Geopolitica dell’assedio

C20E783FCI militari USA nell’America del Sud [i]

di André Deak e Bianca Paiva

Agência Brasil defesanet.com.br

  1. In questa intervista rilasciata qualche hanno fa dal politologo brasiliano ed esperto di geopolitica, Moniz Bandeira, poneva l’accento sulla presenza di basi militari nordamericane in alcuni paesi (teatri di guerra) strategici dell’America meridionale, i quali sono selezionati dal complesso strategico-militare americano per conservare lo statu quo regionale. Questo tipo di strategia consente alle unità operative americane l’appoggio logistico necessario per la conduzione di azioni belliche nei diversi teatri di operazioni che dovessero sorgere nella regione. La strategia nazionale di Difesa degli Stati Uniti ha più volte rimarcato l’importanza di espandere le truppe e l’equipaggiamento logistico militare nel mondo e, nello specifico, nei diversi paesi dell’America meridionale e caraibica (Curaçao, Barbados, Colombia, Guiana, Ecuador, Perù, Paraguay) per consentire un maggiore controllo spaziale e operativo verso quei paesi considerati d’importanza geoeconomica e geostrategica – Brasile e Argentina e, non ultimo nell’ordine, il Venezuela -. L’adozione di questo tipo di disegno influenza la sicurezza dello Stato assediato, le sue relazioni commerciali, diplomatiche e di sviluppo, giacché sono subordinate agli interessi strategici e di sicurezza degli Stati Uniti. Fattori che fortemente influenzano le scelte in politica estera e che limitano di molto l’autonomia in sede internazionale.

Il Venezuela, considerato paese che erode l’influenza e il potere USA nell’America meridionale e caraibica, è stato inserito nel novero degli Stati che bisogna combattere e indebolire mediante lotte economiche (guerra economica), contrabbando, crimine organizzato, innesco di conflitti transfrontalieri, violazione delle libertà civili e dei diritti umani, guerra psicologica, ecc., dilatandoli nel tempo e con lo scopo di riconfermare l’incontrastata supremazia americana nella regione. Il controllo delle risorse naturali dei venezuelani costituisce un fattore molto importante per assicurare a lungo termine il dominio economico, politico e la stabilità della società nordamericana. Difatti il processo di sviluppo economico dei paesi iperindustrializzati dipende dall’approvvigionamento di energia e il petrolio è la più importante fonte energetica.  Ciò ha contrassegnato la storia economica, politica e militare dei nordamericani per il dominio del Venezuela degli ultimi cento anni.

  1. La concretizzazione di un’entità geografica comune che potesse coniugare l’aspetto economico con quello politico da proiettarsi su scala internazionale, si poteva solo ottenere attraverso l’elaborazione di nuovi schemi d’integrazione sub regionale. È stato così che è sorta l’idea della strutturazione di nuove entità (Mercosur, Unasur) come formule più avanzate di quelle già esistenti (Alalc, Sela, Pacto Andino, Comunidad del Caribe, Mercado Centroamericano) con l’obiettivo di coordinare la posizione dell’America Latina di fronte alle sfide del mondo.

Tuttavia questo continente fatto di capricci e dispersioni, diffidenze e aspirazioni di grandezza, continua a fare tutto il possibile affinché questi meccanismi restino limitati, ininfluenti per non produrre l’integrazione richiesta e tanto meno far ascoltare la voce di un’America Latina unita. In questi ultimi anni i governi di alcune nazioni hanno preferito la scelta di negoziare con gli Stati Uniti o con l’Unione Europea sul piano di una presunta uguaglianza o bilateralismo. Preferiscono agire con manifestazioni d’individualismo esacerbato (Colombia e la nuova Argentina di Macri) che in fin dei conti non sono altro che l’espressione di un nazionalismo da sottosviluppo: declamatorio in modo reboante ma privo di contenuti. Sono scelte politiche che non tengono in conto primario l’interesse nazionale, ma garantiscono solo il protettorato americano.

  1. Nella presente fase multipolare la voce dell’America Latina rischia di azzittirsi. La deriva populista a destra di alcuni attori importanti rischia di rendere nulli i criteri che riguardano la difesa dei prezzi delle materie prime o l’intercessione ai forum per un commercio più giusto. L’importanza geostrategica e geopolitica data ai progetti Alba, Celac e Unasur da parte dell’allora presidente venezuelano, Hugo Chávez, rispondevano alle richieste di una regione desiderosa di affermare nel mondo la propria immagine storica; la percezione di una responsabilità e di un destino compartecipe che incalzava verso la realizzazione di uno sforzo comune per combinare le risorse (primarie, energetiche, demografiche) di cui dispone e fare dell’America Latina un potere mondiale.

