Brescia 28ago2019: Venezuela, ONU le narrazioni tossiche e la realtà

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“IL VENEZUELA, L’ONU, LE NARRAZIONI TOSSICHE E LA REALTA'”

Intervengono:
MARINELLA CORREGGIA (Giornalista),
YOSELINA GUEVARA (Venezuela) e personale del Consolato Venezuelano di Milano

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Organizzato da Festa Provinciale PCI Brescia – Per il lavoro e la libertà dei popoli

(VIDEO) Il Venezuela visto dalla base

di Marinella Correggia
sibialiria.org

Quarantacinque giorni in diverse zone del Venezuela, urbane e rurali, in una visita totalmente autofinanziata e autogestita, e potendo soggiornare in case di amici e non in hotel. Un modo per cogliere la realtà e i punti di vista di migliaia di venezuelani. 

Senza filtri, senza mediazioni. 

Camminare per quartieri e barrios, visitare esperienze produttive e sociali, parlare con le persone (molto aperte) in metrò, sui pullman, nelle case, perfino durante la raccolta dell’acqua nei periodi di black out: ecco come si coglie la resilienza – nelle difficoltà – di un popolo durante una guerra di nuova generazione che fa del paese un epicentro geopolitico.

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LaIguanaTv 26mar2019: Debate con Marinella Correggia

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San Juan de los Morros 21mar2019: Encuentro con Marinella Correggia

SIEMBRA DE CHÁVEZ

En el Marco de los seis (6) años de la siembra del comandante Chávez la UNERG, FREUNERG y la cátedra UNASUR tienen el honor de invitarl@s a la Conferencia CHÁVEZ, PRESIDENTE DE LA PAZ Ponente: Marinella Correggia.

Lugar: auditorio Hugo Chávez Frias

Fecha: jueves 21 de marzo 2019

Hora: 2 pm

La marcia degli invincibili derubati

L'immagine può contenere: 9 persone, persone che sorridono, persone in piedi e spazio all'apertodi Marinella Correggia

Caracas, 15mar2019.- Gabriela Molina Galindo del Movimiento ecologista venezolano (Meven) era dispiaciuta: troppo tardi e a cose fatte hanno saputo delle marce per il clima svoltesi il 15 marzo in diverse città del mondo… Ne avrebbero volentieri organizzata una. Il suo gruppo lavora sulla base dell’obiettivo V del Plan de la Patria, un progetto di civiltà tale da superare il capitalismo di rapina.

Il Meven era fra i partecipanti ieri alla marcia antimperialista a Caracas (e gentilmente portava anche un cartello italiano, contro le guerre e i golpe per il petrolio). Per chilometri e per ore hanno sfilato con magliette rosse e cappelletti, dopo ore di attesa alla partenza, pazienti sotto il sole.

In questi giorni si dovrebbe commemorare l’avvio di numerose guerre dell’Impero (come per l’impero romano, quello Usa inizia molte campagne belliche nel mese di marzo, il mese dedicato al dio della guerra): Yugoslavia il 24 marzo 1999, Iraq il 20 marzo 2003, Libia il 19 marzo 2011…

A Caracas l’oceanica manifestazione è stata come al solito pacifica – e molto orgogliosa di aver superato la prova delle ristrettezze idrico-elettriche. «El apagón no tumba la revolución» (il black-out non fa cadere la rivoluzione), recitava un cartello. Fra i  numerosi del Frente Francisco de Miranda, specializzato in opere sociali, creato nel 2004, dicono orgogliosamente, da Hugo Cháveze da Fidel Castro – numerose le bandiere cubane del resto. Ma anche «500 anni dopo tornano a rubare il nostro oro»: per ricordare che la campagna cosiddetta umanitaria messa in atto dagli Usa e dai loro lacchè contro il Venezuela è surreale, viste le sanzioni e il sequestro in atto dei beni venezuelani all’estero. «Usa ladroni», «Ci restituiscano la Citgo» (la Citgo Petroleum Corp, controllata petrolifera venezuelana della quale il giudice distrettuale Usa Stark ha disposto il sequestro l’anno scorso).

Qualcun altro ricordava che «Chávez ha trasmesso a Maduro la capacità di resistere ai colpi di Stato». Una donna colombiana (ne risiedono in Venezuela 5 milioni) leggendo il giornale gratuito Ciudad Caracas commentava con i vicini: «Chissà perché nessuno si scandalizza per i continui omicidi di leader popolari nel mio paese», concludendo con un «Cristo vive». Molto colorata la rappresentante del Movimento degli afrodiscendenti nonché organizzatrice nel sistema di vendita popolare Mercal.

E insieme agli slogan «Guaidò pagliaccio» e agli onnipresenti venditori degli assurdi lecca-lecca montati su canne da zucchero traforate («purtroppo sono la moda del momento anche se costano quanto una cassa di generi essenziali sovvenzionati quasi alla gratuità dal governo», commentava una ragazza del Meven) sfilava anche, portato da una donna, un «Paz y resistencia». Non c’è bisogno di traduzione.

Alla marcia hanno partecipato anche alcuni attivisti dell’orto comunitario Zamora, mentre gli altri curavano il loro spazio scosceso dove accanto alle erbe medicinali e a sistemi artigianali di irrigazione goccia a goccia, si arrampicano fagioli di varietà recuperate dall’estinzione e la moringa, albero miracolo la cui importanza fu indicata da Fidel a Chávez. Ma anche lì nell’orto, si discorre di agroecologia e al tempo stesso del suo contrario: le guerre dell’impero, sulle quali i venezuelani di base si dimostrano molto informati. A differenza degli italiani di base e di vertice.

