la Casa Bianca e quello che viene indicato come il numero 2 del chavismo, Diosdato Cabello”.

Tuttavia, la stessa agenzia confessa che l’attribuzione dei commenti agli “Stati Uniti” sia un falso, negando il rango ufficiale a questa bufala: “La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno evitato di confermare direttamente queste informazioni”, e le attribuiscono a funzionari che restano anonimi, dell’amministrazione statunitense. Una fonte truccata usata nella guerra dei media per le loro invenzioni malevole.

Citando fonti dubbiose come quella di un ex consigliere di Donald Trump, EFE costruisce una realtà virtuale, facendo leva sul suo contorto linguaggio.

Verso la fine, l’agenzia spagnola cala la maschera e parla delle voci come se fossero una verità dimostrata: “non è chiaro quali sono gli obiettivi del contatto con Cabello. Ci sono alcuni che sostengono che la Casa Bianca stia solamente cercando di destabilizzare l’ambiente vicino a Maduro, quasi sette mesi dopo aver riconosciuto il leader oppositore Guaidò come presidente ad interim del Venezuela“.

Lasciano intendere che la voce sia vera, ci sarebbero dubbi solo sulla reale natura degli obiettivi del contatto con Cabello. Questa è pura sfacciataggine, caradurismo [attitudine ad essere sfrontati e senza vergogna, NDT] e assenza totale di etica giornalistica.

Di fronte a una probabile intensificazione dell’aggressione imperialista, alcuni si domandano cosa dobbiamo fare, e propongono una radicalizzazione proprio su questo fronte di lotta: dichiarare lo stato di emergenza e di guerra, espropriare le imprese statunitensi, espellere dal paese le canaglie bugiarde come EFE, incarcerare subito i traditori che chiedono l’intervento militare dell’impero, sciogliere le organizzazioni terroristiche come Voluntad Popular, interrompere la fornitura petrolifera agli Stati Uniti e ai loro alleati. Io non propongo niente, resto ostaggio dei dubbi, cioè che al momento è conveniente agire con la pazienza degli indios. Quello che dico è che tutte “le opzioni dovrebbero essere sul tavolo”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

Gli zapatisti occupano nuovi territori: “Rotto l’assedio!”

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18 agosto 2019.- Comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Messico

17  AGOSTO 2019

AL POPOLO MESSICANO

AI POPOLI DEL MONDO

AL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO-CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO

ALLA SESTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE

ALLE RETI DI APPOGGIO, RESISTENZA E RIBELLIONE

 

SORELLE, FRATELLI

COMPAGNE, COMPAGNI

 

Vi riportiamo le nostre parole, che sono le stesse di ieri, oggi e domani, perché sono parole di resistenza e ribellione.

 

Nell’ottobre del 2016, quasi 3 anni fa, nel suo ventesimo anniversario, i popoli fratelli organizzati nel Congresso Nazionale Indigeno, uniti all’EZNL, si sono impegnati a passare all’offensiva per la difesa del territorio e della Madre Terra. Perseguitati dalle forze del malgoverno, dai signori della guerra, dalle imprese straniere, dai criminali e dalle leggi; considerando i morti, le ingiustizie e le provocazioni, i popoli originari, i guardiani della terra, si sono  riuniti per passare all’offensiva e diffondere la parole e l’azione resistente e ribelle.

 

Con la nascita del Consiglio Indigeno di Governo e la nomina della sua portavoce, Marichuy, il Congresso Nazionale Indigeno si è impegnato nel compito di portare, ai fratelli e alle sorelle della campagna e della città, la parola di allerta e organizzazione. Anche l’EZLN è passato all’offensiva nella sua battaglia della parola, delle idee e per l’organizzazione.

 

 

E’ giunto il momento di rendere conto alla CIG-ICC e alla sua portavoce. La sua gente dirà se abbiamo adempiuto al nostro compito e non dobbiamo rendere conto solo a loro. Lo dobbiamo anche alle organizzazioni, gruppi, collettivi e individui (specialmente la Sesta e le Reti, ma non solo), che, in Messico e nel mondo, hanno a cuore i popoli zapatisti e, secondo i loro tempi, coordinate geografiche e modalità, indipendentemente dalla loro distanza in chilometri, indipendentemente dai muri e dai confini, o dalle barriere che ci impongono, continuano a far battere il loro cuore accanto al nostro.

 

L’arrivo di un nuovo governo non ci ha ingannato. Sappiamo che il Padrone non ha altra patria che il denaro, e governa il mondo e la maggior parte delle fattorie che chiama “Paesi”.

 

Sappiamo anche che la ribellione è proibita, così come la dignità e la rabbia. Ma in tutto il mondo, nei suoi angoli più dimenticati e disprezzati, ci sono esseri umani che resistono per non essere divorati dalla macchina e non si arrendono, non si vendono e non si arrendono. Hanno molti colori, molte sono le loro bandiere, molte le lingue che parlano, e colossali sono la loro resistenza e la loro ribellione.

 

Il padrone e i suoi capataz costruiscono muri, frontiere e recinzioni per cercare di contenere ciò che dicono sia un cattivo esempio. Ma non ci riescono, perché la dignità, il coraggio, la rabbia e la ribellione, non possono essere fermati o rinchiusi. Anche se si nascondono dietro mura, confini, recinzioni, eserciti e polizia, leggi e decreti, questa ribellione prima o poi li chiamerà a rispondere delle loro azioni. E non ci sarà né perdono né dimenticanza.

Sapevamo e sappiamo che la nostra libertà sarà solo opera nostra, dei popoli originari. In Messico nonostante il nuovo Capataz, ancora seguono persecuzioni e morte: in pochi mesi, una dozzina di compagni del Congresso Nazionale Indigeno – Consiglio del Governo Indigeno e attivisti sociali, sono stati assassinati. Tra questi, un fratello molto rispettato dai popoli zapatisti: Samir Flores Soberanes, ucciso dopo essere stato segnalato dal Capataz che, peraltro, porta avanti mega-progetti neoliberali che cancellano interi popoli, distruggono la natura e trasformano il sangue dei popoli originari in profitto per il Capitale.

 

Per questo motivo, in onore delle sorelle e dei fratelli morti, perseguitati, scomparsi o in carcere, abbiamo deciso di chiamare la campagna zapatista “SAMIR FLORES VIVE”, che si conclude oggi e che rendiamo pubblica:

 

Dopo anni di lavoro silenzioso, nonostante l’assedio, le campagne di menzogne, le diffamazioni, i pattugliamenti militari, la Guardia Nazionale, le campagne di controinsurrezione mascherate da programmi sociali, l’oblio e il disprezzo, siamo cresciuti e ci siamo rafforzati.

 

E abbiamo spezzato l’assedio.

 

Siamo partiti senza chiedere il permesso e ora siamo di nuovo con voi, sorelle e fratelli, compagne e compagni. L’assedio del governo è stato superato, non ha funzionato e non funzionerà mai. Seguiamo strade e percorsi che non esistono su mappe e che i satelliti non vedono perché si trovano solo nei pensieri dei nostri vecchi.

 

Con noi zapatisti, nei nostri cuori, facciamo camminare anche la parola, la storia e l’esempio dei nostri popoli, dei nostri figli, anziani, uomini e donne. Fuori troviamo casa, il cibo, ascolto e parole. Ci siamo capiti come si intendono solo coloro che condividono non solo il dolore, ma la storia, l’indignazione e la rabbia.

Così abbiamo compreso non solo che le recinzioni e i muri servono solo per la morte, ma anche che la compravendita delle coscienze dei governi è sempre più inutile. Non ingannano più, non convincono più, si arrugginiscono, si rompono, hanno già fallito.

 

E’ così che usciamo. Il Grande Capo è stato lasciato indietro, pensava che il suo recinto ci avrebbe trattenuti. Da lontano abbiamo visto le sue spalle fatte di guardie nazionali, soldati, poliziotti, progetti, aiuti umanitari e menzogne. Siamo andati avanti e indietro, dentro e fuori. 10, 100, 1000 volte l’abbiamo fatto e il Grande Capo faceva la guardia ma non riusciva a vederci, confidando nella paura che incuteva.

