Napoli 17ott2018: Marinella Correggia e il “Presidente de la Paz”

Il Consolato Generale del Venezuela
e la Biblioteca Nazionale di Napoli

Invitano

alla presentazione del libro:

“El Presidente de la Paz”

di Marinella Correggia

MERCOLEDI 17 OTTOBRE

Ore: 15.00

Sala Simón Bolivar 

Biblioteca Nazionale di Napoli

Palazzo Reale -P.zza del Plebiscito

  

Interverranno:

 

Amarilis Gutiérrez Graffe

Console Generale del Venezuela a Napoli

Marinella Correggia

Ecopacifista – Giornalista

Pasquale Gallifuoco

Università” L’Orientale” di Napoli  – Acli Beni Culturali

 con testimonianza video dell’azione di pace dei paesi dell’Alba

 (Alleanza Bolivariana dell’America Latina e i paesi caraibici)

Per un’unità contadina in Venezuela: per un congresso costituente contadino unitario

Risultati immagini per chavismo madurodi Miguel Angel Núñez Núñez

La frammentazione politico ideologica del movimento contadino venezuelano non è un segreto per nessuno. Nei 19 anni di rivoluzione non è riuscito a consolidarsi e a diventare un’autentica avanguardia, capace di illuminare e indirizzare la trasformazione dei mezzi e modi di produzione della nostra agricoltura nazionale.

La frammentazione, che ci disorienta, ci confonde e si riflette nella relativa e precaria produzione primaria di alimenti, richiede di superare i soliti risentimenti accumulati a causa di agende personalizzate e di parte, a noi imposte.

Lo chiede il presidente Maduro, e viene richiesto pressantemente, di passare alla definizione – discussione – azione di linee politiche agroalimentari operative. Non c’è altro tempo da perdere.

L’assedio economico sperimentato dal Venezuela ha reso più acuta la situazione produttiva agroalimentare. Tuttavia, sono presenti alcune condizioni, che in modo coerente potremmo far diventare opportunità valide, e questo, oltre a farci andare avanti nel consolidamento degli spazi di produzione di alimenti, potrebbe aiutarci per l’unità dei settori contadini e produttivi.

Qui di seguito presentiamo alcune premesse, per andare avanti verso l’unità delle organizzazioni di produttori di alimenti primari.

Premesse

1. La nuova architettura finanziaria fiscale e monetaria e di cambio che si struttura in Venezuela richiede di attivare la produzione reale e in modo accelerato la produzione di raccolti.

2. Dobbiamo andare avanti, lo ripetiamo, nel processo di unità contadina nazionale e per l’organizzazione sociale della produzione agroalimentare.

3. L’unità, che corrisponde al carattere sociopolitico e ideologico bolivariano, è una condizione fondamentale, strategica, opportuna e indispensabile, allo scopo di:
– difenderci dall’imminente aggressione e intervento militare più volte annunciati;
– proteggere le conquiste del nostro processo rivoluzionario;
– mantenere lo sforzo per la produzione alimentare e consolidare le basi dell’economia agroalimentare nazionale.

4. Le istituzioni e ai funzionari dello Stato nel campo dell’agricoltura dovrebbero sburocratizzarsi e superare le lacune tecnico-politiche, i modelli ego-ideologici e i protagonismi individuali. Dovrebbero imparare a integrarsi e, coerentemente, appoggiare i settori più importanti nel campo della produzione: i nostri contadini.

5. Pessimo è il bilancio delle attività dei tecno-burocrati corrotti che si occupano di agricoltura in Venezuela. I loro errori e omissioni sono ben noti e per il futuro vanno evitati e superati, alleviando le ripercussioni sociali e politiche sul settore agroalimentare nazionale.

6. Per gettare le basi e consolidare i settori produttivi primari stanno emergendo possibilità di costruire articolazioni e sinergie nuove, fresche, flessibili, attive, efficaci e oneste. Opportunità che si inseriscono nei cambiamenti relativi alla nuova economia; per questo si richiedono nuove forme di produrre i nostri alimenti.

7. Alcune esperienze produttive che hanno avuto buon esito in campi specifici sono esempi di reti di riferimento che si possono articolare. Processi produttivi realizzati con altre logiche di funzionamento. Produrre-partecipare-promuovere, che ci portano meccanismi di apprendimento utili. Nasce un “sapere con scienza” al quale le istituzioni accademiche e di ricerca nel settore agroalimentare devono dar valore.

8. In queste contingenze urgenti e a partire dalla storia di questi 19 anni, si tratta di “recuperare il recuperabile”: nelle idee e nelle proposte che non si è riusciti a portare avanti per diverse ragioni. “Recuperare il recuperabile”: in materia di infrastrutture, attrezzature, macchinari, logistica.

9. Ribadiamo che c’è mancanza di unità e coerenza tecnico-politica fra le distinte tendenze di produttori, contadini e fra alcuni rappresentanti di istituzioni. Si tratta di cogliere appieno le enormi potenzialità della nostra diversità agroalimentare nazionale. Siamo un paese molto diversificato, che ci offre innumerevoli specie alimentari, concentrate in 26 socio-bioregioni a livello nazionale.

10. Abbiamo l’obbligo di valorizzare, studiare, proporre e intraprendere a tutti i livelli di interazione sociale; azioni formative, produttive e di ricerca finalizzate a potenziare le favorevoli condizioni agroclimatiche che il nostro paese ci offre e che confermano le basi ecologiche della nostra ricchezza agroalimentare.

11. La nostra condizione naturale tropicale e agro-biodiversa ci deve indurre a potenziare l’organizzazione sociale della produzione territoriale locale. La produzione dei piccoli e medi coltivatori, articolata a livello di comunas, di comunità, di municipi e dei Consigli Produttivi dei Lavoratori (Consejos Productivos de los Trabajadores, CPT) promossi dalla Centrale Bolivariana Socialista dei Lavoratori e altre istanze organiche dedicate alla produzione alimentare.

12. Il risultato di questa sinergia dovrebbe essere la formazione di eco-reti agroalimentari destinate a rendere visibile la nostra economia contadina, il cui valore produttivo continua a essere sottovalutato. Le eco-reti incoraggerebbero anche i cibi tradizionali regionali, sulla base del potenziale produttivo degli alimenti locali.

