A un anno dall’assassinio di Orlando Figuera

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Esattamente un anno fa la “pacifica” e “democratica” opposizione venezuelana prima accoltellava e poi bruciava vivo Orlando Figuera, un giovane di 21 anni.

Il 4 luglio Orlando sarebbe poi morto. Non ce l’ha fatta a resistere alle ferite riportate.

Orlando fu bruciato vivo perché portava in sé una colpa che in Venezuela può essere fatale: sembrava chavista. Vale a dire che era nero. E nero, in Venezuela come in tanti altri paesi, significa essere tra gli “ultimi”. E gli ultimi a Caracas si sa che sono chavisti. Perché il chavismo gli ha restituito il diritto ad esistere, un’identità, una storia, dignità e valore, oltre a saldare il debito storico che il Venezuela aveva nei confronti di questi suoi figli: sanità, istruzione, casa, acqua, cibo.

E allora devi morire. Letteralmente. Senza fronzoli. Senza scrupoli. Bruciato vivo.

Muori, pezzente.

Muori, ultimo che ti sei rifiutato di continuare a rimanere al tuo posto.

Muori, straccione che hai osato alzare la testa e sfidare chi da sempre comanda.

Muori.

Brucia, perché hai peccato di un peccato grave: lesa maestà.

Oggi, 20 maggio 2018, un anno dopo, si è votato ancora una volta – strana dittatura quella che costruisce processi elettorali così numerosi! Nessuno ci restituirà Orlando. Ma una nuova elezione di Maduro, una nuova vittoria del chavismo, sono l’unica possibilità di continuare sul difficile cammino intrapreso di emancipazione e di transizione al socialismo. L’alternativa è la barbarie. Il Venezuela ce lo mostra con chiarezza. E dovunque la barbarie esca sconfitta non possiamo che gioirne. Perché anche noi lottiamo contro di essa, ogni fottuto giorno delle nostre fottutissime esistenze.

A Orlando.
Ai dannati della terra.

Il vecchio ed il machete

L'immagine può contenere: una o più persone, persone che camminano, persone in piedi, cielo, spazio all'aperto e naturadi Giuliano Granato

Da poco più di un’ora in #Venezuela si sono aperte le urne per le elezioni presidenziali. Il paese è stato spesso sulle cronache dei giornali nostrani. Descritto come un inferno in terra, con un dittatore crudele e sanguinario – Maduro, lo spettro del demone Chávez Cche ancora aleggia nell’aria, un popolo alla fame. Eppure non si capisce come quello stesso popolo ha dato – tranne che in due casi – la vittoria elettorale al chavismo. Non si capisce perché Maduro sia dato in largo vantaggio sugli avversari di oggi, Falcòn in primis. Soprattutto non si capisce come il chavismo continui a resistere e a rappresentare un orizzonte di riscatto per milioni dei “los de abajo”, quelli in basso.

Marco Teruggi ci offre sette storie e una metamorfosi. Per capire cos’è che il popolo venezuelano difende così tenacemente, contro tutto e contro tutti. 

Partiamo da un vecchio contadino, dal suo machete, dalla materialità dei suoi problemi di salute…

Il vecchio e il machete

Il vecchio racconta di quando gli misero l’ago nell’occhio e gli si offuscò tutto. Lo imita con il dito, da lontano fino quasi a toccarsi. Che gli raschiarono la parte interna e pensò che presto non avrebbe visto mai più. Dopo qualche giorno la luce passò da tenue a piena, e già Cuba non era più Cuba ma di nuovo Venezuela, nella parte bassa di Mérida, che a volte è Zulia, o anche Trujillo, ed è conosciuta come Sur del Lago. 


Tornò ad afferrare il machete, a calzare gli stivali, ad andare con la camicia mezza aperta, e a liberare terre dalle mani dei proprietari terrieri. Questo, si sa, costa vita. Più di trecento contadini assassinati in diciotto anni. Togliere potere a chi lo ha sempre avuto scatena morte.


È stata la sua prima volta in un aereo, in una clinica d’eccellenza, tutto gratuito. Quale processo politico investe denaro negli occhi di un vecchio contadino? Che pensa un vecchio contadino quando recupera la pienezza di uno sguardo che dava per perso? Era insieme alla sua compagna e a vari contingenti di venezuelani. Non dimentica nemmeno un dettaglio, nemmeno di come si recupera la terra: quindici anni dopo continua qui, ostinato col suo machete e gli stivali ricoperti di fango. Il paese è cambiato in questo periodo, l’ondata di conquiste contro l’oligarchia si è arenata, con un saldo di quattro milioni di ettari recuperati e vari dibattiti aperti. Le terre riscattate sono diventare produttive? Hanno funzionato meglio le terre recuperate che sono nelle mani dello Stato o quelle nelle mani dei contadini organizzati?


Si potrebbero scrivere migliaia di pagine simili, di masse di spossessati che hanno potuto studiare,
hanno avuto assistenza medica, sono passate dall’essere escluse a essere centro di gravità di un paese, a politicizzarsi, entrare a teatro, negli uffici non solo per pulirli, ad accedere a nuovi dipartimenti, a nuovi immaginari, ad essere rivendicati da Chávez, lui stesso proveniente da quel territorio storico. Si è trattato di una democratizzazione radicale, in mano alla gente in basso. Il quartiere, i poveri, i contadini, gli emarginati, le donne, soprattutto le donne.


Come una diga che è crollata e gli sconfitti dai tradimenti dell’indipendenza e dai patti delle élite hanno fatto irruzione sulla scena. Con passioni allegre, sconvolgentemente allegre.


Il debito storico accumulato era immenso quando Chávez è arrivato alla presidenza. Mancanza di assistenza sanitaria, di accesso all’educazione, alla casa, ai documenti, all’acqua, ai pasti, le macerie dell’avarizia di coloro che avevano portato la maggioranza di un paese petrolifero alla povertà. È falso il mito del Venezuela felice pre-Chávez. Quel Venezuela era saltato in aria il 27 febbraio 1989 [giorno del “Caracazo”, una mobilitazione popolare contro le misure di austerità promosse dal governo dell’epoca, sulla scorta dei diktat del FMI, NdT], e i protagonisti di quei giorni di piombo e moltitudine sono stati quelli che hanno costruito la colonna vertebrale del chavismo, il suo orizzonte. Lì Chávez ha posto la scommessa strategica. E la prima cosa è stata questo debito, risolverlo in maniera accelerata: aprire centri di salute, missioni per lo studio, portare acqua nei quartieri, cibo nei piatti.


Ridurre la questione alla dimensione materiale è come ridurre il chavismo a un governo: un errore. Il processo ha generato una rivalorizzazione di milioni, come persone, storia nazionale, popolare, forma di vita, colore della pelle. La dignità, l’orgoglio nel suo miglior significato, questa è stata la potenza che si è messa in moto, che si è battuta contro il colpo di Stato del 2002, lo sciopero petrolifero, che ha permesso di resistere in questi anni in cui le conquiste materiali – salve eccezioni come le abitazioni – non avanzano più, retrocedono, e le più colpite sono in maniera maggioritaria le classi medie le basse, vale a dire proprio la base sociale chavista.


Il chavismo si è configurato come qualcosa di peculiare, identitario, il nome politico di coloro che sono sempre stati fuori dai giochi. Esiste un’equazione che raramente fallisce: quanto più umile materialmente è un quartiere, più chavista è la sua gente. La classe media emergente è stata la prima ad allontanarsi dinanzi ai colpi di una guerra disegnata e che si è combinata con errori propri – le classi medie storiche hanno per lo più associato il proprio destino a quello dei ricchi di Miami. La dimensione del chavismo come identità, potenziata dal vincolo razionale/sentimentale con la figura di Hugo Chávez, è stata costruita da un protagonismo nella conquista delle cose: non sono cadute dal cielo.


Ascolto il vecchio. Quando ci viene sete taglia un cocco con il machete, offre l’acqua, racconta della produzione, delle “recuperazioni” delle terre che ora producono mais, yuca, banane, perché si tratta di democratizzare la terra e di darle la produttività che i grandi proprietari terrieri mai le diedero. Il vecchio non è diventato ricco, ha la pelle come cuoio, magro con muscoli tesi, continua nella vita di sempre. Ma nessuno gli toglie l’essere chavista. Sebbene la situazione sia difficile, siano stati eseguiti sgomberi di contadini con la complicità di chi dovrebbe essere chavista e davanti a un mucchio in dollari si è girato dall’altra parte, o magari ha sempre fatto così e non è mai stato chavista. Quel contadino stesso è il chavismo.


Sono milioni come lui. La base sociale dura del chavismo, il chavismo stesso. Che esce fuori quando molti danno la battaglia per finita. Come il 30 luglio dell’anno scorso, quando più di otto milioni di persone sono andate a votare per l’Assemblea Nazionale Costituente dopo quattro mesi di accerchiamento violento, in cui essere chavista in una zona della classe alta era sentenza di morte quasi sicura. Perché hanno attraversato fiumi per evitare i paramilitari e andare a votare? Non è stato per il governo, il partito, né sicuramente per la necessità stessa di cambiare la Costituzione, è stato per qualcosa di più grande, di più profondo, una storia, un’identità, è stato per sé stessi. La scala di priorità, valori e capacità di risposta, è altra.