 

Abbiamo lasciato gli assedianti come una macchia sporca, accerchiati essi stessi all’interno di un territorio ora molto più esteso, un territorio che diffonde ribellione.

 

Fratelli e sorelle, compagni e compagne:

 

Ci presentiamo davanti a voi con nuovi Caracoles e Municipi Autonomi Ribelli e Zapatisti in nuove aree del Messico sudorientale.

 

Ora avremo anche centri di resistenza autonoma e ribellione zapatista. Nella maggior parte dei casi, questi centri ospiteranno anche Caracoles [centro politico-culturale e legislativo], Consigli del Buon Governo e Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti.

 

Anche se lentamente, come suggerisce il loro stesso nome[ Caracol significa lumaca], i 5 Caracoles originali sono nati dopo 15 anni di lavoro politico e organizzativo; e anche i Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti e i loro Consigli del Buon Governo hanno dovuto proliferare e aspettare per vedere i risultati. Ora ci saranno 12 Caracoles con i loro rispettivi Consigli di Buon Governo.

 

Questa crescita esponenziale, che oggi ci permette di uscire di nuovo dall’assedio, è dovuta fondamentalmente a due fattori:

 

Uno, il più importante, è il lavoro politico-organizzativo e l’esempio delle donne, uomini, bambini e anziani che sono la base di appoggio zapatista. In special modo le donne e i giovani zapatisti. Compagne di ogni età si sono mobilitate per parlare con altre sorelle, con o senza organizzazione. I giovani zapatisti, senza abbandonare i loro gusti e desideri, hanno imparato ancora di più dalla scienze e dalle arti contagiando sempre più giovani. La maggior parte di questa gioventù, principalmente donne, si sono assunte questo compito immergendolo nella creatività, ingegno e intelligenza che le è propria. Così possiamo dire, senza dolore e con orgoglio, che le donne zapatiste non solo vanno avanti, come l’uccello Pujuy, per indicare il cammino e non smarrirci, ma sono anche al nostro fianco per evitare che deviamo dal percorso e alle nostre spalle per non farci rallentare.

 

 

 

Il secondo fattore è la politica governativa che mira a distruggere la comunità e l’ambiente naturale, in particolare la politica dell’attuale governo autodenominato “Quarta Trasformazione”. Le comunità tradizionalmente partitiche sono state danneggiate dal disprezzo, dal razzismo e dalla voracità dell’attuale governo, e stanno passando alla ribellione aperta o nascosta. Chiunque pensasse che con la sua politica controinsurrezionale di sussidi, il governo attuale, avrebbe diviso lo zapatismo e comprato la fedeltà dei non zapatisti, alimentando lo sconto e la sfiducia, ha prestato solo le motivazioni che mancavano per convincere i fratelli e le sorelle che è necessario difendere la terra e l’ambiente naturale.

Il Mal Governo ha creduto, e tuttora crede, che quello di cui i popoli hanno bisogno e aspettano siano sussidi economici.

Oggi, i popoli zapatisti e molti altri che non lo sono, così come i popoli fratelli del CNI della zona sudorientale del Messico e in tutto il Paese, rispondono e dimostrano che si sono sbagliati.

Sappiamo che l’attuale Capataz si è formato nella fila del PRI e nella concezione “indigenista” secondo la quale i popoli originari desiderano solo vendere la propria dignità e smettere di essere ciò che sono, che gli indigeni sono pezzi da museo, pezzi di artigianato colorato che i potenti usano per occultare il grigio del proprio cuore. Al Capataz preoccupa solo che i suoi Muri-Treni (quello dell’Istmo e quello ignobilmente chiamato “Maya”) passino attraverso le rovine archeologiche di un’antica civiltà, in modo da deliziare la vista dei turisti-passeggeri. [da dicembre 2018 è stato lanciato il piano del Tren Maya, una nuova linea di 1.525 chilometri pensata per collegare lo stato del Chiapas alla penisola dello Yucatan, con l’obiettivo di rilanciare il turismo e l’occupazione.  Il treno passerà attraverso le aree in cui risiede la comunità etnica dei Maya, ma anche i principali siti archeologici della civiltà Maya, come quelli patrimonio Unesco di Cancun e Chichén Itzá NDT]

Ma noi popoli originari siamo vivi, ribelli e in resistenza. Il Capataz ora intende rimettere in circolazione uno dei suoi caporali, un avvocato che un tempo è stato indigeno, e che ora, come sempre nella storia del mondo, si dedica a dividere, perseguitare e manipolare quelli che un tempo erano i suoi simili. Ma noi indigeni siamo vivi, ribelli e resistenti. Il capo dell’INPI si sfrega ogni giorno la coscienza con la pietra pomice per eliminare ogni traccia di dignità. Crede che così che la sua pelle diventerà bianca e la sua ragione quella del Padrone. Il Capataz si congratula con lui e si congratula con se stesso: non c’è niente di meglio per cercare di controllare i ribelli che un pentito, un apostata a pagamento, per trasformarli in marionette dell’oppressore.

Negli ultimi 25 e più anni abbiamo imparato.

Anziché scalare posizioni all’interno del Mal Governo o diventare una cattiva copia di coloro che ci umiliano e ci opprimono, l’intelligenza e conoscenza che abbiamo è stata dedicata alla nostra crescita e forza.

 

Grazie alle sorelle e ai fratelli del Messico e del mondo che hanno partecipato agli incontri e ai seminari che abbiamo convocato, la nostra immaginazione e creatività, così come la nostra conoscenza, si sono aperte e sono diventate più universali, cioè più umane. Abbiamo imparato a guardare, ascoltare e parlare all’altro senza derisione, condanna o pregiudizi. Abbiamo imparato che un sogno che non abbraccia il mondo è un piccolo sogno.

 

Ciò che ora è noto e pubblico, è stato un lungo processo di riflessione e di ricerca. Migliaia di assemblee di comunità zapatiste, nelle montagne del sud-est del Messico, pensavano e cercavano strade, modi e tempi. Sfidando il disprezzo dei potenti, che ci indicavano come ignoranti e sciocchi, abbiamo usato intelligenza, conoscenza e immaginazione.

 

Qui li chiamiamo i nuovi Centri di Resistenza Autonoma e Ribellione Zapatista (CRAREZ). Ci sono 11 nuovi centri, più i 5 Caracoles originali. Inoltre, sommando i Municipi Autonomi originari, che sono 27, in totale i  centri zapatisti sono 43.

 

Nomi e posizione delle nuove Caracoles e Marez[Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti]:

1 – Nuovo Caracol, chiamatoColectivo el corazón de semillas rebeldes, memoria del Compañero GaleanoLa Giunta di Buon Governo ha preso il nome di: Pasos de la historia, por la vida de la humanidad. Sede La Unión. Terra recuperata. A fianco dell’ejido[terreno comune di uso pubblico] San Quintín, dove si trova la caserma dell’esercito del Mal Governo; Municipio di Ocosingo.

2 – Nuevo Municipio Autónomo, chiamato: Esperanza de la Humanidad; sede: ejido Santa María. Municipio ufficiale di Chicomuselo.

3 – Otro Nuevo Municipio autónomo, chiamato: Ernesto Che Guevara. Sede: El Belén. Municipio ufficiale di Motozintla.

4 – Nuevo Caracol chiamato: Espiral digno tejiendo los colores de la humanidad en memoria de l@s caídos. La Giunta di Buon Governo ha assunto il nome: Semilla que florece con la conciencia de l@s que luchan por siempre. Sede:Tulan Ka’u, terra recuperata. Municipio ufficiale di Amatenango del Valle.

5 – Otro Caracol Nuevo. chiamato: Floreciendo la semilla rebelde. La Giunta di Buon Governo ha assunto il nome: Nuevo amanecer en resistencia y rebeldía por la vida y la humanidadSede: PobladoPatria Nueva, terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.

6Nuevo Municipio Autónomo, chiamato: Sembrando conciencia para cosechar revoluciones por la vidaSede: Tulan Ka’u. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Amatenango del Valle.

