Geopolitica dell’assedio

C20E783FCI militari USA nell’America del Sud [i]

di André Deak e Bianca Paiva

Agência Brasil defesanet.com.br

  1. In questa intervista rilasciata qualche hanno fa dal politologo brasiliano ed esperto di geopolitica, Moniz Bandeira, poneva l’accento sulla presenza di basi militari nordamericane in alcuni paesi (teatri di guerra) strategici dell’America meridionale, i quali sono selezionati dal complesso strategico-militare americano per conservare lo statu quo regionale. Questo tipo di strategia consente alle unità operative americane l’appoggio logistico necessario per la conduzione di azioni belliche nei diversi teatri di operazioni che dovessero sorgere nella regione. La strategia nazionale di Difesa degli Stati Uniti ha più volte rimarcato l’importanza di espandere le truppe e l’equipaggiamento logistico militare nel mondo e, nello specifico, nei diversi paesi dell’America meridionale e caraibica (Curaçao, Barbados, Colombia, Guiana, Ecuador, Perù, Paraguay) per consentire un maggiore controllo spaziale e operativo verso quei paesi considerati d’importanza geoeconomica e geostrategica – Brasile e Argentina e, non ultimo nell’ordine, il Venezuela -. L’adozione di questo tipo di disegno influenza la sicurezza dello Stato assediato, le sue relazioni commerciali, diplomatiche e di sviluppo, giacché sono subordinate agli interessi strategici e di sicurezza degli Stati Uniti. Fattori che fortemente influenzano le scelte in politica estera e che limitano di molto l’autonomia in sede internazionale.

Il Venezuela, considerato paese che erode l’influenza e il potere USA nell’America meridionale e caraibica, è stato inserito nel novero degli Stati che bisogna combattere e indebolire mediante lotte economiche (guerra economica), contrabbando, crimine organizzato, innesco di conflitti transfrontalieri, violazione delle libertà civili e dei diritti umani, guerra psicologica, ecc., dilatandoli nel tempo e con lo scopo di riconfermare l’incontrastata supremazia americana nella regione. Il controllo delle risorse naturali dei venezuelani costituisce un fattore molto importante per assicurare a lungo termine il dominio economico, politico e la stabilità della società nordamericana. Difatti il processo di sviluppo economico dei paesi iperindustrializzati dipende dall’approvvigionamento di energia e il petrolio è la più importante fonte energetica.  Ciò ha contrassegnato la storia economica, politica e militare dei nordamericani per il dominio del Venezuela degli ultimi cento anni.

  1. La concretizzazione di un’entità geografica comune che potesse coniugare l’aspetto economico con quello politico da proiettarsi su scala internazionale, si poteva solo ottenere attraverso l’elaborazione di nuovi schemi d’integrazione sub regionale. È stato così che è sorta l’idea della strutturazione di nuove entità (Mercosur, Unasur) come formule più avanzate di quelle già esistenti (Alalc, Sela, Pacto Andino, Comunidad del Caribe, Mercado Centroamericano) con l’obiettivo di coordinare la posizione dell’America Latina di fronte alle sfide del mondo.

Tuttavia questo continente fatto di capricci e dispersioni, diffidenze e aspirazioni di grandezza, continua a fare tutto il possibile affinché questi meccanismi restino limitati, ininfluenti per non produrre l’integrazione richiesta e tanto meno far ascoltare la voce di un’America Latina unita. In questi ultimi anni i governi di alcune nazioni hanno preferito la scelta di negoziare con gli Stati Uniti o con l’Unione Europea sul piano di una presunta uguaglianza o bilateralismo. Preferiscono agire con manifestazioni d’individualismo esacerbato (Colombia e la nuova Argentina di Macri) che in fin dei conti non sono altro che l’espressione di un nazionalismo da sottosviluppo: declamatorio in modo reboante ma privo di contenuti. Sono scelte politiche che non tengono in conto primario l’interesse nazionale, ma garantiscono solo il protettorato americano.

  1. Nella presente fase multipolare la voce dell’America Latina rischia di azzittirsi. La deriva populista a destra di alcuni attori importanti rischia di rendere nulli i criteri che riguardano la difesa dei prezzi delle materie prime o l’intercessione ai forum per un commercio più giusto. L’importanza geostrategica e geopolitica data ai progetti Alba, Celac e Unasur da parte dell’allora presidente venezuelano, Hugo Chávez, rispondevano alle richieste di una regione desiderosa di affermare nel mondo la propria immagine storica; la percezione di una responsabilità e di un destino compartecipe che incalzava verso la realizzazione di uno sforzo comune per combinare le risorse (primarie, energetiche, demografiche) di cui dispone e fare dell’America Latina un potere mondiale.

La presenza di alcuni meccanismi come il Mercosur nel panorama internazionale ha, seppure in modo impercettibile (economicamente e politicamente), confermato e quindi cominciato a produrre la certezza di sviluppi importanti. In più di un’occasione Hugo Chávez aveva segnalato che non si trattava più di una necessaria volontà politica di appoggio al processo d’integrazione, ma della costruzione di una vera e propria concezione politica comune che possa proiettarsi sia verso l’esterno sia verso l’interno. Nonostante le ragioni storiche e sociopolitiche che si avviano verso l’integrazione, il raggiungimento della stessa è piuttosto lastricato di ostacoli.  Esistono grosso modo due gruppi di pressione che ostacolano questo percorso, le multinazionali e gli interessi locali che lavorano in associazione con le prime. In particolare questi ultimi ignorano volutamente gli obiettivi globali di un’integrazione. Ed è proprio qui che non esiste un’intesa. Spesso si tralascia il principio fondamentale, ovvero, la nozione di giungere ad essere una unità, più grande. Invece, le borghesie locali preferiscono adottare la scelta subalterna di comodo, cioè quella delle piccole monadi. La riconsiderazione in termini geopolitici dell’interesse nazionale è una via obbligata che tutti i paesi dell’America Latina devono riconsiderare per evitare di essere dei semplici spettatori, di ruolo e di rango, nello scacchiere internazionale.

Vincenzo Paglione

 

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Agência Brasil: Cosa ci vuole dire riguardo alla presenza degli Stati Uniti in America del Sud?

Moniz Bandeira: Gli Stati Uniti stanno realmente creando, da ormai molti anni, una fascia intorno al Brasile.

Agência Brasil: Di basi militari?

Moniz Bandeira: Proprio così, di basi militari si tratta. La Base di Manta, in Ecuador, e altre in Perù. Alcune di esse sono permanenti, altre sono solo occasionali. Come la base che si trova in Paraguay, che non è una vera e propria base. Hanno una pista di atterraggio costruita negli anni ’80, più grande della pista Galeão (in Rio de Janeiro, la maggior pista di atterraggio del Brasile, con 4.240 m di longitudine).

Ora circola la notizia che questa base sarà dotata di 400 soldati (nordamericani in Paraguay). Eseguono addestramenti insieme ai paraguaiani e formano gruppi di soldati per allenarsi vicino alla frontiera con il Brasile e in altri punti. La cosa più curiosa di tutto ciò e che fa insospettire è che: 1° è concessa l’immunità ai soldati sudamericani; 2° la visita di Donald Rumsfeld (segretario della Difesa degli USA) alla capitale, Asunción de Paraguay; 3° il fatto che Dick Cheney (vicepresidente nordamericano) ha ricevuto negli Stati Uniti il presidente del Paraguay. Che cosa rappresenta il Paraguay per gli Stati Uniti? Ciò costituisce solo una forma di perturbazione del Mercosur.

Agência Brasil: Gli analisti affermano che il Paraguay compie la funzione di alleato degli USA, che già in altro momento aveva svolto l’Argentina, con il presidente Carlos Menem, e in seguito l’Uruguay, con Jorge Battle.

Moniz Bandeira: È proprio quello che cercano di fare, prima con l’Argentina di Menem, dopo con l’Uruguay di Battle e ora vogliono manipolare il Paraguay. È una faccenda molto delicata. Il Paraguay non ha nessun peso. Anzi, se il Brasile decidesse di aumentare la vigilanza nella frontiera, finirebbe il Paraguay, perché la maggior parte delle esportazioni che effettua questo paese le compie attraverso il contrabbando con il Brasile.

Ufficialmente il Paraguay destina al Brasile più del 30% delle sue esportazioni. Se si prende in considerazione anche il contrabbando, la percentuale salirebbe a più del 60%. Ma anche per esportare verso altri paesi il Paraguay, in sostanza, dipende dal Brasile, attraverso i corridoi di esportazione che conducono verso i porti di Santos, Paranaguá e Rio Grande. Il Paraguay è un paese che presenta molte difficoltà, si sovrastima, ma non corrisponde alla realtà. Ogni paese dovrebbe riconoscere i propri limiti e le sue reali relazioni di potere. Il Paraguay è inagibile senza il Brasile e l’Argentina. L’Argentina è solidale con il Brasile e non ha alcun interesse verso il Paraguay come strumento degli Stati Uniti per ferire il Mercosur.

Agência Brasil: Dove si trovano, nello specifico, i militari nordamericani che formano questa “fascia” intorno al Brasile.

Moniz Bandeira: Si estendono dalla Guyana, passano per la Colombia … Bisogna evidenziare che non sono militari uniformati, ma imprese militari private che eseguono una serie di servizi terziarizzati per gli Stati Uniti. Il Pentagono sta terziarizzando la guerra. Già da qualche tempo, inizi degli anni ’90, hanno creato le Military Company Corporations, le quali eseguono i servizi militari per sfuggire alle restrizioni imposte dal Congresso americano. Pilotano gli aerei nella guerra d’Iraq, per esempio. Le compagnie militari private svolgono ogni sorta di lavoro, persino quello sporco: le torture. Con questa trovata eludono le restrizioni imposte.

Agência Brasil: Esistono anche delle operazioni segrete?

Moniz Bandeira: Sì, ma ciò rappresenta un’altra cosa. Abbiamo informazioni al rispetto. Se lei legge i giornali, qualche volta si segnalerà che è stato intercettato un aereo americano in Brasile che in modo clandestino proveniva dalla Bolivia verso il Paraguay. Queste informazioni si trovano un po’ ovunque.

Agência Brasil: Qual è il motivo per il quale ci sono i militari americani in America del Sud?

Moniz Bandeira: I fattori sono diversi. Le basi consentono il mantenimento del bilancio del Pentagono. Per causa dell’industria bellica e del complesso industriale militare, loro hanno bisogno di spendere negli equipaggiamenti militari per realizzare nuovi ordini. È un circolo vizioso. E qual è il migliore mercato per il consumo delle armi? La guerra.

Gli Stati Uniti s’interessano della guerra perché la loro economia dipende in larga parte dal complesso bellico per il mantenimento degli impieghi. Esistono alcune regioni degli USA sotto il totale dominio da parte di queste industrie. Esiste una simbiosi tra Stato e industria bellica. Lo Stato finanzia l’industria bellica e l’industria bellica ha bisogno dello Stato per dare sfogo ai suoi armamenti e alla sua produzione.

