(VIDEO) La guerra alla democrazia

 

di John Pilger

Questo film documentario ci racconta del potere dell’impero e di quello del popolo. E’ stato girato in Venezuela, Bolivia, Cile, Guatemala, Nicaragua e Stati Uniti. Racconta la storia, attraverso la voce dei protagonisti che la vivono, del “giardino nel retro” dell’America, il termine spregiativo dato a tutta l’America Latina. Descrive la lotta dei popoli indigeni prima contro la Spagna, poi contro gli immigranti europei che hanno rinforzato la vecchia elite. Le riprese si sono concentrare sui barrios, dove vive il “popolo invisibile” del continente, in baracche infernali che sfidano la legge di gravità.

Racconta, soprattutto, una storia molto positiva: quella del sollevarsi dei movimenti sociali che ha portato al potere governi che promettono di ergersi contro chi controlla la ricchezza nazionale e contro il padrone imperiale. Il Venezuela ha spianato la strada; e un punto focale del film è una rara intervista faccia-a-faccia con il presidente Hugo Chávez, la cui crescente consapevolezza politica, e il cui senso della storia (e dell’umorismo) sono evidenti. Il film indaga il colpo di stato del 2002 contro Chávez e lo inserisce in un contesto contemporaneo. Descrive anche le differenza tra il Venezuela e Cuba, e il cambiamento nel potere economico e politico da quando Chávez è stato eletto per la prima volta.

John Pilger è un giornalista vincitori di numerosi premi, autore di libri e regista di documentari, che ha iniziato la sua carriera nel 1958 in Australia, la sua patria, prima di trasferirsi a Londra negli anni ’60. Ha iniziato come corrispondente estero e reporter dalla prima linea, a partire dalla guerra in Vietnam del 1967. E’ un feroce critico delle avventure estere, economiche e militari, dei governi occidentali.

“Per i giornalisti occidentali”, dice Pilger, “è troppo facile vedere l’umanità in termini della sua utilità per i ‘nostri interessi’ e per come segue le agende dei governi che decretano chi siano i tiranni buoni e quelli cattivi, le vittime degne e quelle indegne, e presentare le ‘nostre’ politiche come sempre benigne, quando di solito è vero il contrario. E’ il lavoro del giornalista, anzitutto, guardare nello specchio della propria società“.

Pilger crede anche che un giornalista dovrebbe essere custode della memoria pubblica e cita spesso Milan Kundera; “La lotta del popolo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio”.
(Andy)

Venezuela: movimenti e potere

La transizione bolivariana nell’Europa della BCE

Presentazione del libro di Geraldina Colotti “Talpe a Caracas”

(VIDEO e FOTO) No al governo Monti e alle sue ingerenze imperialiste!

Il 27 ottobre 2012 nel corteo contro del No Monti day, diverse realtà hanno messo in evidenza la necessità di solidarizzare con il popolo siriano vittima delle ingerenze imperialiste di cui questo governo è anche partecipe.

ALBAinformazione ha partecipato diffondendo un volantino, di cui vi riproduciamo qui il testo, e promuovendo uno striscione (nelle foto) di denuncia dei crimini del nazi-sionismo e solidale con i paesi dell’ALBA.  Di seguito il testo:

L’articolo 13 della Costituzione siriana del 1973 recitava: «l’economia dello Stato è una economia socialista pianificata che si pone come obiettivo la fine dello sfruttamento». Sotto la pressione delle forze reazionarie internazionali – che mentre si pretendono democratiche foraggiano fascismi vecchi e nuovi e ONG filo-capitaliste – tale articolo è stato cancellato nella nuova costituzione del 2012 ma tale “riforma”, così come le altre concessioni e le cosiddette riforme di mercato, non sono bastate ai voraci appetiti della concrezione parassitaria borghese e imperialista degli USA, della UE, della NATO e del nazi-sionismo.

L’obiettivo della pirateria internazionale e dell’economia di rapina a guida USA è chiaro: vogliono che la Siria faccia la fine della Libia, senza se e senza ma, la fine dei territori occupati palestinesi, che si trasformi in una nuova colonia balcanizzata, religiosamente ed etnicamente fratturata.   

Urge l’amicizia e la solidarietà internazionalista dei popoli del mondo, urge l’appoggio incondizionato dei lavoratori italiani a difesa della Siria, della sua sovranità contro l’infiltrazione mercenaria e paramilitare del fanatismo dei tagliagole islamisti che l’impero usa per mettere a ferro e fuoco il paese ed alimentare la guerra fratricida. Da riconoscere, senza alcun dubbio, il ruolo di contrasto e di veto della Russia e della Cina che ha consentito – almeno fino ad oggi – di sostenere la resistenza contro i piani di ingerenza, destabilizzazione e distruzione del paese, pianificati a Washington. Solo sconfiggendo tali piani il popolo siriano sarà libero di decidere del proprio futuro! 

Cuba, Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador e gli altri paesi dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostramerica (ALBA) hanno con veemenza denunciato negli ambiti internazionali i crimini perpetrati contro la Libia ed il suo popolo prima, contro la Siria poi. Dai paesi dell’ALBA avanzano proposte di alternativa per l’America latina e per il mondo; veri e propri cambi di paradigma che vanno alimentati, sostenuti e amplificati internazionalmente. Per una transizione al socialismo finalmente concreta e praticabile dopo decenni di restaurazione capitalistica.

NO AL GOVERNO MONTI, NO AL GOVERNO DELLO SFRUTTAMENTO, DELLA MISERIA, DELLA DISTRUZIONE DEL PIANETA E DELLA GUERRA!

CON IL POPOLO SIRIANO E A SOSTEGNO DEI PAESI DELL’ALLEANZA BOLIVARIANA FINO ALLA VITTORIA!

PER UNA SIRIA INDIPENDENTE, SOVRANA E POPOLARE!

(AUDIO) Alerta que camina la espada de Bolívar por America latina!

Incontro Pubblico con gli osservatori internazionali di ritorno dal Venezuela

Qui l’audio dell’iniziativa (cortesia Militant blog)

di Rosa Bartiromo

Il 22 ottobre 2012 si è tenuto a Roma un incontro pubblico con Luciano Vasapollo e Rita Martufi che, invitati dal PSUV, hanno affiancato il processo elettorale venezuelano terminato il 7 ottobre scorso con la vittoria del Presidente Hugo Chávez Frías.

L’incontro è stato aperto da Rita Martufi che ha voluto condividere con i compagni italiani la grande emozione provata in Venezuela durante la notte dei festeggiamenti a Caracas per la vittoria di Chávez. Una folla immensa e allegra accorsa in piazza ad ascoltare il discorso del Presidente ha avuto espresso il grande entusiasmo per un processo in atto di enorme portata e di forti ricadute sulla vita di milioni di venezuelani e venezuelane, questo in un clima reso molto teso dal terrorismo mediatico della coalizione neoliberalista che preconizzava la sconfitta del presidente.

Il secondo intervento, ad opera del collettivo Militant, ha toccato il tema della disinformazione e demonizzazione del processo bolivariano e del Presidente Chávez ad opera dei mass media europei, non solo di destra, ma anche di quella sinistra eurocentrica ormai del tutto compromessa con le politiche neoliberiste. Un esempio su tutti, il corposo dossier pubblicato pochi giorni prima delle elezioni del 7 ottobre dalla rivista Internazionale.

Il prof. Vasapollo ha sottolineato come tale atteggiamento dei media sia un atto di ingiustizia, più che contro la persona di Chávez, contro il popolo venezuelano che grazie alle politiche attuate dal Governo è diventato sempre più protagonista della vita del Paese, partecipando attivamente e con continuità alle tante riunioni e assemblee organizzate nel quotidiano in ogni settore della vita, dalle fabbriche ai campi, dalle assemblee di quartiere fino ad arrivare alle tante associazioni di promozione sociale e politica che il Governo sostiene con finanziamenti e strutture.

Per il popolo venezuelano, attualmente, il voto è solo l’atto finale di un processo che si costruisce giorno per giorno, basti pensare che il PSUV ha 7 milioni di iscritti e il presidente Chávez è stato votato da 8 milioni di cittadini, questo a sottolineare quale maturità ha raggiunto il movimento attivo in Venezuela. Il tutto in un clima di tensione, dove la possibilità di un colpo di stato è una realtà incombente e non ci si può concedere la minima disattenzione.

Fino alla vigilia delle elezioni, il candidato dell’opposizione, Henrique Capriles, la cui campagna elettorale è stata massicciamente finanziata dagli USA, ha fatto intendere che avrebbe portato avanti una dura battaglia di controllo del voto se non fosse risultato vincente.

È bene ricordare che Capriles, osannato come l’uomo democratico dalla destra ma anche da una parte della moribonda sinistra europea, ha partecipato attivamente al colpo di Stato durante il quale è stato sequestrato il Presidente in carica Chávez, nel 2002, assaltando l’ambasciata cubana in Venezuela.

In tale incontro è stato ricordato l’utilizzo del SUCRE, moneta virtuale che circola tra i Paesi dell’ALBA in nome della solidarietà internazionale tra i Paesi che permette di liberarsi dal giogo del Fondo Monetario Internazionale; la Rete in difesa dell’umanità che riflette su temi quali l’acqua, il sapere, le culture popolari e l’abitare non come diritti dell’uomo ma dell’umanità e che si concretizza politicamente nelle nuove Costituzioni di Cuba, del Venezuela, della Bolivia, dell’Ecuador; il grande appoggio di Cuba al processo bolivariano in termini di esperienza, formazione e di professionisti.

Che si possa fare di più e meglio è una consapevolezza che non manca ai Paesi dell’ALBA, ma negare che il processo rivoluzionario e partecipativo in atto in Americalatina sia l’unico esempio concreto di un’alternativa praticabile al morente capitalismo, è possibile solo da parte di chi, mentre appoggia governi non eletti da nessuno, imposti dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale e dalla BCE, che massacra le classi popolari in nome degli interessi della finanza e dei grandi monopoli capitalistici, sa però ben criticare il lavoro e l’impegno di Paesi altri.