(VIDEO) Marinella Correggia: No pudieron destruir Siria


Entrevista Conflicto en Siria Política Venezuela

Marinella Correggia: No pudieron destruir Siria

Viernes 15 de marzo de 2019 | 15:00 hrs

En entrevista par teleSUR, la periodista Marinella Correggia ofreció un análisis sobre los daños ocasionados durante los ocho años que ha durado la guerra en Siria, el papel de los grupos terroristas, los miles de muertos y heridos y el desplazamiento de personas que huyeron de la violencia, recordando también los casos de Libia, Irak, Afganistán y Yugoslavia. Correggia habló del papel de actores nacionales e internacionales que contribuyeron a la agresión y a la manipulación de la realidad, armando un círculo vicioso para armar una narrativa en torno a un dictador que masacraba a su pueblo. teleSUR

La resilienza politica in una grave emergenza materiale

di Marinella Correggia

Caracas.- La penuria di acqua (il latte di Madre Terra come lo chiama il filosofo della Bolivia ed ex ministro David Choquehuanca, ora segretario dell’Alleanza Alba) fa passare in secondo piano quello che era il primo pensiero dei venezuelani: acquisire a prezzi abbordabili gli alimenti e i prodotti che non essendo essenzialissimi non sono distribuiti a prezzi ultra-sovvenzionati. Le persone si organizzano anche negli strascichi del black out – che peraltro continua in vari quartieri della città e del paese e che fa pendant appunto con i rubinetti a secco.

Resilienza più politica che tecnica

Va detto che la resilienza dei cittadini venezuelani è innanzitutto politica. Lunedì (altro giorno feriale per via del non funzionamento del metrò e dei problemi di luce e acqua), la Radio nazionale del Venezuela (Rnv) trasmetteva da piazza Bolivar sia i messaggi e i tweet di cittadini da vari luoghi del paese che tutti contenti annunciavano il ritorno della luce dopo l’apagón (come chiamavano a Cuba negli anni 1990 i lunghi periodi senza corrente elettrica), sia l’esortazione del ministro dell’educazione Aristóbulo Istúriz Almeida. Parlando da un ennesimo raduno a Miraflores (sede della presidenza della Repubblica), ha esortato «i 54 movimenti che formano il Congresso dei popoli a formare il Movimento per la difesa e la protezione dei servizi pubblici, e a mobilitarsi nelle piazze in permanenza, un atto fondamentale in questo picco». Non c’è che la strada, direbbe Giorgio Gaber.

Le bugie dell’opposizione sulla causa dell’apagón e un venditore di caffè ambulante

Il signor Luis vive nel sobborgo Pastora ma con la moglie vende caffè la mattina al suo banchetto davanti a una chiesa bianca, vicino alla metro La Hoyada. Oltre a essere l’unico a offrire un caffè buono ed economico (anche se è aumentato da 100 a 150), e a portare da casa oltre ai thermos le tazze non usa e getta (ne hanno circa 50, poi tornano a casa a lavarle), è una persona che sa un’infinità di cose perché, come dice la moglie, «non ha Internet ma legge, legge, legge» (e guarda i programmi televisivi culturali e politici). A casa loro adesso hanno la luce ma non l’acqua, problema della pompa. Gli chiedo: «Questo black out, il più importante forse in un paese non povero, secondo alcune reti sociali sarebbe dovuto non al sabotaggio cibernetico ma a un incendio forestale arrivato fino alla centrale idroelettrica di Guri…». Scuote la testa: «Che idiozia propagandista! Sono saltate in successione varie centrali, non solo Guri che è la più grande e la terza al mondo, alimentata dal fiume Caranì. Quindi assurdo. Purtroppo i giovani credono alle reti sociali… Anche qua, non si informano, non sentono le due campane, vanno per partito preso». Purtroppo tutto il mondo è paese. Comunque malgrado l’emergenza, la situazione è tranquillissima, come mai? «Perché chi nel 1989 era già in questo mondo – io c’ero avendo ora 54 anni -, non può dimenticare il cacelorazo, la protesta che portò a una strage incredibile, i corpi ammassati con le escavatrici in un’area chiamata La Peste. Allora i socialisti non c’erano ancora, c’era o Acción democrática del presidente in carica o la destra. Io votavo per la prima, ma quel presidente si macchiò di una repressione inusitata. Da allora i venezuelani ripudiano la violenza!» Salvo i guarimberos dell’opposizione, nel 2014 e nel 2017… «Già, allora uccisero un mio zio, di 67 anni. Ma erano appunto giovani con tendenze da Rambo, fomentati da interessi esterni».

Coda per l’acqua alla Candelaria, autobotti per i barrios

Al quartiere centrale della Candelaria, zona del metrò fra Bellas Artes e Carabobo, ecco una lunga coda con caratteristici bidoni azzurrini di plastica per la raccolta di acqua, circa 20 litri di capienza ciascuno. A una signora truccata chiedo: «È per l’acqua da bere? Quanto costa?» «Sì vendono acqua filtrata, ieri era a mille bolivares, oggi non so…». «Ma perché comprarla se si può far bollire?» «Beh, noi qui alla Candelaria non abbiamo acqua del rubinetto mai» (nemmeno per i dieci minuti nei quali l’acqua arriva – almeno fino a oggi… – razionata e programmata nella cisterna del palazzo di Attilio, vicino alla stazione Socorro).

Comunque, ad ascoltare la Rnv, sono tutti mobilitati, c’è un’emergenza idrica ed elettrica totale nei quartieri poveri, dove si sta distribuendo l’acqua con camion. Ci dice Yoselina Guevara, insegnante: «Lo stesso ministro dell’eco-socialismo Herick Rangel doveva andare in Kenya, ma è rimasto qua, si trova nel parco – il Parco del Este – nel quale si raccoglie l’acqua per distribuirla».

