(FOTO) “Abril” in GAlleЯi@rt con David Gomez Rodriguez

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Napoli, 5 gennaio 2018.- Il sorriso contagioso e i suoi occhi scuri, brillavano, nascondendo bene tutta la sua stanchezza. David è da poco atterrato da Mosca, studia lì da tre mesi grazie al sostegno della politica educativa della fondazione del governo venezuelano Fundayacucho, Fundación Gran Mariscal de Ayacucho; è stato ospite di GAlleЯi@rt (spazio 30-31) in Galleria Principe di Napoli per la proiezione del documentario “Abril: appunti di democrazia partecipativa” regia di Fabio Gargano. David Gomez Rodriguez, 27 anni, venezuelano, gira il mondo per amore della Rivoluzione bolivariana. Parla poco l’italiano ma lo capisce molto bene.

Nel 2014 il regista Fabio Gargano decise di raccogliere testimonianze e video direttamente da Caracas. Incontrò molti giovani tra cui David e ha fatto sì che proprio loro, i protagonisti della vita vera, politica e sociale, raccontassero cosa sta tutt’ora accadendo in Venezuela. Il tema portante dell’intero documentario è il Potere Popolare; dimostrando come la democrazia partecipativa sia una finestra sul socialismo da aprire al mondo. Per democrazia partecipativa si intende semplicemente il concetto secondo cui tutti i cittadini, indistintamente, possano ricoprire cariche e ruoli istituzionali esercitando, senza intermediari il potere legislativo, e non solo, stando al principio base che in democrazia la sovranità appartiene al popolo.

“Abril” ne è la conferma: un popolo organizzato consente di guardare al futuro concretamente. Ma quanto è cambiato David dalle riprese del video? Quanto ha imparato? Quanto è cresciuto dal 2014 ad oggi?

Le sue parole: «Avevo 11 anni quando per la prima volta ho incontrato il presidente Chávez; mi accarezzò è mi disse: “aiutami a costruire la patria”. Sicuro, pensai, con la vecchia scuola di mia mamma, allora militante rivoluzionaria per le lotte sociali. Stiamo assistendo ad una crisi etica ed economica del XXI secolo, dove il Venezuela funge da capro espiatorio, posizione aggravata dalla dittatura mediatica contro Maduro. Agli occhi del mondo il nostro Paese è visto come una minaccia perché crediamo in una prospettiva innovativa di carattere rivoluzionario attuabile in tutto il mondo; perché siamo disposti a lottare per difendere la verità. Sosteniamo la Rivoluzione bolivariana in una versione rinnovata e concreta, avanzata dal comandante Chávez» afferma e continua David Gomez Rodriguez, corsista nel 2006 presso la Universidad de Holguin “Cecilia Sanchez Mandulei” – Cuba – e nel 2015 laureato presso la Universidad Centroccidental “Lisandro Alvarado” – Venezuela «l’obiettivo è quello di creare uno stato costituito da “comunas” autonome. Si responsabilizza un governo popolare per giustificare qualsiasi cosa accada dall’altra parte del mondo. Nonostante le guerre economiche che capitano nel mondo imperialista, il popolo venezuelano è in resistenza, portando avanti un progetto nato da Chávez e oggi sostenuto da Maduro e dal popolo».

Attraverso il documentario girato da Gargano, si mira a studiare e a sviluppare i concetti teorici alla base degli ideali di Simon Bolivar. Catalizzatori le università. «I media – termina Rodriguez – trasmettono in continuazione una realtà critica in Venezuela. È in corso un golpe mediatico; le televisioni del mondo trasmettendo le immagini secondo il punto di vista dei canali privati, finanziati dalla borghesia imperialista, e appoggiata dal fascismo. Trasmettono in continuazione immagini di persone che lasciano intendere che muoiono di fame ma nessuno cita la FAO che premia Maduro per aver attuato il più efficiente programma alimentare che porta proprio il nome di Hugo Chávez. Obama, nel 2013, allora presidente degli Stati Uniti, dichiarò che il Venezuela costituisce una minaccia; la vera minaccia per il mondo sono loro (gli Usa) i quali vivono all’insegna dello spreco, del consumismo e della megalomania, emarginando ed escludendo intere etnie».

Il titolo del documentario, proiettato grazie al collettivo di GAlleЯi@rt, al partito dei Carc, ad ALBAinformazione, ad Associazione resistenza, con la presenza di Amarilys Gutierrez Graffe, Console generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli e Yamile Guerra proconsole, ha un suo perché. Abril: Aprile, mese in cui la natura e gli animali si risvegliano dal letargo invernale. Abril: Aprile come il mese in cui è iniziata la rivolta popolare. Abril: Aprile come il nome della nascitura, protagonista del documentario. Abril è una bambina, diverrà una donna; simbolo emblema del potere femminista venezuelano difeso dal presidente Nicolás Maduro.

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La lista dei nemici degli USA: prospetti e prospettive

Trumpdi James Petras

Introduzione

Per quasi 2 decenni, gli Stati Uniti hanno perseguito una lista di ‘paesi nemici’ da affrontare, attaccare, indebolire e rovesciare. Questa ricerca imperiale di rovesciare i ‘paesi nemici’ ha funzionato a vari livelli di intensità, in base a due considerazioni: il livello di priorità e il grado di vulnerabilità rispetto a un’operazione di ‘cambio di regime’.

I criteri per determinare un ‘paese nemico’ e il suo posto nell’elenco delle priorità degli obiettivi nella ricerca degli Stati Uniti per una maggiore posizione dominante globale, così come la vulnerabilità rispetto a un cambio di regime ‘riuscito’ sarà al centro di questo saggio. Concluderemo discutendo le prospettive realistiche delle future opzioni imperiali.

Priorizzando gli avversari statunitensi

Gli strateghi imperiali considerano criteri militari, economici e politici nell’identificazione degli avversari ad alta priorità.

I seguenti paesi sono in cima alla ‘lista dei nemici’ degli Stati Uniti:

1) La Russia, a causa del suo potere militare, è un contrappeso nucleare agli Stati Uniti a livello di dominio globale. Ha una forza armata enorme e ben equipaggiata con una presenza europea e asiatica e in Medio Oriente. Le sue risorse globali di petrolio e gas la proteggono dal ricatto dell’economia degli Stati Uniti e le sue crescenti alleanze geopolitiche limitano l’espansione degli Stati Uniti;

2) La Cina, a causa del suo potere economico globale e della portata crescente del suo commercio, degli investimenti e delle reti tecnologiche. La crescente capacità militare difensiva della Cina, in particolare per quanto riguarda la tutela dei suoi interessi nel Mar Cinese Meridionale serve a contrastare il dominio degli Stati Uniti in Asia;

3) La Corea del Nord, a causa della sua capacità missilistica nucleare e balistica, la sua fiera politica estera indipendente e la sua posizione geo-politica strategica, è vista come una minaccia per le basi militari statunitensi in Asia, gli alleati e i proxies regionali di Washington;

4) Il Venezuela, a causa delle sue risorse petrolifere e delle sue politiche socio-politiche, sfida gli Stati Uniti come modello incentrato sul neo-liberismo in America Latina;

5) L’Iran, a causa delle sue risorse petrolifere, della sua indipendenza politica e delle sue alleanze geo-politiche in Medio Oriente, sfida il dominio degli USA, israeliano e dell’Arabia Saudita nella regione e presenta un’alternativa indipendente;

6) La Siria, a causa della sua posizione strategica in Medio Oriente, il suo partito di governo secolare e nazionalista e le sue alleanze con l’Iran, la Palestina, l’Iraq e la Russia, è un contrappeso ai piani degli Stati Uniti d’America per balcanizzare il Medio Oriente in bellicosi stati etno-tribali.

Avversari USA di media priorità:

1) Cuba, a causa delle sue politiche estere indipendenti e delle sue alternative socio-economiche, il sistema è in contrasto con i regimi neo-liberisti che ruotano intorno agli Stati Uniti nei Caraibi, in America centrale e meridionale;

2) Il Libano, a causa del suo posizionamento strategico sul Mediterraneo e la coalizione di governo che include accordi con il partito politico degli Hezbollah, che è sempre più influente sulla società civile Libanese, in parte a causa della sua comprovata milizia capace di proteggere la sovranità nazionale, espellendo l’esercito invasore di Israele e aiutando a sconfiggere i mercenari dell’ISIS/al Queda nella vicina Siria;

3) Lo Yemen, a causa del suo movimento nazionalista indipendente guidato dagli Houthi, in opposizione al governo fantoccio imposti dai Sauditi, come anche delle relazioni con l’Iran.

