Oliver Stone: «Il giornalismo mondiale ha fallito»

da Yvke Mundial/Correo del Orinoco

7feb2017.- Oliver Stone è convinto che i responsabili della circolazione di tante notizie false nel mondo non sono i canali alternativi ma piuttosto i media più prestigiosi.

Presentando il documentario Ucraina on fire che ha prodotto e che racconta la “rivoluzione” Ucraina del 2014, Stone ha voluto portare il suo punto di vista secondo il quale i generatori delle fake news sono soprattutto i canali di stampa tradizionali. 

La “rivoluzione” Ucraina, la cui responsabilità è stata attribuita alla Russia di Vladimir Putin, è stata invece elaborata e finanziata dagli Stati Uniti per far ricadere la responsabilità sulla Russia e giustificare ancora l’esistenza della Nato. 

Stone ha inoltre definito ridicola la teoria secondo la quale Donald Trump sarebbe stato eletto grazie alle interferenze di Vladimir Putin. 

Il documentario è stato presentato durante la prima edizione di “Filming on Italy” un evento di promozione dell’Italia come set cinematografico organizzato a Los Angeles. Il regista e l’Ucraino Igor Lopatonok. Stone lo ha prodotto e ha intervistato i protagonisti del caso: Vladimir Putin e Victor Yanukovich, ex presidente ucraino deposto dopo che si è fatta passare quella ucraina, come una rivoluzione partita dal basso ma, secondo la versione del documentario, è stato invece un autentico colpo di Stato che ha goduto del finanziamento degli Stati Uniti. 

Gli Stati Uniti hanno un ruolo enorme ed una grande responsabilità e lo continuano a negare. Lo ha affermato il regista vincitore dell’Oscar per “Platoon” e “Nato il 4 luglio”, tra gli altri. Stone ha affermato che: “è una situazione dolorosa per la gente Ucraina. Quella che raccontiamo non è la narrazione ufficiale ma invece quello che è realmente successo. Non lo vedranno nei media statunitensi ma troveremo il modo di diffondere il nostro documentario anche se fosse attraverso YouTube”.

Stone ha criticato duramente il giornalismo statunitense responsabilizzandolo per aver accettato la versione del governo senza fare alcuna ricerca, senza andare a fondo. “Che fine ha fatto il giornalismo degli anni ’60, quello che ha portato alla luce lo scandalo del Watergate e ha mostrato la vera faccia della guerra del Vietnam?”, si chiede Stone, “Ad un certo punto la stampa ha smesso di avere senso critico. La sua funzione dovrebbe essere quella di analizzare le teorie delle fonti ufficiali e criticarle ma già non lo sta più facendo, e questo documentario mostra chiaramente il suo fallimento”. 

Il New York Times, il Washington Post e altre prestigiose testate statunitensi non stanno più svolgendo il ruolo di un tempo, ossia il loro lavoro, ha denunciato il regista Stone, anche commentato l’elezione di Trump alla Casa Bianca, e ha definito ridicole le teorie secondo le quali lo stesso Trump, abbia vinto grazie all’ingerenza russa. 

“Sono gli Stati Uniti ad avere una lunga tradizione di ingerenza nella politica degli altri Paesi, non la Russia”, ha ricordato.

[…]

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Da Sarajevo ad Ankara

di Atilio A. Boron

Il crescente protagonismo della Russia è motivo di enorme preoccupazione per le mal chiamate “democrazie” occidentali, in realtà un congiunto di sordide ed immorali plutocrazie disposte a sacrificare i propri popoli sull’altare del mercato. Preoccupazione perché dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, la Russia è stata data per morta da molti distaccati analisti ed esperti degli Stati Uniti e dell’Europa. Immersi nella loro ignoranza ed accecati dal pregiudizio hanno dimenticato che la Russia è stata sin dagli inizi del secolo XVIII con Pietro il Grande e soprattutto durante il regno di Caterina la Grande, intorno alla metà di questo stesso secolo, una delle principali potenze europee il cui intervento era solito far inclinare la bilancia da una parte o dall’altra, nei permanenti conflitti tra i suoi vicini occidentali, specialmente il Regno Unito, la Francia e l’Impero austro-ungarico.

Dimenticarsi della storia inevitabilmente finisce per produrre grossi errori di analisi come quelli che affliggono gli strateghi occidentali. La rivoluzione russa e la sconfitta dello zarismo provocarono un eclisse transitorio del protagonismo russo che molti pensarono fosse definitivo. Certamente la vittoria alleata nella seconda guerra mondiale ed il ruolo cruciale ricoperto dall’Unione Sovietica dopo la sua formidabile ripresa economica nel dopo-guerra, fecero in modo che Mosca tornasse ad occupare il suo tradizionale ruolo arbitrale nel consesso internazionale.

Durante quasi mezzo secolo il sistema internazionale è stato segnato dal marchio del bipolarismo con l’Occidente e il (di nuovo) mal chiamato “mondo libero” da un lato, e la Unione Sovietica e i suoi alleati dall’altro. Con la fulminante implosione della Urss avvenne che molti credettero che adesso sì la Russia sarebbe sparita per sempre e che quello che sarebbe venuto era un nuovo secolo americano segnato per l’incontestabile unipolarismo degli Stati Uniti guidato dal suo tradizionale avversario sovietico e con la Cina ancora lontana dall’essere ciò che sarebbe diventata pochi anni più tardi. La risposta della storia è stata demolitrice.

Così come assicura Eduardo Febbro nella sua nota del domenica passata in Pagina/12: “Non c’è terreno sopra il quale il re Putin non abbia vinto i suoi avversari: ha schiacciato la rivolta in Cecenia, ha vinto in Siria ha annesso la Crimea, ha impedito militarmente che gli indipendentisti ucraini passassero sotto l’influenza europea, ha imposto il suo ordine in Georgia ed in Ossezia, e, soprattutto, è riuscito a destabilizzare dall’interno le stesse democrazie europee con una azzeccata politica di finanziamento dei partiti e movimenti di diverso ordine ideologico. Diciassette anni dopo essere arrivato in testa al potere questo timido ex tenente colonnello dei servizi segreti, il KGB, è la figura maggiore del XXI secolo.

L’alleanza della Russia con la Cina, ed il succesivo aggiungersi dell’Iran e dell’India più l’astuto avvicinamento con la Turchia, rappresenta il peggiore scenario possibile per la declinante egemonia globale degli Stati Uniti secondo Zbigniew Brzinski, il principale stratega di Washington. L’assassinio di Andrej Karlov ad Ankara ha due propositi inoccultabili: il primo è mettere in difficoltà la Turchia sede della impressionante base aerea nordamericana di Incirlik – che conta con la permanenza di circa 5000 uomini della Forza Aerea degli Stati Uniti – affinché non sia attratta verso Mosca privando la Nato di una localizzazione chiave per chiudere dal Mediterraneo orientale l’accerchiamento della Russia che comincia nel nord con i paesi baltici. Il secondo è far sapere alla Russia che l’Occidente non resterà con le braccia incrociate mentre Putin si rafforza e acquista prestigio ponendo fine al caos che gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno prodotto in Siria e che non hanno potuto o non hanno voluto risolvere.