Lineamenti politici operativi per l’organicità delle premesse

1. Rafforzare e dar valore alla partecipazione della donna contadina, dei giovani e degli anziani, nei vari processi produttivi agricoli.

2. Con urgenza, assicurare la partecipazione delle comunità e organizzazioni di base nella creazione e consolidamento di nuclei produttivi di semi autoctone e attraverso diverse attività partecipative, generare scambi di conoscenze fra i processi di produzione di semi stabiliti dalla nostra Legge sui semi.

3. Procedere verso il consolidamento dei nuovi mezzi e modi di produzione agricola, il che richiede una formazione tecnico-politica-agroecologica accelerata e la promozione del consolidamento delle eco-tecnologie appropriate in ognuna delle località produttive.

4. Partecipazione delle organizzazioni di produttori e contadini di base nella messa in opera di sistemi di controllo finalizzati a smantellare le pratiche di contrabbando (bachaqueo) e le mafie speculatrici, causa di grandi problemi e distorsione dei prezzi, nella commercializzazione e distribuzione degli input agricoli.

5. Per confrontare e smantellare progressivamente le mafie paramilitari che controllano la commercializzazione e distribuzione degli input e vari mezzi di trasporto degli alimenti, occorre ridare impulso alle milizie contadine le quali devono poter assumere un ruolo da protagoniste nella difesa degli interessi della produzione.

6. Occorre realizzare insieme ai settori produttivi un meccanismo di controllo giuridico e sociale, per procedere a una revisione e correzione di tutti i procedimenti irregolari avviati dall’Istituto nazionale delle terre, così da valutare i procedimenti viziati emessi dai tribunali agrari a proposito delle terre che produttori e contadini hanno indicato come non coltivate. Lotta contro la ricostituzione del latifondo, giustizia per i contadini e i produttori ingiustamente accusati.

7. Partecipazione delle organizzazioni di produttori nella ristrutturazione delle politiche pubbliche dei mezzi di produzione: finanziamento, meccanizzazione, reddito, servizi, irrigazione, istruzione, salute, sicurezza contadina, case contadine, viabilità, distribuzione, immagazzinamento.

8. Insieme ai settori produttivi, recuperare tutte le infrastrutture di sostegno agricolo che si trovano in stato di abbandono a livello nazionale. Le loro attività devono essere concretamente riprogrammate.

9. In ogni specifica socio-bioregione, e insieme ai produttore dell’area occorre stabilire un programma di gestione dei suoli e della raccolta di acqua, appoggiando e promuovendo iniziative e progetti di ripristino dei bacini idrografici.

10. Insieme alle comunità produttive, occorre attivare i già esistenti laboratori di bio-input e organizzare la produzione locale di concimi azotati partendo dal riutilizzo, recupero e riciclaggio di scarti organici.

11. Promuovere la produzione locale in forma associata, con le organizzazioni esistenti e le scale di articolazione dei piccoli produttori ai mercati locali. I contadini devono essere integrati negli spazi di mercato e distribuzione dei loro raccolti.

12. Stipulare alleanze con i mezzi di comunicazione alternativi, per realizzare i flussi di interscambio di informazioni e di mobilitazione dei settori primari della produzione.

Alcune considerazioni circa queste proposte

I lineamenti di politiche agroalimentari qui proposti sono costituiti da attività e da altri lineamenti specifici, già ben presenti in letteratura e che sono il frutto di innumerevoli riflessioni raccolte in questi 19 anni di attività nell’organizzazione agricola in Venezuela.

Evidentemente, per rafforzare questi lineamenti occorre dibattere, correggere, modificare e proporne di nuovi, che siano adatti a ogni specifica socio-bioregione e ai settori produttivi interessati. Questi ultimi, nei loro spazi produttivi e settoriali, devono definire le proprie necessità, capacità e potenzialità.

Da ogni realtà concreta si declinerà quanto è urgente/importante/necessario per iniziare e andare avanti. Ad esempio. Urgente: le attività di semina, lavorazione del terreno, ecc.

Importante: programmare le semine a seconda della domanda locale e dei cicli produttivi.

Necessario: garantire le sementi e l’approvvigionamento idrico.

Siamo convinti, e lo ribadiamo, che gli strumenti politici nel settore agroalimentare che riusciremo a mettere in atto, avranno maggiore coerenza, pertinenza e impatto se riusciremo a procedere verso l’unità contadina rivoluzionaria che il settore agricolo nazionale richiede.

La nostra unità deve essere originaria, incarnata nelle realtà locali di ogni territorio e a partire da quello, invitare i distinti settori sociali, istituzionali e accademici a collaborare nei diversi processi produttivi. Unità nella diversità: la realtà lo esige.

Anche su scala locale, si declineranno le lotte per la difesa dei nostri spazi produttivi; quelle per la trasformazione dei nostri paradigmi; quelle per la resistenza e la sopravvivenza immediata. E le lotte con noi stessi, per migliorare e procedere con umiltà, perseguendo la costruzione di un nuovo modello di civiltà planetario.

Verso un Congresso contadino costituente unitario!

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

Editorial el perro y la rana presenta el libro Presidente de la paz de Marinella Correggia

por Luzmavial Alvarado Vásquez
vtv.mippci.gob.ve

Caracas, 18 de septiembre de 2018.- Con la finalidad de impulsar el hábito de la lectura y avivar en el pueblo venezolano el amor por la cultura, la Fundación Editorial El perro y la rana, presentará el libro Presidente de la paz, de la periodista italiana Marinella Correggia.

La actividad será miércoles 19 de septiembre, a las 2:00 p.m. en el Salón Simón Bolívar de la Casa Amarilla, frente a la Plaza Bolívar, como parte de la celebración del Día Internacional de la Paz que se celebra cada 21 de septiembre.

En Presidente de la paz, Correggia, expone una investigación acerca de los esfuerzos por la paz mundial del comandante Hugo Chávez, en los más importantes espacios de la diplomacia internacional.

Correggia es escritora, investigadora y una decidida activista ecosocialista que ha formado parte de grupos pacifistas en Iraq y Libia durante las intervenciones de la OTAN.

En el libro se dan a conocer detalles del cerco realizado por el imperio alrededor de Iraq, Libia y Siria; mientras Chávez lideraba una nueva correlación de fuerzas apuntalada por organismos como Unasur y la Celac.

