(VIDEO+FOTO) Lettera aperta a Diego Maradona con la Palestina nel cuore!

Caro Diego,

ti abbracciamo calorosamente, come solo noi Napoletani sappiamo fare.

Per molti di noi sei il calciatore mito, che seppe conquistare il nostro amore assoluto quando facesti ottenere al nostro Napoli lo scudetto 1986-87. Resta nel nostro ricordo quella stagione di entusiasmo e di passioni.
Più volte hai dichiarato il tuo sostegno ai Palestinesi ed ai loro diritti. Questo è per noi un altro motivo di stima e di vicinanza. Per la Uefa under 21 del 2013 è stato sorteggiato Israele come paese ospitante delle finali. Tu sai molto bene che Israele è uno Stato che discrimina pesantemente i Palestinesi, viola quotidianamente i loro diritti umani e, inoltre, impedisce il normale e pacifico sviluppo della pratica sportiva. Per questo, 42 club ed associazioni sportive palestinesi hanno chiesto a Platini, presidente UEFA, di spostare la sede delle finali (1). La Campagna “Cartellino rosso all’apartheid israeliana” chiede proprio questo: i crimini israeliani, sempre impuniti, non possono essere anche premiati con l’onore di ospitare il campionato europeo under 21!

Nella primavera di quest’anno il giovane calciatore palestinese Mahamoud Sarsak, sequestrato dalle forze israeliane proprio mentre cercava di raggiungere la sua nuova squadra di calcio e incarcerato da Israele per tre anni senza processo e senza capo d’accusa, è riuscito a richiamare l’attenzione internazionale sui prigionieri politici in Israele e ad ottenere la scarcerazione grazie ad uno sciopero della fame di tre mesi. Si sono attivati pubblicamente il Presidente della FIFA Sepp Blatter, il campione francese Éric Cantona e molti giocatori e sportivi spagnoli, tra cui Javier Paredes (Zaragoza), Antonio López (di Madrid), Carlos Gurpegui (Athletic), Patxi Puñal (Osasuna).

Lo stesso Sarsak ha invitato ad aderire all’appello e denuncia: “Israele si adopera incessantemente per reprimere il calcio palestinese, proprio come fa per molte altre forme di cultura palestinese. Il giocatore della Lega Palestinese Mohammed Sadi Nemer e il portiere Omar Khaled Abu Omar Rowis sono stati arrestati a febbraio di quest’anno e rimangono tutt’ora in carcere. I calciatori Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshate, così come oltre 1.400 palestinesi a Gaza, sono stati uccisi e lo stadio nazionale di Rafah è stato distrutto durante l’assalto israeliano a Gaza del 2008-09.[1]” (2). Abbiamo aderito all’appello palestinese ed abbiamo spedito a Platini migliaia di lettere (3), in diversi stati europei si sono avute manifestazioni degli aderenti alla campagna (4).
Diego, ti chiediamo di sostenere la campagna e di chiedere pubblicamente a Platini anche tu con noi che le finali della Uefa under 21 non si tengano in Israele.

Carta abierta a Diego Maradona con Palestina en corazón!

Querido Diego,

recibe un fraternal y caluroso abrazo, de esos que sólo los napolitanos sabemos dar. Para muchos de nosotros eres el modelo mítico del jugador, pues supiste ganarte nuestro amor absoluto cuando logramos el ‘Scudetto’ con el Napoli en 1986-87. Todavía está en nuestra memoria esa época de entusiasmo y pasión.

En muchas oportunidades declaraste tu apoyo al pueblo palestino y sus derechos. Esta es otra razón que nos acerca a ti y por la que te sigues ganando nuestro respeto. Para el campeonato de la UEFA sub-21 en 2013 Israel fue seleccionada como sede de la final. Tú muy bien sabes que Israel es un Estado que discrimina a los palestinos, viola sus derechos humanos a diario y, además, impide el normal y pacífico desarrollo del deporte. Por tal motivo, 42 clubes y asociaciones deportivas palestinos han pedido a Michel Platini, responsable UEFA, cambiar la sede del encuentro final (1). La Campaña “Tarjeta Roja contra el apartheid israelí” exhorta a los tomadores de decisiones a no premiar a un estado criminal, impune por lo general, con el honor de albergar el Campeonato de Europa menores de 21 años!

En la primavera de este año, el joven futbolista palestino Mahmoud Sarsak – secuestrado por las fuerzas israelíes justo cuando trataba de llegar a una práctica con su nuevo equipo de fútbol y condenado a tres años de cárcel sin cargos ni juicio – logró llamar la atención internacional sobre los presos políticos en Israel y obtuvo su liberación debido a una larga huelga de hambre de tres meses. Se pronunciaron públicamente a su favor el Presidente de la FIFA Sepp Blatter, el francés Eric Cantona y muchos jugadores españoles, entre ellos Javier Paredes (Zaragoza), Antonio López (Madrid), Carlos Gurpegui (Athletic), Patxi Puñal (Osasuna). El mismo Sarsak invita a unirse a nuestro llamado denunciando que: “Israel está trabajando incansablemente para suprimir el fútbol palestino, tal como lo hace con muchas otras formas de la cultura palestina. El jugador de la liga palestina Mohammed Sadi Nemer y el portero Omar Khaled Abu Omar Rowis fueron detenidos en febrero de este año y todavía están en prisión. Los jugadores Ayman Alkurd, Sbakhe Shadi y Moshate Wajeh – así como más de 1.400 palestinos en Gaza – murieron durante el asalto israelí contra Gaza en 2008-09. Además, el estadio nacional de Rafah fue destruido.[1]” (2)
Nos unimos al grito palestino escribiendo miles de cartas a Platini (3), y hemos sabido que en varios países europeos se han producido manifestaciones a favor de esta campaña (4).

Finalmente te pedimos, Diego, que apoyes la campaña para solicitar públicamente, con nosotros y nosotras, a Platini que la final de la Uefa para los menores de 21 años, no se lleve a cabo en Israel.

Promuovono:

Comitato BDS Campania
ALBAssociazione – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli
Bisca
Cooperativa Shannara
E Zezi
Associazione Comunità Palestinese in Campania
Unione degli Universitari –Napoli
Comitato Centro Storico –DAS
Centro Interculturale Nanà (Cooperativa Dedalus)
Cooperativa Sociale Dedalus
Comitato Abitanti Materdei
Associazione “Figli del Bronx”
Collettivo Casoria Antifascista
Circoli Bolivariani “Antonio Gramsci” e “José Carlos Mariátegui”- Caracas/Napoli
Zona Collinare in Lotta
Insurgencia
Dada
Mezzocannone 12 occupato
Ong CISS/Cooperazione Internazionale Sud Sud
Associazione Solidarietà Proletaria (ASP)
Assopace Napoli
A.S.D. Quartograd
Stella Rossa 2006
Torneo Antifascista e Antirazzista di Quarto – calcio a 8
Il Caffè del Viaggiatore
Coordinamento II Policlinico
Pax Christi- Napoli
We are all on the Freedom Flottilla 2
Rete per la solidarietà con la Palestina, Milano

Individuali:
Sergio Maglietta, musicista; Daniele Sepe, musicista; Pino De Stasio, consigliere Municipalità 2 Napoli; Massimo Ferrante, musicista; Massimo Mollo, musicista; prof. Giuseppe Aragno; Enzo Apicella, cartoonist; Peppe Lanzetta, attore; Gaetano Di Vaio, regista e produttore; Matilde Vurchio; Angela Dimaggio; Flavia Lepre; Ciro Brescia; Enrico Voccia; Alexander Hӧbel; Danilo Criscuolo; Umberto Oreste; Chiara Guida; Amelia Festa; Bruna Ricci; Andrea Schettini; Hawa Mahamed Ali; Laura De Rosa; Lassad Azzabì; Alberico Falanga; Zaami Abdelfattah; Sergio D’angelo, assessore comune Napoli al welfare; Vittorio Vasquez, consigliere comune Napoli; Cesare Di Transo; Sandro Fucito, consigliere comune Napoli; Pier Paolo Palermo; Maria Vittoria Tirinato; Gabriele de Martino di Montegiordano; Maristella Aiello; Martina Tabacchini; Luciano Ricci; Antonio Neri; Mario Neri; Massimo Scotti Galletta; Ada Buffulini; Francesco Pagano; Nicola Nardella; prof. Carlo Amirante (Università Federico II); Arnaldo Maurino, consigliere comune Napoli; Ernesto Brando; Fabrizio Greco; Bruno Jossa, Università Federico II; Mohammed Hammad; Davide Matrone; Antonella Bozzaotra; Giuseppe Silvestro; Valerio Passeggio; Rosa Petta; Francesco Porpora; Walter Passeggio; Giuseppe Saccone; Dario Mogavero; Roberta Maranta; Simona Pucciarelli; Anna Paglioli; Margherita Afeltra; Francesco Paglioli; Salvatore Mondò; Renato Monaci; Raffaele Montagna; Rossana Siena; Tiziana Monaci; Marzia del Giudice; Vittorio Passeggio; Maria Andolfi; Francesco Mastursi, organizzatore culturale; Marzuk Mejri, polistrumentista; Fabrizio Rossetti; Rachele Maria Belgiorno; Luigi Esposito; Marco Zannetti; Sergio Manes, editore; Emanuela Motta; Renato Fioretti; Rossana Sinagra; Francesca Fioretti; Massimo Angrisano; Nino Cavaliere; Francesca Giolivo, operatrice sociale; Aida di Paola; Rosalba Tortorelli; Ilenia Galluccio; Patrizia Vitagliano; Giuseppina Rossetti; Dania Avallone; Nicola Vetrano, avvocato dei Giuristi Democratici Napoli; Gino Crispino; Daniela Fanari; Mirta Elena Maestre; Fabrizio Verde; Vincenzo Orefice, studente; Giorgia Grado; Gianluca Belaeff; Luigi Di Costanzo, essere umano; Anna Maria Savoia; Lanfranco Genito, insegnante; Ugo Angelillo, DEVCO Unità F2- Commissione Europea- Coordinamento Geografico Palestina-Israele, Maghreb, Mashrek; Salvatore De Luca, tifoso del Napoli e di Maradona, libero cittadino e lavoratore; Marion Napoli; Tullio Florio, impiegato; Silvia Musco; Daniele Drago; Fabio Orabona; Maria Saquella; Francesco Specchio; Noemi Del Vecchio; Rosanna Tartaglia; Marisa Conte, Roma; Maria Luisa Orengo, Genova; Paolo Picca, Cinisello Balsamo (Mi); Fabio Michelangeli, Milano; Loredana Radessich, Trieste; Giorgio Catalan, Trieste; M. Giulia Torelli, Torino; Loretta Mussi, Roma; Marco Benvenuti, Roma; Dora Rizzardo, Padova;

per ulteriori adesioni scrivere a: comitatoboicottaggio@libero.it


(1) : http://www.bdsmovement.net/2011/red-card-israeli-apartheid-7381
[1]
http://www.mezan.org/en/details.php?id=8960&ddname=detention&id_dept=9&p=center
http://en.rian.ru/world/20090114/119490704.html
(2) http://bdsitalia.org/index.php/altre-campagne/sportivo/504-sarsak-uefa?highlight=YToxOntpOjA7czo2OiJzYXJzYWsiO30
(3) https://www.change.org/petitions/uefa-president-michel-platini-remove-uefa-2013-european-under-21-championship-from-israel in italiano: No alla Coppa Uefa Under 21 in Israele
(4) http://vimeo.com/m/51322268
https://maps.google.fr/maps/ms?msid=208937354144714395461.000498e39496f9fae468b&msa=0&ll=47.15984%2C1.757813&spn=8.232149%2C25.026855
http://www.youtube.com/watch?v=OTcFEezHPrw&feature=youtu.be
http://www.eitb.com/es/videos/detalle/956444/video-banderas-palestinas-san-mames-si-no–euskadi-directo/

(VIDEO) Julian Assange intervista Rafael Correa

Il socialismo avanzerà. Il popolo ecuadoriano ha votato per il socialismo. Reiteriamo la nostra battaglia per la giustizia sociale, per la giustizia nel nostro continente. Continuiamo la battaglia per lottare contro ogni forma di sfruttamento dei lavoratori in accordo con le nostre idee socialiste: la prevalenza del lavoro umano sul capitale. Nessuno dubiti della nostra scelta a favore dei poveri: siamo qui per questo. Hasta La Victoria Siempre! (Rafael Correa)

Julian Assange intervista Rafael Correa, 28 Maggio 2012.

Julian Assange:
“Qual è l’opinione dell’Ecuador rispetto agli USA? Cosa ne pensa la popolazione? Non le chiedo una caricatura, ma un visione complessiva da parte sua, del suo popolo e dell’America latina nei confronti degli USA come Stato”

Rafael Correa: “Come diceva Evo Morales [il Presidente della Bolivia, NdT]: l’unico Stato che non potrà mai subire un colpo di stato sono gli Stati Uniti d’America, perché non hanno sul loro territorio un’ambasciata Statunitense… Vorrei precisare che nel tentativo di colpo di stato una delle cause del malessere della polizia fu dovuta ai tagli che imposi ai privilegi di cui godevano prima le forze dell’ordine, soprattutto da parte dell’Ambasciata USA, che finanziava Unità intere, spesso unità chiave, della Polizia per controllarne tutti gli aspetti. I direttori della Polizia erano pagati direttamente dall’Ambasciata USA che decideva chi doveva ricoprire quali cariche. Quando noi abbiamo tagliato alcuni privilegi ed equiparato gli stipendi delle forze dell’ordine con gli altri statali, molti di questi prezzolati poliziotti non si preoccuparono perché erano stipendiati dagli USA, ciò ci permise di capire e tagliare definitivamente i legami di questa parte delle forze dell’ordine. I nostri rapporti con gli Stati Uniti sono sempre stati ottimi, di amicizia e mutuo rispetto della nostra sovranità. Io stesso ho studiato in USA, ho moltissimo rispetto e amore per il popolo nordamericano e sicuramente non sono anti-americano, al contrario, però chiamerò sempre le cose col loro nome: una minaccia alla sovranità della mia nazione va denunciata frontalmente senza incertezze da qualunque parte arrivi.”

J.A.: “Il suo Governo ha fatto chiudere la base Americana (NATO) di Manta, mi può dire perché?”

R.C.: “…Lei accetterebbe una base militare straniera nel suo Paese, Julian? Se la domanda è tanto semplice, così come dissi allora: se deve essere un problema, a me può star bene tenere una base USA in territorio Ecuadoregno, se ci danno il permesso per istallare una base Militare Ecuadoregna a Miami, non c’è problema.”

J.A.: “Divertente. Perché lei è a favore della pubblicazione di documenti segreti da parte di Wikileaks?”

R.C.: “Molto semplice: non ho niente da nascondere. Ad esempio i documenti riservati dell’ambasciata Americana pubblicati da wikileaks ci hanno rafforzato. Le accuse che ci hanno gli ambasciatori erano di “eccessivo nazionalismo” e difesa della sovranità dello Stato dell’Ecuador da parte del nostro Governo. Molto bene, certo che siamo per la liberazione nazionale e certo che vogliamo difendere la nostra sovranità, non c’è niente di male in tutto ciò, anzi, e come ha dimostrato Wikileaks ci sono grandi interessi economici che influenzano i mezzi di comunicazione attraverso grandi Gruppi di potere. Noi non abbiamo nessun timore, pubblicate tutto quello che avete sul nostro Governo.”

J.A.: “Succesivamente alla pubblicazione di informazioni da parte di Wikileaks, lei espulse l’ambasciatrice degli Stati uniti in Ecuador? Perché? Non sarebbe stato più semplice mantenerla e cercare di dialogare con l’ambasciatrice?”

R.C.: “Ho fatto esattamente quello che lei Assange ha detto ma con che arroganza l’ambasciatrice disse di non sapere nulla di tutto ciò. Era una donna totalmente avversa al nostro nuovo Governo, una donna di estrema destra, rimasta ferma agli anni 60, ai tempi della guerra fredda con l’Unione Sovietica. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando ci accusò di aver messo a capo della polizia un completo corrotto solo per poterlo controllare, noi la contattammo per avere spiegazioni in merito, ma la signora con la sua consueta arroganza, superbia e prepotenza imperialista ci disse che lei non doveva rendere spiegazioni in merito a nessuno, così, visto che qui si rispetta il paese l’abbiamo espulsa immediatamente dall’Ecuador e per dovere di cronaca il capo della polizia accusato dalla signora, dopo un anno di indagini fu totalmente prosciolto dalle accuse, giudicate totalmente infondate.”