Se non si capisce la classe, il suo passato, le forme territoriali, economiche, culturali, la sua maniera di fare politica, non si capisce il chavismo. Lì sta la sua genesi. È lì che si deve iniziare a ricomporre parti di ciò che si è perso, costruire di nuovo il senso comune. Perché molti, nelle zone popolari stesse, si sono allontanati, sfilati, sono entrati nell’esercito di chi si alza ogni giorno per risolvere i problemi materiali e hanno smesso di credere nella rivoluzione come orizzonte di possibilità. Non passano ad un’altra opzione politica, tornano al privato, è il ripiegamento. Prodotto del logoramento della guerra – è uno dei suoi obiettivi – e delle delusioni derivanti da dirigenti del chavismo che riproducono le forme della politica contro cui insorse la rivoluzione: clientelari, monopolizzatrici della parola. È il chavismo contro sé stesso, i molti chavismi dentro il chavismo. Il vecchio ce l’ha chiaro.


Chávez non sono più io, aveva detto Chávez.


Aveva ragione.

[Trad. dal castigliano di Giuliano Granato]

(VIDEO) Orlando Watussi: atentos ante una posible invasión de EEUU

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por LaIguana.TV.

“La situación en Venezuela está grave desde el punto de vista económico… mas creo que todos deberíamos saber el motivo real de esta situación como el embargo económico que se está realizando desde los Estados Unidos hasta Europa”, declaró el cantante Watussi en exclusiva para LaIguana.TV.

(VIDEO) Isaac Márquez: Donetsk con la Revolución Bolivariana


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Desde Donetsk hasta Caracas con la Revolución Bolivariana.

Isaac Márquez, internacionalista chileno, redactor de noticias en la agencia de noticias News Front, comunista y solidario activo de la Revolución Bolivariana.

(VIDEO) Alberto Fazolo: el modelo ‘Euromaidan’ en Ucrania y Venezuela

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por La Iguana.TV

El analista y escritor italiano Alberto Fazolo considera que las crisis generadas en Ucrania, en 2013, y en los últimos años en Venezuela, obedecen a un plan implementado por Estados Unidos y parte de la Unión Europea para generar un cambio de Gobierno.

 

En un video publicado en el canal de YouTube de LaIguana.TV, Fazolo explica que en Ucrania los planes resultaron de forma positiva y, actualmente, la población de esa nación europea vive en una guerra permanente.

 

Destaca el analista que el papel de los medios de comunicación de masas es trascendental, para lograr generar en la opinión pública la percepción de que el país está en la ruina y es necesario un cambio de Gobierno.

 

Barrio Adentro, il sistema sanitario, la scarsità di medicinali

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, persone in piedi e spazio all'apertodi Marco Teruggi

Manicomio, una storia venezuelana

Manicomio è un quartiere sulle colline di Caracas. Un “cerro”, come viene definito, abitato da classi popolari, dalla più umile fino alla parte più bassa della classe media. Presenta sia tutto il bello che le difficoltà dell’universo popolare in questo 2018 venezuelano. Al centro del quartiere c’è un consultorio medico popolare “Barrio Adentro”, ritinteggiato di recente, dentro ci sono pazienti. Tutte le mattine aprono per consulti medici, di pomeriggio i medici percorrono la comunità casa per casa, mentre nell’edificio danno corsi di parto umanizzato.

La riparazione e l’organizzazione del luogo sono state portate avanti per iniziativa della comunità pochi mesi fa. Non hanno atteso le istituzioni, difendere questo spazio di salute è difendere se stessi. Ha quattro anni di vita, serve una popolazione di seimila persone. Prima funzionava in un posto più piccolo e, ancor prima, nelle case dei residenti che le aprivano affinché lì potessero prestare servizio i medici cubani arrivati da poco. Era il 2004, cominciavano ad organizzarsi in comitati per la salute, che poi si sarebbero integrati nei consigli comunali che esistono ancor oggi. Questo spazio è loro ed è centrale in questi tempi di difficoltà materiali.

La comunità organizzata ha già sistemato tre edifici simili in questa zona, parte della zona chiamata “La Pastora.” I “Barrio Adentro” sono il primo livello della sanità, preventivo, ce ne sono circa 160 a Caracas. Non esistevano prima del 1998 (anno della prima vittoria di Hugo Chávez alle elezioni presidenziali, NdT). La salute arrivò, entrò nelle case del quartiere con la rivoluzione. Seguono i Centri Diagnostici Integrali (CDI), nei quali si ha accesso a studi avanzati, ospedalizzazione, cure intermedie, riabilitazione e, in alcuni, chirurgia e traumatologia. Poi ci sono gli ospedali. Tutti i livelli sono gratuiti, e in essi, in particolare nei primi due, operano i medici integrali comunitari, ventimila in totale, formati in questi ultimi anni. Il processo di trasformazione, iniziato nel 1998, ha messo la salute al centro della politica e del bilancio. Ad esempio, per questo 2018, il 72% del bilancio statale è destinato alla spesa sociale, di cui fa parte la salute. Se si cercano forme con cui affrontare un arretramento è perché davvero si è avanzati, soprattutto nelle zone popolari, nelle quali molti medici non volevano andare.

Il problema più grande sono i medicinali. “La situazione è difficile, sono diminuite le quantità, non bastano per tutti i pazienti. Ci organizziamo con Barrio Adentro per fare le visite casa per casa, e dare la priorità alle persone che più hanno bisogno”, spiega Diana Becerra, che fa parte di coloro che hanno sistemato lo spazio.

La difficoltà di garantire l’approvvigionamento dura da quasi tre anni. Le cause sono state quattro: le imprese che hanno ricevuto denaro per importare, da parte dello Stato, non lo hanno fatto nelle quantità concordate; si è andato a creare uno spazio di corruzione intorno alla concessione della valuta per le importazioni; si sono generate distorsioni nella catene di distribuzione; e le sanzioni economiche statunitensi hanno acutizzato la situazione.

Su quest’ultimo aspetto è necessario tenere in considerazione che, come ha indagato Pasqualina Curcio, il Venezuela importa il 64% del totale dei farmaci richiesti: il 34% è infatti comprato dagli Stati Uniti, il 10% dalla Colombia, il 7% dalla Spagna, il 5% dall’Italia, un altro 5% dal Messico e il 3% dal Brasile. Le misure prese dal governo di Donald Trump, che sanzionano imprese che commerciano con il Venezuela, colpiscono quindi, severamente, la capacità di approvvigionamento di medicine, che è un diritto umano fondamentale.

In merito ai meccanismi di distribuzione, punto centrale da risolvere è la scarsità di qualsiasi prodotto; il Governo ha attivato il servizio “0800 Salud Ya” (Salute Ora), che i pazienti possono usare per sollecitare il trattamento necessario. Nello stato Lara, per esempio, al mese di febbraio, erano già state assistite 70 mila persone. Si è optato per una logica di casa per casa, dinanzi alla difficoltà di stabilizzare la distribuzione tramite circuiti regolari. Insieme a questo, si è cercato di rafforzare le farmacie dello Stato, denominate Farmapatria, per poter approvvigionare di medicinali e affinché siano a prezzo accessibile. Perché è successo come con altri prodotti: quando appaiono lo fanno a prezzi irraggiungibili per la gente comune.

Sulla corruzione, si è saputo degli avanzamenti del Ministero Pubblico, che ha scoperto imprese false, dette di “maletín”, o che hanno rubato con meccanismi come la sovrafatturazione e la sotto-importazione. È parte delle indagini generali contro la corruzione, che abbracciano altri punti nevralgici dell’economia, come l’impresa petrolifera statale Pdvsa.

In quanto alle principali imprese importatrici, che sono grandi transnazionali, la domanda è stata: perché continuare a concedere valuta, vedendo i risultati? La sola Sanofi Aventis – condannata in processi per frode in paesi come Algeria e Stati Uniti – ha ricevuto 405 milioni di dollari dallo Stato, tra il 2014 e il 2015, per importare; e sempre nel 2015 i lavoratori dell’impianto venezuelano denunciavano che l’impresa diminuiva la produzione. La maggior parte delle transnazionali farmaceutiche ha cause penali e condanne in diversi paesi. Questo punto si unisce al nodo della corruzione. Pone anche la necessità di decidere una politica di diversificazione delle importazioni, che ha cominciato ad esser sviluppata negli ultimi tempi. Ad aprile, ad esempio, è stato firmato un memorandum di intesa tra Venezuela e Iran per importare medicine, farmaci, vaccini, equipaggiamento medico, ricerca e trasferimento di tecnologia.

La salute è uno dei temi più complicati in Venezuela oggi. La scarsità di medicinali, i prezzi alti quando appaiono, la mancanza di input negli ospedali. Sono realtà che esistono. Dinanzi a tutto ciò, il Governo ha messo in moto meccanismi per cercare di parare i colpi più duri, e allo stesso tempo avanzare su quanto si era già fatto, vale a dire ampliare la rete di assistenza di primo livello, migliorare quella di secondo e di terzo. E non solo il Governo, ma anche le esperienze comunitarie, come a La Pastora, perché la salute, come ogni miglioramento conseguito dal 1999, appartiene alla gente.