7 – Nuevo Caracol. Chiamato: En Honor a la memoria del Compañero ManuelLa Giunta di Buon Governo ha assunto il nomeEl pensamiento rebelde de los pueblos originariosSede: Dolores Hidalgo. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.

8 – Otro Nuevo Caracol, chiamato: Resistencia y Rebeldía un Nuevo HorizonteLa Giunta di Buon Governo ha assunto il nome: La luz que resplandece al mundo. Sede: el Poblado Nuevo Jerusalén. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.

9 – Nuevo Caracol, chiamato: Raíz de las Resistencias y Rebeldías por la humanidadLa Giunta di Buon Governo ha assunto il nomeCorazón de nuestras vidas para el nuevo futuro. Sede: ejido Jolj’a. Municipio ufficiale di Tila.

10Nuevo Municipio Autónomo, chiamato: 21 de Diciembre. Sede: Ranchería K’anal Hulub. Municipio ufficiale di Chilón.

11 – Nuevo Caracol, chiamatoJacinto CanekLa Giunta di Buon Governo si chiama: Flor de nuestra palabra y luz de nuestros pueblos que refleja para todosSede: Comunidad del CIDECI-Unitierra. Municipio ufficiale di San Cristóbal de las Casas.

 

Cogliamo l’occasione per invitare la Sesta, le Reti, la CNI e tutte le persone oneste a venire e, insieme ai popoli zapatisti, a partecipare alla costruzione della CRAREZ, sia procurando materiali e sostegno economico, che martellando, tagliando, trasportando, orientando e vivendo con noi. O nella forma e nel modo che ritengono più opportuno. Nei prossimi giorni renderemo pubblica una lettera che spiegherà come, quando e dove sarà possibile registrarsi per partecipare.

Convochiamo la CNI-CIG per incontrarci e far conoscere il lavoro al quale ci siamo dedicati, per condividere i problemi, le difficoltà, i contraccolpi, gli errori, i semi che servono per mietere il meglio dalla lotta, ma anche i semi che vediamo che non ci danno un raccolto migliore, ma tutto il contrario, in modo da non ricadere negli stessi errori. Per incontrare chi vuole davvero organizzare la lotta e che incontriamo per parlare di buoni e cattivi raccolti. Nello specifico, proponiamo la realizzazione congiunta, in uno dei Caracol, di quello che potrebbe essere chiamato FORUM IN DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA TERRA MADRE, o come meglio credete, aperto a tutte le persone, gruppi, collettivi e organizzazioni che sono impegnati in questa lotta per la vita. La data che vi proponiamo è il mese di ottobre 2019, nei giorni che crederete più opportuni. Allo stesso modo, vi offriamo uno dei Caracol per tenere la riunione o l’assemblea della CNI-CIG, nella data che converrete.

 

Invitiamo LA SESTA E LE RETI ad avviare l’analisi e la discussione per la formazione di una Rete Internazionale di Resistenza e Ribellione, Polo, Nucleo, Federazione, Confederazione, o come si chiamerà, basata sull’indipendenza e l’autonomia di chi la forma, rinunciando esplicitamente all’egemonia e all’omologazione, in cui la solidarietà e il sostegno reciproco sono incondizionati, le esperienze positive e negative delle reciproche lotte sono condivise, e si lavora per diffondere le storie dal basso e da sinistra.

 

A tal fine, come zapatisti, convocheremo incontri bilaterali con gruppi, collettivi e organizzazioni che lavorano nelle loro territori. Non faremo grandi riunioni. Nei prossimi giorni vi metteremo a conoscenza del come, quando e dove questi incontri bilaterali che vi proponiamo si terranno. Naturalmente, sarà comunicato a coloro che accettano e tenendo conto dei loro calendari e latitudini.

 

A chi dell’Arte, della Scienza e del Pensiero Critico ne ha fatto la sua vocazione e la sua vita, saranno invitati a festival, incontri, seminari, feste, scambi, o come vorrete chiamarli. Vi faremo sapere come, quando e dove si svolgeranno. Questo include il CompArte [ gioco di parole che unisce condividere arte] e il Festival del cinema “Puy ta Cuxlejaltic”, ma non solo. Abbiamo pensato di realizzare delle CompArtes speciali secondo le singole Arti. Per esempio: Teatro, Danza, Arti Plastiche, Letteratura, Musica, ecc. Ci sarà un’altra edizione delle ConCiencias [gioco di parole che unisce coscienza e scienza], magari a partire dalle Scienze Sociali. Ci saranno i semenzai del Pensiero Critico, magari partendo dal tema della Tempesta.

 

E SOPRATTUTTO A COLORO CHE CAMMINANO CON DOLORE E RABBIA, CON RESISTENZA E RIBELLIONE, E SONO PERSEGUITATI:

 

Inviteremo a riunioni con i parenti di coloro che sono stati uccisi, scomparsi o imprigionati. A queste riunioni saranno presenti anche le organizzazioni, i gruppi e i collettivi che accompagnano il dolore di queste famiglie, la loro rabbia e la loro ricerca della verità e della giustizia. L’unico obiettivo sarà quello di conoscersi e scambiarsi non solo dolori, ma anche e soprattutto le esperienze in quella ricerca. I popoli zapatisti si limiteranno ad essere ospiti.

 

Le compagne zapatiste convocheranno un nuovo Incontro delle Donne che lottano, nei tempi, luoghi e modalità che decideranno, e comunicando quando e attraverso il mezzo di informazione che riterranno più opportuno. Una volta per tutte avvertiamo che l’incontro sarà solo per le donne, motivo per cui non è possibile fornire altri dati.

 

Vedremo se c’è un modo per tenere un incontro con gli Otroas [coloro che non sono né uomini né donne gli zapatisti li chiamano Otraoas], con l’obiettivo di condividere, oltre che il dolore, anche le ingiustizie, le persecuzioni e altre stronzate che subiscono, ma soprattutto per condividere le loro forme di lotta e la loro forza. Noi popoli zapatisti ci limiteremo ad essere ospiti.

 

Vedremo se un incontro di gruppi, collettivi e organizzazioni che difendono i diritti umani sarà possibile, nella forma e nelle modalità che essi stessi decideranno. I popoli zapatisti si limiteranno ad essere ospiti.

 

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Compagni e fratelli:

 

Siamo qui, siamo zapatisti. Per essere visti, ci siamo coperti i volti; affinché ci chiamassero, abbiamo nascosto negavano il nostro nome; puntiamo sul presente per avere un futuro e, per vivere, moriamo. Siamo zapatisti, per lo più indigeni con radici Maya, non ci vendiamo e tanto meno ci arrendiamo.

 

Siamo ribellione e resistenza. Siamo uno dei tanti martelli che abbatteranno i muri, uno dei tanti venti che spazzeranno la terra e uno dei tanti semi da cui nasceranno altri mondi.

 

Siamo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

 

Dalle montagne del sud-est messicano.

A nome delle basi di supporto zapatisti, uomini, donne, bambini e anziani e del Comitato Rivoluzionario Indigeno Clandestino – Comando Generale degli Zapatisti.

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Moisés

Messico, agosto 2019

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Bilancio e proposte in base all’esperienza vissuta in Rivoluzione

Risultati immagini per mision caracas 2003di Thaís Rodríguez Gómez

Dopo un’assenza di circa due mesi, Caracas mi accoglie con una brezza gelida davanti alla collina Mario Briceño Iragorry a Propatria. Questa collina mi ricorda tante cose dalla fase più felice della mia gioventù: l’inizio della Rivoluzione Bolivariana. Nel 2003, il Comandante Chávez affidò il compito di realizzare la Missione Caracas al primo gruppo di giovani del Fronte Francisco de Miranda, con l’obiettivo di entrare nei quartieri più poveri della capitale, vivere con la gente e realizzare una valutazione sociale che individuasse i bisogni più urgenti della popolazione. Ci andai, da Barquisimeto a Caracas, ispirata da un vortice di idee e speranze, appena quindicenne, con centinaia di giovani provenienti da diverse parti del paese.

Risultati immagini per mision caracas 2003“Ragazzi andate, siate i miei occhi, ovunque fate come se foste Chávez, aiutatemi”, ci disse.