J.A.: “Adesso che i suoi rapporti con gli USA sono cambiati e avete aperto le porte ai Cinesi non è solo passare da un Demonio ad altro?”

R.C.: “Prima di tutto noi non trattiamo con demoni, se si presentano così saremo lieti di dagli il ben servito. Secondo, questa osservazione è in gran parte una reazione dei mezzi di comunicazione neocolonialisti che non vedono di buon occhio le nostre politiche estere, avere investimenti da parte dei Cinesi è buono, anche se non sono alti, bianchi e con gli occhi azzurri, la Cina sta anche sostenendo l’economia USA e nessuno dice nulla, noi non abbiamo solo finanziamenti cinesi, c’è anche la Russia, il Brasile; cerchiamo di diversificare il più possibile i mercati.”

J.A.: “Come lei sa difendo una battaglia per la libertà di pubblicare informazioni riservate, lei come pensa di difendere la libertà di informazione in Ecuador?”

R.C.: “Direi che sono stati pubblicati molti suoi libri in Sud America, anche se ci furono censure da parte degli editori per non danneggiare i propri finanziatori. Per noi è sufficiente rispettare le convenzioni internazionali già esistenti per la difesa dei diritti umani, tutto il resto è superfluo. In America Latina il potere dei Media supera il potere politico, purtroppo molte persone credono che esistano poveri giornalisti che subiscono censura, è vero in piccola parte, per il resto è vero il contrario, cioè che molti giornalisti, molte TV hanno sottomesso alla loro Agenda, Governi, Presidenti ed istituzioni Giuridiche, come nel caso dell’Ecuador, anche molti Governi Sud Americani che intraprendono una nuova strada economica ricevono attacchi dai mezzi di informazione legati ai vecchi padroni che prendono sempre le difese delle organizzazioni private che li finanziano. Dobbiamo capirlo tutto questo. Quando sono arrivato in parlamento c’erano 7 canali di informazione Pubblica, 5 dei quali erano in mano ai banchieri. Si immagini lei quanta opposizione ebbero le mie manovre finanziarie di prevenzione della crisi del debito, che sta affliggendo l’Europa oggi, questi canali televisivi fecero una feroce campagna contro di me per difendere gli interessi dei loro padroni, le banche. Bisogna uscire da questi stereotipi, mi accusarono di attaccare i poveri giornalisti, di essere un tiranno, ma questi non sono giornalisti, sono travestiti da giornalisti, ma fanno politica nel chiaro intento di destabilizzare il nostro Governo e tutti quei Governi che provano ad imprimere un cambiamento di direzione rispetto al passato.”

J.A.: “Sono d’accordo con la sua lettura dei mezzi di comunicazione di massa, lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle più di una volta: The Guardian, El Pais, Der Spiegel hanno censurato il nostro materiale violando gli accordi presi con noi in precedenza e lo hanno fatto per ragioni politiche o semplicemente per protegger gli oligarchi, ad esempio non pubblicarono informazioni su Timoschenko in Ucraina per proteggere i suoi grandi investimenti a Londra, o come le imprese petrolifere italiane corrotte e corruttrici per operare in Kazakistan, abbiamo molte prove di questa censura, perché abbiamo i documenti originali forniti ai giornali e possiamo vedere che ne hanno pubblicato solo una parte, omettendo le informazioni scomode per i loro interessi. Io credo che la forma corretta di affrontare i Monopoli, i Duopoli e i Cartelli di mercato è bloccandoli e creando condizioni per una maggior diversificazione degli investitori. Non crede anche lei che bisogna proteggere i piccoli editori e non regolamentare troppo l’editoria per creare le condizioni di sviluppo da parte dei piccoli limitando però l’accesso da parte dei grandi gruppi?”

R.C.: “Ciò è quello che stiamo tentando di fare, sono già due anni che abbiamo creato una nuova legge per distribuire le frequenze televisive e radio, ad esempio, vorremmo che solo un terzo sia privato con fini di lucro, un’altro terzo sia proprietà senza fine di lucro, quindi comunitaria e sociale e l’ultimo terzo sia pubblica, ma non solo del governo centrale, bensì equamente distribuita tra gli enti Regionali e provinciali, questa legge è già stata varata e pubblicata, ma sistematicamente viene bloccata e attaccata dai mezzi di comunicazione e dalle parti del parlamento che ne difendono gli interessi, dobbiamo perciò democratizzare l’informazione proprio per questi motivi.”

J.A.: “Recentemente ho intervistato il presidente tunisino ed ho chiesto in merito alle difficoltà che si incontrano quando si è al potere e di quanto effettivamente si ha la possibilità di cambiare le cose, lei che ne pensa in merito?”

R.C.: “Guardi, una delle cause della crisi sud americana per l’attacco neoliberale è stata la mancanza di una vera leadership,una lidership al servizio delle politiche neoliberali è stata la costante in America latina per anni. Cos’è la leadership, è la capacità di comunicare con il popolo, ci possono essere buoni dirigenti politici o cattivi dirigenti. Buono significa essere leader al servizio del popolo e averne cura. Purtroppo in America Latina ci sono stati molti più cattivi leaders,che hanno utilizzato il loro potere per servirsi dei popoli, i dirigenti certamentente sono importanti; lo sono stati per gli USA per uscire dal colonialismo, lo sono stati per l’Europa per la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, oggi invece si vuol dipingere tutti i dirigenti come cattivi populisti, oggi noi non stiamo amministrando un sistema, ma stiamo cercando di cambiarlo semplicemente perché il sistema così come è stato concepito per secoli, è un fallimento assoluto. Siamo stati ridotti ad essere la regione più diseguale del mondo, con una povertà diffusa. Quando abbiamo tutto per essere una delle regioni più ricche del pianeta, non come negli Stati Uniti, dove non vedo nessuna differenza sostanziale tra Repubblicani e Democratici. Io credo che c’è più differenza in quello che penso la mattina da quello che penso la sera; loro stanno amministrando un Sistema, noi stiamo cercando di cambiarlo e per cambiarlo serve potere legittimo e democratico da parte dei dirigenti in funzione della grande maggioranza del popolo.”

J.A.: “Mi sembra che il presidente Obama non sia capace di controllare come lei questo potere che la circonda, forse non è un buon leader. Qual è la forza che le permette di fare questi cambiamenti? E’ la sua ideologia, il suo partito politico? Perché Obama non riesce in tutto ciò?”

R.C.: “Mi permetta di dire che il consenso, l’impegno non deve mai essere un fine, ma un mezzo, se lei pone come fine il consenso, da solo non cambia assolutamente nulla, a volte è necessario intraprendere la strada del compromesso anche senza un consenso, come per la corruzione bisogna affrontarla direttamente, correndo anche alcuni rischi, senza fare compromessi ne concessioni, quello che sta succedendo in Ecuador non è per mio merito, un leader al massimo può coordinare, quello che mi ha dato potere è stata l’indignazione del popolo dell’Ecuador e questo forse manca ancora negli Stati Uniti, perciò credo che Obama non abbia la forza di apportare un cambiamento radicale, perché non ha l’appoggio incondizionato del popolo con la sua indignazione. I movimenti come Occupy Wall Street e molti altri, dovranno rafforzarsi e organizzarsi per dare forza ai politici come Obama per cambiare le cose.”

J.A.: “Vorrei sapere secondo lei dove sta andando l’Ecuador e l’America latina, parlando di tempi lunghi. Quale sarà il futuro che vi aspetta sul lungo tempo, appunto? Il miglioramento delle condizioni di vita e il distaccamento dalle politiche neo-liberali Nord americane dove vi porteranno nei prossimi 10 o 20 anni?”

R.C.: “Come detto si sta riducendo l’influenza degli Stati Uniti in America latina e questo è qualcosa di buono, perciò abbiamo manifestato che si sta passando dall’epoca del ‘consenso di Washington’ al ‘consenso senza Washington’ ed è ottimo, perché questa politica non era in funzione della crescita dell’America latina, era imperialista fine a se stessa, la politica estera è ed è stata sempre in funzione dei capitali finanziari, oggi le cose stanno cambiando, io ho molta speranza, so che ci sono ancora dei rischi e che c’è ancora molto da fare per uscire dal passato, ma se ce la faremo il cambio sarà irreversibile, la società deve prevalere sul mercato e non può essere il mercato a prevalere sulla società. Ho molta fiducia e speranza perché l’America latina può essere il futuro e se fino ad adesso non ci siamo riusciti è per colpa della politica e dei dirigenti del passato e questo è ciò che sta cambiando.”

J.A.: Grazie.

R.C.: “Davvero è stato un piacere e benvenuto nel club dei perseguitati!”

J.A.: “Si grazie,stia attento anche lei, non lasci che la uccidano.”

R.C.: “Certo, è quello che cerchiamo di fare tutti i giorni…”

[traduzione a cura di Ciro Brescia]

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(VIDEO) L’Uruguay del Frente Amplio

di Fabrizio Lorusso

Fonte: carmillaonline

Presento questa intervista del 10 novembre scorso con Monica Xavier, dottoressa uruguaiana e senatrice del Partito Socialista che fa parte della coalizione delle sinistre Frente Amplio (Fronte Ampio). L’ho incontrata durante il convegno “Unità nella diversità” che ha riunito diverse realtà politiche dell’area progressista euro-latino-americana. L’incontro è stato organizzato dalla seconda forza politica messicana, il PRD (Partido Revolución Democrática), che aveva candidato per le elezioni presidenziali del primo luglio Andrés Manuel López Obrador. Obrador ha perso e ha denunciato, insieme al PRD, gli scandali della compravendita del voto e delle spese folli del principale rivale, cioè il “partito dinosauro” PRI (Partido Revolucionario Institucional), già al potere per 71 anni nel novecento. Il PRI tornerà a governare il Messico il primo dicembre prossimo con il “presidente delle TV” Enrique Peña Nieto. Ma torniamo al Cono Sud. Monica Xavier è stata eletta quattro mesi e mezzo fa dai militanti del Fronte dell’Uruguay come quarta presidentessa nella storia della coalizione che governa il paese sudamericano dal 2005. Dopo la presidenza di Tabaré Vázquez, dal 2010 governa il paese l’ex guerrigliero José (Pepe) Mújica. Ultimamente in Italia si parla, con un pizzico mediatico di tenerezza e folclore compiacente, solo della figura di Pepe Mújica perché è il “presidente più povero del mondo”, vista l’austerità e la semplicità della vita che conduce. Restano però in secondo piano i grossi progressi sociali ed economici che hanno portato l’Uruguay a riprendersi dalla peggiore crisi della sua storia e a rilanciare i temi sociali come il diritto di decisione delle donne sul proprio corpo, la legalizzazione delle droghe e il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Che significa oggi per te “unità nella diversità” parlando delle sinistre in Uruguay e America Latina?

Oggi e da quasi 42 anni significa Fronte Ampio in Uruguay. Questa è la nostra identità, l’unità nella diversità, e crediamo che sia un’esperienza che senza emettere ricette è buona per lo sviluppo di blocchi alternativi, popolari, con vocazione trasformatrice. Le destre hanno governato sempre nel nostro continente e, da alcuni anni a questa parte, ci sono opzioni progressiste di tipi diversi che sono arrivate al governo e hanno fatto governi di successo con percentuali molto importanti dei presidenti e delle presidentesse che li conducono, ma le strutture politiche non sono state all’altezza di queste sfide. Sono arrivate tardi e in certe occasioni s’è verificato il paradosso per cui con numeri straordinari di approvazione popolare ci sono presidenti che non finiscono il loro mandato o partiti che non hanno la capacità di essere riconfermati al governo.

Qual è il minimo comun denominatore tra le tante componenti del Fronte Amplio? I partiti e le anime politiche sono tante ed è difficile pensare a come mettersi d’accordo e questo è un problema in tutta l’America Latina.

L’unità è un principio, un principio così caro come lo è quello di essere coerenti con i valori della giustizia sociale, della libertà e dell’equità. Noi abbiamo un disegno organico in base a determinati compromessi fondazionali che hanno a che vedere con il rispetto delle singole componenti e una struttura comune normata da un regolamento che fu creata già nel 1971, quando il Fronte era in una fase di fondazione. Questo fa sì che l’unità d’azione sia la regola e per mantenere la libertà di azione esiste un meccanismo per consacrarla e non un’attitudine individuale che è considerata una indisciplina.

Qual è la chiave di questo? Non la pressione della disciplina partitista, ma la democrazia nel dibattito e nel processo decisionale ed è solo in questo modo che, a mio giudizio, chi è in minoranza sente che è stato parte di un dibattito e se forse alcuni dei suoi argomenti sono stati considerati nella decisione finale, può sentirsi parte della stessa in modo simile alle forze che congiunturalmente sono maggioritarie.

Quindi uno dei fondatori, il generale Liber Seregni che venne incarcerato durante la dittatura (1973-1984), era un uomo che fece della regola del consenso la regola fondamentale per prendere le decisioni. Poi nei periodi dei governi nazionali o regionali è successo che privilegiassimo un processo decisionale democratico d’accordo con le maggioranze qualificate che si formavano. Ma ora, anche se siamo al potere nel governo nazionale e in quattro regioni, stiamo tornando alla ricerca del consenso come formula quotidiana di funzionamento e, quando questo non si ottiene, si ricorre solo in quel caso alla maggioranza qualificata.

Ci sono frizioni con i settori cattolici? Come conciliate certe ispirazioni religiose con la filosofia del Fronte?

In primo luogo, dobbiamo chiarire nettamente che dal 1917 ad oggi lo stato uruguaiano è separato dalla religione, è uno stato laico. Senza dubbio la laicità di questi tempi acquisisce un significato maggiore rispetto all’allontanamento di ciò che è “religioso”. La laicità in questo momento credo che prenda il valore del riconoscimento della diversità delle società e dell’importanza di preservarla per avere società attive e feconde.

Allora abbiamo alcune tematiche che implicano questioni di coscienza. Per esempio, recentemente abbiamo fatto una legge sulla depenalizzazione dell’aborto che ha fatto sì che non sia punibile, che non si applichi il codice penale nelle prime 12 settimane di gestazione e si verificano determinate circostanze. E per esempio i settori che nel Fronte mantengono l’obiezione di coscienza su certi temi e sono magari vicini alla democrazia cristiana oppure un individuo che a livello personale dichiara un’obiezione di coscienza non vengono obbligati a votare, però sì a lasciare il loro spazio decisionale per rendere percorribile la scelta presa dall’insieme dell’organizzazione.

Possiamo dire che in qualche modo non s’è prevista una protezione attiva dello stato rispetto alla libertà di decisione delle donne, però almeno c’è stato un accordo per non continuare a penalizzare le donne che esercitano questa libertà.

Esattamente. Io avevo posto la questione, ho scritto il progetto originale che in realtà consacrava il diritto all’autonomia della donna sul proprio corpo, ma questo non è stato un criterio che suscitasse una maggioranza necessaria per far approvare la legge e, invece, s’è approvata una legge che dice che non si applicherà il codice penale. E’ un progresso, ma io senza dubbio preferisco l’altro aspetto, più in un’ottica di diritti, però ho difeso e votato questo progetto e continuerò a farlo affinché venga applicato perché è già comunque un progresso importante nella vita delle donne che affrontano una situazione difficile come questa.

E sulla liberalizzazione o, diciamo, la regolazione delle droghe leggere, in particolare della marijuana, come state procedendo?

Ne stiamo parlando, c’è un dibattito importante nella società. In origine si è posta la questione del riconoscimento del diritto della persona che consuma a non venire spinta verso il mercato della clandestinità. Quindi originariamente a livello parlamentare si è cominciato a discutere della separazione tra il denaro e la droga e, pertanto, della possibilità di possedere un numero determinato dalla legge di piante per la coltivazione e il consumo personale e dell’intorno. Bisogna precisare anche l’Uruguay ha depenalizzato il consumo molti anni fa, però non la vendita né altri procedimenti che rendono accessibile la droga e quindi è una situazione un po’ paradossale.

Parliamo solo della marijuana?

Sì, esattamente. Solo quella. Il governo ha sentito la preoccupazione per il tema della sicurezza e per la diffusione della “pasta base”. Questa è un residuo della cocaina mischiato con molte sostanze che sono molto nocive per l’organismo umano, hanno una rapidissimo effetto eccitante e causano una depressione molto brusca. Crea un’altissima dipendenza, quindi va consumato compulsivamente. E’ stato dunque proposto un progetto che, al posto di separare il denaro dalla marijuana, separa i mercati delle droghe e separa la marijuana dal resto delle droghe.