Gli sforzi non hanno risolto il problema, che è di fondo e ha a che vedere con la sovranità sulle medicine in un sistema economico di brevetti e grandi laboratori, in un quadro di attacco internazionale contro il Venezuela. La difficoltà, oltre ai sistemi di distribuzione e alla corruzione, è data dal fatto che gli Stati Uniti hanno optato per bloccare il paese, possono contare sull’appoggio di governi alleati, e questo ha l’obiettivo di avere un impatto, tra le altre cose, sull’accesso alle medicine. Come può essere qualificata un’iniziativa pianificata per impedire che una nazione acceda alla salute? L’opposizione venezuelana, da parte sua, chiede più sanzioni per rendere la crisi più profonda, per far sì che ci siano meno medicinali. Per questa, e altre ragioni, continua a non rappresentare una alternativa per una popolazione in cui molti vedono che, in una situazione di difficoltà, solo il Governo cerca soluzioni.

[Trad. dal castigliano di Giuliano Granato]

Mayo Francés y dogmas conservadores en el chavismo

por Néstor Francia

Se están cumpliendo 50 años del movimiento rebelde conocido como el Mayo Francés. Es curioso como el humano tiende a relativizar al extremo esa facultad que le es propia como herramienta de trabajo: el tiempo (y acaso también como realidad aparente, pero esa es otra discusión). Dado que solemos medir el tiempo de acuerdo a nuestro transcurso individual, creemos que algo que ocurrió a finales de la sexta década del siglo XX está en el pasado. En realidad, 50 años son una pequeña fracción en el tiempo histórico. Si comparamos ese período del tiempo histórico con el de una vida humana, tendríamos que desde 1968 no han transcurrido ni 48 horas del tiempo histórico. Es decir, el Mayo Francés es absolutamente contemporáneo, presente, ocurrió apenas en el anteayer de la Historia. No hay que sorprenderse, pues, por el título de este artículo, ya veremos por qué.

 

En estos días se ha escrito unos cuantos artículos y breves ensayos sobre aquel acontecimiento, además de unos cuantos libros alusivos al tema que se ha venido publicando a lo largo de estos años. En Venezuela llama la atención la poca importancia que se le ha dado, sobre todo de parte del Gobierno, los partidos revolucionarios y la intelectualidad. Es como si el Mayo Francés no tuviera relación alguna con la Revolución en general y con la Revolución Bolivariana en particular. Craso error. Veamos.

 

Acaso la fuente cultural más remota del Mayo Francés, en la era del capitalismo, hay que ubicarla a fines del siglo XIX, con el surgimiento de la corriente romántica, el Romanticismo. El pensamiento burgués nació, por supuesto, en medio de grandes contradicciones, como todo lo que nace. En la dirigencia de la Revolución Francesa hubo multitud de fracciones y este carácter contradictorio no amainó en los años posteriores. Por otra parte, podemos decir que la tendencia positivista fue dominante en los albores de la ideología burguesa. La adoración de la razón humana como única fuente confiable del conocimiento y la felicidad se convirtió en norma corriente. Sin embargo, pronto el modelo racionalista comenzó a convertirse en una especie de camisa de fuerza para algunos representantes de la filosofía, la literatura y el arte. El surgimiento en tales circunstancias del pensamiento romántico puede ser explicado, entre otras razones, por una lucha en torno al poder ideológico entre tendencias con el mismo origen. Sin embargo esta lucha se centró sobre todo en el terreno del conocimiento y su caracterización. Recordemos que los científicos y racionalistas pasaron a ser los sustitutos de los sacerdotes en esta especie de nueva religión que conformaba el positivismo, aun imperante en muchos sentidos. Recordemos, también, que la burguesía no tuvo descanso una vez que se convirtió en clase dominante. Las revueltas obreras y populares se multiplicaban por doquier. Una parte de la intelectualidad europea, que había participado del entusiasmo revolucionario burgués, comenzó a sentir los latigazos de la decepción, sobre todo aquellos sectores vinculados al pensamiento poético: la revolución que había venido para salvar el mundo, la panacea que llevaría a la humanidad a una utopía de igualdad, justicia y progreso, enseñaba desde el principio la cola de su terrible iniquidad estructural. De hecho, Sturm und Drang, el movimiento literario alemán considerado como precursor del romanticismo, es contemporáneo con la Comuna de París. Sturm und Drang comenzó a enseñar la preocupación por la emoción subjetiva y la espontaneidad del acto creativo que serían luego dos de los rasgos distintivos del romanticismo.

La corriente romántica se difunde por Europa a finales del siglo XVIII y a comienzos del XIX. Su oposición a algunas ideas originales de la Ilustración no puede ser confundida con una insurgencia contra la ideología burguesa, sino como una nueva manifestación de ésta. El romanticismo permanece fiel al rasgo principal de esa ideología: el individualismo. No otro fundamento tiene su predilección por la más intensa experiencia personal. El romántico propone una especie de huida temporal, hacia adelante, y plantea la utopía de la búsqueda de un porvenir divino que espera en el devenir de la humanidad. En ningún modo concibe alguna forma de rebelión fáctica contra la profunda explotación del naciente capitalismo que esquilmaba a las mayorías desposeídas. En tal sentido, el debate romántico frente al positivismo debe ser entendido como manifestación de contradicciones entre facciones del pensamiento burgués. Sin embargo, también hay que considerar que el romanticismo abre las puertas al surgimiento de diversas vanguardias filosóficas, literarias y culturales del siglo XX que han contribuido a generar respaldo a múltiples movimientos libertarios que han venido haciendo aportes a la conformación de un pensamiento colectivista moderno. En cierto modo, el romanticismo, al igual que el marxismo, que significó un cuestionamiento aun más radical y pragmático a la ideología burguesa, fue uno de los gérmenes de la transformación cultural y colectivista futura. No se trató de un movimiento colectivista, como sí lo fue básicamente el marxismo, pero su defensa de lo irracional, lo vital, lo emotivo, lo imaginativo ante el cientificismo positivista, que se convirtió en la tendencia predilecta del capital, mantuvo despierta una llama de rebeldía humana ante la crueldad de los poderes explotadores.

El planteamiento del problema del conocimiento por parte de los románticos es lo que confiere a esta tendencia su carácter histórico más notable. El romanticismo afirmó que la intuición y la imaginación eran vías tanto o más válidas que la razón para conocer la realidad y acercarse a ella. La importancia de esta acción ideológica es fundamental. Al asignar a la razón y al conocimiento científico la exclusividad sobre la captura de la realidad, el positivismo creaba una barrera elitista para favorecer todo conocimiento académicamente adquirido, sólo accesible a la clase dominante. Por otra parte, desconocía algunas de las armas más poderosas de la sabiduría popular, como por ejemplo la intuición y la imaginación. De manera que los románticos pusieron sobre el tapete una discusión de importancia cardinal, y por eso mismo su influencia positiva se extiende hasta nuestros días, ya que si el positivismo hubiese reinado sin obstáculos (cosa que, por lo demás, era de todas formas imposible) probablemente avanzaríamos sin remedio a un mundo de soluciones mecánicas, deshumanizadas, sometidas al arbitrio sin remedio del individualismo más feroz, donde la sociedad, manejada por mentes “brillantes” y aisladas, marcharía como un mecanismo de reloj, tan previsible como inorgánico. También fueron los románticos precursores de una apertura del universo intelectual europeo hacia culturas exóticas, indígenas, milenarias, consideradas marginales y al mismo tiempo sintetizadoras de una sabiduría ancestral acumulada a lo largo de una experiencia colectiva de larga data o enraizadas en una relación directa del hombre con su medio originario. De ese modo, los románticos contribuyeron a extender los horizontes del pensamiento occidental, dotándolo de nuevas y valiosas herramientas. Ya se irá comprendiendo, pues, por qué hay que vincular al romanticismo con el pensamiento libertario que imperó en el Mayo Francés, con el cual tiene, como se puede notar, tantas cosas en común.

En los albores del siglo XX, comienza la eclosión de distintas vanguardias que son ramales por donde toma senda la ideología individualista, y que se enraízan en algunas de las ideas del Romanticismo, y son la prolongación de las inconformidades que expresaron numerosos pensadores ilustrados del siglo XIX. Justo es decir que una característica de las vanguardias intelectuales del siglo XX es la insubordinación formal contra los valores de la sociedad burguesa, pero esas diferencias pocas veces se referían a los principios económicos o sociales del capitalismo. Se trata, más bien, de una evocación de la mencionada máxima de Gustave Flaubert, de “vivir como un burgués pero pensar como un semidios”.

A principios del siglo XX insurge con buena fuerza el existencialismo, en la figura de Martin Heidegger, aunque él mismo llegó a negar su relación con esa corriente filosófica. Sin embargo sus planteamientos están, sin duda, en la línea de influencia que recogerán otros pensadores como Jean Paul Sartre, que tuvieron marcada influencia en las generaciones de posguerra de la Segunda Guerra Mundial.

Otros movimientos de la primera mitad del siglo XX como el dadaísmo y el surrealismo, apuntan, en líneas generales, en la dirección de dar puesto capital al individuo sobre la colectividad, de modo que prolongan la esencia del pensamiento burgués, pero a pesar de ello, muestran una rebeldía que sigue el camino de la insurrección romántica contra el positivismo y que ha servido de caldo de cultivo a movimientos más o menos transformadores que se acercan más al ideal del colectivismo. En la segunda mitad del siglo XX recibieron algo de esa influencia contestataria burguesa el movimiento hippie, el movimiento beatnik, las luchas antiracistas, el feminismo, los combates ecologistas y de otra índole civil. De modo que en cierto sentido, y a despecho de que en lo fundamental siguen representando la ideología burguesa, las vanguardias intelectuales y artísticas de la primera mitad del siglo XX jugaron también un papel de avanzada. Estas ideas contribuyeron de manera capital a las rebeliones juveniles de la segunda mitad del siglo.