Avversari a basso livello di priorità

1) La Bolivia, a causa della sua politica estera indipendente, del suo sostegno al governo chavista del Venezuela e difesa di un modello misto di economia; della ricchezza mineraria e il suo supporto alle rivendicazioni territoriali dei popoli indigeni;

2) Il Nicaragua, a causa della sua politica estera indipendente e della sua critica dell’aggressione statunitense nei confronti di Cuba e del Venezuela;

L’ostilità degli USA verso gli avversari ad alta priorità viene espressa attraverso sanzioni economiche, accerchiamento militare, provocazioni e un’intensa guerra propaganda verso il Nord Corea, la Russia, il Venezuela, l’Iran e la Siria. A causa delle poderose interconnessioni della Cina con il mercato globale, gli U.S.A. hanno applicato loro poche sanzioni. Invece, quando trattano della Cina, contano sull’accerchiamento militare, le provocazioni separatiste e un’intensa propaganda ostile.

cinesi

Avversari prioritari, bassa vulnerabilità ed aspettative irrealistiche

Con l’eccezione del Venezuela, gli ‘obiettivi ad alta priorità’ di Washington hanno vulnerabilità strategiche limitate. Il Venezuela è il più vulnerabile, a causa della sua alta dipendenza dalla rendita petrolifera, con le sue maggiori raffinerie situate negli USA, e i suoi alti livelli di indebitamento, con tendenza al default. In aggiunta, ci sono gruppi di opposizione domestica, che attuano come clienti degli USA e il crescente isolamento di Caracas all’interno dell’America Latina, grazie all’ostilità orchestrata da importanti clienti USA, come l’Argentina, il Brasile, la Colombia e il Messico.

L’Iran è molto meno vulnerabile: è un forte potere militare regionale strategico, collegato ai paesi vicini e a movimenti religiosi-nazionalisti affini. Nonostante la sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio, l’Iran ha sviluppato mercati alternativi, come la Cina, liberi dal ricatto statunitense ed è relativamente al sicuro dai tentativi di aggressione da parte dei creditori USA o UE.


La Nord Corea, nonostante le invalidanti sanzioni imposte al regime e alla popolazione

civile, ha ‘la bomba’ come deterrente verso un attacco militare agli USA e non ha mostrato riluttanza nel difendersi. A differenza del Venezuela, né l’Iran né il Nord Corea fronteggiano significativi attacchi interni da parte di un’opposizione domestica finanziata e armata dagli USA.

La Russia ha la piena capacità militare – armi nucleari, l’ICBM e un enorme esercito, ben addestrato- tale da scongiurare ogni minaccia militare USA. Mosca è politicamente vulnerabile alla propaganda promossa dagli U.S.A., dai partiti politici d’ opposizione e dalle ONG finanziate dall’Occidente. Gli oligo-miliardari russi, legati a Londra e Wall Street, esercitano la stessa pressione contro le iniziative economiche indipendenti.

Fino a un certo punto, le sanzioni USA hanno sfruttato la precedente dipendenza della Russia dai mercati occidentali, ma, a partire dall’imposizione di sanzioni draconiane da parte del regime di Obama, Mosca ha effettivamente contrastato l’offensiva di Washington, diversificando i propri mercati in Asia e rafforzando l’autonomia domestica nell’agricoltura, l’industria e l’alta tecnologia. La Cina ha un’economia di portata mondiale ed è naturalmente destinata a diventare un leader economico mondiale. Deboli minacce di ‘sanzioni’ alla Cina hanno semplicemente esposto la debolezza di Washington, più che intimidire Beijing. La Cina ha contrastato le provocazioni e minacce militari USA, espandendo il suo potere economico sui mercati, aumentando la sua capacità strategica ed evitando la dipendenza dal dollaro.

Gli obiettivi ad alta priorità di Washington non sono vulnerabili ad attacchi frontali: essi  mantengono o aumentano la loro coesione domestica e integrazione economica, mentre aggiornano la loro capacità di imporre costi del tutto inaccettabili agli USA a ogni assalto diretto. Come risultato, i leader USA sono obbligati a contare su attacchi incrementali, periferici e per mezzo degli alleati locali, con risultati limitati contro gli avversari ad alta priorità. Washington rafforzerà le sanzioni verso il Nord Corea e il Venezuela, con  scarse prospettive di successo nel primo caso e una possibile vittoria  pirrica nel caso di Caracas. L’Iran e la Russia possono facilmente superare gli interventi degli alleati locali. Gli alleati USA, come l’Arabia Saudita e Israele, possono criticare, fare propaganda e scagliarsi contro i Persiani, ma i loro timori che una guerra a metà contro l’Iran potrebbe rapidamente distruggere Riyadh e Tel Aviv, li costringe a lavorare in tandem per indurre il corrotto establishment politico USA a entrare in guerra, al di là delle obiezioni della popolazione e dei soldati americani stanchi di guerre. L’Arabia Saudita e gli Israeliani possono bombardare e far morire di fame le popolazioni dello Yemen e di Gaza, che non hanno alcuna capacità di rispondere a tono, ma Teheran è un’altra cosa.

I politici e i propagandisti di Washington possono blaterare di interferenze della Russia nel corrotto teatro elettorale degli Stati Uniti e la chiacchiera si mette in moto per migliorare i legami diplomatici, ma loro non possono contrastare la crescente influenza della Russia in Medio Oriente e la sua espansione commerciale in Asia, in particolare verso la Cina.

In sintesi, a livello globale, gli obiettivi ‘prioritari’ degli Stati Uniti sono irraggiungibili e invulnerabili. Nel mezzo della continua rissa canina tra le elites degli Stati Uniti, potrebbe essere troppo sperare nell’avvento di alcuni politici razionali a Washington, che potrebbero ripensare le priorità strategiche e calibrare le politiche di mutuo adattamento alle realtà globali.

Xi Jinping

Priorità, vulnerabilità e aspettative medie e basse

Washington può intervenire e forse infliggere gravi danni a paesi con priorità media e bassa. Comunque, ci sono diversi inconvenienti per un attacco su vasta scala; lo Yemen, Cuba, il Libano, la Bolivia e la Siria non sono nazioni capaci di determinare configurazioni globali in termini politici ed economici. Il massimo che gli Stati Uniti possono garantire in questi paesi vulnerabili sono distruttivi cambiamenti di regime, con massicce perdite di vite umane, infrastrutture e milioni di rifugiati disperati… ma a grandi costi politici, con instabilità prolungata e gravi
perdite economiche.

Lo Yemen

Gli Stati Uniti possono spingere per una vittoria saudita definitiva sull’affamato popolo yemenita, afflitto dal colera. Ma a chi giova? L’Arabia Saudita è nel bel mezzo di uno sconvolgimento di palazzo e non ha nessuna possibilità di esercitare l’egemonia, nonostante le centinaia di miliardi di dollari di armi USA/NATO, gli istruttori e le basi. Le occupazioni coloniali sono costose e producono pochi, se non nessuno, benefici economici, specialmente da parte di una povera nazione, devastata e geograficamente isolata come lo Yemen.

Cuba

Cuba ha un potente esercito professionista, supportato da un milione di membri della milizia. Sono capaci di una resistenza prolungata e possono contare su aiuti internazionali. Un’invasione statunitense di Cuba richiederebbe un’occupazione prolungata e forti perdite. Decenni di sanzioni economiche non hanno funzionato e la loro re-imposizione da parte di Trump non ha colpito i settori chiave del turismo. La ‘simbolica ostilità’ del Presidente Trump non ha rotto il ghiaccio con i principali gruppi dell’agro-business, che vedevano in Cuba un mercato. Circa metà dei cosiddetti ‘Cubani d’oltremare’adesso si oppongono all’intervento diretto degli USA. Le ONG finanziate dagli USA possono fornire alcune risorse in termini di punti marginali di propaganda, ma non possono invertire il supporto popolare per l’economia mista ‘socializzata’, l’eccellente educazione pubblica, il sistema sanitario e la sua politica estera indipendente.

russi Il Libano

Un blocco congiunto USA-Arabia Saudita e bombe israeliane possono destabilizzare il Libano. Comunque, un’invasione israeliana prolungata su vasta scala costerà molte vite ebree e causerà disordini domestici. Hezbollah ha missili per contrastare le bombe israeliane. Il blocco economico saudita radicalizzarà i nazionalisti libanesi, specialmente tra gli Sciiti e le popolazioni cristiane. L”invasione’ della Libia da parte di Washington, che non ha visto una sola perdita di soldato americano, dimostra che le invasioni distruttive si traducono in un caos a lungo termine, in tutto il continente. Una guerra israelo-statunitense-saudita distruggerebbe completamente il Libano ma destabilizzerebbe la regione ed esacerberebbe i conflitti nei paesi vicini: in Siria, in Iran e forse in Iraq. E l’Europa sarà inondata da milioni di rifugiati disperati.