La presenza di alcuni meccanismi come il Mercosur nel panorama internazionale ha, seppure in modo impercettibile (economicamente e politicamente), confermato e quindi cominciato a produrre la certezza di sviluppi importanti. In più di un’occasione Hugo Chávez aveva segnalato che non si trattava più di una necessaria volontà politica di appoggio al processo d’integrazione, ma della costruzione di una vera e propria concezione politica comune che possa proiettarsi sia verso l’esterno sia verso l’interno. Nonostante le ragioni storiche e sociopolitiche che si avviano verso l’integrazione, il raggiungimento della stessa è piuttosto lastricato di ostacoli.  Esistono grosso modo due gruppi di pressione che ostacolano questo percorso, le multinazionali e gli interessi locali che lavorano in associazione con le prime. In particolare questi ultimi ignorano volutamente gli obiettivi globali di un’integrazione. Ed è proprio qui che non esiste un’intesa. Spesso si tralascia il principio fondamentale, ovvero, la nozione di giungere ad essere una unità, più grande. Invece, le borghesie locali preferiscono adottare la scelta subalterna di comodo, cioè quella delle piccole monadi. La riconsiderazione in termini geopolitici dell’interesse nazionale è una via obbligata che tutti i paesi dell’America Latina devono riconsiderare per evitare di essere dei semplici spettatori, di ruolo e di rango, nello scacchiere internazionale.

Vincenzo Paglione

 

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Agência Brasil: Cosa ci vuole dire riguardo alla presenza degli Stati Uniti in America del Sud?

Moniz Bandeira: Gli Stati Uniti stanno realmente creando, da ormai molti anni, una fascia intorno al Brasile.

Agência Brasil: Di basi militari?

Moniz Bandeira: Proprio così, di basi militari si tratta. La Base di Manta, in Ecuador, e altre in Perù. Alcune di esse sono permanenti, altre sono solo occasionali. Come la base che si trova in Paraguay, che non è una vera e propria base. Hanno una pista di atterraggio costruita negli anni ’80, più grande della pista Galeão (in Rio de Janeiro, la maggior pista di atterraggio del Brasile, con 4.240 m di longitudine).

Ora circola la notizia che questa base sarà dotata di 400 soldati (nordamericani in Paraguay). Eseguono addestramenti insieme ai paraguaiani e formano gruppi di soldati per allenarsi vicino alla frontiera con il Brasile e in altri punti. La cosa più curiosa di tutto ciò e che fa insospettire è che: 1° è concessa l’immunità ai soldati sudamericani; 2° la visita di Donald Rumsfeld (segretario della Difesa degli USA) alla capitale, Asunción de Paraguay; 3° il fatto che Dick Cheney (vicepresidente nordamericano) ha ricevuto negli Stati Uniti il presidente del Paraguay. Che cosa rappresenta il Paraguay per gli Stati Uniti? Ciò costituisce solo una forma di perturbazione del Mercosur.

Agência Brasil: Gli analisti affermano che il Paraguay compie la funzione di alleato degli USA, che già in altro momento aveva svolto l’Argentina, con il presidente Carlos Menem, e in seguito l’Uruguay, con Jorge Battle.

Moniz Bandeira: È proprio quello che cercano di fare, prima con l’Argentina di Menem, dopo con l’Uruguay di Battle e ora vogliono manipolare il Paraguay. È una faccenda molto delicata. Il Paraguay non ha nessun peso. Anzi, se il Brasile decidesse di aumentare la vigilanza nella frontiera, finirebbe il Paraguay, perché la maggior parte delle esportazioni che effettua questo paese le compie attraverso il contrabbando con il Brasile.

Ufficialmente il Paraguay destina al Brasile più del 30% delle sue esportazioni. Se si prende in considerazione anche il contrabbando, la percentuale salirebbe a più del 60%. Ma anche per esportare verso altri paesi il Paraguay, in sostanza, dipende dal Brasile, attraverso i corridoi di esportazione che conducono verso i porti di Santos, Paranaguá e Rio Grande. Il Paraguay è un paese che presenta molte difficoltà, si sovrastima, ma non corrisponde alla realtà. Ogni paese dovrebbe riconoscere i propri limiti e le sue reali relazioni di potere. Il Paraguay è inagibile senza il Brasile e l’Argentina. L’Argentina è solidale con il Brasile e non ha alcun interesse verso il Paraguay come strumento degli Stati Uniti per ferire il Mercosur.