La rebelión del Mayo Francés, y en general la rebelión juvenil de los años 60 del pasado siglo, son tributarios de las ideas libertarias (y revolucionarias en muchos sentidos, sin llegar a ser propiamente socialistas) de aquellas vanguardias y forman parte de las luchas históricas de la Humanidad que han alimentado las utopías y los sueños de redención.

En el contexto político que le fue más inmediato, el Mayo Francés se origina y desarrolla en una década que vivió importantes movimientos y cambios. Uno de ellos fue el cuestionamiento intensificado del sistema europeo de dominación colonial, y neocolonial de Estados Unidos, sobre los territorios coloniales o recientemente independizados de ÁfricaAsia y América Latina. En 1958 se había producido un acontecimiento que tuvo gran influencia para aquella época agitada: el triunfo de la Revolución Cubana y el auge de movimientos izquierdistas en Latinoamérica. También se produce la guerra de Vietnam y la llamada Primavera de Praga, una rebelión que tuvo apoyo de Estados Unidos, pero que reflejó igualmente el descontento popular contra el “socialismo” estatista, autoritario, dogmático y burocrático dependiente en alto grado de la Unión Soviética  Esos eventos generaron un amplio movimiento de solidaridad en gran parte de Europa y de los propios Estados Unidos, que fueron manifestaciones de la oposición al imperialismo y al autoritarismo.

En Francia estos movimientos tuvieron sus génesis durante la guerra de Indochina y de Argelia, que provocaron una fuerte polarización en la sociedad francesa desde principios de la década de 1960, con algunos sucesos violentos, como las manifestaciones de argelinos en París, que desembocaron en una fuerte represión policial que provocó más de 200 muertos. A raíz de estos sucesos aparece públicamente por primera vez una corriente estudiantil radical que se manifestará contra la actuación policial a través de dos organizaciones : el Comité Anticolonialista y el Frente Universitario Antifascista (FUA). Al año siguiente, en febrero de 1962, una manifestación convocada por el Partido Comunista Francés y la Confederación General del Trabajo acabó con nueve muertos aplastados en la estación de metro de Charonne. Estos dos sucesos provocaron un sentimiento de rechazo hacia los CRS (policía antidisturbios). Durante este periodo, grupos estudiantiles como el sindicato universitario Unión Nacional de Estudiantes de Francia se desplazaron hacia la izquierda en el contexto de oposición a la guerra de Argelia, al tiempo que iban surgiendo nuevos movimientos como el Comité Vietnam de Base y el Comité Vietnam Nacional (aparecidos en 1967 y 1966 respectivamente) que organizaron importantes movilizaciones antiimperialistas y protagonizaron gran parte de la agitación universitaria anterior a 1968.

En cuanto al gobierno francés, la figura del general De Gaulle, en el poder desde 1958, había sufrido gran desgaste. A pesar de la bonanza económica de los últimos años, de los éxitos políticos (fin de la Guerra de Independencia de Argelia y procesos de descolonización) y de cierta aclimatación al régimen presidencialista de la V República Francesa, las prácticas autoritarias del general De Gaulle levantaban cada vez más críticas.

También el movimiento obrero francés experimenta en esa década una fuerte radicalización y cierto alejamiento de las cúpulas sindicales mayoritarias como la CGT. Desde 1961 se van a suceder huelgas violentas y ocupaciones de fábricas, en muchas ocasiones de forma más o menos espontánea y contra los acuerdos de la dirigencia sindical. En enero de 1968, se produjeron disturbios en la ciudad francesa de Caen, en los que participaron obreros, agricultores y estudiantes y que se saldó con más de 200 heridos. Estas fueron las primeras huelgas desde 1936 en las que los obreros ocuparon las fábricas, y durante toda la década gran parte de Francia se vio afectada por este movimiento obrero. Grupos estudiantiles e intelectuales comenzaron una estrategia de acercamiento a los conflictos obreros en este periodo.  En este plano de acercamiento entre movimiento estudiantil y un movimiento obrero radicalizado al margen de las cúpulas sindicales se sentaban las bases para la agitación de mayo y junio de 1968.

 

En los años 60 los jóvenes se convierten en una categoría socio-cultural logrando su reconocimiento como un actor social que establece procesos de adscripción y diferenciación entre sus opciones y las de los adultos. Estos procesos se desarrollan a través de las subculturas juveniles nacidas a partir de finales de los años 1950, dentro de movimientos contraculturales como la cultura underground y los movimientos beatnik y hippie. Esta juventud tenía sus propios ídolos musicales como los BeatlesRolling Stones, cantautores como Bob Dylan y Léo Ferré, y seguía el trabajo de poetas contestatarios de la generación Beat, como Alan Ginsberg, Jack KerouacWilliam S. Burroughs. Muchos de estos movimientos cuestionaron y criticaron el estilo de vida plástico ofrecido por el mercado de consumo y la organización capitalista de la posguerra.

 

En Francia hubo una serie de protestas estudiantiles, en las que destacó la acción del 22 de marzo de 1968, cuando un grupo de estudiantes tomó la Universidad de Nanterre en protesta por las normativas internas del centro, desocupando las instalaciones tras algunas negociaciones y la aparición de la policía. Esta acción daría origen al Movimiento 22 de marzo, el cual sería uno de los referentes de las movilizaciones de mayo y junio de ese año.

 

El 22 de abril de 1968, 1.500 estudiantes acudieron a una nueva protesta en Nanterre contra la detención de varios estudiantes del Comité Vietnam Nacional, acusados de atentar contra empresas estadounidenses, en la cual intervendría la policía. El 28 de ese mismo mes el decano de la Facultad ordena el cierre de la misma, al tiempo que los estudiantes anuncian el boicot a los exámenes parciales y se producen enfrentamientos con miembros de la Federación Nacional de Estudiantes de Francia, de ideología derechista, los cuales asaltarían la universidad del 2 de mayo y acusarían a los estudiantes movilizados de terroristas. A partir de allí, la lucha se radicaliza y se desarrolla una serie de manifestaciones juveniles y huelgas obreras que caracterizarían al gran movimiento contestatario de masas que fue el Mayo Francés. Ocurrió también una gran huelga general, de la que participarían no solo obreros industriales, sino también los controladores aéreos los trabajadores del carbón, del transporte, del gas y la electricidad y los periodistas de la radio y la televisión. En Nantes, los obreros y los agricultores cortaron los accesos a la ciudad y controlaron el precio de los productos ofrecidos en las tiendas, las cuales solo podían abrir con autorización del Comité de Huelga. En estos momentos, en muchos de los centros de trabajo en huelga, comienza a plantearse la cuestión del poder obrero en las empresas, poniendo verdaderamente en cuestión la autoridad del Estado.

 

El 25 de mayo, el gobierno acepta abrir negociaciones con los representantes de los obreros en huelga, las cuales concluyen el 27 de mayo con los Acuerdos de Grenelle, en los que se recoge un incremento del 35% en el salario mínimo industrial y del 12% de media para todos los trabajadores. Sin embargo, la mayor parte de los trabajadores en huelga rechazan el acuerdo. Al día siguiente François Mitterrand, en rueda de prensa, pide al gobierno de De Gaulle su dimisión, afirmando que desde el 3 de mayo no había Estado, y se postula como candidato a la presidencia.

 

A pesar de la profundidad de las protestas, las fallas de dirección, la inconsistencia ideológica y las diferencias de clase e intereses entre los distintos factores en lucha van debilitando las protestas. En este contexto,  De Gaulle decreta la disolución e ilegalización de grupos de izquierda y prohíbe las manifestaciones callejeras durante dieciocho meses. En total una decena de colectivos izquierdistas son ilegalizados, sus publicaciones prohibidas y varios de sus líderes arrestados. Al final, De Gaulle sale fortalecido, el gobierno se recupera y resulta vencedor en las elecciones convocadas para el mes de junio.

 

Tras las elecciones de junio, el gobierno francés reconoció la necesidad de emprender una política de reformas profundas para hacer frente al malestar social existente en el país. En abril de 1969 se celebró un referéndum sobre el proyecto de regionalización (una de las principales reivindicaciones políticas de aquellos momentos era una mayor descentralización del Estado) y la reforma del Senado, que De Gaulle planteó como un plebiscito sobre su gestión al anunciar que abandonaría la presidencia si no triunfaba el SÍ. Sin embargo, los franceses votaron mayoritariamente por el no, provocando la retirada de De Gaulle de la escena política.

 

En América Latina tuvo también su reflejo el Mayo Francés, que influenció luchas  como el Movimiento de Tlatelolco en México y la Renovación Universitaria en Venezuela, ambos gestados en 1968.

 

El movimiento de 1968 en México fue un movimiento social​ en el que además de estudiantes de la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), el Instituto Politécnico Nacional(IPN), el Colegio de México, la Escuela de Agricultura de Chapingo, la Universidad Iberoamericana, la Universidad La Salle y la Benemérita Universidad Autónoma de Puebla, participaron profesores, intelectuales, amas de casa, obreros y profesionales en la Ciudad de México y otros estados como Puebla. ​El movimiento buscaba un cambio democrático en el país, mayores libertades políticas y civiles, menor desigualdad y la renuncia del gobierno autoritario del Partido Revolucionario Institucional (PRI). Fue reprimido brutalmente por el gobierno de México y el 2 de octubre de aquel año se perpetró la matanza en la Plaza de las Tres Culturas de Tlatelolco, que desembocó en la disolución del movimiento en diciembre. La Fiscalía Especial para los Movimientos Sociales y Políticos del Pasado (FEMOSPP) de la Procuraduría General de la República del gobierno de México concluyó en 2006 en su Informe Histórico presentado a la sociedad mexicana que el movimiento estudiantil “marcó una inflexión en los tiempos políticos de México, fue independiente, contestatario y que recurría a la resistencia civil”​ y se potenció “con las demandas libertarias y de democratización que dominaban el imaginario mundial”.