La diplomacia de paz, África y la lucha por la preservación de la vida en el planeta, son los tres grandes campos abarcados en este apasionante libro.

El valor de su contenido llevó a este texto a ser galardonado con el premio del Primer concurso literario “El pensamiento y la obra socialista de Hugo Chávez Frías”, de la Asociación Tricontinental de Relaciones Internacionales y de Solidaridad.

“No hay democracia sin la participación de los pueblos”. El pensamiento de Chávez aún late en el corazón de los que alguna vez no tuvieron voz. Este libro, recuerda que se deben abordar las desigualdades económicas y políticas para hacerlas más inclusivas, atrayendo a los jóvenes y otros grupos marginados al sistema político; es una jornada que recuerda la importancia de promover y proteger la paz a nivel mundial.

Para más información acerca de nuestras actividades y novedades, visita nuestra página web y redes sociales: @perroyranalibro en Twitter, @editorialperroyrana en Instagram, y Fundación Editorial Escuela El perro y la rana en Facebook.

¡Que viva el ALBA!

 

por Marinella Correggia

¡Vergüenza gobierno de Ecuador!

Es una vergüenza que el gobierno de Ecuador abandone una alianza noble como esta.
https://www.nodal.am/2018/08/el-gobierno-ecuador-abandona-la-alba-con-fuertes-criticas-a-venezuela/

El ALBA nació en 2004 por impulso de dos hombres grandisimos: Fidel Castro, Hugo Chavez… Hugo Chávez, Fidel Castro.

El ALBA actuó para la paz y la solidaridad en muchísimos veces (1), además de formar un modelo di integración internacional bajo la solidaridad y la complementaridad. El ALBA actuó contra las guerras y para una alianza Sur-Sur.

Ahora más que nunca hay que agradecer a los países que se quedan en el ALBA: empezando por Cuba, Venezuela, Bolivia, Nicaragua. Esperando que otros países se sumen.

(1) Algo de los acontecimientos y compromisos del ALBA se puede ver aquì: http://www.elperroylarana.gob.ve/wp-content/uploads/2018/03/presidente_de_la_paz.pdf

 

Scenario prebellico contro il Venezuela?

di William Izarra (*)

Riassumiamo gli ultimi eventi, che sembrano delineare uno scenario prebellico rafforzato o accelerato dall’intenzione di Trump di liquidare il governo di Nicolas Maduro e la rivoluzione bolivariana.

1. Viaggio di Tillerson nei paesi stretti alleati e vassalli degli Stati uniti; sue dichiarazioni dirette contro il Venezuela in ogni paese visitato.

2. Presenza di Kurt Tidd a Bogotà e due riunioni con il presidente colombiano Santos e il ministro della difesa. Con la scusa di incontri per rivedere le azioni di contrasto al narcotraffico, il tema centrale è stato il piano di intervento diretto in Venezuela, con il ricorso a una forza multinazionale guidata dalla Colombia tramite l’appoggio, la consulenza e il monitoraggio del Comando Sud.

3. Mobilitazione di truppe alla frontiera fra Brasile e Colombia; la causa dichiarata e apparente sarebbero gli arrivi dal Venezuela, ma il vero obiettivo è l’assedio al Venezuela con il ricorso all’operazione Tenaglia.

4. Completa l’operazione il rapporto clientelare stabilito fra Stati uniti e Guyana (compreso l’appoggio riguardo alla questione del territorio di Essequibo, conteso con il Venezuela), che sfocia nell’uso del territorio di questo Stato per il controllo militare del narcotraffico, una scusa che nasconde il vero motivo: l’assalto al Venezuela al momento opportuno.

5. I Paesi bassi con le loro isole di Aruba, Bonaire e Curazao significano una diretta presenza della Nato a pochi chilometri dalla costa venezuelana. I Paesi bassi sono uno stretto alleato degli Usa nelle azioni militari finalizzate a imporre l’egemonia.

6. Le dichiarazioni pubbliche (in riunioni con settori dell’opposizione) dell’incaricato d’affari degli Stati uniti – che ha il rango di ambasciatore – che agisce senza alcun rispetto del ruolo che dovrebbe avere un diplomatico, con chiari richiami alla conquista del governo da parte delle forze controrivoluzionarie appoggiate dagli Usa.

7. Le istruzioni, date all’opposizione, di astenersi dal firmare il documento della Repubblica dominicana.

8. La prosecuzione del giro di Tillerson da parte di Julio Borges il quale, sulla base delle istruzioni del Dipartimento di Stato, continua la propria attività di Ambasciatore di Guerra chiedendo più sanzioni contro il Venezuela.

9. L’accelerazione del blocco economico da parte dell’Unione europea come parte della destra mondiale dei paesi occidentali guidati dagli Stati uniti nell’operazione volta a strangolare e piegare il popolo venezuelano che non ha finora permesso la dissoluzione della rivoluzione bolivariana.

10. Di tutti gli eventi verificatisi fra il 15 gennaio e il 10 febbraio, il più significativo da considerare per una possibile invasione del Venezuela è la presenza e l’azione del Comando Sud in Colombia (fattore militare) in concomitanza con il viaggio aggressivo del nuovo falco, e rapace petroliere, Rex Tillerson, segretario di Stato Usa. Le aggressioni da parte dell’imperialismo statunitense vedono sempre l’azione diplomatica precedere l’atto militare. Ne concludo che potrebbe essere imminente il tentativo di invasione da parte degli Usa con l’impiego di una forza multinazionale diretta dalla Colombia dal Comando Sud.

Gli atti di resistenza e contro-invasione da parte delle forze rivoluzionarie bolivariane completano il quadro.

(*) già ufficiale di aviazione nelle forze armate venezuelane (Fanb)

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

Il Venezuela e la minaccia d’invasione militare dalla Colombia

di Eleazar Díaz Rangel

Mai prima d’ora il pericolo di un’aggressione militare al Venezuela è stato così vicino; una possibilità reale della politica attuale di Washington, anche se ricordiamo altre epoche di tensioni, avvertimenti e sanzioni contro l’economia del paese, a partire dal maggio 2001 quando, poco dopo l’arrivo di Hugo Chávez al governo, un funzionario dell’intelligence militare scoprì il Plan Balboa –  in Spagna, prove di invasione militare da parte di Stati uniti e Nato -, fino al presidente Barack Obama che nel 2015 considerava il nostro paese “una minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza degli Stati uniti e la loro politica estera.

