(VIDEO) Il “trascina-palle” (Jalabolas)

di Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Giovedì 28 settembre 2017

El Jalabolas

Un paio di giorni fa, nel suo periodico trafiletto su Ciudad CCS “El kiosco veraz”, il giornalista, amico e costituente Earle Herrera si è riferito a temi che possono risultare insidiosi se sorgono in una conversazione con alcuni esemplari della diversa fauna chavista, e che erano stati affrontati poco prima proprio dallo stesso presidente Maduro: la corruzione e la pratica del jalabolismo.

Earle ha messo la questione nei seguenti termini: “Il presidente Maduro ha fatto appello alla lotta contro i corrotti e affinché siano messi da parte gli jalabolas. Trai due soggetti non so quale sia quello che fa più danno alle rivoluzioni. Il primo distrugge le risorse pubbliche, il secondo la morale, anche se poi non si riesce a scoprirne mezzo. Ignoro se ogni corrotto sia un jalabolas – probabilmente lo è -, ma non ho alcun dubbio sul fatto che ogni jalabolas è un corruttore e, soprattutto, un corrotto. Con la volontà e con le leggi inesorabili si combatte il primo. Il secondo è impenetrabile”. In effetti, il Presidente si è pronunciato contro i corrotti esigendo inoltre che si “mettano da parte” gli jalabolas, come afferma il famoso giornalista: “Dobbiamo ingaggiare una battaglia inclemente contro costoro. C’è bisogno di una grande rivoluzione etica, politica, morale, oltre le parole, oltre la denuncia”.

L’origine del termine jalabolas è oggetto di discussione, anche se tutti coloro che ne discutono concordano che non ha nulla a che vedere con i testicoli dell’uomo.

La versione più accreditata è quella che suggerisce che il vocabolo, propriamente creolo, proviene dalle carceri venezuelane al tempo di Juan Vicente Gómez, quando i detenuti erano incatenati a pesanti palle di ferro, così come si usava nelle altre prigioni del mondo, che rendevano difficile qualsiasi tentativo di fuga. Nacquero quindi coloro che, per denaro o altri benefici, erano soliti farsi carico delle pesanti palle di ferro degli altri prigionieri. Si tratta della stessa origine dell’espressione “echarse las bolas al hombro”, “caricarsi le palle in spalla”. Con il tempo, l’accezione predominante di jalabolas è divenuta sinonimo di ossequioso e adulatore.

In Venezuela si usa anche il termine jalamecate, che è precedente a jalabolas, e che deriva da coloro che cullano le amache dei signori tirando le corde di sostegno.

In qualsiasi caso, tutti in Venezuela sanno che significa jalabolas. Uno dei problemi dei corrotti e degli jalabolas è che non riconosceranno mai pubblicamente di essere tali, anzi faranno di tutto per occultare la propria inclinazione. Lo jalabolas è solito mascherare il proprio vizio camuffandolo, di proposito, con lealtà, rispetto, referenza ed ammirazione.

Tanto la corruzione come la pratica del jalabolismo agiscono negli scenari del potere. Per quanto ne sappiamo, l’unico jalabolas che si è rivendicato come tale è il personaggio di finzione di un celebre joropo che era in voga qualche anno fa e che si intitolava, precisamente, “Yo sí soy un jalabolas”.

Nel blog “Lecturas, yantares y otros placeres”, si legge che “… l’arte di adulare, come la menzogna, come l’invidia, è una bassa passione umana. Però la natura è tanto strana e contraddittoria che nel mondo intero ogni jalador viene prima o poi premiato anche se dopo la società lo disprezzerà”. La frase è interessante, e vedremo perché.

Noi, da molti anni, siamo critici duri e costanti del jalabolismo nel chavismo, vizio più frequente di quello che si crede, e che si manifesta in vari modi. Esistono gli jalabolas più o meno evidenti, un personaggio abbastanza nauseante, capace, adulando, di vendere persino la sua propria madre. Poi c’è l’astuto, che agisce con intelligenza e dissimulando.

Un tipico caso di questo genere è quello del jalabolas appiccicoso. Invitato agli eventi pubblici o infiltrandosi negli stessi, cerca il modo, con uno speciale dono, di legarsi ai potenti. Cerca di di ingraziarseli, di richiamare la loro attenzione, di farsi popolare tra loro, e in questo modo riceverne i vantaggi. Per questi soggetti, il potente è un vero magnete, al quale deve legarsi per avere la possibilità di adularlo a piacimento.

Abbiamo conosciuto uno di questa specie che era famoso per il suo linguaggio del corpo. Appena vedeva un ministro, presidente di istituzione, capo di una impresa dello stato, deputato e affini, non solo si avvicinava, ma faceva persino la prova del gesto, impercettibile per la maggioranza, di inclinare il proprio corpo verso di lui, volendo esprimere interesse e ossequiosità. Abbiamo poi lo jalabolas comunicazionale, esperto nell’adulare sui giornali, nelle radio, nelle televisioni e nelle reti digitali.

In verità, ogni jalabolas può esistere nella misura in cui esistono quelli che sono contenti di farsi adulare.

Sfortunatamente, è molto comune che al potente piaccia essere adulato, nella stessa misura nella quale si mostra refrattario alla critica. In generale, il Potere è un campo fertile per gli jalabolas.

Abbiamo sempre detto che per il rivoluzionario la critica non è un diritto, piuttosto è un dovere. Ma le voci critiche spesso sono anche quelle meno ascoltate. Il critico è una spina nel fianco del potente. Questo ci esclude da alcuni privilegi dei quali in qualsiasi caso ci importa davvero poco: incarichi, fama, viaggi frequenti e persino beni materiali.

L’aspetto negativo è che il leale può essere di aiuto solo se è ascoltato, anche se non adula. Lo jalabolas non aiuta, al contrario, asseconda l’errore, e in questo modo si persevera nell’errore.

Ha ragione Earle quando afferma che il corrotto si può combattere con la volontà e con le leggi, invece lo jalabolas es impermeabile, poiché la pratica del jalabolismo è facile da subodorare ma molto difficile da corroborare. Ovviamente contro questo vizio nulla può la Costituente.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

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La politica dell’escalation militare

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di James Petras

27set2017

Introduzione

Gli Stati Uniti hanno esplicitamente esaltato il ruolo fondamentale dei militari nella politica estera e, per estensione, in quella interna. L’ascesa dei ‘generali’ a posizioni strategiche nel regime di Trump sono evidenti, così da approfondire il loro ruolo di forza altamente autonoma che determina le agende strategiche statunitensi.

In questo documento discuteremo i vantaggi che l’elite militare sta accumulando grazie all’agenda di guerra e in base alle ragioni per cui i ‘generali’ sono stati in grado di imporre la loro definizione delle realtà internazionali. Discuteremo l’ascesa del militare sul regime civile di Trump, come conseguenza dell’incessante logoramento della sua presidenza da parte dell’opposizione politica.

Il preludio alla militarizzazione: la strategia multi-guerre di Obama e le sue conseguenze

Il ruolo centrale dei militari nel decidere la politica estera statunitense ha le sue radici nelle decisioni strategiche adottate durante la Presidenza Obama-Clinton. Diverse politiche sono state decisive nell’accumulazione di un potere militare-politico senza precedenti.

  1. Il massiccio aumento delle truppe statunitensi in Afghanistan e i loro successivi fallimenti e ritiro hanno indebolito il regime Obama-Clinton e aumentato l’animosità tra l’esercito e l’amministrazione di Obama. Come risultato dei suoi fallimenti, Obama ha squalificato il settore militare e ha indebolito l’autorità presidenziale.
  2. Il massiccio bombardamento e distruzione della Libia da parte degli Stati Uniti, il rovesciamento del governo di Gheddafi e il fallimento dell’amministrazione Obama-Clinton nell’imporre un regime fantoccio, ha sottolineato le limitazioni del potere aeronautico statunitense l’
    inefficacia dell’intervento politico-militare statunitense. La Presidenza si è impantanata nella sua politica estera nel Nord Africa e ha dimostrato la sua inettitudine militare.
  3. L’invasione della Siria da parte di mercenari e terroristi ha coinvolto gli Stati Uniti con alleati inaffidabili in una guerra perdente. Ciò ha portato ad una riduzione del bilancio militare e ha incoraggiato i Generali a vedere nel controllo diretto delle guerre d’oltremare e della politica estera l’unica garanzia delle loro posizioni.
  4. L’intervento militare statunitense in Iraq è stato solo un fattore secondario nella sconfitta dell’ISIS; i principali attori e beneficiari sono stati l’Iran e le milizie sciite alleate degli Iracheni.
  5. Il colpo di stato e la presa del potere in Ucraina architettata da Obama-Clinton ha portato al potere a Kiev una giunta militare corrotta e incompetente e ha provocato la secessione della Crimea (verso l’unione con la Russia) e dell’Ucraina orientale (alleata della Russia). I Generali sono stati messi da parte e si sono trovati legati ai cleptocrati ucraini, mentre aumentavano pericolosamente le tensioni politiche con la Russia. Il regime di Obama ha dettato sanzioni economiche contro Mosca, progettate per compensare i loro vergognosi fallimenti politico-militari.

L’eredità Obama-Clinton

L’eredità Obama-Clinton che si trova a fronteggiare Trump è stata costruita attorno a uno sgabello a tre zampe: un ordine internazionale basato sull’aggressione militare e sul confronto con la Russia; un ‘pivot to Asia’, definito come accerchiamento militare e isolamento economico della Cina – attraverso le minacce belliche e le sanzioni economiche contro la Corea del Nord; l’uso dei militari come guardie pretoriane degli accordi di libero scambio in Asia escludenti la Cina. L’eredità di Obama è costituita da un ordine internazionale basato sul capitale globalizzato e su molteplici guerre. La continuità dell’’eredità gloriosa’ di Obama inizialmente dipendeva dall’elezione di Hillary Clinton. La campagna presidenziale di Donald Trump, da parte sua, ha promesso di smantellare o drasticamente rivedere la dottrina di Obama di un ordine internazionale basato su molteplici guerre, sulla costruzione di una ‘nazione’ neo-coloniale e sul libero commercio. Un furioso Obama ha ‘informato’ (minacciato) il neo- eletto presidente Trump che avrebbe affrontato l’ostilità combinata dell’intero apparato statale, di Wall Street e dei mass media, se avesse perseguito la sua promessa elettorale di nazionalismo economico e quindi minato l’ordine globale incentrato sugli Stati Uniti. L’offerta di Trump di passare dalle sanzioni di Obama e dal confronto militare
alla riconciliazione economica con la Russia è stata contro-bilanciata da un nido di vespe di accusatori riguardo a una cospirazione elettorale Trump-Russia, oscuramente suggerendo tradimenti e istigando processi mediatici contro i suoi stretti alleati e persino i membri della sua famiglia. La fabbricazione di una trama Trump-Russia è stato solo il primo passo verso una guerra totale nei confronti del nuovo Presidente, ma è riuscita a sconvolgere il nazionalismo economico dell’agenda di Trump e i suoi sforzi per cambiare l’ordine globale di Obama.