 

En Venezuela, el Movimiento de Renovación Universitaria, que tuvo su principal referente en la Universidad Central de Venezuela, fue una reacción generalizada contra el autoritarismo imperante en el ámbito académico, pero que también manifestaba de distintas maneras oposición al gobierno de Rafael Caldera y al capitalismo reinante. Fue igualmente un movimiento masivo, independiente en alto grado de los partidos de izquierda y de derecha (aunque la izquierda influía sin duda en él), inspirado notablemente en el Mayo Francés, y que tuvo manifestaciones de imaginación, libertad de pensamiento, consideración novedosa del debate participativo, abierto y libre. Algunas consignas reflejaron su familiaridad con los sucesos de Paris. Mencionemos solo dos de ellas: “O hago la Renovación o me entrego a la bebida” y, en la Escuela de Letras: “Cervantes, camarada, tu muerte será vengada”. El Movimiento de Renovación cobró tal fuerza, que el Gobierno de Caldera decidió el allanamiento de la UCV con miles de soldados en la llamada “Operación Canguro” el 31 de octubre de 1969.  La operación tuvo un saldo de diez estudiantes muertos, cientos de heridos, y la suspensión de las clases hasta febrero de 1971.

Hoy, al cumplirse 50 años del gran Mayo Francés, sus consecuencias siguen presentes en las luchas libertarias por los derechos civiles, contra todo tipo de autoritarismo, en las luchas feministas, contra la homofobia, por la liberación del pensamiento humano, por los derechos y el respeto de las culturas originarias en el mundo todo, por la defensa del hábitat humano, contra la colonización alimentaria y cultural en general.

En Venezuela estas luchas se ven afectadas por dogmas y ataduras conservadoras presentes en el Movimiento Bolivariano, ni qué decir en otros y amplios sectores de la sociedad, para cuya incorporación al devenir revolucionario se hace necesario el esclarecimiento de las vanguardias políticas y sociales del país. Hay temas que hoy son objeto de debates cotidianos en distintos ámbitos y en muchas naciones, y que en Venezuela se trata como tabúes o al menos se evade con distintas excusas: el matrimonio igualitario, la conformación legal de familias alternativas (como las parejas homosexuales con hijos), la despenalización del consumo de marihuana y su legalización para uso terapéutico (ya aprobado en varios países, incluido Uruguay), la legalización del aborto, entre otros.

En el caso de la Asamblea Nacional Constituyente se aduce como razón para que no exista, por ejemplo, una Comisión de la Sexo-diversidad, el que no exista un registro legítimo de personas sexo-diversas, lo cual es verdad. Esto habría impedido la elección de Constituyentes de ese sector. Sin embargo hay una parte importante del pueblo que se asume como sexo-diverso ¿Por qué no convocarlo a un debate sobre sus derechos y hacer propuestas constitucionales que los protejan contra la discriminación y los iguales en oportunidades con el resto de la sociedad? ¿Por qué no debatir sobre la legalización del aborto, lo cual es un tema que atañe a la salud pública? ¿Se trata de obstáculos “procedimentales” o más bien de prejuicios culturales y hasta de oportunismo acomodaticio para no afectar susceptibilidades conservadoras?

A 50 años del Mayo Francés, nosotros que vivimos intensamente esa época inolvidable y estuvimos entre los líderes de la Renovación Universitaria en Venezuela, reivindicamos aquel espíritu libertario, el valor de la imaginación, la lucha contra todo autoritarismo y contra el pensamiento social conservador. Seguimos en combate por la libertad humana, más allá de dogmas y prejuicios viejos y nuevos. ¡La imaginación al Poder!

(VIDEO) 20M: ¡A votar!

Saludos y llamado solidario a votar el próximo 20 de mayo de 2018 desde Milán, Italia a la República Bolivariana de Venezuela
Casa del Popolo Via Padova – Milano

El chavismo será socialista o no será

por Marco Teruggi – telesurtv.net

Hecho en socialismo. Esa frase impactaba al llegar a Venezuela hace unos años atrás. Estaba en chocolates, yogures, aceites, carteles, con un corazón y la infaltable estrella roja de cinco puntas. En esta última etapa se hizo esquiva, más excepción que regla. No fue la única calificación revolucionaria que se hizo de las cosas: todo ministerio pasó a ser del poder popular, y cada panadería o ruta comenzó a ser, según la palabra, socialista. Chávez lo cuestionó en cadena nacional, nombrar a las cosas de socialistas no las hace socialistas. Y si algo quería construir era una transición al socialismo del siglo xxi. El chavismo debía ser socialista.

No fue así desde un principio, al menos de manera pública. Podría pensarse que se debía a que esa conclusión no estaba presente en él todavía, o porque de lo que se trataba, en la esfera de la palabra política, era de llegar a esa idea de manera colectiva, desembocar en esa necesidad dentro un proceso de masas. El asunto no era que él estuviera convencido, sino que se tratara de un avance popular en esa dirección, una maduración del sujeto histórico, epicentro de la política. Crear el deseo por el socialismo, que nombró por primera vez en el 2005.

Hasta ese momento, y como punto de partida en sus primeros escritos, por ejemplo, el Libro Azul, existían ideas fuerzas, aglutinadoras y movilizadoras. Como la recuperación del proyecto de independencia traicionado, el nacionalismo popular bolivariano, es decir la reivindicación de lo nacional protagonizado por los humildes, con dimensión latinoamericana, la refundación ética de un país desfondado, saqueado por una clase política/empresarial corrupta durante décadas. La bandera tricolor, la boina roja, la autoridad militar, plebeya, la liberación nacional y social en un mismo movimiento. Esas eran líneas de avance, de convocatoria a un país en crisis orgánica con las clases populares en movimiento desde el Caracazo en 1989 y la aparición como rayo de Chávez en 1992.

El asunto, y ahí pueden rastrearse claves socialistas ante de su anuncio, era construir ese proyecto a través de la puesta en marcha de mecanismos centrales: espacios para el ejercicio de la democracia participativa, multiplicación de la organización popular, ensayos de institucionalidades paralelas articuladas al Estado, como las misiones, la conformación de un sujeto político capaz de encarar esas tareas. El centro de gravedad estratégico estaba en las clases populares, en la construcción de un poder popular que tomó diferentes formas a lo largo de los años. El Estado debía recuperar poder/economía, para luego transferirlo a la gente organizada en proceso de aprendizaje del ejercicio del poder. Una arquitectura compleja, virtuosa, ¿posible?, necesaria. Las tramas socialistas aparecieron antes del anuncio del carácter socialista.

No se trataba de salir del orden neoliberal para estabilizar un capitalismo mejor repartido, sino de buscar los caminos para superar el orden del capital. “Esta revolución ha asumido la bandera del socialismo, y eso requiere y exige mucho más que cualquiera otra revolución, hubiéramos podido quedarnos en una revolución nacional, pero detrás de esos términos muchas veces indefinidos se esconden planteamientos que terminan siendo reformistas, de derecha, que terminan aplicando el programa gatopardiano”, explicaba Chávez.

La definición del 2005 coincide con la formulación de los consejos comunales, seguido de las comunas. Chávez traza la vía comunal al socialismo, que significa reconstruir un nuevo Estado sobre la base del poder político, cultural y económico de las comunas. Lo dejó por escrito: el Estado burgués debía ser pulverizado, y para eso redactó un plan con pasos. Significaba edificar otro, sobre claves participativas y autogestionarias, en paralelo a la democratización del Estado heredado, una clave de análisis de István Mészáros. Un socialismo desde abajo, endógeno, como lo definió.

Esa propuesta socialista de Chávez estuvo en tensión con otra, que no fue formulada abiertamente. Se puede resumir en algunas ideas fuerza: la centralidad debe recaer sobre el Estado, protector y actor/sujeto principal del proceso, las formas de organización popular deben subordinarse a las instituciones y abarcar áreas limitadas y controladas, desde esa fuerza estatal se deben hacer acuerdos con empresarios de la vieja guardia o emergentes, apostar a la creación de una burguesía nacional, sea externa o proveniente de las mismas filas del chavismo. Un socialismo de Estado en la frontera con la idea de un capitalismo con redistribución de riquezas, sin remoción de cimientos.

Se puede aterrizar este debate en políticas concretas. Así lo hizo Chávez, en cadena nacional, como pedagogía de masas y para su gabinete: “El patrón de medición -dice Mészáros- de los logros socialistas es: hasta qué grado las medidas adoptadas contribuyen activamente a la constitución y consolidación bien arraigada de un modo sustancialmente democrático, de control social y autogestión general”. La forma de construir desde la institucionalidad es diferente si el objetivo es una gestión eficiente del Estado, o si, junto con eso, el avance es hacia la recuperación del poder en mano de las comunidades organizadas y la puesta en marcha de una nueva estatalidad. El sujeto de la revolución no es un ministro, un alcalde, sino las clases populares en proceso de organización dentro de una estrategia de poder.

