Russia: uno sguardo sulla Circassia-Karachay

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridonodi Danilo Della Valle

Passeggiando per le soleggiate e pulite strade di Cherkessk, capitale della Repubblica di Karachay-Circassia, tra i colori vivi dei fiori posizionati in maniera ordinata lungo i viali alberati del centro cittadino sembra di tornare indietro nel tempo, in un’altra epoca, contraddistinta dalla spensieratezza dei bambini che giocano nel Parco dedicato alla memoria dei caduti della Grande Guerra Patriottica; dall’esibizione di una banda musicale che raduna in piazza, nelle serate estive, decine e decine di anziani ben vestiti pronti a ballare a ritmo di musica sovietica; dalle famiglie che passeggiano lungo il corso principale dopo una lunga ed estenuate giornata di lavoro.

Diverse etnie, diverse tradizioni e confessioni che ogni giorno si mischiano e che, dopo i molti alti e bassi dell’epoca post sovietica (senza fare un salto temporale molto indietro nel tempo), hanno trovato una sorta di stabilità che gli consente di vivere in maniera pacifica. Tuttavia, nonostante le molteplici diverse popolazioni che vivono questa terra, dai circassi ai karachay, dagli slavi ai ceceni, dagli abhazini ai nogai, nonostante la splendida natura, fatta di laghi e montagne, che circondano la Repubblica, da un pò di anni a questa parte qualcosa sta cambiando. Dopo la caduta dell’Urss, la Repubblica di Karachay Circassia ha avuto un periodo di sbandamento nel 1992 quando all’alba dei problemi con la Cecenia tutto il Caucaso era una polveriera. Ci fu il referendum per la divisione della Repubblica in 3 distinte parti, una karachay, una circassa e una russa. Il 28 novembre 1992 il referendum sancì la vittoria degli unionisti e così il primo scoglio della divisione e dell’indipendenza fu superato, la Repubblica restava unita e parte integrante della Federazione Russa. Ma la seconda e più grave crisi ebbe inizio nel 1999 a margine del primo turno delle elezioni presidenziali della Repubblica di Karachay-Circassia che vide vincitore il candidato circasso Stanislav Derev, noto imprenditore locale, con il 43% delle preferenze, che se la sarebbe dovuta vedere al secondo turno con l’ex colonnello sovietico Vladimir Semenov, rappresentante della comunità karachay della Repubblica. La faida tra le due fazioni scoppiò quasi subito, quando molti abitanti di origine karachay tornarono da tutta la Russia e dall’estero per supportare il loro candidato; grandi manifestazioni in tutta la Repubblica si tennero dal 16 Maggio fino a Settembre con un bilancio di vari feriti da ambo le parti e minacce di autoproclamazione di indipendenza da parte dei Circassi. In quel periodo la seconda guerra di Cecenia occupava quasi tutti i militari russi di stanza nel Caucaso del Nord e la situazione sembrava potesse peggiorare da un momento all’altro, tanto che per paura di una nuova “Cecenia”, gran parte della popolazione di origine slava abbandonò i territori della Repubblica di Karachay-Circassia diventando, da maggioranza, minoranza etnica sul territorio. Il Cremlino, impegnato a Grozny e dintorni, dopo aver convocato i due candidati a Mosca varie volte decise per un Presidete ad interim, che calmasse le acque. Fu scelto Ivan Ivanov persona capace di pacificare la Repubblica. Ma il vero problema del cambiamento della Regione in questi ultimi anni è legato alle fazioni di islamisti (o jhiadisti come li chiamano da queste parti) che continuano a crescere a vista d’occhio e si radunano attorno ad alcune delle tante moschee presenti sul territorio.

Non è raro, passeggiando tra le statue di Lenin, Turgenev e Gagarin, scorgere lungo il corso principale della città molteplici negozi specializzati in “abbigliamento islamico” dai nomi altisonanti quali “mondo arabo”, come non è raro trovare all’uscita di vari esercizi commerciali delle cassette di richiesta fondi da parte di associazioni islamiche davvero poco legate alle tradizioni Caucasiche. E’ proprio questo il problema, sebbene in Caucaso da ormai tre secoli la religione predominante sia l’islam, che comunque affondava le sue radici anche nelle tradizioni locali tipiche delle popolazioni che vivono questa terra, i nuovi “islamisti” sembrano voler mutare il passato con una nuova versione della storia delle tradizioni locali improntata sul salafismo e totalmente avulsa dal contesto territoriale in cui vivono. Innanzitutto la cosa che più sorprende è l’età media di questi “nuovi musulmani”, davvero molto bassa; e così vi è stata una impennata di corsi gratuiti di lingua araba, con nuovi studenti barbuti affiancati da giovanissime mogli velate che al cospetto dei loro genitori “scoperti” sembrano venire da un mondo diverso. La radicalizzazione islamica di queste generazione crea problemi anche a livello di sicurezza: Sebbene in un primo momento gli alti gradi del califfato del Caucaso del Nord, formazione terroristica che si pone l’obiettivo di creare uno Stato autonomo caucasico (secondo i loro “portavoce” hanno già uno Stato parallelo operante e clandestino), avessero scoraggiato i “fedeli” del posto a partire ed arruolarsi con l’Isis per restare e portare la Jihad in Russia, diversi sono i giovani partiti da questa parte di Russia per la Siria a combattere come foreign fighters tra le fila di Daesh, molti dei quali non sono più tornati, se non in una bara. Secondo i servizi segreti del FSB sarebbero circa duemila i cittadini con passaporto russo, da aggiungere ai circa tremila delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, che combattono contro il governo Assad e contro i soldati russi, ed a questi vanno aggiunte le persone in via di radicalizzazione e i simpatizzanti in Patria. Molti di questi, la maggioranza, provengono dalle regioni del Caucaso, dalla Circassia come dal Daghestan, dall’Inguscezia come dalla Kabardino-Balkaria e dalla Cecenia (nonostante agli “esperti” nostrani possa sembrare strano vista la relativa tranquillità della Repubblica ex ribelle) , molti altri sono immigrati delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale trasferitisi in Russia dopo il crollo socioeconomico dei propri Paesi. La cosa che accuma una parte dei nuovi adepti è la loro condizione sociale, spesso ai margini della società e con grosse difficoltà economiche: in questa contraddizione puntano i “propagandisti” islamici guadagnando pian piano consensi, militanza e fedeltà. Tuttavia, rispetto ad altre zone del Caucaso come il Daghestan e l’Inguscezia, al momento la presenza della Russia in Circassia si fa ancora sentire ed è tangibile, un gruppo di giovani del posto ci dice: “i jihadisti cercano di sviluppare tra la popolazione un sentimento antirusso, ma per ora sono solo una piccola minoranza. Sappiamo bene che l’islam non è quel che predicano loro. Cercano di convicerti che le nostre tradizioni secolari devono esser cambiate per esser veramente “islamiche”.