Trump di fronte all’ordine internazionale di Obama

Durante i primi 8 mesi in carica, il Presidente Trump ha avuto a che fare senza rimedio coi licenziamenti, le dimissioni e l’umiliazione di praticamente tutti i suoi funzionari  civili, in particolare di coloro che si erano impegnati a invertire l’ordine internazionale di Obama. Trump è stato eletto per sostituire le guerre, le sanzioni e gli interventi con trattati economici vantaggiosi per la classe lavoratrice e la classe media americana. Ciò avrebbe incluso ritirare i militari dalle loro missioni a lungo termine volte alla ‘creazione di nazioni’ (occupazione) in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e altre zone di guerra infinite individuate da Obama.

Le priorità militari di Trump

Le priorità militari di Trump dovevano concentrarsi sul rafforzamento delle frontiere domestiche e dei mercati d’oltremare. Ha cominciato chiedendo ai partner della NATO di pagare per le proprie responsabilità di difesa militare. I globalisti di Obama in entrambi i partiti politici sono stati sconvolti dal fatto che gli Stati Uniti potessero perdere il loro controllo decisivo della NATO; si sono uniti e si sono mossi immediatamente per strappare a Trump i suoi alleati economici nazionalisti e i loro programmi. Trump ha capitolato rapidamente e si è conformato all’ordine internazionale di Obama, tranne per una sola condizione – avrebbe scelto il Gabinetto per implementare il vecchio/nuovo ordine internazionale. Un Trump sconvolto ha nominato una coorte militare di Generali, guidata dal generale James Mattis (famigeratamente soprannominato ‘Mad Dog’) come Segretario alla Difesa. I Generali hanno effettivamente preso la presidenza in ostaggio. Trump ha abdicato al suo ruolo di presidente.

Il Generale Mattis: la militarizzazione dell’America

Il generale Mattis ha assunto l’eredità della militarizzazione globale e ha aggiunto le sue proprie sfumature, tra cui la ‘guerra psicologica’ integrata dalle eiaculazioni emotive di Trump su ‘Twitter’. La ‘Dottrina Mattis’ combinava minacce ad alto rischio  con provocazioni aggressive, portando gli Stati Uniti (e il mondo) all’orlo della guerra nucleare. Il generale Mattis ha adottato gli obiettivi e i campi delle operazioni, definiti dalla precedente amministrazione Obama, in quanto ha cercato di rinforzare l’ordine internazionale imperialista esistente. Le politiche della giunta si sono basate su provocazioni e minacce contro la Russia, con sanzioni economiche estese. Mattis ha gettato ancora più combustibile sui mass media americani già istericamente infiammate contro la Russia. Il generale ha promosso una strategia violenza diplomatica di bassa intensità, compreso il sequestro senza precedenti, l’invasione degli uffici diplomatici russi e l’espulsione in breve tempo di diplomatici e personale consolare. Queste minacce militari e atti di intimidazione diplomatica hanno significato che l’Amministrazione dei Generali sotto il Presidente-Fantoccio Trump si è resa pronta a rompere le relazioni diplomatiche con un potere nucleare mondiale e in effetti a spingere il mondo al confronto nucleare diretto. Quello che Mattis cerca con questi attacchi di aggressività non è niente di meno che la capitolazione da parte del governo russo per quanto riguarda vecchi obiettivi militari statunitensi – vale a dire la ripartizione della Siria (che è iniziata sotto Obama), le severe sanzioni per affamare la Corea del Nord (iniziata sotto la Clinton) e il disarmo dell’Iran (principale obiettivo di Tel Aviv), in vista del suo smembramento. La giunta Mattis che ha occupato la Casa Bianca di Trump ha aumentato le sue minacce alla Corea del Nord, che (nelle parole di Vladimir Putin) ‘preferisce mangiare erba che disarmare’. I megafoni dei mass media americani hanno rappresentato le vittime nordcoreane delle sanzioni e provocazioni statunitensi come una minaccia ‘esistenziale’ alla terraferma americana. Le sanzioni si sono intensificate. È stato intensificato il posizionamento di armi nucleari in Corea del Sud. Massicce esercitazioni militari congiunte sono state pianificate e sono in corso nell’aria, nel mare e sulla terraferma, intorno alla Corea del Nord. Mattis ha piegato il braccio ai Cinesi (principalmente burcorati legati al business e alle attività speculative) e ha assicurato il voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’aumento delle sanzioni. La Russia si è unita al coro anti-Pyongyang, guidato da Mattis, sebbene Putin abbia avvertito sull’inefficacia delle sanzioni! (Come se il Generale ‘Mad Dog‘ Mattis potesse mai accettare seriamente il consiglio di Putin, soprattutto dopo che la Russia aveva votato per le sanzioni!) Mattis ha militarizzato ulteriormente il Golfo Persico, seguendo la politica obamiana di sanzioni parziali e provocazioni belliche contro l’Iran. Quando ha lavorato per Obama, Mattis ha aumentato le spedizioni statunitensi ai terroristi siriani filo-americani e ai fantocci ucraini, assicurando che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di sconfiggere qualsiasi ‘accordo negoziato’.

La militarizzazione: una valutazione

Il ricorso di Trump ai ‘suoi Generali‘ dovrebbe contrastare qualsiasi attacco da parte demembri del proprio partito e dei Democratici nel Congresso riguardo la sua politica estera. La nomina di ‘Mad Dog‘ Mattis, noto russofobo e guerrafondaio, da parte di Trump, ha un po’ pacificato l’opposizione nel Congresso e sottomesso ogni ‘scoperta’ di una cospirazione elettorale tra Trump e Mosca ipotizzata dall’Investigatore Speciale Robert Mueller. Trump mantiene un ruolo come presidente nominale, adattandosi a quello che Obama lo ha avvertito essere ‘il loro ordine internazionale’ – ora diretto da una giunta militare non eletta composta da sostenitori di Obama! I Generali forniscono una parvenza di legittimità al regime di Trump (specialmente di fronte ai guerrafondai democratici di Obama e ai mass media). Tuttavia, consegnare i poteri presidenziali a ‘Mad Dog‘ Mattis e alla sua coorte comporterà un pesante prezzo. Mentre la giunta militare può proteggere il fianco a Trump nella sua politica estera, non fa
diminuire gli attacchi alla sua agenda nazionale. Inoltre, il bilancio proposto da Trump nel compromesso con i democratici ha infuriato i leader del suo partito.

In sintesi, sotto un indebolito Presidente Trump, la militarizzazione della Casa Bianca beneficia la giunta militare e allarga il suo potere. Il programma di ‘Mad Dog‘ Mattis ha avuto risultati misti, almeno nella fase iniziale: le minacce della giunta di lanciare un attacco preventivo (forse nucleare) contro il Nord Corea hanno rafforzato l’impegno di Pyongyang a sviluppare e raffinare le sue capacità balistiche missilistiche di medio raggio e l’armamentario nucleare. Il bullismo non è riuscito a intimidire il Nord Corea.

Mattis non può imporre la dottrina Clinton-Bush-Obama del disarmo di sofisticati sistemi d’arma difensiva, come in Libia e in Iraq, come preludio a un’invasione statunitense, finalizzata a un ‘ cambio di regime’. Ogni attacco USA contro il Nord Corea porterà a serie risposte di rappresaglia con costi di decine di migliaia di vite di soldati USA e uccisione o  ferimento di milioni di civili in Sud Corea e in  Giappone.

Per lo più, ‘Mad Dog’ è riuscito a intimidire gli ufficiali cinesi e russi (e i loro compagni esportatori miliardari) affinché acconsentissero a sempre più sanzioni economiche contro il Nord Corea. Mattis e i suoi alleati all’ONU e alla Casa Bianca, il lugubre Nikki Hailey e un ridimensionato Presidente Trump, possono  ringhiare  guerra – ma non possono applicare la così detta  ‘opzione militare’, senza minacciare le forze militari USA di stanza in giro per la regione Asiatico-Pacifica. L’aggressione di Mad Dog Mattis verso l’Ambasciata russa non ha indebolito praticamente la Russia, ma ha rivelato l’inutilità della dilomazia conciliante di Mosca nei confronti dei cosiddetti ‘partners’ nel regime di Trump. Il risultato finale potrebbe portare a una rottura formale dei rapporti diplomatici, il che aumenterebbe il rischio di un confronto militare e una catastrofe nucleare globale.

La giunta militare sta facendo pressione sulla Cina contro il Nord Corea allo scopo di isolare il regime al governo a Pyongyang e aumentare l’accerchiamento militare da parte USA di Pechino. Mad Dog è riuscito parzialmente a mettere la Cina contro il Nord Corea, mentre consolidava le sue sofisticate istallazioni anti-missile THADD in Sud Corea, che saranno puntate contro Pechino. Queste sono, sul breve termine, le vittorie di Mattis sugli eccessivamente accondiscendenti burocrati
cinesi.

Comunque, se Mad Dog intensifica le minacce dirette contro la Cina, Pechino può in rappresaglia scaricare decine di miliardi di dollari del debito pubblico USA, rescindere patti commerciali, seminare il caos nell’economia USA e mettere Wall Street contro il Pentagono. La strategia di Mad Dog, specialmente in Afghanistan e nel Medio Oriente,
non intimidirà l’Iran né porterà a nuovi successi militari. Essa comporta costi elevati e scarsi benefici, come Obama ha realizzato dopo quasi un decennio di sconfitte, fiaschi e perdite di miliardi di dollari.

Conclusione

La militarizzazione della politica estera USA, l’insediamento di una giunta dentro l’Amministrazione Trump, e il ricorso alla minaccia nucleare non ha cambiato l’equilibrio globale  del potere. All’interno, la Presidenza nominale di Trump si appoggia ai militaristi, come il Generale Mattis. Mattis ha rafforzato il controllo USA sugli alleati NATO, e anche ricondotto al guinzaglio cani europei sciolti, come la Svezia, affinché partecipassero alla crociata militare contro la Russia. Mattis si è avvalso della propensione dei media per i titoli bellicosi e la sua adulazione di generali a quattro stelle.