Chávez planteó entonces el socialismo del siglo xxi, comunal, feminista, con el desarrollo de formas sociales de propiedad sobre los medios de producción, que deben convertirse en hegemónica. Dejó años de ensayos en esa dirección, en lo político, económico, cuyos balances son una deuda pendiente.

Los varios chavismos en el chavismo miraron ese proyecto desde su heterogeneidad, y, desde el 2014, una situación económica contra las cuerdas. La revolución se encontró en encrucijada, con dos caminos posibles: una respuesta de defensa y conservación, con posibles retrocesos de conquistas, cercana a la visión históricamente alejada de la vía comunal. La otra, de profundización de los cambios iniciados, con, por ejemplo, la “ampliación de los campos de acción y decisión del poder popular” . Las dos posibilidades son guías para pensar la mirada predominante al interior del chavismo -¿cuál chavismo?- donde parece haberse optado por la primera opción, fortalecer el acuerdo con el empresariado y desandar la apuesta comunal.

Es un rio revuelto la historia en el presente. Los análisis, como los actores, tienen deseos, intereses, tensiones de clase que conviven al interior del mismo chavismo que se mantiene unido. ¿Dónde está el socialismo? Lejos, expresado en experiencias concretas territoriales que cargan esa potencia, en disputa como proyecto al interior de los chavismos, amenazado por la asfixia impuesta por la guerra de desgaste y por las tendencias burocráticas que descreen del sujeto histórico y creen en. ¿En qué creen?

El chavismo será socialista o no será.

Marco Teruggi

Las dolarizaciones y la desaparición de la moneda nacional

Risultati immagini per Pasqualina Curciopor Pasqualina Curcio – ultimasnoticias.com.ve

Las dolarizaciones no solo implican la desaparición de la moneda nacional, forman parte de todo un paquete de medidas que compromete la independencia, el desarrollo y el sueño de la igualdad social.

El paquete incluye necesariamente: 1) la privatización de las principales industrias generadoras de divisas y 2) el endeudamiento externo. Veamos por qué, y para qué.

1. Para adoptar el dólar como moneda nacional, lo primero que se debe establecer es la cantidad de billetes verdes que circulará en la economía, y por lo tanto, cuántos nos enviarán del norte.

2. Esa cantidad depende del nivel de las reservas internacionales. En nuestro caso tenemos, a la fecha, $ 9.968 millones. Los ideólogos de la dolarización, están proponiendo que máximo deberán circular $ 3.000 millones. Según ellos ese es el tamaño de nuestro sistema financiero.

3. EEUU no nos enviará ni un dólar más que sobrepase un tercio de las reservas. Debemos limitarnos a esa cantidad.

4. Cuando el pueblo venezolano ose decidir aumentar la inversión social, el salario de los trabajadores del sector público, las pensiones de los viejitos, la meta de viviendas, construir un hospital, escuelas, carreteras, universidades, importar medicamentos o tecnología, es decir, desarrollarse, requerirá más dólares.

5. El imperialismo norteamericano solo nos dará más billetes de los verdes, si y solo si, aumentamos las reservas. Lo cual, en esta propuesta de gran transformación y de construcción de la Venezuela del futuro, será absolutamente imposible.

6. Estando privatizadas PDVSA, las industrias básicas y las minas de oro, diamantes y coltán, el Estado no contará con los ingresos en divisas que éstas generan, los cuales representan el 99% de las exportaciones. Bajo estas condiciones, jamás aumentará el nivel de nuestras reservas.

7. “Afortunadamente” el Imperialismo norteamericano nos ofrece una solución, ya incluida en el paquete: el endeudamiento externo. Estará dispuesto a prestarnos dólares, eso sí, con la condición de que se utilicen para promover e incentivar la inversión extranjera privada, preferiblemente norteamericana, de manera de garantizarse que los billetes verdes regresen al norte.

8. Un detalle importante es que los dólares que nos prestarán para nuestro “desarrollo”, son los mismos que generaron las empresas privatizadas.

9. Estando más endeudados y con intereses de deuda que pagar, nuestras reservas internacionales se verán cada vez más comprometidas y limitadas. Nuestra dependencia al Imperialismo norteamericano será cada vez mayor.

Sin dudas sería una gran transformación para Venezuela. Nuevamente seríamos Colonia, en esta ocasión, norteamericana.

 

 

El “golpe maestro” que EE.UU. prepara contra Venezuela

Risultati immagini per Stella Callonipor Stella Calloni – diariocontexto.com.ar

Estados Unidos y sus socios preparan en silencio el brutal plan “para acabar con la ‘dictadura’ de Venezuela: el Golpe Maestro”, que está ya en marcha y cuya primera parte comenzaría antes de las próximas elecciones venezolanas; y si no tienen éxito en derrocar al presidente Nicolás Maduro con la nueva ofensiva, donde utilizarán todo el aparato propagandístico y mediático, y más acciones violentas en “defensa de la democracia”, accionarán el Plan B, que abarcará a varios países imponiendo una “fuerza multilateral” para intervenir militarmente.

Panamá, Colombia, Brasil y Guyana son puntos claves del movimiento militar, con el apoyo de Argentina y otros “amigos”, bajo control del Pentágono. Ya tienen preparadas las bases que ocuparán, los países de apoyo directo (fronterizos), y hasta hospitales y centros de acopio de víveres para sus soldados.

El documento analiza la situación actual ratificando la guerra contrainsurgente que se libra contra Venezuela, pero también el perverso esquema de la guerra psicológica que permite entender la persecución, el acoso, el desprestigio, la mentira criminal que se utiliza para acabar no sólo con las dirigencias populares, sino contra los pueblos de la región.

Esto surge de un documento que lleva la firma USN K W TIDD, es decir, Kurt Walter Tidd, almirante de la Armada de Estados Unidos, actual comandante del Comando Sur, y que no ha sido aún divulgado.

Al referirse a la situación actual de Venezuela, el informe menciona que tambalea la “dictadura venezolana chavista como resultado de sus problemas internos, la gran escasez de alimentos, el agotamiento de ingreso de fuentes de dinero externo y una corrupción desenfrenada, que ha mermado el apoyo internacional, ganado con petro-dólares, y que el poder adquisitivo de la moneda nacional está en constante picada”.

Suponen que este escenario, que admiten que ellos mismos han creado, con una impunidad que aterra, no cambiará. En este caso, justifican sus acciones advirtiendo que el gobierno venezolano acudirá a nuevas medidas “populistas” para preservarse. Asombra en qué lugar colocan a la oposición que ellos manejan, asesoran y pagan, al entender que “el corrupto régimen de Maduro colapsará, pero lamentablemente las fuerzas opositoras, defensoras de la democracia y del bienestar de su pueblo, no tienen poder suficiente para poner fin a la pesadilla de Venezuela” por las disputas internas e incluso “la corrupción similar a la de sus rivales, así como la escasez de raíces” (NdR: es decir, de patriotismo), que no les permite sacar “el máximo provecho de esta situación y dar el paso necesario para sobrevolar el estado de penuria y la precariedad en la que el grupo de presión que ejerce la dictadura de izquierda ha sumergido al país”.

Lo que resulta aterrador es que mientras consideran que se está ante “una acción criminal sin precedentes en América Latina”, refiriéndose al gobierno de Venezuela, que nunca ha actuado contra ninguno de sus vecinos y que ha mostrado una intensa solidaridad regional y mundial, el Plan sostiene que la “democracia se extiende en América, continente en el cual el populismo radical estaba destinado a tomar el control”.

“Argentina, Ecuador y Brasil son ejemplo de ello. Este renacimiento de la democracia -así le llaman- está soportado sobre las determinaciones más valiosas y las condiciones de la región, las cuales corren a su favor. Este es el momento en que los Estados Unidos prueben, con acciones concretas, que ellos están implicados en ese proceso en el que derrocar a la dictadura venezolana seguramente representará un punto de inflexión continental”.

Por otra parte, alientan al presidente estadunidense Donad Trump a actuar,considerando que “esta es la primera oportunidad de la Administración Trump para demostrar y llevar adelante su visión sobre democracia y seguridad”. Buscan convencerlo de que “su participación activa es crucial, no sólo para la Administración sino para el continente y el mundo; que el momento ha llegado”.

Esto significa “intensificar el derrocamiento definitivo del chavismo y la expulsión de su representante, socavar el apoyo popular” al gobierno y “alentar la insatisfacción popular, aumentando el proceso de desestabilización y el desabastecimiento para “asegurar el deterioro irreversible de su actual dictador”.

Si uno quiere avanzar en el arte de la perversión contrainsurgente, basta leer este párrafo: “Sitiarlo (a Maduro), ridiculizarlo y mostrarlo como un símbolo de torpeza e incompetencia, exponerlo como una marioneta de Cuba”. También sugieren “exacerbar la división entre los miembros del grupo de gobierno, revelando las diferencias de sus condiciones de vida y la de sus seguidores y al mismo tiempo incitándolos a mantener en aumento esas divergencias”.

El plan está destinado a ejecutarse en forma rápida y furiosa, como las medidas tomadas por los mayordomos de Washington, Mauricio Macri y Michel Temer, con una escandalosa historia de corrupción, transformados por el Imperio en “líderes de la transparencia” que tomaron medidas en horas para la destrucción de los Estados nacionales con la certeza del disparo de un misil.