Certo la situazione è cambiata con il tempo, negli ultimi quindici anni si è avuta questa impennata di radicalizzazioni. Fortunatamente sono controllati a vista, la polizia e i servizi segreti sanno tutto di loro, e spesso i sospettati vengono fermati in strada per dei controlli, per far capire che sanno chi sono”. Effettivamente in questi anni sono stati vari gli interventi antiterrorismo della polizia e del Fsb nella Repubblica, come nel 2016 quando cinque giovanissimi furono fermati nei boschi appena fuori Cherkessk dove stavano pianificando degli attentati da fare nella capitale russa. Sebbene la situazione sia apparentemente sotto controllo, ci sarà da capire come e se i servizi segreti potranno fermare i molti foreign fighters che già sono di ritorno dalla Siria, che non hanno certo buone intenzioni. Inoltre una questione centrale è quella Cecena: come si evolverà in futuro la situazione cecena dove il Presidente Kadyrov, fedele al Cremlino per ora, ha sotto controllo la situazione dal punto di vista della sicurezza, ma sta adottando una politica sul territorio che non è gradita a tutti alla Duma, sia tra la maggioranza che tra l’opposizione.

A questo punto va aggiunto il problema Daghestan, che è la regione più “sensibile” in questo momento e dove il lavoro per gli investigatori russi è più difficile vista la penetrazione già abbastanza forte di alcune cellule islamiste nel tessuto sociale della regione. Sicuramente nei prossimi anni nel Caucaso del Nord si giocherà una partita importante nella lotta contro il terrorismo, partita alla quale speriamo non decidano di giocare, come in passato e come oggi accade, anche altri “attori esterni” cui farebbe comodo una Russia colpita al suo interno.

Torna in scena Navalny, il “non leader” dell’opposizione russa

di Danilo Della Valle

⁠⁠⁠Navalny ci riprova e i media nostrani, volutamente, ci ricascano. Il blogger a capo di una ONG anti corruzione ancora una volta provoca le autorità russe esortando i suoi “discepoli” (vista l’età molto bassa degli attivisti del movimento, alcuni dei quali minorenni) ad invadere la strada Tverskaya e ad inscenare una manifestazione non autorizzata nonostante il divieto per via dei festeggiamenti del “giorno della Russia” (festività molto discussa in Russia). Navalny infatti aveva deciso di scendere in piazza con il suo movimento in Prospekt Akademika Sakharova ricevendo tutte le autorizzazioni del caso, ma ieri ha annunciato di voler “sfidare” la legge e di voler scendere in strada senza autorizzazione, estendendo questo invito a cambiare luogo del meeting anche nelle altre città della Russia dove era previsto un comizio anti corruzione. Secondo il capo del dipartimento di Sicurezza di Mosca, Vladimir Chernikov, si tratterebbe di una nuova provocazione tanto più che il procuratore di Mosca avrebbe avvisato Navalny che il suo operato va contro la legge russa perché inneggia a partecipare ad una marcia non autorizzata.

“Stiamo avvisando che ogni tentativo di tenere una manifestazione senza autorizzazione in Tverskaya sarà una violazione diretta della legge. Le forze dell’ordine saranno costrette a prendere tutte le misure necessarie per evitare provocazioni, rivolte o azioni che violino la sicurezza pubblica creando condizioni che minacciano la salute dei cittadini.”La dichiarazione di Chernikov si riferisce soprattutto al fatto che in Tverskaya sono programmate già diverse iniziative per il “giorno della Russia” e che quindi si potrebbero creare situazioni “incandescenti” tra le varie fazioni.

Nonostante le autorizzazioni siano necessarie in tutto il mondo per manifestare, pena il carcere o multe salate (vedasi le proteste non autorizzate contro il “paladino europeista” Macron come sono state represse nel sangue in maniera ben peggiore rispetto ai 300 euro di multa con cui se l’è cavata Navalny l’ultima volta) i media italiani stanno via via aprendo le loro edizioni online con titoli sensazionalistici: “Arrestato il LEADER democratico dell’opposizione Navalny”; “fermato il Leader Antisistema Navalny”. C’è un piccolo appunto da fare però ai nostri solerti media, ossia che Navalny non è il Leader dell’opposizione russa e che soprattutto non è un democratico. Il blogger, sebbene abbia un buon seguito nella capitale russa dove alle elezioni comunali del 2013 a capo di una coalizione con il partito liberale Parnas riuscì ad arrivare al 26%, con la maggioranza dei voti presi nelle aree più ricche della città, è per lo più sconosciuto nel resto della Russia. Secondo un sondaggio del centro Levada datato Marzo 2017, solo il 2% della popolazione russa sarebbe disposta a votare Navalny alle presidenziali del 2018. Insomma un po’ pochino per catalogarlo come leader dell’opposizione, visto che ci sono partiti di opposizione in Russia, quali il Kprf, il Ldpr, il SP, che hanno percentuali a doppia cifra e sono stranamente non calcolati dai nostri media. Sembra ancor più eccessivo definire Navalny democratico e antisistema. Il blogger negli anni si è distinto per le sue posizioni razziste nei confronti dei georgiani (chiamati roditori) e di tutti i caucasici che venivano accusati da Navalny di togliere il lavoro ai russi. Fu proprio il “leader anticorruzione” a proporre il regime di visti per chi dal sud emigrava al nord della Russia e fu proprio lui a partecipare alla “Marcia Russa”, parata che si svolge ogni anno in Russia e che vede sfilare i nazionalisti, talvolta anche un po’ nazisti, nostalgici di un panslavismo non ben precisato al grido di “fuori gli immigrati, la Russia ai Russi”.

Secondo Radio Free Europe, insomma non proprio Russian friendly, “Navalny ha partecipato alle manifestazioni di nazionalisti russi di ogni tipo”. E proprio dopo una di queste manifestazioni nell’ottobre del 2013, il buon democratico Navalny esaltato dalla folla di giovani nazionalisti dichiarò che “bisognerebbe cacciare tutti gli immigrati dalla Russia”. Cacciato nel 2007 dal partito ultraliberale Yablako per “attività nazionaliste e xenofobe che hanno danneggiato l’immagine del Partito”, la leadership del Partito stesso ha più volte rincarato la dose. Engelina Tareyeva, attivista storica di Yablako, ha dichiarato nel 2014: “Considero Navalny l’uomo più pericoloso di tutta la Russia. Non c’è bisogno di esser un genio per capire che la cosa più orribile sia avere i nazionalisti etnici al potere. Navalny basa le relazioni sulla base dell’etnicità delle persone, tutto questo è pericolosissimo.”Dello stesso avviso sembra esser il giornalista Peter Hitchens che sul Daily Mail scriveva “pochissimi sembrano conoscere il legami di Navalny con il mondo del nazionalismo russo, al qual confronto l’Ukip e il FN sono avanguardia di correttezza politica”. E ancora, sempre il giornalista britannico riprende sul suo blog i media occidentali che “presi dal loro odio nei confronti di Putin (così come nei confronti di Bashar al Assad) sono accecati davanti ai difetti dei loro avversari”. http://hitchensblog.mailonsunday.co.uk/2017/03/alexei-navalny-revisited.html

Tutto questo al netto delle vicende giudiziarie di Navalny, davvero molto poco chiari i suoi traffici, e dei suoi legami importanti con alcune Ong d’oltreoceano e della Yale University.