L’incontro si è concluso con l’intervento dell’ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Julián Isaías Rodríguez Diaz, che ha voluto subito ricordare che il processo è nato in seguito ad una profonda crisi politica e un’assenza di fiducia per i partiti tradizionali ma che ancora, attualmente, il governo deve relazionarsi con la metà almeno delle vecchie istituzioni del passato. “Si dorme con un occhio aperto perché abbiamo il nemico in casa” dicono spesso i venezuelani, che sono ben consapevoli dei pericoli di tale situazione.

Il Socialismo del XXI secolo attinge dalle storiche lotte dei movimenti sociali europei, dai testi di José Martí, di Lenin, di José Carlos Mariátegui, di Marx, di Gramsci, dalla politica di Allende, dall’esperienza di Cuba, dal materialismo storico, dal processo dialettico e dal cristianesimo, soprattutto da quel Cristo che scaccia i mercanti dal tempio. È un socialismo che anche con accenti diversi, tra gli stessi Paesi dell’ALBA, seguendo linee comuni, che vive del protagonismo popolare recuperando il meglio delle tradizioni culturali e sociali  proprie di ogni paese.

Il proceso protagonico in atto in Venezuela ha trasformato il popolo venezuelano da massa amorfa a popolo cosciente, che ragiona, che si esprime, che non si lascia ingannare dalle menzogna dei media ed è attivamente partecipe, anche in modo critico, delle scelte del governo.

Il Venezuela è un grande esempio per un’alternativa concreta al capitalismo e all’imperialismo, è l’esempio di una società diversa che unisce culture ancestrali a socialismo scientifico.

 

Intervista (+VIDEO) a Luís Britto García

Intervista

di Tito Pulsinelli (Selvas.org)

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Tra gli effetti collaterali della scostumata reazione del sovrano spagnolo durante il vertice delle Indie occidentali di Santiago del Cile, con un colpo di bacchetta magica si è registrata anche la improvvisa riapparizione di un libello che circolava già da tempo.
Quel “perché non chiudi il becco?”, che la maestà in naftalina di Juan Carlos di Borbone non seppe impedirsi di eruttare contro Hugo Chávez, fu come un viaggio a ritroso collettivo nel trapassato remoto di un continente.
Il tempo dei brigantini, archibugi e caravelle, la dimensione del dolore dei cacicchi domati con la croce e la spada e le scomuniche, oltre alle epidemie che falcidiarono più dei roghi.

La riemersione alla superficie delle cronache antagoniste dell’indimenticato Discorso di Guaicaipuro Chuautemoc ha portato anche – dopo numerose congetture, supposizioni e false auto-attribuzioni – a disvelare l’identità dell’autore veridico.
E’ questo signore che ho di fronte, dalla candida barba, sguardo intenso e penetrante, che sfodera un umorismo elegante e tagliente come una sciabola.
E’ Luís Britto García, scrittore venezuelano, professore universitario della UCV di Caracas, autore di numerosi saggi, romanzi e sceneggiature. Luís è un intellettuale da sempre schierato apertamente con la rivoluzione bolivariana e per l’integrazione latinoamericana.

Dal 2002, sono più di 60 i siti che hanno pubblicato l’ormai celebre pamphlet Discorso del cacicco Guaicaipuro Chuautemoc. Poi traduzioni in inglese e in italiano. Tutto questo, significa una considerevole quantità di lettori, superiore a quelli di una tiratura normale della maggior parte dei libri. Forse nessun discorso dei leader contemporanei raggiunge una simile diffusione. Come te lo spieghi?

Credo che dipenda dall’argomento che tratta. La prima volta, lo pubblicai in un quotidiano venezuelano nel 1990, anticipando la commemorazione dell’Incontro del 1992, quello del V Centenario. Da allora ha fatto il giro del mondo, però credo che certi discorsi di Fidel Castro o di Chávez abbiano una maggiore diffusione, per l’interesse della gente nei loro orientamenti…

Nella popolarità di questo pamphlet, in che misura gioca l’anonimato e la creatività della scrittura? O si tratta di un altro dei miracoli di internet?

Lo pubblicai con la mia firma, però nelle successive riproduzioni andò persa la firma e finì nell’anonimato. Spero che ora non arrivi il solito plagiario che cerca di firmarlo e attribuirselo. Mi è già successo con due miei lavori: un Manual de estilo, una sceneggiatura per un film e una serie televisiva sull’eroe contadino Ezequiel Zamora, che un tipo cercò di attribuirsi davanti alla stampa.
A ogni modo, ci sono alcuni antropologi che hanno segnalato Guaicaipuro Chuautemoc come un dirigente indigeno realmente esistito. Questo è il maggior onore che mi si poteva fare. Nel 1990 l’uso della rete era molto più ridotto di ora, per cui Guaicaipuro Chuautemoc ha fatto i primi giri del mondo ciclosilato, fotocopiato e persino copiato a mano.

Negli anni ’80, in Italia ebbe un gran successo un pamphlet intitolato Rapporto veridico sulle ultime possibilità di salvare il capitalismo, firmato con lo pseudonimo di Censor. La stampa, i critici e persino vari economisti segnalarono autori fantasiosi. Addirittura supponevano che fosse un banchiere di “estrema sinistra”. In realtà l’autore confessò che apparteneva all’Internazionale Situazionista. Ricordi qualcosa di simile nel tuo caso?

Credo che si dovrebbe seguire l’esempio delle burle dell’Internazionale situazionista. Lo scrittore portoricano Luís López Nieves fece qualcosa di simile: inventò un villaggio – denominato Seva – che avrebbe resistito fino all’ultimo uomo all’inaspettata invasione degli Stati Uniti. Molta gente crede che Seva esista realmente, altri, pur sapendo che non è vero, l’hanno adottato come parola d’ordine anti-imperialista: Seva Lives!

Attualmente non è indispensabile tagliare le gole, perchè la colonizzazione moderna ottiene il medesimo risultato imponendo silenzio stampa, censura, omissioni o con il linciaggio mediatico del temibile oligopolio dell’informazione.
Perchè il signor Juan Carlos Borbón y Borbón ha fatto sfoggio della stessa prepotenza dei suoi esecrabili avi? La “Ri-Conquista” forse impone di uscire dalle pagine mondane di “Hola”? (Hola è un settimanale popolare spagnolo, simile ai nostri Oggi o Gente, NdR).

La maleducazione reale si iscrive perfettamente nel format di Hola e delle telenovelas. E’ più facile esprimere con una volgarità il sentimento di prepotenza, che spiegare come in Venezuela – per esempio – due gruppi bancari spagnoli dominino con più del 60% il settore finanziario privato.

I movimenti sociali latinoamericani hanno una buona salute e mostrano grande solidità, creatività e flessibilità. Quali sono i principali elementi che ne caratterizzano l’identità e li differenziano dalle sinistre europee?

I movimenti sociali si caratterizzano per la la loro spontaneità, perché riuniscono diversi settori e gruppi di classe; eppoi, non necessariamente si prefiggono la conquista del potere politico, sebbene a volte l’ottengano; per la specificità delle loro rivendicazioni (per esempio, quella degli indigeni, quella contro la privatizzazione dell’acqua, quella dei Senza Terra).
Rispetto alle sinistre europee, forse hanno una minore elaborazione teorica, però li superano in iniziativa, dinamismo, radicamento e capacità di mobilitazione, di improvvisazione, e per l’impatto sulla vita economica, politica e sociale.

Se proviamo a immaginare come sarà la vita nel 2018, come vedi la realtà del Venezuela e del polo geopolitico sudamericano? Quali sono le mete principali da realizzare?

Vedo un Venezuela che ha utilizzato le sue enormi risorse energetiche per creare un modello economico e sociale fondato sull’austerità, il riciclaggio e il rinnovamento. Che non dipenda più dagli idrocarburi, e sia un esempio per il mondo.
Vedo un’America latina e un Caribe molto integrati nella difesa delle loro inestimabili ricchezze (l’acqua, la biodiversità, la capacità produttiva dei suoi abitanti) dall’assedio di un mondo sviluppato in pieno collasso energetico.
In quella fase, l’America latina e le isole dei Caraibi avranno i solidi legami di una alleanza economica, un patto di reciproca difesa regionale, con una banca e una moneta uniche. Saranno concluse le grandi opere che faciliteranno le comunicazioni.
Un secondo canale centroamericano e i raccordi che faranno dei fiumi Orinoco, Río Negro, delle Amazzoni e Río de la Plata un’unica via fluviale. Nuove autostrade e ferrovie uniranno la regione.

Per una tale rapidità è necessario che cambino per davvero tante cose…

Gli istituti dell’America Latina di ricerca scientifica e culturale sono integrati in una rete che si dedica allo studio dei problemi peculiari della regione. Vari satelliti allacciano le nostre reti audiovisive e diffondono programmi principalmente latinoamericani.
Un’efficace integrazione dei movimenti sociali, partiti politici e Stati permette un progressivo consolidamento del socialismo. E poi una milizia popolare armata, concepita e addestrata alla guerra di resistenza, dissuade le potenze imperiali dall’assaltare il nostro territorio.
Non ci sarà più analfabetismo e tutti parleranno il portoghese, e tutti i brasiliani lo spagnolo. Come a Cuba, a nessun abitante mancheranno l’istruzione, la sicurezza sociale e il lavoro.

Di tutti i libri che hai scritto, quale credi che avrà più longevità? E qual è quello che ti piacerebbe fosse tradotto in italiano?

Forse è Rajatabla. In Italia vedo volentieri la traduzione di Abrapalabra che – nelle sue mille sfaccettature – racconta la storia di un immigrato italiano mentre passa dalla sua lingua natale allo spagnolo, fino a che non riesce più a distinguere né l’una né l’altra.