Agência Brasil: Esiste qualche ragione strategica dal punto di vista delle risorse naturali?

Moniz Bandeira: I paesi andini sono responsabili di più del 25% del consumo di petrolio negli Stati Uniti. Solo il Venezuela è responsabile di circa il 15% di questo consumo. Da una parte vogliono rovesciare il presidente venezuelano Hugo Chávez, dall’altra sanno che una guerra civile potrebbe far balzare il prezzo del petrolio a più di US$ 200 il barile.

Agência Brasil: Nel libro Formação do Império Americano, lei segnala la presenza di militari nordamericani in America del Sud. Gli Stati Uniti assicurano che molti di quei militari sono lì stanziati per combattere il terrorismo.

Luiz Alberto Moniz Bandeira: Combattere il terrorismo è una sciocchezza. Il terrorismo non è un’ideologia, non è uno Stato. Costituisce uno strumento di lotta, è un metodo di cui tutti ne hanno fatto uso nel corso della storia. Loro ora affermano di voler combattere il terrorismo islamico. Ma perché è sorto il terrorismo islamico?

Perché gli americani presenti in Arabia Saudita occupano i luoghi sacri, per esempio. Prima di ciò, gli USA introdussero il terrorismo islamico in Afganistan per combattere i sovietici. Da lì è iniziato tutto.

Agência Brasil: Gli USA classifica come terroristi all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Messico e alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Hanno ragione?

Moniz Bandeira: Loro desiderano che tutti quelli che insorgono contro di loro siano considerati terroristi. È sempre stato così. Hitler definì terroristi tutti quelli che si opponevano all’occupazione tedesca. I compagni che hanno combattuto nella lotta armata in Brasile contro il regime autoritario sono stati classificati come terroristi.

Il terrorismo è un metodo di guerra, usato persino dalla CIA. Che cosa ha fatto la CIA contro Cuba? Progettò un attentato, abbattendo un aereo, per accusare il governo cubano e giustificare l’invasione di Cuba. Progettò di far esplodere un razzo che avrebbe dovuto condurre allo spazio a John Gleen e accusarla per invaderla. La CIA è sempre stata uno strumento di terrorismo. Gli USA definiscono il terrorismo come un’organizzazione al servizio di uno Stato che pratica atti di violenza per il raggiungimento di obiettivi politici. Ed è ciò che sempre ha fatto la CIA.

La CIA, il Mossad [l’agenzia d’intelligence israeliana] e altre organizzazioni. Chi sono i terroristi? Ariel Sharon, David Ben Gurion e Menachem Begin sono stati dei terroristi. Loro hanno fatto esplodere il King David Hotel di Gerusalemme nel 1946, uccidendo delle persone contro il dominio inglese. Hanno vinto e oggi sono diventati statisti.

Agência Brasil: Gli Stati Uniti affermano che esistono dei terroristi nella triplice frontiera.

Moniz Bandeira: Un’altra sciocchezza. Lo dicono solo perché c’è una presenza d’islamici. Questi spediscono del denaro alle loro famiglie. Il fatto che quel denaro possa essere deviato per finanziare altre attività nessuno lo può impedire. È solo un pretesto per giustificare la loro presenza militare nel Paraguay e in altre parti dell’America del Sud. Gli Stati Uniti sono l’unico paese che possiede un esercito che non è pensato per la difesa del paese, ma per mantenere basi americane in tutto il mondo.

Agência Brasil: La presenza delle basi americane può attirare il terrorismo?

Moniz Bandeira: La maggior parte degli attacchi terroristi contro gli Stati Uniti, fino ad ora, sono avvenuti in America Latina. Un buon numero contro i militari, le aziende private nordamericane e contro gli oleodotti in Colombia. Ma possono inventarsi un attentato terrorista a Foz do Iguaçu per accusare i terroristi e, effettivamente, uno di questi attentati è stato organizzato dalla CIA. È il oro mestiere. Questo si chiama guerra psicologica. La CIA è abituata a fare queste cose, persino in Brasile. Veda il caso di Rio Centro: un attentato preparato per giustificare la repressione[ii].

 

NOTE:

[i] Articolo pubblicato da Agência Brasil il 18 gennaio 2006.

 

[ii]  È il nome con il quale si conosce un attentato che il 30 aprile 1981 si voleva perpetrare ai danni di uno spettacolo commemorativo il Primo Maggio, durante il periodo della dittatura militare in Brasile. In un primo momento il governo accusò la sinistra radicale. Ma in seguito si venne a sapere che l’attentato fu organizzato dai settori più radicali del governo militare. Questi ultimi volevano convincere quelli più moderati sulla necessità di avviare una nuova ondata di repressioni con l’obiettivo di paralizzare le manifestazioni di apertura politica che il governo stava attuando. [N.d.T]

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

Yemen: oltre 5.000 civili uccisi dalla coalizione saudita

da l’antidiplomatico

Sono 5.412 i civili yemeniti uccisi dagli attacchi aerei avviati della Coalizione saudita dal marzo scorso: 1.603 sono bambini sotto i 14 anni e 1.258 donne.

Il portale web di notizie sul mondo arabo, Al Masdar, ha riportato la dichiarazione del ministro della Salute dello Yemen, Tamim Al-Shami, secondo la quale, gli attacchi aerei della coalizione saudita hanno ucciso un totale di 5.412 civili yemeniti dall’inizio di questi attacchi disumani per preservare il potere politico del presidente esiliato, Abd-Mansour Hadi Rabbah.
Il 25 marzo 2015, l’impopolare presidente yemenita, ‘Abd-Rabbah Mansour Hadi, è scappato dalla sua città natale, Aden, per trovare rifugio nella capitale saudita Riyadh, lasciando il suo paese senza leader e in completa confusione, in fuga dalla resistenza popolare yemenita che lo ha inseguito nel suo palazzo presidenziale di lusso a Sanaa.
In rappresaglia per aver tentato di deporre il loro più grande alleato politico nel paese, la famiglia reale saudita ha risposto con attacchi aerei implacabili su Sanaa e la campagna occidentale dello Yemen, uccidendo oltre 1.000 civili in soli due mesi di attacchi aerei.

Per ottenere sostegno al loro sforzo violento, i reali sauditi hanno creato una coalizione composta da alcuni stati arabi per bombardare la forza di resistenza conosciuta come “Houthi.”

Non volendo fare marcia indietro di fronte ai loro oppressori, gli Houthi e le fazioni di resistenza popolare yemenite hanno combattuto i tentativi ripetuti della Coalizione saudita per conquistare il loro territorio.
 
L’Arabia Saudita ha rifiutato di fare marcia indietro, nonostante questo elevato numero di vittime; al contrario, ha recentemente aumentato il numero di personale militare sul campo di battaglia nello Yemen, avviando un impegno a lungo termine.

L’Arabia Saudita invitava il Vaticano a sostenere l’opposizione Anti-Assad

da al manar

Alla fine di marzo 2012, la stampa internazionale aveva riferito che il 90% della  popolazione cristiana di Homs, aveva dovuto lasciare le loro case confiscate dai combattenti “ribelli” del FSA(free syrian army).

All’epoca l’Arabia Saudita sosteneva pubblicamente l’opposizione, e, per così dire, clandestinamente forniva sostegno militare. Il regno saudita era pienamente consapevole che il problema cristiano avrebbe potuto spostare l’ago della opinione pubblica mondiale contro i “ribelli” siriani.

È in questo contesto che bisogna analizzare il documento segreto saudita pubblicato da Wikileaks. Questo documento dimostra che il Vaticano sia stato invitato dall’Arabia Saudita a sostenere pubblicamente la rivolta in Siria, come parte di un accordo che potrebbe essere riassunto così: «Aiutaci a far cadere Assad e faremo in modo che per i cristiani non ci saranno ritorsioni».

Ecco la traduzione del documento(originale in foto):

Custode delle due Sacre Moschee,

Dio salvi la preservi

Sono onorato di fare riferimento alla direttiva n 24616 del 05/15/1433 [ 7 aprile 2012], che contiene l’approvazione di inviare una delegazione per incontrare il ministro degli Esteri del Vaticano e portare un messaggio verbale esortandola a incoraggiare i cristiani a sostenere il movimento del popolo siriano e rassicurarlo. Dite loro che tutti i partiti che sostengono il popolo siriano si sono impegnati a rispettare i diritti delle minoranze in Siria e, in caso di caduta del regime siriano, non verranno commesse rappresaglie.

Sono felice di annunciare che ho delegato l’ambasciatore Raed bin Khaled per un incontro con Sua Eccellenza il ministro degli Esteri Domenico Mamberti (Arcivescovo in Vaticano), Giovedi, 20/05/1433 [12 Aprile 2012]. Ha trasmesso a Sua Eccellenza un messaggio verbale sulla Siria (…) Noi affermiamo che, con il resto degli Amici della Siria, il nostro totale impegno per i diritti e le libertà di tutti i membri del popolo siriano di tutte le religioni e etnie. Anche il fatto che non sarà assolutamente accettato che gli elementi della società siriana siano sottoposti ad atti di vendetta, esclusione o di emarginazione. Noi continueremo a lavorare per unire l’opposizione siriana per istituire un regime che garantisca i diritti, le libertà e l’uguaglianza di tutti, senza eccezione. Inoltre, noi sosteniamo una soluzione politica e un trasferimento pacifico del potere, per questo chiediamo che si metta la massima pressione possibile sul regime per fermare il massacro (…)

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Wikileaks rivela il piano saudita per rovesciare Assad

da hispantv

Wikileaks rivela il disegno dell’Arabia Saudita del 2012 per formare un comitato militare congiunto con la Turchia e il Qatar per rovesciare il governo siriano.

Secondo quanto ha rivelato l’Agenzia di stampa libanese Al-Akhbar, che ha citato un documento di Wikileaks, nel 2012, il piano del regime di Al Saud proponeva la formazione di una commissione militare congiunta con la Turchia e ilQatar per armare 30000 terroristi e per aiutare gli sponsor dell’opposizione siriana in Libano, Iraq e Giordania.

Nell’articolo si sottolinea che, a quel tempo, la Siria ha subito gli attacchi più brutali da parte dei terroristi e il cosiddetto Esercito siriano libero(ESL).  Questi eventi sono coincisi quando Bandar bin Sultan (2012-2014) era a capo dei servizi segreti sauditi e monitorava in prima persona il dossier siriano.

Dall’inizio della crisi siriana nel marzo 2011, si legge dai documenti rivelati da Wikileaks, che i sauditi hanno evidenziato la necessità di fornire aiuti militari agli oppositori del governo di Damasco.