Oliver Stone: «Il giornalismo mondiale ha fallito»

da Yvke Mundial/Correo del Orinoco

7feb2017.- Oliver Stone è convinto che i responsabili della circolazione di tante notizie false nel mondo non sono i canali alternativi ma piuttosto i media più prestigiosi.

Presentando il documentario Ucraina on fire che ha prodotto e che racconta la “rivoluzione” Ucraina del 2014, Stone ha voluto portare il suo punto di vista secondo il quale i generatori delle fake news sono soprattutto i canali di stampa tradizionali. 

La “rivoluzione” Ucraina, la cui responsabilità è stata attribuita alla Russia di Vladimir Putin, è stata invece elaborata e finanziata dagli Stati Uniti per far ricadere la responsabilità sulla Russia e giustificare ancora l’esistenza della Nato. 

Stone ha inoltre definito ridicola la teoria secondo la quale Donald Trump sarebbe stato eletto grazie alle interferenze di Vladimir Putin. 

Il documentario è stato presentato durante la prima edizione di “Filming on Italy” un evento di promozione dell’Italia come set cinematografico organizzato a Los Angeles. Il regista e l’Ucraino Igor Lopatonok. Stone lo ha prodotto e ha intervistato i protagonisti del caso: Vladimir Putin e Victor Yanukovich, ex presidente ucraino deposto dopo che si è fatta passare quella ucraina, come una rivoluzione partita dal basso ma, secondo la versione del documentario, è stato invece un autentico colpo di Stato che ha goduto del finanziamento degli Stati Uniti. 

Gli Stati Uniti hanno un ruolo enorme ed una grande responsabilità e lo continuano a negare. Lo ha affermato il regista vincitore dell’Oscar per “Platoon” e “Nato il 4 luglio”, tra gli altri. Stone ha affermato che: “è una situazione dolorosa per la gente Ucraina. Quella che raccontiamo non è la narrazione ufficiale ma invece quello che è realmente successo. Non lo vedranno nei media statunitensi ma troveremo il modo di diffondere il nostro documentario anche se fosse attraverso YouTube”.

Stone ha criticato duramente il giornalismo statunitense responsabilizzandolo per aver accettato la versione del governo senza fare alcuna ricerca, senza andare a fondo. “Che fine ha fatto il giornalismo degli anni ’60, quello che ha portato alla luce lo scandalo del Watergate e ha mostrato la vera faccia della guerra del Vietnam?”, si chiede Stone, “Ad un certo punto la stampa ha smesso di avere senso critico. La sua funzione dovrebbe essere quella di analizzare le teorie delle fonti ufficiali e criticarle ma già non lo sta più facendo, e questo documentario mostra chiaramente il suo fallimento”. 

Il New York Times, il Washington Post e altre prestigiose testate statunitensi non stanno più svolgendo il ruolo di un tempo, ossia il loro lavoro, ha denunciato il regista Stone, anche commentato l’elezione di Trump alla Casa Bianca, e ha definito ridicole le teorie secondo le quali lo stesso Trump, abbia vinto grazie all’ingerenza russa. 

“Sono gli Stati Uniti ad avere una lunga tradizione di ingerenza nella politica degli altri Paesi, non la Russia”, ha ricordato.

[…]

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Da Sarajevo ad Ankara

di Atilio A. Boron

Il crescente protagonismo della Russia è motivo di enorme preoccupazione per le mal chiamate “democrazie” occidentali, in realtà un congiunto di sordide ed immorali plutocrazie disposte a sacrificare i propri popoli sull’altare del mercato. Preoccupazione perché dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, la Russia è stata data per morta da molti distaccati analisti ed esperti degli Stati Uniti e dell’Europa. Immersi nella loro ignoranza ed accecati dal pregiudizio hanno dimenticato che la Russia è stata sin dagli inizi del secolo XVIII con Pietro il Grande e soprattutto durante il regno di Caterina la Grande, intorno alla metà di questo stesso secolo, una delle principali potenze europee il cui intervento era solito far inclinare la bilancia da una parte o dall’altra, nei permanenti conflitti tra i suoi vicini occidentali, specialmente il Regno Unito, la Francia e l’Impero austro-ungarico.

Dimenticarsi della storia inevitabilmente finisce per produrre grossi errori di analisi come quelli che affliggono gli strateghi occidentali. La rivoluzione russa e la sconfitta dello zarismo provocarono un eclisse transitorio del protagonismo russo che molti pensarono fosse definitivo. Certamente la vittoria alleata nella seconda guerra mondiale ed il ruolo cruciale ricoperto dall’Unione Sovietica dopo la sua formidabile ripresa economica nel dopo-guerra, fecero in modo che Mosca tornasse ad occupare il suo tradizionale ruolo arbitrale nel consesso internazionale.

Durante quasi mezzo secolo il sistema internazionale è stato segnato dal marchio del bipolarismo con l’Occidente e il (di nuovo) mal chiamato “mondo libero” da un lato, e la Unione Sovietica e i suoi alleati dall’altro. Con la fulminante implosione della Urss avvenne che molti credettero che adesso sì la Russia sarebbe sparita per sempre e che quello che sarebbe venuto era un nuovo secolo americano segnato per l’incontestabile unipolarismo degli Stati Uniti guidato dal suo tradizionale avversario sovietico e con la Cina ancora lontana dall’essere ciò che sarebbe diventata pochi anni più tardi. La risposta della storia è stata demolitrice.

Così come assicura Eduardo Febbro nella sua nota del domenica passata in Pagina/12: “Non c’è terreno sopra il quale il re Putin non abbia vinto i suoi avversari: ha schiacciato la rivolta in Cecenia, ha vinto in Siria ha annesso la Crimea, ha impedito militarmente che gli indipendentisti ucraini passassero sotto l’influenza europea, ha imposto il suo ordine in Georgia ed in Ossezia, e, soprattutto, è riuscito a destabilizzare dall’interno le stesse democrazie europee con una azzeccata politica di finanziamento dei partiti e movimenti di diverso ordine ideologico. Diciassette anni dopo essere arrivato in testa al potere questo timido ex tenente colonnello dei servizi segreti, il KGB, è la figura maggiore del XXI secolo.