L’assassinio di Karlov può ben essere stato una provocazione come l’assassinio dell’arciduca Francesco d’Austria a Sarajevo nel 1914 potrebbe precipitare una guerra se la parte colpita, la Russia, reagisse in maniera impulsiva. Ma se qualcosa ha dimostrato un personaggio tanto controverso come Putin, è che può essere accusato di qualsiasi cosa meno di essere un irruente. Piuttosto si tratta di un attore molto cerebrale e riflessivo, un uomo che gioca con impressionante freddezza nel caldo scacchiere della politica mondiale.

Il crimine perpetrato ad Ankara è stato un chiaro messaggio mafioso diretto a Mosca, per questo lo jihadista che ha compiuto l’assassinio è stato ultimato, chiudendogli la bocca per sempre. i servizi occidentali sono esperti nel reclutare ipotetici “radicali” per perpetrare crimini che sostengono la continuità dell’impero.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

L’imperialismo al contrattacco di fronte alla sua sconfitta in Siria

L'immagine può contenere: 1 persona, scarpe, barba, salotto e spazio al chiusodi Manuel Freytas

Non possono digerire la loro sconfitta ad Aleppo e del terrorismo made in USA in Siria.

Non possono digerire il patto politico tra Putin ed Erdogan, che ha tirato fuori la Turchia dal dispositivo terrorista della NATO sotto la direzione del Pentagono.

Non possono digerire una Russia che vince in Medio Oriente.

Non possono digerire la sconfitta degli USA, Israele, UE e Arabia Saudita con le monarchie del Golfo, nel progetto di dividere, atomizzare e controllare la Siria. Per poi attaccare l’Iran.

Hanno fallito, sono stati sconfitti militarmente. E non possono digerire la fine dello Stato Islamico. Una macchina terrorista ed assassina che ha sostituito i marines nella invasione della Siria, e nella nuova occupazione dell’Irak.

Hanno perso la guerra regionale, hanno perso la Turchia in quanto alleato strategico, hanno perso l’egemonia militare in Medio Oriente. Ed adesso si attivano per la distruzione dell’alleanza tra Russia e Turchia.

Questo era l’obiettivo strategico dell’assassinio filmato dell’Ambasciatore della Russia in Turchia. Ed è la prima volta che l’intelligence USA utilizza un fondamentalista suicida infiltrato e manipolato (vestito con giacca e cravatta) per uccidere e diffondere un messaggio in un set televisivo montato in una Galleria d’Arte.

Gli yankee, la CIA, il Mossad israeliano, e l’intelligence britannica vanno al contrattacco. Questa è la preparazione del nuovo scenario terrorista durante la presidenza Trump. L’assassinio mediatico dell’ambasciatore russo in Turchia, è stato solo l’inizio del nuovo processo della guerra tra le potenze capitaliste in Medio Oriente. Solo l’inizio di quello che ci aspetta nel 2017.

Accomodatevi pure sulla poltrona. Qui troverete tutte le spiegazioni sullo spettacolo, ed è gratis.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Danilo Della Valle]

(VIDEO) A Napoli le lavoratrici dell’Ex-URSS cantano per la pace

da MIA

Russia e russi al centro del palcoscenico mondiale attirano l’attenzione in questi giorni che fanno della questione siriana il lodo per la pace del mondo. Sono vive le immagini di chi al grido di “Allah è grande” uccide l’ambasciatore russo e scuote il mondo. Mentre un flash-mob a Napoli, invade pacificamente la stazione centrale, lanciando un messaggio di pace.

Tutti attorno ad un pianoforte cantano canzoni del vecchio blocco sovietico e dell’antica Napoli ricordando che si è stranieri solo se lo si vuol essere. Il flash-mob di Napoli, riuscitissimo, raggruppa un centinaio di immigrati dell’Est mondiale alle note di vecchie glorie canore e una mai intramontabile “bella ciao”… Mentre il mondo diviene sempre più “putin-centrica”.

Tra i cantanti, dai tratti somatici inconfondibili, si scorgono emigrati di ogni regione e ragione dell’Est europeo. Ucraini, russi, moldavi e naturalmente napoletani cantano tutti insieme per la pace e la memoria. Non sono mancati i momenti di tensione, quando le forze dell’ordine hanno cercato di bloccare l’evento… ma si sa che l’arte riesce ad addolcire gli animi… e quindi, quei pochi momenti di tensione spenti dal grande momento spontaneo di aggregazione, hanno lasciato il passo alla musica. Napoli è stata travolta dalle melodie sovietiche… e da grande città dell’arte, quale è, ha fatto dei suo colori lo scenario perfetto per una “protesta” unica”… e speriamo “ripetibile”.

La musica e l’arte sono l’espressione dei popoli che ne rivelano l’anima, questo recita Ernesto Basile ingegnere costruttore del teatro Massimo di Palermo. Che fu un grande amante dell’arte e della capitale partenopea. A Napoli la comunità “sovietica” ha dato prova di grande coraggio… speriamo che la politica mondiale ne faccia tesoro.
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Russia: intervista a Anton Tarasov (Kprf)

7520e7a0-74e2-48fa-8981-5c59ec790817di Danilo Della Valle 

Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

Nel giorno del novantanovesimo anniversario della rivoluzione d’Ottobre del 1917, abbiamo incontrato Anton Tarasov, candidato alle ultime elezioni parlamentari per il Kprf, deputato alla municipalità “Aeroport” della città di Mosca e primo segretario della sezione Leningrado del Kprf. Con lui abbiamo parlato, oltre che del risultato elettorale del Kprf, della situazione economica e sociale che vive la Russia oggi, situazione troppo spesso tralasciata dalle “tifoserie” pro o anti Cremlino.

Alla luce dei risultati delle elezioni dello scorso settembre, da cosa è dipeso il pesante arretramento in termini di voti del suo partito?

Sinceramente pensavo che il Kprf potesse raggiungere un risultato di gran lunga migliore dato che nell’ultima legislatura il governo in carica ha condotto una politica interna disastrosa. Purtroppo non è stato così, abbiamo perso vari punti percentuali durante queste elezioni, ma credo che il nostro partito sia stato penalizzato da quattro fattori: il primo è sicuramente quello che riguarda l’astensione alta che ha sfavorito tutte le forze di opposizione; il secondo è rappresentato dalla presenza di una seconda lista comunista, “Comunisti di Russia”. Questo partito è nato da una scissione del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) ed ha raggiunto il 3%, di fatto togliendo questa fetta di voti alla nostra lista. Inutile dire che questo partito è entrato nelle grazie del Cremlino visto il suo ruolo anti-Kprf; il terzo punto riguarda le altre due principali forze di opposizione, Russia Giusta e i Liberal-democratici di Zhirinovsky, che hanno condotto una campagna elettorale improntata sull’opposizione al governo usando le stesse parole d’ordine del Kprf. Purtroppo però nella realtà a queste parole non fanno seguito i fatti, nell’ultima legislatura i due partiti in questione hanno assunto il ruolo di stampella del governo votando spesso alla Duma come Russia Unita e lasciando solo il Kprf all’opposizione. Per quanto riguarda l’ultimo punto, credo sia giusto fare autocritica, al nostro partito è mancata innovazione. Credo che sia importante che il Kprf si doti di una forza innovativa capace di intercettare i voti delle generazioni più giovani che non hanno vissuto l’epoca del socialismo.

L’astensione è stata molto alta, soprattutto a Mosca e San Pietroburgo che sono riconosciute una come la capitale economica ed una come la capitale culturale del Paese, a cosa crede sia dovuto questo fenomeno?

