Napoli 19nov2017: Poema Pedagogico in GAlleЯi@rt

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Domenica 19 novembre 2017, ore 17.00
#PoemaPedagogico di Anton Makarenko
in Galleria Principe di Napoli
Ingresso Via Pessina – zona Museo – Napoli
Con:
Igor Papaleo
Edizioni Rapporti Sociali
Eleonora Getman
Informale: NIKA / Неофициальная: NIKA
Alberto Fazolo
#MilitanteInternazionalista.

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Il “Poema pedagogico” è il racconto della colonia Gor’kji, un istituto per la rieducazione sociale di minori ex-delinquenti. Il Commissariato per l’Istruzione Pubblica del giovane governo sovietico affida al maestro Makarenko il compito di costruirla e dirigerla. Le difficoltà sembrano insormontabili, tra scarsezza di mezzi necessari a soddisfare bisogni primari e le problematiche relative alla sperimentazione di nuovi modelli educativi del socialismo in costruzione. Ambizioso e necessario l’obiettivo: forgiare un uomo nuovo, l’uomo del socialismo, appunto. Perciò, anche se da principio “lacero e affamato”, è con entusiasmo e con la consapevolezza di essere sorretto nel massimo grado possibile dal potere sovietico che il maestro “va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi” (Maiakovski). Era il 1920. La rieducazione socialista trasformerà quei ragazzi considerati dal vecchio regime zarista un problema di ordine pubblico in dirigenti di Partito, soldati, cosmonauti, operai specializzati, insegnanti, medici, individui socialmente utili.

“Dobbiamo educare un lavoratore colto ed evoluto. Dobbiamo educare in lui il sentimento del dovere e il concetto dell’onore […] egli deve sentire la dignità sua e della sua classe e deve esserne orgoglioso […]. Deve essere un attivo organizzatore. Perseverante e temprato, egli deve saper dominare se stesso e saper influenzare gli altri. […] Deve essere lieto, cordiale, alacre, capace di lottare e di costruire, capace di vivere amare la vita”. È questo l’ideale educativo di Makarenko e la sua esperienza. Quella raccontata in un’opera che giunge fino a noi e che, per gli insegnamenti che da essa si ricavano, ci parla e ci riguarda. Riguarda tutti quanti vogliono formarsi per trasformare la realtà di abbrutimento morale e intellettuale, evasione e assenza di prospettive cui la crisi generale delle società borghesi consegna i giovani delle masse popolari. L’esperienza di Makarenko dimostra il valore della disciplina cosciente e della gioia di compartecipare a un progetto collettivo di “un’esistenza in comune”.

I ragazzi di Makarenko, nel loro passaggio da insieme di giovani sbandati a collettivo cosciente ed esemplare di giovani sovietici, combattenti sulla barricata del socialismo e pionieri del primo stato socialista della Storia, l’Unione Sovietica, possono considerarsi il paradigma di una società nuova, che tende alla realizzazione compiuta del diritto-dovere di tutti a vivere dignitosamente e a lavorare nell’interesse di una società dove c’è posto per tutti, poiché a ognuno essa assegna un posto. Era la sfida aperta dalla Rivoluzione d’Ottobre, esattamente cento anni fa.

(VIDEO) Il discorso di Maduro per i 100 anni della Rivoluzione Bolscevica

 

Napoli 5nov-3dic2017: Revolutija 1917-2017 L’Ottobre in mostra

di GAlleЯi@rt

Sempre più artisti riconobbero che la rivoluzione si era compiuta come spiegazione, causa e scopo delle loro lotte, della loro passione, a cui la loro vita apparteneva inconsapevolmente. Sempre più artisti, dotati umanamente oltre che artisticamente, entrarono nella politica attiva, si dedicarono, seguendo il loro impulso, alle sorti delle masse, dimenticarono il loro individualismo, che d’altronde era solo un risultato del tirannico isolamento in cui la società borghese tiene fuori i suoi buffoni di corte. 

La teoria, nata e cresciuta nell’“atelier”, la teoria delle scuole, delle correnti, che rifletteva il passare del tempo in modo non più chiaro e riconoscibile solo a pochi, fu dissolta nell’atmosfera collettiva effervescente della rivoluzione vittoriosa.

L’arte che emerge dalla rivoluzione è essa stessa rivoluzione. Essa propaga la vibrazione della grande rivoluzione. Insegna all’estetica a sottomettersi e adattarsi all’eterna volontà del cambiamento dei tempi, il cui segno più visibile è la rivoluzione sociale, base di ogni rivoluzione politica.

L’estetica sorta dalla rivoluzione significa la rivoluzione stessa e non soltanto un segmento della rivoluzione. L’insieme della volontà creatrice del tempo e non solo una delle sue molteplici manifestazioni.
(liberamente, Arthur Holitscher, 1922)

1917-2017: GAlleЯi@rt celebra i cent’anni della grande Rivoluzione d’Ottobre.

Da domenica 5 novembre a mertedi 5 dicembre, un mese di espositiva, allestimenti, iniziative, proiezioni, presentazioni pubbliche. Per un contributo al bilancio storico, per un passo ancora, a cent’anni di distanza allo stravolgimento della visione soggettiva del mondo.

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“REVOLUTIJA”
Programma Working Progress:

domenica 5 novembre | ore 18.30
LA GALLERIA DELL’OTTOBRE | Mostra permanente
GAlleЯi@rt SpaZio31, espositiva della Galleria Principe di Napoli, in allestimento tematico open space per narrare “i dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Installazioni video, striscioni, bandiere d’epoca e scritte evocative, un percorso di didascalie-guida tratte da Stato e Rivoluzione di Lenin alla rassegna fotografica e l’esposizione artistica di opere suggestive che affondano le loro radici nella rivoluzione.

martedì 7 novembre | ore 18.00
1917-2017: “SETTE BICCHIERI CHE BRINDANO A LENIN” | Brindisi sociale
Un momento di socialità, un ritrovo tra compagni, un’occasione per brindare insieme ai 100 anni esatti della gloriosa Rivoluzione d’Ottobre, giorni che sconvolsero il mondo, processo che cambiò la Storia.

domenica 19 novembre | ore 17.00
POEMA PEDAGOGICO di A. S. Makarenko | Presentazione del libro
Nella futura Unione Sovietica, gli eventi rivoluzionari che culminarono nell’Ottobre del 1917 furono, prima di tutto, un momento di rottura radicale con l’immobilismo autocratico che aveva contrassegnato secoli di dominio zarista. Infatti, a una lunga era in cui il destino sociale degli oppressi non poteva offrire possibilità troppo diverse dal nascere servo della gleba per morire servo della gleba, fece seguito un’epoca nuova: un assetto sociale in cui i figli dei carpentieri diventavano cosmonauti e in cui, dalle grandi metropoli fino ai villaggi più remoti, l’istruzione sarebbe stata a portata di mano per milioni di bambini e bambine, altrimenti destinati a un lavoro precoce e schiavile. Anche rispetto agli adulti, contadini o operai non importa, le occasioni di una formazione continua non sarebbero mancate e, il tutto, grazie al dispiegamento di un potere popolare capace di sottrarre il campo dei «diritti» al dominio della merce, luogo in cui lo Stato borghese lo aveva, di fatto, confinato.