Intervista a Ernesto Wong Maestre: un cubano a Caracas

di Marinella Correggia

Caracas.- Un professore cubano a Caracas sulle relazioni internazionali del Venezuela e sulla contingenza, fra ultimatum falliti, black out criminali, visite internazionali

Non è successo nulla, alla fine, lo scorso 23 febbraio, data dell’ultimatum imposto per la consegna degli «aiuti umanitari». E non è stato benefico per l’opposizione golpista nemmeno l’attacco cibernetico elettromagnetico che ha messo fuori uso la centrale idroelettrica di Guri, nello Stato Bolivar, provocando un black-out nazionale durato oltre tre giorni in quasi tutto il paese. Anzi, il New York Times proprio in questi giorni, probabilmente in funzione anti-Trump, «ricostruisce» quello che le tivù venezuelane avevano già verificato sul campo, alla frontiera con la Colombia: i famosissimi camion «umanitari» sono stati incendiati dall’opposizione.

L’arrivo di Michelle Bachelet, Commissaria Onu per i diritti umani, dovrebbe completare il quadro. Prima di lei, l’OHCHR fece un pessimo rapporto sul Venezuela, nel 2017, post-guarimbas, incontrando solo l’opposizione a Panamà. Un cambiamento, dunque, questa visita.

Il professore cubano Ernesto Wong (insegna diritto internazionale pubblico) vive in Venezuela da molti anni ed è fondatore dell’associazione Trisol (Tricontinental de las relaciones internacionales y de la solidaridad). Parla della «ricerca della pace da parte del Venezuela e del popolo chavista che ha vinto 22 elezioni», ma «se gli Usa proveranno ad attaccare militarmente, il Venezuela e i suoi alleati internazionali daranno una risposta solida».

In Occidente si è detto a lungo che il Venezuela è isolato…
Quanti sono i paesi del mondo? La comunità internazionale conta 193 paesi, e solo poco più di venti si sono schierati con gli Usa e il loro autoproclamato Juan Guaidó. Gli altri o hanno manifestato appoggio al presidente Nicolas Maduro o hanno evitato di schierarsi. È importante che non si alleino agli Usa nel progetto di aggredire il paese.

E l’Unione europea?
Ha manifestato livelli di ingerenza, ma a un livello ben diverso da Trump. E non sono tutti i paesi europei: non c’è stata una posizione comune, come invece fecero su Cuba per molti anni. Con il Venezuela no, perché hanno molti interessi qui, e hanno anche contrasti con gli Stati uniti, così non li assecondano. Ma le popolazioni sono coscienti di quello che accade, sempre più esprimono il rifiuto di questa ingerenza.

A proposito di alleanze internazionali: l’Alba (Alleanza bolivariana per la nostra America), promossa nel 2004 da Hugo Chávez e da Fidel Castro, va avanti, malgrado l’abbandono dell’Ecuador?
Sì, l’Alba-Tcp (Trattato di commercio fra i popoli) continua, ci sono diversi progetti. Ad esempio Cuba offre servizi medici agli altri paesi. Bolivia, un paese importante in questa Alleanza, ha il maggiore indice di crescita in America latina, e più che alleato è un fratello del Venezuela, anche per la comune storia di liberazione. Il Nicaragua ha una partecipazione diretta con l’Alba, soprattutto con i prodotti agricoli. E ci sono molte relazioni fra i popoli. Nella Scuola latinoamericana di medicina si sono diplomati oltre 200 medici boliviani, del Nicaragua, e dei paesi dei Caraibi che fanno parte dell’Alba o di Petrocaribe: un altro progetto nato dall’Alba che permette ai paesi dell’area di ricevere petrolio a condizioni molto favorevoli, un altro progetto internazionale che Trump voleva far cadere, secondo le sue dichiarazioni del 2018. Poi ovviamente Cuba è un caso speciale nell’Alba. In Venezuela ci sono oltre 40.000 tecnici cubani, 20.000 nel settore della salute, con i servizi medici, e 20.000 in diverse aree dell’educazione e della formazione. Tutti hanno detto che in caso di aggressione rimarranno a partecipare alla difesa del paese. Si stanno facendo passi avanti importanti nel campo dell’agricoltura e anche dell’esercito.

E gli altri partner o alleati?
Sono potenti: la Cina ha grandi investimenti con buoni livelli di interscambio a termini favorevoli, bassi interessi e periodi di grazia. Sta investendo molto. La Russia è coinvolta anche nell’area della difesa militare. Nel campo della medicina è importante anche l’India.

Cuba esporta farmaci al Venezuela? Si invoca sempre la scarsità di farmaci qui, come pretesto per l’aiuto cosiddetto umanitario…
La carenza di medicine a basso prezzo ha a che vedere con il fatto che il governo vede bloccare parte del suo denaro e degli acquisti, quindi può importare di meno. I governi alleati degli Usa partecipano a questo blocco che riguarda i prodotti essenziali ma anche la finanza. Nelle ultime settimane gli Usa hanno trafugato al Venezuela oltre 30.000 milioni di dollari congelati nelle banche Usa, e ora c’è una causa in corso. Cuba in cambio di petrolio manda farmaci a tutti i consultori medici in quantità considerevoli, è un servizio gratuito per tutta la popolazione, su ricetta. Cuba ha offerto anche un campo petrolifero nella parte del Golfo del Messico, la impresa petrolifera pubblica Pdvsa vi partecipa. E raffina petrolio nella raffineria di Cienfuegos, concepita proprio per il petrolio venezuelano, che poi va anche nei paesi dei Caraibi.