Pietro Altilio, industriale e chavista: «L’impresa deve avere finalità sociali»

Nella fabbrica dei diritti: «Così ho onorato il contratto»

Intervista di Geraldina Colotti

Mucipio Baruta, quartiere di Alto Prado, sulle colline di Caracas.
Man mano che si sale, s’incontrano solo macchine di grossa cilindrata, o domestici che transitano da una villa all’altra. Chi deve passare a piedi per le vie interne, è obbligato ad attraversare barriere e guardiole che proteggono le residenze private. Un quartiere di classe medio alta, non lontano dal faraonico Centro italiano venezuelano, bastione dell’opposizione, che qui batte il chavismo 80 a 20. Al volante, c’è Mario Neri, un piccolo imprenditore che sostiene il proceso e che anima il Circolo bolivariano Antonio Gramsci. Siamo diretti alla villa di un industriale italiano, Pietro Altilio, che si proclama comunista e chavista della prima ora. Possiede la Estrufan, una fabbrica di involucri di plastica in cui lavorano 180 operai e che si trova nel barrio la Limonera, un quartiere popolare sulle colline di Caracas. Ci riceve in giardino, tra un albero di mango e una pianta di orchidea e due grandi recinti ai lati, uno per cani, l’altro per gatti abbandonati.

Altilio attacca subito a parlare dell’Italia, dell’informazione «falsa che circola sul Venezuela», e dei quotidiani che «fanno solo cronaca». Elenca i cambiamenti prodotti dal governo Chávez rispetto ai tempi della IV Repubblica, «quando i diritti dei lavoratori erano carta straccia». Tuona contro la sua categoria, «attaccata ai suoi privilegi e non alla democrazia». Parla dell’ostracismo che ha subito, insieme alla moglie, quando durante il referendum per revocare Chávez, indetto dall’opposizione, ha eretto nel giardino un grande cartello con su scritto: «No».

Industriale e comunista, una bella contraddizione. Finché la proprietà privata non sarà abolita, bisogna pur dar da mangiare ai figli. Sono del ’29. La mia era una famiglia agiata di Caggiano, un paesino di montagna nel salernitano, ma i valori del comunismo li ho capiti fin da bambino. Quando andavo in chiesa, vedevo i posti in prima fila destinati ai signorotti con il mantello di castoro e la fila di miserabili che non avevano di che mangiare. Poi ho conosciuto il fascismo, a scuola le suore ci davano delle immaginette, i legionari italiani col berretto da bersagliere erano raffigurati come santi, ci dicevano che i comunisti tagliavano le mani ai bambini. Non mi è mai stato bene. Alla fine della guerra sono diventato comunista. Poi ho aperto una piccola falegnameria, subito ben avviata, ma volevo ampliare i miei orizzonti e sono venuto a Caracas, nel ’53. Il Venezuela era già un paese petrolifero, ma la capitale era molto diversa da com’è oggi.

Nel ’58 ho visto la caduta del dittatore Marcos Pérez Jimenez, poi l’alternarsi dei governi nati dal patto di Punto Fijo che hanno portato il paese alla rovina. A me gli affari sono andati bene, ma quando l’opposizione dice che oggi il Venezuela è allo sfascio, fa finta di dimenticare come stava la gente prima. Il paese era ricco, ma per una parte sola. Chávez, invece, non si è fatto comprare.

Secondo alcune statistiche le imprese fuggono dal Venezuela, perché lei rimane?
C’è molta propaganda e altrettanta ignoranza, soprattutto da parte di quei migranti che sono arrivati qui e hanno fatto fortuna senza cultura. Questo è un sistema a economia mista, che garantisce ampiamente i lavoratori, ma consente margini di profitto anche all’impresa privata. A condizione che rispetti la legge e produca per lo sviluppo endogeno del paese. Allora si fanno buoni affari, si ottengono crediti agevolati, però bisogna essere a norma sotto tutti gli aspetti. Nella IV Repubblica, le imprese aggiravano le imposte, le definivano sottobanco con funzionari corrotti. Adesso le cose sono cambiate, i controlli del Seniat sono molto severi, incrociati con un sistema informatizzato che non consente scappatoie. Questo, per molti industriali, risulta insopportabile, per troppo tempo sono stati i padroni del paese. Ora che non lo sono più, preferiscono emigrare in paesi come la Colombia, dov’è consentito lo sfruttamento selvaggio di manodopera. Molte imprese straniere se ne sono andate, ma altre sono arrivate da Cina e Russia, lavorano alla costruzione di fabbriche socialiste che sono dello stato. Le industrie che restano, lavorano comodamente.

Qual è il costo del lavoro nella sua fabbrica?
C’è il costo per le coperture sociali corrispondente al 12%: il 4% lo paga l’operaio,
l’8% l’impresa. In base alla Ley abitacional, relativa alla costruzione e all’acquisto di alloggi popolari per i lavoratori, io pago circa 30 mila bolivares (consideri che 1 bolivar corrisponde a 4,30 dollari) per 180 operai. Aggiunga altri 10-15 mila bolivares per essere in regola con l’Inces, l’avviamento al lavoro dei giovani: per uno o due anni devo impiegare a salario minimo 6 ragazzi che dopo gli studi continuano l’apprendistato, più 6 disabili. Inoltre devo provvedere all’asilo fino a sei anni per i figli dei lavoratori, e corrispondere un assegno di circa 500 bolivares per ogni figlio fino all’università. Inoltre, è previsto un carnet di buoni pasto relativo al 25% del salario. Devo anche pagare un assegno trimestrale di 10-15 bolivares come contributo a una scuola parificata indicata dal governo secondo la professione di fede degli operai. In base al contratto collettivo di categoria, i lavoratori del settore plastico hanno diritto a 8 mesi all’anno in più dei 12 mesi di stipendio, a 120 giorni di partecipazione agli utili, 50 giorni di vacanze più 60 di anzianità. Da quando si entra in fabbrica, si ha diritto a 5 giorni al mese di deposito per la liquidazione, alla fine tutto è parametrato sull’ultima tranche di stipendio. La cosa importante è che sta cambiando la cultura d’impresa. La fabbrica deve avere anche una finalità sociale, contribuire allo sviluppo del luogo in cui produce. Il rapporto con l’operaio non finisce a fine turno. Noi ci prendiamo i frutti del suo lavoro, ma siamo responsabili anche di quel che avviene nel suo habitat, della sicurezza ambientale. Io ho ottenuto un prestito a tassi agevolati, non l’ho investito per comprare dollari, ma macchinari. Il contratto prevedeva anche spese per migliorie sociali: scuole, ospedali… L’ho onorato. E guardi che io non lavoro con il governo, ma solo con ditte private.

E come sono i margini di profitto?
Nonostante le tasse per le imprese siano più elevate rispetto a prima, la nostra azienda è in crescita, abbiamo acquistato altri terreni. I margini di profitto sono buoni. E con questa gestione, ci guadagnano anche i consumi perché se l’operaio ha un buon salario, può spendere di più.

Il Manifesto, 16 ottobre 2012, pag. 9

La resistenza indigena e la sua storia non ufficiale

Estratti del discorso pronunciato dall’ambasciatore Julián Isaías Rodríguez Díaz durante la celebrazione del giorno della “Resistencia Indígena”, Parigi, Ottobre, 2012

Per gli usurpatori della memoria gli ignoranti non fanno la storia, «la ricevono già fatta». Per loro, la dignità non è nulla di più che una catena di atti insensati e di mala fede. Colombo credette di essere arrivato in Oriente passando dalla porta di dietro, credette di essere arrivato in India. Colombo credette che Haiti fosse il Giappone e che Cuba fosse la Cina e nonostante questo si dice che «siamo stati scoperti»; che «l’America fosse stata scoperta». Sembrava che volessero condannarci ad una identità distinta dalla nostra; negarci il diritto di essere noi stessi; mutilare la nostra propria identità.

Fortunatamente Eduardo Galeano, che ci racconta questi eventi, si è trovato davanti questo manifesto assurdo ed incosciente della «storia ufficiale» affermando che ciò che davvero è accaduto è «un’altra scoperta»: l’America ha scoperto il capitalismo.

[…] Citando nuovamente Galeano non ci sono dubbi che hanno preteso e pretendono di cancellarci l’anima. Praticare «l’altricidio»; assimilarci o liquidarci. Con la sua sottile ironia Galeano scrive: «definirono selvaggi i nostri indios e su questo non si sono sbagliati; sono stati così sciocchi da non chiedere il visto, né una lettera di invito, né la quantità di euro al giorno, né il certificato di buona condotta, nemmeno il permesso di lavoro, né a Colombo, né a Cabral, né a Cortés, né a Pizarro; nemmeno ai pellegrini del May flower».

[…] Permettetemi di incominciare con i nomi d’America. Avete mai sentito parlare di Ibero America? Non vi pare che questo nome ha molto di spoliazione coloniale? Non c’è in questo nome un razzismo feroce? E America latina? Non stiamo cadendo di nuovo in una forma eurocentrica di designare il nostro continente? Non si lascia con questo paio di parole una porzione importante, importantissima, fuori dal nostro continente, una buona porzione della nostra popolazione? Dei nostri tambores, delle nostre cerimonie e dei nostri riti africani? Non stiam oforse espellendo dalla nostra identità i Chiluba, i Nkrumah, i Kenyatta, i Nyerere e i Mandela? Non stiamo forse cancellando un pezzo, un frammento, una parte della nostra tanto importante identità africana?

L’indipendenza della nostra America aborigena è ancora incompleta. Non si è ancora definitivamente raggiunta. Su di lei si è scritto molto, sotto diversi aspetti e con differenti interpretazioni. La vera storia di tale indipendenza è stata distorta da parte di coloro che ci hanno colonizzato e da parte di coloro che ancora pretendono di colonizzarci. Devo affermare, in primo luogo, che la visione dei nostri popoli origiari in nulla si identifica con la lettura  della «storia ufficiale» e, in secondo luogo devo dire che a questa vecchia storia, raccontata e scritta da colonizzatori, mancano i capitoli che oggi stanno scrivendo i popoli americani e i nuovi processi sociali del nostro continente.

La nostra prima dimostrazione di indipendenza del Venezuela, è stata il 19 aprile 1810. La nostra prima dimostrazione di indipendenza è stata quella di tutti gli americani, la bella, coerente, immutabile, forte e tenace «resistenza indigena», la resistenza dei nostri aborigeni e schiavi all’idea di progresso, portata in Europa durante e dopo la conquista. Questa idea di «progresso» ha distrutto, non solo gli esseri umani, ma la terra e l’acqua, i climi e le foreste, le montagne, i fiumi e i venti. La barbarie contro i nostri aborigeni ha prodotto uno dei più grandi olocausti dell’era moderna.