Demanda el plan de Estados Unidos hacer insostenible el gobierno de Maduro forzándolo a claudicar, negociar o escapar. El Plan para acabar en plazos muy cortos con la llamada “dictadura” de Venezuela llama a ”incrementar la inestabilidad interna a niveles críticos, intensificando la descapitalización del país, la fuga de capital extranjero y el deterioro de la moneda nacional, mediante la aplicación de nuevas medidas inflacionarias que incrementen ese deterioro”.

Otro objetivo es “obstruir todas las importaciones y al mismo tiempo desmotivar a los posibles inversores foráneos” para –y vean ustedes la bondad capitalista– “contribuir a hacer más crítica la situación de la población”.

También abarca el plan, en sus once páginas, “apelar a aliados domésticos como a otras personas insertadas en el escenario nacional con el objetivo de generar protestas, disturbios e inseguridad, pillaje, saqueos, robos, asaltos y secuestros de buques y otros medios de transportes, con la intención de desabastecer el país, a través de todas las fronteras y otras posibles maneras, poniendo en peligro la seguridad nacional de sus vecinos”.

Consideran importante “causar víctimas” para señalar como responsables de esos hechos a los gobernantes “magnificando, frente al mundo la crisis humanitaria, a la que está sometido el país”, usando la mentira de una corrupción generalizada de los gobernantes y ligar al gobierno al narcotráfico para desacreditar su imagen frente al mundo y sus seguidores domésticos”, además promover “la fatiga entre los miembros del PSUV (Partido Socialista Unificado de Venezuela) incitando a la inconformidad entre ellos mismos, para que rompan ruidosamente las relaciones con el gobierno y para que rechacen las medidas y restricciones que también los afectan” y hacerlos tan débiles como es la oposición, “creando fricciones entre el PSUV y Somos Venezuela”.

La propuesta va subiendo de tono, como cuando llama a “estructurar un plan para lograr la deserción de los profesionales más calificados del país, para dejarlos sin profesionales en absoluto, lo que agravará más la situación interna y en este sentido culpar al gobierno”.

La mano militar

Como en una novela de suspenso, el documento llama a “utilizar a los oficiales del ejército como una alternativa de solución definitiva” y “continuar endureciendo la condición dentro de las Fuerzas Armadas para llevar a cabo un golpe de Estado, antes de que concluya el 2018, si esta crisis no hace que la dictadura colapse o el dictador no se decida a hacerse a un lado”.

Entendiendo que todo lo anterior puede fallar y con evidente desprecio por la oposición, llama a “continuar el fuego continuo en la frontera con Colombia, multiplicar el tráfico de combustible y otros bienes, el movimiento de los paramilitares, incursiones armadas y tráfico de drogas, provocando incidentes armados con las fuerzas de seguridad de la frontera venezolana y además “reclutar paramilitares mayormente de los campos de refugiados en Cúcuta, la Guajira y del norte de Santander, áreas largamente pobladas por ciudadanos colombianos que emigraron a Venezuela y ahora retornaron, huyendo del régimen que intensificó la desestabilización entre las fronteras entre dos países, usando el espacio vacío que dejó la FARC, la beligerancia del ELN y las actividades en el área cártel del Golfo (paramilitares)”.

Aquí viene el armado del golpe final cuando se planea “preparar el involucramiento de fuerzas aliadas en apoyo a los oficiales de la Armada venezolana o para controlar la crisis interna en caso de que se demore mucho la iniciativa […] establecer en una línea de tiempo rápido que prevenga que el dictador continúe ganando el control del escenario interno. Si fuera necesario actuar antes de las elecciones estipuladas para el próximo mes de abril”, en realidad serán el 20 de mayo y desde ya no las reconocen.

El nudo de la cuestión es “obtener el apoyo de cooperación de las autoridades aliadas de países amigos (Brasil, Argentina, Colombia, Panamá y Guyana).Organizar las provisiones, de las tropas, apoyo logístico y médico desde Panamá. Hacer buen uso de las facilidades de la vigilancia electrónica y las señales inteligentes; de hospitales y dotaciones desplegadas en Darién (selva panameña), el equipamiento de drones del Plan Colombia, como también las tierras de las antiguas bases militares de Howard y Albroock (Panamá), así como las pertenecientes a Río Hato. Además, en el Centro Regional Humanitario de Naciones Unidas, diseñado para situaciones de catástrofe y emergencia humanitaria, que cuenta con un campo de aterrizaje aéreo y sus propios almacenes”

Ya estamos hablando de un escenario de intervención donde se propone “avanzar en la basificación (estacionarse) de aviones de combate y helicópteros, vehículos blindados, posiciones de inteligencia y unidades militares de logística especiales (policías, oficiales militares y prisiones) […] Desarrollar la operación militar bajo bandera internacional, patrocinada por la Conferencia de los Ejércitos Latinoamericanos, bajo la protección de la OEA y la supervisión, en el contexto legal y mediático, del secretario general Luis Almagro”.

“Declarando la necesidad de que el Comando Continental fortalezca la acción, usando del instrumento del capítulo democrático interamericano, con el objetivo de evitar la ruptura democrática”.

Y más aún, “uniendo a Brasil, Argentina, Colombia y Panamá para contribuir al mejor número de tropas, hacer uso de su proximidad geográfica y experiencia en operaciones en regiones boscosas o selváticas. Fortaleciendo su condición internacional con la presencia de unidades de combate de los Estados Unidos y de las naciones mencionadas; bajo el comando general del Estado Mayor Conjunto liderado por Estados Unidos”.

Asombra la impunidad con que todo se está preparando a espalda de los pueblos, en la ilegalidad absoluta, y esto hace comprensible las últimas maniobras militares de Estados Unidos en esta región en la frontera de Brasil con Venezuela (Brasil, Perú, Colombia), en el Atlántico Sur (Estados Unidos, Chile, Gran Bretaña, Argentina), en el caso argentino, sin autorización del Congreso en octubre-noviembre pasado.

“Usando las facilidades del territorio panameño para la retaguardia y las capacidades de Argentina para la seguridad de sus puertos y de las posiciones marítimas […] Proponer a Brasil y Guyana para hacer uso de la situación migratoria a la cual tenemos intención de alentar en la frontera con Guyana. Coordinar el apoyo a Colombia, Brasil, Guyana, Aruba, Curazao, Trinidad y Tobago y otros Estados frente al flujo de migrantes venezolanos debido a los eventos de la crisis”.

Pero además “promover la participación internacional en este esfuerzo como parte de la operación multilateral con contribución de Estados, organismos no estatales y cuerpos internacionales, y abastecer de adecuada logística, inteligencia, apoyos, anticipando especialmente los puntos más valiosos en Aruba, Puerto Carreño, Inirida, Maicao, Barranquilla y Sincelejo, en Colombia, y Roraima, Manaos y Boavista en Brasil”. Increíble mapa de una guerra de intervención anunciada.

Información estratégica

Es asombroso el plan de silenciar “el simbolismo de la presencia de la representatividad de Chávez y el apoyo popular” y mantener el acoso “al dictador como único responsable de la crisis en la cual él ha sumergido a la nación” y sus más cercanos seguidores, a los que se acusará de la crisis y la imposibilidad de salir de esta.

En otro párrafo se llama a “intensificar el descontento contra el régimen de Maduro y señalar la incompetencia de los mecanismos de integración creados por los regímenes de Cuba y Venezuela, especialmente el ALBA (Alianza Bolivariana de los Pueblos de Nuestra América) y Petrocaribe”.

En cuanto al tema mediático, el plan diseñado por Estados Unidos llama a aumentar dentro del país a través de los medios de comunicación locales y extranjeros la diseminación de mensajes diseñados y basados en testimonios y publicaciones originados en el país, haciendo uso de todas las capacidades posibles, incluidas las redes sociales, y por otra parte “llamar a través de los medios de comunicación a la necesidad de poner fin a esa situación porque es en esencia insostenible”.

En uno de sus últimos párrafos se trata de “asegurar” o mostrar el uso de medios violentos por parte de la dictadura para obtener el apoyo internacional, utilizando “todas las capacidades de la Guerra Psicológica de la Armada de Estados Unidos”. Es decir, repitiendo los mismos escenarios de mentiras, armado de noticias, fotografías y videos falsos, y todo lo usado en las guerras coloniales del siglo XXI.

“Estados Unidos deberá apoyar internamente a los Estados americanos que lo apoyan”, levantar la imagen de estos y del “orden multilateral de instituciones del sistema interamericano, como instrumentos para la solución de los problemas regionales. Promover la necesidad de envío de la Fuerza Militar de la ONU para la imposición de la paz, una vez que la dictadura corrupta de Nicolás Maduro sea derrocada”.

La izquierda latinoamericana volverá al poder, pero con otro liderazgo

Risultati immagini per America XXIpor América XXI Noticias

9 de mayo de 2018.- El periodista argentino Luis Bilbao, director de América XXI, afirmó que “los movimientos populares de América Latina volverán a tomar posiciones de poder, pero no con los mismos liderazgos”.

Señaló que Argentina y Brasil experimentan los resultados de haber sido inconsecuentes con Venezuela cuando el comandante Chávez planteó estrategias verdaderamente revolucionarias.

Entrevistado por el periódico digital Supuesto Negado, Bilbao hizo un análisis de lo que sucede en materia política en América Latina y recordó que tampoco acompañaron a Chávez en la propuesta de una Quinta Internacional.