Ma la scarsità?
Il problema economico in Venezuela è la guerra dei prezzi e la speculazione. Commercianti e intermediari puntano sulla speculazione, basandosi sul dollaro. Si può ben vedere che in Venezuela i prodotti ci sono, ma a prezzi molto alti, per questo il presidente ha varato diversi progetti. Per esempio la cassa di alimenti sovvenzionati del Clap (Comitati locali per l’approvvigionamento e la produzione), consegnati direttamente nelle case i sei milioni di famiglie. Se la borghesia continuerà a speculare e a fare la guerra economica, il mercato pubblico socialista non potrà che ampliarsi per reazione. Sono anche state avviate catene di negozi Clap, per persone dal reddito medio, con prodotti un po’ meno economici rispetto alla cassa di alimenti essenziali.

E l’aiuto umanitario offerto da Trump?
È una facciata per denigrare il Venezuela. È il 6% di quanto il governo venezuelano distribuisce in un giorno! Alimenti a prezzo molto basso, molto sovvenzionati, offerti anche ai cinque milioni di colombiani, al milione di ecuadoriani, 500.000 boliviani, da tutti i paesi andini. I colombiani, per esempio, hanno ricevuto oltre 230.000 appartamenti della Mision Vivienda, che costruisce e assegna case.

Che cosa significa Alleanza civico-militare di cui tanto si parla?
Il prsidente Chávez ha trasformato la Forza armata bolivariana in una forza del popolo, iniziando prima a integrare i militari nei progetti sociali; in seguito ha fuso le diverse componenti in una sola forza armata nazionale bolivariana, con un solo comando strategico operativo, che dirige tutte le componenti, e poi ha incluso la componente civile, la Milizia nazionale bolivariana di cui fanno parte 2 milioni di persone civili che ricevono addestramento, per la difesa contro l’invasore. L’esercito è monolitico, ha una base sociale popolare. In questi decenni sono entrati nelle Forze armate nei barrios, in Brasile le favelas, qui li chiamano barrios, ed è stata data loro una vita degna. Via via sono stati allontanati gli ufficiali formati nella famigerata Scuola delle Americhe e sono rimasti gli ufficiali patrioti.

E la dipendenza economica dall’estero?
La strategia del presidente Maduro e del governo è creare, come si sta facendo, la base per lo sviluppo integrale della nazione. Non dipendere dal petrolio o da un solo prodotto, ma investire nelle industrie, nell’agricoltura, i quindici motori in diversi settori dell’economia. Il denaro del petrolio per lo sviluppo. Questo richiede alcuni anni: il presidente dice che l’economia si stabilizzerà entro il 2021. Contribuirà anche la nuova moneta, il Petro, supportato non solo dal petrolio ma da molto oro, diamanti, coltan, minerali strategici.

Ma il Petro come si usa?
Quando nacque il Petro, all’inizio furono acquistati 5 miliardi di dollari. La Cina di questi 2 miliardi. Con questa somma, si possono fare interscambi con altri paesi, che vogliano essere pagati in Petro per ciò che possono acquistare in Venezuela.

È un’alternativa al dollaro?
Sì, ma occorre tempo perché si consolidi e l’offerta del Venezuela si ampli con l’industrializzazione.

Un 5 marzo a Caracas

di Marinella Correggia

Il 5 marzo, sesto anniversario della morte di Hugo Chávez e ultimo giorno di Carnevale, le persone in coda nell’area collinare 23 enero per salutare il loro presidente defunto al Cuartel de la Montaña (1) o a passeggiare con bambini mascherati da Carnevale non sembravano pensare nemmeno lontanamente al golpista di ritorno, Juan Guaidó.

Guaidó? Arrivato ma non pervenuto

Se avessero potuto leggere quanto scriveva il Corriere della sera sul ritorno dell’eroe dei due mondi (quello occidentale e quello dei governi satelliti latinoamericani), questi venezuelani avrebbero chiesto al giornalista Rocco Cotroneo, corrispondente da Rio de Jaineiro: «Scusa ma dov’è la feroce dittatura, visto quel che scrivi, e cioè che questo tipo torna qui, incontra i giornalisti, fa comizi in piazza? A proposito ci dici quale piazza che non la vediamo?»

Seduta su un muretto con un gruppo di poeti per diletto vicino a piazza Bolivar, la nutrizionista Chelia (in realtà ha un nome impossibile che perfino suo marito ha faticato a imparare: Greselidas, nome russo, «i miei erano comunisti») sorride: «L’autoproclamato? Lasciamolo cuocere nella sua salsa», mentre Maria Milagros, padre del Molise, aggiunge: «Devo fare una piccola opera teatrale su questa storia surreale». Poi appunto chiedono: «Vedi che guerra? Vedi come combattiamo fra
noi? Vedi come ci opprimono?».

Una guardia bolivariana loquace e informata sul mondo

Dalla piazza vicina, musica, giochi per i bambini, danze, voci, schifezze alimentari (caramelle, zucchero filato coloratissimo) offerte da ambulanti, un signore scrive intento su una grossa agenda, e quasi nessuno fotografa, né meno che mai passa l’indice sullo smartphone.

Dei social, del resto, parlava male Alfonzo, una guardia bolivariana la mattina, sulla stessa piazza, discorrendo del mondo per mezz’ora – con una passante sconosciuta -, con la competenza che molti venezuelani dimostrano: effetto della biblioteca basica tematica inventata da Chávez e ora in tempo di penuria di carta proseguita con i libri usati? Effetto della radio? Di una tivù pubblica che certo trasmette discorsi dei politici ma anche molta informazione?). Diceva la guardia addetta ai monumenti, mentre dava informazioni a questo e quello su come arrivare a omaggiare Chávez: «Internet ha condannato la Libia». Anche per lui, il ritorno di Guaidó non è centrale. Ma non gli farete niente? «Eh, qui abbiamo scarcerato dopo pochi giorni anche i guarimberos che avevano appiccato il fuoco a servizi pubblici, e già si dichiaravano perseguitati… qui si parla di dialogo, paz…». 