Alcuni definiscono il contatto della Spagna con noi come «un incontro di due culture». Che incontro di due culture! Può essere chiamato «meeting» un’invasione coloniale? Quelle di ieri, di oggi e  di sempre? Questo «gioco» non è semplicemente il più grande genocidio commesso dall’Europa. La distruzione di antiche civiltà, che avevano scoperto il numero zero, mille anni prima che i matematici europei, che avevano calcolato l’età dell’universo, almeno 1500 anni prima che gli astronomi di questo tempo in cui viviamo, che conoscevano il buon senso e un senso di comunità, senza scopo di lucro, di proprietà o di proprietà privata. Questo è uno dei saccheggi più atroci e spietati della storia dell’umanità. Questa civiltà disfatta, demolita, lacerata, aveva scoperto che l’uomo è il tempo e che «per essere santi», il tempo non ha prezzo e non si può compare né vendere.

Nella «storia ufficiale» questa nobile resistenza indigena è stata cancellata, distrutta, rimossa quasi completamente. La conquista e la colonizzazione erano, per l’Europa, presumibilmente pacifiche dove i diritti umani sono rispettati e dove ci ripetono continuamente che la colonizzazione è stata «accettata pacificamente» affinché con i loro crimini «ci suicidassimo tranquillamente, con calma e in pace».

È fondamentale far notare la «resistenza indigena», perché è di innegabile, inconfutabile e indiscutibile utilità, capire con la conoscenza, la consapevolezza e la saggezza dei processi sociali in atto in Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Brasile, Argentina, Cuba e Venezuela esistenti, solo facendo riferimento ad alcuni paesi. Questi processi significano semplicemente continuare la «resistenza indigena» con altri mezzi e in altri momenti. Un profeta Maya che ha parlato con gli dei, gli dissero così: «si libereranno le mani, i piedi e la faccia del mondo, ma quando si libererà la bocca non ci sarà un solo orecchio che non ascolterà».

Le rivoluzioni americane hanno oggi come proposito riscattare questa parte della storia censurata. In questo senso, l’idea è di andare oltre l’«indipendenza politica»  che è stata ottenuta contro la Spagna nel corso del XVII secolo. Ascoltateci, vi racconteremo la vera storia.

L’Europa ha gareggiato per trovare i percorsi più diretti per raggiungere l’Asia. Ha trovato prima l’Africa e poi l’America. Per l’Europa, l’America era un continente sconosciuto, un pianeta sconosciuto che era al di là dove il mondo finisce. In quel pianeta ha trovato oro, argento, stagno e tutti i tipi di minerali. I nostri aborigeni avevano reso fertili i deserti e le catene montuose. Ma gli stranieri sono venuti e hanno deciso di coltivare la terra con un sistema che l’ha violentata e ha spremuto gli uomini. Hanno cercato lo sfruttamento della manodopera a basso costo, il lavoro degli schiavi, ancora oggi, con la tecnologia moderna ed enormi latifondi sacrifica la natura e le persone.

Inizialmente, a quel tempo sono stati utilizzati per fare ciò i nativi americani, ma sono riusciti a fuggire. Non tutti sono riusciti a fuggire a tempo e molti di loro sono stati decimati dalle malattie portate dall’Europa. Hanno fallito con gli aborigeni e ricorsero agli europei delle classi più basse del continente, operai e contadini con i quali stipularono accordi di servitù. Questi «schiavi bianchi» anch’essi fuggiti si ribellarono contro i conquistatori. Alla fine utilizzarono gli africani. Come si vede, non erano stati gli africani i primi schiavi. La storia ufficiale mente ad affermarlo o non lo racconta obiettivamente. In effetti, non vi è alcuna reale correlazione tra «schiavitù» e l’Africa, la «negritudine» e la sottomissione. Il termine schiavo deriva da «slavo», quelle prime popolazioni bianche durante il sesto e il settimo secolo furono sottomesse e ridotte a sudditanza dagli europei stessi.

La cosiddetta «scoperta delle Indie Occidentali» non fu altro che la salvezza di quei rimanenti resti del feudalesimo in Europa. La cosa migliore da fare per cercare di evitare la scomparsa del feudalesimo europeo come modo di produzione. L’America poi è servita a questa missione, o meglio a questa duplice missione. Ha servito l’idea di «progresso mercantile pre-capitalista», mentre, con le spade e le croci, è stata utilizzata per salvaguardare i rapporti di servitù affinché non scomparissero completamente nella storia d’Europa.

Questo non lo racconta la storia ufficiale. Nel frattempo, cosa stava accadendo nell’America aborigena? Tre grandi civiltà avevano costruito un mosaico di nazioni avanzate con un’altra idea di «progresso» e «civiltà». Alcune delle città erano più grandi e più spettacolari di quelle europee. Gli Aztechi, Maya e Incas, il loro modo di vivere e la forte organizzazione civica, mostrano all’Europa invasora i notevoli progressi nel campo della giustizia sociale, della giustizia politica e della eguaglianza economica. Il denominatore comune di queste tre civiltà era una società equa dove si poteva distinguere il «vivere bene», questo è ora conosciuto come comfort. La purezza delle loro tradizioni e della vita, radicalmente comunitarie non gli permetteva di competere individualisticamente. Per loro «vivere bene» significava agire come una comunità e quindi vivere con ciò che si crede, vivere con quello che si sente e vivere in armonia con la natura e in reciprocità con essa.

Questa filosofia si oppone all’«American way of life» della società capitalistica, uno sviluppo che disprezza la vita e adora gli oggetti. Secondo la logica che definiscono «vivere meglio». Sai cosa vuol dire vivere meglio? È una concezione lineare del «progresso capitalista» che intercorre tra la produzione e l’accumulo di ricchezza illimitata, costringendoci per tutto il tempo a competere, per avere di più, per gareggiare gli uni con gli altri, per cercare di essere migliori del nostro vicino e sottoporci ad un costante stato di dover passare l’eternità sopra gli altri esseri umani, senza nessun tipo di etica come se le persone valessero meno delle cose. In tale sistema sono perdonati il crimine e la tortura, ma non i reati contro il patrimonio.

[…] Il continente «scoperto» è stato considerato «terra di nessuno», il che significava che l’indigeno non aveva diritto alla terra, alla sovranità e all’autodeterminazione. Le fondamenta di questo approccio si trovano nei sistemi di valori sviluppati durante il Medio Evo, per quanto riguarda razza e religione. […] Finito il bottino, i re europei sono diventati gli unici ad avere diritti sulla terra. Ma non solo sulla terra, ma soprattutto ciò che esiste su questa terra, gli animali, le foreste, città, cultura, arte, bellezza, natura e, naturalmente, gli esseri umani. La proprietà della terra è diventata una grazia, alla mercé del re e non un diritto della comunità.

[…] Repressi e quasi estinti, gli aborigeni si rifugiarono nelle loro comunità e, in silenzio, elaborarono «la loro straordinaria cultura della resistenza». E lì, dove appaiono tra gli altri dispositivi ingegnosi, il sincretismo e la cultura mariana, intese entrambi a nascondere artificiosamente nelle chiese il «diritto alla resistenza e alla ribellione». Questa cultura della «resistenza», è stata alla base del fatto che in molte occasioni l’americano creolo, bianco o meticcio, non si sentisse del tutto europea e desiderasse quindi sbarazzarsi di loro. […] Inoltre, i nostri liberatori, la stragrande maggioranza sono stati formati in Europa, si sono abbeverati dell’Illuminismo francese e non del Popol Vuh.

Dalla matrice ideologica di quest’ordine non completamente americano nascono le limitazioni della nostra debole emancipazione politica. Noi ci siamo liberati, come ha detto Miranda, politicamente, ma non mentalmente. Siamo diventati indipendenti dalle città europee, ma rimaniamo fedeli al pensiero eurocentrico e dagli imperi.

Se guardiamo ai nostri processi di indipendenza troviamo questi fatti:

a) Lo Stato nazionale conquistato è stato essenzialmente europeo e non finito.

b) Il modello fiscale dominatore ha rappresentato più le oligarchie che le classi popolari.

c) non si è risolto, con l’indipendenza la contraddizione tra l’idea americana di «progresso» e l’idea di progresso eurocentrico.

d) è rimasta intatta la cultura della resistenza, ciò che noi chiamiamo in questo documento «Resistenza Indigena».

e) l’emancipazione ha soddisfatto poche richieste popolari e ha favorito i privilegi della elite creola.

f) sono rimaste immutate le pratiche «nazionaliste» che hanno fatto tanto danno all’integrazione americana.

g) La concezione razzista europea non è affatto scomparsa e non è stata per nulla presa in considerazione il meticciato e il multiculturalismo.

[…] Cosa sarebbe accaduto, se l’indipendenza avesse seguito una sua logica culturale, naturale, nuestro-americana, e non quella ereditata dall’Europa o dal vitello d’oro degli americani? Aggiornando il nostro processo di pensiero potremmo chiederci che cosa sarebbe accaduto se avessimo permesso lo sviluppo del nostro modello di società con i suoi errori e successi? Con la sua originalità? Con il nostro “inventiamo o sbagliamo” di Simón Rodríguez? Nessun golpe in Cile, in Honduras e in Paraguay! Solo per citare i più recenti. Senza campagne mediatiche destabilizzanti. Nessuna guerra di quarta generazione. Senza ingerenze filo-imperialiste o imperialiste. Cosa accadrebbe se…? Cosa ne pensate, amici amici, cosa accadrebbe? Cosa pensate che accadrebbe? Che cosa potrebbe accadere se ci lasciassero sfogare la resistenza indigena dei nostri aborigeni? Che è lì da 500 anni? Con la sua storia di vita! Affrontando le oligarchie, la sottomissione, il razzismo e l’imperialismo! Non pensate che potrebbe emergere con mezzo secolo di ritardo l’autentico nuestro-americano? Forse che non ci lasceranno costruire la nostra propria società comunitaria? Il nostro socialismo? Siamo condannati a un capitalismo che, anche in crisi, ha neoliberismo in abbondanza per riportarci al periodo coloniale?