Ma, nonostante tutto,  il Nord Corea rimane indomato, perché può praticare la rappresaglia. La Russia ha migliaia di armi nucleari e rimane un contrappeso a un pianeta dominato dagli USA. La Cina detiene il debito pubblico USA e appare imperturbabile, nonostante la presenza di una Flotta USA sempre più propensa allo scontro, che attraversa il Mare della Cina del Sud. Mad Dog cattura l’attenzione dei media, con giornalisti benvestiti, dalle mani scrupulosamente ben curate, che dipendono dalle sue truci dichiarazioni. Contrattisti di guerra lo corteggiano, come mosche su di una carogna. Il Generale a Quattro Stelle ‘Mad Dog’ Mattis ha raggiunto uno status presidentiale senza vincere nessuna elezione (truccata o meno). Senza dubbio, quando scenderà dal podio, Mattis sarà il più corteggiato consigliere d’amministrazione o consulente senior per mega-compagnie militari nella storia degli USA, ricevendo favolosi compensi per mezz’ora di ‘chiacchiere-spazzatura’ e assicurandosi ricche prebende nepotistiche per le prossime tre generazioni della sua famiglia. Mad Dog può anche candidarsi alle elezioni, come Senatore o persino Presidente per qualsiasi partito. La militarizzazione della politica estera USA fornisce alcune importanti lezioni: prima di tutto, l’escalation dalle minacce alla guerra non riesce a  disarmare avversari che possiedono la capacità di rispondere. L’intimidazione via sanzioni può riuscire a imporre significative sofferenze economiche su regimi dipendenti dall’importazione del petrolio, ma non su economie preparate alla lotta, autarchiche o altamente diversificate.

Le manovre belliche di bassa intensità e multi-laterali rafforzano le alleanze guidate dagli USA, ma esse convincono pure gli oppositori ad aumentare la loro preparazione militare. Le guerre intense di livello intermedio contro avversari non-nucleari possono portare alla presa delle capitali, come in Iraq, ma l’occupante fronteggia guerre d’attrito di lungo termine, che possono minare la morale militare, provocare problemi a casa e innalzare i deficits di bilancio. Ed esse creano milioni di rifugiati.

Lo scontro militare di alta intensità comporta elevati rischi di gravi perdite di vite, alleati, territorio e montagne di detriti atomici – una vittoria di Pirro!

Insomma: minacce e intimidazione riescono solo contro avversari concilianti. La violenza non-diplomatica verbale può elevare lo spirito del bullo e di alcuni suoi alleati, ma ha poche possibilità di convincere gli avversari a capitolare. La politica USA di militarizzazione globale estende oltremodo la presenza delle forze armate USA e non ha portato a nessuna vittoria militare permanente.

Ci sono voci tra i leader militari USA, quelli non confusi dalle proprie stelle e dai loro ammiratori idioti nei media USA, che potrebbero premere per una maggiore tolleranza globale e mutuo rispetto tra le nazioni? Il Congresso USA e i media corrottisono evidentemente incapaci di valutare i disastri passati, per non parlare dell’elaborare un’effettiva risposta alle nuove realtà globali.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

(VIDEO) El jalabolas

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Jueves 28 de septiembre de 2017

El jalabolas

Hace un par de días, en su mini columna de Ciudad CCS “El kiosco veraz”, el periodista, amigo y constituyente Earle Herrera se refirió a temas que pueden resultar escamosos si surgen en una conversación con algunos especímenes de la diversa fauna chavista, y que habían sido abordados poco antes por el mismísimo presidente Maduro: la corrupción y el jalabolismo. Earle lo hizo en los siguientes términos: “El presidente Maduro llamó a luchar contra los corruptos y a apartar a los jalabolas. Entre ambos sujetos no sé cuál le hace más daño a las revoluciones. El primero devasta los recursos públicos, el segundo la moral, aunque no se coja medio. Ignoro si todo corrupto es un jalabolas –debe serlo-, pero no me cabe duda de que todo jalabolas es un corruptor y, sobre todo, un corrompido. Con voluntad y leyes inexorables se combate al primero. El segundo es impermeable”. En efecto, el Presidente se había pronunciado contra los corruptos y exigido “apartar” a los jalabolas, como refiere el conocido periodista: “Tenemos que ir a una batalla inclemente contra ellos. Hay que hacer una gran revolución ética, política, moral, más allá de la palabra, más allá de la denuncia”.

El origen del término “jalabolas” es objeto de discusión, aunque todos entre quienes lo debaten coinciden en que no tiene nada que ver con los testículos del hombre.

La versión más aceptada es la que sugiere que el vocablo, muy criollo, proviene de las cárceles de Juan Vicente Gómez, cuando los presos eran encadenados a pesadas bolas de hierro, a la usanza de otras prisiones del mundo, que dificultarían cualquier intento de huida. Resulta que había quienes, por dinero u otras prebendas, solían cargar las pesadas bolas férreas de otros presos. Del mismo origen es la expresión “echarse las bolas al hombro”. Con el tiempo, la acepción de “jalabolas” se hizo sinónimo de lisonjero o adulador.

En Venezuela se usa también la voz “jalamecate”, que es anterior a la de “jalabolas”, y que se deriva de quienes mecían las hamacas de los poderosos halando de los mecates que las sostenían.

En todo caso, todo el mundo en Venezuela sabe lo que significa “jalabolas”. Uno de los problemas de los corruptos y los jalabolas es que nunca reconocerán públicamente su condición, más bien harán de todo para ocultarla. El jalabolas suele disfrazar su vicio confundiéndolo, ex profeso, con lealtad, respeto o admiración. Tanto la corrupción como el jalabolismo actúan en los escenarios del poder. Que sepamos, el único jalabolas que se ha reconocido como tal es el personaje de ficción de un célebre joropo que estuvo en boga hace unos pocos años y que se titulaba, precisamente, “Yo sí soy un jalabolas”.

En el blog “Lecturas, yantares y otros placeres”, se lee que “… el arte de jalar, como la mentira, como la envidia, es una baja pasión humana. Pero la naturaleza es tan extraña y contradictoria que en el mundo entero todo jalador termina premiado aunque luego la sociedad lo desprecie”. La frase es interesante, ya veremos por qué.

Nosotros, desde hace muchos años, hemos sido críticos duros y constantes del jalabolismo en el chavismo, vicio más frecuente de lo que se cree, y que se manifiesta de variadas maneras. Hay el jalabolas más o menos nítido, un personaje bastante nauseabundo, capaz, por jalar, de vender hasta a su propia madre. También el taimado, que actúa con inteligencia y disimulo. Un típico caso como este último es el del jalabolas pegajoso. Invitado a actos públicos o coleados en los mismos, buscan la manera, con especial don, de pegarse a los poderosos. Tratan de agradarles, de interesarles, de hacerse popular entre ellos, y así sacar ventajas. Para estos sujetos, el poderoso es un verdadero imán, al que debe arrimarse para poder jalarle a placer.

Conocimos uno de esta especie que era delatado por su lenguaje corporal. Apenas veía a un ministro, presidente de institución, jefe de una empresa del Estado, diputado y afines, no solo se le acercaba, sino que ensayaba el gesto, imperceptible para la mayoría, de inclinar su cuerpo hacia él, demostrando interés u obsecuencia. Hay el jalabolas comunicacional, ducho en jalar por prensa, radio, televisión y redes digitales.

En realidad, todo jalabolas existe en la medida en que hay a quien jalarle.

Lamentablemente, es muy común que al poderoso le guste la adulación, en la misma medida en que se muestra refractario a la crítica. En general, el Poder es un campo fértil para el jalabolas.

Nosotros siempre hemos dicho que para el revolucionario la crítica no es un derecho, sino un deber. Pero las voces críticas a menudo son las menos escuchadas. El crítico es una piedra en el zapato del poderoso. Eso nos exime de algunos privilegios que de todas maneras nos importan muy poco: cargos, fama, frecuentes viajes y hasta bienes materiales. Lo malo es que el crítico leal solo puede ayudar si le paran bolas, así no jale bolas. El jalabolas no ayuda, todo lo contrario, alcahuetea el error y, por ende, lo prolonga.

Tiene razón Earle cuando plantea que al corrupto se le puede combatir con voluntad y leyes, pero que el jalabolas es impermeable, ya que el jalabolismo es fácil de detectar pero muy difícil de comprobar. Por supuesto, contra ese vicio no puede nada la Constituyente.

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¿Quiénes son las y los 545 Constituyentes de la ANC?

por Ciro Brescia

Estas líneas son para compartir reflexiónes y sugerencias que pueden ser de contribución al debate y sobretodo a la acción de la ANC. 
Y disculpen por el “itagnol”. 

Hasta ahora por ningún lado hemos podido encontrar el listado unitario y completo de todas y todos las y los 545 Diputadas Voceras y Diputados Voceros Constituyentes. Solo hemos podido leer unos 300 y pico nombres. Y esto lo hemos logrado haciendo un esfuerzo de búsqueda. Lo hemos preguntado también a decenas y decenas de camaradas, incluso a unas y unos Voceras y Voceros Constituyentes, pero ninguno hasta ahora nos pudo responder de manera satisfactoria. 

Algunas y algunos además dieron “la callada por respuesta” para utilizar una expresión muy frecuente que utiliza una compañera nuesta, la periodista venezolana en el Estado Español, Diana Carbajal Kherkof que, acordamos, está constantemente bajo amenaza franquista y fascista, y no es la única allá, para ser entre las no muchas venezolanas, ni menos venezolanos, en el país ibérico en dar la cara publicamente a favor de la Revolución Bolivariana.

Pienso que se tiene el deber de empezar por el ABC, por las cosas fundamentales y más sencillas. No puede ser que sea tan dificil encontrar los nombres de las Voceras y los Voceros del Pueblo que fueron electas y electos; estas son informaciones que tienen que ser universales y notorias, y cualquier pendejo como yo tiene que tener la posibilidad de encontrar con facilidad quien son los padres y las madres constituyentes, Voceras y Voceros del Pueblo, las y los que tienen que elaborar la segunda Constitución Bolivariana después de la “Pionera”, con contenido socialista, por lo meno con contenido más avanzado.

Mi propuesta es, y me imagino que por cierto alguna otra o algún otro camarada lo pensó también, y no solo yo desde Italia, que se monte una plataforma informática de la ANC con el listado completo de los perfiles de las y los 545 que fueron electas y electos, a través de la cual quien quiera pueda contactarlas y contactarlos, y siendo Voceras y Voceros del pueblo esto es indispensable que sean universalmente todas y todos conocidas y conocidos. Porque al parecer todavía no hay ni tampoco ningún canal digital oficial organizado de la ANC. O por lo meno yo, repito, ni tampoco muchas y muchos otros camaradas no lo hemos encontrado por ningún lado y el listado completo de las Voceras y los Voceros Constituyentes está como desaparecido.