Anton S. Makarenko vive e lavora nel cuore di simili stravolgimenti. E se l’essere umano poteva dirsi frutto della società in cui era accolto, il pedagogista sovietico studia in tempo reale la necessità di fare della libertà un bene comune e della disciplina uno strumento che, estrapolato da qualunque ordine del discorso repressivo, avrebbe potuto mettere l’individuo nelle condizioni di affrontare il processo dialettico che lega il sé all’altro in una prospettiva collettiva.

È a partire da simili presupposti che Makarenko scrive Poema Pedagogico, capolavoro che, pur restando un punto fermo delle scienze dell’educazione, si rivela presto in grado di valicare i confini specialistici per affermarsi come un classico senza tempo, un grande romanzo e una lettura obbligata per chiunque intenda interrogarsi su uno degli aspetti più importanti dell’avventura umana: essere se stessi all’interno della società per trasformare la società stessa.

domenica 26 novembre | ore 18.00

OTTOBRE di S. M. Eisenstein | Proiezione

Film del 1927 diretto da Sergej Mikhajlovič Ejzenštejn. Commissionato, con mezzi larghissimi e totale autonomia, dal governo sovietico per la commemorazione del decimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Protagonista assoluta dell’opera è la massa di operai, soldati e cittadini che furono chiamati a reinterpretare sé stessi nelle giornate vissute in prima persona. Il film fu girato quasi interamente a Leningrado e qui proiettato il 20 gennaio 1928: 7 rulli, 2220 metri. “Ottobre” è il monumento cinematografico dell’epopea collettiva del potere sovietico alla prova dei fatti nella costruzione del primo Stato socialista della Storia.

Domenica 3 dicembre | ore 17.00

LA RIVOLUZIONE SI COSTRUISCE | Assemblea pubblica
I principali insegnamenti principali della Rivoluzione d’Ottobre, la rotta per avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista oggi, la necessità del partito comunista, il legame fra comunisti e classe operaia, il carattere universale della strategia della Guerra Popolare Rivoluzionaria. Un bilancio sulla Rivoluzione. Il rilancio della Rivoluzione.

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La cosa importante è che gli artisti, operai del genio creativo,
non lavoreranno più ognun per sé,
ma si collegano con i più larghi strati popolari,
i quali accolgono ciò viene offerto loro
nella misura in cui essi stessi sono oggi chiamati a partecipare.
Questa la prova del fuoco
dell’arte recuperata alla sua funzione sociale,
che tanto sarà solo se sarà nuova impresa collettiva.
Perché la Rivoluzione è un’arte.
Lavora con metodo.

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GAlleЯi@rt Spazi XXVIII-XXXI – FB: GalleRi Art @galleri.art1 – Galleria Principe di Napoli – Ingressi da Piazza Museo Nazionale – Via Pessina – Via Broggia –Metro 1: Museo – Metro 2: Cavour – galleriart2831@gmail.com – 0039 366 42 90 514

Il 1° ottobre 2013 un drappello di artisti, operatori culturali, artigiani, attivisti sociali della città entrano negli spazi n.28-31 della Galleria Principe di Napoli. Spazi abbandonati ad un decadimento inaccettabile, incuria, assenza di qualsiasi progetto effettivo per la tutela ed il ripristino funzionale, oltre le sole facciate, di un bene monumentale, rischi di speculazione ad uso privato di qualche facoltoso compratore di un patrimonio pubblico in odore di svendita per far fronte al dissesto finanziario delle casse comunali. I cittadini iniziano l’autorecupero dei locali. Pulizia ed apertura ad uso pubblico. Spazi da restituire all’uso sociale, questo il principio, questa la pratica. Spazi pubblici da restituire al pubblico. Tutto in pieno autofinanziamento. Spese zero per il Comune. È GAlleЯi@rt! Una fucina sperimentale di arti figurative, di nuovi linguaggi espressivi, di libera produzione e partecipazione.

Sostieni l’autorecupero!
Sostieni GAlleЯi@rt!
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Vuelta a la URSS

por Luis Britto García  

Del árbol caído todos hacen leña. No podrán astillar el legado colosal de la Unión Soviética, que contra viento y marea fascista y capitalista mantuvo durante tres cuartos de siglo la primera gran experiencia socialista del planeta.

El mismo día que se constituyó la Unión Soviética, le declararon la guerra el ejército de la tiranía zarista, la contrarrevolución interna y  catorce países imperialistas, entre ellos Estados Unidos, que la invadió por Alaska y fue vergonzosamente derrotado.

Antes de convertirse en la segunda potencia del mundo, a diferencia de las otras, la Unión Soviética debió sobrevivir y superar en su territorio el devastador impacto directo de dos Guerras Mundiales: la segunda de ellas con un costo de entre veinte y treinta millones de vidas. El 80% de las bajas del ejército nazi ocurrió en el frente Oriental. De no ser por la Unión, el nazifascismo hubiera ganado la guerra y las razas “inferiores” habrían sido inmediatamente exterminadas o esclavizadas.

No estuvo exento de agresiones, sabotajes y sangre ni un solo día de las cuatro décadas que  llevaron a la Unión del atraso del arado de palo a tachonar el firmamento con las estrellas del primer satélite artificial, el primer cosmonauta, la primera cosmonauta, el primer descenso suave no tripulado en la luna.

En medio de esta guerra sanguinaria no cesaba la Unión de anotarse triunfos humanos. Primer país en conceder el voto a la mujer, en reducir la jornada laboral a 7 horas, en establecer el sistema universal de enseñanza pública y gratuita con alimentación y guarderías asimismo gratuitas,  en implantar la protección a la salud universal y gratuita, en otorgar baja remunerada por maternidad desde el inicio del embarazo y hasta un año después del parto, vacaciones de un mes, la baja por enfermedad con salario completo, en reconocer la jubilación para los hombres a los 60 años y para las mujeres a los 55.

Mientras tanto, bueno es recordarlo, inventaban los soviéticos el arte abstracto, la arquitectura moderna, el lenguaje artístico del cine y parte de la música contemporánea.

Un Referendo sobre la Preservación de la Unión Soviética en 1991 arrojó 113.512.812 votos a favor (77,85%) y sólo 32.303.977 votos en contra (22,15%). Un sondeo efectuado por el Centro Levada en 2016 revela que 56% de los rusos considera que vivía mejor bajo el comunismo, y 53% califica favorablemente la economía centralizada.

La perspicaz Pasqualina Curcio me facilita cifras de la OCDE que explican esta adhesión. Pese a guerras y obstrucciones, el PIB per cápita mejoró en forma sostenida: en 1986 se situaba en unos 7.000 KG$; desde el neoliberalismo de los noventa, descendió abruptamente hasta poco más de 4.000 KG$.