Non condivide questa politica che molti trovano lassista? Non risponde e passa a parlare dei poveri gringos negli Usa che sono «i più malati del mondo, per come mangiano, per i debiti che hanno». Ma ne ha anche per i venezuelani «abituati alla città, il governo dava crediti per lavorare in agricoltura e magari si comprovano la macchina, il petrolio ha deformato l’economia», e soprattutto per i giovani, che vede un po’ persi, anche loro per via di Internet: «Fanno figli a 17 anni, e sono ancora bambini!» Salva invece l’assenza di xenofobia: «Qui accogliamo tutti. Dall’Europa distrutta dalle guerre, o gli armeni vittime degli Ottomani…. E vada a vedere il quartiere dei tedeschi…». Ma questi stranieri, sono pro o contro il governo? «In genere sono per se stessi». Giulio Santosuosso, matematico ed editore italiano, spiega le virtù del meticciato così evidente in Venezuela e che, se non preserva dal razzismo dei bianchi che colpì anche Chávez, relega però la loro posizione fossile a una infima minoranza piuttosto arroccata. «Ma quando iniziai a insegnare qui all’università, venti anni prima di Chávez, i docenti erano tutti bianchi e gli studenti in maggioranza anche.»

Discorrendo di nutrizione alternativa, indipendenza alimentare e Fidel/Chávez Passa un cane di quartiere, razza mista standard, beige scuro pelo raso: non ne abbiamo visti di mal messi come in Italia, come è possibile? E Chelia spiega: «Sono nutrizionista e per indicare lo stato alimentare di un luogo si usa l’indice perro: quando i cani di strada sono malconci, è indicativo…»

Nutrizionista? Benissimo! Risponde alla domanda su dove si trovano orti urbani e su perché certi non funzionano, storie di piccoli poteri e negligenze. Inizia uno scambio di buone pratiche collettive e individuali di indipendenza alimentare (essiccazione e orto sul lavello – i germogli – compresi): una conditio sine qua non di resilienza e resistenza che qui a causa della monocoltura petrolifera è stata abbandonata. In pochi – malgrado perfino la tivù ne parli (il Canal 8 dicono), per ora usano prodotti naturali ed economici come la moringa, che Fidel usava e Chávez no («non si curava, non riposava, era stressato, mangiava solo dolci», noto comfort food). Maximo dice: «Ho riassunto un testo interessante di Dipak Chopra, Cuerpo sin edad y mente sin tiempo, ve lo posso mandare» (non ha internet a casa, il suo sito utopiahora.gimdo.com non è aggiornato da mesi…).

La moringa cresce bene qui, «è molto nutriente, utile per varie patologie, solo che non la trasformiamo, manca questo passaggio». Ma l’ipeinflazione ha indotto cambiamenti? «Un po’ sì, c’è chi si ingegna a far da sé in casa a partire dalle materie prime.» Il punto debole è che l’ortofrutta, alimento importante, costa… «Dovremmo produrne di più, con il petrolio hanno abbandonato le campagne malgrado gli incentivi degli ultimi due decenni» dice Maximo. Maria Milagro dice: «C’era l’abitudine di comprare nei porti» (un’espressione per dire che si importava tutto), «mangiavamo mele…con tutti gli alimenti che qui crescono benissimo, mio papà quando mangiò avocado, il burro verde, per la prima volta non riusciva a smettere!» Viene in mente Thomas Sankara in Burkina Faso, e il suo motto sul produrre quel che si consuma e viceversa: «Non abbiamo bisogno delle vostre mele, mangeremo i nostri manghi!» Chelia dice anche che l’obesità è un po’ diminuita. Virtù della penuria, nella quale un lecca lecca venduto da un ambulante costa quanto un’intera cassa di prodotti sovvenzionati distribuita mensilmente a sei milioni di famiglie!

Ligia dice che però il razionamento dell’acqua le pesa, Maria Milagro osserva: «in Italia siete abituati a risparmiare risorse» (beh, non ci conosce!), «qui si consuma così tanta acqua che non si fa in tempo a depurarla, non devi bere quella del rubinetto senza farla bollire!». Troppo comodo però aprire il grifo e riempire la borraccia! La nutrizionista poi consiglia: «Se vai a Barquisimeto, chiedi della pietra tinajero, gli indigeni la usavano per depurare l’acqua! E’ una pietra porosa tipo la pomice con la quale è fatto il mio filtro di casa».

E la spazzatura prodotta, è diminuita? Avevo sentito del 40%… Però tutti questi sacchetti sottili sottili di plastica… Con tante soluzioni durevoli… «Hai ragione, cerchiamo di diffondere anche queste. Vieni il 9 marzo, abbiamo il Bazar poetico con oggetti di riciclaggio e per non far rifiuti all’Eje del Buen vivir». Un parco bellissimo, dove a caro prezzo (per gli stipendi venezuelani decurtati dall’inflazione) c’è chi beve succhi di frutta e chi una birra.

In un paese desertico ben diverso da questo rigoglioso, la rivoluzione troppo breve degli anni 1980 in Burkina Faso assumeva questa regola: «Il miglio deve servire prima all’alimentazione che alla birra, perché tutti devono mangiare tutti i giorni. Se proprio avanza, si farà la birra, con il miglio locale però». Il sorriso di Sankara è rimasto, da uno dei poster che campeggiano nel parco, a ricordare la recente Assemblea dei popoli tenutasi a Caracas alla fine di febbraio.