L’alleanza della Russia con la Cina, ed il succesivo aggiungersi dell’Iran e dell’India più l’astuto avvicinamento con la Turchia, rappresenta il peggiore scenario possibile per la declinante egemonia globale degli Stati Uniti secondo Zbigniew Brzinski, il principale stratega di Washington. L’assassinio di Andrej Karlov ad Ankara ha due propositi inoccultabili: il primo è mettere in difficoltà la Turchia sede della impressionante base aerea nordamericana di Incirlik – che conta con la permanenza di circa 5000 uomini della Forza Aerea degli Stati Uniti – affinché non sia attratta verso Mosca privando la Nato di una localizzazione chiave per chiudere dal Mediterraneo orientale l’accerchiamento della Russia che comincia nel nord con i paesi baltici. Il secondo è far sapere alla Russia che l’Occidente non resterà con le braccia incrociate mentre Putin si rafforza e acquista prestigio ponendo fine al caos che gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno prodotto in Siria e che non hanno potuto o non hanno voluto risolvere.

L’assassinio di Karlov può ben essere stato una provocazione come l’assassinio dell’arciduca Francesco d’Austria a Sarajevo nel 1914 potrebbe precipitare una guerra se la parte colpita, la Russia, reagisse in maniera impulsiva. Ma se qualcosa ha dimostrato un personaggio tanto controverso come Putin, è che può essere accusato di qualsiasi cosa meno di essere un irruente. Piuttosto si tratta di un attore molto cerebrale e riflessivo, un uomo che gioca con impressionante freddezza nel caldo scacchiere della politica mondiale.

Il crimine perpetrato ad Ankara è stato un chiaro messaggio mafioso diretto a Mosca, per questo lo jihadista che ha compiuto l’assassinio è stato ultimato, chiudendogli la bocca per sempre. i servizi occidentali sono esperti nel reclutare ipotetici “radicali” per perpetrare crimini che sostengono la continuità dell’impero.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

L’imperialismo al contrattacco di fronte alla sua sconfitta in Siria

L'immagine può contenere: 1 persona, scarpe, barba, salotto e spazio al chiusodi Manuel Freytas

Non possono digerire la loro sconfitta ad Aleppo e del terrorismo made in USA in Siria.

Non possono digerire il patto politico tra Putin ed Erdogan, che ha tirato fuori la Turchia dal dispositivo terrorista della NATO sotto la direzione del Pentagono.

Non possono digerire una Russia che vince in Medio Oriente.

Non possono digerire la sconfitta degli USA, Israele, UE e Arabia Saudita con le monarchie del Golfo, nel progetto di dividere, atomizzare e controllare la Siria. Per poi attaccare l’Iran.

Hanno fallito, sono stati sconfitti militarmente. E non possono digerire la fine dello Stato Islamico. Una macchina terrorista ed assassina che ha sostituito i marines nella invasione della Siria, e nella nuova occupazione dell’Irak.

Hanno perso la guerra regionale, hanno perso la Turchia in quanto alleato strategico, hanno perso l’egemonia militare in Medio Oriente. Ed adesso si attivano per la distruzione dell’alleanza tra Russia e Turchia.

Questo era l’obiettivo strategico dell’assassinio filmato dell’Ambasciatore della Russia in Turchia. Ed è la prima volta che l’intelligence USA utilizza un fondamentalista suicida infiltrato e manipolato (vestito con giacca e cravatta) per uccidere e diffondere un messaggio in un set televisivo montato in una Galleria d’Arte.

Gli yankee, la CIA, il Mossad israeliano, e l’intelligence britannica vanno al contrattacco. Questa è la preparazione del nuovo scenario terrorista durante la presidenza Trump. L’assassinio mediatico dell’ambasciatore russo in Turchia, è stato solo l’inizio del nuovo processo della guerra tra le potenze capitaliste in Medio Oriente. Solo l’inizio di quello che ci aspetta nel 2017.

Accomodatevi pure sulla poltrona. Qui troverete tutte le spiegazioni sullo spettacolo, ed è gratis.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Danilo Della Valle]

(VIDEO) A Napoli le lavoratrici dell’Ex-URSS cantano per la pace

da MIA

Russia e russi al centro del palcoscenico mondiale attirano l’attenzione in questi giorni che fanno della questione siriana il lodo per la pace del mondo. Sono vive le immagini di chi al grido di “Allah è grande” uccide l’ambasciatore russo e scuote il mondo. Mentre un flash-mob a Napoli, invade pacificamente la stazione centrale, lanciando un messaggio di pace.

Tutti attorno ad un pianoforte cantano canzoni del vecchio blocco sovietico e dell’antica Napoli ricordando che si è stranieri solo se lo si vuol essere. Il flash-mob di Napoli, riuscitissimo, raggruppa un centinaio di immigrati dell’Est mondiale alle note di vecchie glorie canore e una mai intramontabile “bella ciao”… Mentre il mondo diviene sempre più “putin-centrica”.

Tra i cantanti, dai tratti somatici inconfondibili, si scorgono emigrati di ogni regione e ragione dell’Est europeo. Ucraini, russi, moldavi e naturalmente napoletani cantano tutti insieme per la pace e la memoria. Non sono mancati i momenti di tensione, quando le forze dell’ordine hanno cercato di bloccare l’evento… ma si sa che l’arte riesce ad addolcire gli animi… e quindi, quei pochi momenti di tensione spenti dal grande momento spontaneo di aggregazione, hanno lasciato il passo alla musica. Napoli è stata travolta dalle melodie sovietiche… e da grande città dell’arte, quale è, ha fatto dei suo colori lo scenario perfetto per una “protesta” unica”… e speriamo “ripetibile”.

La musica e l’arte sono l’espressione dei popoli che ne rivelano l’anima, questo recita Ernesto Basile ingegnere costruttore del teatro Massimo di Palermo. Che fu un grande amante dell’arte e della capitale partenopea. A Napoli la comunità “sovietica” ha dato prova di grande coraggio… speriamo che la politica mondiale ne faccia tesoro.
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Russia: intervista a Anton Tarasov (Kprf)

7520e7a0-74e2-48fa-8981-5c59ec790817di Danilo Della Valle 

Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

Nel giorno del novantanovesimo anniversario della rivoluzione d’Ottobre del 1917, abbiamo incontrato Anton Tarasov, candidato alle ultime elezioni parlamentari per il Kprf, deputato alla municipalità “Aeroport” della città di Mosca e primo segretario della sezione Leningrado del Kprf. Con lui abbiamo parlato, oltre che del risultato elettorale del Kprf, della situazione economica e sociale che vive la Russia oggi, situazione troppo spesso tralasciata dalle “tifoserie” pro o anti Cremlino.

Alla luce dei risultati delle elezioni dello scorso settembre, da cosa è dipeso il pesante arretramento in termini di voti del suo partito?