La esperanza de vida al nacer era de 69,17 años en 1989; para 2000 había bajado abruptamente a 66,04. La tasa de mortalidad de mujeres era en 1990 de 116,2 por 100.000; en 1994 subió desmesuradamente a 178,406; en 2004, a 176,833. La de varones era en 1900 de 316,078; de 486,421 en 1994; y creció a 465,095 en 2004 (www.ggdc.net/madison/historical-statistics/verticial-file02-200.xls).

Para todo revolucionario es un deber estudiar las causas que llevaron a tan formidable proyecto a su caída (por ahora).

La Unión Soviética no se disolvió por voluntad de sus ciudadanos. Hemos visto que en el referendo de 1991, votaron 113.512.812 por preservarla (77,85%) y sólo 32.303.977 por disolverla (22,15%).

En la Unión, como en todas partes, el neoliberalismo con sangre entra. El Poder Legislativo Soviético designó constitucionalmente Presidente a Boris Yeltsin. Este impuso reformas neoliberales que acarrearon descontento y desabastecimiento. El Poder Legislativo, que lo había designado, también constitucionalmente lo destituyó.

Yeltsin hizo cañonear con tanques al edificio del Poder Legislativo y a los ciudadanos que acudieron inermes a defenderlo, con saldo de 197 asesinados, según fuentes oficiales, o de dos mil, según las extraoficiales. Con esta democrática masacre Yeltsin disolvió el Parlamento y los Consejos obreros, representantes directos del pueblo, y al poco tiempo subastó por miserias el patrimonio acumulado por la Unión Soviética en tres cuartos de siglo.

Pero ¿cómo pudieron prevalecer la facción neoliberal del ejército y la burocracia contra la mayoría de más de 113 millones de soviéticos?

Desde el comienzo de su existencia, la Unión debió invertir parte excesiva de su producción en una dura carrera armamentista, primero para consolidar la Revolución, luego para vencer en la Segunda Guerra Mundial, finalmente para sobrevivir a la Guerra Fría durante la cual presidentes como Reagan la amenazaron con dispendios colosales como la Guerra de las Galaxias o la MAD (Mutua Destrucción Asegurada).

A partir de 1972, para concentrase en la ofensiva contra la Unión, Nixon  aflojó la presión de la carrera armamentista contra la República Popular China. Ello le permitió a ésta concentrarse en su economía productiva, y arrojó contra los soviéticos el peso de mantener el equilibrio del terror en el cual se basaba el mundo.

Un esfuerzo defensivo de esta talla colosal no se puede mantener sin un cierto grado de autoritarismo, propiciado por la herencia cultural de las autocracias zaristas. Y todo autoritarismo propende al abuso, al provecho indebido y a la dificultad para corregir errores. Posiblemente ello contribuyó a que el aparato partidista terminara por disminuir el contacto con las masas y a que los privilegios se acumularan en una elite de unos 750.000 administradores,  según lo señalaron Milovan Djilas en La Nueva Clase y Michael Voslensky en La Nomenklatura.  Hasta que algunos de sus dirigentes, como Gorbachov o Yeltsin, acariciaron la idea de pasar de administradores privilegiados a propietarios absolutos.

Por otra parte, desde la Segunda Guerra Mundial el planeta vivió procesos de descolonización que desintegraron imperios como el británico, el francés, el belga, el alemán y el holandés. La Unión Soviética era el resultado de un proceso de agregación política que culminó con Iván IV, llamado el Terrible, en el siglo XVI. En él participaban pueblos con idiomas, religiones y tradiciones muy diferentes, a los cuales la Unión reconoció el derecho a su propia nacionalidad, lengua y cultura. No es extraño que medio milenio después de su integración este conglomerado disímil se desagregara parcialmente, incluso contra la voluntad de cerca  del 80% de sus integrantes.

La Unión Soviética nunca fue, ni aspiró a ser una sociedad de consumo. Se lo impidieron el atraso de las fuerzas productivas legadas por el zarismo, el pesado gasto defensivo, la enorme inversión  que requería garantizar educación, salud y seguridad  social gratuitas para todos, y la priorización de los bienes de consumo básicos sobre los suntuarios y ostentosos. En suma, era la economía adecuada para sobrevivir al inminente agotamiento planetario de la mayoría de las fuentes de energía no renovables y de los recursos naturales, prevista por estudios como Los límites del Desarrollo. Este tipo de economía planificada y austera hubiera podido ser la más indicada para mantener elementos civilizatorios en la venidera época de escasez de recursos.

La Unión, contra la cual  durante tres cuartos de siglo se estrellaron inútilmente los esfuerzos conjuntos de todos los imperialismos y fascismos, terminó así por sucumbir esencialmente ante la traición interna de algunas de sus dirigencias.   ¿Valió la pena el desmantelamiento de este formidable proyecto económico, social, político y cultural? La instauración del neoliberalismo trajo consigo la ruina de todos los indicadores de esperanza de vida, ingreso per cápita, nivel educativo, atención a la salud y abastecimiento logrados con inmensas dificultades por el socialismo. Lo que había sido la Unión cayó abruptamente de su estatuto de segunda potencia del mundo a una situación de inestabilidad interna y de crecimiento de la delincuencia y del capital especulativo. Durante casi una década un desequilibrado mundo unipolar sufrió las arremetidas de Estados Unidos, que se tradujeron en un rosario de guerras de destrucción y de saqueo. La excusa de la “Guerra al Comunismo” fue sustituida por la de la “Guerra al Terrorismo”, el “Conflicto de Civilizaciones”, la “Guerra contra la Droga”. Cambian los pretextos, la Guerra sigue.   Pero ni siquiera Estados Unidos resultó favorecido por la disolución de la gran experiencia socialista. Exhausto también por el insensato gasto armamentista y las políticas neoliberales, perdió su condición de primera potencia del mundo a favor de la República Popular China, que favorecida por la distensión de la Guerra Fría había podido dedicar su economía a la producción de bienes de consumo.

Tampoco salieron ganando los trabajadores del mundo. Para evitar nuevas revoluciones socialistas, John Maynard Keynes y los gobiernos capitalistas preconizaron políticas de inversión pública anticíclica y en algunos casos de concesión de mejoras para los trabajadores, en los denominados “Estados del Bienestar”. Muerto el perro, se acabó la rabia: disminuida la “amenaza comunista”  se retiraron a los trabajadores todas las migajas que se les concedieron para sobornarlos. El desmantelamiento de empresas, el desempleo masivo, la pauperización generalizada y el colapso financiero fueron los jinetes del Apocalipsis del Capitalismo Salvaje.

La Utopía neoliberal sólo ha tenido éxito en concentrar en ocho personas más riquezas que las de la mitad de los habitantes del planeta. Aprendamos de la Unión Soviética; honremos sus logros sin precedente y evitemos sus errores. Una vez más, los proletarios del mundo no tienen nada que perder, salvo sus cadenas. Como escribió Eugene Pottier: El mundo va a cambiar de base. Los nada de hoy, todo han de ser.