Per quelle coincidenza della vita, il gruppo 5 degli operatori sociali di cui facevo parte doveva arrivare nel quartiere Mario Briceño Iragorry, lo stesso nome del liceo nel quale cominciavo il quinto anno di studi superiori a Barquisimeto.

Mario Briceño era un giovane storico di quella generazione che ha combattuto la dittatura gomezista e che scrisse uno dei più importanti documenti patriottici e antimperialisti “Mensaje sin destino”, nel quale definiva l’intero settore alienato e filo-imperialista della nostra popolazione come “piti yanquis”… per me non fu un caso dover vivere e lavorare per quasi due mesi in un quartiere che porta il suo nome.

In quel quartiere, sin dal primo giorno, compresi appieno Chávez, la sua insistenza, la sua impazienza e la sua urgenza di trovare soluzioni, caratteristiche che l’avrebbero accompagnato dall’inizio della sua vita politica fino al suo ultimo respiro.

Mario Briceño è un quartiere come ce ne sono tanti a Caracas e in Venezuela, dove la povertà si percepisce sui volti della gente. La cosa peggiore non era la miseria materiale, bensì quella spirituale che generalmente l’accompagna: bambini senza padre, senza scuola e con problemi di malnutrizione.

Risultati immagini per mision caracas 2003La prima esperienza che ho avuto è stata quando sono entrata nella casa che ci avrebbe ospitato. Mentre cercavo di raggiungere la finestra (per ogni ragazza che viene da una città pianeggiante è irresistibile arrivare in alto per poi guardare in giù), ma non mi lasciarono nemmeno affacciare poiché, con calma ma con fermezza, mi ammonirono: “No ragazza, non affacciarti. C’è una sparatoria dall’altra parte della collina e un proiettile può arrivare pure qui”. Il monito mi fu dato da Helen, la padrona di casa, donna instancabile e di convinzioni granitiche, una di quelle attiviste di quartiere che sono più importanti di qualsiasi leader politico. In questi 16 anni, da quando l’ho incontrata, ogni volta che la rivedo, le domando: Helen, come stai? E lei risponde puntualmente: sempre uguale, in lotta.

Helen aveva una piccola casa dove viveva con le sue tre figlie, ognuna delle quali aveva un compagno e un figlio. Ci disse senza riserve: “tutti rimarranno qui”; eppure il nostro gruppo era formato da 25 giovani e in aggiunta di tanto in tanto Daniel (uno dei ragazzi del gruppo) portava a casa qualche cucciolo che faceva pipì ovunque. Durante la notte non si poteva circolare nell’appartamento perché il pavimento era ricoperto di materassi che, solo la mattina molto presto, venivano tolti. Dopo un mese che abitavano con Helen, lo spazio si ridusse ancora di più perché fu data una delle tre stanze alla prima coppia di medici cubani che arrivarono nel quartiere.

Che cosa facevamo lì? Ci dividemmo in gruppi di tre persone per andare in giro, entrare nelle case e parlare con la gente, riempiendo un questionario dove si chiedevano varie informazioni: nucleo familiare, grado di istruzione, occupazione, reddito, aspirazioni di miglioramento della comunità, quali mezzi di informazione e che tipo di divertimento preferissero. Pochi giorni dopo eravamo già molto conosciuti nel quartiere e cominciammo a coordinarci con i leaders della comunità per organizzare attività culturali e sportive.

Durante le mie passeggiate nel quartiere ho avuto un compagno inseparabile che mi assicurava che mi avrebbe protetto da qualsiasi cosa, era Manuel, otto anni. “Tu sei la mia ragazza e io mi prenderò cura di te”, mi disse. Aveva perso la vista da un occhio e uno scarso sviluppo fisico ne denunciava la malnutrizione. Era il primo di sei fratelli, gli ultimi due nati con malformazioni genetiche. Vivevano in una specie di grotta, un luogo dove la luce del sole non entrava mai, la madre era tossicodipendente e non c’erano indizi che i genitori si riavvicinassero. Chi era sempre al suo posto era la nonna, una donna che appariva già anziana, ma probabilmente non era tanto vecchia. Bastava guardarle le mani e gli occhi per intuire quanto dura fosse stata la vita con lei. Questa famiglia è stato uno dei casi che abbiamo segnalato con insistenza e a cui facemmo ottenere l’assistenza sociale.

Lì a Briceño ho capito cosa c’è veramente dietro le statistiche, perché è facile dire: 65% di povertà, 25% di povertà estrema, 3 miliardi di dollari persi durante il sabotaggio petrolifero… ma solo quando ti confronti con la realtà le cifre ti entrano come un pugnale fin nel profondo dell’anima.

Nel 2003, periodo in cui portammo a terminare la valutazione sociale e allo stesso tempo svolgemmo altri compiti, Chávez promosse la realizzazione più amorevole ed efficace della nostra Rivoluzione: Le Missioni Sociali. I medici venivano da Cuba, perché in Venezuela i pochi che avevamo non volevano andare nei quartiere popolari o in campagna; mentre le cubane e i cubani si inerpicavano sulle colline, attraversavano fiumi, montagne, savane e dormivano sui materassini. Con una provvista di medicinali, organizzarono, insieme alla comunità, ambulatori di fortuna. Successivamente furono costruiti i moduli sanitari, i Centri di diagnosi integrale e i Centri ad alta tecnologia.

In quel periodo furono creati anche i Mercales e Mercalitos, le case del cibo dove le donne del quartiere si rimboccavano le maniche per cucinare per famiglie come quella del piccolo Manuel. Allo stesso tempo, i gruppi di volontari per la Missione Robinson cominciavano a formarsi. La Missione Robinson ha insegnato ad adulti e anziani a leggere e scrivere e così nel 2005 il Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall’analfabetismo, nonostante i media di destra li deridessero affermando: “pappagallo vecchio non impara a parlare”. Alla fine di quell’anno, il 2003, iniziarono i censimenti per la Missione Rivas e Missione Sucre, per le scuole superiori e l’università.

Risultati immagini per mision caracas 2003Passarono gli anni e si aggiunsero un numero infinito di conquiste sociali: l’Università Bolivariana del Venezuela (dove mi sono laureata come comunicatrice sociale), villaggi universitari in tutto il paese, fu fondata ViVe Televisión (dove imparai a raccontare le storie della nostra rivoluzione), si promossero miglioramenti nelle comunità attraverso i comitati per i terreni urbani, per la salute, per la pianificazione e più tardi i Consigli Comunali. Si raggiunse il risultato di ridurre la povertà all’8%, ottenemmo la piena sovranità sul petrolio (recuperando PDVSA), la nazionalizzazione della fascia petrolifera dell’Orinoco (azione che permise di garantire le risorse economiche per la politica di assistenza sociale). Se citassi una ad una le opere compiute durane la rivoluzione, certamente potrei scrivere un libro di centinaia di pagine.

Nel 2012 a Caracas conobbi il mio amico Javier, che vive nel quartiere Isaías Medina Angarita, proprio di fronte a Mario Briceño e fu inevitabile non fare un bilancio. La prima cosa che mi sono detta è stata: “Ce l’abbiamo fatta!”. Anche se c’era ancora molto da fare, non avevamo più bambini denutriti come Manuel. I ragazzini erano in salute, disputavano tornei di calcio organizzato dal Consiglio Comunale, le facciate degli edifici del Barrio Nuevo e del Barrio Tricolor erano vivacemente colorate, e insomma, nei volti della gente non si leggeva più miseria spirituale, bensì gioia e ottimismo.