La Siria

La guerra per procura USA-Arabia Saudita in Siria ha subito gravi sconfitte e la perdita di posizioni politiche. La Russia ha acquisito influenza, basi e alleati. La Siria ha mantenuto la sua sovranità e ha forgiato una forza armata nazionale temprata sul campo.  Washington può sanzionare la Siria, può afferrare qualche base in un’enclave curda’ fasulla, ma non avanzerà oltre lo scacco matto e sarà vista da molti come invasore occupante. La Siria è vulnerabile e continua a essere un obiettivo di fascia media sulla lista dei nemici degli Stati Uniti, ma offre poche prospettive di avanzamento per il potere imperiale degli Stati Uniti, al di là di qualche legame con un’’enclave kurda’ instabile, suscettibile di guerre intestine e rischiando serie rappresaglie turche.

La Bolivia e il Nicaragua

La Bolivia e il Nicaragua sono fastidi minori sulla lista dei nemici USA. I politicanti regionali USA riconoscono che nessuno di loro esercita un potere globale e nemmeno regionale.

In aggiunta, entrambi i regimi hanno rifiutato in pratica le politiche radicali e coesistono con potenti e influenti oligarchi locali e MNC internazionali legati agli USA.

Le loro critiche riguardo la politica estera, che sono per lo più rivolte a uso interno, sono neutralizzate dall’onnipresente influenza nell’OSA degli USA e dei maggiori regimi neo-liberisti del Latino-America. È lecito pensare che gli USA tenderanno a trovare un adattamento con questi avversari retorici marginalizzati, piuttosto che rischiare di provocare il revival di movimenti di massa radicali nationalisti o socialisti a La Paz o a Managua.

Conclusione

Un breve esame della ‘lista dei nemici’ di Washington rivela che le possibilità di successo sono limitate anche tra gli obiettivi vulnerabili. Chiaramente, in questa configurazione di potenza mondiale in evoluzione, il denaro e i mercati statunitensi non altereranno l’equazione di potere. Gli alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita, spendono enormi quantità di denaro nell’attaccare una nazione devastata, ma distruggono i mercati, mentre perdono le guerre. Potenti avversari, come la Cina, la Russia e l’Iran, non sono vulnerabili e offrono al Pentagono poche prospettive di conquista militare nell’immediato futuro.

Le sanzioni o le guerre economiche non sono riuscite a sottomettere gli avversari in Corea del Nord, Russia, Cuba e Iran. La ‘lista dei nemici’ è costata al prestigio, ai soldi e ai mercati degli Stati Uniti – un aspetto molto particolare del bilancio imperialista. La Russia ora supera gli Stati Uniti nella produzione di grano e nelle esportazioni. Passati sono i giorni in cui le agro-esportazioni statunitensi dominavano il commercio mondiale, compreso il commercio con Mosca.

Le liste dei nemici sono facili da comporre, ma politiche efficaci sono difficili da implementare contro rivali con economie dinamiche e una forte preparazione militare.

Gli Stati Uniti riguadagnerebbero parte della loro credibilità se operassero all’interno dei contesti delle realtà globali e perseguissero un’agenda paritaria, anziché rimanere un perdente ricorrente  in un gioco d’azzardo pigliatutto. Leader razionali potrebbero negoziare accordi commerciali reciproci con la Cina, il che svilupperebbe legami high-tech, finanziari e agro-commerciali con produttori e servizi. Leader razionali potrebbero sviluppare accordi congiunti, economici e di pace, in Medio Oriente, riconoscendo la realtà di un’alleanza tra i libanesi Hezbollah, la Russia, l’Iran e la Siria.

Così com’è, la ‘lista dei nemici’ di Washington continua ad essere composta e imposta dai propri leader irrazionali, maniaci filo-israeliani e russofobi del Partito Democratico – con nessun riconoscimento delle realtà attuali.

Per gli Statunitensi, la lista dei nemici domestici è lunga e ben nota, ciò che manca è la leadership politica civile per rimpiazzare questi capobranco seriali.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Marinella Correggia y las verdaderas noticias falsas

por Marinella Correggia – sibialiria.org

Las verdaderas noticias falsas que producen las guerras

En la transmisión “L’aria che tira”, de La7, tv italiana, el diputado Andrea Romano del Partido Demócratade Italia ha dado un triple salto mortal en términos de noticias falsas.

Citamos textualmente. A partir del segundo -1: 20 en el segundo -0: 55, Romano explicó: “La OTAN, la organización internacional que nos protege de alguna manera desde el punto de vista militar, hace un par de años sigue invirtiendo dinero en contra de las noticias falsas, pero no tanto para hacer censura sino porque representan un instrumento de conflicto geopolítico normalmente organizado por Rusia. O incluso hace unos días resultó que Venezuela también, que tiene sus problemas, participó en motores de noticias falsas”.

Dejamos por un lado las noticias falsas sobre la participación de Venezuela en las noticias falsas: hace días el sitio de Venezuela Misión verdad puso por el contrario al descubierto los fondos de Estados Unidos (USAID, Ned, Departamento de Estado y el Departamento de Defensa.) con los que se producen noticias falsas sobre Venezuela, para decirlo con precisión. Por lo tanto, es todo lo contrario, querido diputado Romano.

Dejamos por un lado también el eufemismo con el que Romano define a la OTAN: una especie de Madre Teresa, pero más eficaz para protegernos bajo su manto.

Pero lo que se dice de la OTAN que combate las supuestas noticias falsas, en realidad es un poco ‘demasiado fuerte’. Dado que esa organización y sus estados miembros de mentiras producen en cantidad. También recientemente.

Y son falsas noticias mortales, porque legitiman el comienzo de las guerras y su continuación. El caso de Libia y Siria es paradigmático.

Es una lástima que, en este asunto, el caricaturista Vauro, también presente en el programa, solo recordara las noticias falsas de Bush y Powell en 2003 sobre Iraq; donde la OTAN no fue bombardeando directamente. Y este sincero olvido es otra prueba más que en los últimos años muy pocos de los antiguos pacifistas se han comprometido a contrarrestar las verdaderas noticias falsas, con las que actúa el Eje de la Guerraa OTAN/Golfo. Se han opuesto a ellas tan poco que ni siquiera las recuerdan.
  

[Trad. del italiano para ALBAinformazione por Ciro Brescia]

 

Marinella Correggia e la vera lotta alle “fake news”

da sibialiria.org

Le vere fake news che producono le guerre

Alla trasmissione “L’aria che tira”, de La7, il deputato Andrea Romano del Partito democratico ha compiuto un triplo salto mortale in tema di fake news.

Citiamo testualmente. Dal secondo -1:20 a al secondo -0:55, Romano spiega: “La Nato, l’organizzazione internazionale che ci tutela in qualche modo dal punto di vista militare, è da qualche anno che investe soldi contro le fake news, ma non tanto per fare censure ma perché esse rappresentano uno strumento di conflitto geopolitico normalmente organizzato dalla Russia. O addirittura qualche giorno fa è venuto fuori che anche il Venezuela, che c’ha i suoi guai, era coinvolto nei motori di fake news“.

Tralasciamo la fake news sul coinvolgimento del Venezuela nelle fake news: giorni fa il sito venezuelano Mision verdad aveva al contrario smascherato i finanziamenti statunitensi (Usaid, Ned, Dipartimento di Stato e Dip. della difesa) a chi poi produce bufale sul Venezuela, per l’appunto. Quindi è semmai il contrario, caro deputato. 

Tralasciamo anche l’eufemismo con il quale Romano definisce la Nato: una specie di Madre Teresa, però più efficace nel proteggerci sotto il suo manto.  