Agência Brasil: Dove si trovano, nello specifico, i militari nordamericani che formano questa “fascia” intorno al Brasile.

Moniz Bandeira: Si estendono dalla Guyana, passano per la Colombia … Bisogna evidenziare che non sono militari uniformati, ma imprese militari private che eseguono una serie di servizi terziarizzati per gli Stati Uniti. Il Pentagono sta terziarizzando la guerra. Già da qualche tempo, inizi degli anni ’90, hanno creato le Military Company Corporations, le quali eseguono i servizi militari per sfuggire alle restrizioni imposte dal Congresso americano. Pilotano gli aerei nella guerra d’Iraq, per esempio. Le compagnie militari private svolgono ogni sorta di lavoro, persino quello sporco: le torture. Con questa trovata eludono le restrizioni imposte.

Agência Brasil: Esistono anche delle operazioni segrete?

Moniz Bandeira: Sì, ma ciò rappresenta un’altra cosa. Abbiamo informazioni al rispetto. Se lei legge i giornali, qualche volta si segnalerà che è stato intercettato un aereo americano in Brasile che in modo clandestino proveniva dalla Bolivia verso il Paraguay. Queste informazioni si trovano un po’ ovunque.

Agência Brasil: Qual è il motivo per il quale ci sono i militari americani in America del Sud?

Moniz Bandeira: I fattori sono diversi. Le basi consentono il mantenimento del bilancio del Pentagono. Per causa dell’industria bellica e del complesso industriale militare, loro hanno bisogno di spendere negli equipaggiamenti militari per realizzare nuovi ordini. È un circolo vizioso. E qual è il migliore mercato per il consumo delle armi? La guerra.

Gli Stati Uniti s’interessano della guerra perché la loro economia dipende in larga parte dal complesso bellico per il mantenimento degli impieghi. Esistono alcune regioni degli USA sotto il totale dominio da parte di queste industrie. Esiste una simbiosi tra Stato e industria bellica. Lo Stato finanzia l’industria bellica e l’industria bellica ha bisogno dello Stato per dare sfogo ai suoi armamenti e alla sua produzione.

Agência Brasil: Esiste qualche ragione strategica dal punto di vista delle risorse naturali?

Moniz Bandeira: I paesi andini sono responsabili di più del 25% del consumo di petrolio negli Stati Uniti. Solo il Venezuela è responsabile di circa il 15% di questo consumo. Da una parte vogliono rovesciare il presidente venezuelano Hugo Chávez, dall’altra sanno che una guerra civile potrebbe far balzare il prezzo del petrolio a più di US$ 200 il barile.

Agência Brasil: Nel libro Formação do Império Americano, lei segnala la presenza di militari nordamericani in America del Sud. Gli Stati Uniti assicurano che molti di quei militari sono lì stanziati per combattere il terrorismo.

Luiz Alberto Moniz Bandeira: Combattere il terrorismo è una sciocchezza. Il terrorismo non è un’ideologia, non è uno Stato. Costituisce uno strumento di lotta, è un metodo di cui tutti ne hanno fatto uso nel corso della storia. Loro ora affermano di voler combattere il terrorismo islamico. Ma perché è sorto il terrorismo islamico?

Perché gli americani presenti in Arabia Saudita occupano i luoghi sacri, per esempio. Prima di ciò, gli USA introdussero il terrorismo islamico in Afganistan per combattere i sovietici. Da lì è iniziato tutto.

Agência Brasil: Gli USA classifica come terroristi all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Messico e alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Hanno ragione?

Moniz Bandeira: Loro desiderano che tutti quelli che insorgono contro di loro siano considerati terroristi. È sempre stato così. Hitler definì terroristi tutti quelli che si opponevano all’occupazione tedesca. I compagni che hanno combattuto nella lotta armata in Brasile contro il regime autoritario sono stati classificati come terroristi.