Sinceramente pensavo che il Kprf potesse raggiungere un risultato di gran lunga migliore dato che nell’ultima legislatura il governo in carica ha condotto una politica interna disastrosa. Purtroppo non è stato così, abbiamo perso vari punti percentuali durante queste elezioni, ma credo che il nostro partito sia stato penalizzato da quattro fattori: il primo è sicuramente quello che riguarda l’astensione alta che ha sfavorito tutte le forze di opposizione; il secondo è rappresentato dalla presenza di una seconda lista comunista, “Comunisti di Russia”. Questo partito è nato da una scissione del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) ed ha raggiunto il 3%, di fatto togliendo questa fetta di voti alla nostra lista. Inutile dire che questo partito è entrato nelle grazie del Cremlino visto il suo ruolo anti-Kprf; il terzo punto riguarda le altre due principali forze di opposizione, Russia Giusta e i Liberal-democratici di Zhirinovsky, che hanno condotto una campagna elettorale improntata sull’opposizione al governo usando le stesse parole d’ordine del Kprf. Purtroppo però nella realtà a queste parole non fanno seguito i fatti, nell’ultima legislatura i due partiti in questione hanno assunto il ruolo di stampella del governo votando spesso alla Duma come Russia Unita e lasciando solo il Kprf all’opposizione. Per quanto riguarda l’ultimo punto, credo sia giusto fare autocritica, al nostro partito è mancata innovazione. Credo che sia importante che il Kprf si doti di una forza innovativa capace di intercettare i voti delle generazioni più giovani che non hanno vissuto l’epoca del socialismo.

L’astensione è stata molto alta, soprattutto a Mosca e San Pietroburgo che sono riconosciute una come la capitale economica ed una come la capitale culturale del Paese, a cosa crede sia dovuto questo fenomeno?

Non credo che il problema della Russia siano le elezioni, il problema vero e proprio è la partecipazione alla vita politica che va sempre più diminuendo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica c’è stato un peggioramento in molti settori socio economici e di conseguenza la gente ha perso fiducia nella politica. Quando i peggioramenti avvengono in così tanti settori la sfiducia e lo sconforto prevalgono tra la popolazione che si sente impotente e non in grado di poter cambiare la situazione dal basso. Durante i nostri picchetti molte persone hanno mostrato una certa arrendevolezza ed una scarsa fiducia nella politica e questo è un problema da risolvere. Oggi l’atteggiamento dei russi sta cambiando, dopo il crollo dell’Urss sembra sia diventata una priorità solo guadagnare il più possibile o andar via dal Paese. È inaccettabile ciò ed è un problema anche per il Presidente Putin che non può ammettere pubblicamente questa cosa perché equivarrebbe ad una sconfitta.

Dalla caduta dell’Urss in poi la Russia si è caratterizzata per le forti diseguaglianze sociali, secondo lei le cause sono da ricercarsi nella crisi economica? Chi sono a suo parere i responsabili di questa situazione?

La situazione economica della Federazione Russa allo stato attuale la valuto negativamente, in netto ridimensionamento nonostante molti media dicano che il Paese vada a gonfie vele. I responsabili di questa situazione sono da ricercarsi tra coloro che ad inizio anni ’90 hanno avviato i processi di privatizzazione e di svendita di tutti i settori strategici statali. Questo processo è stato volutamente messo in atto con l’intento di distruggere pian piano la Russia. Del resto lo stesso Anatoly Chubais, responsabile delle privatizzazioni durante il governo Eltsin, nel corso di una intervista ammise che “ogni fabbrica regalata ai privati era un chiodo in più nella tomba del comunismo”. Questo è ciò che è accaduto non solo in Russia ma anche in Ucraina. Le difficoltà ovviamente non toccano tutta la popolazione russa, ma una larga fascia di settori sociali più deboli. Oggi il Paese è totalmente diviso, oltre che in classi anche in zone: ci sono delle zone sviluppate, direi le tre quattro città più importanti dove si può trovare un lavoro dignitoso, e tante altre zone che sono completamente abbandonate a sé stesse, dove ci sono tantissimi problemi socio-economici. Con l’entrata della Russia nel Wto poi, la situazione si è ulteriormente complicata, il libero mercato capitalista porta alla distruzione dell’apparato produttivo nazionale e ciò non può esser tollerato da parte di un governo sovrano. La domanda che mi pongo è: per quanto ancora permetteranno alle multinazionali di avere un così alto potere nel nostro Paese?

Nella situazione attuale della Russia, come pensa si possano combattere queste diseguaglianze? Come il Kprf lavora sul territorio?

Sul territorio il Kprf cerca di fare un lavoro importante nelle municipalità, cercando di coinvolgere i cittadini il più possibile affinché si occupino di ciò che gli accade intorno. A Mosca, ad esempio, è partita la battaglia contro i parcheggi a pagamento che ha radunato molti residenti delle periferie. In molte città del Paese il Kprf aiuta con iniziative di vario genere le persone in difficoltà economica per cercare di arginare la povertà. Oggi la globalizzazione ed il capitalismo selvaggio stanno unendo diverse classi della popolazione in una unica lotta di liberazione nazionale. Ad esempio molti piccoli e medi imprenditori russi aderiscono al Kprf proprio perché si vedono attaccati dalle grandi imprese straniere e vedono nel Partito Comunista l’unica forza in grado di difendere il popolo e gli interessi nazionali. La Russia è un Paese molto ricco, nonostante qualcuno ci dica che per via della crisi è necessario dimezzare gli stipendi ed alzare l’età pensionabile, ma il vero problema è legato alla redistribuzione: secondo uno studio di settore, se prendessimo tutti i soldi dei russi, da quelli del più ricco a quelli del più povero, per ogni cittadino ci sarebbe l’equivalente in euro di quasi due milioni (1 milione 800 mila euro, la cifra esatta). Le tv dicono che i comunisti vogliono prendere tutto quello che i russi hanno, ma la verità è molto diversa: noi vogliamo una redistribuzione più equa della ricchezza.

Però la Russia ha anche diversi nemici all’esterno del Paese, penso ad esempio alla Nato che mostra sempre più prepotentemente i muscoli ai confini. Inoltre, anche le sanzioni non facilitano certo il compito a chi governa, non crede?

Certo, sicuramente abbiamo dei nemici stranieri che sapendo che è molto difficile sconfiggere la Russia con la guerra cercano di farlo attraverso le sanzioni economiche e le provocazioni. Ma l’immagine dell’invasore d’oltreconfine comune a tutti non deve essere una giustificazione per mascherare quello che non funziona in Russia. Anzi, penso che a molti di questi nemici faccia comodo l’attuale governo russo che non si contrappone del tutto all’imperialismo e mantiene un sistema economico di stampo neoliberista. Oggi possiamo vedere che l’imperialismo è tornato alla carica in varie parti del mondo, soprattutto dove ci sono dei governi filo socialisti o dove storicamente c’è una tradizione di stampo comunista. Guardi ciò che accade al Venezuela bolivariano che è vittima di una aggressione sia paramilitare che economica atta a rovesciare un governo legittimo di ispirazione socialista. Penso che la battaglia del popolo Venezuelano per la liberazione nazionale e per il socialismo possa essere, e deve essere, la battaglia di tutti verso un mondo più giusto. Solo il socialismo può garantire determinati diritti ed eliminare le disuguaglianze.