Perché questa mia conclusione? Prima di tutto, per la presenza di Trump alla guida degli Usa, con l’appoggio dei settori più reazionari e imprevedibili della politica di quel paese, capaci di creare crisi importanti simultaneamente in Venezuela e nella penisola coreana. E non è solo la presenza di Trump, ma le sue parole, le sue minacce concrete.

Queste condizioni, ovviamente, in sé non sarebbero sufficienti a confermare la gravità della situazione. Ma nella regione si sono verificati cambiamenti importanti. Non possiamo più contare su Lula o Dilma in Brasile, né sui Kirchner in Argentina, e in Ecuador non c’è più Correa. Sono assenze non da poco per lo sviluppo dei piani di Washington nei confronti del Venezuela. Aggiungiamo la creazione del gruppo di Lima come strumento che segue fedelmente le linee tracciate dagli Stati uniti nella loro ossessione contro il nostro paese.

E, come se non bastasse, la politica dell’Unione europea segue pedissequamente come non mai le azioni e decisioni di Washington nei confronti del Venezuela. E certamente vari paesi della regione obbediranno all’ordine recente di non riconoscere i risultati delle elezioni che si terranno il 22 aprile. Non è da scartare l’ipotesi che, a certe condizioni, si approfitti della nuova correlazione di forze in seno all’Organizzazione degli Stati americani per sancire la rottura delle relazioni con il Venezuela, come fecero a suo tempo con Cuba.

Sul piano militare, il comando Sud continua a essere un fattore fondamentale in ogni azione, insieme al riordinamento delle sete basi miliari in Colombia, controllate dagli Stati uniti; e in particolare quella di Palanquero. Aggiungiamo la recente decisione del governo di 
Panamá di autorizzare a partire da luglio l’arrivo di 415 militari dell’aviazione Usa!

Davanti a un panorama così guerrafondaio, è da immaginare che i falchi che guidano la politica estera di Washington siano arrivati alla conclusione che il momento propizio è arrivato; ma poi di certo sono subentrati i dubbi. Per esempio, quale sarebbe la reazione dei popoli latinoamericani, e anche altrove nel mondo? Fin dove si potrebbe spingere l’impegno della Cina sancito nell’accordo di “sicurezza e difesa” firmato di recente con il Venezuela? E la Russia? E i cubani, cosa farebbero? E i paesi dell’Alba, che da un mese sono riuniti in permanenza? Sulla base di queste domande, chi può garantire il successo di un’invasione militare?

L’unione civico-militare per la prima volta si è espressa anche in esercitazioni congiunte, e il popolo in precedenza non aveva la capacità di organizzazione e la coscienza nazionale alla quale è giunto. Gli Usa considereranno una fanfaronata l’avvertimento di Diosdado Cabello: si sa in quali condizioni arriveranno i soldati di Washington ma non si sa in quali condizioni se ne andranno?

In questo contesto, il comportamento del presidente Usa è così ossessivo che, anche qualora l’invasione militare fosse scartata, l’aggressione continuerebbe, con il rafforzamento delle misure economiche e finanziarie che già si stanno applicando, con l’aggiunta dell’embargo sul petrolio; il tutto con il sostegno dei media, come Ap, Reuters, Afp, Efe, e dei telegiornali di mezzo mondo, il solito circo mediatico nel quale dominano le menzogne e le notizie prive di fondamento, insieme all’occultamento della verità.

Qualunque politica Trump applicherà rispetto al Venezuela, abbiamo a disposizione un’unica risposta: resistere, affrontare le minacce nella maniera più organizzata possibile e consapevoli che, dall’interno, una minoranza appoggerà l’aggressione e alzerà il telefono per ricevere l’ordine di non andare a votare e di disconoscere il risultato del voto.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

Marinella Correggia y las verdaderas noticias falsas

por Marinella Correggia – sibialiria.org

Las verdaderas noticias falsas que producen las guerras

En la transmisión “L’aria che tira”, de La7, tv italiana, el diputado Andrea Romano del Partido Demócratade Italia ha dado un triple salto mortal en términos de noticias falsas.

Citamos textualmente. A partir del segundo -1: 20 en el segundo -0: 55, Romano explicó: “La OTAN, la organización internacional que nos protege de alguna manera desde el punto de vista militar, hace un par de años sigue invirtiendo dinero en contra de las noticias falsas, pero no tanto para hacer censura sino porque representan un instrumento de conflicto geopolítico normalmente organizado por Rusia. O incluso hace unos días resultó que Venezuela también, que tiene sus problemas, participó en motores de noticias falsas”.

Dejamos por un lado las noticias falsas sobre la participación de Venezuela en las noticias falsas: hace días el sitio de Venezuela Misión verdad puso por el contrario al descubierto los fondos de Estados Unidos (USAID, Ned, Departamento de Estado y el Departamento de Defensa.) con los que se producen noticias falsas sobre Venezuela, para decirlo con precisión. Por lo tanto, es todo lo contrario, querido diputado Romano.

Dejamos por un lado también el eufemismo con el que Romano define a la OTAN: una especie de Madre Teresa, pero más eficaz para protegernos bajo su manto.

Pero lo que se dice de la OTAN que combate las supuestas noticias falsas, en realidad es un poco ‘demasiado fuerte’. Dado que esa organización y sus estados miembros de mentiras producen en cantidad. También recientemente.

Y son falsas noticias mortales, porque legitiman el comienzo de las guerras y su continuación. El caso de Libia y Siria es paradigmático.

Es una lástima que, en este asunto, el caricaturista Vauro, también presente en el programa, solo recordara las noticias falsas de Bush y Powell en 2003 sobre Iraq; donde la OTAN no fue bombardeando directamente. Y este sincero olvido es otra prueba más que en los últimos años muy pocos de los antiguos pacifistas se han comprometido a contrarrestar las verdaderas noticias falsas, con las que actúa el Eje de la Guerraa OTAN/Golfo. Se han opuesto a ellas tan poco que ni siquiera las recuerdan.
  