In un documento del 29 aprile 2012 e firmato dall’allora direttore generale del Intelligence saudita Muqrin bin Abdulaziz Al Saud (2005-2012), e poi dal ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal (1975-2015), si esalta l’enfasi di Riad sull’importanza di inviare aiuti all’opposizione siriana e all’ESL.

Inoltre, il carteggio parla di un accordo raggiunto tra l’Arabia Saudita, Turchia e Qatar per formare un comitato o una delegazione di alto livello militare in questi paesi, al fine di lavorare per rafforzare i legami tra ESL e opposizione.

Tra l’altro, la relazione cita un altro scritto l’8 aprile 2012 da Saud al-Faisal in cui c’è il supporto del defunto re saudita Abdollah bin Abdulaziz Al Saud dovuta alla delicatezza della situazione e per aumentare la pressione sul governo Damasco.

«Dobbiamo aumentare i nostri contatti con i rivoluzionari siriani e fare pressioni su loro per coordinare le loro fila e posizioni, in quanto ciò contribuirà ad accelerare la caduta del governo siriano», scrive Al-Faisal in quella lettera.

Allo stesso modo, la relazione cita le lettere che chiedono l’invio di grandi quantità di armi attraverso la Turchia per l’ESL: «Se l’esercito ha abbastanza armi possono addestrare circa 30.000 uomini, in questo modo possiamo abbattere il governo siriano, senza la necessità di attendere che la Russia cambi posizioni».

Nel frattempo, aggiunge il rapporto, l’ambasciata saudita a Damasco ha mostrato preoccupazione per l’avanzata dell’esercito siriano nella sua lotta contro il terrorismo e chiede un aumento degli aiuti all’opposizione in Siria e a quella presente in Libano e Iraq.

Secondo il rapporto, mentre il coordinamento tra Arabia Saudita e Turchia per sostenere l’opposizione siriana aveva avuto inizio anni prima, a questa misura, dopo, ha fatto eco il viaggio del principe ereditario saudita Mohammad bin Nayef bin Abdulaziz Al Saud, ad Ankara, lo scorso mese di aprile.

[Trad dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

Análisis jurídico sobre la intervención de Arabia Saudí en Yemen  

alwaght.com

Alwaght- Arabia Saudí  inició una intervención militar en Yemen, en forma de ataques aéreos y bajo en nombre de Tormenta Decisiva, en fecha 25 de marzo de 2015, al tiempo que anunció que la operación militar se llevaba a cabo como respuesta a una invitación del presidente de Yemen, Mansur Hadi, a apoyar a este país y a su pueblo ante la amenaza permanente de los hutíes, sobre la base del principio de legítima defensa enmarcado en el artículo 51 de la carta Magna de Naciones Unidas, para lo cual se emplearían todos los medios necesarios incluyendo la intervención militar.

 

Resulta importante preguntarse lo siguiente: ¿Acaso este ataque militar, desde el punto de vista jurídico es legal y legítimo?

 

Es posible analizar la legitimidad de la intervención de Arabia Saudí en Yemen desde tres puntos de vista: la legislación interna, el derecho internacional y el derecho humanitario de Yemen.

 

A) Legislación interna de Yemen

 

Sobre la base de los artículos 37 y 38 de la constitución de Yemen las condiciones que posibilitan la intervención de un país extranjero para estabilizar la situación interna de este país han sido consideradas en tal manera que no coinciden con las situación existente. En esta legislación existen dos vías para legitimar el uso de fuerzas militares foráneas en la estabilización de los asuntos internos de Yemen. La primera se refiere a la aprobación del Parlamento (artículo 37) y la segunda es la aprobación del Consejo de Defensa Nacional, encabezado por el presidente de la República (artículo 38)

 

El artículo 37 de la constitución de Yemen establece que: “tras la aprobación del parlamento corresponde al presidente anunciar la movilización de las tropas”. A pesar de que según el artículo 111 de dicha constitución, el presidente es la máxima autoridad de las fuerzas armadas, este no puede decidir de manera independiente y sin la obtención del voto de aprobación del parlamento, sobre la movilización de las tropas y/o la intromisión de otro gobierno en los asuntos internos, incluyendo la intervención militar.

 

Por otra parte, y en relación al artículo 38 de la constitución yemenita, la instancia suprema del Consejo de Defensa Nacional hasta antes de la agresión de los saudíes a Yemen, no había sido convocada para este particular y no se había aventurado tomar una decisión en este sentido.

 

Por lo tanto, la presencia e invasión de la coalición de países árabes a Yemen, al tiempo que vulnera claramente la constitución de ese país, constituye una violación de las normas del derecho internacional, y el uso de la fuerza, la intervención en los asuntos internos de otro país o el quebrantamiento de la integridad territorial de Yemen, tres principios reconocidos oficialmente por la Carta Magna de Naciones Unidas y las resoluciones del Consejo de Seguridad resultan injustificables. 

 

B) Derecho Internacional

 

Teniendo en cuenta la centralidad de la Carta Magna de Naciones Unidas en el accionar de los países en la arena internacional, y partiendo de que Arabia saudí y los países aliados han apelado a este documento, se hace imprescindible el análisis de los artículos y párrafos relacionados con el tema en cuestión.

 

De acuerdo con el tercer párrafo del artículo 2 del primer capítulo de la Carta Magna: “Los Miembros de la Organización arreglarán sus controversias internacionales por medios pacíficos de tal manera que no se pongan en peligro ni la paz y la seguridad internacionales ni la justicia”. Este párrafo prohíbe claramente la recurrencia a cualquier medio no pacífico por parte de los estados miembros.  Asimismo el párrafo 4 de ese mismo artículo prohíbe a todos los miembros recurrir a la amenaza o al uso de la fuerza, así como a cualquier otro método incompatible con los propósitos de las Naciones Unidas contra la integridad territorial o la independencia política de cualquier Estado. La Carta Magna en su segundo capítulo, artículo 6 dice: “Todo Miembro de las Naciones Unidas que haya violado repetidamente los Principios contenidos en esta Carta podrá ser expulsado de la Organización por la Asamblea General a recomendación del Consejo de Seguridad.”

 

En todos los casos anteriormente expuestos se pone claramente de manifiesto la reprobación del uso de la fuerza por parte de los miembros de Naciones Unidas contra otro miembro al ser incompatible con los propósitos de esa Organización (la paz, la seguridad internacional, etc.)

 

Las acciones que Arabia Saudí ha llevado a cabo hasta el momento en Yemen, no se corresponden en ningún modo con los propósitos de Naciones Unidas.

 

El capítulo sexto de la Carta Magna, que hace referencia a la solución pacífica de las controversias establece que los estados antes de realizar cualquier acción deben apelar a la negociación, la investigación, la mediación, la conciliación, el arbitraje, el arreglo judicial, el recurso a organismos o acuerdos regionales u otros medios pacíficos de su elección como vía de solución  (artículo 33, párrafo 1)

 

Algo significativo en este capítulo es el modo de intervención del Consejo de Seguridad en la solución de estos diferendos. Sobre esta base, primero el Consejo pedirá a las partes involucradas que solucionen las diferencias por dichos medios, (artículo 33, párrafo 2). En caso contrario las partes (no solamente una de las partes) deberán someter el diferendo al Consejo de Seguridad (artículo 37); y más importante aún es el rol que al final de este capítulo (artículo 38) se le ha asignado al Consejo de Seguridad y es simplemente el de hacer recomendaciones a las partes en conflicto.

 

El capítulo séptimo de la Carta Magna (artículos 39-51) está dedicado al quebrantamiento de la paz y los actos agresión. El artículo 51 de este capítulo establece que: “Ninguna disposición de esta Carta menoscabará el derecho inmanente de legítima defensa, “individual o colectiva”, en caso de ataque armado contra un Miembro de las Naciones Unidas, hasta tanto que el Consejo de Seguridad haya tomado las medidas necesarias para mantener la paz y la seguridad internacionales. Las medidas tomadas por los Miembros en ejercicio del derecho de legítima defensa serán comunicadas inmediatamente al Consejo de Seguridad, …”

 

En este sentido se debe recordar que la justificación de Arabia saudí, basada en la solicitud de Mansur Hadi para estabilizar la situación interna de Yemen, en ningún modo es justificable, puesto que él renunció antes de la fecha de la agresión saudí a este país y no es posible referirse a tal solicitud de agresión como algo legítimo. Arabia Saudí solamente podría justificar su acción en caso de que: Primero: Mansur Hadi estuviese ocupando aún la presidencia del país; segundo: Arabia Saudí, previo a la agresión, habiendo informado de la situación al Consejo de Seguridad, hubiese obtenido el permiso necesario. Mansur Hadi solamente se había legitimado en Yemen no en calidad de presidente legítimo de la República sino como la persona encargada del proceso de la etapa de transición de poder y no puede solicitar la intervención del gobierno de Arabia saudí, como si fuese un presidente legítimo. Esto es algo que se puede comprender tambien en la resolución 2204 del Consejo de Seguridad, donde no se hacer referencia a él como presidente legítimo.

 

En este sentido, el primer párrafo del artículo 53 de la carta magna la invasión a Yemen, es corrupto, ilegítimo e ilegal, según el párrafo 1 del artículo 53 de la carta magna que establece que los países deben contar primeramente con la aprobación del Consejo de Seguridad antes de llevar a Cabo acciones contra cualquier otro país. Este es un paso que de ninguna manera han dado las autoridades de Arabia Saudí antes  de la invasión a Yemen, contrariando de forma clara y evidente lo establecido en la Carta Magna de las Naciones Unidas. Es obvio que el Consejo de Seguridad, mediante la resolución 2216 de fecha 14 de abril de 2015 se vendó los ojos ante esta notoria violación de los saudís, una violación que ha ocasionado un matanza de civiles y niños inocentes, así como la destrucción  de las infraestructura yemenita y en la práctica la citada resolución ha perdido su legitimidad.  

 

B) Derecho humanitario

 

Los intensos ataques y los bombardeos que los saudíes llevan a cabo en zonas residenciales y civiles ha causados numerosas perdidas humanas entre la población civil y en  especial mujeres, niños y acianos. Entre los objetivos de los saudís para doblegar al pueblo yemenita  ha estado el destruir la infraestructura de las ciudades, como por ejemplo las redes de abasto de agua, electricidad y los hospitales. Tales daños y agresiones entran en contraposición con la declaración de la Liga de Naciones del 16 de septiembre de 1924 en apoyo a los infantes, la cual fue aprobada bajo el nombre de “Declaración de Ginebra” y también con la de los derechos del niño aprobada el 20 de noviembre de 1959, con la declaración de la Asamblea general de las Naciones Unidas de fecha 14 de diciembre de 1974, concerniente al apoyo a las mujeres y niños en situaciones de crisis y conflictos armados y con el artículo 77 del primer Protocolo Adicional de los Convenios de Ginebra de 1977 sobre el respeto especial a los niños, protegiéndolos ante cualquier forma de “atentado al pudor”. Asimismo las resoluciones 2244 (23) del 19 de diciembre de 1968,  la 2597 (24) del 16 de diciembre de 1969, la 2674 (25) y 2675 (25) del 9 de diciembre de 1970 hacen referencia al tema del respaldo a los derechos humanos y los principios básicos sobre el apoyo a la población civil en situaciones de conflictos armados.