(1) È stato impossibile entrare al Cuartel, malgrado la coda, con la signora Amelia la quale diceva: «Per quella morte ho pianto giorni. Il giorno prima lui si congedò da mia sorella…». Ah, lo conosceva? «Non direttamente: lo sognò». Sono riusciti a entrare perché registratisi per tempo un gruppo di militanti della comune de Sucre, come Noris Herrera, che si occupa di produzione tessile. Da visitare.

https://twitter.com/liberazioni/status/1103135945208070146

#Venezuela: l’aspirante golpista #Guaido torna tranquillo come una pasqua in Venezuela, incontra stampa e fan: lo dice il Corriere della Sera. Feroce dittatura? In Italia un golpista sarebbe in carcere!

De-dollarizzare le menti degli attivisti

di Marinella Correggia

Caracas

Su un grattacielo – un genere molto presente a Caracas – campeggia la pubblicità di «Petro», la valuta ancorata al petrolio introdotta dal Venezuela per de-dollarizzare l’economia.

Una mossa ancora in embrione, ma necessaria. Non si dice continuamente che il dollaro è la moneta dell’Impero, un abuso che consente agli Stati uniti di campare sulle spalle del mondo e di fare guerre?

E tuttavia, il paesaggio mentale degli stessi attivisti internazionali è dollarizzato. Ecco una piccola cronaca di quanto accadeva in questi giorni allo sportello Insular che, all’interno dell’Hotel Alba, permetteva un cambio in bolivares. Una giovane colombiana, di professione educatrice popolare – così scrive sul foglio da compilare per la richiesta –  porge 50 dollari. Domanda: «Scusa, ma in America Latina, per gli scambi e gli stessi viaggi, utilizzate tuttora il dollaro? Non potreste intanto passare all’euro in attesa del Petro o di che altro? Con tutto quello che il dollaro e gli Usa hanno fatto al Venezuela». Risposta un po’ imbarazzata: «Ma infatti non dovremmo più… e fra l’altro in Colombia gli euro si trovano. E poi accipiacchia, vedo che per gli euro ti danno 3.755 bolivares, per il dollaro 3.298!». Brava, la prossima volta pensaci.

Denis, comunista del Benin, cinque anni di carcere nei tempi più bui, ha con sé 100 dollari che devono servire per tutto il gruppo di africani dell’Ovest per qualche ricordino e una birra in città, adesso che l’assemblea è finita. Ma non vuole cambiarli tutti, solo 50… Il problema è che il resto non glielo danno e lui è in difficoltà. «Denis ma perché anche voi avete cambiato in dollari per venire qua?» «Perché ci hanno detto che qui solo dollari! Mi sarebbe convenuto, cambiare in euro…»

La cassiera conferma che la maggior parte delle persone ha cambiato dai dollari. Chissà se anche gli europei!!

Interviene una signora venezuelana, anche lei in coda: «Lavoro al ministero degli esteri e in passato a noi il viatico (per diem, ndr) lo davano in dollari; adesso in euro». Meglio di niente.

Piccole storie venezuelane da ascoltare

di Marinella Correggia

Senza pretese di esaustività, ecco situazioni e persone incrociate per strada, in metrò, sui bus, casualmente, senza filtri né accompagnatori.

Scacco matto sotto il cavalcavia

Ruggisce il traffico sul tratto del cavalcavia prossimo alla fermata Socorro del BusCaracas: solo la mancanza di pezzi di ricambio può fermare le auto, non certo il costo della benzina visto che, anche al tempo dell’iperinflazione, 30 litri costano 2 bolivares (un euro è 3.700 bolivares). Se insegna un po’ di parsimonia il razionamento dell’acqua, certo questo incentivo al consumo dell’oro nero, benché redistribuito gratuitamente (solo a vantaggio di chi ha l’auto, però), è qualcosa di fossile. Ma chi siamo noi consumatori occidentali per eccepire?

Sotto il cavalcavia è tutt’altra vita. Lungo i due cammini pedonali in basso, oltre ai chioschi di libri usati («I prezzi variano da 200 a 1.000» risponde gentilmente il venditore, dolce volte scuro tipicamente caraibico), si apre una piazzetta dove la mattina vengono distribuite scope e sacchi agli spazzini, ma il pomeriggio, su tavoli spartani, coppie di assorti giocatori di scacchi si sfidano. Sullo sfondo di un murale con la frase di Simón Bolívar: «Gli scacchi, un gioco utile, onesto e indispensabile nell’educazione della gioventù». Ma naturalmente gli scacchisti sono tutti piuttosto in là con gli anni, tranne uno. Fra gli spettatori, il signor Angel Morillo.

Angel spiega la Misión Negra Hipólita

Accanto al murale scacchistico-educativo, la scritta Mercal. Spiega Angel: È uno dei sistemi di vendita di alimenti a prezzo basso. Due litri di olio, farina di mais, lenticchie per 200 bolivares, quando un solo litro di olio di soia sul mercato costa 2.000». Guardando i giocatori, dice: «Questo è anche uno spazio per passare il tempo insieme, mi sembra di aver visto tempo fa in un film con Stallone che anche in Italia giocano a scacchi in piazza». Veramente là sotto i cavalcavia dimorano i senzatetto… «Sì, ma qui il presidente Hugo Chávez lanciò nel 2006 la Misión Negra Hipólita per la riabilitazione delle persone della strada, soprattutto tossicodipendenti, malati psichici, disabili.»

Appartiene di certo alla categoria degli svantaggiati totali l’uomo male in arnese e scuro per il sole e la mancanza di sapone che però è ben accolto al banchetto dove per 100 bolivares una coppia vende ogni giorno il caffè, sempre a ridosso del cavalcavia, fra le bancarelle di ortofrutta – le banane oggi sono a 1.000 bolivares al chilo. L’uomo si siede sulla panchetta, tira fuori il pane da un sacchetto e lo inzuppa nel caffè, più buono di quello degli hotel, chissà perché.