[Trad. del italiano para ALBAinformazione por Ciro Brescia]

 

Marinella Correggia e la vera lotta alle “fake news”

da sibialiria.org

Le vere fake news che producono le guerre

Alla trasmissione “L’aria che tira”, de La7, il deputato Andrea Romano del Partito democratico ha compiuto un triplo salto mortale in tema di fake news.

Citiamo testualmente. Dal secondo -1:20 a al secondo -0:55, Romano spiega: “La Nato, l’organizzazione internazionale che ci tutela in qualche modo dal punto di vista militare, è da qualche anno che investe soldi contro le fake news, ma non tanto per fare censure ma perché esse rappresentano uno strumento di conflitto geopolitico normalmente organizzato dalla Russia. O addirittura qualche giorno fa è venuto fuori che anche il Venezuela, che c’ha i suoi guai, era coinvolto nei motori di fake news“.

Tralasciamo la fake news sul coinvolgimento del Venezuela nelle fake news: giorni fa il sito venezuelano Mision verdad aveva al contrario smascherato i finanziamenti statunitensi (Usaid, Ned, Dipartimento di Stato e Dip. della difesa) a chi poi produce bufale sul Venezuela, per l’appunto. Quindi è semmai il contrario, caro deputato. 

Tralasciamo anche l’eufemismo con il quale Romano definisce la Nato: una specie di Madre Teresa, però più efficace nel proteggerci sotto il suo manto.  

Ma che della Nato si dica che combatte presunte fake news, è davvero un po’ troppo forte. Visto che quell’organizzazione e i suoi Stati membri di menzogne ne producono in quantità. Anche di recente.
E sono fake news mortali, perché legittimano l’avvio di guerre e la loro prosecuzione. Il caso della Libia e della Siria è paradigmatico.


Peccato che in materia, il vignettista Vauro, anch’egli presente in trasmissione, si sia ricordato solo della fake news di Bush e Powell nel 2003 riguardo all’Iraq; dove non fu direttamente la Nato a bombardare. E questa sua sincera dimenticanza è un’ennesima prova che negli ultimi anni ben pochi fra gli ex pacifisti si sono impegnati a contrastare  le vere fake news, quelle che con le quali l’Asse delle Guerre Nato/Golfo agisce. Le hanno contrastate così poco che nemmeno le ricordano.

(VIDEO) 1917 La revolución rusa fue contra la guerra

por Marinella Correggia

Una de las grandes lecciones de la Revolución de Octubre fue la salida de la guerra mundial. “La Revolución bolchevique fue una revolución contra la guerra”, afirma una transmisión de Telesur, Empire Files.

En 1917 un país entra en el “inútil estrago” (para decirlo como el papa de la época) y otro se retira pidiendo a gritos la paz. El primer país: Estados Unidos que, oportuno, entra para no quedar fuera de la repartición del pastel.

Por el contrario, uno de los primeros actos del gobierno bolchevique nacido de la Revolución de Octubre en Rusia, es la propuesta enviada a todos los beligerantes de un armisticio general inmediato para llegar en poco tiempo a una conferencia por una paz “justa y democrática”.

Lenin lee la resolución delante de los soldados sobrevivientes a las trincheras y  un pueblo hambriento y mutilado: “El gobierno obrero y campesino, creado por la revolución del 24 y 25 de octubre y basado en los soviet de los diputados obreros, soldados y campesinos, propone a todos los pueblos beligerantes y a sus gobiernos iniciar inmediatamente negociaciones por una paz justa y democrática”.

La revolución se dirige a los gobiernos porque sin esos la paz tardaría demasiado en llegar, pero sostiene sobre todo que es necesario “ayudar a los otros pueblos a intervenir en las cuestiones de la guerra y de la paz.” Lenin explica que la revolución será acusada de violar los tratados, pero está orgullosa de eso: “Romper las alianzas de sangrientos robos es un gran mérito histórico”. La Rusia republicana y revolucionaria está dispuesta a examinar cualquier propuesta sin condicionamientos previos. Ignorada, salvo por Alemania, Rusia sale de la guerra unilateralmente, aceptando duras condiciones.

Por desgracia, en vez de imitar la sabiduría revolucionaria, las potencias capitalistas agredieron a Rusia, apoyando en la tremenda guerra civil que seguiría a los conservadores locales: los llamados blancos… con los que lamentablemente combatieron contra los bolcheviques, también autoproclamados grupos revolucionarios…

¡La historia se repite!

[Trad. dal italiano por Yenia Silva Correa]
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ANC y el modelo post-petrolero

por Marinella Correggia (*)

La Constituyente venezolana, la independencia económica y el modelo post-petrolero

Entre los objetivos presentados por la Asamblea Constituyente votada el 30 de julio, figuran el camino hacia “un nuevo modelo de economía post-petrolera, productiva, diversificada, que satisfaga las necesidades de aprovisionamiento de la población”, “la consolidación de las nuevas formas de democracia participativa, con la constitucionalización de los consejos comunales y de las comunas” (unidades organizativas de base que con frecuencia son también unidades productivas), y además “la preservación de la vida en el planeta, protegiendo la biodiversidad y desarrollando una cultura ecológica”.

A inicios del siglo XXI, con el propósito de invertir en el sector agroalimentario las rentas del petróleo de Venezuela para avanzar hacia la independencia económica, el entonces presidente Hugo Chávez creó en Barinas (su estado natal) el Instituto de Formación Agroecológica Paulo Freire. Llamó como consultor para el desarrollo rural al Movimiento Sin Tierra (MST) de Brasil, en el marco de la cooperación Sur – Sur, y de lo que muy pronto será el intercambio paritario entre los países del ALBA: Cuba, Venezuela, Bolivia, Nicaragua y Ecuador.

Esta solidaridad internacional constructiva (concreta, no retórica) nunca se ha interrumpido. Desde 2005 la brigada internacionalista Apolônio de Carvalho (el MST tiene brigadas de trabajo en muchos contextos de crisis: Palestina, Haití, países africanos) hace un trabajo de formación y producción junto a campesinos y organizaciones populares venezolanas. En 2013 la brigada fue encargada por el Ministerio de la Agricultura de desarrollar un proyecto en la Unidad de Producción Social Agrícola (UPSA) Caquetíos, en el estado de Lara: 220 hectáreas. Cuatro años después (hoy) en el sitio del MST dice: “Involucramos colectivos, consejos de las comunas y movimientos rurales en la formación técnica y política, con la óptica de desarrollar también una cultura agrícola”.