Non credo che il problema della Russia siano le elezioni, il problema vero e proprio è la partecipazione alla vita politica che va sempre più diminuendo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica c’è stato un peggioramento in molti settori socio economici e di conseguenza la gente ha perso fiducia nella politica. Quando i peggioramenti avvengono in così tanti settori la sfiducia e lo sconforto prevalgono tra la popolazione che si sente impotente e non in grado di poter cambiare la situazione dal basso. Durante i nostri picchetti molte persone hanno mostrato una certa arrendevolezza ed una scarsa fiducia nella politica e questo è un problema da risolvere. Oggi l’atteggiamento dei russi sta cambiando, dopo il crollo dell’Urss sembra sia diventata una priorità solo guadagnare il più possibile o andar via dal Paese. È inaccettabile ciò ed è un problema anche per il Presidente Putin che non può ammettere pubblicamente questa cosa perché equivarrebbe ad una sconfitta.

Dalla caduta dell’Urss in poi la Russia si è caratterizzata per le forti diseguaglianze sociali, secondo lei le cause sono da ricercarsi nella crisi economica? Chi sono a suo parere i responsabili di questa situazione?

La situazione economica della Federazione Russa allo stato attuale la valuto negativamente, in netto ridimensionamento nonostante molti media dicano che il Paese vada a gonfie vele. I responsabili di questa situazione sono da ricercarsi tra coloro che ad inizio anni ’90 hanno avviato i processi di privatizzazione e di svendita di tutti i settori strategici statali. Questo processo è stato volutamente messo in atto con l’intento di distruggere pian piano la Russia. Del resto lo stesso Anatoly Chubais, responsabile delle privatizzazioni durante il governo Eltsin, nel corso di una intervista ammise che “ogni fabbrica regalata ai privati era un chiodo in più nella tomba del comunismo”. Questo è ciò che è accaduto non solo in Russia ma anche in Ucraina. Le difficoltà ovviamente non toccano tutta la popolazione russa, ma una larga fascia di settori sociali più deboli. Oggi il Paese è totalmente diviso, oltre che in classi anche in zone: ci sono delle zone sviluppate, direi le tre quattro città più importanti dove si può trovare un lavoro dignitoso, e tante altre zone che sono completamente abbandonate a sé stesse, dove ci sono tantissimi problemi socio-economici. Con l’entrata della Russia nel Wto poi, la situazione si è ulteriormente complicata, il libero mercato capitalista porta alla distruzione dell’apparato produttivo nazionale e ciò non può esser tollerato da parte di un governo sovrano. La domanda che mi pongo è: per quanto ancora permetteranno alle multinazionali di avere un così alto potere nel nostro Paese?

Nella situazione attuale della Russia, come pensa si possano combattere queste diseguaglianze? Come il Kprf lavora sul territorio?

Sul territorio il Kprf cerca di fare un lavoro importante nelle municipalità, cercando di coinvolgere i cittadini il più possibile affinché si occupino di ciò che gli accade intorno. A Mosca, ad esempio, è partita la battaglia contro i parcheggi a pagamento che ha radunato molti residenti delle periferie. In molte città del Paese il Kprf aiuta con iniziative di vario genere le persone in difficoltà economica per cercare di arginare la povertà. Oggi la globalizzazione ed il capitalismo selvaggio stanno unendo diverse classi della popolazione in una unica lotta di liberazione nazionale. Ad esempio molti piccoli e medi imprenditori russi aderiscono al Kprf proprio perché si vedono attaccati dalle grandi imprese straniere e vedono nel Partito Comunista l’unica forza in grado di difendere il popolo e gli interessi nazionali. La Russia è un Paese molto ricco, nonostante qualcuno ci dica che per via della crisi è necessario dimezzare gli stipendi ed alzare l’età pensionabile, ma il vero problema è legato alla redistribuzione: secondo uno studio di settore, se prendessimo tutti i soldi dei russi, da quelli del più ricco a quelli del più povero, per ogni cittadino ci sarebbe l’equivalente in euro di quasi due milioni (1 milione 800 mila euro, la cifra esatta). Le tv dicono che i comunisti vogliono prendere tutto quello che i russi hanno, ma la verità è molto diversa: noi vogliamo una redistribuzione più equa della ricchezza.

Però la Russia ha anche diversi nemici all’esterno del Paese, penso ad esempio alla Nato che mostra sempre più prepotentemente i muscoli ai confini. Inoltre, anche le sanzioni non facilitano certo il compito a chi governa, non crede?

Certo, sicuramente abbiamo dei nemici stranieri che sapendo che è molto difficile sconfiggere la Russia con la guerra cercano di farlo attraverso le sanzioni economiche e le provocazioni. Ma l’immagine dell’invasore d’oltreconfine comune a tutti non deve essere una giustificazione per mascherare quello che non funziona in Russia. Anzi, penso che a molti di questi nemici faccia comodo l’attuale governo russo che non si contrappone del tutto all’imperialismo e mantiene un sistema economico di stampo neoliberista. Oggi possiamo vedere che l’imperialismo è tornato alla carica in varie parti del mondo, soprattutto dove ci sono dei governi filo socialisti o dove storicamente c’è una tradizione di stampo comunista. Guardi ciò che accade al Venezuela bolivariano che è vittima di una aggressione sia paramilitare che economica atta a rovesciare un governo legittimo di ispirazione socialista. Penso che la battaglia del popolo Venezuelano per la liberazione nazionale e per il socialismo possa essere, e deve essere, la battaglia di tutti verso un mondo più giusto. Solo il socialismo può garantire determinati diritti ed eliminare le disuguaglianze.

Napoli 6nov: 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre

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Russia: intervista a Pavel Tarasov (Kprf)

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Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

La tornata elettorale di settembre ha visto, tra molte polemiche, un solo grande protagonista: il Partito del Presidente Putin, Russia Unita. Eppure il mondo politico russo non è solo rappresentato da Russia Unita ma, anzi, da molti altri partiti che partecipano attivamente alla vita politica del Paese. Uno di questi è il Partito Comunista della Federazione Russa, secondo partito alla Duma, che durante le ultime elezioni ha avuto un calo molto importante di consensi, pur rimanendo il primo partito di opposizione con qualche deputato in più della sorpresa LDPR, i liberal-democratici guidati dall’eclettico Zhirinovsky. Ad un anno di distanza dall’incontro con il vice Presidente della Duma e del Kprf, Ivan Melnikov, abbiamo incontrato diversi rappresentanti del Partito Comunista per discutere dei risultati delle ultime parlamentari e della situazione economica del Paese. Di seguito pubblichiamo una sintetica intervista a Pavel Tarasov, deputato del Kprf e redattore della rivista socio-politica “Falce e Martello”.

Alla luce del cambio di sistema elettorale, si può dire che Russia Unita non avrà rivali per un po’ di tempo, è d’accordo?

Le elezioni sono andate esattamente come voleva il Cremlino, il sistema proporzionale è stato cambiato con un sistema misto e questo sicuramente non ha portato un giovamento al nostro partito. Inoltre, a mio avviso, tutti i mezzi di informazione sono stati occupati dalla propaganda di Russia Unita. La sola unica cosa positiva durante questa tornata elettorale è stata la nomina a segretario dello ЦИК (il comitato centrale delle elezioni) di Ella Pamfilova che almeno cerca di lavorare nel rispetto delle regole democratiche.