Esto es fundamental para dar seguimiento y piso a lo que el Obrero Presidente Maduro mismo pidió publicamente en varias oportunidas: 

“La candidata electa y el candidato electo Constituyente será el Vocero del Poder Popular en la ANC, esto quiere decir escuchar el clamor, las propuestas, entre otros, del pueblo y servir de canal para exponerlas en las sesiones de la Asamblea, no toma decisiones arbitrarias solo acata el mandato del pueblo sin darle madrugonazos al Originario, aquellas y aquellos otras y otros candidatas no electas y candidatos no electos se formarán como comités de profesionales y técnicos asesores de la y del Constituyente electa y electo y a la vez se encargarán de recoger a través de Asambleas en las Comunidades esas propuestas en cada sector a través de los Comités de Constituyentes Comunales. Estos estarán formados en su mayoría por cuadros reconocidos de amplia moral y disciplina revolucionaria entre dirigentes de base. Las propuestas deberán ser sistematizadas y entregadas a la Vocera o Vocero Constituyente para ser debatidas en el seno de la Asamblea. No quiero otro asesor que el pueblo, no quiero que el pueblo sea excluido, quiero máxima participación popular, quiero ver esos debates en la calle, no quiero ver se apoderen las instituciones de estos debates, no quiero que todas las propuestas se emanen de esos técnicos metidos en cuatro paredes que nunca han visto la calle y menos ido a un barrio, quiero máxima celeridad a lo que pido, Constituyente que no le guste no se hubiese postulado, será tomado como traidor del pueblo y puede irse por donde quiera. No quiero oportunistas, quien vea esta situación que se me informe de inmediato porque no podemos traicionar al pueblo que confió en nosotras y nosotros. Yo entrego mi cargo a la soberana ANC y que ella disponga de las y los demás Constituyentes. Ellas y ellos se deben al pueblo y a él les rendirán cuentas”.

Me imagino que tenga que existir una Comisión Constituyente de la Comunicación, que seria bueno que tenga una sub-comisión informática. 

Podría además sugerir que se involucren camaradas como Luigino Bracci Roa, para que no sigan repitiendose cosas decepcionantes como lo que el mismo Luigino denunció en el 2011 donde “Miles de videos y noticias fueron eliminados del sitio web de VTV tras su ‘remodelación’”: https://www.aporrea.org/tecno/a124952.html

Un par de meses atrás “remodelaron” el sitio del mppre y esta vez también desaparecieron todas las noticias anteriores a la fecha de la remodelación sobre las inumerables actividades hechas en años de trabajo de las misiones diplomaticas y consulares al exterior. Y más allá de las actividades de apoyo a la Revolución Bolivariana desarrolladas por los movimientos sociales internacionales y de la solidaridad. Como se puede con facilidad averiguar entrando en el sitio mismo: http://mppre.gob.ve/.

Y si el problema es un asunto que fueron hakeadas las cuentas y los sitios y “robadas” las noticias, bueno, como repetia siempre el Comandante Chávez: “Guerra avisada no mata soldado y si lo mata es por descuidado”. Desde una decada se advierte por especialistas e intelectuales que esto iba a pasar, y que también por esto es de gran ayuda el “open source”, el softwere libre.  

Y en fin, llama la atención también, que aún después de la “remodelación” del sitio del mppre, primero se publica un interesante comunicado de solidaridad y apoyo a la ANC, que va más alla de las faciles proclamas de circunstancia, a lo que estamos hasta hartos (miles y miles de comunicados que repiten más de lo mismo) y al fin, cuando se encuentra algo que hace pensar en profundidad, después alguien quizás lo manda a quitar, como en el caso del comunicado del (nuevo)Partido comunista italiano: http://mppre.gob.ve/?p=11661*, como se puede averiguar aqui en el enlace. 

Si queremos avanzar en esta larga marcha, no hay otra manera de hacerlo que empezando dando los primeros pasos, aquellos útiles y veraces, más allá del pantellarismo como disfraz de la indolencia, a lo que la derecha, tanto la esogena como la endogena, queiren que nos acostumbramos de manera definitiva, y esto no podemos permitirlo.

El Obrero Presidente Nicolás Maduro Moros nos está pidiendo, cada día más, y de manera más tajante y firme, que acabamos con el “jalabolismo”, con las adulaciones, con la tolerancia hacia cualquier forma de corupción moral y económica. Y además tenemos que agregar a esto que él lo hizo en un encuentro internacional frente a delegadas y delegados solidarias y solidarios de decenas de países de los cinco continentes; entonces tenemos que interpretar este llamado no solo como un llamado a las y los Venezolanas y Venezolanos, tenemos el deber revolucionario e internacionalista de acatarlo según la lógica de la democracia protagónica y partecipativa que nos enseña la misma Revolución Bolivariana.

Nosotras y nosotros solidarias y solidarios con el pueblo venezuelano y de la Patria Grande Latinoamericana acatamos desde nuestra trinchera, y lo sentimos como un deber moral, antes que político, los lineamientos del mandatario venezolano. Estos lineamientos nos dicen que tenemos que tomar la iniciativa popular organizada para satisfacer nuestras necesidades y realizar nuestros sueños de justicia, liberación para el mundo y paz entre los pueblos, y no quedarnos de brazos cruzados esperando que alguien nos diga que tenemos que hacer o no hacer.

Desde la trinchera que nos toque en cada país a nosotras y nosotros revolucionarias y revolucionarios del mundo, nuestra principal tarea y fundamental deber es hacer la Revolución.     

¡Nunca es demasiado tarde!

Saludos desde Nápoles Italia,

Ciro Brescia

* el original que fue quitado del sitio del Mppre: http://www.nuovopci.it/eile/sp/com2017/com_01.08.2017.html

(VIDEO) Granato: «La Revolución en nuestro país es la tarea»

Giuliano Granato: «Hacer la Revolución en nuestro país es nuestra primera tarea».

 

El discurso de Trump (y IV)

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Martes 26 de septiembre de 2017

El discurso de Trump (y IV)

Hoy terminaremos con esta serie de Análisis en los que hemos intentado adelantar una consideración integral del discurso pronunciado por Donald Trump el pasado 19 de septiembre en la ONU. Antes de abordar esta última entrega, queremos ensayar un resumen de los aspectos principales que hemos destacado de este discurso que hemos definido como estratégico e histórico, expresión de la contraofensiva imperialista frente a la crisis global y estructural del capitalismo en la cual se profundiza cada vez más su pérdida de la iniciativa política y su dominio económico mundial, es decir su hegemonía planetaria, que lo enfrenta a la rebelión de los pueblos y de las naciones soberanas, y al surgimiento de un mundo multipolar y sumido en múltiples contradicciones de diversa índole.

Ese resumen se tiene que iniciar con la amenaza militar de Trump contra el mundo, con la ostentación de su poderío armado, que sigue siendo claramente superior al de cualquier otro país. Es la única arma que le queda realmente para el chantaje generalizado a otras naciones. La reacción de Venezuela ante las recientes sanciones económicas, fundamentada, entre otras cosas, en la vulnerabilidad del dólar como moneda mundial y en las alianzas que han desarrollado potencias como Rusia y China por doquier, y que abren opciones para la defensa de países agredidos por la prepotencia imperial, demuestra que los países agredidos están en capacidad de emular a Cuba, que ha resistido por décadas el bloqueo económico imperialista.


A la amenaza militar sigue la definición del enemigo: terroristas, extremistas y regímenes criminales. Al menos en una de esas categorías entran todos aquellos gobiernos que no aceptan la tutela esclavizadora del imperialismo. Con ellas se ha sustituido al enemigo durante la guerra fría, el comunismo, aunque ya veremos que de algún modo ese espectro está de vuelta.


Otro aspecto fundamental del discurso es el llamado de atención a sus aliados, el más importante destinatario de sus palabras, conminándolos a la acción: o estás conmigo o estás contra mí, no hay medias tintas. Para la defensa del estilo de vida “occidental” decadente y de la hegemonía del Imperio, Trump divide las aguas y exige lealtades para encarar la lucha de clases mundial en desarrollo.


Trump convoca a la globalización de la guerra mundial en defensa de la burguesía acechada por los pueblos en rebeldía. La estrategia de Trump es defensiva, para ello reivindica un supuesto carácter épico de sus agresiones en la Historia.  Se trata de una contraofensiva contra sus “enemigos” en el mundo, inspirada en la nostalgia por un pasado “glorioso”. Trump muestra conciencia de sus vulnerabilidades económicas y políticas, y lanza un SOS a sus aliados y les urge a involucrarse más en la tarea.


Hecho este apretado resumen, aterricemos en la última consideración que haremos del discurso histórico del presidente yanqui. Por primera vez en mucho tiempo, Estados Unidos resucita de manera explícita al enemigo profundo, el coco que enarboló por tanto tiempo y que ahora, en esta época en la que vivimos, ha sido rescatado por un ser “inferior”, que según el extremismo racista, ha debido comportarse como un subordinado y no como un alzado. El coco se llama socialismo y su nuevo demiurgo es Hugo Chávez.


Trump intenta disimular su temor al “fantasma que recorre el mundo” desde que Marx y Engels sembraron el concepto del socialismo dialéctico, e imprimirle una impronta meramente pragmática a su cruzada: “Queremos armonía y amistad, no conflictos y luchas. Nos guiamos por los resultados, no por la ideología. Tenemos una política de realismo de principios, arraigada en objetivos, intereses y valores compartidos”. Pero le es imposible esquivar el tema ideológico, que es el meollo de la actual guerra histórica que se manifiesta en la lucha de clases mundial: el enfrentamiento decisivo entre el capitalismo y el socialismo.


En ese sentido, Trump coloca en el centro de su odio clasista a Venezuela: “El problema en Venezuela no es que el socialismo haya sido mal implementado, sino que el socialismo ha sido implementado cabalmente. Desde la Unión Soviética pasando por Cuba y hasta Venezuela, dondequiera que se haya adoptado el verdadero socialismo o comunismo, este ha producido angustia, devastación y fracaso. Aquellos que predican los principios de estas ideologías desacreditadas sólo contribuyen al sufrimiento continuo de las personas que viven bajo estos crueles sistemas”. Bien, como debe ser, el río vuelve a su cauce mientras se aclaran las aguas. Ya sabemos, a fin de cuentas, quien es el enemigo entre los enemigos: la revolución sistémica, el socialismo, la luz al final del túnel que revivió y proyectó el gran Gigante de fines del siglo XX y comienzos del siglo XXI, Hugo Chávez.


Nosotros queremos terminar esta serie parafraseando a Donald Trump: Los revolucionarios queremos armonía y amistad, no conflictos y luchas. Debemos guiamos por los resultados, pero sobre todo por la ideología. Tenemos una política de realismo de principios, arraigada en objetivos, intereses y valores que no compartimos con el “Big brother”: los de la Revolución antiimperialista y socialista. En eso andamos, por eso luchamos.

El discurso de Trump (III)

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Lunes 25 de septembre de 2017

discurso de Trump (III)

Hoy vamos con la tercera entrega del análisis del discurso que pronunciara Donald Trump el 19 de septiembre en la ONU. Para nosotros es imprescindible la consideración integral de sus palabras -se trata del líder fundamental actual del imperialismo, el principal enemigo contemporáneo de la Humanidad-, y no solo de las amenazas que lanzó contra Venezuela, que son más bien reiterativas.

Algunos analistas de la derecha no han dejado de ponderar el carácter histórico del discurso de marras, visión que nosotros compartimos, por lo cual le asignamos especial relevancia. Según Stephen Collinson, analista de CNN, el discurso “contenía tanto sustancia como grandilocuencia… el discurso del martes de Trump puede ser visto como un momento histórico en su presidencia”. Y para Gerardo Lissardy, de BBC Mundo, fue “un discurso pulido y revisado, sin posibilidades de preguntarse si se salió del libreto como muchos hicieron cuando habló de ‘fuego y furia’”. Así lo hemos considerado desde nuestra primera lectura.