Ma che della Nato si dica che combatte presunte fake news, è davvero un po’ troppo forte. Visto che quell’organizzazione e i suoi Stati membri di menzogne ne producono in quantità. Anche di recente.
E sono fake news mortali, perché legittimano l’avvio di guerre e la loro prosecuzione. Il caso della Libia e della Siria è paradigmatico.


Peccato che in materia, il vignettista Vauro, anch’egli presente in trasmissione, si sia ricordato solo della fake news di Bush e Powell nel 2003 riguardo all’Iraq; dove non fu direttamente la Nato a bombardare. E questa sua sincera dimenticanza è un’ennesima prova che negli ultimi anni ben pochi fra gli ex pacifisti si sono impegnati a contrastare  le vere fake news, quelle che con le quali l’Asse delle Guerre Nato/Golfo agisce. Le hanno contrastate così poco che nemmeno le ricordano.

Napoli 26nov2017: Revolutija con “La Madre” di Pudovkin

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La rassegna Revolutija. 1917-2017: La Rivoluzione d’Ottobre in mostra continua

Domenica 26 novembre 2017 ore 18.00
PROIEZIONE de
Мать – #LaMadre (film di Vsevolod Pudovkin, URSS, 1926)

Pellicola creativa nel montaggio, nella direzione degli attori e nella scelta delle inquadrature fu successo internazionale universalmente riconosciuto come grande classico del cinema muto. Il soggetto è tratto dall’omonimo dramma letterario di Maksim Gor’kij, rappresentativo e, al tempo stesso, antesignano dell’epopea rivoluzionaria russa, raccontata nelle vite vissute di persone comuni, protagoniste della storia. 

La vicenda si svolge in Russia nel 1905, in epoca zarista, immediatamente prerivoluzionaria.
Pelaghia Vlasova, vedova di un operaio di fabbrica, fabbro irsuto e violento, invecchiata precocemente dalle fatiche e dai maltrattamenti, maturerà attraverso il rapporto con il figlio Pavel, giovane operaio socialista, la coraggiosa consapevolezza della necessità della rivoluzione come unico strumento di cambiamento dei rapporti di produzione e di tutti i rapporti sociali. Dalla miseria, dalla fame, dalle malattie e da una condizione di sfruttamento in cui ‘il frutto delle nostre fatiche se lo godono gli altri’, ‘da tutte le forme di asservimento fisico e morale a cui questa società sottopone l’uomo’ c’è un’unica via di uscita: ‘Al popolo tutti i mezzi di produzione, al popolo tutto il potere!’.

E proprio il problema del potere, storicamente centrale nel lavoro per la rivoluzione, viene affrontato lungo l’intera narrazione, nell’intreccio delle vicende umane e politiche dei protagonisti, laddove l’accento è sempre posto sulla necessità di non dimenticare che il traguardo non sono le piccole conquiste, ma soltanto la vittoria completa.

Il rapporto tra madre e figlio si trasforma gradatamente all’interno di questo percorso comune di lotta per la rivoluzione, percorso durante il quale Pavel e gli altri compagni conosceranno più volte il carcere e infine le aule dei tribunali. Saranno proprio le dichiarazioni processuali del figlio a determinare, evidenziando un alto senso di responsabilità, l’ ultima scelta decisiva della madre che metterà in gioco la propria vita per portare a tutti ‘una verità che nessun potrà fermare’.

Intervengono:

Arianna Donini – Introduzione al film
Viaceslav Castellano – Presentazione “Мать”, opera su tela

Napoli 19nov2017: Poema Pedagogico in GAlleЯi@rt

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Domenica 19 novembre 2017, ore 17.00
#PoemaPedagogico di Anton Makarenko
in Galleria Principe di Napoli
Ingresso Via Pessina – zona Museo – Napoli
Con:
Igor Papaleo
Edizioni Rapporti Sociali
Eleonora Getman
Informale: NIKA / Неофициальная: NIKA
Alberto Fazolo
#MilitanteInternazionalista.

***

Il “Poema pedagogico” è il racconto della colonia Gor’kji, un istituto per la rieducazione sociale di minori ex-delinquenti. Il Commissariato per l’Istruzione Pubblica del giovane governo sovietico affida al maestro Makarenko il compito di costruirla e dirigerla. Le difficoltà sembrano insormontabili, tra scarsezza di mezzi necessari a soddisfare bisogni primari e le problematiche relative alla sperimentazione di nuovi modelli educativi del socialismo in costruzione. Ambizioso e necessario l’obiettivo: forgiare un uomo nuovo, l’uomo del socialismo, appunto. Perciò, anche se da principio “lacero e affamato”, è con entusiasmo e con la consapevolezza di essere sorretto nel massimo grado possibile dal potere sovietico che il maestro “va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi” (Maiakovski). Era il 1920. La rieducazione socialista trasformerà quei ragazzi considerati dal vecchio regime zarista un problema di ordine pubblico in dirigenti di Partito, soldati, cosmonauti, operai specializzati, insegnanti, medici, individui socialmente utili.

“Dobbiamo educare un lavoratore colto ed evoluto. Dobbiamo educare in lui il sentimento del dovere e il concetto dell’onore […] egli deve sentire la dignità sua e della sua classe e deve esserne orgoglioso […]. Deve essere un attivo organizzatore. Perseverante e temprato, egli deve saper dominare se stesso e saper influenzare gli altri. […] Deve essere lieto, cordiale, alacre, capace di lottare e di costruire, capace di vivere amare la vita”. È questo l’ideale educativo di Makarenko e la sua esperienza. Quella raccontata in un’opera che giunge fino a noi e che, per gli insegnamenti che da essa si ricavano, ci parla e ci riguarda. Riguarda tutti quanti vogliono formarsi per trasformare la realtà di abbrutimento morale e intellettuale, evasione e assenza di prospettive cui la crisi generale delle società borghesi consegna i giovani delle masse popolari. L’esperienza di Makarenko dimostra il valore della disciplina cosciente e della gioia di compartecipare a un progetto collettivo di “un’esistenza in comune”.

I ragazzi di Makarenko, nel loro passaggio da insieme di giovani sbandati a collettivo cosciente ed esemplare di giovani sovietici, combattenti sulla barricata del socialismo e pionieri del primo stato socialista della Storia, l’Unione Sovietica, possono considerarsi il paradigma di una società nuova, che tende alla realizzazione compiuta del diritto-dovere di tutti a vivere dignitosamente e a lavorare nell’interesse di una società dove c’è posto per tutti, poiché a ognuno essa assegna un posto. Era la sfida aperta dalla Rivoluzione d’Ottobre, esattamente cento anni fa.

(VIDEO) Il discorso di Maduro per i 100 anni della Rivoluzione Bolscevica

 

Napoli 5nov-3dic2017: Revolutija 1917-2017 L’Ottobre in mostra

di GAlleЯi@rt

Sempre più artisti riconobbero che la rivoluzione si era compiuta come spiegazione, causa e scopo delle loro lotte, della loro passione, a cui la loro vita apparteneva inconsapevolmente. Sempre più artisti, dotati umanamente oltre che artisticamente, entrarono nella politica attiva, si dedicarono, seguendo il loro impulso, alle sorti delle masse, dimenticarono il loro individualismo, che d’altronde era solo un risultato del tirannico isolamento in cui la società borghese tiene fuori i suoi buffoni di corte. 

La teoria, nata e cresciuta nell’“atelier”, la teoria delle scuole, delle correnti, che rifletteva il passare del tempo in modo non più chiaro e riconoscibile solo a pochi, fu dissolta nell’atmosfera collettiva effervescente della rivoluzione vittoriosa.

L’arte che emerge dalla rivoluzione è essa stessa rivoluzione. Essa propaga la vibrazione della grande rivoluzione. Insegna all’estetica a sottomettersi e adattarsi all’eterna volontà del cambiamento dei tempi, il cui segno più visibile è la rivoluzione sociale, base di ogni rivoluzione politica.

L’estetica sorta dalla rivoluzione significa la rivoluzione stessa e non soltanto un segmento della rivoluzione. L’insieme della volontà creatrice del tempo e non solo una delle sue molteplici manifestazioni.
(liberamente, Arthur Holitscher, 1922)

1917-2017: GAlleЯi@rt celebra i cent’anni della grande Rivoluzione d’Ottobre.