 

Si bien todos estos documentos determinantes y vinculantes prohíben todo tipo de ataque contra la población civil, los militares saudíes, con el apoyo de los Estados Unidos y el Consejo de Seguridad, así como con la tolerancia de los países islámicos, continúan llevando a cabo estas acciones día y noche.

Turchia e Arabia Saudita sostengono Al Qaeda a Idleb

da al manar

Dopo mesi di accuse sul coinvolgimento turco nel sostegno ai gruppi terroristici e riconosciuto anche dall’ONU in Siria, e la denuncia del paese arabo contro la Turchia per il suo sostegno a questi gruppi nella loro recente offensiva nella provincia siriana settentrionale di Idleb, alcuni funzionari turchi hanno finalmente riconosciuto che il sostegno c’è è stato. Lo riporta Huffington Post.

Questi funzionari turchi hanno dichiarato che i recenti “successi” di Fronte Nusra, cioè Al-Qaeda, sono il risultato di un accordo tra Erdogan e l’Arabia Saudita per cercare di portare un cambiamento di governo in Siria. L’accordo è stato firmato durante la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, a Riad, a marzo, dove ha incontrato il re Salman. Le relazioni tra Riad e Ankara erano tese durante il periodo del defunto re Abdullah a causa del sostegno della Turchia di Erdogan ai Fratelli musulmani.

L’offensiva in Idleb di Al Qaida e il bombardamento dello Yemen fanno parte di una guerra lanciata dall’Arabia Saudita contro l’Iran, che in Siria è condotta tramite terzi, ovvero attraverso i gruppi terroristici.

A dire il vero, la Turchia e l’Arabia Saudita vogliono rovesciare il presidente Bashar al Assad e imporre un regime fondamentalista fantoccio.

Entrambi i paesi hanno a lungo cercato di provocare un intervento occidentale contro la Siria, usando false provocazioni come l’attacco nel Ghouta nell’agosto del 2013, e negli ultimi tempi hanno visto bene l’approccio dei paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti , in Iran.

I citati funzionari turchi hanno dichiarato che la Turchia sta fornendo supporto logistico e consulenti ai ribelli egemonizzati, aggiungendo che questo non è visto dal governo di Erdogan come una minaccia per la Turchia. Da parte sua, l’Arabia Saudita ha finanziato con fondi il terrorismo.

Questa nuova alleanza terrorista chiamata “L’esercito di conquista” è riuscita a prendere la città di Idleb e Jisr al Sugur nel mese di aprile, ma è andato sulla difensiva dopo l’offensiva dell’esercito siriano. L’accordo tra la Turchia e l’Arabia Saudita ha anche portato a un comando congiunto nel nord-est di Idlib. Una coalizione di gruppi, tra cui al Nusra e Ahrar al-Sham, entrambe legate ad Al Qaeda e coordinano gli attacchi nella provincia siriana.

La preoccupazione occidentale

Alcuni paesi occidentali sono preoccupati per questa nuova alleanza turco-saudita-Al Qaida. Se questa nuova partnership avesse successo e prendesse il controllo in Siria, l’estremismo religioso in Medio Oriente e potrebbe essere troppo potente per essere fermato e una potente minaccia sorgerebbe contro il mondo, compresi i paesi occidentali.

Un osservatore occidentale ha avvertito, nel frattempo, al Huffington Post che «tutti coloro che nel Medio Oriente hanno cercato di utilizzare la potenza di jihadisti nel loro interesse, poi gli si è rivoltato contro».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Nasrallah: «Siriani, noi Hezbollah saremo sempre al vostro fianco»

da al manar

Il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ancora una volta ha assicurato che l’offensiva contro le Yemen dell’Arabia ha subito una sconfitta schiacciante ed evidente, mentre il popolo yemenita è uscito chiaramente vittorioso.

Parlando in diretta sul canale televisivo Al-Manar, Sayyed Nasrallah ha chiamato coloro che sostengono il raggiungimento degli obiettivi dell’offensiva di nominare uno degli obiettivi raggiunti.

Per lui, l’offensiva saudita continua e ha preso una piega più pericolosa con il maggiore sostegno di al-Qaeda e il divieto di consegna degli aiuti umanitari al popolo yemenita.

In Iraq, Sayyed Nasrallah ha lanciato l’allarme contro gli Stati Uniti per la fornitura di armi ai curdi e ai sunniti scavalcando il governo iracheno. «Una misura che è un preludio alla divisione del paese e che tutti devono combattere», ha avvertito.

Ribadendo il sostegno iraniano, russo e degli Hezbollah in Siria, ha denunciato la campagna di notizie false da parte dei media, ha assicurato che «vincere una battaglia non significa vincere tutta la guerra».

Riguardo il Libano, Sayyed Hassan Nasrallah ha dichiarato che la battaglia del Qalamoun avrà luogo e che Hezbollah non fornirà dettagli. L’obiettivo è la protezione della popolazione, mentre lo stato non è in grado di farlo.

Di seguito, le linee essenziali del discorso televisivo di Sayyed Nasrallah:

«40 giorni fa, l’Arabia Saudita ha dichiarato guerra allo Yemen. 26 giorni dopo la coalizione ha annunciato la fine dell’offensiva dell’operazione” Tempesta”e il passaggio a “Restore Hope”».

«Hanno parlato degli obiettivi e hanno sostenuto che la coalizione li ha raggiunti per passare all’operazione successiva. Da allora, l’assalto continua. Siamo davanti a una grande e pericolosa campagna di disinformazione», ha aggiunto.

«Pretendere che il conseguimento degli obiettivi dell’offensiva è la più grande truffa che ha avuto luogo. Gli alleati dei sauditi hanno accolto con favore i risultati dell’offensiva. Sfortunatamente, i media hanno scatenato una loro offensiva. Hanno cominciato a celebrare la vittoria saudita, ma mi citatemi un solo obiettivo realizzato, un successo ottenuto».

«L’Arabia ha restaurato la presunta legittimità nello Yemen? É riuscita a fermare l’avanzata dell’esercito yemenita? Ha disarmato Ansarullah come ha sostenuto? Nulla è stato fatto. L’Arabia è stata in grado di rafforzare la sua posizione in Yemen? No.»

«Datemi un obiettivo e o uno della lista che sostengono di aver raggiunto.

Siamo di fronte ad un fallimento plateale saudita e yemenita vittoria netta. La tenacia e l’unità del popolo yemenita sono dietro questa vittoria. Parliamo della prima operazione».

«La seconda operazione è stata chiamata “Restore Hope” per nascondere i primi fallimenti. Hanno creato grandi obiettivi che richiedono molto tempo e un’incursione terra. Essi fissano un nuovo elenco di obiettivi raggiungibili e modesti questa volta».

 Tra questi obiettivi, citiamo:

  1. Avviare il processo politico.
  2. Continuare a proteggere i civili.
  3. Garantire la fornitura di aiuti internazionali.
  4. Fermarei  movimenti militari Houthi e impedire loro di usare le armi sequestrate nei depositi.
  5. L’esecuzione di un’azione internazionale per privare di armi gli Houthi.

Il vero obiettivo è quello di portare lo Yemen alla dominazione saudita, altrimenti distruggerà il suo popolo.

I sauditi possono affermare che gli obiettivi sono stati raggiunti. In pratica, i sauditi hanno abbassato il target dei loro obiettivi. Essi sostengono di difendere il popolo yemenita, ma allo stesso tempo, lo stanno bombardando.

Dall’inizio dell’operazione Restore Hope, i sauditi hanno bombardato le case con l’uso di bombe a grappolo, vietate, armi molto pericolosi, che ancora soffriamo in Libano.

Lotta al terrorismo: essi forniscono armi ad al-Qaida e garantiscono la sua espansione. Bombardano le posizioni dell’esercito per evitare che la loro avanzata in zone controllate da al-Qaeda!

Hanno bombardato l’aeroporto per vietare agli aerei il trasporto di aiuti umanitari alla popolazione yemenita.

Invece di permettere agli organismi internazionali di organizzare un dialogo in un luogo neutrale, Abd Rabbo Mansour Hadi ha invitato al dialogo in Arabia Saudita. Ciò complica le cose e dimostra che l’Arabia non è alla ricerca di una soluzione politica alla crisi.

SIRIA

Quando  i gruppi armati hanno conquistato Idlib, abbiamo affrontato una campagna di false voci sulle pagine dei social network. La guerra psicologica è stata condotta per gioire di ogni exploit nemico per distruggere il morale della popolazione. Queste voci si basano su elementi confessionali.

Dopo la caduta di Jisr el-Choughour, hanno sostenuto che il governo siriano è finito,  che l’esercito è crollato, che gli alleati hanno abbandonato la Siria, che la situazione è molto complicata. Hanno detto che molti alawiti si dirigono verso il confine libanese e che gli Hezbollah metteno pressione sul governo libanese per consentire loro di entrare. Tutto questo è senza fondamento.

È una guerra psicologica che vuole fiaccare il morale del popolo siriano, al fine di raggiungere gli obiettivi che non sono stati raggiunti negli anni della guerra.

  1. Che nessuno presti attenzione a queste voci. I siriani devono rendersi conto che questa è una guerra psicologica, e non è nuova. Le circostanze in Siria quattro anni fa erano ancora più difficili e non sono girate queste voci.
  2. 2- Che cosa si dice circa la posizione iraniana non è vero. Alcuni giorni fa, Sayed Khamenei ha ribadito che il suo paese sta negoziando solo per il nucleare e non lascerà mai sola la Siria. Anche la Russia ha ribadito il suo sostegno al suo alleato. Cercate i fatti sul terreno per capire se il piano crolla. Come si può sostenere che il governo sta crollando, mentre nuovi successi sono raggiunti? In guerra, vincendo una battaglia non significa vincere la guerra. Ciò che accadde in Idlib è una vittoria di una battaglia non della guerra. Noi abbiamo vinto numerosi altri combattimenti. La situazione cambierà a Idlib inchallah con i continui combattimenti. Ma ciò che è incredibile, avviene in Libano, alcune partiti sono davvero ansiosi di festeggiare qualsiasi vittoria, e quando capiscono la situazione sul terreno, si rendono conto che non c’è nemmeno un grande risultato da celebrare.
  3. Caro popolo siriano, noi di Hezbollah, confermiamo che saremo sempre al tuo fianco, e saremo dove dobbiamo essere. Siamo andati in Siria sulla base di una valutazione chiara e logica, secondo cui i gruppi terroristici cercano di distruggere la Siria, il Libano e l’intera regione. Immaginate cosa avrebbero fatto se questi gruppi avessero trionfato in Siria.