L’obiettivo qui è anche quello di far finire il circuito della clandestinità, ma è una logica differente e queste due logiche si stanno cercando di combinare per generare un’alternativa che in qualche modo riesca ad ottenere entrambi gli obiettivi. Indubbiamente io sono madre e sono medico e sono d’accordo sul fatto che la penalizzazione ristretta non ha dato risultati né in Uruguay né nel mondo. Perciò bisogna trovare un’alternativa e queste due logiche sono percorsi da fare per trovare una norma legale. Però la mia prima espressione su questo pubblicamente è sempre che non c’è nulla di meglio della vita sana, con sport, con opzioni culturali e lavori, se si è in età di lavorare, e una vita con un’alimentazione salutare.

Beh, son d’accordo anch’io, però siccome la marijuana c’è e le droghe ci sono e si usano, meglio vedere che facciamo… Ma questo tema è già legge o ancora no?

Sì, certo. Il provvedimento è in fase di discussione parlamentare e quindi stiamo pensando seriamente a questa legge.

Invece, sul tema del riconoscimento delle coppie di fatto? Qui a Città del Messico esiste anche il matrimonio tra persone dello stesso sesso mentre nel resto del paese non si sono fatti passi avanti in questo senso.

Abbiamo una legge sulla convivenza, una “ley concubinaria” che riconosce diritti per le unioni di più di 5 anni con coppie dello stesso sesso o eterosessuali. Sono sicura che prima della fine di questa legislatura, il 15 febbraio 2015, faremo una legge sul matrimonio perché sia ugualitario. Mi pare che dei tre temi questo è quello che ha più accettazione nel sistema politico perché c’è una grande differenza tra il sistema politico e la società. Infatti, questa pratica e pertanto riconosce la necessità della legalizzazione dell’aborto in certe circostanze secondo percentuali maggioritarie sempre. Però il sistema politico ha più resistenze che derivano sicuramente da pressioni di una chiesa cattolica che pesa. E pesa molto nonostante siamo in uno stato laico. Inoltre la chiesa fa delle minacce nei confronti di quelli che, come me, hanno una posizione libertaria in tutte le tematiche.

Torniamo all’America Latina e al mondo. Unità nella diversità. Tra Latinoamerica e Europa come stabilire relazioni e di che tipo?

Mi pare interessante la proposta riguardante il lancio di un’agenda euro-latino-americana soprattutto nei paesi che hanno una forte influenza in Latinoamerica come l’Italia e la Spagna. Infatti nel mio paese diciamo che noi discendiamo dalle navi dei vostri migranti, ma siamo anche in una fase di riconoscimento delle nostre ascendenze africane e indigene anche se queste ultime sono più in ritardo in questo riconoscimento. Credo che ci sia una serie di punti in comune su cui riflettere senza l’ossessione di trovare formule magiche ma di trasportare esperienze che ci possano aiutare a comprendere alcune chiavi su come uscire da queste situazioni. Credo che, per esempio, se l’Uruguay ha sofferto la crisi più violenta della sua storia nel 2002 e oggi a tutti i livelli possiede valori superiori a quelli che aveva prima della crisi, è perché ne siamo usciti in chiave politica, con un approfondimento democratica, rappresentativa e partecipativa, e con inclusione sociale.

E’ un suggerimento per la crisi europea?

Beh, ci sono differenze. Infatti in Europa avete un sistema di protezione sociale che non è mai stato raggiunto in America Latina e, pertanto, dobbiamo vedere che senza dubbio in molte cose partiamo da livelli differenti. Poi ecco mi pare che queste chiavi che sembrano astratte e universali, ma che poi nella realtà operano in modo molto concreto, possono essere leve gestibili a livello internazionale.

(VIDEO+FOTO) Il popolo venezuelano in solidarietà con la Palestina

Fonte: aporra.org

24 Novembre 2012.- In Plaza Bolívar, diversi movimenti sociali si sono riuniti  mercoledì 21 di questo mese per esprimere il proprio appoggio al popolo di Palestina.

Il Foro Itinerante de Participación Popular, la Coordinadora Simón Bolívar, la Coordinadora Popular de Caracas, il Colectivo Somos Ambiente, Aporrea.org, Radio Negro Primero, Radio Zamora, Radio Al Son del 23, insieme ad altri movimenti popolari, media alternativi e comunitari, poeti, artisti popolari, cirqueros, cantores ed il popolo solidale con la causa palestinese, hanno reclamato con striscioni, parole d’ordine, canti e dichiarazioni, affinché si fermino i  massacri perpetrati contro il popolo palestinese.

L’Ambasciatore di Palestina in Venezuela, Farid Suwwan, dalla Esquina Caliente con Luis Salazar, è stato uno dei partecipanti alla mobilitazione: “Il popolo palestinese vuole vivere in pace e non vuole più guerre, non vuole, però, essere schiavo nella sua stessa terra, non vuole vivere sotto occupazione, non vuole vivere sotto tortura, umiliato, incarcerato, esige, ha il diritto ad essere un popolo libero”.

Palestinos estudiantes de medicina participaron con su banda

PALESTINOS ESTUDIANTES DE MEDICINA PARTICIPARON CON SU BANDA

Credito: Aporrea tvi

Cientos de personas acudieron a la concentraciÓN EN LA pLAZA  bOLÍVAR

CIENTOS DE PERSONAS ACUDIERON A LA CONCENTRACIÓN EN LA PLAZA BOLÍVAR

Credito: aporrea tvi

Hindú Anderi

HINDÚ ANDERI

Credito: aporrea tvi

Anonymous se hizo presente en este acto solidario con los hermanos palestinos

ANONYMOUS SE HIZO PRESENTE EN ESTE ACTO SOLIDARIO CON LOS HERMANOS PALESTINOS

Credito: aporrea tvi

Joven palestino  protesta por  tanto sufrimiento de su pueblo

JOVEN PALESTINO PROTESTA POR TANTO SUFRIMIENTO DE SU PUEBLO

Credito: aporrea tvi

Declaraciones de apoyo

DECLARACIONES DE APOYO

Credito: aporrea tvi

Ghassan Abbas embajador  de Siria en Venezuela

GHASSAN ABBAS EMBAJADOR DE SIRIA EN VENEZUELA

Credito: aporrea tvi

Apoyo total al pueblo heróico de palestina

APOYO TOTAL AL PUEBLO HERÓICO DE PALESTINA

Credito: aporrea tvi

Farid Suwwan embajador  de PALESTINA en venezuela

FARID SUWWAN EMBAJADOR DE PALESTINA EN VENEZUELA

Credito: aporrea tvi

Periodista de Hispan Tv

PERIODISTA DE HISPAN TV

Credito: Aporrea tvi

Las niñas también apoyan la causa palestina

LAS NIÑAS TAMBIÉN APOYAN LA CAUSA PALESTINA

Credito: aporrea tvi

artistas de caracas acompañaron el evento

ARTISTAS DE CARACAS ACOMPAÑARON EL EVENTO

Credito: aporrea tvi

Artistas  declararon con su canto el apoyo a los sufridos de GAZA

ARTISTAS DECLARARON CON SU CANTO EL APOYO A LOS SUFRIDOS DE GAZA

Credito: aporrea tvi

Movimientos ondean sus banderas en este encuentro por la solidaridad con palestina

MOVIMIENTOS ONDEAN SUS BANDERAS EN ESTE ENCUENTRO POR LA SOLIDARIDAD CON PALESTINA

Credito: aporrea tvi

alí Alejandro Primera cantó para el bravo pueblo palestino

ALÍ ALEJANDRO PRIMERA CANTÓ PARA EL BRAVO PUEBLO PALESTINO

Credito: aporrea tvi

Jóvenes madres opinan sobre el conflicto

JÓVENES MADRES OPINAN SOBRE EL CONFLICTO

Credito: aporrea tvi

joven declara sobre la ocupación

JOVEN DECLARA SOBRE LA OCUPACIÓN

Credito: aporrea tvi

En una sola bandera

EN UNA SOLA BANDERA

Credito: aporrea tvi

No más genocidios

NO MÁS GENOCIDIOS

Credito: aporrea tvi

Por nuestra patria libre

POR NUESTRA PATRIA LIBRE

Credito: aporrea tvi

por la madre tierra palestina

POR LA MADRE TIERRA PALESTINA

Credito: aporrea tvi

Palestinas manifestando

PALESTINAS MANIFESTANDO

Credito: aporrea tvi

Osly Hernández de Surco

OSLY HERNÁNDEZ DE SURCO

Credito: aporrea tvi

El pueblo con Palestina

EL PUEBLO CON PALESTINA

Credito: aporrea tvi

Il nostro sogno: pace giusta e sovranità

Iván Márquez con Rodrigo Granda tra le montagne della Colombia

 Fonte: uninomade.org 

“La pace che abbiamo voluto, per la quale stiamo lottato da tanto tempo, è stata sempre perseguita affinché in questo paese spariscano le disuguaglianze che sono così grandi.”

Manuel Marulanda Vélez 

Signore e signori

Amiche e amici della pace in Colombia

Compatrioti

Siamo venuti fino al 60° parallelo, fino alla città di Oslo, dal tropico remoto, dal Macondo dell’ingiustizia, dal terzo paese più diseguale al mondo, con un sogno collettivo di pace, con un ramo di olivo in mano.

Veniamo in questa Norvegia del nord a cercare la pace con giustizia sociale per la Colombia, attraverso il dialogo; un dialogo in cui il sovrano, che è il popolo, dovrà essere il principale protagonista. Nel popolo risiede la forza irresistibile della pace. Questa non dipende da un accordo fra i portavoce delle parti concorrenti: spetta al popolo tracciare la via della soluzione politica ed egli stesso spetterà stabilire i meccanismi che rendano possibili le sue aspirazioni.

Tale percorso strategico non può essere concepito come un processo contro il tempo. L’illusoria pace lampo che alcuni promuovono, per la propria velleitaria soggettività o per le proprie smanie, porterebbe solamente al precipizio della frustrazione. Una pace che non includa la soluzione dei problemi economici, politici e sociali generati dal conflitto sarebbe una velleità ed equivarrebbe a seminare delle chimere sul suolo colombiano. Abbiamo bisogno di costruire la convivenza su basi solide, come gli inamovibili fiordi rocciosi di questa terra, perché la pace sia stabile e duratura.

Non siamo i guerrafondai che alcuni media hanno voluto dipingere, veniamo a questo tavolo con proposte e progetti per raggiungere la pace definitiva, una pace che implichi una profonda demilitarizzazione dello Stato e riforme socioeconomiche radicali che fondino democrazia, giustizia e libertà reali. Veniamo qui con il portato di una lotta storica per la pace, a cercare, gomito a gomito con il nostro popolo, la vittoria della soluzione politica alla guerra civile che distrugge la Colombia. Ciononostante la nostra determinazione ha la forza necessaria ad affrontare i guerrafondai che credono di poter piegare, con il fragore delle bombe e dei cannoni, la volontà di chi mantiene in alto le bandiere del cambiamento e della giustizia sociale.

Non si può legare questo processo a una politica che si concentri solamente sulla violenta accumulazione di profitti per quei pochi capitalisti, ai quali non importa nulla della povertà che affligge il 70% della popolazione. Costoro pensano solamente all’incremento del proprio guadagno, non alla riduzione della miseria. Oltre 30 milioni di colombiani vivono nella povertà, 12 milioni sono indigenti e il 50% della popolazione economicamente attiva agonizza fra disoccupazione e occupazione precaria, quasi 6 milioni di contadini si ritrovano per strada, essendo stati cacciati dalle loro terre. Dei 114 milioni di ettari di terra del paese, 38 sono stati assegnati alla prospezione petrolifera, 11 milioni alla miniera, dai 750 mila ettari per lo sfruttamento forestale si pianifica di passare a 12 milioni. L’allevamento intensivo occupa 39,2 milioni di ettari. L’area coltivabile ricopre 21,5 milioni di ettari, ma solamente 4,7 milioni sono riservati all’agricoltura, cifra in calo perché il paese importa già 10 tonnellate di alimenti l’anno. Oltre la metà del territorio colombiano è in funzione degli interessi di un’economia di enclave.

Nella nostra visione, mettere sul tavolo la questione dello sviluppo agricolo integrale come primo punto dell’accordo generale significa assumere l’analisi di uno degli aspetti centrali del conflitto. Il problema della terra è causa storica del conflitto di classe in Colombia. Per dirla con le parole del comandante Alfonso Cano “le FARC sono nate per resistere alla violenza oligarchica che utilizza sistematicamente il crimine politico per liquidare l’opposizione democratica e rivoluzionaria; anche come risposta contadina e popolare all’aggressione latifondista e dei grandi proprietari terrieri che ha macchiato di sangue le terre colombiane usurpando terre di contadini e coloni…”

Ciò che fu la causa principale dell’insurrezione armata e di un’eroica resistenza contadina si è acuito nel corso del tempo. L’implacabile fame di terre dei latifondisti ha accentuato la squilibrata e ingiusta struttura della proprietà della terra. Il coefficiente Gini nella campagna raggiunge il 0,89: spaventosa disuguaglianza! Gli stessi dati ufficiali riportano che le proprietà di oltre 500 ettari corrispondono allo 0,4% dei proprietari che controllano il 61,2% della superficie agricola. Si tratta di un’accumulazione per espropriazione; i dati più recenti parlano di 8 milioni di ettari strappati a sangue e fuoco mediante massacri paramilitari, fosse comuni, sparizioni ed esodi forzati, crimini contro l’umanità, accentuati durante gli 8 anni del governo Uribe, tutti componenti del terrorismo di Stato in Colombia.

Per le FARC, Esercito del Popolo, il concetto di TERRA è indissolubilmente legato al territorio; è un tutt’uno indivisibile che va oltre l’aspetto meramente agrario e tocca interessi strategici, vitali, di tutta la nazione. Per questo la lotta per il territorio sta al centro delle lotte che si danno oggi in Colombia. Parlare di terra significa per noi parlare del territorio come di una categoria che oltre al suolo e al sottosuolo comprende relazioni socio-storiche delle nostre comunità profondamente legate a un sentimento della patria che concepisce la terra come riparo e al senso del “buen vivir”. A questo proposito dovremmo interiorizzare la penetrante definizione del Libertador Simón Bolívar di che cosa è la patria, il nostro suolo, il nostro territorio: “Innanzitutto il suolo nativo che (ci dice) ha dato forma con i suoi elementi al nostro essere; la nostra vita non è altro che l’essenza del nostro stesso paese; lì si trovano i testimoni della nostra nascita, i creatori della nostra esistenza e coloro che hanno dato l’anima per la nostra educazione; i sepolcri dei nostri padri giacciono lì e ci chiedono sicurezza e riposo; tutto ci ricorda un dovere, tutto ci riporta a sentimenti dolci e memorie deliziose; quello fu il teatro della nostra innocenza, dei nostri primi amori, delle nostre prime sensazioni e di ciò che ci ha formato come persone. Che titoli possono esserci di più sacri dell’amore e della consacrazione?”

Partiamo da questa visione per allertare tutta la Colombia: la titolazione delle terre, così come l’ha progettata l’attuale governo, è una trappola; rappresenta una sorta di espropriazione legale attraverso cui si vuole fare in modo che all’agricoltore, una volta in possesso del titolo di proprietà, non resti altra via che quella di vendere o affittare alle multinazionali e agli agglomerati finanziari, ai quali interessa solamente il saccheggio sfrenato delle risorse minerarie-energetiche del sottosuolo.

Nel segno di questa strategia rientra l’utilizzo del suolo per estendere gli sfruttamenti forestali e le immense piantagioni, non per risolvere il grave problema alimentare di cui soffre la nostra popolazione, ma per produrre agro-combustibile per le nostre automobili. Nel migliore dei casi alla gente delle zone rurali rimarrà una rendita miserabile, lontano dalle loro terre e confinati nei recinti della miseria delle grandi città. Dopo 20 o 30 anni di contratto nessuno si ricorderà del vero padrone della terra. Lo assicuriamo senza alcun dubbio: la finanziarizzazione della terra derivata dalla titolazione finirà col rubare la terra all’agricoltore. Ci stanno spingendo alla vendita della terra a potenze straniere e al disastro ambientale, fomentando brutalmente lo sfruttamento minerario-energetico e forestale. La natura come fonte d’informazione genetica non può essere trasformata in bottino delle multinazionali. Ci opponiamo all’invasione delle sementi transgeniche, alla privatizzazione e distruzione della nostra biodiversità e alla pretesa di fare dei nostri agricoltori dei componenti dell’ingranaggio del commercio agroalimentare e delle sue catene agroindustriali. In gioco sono la sovranità e la stessa vita.