Da domenica 5 novembre a mertedi 5 dicembre, un mese di espositiva, allestimenti, iniziative, proiezioni, presentazioni pubbliche. Per un contributo al bilancio storico, per un passo ancora, a cent’anni di distanza allo stravolgimento della visione soggettiva del mondo.

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“REVOLUTIJA”
Programma Working Progress:

domenica 5 novembre | ore 18.30
LA GALLERIA DELL’OTTOBRE | Mostra permanente
GAlleЯi@rt SpaZio31, espositiva della Galleria Principe di Napoli, in allestimento tematico open space per narrare “i dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Installazioni video, striscioni, bandiere d’epoca e scritte evocative, un percorso di didascalie-guida tratte da Stato e Rivoluzione di Lenin alla rassegna fotografica e l’esposizione artistica di opere suggestive che affondano le loro radici nella rivoluzione.

martedì 7 novembre | ore 18.00
1917-2017: “SETTE BICCHIERI CHE BRINDANO A LENIN” | Brindisi sociale
Un momento di socialità, un ritrovo tra compagni, un’occasione per brindare insieme ai 100 anni esatti della gloriosa Rivoluzione d’Ottobre, giorni che sconvolsero il mondo, processo che cambiò la Storia.

domenica 19 novembre | ore 17.00
POEMA PEDAGOGICO di A. S. Makarenko | Presentazione del libro
Nella futura Unione Sovietica, gli eventi rivoluzionari che culminarono nell’Ottobre del 1917 furono, prima di tutto, un momento di rottura radicale con l’immobilismo autocratico che aveva contrassegnato secoli di dominio zarista. Infatti, a una lunga era in cui il destino sociale degli oppressi non poteva offrire possibilità troppo diverse dal nascere servo della gleba per morire servo della gleba, fece seguito un’epoca nuova: un assetto sociale in cui i figli dei carpentieri diventavano cosmonauti e in cui, dalle grandi metropoli fino ai villaggi più remoti, l’istruzione sarebbe stata a portata di mano per milioni di bambini e bambine, altrimenti destinati a un lavoro precoce e schiavile. Anche rispetto agli adulti, contadini o operai non importa, le occasioni di una formazione continua non sarebbero mancate e, il tutto, grazie al dispiegamento di un potere popolare capace di sottrarre il campo dei «diritti» al dominio della merce, luogo in cui lo Stato borghese lo aveva, di fatto, confinato.

Anton S. Makarenko vive e lavora nel cuore di simili stravolgimenti. E se l’essere umano poteva dirsi frutto della società in cui era accolto, il pedagogista sovietico studia in tempo reale la necessità di fare della libertà un bene comune e della disciplina uno strumento che, estrapolato da qualunque ordine del discorso repressivo, avrebbe potuto mettere l’individuo nelle condizioni di affrontare il processo dialettico che lega il sé all’altro in una prospettiva collettiva.

È a partire da simili presupposti che Makarenko scrive Poema Pedagogico, capolavoro che, pur restando un punto fermo delle scienze dell’educazione, si rivela presto in grado di valicare i confini specialistici per affermarsi come un classico senza tempo, un grande romanzo e una lettura obbligata per chiunque intenda interrogarsi su uno degli aspetti più importanti dell’avventura umana: essere se stessi all’interno della società per trasformare la società stessa.

domenica 26 novembre | ore 18.00

OTTOBRE di S. M. Eisenstein | Proiezione

Film del 1927 diretto da Sergej Mikhajlovič Ejzenštejn. Commissionato, con mezzi larghissimi e totale autonomia, dal governo sovietico per la commemorazione del decimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Protagonista assoluta dell’opera è la massa di operai, soldati e cittadini che furono chiamati a reinterpretare sé stessi nelle giornate vissute in prima persona. Il film fu girato quasi interamente a Leningrado e qui proiettato il 20 gennaio 1928: 7 rulli, 2220 metri. “Ottobre” è il monumento cinematografico dell’epopea collettiva del potere sovietico alla prova dei fatti nella costruzione del primo Stato socialista della Storia.

Domenica 3 dicembre | ore 17.00

LA RIVOLUZIONE SI COSTRUISCE | Assemblea pubblica
I principali insegnamenti principali della Rivoluzione d’Ottobre, la rotta per avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista oggi, la necessità del partito comunista, il legame fra comunisti e classe operaia, il carattere universale della strategia della Guerra Popolare Rivoluzionaria. Un bilancio sulla Rivoluzione. Il rilancio della Rivoluzione.

***

La cosa importante è che gli artisti, operai del genio creativo,
non lavoreranno più ognun per sé,
ma si collegano con i più larghi strati popolari,
i quali accolgono ciò viene offerto loro
nella misura in cui essi stessi sono oggi chiamati a partecipare.
Questa la prova del fuoco
dell’arte recuperata alla sua funzione sociale,
che tanto sarà solo se sarà nuova impresa collettiva.
Perché la Rivoluzione è un’arte.
Lavora con metodo.

___

GAlleЯi@rt Spazi XXVIII-XXXI – FB: GalleRi Art @galleri.art1 – Galleria Principe di Napoli – Ingressi da Piazza Museo Nazionale – Via Pessina – Via Broggia –Metro 1: Museo – Metro 2: Cavour – galleriart2831@gmail.com – 0039 366 42 90 514

Il 1° ottobre 2013 un drappello di artisti, operatori culturali, artigiani, attivisti sociali della città entrano negli spazi n.28-31 della Galleria Principe di Napoli. Spazi abbandonati ad un decadimento inaccettabile, incuria, assenza di qualsiasi progetto effettivo per la tutela ed il ripristino funzionale, oltre le sole facciate, di un bene monumentale, rischi di speculazione ad uso privato di qualche facoltoso compratore di un patrimonio pubblico in odore di svendita per far fronte al dissesto finanziario delle casse comunali. I cittadini iniziano l’autorecupero dei locali. Pulizia ed apertura ad uso pubblico. Spazi da restituire all’uso sociale, questo il principio, questa la pratica. Spazi pubblici da restituire al pubblico. Tutto in pieno autofinanziamento. Spese zero per il Comune. È GAlleЯi@rt! Una fucina sperimentale di arti figurative, di nuovi linguaggi espressivi, di libera produzione e partecipazione.

Sostieni l’autorecupero!
Sostieni GAlleЯi@rt!
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Vuelta a la URSS

por Luis Britto García  

Del árbol caído todos hacen leña. No podrán astillar el legado colosal de la Unión Soviética, que contra viento y marea fascista y capitalista mantuvo durante tres cuartos de siglo la primera gran experiencia socialista del planeta.

El mismo día que se constituyó la Unión Soviética, le declararon la guerra el ejército de la tiranía zarista, la contrarrevolución interna y  catorce países imperialistas, entre ellos Estados Unidos, que la invadió por Alaska y fue vergonzosamente derrotado.

Antes de convertirse en la segunda potencia del mundo, a diferencia de las otras, la Unión Soviética debió sobrevivir y superar en su territorio el devastador impacto directo de dos Guerras Mundiales: la segunda de ellas con un costo de entre veinte y treinta millones de vidas. El 80% de las bajas del ejército nazi ocurrió en el frente Oriental. De no ser por la Unión, el nazifascismo hubiera ganado la guerra y las razas “inferiores” habrían sido inmediatamente exterminadas o esclavizadas.

No estuvo exento de agresiones, sabotajes y sangre ni un solo día de las cuatro décadas que  llevaron a la Unión del atraso del arado de palo a tachonar el firmamento con las estrellas del primer satélite artificial, el primer cosmonauta, la primera cosmonauta, el primer descenso suave no tripulado en la luna.

En medio de esta guerra sanguinaria no cesaba la Unión de anotarse triunfos humanos. Primer país en conceder el voto a la mujer, en reducir la jornada laboral a 7 horas, en establecer el sistema universal de enseñanza pública y gratuita con alimentación y guarderías asimismo gratuitas,  en implantar la protección a la salud universal y gratuita, en otorgar baja remunerada por maternidad desde el inicio del embarazo y hasta un año después del parto, vacaciones de un mes, la baja por enfermedad con salario completo, en reconocer la jubilación para los hombres a los 60 años y para las mujeres a los 55.

Mientras tanto, bueno es recordarlo, inventaban los soviéticos el arte abstracto, la arquitectura moderna, el lenguaje artístico del cine y parte de la música contemporánea.