 

LIBANO

Diverse questioni importanti da discutere: le minacce israeliane, la situazione interna, la paralisi degli organi costituzionali, la situazione della sicurezza nella periferia sud, gli omicidi di alcuni fratelli di Ain el-Helwe.

Oggi voglio parlare solo della situazione sul terreno Anti-Libano e vedere le altre domande per il prossimo discorso:

Per quanto riguarda Qalamoun: Quando dissi qualche tempo fa che la “neve che si scioglie”, ho detto che il Libano si trova ad affrontare una scadenza.

 

Contrariamente alle affermazioni dei media di opposizione, queste osservazioni sono state fatte prima degli ultimi sviluppi in Jisr el-Shughour, e quindi, non hanno nulla a che fare con gli eventi recenti.

 

Eravamo consapevoli delle intenzioni dei gruppi armati che stavano progettando di compiere attentati in Libano. Vedete dopo lo scioglimento della neve, questi gruppi hanno lanciato attacchi e uccidono persone in Libano, come è il caso in Aarsal.

Circa l’Anti-Libano, non stiamo parlando di una minaccia virtuale, ma un’offensiva efficace attraverso attacchi contro postazioni dell’esercito, l’occupazione di gran parte del Jurd, gli attacchi permanenti contro l’esercito contro i civili ad Aarsal, il protrarsi della prigionia dei soldati libanesi, il bombardamento della regione e le minacce di continuare tali attentati. Quindi, queste minacce sono effettive, reali.

INCAPACITÀ DELLO STATO LIBANESE

Lo stato non è in grado di affrontare questa minaccia. Non è in grado di liberare i soldati o proteggere le aree esposte ad attacchi terroristici. È chiaro che lo Stato non è in grado di proteggere la patria.

Di fronte a questo fallimento, noi ci assumeremo questa responsabilità. Non abbiamo fatto alcuna dichiarazione ufficiale sui piani di Hezbollah. Sì, ci sono i preparativi che il popolo osserva. Non abbiamo parlato della grandezza di questa battaglia, o quando avverrà e dei suoi obiettivi. Questa battaglia si svolgerà, e Hezbollah non vuole aggiungere dettagli.

Quando l’operazione inizia, tutti potranno comunicare i fatti sul terreno. Non è nel nostro interesse parlare dei dettagli della prossima battaglia.

Certamente stiamo assistendo all’intimidazione e alle critiche, come quella che la resistenza deve garantire l’unanimità delle forze politiche. Se aspettiamo l’unanimità, non ci sarà alcuna resistenza, né contro l’occupante sionista né contro gruppi terroristici.

Si tratta di un dovere religioso e patriottico che tutti devono prendere. Alcune forze politiche ci sostengono, che ringraziamo. Quanto a noi, ci sacrifichiamo per proteggere il nostro popolo.

A coloro che hanno finanziato i gruppi armati non hanno alcun valore, applicano una versione distorta dell’Islam, e sono una minaccia per tutti e una minaccia per l’Islam.

Nel frattempo, e fino a quando l’altra parte non si capirà il pericolo dei gruppi takfiristi, ci affidiamo a Dio ed è Lui che ci darà la vittoria in ogni grande battaglia che ha l’obiettivo di proteggere i luoghi santi e la patria. La vittoria è quindi una vittoria divina.

La pace di Dio sia con voi.

[Trad. dal francese per ALBAinformaizone di Francesco Guadagni]

 

Diplomatico USA: L’Arabia Saudita ha fondato l’Isis e appoggia Al Qaeda

da al manar

L’ex ambasciatore Usa in Siria, Robert Ford, ha pubblicato un articolo sulla rivista Foreign Policy in relazione al fallimento della politica degli Stati Uniti nei confronti della Siria e ha rivelato il ruolo dell’Arabia Saudita come fondatore dell’Isis nella regione per destabilizzare i governi di Siria e Iraq, due alleati dell’Iran.

Ford ha spiegato che l’Isis è il risultato delle azioni della ex capo dell’intelligence saudita, il principe Bandar bin Sultan, aggiungendo che tale piano ha avuto il consenso degli Stati Uniti.

Ford ha precisato che l’Isis è stato costituito al fine di unificare i vari gruppi estremisti e i resti del partito Baath in Iraq, fedeli a Saddam Hussein, definendo questa azione come un errore storico.

L’ex Ambasciatore USA in Siria ha aggiunto che l’Arabia Saudita è stata negli ultimi tre decenni la fonte del terrorismo e dell’estremismo che si estendono in tutto il Medio Oriente e che hanno avuto gravi conseguenze non solo per la regione, ma anche per l’Europa.

Infine, il diplomatico ha affermato che l’Arabia Saudita continua ancora oggi con la politica di sostegno al terrorismo armando Al Qaeda in Yemen per contrastare i sostenitori di Ansarulá e l’esercito yemenita.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Siria: «Se l’Arabia Saudita ci attacca la puniremo come merita»

da al manar

Un alterco tra il rappresentante della Siria e dell’Arabia Saudita, ha segnato la sessione speciale dell’Assemblea Generale, a New York, nella notte tra Martedì a Mercoledì.

«La Siria taglierà la mano dell’Arabia Saudita, se prova ad avvicinarsi», ha avvertito il rappresentante permanente della Siria all’ONU, Bashar al-Jaafari in risposta al suo omologo saudita, Abdullah al-Mouallemi che aveva appena proposto l’invio di forze comuni arabe-islamiche per preservare la sicurezza in Siria.

«Se l’Arabia Saudita ci annuncia cosa può fare, gli taglieremo la mano. La puniremo come merita», ha aggiunto. Secondo Jaafari le forze arabe congiunte farebbero meglio a visitare l’Arabia Saudita per proteggere la popolazione della regione Katif dalla repressione.

Durante il suo discorso, Jaafari ha attribuito l’aumento del terrorismo e dell’estremismo al ruolo distruttivo rappresentato da alcuni governi, guidati dall’Arabia Saudita. «Hanno voluto imporre l’interpretazione della religione islamica dei loro patrocinatori, dei loro finanziatori  e dei loro fornitori di terroristi secondo una pratica wahhabita che non ha nulla a che fare con l’umanesimo, che fa rivivere la schiavitù, la lapidazione, e le decapitazioni», ha lamentato.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Houthi: «Il popolo yemenita non si arrenderà»

da al manar

Per la seconda volta dall’inizio dell’aggressione degli USA e dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, avviata alla fine di marzo, il capo del movimento Ansarulá ha pronunciato un discorso televisivo in cui ha attaccato violentemente il regime saudita.
Sayyed Abdel Malek al-Huthi ha accusato Riad di “agire con ferocia verso gli yemeniti,” spiegando che «l’obiettivo dell’ Arabia Saudita è quello di invadere e occupare il paese e sottometterlo alla sua volontà»
«Riad non ha alcun diritto di interferire negli affari interni dello Yemen. Si tratta di una violazione della sovranità del nostro paese », ha ribadito Al Huthi.
Ha spiegato che «tutti i pretesti utilizzati da alcuni per legittimare l’aggressione contro Yemen sono infondati». Inoltre, si è chiesto: «Come questa aggressione può essere benefica per il popolo yemenita se si distruggono la sue ricchezze e le sue infrastrutture?»
Dopo aver salutato tutte le posizioni di solidarietà con il popolo yemenita, Huthi ha affermato che il «vero arabismo non può esistere sotto la tutela di Israele e il comando degli Stati Uniti» ed ha accusato Washington di essere responsabile per il sangue di vittime morte per le armi degli Stati Uniti.
«Gli statunitensi hanno riconosciuto che sono loro che forniscono gli obiettivi da colpire al regime saudita», ha aggiunto.
Per quanto riguarda l’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sullo Yemen, l’ha definita “ingiusta, ma non sorprendente.” A questo proposito, ha precisato che «solo il popolo yemenita può decidere il suo futuro».
Per quanto riguarda il dialogo tra le diverse parti del popoli yamenita, Ansarulá ha affermato che ci sono stati colloqui prima della aggressione , ma «sono gli agenti stranieri che hanno lavorato per sabotare qualsiasi accordo».

Allo stesso tempo, ha evidenziato che è per volere dell’Arabia che Al Qaeda controlla gran parte dello Yemen. «Al Qaeda ha un ruolo importante nel Sud, con l’appoggio dell’Arabia Saudita», ha spiegato.

In questo contesto, Huthi ha promesso che il popolo yemenita non si piegherà e «resisterà contro l’aggressione brutale. Coloro che credono che la loro aggressione feroce possa intimidire il popolo yemenita si sbaglia».
Infine, ha avvertito che «è diritto del popolo yemenita combattere contro questa aggressione con tutti i mezzi».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Israele, Arabia Saudita, USA, Iran e la nuova congiuntura politica

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di Achille Lollo, da Roma, per il Correio da Cidadania, 10 Aprile 2015  

Nel giorno in cui, a Losanna, il Segretario di Stato degli U.S.A. John Kerry si incontrava con il Ministro degli Affari Esteri iraniano, Mohammed Javad Zari, per definire i punti dell’accordo sulle limitazioni delle attività dei centri di ricerca nucleare iraniana e, quindi, per impostare i termini per il riesame graduale delle sanzioni economiche, l’Arabia Saudita, con il sostegno politico dell’Egitto, del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti, della Giordania e del Sudan, e il supporto logistico della Gran Bretagna, della Francia e della Turchia, ha trasferito 12.000 soldati lungo il confine con lo Yemen, mentre i suoi cacciabombardieri hanno attaccato ripetutamente la capitale Sana’a e altre città controllata dai ribelli Houthi.

Dopo una settimana, il 1 aprile, il presidente yemenita Abd Rabbo Mansur fuggiva in Arabia Saudita, mentre le milizie Houthi finivano di conquistare la città portuale strategica di Aden, nel sud. Eppure, l’aviazione dell’Arabia Saudita ha intensificato “il bombardamento a tappeto” usando piloti egiziani, pakistani e giordani, che si sono alternati con i sauditi nella guida dei sofisticati F-15 e F-16 della Forza Aerea Saudita, monitorati da ufficiali della US Air Force (statunitense), di stanza nelle basi aeree di Woomern, Dhahra, Taif e Ryiad. Da parte loro, i piani di volo sono stati preparati nella base segreta che la CIA ha creato in Arabia Saudita nel 2011, per guidare le missioni degli aerei telecomandati detti “droni”, contro i campi di AlQaeda della penisola arabica (AQAP).