Vista la coyuntura de guerra económica que el país está viviendo, “se dedica a dos frentes de trabajo: producción para el consumo, un pedido urgente, y producción de semillas autóctonas — del sector hortícola a los cereales y a la soya—, una perspectiva de estrategia para la soberanía y la independencia alimentaria a la que aspiramos”, explica Simón Uzcátegui, campesino que trabaja en la unidad; “la dificultad de acceder a fertilizantes e insecticidas nos ayuda a desarrollar sus alternativas agroecológicas. Preparamos 6 000 litros de insecticidas naturales”.

“Es un trabajo lento y escondido, pero se avanza. Y mientras más se aspira a la agricultura ecológica, más los propios jóvenes se interesan en ella”. Según Verena Vázquez (de 27 años, colaboradora del proyecto), con la coyuntura adversa la población acoge mejor la necesidad de trabajar en serio en el sector agrícola. También a nivel urbano: la creación hace pocos años del Ministerio de la Agricultura Urbana ha provocado la aparición de miles de pequeños huertos; han surgido mercados comunales, circuitos de hilera corta, sistema de adquisición colectiva como la Alpargata Solidaria, etc.

Hace pocos días, en ocasión de su VII Conferencia Mundial, el movimiento agrícola La Vía Campesina (LVC) —al que se adhiere en Venezuela el Frente Nacional Campesino Ezequiel Zamora (FNCEZ) y la Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora (CRBZ) — puntualizó en un documento: “La dinámica y las tendencias harían prever una situación de crisis prolongada, cuya evolución es difícil de predecir. Es cierto que se está cometiendo un acto violento, con elementos de odio fascista. Después de meses de esfuerzo, la derecha ha entendido que no tiene fuerza suficiente para vencer, a pesar de la guerra de cuarta generación que se lleva a cabo. Su debilidad de fondo (siempre la misma) es la falta de apoyo popular en las calles y de fuerza en el terreno. Y precisamente esto hace temer una escalada de la agresión por parte de fuerzas externas”.

El movimiento agrícola denuncia el plan de desestabilización encabezado por Estados Unidos, el cual “incluye, por una parte, la acción en la economía con el acaparamiento de productos y la destrucción de centros de almacenamiento y transporte para crear escasez, incrementar los precios y aumentar el costo de la vida de las personas de ingreso más modesto; por la otra, las acciones en las calles, con el asedio de áreas, terrorismo, asesinatos, saqueos y hogueras. El movimiento de oposición está actualmente en manos de los sectores más de derecha, como Voluntad Popular y Primero Justicia”.

El documento señala al interior del país los esfuerzos de movilización del mundo agrícola, organizado en defensa del territorio y de las comunas.

(*) Autora de El presidente de la paz, Ediciones Sankara 2015 (Premio Trisol del Alba), coautora de L’Alba dell’avvenire, Punto rosso 2007, y de La lunga marcia dei senza terra, Emi 2014.

ANC e il modello post-petrolifero

di Marinella Correggia (*) – cambiailmondo.org

La Costituente venezuelana, il Movimento Sem Terra, Via Campesina e il nuovo modello post-petrolifero

Fra gli obiettivi che sono stati dati all’Assemblea costituente votata il 30 luglio figurano il cammino verso «un nuovo modello di economia post-petrolifera, mista, produttiva, diversificata, che soddisfi le necessità di approvvigionamento della popolazione», «il consolidamento delle nuove forme della democrazia partecipativa, con la costituzionalizzazione dei consigli comunali e delle comunas» (unità organizzative di base che spesso sono anche unità produttive), e poi «la preservazione della vita sul pianeta, proteggendo la biodiversità e sviluppando una cultura ecologica».

Nei primi anni Duemila, proponendosi di investire nel settore agroalimentare i proventi petroliferi del Venezuela così da progredire verso l’indipendenza economica, l’allora presidente Hugo Chavez aveva creato a Barinas – suo Stato natale – l’Istituto di formazione in agroecologia Paulo Freire. Chiamò come consulente per lo sviluppo rurale il Movimento Sem terra (Mst) del Brasile, nel quadro della cooperazione Sud-Sud e di quello che ben presto sarà lo scambio paritario fra i paesi dell’alleanza Alba: Cuba Venezuela Bolivia Nicaragua Ecuador.

Questa solidarietà internazionalista costruttiva, concreta non retorica, non si è mai interrotta. Dal 2005, la brigata internazionalista Apolônio de Carvalho (il Mst ha brigate di lavoro in tanti contesti di crisi, Palestina, Haiti, paesi africani) fa un lavoro di formazione e produzione insieme a contadini e organizzazioni popolari venezuelane. Nel 2013, la brigata fu incaricata dal ministero dell’agricoltura di sviluppare un progetto nell’Unità di produzione sociale agricola (Upsa) Caquetíos, nello Stato di Lara, 220 ettari. Quattro anni dopo, oggi, si legge sul sito del Mst: «Abbiamo coinvolto collettivi, consigli delle comunas, movimenti rurali nella formazione tecnica e politica, nell’ottica di sviluppare anche una cultura dell’agricoltura».

Vista la congiuntura di guerra economica che il paese sta vivendo, «ci si dedica a due fronti di lavoro: produzione per il consumo, una richiesta urgente, e produzione di sementi autoctone – dal settore orticolo ai cereali e alla soia-, una prospettiva di strategia per la sovranità e l’indipendenza alimentare alla quale puntiamo», spiega Simón Uzcátegui, contadino che lavora nell’unità; «la difficoltà di accedere a fertilizzanti e insetticidi ci aiuta a sviluppare le loro alternative agroecologiche. Abbiamo preparato seimila litri di insetticidi naturali

«E’ un lavoro lento e nascosto, ma va avanti. E più si punta sull’agricoltura ecologica, più i giovani stessi se ne interessano»: secondo Verena Vásquez, 27 anni, collaboratrice del progetto, con la congiuntura avversa la popolazione coglie meglio la necessità di lavorare sul serio nel settore agricolo. Anche a livello urbano: la creazione pochi anni fa del Ministero dell’agricoltura urbana ha portato alla nascita di migliaia di piccolissimi orti; sono nati mercati comunali, circuiti di filiera corta, sistemi di acquisti collettivi come la Alpargata solidaria ecc.