Un Referendo sobre la Preservación de la Unión Soviética en 1991 arrojó 113.512.812 votos a favor (77,85%) y sólo 32.303.977 votos en contra (22,15%). Un sondeo efectuado por el Centro Levada en 2016 revela que 56% de los rusos considera que vivía mejor bajo el comunismo, y 53% califica favorablemente la economía centralizada.

La perspicaz Pasqualina Curcio me facilita cifras de la OCDE que explican esta adhesión. Pese a guerras y obstrucciones, el PIB per cápita mejoró en forma sostenida: en 1986 se situaba en unos 7.000 KG$; desde el neoliberalismo de los noventa, descendió abruptamente hasta poco más de 4.000 KG$.

La esperanza de vida al nacer era de 69,17 años en 1989; para 2000 había bajado abruptamente a 66,04. La tasa de mortalidad de mujeres era en 1990 de 116,2 por 100.000; en 1994 subió desmesuradamente a 178,406; en 2004, a 176,833. La de varones era en 1900 de 316,078; de 486,421 en 1994; y creció a 465,095 en 2004 (www.ggdc.net/madison/historical-statistics/verticial-file02-200.xls).

Para todo revolucionario es un deber estudiar las causas que llevaron a tan formidable proyecto a su caída (por ahora).

La Unión Soviética no se disolvió por voluntad de sus ciudadanos. Hemos visto que en el referendo de 1991, votaron 113.512.812 por preservarla (77,85%) y sólo 32.303.977 por disolverla (22,15%).

En la Unión, como en todas partes, el neoliberalismo con sangre entra. El Poder Legislativo Soviético designó constitucionalmente Presidente a Boris Yeltsin. Este impuso reformas neoliberales que acarrearon descontento y desabastecimiento. El Poder Legislativo, que lo había designado, también constitucionalmente lo destituyó.

Yeltsin hizo cañonear con tanques al edificio del Poder Legislativo y a los ciudadanos que acudieron inermes a defenderlo, con saldo de 197 asesinados, según fuentes oficiales, o de dos mil, según las extraoficiales. Con esta democrática masacre Yeltsin disolvió el Parlamento y los Consejos obreros, representantes directos del pueblo, y al poco tiempo subastó por miserias el patrimonio acumulado por la Unión Soviética en tres cuartos de siglo.

Pero ¿cómo pudieron prevalecer la facción neoliberal del ejército y la burocracia contra la mayoría de más de 113 millones de soviéticos?

Desde el comienzo de su existencia, la Unión debió invertir parte excesiva de su producción en una dura carrera armamentista, primero para consolidar la Revolución, luego para vencer en la Segunda Guerra Mundial, finalmente para sobrevivir a la Guerra Fría durante la cual presidentes como Reagan la amenazaron con dispendios colosales como la Guerra de las Galaxias o la MAD (Mutua Destrucción Asegurada).

A partir de 1972, para concentrase en la ofensiva contra la Unión, Nixon  aflojó la presión de la carrera armamentista contra la República Popular China. Ello le permitió a ésta concentrarse en su economía productiva, y arrojó contra los soviéticos el peso de mantener el equilibrio del terror en el cual se basaba el mundo.

Un esfuerzo defensivo de esta talla colosal no se puede mantener sin un cierto grado de autoritarismo, propiciado por la herencia cultural de las autocracias zaristas. Y todo autoritarismo propende al abuso, al provecho indebido y a la dificultad para corregir errores. Posiblemente ello contribuyó a que el aparato partidista terminara por disminuir el contacto con las masas y a que los privilegios se acumularan en una elite de unos 750.000 administradores,  según lo señalaron Milovan Djilas en La Nueva Clase y Michael Voslensky en La Nomenklatura.  Hasta que algunos de sus dirigentes, como Gorbachov o Yeltsin, acariciaron la idea de pasar de administradores privilegiados a propietarios absolutos.

Por otra parte, desde la Segunda Guerra Mundial el planeta vivió procesos de descolonización que desintegraron imperios como el británico, el francés, el belga, el alemán y el holandés. La Unión Soviética era el resultado de un proceso de agregación política que culminó con Iván IV, llamado el Terrible, en el siglo XVI. En él participaban pueblos con idiomas, religiones y tradiciones muy diferentes, a los cuales la Unión reconoció el derecho a su propia nacionalidad, lengua y cultura. No es extraño que medio milenio después de su integración este conglomerado disímil se desagregara parcialmente, incluso contra la voluntad de cerca  del 80% de sus integrantes.

La Unión Soviética nunca fue, ni aspiró a ser una sociedad de consumo. Se lo impidieron el atraso de las fuerzas productivas legadas por el zarismo, el pesado gasto defensivo, la enorme inversión  que requería garantizar educación, salud y seguridad  social gratuitas para todos, y la priorización de los bienes de consumo básicos sobre los suntuarios y ostentosos. En suma, era la economía adecuada para sobrevivir al inminente agotamiento planetario de la mayoría de las fuentes de energía no renovables y de los recursos naturales, prevista por estudios como Los límites del Desarrollo. Este tipo de economía planificada y austera hubiera podido ser la más indicada para mantener elementos civilizatorios en la venidera época de escasez de recursos.

La Unión, contra la cual  durante tres cuartos de siglo se estrellaron inútilmente los esfuerzos conjuntos de todos los imperialismos y fascismos, terminó así por sucumbir esencialmente ante la traición interna de algunas de sus dirigencias.   ¿Valió la pena el desmantelamiento de este formidable proyecto económico, social, político y cultural? La instauración del neoliberalismo trajo consigo la ruina de todos los indicadores de esperanza de vida, ingreso per cápita, nivel educativo, atención a la salud y abastecimiento logrados con inmensas dificultades por el socialismo. Lo que había sido la Unión cayó abruptamente de su estatuto de segunda potencia del mundo a una situación de inestabilidad interna y de crecimiento de la delincuencia y del capital especulativo. Durante casi una década un desequilibrado mundo unipolar sufrió las arremetidas de Estados Unidos, que se tradujeron en un rosario de guerras de destrucción y de saqueo. La excusa de la “Guerra al Comunismo” fue sustituida por la de la “Guerra al Terrorismo”, el “Conflicto de Civilizaciones”, la “Guerra contra la Droga”. Cambian los pretextos, la Guerra sigue.   Pero ni siquiera Estados Unidos resultó favorecido por la disolución de la gran experiencia socialista. Exhausto también por el insensato gasto armamentista y las políticas neoliberales, perdió su condición de primera potencia del mundo a favor de la República Popular China, que favorecida por la distensión de la Guerra Fría había podido dedicar su economía a la producción de bienes de consumo.

Tampoco salieron ganando los trabajadores del mundo. Para evitar nuevas revoluciones socialistas, John Maynard Keynes y los gobiernos capitalistas preconizaron políticas de inversión pública anticíclica y en algunos casos de concesión de mejoras para los trabajadores, en los denominados “Estados del Bienestar”. Muerto el perro, se acabó la rabia: disminuida la “amenaza comunista”  se retiraron a los trabajadores todas las migajas que se les concedieron para sobornarlos. El desmantelamiento de empresas, el desempleo masivo, la pauperización generalizada y el colapso financiero fueron los jinetes del Apocalipsis del Capitalismo Salvaje.

La Utopía neoliberal sólo ha tenido éxito en concentrar en ocho personas más riquezas que las de la mitad de los habitantes del planeta. Aprendamos de la Unión Soviética; honremos sus logros sin precedente y evitemos sus errores. Una vez más, los proletarios del mundo no tienen nada que perder, salvo sus cadenas. Como escribió Eugene Pottier: El mundo va a cambiar de base. Los nada de hoy, todo han de ser.

 

Russia: uno sguardo sulla Circassia-Karachay

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridonodi Danilo Della Valle

Passeggiando per le soleggiate e pulite strade di Cherkessk, capitale della Repubblica di Karachay-Circassia, tra i colori vivi dei fiori posizionati in maniera ordinata lungo i viali alberati del centro cittadino sembra di tornare indietro nel tempo, in un’altra epoca, contraddistinta dalla spensieratezza dei bambini che giocano nel Parco dedicato alla memoria dei caduti della Grande Guerra Patriottica; dall’esibizione di una banda musicale che raduna in piazza, nelle serate estive, decine e decine di anziani ben vestiti pronti a ballare a ritmo di musica sovietica; dalle famiglie che passeggiano lungo il corso principale dopo una lunga ed estenuate giornata di lavoro.