Ma questa è un’altra storia. […] Siamo disposti, con il consenso dell’imperialismo o meno a costruire il nostro progetto di solidarietà sociale, complementarietà, giustizia, eguaglianza, senza esclusione, in pace, con la libertà, la sovranità e perfino con le elezioni. Non chiederemo il permesso questa volta. Noi costruiremo… e su questa strada stiamo andando…!

Per continuare questi passi faremo dei nostri Stati la patria di tutte le nostre culture. Daremo spazio alla multiculturalità per creare una nuova cultura. La storia ufficiale, questa storia tradizionale americana, è passata sulla testa degli antecedenti “non bianchi” dei nostri slanci rivoluzionari e del suo significato culturale profondo e trascendente. Basta!

L’Indipendenza, a cui hanno aspirato i nostri aborigeni, non consiste nella mera espulsione del conquistatore. Volevano, e ancora vogliono, la propria “resistenza”, con o senza sincretismo. Vogliono i loro santi neri: Shango, Santa Barbara, Oschún e tutta la legione di nuovi dèi di cui parla Eduardo Galeano. Vogliono capire, non solo i conflitti di oggi, ma anche quelli che a causa dell’arrivo degli europei sono stati aggravati dal capitalismo, dal fascismo, dalla globalizzazione, dal mondialismo, dal neoliberismo e dall’imperialismo, con le loro teorie incomprensibili attraverso le quali il colonialismo si ricostruisce, si mimetizza ed impunemente si riproduce. […]

[Si ringrazia Maylyn Lopez per la segnalazione; Trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

(VIDEO) Chávez rinnova il suo sostegno al legittimo governo siriano

Caracas, conferenza stampa del 9 ottobre 2012

“Bene, come possiamo non appoggiare il governo di Bashar Al-Assad!? Se il governo della Siria è legittimo, come non appoggiarlo? Chi dobbiamo appoggiare allora? I terroristi!? Quelli che chiamano Consiglio di transizione, vanno ammazzando la gente dappertutto, e non capisco come possano alcuni governi europei, che si dicono seri, ricevere certa gente e riunirsi con i terroristi, mentre disconoscono il legittimo governo di un paese, e per questo noi continueremo ad appoggiare l’unico e legittimo governo della Siria, caldeggiando la pace in Siria e la pace nel mondo.

Il presidente Bashar Al Assad ha fatto uno sforzo gigantesco per fare concessioni e riforme costituzionali, ha indetto elezioni, ma non serve a nulla, perché l’obiettivo di alcune potenze esterne, alleate con i terroristi, è di abbatterlo ed eliminarlo, come hanno fatto con Gheddafi.

Questa è la geopolitica imperiale  e se guardiamo la cartina possiamo vedere ciò che significa la Libia nel centro nord dell’Africa: gradi riserve di petrolio, grandi riserve di acqua, senza considerare il compito che stava svolgendo la Libia per l’integrazione dell’Africa.

Qualcuno ha studiato quello che ha fatto il governo libico di Muammar Gaddafi per i paesi più poveri dell’Africa? Qualcuno lo ha mai studiato la storia della Libia moderna? Qualcuno sa qual era il livello sociale di vita del popolo libico? Vi invito a studiarlo.

Mi ricordo del mio viaggio a Tripoli, andavamo in giro… e il viaggio a Damasco in giro in macchina con il presidente Bashar, che guidava andavamo in giro, kilometri e kilometri…io al suo lato, in macchina con sua moglie e Nicolas (il primo ministro venezuelano)”.

(VIDEO) Talpe a Caracas

11.10.2012, Geraldina Colotti al battesimo dell’edizione venezuelana, “Yo lo vi, no me lo contaron…”, Vadell Hermanos, oct 2012

Quartieri autogestiti, fabbriche recuperate, consigli operai, donne al centro della scena… mentre l’Europa stringe la cinghia intorno alla vita di chi è già stato spremuto, a Caracas si tenta un’altra strada: con un piede nel futuro e un altro nel petrolio. In questo libro attento e corale, Geraldina Colotti racconta le «cose viste in Venezuela» in tredici reportage sul paese «bolivariano». Rapper bolscevichi e maestri di strada, casalinghe col fucile e cuoche al potere, preti d’assalto e porporati golpisti, e maiali che scorrazzano insieme ai detenuti… Dove ripassa la storia, la luna corre per strada. Giovani talpe riprendono a scavare.

Autore: Colotti Geraldina

Sottotitolo: Cose viste in Venezuela

Prezzo: Euro 16,00

Editore: Jaca Book

Anno di pubblicazione: Settembre 2012

 

 

Intervista a Geraldina Colotti in VTV (Venezualana de TeleVision):

 

La polizia con l’orecchino

Consapevole dell’emergenza, il governo ha deciso di ripensare le politiche sulla sicurezza, mandando le forze dell’ordine a scuola di diritti umani. Un reportage tratto dal libro «Talpe a Caracas», in uscita il 27 agosto da Jaca Book.

di Geraldina Colotti

Sul marciapiede in discesa del quartiere Catia, procediamo a passo spedito. Siamo diretti alla Universidad nacional experimental de la seguridad (Unes), l’università sperimentale per la polizia.

Intorno, sciamano gli alunni in pausa: divise blu con il tricolore venezuelano davanti e dietro. «Ehi, non mi riconosci?» Vicino a un chiosco di bibite, un uomo dai lunghi riccioli brizzolati mi guarda.

«Sono Alberto… Il poeta… il professore, ricordi? L’anno scorso ti ho regalato un racconto che s’intitolava Cuchillo (Coltello)», dice con la bocca piena di arepa. Sì, adesso ricordo. Insegna «Polizia, società e socialismo» all’altra sede della Unes, che sorge ai piedi di un’immensa cupola, un tempo base dei servizi segreti e luogo di tortura. Un anno fa, vi ero approdata dopo un suggestivo viaggio in teleferica e un consistente tragitto a piedi fra i vicoli di periferia. Allora, Alberto leggeva il suo racconto davanti a un tavolo ingombro di libri, testi poetici e classici del marxismo. Altri docenti si accaloravano nella stesura di un nuovo progetto educativo, rivolto agli alunni e agli ufficiali dei quartieri Distrito Capitale, Vargas e Miranda. Damian Mas, che oggi dirige la Unes di Anzoategui, era il «monitor», l’ufficiale che coordinava i docenti in divisa. Un Big Jim colto e gentile, convinto del salto di paradigma voluto dal governo bolivariano: prevenzione, prossimità, rispetto dei diritti umani, formazione politica e di genere. Il tasso di femminicidi e di violenza sulle donne, in Venezuela, è ancora elevatissimo: «Un bubbone ripugnante che cerchiamo di prevenire lavorando con il Ministero per la donna e l’uguaglianza di genere, educando i giovani poliziotti all’ascolto e al rispetto delle donne maltrattate, perché diventino dei moltiplicatori di civiltà e non di sopraffazione», mi aveva detto el «monitor» abbassando gli occhi sulle sue mani da pugile. Damian Mas è entrato in polizia a 18 anni, ai tempi della IV Repubblica «Ci chiedevano di usare la mano pesante nei quartieri in cui la gente non aveva neanche un tetto sopra la testa – aveva raccontato –. Mi ha colpito molto, ho cominciato a riflettere. Con l’arrivo del Comandante Chávez, sono stato contento del cambiamento. Ho imparato che se uno è povero, non per questo è delinquente. È importante che questa nuova polizia lo tenga presente». Una polizia che, a tutt’oggi, ha ancora le mani in pasta in buona parte degli affari sporchi del Venezuela: sequestri, frodi, traffico d’armi…E adesso, chiedo ad Alberto, come procedono le cose? «Come vedi siamo qui al lavoro – risponde – per provare a cambiare il vecchio modello della polizia, che aveva come scopo quello di calpestare il povero e impedirgli di ribellarsi. Ora insegniamo una visione diversa, una finalità sociale. Benvenuta un’altra volta», dice tendendomi la mano. Un ampio spiazzo non asfaltato conduce a una guardiola di controllo, dove lasciamo i passaporti. Veniamo presi in consegna da un agente. Entriamo in un grande edificio che reca la scritta Prevenzione e Controllo. Antonio González Plossman, vicedirettore della struttura, è un giovane con barba e orecchino. Un volto noto agli attivisti per i diritti umani, come la direttrice, la responsabile generale Soraya El Achkar.

Plossman ci riceve in un piccolo ufficio tappezzato di manifesti. Ognuno di questi documenta un progetto realizzato con le comunità di quartiere per rendere gli spazi sicuri: concerti, mostre, poesia, attività folkloristiche. Con un largo sorriso, il vicedirettore anticipa il principale tema della nostra conversazione, la sicurezza: «Un problema reale e grave», dice. Secondo le statistiche, «il numero dei reati violenti, aumenta. E non da oggi, da oltre vent’anni, dunque ben prima del governo bolivariano. Le punte massime hanno coinciso coi momenti di maggior caduta delle istituzioni, come durante il massacro del Caracazo, il 27 febbraio 1989. L’anno dopo, gli omicidi sono raddoppiati. L’aumento della violenza ha fatto da contraltare all’applicazione di programmi di aggiustamento strutturale che hanno colpito i diritti economici e sociali della popolazione, e alla caduta di credibilità della IV Repubblica. Un fenomeno che ha accompagnato i piani neoliberisti a livello continentale, anche se da noi è stato più evidente». Un problema che, però, persiste nonostante le misure sociali avviate nei 13 anni di governo Chávez. Come mai? L’opposizione dice che a Chávez la violenza conviene, perché così i ricchi fuggono dal paese e lasciano le loro proprietà, che poi vengono nazionalizzate. «In verità – ribatte Plossman – la violenza danneggia soprattutto gli strati popolari. Su 100 omicidi, solo il 3,7% colpisce le classi agiate, l’86,3% si verifica in quelle popolari: si muore e si ammazza negli strati poveri, per lo più fra i giovani maschi con meno di trent’anni e nelle città. Con questo non intendo eludere le nostre responsabilità, ma inquadrare in retrospettiva storica la natura del fenomeno». Si sentono le grida ritmate degli allievi, che si allenano nel cortile sottostante. Alla testa di un gruppone, una ragazza esile, alta come un soldo di cacio: l’insegnante di educazione fisica, ci dicono. Una civile. «Per risolvere il problema alla radice – riprende il vicedirettore –, dobbiamo continuare a lavorare per costruire una società socialista: risolvere la disoccupazione giovanile, sconfiggere il maschilismo e il patriarcato che sono parte della violenza con cui noi uomini siamo abituati a risolvere ogni tipo di conflitto.