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), i bombardamenti della prima settimana hanno provocato la morte di 361 persone e il ferimento grave di altre 1.345. Tuttavia, il 7 aprile, i morti già erano più di 600, mentre 2.200 persone sono state ricoverate in ospedali con gravi ferite. A causa dei continui attacchi aerei, il personale dell’OCHA stimava il numero di rifugiati in una decina di migliaia di persone.

Immediatamente, il New York Times, la CNN, Al-Jazeera TV e il quotidiano Al Sharq al Awsat, (pubblicato a Londra), interagendo con le “eccellenze dell’intelligenza” della Casa Bianca e della Casa Reale saudita, sono riusciti a guidare il 90% della stampa mondiale, creando la favola dell’”intervento armato dell’Arabia Saudita, per tenere fuori l’Iran dallo strategico Yemen e quindi difendere la libertà di movimento nel Mar Rosso, in particolare del petrolio destinato ai paesi dell’Unione Europea.

Una favola, che è, in realtà, il coronamento di una serie di azioni politiche e militari che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, e soprattutto Israele hanno praticato negli ultimi trenta anni, per realizzare i loro progetti strategici e tenere sotto diretto controllo la situazione politica del Medio Oriente. Tuttavia, questa situazione, nel corso degli ultimi quattro anni, ha subito numerosi cambiamenti – alcuni traumatici da un punto di vista umanitario e anche istituzionale – tanto che oggi nel Medio Oriente abbiamo:

1) una guerra confessionale, promossa dall’ISIS (Stato islamico) in Iraq e in Siria;

2) una guerra tribale in Libia, dove l’Arabia Saudita finanzia l’Egitto per difendere il governo di Tobruk, mentre la Turchia e il Qatar finanziano il governo islamico di Tripoli e le milizie jihadiste;

3) una guerra fondamentalista in Mali e in Nigeria;

4) una guerra di aggressione in Siria promossa e alimentata dalla Turchia, dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dalla NATO;

5) una “guerra di liberazione” in Afghanistan, promossa dai talebani contro la presenza delle truppe americane e della NATO;

6) una guerra a bassa intensità nel Bahrain, con un perenne stato di assedio non dichiarato, in cui l’opposizione sciita chiede riforme istituzionali ed economiche, nei confronti di un governo monarchico che sopravvive grazie alla “copertura” dell’intelligentia saudita;

7) una guerra di liberazione nella regione curda della Turchia, organizzata dal PKK, che propone anche la formazione di una confederazione di Stati curdi, formata con pezzi di territorio della Turchia, della Siria, dell’Iraq e dell’Iran;

8) una guerra di liberazione in Palestina e a Gaza, fortemente repressa da Israele con l’appoggio degli Stati Uniti e della NATO, in modo da evitare la creazione dello Stato palestinese;

9) una ribellione diffusa in Yemen, dove il movimento ribelle degli Houthi (che rappresenta il 40% della popolazione di religione sciita) ha rovesciato il corrotto presidente Abd Rabbo Mansur Had, sostenuto dall’Arabia Saudita e, per motivi religiosi, riconosciuto dalla maggioranza sunnita;

10) una guerra di polizia in Egitto (finanziata dall’Arabia Saudita), dove l’esercito, dopo il colpo di stato contro il presidente Morsi, perseguita spietatamente i membri della Fratellanza Musulmana e delle sette salafite.

È basandosi su questo scenario che il presidente degli U.S.A. Barack Obama ha autorizzato l’apertura di negoziati con l’Iran, a Losanna in Svizzera, per definire la trasformazione dei centri di ricerca nucleare militare iraniana in centrali nucleari ad uso civile, ma sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Accordo che i tecnici degli U.S.A. e dell’Iran, sotto la supervisione di membri della Russia, della Cina e della Gran Bretagna, della Francia e della Germania rappresentanti l’Unione Europea, dovranno portare a termine nel mese di giugno. Dopo, l’accordo sarà ratificato a Washington e a Teheran, per diventare operativo nel 2016. Quando anche le sanzioni economiche cominceranno a essere abolite.

Dopo 12 anni di inutili tentativi, l’accordo finalmente firmato a Losanna, ha fatto esplodere le contraddizioni, politiche e geo-strategiche, che la diplomazia e l’opportunismo politico degli Stati Uniti, di Israele, dell’Arabia Saudita e della Turchia erano riusciti a tenere nascoste e rimosse con il beneplacito dei “media mainstream“.

L’azione pragmatica degli U.S.A.

Prima di entrare nei dettagli dell’accordo e delle questioni congiunturali del Medio Oriente, è necessario prendere in considerazione un nuovo elemento: lo sfruttamento massiccio dei depositi di scisto bituminoso negli Stati Uniti, con la tecnica del fracking, che pur distruggendo l’ambiente di intere regioni, garantirà agli U.S.A. l’auto-sufficienza energetica, permettendo loro in tal modo di liberarsi dalla dipendenza dalle forniture di petrolio e di gas dell’Arabia Saudita e di altri produttori del Medio Oriente.

Tuttavia, il lavoro di ricerca e l’estrazione di shale gas e shale-oil sono economicamente vantaggiosi solo quando i prezzi dell’Arabian-light, dell’Iran-light e del Brent Oil fluttuano sui mercati tra i 90 e i 120 dollari al barile.

Pertanto, è necessario ricordare che la prospettiva dell’autosufficenza energetica degli U.S.A. è svanita con la caduta del prezzo del barile di petrolio, che è sceso fino ai 50 dollari. Un avvenimento che, secondo Thomas Friedman, l’editorialista Premio Pulitzer del New York Times, “ha molto a che vedere con l’Arabia Saudita, le cui banche sarebbero dietro le operazioni di ribasso del prezzo del barile e del gas nel mercato, con lo scopo di provocare una crisi finanziaria in Russia, responsabile per l’irriducibile resistenza del presidente Bašhār al-Assad in Siria, dopo quattro anni di sanguinosa guerra civile e della crescita dell’influenza politica dell’Iran in Medio Oriente”.

Il celebre editorialista del NYT non ha precisato che l’eminenza bianca di questo gioco al ribasso, che ha quasi distrutto l’economia del Venezuela, è il potente ministro degli Interni dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Nayef, nominato lo scorso mese di febbraio vice-principe ereditario, cioè secondo nella linea di successione al trono del re Salman. Anche i “media mainstream” non dicono che i prezzi del barile sono scesi subito dopo che Barack Obama ha rifiutato l’appello del potente principe Mohammed bin Nayef a invadere la Siria e, così, ad abbattere definitivamente il regime del presidente Bašhār.

Questo fatto ha stimolato le eccellenze della Casa Bianca e lo stesso Barack Obama ad avanzare nella complessa congiuntura del Medio Oriente, utilizzando sempre più le arme del pragmatismo geo-politico, al posto dei rigidi concetti delle alleanze strategiche con Israele e con l’Arabia Saudita. Un pragmatismo necessario, anche, a cancellare l’illogica e a volte inconcepibile capricciosità di Hillary Clinton, come anche l’intervenzionismo di George W. Bush.

È stato in questo contesto che il Secretario di Stato degli U.S.A., John Kerry, ha appoggiato la rivendicazione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen (originariamente Mahmud Abbas), provocando una dura reazione in Israele. In secondo luogo, la Casa Bianca ha autorizzato i generali del Pentagono a predisporre il rafforzamento dei Pasdaran (guerriglieri) del Curdistan, la rapida riorganizzazione dell’esercito iracheno e la formazione di un corpo di intervento aero-tattico per iniziare a bombardare le posizioni dell’ISIS in Iraq e in Siria.

Al di là di questo, è stato dato un beneplacito ufficioso a che il generale iraniano Qassim Suleimani si piazzasse nella regione di Tirkut, con un importante distaccamento di truppe speciali della Guardia Rivoluzionaria, per spezzare la resistenza degli uomini dell’ISIS. Anche questo fatto ha provocato dure reazioni a Ryad, soprattutto da parte del principe Mohammed bin Nayef, ministro degli Interni, secondo il quale, “in questo modo, l’Iran aumenterà la sua sfera di influenza in Medio Oriente”.

In seguito, gli U.S.A. si sono allontanati definitivamente dal caos della Libia, vietando qualsiasi intervento da parte dei paesi della NATO. Un atteggiamento che ha fatto infuriare il ministro degli Interni dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Nayef, visto che il re Salman aveva, finalmente, ufficializzato l’aiuto finanziario per la sopravvivenza del governo di Abdullah al-Thani, rifugiato a Tobruk, insieme con l’intervento dell’esercito egiziano e il sostegno delle operazioni delle milizie dell’ex-generale Khalifa Haftar nella regione di Benghazi.

In seguito e senza chiedere l’opinione dei governanti dell’Arabia Saudita, di Israele e della Turchia, la Casa Bianca ha riconosciuto che per sconfiggere definitivamente l’ISIS bisognava estendere il raggio d’azione dei caccia-bombardieri F-15 e F-16 al centro e al nord della Siria. Questo fatto ha riabilitato la collaborazione tattica con l’esercito di Bashar al-Assad, nonostante la necessità di bombardare gli accampamenti della maggioranza delle bande dei ribelli siri, che avevano disertato dall’ELS (financiato dal 2012 dalla CIA) per aderire all’ISIS.

In questo contesto, anche i combattenti sciiti dell’Hezbollah libanese (Partito di Dio), impegnati a contenere l’avanzamento dell’ISIS in direzione del Libano, come anche il generale iraniano Qassim Suleimani, sono stati momentaneamente ritirati dalla lista dei gruppi terroristi ricercati dall’ONU. Per questo, il leader della destra sionista Benjamin Netanyahu ha criticato duramente il presidente Barack Obama che, in risposta, il giorno 17 marzo, si è rifiutato di incontrarlo a Washington.

L’esplosione di rabbia del sionista Benjamin Netanyahu e del saudita Mohammed bin Nayef, di fronte ai microfoni dei giornalisti in seguito alla firma dell’accordo di Losanna, ha stimulato ancora di più lo spettacolo mediatico, dal quale Barack Obama è uscito vincente, recitando il ruolo del buon pacifista, mentre Netanyahu, il suo ministro della Difesa, Moshe Yaa/lon, e l’ex-direttore dell’IDI (Israeli Defense Intelligence), il Maggior-Generale Amos Yadin, sono rimasti discreditati per avere minacciato di bombardare i centri di ricerca nucleare iraniani. Non soddisfatto, Yadin ha rivelato che Israele aveva pianificato l’attacco all’Iran nel 2005 e, adesso, lo stesso (piano) si è guadagnato l’appoggio dell’Arabia Saudita, che ha autorizzato l’uso di uno speciale corridoio aereo per permettere agli aerei israeliani di sopravvolare il territorio saudita e attaccare l’Iran.