In questi termini la titolazione non è altro che la legalità che pretende lavare le mani insanguinate dagli espropri praticati per decenni dal terrorismo di Stato. Per una multinazionale è più presentabile dire “ho un titolo minerario”, piuttosto che essere accusata di aver finanziato gruppi paramilitari e confinato una popolazione per permettere il suo progetto estrattivo. All’interno di questa dinamica in Colombia il regime assassina non solo con i suoi piani di guerra, con i suoi paramilitari e sicari, ma anche con le sue politiche economiche che uccidono con la fame. Oggi siamo venuti a smascherare l’assassinio metafisico rappresentato dal mercato, a denunciare la criminalità del capitale finanziario, a mettere il neoliberismo sul banco degli imputati, come carnefice e come fabbricante di morte.

Non inganniamoci: la politica agricola del regime è ritardataria e fraudolenta. La verità pura e semplice, come dice il Libertador Simón Bolívar, è il miglior metodo di persuasione. La menzogna porta solamente all’inasprimento del conflitto. Il fine ultimo di tali politiche, che corrodono la sovranità e il beneficio comune, è dare sicurezza giuridica agli azionisti, liberalizzare il mercato delle terre e aprire il territorio alla speculazione finanziaria e ai mercati del futuro. Indipendentemente dal fatto che esista o meno l’insurrezione armata questa politica moltiplicherà i conflitti e la violenza.

Accumulazione per espropriazione e nuova spazialità capitalista, questa è la formula del progetto politico-economico delle élite neoliberali che stanno facendo sanguinare la patria dalla testa ai piedi.

Ed è a tutto questo che noi resistiamo. Le FARC non si oppongono a una vera restituzione e titolazione delle terre. Per anni abbiamo lottato, come popolo armato, per una riforma agraria efficace e trasparente e precisamente per questo non si può permettere che si intensifichi l’espropriazione legale che il governo prospetta con la sua legge della terra. Attraverso la violenza del Plan Colombia  e il progetto militare si è preparato il territorio per l’assalto delle multinazionali. La legge generale agraria e di sviluppo rurale è essenzialmente un progetto di riassetto territoriale concepito per aprire il campo all’economia estrattiva contro l’economia contadina, a scapito della sovranità alimentare e del mercato interno, sovrapponendo la mappa delle risorse minerarie-energetiche allo spazio agricolo. Non si tiene neppure in conto una agro-ecologia che permetta un’interazione sostenibile con la natura.

D’altra parte, la restituzione delle terre deve riferirsi alle terre che sono state confiscate con la violenza ai contadini, indigeni e afro-discendenti e non a terreni incolti lontani dai loro luoghi originari, anch’essi braccati oggi dalle multinazionali. Ma questo è un problema che riguarda tutto il popolo colombiano e che di fatto sta riempiendo tutto il territorio di conflitti. C’è una non conformità profonda del paese nazionale con la mafia finanziaria che si sta appropriando della Orinoquía. Ora sono apparsi nuovi llaneros[1]che di llaneros non hanno nulla, come i magnate Sarmiento Angulo e Julio Mario Santodomingo (figlio), i proprietari terrieri Eder del Valle del Cauca, il signor Efromovich, l’ex vicepresidente Francisco Santos (gestore del Bloque Capital paramilitare), i figli di Uribe Vélez, fra altri filibustieri, che non hanno alcun diritto su queste terre e vogliono solamente affondare i propri artigli sul petrolio, l’oro, il coltán, il litio, sfruttare grandi progetti agroindustriali e la biodiversità dei territori. Affrontare la questione agraria significa discutere con il paese di queste problematiche. Che parlino i veri llanerosquelli dalla pelle tostata dal sole dei banchi di sabbia; quelli che per secoli hanno convissuto in armonia con i morichales e il volo delle garze e degli alcaravanesquelli dai piedi scalzi che con il loro leggendario coraggio impugnarono le lance per darci la libertà.

La parola va al popolo: nel popolo c’è la patriottica resistenza dei lavoratori petrolieri contro la canadese Pacific-Rubiales a Puerto Gaitán, il cui scenario di saccheggio fu preparato con il sangue dai paramilitari di Víctor Carranza. Ogni giorno il vampiro multinazionale si porta a casa oltre 250 mila barili di petrolio, mentre succhia sangue a oltre 12.500 lavoratori terziarizzati che come schiavi devono lavorare 16 ore al giorno per 21 giorni di seguito, con una settimana di riposo. La loro situazione lavorativa è più atroce di quella degli schiavi raccoglitori di banane degli anni ’20.

Lì c’è la resistenza degli abitanti del Quimbo, dove il governo pretende di cacciare a pedate la gente che vi ha vissuto per più di un secolo, distruggendo così le loro traiettorie culturali, di vita, il loro contesto ambientale. Lasciamo forse che si ferisca a morte il fiume della patria, il Río Grande de la Magdalena, solo perché venga costruita una centrale che produrrà energia per l’esportazione e non per risolvere la domanda interna di milioni di colombiani che non hanno accesso all’energia elettrica? Per il governo viene prima la rendita della multinazionale EMGESA della sorte delle famiglie che saranno sradicate dalle loro terre.

Lì c’è la resistenza degli abitanti di Marmato (Caldas), gente umile che ha sempre vissuto dello sfruttamento artigianale dell’oro e che ora la multinazionale MEDORO RESOURCES vuole cancellare dalla mappa per trasformare quel villaggio nella miniera di oro a cielo aperto più grande del continente. Ricordiamo che perfino la chiesa colombiana ha accompagnato questa lotta giusta in cui il sacerdote José Idárraga, lider del Comité Cívico Pro defensa de Marmato, fu crivellato di colpi dagli sbirri delle multinazionali.

Lì c’è la formidabile resistenza indigena e contadina del Cauca in difesa del loro territorio e delle loro culture ancestrali, e quella dei loro fratelli afrocolombiani, guardiani patriottici della sovranità del popolo sul Pacifico e sulla nostra selva.

Le caste dominanti continuano a distruggere il Páramo de Santurbán, una ricchezza di biodiversità e di acque che saziano la sete di città importanti come Bucaramanga e Cúcuta. Per la cupidigia dell’oro si pretende di distruggere l’alta montagna e la purezza delle acque del fiume Suratá. La dignità dei figli di José Antonio Galán, il comunero, ha mobilitato la resistenza, riuscendo persino a unificare il popolo con le imprese locali che hanno cominciato a capire che questa è una lotta di tutta la Colombia.

Come possiamo permettere che per compiacere la voracità di oro della multinazionale ANGLO GOLD ASHANTI le si consegni il 5% del nostro territorio? Il progetto estrattivista di questa multinazionale in La Colosa (Cajamarca) lascerà una grande devastazione ecologica e priverà di acqua 4 milioni di colombiani che dipendono da quelle fonti idriche.

La locomotrice mineraria è come un demonio di distruzione socio-ambientale che, se il popolo non arresta, in meno di un decennio trasformerà la Colombia in un paese invivibile. Fermiamo ora le locomotrici fisiche del Cerrejón e della Drummond che per 24 ore al giorno saccheggiano il nostro carbone, sprigionano polveri inquinanti al passaggio dei loro interminabili vagoni, lasciandoci, come dice il noto cantautore Hernando Marín, solo voragini e miseria. Fermiamo le BHP BILLITON, XSTRATA e l’ANGLO AMERICAN che, per estrarre 600 milioni di tonnellate di carbone che giacciono sotto il letto del fiume Ranchería pretendono di modificare il suo corso, producendo la diminuzione del 40% del flusso delle sue acque e generando così devastazione ambientale e l’irreparabile distruzione del tessuto sociale dei popoli Wayúu.

Questo governo è troppo vigliacco per difendere la sovranità di fronte alla multinazionale BHP BILLITON, che saccheggia indiscriminatamente il ferro-nichel di Cerro Matoso (Córdoba) e che continua ad incassare dal paese/a tassare il paese minandone la sovranità, il benessere sociale e l’ambiente.

Bisogna porre fine alla mostruosità dei contratti di 20 e 30 anni che privilegiano i diritti del capitale a discapito dell’interesse comune.

E chiaramente, si sentono i portavoce del governo e le oligarchie che proclamano la crescita della economia nazionale e delle sue esportazioni. Però no, in Colombia non c’è economia nazionale. A esportare il petrolio, il carbone, il ferroníquel, l’oro, traendone beneficio, sono le multinazionali. La prosperità è dunque di esse e dei governi venduti, non del paese.

Questo non è uno spazio per risolvere i problemi particolari dei guerriglieri, ma i problemi della società nel suo complesso; e, dato che uno dei fattori che ha un maggiore impatto negativo sulla popolazione è la sottoscrizione dei Trattati di Libero Commercio, questo è un tema che dovrà essere per forza di cose affrontato.  Povera Colombia, costretta a competere con le multinazionali con un’infrastruttura distrutta dalla corruzione e dalla negligenza.

Quindi, la pace… Sì. Vogliamo sinceramente la pace e ci identifichiamo con il fragore maggioritario della nazione per trovare una fuoriuscita negoziata dal conflitto, aprendo spazi per la piena partecipazione cittadina ai dibattiti e alle decisioni.

Però la pace non significa il silenzio dei fucili, ma riguarda la trasformazione della struttura dello Stato e il cambiamento delle forme politiche, economiche e militari. Sì, la pace non è una mera smobilitazione. Ha detto il comandante Alfonso Cano: “Smobilitazione è sinonimo d’inerzia, di consegna codarda, è arresa e tradimento della causa popolare e dell’ideologia rivoluzionaria che coltiviamo e lottiamo per le trasformazioni sociali, è una mancanza di dignità che porta implicitamente un messaggio di sconforto al popolo che confida nel nostro impegno e nella proposta bolivariana”.

Dovremo necessariamente affrontare le cause che hanno generato il conflitto e sanare, per prima cosa, il cancro delle istituzioni. Chiaramente, dal punto di vista strettamente economico, per una multinazionale è più facile saccheggiare le risorse naturali del paese senza la resistenza popolare e guerrigliera. Partendo da basilari esercizi di matematica, possiamo affermare che la guerra è insostenibile per lo Stato, per le seguenti considerazioni: le spese militari in Colombia sono tra le più alte al mondo in proporzione al suo prodotto interno lordo. Oggi raggiungono il 6,4%, mentre vent’anni fa erano nell’ordine del 2,4%; vale a dire, si sono triplicate e ciò è rilevante. Le spese militari oscillano attualmente tra i 23 e i 27 miliardi di pesos all’anno, senza considerare che la Colombia è il terzo ricettore di “aiuti” militari statunitensi al mondo e che, per conto del Plan Colombia, riceve un finanziamento equivalente a 700 milioni di dollari l’anno.

In Colombia c’è un regime giuridico che procede insieme alla protezione militare degli investimenti. Dei 330.000 membri effettivi delle Forze Militari, 90 mila soldati sono utilizzati per proteggere l’infrastruttura e i profitti delle multinazionali. La spesa enorme che ciò rappresenta, aggiungendo il costo della tecnologia impiegata, pone in evidenza i limiti della sostenibilità della guerra. Facciamo un appello sincero ai soldati della Colombia, agli ufficiali e ai sottoufficiali, e anche agli alti comandanti che sentono nel loro petto il pulsare della patria, a recuperare il decoro e l’eredità dell’ideologia bolivariana, che raccomanda ai militari di impiegare la loro spada in difesa della sovranità e delle garanzie sociali. Che bello sarebbe essere protagonisti della nascita di nuove Forze Armate. Non più sottomissione a Washington, non più subordinazione al Comando Sur e non più compiacenza con l’espansione delle basi militari straniere sul nostro territorio.

Questa è la fiamma che arde nel nostro cuore; per questo non possono che costituire un’offesa, i cosiddetti strumenti giuridici di giustizia transnazionale che mirano a trasformare le vittime in carnefici. Si tenga presente che la ribellione armata contro l’oppressione è un diritto universale di tutti i popoli del mondo che è stato consacrato nel preambolo della dichiarazione dei diritti umani approvata dall’ONU nel 1948 e che è inoltre un diritto riportato in molte costituzioni delle nazioni del mondo. Non siamo la causa ma la risposta alla violenza dello Stato, che è colui che deve sottomettersi alla giustizia, affinché risponda delle sue atrocità e dei crimini di lesa umanità, come dei 300 mila morti della cosiddetta epoca della violenza negli anni ’50, affinché risponda dei 5 mila militanti e dirigenti della Unión Patriótica assassinati dal paramilitarismo come strategia contro-insorgente dello Stato, dell’allontanamento forzato di circa 6 milioni di contadini, dei più di 50 mila casi di sparizione forzata, dei massacri, delle torture, degli abusi di potere costituiti dalle detenzioni di massa, della drammatica crisi sociale e umanitaria; in sintesi: che risponda del terrorismo di Stato. A dover confessare la verità e risarcire le vittime sono i suoi carnefici, trincerati all’interno di un’istituzione illegittima.

Siamo una forza belligerante, un’organizzazione politica rivoluzionaria con un progetto di paese illustrato nella Plataforma Bolivariana por la Nueva Colombia, spinti dalla convinzione che il nostro porto è la pace, però non la pace dei vinti, ma la pace con giustizia sociale. 

L’ insorgenza armata motivata da una lotta giusta non potrà essere sconfitta né con le bombe, né con le tecnologie, né tantomeno con i piani, per quanto varie e altisonanti possano essere le loro definizioni. La guerra delle guerriglie mobili è una tecnica invincibile. Si sbagliano coloro che, ubriachi di trionfalismo, parlano della fine della guerriglia, di punti di inflessione e di sconfitte strategiche; e confondono la nostra disponibilità al dialogo per la pace con un’inesistente manifestazione di debolezza. Ci hanno colpito e abbiamo colpito, sì. Pero possiamo dire con il cantastorie spagnolo: “per fortuna vi vantate perché le vostre armi sono lucidate; al contrario guarda le mie, che deteriorate che sono, perché feriscono e sono state ferite”. Sono le vicissitudini della guerra. Il Plan Patriota del Comando Sur degli Stati Uniti è stato sconfitto e oggi lo scontro bellico si estende intensamente per tutto il territorio nazionale. E, ciò nonostante, palpita in noi un sentimento di pace fondato sulla convinzione che la vittoria sarà sempre nelle mani della volontà e della mobilitazione del nostro popolo. “Questo è un messaggio di decisione, ha detto poco tempo fa Alfonso Cano: qui nelle fila delle FARC nessuno è avvilito, siamo assolutamente con il morale alto, di morale di combattimento!”

Presidente Santos, fondiamo la pace partendo dalle aspirazioni della nazione.

Facciamo appello a tutti i settori sociali del paese, all’ Ejército de Liberación Nacional, ELN, agli organi dirigenti dei partiti politici, ai  Colombianas y Colombianos por la Paz, un’organizzazione che, guidata da Piedad Córdoba, ha lavorato smisuratamente per aprire questo cammino, alla  Conferencia Episcopal e alle chiese, alla Mesa Amplia Nacional Estudiantil (MANE), alla Coordinadora de Movimientos Sociales de Colombia (COMOSOCOL), ai promotori dell’Encuentro por la Paz de Barranca, agli indigeni, agli afro-discendenti, ai contadini, alle organizzazioni dei desplazados, all’ACVC, alla Asociación Nacional de Zonas de Reserva Campesina (ANZORC), ai sindacati operai, alle donne, al movimento giovanile colombiano, alla popolazione LGTBI, agli accademici, agli artisti e ai personaggi della cultura, a chi fa comunicazione alternativa, al popolo in generale e ai migranti e agli esiliati, alla  Marcha Patriótica, al Polo Democrático, al Congreso de los Pueblos, al Partido Comunista, al MOIR, a la Minga Indígena, agli amanti della pace nel mondo perché riempiano di speranza questo tentativo di soluzione diplomatica del conflitto.

Simón Trinidad ha già manifestato dal carcere imperiale di Florence (Colorado), dove è ingiustamente condannato a 60 anni di reclusione, la sua totale disponibilità a partecipare ai dialoghi per la pace della Colombia. Con un atto sensato, il governo colombiano ha detto che lui ha tutto il diritto di far parte della delegazione delle FARC al tavolo di dialogo e il Consiglio Superiore della Magistratura ha offerto la tecnologia e la logistica affinché ciò sia possibile. Il governo degli Stati Uniti darebbe un grande apporto alla riconciliazione della famiglia colombiana se rendesse possibile la partecipazione di Simón, presente in carne e ossa a questo tavolo.