Il terrorismo è un metodo di guerra, usato persino dalla CIA. Che cosa ha fatto la CIA contro Cuba? Progettò un attentato, abbattendo un aereo, per accusare il governo cubano e giustificare l’invasione di Cuba. Progettò di far esplodere un razzo che avrebbe dovuto condurre allo spazio a John Gleen e accusarla per invaderla. La CIA è sempre stata uno strumento di terrorismo. Gli USA definiscono il terrorismo come un’organizzazione al servizio di uno Stato che pratica atti di violenza per il raggiungimento di obiettivi politici. Ed è ciò che sempre ha fatto la CIA.

La CIA, il Mossad [l’agenzia d’intelligence israeliana] e altre organizzazioni. Chi sono i terroristi? Ariel Sharon, David Ben Gurion e Menachem Begin sono stati dei terroristi. Loro hanno fatto esplodere il King David Hotel di Gerusalemme nel 1946, uccidendo delle persone contro il dominio inglese. Hanno vinto e oggi sono diventati statisti.

Agência Brasil: Gli Stati Uniti affermano che esistono dei terroristi nella triplice frontiera.

Moniz Bandeira: Un’altra sciocchezza. Lo dicono solo perché c’è una presenza d’islamici. Questi spediscono del denaro alle loro famiglie. Il fatto che quel denaro possa essere deviato per finanziare altre attività nessuno lo può impedire. È solo un pretesto per giustificare la loro presenza militare nel Paraguay e in altre parti dell’America del Sud. Gli Stati Uniti sono l’unico paese che possiede un esercito che non è pensato per la difesa del paese, ma per mantenere basi americane in tutto il mondo.

Agência Brasil: La presenza delle basi americane può attirare il terrorismo?

Moniz Bandeira: La maggior parte degli attacchi terroristi contro gli Stati Uniti, fino ad ora, sono avvenuti in America Latina. Un buon numero contro i militari, le aziende private nordamericane e contro gli oleodotti in Colombia. Ma possono inventarsi un attentato terrorista a Foz do Iguaçu per accusare i terroristi e, effettivamente, uno di questi attentati è stato organizzato dalla CIA. È il oro mestiere. Questo si chiama guerra psicologica. La CIA è abituata a fare queste cose, persino in Brasile. Veda il caso di Rio Centro: un attentato preparato per giustificare la repressione[ii].

 

NOTE:

[i] Articolo pubblicato da Agência Brasil il 18 gennaio 2006.

 

[ii]  È il nome con il quale si conosce un attentato che il 30 aprile 1981 si voleva perpetrare ai danni di uno spettacolo commemorativo il Primo Maggio, durante il periodo della dittatura militare in Brasile. In un primo momento il governo accusò la sinistra radicale. Ma in seguito si venne a sapere che l’attentato fu organizzato dai settori più radicali del governo militare. Questi ultimi volevano convincere quelli più moderati sulla necessità di avviare una nuova ondata di repressioni con l’obiettivo di paralizzare le manifestazioni di apertura politica che il governo stava attuando. [N.d.T]

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

Washington sta prendendo misure estreme contro il chavismo

petrasdi James Petras – La Haine

30nov2015.- Il governo mantiene la sua forza, la sua maturità e la sua capacità di lottare. E qualsiasi siano i risultati, la lotta in Venezuela continuerà.

Efrain Chury Iribarne: Oggi partiamo con le domande del pubblico che si mette in contatto con la radio, per sentire la tua opinione. Gli Stati Uniti usano il fattore terrorismo per raggiungere obiettivi geopolitici in Medio Oriente, tra cui l’espulsione di Bashar Al Assad dal governo siriano, il che finora non è riuscito ma ha portato a un aumento del terrorismo. Domande del pubblico che ti giriamo.

JP: C’è del vero in questo. Non vi è dubbio che gli Stati Uniti, come potenza imperiale, cercano di estendere la loro influenza, il loro dominio, le loro posizioni militari, alcuni parlano anche del fattore petrolio. Oltre a ciò, nel frattempo, dobbiamo includere altri due fattori.

Primo, l’influenza di Israele ha un’enorme penetrazione nel governo degli Stati Uniti, una grande influenza a partire dalla quinta colonna sionista. Questo, molti stranieri non lo capiscono, perché i commentatori borghesi e di sinistra non vogliono discutere, per paura o vigliaccheria del fattore sionista tra le ragioni delle guerre in Medio Oriente. Ma è un fattore importante per capire quale impatto ha avuto, che influenza, nelle guerre americane e nell’ideologia della ‘lotta al terrorismo’. Persino l’autore di questo slogan di ‘guerra al terrorismo’ è un sionista, che ha scritto i discorsi del presidente (George W.) Bush nel 2003. Dobbiamo tenre in conto questo fattore.