 

Russia: uno sguardo sulla Circassia-Karachay

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridonodi Danilo Della Valle

Passeggiando per le soleggiate e pulite strade di Cherkessk, capitale della Repubblica di Karachay-Circassia, tra i colori vivi dei fiori posizionati in maniera ordinata lungo i viali alberati del centro cittadino sembra di tornare indietro nel tempo, in un’altra epoca, contraddistinta dalla spensieratezza dei bambini che giocano nel Parco dedicato alla memoria dei caduti della Grande Guerra Patriottica; dall’esibizione di una banda musicale che raduna in piazza, nelle serate estive, decine e decine di anziani ben vestiti pronti a ballare a ritmo di musica sovietica; dalle famiglie che passeggiano lungo il corso principale dopo una lunga ed estenuate giornata di lavoro.

Diverse etnie, diverse tradizioni e confessioni che ogni giorno si mischiano e che, dopo i molti alti e bassi dell’epoca post sovietica (senza fare un salto temporale molto indietro nel tempo), hanno trovato una sorta di stabilità che gli consente di vivere in maniera pacifica. Tuttavia, nonostante le molteplici diverse popolazioni che vivono questa terra, dai circassi ai karachay, dagli slavi ai ceceni, dagli abhazini ai nogai, nonostante la splendida natura, fatta di laghi e montagne, che circondano la Repubblica, da un pò di anni a questa parte qualcosa sta cambiando. Dopo la caduta dell’Urss, la Repubblica di Karachay Circassia ha avuto un periodo di sbandamento nel 1992 quando all’alba dei problemi con la Cecenia tutto il Caucaso era una polveriera. Ci fu il referendum per la divisione della Repubblica in 3 distinte parti, una karachay, una circassa e una russa. Il 28 novembre 1992 il referendum sancì la vittoria degli unionisti e così il primo scoglio della divisione e dell’indipendenza fu superato, la Repubblica restava unita e parte integrante della Federazione Russa. Ma la seconda e più grave crisi ebbe inizio nel 1999 a margine del primo turno delle elezioni presidenziali della Repubblica di Karachay-Circassia che vide vincitore il candidato circasso Stanislav Derev, noto imprenditore locale, con il 43% delle preferenze, che se la sarebbe dovuta vedere al secondo turno con l’ex colonnello sovietico Vladimir Semenov, rappresentante della comunità karachay della Repubblica. La faida tra le due fazioni scoppiò quasi subito, quando molti abitanti di origine karachay tornarono da tutta la Russia e dall’estero per supportare il loro candidato; grandi manifestazioni in tutta la Repubblica si tennero dal 16 Maggio fino a Settembre con un bilancio di vari feriti da ambo le parti e minacce di autoproclamazione di indipendenza da parte dei Circassi. In quel periodo la seconda guerra di Cecenia occupava quasi tutti i militari russi di stanza nel Caucaso del Nord e la situazione sembrava potesse peggiorare da un momento all’altro, tanto che per paura di una nuova “Cecenia”, gran parte della popolazione di origine slava abbandonò i territori della Repubblica di Karachay-Circassia diventando, da maggioranza, minoranza etnica sul territorio. Il Cremlino, impegnato a Grozny e dintorni, dopo aver convocato i due candidati a Mosca varie volte decise per un Presidete ad interim, che calmasse le acque. Fu scelto Ivan Ivanov persona capace di pacificare la Repubblica. Ma il vero problema del cambiamento della Regione in questi ultimi anni è legato alle fazioni di islamisti (o jhiadisti come li chiamano da queste parti) che continuano a crescere a vista d’occhio e si radunano attorno ad alcune delle tante moschee presenti sul territorio.

Non è raro, passeggiando tra le statue di Lenin, Turgenev e Gagarin, scorgere lungo il corso principale della città molteplici negozi specializzati in “abbigliamento islamico” dai nomi altisonanti quali “mondo arabo”, come non è raro trovare all’uscita di vari esercizi commerciali delle cassette di richiesta fondi da parte di associazioni islamiche davvero poco legate alle tradizioni Caucasiche. E’ proprio questo il problema, sebbene in Caucaso da ormai tre secoli la religione predominante sia l’islam, che comunque affondava le sue radici anche nelle tradizioni locali tipiche delle popolazioni che vivono questa terra, i nuovi “islamisti” sembrano voler mutare il passato con una nuova versione della storia delle tradizioni locali improntata sul salafismo e totalmente avulsa dal contesto territoriale in cui vivono. Innanzitutto la cosa che più sorprende è l’età media di questi “nuovi musulmani”, davvero molto bassa; e così vi è stata una impennata di corsi gratuiti di lingua araba, con nuovi studenti barbuti affiancati da giovanissime mogli velate che al cospetto dei loro genitori “scoperti” sembrano venire da un mondo diverso. La radicalizzazione islamica di queste generazione crea problemi anche a livello di sicurezza: Sebbene in un primo momento gli alti gradi del califfato del Caucaso del Nord, formazione terroristica che si pone l’obiettivo di creare uno Stato autonomo caucasico (secondo i loro “portavoce” hanno già uno Stato parallelo operante e clandestino), avessero scoraggiato i “fedeli” del posto a partire ed arruolarsi con l’Isis per restare e portare la Jihad in Russia, diversi sono i giovani partiti da questa parte di Russia per la Siria a combattere come foreign fighters tra le fila di Daesh, molti dei quali non sono più tornati, se non in una bara. Secondo i servizi segreti del FSB sarebbero circa duemila i cittadini con passaporto russo, da aggiungere ai circa tremila delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, che combattono contro il governo Assad e contro i soldati russi, ed a questi vanno aggiunte le persone in via di radicalizzazione e i simpatizzanti in Patria. Molti di questi, la maggioranza, provengono dalle regioni del Caucaso, dalla Circassia come dal Daghestan, dall’Inguscezia come dalla Kabardino-Balkaria e dalla Cecenia (nonostante agli “esperti” nostrani possa sembrare strano vista la relativa tranquillità della Repubblica ex ribelle) , molti altri sono immigrati delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale trasferitisi in Russia dopo il crollo socioeconomico dei propri Paesi. La cosa che accuma una parte dei nuovi adepti è la loro condizione sociale, spesso ai margini della società e con grosse difficoltà economiche: in questa contraddizione puntano i “propagandisti” islamici guadagnando pian piano consensi, militanza e fedeltà. Tuttavia, rispetto ad altre zone del Caucaso come il Daghestan e l’Inguscezia, al momento la presenza della Russia in Circassia si fa ancora sentire ed è tangibile, un gruppo di giovani del posto ci dice: “i jihadisti cercano di sviluppare tra la popolazione un sentimento antirusso, ma per ora sono solo una piccola minoranza. Sappiamo bene che l’islam non è quel che predicano loro. Cercano di convicerti che le nostre tradizioni secolari devono esser cambiate per esser veramente “islamiche”.