La estrategia de Trump, a pesar del tono amenazante -o acaso precisamente por ello el uso de tal tono- es defensiva. En un momento de grandes dificultades para Estados Unidos y su imperio, pretende aplicar la máxima de que la mejor defensa es el ataque, aunque se vea obligado a replantear las formas de ese contraataque defensivo.

En ese sentido, trata de recomponer el posicionamiento del imperialismo infundiéndole carácter heroico a sus incursiones en el mundo: “Estados Unidos hace más que hablar por los valores expresados en la Carta de las Naciones Unidas. Nuestros ciudadanos han pagado un alto precio para defender nuestra libertad y la libertad de muchas naciones representadas en esta gran sala. La devoción de Estados Unidos se mide en los campos de batalla donde nuestros hombres y mujeres jóvenes han luchado y se han sacrificado, junto a nuestros aliados, desde las playas de Europa a los desiertos del Medio Oriente y a las selvas de Asia”.

Esta imagen épica de las agresiones imperialistas es útil al planteamiento global de la contraofensiva imperial, que es presentado ante sus aliados sin cortapisas: “Debemos proteger nuestras naciones, sus intereses y sus futuros. Debemos rechazar las amenazas a la soberanía, desde Ucrania hasta el Mar de China Meridional.

Debemos defendernos respecto a la ley, respecto de las fronteras y respecto a la cultura, y el compromiso pacífico que esto permite. Y tal como lo pretendían los fundadores de esta organización, debemos trabajar juntos y confrontar juntos a aquellos que nos amenazan con el caos, la agitación y el terror”.

El “caos”, la “agitación” y el “terror” deben ser claramente identificados, señalados y aislados, según la visión estratégica que presenta Donald Trump: “El flagelo de nuestro planeta hoy es un pequeño grupo de regímenes deshonestos que violan todos los principios en los que se basa la ONU. No respetan ni a sus propios ciudadanos ni los derechos soberanos de sus países”. A ese supuesto puñado de forajidos, el sheriff propone enfrentarlo con el frente de los “justos” y urge a su conformación y activación: “Si los muchos justos no se enfrentan a los pocos perversos, entonces el mal triunfará. Cuando las personas decentes y las naciones se convierten en espectadores de la historia, las fuerzas de la destrucción sólo reúnen poder y fortaleza”.

Al mostrar conciencia de las notables vulnerabilidades económicas y políticas que le imprime la crisis estructural global del capitalismo a Estados Unidos, y más allá de su prepotencia, el Imperio lanza un SOS a sus aliados y les pide involucrarse aun más en las tareas que propone: “El pueblo estadounidense espera que pronto las Naciones Unidas puedan ser un defensor mucho más responsable y efectivo de la dignidad humana y la libertad en todo el mundo. Mientras tanto, creemos que ninguna nación debería tener que soportar una parte desproporcionada de la carga, militar o financiera. Las naciones del mundo deben asumir un papel más importante en la promoción de sociedades seguras y prósperas en sus propias regiones”.

El señalamiento de las Naciones Unidas como irresponsable ante la crisis, encierra también una amenaza. De alguna manera, Trump propone la disyuntiva de que sus aliados se sumen a su estrategia o se atengan a las consecuencias. El tono de “solo contra el mundo, si es necesario” da aun mayor sentido al hecho de que el discurso se iniciara con la ostentación del poderío militar de Estados Unidos. Lo que está diciendo el mandatario gringo es que tal estrategia habrá de cumplirse con o sin los demás, es una estrategia firme, considerada irrevocable por los factores extremistas del Imperio. Por supuesto, sus aliados conocen de las vulnerabilidades estadounidenses, de modo que Trump los conmina combinando esa amenaza con ruegos, exhortaciones, argumentos y justificaciones. De algún modo, es una relación tormentosa entre socios llenos cada uno de problemas, lo cual es un punto a favor de las naciones soberanas y los pueblos en lucha.

En ese mismo sentido, el discurso plantea una dura crítica a las “debilidades” de los aliados del Imperio, y los responsabiliza, al menos parcialmente, de los problemas de su propio país: “Durante demasiado tiempo, el pueblo estadounidense fue informado de que los grandes acuerdos comerciales multinacionales, los tribunales internacionales irresponsables y las poderosas burocracias mundiales eran la mejor manera de promover su éxito. Pero a medida que esas promesas fluían, millones de empleos desaparecieron y miles de fábricas desaparecieron. Otros jugaban al sistema y rompían sus reglas. Y nuestra gran clase media, que una vez que fue el fundamento de la prosperidad americana, fue olvidada y dejada atrás, pero ya no se les olvida y nunca más serán olvidadas”.

Como dijera Mao Zedong, y recordara recientemente Saúl Ortega en sesión de la Constituyente, el imperialismo es un tigre de papel. Un tigre, porque es fuerte, agresivo, peligroso. De papel, porque en el fondo y en la Historia es débil, vulnerable, frágil. Todo eso parecen comprenderlo Donald Trump y su entorno extremista, y actúan en consecuencia. “To be continued”.

Venezuela: contro chi lotta la Rivoluzione Bolivariana?

di Marco Teruggi – resumenlatinoamericano.org

Davanti a sé la rivoluzione ha un avversario politico nazionale in rotta: senza leadership popolare, con elezioni primarie tristi, solitarie e finali, partiti che sono fratelli coltelli, assenza di un discorso nazionale, dirigenti incoerenti castigati dalla loro base sociale, scene del ridicolo. Una destra tragicomica che non lascia luogo al riso a causa del suo bilancio di morte. Solo il tentativo insurrezionale di aprile-luglio ha lasciato 159 vittime, senza parlare delle forme di violenza, prediligendo il bruciare vive le persone, solo per il fatto di esser chaviste o povere.

Questo quadro è un’evidenza per tutti, in Venezuela e fuori. In primo luogo, per la stessa destra che ha incentrato la propria iniziativa nel viaggiare per l’Europa e gli Stati Uniti per ottenere – a volte la parola sembrerebbe essere “elemosinare” – appoggi diplomatici e più pesanti sanzioni economiche. I risultati stanno nelle fotografie con Angela Merkel, Enmanuel Macron, Mariano Rajoy, le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, e soprattutto l’offensiva pubblica statunitense, con il tour latinoamericano del vicepresidente e le dichiarazioni di Donald Trump.

L’ultimo avvenimento è stato il discorso di Trump davanti alla Nazioni Unite (ONU), in cui ha qualificato il Venezuela come “dittatura socialista” – inserito tra i “regimi piaghe del pianeta”, ha minacciato “più misure”, e ha fatto appello all’azione internazionale. “Più misure” significa dire attacchi, significa appesantire quelle che già sono state prese nel campo economico, che hanno come obiettivo assediare l’economia venezuelana, bloccarla e spingerla al fallimento.

Sanzioni significano anche la forza. Le dichiarazioni di Trump in merito alla possibilità dell’uso della forza militare contro il Venezuela datano poche settimane. Si è detto, non sarà un film di Capitan America o lo sbarco in Iraq – quanto meno è l’ipotesi più improbabile – ma esistono segnali che indicano che la variabile armata sia in marcia.

In primo luogo, per il quadro che si è prodotto all’interno, con lo sviluppo paramilitare, azioni violente come gli assalti alle caserme, bande di giovani addestrati agli scontri di strada e all’uso di armi artigianali e professionali. Quanta forza e che possibilità hanno nel campo di battaglia? Bisognerà verificarlo nel caso in cui quest’opzione venga attivata.

In secondo luogo, per movimenti come l’esercitazione militare “America Unita”, diretta dagli Stati Uniti, che avrà luogo alla frontiera tra Brasile, Colombia e Perù. Un attacco al Venezuela potrebbe venire dalla frontiera amazzonica meridionale, dalla frontiera andina – retroguardia e punto di avanzamento paramilitare – con la Colombia, dalla zona marittima settentrionale. L’evoluzione di queste possibilità, lontane eppure ogni volta più vicine, è relazionata ai negoziati e alle pressioni sui governi subordinati del continente. Prima delle dichiarazioni all’ONU, Trump si era riunito con i presidenti di Colombia, Brasile e Panama. La cospirazione non si nasconde.

Gli Stati Uniti hanno tutte le variabili sul tavolo. Possono attivarsi in base al corso degli eventi, alla necessità di influenzare il loro sviluppo – accelerarlo, ad esempio – alle condizioni e alle dispute interne ai fattori di potere dello stesso impero, e alle alleanze economiche, politiche e militari che potrà sviluppare Nicolás Maduro, in particolare con Russia e Cina.

Una cosa risulta chiara: la Rivoluzione lotta contro gli Stati Uniti e le grandi imprese petrolifere che operano nell’ombra. La battaglia del Venezuela è parte della disputa geopolitica globale.

*

“Se mi chiedete chi sia il nemico della pace e della sovranità del Venezuela, io vi dico Mister Trump, ma se chiedete chi sia il peggiore e più pericoloso nemico che ha il futuro del Venezuela, io vi dico il burocratismo, la corruzione, l’indolenza, i banditi e le bandite che hanno incarichi pubblici e non compiono il proprio dovere […], quelli che hanno incarichi pubblici e rubano al popolo, dobbiamo intraprendere una battaglia senza alcuna pietà contro di loro”.

Queste sono state le parole di Maduro nello stesso giorno in cui Trump ha parlato dinanzi all’ONU. Le ha pronunciate durante l’atto conclusivo della mobilitazione antimperialista realizzata a Caracas nella cornice del vertice di solidarietà internazionale. Sono state le più applaudite del suo discorso, un’evidenza – una in più – del fatto che la corruzione sia uno dei dibattiti più urgenti all’interno della Rivoluzione. Non è la prima volta che il presidente tocca la questione, era stata parte del suo discorso anche davanti all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) negli scorsi giorni.

Si tratta di un tema che inizia a prender spazio nel dibattito pubblico. È dovuto alla gravità del problema, ai tempi urgenti, alla sua complicità con la situazione di guerra/crisi economica, ai recenti episodi politici, in particolare con riferimento al caso della Fiscalía General. Non sembra possibile trovare soluzione al quadro attuale, economico e politico, senza attaccare la corruzione che sembra aver guadagnato terreno in maniera trasversale. È presente, ad esempio, nel potere giudiziario, nella Fascia Petrolifera dell’Orinoco, e nell’assegnazione delle valute per le importazioni.

Questi casi sono emersi dalle investigazioni aperte a partire dall’intervento della Fiscalía General. Il bilancio presentato sulla situazione da questo potere pubblico è che lì si è incistata una mafia per dieci anni. Vale a dire dal 2007, quando Hugo Chávez era presidente e le principali variabili della Rivoluzione erano in pieno sviluppo. Le radici della corruzione sono profonde e sono parte della spiegazione del perché, ad esempio, la produzione statale non raggiunge i suoi obiettivi, o perché non ci siano stati arresti nei tre mesi insurrezionali e ci sia stato bisogno di processi militari.