Lei è stato candidato alla Duma nonostante la giovane età, ed ha raggiunto un ottimo risultato. Che riscontri ha avuto dalla popolazione durante la campagna elettorale?

 Sono stato candidato durante l’ultima tornata elettorale al collegio 208 di Mosca. Qui sono arrivato al secondo posto con il12% mentre al primo posto è arrivato Nikolay Gonchar di Russia Unita con il 34.25%. Sinceramente non mi aspettavo potesse prendere una percentuale così alta. Durante la campagna elettorale la popolazione ha mostrato grande sostegno per il Kprf e una forte sfiducia verso il governo. Per questo il risultato finale delle elezioni stupisce molto. Parzialmente può esser spiegato con delle  manipolazioni e brogli durante le elezioni, almeno per quanto riguarda alcuni seggi.

14874961_10211125706729150_880495540_nIl Kprf ha perso moltissimi deputati rispetto alle ultime elezioni. Cosa ha causato questa debacle?

Sì, effettivamente durante questa ultima tornata elettorale abbiamo perso. Oltre ai diversi punti percentuali abbiamo perso anche molti deputati, siamo passati da 92 a 46. Sicuramente in questo risultato ha influito il passaggio dal sistema proporzionale a quello proporzionale misto, nei collegi uninominali è molto più difficile vincere. Siamo riusciti a far scattare 7 deputati nei collegi uninominali. Inoltre l’astensione è stata molto alta, e ciò a mio avviso non ha favorito i partiti di opposizione.

Una delle critiche più severe mosse al Kprf, sia da molti partiti di sinistra in Occidente che da altri partiti in Russia, è quella di esser una finta opposizione al governo e di avere una leadership “vecchia”. Crede sia vero?

Per quanto riguarda le critiche che vengono da Occidente, in Europa la maggior parte dei partiti di sinistra si vergogna di autodefinirsi comunista e per questo ogni critica al Kprf sembra davvero senza senso. Credo che chi accusa il Kprf di esser una opposizione soft o è in malafede o non conosce le nostre posizioni e ciò che noi facciamo: durante l’ultimo periodo hanno addirittura cercato di mandare in carcere due deputati della ultima Duma, Bessonov e Parshen, ed il governo vieta sistematicamente, con l’aiuto della polizia, i nostri picchetti e le nostre manifestazioni. Mi sembra che qualcuno vuole vedere solo ciò che vuole, senza basarsi sui fatti. Per quanto riguarda la questione “generazionale”, può sembrare che nel Kprf ci siano solo persone “anziane” perché effettivamente i nostri leaders sono sulla scena da anni ed i media danno maggior spazio a loro. Ciò sicuramente può frenare le nuove generazioni, ma nel Kprf militano comunisti di tutte le età, abbiamo una buona fetta di giovani militanti e deputati che ricoprono incarichi all’interno del Partito.

Quanto possono inficiare sulla situazione economica russa le sanzioni messe in atto come ripicca per la questione della Crimea?

Attualmente la situazione russa non è delle migliori, ma dubito che si possa pensare che l’attuale crisi economica sia dovuta soltanto alle sanzioni per ciò che è successo in Crimea. Le sanzioni sono efficaci grazie al fatto che durante gli anni ‘90 l’industria nazionale del Paese è stata totalmente distrutta e svenduta, e  quando la Russia è stata colpita dalla pioggia di petroldollari questi fondi  hanno riempito le tasche dei liberali che girano intorno al Presidente e non sono stati spesi per lo sviluppo dell’economia del Paese.

Russia: intervista a Sergey Baburin

1838a3de-bee3-47d9-a371-68f1dec83cb3di Danilo Della Valle

Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

Sergey Baburin è da sempre una figura controversa del mondo politico russo. Deputato della Duma nel 1990, è stato uno dei protagonisti nel 1993 delle rivolte contro le riforme economico-sociali del governo liberista di Eltsin che si conclusero con un bagno di sangue e con l’esercito che sparò sul Parlamento, dove erano asserragliati molti deputati e parte dei manifestanti. Baburin ha ricoperto varie cariche politiche ed accademiche, è oggi vice-Presidente dell’Accademia russa della Scienza ed uno degli editori della rivista “Slavi”, oltre ad esser membro dell’Istituto giuridico Europeo “Justo”. È stato candidato alle ultime elezioni parlamentari con il Kprf, anche se il suo movimento rimane autonomo e con posizioni divergenti da quelle del Partito di Zyuganov, facendo capo ad una area nazionalista e conservatrice. 

È stato candidato alle ultime elezioni Parlamentari alla Duma che hanno visto il trionfo del Partito Russia Unita e l’appiattimento delle opposizioni su percentuali molto più basse. Come valuta i risultati?

Valuto i risultati delle elezioni in maniera molto negativa, ma posso dire che non è stata una guerra “giusta”. Si possono perdere le elezioni in una guerra onesta ma quella delle ultime elezioni non lo è stata. La percentuale indicata ufficialmente non è assolutamente vera, i votanti sono stati molti di meno e, mi assumo la responsabilità di ciò che dico, nutro forti dubbi anche sulla vittoria di Russia Unita. Secondo i nostri osservatori in molti collegi abbiamo vinto, mentre ufficialmente abbiamo perso le elezioni. Ed anche dove abbiamo preso seggi non ci è stato permesso di vedere esattamente le percentuali. Io sono stato un candidato del Kprf, ma non sono un rappresentante del Partito. Siamo alleati da 25 anni anche se durante le prime elezioni non siamo scesi in campo insieme, ci sono comunque delle distanze ideologiche tra il mio movimento ed il Kprf.

La crisi strutturale che il sistema capitalistico sta affrontando rende chiara una cosa: questo non è il sistema migliore per le popolazioni del mondo, ma solo per i ricchi. La forbice tra le classi aumenta sempre di più e questo può diventare un problema. Come pensa si possa uscire da questa situazione?

Il modello economico della Russia è basato sulla produzione, come avviene per  la Cina, per caratteristiche territoriali e per tradizione. È quello il modello da seguire, purtroppo molti dei nostri governi che si sono succeduti, come quello di Medvedev,  non hanno a cuore la Russia e non hanno seguito questo tipo di modello. Per me al giorno d’oggi l’economia non può esser né socialista né capitalista, con la tecnologia che avanza sempre di più l’economia chiede altri bisogni. In molti Paesi d’Occidente hanno imparato dagli errori della crisi del 2008 ed anche se vivono in un sistema capitalista hanno una economia indirizzata socialmente. In Russia, prima con Eltsin e poi ancora con i governi che gli sono succeduti, c’è un neocapitalismo che è totalmente lontano dal popolo russo, proprio per questo abbiamo una diversità enorme tra le classi. Abbiamo una distanza enorme tra ricchi e poveri, abbiamo due società diverse, su 140 milioni di abitanti 100 di questi vivono fuori dalla economia e questo crea una instabilità totale. Ciò non è accettabile.

634c2f29-218d-4dda-b3e8-5b08660da14aPassando alle questioni di politica internazionale, dove lei è sempre stato molto attivo, oggi un fronte molto caldo è quello siriano. La Russia sta facendo la sua parte nell’aiuto della popolazione locale e nel combattere il terrorismo, come pensa possa risolversi la crisi?