Pochi giorni fa, in occasione della sua VII conferenza mondiale, il movimento agricolo La Vía Campesina (Lvc) – al quale aderiscono in Venezuela il Frente Nacional Campesino Ezequiel Zamora (Fncez)  e la Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora (Crbz) – ha puntualizzato in un documento: «La dinamica e le tendenze sembrerebbero far prevedere una situazione di crisi prolungata la cui evoluzione è difficile da prevedere. Certo è in atto un piano violento, con componenti di odio fascista. Dopo mesi di sforzi, la destra ha capito di non avere forza sufficiente a vincere, malgrado la guerra di quarta generazione messa in atto. La sua debolezza di fondo, sempre la stessa, è la mancanza dell’appoggio popolare nelle strade, di forza sul campo. E proprio questo fa temere una escalation dell’aggressione da parte di forze esterne

Il movimento agricolo denuncia il piano di destabilizzazione capeggiato dagli Usa, il quale «comprende da una parte l’azione sull’economia, con l’accaparramento di prodotti e la distruzione di centri di immagazzinamento e trasporto, così da creare scarsità, far crescere i prezzi e aumentare la fatica di vivere delle persone dal reddito più modesto; dall’altra le azioni nelle strade, con assedi di aree, terrorismo, uccisioni, saccheggi, roghi. Il movimento di opposizione è attualmente nelle mani dei settori più di destra, come Voluntad Popular e Primero Justicia».

Il documento segnala all’interno del paese gli sforzi di mobilitazione del mondo agricolo, organizzato nella difesa del territorio e delle comunas.

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(*) Autrice de El presidente de la paz, edizioni Sankara 2015 (Premio Trisol del Alba), coautrice de L’Alba dell’avvenire, Punto rosso 2007 e de La lunga marcia dei senza terra, Emi 2014.

Ecosocialismo: un fondamentale della Rivoluzione bolivariana

«L’ecosocialismo può salvare la rivoluzione venezuelana»di Marinella Correggia – lantidiplomatico.it

 
Miguel Angel Núñez dirige l’Istituto universitario latinoamericano di agroecologia Paulo Freire, creato a Barinas in Venezuela nel 2008. E’ autore dei saggi Venezuela Ecosocialista e Vivir despierto entre los cambios sociales oltre a moltissimi articoli in tema di agroecologia, modelli di sviluppo, giustizia ecologica. Gli abbiamo rivolto alcune domande, di fronte a un contesto preoccupante, con il Venezuela nel mirino. Continua la guerra economica promossa dalle oligarchie nazionali e internazionali. Continuano gli attacchi da parte della dittatura mediatica. La destra fascista venezuelana organizza il referendum revocatorio contro il presidente Nicolas Maduro. Un documento del Comando Sud degli Stati Uniti rivela il micidiale piano golpista del Pentagono per destabilizzare e rovesciare la Rivoluzione bolivariana. E l’ex presidente colombiano Uribe praticamente invoca un golpe…
 
Miguel Angel, il tuo più recente articolo è sull’Utopia venezuelana che può e deve resistere all’intervento golpista dall’esterno e al sabotaggio dall’interno…

 
L’utopia che stiamo costruendo fra grandi difficoltà non è rinviabile ed è inarrestabile. Non la fermeranno le manovre politiche, i sabotaggi economici, gli assassini paramilitari, le minacce di intervento militare da parte di sedicenti «forze armate democratiche del continente». L’impero e i suoi narco-ambasciatori, gli Uribe, i González, gli Aznar in compagnia dei messaggeri anti-patrioti pensano di spaventarci con questa «minaccia inusuale» ma il popolo venezuelano è deciso a difendere la patria. Non possiamo sottovalutare il potere dell’impero, né sopravvalutare il nostro. Semplicemente, il popolo di Chávez è pronto. Del resto, con tutto il loro potere, non sono riusciti a sconfiggere i popoli del Vietnam, di Cuba, dell’Afghanistan, della Siria, dell’Iraq. Certo, queste forze sfruttano a proprio vantaggio i nostri errori, lentezze, irresponsabilità; e gli atteggiamenti antirivoluzionari. Gli infiltrati parlano di «raschiare la pentola» e con l’opposizione reclamano la «riconquista delle terre» che erano state cedute ai contadini… 
 
Eppure, in un contesto di minacce golpiste ed emergenze economiche, il Venezuela sta sviluppando migliaia di esperienze di autoproduzione agroecologica. Nel silenzio dei grandi media. Che cosa sta succedendo, quasi i protagonisti della riscossa agricola?
 
La creazione del Ministero dell’agricoltura urbana fa parte della promozione del motore agroalimentare, uno dei 14 messi in… moto per affrontare la grave crisi economica che stiamo vivendo. Il Ministero ha iniziato a lavorare lo scorso mese di febbraio con l’obiettivo di avviare unità produttive agroecologiche a decine di migliaia. Inizialmente si pensava a 8 città del paese per un totale di 1200 ettari, ma siamo già arrivati a seminare e piantare su 2800 ettari. L’idea è arrivare a coprire il 25% del consumo di ortofrutta. Gli spazi coltivati sono piccoli, non fanno ricorso a sostanze chimiche. Ovviamente abbiamo anche esperienze produttive agroecologiche di grandi dimensioni in vari Stati del Venezuela: a Mérida le patate e l’ortofrutta, a Barinas altri tuberi, cereali e frutta, a Portuguesa caffè e cereali.Vogliamo incrementare e consolidare le produzioni agroecologiche. Si tratta di produrre, innovare e ricercare, sostituendo l’agricoltura di sintesi con le ecotecnologie. Sono coinvolti nel processo diversi ministeri, università e molte famiglie contadine e urbane. Fino ad alcune settimane fa, erano state censite 25.000 unità produttive per un totale di 121.000 persone.
 
Il concetto di «ecosocialismo» è del tutto ignorato in Occidente, mentre in Venezuela c’è un ministero per l’ecosocialismo. E c’è una struttura statale dedicata all’agroecologia: l’Istituto che tu dirigi. E poi, il potere popolare punta sul sistema delle comunas. Quali sono i collegamenti fra le tre entità, ricordando che anni fa il presidente Maduro sottolineò come le comunas debbano essere produttive ed ecosocialiste?