Questo risultato fu conseguito grazie alle missioni nate dall’impegno febbrile di centinaia di migliaia di patriote e patrioti disposti a riprendersi il Paese; e, già consolidata la rivoluzione, progetti di successo come la Grande Missione Abitativa Venezuela e una lunga lista di altre cose straordinarie, noi le rendemmo ordinarie. Purtroppo alcuni smemorati attribuiscono questi risultati alla 4a Repubblica, quando invece sono conquiste sociali raggiunte col chavismo.
Questo abbiamo fatto, e dico abbiamo, perché tutti insieme, patrioti e patriote, abbiamo raggiunto questi risultati e di questo sarò sempre orgogliosa. Oggi, 20 luglio 2019, torno a casa di Javier e inevitabilmente ancora una volta si deve fare bilancio: mi rendo perfettamente conto che in termini materiali siamo regrediti, una percezione della realtà che coincide con i dati recentemente pubblicati dalla Banca Centrale del Venezuela, che indicano che siamo tornati agli stessi indici economici del 1999, cioè, che in sei anni di crisi, sotto il profilo economico, siamo tornati al punto di partenza. Tutto questo per i molteplici motivi che hanno generato la crisi iniziata nel 2013. Tuttavia, al di là delle cifre, dobbiamo valutare il campo soggettivo, e lì ci rendiamo conto che la rivoluzione ha inciso, perché c’è un popolo impoverito ma che resiste, con espedienti, speranza e con autostima.

Conosciamo bene le cause di questa crisi. Ce ne sono di esterne: il crollo del prezzo del petrolio, in caduta libera per 2 anni consecutivi, l’attacco alla moneta (componente principale della crisi), il blocco e le sanzioni economiche degli Stati Uniti, il furto del complesso delle raffinerie Citgo, la rapina di parte delle nostre riserve auree e del denaro dallo Stato Venezuelano depositato su conti bancari, e per finire, il sabotaggio della borghesia parassitaria.

La crisi però è dovuta anche cause interne, che ci rendono vulnerabili alle aggressioni: la fuga di capitali operata da una parte del settore imprenditoriale con il consenso di un’amministrazione pubblica corrotta, l’inefficienza, la negligenza nelle istituzioni e nelle aziende dello Stato, con il popolo che patisce per la scarsa qualità dei servizi di base (avvertita pesantemente nella maggior parte degli stati del paese, e molto prima che cominciassero gli attacchi al sistema elettrico); inoltre è necessario sottolineare la problematica fornitura del gas, perché, benché il nostro paese sia una delle maggiori potenze nel settore degli idrocarburi, intere popolazioni, anche all’interno delle grandi città, cucinano con la legna, prassi che provoca effetti dannosi alla salute oltre a produrre un forte impatto sull’ambiente a causa dell’abbattimento indiscriminato degli alberi; la scarsa attenzione, i ritardi e in molti casi la richiesta di indebite commissioni per lo svolgimento delle pratiche nella pubblica amministrazione; l’azione senza scrupoli dei funzionari della GNB (Guardia Nazionale Bolivariana), lungo autostrade e superstrade, che esigono mazzette da chi trasporta forniture (alimenti compresi) affinché tutto fili liscio; la corruzione, che non costituisce solo un problema etico, ma ha assunto dimensioni strutturali al punto da aggravare le dinamiche economiche del paese (quest’ultimo punto meriterebbe un articolo intero), e si potrebbe continuare.

È importante analizzare le responsabilità dirette di chi governa oggi, per mutare il corso delle cose. Ovviamente dalla destra, dai nemici, non ci aspettiamo cambiamenti, al contrario, ci aspettiamo ancora sabotaggi e azioni contro il popolo. Ci tocca continuare a resistere, ma in condizioni di uguaglianza, con un’amministrazione rivoluzionaria delle risorse, senza scuse assurde che fanno perdere legittimità alla dirigenza. Perché è evidente che non tutti abbiamo vissuto la crisi nelle stesse condizioni, che c’è un popolo che si sacrifica da solo, resistendo nonostante alcuni godano di privilegi grotteschi, addirittura alcuni dirigenti che si dicono chavisti, oltre che il settore commerciale, imprenditoriale e la classe politica d’opposizione. In breve, la gestione della crisi si è svolta nel quadro dell’economia capitalistica e quindi è toccato ai lavoratori e alle lavoratrici soffrire, ma la piramide deve essere invertita.

Mi chiedo:

Perché non affrontare i problemi con lo stesso spirito febbrile che ha caratterizzato l’inizio della rivoluzione, in modo da risolvere i bisogni più urgenti della popolazione? Che siano coinvolti i sindaci, i governatori, i ministri, che girino in lungo e largo il paese, organizzando e accompagnando il popolo! Purtroppo li vediamo tutti molto distanti, muoversi su grandi SUV, temendo di avvicinare il popolo, e quando appaiono in TV, sono quasi tutti ingrassati.

Perché non attivare un piano di risanamento di PDVSA, con la partecipazione di tecnici e ingegneri patrioti che, con le loro conoscenze, creatività e onestà, promuovano un programma di lavoro che recuperi le molte aree attualmente inattive o carenti? Sì, è possibile! L’Esercito Produttivo (un gruppo di lavoratori ingegneri che su base volontaria hanno superato ogni genere di ostacoli, compreso il sabotaggio della burocrazia), l’anno scorso ha raggiunto gli obiettivi prestabiliti della Battaglia Produttiva nel complesso di raffinazione del Paraguaná: in brevissimo tempo hanno riparato numerose strutture con le proprie sole forze. Esperienze come queste dovrebbero essere parte di un Programma Statale e non solo un’iniziativa popolare nata dalla lotta contro strutture amministrative, che per oscure ragioni, vi si oppongono.

Perché non implementare un metodo di gestione trasparente che miri a sradicare le pratiche di corruzione nell’industria, in particolare nel settore Commercio e Forniture, cervello commerciale della PDVSA? Il recupero dell’industria, in questo momento particolare, è la cosa più urgente per garantire le risorse necessarie alla società.

Perché non vediamo piccoli mercalitos nei quartieri? Per di più se diamo un’occhiata ai negozi Clap nel CCCT [Centro Ciudad Comercial Tamanaco, un centro commerciale situato a Caracas, NdT] troveremo prodotti importati a prezzi inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Molti di questi articoli: liquori, condizionatori d’aria, trucco e altri beni d’importazioni, non sono certo beni di prima necessità!

In piena crisi alimentare, perché non dichiariamo guerra ai latifondi, come fece Chávez nel 2006, incentivando la produzione, invece di sfollare i contadini per garantire la terra ai privati? Perché criminalizzare i contadini più poveri, che hanno dato sangue e sudore per la rivoluzione, invece di sostenere con i fondi statali la mafia agraria che cospira contro il governo?

Si potrebbe preparare un piano di lavoro per la terra, stabilendo obiettivi di produzione dove, dal Presidente al Ministro, fino ai funzionari, i quali con il loro esempio incentivano, contribuendo con giornate di lavoro volontario, il raggiungimento degli obiettivi. È necessaria una grande alleanza con i contadini organizzati nelle Comuni.

Perché non vediamo coinvolti i militari nei compiti urgenti di piantare, produrre e recuperare le aree, come è stato fatto all’inizio della rivoluzione con il Piano Bolivar 2000, quando la necessità di superare la povertà è stata affrontata senza disporre di risorse anche perché all’epoca PDVSA non era ancora stata nazionalizzata? Torniamo all’unità civico-militare proposta dal Comandante Chávez e sradichiamo gli abusi e la corruzione all’interno della FANB.

Correggiamoci, torniamo sulla strada indicata da Chávez, perché la gente resiste e questo si aspetta.

La dirigenza, almeno la parte ragionevole che ancora resta, deve scendere per le strade, incontrando i bambini che deambulano per Sabana Grande, o in qualche altro angolo del paese, parlare con le donne che bloccano le strade perché manca il gas, guardarle in faccia, impegnarsi e non voltare le spalle a quella speranza che vive ancora negli occhi della gente… scuotersi e agire, come fece Chávez. Farlo con urgenza, senza indugio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Ilich Ramírez: sempre rivoluzionario

da DiarioVEA – Caracas

“La struttura dell’Esercito Bolivariano, con l’appoggio delle milizie popolari, permetterà di resistere ad ogni aggressione imperialista”, ha dichiarato il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, sequestrato dallo Stato francese nel carcere de La Maison Centrale, e intervistato dal suo compatriota José “Cheo” Sánchez, membro del Comité para la Repatriación. Il titolo originale del presente scritto è El hombre detrás del muro ed è stato ceduto a Diario Vea dalla emittente comunitaria Al Son del 23.