In fine vogliamo esprimere la nostra eterna gratitudine ai governi e ai popoli della Norvegia, di Cuba, del Venezuela e del Cile che hanno unito i loro sforzi dalla Scandinavia, dal Caribe, dalla culla di Simón Bolívar e dall’indomito Arauco di Neruda e Allende affinché tutto il mondo possa contemplare il prodigio della nuova aurora boreale della pace. Evidenziamo anche il contributo del CICR come garante dello spostamento dei portavoce delle FARC dalle agresti regioni colombiane messe a ferro e fuoco. Rendiamo omaggio ai nostri caduti, ai nostri prigionieri di guerra, ai nostri invalidi, all’abnegazione delle Milicias Bolivarianas, al Partido Comunista Clandestino e al Movimiento Bolivariano por la Nueva Colombia e infine, insieme ad essi, al popolo fedele che nutre e accompagna la nostra lotta.

Non cominciamo la discussione non ancora avviata collocando minacce come spade di Damocle sopra l’esistenza di questo tavolo. Sottoponiamo le ragioni di ciascuna parte contendente al verdetto della nazione, alla vigilanza cittadina. Non permettiamo che i manipolatori dell’opinione sviino il corso di questa causa necessaria che è la riconciliazione e la pace dei colombiani in condizioni di giustizia e dignità. La grande stampa non può continuare ad agire come un giudice iniquo di fronte al conflitto, poiché, come diceva Cicerone, “un giudice iniquo è peggiore di un esecutore”. Dagli sforzi di tutti e dalla solidarietà del mondo dipende il destino della Colombia. Che l’operazione per la pace di Jorge Eliécer Gaitán illumini il nostro cammino: “Beati coloro che comprendono che le parole di concordia e di pace non devono servire per occultare sentimenti di rancore e di sterminio. Maledetti coloro che nel governo occultano, tra la bontà delle parole, l’insensibilità per gli uomini del popolo, perché essi saranno segnalati con il dito del disonore nelle pagine della storia!”

Diamo il benvenuto a questo nuovo percorso per la pace con giustizia sociale. Tutti per la soluzione incruenta del conflitto colombiano.

Viva la Colombia/ Viva Manuel Marulanda Vélez/ Viva la pace!

Secretariado del Estado Mayor Central de las FARC-EP


[1] Il termine si riferisce agli abitanti oriunde dei Llanos, terre di notevole estensione a nord del fiume Orinoco.

Italia e Colombia, una relazione pericolosa

di Antonio Mazzeo

A partire dal prossimo anno i militari italiani verranno addestrati nella selva colombiana all’esecuzione di “operazioni speciali”. Ad annunciarlo è stato il ministro della difesa della Colombia, Juan Carlos Pinzón, rientrato a Bogotà dopo un tour in Europa nel corso del quale – lo scorso 5 novembre – ha avuto modo d’incontrare a Roma il ministro-ammiraglio Giampaolo Di Paola. Secondo una nota diffusa dal nostro governo, i due ministri hanno discusso, in particolare, sullo “sviluppo delle relazioni nel settore della Difesa e della collaborazione industriale tra Italia e Colombia”, anche in vista della firma di un accordo quadro di cooperazione fra le rispettive forze armate. Il ministro Pinzón ha rivelato che oltre alle esercitazioni nella selva dei corpi d’élite del paese partner, dal 2013 il personale militare colombiano sarà ospite delle scuole di guerra dello Stato maggiore italiano.

“Si tratta di una notizia di per sé inquietante, tanto più che il ministro colombiano, con l’avallo del governo, è seriamente intenzionato a portare avanti un’amnistia generalizzata per i crimini di lesa umanità perpetrati senza soluzione di continuità dalle forze armate”, ha commentato l’Associazione Nuova Colombia ricordando come nel paese sudamericano è in atto da mezzo secolo un sanguinoso conflitto interno e che le forze militari e di sicurezza si sono macchiate di una lunga serie di crimini e violazioni dei diritti umani. “Pinzón – ha aggiunto l’associazione – afferma di voler offrire le conoscenze e l’esperienza della forza pubblica colombiana a paesi come l’Italia, omettendo di aggiungere che tali conoscenze spaziano dal campo della tortura, quotidianamente praticata nelle carceri colombiane, a quello della corruzione e delle esecuzioni extragiudiziarie…”.

Già da qualche tempo si erano registrati incontri e scambi di cortesia di alti ufficiali e “osservatori” delle forze armate dei due paesi. Quest’anno, a maggio, il Segretariato generale della difesa e dello Stato maggiore dell’esercito aveva ospitato presso il Comando di artiglieria di Bracciano (Roma) una delegazione delle forze armate colombiane guidata dal generale Rubén Darío Alzate Mora. “Ai visitatori sono stati illustrati gli aspetti essenziali del Comando artiglieria e del neo costituito Centro Fires and Targeting e le caratteristiche tecniche di alcuni mezzi da combattimento, mostrati sia in mostra statica che durante una dimostrazione di mobilità tattica presso l’area addestrativa di Castel Giuliano”, si legge in una nota ufficiale dell’esercito italiano.

Il 30 settembre 2009, era stato l’allora sottosegretario alla difesa, on. Guido Crosetto a recarsi in visita in Colombia, accompagnato dal generale Aldo Cinelli (Segretario generale del ministero) e dall’ammiraglio Dino Nascetti (direttore generale degli armamenti navali). Momento clou, l’incontro con il controverso presidente colombiano di allora Álvaro Uribe che, come riportano le cronache del tempo, “non ha tralasciato di inviare un caloroso saluto al signor presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi”.

La delegazione italiana venne pure ricevuta dal ministro della difesa Gabriel Silva Lujan e dai capi delle forze armate colombiane. “Nel corso degli incontri sono stati affrontati diversi temi di discussione, tra i quali la sicurezza nel Paese, la prospettiva di collaborazione militare bilaterale, specie nel settore della Marina, di sviluppo dell’industria della Difesa e di intese specifiche in materia di scambio di informazioni ed attività congiunte”, riportava l’ufficio stampa del ministero della difesa italiano. “Il sottosegretario Crosetto – si legge ancora – ha sottolineato con viva soddisfazione la sintonia politica esistente tra i due Governi. Ha inoltre messo in evidenza un possibile ruolo internazionale delle forze armate colombiane in ambito Nato, al fine di trasmettere l’esperienza maturata sul terreno, nel quadro delle operazioni di pace in Afghanistan”.

L’on. Crosetto ha infine espresso il “profondo apprezzamento per l’impegno del Governo colombiano, teso a debellare il narcotraffico e la guerriglia in maniera risoluta e definitiva”, omettendo di ricordare che proprio l’opacità delle classi dirigenti colombiane nella “lotta” agli stupefacenti e alla criminalità organizzata ha minato la credibilità internazionale e la stessa legittimità democratica del paese (diversi analisti hanno definito la Colombia un “narco-stato”). Del tutto ignorati anche il ruolo e le responsabilità del paramilitarismo nell’escalation del narcotraffico e l’impunità assicurata dallo Stato colombiano alle Autodefensas responsabili di efferati crimini contro la popolazione civile, gli oppositori di sinistra e i sindacalisti.

Il riavvicinamento tra Italia e Colombia, prima con l’esecutivo Berlusconi, adesso con il duo Monti – Di Paola, ha consentito al complesso militare industriale italiano di aprirsi un varco nel mercato colombiano. Secondo quanto rivelato dall’Espresso nel maggio 2012 dopo la missione a Roma del generale Rubén Darío Alzate Mora, il consorzio Oto Melara – Iveco ha offerto alle forze armate del paese sudamericano una partita di nuovi mezzi da combattimento 8×8 “Freccia” e di carri Leopard con cannoni da 120 mm e cingolati VCC di proprietà dell’esercito italiano, “non più utilizzati anche se funzionanti”.

Invidiabili gli affari di Selex Sistemi Integrati, azienda elettronica del gruppo Finmeccanica. Secondo quanto riferito dai propri manager, circa l’80% dei sistemi radar operanti nel paese sarebbero stati forniti proprio dalla società italiana. Una presenza che si è ulteriormente rafforzata grazie ai sistemi di radioaiuto alla navigazione della controllata statunitense Selex Sistemi Integrati Inc., che ha venduto i propri apparati alla Colombia a partire dal 1991. Nell’ultimo triennio, Selex ha inoltre ricevuto un contratto del valore di una decina di milioni di euro dalla Unidad Administrativa de Aeronautica Civil de Colombia, per l’ammodernamento dei sistemi radar dell’aeroporto internazionale “El Dorado” di Bogotà e degli scali di Cerro Maco (Bolivar) e Cerro Santana (Cauca). “Il programma – secondo Finmeccanica – ha consentito di gestire un maggior numero di informazioni e di dati scambiati con gli aeromobili, aumentando le prestazioni”. Radar con duplice funzione, civile e militare, quelli installati da Selex, specie quello di Cerro Santana, in grado di controllare il traffico aereo nelle regioni meridionali e occidentali dove è in atto la controffensiva delle forze armate colombiane contro la guerriglia delle Farc. All’inizio del gennaio 2012, proprio questa installazione radar è stata distrutta durante un’azione militare dell’organizzazione guerrigliera.

Due contratti per circa 400 mila euro sono stati assegnati invece nel gennaio 2010 a Telespazio Brasil, una joint venture di Finmeccanica e della francese Thales, per la fornitura di immagini satellitari alle autorità colombiane. Ciò consentirà di effettuare il monitoraggio di un’area di circa 65.000 kmq con l’ausilio dei quattro satelliti radar della costellazione Cosmo-SkyMed, finanziata dall’Agenzia spaziale e dal ministero della difesa italiano.

Anomala “consulente” di fiducia del gruppo Finmeccanica in Colombia è stata sino a qualche tempo fa la modella Debbie Castañeda Rodriguez, agli onori della cronaca dopo la pubblicazione delle intercettazioni effettuate nell’ambito dell’inchiesta della procura di Napoli sui presunti ricatti su Silvio Berlusconi di Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola.

Originaria di Bogotà, Debbie Castañeda Rodriguez venne eletta Miss Colombia nel 1996. Dopo essere comparsa in alcune telenovelas, nel 2000 esordì su Italia1 con la trasmissione “Tribe Generation”, per transitare l’anno successivo a Canale 5 Italiani e, dal settembre 2003 al gennaio 2004, nel cast di “Torno sabato… e tre” su Raiuno.

“Ho venduto radar della Selex all’aviazione civile colombiana e radar e radioaiuti per il controllo aereo alla Difesa”, ha ammesso la consulente-modella in un’intervista. “Guadagnavo cinquemila euro al mese. Al terzo anno sono diventati diecimila, lordi. Mio zio ha un porto e collabora con la Marina colombiana nell’export di carbone. L’ex presidente della Colombia, Álvaro Uribe è un caro amico di famiglia. Silvio Berlusconi me lo presentò invece mio marito Marco Squatriti. Per me era un mito. Avere buone relazioni internazionali è fondamentale in questo come in ogni mestiere”.

Fu proprio al cavaliere-premier che miss Debbie si rivolse dopo aver ricevuto dal direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere, la notizia della revoca del suo contratto di consulenza. “L’ex modella non gradisce”, annotano gli inquirenti di Napoli. “E alle 18,53 del 30 giugno 2011, cinque minuti dopo la telefonata con Pozzessere, la Castañeda chiama Marinella Brambilla, la segretaria personale di Berlusconi…”.

La cittadinanza e il reddito di cittadinanza nella crisi della sovranità popolare

di Carlo Amirante

La cittadinanza e la sovranità popolare nel contesto comunitario europeo (UE).

Proprio perché il merito maggiore del costituzionalismo democratico della seconda metà del novecento è la dialettica cittadinanza/diritti umani, la progressiva estensione prevista dalle costituzioni e dalle convenzioni internazionali agli stranieri e agli apolidi dei diritti di cittadinanza è stato un risultato significativo delle lotte democratiche particolarmente intense fino alla svolta degli anni ’90, anche se fra il riconoscimento e la tutela effettiva non vi è stata sempre piena corrispondenza.

Se nella cittadinanza prevista dal costituzionalismo contemporaneo è fondamentale distinguere tra cittadinanza-identità, cittadinanza-diritti e cittadinanza-partecipazione, i processi di mondializzazione e di integrazione continentale, nel nostro caso l’integrazione europea, hanno determinato sia sul piano dei contenuti che su quello funzionale una crisi evidente della cittadinanza.

Da un lato, infatti, la delocalizzazione-denazionalizzazione della finanza dell’economia e della stessa moneta hanno in generale messo in crisi la dimensione identitaria della cittadinanza che le costituzioni e le leggi fanno dipendere dai rapporti di filiazione o dalla residenza sul territorio nazionale per un certo numero di anni, la continua riduzione del ruolo economico e sociale dello stato nazionale ha progressivamente cancellato i diritti economici e sociali dei cittadini, senza contrarre ma anzi spesso accrescendone i doveri, in particolare quello fiscale, senza dimenticare la scomparsa della gratuità e spesso i costi sempre più elevati dei servizi pubblici.

Né la cosiddetta cittadinanza europea spesso contrabbandata come un passo fondamentale verso la formazione della cosiddetta Europa dei cittadini ha in alcun mondo compensato la perdita di diritti a livello nazionale, dal momento che di altro non si tratta che di una cittadinanza economica (o meglio commerciale in veste giuridica, dal momento che la libertà di movimento di capitali, merci, servizi e persone se ha avuto una precisa funzione di incremento mercantile che spesso ha favorito le economie e/o i settori più forti a danno di quelli meno suscettibili di resistere alla concorrenza anche se radicati alle strutture produttive e alla esigenze del singolo paese, non ha purtroppo, a parte eccezioni marginali, contribuito ad allargare e incrementare l’accesso al mondo del lavoro, in particolare dei giovani, delle donne e dei laureati.

Da un altro lato, lo spostamento a livello internazionale e sovranazionale dei poteri di regolare, vincolare ed orientare in modo imperativo l’organizzazione finanziaria e bancaria, la spesa pubblica, il budget nazionale, il saggio di interesse, il regime dei servizi pubblici e dei servizi sociali anche attraverso l’obbligatoria privatizzazione di molte delle funzioni pubbliche e dei servizi prestati sempre più spesso a costo di mercato, implica la sostituzione delle forme tradizionali di gestione delle scelte politiche, economiche e sociali, nonché del rapporto stato-cittadini, il cosiddetto government, o governo rappresentativo, fondato sul rapporto governo-parlamento e sulla responsabilità dei governi e dei partiti che li sostengono con una nuova formula politica di carattere tecnocratico-espertocratico: la governance.

L’affidamento delle scelte fondamentali legislative, governative e burocratiche a banche, autorità, definite indipendenti perché costituite da tecnici apolitici ma spesso con fortissimi rapporti fiduciari o di dipendenza professionale da lobbies e centri di potere economico-finanziario e bancario, e da agenzie internazionali di rating, finanziate dai gruppi economici multinazionali, una soluzione che secondo gli ideologi neo-liberali rappresenterebbe l’unica razionale in un mondo dominato dalla finanza e dagli scambi internazionali, comporta lo svuotamento della sovranità popolare che è un elemento fondamentale della cittadinanza-partecipazione. Se infatti, da un lato l’organizzazione mondiale del commercio (OMC), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM) la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE), e i diecimila comitati, in cui si articola la governance comunitaria, dall’altro, prevalgono nettamente sulle scelte e sulla normativa del parlamento europeo, il governo europeo è sempre più spesso guidato dalla leadership dei grandi della UE (soprattutto la Germania, la Gran Bretagna e in qualche misura la Francia), che praticano il cosiddetto sistema della sovranità condivisa. Ciò implica che, per avere qualche peso nelle scelte di fondo della UE è indispensabile per gli altri paesi condividere le opzioni degli stati leaders; è quindi evidente, come gli episodi recenti delle elezioni politiche e della formazione dei governi in Italia, in Grecia, in Spagna dimostrano la progressiva perdita di autonomia ed indipendenza del cittadino elettore spesso orientato più ad evitare scelte politiche critiche nei confronti della governance comunitaria, piuttosto che optare per partiti che propongano scelte alternative. Se è vero, e sarebbe molto difficile negarlo, che il programma economico dei paesi membri dell’UE e di quelli in difficoltà in particolare, deve esseredefinito apolide perché necessita dell’approvazione di Bruxelles come precondizione della ratifica dei parlamenti nazionali ai cittadini restano ben poche scelte perfino al momento del voto politico. Così se in Grecia non pochi cittadini elettori avrebbero desiderato votare per partiti radicali e critici delle politiche comunitarie, il terrore di essere scomunicati dalla UE li ha indotti o a disertare le urne o a votare per i partiti che garantivano la continuità nelle politiche neo-liberali proposte dalla UE che hanno messo in ginocchio l’intero paese, creando una situazione drammatica soprattutto giovanile di licenziamento di ampi settori della pubblica amministrazione e un drastico taglio di salari.