Dal 2011 sono il Presidente del Comitato russo di solidarietà con il popolo libico e con il popolo siriano. Posso dire che oggi la Russia fa giustamente il suo dovere aiutando il popolo siriano, ma a mio avviso il governo dovrebbe riuscire a fermare la Nato in maniera più decisa. Credo che la pace si possa raggiungere solo con il governo legittimo attuale, che è l’unico a poter garantire la pace in Siria. Se Assad dovesse andare via, la situazione potrebbe precipitare come è successo nella Libia di Gheddafi, e ciò comporterebbe delle conseguenze catastrofiche.

Anche in Donbass, nel cuore dell’Europa, la situazione sembra ancora molto calda e la soluzione sembra non esser così vicina, con le parti in causa ancora molto distanti nel trovare un accordo che possa far cessare veramente questa guerra. I media Occidentali hanno puntato varie volte il dito contro la Russia, rea di aver aizzato la popolazione a ribellarsi dopo il Maidan ed il conseguente golpe di Kiev.

Per quanto riguarda il Donbass, il governo Russo non è mai stato l’iniziatore di questi eventi ma era interessato solo alla Crimea, dopo che la sua popolazione si è ribellata al Maidan, ed organizzare una situazione stabile lì. Per questo quando gli abitanti di Lugansk e Donetsk, di loro iniziativa, hanno cercato di copiare ciò che è accaduto in Crimea, il Cremlino è rimasto spiazzato, non sapendo che fare. Alla luce dei fatti attuali, credo che la Russia debba prendere una decisione definitiva sul Donbass: o riconoscere queste Repubbliche come Indipendenti o garantire che il popolo del Donbass vada a referendum, ed accettarne il verdetto, facendole diventare eventualmente parte della Russia, come è accaduto per la Crimea. Purtroppo la fazione liberale all’interno di Russia Unita non vuole che ciò accada per le ripercussioni economiche che una decisione del genere può avere sulla Russia, e il Presidente Putin si è convinto di questo che i liberali dicono. Oggi la Russia aiuta la popolazione del Donbass in via non ufficiale, nonostante tutto però le sanzioni ci sono lo stesso e se la Russia avesse fatto ciò che a mio avviso andava fatto non sarebbe cambiato molto rispetto ad ora. Fortunatamente è scattata una grande solidarietà nei confronti della popolazione del Donbass, non solo da parte del popolo e del governo russo ma anche da parte di molti movimenti e partiti Europei. Se vogliamo, lo stesso governo Ucraino usa una doppia faccia verso il Donbass; fa la guerra alla popolazione ma poi continua a comprare prodotti da loro. Credo che da un lato al governo ucraino converrebbe riconoscere il Donbass indipendente, è sempre stata una regione non gradita a Kiev perché impedisce la creazione di una Ucraina Occidentalizzata in toto, è una questione storica questa. L’aspetto che frena il governo Ucraino è che se dovessero riconoscere le Repubbliche indipendenti, probabilmente ci potrebbero essere problemi anche nell’Ucraina del Sud e nelle altre città dell’Est che sarebbero portate a seguire le orme della Crimea e del Donbass: a Kharkov, Dnipropetrovsk, Odessa, Mariupol c’è una forte tradizione russofona.

(VIDEO) Novorossia: Intervista a Diana Volkova

di Danilo Della Valle

Lugansk, città martoriata dalle bombe e dai combattimenti casa per casa, cerca di ripartire e ricostruire ciò che è stato distrutto dalla guerra. All’orizzonte ci sono le elezioni che si incastrano in un momento in cui, si dice, il clima potrebbe tornare ad esser pesante. Proprio di poche ore fa è la notizia dell’attentato al Presidente della Repubblica Popolare di Lugansk, Igor Plotnitsky, rimasto ferito da un ordigno che ha fatto saltare in aria la sua auto. La città che portava il nome del generale sovietico Vorosilov e che oggi è la capitale dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk si prepara ad affrontare i prossimi mesi che saranno decisivi per le sorti del Donbass con consapevolezza e forza di volontà.

Ne abbiamo parlato con Diana Volkova, Presidente dell’Associazione “Lugansk città russa”, che allo scoppio della guerra ha lasciato la propria abitazione in Italia per tornare in Donbass, dalla sua gente, per partecipare attivamente alla costruzione della neonata Repubblica.

Ciao Diana, innanzitutto raccontaci la tua storia. Allo scoppio della guerra sei tornata in Patria, a Lugansk. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Allo scoppio della guerra abitavo in Italia, studiavo in un liceo. Ogni sera però, quando tornavo a casa, sentivo le notizie sul Donbass. La preoccupazione per la mia gente andava via via aumentando con il passare del tempo, quando i bombardamenti erano sempre più frequenti e cruenti, quando cominciavano a morire molti dei nostri uomini che volevano difendere la propria terra. Per questa sofferenza, per la mia casa ed i mie affetti, ho pensato di tornare lì dove sono nata, a Lugansk. Volevo fare anch’io qualcosa per il nostro territorio con la speranza che tutto si sarebbe risolto con il tempo.

Che situazione hai trovato a Lugansk?

Quando sono arrivata a Lugansk, si sentivano ancora gli spari in lontananza, benché i bombardamenti fossero finiti. La prima cosa che mi è balzata agli occhi è stata la quantità di case distrutte dalle bombe e dai combattimenti. C’era disperazione e dolore tra la popolazione.

Oggi tu sei a capo del movimento giovanile “Lugansk città Russa” che fa parte dell’Associazione giovanile di Lugansk. Raccontaci come è nata questa associazione e quali obiettivi essa si prefigge?

Sì, esattamente, sono tra i fondatori del movimento giovanile “Lugansk città russa” che fa parte dell’Associazione giovanile di Lugansk. I presidenti di quest’organizzazione, nel gennaio del 2015, hanno pensato di riunire tutti i ragazzi giovani che condividevano pensieri ed idee nell’Associazione giovanile di Lugansk. Anzitutto quest’organizzazione ha lo scopo di unire i giovani e sviluppare in loro il patriottismo verso la propria terra natia, aiutare loro a sviluppare idee, proposte creative ed a realizzare progetti in diversi campi.

Attualmente i media principali sembrano aver dimenticato il Donbass facendo credere che si viva una tregua permanente dopo gli accordi di Minsk. È esattamente così oppure si continua a sparare?

Purtroppo la situazione non è cambiata molto, si continua a sparare anche nel territorio di Lugansk. Gli accordi di Minsk non sono del tutto rispettati.

Qual è attualmente la situazione umanitaria nel territorio di Lugansk?

Posso affermare che ora la situazione è sensibilmente migliorata rispetto a quando è scoppiata la guerra. Nella popolazione si avverte la voglia di ricominciare, ognuno fa qualcosa per lo sviluppo della città. La gente sta ritrovando la forza per ripartire e si sta sviluppando inoltre un grande senso della Patria. Soprattutto in noi giovani, posso dire che siamo la vera forza motrice di questa neonata Repubblica.

In Ucraina Occidentale invece, dopo il Maidan, molte cose sono cambiate. Cosa pensi riguardo quello che accade lì?

La gente in Ucraina Occidentale sta cominciando a capire ciò che sta succedendo nel Paese. I prezzi dei prodotti di prima necessita aumentano di giorno in giorno, gli stipendi e le pensioni sono sempre più bassi, ormai è davvero impossibile vivere in lì, non ci sono più le condizioni minime e la situazione è insostenibile.