Certo la situazione è cambiata con il tempo, negli ultimi quindici anni si è avuta questa impennata di radicalizzazioni. Fortunatamente sono controllati a vista, la polizia e i servizi segreti sanno tutto di loro, e spesso i sospettati vengono fermati in strada per dei controlli, per far capire che sanno chi sono”. Effettivamente in questi anni sono stati vari gli interventi antiterrorismo della polizia e del Fsb nella Repubblica, come nel 2016 quando cinque giovanissimi furono fermati nei boschi appena fuori Cherkessk dove stavano pianificando degli attentati da fare nella capitale russa. Sebbene la situazione sia apparentemente sotto controllo, ci sarà da capire come e se i servizi segreti potranno fermare i molti foreign fighters che già sono di ritorno dalla Siria, che non hanno certo buone intenzioni. Inoltre una questione centrale è quella Cecena: come si evolverà in futuro la situazione cecena dove il Presidente Kadyrov, fedele al Cremlino per ora, ha sotto controllo la situazione dal punto di vista della sicurezza, ma sta adottando una politica sul territorio che non è gradita a tutti alla Duma, sia tra la maggioranza che tra l’opposizione.

A questo punto va aggiunto il problema Daghestan, che è la regione più “sensibile” in questo momento e dove il lavoro per gli investigatori russi è più difficile vista la penetrazione già abbastanza forte di alcune cellule islamiste nel tessuto sociale della regione. Sicuramente nei prossimi anni nel Caucaso del Nord si giocherà una partita importante nella lotta contro il terrorismo, partita alla quale speriamo non decidano di giocare, come in passato e come oggi accade, anche altri “attori esterni” cui farebbe comodo una Russia colpita al suo interno.

Torna in scena Navalny, il “non leader” dell’opposizione russa

di Danilo Della Valle

⁠⁠⁠Navalny ci riprova e i media nostrani, volutamente, ci ricascano. Il blogger a capo di una ONG anti corruzione ancora una volta provoca le autorità russe esortando i suoi “discepoli” (vista l’età molto bassa degli attivisti del movimento, alcuni dei quali minorenni) ad invadere la strada Tverskaya e ad inscenare una manifestazione non autorizzata nonostante il divieto per via dei festeggiamenti del “giorno della Russia” (festività molto discussa in Russia). Navalny infatti aveva deciso di scendere in piazza con il suo movimento in Prospekt Akademika Sakharova ricevendo tutte le autorizzazioni del caso, ma ieri ha annunciato di voler “sfidare” la legge e di voler scendere in strada senza autorizzazione, estendendo questo invito a cambiare luogo del meeting anche nelle altre città della Russia dove era previsto un comizio anti corruzione. Secondo il capo del dipartimento di Sicurezza di Mosca, Vladimir Chernikov, si tratterebbe di una nuova provocazione tanto più che il procuratore di Mosca avrebbe avvisato Navalny che il suo operato va contro la legge russa perché inneggia a partecipare ad una marcia non autorizzata.

“Stiamo avvisando che ogni tentativo di tenere una manifestazione senza autorizzazione in Tverskaya sarà una violazione diretta della legge. Le forze dell’ordine saranno costrette a prendere tutte le misure necessarie per evitare provocazioni, rivolte o azioni che violino la sicurezza pubblica creando condizioni che minacciano la salute dei cittadini.”La dichiarazione di Chernikov si riferisce soprattutto al fatto che in Tverskaya sono programmate già diverse iniziative per il “giorno della Russia” e che quindi si potrebbero creare situazioni “incandescenti” tra le varie fazioni.

Nonostante le autorizzazioni siano necessarie in tutto il mondo per manifestare, pena il carcere o multe salate (vedasi le proteste non autorizzate contro il “paladino europeista” Macron come sono state represse nel sangue in maniera ben peggiore rispetto ai 300 euro di multa con cui se l’è cavata Navalny l’ultima volta) i media italiani stanno via via aprendo le loro edizioni online con titoli sensazionalistici: “Arrestato il LEADER democratico dell’opposizione Navalny”; “fermato il Leader Antisistema Navalny”. C’è un piccolo appunto da fare però ai nostri solerti media, ossia che Navalny non è il Leader dell’opposizione russa e che soprattutto non è un democratico. Il blogger, sebbene abbia un buon seguito nella capitale russa dove alle elezioni comunali del 2013 a capo di una coalizione con il partito liberale Parnas riuscì ad arrivare al 26%, con la maggioranza dei voti presi nelle aree più ricche della città, è per lo più sconosciuto nel resto della Russia. Secondo un sondaggio del centro Levada datato Marzo 2017, solo il 2% della popolazione russa sarebbe disposta a votare Navalny alle presidenziali del 2018. Insomma un po’ pochino per catalogarlo come leader dell’opposizione, visto che ci sono partiti di opposizione in Russia, quali il Kprf, il Ldpr, il SP, che hanno percentuali a doppia cifra e sono stranamente non calcolati dai nostri media. Sembra ancor più eccessivo definire Navalny democratico e antisistema. Il blogger negli anni si è distinto per le sue posizioni razziste nei confronti dei georgiani (chiamati roditori) e di tutti i caucasici che venivano accusati da Navalny di togliere il lavoro ai russi. Fu proprio il “leader anticorruzione” a proporre il regime di visti per chi dal sud emigrava al nord della Russia e fu proprio lui a partecipare alla “Marcia Russa”, parata che si svolge ogni anno in Russia e che vede sfilare i nazionalisti, talvolta anche un po’ nazisti, nostalgici di un panslavismo non ben precisato al grido di “fuori gli immigrati, la Russia ai Russi”.

Secondo Radio Free Europe, insomma non proprio Russian friendly, “Navalny ha partecipato alle manifestazioni di nazionalisti russi di ogni tipo”. E proprio dopo una di queste manifestazioni nell’ottobre del 2013, il buon democratico Navalny esaltato dalla folla di giovani nazionalisti dichiarò che “bisognerebbe cacciare tutti gli immigrati dalla Russia”. Cacciato nel 2007 dal partito ultraliberale Yablako per “attività nazionaliste e xenofobe che hanno danneggiato l’immagine del Partito”, la leadership del Partito stesso ha più volte rincarato la dose. Engelina Tareyeva, attivista storica di Yablako, ha dichiarato nel 2014: “Considero Navalny l’uomo più pericoloso di tutta la Russia. Non c’è bisogno di esser un genio per capire che la cosa più orribile sia avere i nazionalisti etnici al potere. Navalny basa le relazioni sulla base dell’etnicità delle persone, tutto questo è pericolosissimo.”Dello stesso avviso sembra esser il giornalista Peter Hitchens che sul Daily Mail scriveva “pochissimi sembrano conoscere il legami di Navalny con il mondo del nazionalismo russo, al qual confronto l’Ukip e il FN sono avanguardia di correttezza politica”. E ancora, sempre il giornalista britannico riprende sul suo blog i media occidentali che “presi dal loro odio nei confronti di Putin (così come nei confronti di Bashar al Assad) sono accecati davanti ai difetti dei loro avversari”. http://hitchensblog.mailonsunday.co.uk/2017/03/alexei-navalny-revisited.html

Tutto questo al netto delle vicende giudiziarie di Navalny, davvero molto poco chiari i suoi traffici, e dei suoi legami importanti con alcune Ong d’oltreoceano e della Yale University.