Questo processo di allontanamento progressivo dei cittadini degli stati membri dalle scelte dei partiti dei parlamenti e dei governi del proprio paese, estremamente evidente nei paesi summenzionati che hanno anche assistito alla diaspora dei partiti tradizionali sostituiti da nuove formazioni politiche che si caratterizzano spesso per leadership di carattere prevalentemente personalistiche è avvenuto secondo le teorie di chi ritiene tutt’ora irreversibili le scelte di organizzazioni economiche a carattere universale e di quelle comunitarie all’insegna dei principi del mercato e della concorrenza; la realtà che i cittadini dei paesi membri della UE e soprattutto di quelli che soffrono particolarmente il peso dell’euro e dei limiti allo stato sociale alla spesa pubblica imposti dal patto di stabilità sia nazionale che locale (che obbligano le amministrazione a fortissimi e incrementali limiti di spesa) è un’autentica ed evidente concorrenza al ribasso dei salari come condizione inevitabile per l’istallazione nazionale o straniera di nuove imprese che pretendono anche mano libera su assunzioni e licenziamenti, optando alternativamente per paesi che offrono migliori garanzie in questo campo. A ciò si aggiunge purtroppo un costante aumento dell’imposizione fiscale sia diretta che indiretta che finisce per ripianare i pesanti deficit del bilancio dello stato piuttosto che favorire investimenti per l’occupazione.

Il reddito di cittadinanza come svolta politica 

In questo quadro tutt’altro che esaltante anche per le previsioni future di crescita, di sviluppo e di occupazione, la proposta di un reddito di cittadinanza è divenuta la proposta politica più importante per consentire al numero sempre crescente di lavoratori, pensionati e cittadini in difficoltà almeno di sopravvivere dando risposta positiva alle necessità indispensabili per la vita personale e/o del gruppo familiare a seconda delle soluzioni proposte.

Per dare contenuti alla proposta del reddito di cittadinanza ed evitare così che essa appaia soltanto come una provocazione rivolta sia ai governi nazionali che alla governance comunitaria è indispensabile però affrontare il duplice tema di una radicale revisione dei sistemi fiscali che comporti inevitabilmente una redistribuzione di pesi e vantaggi fra banche ed utenti, fra datori di lavoro e lavoratori, fra percettori di reddito diversi dal rapporto di lavoro subordinato e lavoratori.

Una seria proposta di cambio di strategia delle politiche comunitarie che però per essere efficaci e non soltanto utopica deve fare i conti con le regole, le pressioni e i controlli dell’OMC, del FMI e della BM. Quanti sanno, infatti, che i burocrati del FMI svolgono periodiche ispezioni presso i governi di tutti i paesi, compresi quelli degli stati membri della UE, confermando in questo modo il parallelismo tra le regole di governance mondiale e quelle comunitarie, che impongono controllo della spesa pubblica, divieti di aiuti di stati alle imprese, flessibilità del mercato del lavoro, privatizzazioni e svendite dei beni pubblici? Malgrado ciò una revisione dei sistemi fiscali, soprattutto nel senso della già proposta riduzione dei carichi fiscali sui salari, una parte dei quali, potrebbe confluire in un budget destinato a trasformarsi nel finanziamento del reddito di cittadinanza non è rinviabile. Sono, inoltre, indispensabili nuove forme di regolamentazione del settore bancario e del settore finanziario che consentano anche la ri-nazionalizzazione delle banche di interesse nazionale e locale, e la formazione di una banca etica comunitaria che coordini le iniziative e le attività di banche etiche che si stanno progressivamente sviluppando nei paesi membri della UE, imponendo agli stati medesimi, e alla stessa UE di dirottare su questa istituzione almeno parte dei fondi che attualmente servono a garantire stabilità e sicurezza alle banche nazionali. A queste ultime che si rifiutano di svolgere il tradizionale compito di sostenere le imprese in difficoltà, anche qualora queste offrano garanzie di restituzione dei prestiti bisognerebbe imporre una diversa strategia come precondizione per il rifinanziamento comunitario. Queste proposte pur non essendo di per sé rivoluzionarie, avrebbero almeno il senso di invertire le strategie inadeguate e talora addirittura fallimentari della governance comunitaria.

Il presidente dell’ Ecuador, Rafael Correa, intervistato da ‘Hoy por Hoy’ in Spagna

18 NOV. Il presidente dell’ Ecuador, Rafael Correa, intervistato da Gemma Nierga e Pepa Bueno en ‘Hoy por Hoy’ in Spagna dopo l’incontro a Milano.

Nello special di ‘Hoy por Hoy’ dal vivo l’incontro Iberoamericana a Cádiz, intervistiamo il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa.

I PARTE….

El presidente de Ecuador, Rafael Correa, entrevistado por Gemma Nierga y Pepa Bueno en 'Hoy por Hoy'

El presidente de Ecuador, Rafael Correa, entrevistado por Gemma Nierga y Pepa Bueno en ‘Hoy por Hoy’

Testo in italiano a cura di Davide Matrone (Quitolatino)

Buongiorno Presidente.

Buongiorno Gemma e Pepa.

Oggi c’è un pubblico molto giovane che sta riempiendo questa sala e si è reso conto che c’è un gruppo di studenti lì nel fondo e questo mi ha chiamato molto l’attenzione in quanto sono ragazzi di 15 – 16 anni.

Questa è allegria. Che bello vedere i giovani che si preoccupano di quello che accade nella loro società, che s’interessano e si informano. Ai giovani bisogna dire che non bisogna scappare dalla politica, la politica non è tutta negativa, alcuni politicanti sono negativi. La politica è uno strumento attraverso il quale la società razionalmente opta, sceglie, decide e voi dovete coinvolgervi politicamente affinché le nostre società, e in questo caso quella spagnola, scelga.

La prima soddisfazione e sorpresa per il Presidente è appunto la presenza dei giovani qui in sala. Si è portato qualche altra sorpresa da quando è qui?

Beh prima di tutto devo chiede scusa per la mia voce rauca. Questo è causa del freddo durante i 3 giorni a Milano. Dunque non conoscevo l’Andalusia e sappiamo quanto è bella la Spagna, però quanto è meravigliosa Siviglia. Abbiamo visitato alcuni monumenti di questa città e siamo arrivati oggi qui a Cadice alle 4 di mattina e non abbiamo avuto ancora il piacere di visitarla.

Meglio non dire a quale velocità son giunti qui perché altrimenti le fanno una multa.

No! (ridendo) però quel poco che abbiamo potuto vedere le posso dire che è molto bello.

Ci piacerebbe iniziare questa conversazione con un argomento che preoccupa noi tutti spagnoli e anche le migliaia di ecuadoriani presenti qui nel nostro paese e cioè degli sfratti (desahucios). Si contano secondo le stime che ho qui a mia disposizione, 40.000 sfratti di casa all’interno della comunità ecuadoriana e ci sono 80.000 ecuadoriani che hanno seri problemi nel continuare a pagare la casa. Lei se la sentirebbe di denunciare le banche? Cosa si può fare o cosa si è fatto negativamente?

crisi spagnola

Veda la cosa interessante è che ci sono molti giovani presenti qui.

Dunque in base al fatto che si è sempre fatto cosi si è giunti alla conclusione che sia normale o che sia comune, però non è affatto normale. Noi siamo rispettosi della sovranità di ogni paese, cosi con il Governo del Presidente Rajoy però qui c’è qualcosa di fondo e questo non ha ragion di essere. Qui ci troviamo davanti alla supremazia del capitale sull’essere umano.

Dunque vediamo cosa è successo: c’è stato un eccesso di liquidità, le banche stesse chiamavano i clienti e gli prestavano dei soldi, valorizzavano la casa per 200 mila euro e ne davano 250 mila, sempre in funzione del capitale o del capitale finanziario cosa è successo poi, che quando è venuta la crisi la stessa casa, che era stata valorizzata 250 mila euro, ora ne vale 50 mila. In buona fede non si è potuta pagare e allora la banca cosa ha fatto? Si è presa la casa e la famiglia ora deve restituire alla stessa banca 150 mila euro, cioè la differenza sul valore della casa attuale.

Quindi le persone, le famiglie sono rimaste senza casa e con i debiti. E qual è stato il rischio che ha corso il capitale? Nessuno! Eticamente il rischio deve cadere sul capitale e non solo sull’essere umano. E questo in base all’abitudine ci fanno credere che sia normale, che sia una cosa tecnica, quasi una legge naturale. Tutto questo è falso!

Inoltre questo dimostra la relazione di potere in una società, tra coloro che comanda e chi no e cioè tra i cittadini o il capitale finanziario. E’ questa la grande sfida dell’umanità del XXI secolo. Ed ora a livello globale ci domina il capitale finanziario e non dev’essere così.

Secondo lei cosa si deve fare con questi contratti?

Bene in marzo quando son venuto qui in Spagna, dopo un giro in Turchia, ho denunciato fortemente tutto questo e quando son ritornato in Ecuador alcuni miei assessori mi hanno bacchettato dicendomi :”Presidente lei ha rimproverato Rajoy ma qui in Ecuador abbiamo la stessa legge al riguardo” e dunque abbiamo cambiato la legge. Le leggi si possono cambiare.

Dunque lei sta dicendo al Governo spagnolo di cambiare la legge?

Io non sto dicendo assolutamente nulla al governo spagnolo.

Però lei sta dicendo che quando ritornò in Ecuador si rese conto che aveva la nostra stessa legge e l’ha cambiata.

La garanzia per lo meno di estinguere il debito, se non che garanzia è. Questo economicamente si chiama l’azione di pagamento. Dunque io mi indebito con la casa, in buona fede non posso pagare e allora do la casa alla banca e si estingue il debito però. Io ho perso la casa, la banca perde il suo credito e per lo meno si è ripartita la perdita. Qui invece non è cosi o non è stato cosi. Qui la famiglia perde la casa e resta con i debiti. Questo è un atto criminale è totalmente ingiusto, non dev’essere assolutamente così, questo è un abuso del capitale.

Ed inoltre lei ha proposto una riforma legislativa nella quale si dichiara che le banche spagnole non possano perseguire le proprietà dei cittadini ecuadoriani.

Dunque lei mi chiede che alternativa c’è?

Bisogna modificare le leggi e verificare inoltre la validità di questi contratti che contraddicono la normativa europea al riguardo. Sono stati contratti di adesione, non spiegati alla gente, fatti in serie e fatti firmare a persone non avvertite del pericolo. Questo è un atto illecito e la cosa peggiore che è tutto fatto per l’ammissione del capitale finanziario per voler poi far ricadere tutto il peso della crisi sull’essere umano. E si verifica una situazione assurda cioè, che restano famiglie che hanno bisogno di case e banchieri che non hanno bisogno di case ma ne sono pieni.

Uno degli argomenti che si stanno utilizzando qui è quello di non preoccupare le banche e di non creare un’assenza di garanzia, di non rendere nervoso il mercato e di non spaventare gli investitori stranieri.

Bene mi lasci lavorare un po’ più sull’argomento e conversare con i ragazzi. Dunque io sono un’economista malgrado sia una buona persona. (risate dal pubblico). Tutti dobbiamo sapere un po’ di economia. In economia quello che si cerca è il benessere dell’essere umano e della società. Insisto, se seguiamo cosi andiamo al peggior dei mondi, famiglie che hanno bisogno di case e che non hanno casa e non perché l’economia o la società non sia capace di realizzarle ma per mancanza di coordinazione o per l’ambizione del capitale finanziario.

E allora quali sono i margini della risoluzione del problema da parte dei politici? Lei sta dicendo ai giovani, io sono un economista però è anche politico, anche se non le piace.

Dunque l’economia è nata come scienza politica e questo è un altro grande errore. L’economia è tecnica e un tecnico deve saper guidare l’economia e applicare le direttive politiche in un modo integrale.

E dalla politica si può fare qualcosa o manca di sensibilità?

Io invece penso che dall’economia si possa risolvere il problema. Se si prende in considerazione la relazione del potere in una società allora questo è di carattere politico. Un grande economista, uno dei miei preferiti, Albright, diceva che un economista che si estranea dalla relazione con il potere è un perfetto inutile. Le ripeto, la gente che resta senza casa non ha nulla a che vedere con l’economia, è un aspetto di carattere economico e ciò è l’esercizio dell’abuso del capitale sull’essere umano.

Le voglio rispondere alla seconda domanda, quando lei mi dice che il mercato si spaventa. Ma che ricatto che ci fa il capitale! Se c’è nervosismo dei mercati e allora che si prendano un valium (risate dal pubblico).

Come sta facendo l’Ecuador o per meglio dire come sta soffrendo la situazione economica il suo paese?

Guardi stiamo soffrendo cosi tanto che l’anno scorso siamo stati la terza economia che è cresciuta in sud america quasi dell’8%, siamo il paese latinoamericano con la percentuale di disoccupazione più bassa cioè sotto il 5%, si è ridotto squilibrio della povertà e per la prima volta la povertà estrema per ingressi è del 9%.

Come ci vede allora a noi? Come vede la Spagna?

Con molta preoccupazione. Noi in America Latina siamo abituati a questa situazione di crisi, abbiamo non so quanti dottorati per affrontare le crisi cicliche, di come affrontare i debiti esteri, come pagare i debiti al FMI  o alla BMI. Vede questi due organismi tra l’altro non si preoccupano assolutamente di risolvere la crisi, l’ unica cosa che li preoccupa è come recuperare i debiti dei vari paesi, di come recuperare gli interessi del capitale finanziario.

Ora la Spagna sta accettando un ricettario del FMI, lo stesso ricettario che ha distrutto le economie di interi paesi dell’America Latina. Inoltre noi con il debito estero abbiamo avuto problemi negli anni ’80, anni ’90, abbiamo vissuto la crisi del ’99 ed è per questo che ci sono emigranti ecuadoriani. Tutto fu il frutto di una crisi finanziaria e del fallimento di 16 banche per l’irresponsabilità dei banchieri.

Secondo il fondamentalismo del neoliberismo che proclamava l’autoregolamentazione, furono eliminati i controlli attraverso la riforma nel 1994. Si regolarono cosi bene che fallirono 16 banche nel 1999 e questo produsse 2 milioni di emigranti. Ed è per questo che vi sarete resi conto che negli ultimi 10 – 12 anni qui in Spagna sono arrivati migliaia di ecuadoriani. L’Ecuador non era un paese di emigranti.

Quindi rispondendo alla sua domanda le dico che siamo dottori in questa classe di crisi ed è per questo motivo che facciamo poco caso a quello che ci dice questa burocrazia internazionale (Il FMI). In cambio noi vediamo con preoccupazione che la Spagna e tutta l’Europa stanno soffrendo o si stanno incanalando in questi processi che hanno fatto soffrire l’America latina.

Che raccomandazione darebbe all’Unione Europea e alla Spagna?

Guardi non vogliamo dare nessun suggerimento perché nessuno ce l’ha chiesto e non vogliamo immischiarci nelle cose interne dell’Unione Europea malgrado la presenza e la sofferenza di molti emigranti ecuadoriani. Io dico solo questo e la metto su una questione di carattere politico. Chi comanda in una società? Gli essere umani o il capitale finanziario?

Presidente in questo incontro lei è stato molto critico e non è la prima volta. Lei ha affermato che  questi sono incontri inutili perché si parla di luoghi comuni e non si affrontano i veri problemi dell’umanità.

Si ho detto che sono veramente inutili. Beh, la cosa piacevole di questo incontro è di aver visitato Cadice che è una bella città. I nostri popoli si stancano di vedere i loro governanti negli incontri e loro restano con i soliti problemi.

Molti spagnoli ora stanno andando in Sud America per lavorare. Cosa gli direbbe?

Benvenuti! Guardi, l’America Latina è stata una terra che ha ricevuto milioni di emigranti tra i quali molti spagnoli e soprattutto dopo la II guerra mondiale. Al contrario l’Europa è sempre stato una terra di emigranti e solo recentemente si è convertito in un luogo di immigrazione, per questo vediamo con preoccupazione la risposta dell’Europa alla criminalizzazione del fenomeno migratorio. Quando costruiscono le carceri per esempio.

La storia è stata al contrario. Gli europei che sono emigrati in America Latina sono stati ricevuti a braccia aperte, mentre negli ultimi anni l’Europa è terra d’immigrazione e si comincia a criminalizzare questo fenomeno. Ecco questo deve portarci ad una riflessione e questo si che sarà un tema di discussione in questo incontro.

continua…..