La società venezuelana deve creare nuove organizzazioni sociali di produzione. L’obiettivo finale è la formazione e il consolidamento delle comunas. Per produrre alimenti, si spera, e per risolvere diversi problemi, aumentare la partecipazione popolare e la produzione di conoscenza. E’ uno dei modi per superare il perverso rentismo petrolifero con una nuova economia stabilmente centrata sullo sviluppo umano e sociale, come chiedono la nostra Costituzione e la Legge del Plan Patria. E’ una delle sfide principali per il  nostro popolo: superare l’incapacità produttiva e la pigrizia sociale, grazie a un miglior coordinamento e articolazione delle forze produttive. Questi legami aiuteranno ad avviare processi produttivi. Sta crescendo una nuova eco-etica, che cerca di costruire definitivamente una nuova società possibile e ci chiede di sradicare i vizi del passato.
 
In un paese tuttora estrattivista e vittima di una guerra economica, con l’esperienza delle penurie, l’agroecologia potrebbe aiutare a salvare la rivoluzione bolivariana? Hai anche detto che l’estrattivismo è un ostacolo per l’ecosocialismo.

Sì. L’estrattivismo è il peso storico, economico-sociale del Venezuela. Ci ha condannati a dipendere dalla rendita, ci ha spinti a un consumismo esasperato e a un’estesa corruzione. Per questo, con forza e determinazione alcuni settori fanno proposte ecoproduttive che diano forma alla proposta ecosocialista. L’agroecologia è una di queste. Siamo sicuri che aiuterà molto il motore agroalimentare. L’attività agricola deve essere centrale nel dinamizzare l’economia di un paese e di una società. Alla costruzione di una proposta sostenibile ci impegna il quinto obiettivo storico della Legge Plan Patria: preservare il pianeta Terra e salvare la specie umana. L’ecosocialismo è la proposta di costruzione di un nuovo modello di civiltà. E’ uno spazio in continua costruzione nel quale si articolano diversi processi di transizione e trasformazione sociale, economica, scientifica, tecnologica e politica in grado di portarci a nuovi rapporti sociali e di produzione.
 
La rivoluzione bolivariana guidata da Hugo Chávez in pochi anni riuscì a cambiare le strutture, le leggi, la politica, in parte l’economia del paese, ad appoggiare il cambiamento in un intero continente; ma solo una parte del popolo venezuelano ha interiorizzato una cultura rivoluzionaria, malgrado lo sforzo pedagogico del governo. In Occidente la stragrande maggioranza della popolazione è rovinata da decenni di consumismo fatuo e individualismo sistemico, ma in Venezuela? E’ possibile dire ai venezuelani – e in tempo di crisi – «non imitate l’Occidente»? 

La rivoluzione chavista ha avuto e credo abbia tuttora una legittimazione nella transizione verso l’ecosocialismo. Non c’è un’altra proposta politica e per la vita del nostro paese. La rivoluzione chavista ha gettato le basi per la creazione di un nuovo tessuto sociale. Ma in questo momento di crisi economica e sociale, possiamo notare un pericoloso sviamento da parte di alcuni settori, verso i dis-valori: individualismo, consumismo, incompetenza, burocrazia, corruzione. Un modello ego-ideologico perverso di matrice capitalista sta paralizzando le forze del cambiamento. E sembra imporsi nell’attualità. Ma certo, possiamo invertire la tendenza all’individualismo e alla corruzione, che alcuni adesso chiamano tendenza culturale – una follia, no? Per superare questa condizione nefasta e complessa dobbiamo impegnarci a capire le radici della crisi e le sue problematiche. Ogni giorno appare più evidente che la natura redditiera del capitalismo globale è insostenibile: dal punto di vista sociale, ecologico e finanziario. Conosciamo bene queste connessioni? Alcuni settori e responsabili politici, no. E’ dunque necessario formarci, studiare, ricercare: per saper ristrutturare le norme e le istituzioni che governano la globalizzazione, per dare impulso a un’agroecologia sostenibile e introdurre le innovazioni necessarie. Questo ci aiuterà a creare un nuovo tessuto sociale vitale capace di ridisegnare strutture fisiche, città, tecnologie, industrie. Verso l’ecosostenibilità. E se da una parte dobbiamo chiederci ogni giorno che cosa vale la pena comprare e quanto ci durerà, dall’altra dobbiamo iniziare a creare ecotecnologie che sostituiscano quelle inefficienti che ci hanno creato problemi sociali e ambientali. Abbiamo gente giovane, molta informazione e risorse tecnologiche adatte. Dobbiamo andare avanti nella costruzione di una nuova volontà politica. E’ una lotta planetaria; per questo ora più che mai dobbiamo affratellarci nelle lotte per la giustizia sociale e ambientale. 
 
Il Venezuela ha giocato un ruolo importante – molto apprezzato dagli attivisti frustrati dell’Occidente! – nella geopolitica mondiale, per la costruzione di un asse di solidarietà e pace nella resistenza all’egemonia belligerante nordamericana. Come evitare che si perda?
 
Il presidente Hugo Chávez ebbe la modestia e la capacità di riconoscere un ruolo importante e senza precedenti ai movimenti sociali e rivoluzionari del mondo. Ha dato loro forza, motivazione, ha dato loro uno spazio politico. Fra i risultati c’è stata la legge Plan Patria e il quinto obiettivo storico: contribuire a preservare la vita sul pianeta e a salvare la specie umana. Noi rivoluzionari patrioti non possiamo permettere che il processo torni indietro. Non è la stessa cosa ripetere e manipolare l’eredità di Chávez e saperla interpretare. Perciò lo stesso presidente Maduro ha sollecitato in modo chiaro ed energico il Congresso della Patria ad andare avanti in una nuova egemonia culturale che superi le diverse debolezze di cui il nemico ha saputo approfittare. Se non superiamo i modelli ego-ideologici dell’individualismo, del consumismo, della burocrazia e della corruzione corriamo il rischio di ostacolare o far arretrare il processo di costruzione dell’ecosocialismo. Ma sono sicuro che emergerà una nuova volontà politica.
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