Oliver Stone: «Il giornalismo mondiale ha fallito»

da Yvke Mundial/Correo del Orinoco

7feb2017.- Oliver Stone è convinto che i responsabili della circolazione di tante notizie false nel mondo non sono i canali alternativi ma piuttosto i media più prestigiosi.

Presentando il documentario Ucraina on fire che ha prodotto e che racconta la “rivoluzione” Ucraina del 2014, Stone ha voluto portare il suo punto di vista secondo il quale i generatori delle fake news sono soprattutto i canali di stampa tradizionali. 

La “rivoluzione” Ucraina, la cui responsabilità è stata attribuita alla Russia di Vladimir Putin, è stata invece elaborata e finanziata dagli Stati Uniti per far ricadere la responsabilità sulla Russia e giustificare ancora l’esistenza della Nato. 

Stone ha inoltre definito ridicola la teoria secondo la quale Donald Trump sarebbe stato eletto grazie alle interferenze di Vladimir Putin. 

Il documentario è stato presentato durante la prima edizione di “Filming on Italy” un evento di promozione dell’Italia come set cinematografico organizzato a Los Angeles. Il regista e l’Ucraino Igor Lopatonok. Stone lo ha prodotto e ha intervistato i protagonisti del caso: Vladimir Putin e Victor Yanukovich, ex presidente ucraino deposto dopo che si è fatta passare quella ucraina, come una rivoluzione partita dal basso ma, secondo la versione del documentario, è stato invece un autentico colpo di Stato che ha goduto del finanziamento degli Stati Uniti. 

Gli Stati Uniti hanno un ruolo enorme ed una grande responsabilità e lo continuano a negare. Lo ha affermato il regista vincitore dell’Oscar per “Platoon” e “Nato il 4 luglio”, tra gli altri. Stone ha affermato che: “è una situazione dolorosa per la gente Ucraina. Quella che raccontiamo non è la narrazione ufficiale ma invece quello che è realmente successo. Non lo vedranno nei media statunitensi ma troveremo il modo di diffondere il nostro documentario anche se fosse attraverso YouTube”.

Stone ha criticato duramente il giornalismo statunitense responsabilizzandolo per aver accettato la versione del governo senza fare alcuna ricerca, senza andare a fondo. “Che fine ha fatto il giornalismo degli anni ’60, quello che ha portato alla luce lo scandalo del Watergate e ha mostrato la vera faccia della guerra del Vietnam?”, si chiede Stone, “Ad un certo punto la stampa ha smesso di avere senso critico. La sua funzione dovrebbe essere quella di analizzare le teorie delle fonti ufficiali e criticarle ma già non lo sta più facendo, e questo documentario mostra chiaramente il suo fallimento”. 

Il New York Times, il Washington Post e altre prestigiose testate statunitensi non stanno più svolgendo il ruolo di un tempo, ossia il loro lavoro, ha denunciato il regista Stone, anche commentato l’elezione di Trump alla Casa Bianca, e ha definito ridicole le teorie secondo le quali lo stesso Trump, abbia vinto grazie all’ingerenza russa. 

“Sono gli Stati Uniti ad avere una lunga tradizione di ingerenza nella politica degli altri Paesi, non la Russia”, ha ricordato.

[…]

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Da Sarajevo ad Ankara

di Atilio A. Boron

Il crescente protagonismo della Russia è motivo di enorme preoccupazione per le mal chiamate “democrazie” occidentali, in realtà un congiunto di sordide ed immorali plutocrazie disposte a sacrificare i propri popoli sull’altare del mercato. Preoccupazione perché dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, la Russia è stata data per morta da molti distaccati analisti ed esperti degli Stati Uniti e dell’Europa. Immersi nella loro ignoranza ed accecati dal pregiudizio hanno dimenticato che la Russia è stata sin dagli inizi del secolo XVIII con Pietro il Grande e soprattutto durante il regno di Caterina la Grande, intorno alla metà di questo stesso secolo, una delle principali potenze europee il cui intervento era solito far inclinare la bilancia da una parte o dall’altra, nei permanenti conflitti tra i suoi vicini occidentali, specialmente il Regno Unito, la Francia e l’Impero austro-ungarico.

Dimenticarsi della storia inevitabilmente finisce per produrre grossi errori di analisi come quelli che affliggono gli strateghi occidentali. La rivoluzione russa e la sconfitta dello zarismo provocarono un eclisse transitorio del protagonismo russo che molti pensarono fosse definitivo. Certamente la vittoria alleata nella seconda guerra mondiale ed il ruolo cruciale ricoperto dall’Unione Sovietica dopo la sua formidabile ripresa economica nel dopo-guerra, fecero in modo che Mosca tornasse ad occupare il suo tradizionale ruolo arbitrale nel consesso internazionale.

Durante quasi mezzo secolo il sistema internazionale è stato segnato dal marchio del bipolarismo con l’Occidente e il (di nuovo) mal chiamato “mondo libero” da un lato, e la Unione Sovietica e i suoi alleati dall’altro. Con la fulminante implosione della Urss avvenne che molti credettero che adesso sì la Russia sarebbe sparita per sempre e che quello che sarebbe venuto era un nuovo secolo americano segnato per l’incontestabile unipolarismo degli Stati Uniti guidato dal suo tradizionale avversario sovietico e con la Cina ancora lontana dall’essere ciò che sarebbe diventata pochi anni più tardi. La risposta della storia è stata demolitrice.

Così come assicura Eduardo Febbro nella sua nota del domenica passata in Pagina/12: “Non c’è terreno sopra il quale il re Putin non abbia vinto i suoi avversari: ha schiacciato la rivolta in Cecenia, ha vinto in Siria ha annesso la Crimea, ha impedito militarmente che gli indipendentisti ucraini passassero sotto l’influenza europea, ha imposto il suo ordine in Georgia ed in Ossezia, e, soprattutto, è riuscito a destabilizzare dall’interno le stesse democrazie europee con una azzeccata politica di finanziamento dei partiti e movimenti di diverso ordine ideologico. Diciassette anni dopo essere arrivato in testa al potere questo timido ex tenente colonnello dei servizi segreti, il KGB, è la figura maggiore del XXI secolo.