(VIDEO) Conferenza del Presidente dell’Ecuador Rafael Correa a Milano

a cura di Davide Matrone (Quitolatino)

Il Presidente dell'Ecuador Rafael Correa all'Università degli Studi di Milano_ 15 nov. 2012

Il Presidente dell’Ecuador Rafael Correa all’Università degli Studi di Milano 15 nov. 2012

Dal pubblico prima dell’intervento :”Viva l’Ecuador”, applauso

Signor Marcelo Fontanesi, rettore dell’Università degli studi di Milano Bicoccia, non so se si pronuncia cosi….(risate dal pubblico) Bicocca. C’è la traduzione simultanea vero?

Devo chiedere scusa ai traduttori perché io sono il torturatore dei traduttori perché parlo troppo rapido per questo spero che mi possano seguire e se parlo rapidamente mi fate un segno non molto volgare se è possibile (risate dal pubblico).

Bene, signori funzionari di questa università, rappresentanti accademici, delegati dell’Ecuador e soprattutto a voi cari studenti, vedo tra l’altro molti connazionali presenti (applausi dal pubblico).

Prima di tutto vi rivolgo le mie scuse per i 35 minuti di ritardo che abbiamo avuto. Siamo venuti direttamente dall’aeroporto. E’ sempre faticoso programmare tutto in poco tempo e basta che ci sia il vento contrario per avere ritardi cosi lunghi. Spero che questo non contribuisca all’immagine dell’impuntualità del latinoamericano (risate dal pubblico). La rivoluzione che si vive in Ecuador è anche la rivoluzione della puntualità. Se voi andate lì e c’è una cerimonia alle 10 della mattina a quell’ora comincerà. Quindi anche in questo senso stiamo rompendo con queste brutte abitudini e ora stiamo rompendo con lo stereotipo che ha lo straniero sulla puntualità latinoamericana.

In secondo luogo vorrei dirvi che per me è un piacere essere qui. Come diceva il Rettore nella sua presentazione, io vengo dall’Università come professore più come Presidente. Tutte le volte che ritorno all’Università realmente si rinnova l’alma, si riempe il cuore d’energia. La politica è molto dura e c’è una grande contraddizione rispetto a questo mondo. Mentre nell’Università firmare qualcosa non fatto personalmente da voi è la cosa peggiore che possa succedere, in politica invece questo aspetto è qualcosa di quotidiano.

Mentre per l’Università il peccato capitale è non dire la verità, in politica a volte il peccato capitale è dire la verità. Per questo motivio siamo dei politici molto atipici perché diciamo sempre la verità. Speriamo di dire anche la verità di quello che ha vissuto l’Ecuador e di molte cose che si sono superate e che probabilmente ora sta vivendo l’Europa.

Non vogliamo ovviamente entrare nelle vicende interene della politica nazionale Italiana, della Spagna o quella dell’UE però crediamo che l’esperieza sulla crisi, sul debito, di come l’abbiamo affrontato e di quello che ha vissuto il sud america può essere per i tempi attuali importante per l’Europa.

Prima di cominciare con la mie esposizione, vorrei farvi un caldo invito affinché veniate a visitare l’Ecuador. Un paese meraviglioso come l’Italia. Probabilmente l’Ecuador ha molto da offrire in quanto a bellezze naturali, invece l’Italia ha molto da offrire in quanto a storia, a cultura. Il suo patrimonio è di tutta l’umanità e come non menzionare Firenze, Venezia, la stessa Milano con il suo Duomo, le città di Brescia e di Bergamo che molte volte non appaiono nemmeno nelle guide turistiche. La città di Concesio in provincia di Bergamo dove è nato Paolo VI e la stessa Bergamo con il suo bellissimo centro storico e se non mi sbaglio è la stessa città che ha dato i natali a Papa Giovanni XXIII se la memoria non mi manca.

Dal pubblico :”si, si”

E’ che l’alzaimer non mi ha colpito totalmente. (risate dal pubblico).

L’Ecuador ha delle meraviglie da offrire. Per esempio è un paese multiculturale e plurinazionale. Abbiamo 14 nazionalità indigene. Abbiamo 4 regioni naturali totalmente differenti : la Costa, l’Amazzonia, la Sierra e le Isole Galapagos uniche nel mondo. Questo ci permette e vi permette in 7 giorni di visitare tutta l’America Latina, le montagne, le spiagge e l’amazzonia nella Metà del mondo. Noi abbiamo molta attenzione a curare questa natura perché l’Ecuador inoltre è un paese mega diverso, ma è il paese più compatto di tutti i paesi mega diversi della Terra in appena 256.000 km quadrati.

Yasuni in Ecuador

Yasuni in Ecuador

In Ecuador potete trovare molte cose per esempio: siamo primi al mondo come numero di vertebrati, il terzo paese per la presenza di anfibi, il quarto al mondo per la presenza di uccelli ed il quinto per la varietà di farfalle. Non voglio stancarvi e annoiarvi con questa lunga lista e tutto questo nel secondo paese più piccolo dell’America del Sud però nello stesso tempo questo è un vantaggio perché è tutto a portata di mano.

Come già detto, abbiamo molta attenzione nel curare la nostra biodiversità, per questo che il 22% del nostro territorio è rappresentato da parchi e riserve naturali. Inoltre abbiamo città molto belle come Quito e Cuenca che sono patrimonio culturale dell’umanità dichiarate dall’UNESCO. Quindi per tutti voi c’è questa opportunità di godere di queste bontà, della nostra gastronomia e dell’amabilità della nostra gente.

Il debito

Ora andiamo a parlare un pò della storia del debito ecuadoriano e magari vi serva per trarre delle conclusioni in merito alla crisi che sta vivendo l’Italia e tutta l’Europa, ovviamente con le dovute differenze del caso.

Già nel 1927, cari giovani, Alexander Sax sviluppò il concetto di debito ingiusto o debito odioso e la caratterizzava in base a tre condizioni

1_il Governo riceve e approva un prestito senza riconoscimento dei cittadini, questo è quello che è accaduto in America Latina. Il grave problema del debito negli anni ’80 fu il frutto dell’indebitamento aggressivo degli anni ’70 realizzato dalle dittature miitari.

2_ Il prestito si realizza per attività non utili per il popolo come nel caso dell’aquisto di armamenti.

3_ Colui che presta conosce tale situazione però non gli importa, cioè che ci sono responsabilità nel ricevere il prestito come di restituirlo.

La stessa Spagna che fa parte fu creditrice nel 1898, all’idomani della guerra Hispano – Americana, quando gli USA proposero che Cuba non pagasse il debito alla Spagna perché considerato un debito ingiusto. Nel 1948 dopo la II guerra mondiale, e questo è importante, la Germania fu il paese che decise di non pagare gran parte del suo debito in base alla nuova Riforma monetaria post – guerra.

Nel marzo 2003, dopo l’invasione dell’Iraq da parte degli USA appoggiata in quel caso dall’Europa, il Segretario del Tesoro degli USA convocò i suoi omologhi del G8, (i paesi più potenti del mondo) per dichiarare il debito dell’Iraq come un debito ingiusto con la proposta di condonare l’80% del suo debito.

Dunque in questo senso una corrente importante del pensiero economico latinoamericano mondiale ha sviluppato il concetto di debito illegittimo il quale è servito di appoggio per sviluppare una politica economica, come nel caso dell’Ecuador, che vogliamo condividere con voi.

Il Generale Eloy Alfaro Delgado

Il Generale Eloy Alfaro Delgado

L’Ecuador, come molti paesi del Sud America, è nato indebitato. Il Generale Eloy Alfaro Delgado lider della Rivoluzione Liberale che si realizzò alla fine del 1800 in Ecuador qualificò come debito gordiano il debito inglese, il debito dell’Indipendenza. L’Inghilterra finanziò l’indipendenza dei paesi latinoamericani, che erano colonie spagnole, perché si trovava in guerra contro la Spagna. Questo debito si è finito di pagare solo all’inizio degli anni ’70. Però nel 1896 il Generale Alfaro impose una sospensione unilaterale del debito fino a quando non si fosse ottenuta una riparazione equitativa e oneroso con i titolari di bonus. La storia del debito estero, che si è convertito in bedito eterno, continuò ne tempo ed insisto questo debito dell’indipendenzia si è estinto solo negli anni ’70 e l’Ecuador ha conseguito la sua indipendenza nel 1830.

cotinua…..

L’intervento del Presidente della Repubblica dell’Ecuador all’Università degli studi di Milano Bicocca. Traduzione in Italiano 1 PARTE…

Correa in Italia. Un appello al non pagamento del debito

di  Grazia Orsati*

Correa in Italia. Un appello al non pagamento del debitoIl Presidente dell’Ecuador a Milano. In una conferenza all’università spiega perchè il debito non va pagato e i paesi devono sottrarsi alle tagliole e ai diktat del Fmi o della Bce. Un ragionamento “magistrale”

Radio Città Aperta ben conosce le battaglie politico sociali di salvaguardia delle rivoluzioni democratiche dell’America Latina e le battaglie contro il pagamento del debito e quelle per rimettere al centro gli interessi dei lavoratori e gli interessi sociali, abbiamo quindi seguito con attenzione la visita in Italia del Presidente Correa.
Ieri mattina, all’Università degli Studi di Milano Bicocca, i rettori delle Università lombarde hanno incontrato il Presidente della Repubblica dell’Ecuador Rafael Correa. Abbiamo intervistato il prof. Luciano Vasapollo presente all’incontro come delegato del Rettore dell’Università La Sapienza per i Paesi dell’ALBA.
Oltre al Presidente Correa presente anche una delegazione del Governo: il Ministro dell’Istruzione René Ramírez Gallegos, il Ministro degli Esteri Ricardo Patiño, il Ministro della Comunicazione Fernando Alvarado Espinel. Come ci ha raccontato nell’intervista di oggi il prof. Vasapollo ben noto agli ascoltatori della nostra radio anche come direttore della rivista Nuestra America, il Presidente Correa ha illustrato i progetti del suo Governo in materia educativa, culturale e scientifica, in particolare la Città della Conoscenza, nella provincia di Imbadura, dove funzionerà la prima Università di Scienza e Tecnologia, oltre a 18 istituti di ricerca e parte dell’Istituto d’Igiene. Saranno create così le fondamenta di un radicale cambio qualitativo dell’istruzione universitaria che diventerà un punto di forza di un cambiamento più consistente; il far sì insomma che la conoscenza non sia più strumento delle multinazionali, ma diventi strumento alla portata delle classi popolari a sostegno di tutti i processi di sostenibilità sociale e ambientale.

Il Presidente Correa ha poi tenuto una lezione magistrale sui problemi del debito sovrano e del debito estero. “Sembrava di ascoltare una conferenza del Comitato No Debito – racconta Vasapollo- è stato duro non solo verso le Banche Centrali e il Fondo Monetario Internazionale ma, facendo un parallelismo tra il ruolo di strozzinaggio che ha avuto ed ha l’FMI nei paesi dell’America Latina e quello che ha la BCE verso la Spagna, l’Italia o la Grecia. Il Presidente Correa ha poi spiegato come si sono sottratti allo strozzinaggio dell’FMI e come hanno riacquisito dignità e capacità autonoma di controllo delle vicende economiche e monetarie; invece di consegnare gli alti interessi del debito all’FMI quei soldi sono stati usati ad esempio per la creazione della Città della Conoscenza o per altri investimenti sociali o di protezione ambientale.”

* Radio Città Aperta

La profonda crisi di un sogno capitalista

Europa – Decomposizione dell’Unione, disgregazione della Destra e profonda transizione nella Sinistra

Intervista a Osvaldo Coggiola

di Achille Lollo*

Che cosa è oggi l’Europa? L’Europa è ciò che resta del progetto politico istituzionale che nella decade dei ’90 ha fatto tremare gli Stati Uniti, dal momento che con il nuovo blocco di nazioni europee poteva sorgere una nuova potenza finanziaria, industriale e militare, capace di mettere in discussione la profonda essenza del capitalismo statunitense, indebolito dalla crisi del dollaro, e così contribuire a ridiscutere gli elementi geo-strategici conflittuali nel mondo. Tuttavia, niente di tutto ciò è successo e oggi l’Unione Europea affonda in una profonda crisi sistemica che ancora non ha toccato il fondo, perché il governo tedesco ha impedito la caduta e la dissoluzione del blocco europeo.

Argomenti che il professore dell’Università di San Paolo Osvaldo Coggiola – invitato a parlare dei processi politici dell’America Latina in differenti eventi realizzati a Roma e a Napoli – ha affrontato nell’intervista per il giornale Brasil de Fato.

Brasil de Fato- Negli ultimi anni, la maggior parte dei paesi dell’Unione Europea ha sofferto una crisi che non è solo finanziaria ma, soprattutto, economica, politica e sociale. Una crisi che ha rimesso in discussione il concetto dell’Europa Unita, criticando anche il progetto istituzionale dell’Unione Europea. Non è rimasto sorpreso dalla dinamica di questo fenomeno?

Osvaldo Coggiola: Il mondo intero è rimasto sorpreso perché l’Unione Europea era un progetto che si è affermato subito dopo la fine del blocco socialista, nel 1991, annettendo pacificamente alcuni stati che facevano parte del Patto di Versavia, oltre a diffondere la sua influenza in tutte le nazioni dell’ex-Urss. È bene ricordare che l’Unione Europea si presentava come un ricco mercato interno di 500 milioni di consumatori e una struttura politico-istituzionale, la cui novità principale era la diversità politica e plurinazionale. Un nuovo blocco capitalista che, in termini strategici, aveva contribuito abbastanza a sconfiggere il blocco dei paesi socialisti. Caratteristiche che rafforzavano la sua stabilità economica. Adesso abbiamo un’altra sorpresa, perché l’Unione Europea, che è stato il maggior progetto capitalista a livello mondiale, oggi, in seguito alla crisi economica, sta vivendo un processo di decomposizione le cui immediate conseguenze sono i segnali di una forte e lunga recessione.

L’introduzione dell’Euro e la creazione della Banca Centrale Europea (BCE) sono stati il simbolo della grandezza dell’Unione Europea, tanto che Saddam Hussein e tanti altri governi del Terzo Mondo avevano cominciato a cambiare le loro riserve in dollari, oltre a esigere che i pagamenti delle materie prime fossero in euro. Come spiega che oggi, in molti paesi europei, vi è chi considera l’Euro e la BCE come la causa principale della crisi del progetto istituzionale dell’Unione Europea?

Quando l’Unione Europea ha raggiunto lo status di nuovo blocco capitalista, con un’economia industriale temibile e una moneta molto più forte del dollaro, si ebbe l’impressione che questo nuovo blocco avrebbe sostituito gli Stati Uniti alla guida del mondo capitalista. Tuttavia, in termini politici, questo non è successo e invece, dopo i primi venti anni, ci siamo resi conto che è cominciato un processo di disgregazione in molte regioni dell’Unione Europea, come reazione volta a rompere le rigide regole dell’unione monetaria che salvaguardano l’esistenza dell’Euro.

E quali sono i tempi di questo processo di disgregazione?

È evidente che non avremo un’esplosione stellare ma sì avremo quello che stiamo vivendo oggi. Cioè, un fenomeno di graduale disgregazione del progetto europeo, a partire dal contesto sociale, per poi toccare le strutture politiche. Un processo che sta vivendo la Grecia, dal momento che solo con l’uscita dall’Unione Europea il governo greco potrebbe liberarsi dalla rigide regole di politica monetaria dell’Euro e, così, tornare all’antica moneta nazionale, la dracma. Solo fuori dall’Europa, il governo greco può svalutare la propria moneta nella misura del necessario, per trasformare la Grecia in una potenza micro-esportatrice di servizi e prodotti manifatturieri. È anche vero che con il ritorno alla dracma e la recuperata sovranità monetaria, il governo potrebbe, di fatto, riassestare l’economia, ma i lavoratori pagheranno un prezzo enorme perché i loro salari saranno i più inflazionati.

In tutte le manifestazioni contro la crisi realizzate nei paesi dell’Unione Europea, la “cattiva” è stata sempre  la Germania. Per quale motivo la Germania promuove la crescita della propria economia e, poi, nel Parlamento Europeo esige politiche recessive per i paesi europei che sono in crisi?