Lo que ha pasado en varios países (Brasil, Nicaragua) y en la Unión de Naciones del Sur (Unasur), ¿indica que estamos en un retroceso de la izquierda o en la etapa preparatoria de una nueva oleada?

En un sentido, hay un retroceso, pues es evidente que en Estados Unidos, su Departamento de Estado, la estrategia imperialista ha ganado espacio. Pero yo no lo atribuyo de una manera genérica a un retroceso de la Revolución. Cuando hablamos de izquierda hay que hacer algunas precisiones porque se engloban cosas demasiado diferentes y a veces muy contradictorias. Ese concepto está cada vez más desdibujado. Prefiero hablar de fuerzas revolucionarias, socialistas o anticapitalistas. En ese sentido, no hay un retroceso de ese conjunto de movimientos, pero sí ha habido, claramente, una derrota letal de todas las fuerzas reformistas que han tenido, en algunos casos, un cariz progresista, y en otros ni siquiera eso, y que no quisieron acompañar la propuesta revolucionaria de Venezuela y particularmente del comandante Chávez en su momento. No quisieron acompañar el ingreso al ALBA (Alianza Bolivariana para los pueblos de Nuestra América), no quisieron acompañar la constitución del Banco del Sur, la moneda única latinoamericana. Incluso, tampoco acompañaron a Chávez en la propuesta de una Quinta Internacional. Ahora se está pagando el precio de esas inconsecuencias.

Bilbao subrayó que “la conducción revolucionaria venezolana previó circunstancias como las que se están viviendo e hizo todo lo posible para fortalecer las estructuras, las organizaciones y las tendencias que decían ser anticapitalistas o antiimperialistas, pero que en algunos casos no lo eran implícitamente y en otros casos no lo eran porque en la práctica no condecían con sus discursos”. El proceso que se está viviendo ahora es, a su juicio, una especie de depuración que pondrá en claro qué organización es realmente revolucionaria y cuál es pequeñoburguesa, reformista o con algunos atisbos antiimperialistas pero que no asumen la propuesta de transitar hacia un sistema diferente.

Añadió que en varios de los países latinoamericanos se ha pretendido reformar el capitalismo, avanzar en sentido social desde el mismo capitalismo, y eso tiene límites muy concretos. “Esos fueron los casos de los gobiernos de Brasil y Argentina, que se negaban por completo a una definición netamente antiimperialista y anticapitalista. Quisieron cabalgar en los dos sentidos, quisieron reformar el capitalismo con un sentido humanista y eso, ya se ha demostrado cabalmente, es imposible. Lo que estamos viendo ahora es la evidencia de esa imposibilidad. Por eso no se puede decir que sea un retroceso, sino más bien, una posibilidad de avance, porque en la próxima fase, que en mi opinión ya está comenzando, no tendremos que lidiar con este tipo de organizaciones que se impusieron en estos países con su proyecto de reforma capitalista”.

El entrevistado se anticipa a alguna pregunta sobre el hecho de que tampoco en Venezuela se ha logrado una venturosa transición al socialismo, sino que se han producido efectos económicos desastrosos. “Eso es cierto, pero no ha sido la transición al socialismo lo que ha producido esos efectos, sino la fuerza contrarrevolucionaria que se lanzó sobre Venezuela para impedirle desarrollar la potencia de una propuesta anticapitalista. Es evidente que se paga un precio muy caro por tratar de traspasar esa frontera, pero ese precio es responsabilidad particularmente de nosotros los argentinos y de los hermanos brasileños que no pudimos constituir una fuerza para ponernos a la par del proyecto que estaba desarrollando el comandante Chávez y que luego siguió el presidente Nicolás Maduro”.

¿Esa nueva etapa, que usted considera que ya ha comenzado, se daría con los mismos líderes de la vez anterior o con otros? Por ejemplo, ¿Luiz Inácio Lula Da Silva y Cristina Fernández de Kirchner volverían al gobierno, pero con una reflexión hecha, un enfoque nuevo?

Definitivamente no. En el caso de Cristina Fernández, eso está muy claro porque ella perdió tres elecciones sucesivas. La población le dio la espalda a su proyecto. En el caso de Lula no ocurre exactamente lo mismo, como tampoco se puede comparar, en absoluto, al Partido de los Trabajadores brasileño con las fuerzas que se sumaron al kirchnerismo en Argentina, pero de todas maneras me parece demasiado evidente que cuando estuvo en jaque el gobierno de Dilma Rousseff, el del PT, el de Lula, si queremos decirlo así, las masas no salieron a defenderlo. Y no lo hicieron porque ya el proyecto originario del PT había sido alterado, no había sido consecuentemente sostenido por Lula ni por Dilma. Así que en ninguna hipótesis esa nueva etapa será con los mismos liderazgos.

¿Qué puede decirse en el caso de Rafael Correa, en el que un sucesor autorizado e impulsado por él (Lenín Moreno), está desarrollando una estrategia aparentemente contra-revolucionaria?

Acá tenemos también una experiencia muy importante. No es el mismo caso de Argentina y Brasil, aunque el compañero Correa quiere identificarse con estos dos procesos, lo que me parece un error estratégico de su parte. Lo que ocurrió en Ecuador fue también la indecisión frente a un programa de transición al socialismo, el tratar de cabalgar a dos aguas. También tenemos la negativa de Correa y de los principales líderes de su proyecto a construir un partido revolucionario, lo que sí se hizo en Venezuela. Ellos se negaron a constituir una Quinta Internacional cuando la propuso el comandante Chávez. Luego ocurren estas cosas aparentemente incomprensibles, como que el candidato elegido por Correa para la sucesión se da vuelta en el aire y empieza a aplicar una estrategia invertida al proyecto originario. Allí queda la certeza de que hace falta un programa, una estrategia y una organización seria, con cuadros, con liderazgos, para llevar a cabo una propuesta revolucionaria.

¿El retiro en bloque del grupo de países con gobiernos pro estadounidenses hiere de muerte a la Unasur?

No diría que la hiere de muerte en este momento, pero subrayaría el hecho de que Unasur está estructuralmente debilitada y poco menos que quebrada desde hace mucho tiempo. Incluso, en vida del comandante Chávez, ya Unasur no funcionaba como debía. Argentina y Brasil, con gobiernos supuestamente progresistas y antiimperialistas, se negaron a ingresar al ALBA, que era un nivel superior de definición ideológica y política, se negaron al Banco del Sur y a la moneda única latinoamericana. Con eso frenaron el movimiento y dejaron espacio para que posteriormente, cuando se impusieron las fuerzas conservadoras en esos países, pudieran romper con Unasur. Ahora puede sobrevivir, pero como una fuerza indefinida en lo esencial. El verdadero eje de la estrategia para quienes ansiamos una verdadera política antiimperialista y anticapitalista es el fortalecimiento, el desarrollo, la ampliación del ALBA, no solamente con gobiernos sino con estructuras nacionales, para que podamos incorporarnos los integrantes de toda aquella enorme fuerza militante que en el resto de América Latina comparte los proyectos, las estrategias, las definiciones del ALBA, pero sus gobiernos no están en ella.

En el caso de Nicaragua, visto el conflicto surgido alrededor del tema de la seguridad social, ¿no será que a Daniel Ortega le está pasando lo mismo que a los gobiernos que quisieron cabalgar entre capitalismo y socialismo?

No. Creo que es diferente, aunque debo admitir que no conozco el caso en detalle. Sí es cierto que hay una reticencia o una toma de distancia respecto a una política de transición franca al socialismo. Cuando uno mira objetivamente el proyecto de Daniel Ortega para resolver el problema previsional, debe coincidir con él en que es imprescindible tomar esas medidas. El problema es que esas medidas están enteramente dentro del marco de un cuadro capitalista. Aquí pongo de ejemplo el caso argentino, donde se ha criticado mucho al gobierno de Macri por la reforma previsional que hizo, y en muchos sentidos es correcto criticarlo, pero desde el punto de vista real es imposible, bajo el modelo capitalista, sostener el sistema previsional argentino, que es bastante amplio y avanzado, sin hacer esos ajustes. Esto lleva a la reconfirmación de que, en el sistema capitalista, tarde o temprano siempre pagan las masas por las crisis estructurales. Es parte del modelo que estas crisis las deben pagar los pueblos, no las clases dominantes, no las trasnacionales ni las burguesías.

¿El cambio de mando en Cuba (con la elección de Miguel Díaz-Canel) qué expectativas genera en este sentido?

Creo que hay un cambio de nombre y de generación en el ejercicio inmediato del poder. Eso es positivo, sobre todo porque se pudo hacer con toda tranquilidad desde el punto de vista político y social. Ahora bien, en Cuba, como en cualquier otro país, está planteada la discusión de cómo hacer para resolver los dramáticos problemas económicos de nuestros pueblos: ¿con el concurso de la economía de mercado o buscando profundizar la economía socialista, es decir, la planificación y la participación popular? Allí ese debate también va a darse. Lo seguiremos muy de cerca, con mucha esperanza, con mucha expectativa y con mucha confianza en la historia de la Revolución Cubana. En ese caso creo que están dadas las mejores condiciones para que tenga un desenlace positivo.

Siempre queda la posibilidad de que salga por ahí otro Lenín Moreno…

En Argentina decimos “que en lugar de pato salga gallareta”… Pero yo creo que podemos confiar. En todo caso, pero la batalla está planteada porque siempre habrá fuerzas que propongan resolver los problemas del socialismo con recetas de mercado.

 

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