Il pensatore antimperialista che vende caffè su un tavolino per strada

Il venditore di caffè e piccoli panini dolci vive nel sobborgo La Pastora: «Là sono rimaste le case antiche, non hanno costruito grattacieli». È contento di chi si porta da casa la tazzina durevole e parla volentieri commentando il giornale che ha in mano: «L’azienda petrolifera del Venezuela trasferisce la sede europea dal Portogallo a Mosca: fanno bene. E hanno concluso un altro contratto per la fornitura dei farmaci. Qui poi leggo che l’Unione europea potrà consegnare materiali al Venezuela attraverso la Croce rossa internazionale ma in condizioni di neutralità. E qui, ecco, il sindaco di Cúcuta in Colombia che chiede aiuto umanitario…». «Stanno molto peggio di qua», esclama la moglie.

Poi il marito si lancia in alcune osservazioni su quel che ci sarebbe da imparare perfino dall’Italia: «Il nostro presidente sta cercando di introdurre i distretti industriali, anche agroalimentari, ma i popoli caraibici sono un po’ pigri… voi avete avuto due guerre mondiali con una distruzione totale; darvi da fare è stato obbligatorio. In compenso, certo, noi siamo stati colonizzati, con la distruzione dei popoli originari. E ci provano ancora. Un paese come il nostro che da un lato è ricchissimo di risorse, non solo petrolio, ma oro, coltan, acqua, e dall’altro le vuole gestire per conto proprio nel cambiamento politico è nel mirino, minacce di invasione e guerra economica, sanzioni e tutto».

Ma è ottimista anche perché «il presidente Chávez ha aiutato tanti paesi, tanti popoli, tanti qui trovavano anche da ridire, ma adesso la gratitudine si vede». Legge molti libri (usati), non ha accesso a Internet né il cellulare. Ricorda che ricorre il ventesimo anniversario della guerra del Kosovo «sempre per aiutare i popoli» ed è molto interessato a conoscere dettagli dell’operazione Nato in Libia nel 2011.

Non c’è crisi, ragazza?

«Cafè, cafè» è l’universale cantilena di un ennesimo ambulante che fa avanti e indietro con due grandi thermos. Molto spiccia una ragazza che nei paraggi vende sigarette singole. Quanto costa una sigaretta? «500». Cinque volte un caffè. Allora non fuma più nessuno? «Poco, ma fumano». E come fanno con la crisi? «Quale crisi? Non c’è crisi». Ironica o che?

In Venezuela una grande fetta del lavoro è informale. Il guadagno è sempre superiore al salario minimo di 18.000 bolivares al mese. Molti riescono anche a comprare prodotti a prezzi regolati che poi rivendono a prezzi maggiorati. Intervengono inoltre il sussidio detto carnet della patria che arriva tutti i mesi alle famiglie, le distribuzioni di cibo a prezzi sovvenzionati, e i servizi sociali gratuiti.

Orrendi costosi biscotti privati, ma un farmaco che non si trova

Finché non ci si ammala di qualche malattia per la quale i farmaci non arrivano o comunque non sono disponibili: all’angolo, sempre il cavalcavia come riferimento, un venditore portoghese di cosucce inutili, dalle caramelle ai biscotti: i più economici, una porzione di quattro – quattro – biscotti incellofanati della multinazionale Puig, costano 650 bolivares (il doppio di una cassa di prodotti sovvenzionati) e sono disgustosi (c’è gente che se li fa in casa ormai). Lui ha il Parkinson e da molti mesi non trova il farmaco che prendeva per contenerlo. La sua scorta si sta esaurendo, mostra le scatole vuote di Sinemet. Sarà fra quei farmaci che dovevano essere trasportati da Iberia ma, già pagati, sono stati bloccati in Spagna? E il Venezuela non li produce? «Prima c’era un laboratorio farmaceutico, mi sembra, ma era di proprietà straniera, ha chiuso da tre anni, sono andati via».

Nuovi fornitori con nuove alleanze internazionali

La scarsità di medicine (quelle che non arrivano da paesi che non partecipano alle sanzioni) è un capitolo tutto da comprendere. A Las Acacias, in uno dei Centri Diagnostici Integrali (CDI) gestiti dai cubani in virtù dello scambio petrolio contro servizi medici, una paramedica conferma: «No, certi tipi di medicine non arrivano proprio». Non sa dire perché e siccome è sera inoltrata, non ci sono medici ai quali chiedere.

Comunque il governo venezuelano ha spiegato che vari paesi attraverso l’Onu forniranno farmaci, principi attivi e materie prime. Curiosamente lo chiamano «aiuto umanitario», benché Caracas paghi tutto. «Non chiediamo regali a nessuno», ha ripetuto il presidente anche durante la marcia del 23 febbraio.

I ragazzi nel metrò e l’educazione alla parsimonia

Nella metropolitana, affollata o meno, nessuno usa il cellulare (Paura di furti? Indisponibilità di smart-phone? Voglia di socialità? Un po’ di tutto questo), così basta una parola per suscitare un colloquio. Tre ragazzi vicino alla porta, il pretesto è chiedere il senso di un’espressione locale. «Ne abbiamo molte, ad esempio mono è sia un primate che un debito!» Da lì a parlare dei prezzi dei prodotti il passo è breve. Una sigaretta costa tantissimo, in proporzione al potere d’acquisto, non pensate che sia meglio? Così non si fuma! «Ah se è per quello anche le bibite gassate e zuccherate e varie altre cose… Però può sorgere, anziché l’educazione a farne a meno, un’ansia di consumo… la voglia che ti consuma». Quindi pensate che non appena l’iperinflazione che frena gli acquisti si calmerà, non si saranno acquisite le sane abitudini? «Succede già così, non appena una merce si trova si precipitano». Ahi.