Ma la rabbia mediatica di Netanyahu è rientrata, quando il presidente Barack Obama ha dichiarato: “Gli Stati Uniti sempre difenderanno Israele e le sanzioni economiche contro l’Iran saranno ritirate solamente quando i responsabili dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica confermeranno che l’Iran ha implementato tutto il processo di desmilitarizzazione dei suoi centri di ricerca nucleare, secondo quanto stabilito a Losanna”. Dichiarazioni che hanno fatto rientrare il discontento del leader sionista Benjamin Netanyahu, ma hanno fatto infuriare ancora di più il potente principe Mohammed bin Nayef.

I prossimi tre mesi saranno determinanti per il destino politico del presidente Barack Obama e, soprattutto, per il futuro del Partito Democratico, che pretende di candidare Hillary Clinton alle elezioni presidenziali del 2016. Per questo, la firma dell’Accordo Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) con l’Unione Europea, la continuazione delle negoziazioni per la definizione dell’Accordo Transpacifico per il Commercio e gli Investimenti (TPIP) con i paesi asiatici (escludendo la Cina, il Vietnam, la Corea e e l’India), la chiusura dell’Accordo Generale sui Servizi Pubblici (TISA), la campagna per la sconfitta dell’ISIS in Iraq e in Siria, come anche la ratifica dell’ Accordo con l’Iran, saranno gli elementi politici fondamentali dell’attività politica di Barack Obama nel suo ultimo semestre alla Casa Bianca, quando, per legge, non potrà più presentare decreti o prendere iniziative senza l’approvazione del Congresso.

In relazione al Trattato con l’Iran, bisogna dire che le “eccellenze” della Casa Bianca, questa volta, hanno optato per affidarsi totalmente agli studi strategici forniti dagli analisti del Pentagono, senza, per questo, consultare i governi di Israele e dell’Arabia Saudita. In pratica, per i generali statunitensi, in questo momento, il nemico principale non è più l’Iran o la Siria, ma, sì, l’ISIS. È stato in quest’ ottica che il Pentagono ha anteposto tre condizioni per poter annientare i battaglioni di Al-Bagdabi:

1) nella retroguardia irachena e siriana, i movimenti e i partiti sciiti e curdi devono accettare il ruolo della Coalizione anti-ISIS guidata dagli U.S.A., come anche la funzione del sostegno aereo e organizzativo degli Stati Uniti all’esercito iracheno (sciita) e al curdo;

2) il governo dell’Iran parteciperà alla campagna contro l’ISIS, inviando “volontari” nella regione di Tirkut, al fianco delle unità dell’esercito regolare dell’Iraq;

3) i combattenti sciiti dell’Hezbollah libanese (alleati dell’Iran) dovranno difendere la frontiera sirio-libanese, insieme ai battaglioni del presidente siriano Bašhār al-Assad.

Oltre a ciò, gli analisti della CIA hanno presentato vari rapporti sull’opportunità di promuovere, già all’inizio del 2015, la negoziazione con l’Iran, per i seguenti motivi:

  1. a) se gli sforzi diplomatici degli U.S.A. e dell’Unione Europea non riescono a congelare i progetti nucleari iraniani, nei prossimi cinque anni l’Iran sarà in condizioni di costruire piccole bombe atomiche;
  2. b) se, durante il governo del moderato Hassan Rouhani – che è stato eletto il 4 giugno 2013 con appena il 52,7% -, le relazioni con gli U.S.A. e l’Occidente non si normalizzassero, nel 2018 i conservatori rieleggeranno alla presidenza Mahmud Ahmadinejad e, con lui, l’Iran potrà avere la bomba atomica, creando una situazione difficilissima per Israele, la Turchia e l’Arabia Saudita;
  3. c) la borghesia iraniana, che ha votato in massa per Rouhani, spera che l’accordo con l’Occidente sulla riconversione dei progetti nucleari possa finalmente liberare i fondi iraniani bloccati nelle banche europee e statunitensi, oltre a poter ritornare ad esercitare in Iran un importante ruolo politico e economico;
  4. d) il governo iraniano ha bisogno di un accordo con gli U.S.A. e l’Unione Europea per tornare a sfruttare tutte le sue riserve di gas e di petrolio, che attualmente hanno ridotto la sua produzione a quasi il 65%, a causa delle sanzioni economiche.

Il risultato delle negoziazioni di Losanna ha dato ragione a Obama, che ha conquistato la fiducia (e il voto) dell’influente elettorato degli Ebrei liberali statunitensi, riuscendo a dividere il fronte dei conservatori repubblicani, dal momento che il prossimo presidente degli U.S.A. dovrà sciogliere tra il mantenimento del trattato, o correre il rischio dell’esplosione di una guerra nucleare tra Israele e l’Iran, a partire dal 2018.

Il blábláblá elettorale, ahimè efficace, di “Bibi”

Il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, notoriamente soprannominato “Bibi”, dopo la quarta vittoria elettorale a capo del partito della destra sionista, il Likud, può essere considerato il principale rinnovatore delle campagne elettorali israeliane che, dal 1996, sono diventate più statunitensi nello stile coreografico, nella gestione finanziaria e, soprattutto, in termini di contenuti politici. In pratica, con “Bibi” il sionismo è diventato proiezione politica e istituzionale del popolo giudeo in Medio Oriente. Conseguentemente, la storica logica teocratica dei sionisti, “il popolo ebreo è un popolo eletto da Dio”, è stata trasformata in una specifica missione geo-politica, secondo la quale “lo Stato di Israele deve essere assolutamente forte, per imporre al mondo il fatto di essere il popolo eletto da Dio”.

Questo spiega, chiaramente, perché l’Esercito di Israele sa che può massacrare liberamente i Palestinesi a Gaza e segregarli in Cisgiordania, visto che al Ministero della Difesa, ma anche negli accoglienti condomini giudaici costruiti nelle terre espropriate illegalmente ai Palestinesi, tutti sanno che gli U.S.A. e i paesi dell’Unione Europea non permetteranno che “il popolo eletto di Israele” soffra le sanzioni o le indagini del Tribunale Penale Internazionale dell’Haja.

Per questo, dal 2002, il Mossad e l’IDI (Intelligence Militare) si riservano la possibilità di realizzare un bombardamento selettivo in Iran, per distruggere tutti i centri di ricerca del progetto nucleare (Natanz, Isfahan, Kom e Fordo) e le centrali di Bushehr e Arak. Del resto, qualcosa di simile già era successo con l’Iraq, quando governava Saddam Hussein.

“Bombardamenti selettivi preventivi” che sono tornati a essere attuali subito dopo i primi contatti del Segretario di Stato degli U.S.A., John Kerry, con il ministro degli Affari Esteri dell’Iran, Mohammed Javad Zari. Allo stesso tempo, il primo ministro sionista, Benjamin Netanyahu, autorizzava il Mossad a contattare il principe saudita Mohammed bin Nayef, per stipulare con l’Arabia un’alleanza segreta allo scopo di permettere all’aviazione sionista e ai missili Jerico I e Jerico II di sorvolare tranquillamente lo spazio aereo saudita, e così permettere agli F-15 e F-16 israeliani di realizzare le operazioni di bombardamento in Iran senza dover effettuare un prolungato rifornimento in aria.

In questo clima di allarmismo mediatico, l’Huffington Post ha riutilizzato lo scoop che il sito Ynet, del giornale israeliano Yedioth Ahronot, ha pubblicato nel 2012, rivelando i dettagli di un possibile attacco aereo all’Iran. Per questo, molti commentatori hanno parlato di “un concreto raffreddamento delle relazioni tra Israele e gli U.S.A. nel 2015”. Ed è stato in questo clima che i media mainstream hanno raccontato molte favole, arrivando persino a inventare una rottura tra Israele e gli U.S.A., a causa del Trattato con l’Iran.

Favole che sono state smentite, quando gli U.S.A. hanno garantito al governo israeliano l’ incolumità di sempre e il proseguimento dell’accordo per la fornitura annuale di 3,7 miliardi di dollari in attrezzature per l’esercito sionista. Un contesto che l’animale politico chiamato “Bibi” ha sfruttato saggiamente nella campagna elettorale, giocando la carta del preteso tradimento e abbandono da parte dell’Occidente, per poi giurare di fronte ai giornalisti che, una volta reeletto, “impedirà la farsa dell’ Iran”, oltre a promettere “la costruzione di sempre più pilastri giudaici nelle terre palestinesi”, sottolineando che “mai accetterà la proclamazione di uno Stato Palestinese”. Parole che hanno fato sbavare gli “eletti di Dio”, che sono tornati a sognare il Grande Israele, come ai tempi di Sharon e dei suoi carri armati a Beirut.

In realtà, l’obiettivo principale del blablablá arrabbiato di Benjamin Netanyahu non era Barack Obama o la Casa Bianca, ma gli elettori sionisti di Israele. Una massa amorfa che ha bisogno di rimanere molto impressionata, per motivare la sua opzione elettorale. Praticamente, è quello che “Bibi” ha fatto in queste ultime elezioni, dimostrando che gli U.S.A. e Israele sono come il gatto e la volpe nel romanzo di Pinocchio.

Il potente principe Mohammed bin Nayef

In Arabia Saudita, la politica internazionale, la lotta anti-terrorismo e le esportazioni di idrocarburi sono gli elementi chiave del lavoro del Ministro degli Interni, il potente principe Mohammed bin Nayef, da febbraio anche nominato vice-principe ereditario del re Salman. Pertanto, è lui che decide la direzione politica dell’Arabia Saudita, e non i 600 principi della corte.

Nonostante abbia ricevuto una formazione occidentale nell’università Lewis & Clark di Portland, nello stato dell’Oregon (U.S.A.), il principe Mohammed bin Nayef non si è azzardato a volere modernizzare il fondamentalismo del wahabismo, in funzione del quale la casa reale saudita pretende di continuare a essere la “guida spirituale” di tutti i sunniti del Medio Oriente.

Del resto, è sulla base di questa concezione politica e teocratica che il principe Mohammed bin Nayef sta tentando di imporre la supremazia geo-strategica dell’Arabia Saudita in Medio Oriente, intervenendo, direttamente o indirettamente, in sette paesi: 1) nella guerra civile della Siria; 2) promuovendo il colpo di Stato in Egitto; 3) esigendo la repressione della Fratellanza Mussulmana nei paesi del Magreb e della Penisola Araba; 4) intervenendo nella guerra tribale della Libia; 5) pianificando la destabilizzazione del Libano; 6) invadendo lo Yemen per impedire ai ribelli sciiti Houthi di consolidarsi al potere a Sana’a e ad Aden; 7) moltiplicando gli artifici diplomatici per minimizzare l’influenza politica dei governi sciiti dell’Iran nel Medio Oriente.

È necessario dire che la logica fondamentalista del wahabismo ha fatto sì che la monarchia saudita rifiutasse i programmi e le manifestazioni della gioventù a favore delle riforme politiche e socio-economiche nei paesi arabi e contro le quali il re Salman e, soprattutto, il principe Mohammed bin Nayef hanno deciso di ingaggiare una guerra infinita fino alle ultime conseguenze.