Prossimamente ci saranno le elezioni in Donbass, come si avvia il popolo novorusso ad affrontare questo importante avvenimento? Come immagini il futuro prossimo per il Donbass?

Il popolo novorusso vuole esser innanzitutto libero, principalmente per questo le prossime elezioni saranno un banco di prova importantissimo per la nostra nascente Patria. Dal mio punto di vista, invece, mi piacerebbe vedere il Donbass parte della Federazione Russa. Non voglio che il nostro territorio torni a far parte dell’Ucraina dopo tutta la sofferenza ed il dolore che ci ha causato.

___

 

Nariño, FARC-EP: «Putin, Assad y los kurdos únicos combatiendo ISIS»

Alexandra NariñoPor Alexandra Nariño, integrante de la Delegación de Paz de las FARC-EP

¿Qué tienen Vladimir Putin, Hugo Chávez, Fidel Castro, Kim Jong-un, Evo Morales y Bashar al-Assad en común? Si tenemos que creerle a la prensa occidental, son todos hombres irracionales, mentirosos y hasta ridículos, la mayoría con rasgos anti-democráticos, dictatoriales. Entre más desalineados sean de las directrices neoliberales dictadas por el FMI y el Banco Mundial, más despreciables. O al menos es el mensaje que les llega diariamente a millones de personas quienes creen estar informadas a través de las grandes agencias de noticias.

Luego de leer varios artículos que denunciaban las malintencionadas y astutas jugadas políticas y militares de Vladimir Putin en el mundo, él logró despertar mi curiosidad cuando lo vi hablando en el setenta aniversario de la ONU. Solo pude ver la última parte; no sé si lo que me llamó la atención fuera alguna frase suya, la mirada o el tono de su voz. Lo cierto es que busqué la intervención completa en internet y descubrí que el discurso de Putin tiene algo de lo que carecen personajes como por ejemplo Obama, Merkel o Rutte: coherencia.

Sin disertaciones pomposas y vacías sobre “freedom and democracy”, expuso de forma sencilla una posición democrática, pluralista y respetuosa de la soberanía de otras naciones. Además,  ofreció a los presentes y al planeta una explicación sensata de la situación en el Norte de África y el Medio Oriente, así como un análisis de la correlación de poderes geoestratégicos en el mundo de hoy.

Con una elocuente diplomacia, el presidente ruso dejó al desnudo algunas verdades que ya todos sabían, pero nadie en el mundo político se había atrevido a pronunciar con tanta vehemencia: que las fuerzas gubernamentales de Assad y las milicias kurdas son las únicas fuerzas que realmente combaten a los terroristas en Siria; que los grupos extremistas se nutren – entre otros – de soldados iraquíes quienes quedaron en la calle después de la invasión en el 2003, de Libios cuyo Estado fue destruido luego del 2011 y también, más recientemente, de la oposición “moderada” en Siria, apoyada por el Occidente, que les entrega armas y entrenamiento, luego del cual muchos se desertan y se unen al Estado Islámico.

Sin nombrar a nadie en específico, calificó de hipócrita e irresponsable el hacer declaraciones sobre la amenaza del terrorismo y al mismo tiempo hacerse el de la vista gorda cuando de su financiación a través de narcotráfico, tráfico ilegal de petróleo y de armas se trate. Así mismo – sin referencias específicas – juzgó como irresponsable el manipular grupos extremistas para lograr sus propios objetivos políticos, y creer que de alguna manera se buscará la forma de deshacerse de ellos más adelante.  

También hubo espacio para la reflexión y la autocrítica: “…recordamos ejemplos de nuestro pasado soviético, cuando la Unión Soviética exportó experimentos sociales, presionando por cambios en otros países por razones ideológicas. Esto muchas veces tuvo consecuencias trágicas y produjo degradación en vez de progreso”.

No quisiera ser acusada de devota de Putin; lo único que puedo afirmar es que, así nos pinten a las FARC-EP como narcotraficantes sin ideales, así mostraran a Hugo Chávez como un charlatán sin seriedad, así quieran despojar de todo humanismo a Bashar al-Assad, ser desalineado en un mundo en el que lo políticamente correcto parece ser promocionar políticas neoliberales, xenofóbicas y excluyentes, es un mérito en sí.

La Marcia del “Reggimento Immortale”

xassdi Enrico Vigna, CIVG

9mag2016.- Oltre 700.000 moscoviti hanno partecipato alla Marcia del “Reggimento Immortale” (Bessmertnyj Polk), sfilando per le vie del centro con le fotografie dei propri cari che hanno difeso la patria durante la Grande Guerra Patriottica. Presente al corteo, anche il Presidente Putin con l’immagine del padre.

La manifestazione, organizzata per la prima volta a Tomsk nel 2012, è giunta alla quinta edizione, riscuotendo un successo enorme. Come dichiarato dal Presidente Putin, rappresenta la riaffermazione delle profonde radici dell’antifascismo nel popolo russo. Oggi coinvolge oltre 700 città russe e oltre 12 milioni di persone. A San Pietroburgo erano oltre 500.000.  

A mezzogiorno, subito dopo la Parata della Vittoria, la gente ha iniziato a radunarsi nel centro di Mosca per il “Bessmertnyj polk”, il Reggimento Immortale: la sfilata della popolazione civile che vuole ricordare i parenti e gli amici che hanno partecipato alla Grande Guerra Patriottica, che si snoda per diversi chilometri dalla via Tverskaja sino alla Piazza Rossa.    

La gente sfila con palloncini e bandiere, con mazzi di garofani rossi da regalare ai veterani, con il cappello color verde militare in testa e col nastro arancione e nero di San Giorgio attaccato al petto.

Ma il principale segno che contraddistingue i partecipanti della sfilata sono le vecchie foto portate da casa, che ritraggono coloro che hanno preso parte in prima persona alla difesa della patria dal 1941 al 1945. Durante la lunga marcia la gente sfila lentamente e ordinatamente, vengono cantate le canzoni della tradizione sovietica e russa. La folla è composta da genitori con figli piccoli, ragazzi con gruppi di amici, anziani che ricordano gli anni della guerra, preti, veterani, volontari che distribuiscono acqua. La polizia orienta la folla, in un’atmosfera di totale tranquillità.

Nei partecipanti traspare un marcato sentimento di orgoglio, soprattutto per i propri padri, nonni, bisnonni. I veterani ancora in vita sono i veri protagonisti della sfilata, oltre a coloro il cui volto è stampato sulle foto in bianco e nero, incorniciate o incollate anche su vecchie scatole da scarpe; ed essi rivivono con gli occhi dei figli e dei nipoti il ricordo della grande Vittoria.

Una volta arrivata in prossimità del Museo di Storia, la folla si è poi divisa ai due lati, per poi riunirsi sulla Piazza Rossa e formando un unico serpentone.