Purtroppo, siamo ancora in una società capitalistica dominata dai valori del consumismo, che provocano frustrazione e generano violenza». Consapevole dell’emergenza, il governo ha deciso di ripensare le politiche sulla sicurezza inaugurando la Misión Seguridad. Un piano integrato che comprende la formazione della polizia, ma interessa anche altri settori: la riforma del sistema penale che sposta l’accento sulle misure alternative alla detenzione, il ripensamento del ruolo del Pubblico ministero e dei tribunali, la creazione del Ministero penitenziario e l’attivazione del Ministero dei giovani in special modo sui progetti di prevenzione. A dirigere la Fiscalía general, il Ministero delle carceri e quello de la Juventud, ci sono tre donne provenienti dalla sinistra e dai movimenti di base: rispettivamente, Luisa Ortega Díaz, Iris Varela, Maripili Hernández. Una svolta che ha preso avvio nel 2006, sull’onda di alcuni sequestri di imprenditori (anche italiani) rimbalzati sui media internazionali: «I poveri – dice Plossman – muoiono tutti i giorni, ma – come per le guerre – non importa a nessuno, quando invece vengono colpite le classi medio-alte, come avvenne in quelle circostanze, si scatena l’indignazione. In ogni caso, anche in quei delitti risultarono implicati dei poliziotti. La polizia era come una scatola nera in cui non filtrava luce: era evidentemente parte del problema, non la soluzione». Tra il 2006 e il 2008, il governo bolivariano imposta così una strategia per disegnare un nuovo modello di sicurezza. Parte una mega-consultazione popolare e, in parallelo, un’indagine di settore. I risultati, alla fine, coincidono, come rivelano tre volumi di inchiesta sul campo e due di consultazioni popolari. Le consultazioni, precisa Plossman, hanno coinvolto anche l’opposizione che, per una volta, non ha ostacolato il progetto. «Venne fuori il quadro di una polizia violenta, corrotta, razzista, classista, e inefficiente – racconta Plossman –. La gente diceva: se sei povero, ti perseguono in quanto povero; se sei di sinistra, ti reprimono perché sei di sinistra. Se sei povero e di sinistra, stai messo male, e se poi sei donna o nero, stai messo peggio. Il tema del rispetto dei diritti e della formazione della polizia era ricorrente». Da qui, le basi per un nuovo modello di polizia nazionale e l’importanza della Unes. «L’idea dei nostri sei centri – Lara, Caracas, Maracay, Tachira, Aragua e Anzoategui – è che la polizia abbia una formazione continua, prima e dopo la laurea, che si formi nelle università, non nelle accademie e che vada in strada non solo per reprimere ma per svolgere attività sociale di prevenzione». Anche i poliziotti già in funzione devono trascorrere all’Unes due settimane all’anno. Nella sede di Catia, gli allievi sono attualmente 12.500, nell’altra, 5.000. E non si chiamano estudiantes, ma discentes. Studiano dalle 7 del mattino alle 19 e ricevono una borsa di studio di 800 bolivares, la più alta fra quelle che attualmente offre una università. «Naturalmente – precisa Plossman –, vengono insegnate anche materie operative come Uso progressivo della forza, Uso della forza potenzialmente mortale, Teoria e pratica investigativa, che sono appannaggio degli ufficiali. Ed esiste un’attività di intelligence interna per verificare la probità dello studente e quella del “monitor”». Visitando le aule in cui si tengono i corsi, quel che colpisce è il look degli insegnanti, più adatto a un concerto rock che a una scuola di polizia.

Formare per trasformare, dicono tutti, basandosi sulla «pedagogia degli oppressi» del brasiliano Paulo Freire. «I professori – spiega ancora Plossman – qui sono oltre 2.132, distaccati da alcune università. Tutti, comunque, sono di sinistra, o hanno un passato come attivisti per i diritti umani.

Persone che, come vedi, un poliziotto tradizionale fermerebbe per strada per sospetto possesso di marijuana, e che oggi sono i loro professori». Un’alleanza «contro natura» che Antonio González inizialmente ha fatto fatica a concepire. «All’inizio – racconta – come tutte le persone di sinistra consideravo i poliziotti cani da guardia della borghesia. Nell’88 ho partecipato alle proteste contro il massacro di Amparo, nello stato di Apure. Ai confini con la Colombia, la polizia politica e un commando dell’esercito uccisero dei pescatori cercando di farli passare per guerriglieri, ma due persone si salvarono e raccontarono la verità. Vi fu un moto di indignazione in tutto il paese, per tre mesi si svolsero manifestazioni quotidiane. In quel periodo ho conosciuto Soraya, la rettora, che lavorava come me all’interno della Rete di appoggio per la giustizia e la pace». Quando arriva il progetto della Unes, le famiglie delle vittime della repressione partecipano ai primi seminari consultivi, e chiedono ai loro rappresentanti di entrare a far parte del progetto. Lo scopo – dice ancora Plossman – «non era che noi assumessimo la logica poliziesca, la scommessa era piuttosto di trasformare i poliziotti in difensori dei diritti umani nella prospettiva di uno stato socialista». Una scommessa ancora in corso, che si avvale anche del contributo di professori provenienti da altri paesi dell’Alba, come Cuba, Bolivia o Ecuador, ma anche dal Cile, dall’Argentina, dall’Europa. Nei corridoi della scuola vi sono mostre tematiche sulla storia presente e passata del paese. Lungo il muro che ospita l’ufficio stampa, si snoda il racconto di un’artista plastica brasiliana, Flor Balestra, contro la violenza di genere e la sopraffazione. In un’altra aula, durante le lezioni di Abilità orale e scrittura creativa, i futuri poliziotti (e poliziotte) compongono canzoni. Poco più in là, un cartello invita a prendersi cura della proprietà sociale: «danneggiare i mobili – si legge – è un atto di disamore». Da un grande manifesto sulla Misión Seguridad, Chávez dice: «Da malandros a bienandros. Vieni con noi». I malandros sono i malandrini, e il messaggio in positivo, che gioca sul termine «uomini», andros, è chiaro. Da un altro poster sul muro, un rapper porge a un giovane malandro una delle piccole chitarre tradizionali distribuite gratuitamente dal governo nei barrios più problematici. La campagna è: consegnami l’arma, e ti do la chitarra. Plossman dice che, di sera, la Unes si trasforma spesso in un luogo di incontro per i rapper della città, che il «proceso bolivariano» deve saper ascoltare la rabbia dei giovani e offrire un’alternativa al mondo dei malandros. Usciamo all’aperto, fra ali di «discenti» che si addestrano al passo della rana. Valentina, che qui fa pratica in scuola di giornalismo, ci fa vedere i nuovi piani di ampliamento della scuola, dove un tempo sorgevano i locali per gli interrogatori, le camere di sicurezza tristemente note per essere luoghi di repressione. «Oggi – spiega – i poliziotti si stupiscono di poter imparare qualcosa da questi giovani comunisti, dagli alternativi. Anch’io sto imparando molto, qui». Nello spiazzo antistante l’uscita, altri gruppi di allievi si allenano sollevando bottiglie piene di sabbia. Noi, in carcere, lo facevamo con le bottiglie d’acqua. Ripenso alle parole di Plossman: «Dopo l’esperienza qui, non mi sembrano più così nemici». Recuperiamo i passaporti, lasciandoci alle spalle quel mare di divise.

Da: http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Agosto-2012/pagina.php?cosa=1208lm22.01.html

Venezuela, guerre, pace, noi

di Marinella Correggia

http://www.sibialiria.org

Con un respiro di sollievo il piccolissimo popolo dei partigiani della pace sopravvissuto in Occidente ringrazia quella maggioranza del popolo venezuelano che ha rieletto Hugo Chavez, permettendo così alla rivoluzione bolivariana di continuare il suo cammino, così importante per il mondo. E per la pace. Negli stessi giorni, in Libia una città torna a essere assediata, mentre diversi dei 20mila e passa prigionieri senza processo e sovente in celle clandestine stanno facendo lo sciopero della fame. E la Nato afferma il proprio obbligo di difendere la Turchia, quando è questo paese a offendere per primo, ingerendosi in tutti i modi nella crisi siriana.

Non è corretto dire che le elezioni in Venezuela hanno avuto una portata continentale.

Hanno avuto una portata mondiale.

Così dall’Italia (le cui elezioni non hanno portata mondiale) ci siamo fatti promotori di un appello elettorale indirizzato agli italiani che vivono e votano in Venezuela. Questa nostra “ingerenza” negli affari interni di un altro popolo è più che giustificata, crediamo! In un contesto internazionale dove gli istinti e gli interessi di governi belligeranti trovano pochi ostacoli, il Venezuela si è coraggiosamente impegnato nelle sedi internazionali per la pace e la riconciliazione, contro le violazioni di sovranità e le ipocrisie umanitarie, contro le bombe dirette o per procura. Una non belligeranza attiva.

Chi, negli ultimi due anni – diciamo dall’inizio della guerra Nato alla Libia – ha sperimentato la difficoltà dell’impegno per la pace, nell’assordante silenzio della sinistra occidentale e del fu movimento pacifista, è al Venezuela (e a Cuba e a pochi altri) che fa riferimento. Infatti è a questi non belligeranti attivi che i movimenti occidentali contro le guerre potrebbero fare da “gruppo di supporto” come ha provato a fare la minuscola Rete No War a più riprese. Abbiamo scritto e telefonato alle missioni venezuelane presso l’Onu (a New York e Ginevra) per appoggiare la loro azione di resistenza anche con la nostra analisi della disinformazione attuata dagli stessi esperti dell’Onu e di certe Ong (pensiamo al caso libico e a quello siriano). Abbiamo telefonato alla missione venezuelana presso l’Onu di Ginevra. Ci siamo aggrappati a Telesur. E prima, nel marzo 2011, sperammo invano in un appoggio popolare internazionale – come chiedeva Fidel Castro – alla proposta negoziale di Hugo Chavez e dell’Alba che avrebbe evitato la guerra Nato in Libia.