Il moderato Hassan Rouhani e la direzione della borghesia iraniana

Per gli omosessuali, l’Iran è uno Stato fascista e omofobico, siccome reprime gravemente la comunità gay, ma, per gli analisti politici liberali, la nazione persiana è uno Stato dove il fondamentalismo sciita si è modernizzato per convivere con una borghesia occidentalizzata, ma anche nazionalista. Questo connubio ha fatto sì che gli ayatollah continuassero a esercitare un ruolo di stretto controllo su questa borghesia, riconoscendogli, pertanto, un importante ruolo dirigente nello sviluppo economico della società iraniana.

In pratica, negli ultimi venti anni, l’equilibrio tra le aspirazioni della borghesia e il controllo politico degli ayatollah ha garantito un’effettiva stabilità politica, che ha permesso ai governanti iraniani di modellare un tipo di sviluppo nazionalista per la società iraniana. Così, essa è stata capace di resistere e adattarsi alle restrizioni economiche e finanziarie imposte dagli U.S.A. e dall’Unione Europea.

Per questo, l’accordo con gli U.S.A. presenta letture differenti:

1) la borghesia liberale crede che, dopo l’accordo, tornerà a gestire il flusso di investimenti delle transnazionali, parte interessatissima a riattivare l’import-export con l’Iran, che è una nazione con 80 milioni di consumatori;

2) la nuova borghesia, che si è formata e si è arricchita creando alternative alle sanzioni, è inquieta e ha paura di perdere le prerogative e i privilegi che i governi degli ayatollah gli hanno concesso;

3) i conservatori più intellettualizzati hanno il sospetto che l’apertura economica e il ritorno delle trasnazionali occidentali potrà indebolire i valori della Rivoluzione komeneista;

4) i settori popolari sperano che con questo accordo il governo possa finalmente riaprire le fabbriche, investire nelle riforme infra-strutturali e, conseguentemente, elevare il livello di vita dei contadini, del proletariato e di una massa enorme di lavoratori disoccupati.

Bisogna dire che quasi tutte le trasnazionali europee, soprattutto le tedesche e le francesi, anche con gli effetti delle sanzioni economiche, hanno mantenuto in Iran tutte le loro filiali. Da parte sua, le banche europee e statunitensi sperano la fine delle sanzioni per potere lucrare con la movimentazione dei 155 miliardi di dollari iraniani, attualmente congelati per effetto delle sanzioni. Al di là di ciò, il mercato crede che, con il ritorno dell’Iran alla produzione di 4 milioni di barili di petrolio al giorno, e di una quantità immensa di gas, i prezzi degli stessi raggiungeranno una stabilità definitiva, dal momento che il volume del potenziale produttivo dell’Iran sarà l’antidoto contro i capricci delle monarchie dell’Arabia Saudita, del Qatar e del Kuwait.

Il processo di riconversione dei centri di ricerca nucleari militarizzati è stato uno degli elementi centrali del programma elettorale di Hassan Rouhani, che ha vinto le elezioni per un millimetrico 2,70%. Tuttavia, è bene sottolineare, che questa proposta non è stata una strategia del marketing elettorale. Al contrario, con questo accordo, l’Iran potrà, finalmente, avere la sua industria nucleare civile, con la quale produrrà energia elettrica per muovere il suo parco industriale, alimenterà la domanda dei centri urbani, oltre a sviluppare l’elettrificazione rurale. D’altro canto, garantirà allo Stato iraniano un duplice risparmio, non dovendo più investire nel processo di arricchimento clandestino del plutonio e dell’uranio e, anche, risparmiare il petrolio e il gas che oggi sono destinati alle centrali termo-elettriche.

In questo contesto, la presenza del generale Qassim Suleimani e delle truppe speciali della Guardia Rivoluzionaria nella regione di Tirkut sono state una “giocata da maestro” del presidente Hassan Rouhani, perché sarà con questo tipo di soldati, professionalizzati e motivati dal punto di vista religioso, che la coalizione anti-ISIS guidata dall’Iraq e dagli U.S.A. potrà finirla una buona volta con gli battaglioni jihadiisti di Al-Bagdahad. Infatti, non è stato casuale che nelle ultime settimane, dopo l’arrivo dei “volontari” iraniani, i combattenti jihadisti dell’ISIS sono stati espulsi dalla città di Tirkut, dopo violenti combattimenti dove… non ci sono stati prigionieri!

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, editorialista del Correio da Cidadania e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

(VIDEO) Assad: «Nessun cambiamento con il terrorismo»

da sana.sy

Il presidente Bashar al-Assad ha sottolineato che «ogni controversia deve cessare con il dialogo e una soluzione politica tra le varie parti, e questo è ciò che si sta facendo in Siria nel corso degli ultimi due anni»

In un’intervista con la rete statunitense (CBS News il presidente ), ha dichiarato che «il dialogo è una cosa buona, ma dovrebbe essere sviluppato senza la violazione della sovranità siriana, in particolare, per quanto riguarda la lotta contro il terrorismo».

Il presidente ha invitato i media e gli occidentali a non affrontare la questione delle vittime e dei rifugiati a causa della guerra come “semplici numeri”, ma come una tragedia che ha colpito tutte le famiglie siriane.

Per quanto riguarda la comparsa dell’organizzazione terroristica Isis nel corso degli eventi in corso in Siria, al-Assad ha affermato che lo «Stato islamico non è apparso all’improvviso è impossibile per un’organizzazione terroristica che abbia tutti questi fondi e risorse umane senza un aiuto esterno».

In risposta ad una domanda sulla recente dichiarazione di Kerry sul dialogo con il governo siriano, al-Assad ha ribadito che «sono mere dichiarazioni, ma non hanno ancora nulla di concreto ancora, perché non sono emersi  nuovi fatti in relazione alla linea politica degli Stati Uniti sulla situazione in Siria».

Riguardo al dialogo, il presidente ha precisato che «il dialogo è positivo e la Siria sarà sempre aperta a questa possibilità con tutte le parti, compresi gli Stati Uniti, ma questo dialogo deve essere basato sul rispetto reciproco e senza violazione della sovranità siriana».

A proposito dei contatti in corso tra il governo siriano e l’amministrazione degli Stati Uniti, il presidente al-Assad ha spiegato che non ci sono contatti diretti, ribadendo che «ogni dialogo è una buona cosa, soprattutto quando si tratta della lotta contro il terrorismo» evidenziando che trovare un modo per sconfiggere il terrorismo è una questione importante per la Siria in questo momento.

Inoltre, Assad ha evidenziato che qualsiasi passaggio sulla politica interna della Siria deve essere sottoposto dalla volontà del popolo siriano e non a chiunque altro, notando che Damasco, su questo aspetto, non discuterà con gli americani, o con qualsiasi altra parte. «Tutto questo ha a che fare con il nostro sistema politico, le nostre leggi e la nostra Costituzione», ha puntualizzato.

A questo proposito, ha aggiunto che «la Siria potrebbe cooperare con gli Stati Uniti per quanto riguarda la lotta contro il terrorismo, a condizione che facciano la pressione sui paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar e alcuni stati europei, che sostengono i terroristi politicamente, finanziariamente e militarmente».

Sulla soluzione del conflitto, il presidente Assad ha sostenuto che “il governo siriano sta lavorando su due punti: il primo si basa sulla creazione di un dialogo interno su tutte le questioni, compreso il sistema politico, il secondo è quello di avere contatti diretti con i gruppi armati, come è stato fatto nel corso degli ultimi due anni,  attraverso la concessione dell’ amnistia per chi abbandona la lotta armata e vuol tornare alla vita normale»-

Su questo aspetto, al-Assad ha aggiunto che «alcuni appartenenti a queste bande armate sono terroristi, mentre altri sono stati coinvolti nella guerra per motivi diversi. Per noi, chiunque porti un’ arma e cerca di distruggere le infrastrutture, attaccando persone innocenti o viola la legge in Siria, appartiene ai gruppi armati».

Rispondendo a una domanda sul futuro politico della Siria, al-Assad ha sostenuti che “nessun partito al di fuori del paese ha a che fare con il futuro politico della Siria, o per quanto riguarda il presidente o la costituzione. Non discuteremo mai su tali questioni con nessuno al di fuori della Siria. Si tratta di una questione siriana e quando il popolo siriano vuole cambiare il presidente lo realizza attraverso un processo politico e costituzionale. I presidenti e non si cambiano attraverso il terrorismo o le interferenze straniere».

Per quanto riguarda la politica dell’Occidente in merito alla situazione in Siria, secondo Assad «la nascita dell’organizzazione terroristica dello Stato Islamico ha portato l’Occidente cambiare le sue politiche, ma questo non vuol dire che ha cambiato il suo approccio al conflitto in Siria o l’Iraq.

L’Occidente non ha imparato bene la lezione, e di conseguenza non è in grado di cambiare nulla sul corso degli eventi perché fin dall’inizio l’approccio occidentale si è basata su un cambio semplicemente sul rovesciamento del governo perché rispondeva ai suoi interessi. I governi occidentali continuano a muoversi in questa direzione; per questo motivo, ancora nulla di sostanziale è cambiato»-

Riguardo agli attacchi della coalizione contro le posizioni dell’Isis all’interno della Siria, il presidente ha detto che, in generale, «l’Isis ha fatto progressi dall’inizio degli attacchi, e gli USA cercano di camuffare la realtà sostendendo che le cose sono migliorate e che l’Isis è stato sconfitto, ma in realtà ciò che accade è l’opposto»

Il presidente ha anche sottolineato che «l’Isis continua a reclutare persone e, secondo alcune stime, sono 1.000 ogni mese, in Siria e in Iraq, si sta espandendo in Libia e molte altre organizzazioni legate ad al-Qaeda hanno dichiarato la loro fedeltà al Daesh; questa è la realtà».

Per quanto riguarda le accuse contro l’esercito siriano sull’uso di armi non convenzionali, il presidente Bashar al-Assad ha replicato: «le accuse riguardanti l’uso di gas cloro sono parte di una campagna di propaganda dannosa contro la Siria. Il gas di cloro non è usato esclusivamente dagli eserciti, ma può essere acquistato ovunque».

Sul “barili esplosivi”, al-Assad specificato che «la Siria da decenni ha a che fare con  l’industria militare avanzata, e non necessita di produrre bombe rudimentali e dannose; hanno usato questo termine solo per demonizzare l’esercito siriano».

Infine. Al-Assad ha ribadito: «chiunque usa una pistola e uccide persone, distrugge la proprietà pubblica, è un terrorista», concludendo che l’opposizione armata è terrorismo, in conformità con la definizione della parola “terrorismo” nel mondo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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