Napoli 6nov: 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre

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Russia: intervista a Pavel Tarasov (Kprf)

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Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

La tornata elettorale di settembre ha visto, tra molte polemiche, un solo grande protagonista: il Partito del Presidente Putin, Russia Unita. Eppure il mondo politico russo non è solo rappresentato da Russia Unita ma, anzi, da molti altri partiti che partecipano attivamente alla vita politica del Paese. Uno di questi è il Partito Comunista della Federazione Russa, secondo partito alla Duma, che durante le ultime elezioni ha avuto un calo molto importante di consensi, pur rimanendo il primo partito di opposizione con qualche deputato in più della sorpresa LDPR, i liberal-democratici guidati dall’eclettico Zhirinovsky. Ad un anno di distanza dall’incontro con il vice Presidente della Duma e del Kprf, Ivan Melnikov, abbiamo incontrato diversi rappresentanti del Partito Comunista per discutere dei risultati delle ultime parlamentari e della situazione economica del Paese. Di seguito pubblichiamo una sintetica intervista a Pavel Tarasov, deputato del Kprf e redattore della rivista socio-politica “Falce e Martello”.

Alla luce del cambio di sistema elettorale, si può dire che Russia Unita non avrà rivali per un po’ di tempo, è d’accordo?

Le elezioni sono andate esattamente come voleva il Cremlino, il sistema proporzionale è stato cambiato con un sistema misto e questo sicuramente non ha portato un giovamento al nostro partito. Inoltre, a mio avviso, tutti i mezzi di informazione sono stati occupati dalla propaganda di Russia Unita. La sola unica cosa positiva durante questa tornata elettorale è stata la nomina a segretario dello ЦИК (il comitato centrale delle elezioni) di Ella Pamfilova che almeno cerca di lavorare nel rispetto delle regole democratiche.

Lei è stato candidato alla Duma nonostante la giovane età, ed ha raggiunto un ottimo risultato. Che riscontri ha avuto dalla popolazione durante la campagna elettorale?

 Sono stato candidato durante l’ultima tornata elettorale al collegio 208 di Mosca. Qui sono arrivato al secondo posto con il12% mentre al primo posto è arrivato Nikolay Gonchar di Russia Unita con il 34.25%. Sinceramente non mi aspettavo potesse prendere una percentuale così alta. Durante la campagna elettorale la popolazione ha mostrato grande sostegno per il Kprf e una forte sfiducia verso il governo. Per questo il risultato finale delle elezioni stupisce molto. Parzialmente può esser spiegato con delle  manipolazioni e brogli durante le elezioni, almeno per quanto riguarda alcuni seggi.

14874961_10211125706729150_880495540_nIl Kprf ha perso moltissimi deputati rispetto alle ultime elezioni. Cosa ha causato questa debacle?

Sì, effettivamente durante questa ultima tornata elettorale abbiamo perso. Oltre ai diversi punti percentuali abbiamo perso anche molti deputati, siamo passati da 92 a 46. Sicuramente in questo risultato ha influito il passaggio dal sistema proporzionale a quello proporzionale misto, nei collegi uninominali è molto più difficile vincere. Siamo riusciti a far scattare 7 deputati nei collegi uninominali. Inoltre l’astensione è stata molto alta, e ciò a mio avviso non ha favorito i partiti di opposizione.

Una delle critiche più severe mosse al Kprf, sia da molti partiti di sinistra in Occidente che da altri partiti in Russia, è quella di esser una finta opposizione al governo e di avere una leadership “vecchia”. Crede sia vero?

Per quanto riguarda le critiche che vengono da Occidente, in Europa la maggior parte dei partiti di sinistra si vergogna di autodefinirsi comunista e per questo ogni critica al Kprf sembra davvero senza senso. Credo che chi accusa il Kprf di esser una opposizione soft o è in malafede o non conosce le nostre posizioni e ciò che noi facciamo: durante l’ultimo periodo hanno addirittura cercato di mandare in carcere due deputati della ultima Duma, Bessonov e Parshen, ed il governo vieta sistematicamente, con l’aiuto della polizia, i nostri picchetti e le nostre manifestazioni. Mi sembra che qualcuno vuole vedere solo ciò che vuole, senza basarsi sui fatti. Per quanto riguarda la questione “generazionale”, può sembrare che nel Kprf ci siano solo persone “anziane” perché effettivamente i nostri leaders sono sulla scena da anni ed i media danno maggior spazio a loro. Ciò sicuramente può frenare le nuove generazioni, ma nel Kprf militano comunisti di tutte le età, abbiamo una buona fetta di giovani militanti e deputati che ricoprono incarichi all’interno del Partito.

Quanto possono inficiare sulla situazione economica russa le sanzioni messe in atto come ripicca per la questione della Crimea?

Attualmente la situazione russa non è delle migliori, ma dubito che si possa pensare che l’attuale crisi economica sia dovuta soltanto alle sanzioni per ciò che è successo in Crimea. Le sanzioni sono efficaci grazie al fatto che durante gli anni ‘90 l’industria nazionale del Paese è stata totalmente distrutta e svenduta, e  quando la Russia è stata colpita dalla pioggia di petroldollari questi fondi  hanno riempito le tasche dei liberali che girano intorno al Presidente e non sono stati spesi per lo sviluppo dell’economia del Paese.

Russia: intervista a Sergey Baburin

1838a3de-bee3-47d9-a371-68f1dec83cb3di Danilo Della Valle

Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

Sergey Baburin è da sempre una figura controversa del mondo politico russo. Deputato della Duma nel 1990, è stato uno dei protagonisti nel 1993 delle rivolte contro le riforme economico-sociali del governo liberista di Eltsin che si conclusero con un bagno di sangue e con l’esercito che sparò sul Parlamento, dove erano asserragliati molti deputati e parte dei manifestanti. Baburin ha ricoperto varie cariche politiche ed accademiche, è oggi vice-Presidente dell’Accademia russa della Scienza ed uno degli editori della rivista “Slavi”, oltre ad esser membro dell’Istituto giuridico Europeo “Justo”. È stato candidato alle ultime elezioni parlamentari con il Kprf, anche se il suo movimento rimane autonomo e con posizioni divergenti da quelle del Partito di Zyuganov, facendo capo ad una area nazionalista e conservatrice. 

È stato candidato alle ultime elezioni Parlamentari alla Duma che hanno visto il trionfo del Partito Russia Unita e l’appiattimento delle opposizioni su percentuali molto più basse. Come valuta i risultati?