Venezuela, Cuba, la Bolivia e il Nicaragua hanno mantenuto costante una posizione contrapposta a quella delle petromonarchie, dell’Occidente e degli stessi paesi arabi extraGolfo. Incredibile, vista la demonizzazione a senso unico che mai come dal 2011 ha lavorato così massicciamente per legittimare ogni ingerenza militare. Perfino esperti dell’Onu attingono a fonti di parte e senza prove presentano rapporti che accusano in pratica una parte sola di ogni genere di crimini (vedi il famoso rapporto COI). Ebbene, il Venezuela come Cuba non cascano nella trappola, nel timore di essere additati ad “amici del demonio” di turno.

Forse perché sulla disinformazione la sanno lunga? In Venezuela la stragrande maggioranza dei media è avversa a Chavez. Eppure, il presidente ha vinto. Vuol dire che quando la realtà si impone, la propaganda mediatica anche ossessiva non ce la fa.

Ieri un militante della Repubblica democratica del Congo (Rdc) che si impegna per la fine di un conflitto che ha fatto almeno cinque milioni di morti ha scritto che i popoli africani devono ispirarsi a quelli dell’America Latina e al loro cammino di liberazione. Ma sarà molto difficile se le ingerenze di numerosi stati, piccole potenze regionali fomentate da interessi sterni (pensiamo al Ruanda) continueranno la loro nefasta guerra per procura. Se anche la voce del Venezuela si fosse allineata a questi ultimi, come sarebbe successo con la vittoria dell’opposizione, la fine delle atrocità anche in Africa avrebbe una chance in meno (non che ne abbia molte).

Il Venezuela non è nel Consiglio di Sicurezza come membro di turno né vi è Cuba. Purtroppo. E non è stata accettata la proposta dell’Iran di inserire il paese bolivariano nel quartetto di potenze regionali che malamente si consultano sulla Siria (Egitto, Iran, Arabia Saudita, Iraq).

Solo dal prossimo anno il Venezuela sarà membro del Consiglio dei diritti umani a Ginevra. Promette di dare “battaglia”: per introdurre il concetto di pace come diritto umano. Potremo  e dovremo – continuare a fare da gruppo occidentale di appoggio.

Hugo Chávez ha ancora un ascendente sul popolo venezuelano, perché é uno di loro

Supporters of Venezuelan president  Hugo Chavezdi Edward Ellis – The Guardian

Le cronache del Venezuela fatte dall’esterno raramente catturano la fedeltà incrollabile che Chávez, recentemente rieletto, ispira.

Hugo Chávez ha vinto le elezioni presidenziali venezuelane, battendo il rivale conservatore Henrique Capriles con un margine superiore al 9% dei suffragi, e garantendosi un terzo mandato della durata di sei anni alla guida dello stato membro dell’Opec. L’affluenza alle urne ha raggiunto uno stupefacente 80,4 % dell’elettorato.

Nell’ultimo mese, è stato erroneamente pronosticato da molti che quest’elezione sarebbe stata un testa a testa fra un giovane e vivace candidato d’opposizione, Capriles, e un Chávez malaticcio e ormai finito, con le sue antiquate idee socialiste che avevano finalmente esaurito il loro corso. L’immenso sostegno di cui Chávez gode ancora dopo tredici anni al potere è raramente fotografato con esattezza da chi racconta il paese dal di fuori.

Io stesso ho avuto un promemoria in tal senso poco prima delle elezioni, quando sono stato così fortunato da farmi qualche bicchiere insieme a un collega cineasta venezuelano in un luogo di Caracas al quale gli abitanti del posto fanno riferimento, lasciandoti un tantino perplesso, con l’affettuoso nomignolo di “Vicolo degli Accoltellamenti”. Il quartiere è zona chavista, lontano chilometri dai club esclusivi che attraggono i benestanti della città. Non mi sorprese vedere il comandante nel televisore malandato del bar.

Come era prevedibile, la conversazione virò sulla politica. Fra un sorso e l’altro di rum Cacique, il mio amico ed io spaziavamo fra diversi argomenti: io facevo l’avvocato del diavolo criticando il governo per il suo paternalismo e per il fatto che non riesce a modificare veramente l’economia del paese, basata sulla rendita petrolifera, e lui difendeva l’amministrazione su quasi tutti i fronti.

Continuai a incalzare il mio collega a testa bassa, finché non si voltò verso di me con aria severa e annunciò in tono piuttosto grave e inquietante: «Non esiterei a sacrificare la mia vita per difendere questo presidente. È l’unico che abbia fatto qualcosa per il popolo venezuelano».

Questa dichiarazione, uscita dalla bocca di un lavoratore venezuelano con un’istruzione di livello universitario (l’equivalente di “Joe l’idraulico ” negli Stati Uniti), mi prese alla sprovvista. Da gringo quale sono, non mi ci vedo proprio a prendere le armi per difendere un qualsiasi politico. Così, mentre la conversazione si esauriva in un’atmosfera di leggero imbarazzo, non mi restava che prendere atto di come, dopo tutti questi anni, Chávez potesse ancora suscitare una fedeltà così incrollabile nei suoi sostenitori.

Nessuno può negare i benefici concreti che molti venezuelani hanno ricevuto da quando il leader della “Rivoluzione bolivariana” è salito al potere per la prima volta, nel 1999. Il suo governo ha esteso l’istruzione e l’assistenza sanitaria, abbattendo allo stesso tempo la povertà, e scrivendo una delle costituzioni più avanzate del mondo. L’economia è andata bene, grazie al prezzo alto del petrolio, e, nonostante non sia riuscito ad affrontare efficacemente il problema della sicurezza e della violenza criminale, il presidente in carica può vantare alcuni successi non da poco.

Ma c’è qualcosa di più profondo, che è sfuggito allo sguardo dei commentatori stranieri, i quali per anni hanno dipinto Chávez o come un dittatore autocratico, o come un buffone pieno di petrodollari. La verità è che Chávez è un venezuelano: non c’è un rappresentate del carattere nazionale più autentico di lui. È amante della compagnia, loquace, fortemente nazionalista, contraddittorio, a volte petulante, e mostra un’abilità fuori dal comune, camaleontica, di rappresentare tutto per tutti.

I critici descrivono queste caratteristiche come semplice “populismo”, ma Chávez ha fatto anche qualcosa che nessun leader politico prima di lui aveva fatto. Senza timori reverenziali né cedimenti, ha proiettato l’immagine di un Venezuela indipendente e sovrano sulla scena internazionale. Facendolo, ha spezzato la tradizione di asservimento che aveva caratterizzato il paese per decenni. Questa rivendicazione della “venezuelanità” su scala globale è stata uno dei suoi più grandi trionfi, agli occhi di un popolo desideroso di essere considerato alla pari con quelli del Nord del mondo.

Naturalmente c’è un forte movimento di opposizione nel paese, che ha gli Stati Uniti e l’Europa come modello di società e che guarda a Chávez con la stessa repulsione che riserva alle “scimmie che vivono nei bassifondi”, come mi ha confidato oggi un ingegnere venezuelano. Ma se è vero che esiste un’opposizione convinta, devo ancora trovare nelle sue fila la devozione che ho trovato fra i chavisti. E certamente non ho incontrato nessuno che mi abbia confessato di essere disposto a farsi sparare per Henrique Capriles.

[trad. dall’inglese di Pier Paolo Palermo]

La guerra tra le due Cristine: cosa succede davvero in Argentina e nel resto del mondo

di Marco Nieli

Nel calderone delle notizie mediatiche infarcite quotidianamente dalle agenzie di stampa manipolate dai grandi gruppi di potere mediatico (in America Latina se ne contano sì e no nove, tra cui il gruppo argentino Clarín, che però, a partire dai primi di dicembre dovrà cedere una parte delle sue concessioni, per la Ley de medios) non è circolato uno scambio di battute tra le due Cristine (la Lagarde, presidentessa del F.M.I. e Cristina de Kirchner, presidentessa della Nazione argentina) lo scorso 26 settembre, in occasione dell’Assemblea annuale delle Nazioni Unite a New York. Mentre la “Presidenta” argentina perorava nel suo discorso all’O.N.U. la causa dell’indipendenza delle nazioni sudamericane e la fine dell’epoca coloniale, la Presidentessa dell’F.M.I., con il tono perentorio e arrogante che le conosciamo, sentenziava, con metafora calcistica di dubbio gusto: “per il momento sto mostrando a quella nazione il cartellino giallo; ma c’è un’inderogabile scadenza che è il 10 dicembre 2012.

Superata quella data, scatterà automaticamente il cartellino rosso e l’Argentina verrà espulsa dal Fondo Monetario Internazionale”. Appena informata delle parole della sua omonima francese, la Presidentessa argentina ha commentato: “L’Argentina è una grande nazione. Ma prima ancora, è una nazione grande. Abbiamo un vasto territorio baciato dalla fortuna naturale. Abbiamo risorse nostre, che ci consentiranno la salvaguardia della nostra autonomia e della nostra indipendenza. Ma soprattutto, siamo un paese orgoglioso, che ci tiene alla propria dignità. Vorrà dire che staremo fuori”.

Lo scontro risale alla riunione di Montevideo del novembre 2011, quando in un analogo batti-becco, la presidentessa “australe” disse testualmente, coinvolgendo nella discussione anche il nostro paese: “Preferisco avere un’inflazione altissima e spropositata se so che la disoccupazione dal 34% è scesa al 3%; che la povertà è diminuita del 55%; che il PIL viaggia a un 8% annuo; che la produttività industriale è cresciuta del 300%; che c’è lavoro in Argentina, c’è mercato per tutti e il mio popolo è molto ma molto più felice di prima, piuttosto che avere un’inflazione del 3% come in Italia, dove c’è depressione, disperazione, avvilimento e l’esistenza delle persone non conta più. E questa è un’affermazione politica. Di principio e sostanziale. Non lo ha ancora capito?”