L’alleanza della Russia con la Cina, ed il succesivo aggiungersi dell’Iran e dell’India più l’astuto avvicinamento con la Turchia, rappresenta il peggiore scenario possibile per la declinante egemonia globale degli Stati Uniti secondo Zbigniew Brzinski, il principale stratega di Washington. L’assassinio di Andrej Karlov ad Ankara ha due propositi inoccultabili: il primo è mettere in difficoltà la Turchia sede della impressionante base aerea nordamericana di Incirlik – che conta con la permanenza di circa 5000 uomini della Forza Aerea degli Stati Uniti – affinché non sia attratta verso Mosca privando la Nato di una localizzazione chiave per chiudere dal Mediterraneo orientale l’accerchiamento della Russia che comincia nel nord con i paesi baltici. Il secondo è far sapere alla Russia che l’Occidente non resterà con le braccia incrociate mentre Putin si rafforza e acquista prestigio ponendo fine al caos che gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno prodotto in Siria e che non hanno potuto o non hanno voluto risolvere.

L’assassinio di Karlov può ben essere stato una provocazione come l’assassinio dell’arciduca Francesco d’Austria a Sarajevo nel 1914 potrebbe precipitare una guerra se la parte colpita, la Russia, reagisse in maniera impulsiva. Ma se qualcosa ha dimostrato un personaggio tanto controverso come Putin, è che può essere accusato di qualsiasi cosa meno di essere un irruente. Piuttosto si tratta di un attore molto cerebrale e riflessivo, un uomo che gioca con impressionante freddezza nel caldo scacchiere della politica mondiale.

Il crimine perpetrato ad Ankara è stato un chiaro messaggio mafioso diretto a Mosca, per questo lo jihadista che ha compiuto l’assassinio è stato ultimato, chiudendogli la bocca per sempre. i servizi occidentali sono esperti nel reclutare ipotetici “radicali” per perpetrare crimini che sostengono la continuità dell’impero.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

L’imperialismo al contrattacco di fronte alla sua sconfitta in Siria

L'immagine può contenere: 1 persona, scarpe, barba, salotto e spazio al chiusodi Manuel Freytas

Non possono digerire la loro sconfitta ad Aleppo e del terrorismo made in USA in Siria.

Non possono digerire il patto politico tra Putin ed Erdogan, che ha tirato fuori la Turchia dal dispositivo terrorista della NATO sotto la direzione del Pentagono.

Non possono digerire una Russia che vince in Medio Oriente.

Non possono digerire la sconfitta degli USA, Israele, UE e Arabia Saudita con le monarchie del Golfo, nel progetto di dividere, atomizzare e controllare la Siria. Per poi attaccare l’Iran.

Hanno fallito, sono stati sconfitti militarmente. E non possono digerire la fine dello Stato Islamico. Una macchina terrorista ed assassina che ha sostituito i marines nella invasione della Siria, e nella nuova occupazione dell’Irak.

Hanno perso la guerra regionale, hanno perso la Turchia in quanto alleato strategico, hanno perso l’egemonia militare in Medio Oriente. Ed adesso si attivano per la distruzione dell’alleanza tra Russia e Turchia.

Questo era l’obiettivo strategico dell’assassinio filmato dell’Ambasciatore della Russia in Turchia. Ed è la prima volta che l’intelligence USA utilizza un fondamentalista suicida infiltrato e manipolato (vestito con giacca e cravatta) per uccidere e diffondere un messaggio in un set televisivo montato in una Galleria d’Arte.

Gli yankee, la CIA, il Mossad israeliano, e l’intelligence britannica vanno al contrattacco. Questa è la preparazione del nuovo scenario terrorista durante la presidenza Trump. L’assassinio mediatico dell’ambasciatore russo in Turchia, è stato solo l’inizio del nuovo processo della guerra tra le potenze capitaliste in Medio Oriente. Solo l’inizio di quello che ci aspetta nel 2017.

Accomodatevi pure sulla poltrona. Qui troverete tutte le spiegazioni sullo spettacolo, ed è gratis.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Danilo Della Valle]

(VIDEO) A Napoli le lavoratrici dell’Ex-URSS cantano per la pace

da MIA

Russia e russi al centro del palcoscenico mondiale attirano l’attenzione in questi giorni che fanno della questione siriana il lodo per la pace del mondo. Sono vive le immagini di chi al grido di “Allah è grande” uccide l’ambasciatore russo e scuote il mondo. Mentre un flash-mob a Napoli, invade pacificamente la stazione centrale, lanciando un messaggio di pace.

Tutti attorno ad un pianoforte cantano canzoni del vecchio blocco sovietico e dell’antica Napoli ricordando che si è stranieri solo se lo si vuol essere. Il flash-mob di Napoli, riuscitissimo, raggruppa un centinaio di immigrati dell’Est mondiale alle note di vecchie glorie canore e una mai intramontabile “bella ciao”… Mentre il mondo diviene sempre più “putin-centrica”.

Tra i cantanti, dai tratti somatici inconfondibili, si scorgono emigrati di ogni regione e ragione dell’Est europeo. Ucraini, russi, moldavi e naturalmente napoletani cantano tutti insieme per la pace e la memoria. Non sono mancati i momenti di tensione, quando le forze dell’ordine hanno cercato di bloccare l’evento… ma si sa che l’arte riesce ad addolcire gli animi… e quindi, quei pochi momenti di tensione spenti dal grande momento spontaneo di aggregazione, hanno lasciato il passo alla musica. Napoli è stata travolta dalle melodie sovietiche… e da grande città dell’arte, quale è, ha fatto dei suo colori lo scenario perfetto per una “protesta” unica”… e speriamo “ripetibile”.

La musica e l’arte sono l’espressione dei popoli che ne rivelano l’anima, questo recita Ernesto Basile ingegnere costruttore del teatro Massimo di Palermo. Che fu un grande amante dell’arte e della capitale partenopea. A Napoli la comunità “sovietica” ha dato prova di grande coraggio… speriamo che la politica mondiale ne faccia tesoro.
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Russia: intervista a Anton Tarasov (Kprf)

7520e7a0-74e2-48fa-8981-5c59ec790817di Danilo Della Valle 

Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

Nel giorno del novantanovesimo anniversario della rivoluzione d’Ottobre del 1917, abbiamo incontrato Anton Tarasov, candidato alle ultime elezioni parlamentari per il Kprf, deputato alla municipalità “Aeroport” della città di Mosca e primo segretario della sezione Leningrado del Kprf. Con lui abbiamo parlato, oltre che del risultato elettorale del Kprf, della situazione economica e sociale che vive la Russia oggi, situazione troppo spesso tralasciata dalle “tifoserie” pro o anti Cremlino.

Alla luce dei risultati delle elezioni dello scorso settembre, da cosa è dipeso il pesante arretramento in termini di voti del suo partito?