Valuto i risultati delle elezioni in maniera molto negativa, ma posso dire che non è stata una guerra “giusta”. Si possono perdere le elezioni in una guerra onesta ma quella delle ultime elezioni non lo è stata. La percentuale indicata ufficialmente non è assolutamente vera, i votanti sono stati molti di meno e, mi assumo la responsabilità di ciò che dico, nutro forti dubbi anche sulla vittoria di Russia Unita. Secondo i nostri osservatori in molti collegi abbiamo vinto, mentre ufficialmente abbiamo perso le elezioni. Ed anche dove abbiamo preso seggi non ci è stato permesso di vedere esattamente le percentuali. Io sono stato un candidato del Kprf, ma non sono un rappresentante del Partito. Siamo alleati da 25 anni anche se durante le prime elezioni non siamo scesi in campo insieme, ci sono comunque delle distanze ideologiche tra il mio movimento ed il Kprf.

La crisi strutturale che il sistema capitalistico sta affrontando rende chiara una cosa: questo non è il sistema migliore per le popolazioni del mondo, ma solo per i ricchi. La forbice tra le classi aumenta sempre di più e questo può diventare un problema. Come pensa si possa uscire da questa situazione?

Il modello economico della Russia è basato sulla produzione, come avviene per  la Cina, per caratteristiche territoriali e per tradizione. È quello il modello da seguire, purtroppo molti dei nostri governi che si sono succeduti, come quello di Medvedev,  non hanno a cuore la Russia e non hanno seguito questo tipo di modello. Per me al giorno d’oggi l’economia non può esser né socialista né capitalista, con la tecnologia che avanza sempre di più l’economia chiede altri bisogni. In molti Paesi d’Occidente hanno imparato dagli errori della crisi del 2008 ed anche se vivono in un sistema capitalista hanno una economia indirizzata socialmente. In Russia, prima con Eltsin e poi ancora con i governi che gli sono succeduti, c’è un neocapitalismo che è totalmente lontano dal popolo russo, proprio per questo abbiamo una diversità enorme tra le classi. Abbiamo una distanza enorme tra ricchi e poveri, abbiamo due società diverse, su 140 milioni di abitanti 100 di questi vivono fuori dalla economia e questo crea una instabilità totale. Ciò non è accettabile.

634c2f29-218d-4dda-b3e8-5b08660da14aPassando alle questioni di politica internazionale, dove lei è sempre stato molto attivo, oggi un fronte molto caldo è quello siriano. La Russia sta facendo la sua parte nell’aiuto della popolazione locale e nel combattere il terrorismo, come pensa possa risolversi la crisi?

Dal 2011 sono il Presidente del Comitato russo di solidarietà con il popolo libico e con il popolo siriano. Posso dire che oggi la Russia fa giustamente il suo dovere aiutando il popolo siriano, ma a mio avviso il governo dovrebbe riuscire a fermare la Nato in maniera più decisa. Credo che la pace si possa raggiungere solo con il governo legittimo attuale, che è l’unico a poter garantire la pace in Siria. Se Assad dovesse andare via, la situazione potrebbe precipitare come è successo nella Libia di Gheddafi, e ciò comporterebbe delle conseguenze catastrofiche.

Anche in Donbass, nel cuore dell’Europa, la situazione sembra ancora molto calda e la soluzione sembra non esser così vicina, con le parti in causa ancora molto distanti nel trovare un accordo che possa far cessare veramente questa guerra. I media Occidentali hanno puntato varie volte il dito contro la Russia, rea di aver aizzato la popolazione a ribellarsi dopo il Maidan ed il conseguente golpe di Kiev.

Per quanto riguarda il Donbass, il governo Russo non è mai stato l’iniziatore di questi eventi ma era interessato solo alla Crimea, dopo che la sua popolazione si è ribellata al Maidan, ed organizzare una situazione stabile lì. Per questo quando gli abitanti di Lugansk e Donetsk, di loro iniziativa, hanno cercato di copiare ciò che è accaduto in Crimea, il Cremlino è rimasto spiazzato, non sapendo che fare. Alla luce dei fatti attuali, credo che la Russia debba prendere una decisione definitiva sul Donbass: o riconoscere queste Repubbliche come Indipendenti o garantire che il popolo del Donbass vada a referendum, ed accettarne il verdetto, facendole diventare eventualmente parte della Russia, come è accaduto per la Crimea. Purtroppo la fazione liberale all’interno di Russia Unita non vuole che ciò accada per le ripercussioni economiche che una decisione del genere può avere sulla Russia, e il Presidente Putin si è convinto di questo che i liberali dicono. Oggi la Russia aiuta la popolazione del Donbass in via non ufficiale, nonostante tutto però le sanzioni ci sono lo stesso e se la Russia avesse fatto ciò che a mio avviso andava fatto non sarebbe cambiato molto rispetto ad ora. Fortunatamente è scattata una grande solidarietà nei confronti della popolazione del Donbass, non solo da parte del popolo e del governo russo ma anche da parte di molti movimenti e partiti Europei. Se vogliamo, lo stesso governo Ucraino usa una doppia faccia verso il Donbass; fa la guerra alla popolazione ma poi continua a comprare prodotti da loro. Credo che da un lato al governo ucraino converrebbe riconoscere il Donbass indipendente, è sempre stata una regione non gradita a Kiev perché impedisce la creazione di una Ucraina Occidentalizzata in toto, è una questione storica questa. L’aspetto che frena il governo Ucraino è che se dovessero riconoscere le Repubbliche indipendenti, probabilmente ci potrebbero essere problemi anche nell’Ucraina del Sud e nelle altre città dell’Est che sarebbero portate a seguire le orme della Crimea e del Donbass: a Kharkov, Dnipropetrovsk, Odessa, Mariupol c’è una forte tradizione russofona.

(VIDEO) Novorossia: Intervista a Diana Volkova

di Danilo Della Valle

Lugansk, città martoriata dalle bombe e dai combattimenti casa per casa, cerca di ripartire e ricostruire ciò che è stato distrutto dalla guerra. All’orizzonte ci sono le elezioni che si incastrano in un momento in cui, si dice, il clima potrebbe tornare ad esser pesante. Proprio di poche ore fa è la notizia dell’attentato al Presidente della Repubblica Popolare di Lugansk, Igor Plotnitsky, rimasto ferito da un ordigno che ha fatto saltare in aria la sua auto. La città che portava il nome del generale sovietico Vorosilov e che oggi è la capitale dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk si prepara ad affrontare i prossimi mesi che saranno decisivi per le sorti del Donbass con consapevolezza e forza di volontà.

Ne abbiamo parlato con Diana Volkova, Presidente dell’Associazione “Lugansk città russa”, che allo scoppio della guerra ha lasciato la propria abitazione in Italia per tornare in Donbass, dalla sua gente, per partecipare attivamente alla costruzione della neonata Repubblica.

Ciao Diana, innanzitutto raccontaci la tua storia. Allo scoppio della guerra sei tornata in Patria, a Lugansk. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Allo scoppio della guerra abitavo in Italia, studiavo in un liceo. Ogni sera però, quando tornavo a casa, sentivo le notizie sul Donbass. La preoccupazione per la mia gente andava via via aumentando con il passare del tempo, quando i bombardamenti erano sempre più frequenti e cruenti, quando cominciavano a morire molti dei nostri uomini che volevano difendere la propria terra. Per questa sofferenza, per la mia casa ed i mie affetti, ho pensato di tornare lì dove sono nata, a Lugansk. Volevo fare anch’io qualcosa per il nostro territorio con la speranza che tutto si sarebbe risolto con il tempo.