Diverse etnie, diverse tradizioni e confessioni che ogni giorno si mischiano e che, dopo i molti alti e bassi dell’epoca post sovietica (senza fare un salto temporale molto indietro nel tempo), hanno trovato una sorta di stabilità che gli consente di vivere in maniera pacifica. Tuttavia, nonostante le molteplici diverse popolazioni che vivono questa terra, dai circassi ai karachay, dagli slavi ai ceceni, dagli abhazini ai nogai, nonostante la splendida natura, fatta di laghi e montagne, che circondano la Repubblica, da un pò di anni a questa parte qualcosa sta cambiando. Dopo la caduta dell’Urss, la Repubblica di Karachay Circassia ha avuto un periodo di sbandamento nel 1992 quando all’alba dei problemi con la Cecenia tutto il Caucaso era una polveriera. Ci fu il referendum per la divisione della Repubblica in 3 distinte parti, una karachay, una circassa e una russa. Il 28 novembre 1992 il referendum sancì la vittoria degli unionisti e così il primo scoglio della divisione e dell’indipendenza fu superato, la Repubblica restava unita e parte integrante della Federazione Russa. Ma la seconda e più grave crisi ebbe inizio nel 1999 a margine del primo turno delle elezioni presidenziali della Repubblica di Karachay-Circassia che vide vincitore il candidato circasso Stanislav Derev, noto imprenditore locale, con il 43% delle preferenze, che se la sarebbe dovuta vedere al secondo turno con l’ex colonnello sovietico Vladimir Semenov, rappresentante della comunità karachay della Repubblica. La faida tra le due fazioni scoppiò quasi subito, quando molti abitanti di origine karachay tornarono da tutta la Russia e dall’estero per supportare il loro candidato; grandi manifestazioni in tutta la Repubblica si tennero dal 16 Maggio fino a Settembre con un bilancio di vari feriti da ambo le parti e minacce di autoproclamazione di indipendenza da parte dei Circassi. In quel periodo la seconda guerra di Cecenia occupava quasi tutti i militari russi di stanza nel Caucaso del Nord e la situazione sembrava potesse peggiorare da un momento all’altro, tanto che per paura di una nuova “Cecenia”, gran parte della popolazione di origine slava abbandonò i territori della Repubblica di Karachay-Circassia diventando, da maggioranza, minoranza etnica sul territorio. Il Cremlino, impegnato a Grozny e dintorni, dopo aver convocato i due candidati a Mosca varie volte decise per un Presidete ad interim, che calmasse le acque. Fu scelto Ivan Ivanov persona capace di pacificare la Repubblica. Ma il vero problema del cambiamento della Regione in questi ultimi anni è legato alle fazioni di islamisti (o jhiadisti come li chiamano da queste parti) che continuano a crescere a vista d’occhio e si radunano attorno ad alcune delle tante moschee presenti sul territorio.

Non è raro, passeggiando tra le statue di Lenin, Turgenev e Gagarin, scorgere lungo il corso principale della città molteplici negozi specializzati in “abbigliamento islamico” dai nomi altisonanti quali “mondo arabo”, come non è raro trovare all’uscita di vari esercizi commerciali delle cassette di richiesta fondi da parte di associazioni islamiche davvero poco legate alle tradizioni Caucasiche. E’ proprio questo il problema, sebbene in Caucaso da ormai tre secoli la religione predominante sia l’islam, che comunque affondava le sue radici anche nelle tradizioni locali tipiche delle popolazioni che vivono questa terra, i nuovi “islamisti” sembrano voler mutare il passato con una nuova versione della storia delle tradizioni locali improntata sul salafismo e totalmente avulsa dal contesto territoriale in cui vivono. Innanzitutto la cosa che più sorprende è l’età media di questi “nuovi musulmani”, davvero molto bassa; e così vi è stata una impennata di corsi gratuiti di lingua araba, con nuovi studenti barbuti affiancati da giovanissime mogli velate che al cospetto dei loro genitori “scoperti” sembrano venire da un mondo diverso. La radicalizzazione islamica di queste generazione crea problemi anche a livello di sicurezza: Sebbene in un primo momento gli alti gradi del califfato del Caucaso del Nord, formazione terroristica che si pone l’obiettivo di creare uno Stato autonomo caucasico (secondo i loro “portavoce” hanno già uno Stato parallelo operante e clandestino), avessero scoraggiato i “fedeli” del posto a partire ed arruolarsi con l’Isis per restare e portare la Jihad in Russia, diversi sono i giovani partiti da questa parte di Russia per la Siria a combattere come foreign fighters tra le fila di Daesh, molti dei quali non sono più tornati, se non in una bara. Secondo i servizi segreti del FSB sarebbero circa duemila i cittadini con passaporto russo, da aggiungere ai circa tremila delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, che combattono contro il governo Assad e contro i soldati russi, ed a questi vanno aggiunte le persone in via di radicalizzazione e i simpatizzanti in Patria. Molti di questi, la maggioranza, provengono dalle regioni del Caucaso, dalla Circassia come dal Daghestan, dall’Inguscezia come dalla Kabardino-Balkaria e dalla Cecenia (nonostante agli “esperti” nostrani possa sembrare strano vista la relativa tranquillità della Repubblica ex ribelle) , molti altri sono immigrati delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale trasferitisi in Russia dopo il crollo socioeconomico dei propri Paesi. La cosa che accuma una parte dei nuovi adepti è la loro condizione sociale, spesso ai margini della società e con grosse difficoltà economiche: in questa contraddizione puntano i “propagandisti” islamici guadagnando pian piano consensi, militanza e fedeltà. Tuttavia, rispetto ad altre zone del Caucaso come il Daghestan e l’Inguscezia, al momento la presenza della Russia in Circassia si fa ancora sentire ed è tangibile, un gruppo di giovani del posto ci dice: “i jihadisti cercano di sviluppare tra la popolazione un sentimento antirusso, ma per ora sono solo una piccola minoranza. Sappiamo bene che l’islam non è quel che predicano loro. Cercano di convicerti che le nostre tradizioni secolari devono esser cambiate per esser veramente “islamiche”.

Certo la situazione è cambiata con il tempo, negli ultimi quindici anni si è avuta questa impennata di radicalizzazioni. Fortunatamente sono controllati a vista, la polizia e i servizi segreti sanno tutto di loro, e spesso i sospettati vengono fermati in strada per dei controlli, per far capire che sanno chi sono”. Effettivamente in questi anni sono stati vari gli interventi antiterrorismo della polizia e del Fsb nella Repubblica, come nel 2016 quando cinque giovanissimi furono fermati nei boschi appena fuori Cherkessk dove stavano pianificando degli attentati da fare nella capitale russa. Sebbene la situazione sia apparentemente sotto controllo, ci sarà da capire come e se i servizi segreti potranno fermare i molti foreign fighters che già sono di ritorno dalla Siria, che non hanno certo buone intenzioni. Inoltre una questione centrale è quella Cecena: come si evolverà in futuro la situazione cecena dove il Presidente Kadyrov, fedele al Cremlino per ora, ha sotto controllo la situazione dal punto di vista della sicurezza, ma sta adottando una politica sul territorio che non è gradita a tutti alla Duma, sia tra la maggioranza che tra l’opposizione.

A questo punto va aggiunto il problema Daghestan, che è la regione più “sensibile” in questo momento e dove il lavoro per gli investigatori russi è più difficile vista la penetrazione già abbastanza forte di alcune cellule islamiste nel tessuto sociale della regione. Sicuramente nei prossimi anni nel Caucaso del Nord si giocherà una partita importante nella lotta contro il terrorismo, partita alla quale speriamo non decidano di giocare, come in passato e come oggi accade, anche altri “attori esterni” cui farebbe comodo una Russia colpita al suo interno.