Al di là dell’apprezzamento scontato per l’atteggiamento dignitoso della Kirchner di fronte ai diktat dell’F.M.I., che, ricordiamolo, ha ridotto alla fame e alla miseria più di un paese del continente (tra cui la stessa Argentina nel 2001: sono le stesse ricette che in due anni hanno stroncato l’economia della Grecia e che stiamo importando acriticamente anche in Italia), resta il nodo della sostanza politica dello scontro tra i due modelli politico-economici interni al capitalismo, che oggi si contendono la posta della governance di un mondo in preda a una crisi economica strutturale e non più congiunturale. Dove il ruolo del convitato di pietra (in senso positivo, ovviamente, di colui che chiede la resa dei conti) è rappresentato dal Venezuela di Chávez e dalla Cuba di Castro.

Il nocciolo della questione, sintetizzando, sta nella polemica intorno alle politiche macro-economiche adottate dal governo kirchnerista, a partire dal 2003, che hanno portato un paese sull’orlo del baratro a un tasso di crescita del 2% annuo, a un’aumento del PIL stimato in un 5% annuo, a una bilancia commerciale in attivo e a pagare quasi tutti i debiti contratti con l’FMI. Secondo la Lagarde, la Cristina “boreale”, il modello argentino sarebbe “irresponsabile”, perché basato sull’emissione esagerata di carta moneta da parte del Banco Nación, volta a finanziare gli investimenti statali per la crescita dell’impiego, il credito facilitato alle imprese, le infrastrutture e il salario minimo garantito (sotto forma dell’asignación universal por hijo o altre forme). Questa politica provoca, di fatto, un’inflazione del 30% annuo (dato corrispondente alla percezione diffusa degli Argentini e confermato anche da diversi studi alternativi all’INDEC, organismo governativo, che parla invece del 9%) e consideriamo che sottostimare questo problema sociale costituisca sicuramente uno dei maggiori errori strategici della Cristina argentina (tra l’altro, una delle prime cause di erosione del consenso straordinario accumulato negli ultimi anni: un clamoroso 54% alle presidenziali del 2011 oggi caduto al 35 % circa). Da qui a mettere radicalmente in discussione il modello dell’intervento statale in nome delle ultra-fallite ricette neo-liberiste, tuttavia, ce ne corre.

Non siamo tra i sostenitori fanatici del kirchnerismo, il che ci porta a vedere gli errori tattici delle formule di politica economica adottate (ad esempio, la mancanza di flessibilità nella limitazione della compra di dollari, misura pur necessaria per contenere la fuga di capitali all’estero), i numerosi compromessi politici con i gruppi ultra-corrotti fuoriusciti dal radicalismo o quelli ruotanti intorno all’infame figura di Menem, l’inerzia colpevole sulla questione della mega-minería e delle risorse naturali. Troviamo che sia scandaloso che si continui a regalare l’enorme somma di circa 20.000 milioni di dollari all’anno in risorse minerarie alle transnazionali minerarie canadesi o britanniche, mentre gli indici di malnutrizione e indigenza tra la popolazione argentina sono ancora troppo alti. Se molto si è fatto, sotto ai governi kirchneristi, per i diritti umani in relazione alla condanna dei repressori militari del passato Proceso, del resto, molto c’è ancora da fare in relazione ai diritti sociali fondamentali (diritto alla casa, al lavoro degno, all’istruzione, alla salute, al trasporto, etc.). Resta, fondamentalmente, da vedere se la lotta contro lo sfruttamento, l’ingiustizia e l’esclusione sociale, la povertà e l’analfabetismo possa essere definitivamente vinta all’interno dei limiti del modo di produzione capitalista.

In questo senso, il governo bolivariano del Venezuela può indicare una possibile strada anche per l’alleato strategico argentino (fermo restando che non esistono ricette prestabilite per la realizzazione del socialismo, come ci insegna il teorico marxista peruviano Mariategui): il vero spartiacque verso le politiche economiche “etero-dirette” (di memoria coloniale o neo-coloniale) ci appare, in questo senso, il porre la ricchezza nazionale (sia essa consistente in petrolio, risorse minerarie, gas, terra coltivabile, acqua, etc.) al servizio dei bisogni elementari delle masse, per poi in una seconda fase ricostruire o impiantare un sistema industriale diversificato e articolato, con forme miste di proprietà statale, mista e cooperativa. Il tutto realizzato attraverso la mobilitazione popolare nelle forme della democrazia partecipativa e della coscienza rivoluzionaria di massa diffusa tra tutti gli strati della popolazione.

Ovviamente, fuori dall’orbita dell’FMI e della Banca Mondiale, fuori dall’ALCA (il Trattato di Libero Commercio voluto dagli USA che in pochi anni ha messo in ginocchio l’economia messicana e che proprio Nestor Kirchner ha rifiutato nel 2005 con il sostegno di Chávez), fuori anche dalle obbligazioni contratte con un mercato finanziario contaminato dai “derivati” di origine USA e simili porcherie, all’interno di un sistema che consente di quotare in Borsa solo titoli e aziende che producono prodotti e merci reali (la Cristina argentina vede, giustamente, in questo rifiuto a farsi contaminare dai titoli “tossici” uno dei motivi della volontà persecutoria e punitiva dell’”altra” Cristina nei confronti del suo paese: magari ci avessero pensato a tempo anche paesi incauti come la Spagna!). All’interno, semmai, di un mercato comune continentale, sia esso afferente all’ALBA, al Mercosur o all’Unasur, tutto da costruire e in fieri, ma che comunque permetta scambi su base paritaria e non con prezzi decisi a tavolino, dall’alto di rapporti di forza ereditati dal passato coloniale.

Se appare ovvio che l’Argentina è ancora lontana dal pieno raggiungimento di questi obiettivi, non bisogna tuttavia commettere l’errore di non riconoscere gli importanti segnali di rottura che il governo kirchnerista sta inviando ai poteri forti dell’imperialismo mondiale (si ricordi anche il braccio di ferro sulla questione Malvinas con il Regno Unito). Per questa indocilità dell’attuale dirigenza politica argentina ai diktat dell’imperialismo USA ed europeo, il consigliere economico di Cristina, Ivan Heyn, ha probabilmente pagato con la propria vita, nello scorso novembre, proprio a Montevideo: è lecito pensarlo, dal momento che le circostanze della sua misteriosa morte non sono mai state chiarite in modo soddisfacente.

In questa fase storica e tenendo conto dei rapporti reali di forza in campo, quelle della Kirchner sono da considerarsi comunque posizioni coraggiose, che sarebbero state impensabili appena 25 anni fa, in piena epoca menemista e che, ancora oggi, risultano impensabili in un’Italia soffocata da quegli stessi poteri forti che la stanno “terzo-mondializzando”, FMI in primo piano. Il fatto che l’Argentina, scontata sulla propria pelle la sudditanza storica nei confronti delle ricette neo-liberiste degli organismi della finanza internazionale, assuma oggi la coscienza del suo ruolo attivo e indipendente nel panorama economico internazionale, per giunta in un contesto regionale altamente favorevole, la pone oggi in una posizione infinitamente più avanzata della neo-colonia Italia, vittima neofita, doppiamente colpevole perché inconsapevole, del ricatto speculativo del sistema finanziario internazionale (che la strozza con il trucchetto delle agenzie di rating che declassano i debiti pubblici per poi comprarne i titoli a tassi di interesse abnormi). Con la complicità criminale del capo del consiglio-fantoccio Monti, prescelto dai poteri forti della Trojka e non eletto dai cittadini italiani, che sta portando avanti una politica terroristica basata sull’austerity e il risanamento della finanza pubblica ma che in realtà nasconde unicamente l’interesse dei grandi gruppi finanziari (Goldmann Sachs in primo piano, di cui Monti è stato consulente) di saccheggiare il Bel Paese e svenderlo alla pirateria finanziaria internazionale.

Un’ultima considerazione: non bisogna dare per scontato che l’FMI vinca sempre e comunque. Il re è nudo, la resistenza può essere efficace e il primo passo verso di essa è prendere coscienza dei propri diritti e della fallacia delle ricette del libero mercato e della libera finanza. Una dimostrazione si è già avuta nel 2010 con il braccio di ferro tra il governo britannico, l’UE, il FMI da un lato e l’Argentina dall’altro sulla questione dei limoni, che l’Argentina produce, con ottimi risultati e a prezzi competitivi, dal 2004 grazie alla consulenza di esperti agronomi tedeschi. Improvvisamente, dove averli importati per un bel pezzo, il premier britannico decide che questo prodotto non risponde ai parametri sanitari europei e denuncia il fatto all’UE e al FMI, che tuonano contro l’ex-colonia ispano-britannico-americana, per giunta rivendicante le Malvinas perdute nella guerra dell’’82 (ma appartenenti storicamente e geograficamente al proprio territorio). Cosa fa a quel punto, astutamente, la Cristina dell’emisfero australe? Appella alla Coca-cola, uno dei suoi maggiori partner commerciali, acquirente proprio dei limoni nazionali per le sue 22 bevande, minacciando una definitiva chiusura delle esportazioni. La potente multinazionale a quel punto si rivolge all’FMI e all’UE affinché ritornino sui loro passi e il giochetto riesce. L’esportazione dei limoni in Europa continua, su basi assolutamente paritarie e concorre all’avanzo della bilancia commerciale argentina.

E se domani l’FMI dovesse davvero decidere di espellere l’Argentina, cosa accadrebbe? La Cristina “australe” sarebbe costretta a protestare i numerosi contratti che ha firmato con partners come la Cina (per la soia e la carne bovina), con il Giappone (per l’acqua minerale proveniente dai ghiacciai del sud), con la Germania (per il petrolio) e con l’Italia (la Telecom e l’Enel italiane fanno profitti giganteschi proprio in Argentina). Tra l’altro, l’Argentina esigerebbe subito il pagamento di 22 miliardi di bpt emessi dal Tesoro Italiano, avuti in pagamento per i propri prodotti dai Cinesi. Chi subirebbe le conseguenze maggiori da questa infantile ritorsione della Lagarde? Sicuramente, i potenti partners commerciali della Cristina del sud del mondo, andrebbero a chiedere conto all'”altra” Cristina della sua precipitosa arroganza. Sarebbe mai immaginabile uno scenario del genere?

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