Gli abitanti di un palazzo di classe media: Clap sì, partecipazione no

Racconta un amico: «Noi che viviamo negli edifici residenziali, anche se adesso il potere d’acquisto in euro è bassissimo, siamo dei privilegiati. E quindi quando al Consejo Comunal, l’istanza partecipativa, proposero di fare agricoltura urbana in grandi vasi e li fornirono pure, tutti si sono rifiutati di piantare. E all’inizio nessuno si iscrisse nel Consejo Comunal, adesso sono 35-40 che si sono iscritti per ricevere il pacco di alimentari a prezzo sovvenzionato, il cosiddetto Clap. Prima parlavano male del governo, poi hanno fatto perfino imbrogli per averlo. Squallidi! Pensa che il camion con i pacchi arriva all’edificio a lato. Poi dei volontari portano i 40 pacchi all’edificio con carriole. Ogni volta era difficile trovare volontari per questa minima cosa, tutti avevano sempre da fare…»

Mani artigiane e un passato da dimenticare

Non lontano da un hotel dove è presumibile soggiornino persone con denaro a disposizione, bancarelle di artigiani che fanno bijoux con materiali poveri, poverissimi. Fil di ferro, perline finte, rivestimenti di fili della luce, conchigliette. Non cercano di richiamare i passanti. Aspettano. L’acquisto di un paio di orecchini da un artigiano dalle mani sporche per aiutare la sopravvivenza è un obbligo. Ma riesce a vendere di questi tempi? «Faccio anche queste cose più luccicanti per matrimoni e simili… Italia? Ho lavorato con italiani in Colombia…» Droga? «Mmm… no… ma era un periodo nel quale mi ero perso». L’importante è ritrovarsi. Lancia un sorriso male in arnese. Vive nel barrio Catia, «venga a visitarlo».

Il circolo vizioso media-reti sociali visto dal Venezuela

di Marinella Correggia

Il circolo vizioso dei mezzi di comunicazione tradizionali e di quelli moderni è stato illustrato, all’Assemblea dei popoli, dal viceministro della comunicazione William Castillo: «Non solo in Venezuela, la matrice che crea l’opinione pubblica, certo, è imposta dai grandi media; laviralizzazione è prodotta dalle reti sociali; e l’impatto emotivo viene dai servizi di messaggeria.

Ciascuno ha un ruolo. Dunque Ap, Afp e gli altri dicono che Maduro assassina, e questa è la parte razionale. La massificazione te la danno le reti sociali, che vorticosamente divulgano le notizie, milioni di visite eccetera. Ma l’impatto, è quando ti arriva sul tuo telefono privato, oh guarda Maduro che uccide! Questo effetto non lo procura né Afp né Cnn né Efe… lo consumi tu sul tuo telefono perché te l’ha mandato una cugina alla quale lo ha mandato un amico che è della famiglia del ministro del Venezuela… E siccome tutto questo è legittimato da un clima costruito,  tu ci credi. Dopo un po’ vene fuori che è una bugia, ma il timore o la rabbia ti sono già entrati dentro, e affrontare questo mostro è molto difficile».

Un tema, quello della comunicazione e della guerra di quinta generazione, affrontato anche nel corso di una conferenza con l’analista argentino Atilio Boron, una deputata regionale spagnola di Izquierda Unida e il segretario generale dell’Alleanza Alba, il boliviano ed ex ministro David Choqueanca.

Maria Elena Diaz, deputata venezuelana ha sottolineato come nel cruciale week end del 23 -24 febbraio, l’«altissima pressione delle reti sociali» abbia ottenuto una «vittoria tattica», ma che il Venezuela, con la sua «resilienza e persistenza», otterrà quella strategica perché «al nostro paese è toccato il ruolo di avanguardia di liberazione contro l’impero, verso il consolidamento di un mondo multipolare».

E fin qui tutto giusto. Atilio Boron, invece, ha rivolto uno strano appello al pubblico presente (un centinaio di persone): «Chi sta riprendendo questo dibattito con gli smartphone? Due o tre? Pochi, troppo pochi. Abbiamo un modo di comunicare ancora vecchio, da epoca di Gutemberg. Ma così non arriviamo ai giovani, i millenials, che sono uguali dappertutto perché gli Usa hanno avuto successo nel plasmarli. Loro vivono con lo smartphone» (non per le strade di Caracas in verità).

Insomma per l’analista argentino, si tratta di essere sempre connessi. Temiamo che egli non abbia capito che in questo modo, a colpi di social e di messaggerie,  non necessariamente si contrasta la propaganda. Semplicemente si crea un circuito parallelo, destinato però a persone che sono già «vaccinate contro le fake news». Sugli altri, sugli intossicati dal circolo vizioso media/reti sociali che li amplificano/Ong che li nobilitano/governi che li manovrano, difficilmente si farà breccia. Sono già formattati, e cambiare idee è umanamente molto difficile.

Padre Numa Molina, impegnato nei quartieri poveri di Caracas e schierato con il potere popolare e che contesta il piano statunitense, ha le idee chiare su questo: «C’è un fenomeno da studiare, è il rifiuto psicologico di fronte a informazioni che vanno contro quello che hai già interiorizzato».

Dunque che fare? Occorrerebbe spezzare il circolo vizioso di cui sopra anziché cercare di reagire sulla sua parte terminale. Come, non è facile.

Invece, la deputata spagnola (il nome è stato dimenticato…) ha dimostrato di non aver capito granché di quanto è successo negli ultimi anni. Nel suo intervento, è rimasta alla guerra all’Iraq – quando peraltro i social non erano certo così centrali – ignorando il ruolo del circolo vizioso della menzogna nei casi libico e siriano.

Complimenti.

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