Sinceramente pensavo che il Kprf potesse raggiungere un risultato di gran lunga migliore dato che nell’ultima legislatura il governo in carica ha condotto una politica interna disastrosa. Purtroppo non è stato così, abbiamo perso vari punti percentuali durante queste elezioni, ma credo che il nostro partito sia stato penalizzato da quattro fattori: il primo è sicuramente quello che riguarda l’astensione alta che ha sfavorito tutte le forze di opposizione; il secondo è rappresentato dalla presenza di una seconda lista comunista, “Comunisti di Russia”. Questo partito è nato da una scissione del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) ed ha raggiunto il 3%, di fatto togliendo questa fetta di voti alla nostra lista. Inutile dire che questo partito è entrato nelle grazie del Cremlino visto il suo ruolo anti-Kprf; il terzo punto riguarda le altre due principali forze di opposizione, Russia Giusta e i Liberal-democratici di Zhirinovsky, che hanno condotto una campagna elettorale improntata sull’opposizione al governo usando le stesse parole d’ordine del Kprf. Purtroppo però nella realtà a queste parole non fanno seguito i fatti, nell’ultima legislatura i due partiti in questione hanno assunto il ruolo di stampella del governo votando spesso alla Duma come Russia Unita e lasciando solo il Kprf all’opposizione. Per quanto riguarda l’ultimo punto, credo sia giusto fare autocritica, al nostro partito è mancata innovazione. Credo che sia importante che il Kprf si doti di una forza innovativa capace di intercettare i voti delle generazioni più giovani che non hanno vissuto l’epoca del socialismo.

L’astensione è stata molto alta, soprattutto a Mosca e San Pietroburgo che sono riconosciute una come la capitale economica ed una come la capitale culturale del Paese, a cosa crede sia dovuto questo fenomeno?

Non credo che il problema della Russia siano le elezioni, il problema vero e proprio è la partecipazione alla vita politica che va sempre più diminuendo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica c’è stato un peggioramento in molti settori socio economici e di conseguenza la gente ha perso fiducia nella politica. Quando i peggioramenti avvengono in così tanti settori la sfiducia e lo sconforto prevalgono tra la popolazione che si sente impotente e non in grado di poter cambiare la situazione dal basso. Durante i nostri picchetti molte persone hanno mostrato una certa arrendevolezza ed una scarsa fiducia nella politica e questo è un problema da risolvere. Oggi l’atteggiamento dei russi sta cambiando, dopo il crollo dell’Urss sembra sia diventata una priorità solo guadagnare il più possibile o andar via dal Paese. È inaccettabile ciò ed è un problema anche per il Presidente Putin che non può ammettere pubblicamente questa cosa perché equivarrebbe ad una sconfitta.

Dalla caduta dell’Urss in poi la Russia si è caratterizzata per le forti diseguaglianze sociali, secondo lei le cause sono da ricercarsi nella crisi economica? Chi sono a suo parere i responsabili di questa situazione?

La situazione economica della Federazione Russa allo stato attuale la valuto negativamente, in netto ridimensionamento nonostante molti media dicano che il Paese vada a gonfie vele. I responsabili di questa situazione sono da ricercarsi tra coloro che ad inizio anni ’90 hanno avviato i processi di privatizzazione e di svendita di tutti i settori strategici statali. Questo processo è stato volutamente messo in atto con l’intento di distruggere pian piano la Russia. Del resto lo stesso Anatoly Chubais, responsabile delle privatizzazioni durante il governo Eltsin, nel corso di una intervista ammise che “ogni fabbrica regalata ai privati era un chiodo in più nella tomba del comunismo”. Questo è ciò che è accaduto non solo in Russia ma anche in Ucraina. Le difficoltà ovviamente non toccano tutta la popolazione russa, ma una larga fascia di settori sociali più deboli. Oggi il Paese è totalmente diviso, oltre che in classi anche in zone: ci sono delle zone sviluppate, direi le tre quattro città più importanti dove si può trovare un lavoro dignitoso, e tante altre zone che sono completamente abbandonate a sé stesse, dove ci sono tantissimi problemi socio-economici. Con l’entrata della Russia nel Wto poi, la situazione si è ulteriormente complicata, il libero mercato capitalista porta alla distruzione dell’apparato produttivo nazionale e ciò non può esser tollerato da parte di un governo sovrano. La domanda che mi pongo è: per quanto ancora permetteranno alle multinazionali di avere un così alto potere nel nostro Paese?

Nella situazione attuale della Russia, come pensa si possano combattere queste diseguaglianze? Come il Kprf lavora sul territorio?

Sul territorio il Kprf cerca di fare un lavoro importante nelle municipalità, cercando di coinvolgere i cittadini il più possibile affinché si occupino di ciò che gli accade intorno. A Mosca, ad esempio, è partita la battaglia contro i parcheggi a pagamento che ha radunato molti residenti delle periferie. In molte città del Paese il Kprf aiuta con iniziative di vario genere le persone in difficoltà economica per cercare di arginare la povertà. Oggi la globalizzazione ed il capitalismo selvaggio stanno unendo diverse classi della popolazione in una unica lotta di liberazione nazionale. Ad esempio molti piccoli e medi imprenditori russi aderiscono al Kprf proprio perché si vedono attaccati dalle grandi imprese straniere e vedono nel Partito Comunista l’unica forza in grado di difendere il popolo e gli interessi nazionali. La Russia è un Paese molto ricco, nonostante qualcuno ci dica che per via della crisi è necessario dimezzare gli stipendi ed alzare l’età pensionabile, ma il vero problema è legato alla redistribuzione: secondo uno studio di settore, se prendessimo tutti i soldi dei russi, da quelli del più ricco a quelli del più povero, per ogni cittadino ci sarebbe l’equivalente in euro di quasi due milioni (1 milione 800 mila euro, la cifra esatta). Le tv dicono che i comunisti vogliono prendere tutto quello che i russi hanno, ma la verità è molto diversa: noi vogliamo una redistribuzione più equa della ricchezza.

Però la Russia ha anche diversi nemici all’esterno del Paese, penso ad esempio alla Nato che mostra sempre più prepotentemente i muscoli ai confini. Inoltre, anche le sanzioni non facilitano certo il compito a chi governa, non crede?

Certo, sicuramente abbiamo dei nemici stranieri che sapendo che è molto difficile sconfiggere la Russia con la guerra cercano di farlo attraverso le sanzioni economiche e le provocazioni. Ma l’immagine dell’invasore d’oltreconfine comune a tutti non deve essere una giustificazione per mascherare quello che non funziona in Russia. Anzi, penso che a molti di questi nemici faccia comodo l’attuale governo russo che non si contrappone del tutto all’imperialismo e mantiene un sistema economico di stampo neoliberista. Oggi possiamo vedere che l’imperialismo è tornato alla carica in varie parti del mondo, soprattutto dove ci sono dei governi filo socialisti o dove storicamente c’è una tradizione di stampo comunista. Guardi ciò che accade al Venezuela bolivariano che è vittima di una aggressione sia paramilitare che economica atta a rovesciare un governo legittimo di ispirazione socialista. Penso che la battaglia del popolo Venezuelano per la liberazione nazionale e per il socialismo possa essere, e deve essere, la battaglia di tutti verso un mondo più giusto. Solo il socialismo può garantire determinati diritti ed eliminare le disuguaglianze.

Napoli 6nov: 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre

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