C’è di più: è uno dei punti di connessione tra il nemico esterno e il nemico interno. La strategia di attacco economico opera per creare e ampliare i fuochi di corruzione in aree e territori centrali dell’economia, per sabotare, frenare e far fallire. È il caso del petrolio, in cui l’obiettivo – in uno scenario di prezzi bassi che si mantiene dal 2014 – è far collassare l’industria attraverso la riduzione della produzione. Nel caso del Venezuela, in cui il petrolio garantisce circa il 95% delle entrate del paese, significherebbe soffocare ancor di più le possibilità economiche di importare e produrre.

Oggi questo è uno dei fronti principali della Rivoluzione. Con una battaglia complessa a causa delle ramificazioni che esistono all’interno dello Stato, per gli spazi di direzione, perché attaccare la corruzione significa produrre sommovimenti all’interno del processo che, già si sa, sono poi utilizzati dagli Stati Uniti, che benedicono e danno protezione a traditori e corrotti.

La conclusione è la simultaneità della battaglia: non si può combattere il fronte esterno e congelare la battaglia interna, che a sua volta è legata a quella esterna. La Rivoluzione si batte contro l’impero, la tradizione e la storia. Già lo diceva Chávez: non siamo davanti ad una passeggiata nel giardino delle rose.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato – intiyalhamuy@gmail.com]

Todos Somos Venezuela: Proclama de Caracas

 PROCLAMA DE CARACAS

Los y las representantes de las organizaciones políticas, sociales, religiosas, de trabajadores y trabajadoras; y las personalidades e intelectuales de 60 países del mundo que nos hemos reunido en Caracas, del 16 al 19 de septiembre de 2017, en el marco de la Jornada Mundial “Todos Somos Venezuela: Diálogo por la Paz, la Soberanía y la Democracia Bolivariana”; respaldamos firmemente al pueblo y al gobierno de Venezuela ante los ataques del imperialismo norteamericano, que día a día arrecia sus acciones de desestabilización contra la Patria Bolivariana; acciones que tienen su expresión más dramática en la violencia fascista desatada entre los meses de abril a julio del presente año, que dejó el lamentable saldo de 115 ciudadanos fallecidos, miles de heridos, destrozos generalizados y la agresión psicológica de la que fue objeto todo el pueblo venezolano.

Hoy, el imperialismo norteamericano asume la agresión política de manera directa en la persona del presidente de Estados Unidos, Donald Trump, quien además de amenazar con emplear sus fuerzas militares contra Venezuela, encabeza una acción de cerco diplomático pocas veces vista, desde la Organización de Estados Americanos (OEA), con la participación de algunos gobiernos del área, a objeto de socavar la fortaleza de la democracia bolivariana; al tiempo que, mediante una Orden Ejecutiva, oficializa la práctica del bloqueo financiero que ya venía aplicando “para asfixiar a la economía venezolana”.

La agresión imperialista contra la Revolución Bolivariana constituye una flagrante violación de la Proclama de América Latina y el Caribe como Zona de Paz, refrendada por los presidentes de todos los países de la región durante la II Cumbre de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC), efectuada en La Habana en enero de 2014, en la que se defiende el derecho soberano de cada país a definir su propio destino sin injerencia extranjera.

El gobierno del presidente Donald Trump, junto a destacados voceros y voceras de la oposición antinacionalista venezolana, despliega un plan dirigido a desestabilizar a las instituciones del Estado, mediante un conjunto de maniobras que fueron develadas y derrotadas gracias a una decisión política de alto calibre, que se fundamenta en el pensamiento filosófico del Comandante Hugo Chávez, líder histórico de la Revolución Bolivariana, como fue la elección, instalación y puesta en marcha de la Asamblea Nacional Constituyente.

Con la Constituyente, el pueblo venezolano inaugura un nuevo momento histórico, que ratifica y profundiza las bases del Estado social, democrático, de derecho y de justicia consagrado en la Constitución Bolivariana del año 1999; al tiempo que, alcanzó la paz, en una clarísima demostración del fracaso de las fuerzas de la extrema derecha que protagonizaron el horror de la violencia generalizada.

Los y las representantes de las organizaciones políticas, sociales, religiosas, de trabajadores y trabajadoras; y las personalidades e intelectuales que asistimos a esta Jornada Mundial “Todos Somos Venezuela: Diálogo por la Paz, la Soberanía y la Democracia Bolivariana”, tenemos la firme convicción de la importancia del diálogo político promovido por el presidente Nicolás Maduro, que tuvo su expresión más reciente en la reunión que sostuvieran en República Dominicana los representantes del Gobierno Bolivariano con los de la denominada Mesa de la Unidad Democrática, alianza que reúne a todos los factores de la oposición venezolana. De allí que, respaldamos firmemente la propuesta de diálogo impulsada por el Gobierno Bolivariano.

Destacamos que, muy por el contrario de lo que afirman los factores de la extrema derecha en distintas partes del mundo, con apoyo de las grandes transnacionales de la desinformación; la agenda electoral y democrática sigue su curso. En Venezuela, en unas semanas habrá comicios regionales, y los municipales y presidenciales serán en 2018; así como el referendo que confirmará o no el nuevo texto constitucional que elabora la Asamblea Nacional Constituyente. ¿Qué país del mundo puede exponer una práctica democrática de tal dimensión?

De allí que, condenamos la canallesca mentira, las falsas noticias y las tergiversaciones sobre la realidad venezolana, como principal estrategia sobre la cual se pretende desacreditar a la Revolución Bolivariana y al legítimo gobierno del Presidente Nicolás Maduro.

Asimismo, apoyamos el esfuerzo que el gobierno y el pueblo de Venezuela hacen para superar los serios problemas derivados de la guerra económica, conducida desde las más altas esferas del gobierno estadounidense.

Nuestro compromiso con la paz, la soberanía y la democracia bolivariana está íntimamente vinculado al desarrollo de una amplia y permanente jornada de solidaridad en cada país, impulsada por cada organización política, social, religiosa, de trabajadores y trabajadoras de carácter democrático participante de esta Jornada.

La defensa de la Revolución Bolivariana es un deber ineludible de los pueblos de América Latina, el Caribe y el mundo; en el entendido de que en Venezuela se defiende el derecho a la soberanía, la independencia, la autodeterminación y la integración de nuestros pueblos.

A decir de José Martí, con la defensa de la independencia de Venezuela evitaremos que Estados Unidos caiga con esa fuerza más sobre nuestras tierras de América.

Caracas, 19 de septiembre de 2017

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Los participantes nacionales e internacionales de la JORNADA TODOS SOMOS VENEZUELA, reunidos en mesas de trabajo el día 16 de septiembre y en plenaria el día 17 de septiembre de 2017, y tras un abierto y franco debate, acordamos desarrollar el siguiente Plan de Acción para el fortalecimiento de la solidaridad con la Revolución Bolivariana y para impulsar las luchas emancipatorias de los pueblos.

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PLAN DE ACCIÓN

Tareas a desarrollar:

DIFUSIÓN DE RESULTADOS DE LA JORNADA

Todos y todas las participantes nos comprometemos a difundir el documento final que se desprende de esta Jornada Mundial, haciéndolo llegar a todas las organizaciones políticas, sociales, religiosas, y sindicales; así como las comunidades, medios y personalidades a nivel nacional e internacional mediante ruedas y notas de prensa, artículos de opinión, entrevistas, y su difusión en redes sociales, entre otras iniciativas; informando a Caracas de estas actividades comunicacionales.

Así mismo, los y las participantes acuerdan recoger en sus países firmas en apoyo a la Proclama de Caracas y difundir las adhesiones al documento.

DECLARACIONES DE APOYO

Todos y todas los y las participantes se comprometen a incorporar declaraciones de apoyo a Venezuela en todos los movimientos, acciones y eventos mundiales de sectores progesistas en los que participen y, en general, en todos los eventos internacionales de solidaridad con las diversas causas emancipatorias.

Ello, a partir del desarrollo de la campaña “los 5 por los 5”, dirigida al tema de la lucha antiimperialista desplegada en los 5 continentes, y orientada a la realización de actividades los días 5 de cada mes en las comunidades para un acercamiento con los pueblos.

ORGANIZACIÓN DE LA SOLIDARIDAD

Se acuerda relanzar y reimpulsar el movimiento de solidaridad con Venezuela y los movimientos emancipatorios del mundo, a partir de la conformación de una instancia de coordinación política y una instancia de seguimiento al Plan de Acción de Caracas 2017.

Los y las participantes de la Jornada Mundial se comprometen a trabajar para sumar más adeptos a la Revolución Bolivariana en los diversos espacios de lucha (sindicatos, organizaciones de mujeres, organizaciones comunitarias, cooperativas, grupos religiosos, entre otros); así como fijar un día de la solidaridad (por ejemplo, los jueves de solidaridad en cada país o un día al mes).

Así mismo, se comprometen a aumentar el radio de influencia de Venezuela en todos los países, desarrollar la diplomacia de los Pueblos y ampliar contactos en espacios políticos cámaras y cuerpos legislativos de los diversos países.

También, a contribuir a la creación de asociaciones, grupos, casas de solidaridad en los países donde aún no está organizado el movimiento de solidaridad con Venezuela; así como fortalecerlo en aquellos países donde ya existen.

Base de datos de la solidaridad.

A partir de la Jornada de Caracas se propone construir una base de datos de los medios y orgainzaciones progresistas y de solidaridad existentes, e impulsar la incorporación de nuevos movimientos sociales, medios comunicación alternativos, partidos políticos, organizaciones civiles, religiosas, laborales y personalidades, a fin de ampliar el movimiento de apoyo a Venezuela.

Dicha base de datos debe ser distribuida a todos los y las participantes para establecer coordinación y forma propia de relación.

INTERNACIONALISMO ACTIVO

Se propone establecer un cronograma de visitas de trabajadores (profesionales, técnicos, entre otros) dispuestos a venir a Venezuela a realizar actividades voluntarias y de solidaridad en el orden económico-productivo, (médicas o farmacéuticas, agrícolas, entre otras).

CAMPAÑA MUNDIAL DE INFORMACIÓN “LA VERDAD DE VENEZUELA”

Lanzar y coordinar una campaña internacional de información sobre La Verdad de Venezuela, y la realidad latinoamericana en diferentes idiomas, que abarque los siguientes puntos:

• Contraste entre las políticas del gobierno de Venezuela y la política de los gobiernos de Derecha. Dar a conocer los logros de la Revolución Bolivariana.

• Defensa de la Asamblea Nacional Constituyente, su legitimidad, su trabajo y sus resultados.

• Difusión de los avances respecto al dialogo de paz que se lleva a cabo entre Gobierno y oposición.

• Visibilización del modelo inclusivo venezolano y en particular su concepción del Poder Popular y Comunal.

• Desmontaje de la falsa oferta y el contraataque del neoliberalismo en América Latina y el Caribe.