Che situazione hai trovato a Lugansk?

Quando sono arrivata a Lugansk, si sentivano ancora gli spari in lontananza, benché i bombardamenti fossero finiti. La prima cosa che mi è balzata agli occhi è stata la quantità di case distrutte dalle bombe e dai combattimenti. C’era disperazione e dolore tra la popolazione.

Oggi tu sei a capo del movimento giovanile “Lugansk città Russa” che fa parte dell’Associazione giovanile di Lugansk. Raccontaci come è nata questa associazione e quali obiettivi essa si prefigge?

Sì, esattamente, sono tra i fondatori del movimento giovanile “Lugansk città russa” che fa parte dell’Associazione giovanile di Lugansk. I presidenti di quest’organizzazione, nel gennaio del 2015, hanno pensato di riunire tutti i ragazzi giovani che condividevano pensieri ed idee nell’Associazione giovanile di Lugansk. Anzitutto quest’organizzazione ha lo scopo di unire i giovani e sviluppare in loro il patriottismo verso la propria terra natia, aiutare loro a sviluppare idee, proposte creative ed a realizzare progetti in diversi campi.

Attualmente i media principali sembrano aver dimenticato il Donbass facendo credere che si viva una tregua permanente dopo gli accordi di Minsk. È esattamente così oppure si continua a sparare?

Purtroppo la situazione non è cambiata molto, si continua a sparare anche nel territorio di Lugansk. Gli accordi di Minsk non sono del tutto rispettati.

Qual è attualmente la situazione umanitaria nel territorio di Lugansk?

Posso affermare che ora la situazione è sensibilmente migliorata rispetto a quando è scoppiata la guerra. Nella popolazione si avverte la voglia di ricominciare, ognuno fa qualcosa per lo sviluppo della città. La gente sta ritrovando la forza per ripartire e si sta sviluppando inoltre un grande senso della Patria. Soprattutto in noi giovani, posso dire che siamo la vera forza motrice di questa neonata Repubblica.

In Ucraina Occidentale invece, dopo il Maidan, molte cose sono cambiate. Cosa pensi riguardo quello che accade lì?

La gente in Ucraina Occidentale sta cominciando a capire ciò che sta succedendo nel Paese. I prezzi dei prodotti di prima necessita aumentano di giorno in giorno, gli stipendi e le pensioni sono sempre più bassi, ormai è davvero impossibile vivere in lì, non ci sono più le condizioni minime e la situazione è insostenibile.

Prossimamente ci saranno le elezioni in Donbass, come si avvia il popolo novorusso ad affrontare questo importante avvenimento? Come immagini il futuro prossimo per il Donbass?

Il popolo novorusso vuole esser innanzitutto libero, principalmente per questo le prossime elezioni saranno un banco di prova importantissimo per la nostra nascente Patria. Dal mio punto di vista, invece, mi piacerebbe vedere il Donbass parte della Federazione Russa. Non voglio che il nostro territorio torni a far parte dell’Ucraina dopo tutta la sofferenza ed il dolore che ci ha causato.

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Nariño, FARC-EP: «Putin, Assad y los kurdos únicos combatiendo ISIS»

Alexandra NariñoPor Alexandra Nariño, integrante de la Delegación de Paz de las FARC-EP

¿Qué tienen Vladimir Putin, Hugo Chávez, Fidel Castro, Kim Jong-un, Evo Morales y Bashar al-Assad en común? Si tenemos que creerle a la prensa occidental, son todos hombres irracionales, mentirosos y hasta ridículos, la mayoría con rasgos anti-democráticos, dictatoriales. Entre más desalineados sean de las directrices neoliberales dictadas por el FMI y el Banco Mundial, más despreciables. O al menos es el mensaje que les llega diariamente a millones de personas quienes creen estar informadas a través de las grandes agencias de noticias.

Luego de leer varios artículos que denunciaban las malintencionadas y astutas jugadas políticas y militares de Vladimir Putin en el mundo, él logró despertar mi curiosidad cuando lo vi hablando en el setenta aniversario de la ONU. Solo pude ver la última parte; no sé si lo que me llamó la atención fuera alguna frase suya, la mirada o el tono de su voz. Lo cierto es que busqué la intervención completa en internet y descubrí que el discurso de Putin tiene algo de lo que carecen personajes como por ejemplo Obama, Merkel o Rutte: coherencia.

Sin disertaciones pomposas y vacías sobre “freedom and democracy”, expuso de forma sencilla una posición democrática, pluralista y respetuosa de la soberanía de otras naciones. Además,  ofreció a los presentes y al planeta una explicación sensata de la situación en el Norte de África y el Medio Oriente, así como un análisis de la correlación de poderes geoestratégicos en el mundo de hoy.

Con una elocuente diplomacia, el presidente ruso dejó al desnudo algunas verdades que ya todos sabían, pero nadie en el mundo político se había atrevido a pronunciar con tanta vehemencia: que las fuerzas gubernamentales de Assad y las milicias kurdas son las únicas fuerzas que realmente combaten a los terroristas en Siria; que los grupos extremistas se nutren – entre otros – de soldados iraquíes quienes quedaron en la calle después de la invasión en el 2003, de Libios cuyo Estado fue destruido luego del 2011 y también, más recientemente, de la oposición “moderada” en Siria, apoyada por el Occidente, que les entrega armas y entrenamiento, luego del cual muchos se desertan y se unen al Estado Islámico.

Sin nombrar a nadie en específico, calificó de hipócrita e irresponsable el hacer declaraciones sobre la amenaza del terrorismo y al mismo tiempo hacerse el de la vista gorda cuando de su financiación a través de narcotráfico, tráfico ilegal de petróleo y de armas se trate. Así mismo – sin referencias específicas – juzgó como irresponsable el manipular grupos extremistas para lograr sus propios objetivos políticos, y creer que de alguna manera se buscará la forma de deshacerse de ellos más adelante.  

También hubo espacio para la reflexión y la autocrítica: “…recordamos ejemplos de nuestro pasado soviético, cuando la Unión Soviética exportó experimentos sociales, presionando por cambios en otros países por razones ideológicas. Esto muchas veces tuvo consecuencias trágicas y produjo degradación en vez de progreso”.

No quisiera ser acusada de devota de Putin; lo único que puedo afirmar es que, así nos pinten a las FARC-EP como narcotraficantes sin ideales, así mostraran a Hugo Chávez como un charlatán sin seriedad, así quieran despojar de todo humanismo a Bashar al-Assad, ser desalineado en un mundo en el que lo políticamente correcto parece ser promocionar políticas neoliberales, xenofóbicas y excluyentes, es un mérito en sí.

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