Qui, sotto le mura rosse del Cremlino, erano allestite tre grandi tribune: in questa occasione non ci sono stati posti riservati ai politici, ad alti gradi militari, a personalità pubbliche. Solo moscoviti comuni, di ogni età, che magari hanno tra i parenti un veterano, e che sono venuti a salutare la folla del “Reggimento Immortale” che sfila. La tribuna centrale è esclusivamente riservata ai veterani veri e propri: qualcuno è arrivato con i vestiti di tutti i giorni, altri sono orgogliosamente in divisa; qualcuno saluta gioiosamente la folla, altri sembrano pregare in silenzio. Ci sono anche molte donne tra loro, e tutti hanno in mano interi mazzi di fiori, regalati dai partecipanti della manifestazione, che si avvicinano e li ringraziano personalmente. “Spasibo dedu za pobedu”, “Grazie, nonno, per la Vittoria”. Il corteo è sfilato dalle tre fino alle sei del pomeriggio.

Sotto: anche il Presidente russo Vladimir Putin ha partecipato al “Bessmertnyj polk”, organizzato nel centro di Mosca. Il capo del Cremlino ha sfilato reggendo il ritratto di suo padre, veterano della Grande Guerra Patriottica.

Il capo dello Stato russo, portando un ritratto di suo padre, veterano di guerra, si è unito ai partecipanti della marcia. Ha attraversato la Piazza Rossa alla testa del corteo, camminando fianco a fianco con i cittadini comuni. Putin ha detto che “in fondo lui era sempre stato lì con loro e si sente un membro del reggimento” e che ha deciso di unirsi alla marcia spontaneamente. “Ho deciso all’ultimo momento, non avevo deciso in anticipo, ho scelto una foto di mio padre, che avevo vicino al momento. Non era previsto nel mio programma. E io vorrei che questo succedesse nel cuore di ogni persona e di tutto il popolo, era zabyurokracheno “, ha dichiarato il Presidente. “Il valore di questa iniziativa è che non è nata negli uffici, in strutture amministrative, essa è nei cuori della nostra gente, del nostro popolo. Questa è la dimostrazione del rispetto con cui trattiamo le generazioni che hanno protetto il nostro paese. Questo è il popolo che è diventato il Reggimento immortale. Se questo movimento crescerà e diventerà una tradizione, lo sosterremo con tutti i mezzi a nostra disposizione.” ha concluso il Presidente russo.

9 Maggio: ricordando i partigiani sovietici caduti in Italia

Fianco a fianco. Il 9 Maggio ricordando i partigiani sovietici caduti in Italia per la liberazione dal nazifascismoa cura di Giacomo Marchetti e Maurizio Vezzosi – lantidiplomatico.it

Furono circa cinquemila i cittadini dell’ex-Unione Sovietica che combatterono al fianco dei partigiani in territorio italiano: di questi oltre quattrocento sacrificarono la propria vita per la Liberazione del nostro paese.
 

Catturati durante l’Operazione Barbarossa, con cui la Germania nazista, l’Italia fascista e i loro alleati aggredirono l’URSS nel 1941, si ritrovarono in Italia con differenti ruoli: come prigionieri, come ausiliari, o come lavoratori dell’apparato bellico del Reich in territorio italiano. Molti di loro riuscirono a fuggire, spesso in maniera rocambolesca, andando ad ingrossare le fila della Resistenza sin dal suo nascere.
Il loro contributo, vista l’esperienza militare acquisita nell’Armata Rossa, e il loro sprezzo del pericolo, fu preziosissimo per l’attività partigiana. Alla luce degli altri partigiani essi incarnavano la prova vivente della possibilità di sconfiggere il nazismo anche in condizioni disperate, come aveva dimostrato la vittoriosa battaglia di Stalingrado.
Nonostante la valenza di questa pagina della nostra storia ed il ricordo conservato nelle zone che ne furono interessate, in un clima di revisionismo sempre più cupo quest’aspetto della Resistenza è stato col tempo rimosso, ed il venire meno dei testimoni diretti di quei fatti, ossia gli italiani che combatterono al fianco dei sovietici, ha contribuito ad indebolirne la presenza tra le maglie della memoria sociale.
Considerando inoltre l’ostilità nei confronti della Federazione Russa e la stigmatizzazione negativa, spesso caricaturale, che ne fa l’Occidente,  si comprende di non poter correre il rischio di consegnare all’oblio una pietra miliare della storia condivisa  dal popolo italiano e dai popoli che di quella che fu l’Unione Sovietica.

 

Anche quest’anno in occasione del 9 Maggio, l’anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo, l’associazione Russkij Mir di Torino ha celebrato la memoria dei partigiani sovietici sepolti nel Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale cittadino.
Abbiamo approfittato di questa occasione per intervistare Anna Roberti, storica animatrice dell’associazione Russkij Mir di Torino ed il nipote di Michail Molčanov,  – un partigiano siberiano che combatté in Valle d’Aosta –  quest’anno presente alle celebrazioni torinesi. Michail Molčanov fece parte della 3ª Brigata Lys, appartenente alla 2ª Divisione Matteotti Valle d’Aosta, la prima banda partigiana attiva nella bassa Valle d’Aosta – Valle del Lys, nota anche come Valle di Gressoney -.
Riportiamo in corsivo le domande che abbiamo sottoposto ad entrambi, indicando prima delle loro risposte le rispettive iniziali – A.R. e S.M. -.

 

Insieme a Marcello Varaldi lei è autrice del documentario “Ruka ob ruku. Fianco a fianco”, documentario che tratta il tema dei partigiani sovietici attivi in Piemonte.

Può darne un sintetico inquadramento?

 

A.R.: Mauro Galleni, il primo che negli anni Sessanta scrisse della partecipazione dei soldati dell’Armata Rossa alla Resistenza italiana, valutò che in Piemonte essi furono più di settecento ma, ad oggi, un censimento completo non è stato ancora fatto.

Erano dislocati soprattutto nella provincia di Torino – in particolare in Valsusa – , in quelle di Novara e Cuneo, ma anche nell’astigiano, nell’alessandrino e nelle Langhe. Parteciparono alle più importanti azioni, come la battaglia di Gravellona, la difesa della Repubblica dell’Ossola e l’incursione all’Aeronautica di Torino-Collegno dell’agosto 1944 per l’approvvigionamento di armi.

Almeno 60 caddero in combattimento e si distinsero in atti eroici, alcuni furono decorati, come Fedor Poletaev e Pore Mosulišvili, insigniti dallo Stato italiano della Medaglia d’Oro al Valor militare.

Il 25 Aprile 1945 i primi soldati ad entrare nelle città italiane del Nord liberate non furono gli americani, ma i sovietici insieme ai loro compagni.

 

Con Mario Garofalo ha realizzato il documentario “Nicola Grosa. Moderno Antigone” premio “Memoria storica” al Valsusa Film Festival.

A Grosa ha dedicato anche la sua successiva ricerca: “Dal recupero dei corpi al recupero della memoria. Nicola Grosa e i partigiani sovietici nel Sacrario della Resistenza di Torino”. Perchè?

 

A.R.: Nicola Grosa, nato nel 1904 in una famiglia torinese operaia e socialista, era entrato nel Partito Comunista subito dopo la sua fondazione; nel 1922 comandava la I Centuria degli “Arditi del popolo” torinesi e scontò alcuni mesi di reclusione per uno scontro con delle squadre fasciste.

Conosciuto come “Comandante Nicola”, durante la Resistenza divenne uno dei principali promotori della lotta partigiana: fu commissario politico della 46ª  Brigata Garibaldi, successivamente della II Divisione d’Assalto Garibaldi. Nel marzo 1945 fu nominato vice-commissario della III zona (valli di Lanzo e Canavese).