Le manifestazioni dei giovani e dei disoccupati, come anche gli scioperi generali che hanno promosso le centrali sindacali in Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Irlanda, Italia e soprattutto in Grecia hanno inteso denunciare la posizione politica recessiva del blocco europeo, il cui cuore e cervello sono rappresentati unicamente dal governo della Germania e dalla sua Banca Centrale. Adesso, per salvare le banche tedesche – che sono quelle che più si sono appropriate del debito pubblico degli altri stati europei – e per dare continuità all’espansionismo industriale tedesco, Angela Merkel non ha altra possibilità che esigere  agli altri governi europei più tagli dei loro investimenti complessivi. In secondo luogo, la Germania e la BCE  esigono che il pagamento dei debiti siano garantiti con i capitali che originariamente dovrebbero finanziare gli investimenti infra-strutturali. È in queste condizioni di crisi che la Germania si conferma come l’unico grande centro economico efficiente del blocco europeo. Di modo che, in termini politici, è il governo della Germania che comincia a dettare regole per i paesi dell’Unione Europea, trasformandosi nel vero dominatore del blocco europeo. Una preponderanza che in termini geo-strategici è molto complessa e finanche pericolosa, perché evidenzia certe tendenze tedesche che tendono a trattare le nazioni in crisi come suoi protettorati.

In questa situazione, i governi della destra europea si trasformano in semplici servi del mercato e della BCE, perdendo il loro originale ruolo nazionalista.  Quali sono le conseguenze?

Senza dubbio, tutto ciò alimenta la decomposizione della destra in Europa e l’esempio più chiaro è la crisi dissolvente del partito di Berlusconi. Di fatto, il principale partito della destra italiana sta soffrendo una grave crisi politica perché gli mancano i contenuti ideologici, dal momento che l’aggravarsi della crisi economica nella realtà è un fenomeno di crisi recessiva provocato dallo stesso blocco capitalista che essi tanto appoggiano. Per questo, e non c’è più dubbio, tutti i partiti della destra europea sono entrati in questo processo graduale, ma anche molto dinamico, di decomposizione ideologica e insieme politica.

Anche i partiti social-democratici e i social-riformisti che hanno appoggiato i progetti neoliberali hanno sofferto pesanti sconfitte e i loro elettori continuano diminuendo. Lei crede che non avremo più maggioranze e governi come quello di Mitterrand, Willy Brandt o Olaf Palme?

È evidente che questa crisi ha radici più profonde di quelle che ho sottolineato e che, pertanto, abbraccia anche i partiti della cosiddetta social-democrazia e i social-riformisti che, soprattutto negli anni ottanta, hanno fatto parte del potere dello Stato capitalista, che si è servito di loro per attrarre nell’area del potere anche i partiti della sinistra comunista. È quello che è successo in Francia con il governo di F. Mitterrand, dove il Partito Comunista Francese (PCF) occupava incarichi importanti. Oggi, nelle ultime elezioni, il PCF non è riuscito a raggiungere neanche il 3% e per assurdo, in un paese come la Francia, i comunisti del PCF sono stati superati dai trotskisti! Nella Spagna, il PSOE è stato facilmente sconfitto perché ampie fasce del suo elettorato non sono andati a votare, considerando il PSOE responsabile della crisi.

Pertanto, tutti questi partiti che occupano l’area del centro-sinistra sono entrati in decadenza per il semplice fatto che hanno contribuito a che il processo di accumulazione nei paesi dell’Unione Europea andasse avanti stabilmente e, così, hanno continuato a rappresentare nei parlamenti gli strati sociali che si beneficiavano della stabilità. Tuttavia, quando questo scenario si è invertito con la rottura della stabilità e l’avanzamento di una grande crisi sociale, questi partiti social-democratici, social-riformisti ed euro-comunisti hanno provato l’amaro sapore della sconfitta, della decadenza e soprattutto dell’anti-politica, della quale l’esempio più evidente è il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo in Italia.

Lei crede che al di là dei gruppi dell’anti-politica e dei partiti della sinistra organizzata in decadenza, ci sia un’altra sinistra in formazione che sta sorgendo dalle ceneri storiche della sinistra comunista e anche dalle ceneri del movimento pacifista, altro mondista, ambientalista?

Quando il processo dell’accumulazione capitalistica, che si pensava non essere eterno, ma che doveva durare ancora un lungo periodo nella nostra storia – è entrato in crisi a partire del 2006, ci sono state esplosioni sociali alle quali la sinistra organizzata non ha saputo dare una risposta politica e organizzativa adeguata. Non ha saputo trasformare queste esplosioni in un progetto alternativo alla crisi. Gli esempi più chiari di ciò li ritroviamo in Grecia e in Spagna, dove ci sono state autentiche ribellioni popolari contro la crisi profonda, che si sarebbero diluite nel tempo perché la sinistra organizzata non è riuscita a costruire un’alternativa.

Di conseguenza, in Spagna, il movimento degli “Indignati” ha cominciato a mettere in discussione tutti i partiti politici, incluso quelli della sinistra, mischiando l’anti-politica con l’alternativa. Si è creato un vuoto nelle elezioni del 2011 e la destra ha vinto con grande facilità. In Grecia è nato il movimento Syriza che diceva di voler riunificare la sinistra popolare, tuttavia la sinistra organizzata, cioè i comunisti del KKE sono rimasti fuori da questo movimento. Anche così il Syriza, nonostante fosse praticamente improvvisato, è quasi risultato maggioritario nelle elezioni nelle quali non ha voluto formare un fronte popolare con i comunisti del KKE.

Tutto ciò significa che, nell’Europa siamo in un periodo di profonda e complessa transizione politica che include, prima di tutto, la sinistra organizzata e i movimenti. Una transizione che va definendo i contenuti delle proposte politiche e organizzative in conseguenza dei fenomeni che la crisi del blocco europeo produrrà in ogni paese.

*giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato  in Italia e curatore del programma  TV Quadrante Informativo.

[trad. per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

Intervista ad Alvaro García Linera vicepresidente boliviano

Non esiste un modello esclusivo
 15/10/2012
 di Martin Granovsky

Matematico di originale formazione, ricercatore in scienze sociali, Alvaro García Linera è il vicepresidente di Evo Morales e sua mano destra nella conduzione dell’attuale progetto politico boliviano.

Alle porte delle elezioni presidenziali in Venezuela, c’è un progetto comune in Sudamerica?

Il punto interessante è che i nostri processi non si ancorano ad un modello esclusivo. Si tratta di ricerche plurali a velocità e densità distinte, che aspirano a smontare il sistema neoliberista che accumula espropriando il comune. Rispetto ciò che possono fare Argentina, Ecuador, Venezuela… In Bolivia lavoriamo a partire dalle nostre possibilità materiali, dalla nostra realtà. Inizialmente ogni processo era un rivolo d’acqua. Ora si uniscono gli uni con gli altri e formano un torrente che converge.

A breve termine, come si costruisce la via democratica al socialismo che proponete?

Pensiamo al potenziamento dello Stato, che è riuscito a conservare risorse economiche e ambiti di intervento nell’economia, e pensiamo alla comunità. Conversione di proprietà dello Stato in proprietà pubblica: la chiave è il rafforzamento del comune, la partecipazione diretta della gente nel prendere decisioni. Senza tutto questo è impossibile immaginare che lo statale divenga pubblico e che venga superato, come desideriamo, dal comune. Parlo a partire dal concetto di Stato integrale di Antonio Gramsci. Come possono l’indigeno, l’autotrasportatore, il contadino intervenire nella decisione di che fare con ciò che eccede, con la proprietà, con i minerali, con l’acqua. La sola proprietà statale non è socialismo. È un buono strumento per centralizzare, per controllare, per registrare.

E la gestione concreta?

Mi viene in mente il concetto di governance di Foucault. Soluzione flessibile e negoziata di strutture statali e non, a volte senza centro. Consideriamo il settore minerario: c’è la risorsa e ci sono buoni prezzi. Come si prendeva prima una decisione? Senza conflitti, perché non c’erano minatori, non c’erano cooperative né industriali. La Banca Mondiale, l’azienda, il presidente e sicuramente l’ambasciata risolvevano senza democrazia la sorte del minerale, senza alcun beneficio né per la Bolivia né per l’imprenditore. Oggi i lavoratori chiedono più entrate e un maggiore stipendio. Lo Stato vuole che l’eccedenza venga ridistribuita fra tutti. I membri delle cooperative, artigiani della miniera, sostengono che non può andare né tutto ai lavoratori né tutto allo Stato. Bisogna mediare. Nel linguaggio popolare si traduce con lo sciopero, la mobilitazione, la minaccia, la riconciliazione. E ne esce una soluzione più complessa, più conflittuale, più rischiosa, ma si tratta del popolo che decide su una risorsa comune.

In che momento di questa sintesi si trova attualmente la Bolivia?

In una prima epoca si contrapponevano due progetti economici, quello dello Stato e quello della società. Come in una strategia di guerra di posizione c’erano due blocchi, divisi anche territorialmente, e due progetti di società. Questo termina dopo il tentato colpo di stato, dopo il tentativo di omicidio frustrato e la sconfitta politica e morale dei conservatori. Sicuramente cambierà da qui a cinque o dieci anni, però c’è un solo orizzonte di epoca, incluso per gli oppositori, che si immaginano il futuro in questo contesto. Le tensioni vengono non dall’opposizione, ma dall’usufrutto all’interno del progetto egemonico, e nel ciclo di espansione più importante della Bolivia negli ultimi 50 o 60 anni. Abbiamo ridotto la disoccupazione al 2 per cento in un paese colpito e molto povero. L’internalizzazione della ricchezza sta generando riduzione della povertà e graduale benessere della popolazione. Sono sempre cifre modeste, ma significative per noi boliviani. In questo contesto lo Stato deve garantire che l’eccedente abbia carattere universale e non corporativo.

Non si produce un paradosso nel fatto che un movimento indigeno ha trionfato, perché arriva a controllare lo Stato, ma allo stesso tempo perde anche forza come tale?

Ma queste sono tensioni creative del processo rivoluzionario. È accaduto con i minatori. Alcuni ci chiedevano intervento militare. I conflitti, anche se si tardasse un mese o sei, o ci fossero proteste armate, devono risolversi democraticamente. Vale lo stesso con il petrolio, e sarà così anche con l’elettricità. Le società rivoluzionarie non possono temere il conflitto e il dissenso. É più complicato e rischioso, ma è la forma di mantenere viva la democrazia.

Questo conflitto non preoccupa i settori imprenditoriali nazionali che il governo boliviano vuole vicini?

Ci sono regole del gioco. Lo Stato interviene in alcuni settori: idrocarburi, energia elettrica, una parte nel minerario e settori chiave dell’industrializzazione del minerario e degli idrocarburi. Ha negoziato i settori di partecipazione di attività privata nazionale e straniera. Il settore privato trae beneficio se l’eccedente generato nel paese si destina al paese stesso. Si possono offrire servizi, migliorare gli investimenti, accedere a contratti statali. Ci sono momenti in cui si incrocia l’interesse dell’imprenditore con quello del lavoratore. Tra imprenditore straniero e lavoratore, lo Stato opta per il lavoratore. Quando il conflitto si dà fra lavoratore e imprenditore boliviano cerchiamo meccanismi di dialogo per distribuire settori o conciliare gli interessi di entrambi.

Che ruolo ha la Bolivia nel contesto sudamericano?

Non avevamo vissuto prima un momento tanto eccezionale di costruzione di una base materiale di integrazione. Negli ultimi dieci anni il commercio interregionale è quasi duplicato. La Bolivia vende all’America Latina il 50 per cento delle sue esportazioni, non solo in gas ma in prodotti manufatti: legno, gas, soia… Brasile e Argentina cooperano nella produzione automobilistica, no? Ognuno dei nostri paesi ha assunto con maggiore o minore radicalità i piani post-neoliberisti. Non solo ci sono governi progressisti e rivoluzionari come mai nella storia passata; i provvedimenti di questi governi riducono gli effetti della crisi sul paese, che crescerà quest’anno di un tasso fra il 3 e il 5 per cento, mentre il mondo sviluppato arriverà nel migliore dei casi all’1 o al 2 per cento. Abbiamo CELAC, UNASUR, ALBA come iniziative di costruzione comuni. Abbiamo smesso di sognare l’Europa, quando il massimo era considerato poter portare i nostri figli là. Oggi cambia persino l’immaginario nel desiderio per la classe media.

Universitari argentini in vacanza in Bolivia.

Quando il presidente esce dal Palazzo gli gridano per la foto: “Evo, dall’Argentina!” È un momento eccezionale, la società è quella che ci spinge. Lo Stato deve saper mantenere l’orizzonte dell’universale. Ma la società ti dà una spinta, ti dà uno schiaffo. Non c’è altro modo per avanzare. Lo Stato non può supplire la società.

Come vuole metterlo in pratica lo Stato boliviano?

Questa è una delle belle ricchezze contraddittorie di un processo rivoluzionario. Il presidente lo spiegava bene. Prima il sindacato era Stato. Prima lo Stato non ti dava nulla e si prendeva tutto. Compariva per ucciderti; irrompeva, saccheggiava, distruggeva e poi si ritirava. Rimaneva il sindacato. Non ho una scuola, c’è il sindacato. Non ho una strada, costruiamone una con il sindacato: un sentiero e pietre sopra. Muore un compagno e lascia cinque orfani, i compagni pagano la bara e si occupano dei suoi figli. In campagna e nei quartieri popolari le ristrettezze economiche si superano in maniera comune, partendo dall’associarsi. Poi viene il processo rivoluzionario. Nazionalizziamo, si incrementa l’eccedente e costruiamo scuole, mettiamo il prato in un campo da calcio, il curandero assiste a un parto e poi arriva l’assistenza sanitaria pubblica… Il sindacato deve ripensare che cosa fa. Si mobilita per chiedere allo Stato la soddisfazione delle necessità basiche. Ovvero, si debilita il movimento sociale per l’aumento dello Stato sociale. Quindi abbiamo discusso il tema con i compagni. Il sindacato deve costruire potere economico locale o regionale, nell’elaborazione delle risorse.

Potere economico significa anche partecipare alla gestione?

Che il sindacato diriga nello statale e nel privato. Dopo il dibattito sull’eccedente, la gestione dell’economia è in conclusione l’ambito in cui va a definirsi il socialismo verso il futuro. Ci sono esperienze positive e negative. Nella zona aymara, vicino al lago, i compagni lavorano la terra, hanno le proprie vacche e hanno sempre venduto il latte alle aziende multinazionali. Non vogliono essere sfruttati e vorrebbero coronare i propri sforzi formando una piccola azienda di lavorazione del latte, che venga distribuito nella scuola dove vanno i propri figli, nella cittadina governata dal sindaco che hanno votato. È una spirale. Bene. Nel Chapare hanno costruito una fabbrica e non ha funzionato. C’era la volontà di costruire il potere economico, ma hanno conosciuto i limiti del gestire comunitariamente l’economia. Esiste una gestione comunitaria dell’acqua e delle terre da pascolo, ma abbiamo ancora qualche problema con la lavorazione comunitaria dei prodotti. C’è un limite che dobbiamo ancora imparare a superare. Ti faccio un altro esempio: Huanuni, una miniera con cinquemila operai. Formalmente il governo nomina il direttore, ma in realtà la gestione è del sindacato. Loro definiscono gli incarichi, gli investimenti, i salari, l’intensificazione o riduzione del lavoro. Proprietà statale e gestione operaia. È l’esperienza più avanzata, e allo stesso tempo presenta il limite di mostrare fino a dove si può arrivare nella gestione comunista. L’eccedente generato non si universalizza. Ci sono compagni minatori che guadagnano 50 mila boliviani, cioè 10 mila dollari. Il presidente guadagna 1500 dollari. Solo il 10 per cento dell’eccedente passa allo Stato. La vittoria è l’autogestione operaia. Il limite è la non universalizzazione dell’eccedente.

Che cosa significa gestione comunista?

La messa in comune della produzione. L’autogestione tende a privatizzare gli utili generati, mentre l’obiettivo è universalizzarli. E non ci sono libri che teorizzano queste tensioni; non le problematizzò Lenin.

Qual è l’importanza della figura di Evo in questo processo?

La sconfitta del vecchio sistema dei partiti si dà per l’emergere dell’ambito popolare. Suppongo che, per la dinamica della crisi, quando vengono meno i meccanismi di adesione del governato al governante, sorge la necessità di nuovi dirigenti. Non c’è una predestinazione di Evo. Però è chiaro che si è trovato nel momento preciso e nelle circostanze precise in cui la società sta dando corpo a ciò che sta facendo e a ciò che emerge. Contadino, militante, antimperialista, indigeno… Qualsiasi ribelle può dire di Evo “questo sono io”.

* Pubblicato su “Página/12″, prima delle elezioni in Venezuela.

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