Torna in scena Navalny, il “non leader” dell’opposizione russa

di Danilo Della Valle

⁠⁠⁠Navalny ci riprova e i media nostrani, volutamente, ci ricascano. Il blogger a capo di una ONG anti corruzione ancora una volta provoca le autorità russe esortando i suoi “discepoli” (vista l’età molto bassa degli attivisti del movimento, alcuni dei quali minorenni) ad invadere la strada Tverskaya e ad inscenare una manifestazione non autorizzata nonostante il divieto per via dei festeggiamenti del “giorno della Russia” (festività molto discussa in Russia). Navalny infatti aveva deciso di scendere in piazza con il suo movimento in Prospekt Akademika Sakharova ricevendo tutte le autorizzazioni del caso, ma ieri ha annunciato di voler “sfidare” la legge e di voler scendere in strada senza autorizzazione, estendendo questo invito a cambiare luogo del meeting anche nelle altre città della Russia dove era previsto un comizio anti corruzione. Secondo il capo del dipartimento di Sicurezza di Mosca, Vladimir Chernikov, si tratterebbe di una nuova provocazione tanto più che il procuratore di Mosca avrebbe avvisato Navalny che il suo operato va contro la legge russa perché inneggia a partecipare ad una marcia non autorizzata.

“Stiamo avvisando che ogni tentativo di tenere una manifestazione senza autorizzazione in Tverskaya sarà una violazione diretta della legge. Le forze dell’ordine saranno costrette a prendere tutte le misure necessarie per evitare provocazioni, rivolte o azioni che violino la sicurezza pubblica creando condizioni che minacciano la salute dei cittadini.”La dichiarazione di Chernikov si riferisce soprattutto al fatto che in Tverskaya sono programmate già diverse iniziative per il “giorno della Russia” e che quindi si potrebbero creare situazioni “incandescenti” tra le varie fazioni.

Nonostante le autorizzazioni siano necessarie in tutto il mondo per manifestare, pena il carcere o multe salate (vedasi le proteste non autorizzate contro il “paladino europeista” Macron come sono state represse nel sangue in maniera ben peggiore rispetto ai 300 euro di multa con cui se l’è cavata Navalny l’ultima volta) i media italiani stanno via via aprendo le loro edizioni online con titoli sensazionalistici: “Arrestato il LEADER democratico dell’opposizione Navalny”; “fermato il Leader Antisistema Navalny”. C’è un piccolo appunto da fare però ai nostri solerti media, ossia che Navalny non è il Leader dell’opposizione russa e che soprattutto non è un democratico. Il blogger, sebbene abbia un buon seguito nella capitale russa dove alle elezioni comunali del 2013 a capo di una coalizione con il partito liberale Parnas riuscì ad arrivare al 26%, con la maggioranza dei voti presi nelle aree più ricche della città, è per lo più sconosciuto nel resto della Russia. Secondo un sondaggio del centro Levada datato Marzo 2017, solo il 2% della popolazione russa sarebbe disposta a votare Navalny alle presidenziali del 2018. Insomma un po’ pochino per catalogarlo come leader dell’opposizione, visto che ci sono partiti di opposizione in Russia, quali il Kprf, il Ldpr, il SP, che hanno percentuali a doppia cifra e sono stranamente non calcolati dai nostri media. Sembra ancor più eccessivo definire Navalny democratico e antisistema. Il blogger negli anni si è distinto per le sue posizioni razziste nei confronti dei georgiani (chiamati roditori) e di tutti i caucasici che venivano accusati da Navalny di togliere il lavoro ai russi. Fu proprio il “leader anticorruzione” a proporre il regime di visti per chi dal sud emigrava al nord della Russia e fu proprio lui a partecipare alla “Marcia Russa”, parata che si svolge ogni anno in Russia e che vede sfilare i nazionalisti, talvolta anche un po’ nazisti, nostalgici di un panslavismo non ben precisato al grido di “fuori gli immigrati, la Russia ai Russi”.

Secondo Radio Free Europe, insomma non proprio Russian friendly, “Navalny ha partecipato alle manifestazioni di nazionalisti russi di ogni tipo”. E proprio dopo una di queste manifestazioni nell’ottobre del 2013, il buon democratico Navalny esaltato dalla folla di giovani nazionalisti dichiarò che “bisognerebbe cacciare tutti gli immigrati dalla Russia”. Cacciato nel 2007 dal partito ultraliberale Yablako per “attività nazionaliste e xenofobe che hanno danneggiato l’immagine del Partito”, la leadership del Partito stesso ha più volte rincarato la dose. Engelina Tareyeva, attivista storica di Yablako, ha dichiarato nel 2014: “Considero Navalny l’uomo più pericoloso di tutta la Russia. Non c’è bisogno di esser un genio per capire che la cosa più orribile sia avere i nazionalisti etnici al potere. Navalny basa le relazioni sulla base dell’etnicità delle persone, tutto questo è pericolosissimo.”Dello stesso avviso sembra esser il giornalista Peter Hitchens che sul Daily Mail scriveva “pochissimi sembrano conoscere il legami di Navalny con il mondo del nazionalismo russo, al qual confronto l’Ukip e il FN sono avanguardia di correttezza politica”. E ancora, sempre il giornalista britannico riprende sul suo blog i media occidentali che “presi dal loro odio nei confronti di Putin (così come nei confronti di Bashar al Assad) sono accecati davanti ai difetti dei loro avversari”. http://hitchensblog.mailonsunday.co.uk/2017/03/alexei-navalny-revisited.html

Tutto questo al netto delle vicende giudiziarie di Navalny, davvero molto poco chiari i suoi traffici, e dei suoi legami importanti con alcune Ong d’oltreoceano e della Yale University.

Oliver Stone: «Il giornalismo mondiale ha fallito»

da Yvke Mundial/Correo del Orinoco

7feb2017.- Oliver Stone è convinto che i responsabili della circolazione di tante notizie false nel mondo non sono i canali alternativi ma piuttosto i media più prestigiosi.

Presentando il documentario Ucraina on fire che ha prodotto e che racconta la “rivoluzione” Ucraina del 2014, Stone ha voluto portare il suo punto di vista secondo il quale i generatori delle fake news sono soprattutto i canali di stampa tradizionali. 

La “rivoluzione” Ucraina, la cui responsabilità è stata attribuita alla Russia di Vladimir Putin, è stata invece elaborata e finanziata dagli Stati Uniti per far ricadere la responsabilità sulla Russia e giustificare ancora l’esistenza della Nato. 

Stone ha inoltre definito ridicola la teoria secondo la quale Donald Trump sarebbe stato eletto grazie alle interferenze di Vladimir Putin. 

Il documentario è stato presentato durante la prima edizione di “Filming on Italy” un evento di promozione dell’Italia come set cinematografico organizzato a Los Angeles. Il regista e l’Ucraino Igor Lopatonok. Stone lo ha prodotto e ha intervistato i protagonisti del caso: Vladimir Putin e Victor Yanukovich, ex presidente ucraino deposto dopo che si è fatta passare quella ucraina, come una rivoluzione partita dal basso ma, secondo la versione del documentario, è stato invece un autentico colpo di Stato che ha goduto del finanziamento degli Stati Uniti. 

Gli Stati Uniti hanno un ruolo enorme ed una grande responsabilità e lo continuano a negare. Lo ha affermato il regista vincitore dell’Oscar per “Platoon” e “Nato il 4 luglio”, tra gli altri. Stone ha affermato che: “è una situazione dolorosa per la gente Ucraina. Quella che raccontiamo non è la narrazione ufficiale ma invece quello che è realmente successo. Non lo vedranno nei media statunitensi ma troveremo il modo di diffondere il nostro documentario anche se fosse attraverso YouTube”.

Stone ha criticato duramente il giornalismo statunitense responsabilizzandolo per aver accettato la versione del governo senza fare alcuna ricerca, senza andare a fondo. “Che fine ha fatto il giornalismo degli anni ’60, quello che ha portato alla luce lo scandalo del Watergate e ha mostrato la vera faccia della guerra del Vietnam?”, si chiede Stone, “Ad un certo punto la stampa ha smesso di avere senso critico. La sua funzione dovrebbe essere quella di analizzare le teorie delle fonti ufficiali e criticarle ma già non lo sta più facendo, e questo documentario mostra chiaramente il suo fallimento”. 

Il New York Times, il Washington Post e altre prestigiose testate statunitensi non stanno più svolgendo il ruolo di un tempo, ossia il loro lavoro, ha denunciato il regista Stone, anche commentato l’elezione di Trump alla Casa Bianca, e ha definito ridicole le teorie secondo le quali lo stesso Trump, abbia vinto grazie all’ingerenza russa. 

“Sono gli Stati Uniti ad avere una lunga tradizione di ingerenza nella politica degli altri Paesi, non la Russia”, ha ricordato.

[…]

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

"En Tiempos de Guarimba"

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