• Difusión de la historia de intervenciones militares de Estados Unidos (militares, económicas mediáticas) en América Latina, el Caribe y el mundo.

• Alerta mundial sobre el peligro de guerra y las amenazas militares de Donald Trump contra los pueblos de América Latina y el Caribe.

• Desmontaje de las matrices internacionales. Se propone que la campaña también se dirija a los movimientos de izquierda y progresistas del mundo, a fin de evitar la confusión y la división sembrada por las corporaciones mediáticas.

REDES SOCIALES / MEDIOS DIGITALES:

Se adopta la línea propuesta por el compañero Presidente Nicolás Maduro: la creación, activación y despliegue de un gran movimiento internacional en las redes sociales, que incorpore jóvenes y especialistas en tecnología, que capacite y forme para la batalla de las ideas a través de los instrumentos y medios tecnológicos. Hacer una Revolución, lanzar una gran ofensiva colectiva y coordinada en las redes sociales.

Se propone generar información en las redes sociales a nivel mundial, así como también seleccionar una fecha para realizar una actividad simultánea internacional.

Además, fortalecer plataformas digitales existentes. La página web Venezuelanalysis.com se pone a disposición de la Jornada “Todos Somos Venezuela”, para publicación de documentos, videos, fotos y otros.

Asimismo, se plantea la creación de un portal de Información con contenidos orientados a los enfoques diseñados en el plan de acción. Ese portal podrá recoger las actividades de solidaridad que se efectúen alrededor del mundo: Todo por la Paz y Todos Somos Venezuela. El Portal sería el centro organizativo de los Comités que nazcan como flores de esperanza.

También, replicar en redes sociales, cuentas en facebook, instagram, youtube, entre etc; y utilizar redes sociales como Twitter, Whatsapp e Instagram para desmentir la guerra mediática y demostrar la verdadera realidad que se vive en Venezuela y crear etiquetas (hashtag) mundial para dar mayor visibilidad a los mensajes de apoyo a Venezuela.

CREACIÓN DE MEDIOS INTERNACIONALES

Se propone crear un órgano de comunicación internacional (una revista) como Granma Internacional de Cuba; así como fortalecer la distribución y difusión de la señal de Telesur en el mundo y expansión de sus corresponsalías, y conformar una plataforma de periodistas y medios alternativos a nivel mundial para contrarrestar la guerra mediática impuesta por los grandes medios de comunicación global.

CONTENIDOS AUDIOVISUALES

Se reafirma la necesidad de incrementar la producción de piezas audiovisuales en los diferentes idiomas que estén disponibles a través de repositorios de contenidos en línea o plataformas digitales ya existentes (como la web de Telesur entre otros).

También, la realización de muestras audiovisuales y ciclos de cine sobre Venezuela, parte de la batalla en el frente simbólico para impulsar el concepto de la Revolución y el proyecto Bolivariano.

En tal sentido, se propone el lanzamiento mundial de películas y documentales producidos por Venezuela de forma simultánea y coordinada en diferentes países.

OBSERVATORIO DE MEDIOS

Se propone la creación de un Observatorio para recoger, analizar y hacer seguimiento a las campañas mediáticas contra Venezuela. Esta data y el análisis sería difundida entre la red de contactos y plataformas de apoyo de Venezuela.

DEMANDAS A LOS MEDIOS QUE AGREDEN MEDIÁTICAMENTE A VENEZUELA

Buscar mecanismos legales para demandar a los medios de comunicación internacional que ejecutan campañas de falsas noticias, identificando específicamente los medios que llevan a cabo esta agresión.

CAMPAÑAS DE BOICOT

Se propone boicotear a las empresas transnacionales que propician invasiones militares en nuestros países.

CAMPAÑA EN EEUU

Se propone que esta campaña tenga un énfasis especial en la población de los EEUU., alertando las consecuencias que pueden acarrear para su población las sanciones económicas contra Venezuela y una eventual intervención militar.

CARIBE

El Caribe debe recibir un enfoque propio y atención especial dentro de la campaña La Verdad de Venezuela, con énfasis en los logros de la Revolución Bolivariana, como los positivos impactos de la integración a través de Petrocaribe.

LA CULTURA COMO VEHÍCULO DE SOLIDARIDAD

Se propone realizar una serie de eventos sectoriales (artistas, intelectuales, políticos entre otros.), ferias culturales de carácter masivo en Venezuela y en el mundo, organizados por las instancias de solidaridad. Dando un carácter cultural amplio y participativo a fin de alcanzar a diversos sectores y públicos.

También, crear una plataforma cultural progresista (creadores y artistas) que haga contraste con la cultura hegemónica imperial; y propiciar la amistad entre los niños y niñas del mundo, a través de la realización de actividades culturales en las que éstos y éstas elaboren dibujos o cartas de amor y esperanza, dirigidas a los niños y niñas venezolanas.

BIBLIOTECA TODOS SOMOS VENEZUELA.

Se acoge la propuesta del Presidente Nicolás Maduro de crear un Fondo Editorial o Biblioteca denominada “Todos Somos Venezuela” para difusión de conocimientos: libros, folletos, piezas audiovisuales sobre la realidad venezolana en el mundo.

FORMACIÓN

Se propone crear un Instituto de Formación del Pensamiento Latinoamericano, para la producción y difusión de conocimientos emancipadores; así como una Escuela de formación para comunicadores populares, a fin de construir un discurso que nos haga ganar la batalla de ideas, para ganar la guerra.

FRONTERAS

Hacer encuentros fronterizos que fortalezcan la red de solidaridad de Venezuela especialmente en Colombia y Brasil.

PUEBLOS INDÍGENAS Y LUCHAS FEMINISTAS

Estructurar la coordinación de movimientos de solidaridad con Venezuela con la población indígena que los respalda; así como con los movimientos feministas de América.

ORGANISMOS INTERNACIONALES

Exigir a organismos internacionales como OEA, ONU (Consejo de Derechos Humanos) y a la Unión Europea que respeten la autodeterminación del pueblo venezolano y cesen en su intervencionismo, a partir del envío de cartas y mensajes por redes sociales a cuentas oficiales por parte de movimientos sociales, personalidades, creadores, etc.

También, se propone unificar esfuerzos y articular con las organizaciones sindicales para enfrentar los ataques a nuestros países, tales como: Consejo de Derechos Humanos de la ONU, Organización Internacional del Trabajador (OIT) y Órganos socio laborales del Mercosur.

CRONOGRAMA DE ACTIVIDADES DE SOLIDARIDAD

• 18/09 al 10/10/2017. Concurso público de afiches “Solidaridad con Venezuela”. contentivos los elementos simbólicos de representación de la solidaridad con la Revolución Bolivariana. Se elegirán tres ganadores que harán la exposición de sus obras en la Asamblea Internacional de los Pueblos (a celebrarse durante el mes de marzo de 2018, en Caracas). El primer lugar tendrá como premio una gira de una semana por Venezuela.

• 21/09/2017. Celebración del Día Mundial de la Paz; siendo realizadas actividades en solidaridad con Venezuela.

• 23/09/2017. Realización de actividad política en San Vicente y las Granadinas en defensa de Venezuela.

• 27/09/2017. Realización de manifestaciones públicas y otras ciudades del mundo, organizadas por el movimiento de solidaridad en apoyo al diálogo en Venezuela.

• De octubre en adelante. Movilización de la solidaridad en cada evento internacional contra las amenazas de EEUU y sus aliados; siendo denunciados los ataques al pueblo y gobierno de Venezuela: Festival Mundial de la Juventud y los Estudiantes, la Asamblea de los Pueblos, El Centenario de la Revolución, el Consejo Consultivo Mundial de la Paz en Vietnam.

• 02 al 14/10/2017. Realización de actividades a nivel internacional en todos los países participantes, previo a la elección de Gobernadores, en las cuales se hable ampliamente sobre este proceso electoral (que ratifica la Plena democracia en la República Bolivariana de Venezuela); hacienco uso de los medios, redes y paredes.

•05 al 08/10/2017. Realización de una Jornada Mundial de movilización de calle y solidaridad “Todos Somos Venezuela”, que incluya entre otras acciones las visitas a las Embajadas de EEUU en rechaza a la agresión contra la República Bolivariana de Venezuela.

• 06 al 07/10/2017. Realización en Barbados la “Conferencia de Paz del Caribe”; actividad orientada a conmemorar el aniversario de la tragedia en la que un avión explotó asesinando a 76 jóvenes cubanos (la idea es consolidar un movimiento de paz del Caribe).

• 08 al 12/10/2017. Participación, atendiendo a la invitación formulada por el Presidente Evo Morales, en los actos organizados en conmemoración de los 50 años del martirio y legado del comandante Che Guevara, organizados en Bolivia-Santa Cruz, Valle Grande.

• 12/10/2017. Realización de Jornada Mundial por Venezuela con motivo del Día de la Resistencia Indígena, organizadas por las Represetaciones Diplomáticas de Venezuela en el mundo. También, se desarrollarán movilizaciones hacia las misiones diplomáticas de Estados Unidos en el mundo, en rechazo a su política intervencionista.

• 14 al 22/10/2017. Participación en el XIX Festival Mundial de la Juventud y los estudiantes. Seindo llevado el caso de Venezuela, al tribunal antiimperialista, así como organizar una programación especial sobre Venezuela, uniendo capacidades de delegaciones de distintos países.

• 16/10/2017. Realización de una actividad en todos los países, durante los días 16 de cada mes, a fin de condenar el colonialismo en Nuestra América, el terrorismo en Venezuela y cualquier parte del mundo.

• 26 al 30/10/2017. Participación en la Asamblea de los Pueblos del Caribe, a celebrare en la República Dominicana.

• 27 al 28/10/2017. Realización de un Encuentro de Solidaridad con Venezuela. Se propone para los próximos seis meses, 3 grandes acciones, la primera para el mes de octubre con los artistas, la segunda para el mes de diciembre con los religiosos y la tercera para el mes de febrero con los académicos.

• 14 al 18/11/2017. Realización del Encuentro Hemisférico de Lucha Contra las Transnacionales y el Neoliberalismo por la Democracia y la Integración, en la ciudad de Montevideo.

• 6 al 10/12/2017. Realización del Encuentro Inter-religioso Bolivariano en Caracas; actividad a la que serán invitados cerca de 20 religiosos y religiosas de Latinoamérica, y durante la cual se realizará una Celebración Ecuménica en el Cuartel de la Montaña, además de reuniones, intercambios y giras para respaldar a la Revolución Bolivariana, al Gobierno de Nicolás Maduro y a la Asamblea Nacional Constituyente.

• 8 al 10/12/2017. Participación en la Conferencia Mundial Abierta del EIT Contra la Guerra y la Eplotación del EIT, a celebrarse en Argel (Argelia); organismo que se ha pronunciado en solidaridad con los trabajadores y el pueblo venezolano.

• 20/12/2017. Denominación del día 20 D como el “Día Internacional contra el Imperialismo”, en conmemoración de la invasión perpetrada por Estados Unidos a Panamá en 1989.