Il treno arrivò presto. Cheo scese e con passo sicuro raggiunse l’ingresso della stazione. La facciata si caratterizzava per un design moderno, realizzato con una commistione di metallo e vetro, ornata da un grande orologio sulla porta principale. Cheo si voltò e guardando l’orologio si rese conto che mancava ancora qualche ora all’incontro. La strada silenziosa e solitaria, la città sembrava morta. Si sistemò la giacca e provò ad imboccare una di quelle strade solitarie, cercando un posto dove riordinare le idee. Percorso qualche metro, sentì il parlottio di alcune persone che proveniva da La Collegiata di Notre-Dame, una Chiesa parrocchiale che conosceva per le torri visibili da lontano e che costituivano il suo punto di riferimento. Non distante dalla chiesa trovò un mercato e appena più in là, una fiera dove i contadini, una volta a settimana, vendevano i propri prodotti. Lì rimase a guardare la roba in vendita. Proseguì finché non ritrovò il luogo dell’incontro. Ripercorse la zona varie volte per non perdersi. Poi entrò in un ristorante dove attese l’ora prestabilita. Arrivando all’antico convento delle monache Orsoline, oggi più conosciuto come Penitenziario di Poissy, il luogo d’incontro, cercò l’ingresso. Fu invaso da un certo nervosismo. Ogni cosa gli ricordava i difficili anni di detenzione ed era logico fosse così. Dieci anni sono una bella fetta di vita per un uomo. Il portone che individuò sulla destra dell’edificio era diviso da due tubi, in uno dei due c’era il campanello e la videocamera di sorveglianza. Suonò e si avvicinò alla videocamera. Trascorso qualche secondo la porta si aprì, entrò e si trovò in un cortile dove un agente, dietro ad una grande finestra di vetro rinforzato all’interno con delle sbarre, lo accolse. Gli consegnò il permesso per la visita, ottenuto un mese e mezzo prima. L’agente gli diede una chiave col numero 12, con questa poté aprire l’armadietto dove  ripose le cose che aveva con se: all’interno del carcere i visitatori non posso introdurre niente. Gli consentirono di portare solo carta e matita. Successivamente attraversò un metal detector simile a quelli in uso negli aeroporti accedendo in una stanza dove si ritrovò con sei donne e un uomo, anch’essi visitatori. Le donne, molto cortesi, gli offrirono un caffè. Erano le 13 e mancava ancora mezz’ora alla visita. Alle 13 e 25 un agente lo chiama e lo accompagna in un altro edificio, passando per un parcheggio; entrano nell’edificio, in una grande stanza, dove da una parte c’era una cabina e dall’altro lato c’era una grande finestra attraverso la quale si potevano scorgere i prigionieri che aspettavano per le visite. Cheo individuò Ilich tra i prigionieri che, con il pugno alzato, lo salutava. Si, Ilich già l’aveva riconosciuto (e chi non riconosce il Nero Cheo?). Quando si apre la porta al lato della finestra, i due si perdono in un grande abbraccio. Ilich sembra essere felice, con la pancia tipica dell’età; la chioma bionda e riccia di un tempo si era mutata in una capigliatura bianca, rada e liscia. Non si conoscevano personalmente; i contatti erano avvenuti solo per lettera o telefono. Alla fine era arrivato il momento di parlarsi a lungo e fittamente senza che nessuno li disturbasse, nemmeno il tempo. Ilich domandò a Cheo il numero della chiave che gli era stata consegnata al momento di entrare. La 12, fu la risposta. Allora Ilich come un buon anfitrione, cercò la cabina corrispondente, aprì la porta e lo invitò ad entrare. La stanza era piccola, con una ancor più piccolo tavolo fissato al muro e tre sedie. Questa non è buona, disse a Cheo, cerchiamone una più grande. Così uscirono dalla stanza e rapidamente Ilich ne trovò una adatta, aprì la numero 5, con finestrella e tendina inclusa.

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Ilich, tu non puoi immaginare quanto sia contento di essere qui con te, di salutarti e portarti la solidarietà dei miei compagni e della nostra organizzazione. Senza di loro non sarebbe stato possibile questo incontro
.

Grazie e benvenuto alla Maison Centrale di Poissy. La Maison Centrale di Poissy, come le altre Maison Centrales di Francia, ospita i prigionieri pericolosi, il più delle volte condannati a lunghe pene detentive, o coloro che si ritiene abbiano scarse possibilità di reinserimento sociale. Il regime detentivo di questa prigione è centrato principalmente sulla sicurezza. La Maison Centrale di Poissy occupa un antico convento delle monache Orsoline, i cui edifici furono trasformati e resi idonei alla reclusione dal 1817 e trasformata in Casa Correzionale dal 1821. È ubicata nel centro storico della città vecchia, vicino la chiesa collegiale, al numero 17 di Rue de l’Abbay. Fu una chiacchierata abbastanza lunga, durante la quale si assegnarono il compito di ripercorrere 140 anni di ricordi.

Dopo un po’, Cheo domandò a Ilich:

Ti dispiace se passiamo alle domande?

Forza, cominciamo!

Ilich, si parla molto di te, del fatto che sei un terrorista, mussulmano, internazionalista e donnaiolo. Cosa rispondi a queste voci?

Sono entrato nella gioventù comunista del Venezuela (JCV) nel gennaio del 1964 e continuo ad essere comunista e internazionalista, ho combattuto tutta la mia vita contro i terroristi imperialisti e sionisti.  Mi piacciono le donne (sono eterosessuale) e io piaccio a loro. Comunista stalinista, credo in Dio, come il compagno Stalin. Lui era ortodosso mentre io sono musulmano.

Sei marxista o musulmano?

Marx affermò che non era marxista, bensì comunista. Mio padre (ateo e anticlericale) mi insegnò che Maometto è la principale personalità storica, come ha affermato anche un comunista francese nella sua biografia su Maometto, autore di origine giudea e ateo.

Ti senti ancora palestinese?

Sono venezuelano per il sangue ricevuto e palestinese per il sangue versato.

Come vedi, da qui, l’attuale lotta palestinese e i territori occupati?

La divisione ideologica e confessionale ritardano la liberazione della nostra santa terra palestinese dall’occupazione sionista.

Qual è la posizione dei paesi europei nei confronti della causa palestinese?

È una posizione opportunista, ad eccezione della Spagna (sotto Franco), tutti i paesi dell’Europa occidentale ed orientale riconobbero Israele.

Tre ergastoli. In quanti carceri sei stato?

Sono stato condannato 5 volte alla pena a vita (due volte in appello). Sono sopravvissuto a sei prigioni francesi: La Santé, Fresnes, Fleury-Mérogís, Saint Maur, Clairvaux e Poissy.

Da quanto sei detenuto a Poissy?

Giunsi a Poissy il 15 aprile del 2008, arrivavo da Claivaux.

Per quanto tempo sei stato in isolamento e dove?

Sono stato 10 anni in totale isolamento: 8 anni a La Santé, due a Fresnes, qualche settimana a Fleury-Mérogís.

Com’è il rapporto col personale del penitenziario qui a Poissy?

Con alcune eccezioni, gli agenti sono molto rispettosi nei miei confronti.

Come e in cosa occupi le ore del giorno?

Frequento cinque volte alla settimana lezioni della durata di due ore del Corso di laurea in Lettere dell’Università Paris VII-Denis Diderot. Cammino un po’, fumo sigari cubani nel cortile principale ogni pomeriggio; faccio le mie telefonate ai numeri autorizzati, solitamente ai miei avvocati.

Hai rapporti  con gli altri detenuti? E di che tipo?

Gli altri detenuti mi rispettano; e poi difendo i nostri diritti.

Come ti procuri beni personali, il bucato, ecc?

I beni personali vengono acquistati nella spaccio, tramite acquisti esterni, oppure vengono depositati da visitatori e avvocati.

Hai accesso alla televisione, alla radio, ai libri, a internet?

Tutti i detenuti hanno accesso alla radio e alla televisione, ma non a Internet. Ho una buona biblioteca nella mia cella “doppia” (circa 17 m²).

Ti sei sentito abbandonato dai palestinesi, dal governo venezuelano, dalla tua famiglia, da tua moglie(i)?