Dopo la Liberazione, per ben quindici anni Grosa fu organizzatore e presidente dell’A.N.P.I. provinciale torinese e responsabile della “Sezione Partigiani” presso l’Ufficio assistenza post-bellica della Prefettura di Torino. Fu altresì consigliere comunale comunista di Torino dal 1951 al 1970, quando dovette ritirarsi per motivi di salute.

L’impresa che gli procurò maggiore fama e riconoscenza fu quella che, per anni e anni, lo vide dedicarsi fisicamente al recupero delle salme dei partigiani (italiani e stranieri) sparsi in piccoli camposanti, in montagna, in pianura, sulle colline, ovunque si fosse combattuto, affinché fossero tumulati nel Campo della Gloria e poi nel nuovo Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale di Torino.

Si ritiene che in tutto le salme da lui recuperate siano circa novecento.

Per quanto riguarda gli stranieri, dai dati in nostro possesso risultano disseppelliti da Grosa e collocati nel Sacrario della Resistenza un inglese, un tedesco, un austriaco, due francesi, due polacchi, due cecoslovacchi, una decina di jugoslavi e una trentina di sovietici, di cui alcuni conosciuti col solo nome di battaglia. Sono inoltre una sessantina i partigiani completamente ignoti che Grosa disseppellì da varie località del Piemonte e non è escluso che anche alcuni di questi resti appartengano a dei sovietici.

Per quest’opera gli fu conferita nel 1964 la “Stella d’oro garibaldina” e anche un’onorificenza da parte del Governo sovietico.

Nicola Grosa morì nel 1978, provato dai lunghi anni trascorsi a raccogliere, a mani nude, i resti di centinaia di compagni partigiani.

 

L’associazione Russkij Mir, a Torino, oltre a promuovere dal 2005 la celebrazione del 9 Maggio, come sviluppa la propria attività di ricerca e di ricostruzione storica?

 

A.R.: L’associazione Russkij Mir di Torino, che ho diretto per 20 anni e di cui ora sono Presidente onorario, fu fondata nel 1946 come Italia-URSS, Associazione italiana per i rapporti culturali con l’Unione Sovietica; si occupa di diffondere la lingua e la cultura russa, delle repubbliche ex-sovietiche e dei paesi dell’Est europeo.

Da alcuni anni porta avanti un importante lavoro di “memoria storica” incentrato sul contributo russo-sovietico alla sconfitta del nazifascismo.

Nel 2003, sessantesimo anniversario della Battaglia di Stalingrado, ha partecipato al Concorso internazionale indetto dalla radio Golos Rossii (La voce della Russia) e dalla città di Volgograd-Stalingrado, vincendo il premio speciale della giuria per i contributi scritti dai suoi soci.

Nel 2004, alla vigilia delle celebrazioni del 60° anniversario della vittoria sul nazifascismo, sentendo nominare quasi esclusivamente lo sbarco in Normandia e il ruolo degli alleati anglo-americani, Russkij Mir ha deciso di impegnarsi in un ambizioso progetto che ricordasse, soprattutto ai giovani, i 30 milioni di morti da parte sovietica e il fatto che per tre anni, dal Giugno 1941 – invasione nazista dell’URSS – al Giugno 1944 – sbarco degli anglo-americani in Normandia -, il fronte orientale fu l’unico a sostenere l’impatto delle forze armate naziste e a tenerle impegnate, contrattaccandole in maniera decisiva nell’estate del 1943.

Altri fatti stavano cadendo nell’oblìo ma era necessario che fossero ricordati:  come il notevole contributo dato dai partigiani sovietici alla lotta di Liberazione in Italia,  così come che fu l’Armata Rossa ad “aprire i cancelli” del lager di Auschwitz,

Tra l’Aprile ed il Maggio 2005, quindi, Russkij Mir ha proposto un complesso programma di iniziative sotto il nome di “Pabièda!/Vittoria!”, con la collaborazione di importanti enti e istituzioni italiane e russe.

Dal 2008 Russkij Mir, in collaborazione con il Museo Diffuso di Torino, ha partecipato al “Giorno della Memoria” presentando filmati storici originali dalle serie di documentari “La Grande Guerra Patriottica” di Roman Karmen, in lingua originale con traduzione simultanea.

 

Sergej Molčanov, qual’è secondo lei il significato che assume attualmente il 9 Maggio per la popolazione della Federazione Russa, e in che modo vengono ricordati i cittadini dell’allora Unione Sovietica che combatterono nella Resistenza in Europa?

 

S.M.: Il 9 Maggio è una festa di tutto il popolo: quasi in ogni famiglia c’è stato un caduto durante la Seconda Guerra Mondiale, e per questo non verrà mai meno il loro ricordo, così come questa celebrazione. Il 9 Maggio, oltre alla parata militare, in Russia si svolge la sfilata del cosiddetto “Reggimento Immortale”: tutti i parenti dei caduti sfilano in piazza con la fotografia del loro caro morto durante la guerra.

 

La vicenda di suo nonno è oltremodo significativa. Fatto prigioniero vicino a Mosca, trasferito successivamente in Italia riuscì a fuggire e ad entrare tra le fila delle brigate partigiane. Tornato in Patria dovette passare anche per i“campi di filtraggio” dove veniva verificata l’attività svolta dai cittadini sovietici che erano stati fatti prigionieri. Qual è attualmente il livello di conoscenza di queste vicende nella Russia attuale?

 

S.M.: Negli ultimi tempi i documenti del KGB che riguardano la storia di quel periodo vengono dissecretati e perciò storie analoghe a quella di mio nonno vengono conosciute e trovano riflesso in pubblicazioni, libri, film, articoli eccetera grazie al lavoro di giornalisti ed opinionisti.

 

Lei come percepisce il fenomeno del neofascismo in alcune zone dell’ex-Unione Sovietica come gli stati baltici e l’Ucraina?

 

S.M.: Ne sono colpito molto sfavorevolmente. Il ritorno del fascismo è un colpo inferto ai più profondi valori umani.

*
Per approfondire il tema rimandiamo alle pubblicazioni cartacee – e non – a cui si fa riferimento nell’articolo oltre ad alcuni lavori – ed alle loro bibliografie –  che segnaliamo di seguito.
Il libro che per primo ha trattato sistematicamente l’argomento è I partigiani sovietici nella resistenza italiana di Mauro Galleni, edito nel 1967 dagli Editori Riuniti.
Per un inquadramento generale del fenomeno rimandiamo al libro di Marina Rossi: Soldati dell’Armata Rossa al confine orientale 1941-1945. Con il diario inedito di Grigorij Žiljaev, edito nel 2014 da Leg edizioni, ed in particolare al primo capitolo Partigiani sovietici nelle file della resistenza italiana (1943-1945): uno sguardo di sintesi.
Segnaliamo il libro di Michail Talalay, Dal Caucaso agli Appennini. Gli azerbaigiani nella Resistenza italiana, edito nel 2013 da Sandro Teti Editore e I partigiani sovietici della VI zona ligure, edito nel 1975 per conto dell’Associazione italiana per i rapporti culturali con l’Unione Sovietica.

Rimandiamo infine alla recente intervista di Maurizio Vezzosi all’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia Sergej Razov pubblicata da L’Antidiplomatico ed al documentario sul partigiano Vladimir Pereladov  “Bello Ciao” realizzato da Valeria Lovkova.

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