• Todo diciembre. Usar la simbología de las fiestas de navidad para fomentar un mensaje global de solidaridad con Venezuela, que vaya contra la agresión internacional. Una campaña por la paz. (Un ejemplo de mensaje puede ser “Venezuela quiere paz”).

• Febrero – Marzo de 2018. Realización de un Encuentro de Solidaridad en Bruselas, Bélgica.

• Marzo de 2018. Realización de un Encuentro Mundial de organizaciones populares en Caracas.

El discurso de Trump (II)

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político

Viernes 22 de septiembre de 2017

El discurso de Trump (II)

Hoy continuamos con nuestro análisis del reciente discurso que ofreció Donald Trump en la Asamblea General de la ONU. Comenzaremos con una de las cuestiones medulares de esa intervención, la convocatoria a sus aliados: “Nuestro éxito depende de una coalición de naciones fuertes e independientes que adopten su soberanía para promover seguridad, prosperidad y paz para ellas mismas y para el mundo”.

Hasta bastante más allá de la primera mitad del siglo XX, Estados Unidos se consideraba autosuficiente para emprender intervenciones militares directas por sí mismo, aun pasando por encima de cualquier organización o leyes internacionales. Esto ocurría, inclusive, existiendo el poderoso contrapeso que significaba el llamado bloque soviético.

Entrados los años 90 del siglo pasado, eclosiona con fuerza la crisis estructural del capitalismo que dura hasta nuestros días y comienzan a surgir nuevas fuerzas y países que apuntan a la estructuración de un mundo multipolar. Eso ha llevado al Imperio a una situación de vulnerabilidad económica y política que le obliga al cambio de sus estrategias de desestabilización e intervención en países con gobiernos “incómodos”.

Dentro de esas estrategias se incluyen los métodos propios de la guerra no convencional, de cuarta generación, que se fundamentan en los usos del sabotaje, el bloqueo financiero y económico en general, la acción de fuerzas internas de los países con la adición de ejércitos privados de índole paramilitar o mercenaria, la generación de conflictos bélicos regionales de baja intensidad. También las incursiones aéreas tardías (que entran al terreno después de que las fuerzas internas pro imperialistas han creado las condiciones conflictivas adecuadas) o los bombardeos misilísticos a distancia. La intervención estadounidense directa, con fuerzas aerotransportadas, marines, infantería, artillería, etc., parecen ser cosa del pasado. La única forma en que se dan ahora esas incursiones es a través de coaliciones de países (incluso sin la participación directa de Estados Unidos) o de la acción de terceros apoyados por el imperio, con cualquier pretexto, como disputas territoriales, étnicas, religiosas y de otro tipo.

El llamado de Trump a sus aliados es a que asuman a plenitud el papel que se les asigna, a que se radicalicen en la aplicación de diversos tipos de sanciones contra los “enemigos” y a que, si fuese necesario, asuman la acción militar coaligada con Estados Unidos o hagan la tarea por sí mismos. El discurso de la ONU es la declaración de guerra mundial imperial que ya venía existiendo pero que se hace ahora explícita, una guerra planteada para la defensa de su hegemonía en peligro.

Trump propone de manera hipócrita y taimada, acudiendo a eufemismos, la defensa del mundo decadente que él representa: “Nosotros no esperamos que los diversos países compartan la misma cultura, tradiciones o hasta sistemas de gobierno.

Pero sí esperamos que todas las naciones sostengan estos dos deberes fundamentales: el respeto a los intereses de sus propios pueblos y a los derechos de toda otra nación soberana”. Es decir, no queremos que seas como nosotros, solo que te rijas por nuestros conceptos sobre qué es bueno para los pueblos y los países, y que aceptes nuestro rasero de las relaciones y el derecho internacionales. No seas como nosotros, pero “parécete igualito”. De esta manera se dividen las aguas de la lucha de clases mundial: por un lado, los aliados del Imperio, por el otro, sus enemigos. Son los dos frentes que se han venido conformando, cada vez más excluyentes, cada vez más imposibles para los que quieran ser indiferentes o “medias tintas”. Ya sabemos de qué lado está Venezuela y por qué es tratada como lo es por parte del poder imperial y sus secuaces.

Esta intención de establecer el pensamiento único trata de ocultarse tras una máscara que es, en realidad, transparente: “En Estados Unidos no buscamos imponer nuestro estilo de vida a nadie, sino dejarlo brillar como un ejemplo para que todos lo vean”. Si resumiéramos todo lo dicho hasta ahora, le ecuación quedaría clara: “somos los poderosos, he aquí nuestros enemigos, que se nos unan todos nuestros amigos para que seamos el espejo del mundo, es ahora o nunca”.

Haciendo honor a su principal consigna electoral (We will make America strong again), Trump plantea una supuesta recomposición de las políticas imperiales: “En asuntos exteriores, estamos renovando este principio fundacional de soberanía. El primer deber de nuestro gobierno es para con su pueblo, con nuestros ciudadanos, para servir a sus necesidades, garantizar su seguridad, preservar sus derechos y defender sus valores… Pero construir una vida mejor para nuestro pueblo también requiere que trabajemos juntos en estrecha armonía y unidad para crear un futuro más seguro y pacífico para todas los pueblos”. Traduzcamos esta idea al lenguaje crudo de la realidad: Estados Unidos, sumido en una crisis que amenaza inclusive la paz social interna, tiene que ocuparse de ese espinoso asunto, pero al mismo tiempo debe defender su supremacía mundial, para lo cual requiere, como condición sine que non, de una “pequeña ayuda de sus amigos”. El llamado de Trump es a la globalización de la guerra mundial en defensa de la burguesía acechada por “los espíritus subterráneos que conjuró”, como asomaron Marx y Engels en el Manifiesto Comunista.

(VIDEO) Francia: «Sectarismo dañino para PSUV y Revolución»

El discurso de Trump (I)

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Miércoles 20 de septiembre de 2017

El discurso de Trump (I)

Es necesario dar al discurso de Donald Trump en la asamblea general de la ONU, el día de ayer, la trascendencia que tiene. Es natural que se haya concentrado la atención mediática y política en las referencias a situaciones y países que concitan la principal atención tanto de las políticas imperialistas como de los manejos mediáticos: (Corea, Irán, Venezuela, Cuba, ISIS, Siria, inmigrantes). Por supuesto, los gobiernos y pueblos de esos países y los de aquellos que se vinculan a asuntos como los de ISIS y los inmigrantes, están en el deber ineludible de responder adecuadamente a las agresiones y amenazas del líder imperial. Pero el discurso es mucho más preocupante si lo encuadramos en la realidad del mundo global y en lo que atañe al destino de toda la Humanidad.

Para acercarse a comprender todas las implicaciones de este discurso, hay que leérselo íntegro, cosa que hemos hecho en la madrugada de este día, en su transcripción íntegra en inglés, pues por más que la buscamos en español, no pudimos encontrarla, ya aparecerá.

Lo primero que debemos asomar es que no es para nada una pieza improvisada ni temperamental, como suelen ser algunas de las “salidas” de Trump. Es un discurso bien preparado, hilvanado, con objetivos claros, y direccionado hacia audiencias precisas y seleccionadas, sobre todo hacia las fuerzas planetarias aliadas al imperialismo. Se trata de una toma de posición estratégica, histórica del Estados Unidos imperial, y de una convocatoria a asumir, de parte de las fuerzas oscuras, un papel beligerante en la época histórica que vivimos.

Hemos escogido unos cuantos fragmentos que sustentan esta visión que planteamos. Es nuestra intención iniciar una serie de estos Análisis, basados en la consideración de esos extractos. No sabemos si los capítulos de esta serie aparecerán todos los días, puesto que hay circunstancias que obligan al análisis puntual e inmediato. Pero no terminarán hasta que no hayamos acabado de argumentar el juicio que nos hemos hecho de la intervención del presidente yanqui en la ONU. De más está decir que usaremos nuestra traducción propia y libre.

Es muy significativo que la primera idea que contiene el discurso en su proyección hacia el mundo -después de breves referencias a los desastres naturales en curso y a la gestión interna de Trump- sea la de una brutal amenaza militar: “Se acaba de anunciar que invertiremos casi 700 billones de dólares en nuestro ejército y nuestra defensa… Nuestro ejército será pronto el más poderoso que haya existido jamás”. Se trata de una premisa que lo condiciona todo: somos los más poderosos, podemos destruir a nuestros enemigos, así que tendrán que respetarnos y temernos. Más claro no canta un gallo.

La amenaza militar de Trump establece los límites y las condiciones de las relaciones mundiales, y prepara el terreno para la expresión de todas las ideas posteriores contenidas en el discurso. No se trata de una fanfarronería, en realidad el término “pronto” no busca sino reforzar la dimensión de la amenaza, ya que el ejército yanqui es ya el más poderoso de la Historia. Lo demuestran así la cantidad de sus efectivos militares, lo colosal de su arsenal, incluida la enorme acumulación de armas nucleares y de destrucción masiva en general, sus bases militares ubicadas en todos los continentes, sus flotas navales capaces de atacar en todos los océanos y mares, sus sofisticados sistemas de espionaje, la cantidad y variedad de sus ejércitos aliados en mayor o menor grado.

Por supuesto esa fuerza militar descomunal no puede sino moverse en medio de los condicionamientos económicos y políticos que imponen la situación mundial y la crisis estructural del capitalismo, por lo que la amenaza no se basta por sí sola. De allí que no es posible aislarla de los objetivos políticos de todo el discurso.

Casi inmediatamente después de presumir de su fuerza militar, Trump define, de manera general, a los “enemigos” que habrán de sufrir las consecuencias, si ese poder armado fuese usado en contra de ellos: “Los terroristas y los extremistas han reunido fuerzas y se han extendido a todas las regiones del planeta. Los regímenes criminales representados en este organismo no sólo apoyan a los terroristas sino que amenazan a otras naciones y su propio pueblo con las armas más destructivas conocidas por la humanidad… El autoritarismo y los poderes autoritarios buscan colapsar los valores, los sistemas y las alianzas que impidieron el conflicto e inclinaron al mundo hacia la libertad desde la Segunda Guerra Mundial”. En ese saco cabemos todos, aunque podrán “salvarse” de él todos aquellos que se sometan a los designios imperiales. De esta manera, Trump define dos términos fundamentales de su estrategia para enfrentar los desafíos que le plantea la lucha de clases mundial: este es mi poder, estos mis enemigos.

Y por supuesto, se trata, para el Imperio, de una guerra que no admite términos medios, o estás conmigo o estás contra mí: “Para decirlo de manera simple, nos encontramos en un momento inmensamente prometedor y también de grandes peligros.

Queda totalmente en nuestras manos si elevamos el mundo a nuevas alturas, o lo dejamos caer en un valle de lágrimas”.

Establecidas esas premisas en el discurso, se adentra luego Trump en los terrenos pantanosos de la política. Pero eso queda para una segunda entrega.

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