Sono un eroe della causa palestinese, ammirato dai popoli arabi. I traditori della Rivoluzione Bolivariana sabotano il mio ritorno nel paese. La mia famiglia è solidale. Le donne che mi amano continuano ad amarmi.

Risultati immagini per Ilich Ramirez sanchez repatriacionHai fiducia che un giorno non troppo lontano potrai essere rimpatriato?

Devo essere rimpatriato! Coloro che ritardano il mio rimpatrio sono traditori della Patria.

Dopo questa domanda si sono presi una pausa e hanno deciso di continuare il giorno dopo. La visita si è conclusa con i ricordi di una vita passata, che se dovessero rivivere, rispenderebbero sicuramente combattendo per la rivoluzione, come hanno fatto fino ad oggi.

Cheo accusò una stanchezza emotiva e aveva bisogno di una pausa e di un po’ di silenzio per sistemare le idee. Quelle emozioni scorrevano come fiumi irruenti nella sua mente. Si congedarono come quando si erano incontrati: con un grande abbraccio. Ci vediamo domani.

Il giorno seguente Cheo arrivò puntuale. Conosceva la strada, così che non gli costò fatica arrivare alla Maison Centrale di Poissy. Bussò e guardò nella camera di sicurezza, più sicuro del giorno precedente, entrò. Passando tutte le procedure di accesso, arrivò dove c’era la cabina e la finestra.

Questa volta si portò dieci monete da un euro. Era permesso portarle per comprare il caffè al distributore.

Dopo essersi salutati, Ilich aiutò Cheo ad utilizzare il distributore che era stato collocato lì grazie all’iniziativa dell’organizzazione dei detenuti, nella quale Ilich gioca un ruolo di primaria importanza.

Ilich prese delle monete e mentre aspettava il caffè ne diede alcune ad un ragazzo che lo guardava avidamente. Entrarono nella cabina ognuno con il proprio caffè e dopo una breve conversazione continuarono con le domande.

Il socialismo è l’argomento della destra mondiale per sottolinearne il fallimento. Quando in realtà è il capitalismo che è fallito, ampliando il divario sociale e producendo sempre più poveri nel mondo. Credi ancora nel Socialismo? E se si, in quale?

Gli Stati socialisti europei sono collassati. Gli Stati capitalisti e il capitalismo sono nella loro fase terminale: l’imperialismo. Sono comunista e credo fermamente che il socialismo trionfa solo quando si adatta alle condizioni storiche e sociali proprie di ciascun paese.

Il comandante Fidel Castro credeva che la lotta armata non fosse più una modalità di lotta valida ed era necessario trovare altre forme di lotta. Cosa ne pensi?

La lotta rivoluzionaria armata non è un’opzione, bensì una necessità storica che ci impone il nemico imperialista, sionista e i suoi alleati.

Ritieni che il disarmo delle FARC alla frontiera tra Colombia e Venezuela abbia agevolato le aggressioni imperialistiche?

Evidentemente. D’altro canto credo che il ritorno alla lotta politica legale costituirà un passo verso la vittoria del socialismo in Colombia.

Si dice che la Forza Armata Nazionale Bolivariana sia compatta nel sostegno al governo del legittimo presidente Nicolás Maduro. Cosa ne pensi se di fronte a un attacco imperiale, attraverso la Colombia, il Brasile e alcune isole caraibiche, questa subisse un primo colpo ferale? Ci sarebbe una sbandata dell’esercito, come è successo in Iraq?

In Iraq non c’è stato alcuna disfatta militare nel 2003; La resistenza baathista fu organizzata dopo il bombardamento degli USA del 1991 e continua a resistere con successo agli invasori, sotto il comando del compagno comandante generale Izzat Ibrajim al-Douri. Un’invasione degli USA in Venezuela è improbabile anche se Colombia, Brasile e Antille olandesi sono al loro servizio.

Le milizie popolari bolivariane sono una garanzia oltre all’esercito per una resistenza popolare di lunga durata, come nel caso della Siria?

La struttura dell’esercito bolivariano, con il sostegno delle milizie popolari, permetterà al Venezuela di resistere a tutte le aggressioni imperialiste.

In che modo credi che interverranno Russia e Cina di fronte ad un’invasione del Venezuela per difendere i loro investimenti e interessi, o eserciteranno solo pressioni politiche presso le screditate Nazioni Unite?

Russia e Cina hanno già dichiarato che sono disposte ad aiutare militarmente il Governo bolivariano, difendendo in questo modo i loro rispettivi interessi geo-strategici, economici e finanziari. Dichiarazioni serie.

Che ricordi hai del Café Metelitza e delle strade del centro di Mosca?

Non ricordo il Café Metelitza. Le strade del centro di Mosca mi portano alla memoria la Piazza Rossa e i buoni alberghi; sono stato lì l’ultima volta nel 1978.

Ricordi come si chiamava la tua insegnate di russo e il suo cane? Era bella, no?

Non ricordo il nome della professoressa né del suo cane, ricordo invece che era meravigliosa e mi corteggiava.

Quando hai iniziato l’università, conoscevi già un po’ di russo, ma anche l’inglese e spagnolo, naturalmente. La tua fonetica in tutte queste lingue era orribile. L’hai migliorata col tempo?

Ho iniziato a studiare il russo a Londra con mio fratello Lenin nel 1968. La mia fonetica è ancora terribile in tutte e otto le lingue che parlo.

Credi che la giovinezza sia troppo breve?

Nella mia famiglia viviamo tutti almeno 90 anni, sia dal lato di mia mamma che di mio padre. La mia gioventù ha avuto lunga durata.

Che cosa ti manca quando sei giù di morale?

La libertà con i miei compagni e la vita familiare.

Se potessi tornare indietro nel tempo, saresti dietro le sbarre qui in Francia?

Sicuramente no, perché invece del Sudan mi sarei recato in Iraq.

“Il mio Paese è dove vivo”, dicono gli spagnoli. Dopo tanti anni in giro per il mondo, qual è il tuo Paese?

Sono Venezuelano e sono un fedayn Palestinese.

Dopo più di un quarto di secolo dietro le sbarre, come percepisci lo sviluppo della tecnologia digitale?

Ho sul groppone più di 25 anni di galera, non conosco la tecnologia digitale.

Aveva ragione lo Zio Simón (Simón Díaz) quando cantava: “perché dopo questa vita, non abbiamo un’altra possibilità” ?

Simón Díaz intendeva solo la vita sulla terra.

Ilich, in  Svezia è stato trasmesso il documentario di Sophie Bonnet. Lo hai visto. Dopo averlo visto, mi sono venute in mente alcune domande: che vita fa la madre tedesca di tua figlia, vive in Venezuela, che rapporti hai con lei?

Il cosiddetto documentario di Sophie Bonnet è pieno di bugie. Maddalena Kopp è morta di cancro a Francoforte. Elbita vive a Francoforte con il marito e ha due figli. È architetto.

Quante volte ti vengono a trovare tua figlia e i tuoi nipoti?

Dato che a suo marito viene negato il permesso di farmi visita, non può venire a trovarmi spesso. L’ultima volta è venuta a trovarmi per il mio sessantanovesimo compleanno.

Pensi che sia possibile ottenere la grazia o il rimpatrio?

Nessun indulto! Ma rimpatrio, si! Quando ripuliranno il Governo bolivariano dai traditori infiltrati.

Cosa vorresti fare se si verificasse uno dei due casi di cui sopra?

Grazie alla mia lunga esperienza potrei occuparmi della sicurezza dello Stato bolivariano del Venezuela.

Nel documentario di Sophia Bonnet, si dice che il leader palestinese ruppe le relazioni con te dopo la decisione che prendesti nel caso degli ambasciatori dell’OPEC (rapiti), cosa ne pensi?

Quando mi dimisi dal FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) il 15 maggio 1976 (a Baghdad), il dottor Wadie Haddad piangeva e mi implorò di non dimettermi, ma non volevo essere coinvolto nella scissione tra due operazioni estere (Abu Hani) e l’Ufficio politico (George Habbash) nonostante nel febbraio 1976 ad Aden Abu Hani mi avesse promosso al Burò Politico. Ho conservato buoni rapporti con entrambe le parti e, con altri cinque compagni, abbiamo fondato l’Organizzazione degli internazionalisti rivoluzionari ad Algeri nel giugno 1976. Abdelaziz Bouteflika è testimone che ho rifiutato i 50 milioni di dollari che mi sono stati offerti dai governi di Arabia Saudita e Iran per non giustiziare i loro ministri. Hans-Joachim Klein è un bugiardo patologico, un agente nemico.

Ogni risposta era accompagnata da commenti, storie e ricordi, così il tempo è diventato troppo breve. Si sono detti addio con un grande abbraccio, da compagni.

Cheo già sapeva che sarebbe tornato. Il giorno seguente prese l’aereo che lo avrebbe riportato a casa.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

La trampa de la energía

Sustantivo: si dominas la energía tienes poder.

Verbo: si tienes energía, puedes.

***

Somos vulnerables porque la configuración, los métodos, el “modo” en que estamos diseñados como sociedad fueron decididos y desarrollados por el enemigo.

Si el enemigo creó y diseñó la manera en que accedemos a la energía, el enemigo decide cuándo y cómo será ese acceso a la energía, y cómo y cuándo ese acceso se interrumpe.

Energía: alimentos, electricidad, gasolina, gasoil, gas doméstico. Saque la cuenta de cuántas veces nos han cortado o entorpecido el acceso a esas fuentes de energía y ahí tienen, diáfano y monstruoso, el método, la perversa forma en que el enemigo ejerce la gestión de la energía en contra nuestra, cada vez que le da la gana.

***

Un pueblo que se declara en rebeldía tiene una misión primaria, que es destruir o al menos cuestionar lo existente, lo que nos acostumbraron a ver como algo normal.

Un pueblo que se declara en Revolución tiene otra misión primaria, que es sustituir la forma de funcionar de la sociedad existente, esa cosa “normal” donde la energía hay que comprarla.

Destruyes mientras vas construyendo. Revisen ustedes a ver qué hemos destruido y qué hemos construido.

***

Decir “el petróleo es nuestro” es una declaración ingenua. Sería nuestro el petróleo si nosotros hubiéramos creado alguno de los mecanismos y maquinarias necesarias para su extracción y procesamiento. Tener un océano de petróleo pero depender de los artefactos creados por el enemigo para extraerlo y procesarlo es como tener mamá pero tenerla muerta.

Lo que está tratando Estados Unidos de revertir es el atrevimiento de un loco que quiso darle una voltereta a la historia y decidió que ese petróleo no era de los gringos y los ricos sino de los negros, los indios, los pobres, los condenados y los maldecidos de la tierra. La jugada funcionó un rato, pero ahí vienen los gringos por lo que consideran suyo; nuestra misión es evitar que la hegemonía mundial, dueña de la energía del planeta, venga y desbarate el sueño de Chávez así tan fácil y de gratis.

***

Eso de la propiedad de la energía en manos de gobiernos y corporaciones, de los poderes hegemónicos, se ha convertido en norma y orden, en imperio de facto, por vía de la fuerza, por vía del chantaje legal y también mediante un persistente y muy hábil manejo de la ideología y la cultura, de la imposición de valores y necesidades no siempre reales. A ver si logramos ilustrar ese enunciado tan retorcido con algún ejemplo actual.

A ver: Guri. A cualquiera de nosotros se nos pregunta: “Si Estados Unidos sabotea e inutiliza Guri, ¿qué procede hacer?”. La respuesta mayoritaria seguramente será: “Pues hay que reparar el Guri”. Suena obvio, y en cierta forma lo es, pero no es definitivo ni concluyente; hay que reparar lo que dañaron en Guri para resolver lo que nos depara el futuro inmediato. Pero hay un futuro que no es tan inmediato, y ese es un territorio que deberíamos imaginar, diseñar y construir mediante una lógica distinta a la que hizo posible el sistema basado en la represa de Guri. A menos, claro, que nuestros planes sean estar sujetos para siempre a Estados Unidos y pagar la estabilidad de un sistema eléctrico nacional a punta de petróleo y sumisión. Nos portamos bien con EEUU y ya EEUU no nos sabotea más el Guri. Que siga esa fuente de energía al servicio del capitalismo transnacional: suena fácil, y ya muchos compraron esa opción.

Al finalizar el gigantesco apagón de estos días la expresión y la sensación general fueron de júbilo: nos salvamos, superamos el sabotaje. A muy poca gente se le habrá ocurrido que esa cosa que hemos reparado es obra del enemigo, y que seguirá dependiendo del enemigo lo esencial de su funcionamiento: los repuestos, la tecnología, el conocimiento del mecanismo y del sistema son obra del capitalismo, por lo tanto:

A) volverán a sabotearlo en el futuro, y

B) Si esa mierda le ha servido a la ciudad capitalista entonces no nos sirve para la construcción del socialismo.

La felicidad de nuestra gente por la hazaña de haber restaurado el sistema Guri me recordó, inevitable e irremediablemente, esa repulsiva, estúpida (iba a decir “infantil” pero la mayoría de los niños no se merece el insulto) e inexplicable actitud de nuestros propagandistas, que exhiben y difunden como un logro social arrechísimo el que miles o millones de personas se movilicen en carnaval y semana santa a rejoder las playas y demás entornos naturales con su ruido, su consumismo y su basura citadina. “Aquí no hay crisis, mira cómo perrea y se emborracha esa multitud”. La crisis es también esa condición mental (cultural e impuesta) que lleva a esos vergajos a despilfarrar lo que deberíamos invertir mejor como país (gasolina, fuerza de trabajo, tiempo productivo: ENERGÍA). Un sujeto que dilapidó 500 litros de gasolina y varios kilos de alimentos y bebidas en la misión suprema de movilizarse 600 kilómetros ida y vuelta, sólo para broncearse, saturar de mierda y ruido un pequeño pueblo de Venezuela; para evadirse de la actual situación de guerra, para echarse unas fotos y que lo vieran bailar: ese irresponsable no merece ser mostrado como ejemplo de lo que significa ser feliz. Entre otras cosas, porque ese mismo idiota que echó a la basura ese montón de recursos energéticos corporales, logísticosy de maquinaria, seguramente se sobresaltó el viernes por la noche y lanzó su sentencia: “Marico pero ¿qué pasó? O sea, ¿por qué el gobierno administra tan mal la energía? ¡Exijo que me devuelvan MI derecho a despilfarrar energía, ¡O SEA!”.

Si la felicidad consiste en derrochar recursos limitados entonces usted nunca va a ser feliz, porque los recursos y la energía no le pertenecen. Usted accede a las formas de energía a las que nos habituó el capital porque tiene con qué pagarlas o hay “alguien” que las paga por usted. ¿Es gratis la gasolina? No: el Estado la paga por usted. Y usted decide si la administra con fines justicieros o la despilfarra.

Así ha funcionado y sigue funcionando la imposición de un modelo civilizatorio: convence a tus esclavos/consumidores de que más allá de este sistema no hay alternativas ni posibilidades. Hemos sostenido insólitas discusiones con camaradas marxistas, que escupen y se escandalizan cuando uno propone repensar la forma de producir alimentos, porque según su visión no es viable ni deseable activar los poderes colectivos del pueblo en la misión de realizar tareas de producción. No señor: eso le corresponde a la clase campesina; lo que hay es que ponerles a los campesinos un sueldo digno y mejorarles la calidad de vida y zámpele, compañero, en la lógica agroindustrial. Calidad de vida, empleo, agroindustria, campesinos: no nos atrevemos a conmover y tan siquiera a cuestionar los esquemas y los conceptos del capitalismo, pero reclamamos la etiqueta de vanguardia revolucionaria.

De nuestro Simón Rodríguez y del ejemplo de Vietnam deberíamos o debimos aprender hace rato lo esencial de la gran guerra civilizatoria en que estamos metidos: al enemigo se le derrota con armas, pensamiento y procedimientos propios. Con las armas que ellos mismos inventaron lograremos alguna victoria, pero sólo la creación genuina de métodos, hechuras y estructuras produce victorias perdurables.

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