Ora, a proposito dell’impatto della guerra, bisogna capire che la politica di Israele era contro la politica dei paesi petroliferi. Questi paesi pensavano di rovesciare il governo, circondare l’Iraq, installare un governo iracheno fantoccio che potesse funzionare, ma Israele ha voluto distruggere tutto ciò che esisteva in precedenza. Quindi è in atto uno scontro tra diversi fattori, che ha la sua influenza.

E come risultato dell’influenza di Israele, hanno distrutto l’esercito iracheno e la burocrazia civile, lasciando un paese ingovernabile, e di questo Washington aveva bisogno per dividere e conquistare i paesi sotto il suo dominio. Così, hanno cominciato a favorire le divisioni fra sciiti e sunniti; nel frattempo, hanno cominciato ad armare i vari gruppi; anche quelli che hanno formato il gruppo terroristico ISIS. In seguito, questi hanno ricevuto molto sostegno da parte degli Stati Uniti, sostegno finanziario e volontari dall’Arabia Saudita e un enorme scambio con la Turchia. Una volta che sono cominciati gli attacchi in Iraq e in Siria, hanno cominciato a canalizzare il petrolio in Turchia, come un’enorme fonte di entrate per finanziare la guerra. Hanno ricevuto molte armi direttamente e indirettamente e molti volontari dalla Turchia.

Poi, Washington aveva l’appoggio dell’Arabia Saudita, di Israele e della Turchia, un triangolo che sosteneva, in un modo o nell’altro, i terroristi. E anche se Washington ha utilizzato molte armi e speso un sacco di soldi, non è riuscita a dominare i paesi invasi come l’Afghanistan, l’Iraq, lo Yemen e ora la Siria; perché le forze che hanno sostenuto Washington non avevano legittimità, non avevano basi sociali concrete che potessero svolgere i compiti (imposti) da Washington.

Per questo motivo vi sono conflitti a un certo livello. E quando i Russi sono intervenuti per sostenere il governo di Bashar Al Assad e finirla col terrorismo, la Turchia le ha abbattuto un aereo, perché gli aerei russi attaccavano i camion che trasportavano il petrolio dalla Siria alla Turchia, un business con stime per il 2015 di miliardi di dollari a partire dal mercato turco.

Tutto sommato, potremmo dire che alla fine Washington ha avuto un mezzo successo, mezzo nel senso di a breve termine, perché ha distrutto il governo nazionalista in Iraq e ha distrutto parte della Seria con il suo intervento. Ma per il resto, si tratta di un fallimento, perché non riescono a dominare il paese e a mettere un fantoccio al governo in maniera stabile e perché non vi è nessun interesse americano in campo economico, al di là dei benefici per l’industria militare che sta vendendo più armi per la guerra.

Politicamente, ora Washington non ha alcuna possibilità di vincere contro i vari avversari che sono emersi negli ultimi tempi e anche a causa della concorrenza tra i suoi alleati -Turchia, Arabia Saudita e Israele – perché tutti vogliono imporre i loro interessi geo-politici. Ciò significa che abbiamo una situazione con un alto grado di volatilità. E Washington sta costantemente rivedendo la sua politica, sostenendo un gruppo terrorista contro un altro, il che finisce per non avere alcuna reale influenza. In questo senso, la politica americana, a medio e lungo termine, è un fallimento, perché non sono riusciti a imporre i loro interessi ma hanno distrutto alcuni governi indipendenti.

ECHI: Come analizzare la Francia? Perché Hollande dice di combattere il terrorismo, quando si trova in una situazione interna piuttosto deteriorata.

JP: Non vi è dubbio che Hollande, con le sue politiche pro-impresariali, anti-operaie e cercando di imporre una politica neo-liberista, danneggiando i lavoratori e imponendo l’austerità impopolare e favorevole alle grandi imprese, evidenzia nei sondaggi una caduta verticale. Su quelli che hanno chiamati atti terroristici, attacchi di Islamici contro la popolazione, si possono dire molte cose.

In primo luogo, che l’intelligenza francese era a conoscenza, ma non hanno preso misure preventive. La domanda è perché. In secondo luogo, la forma in cui dichiarano uno stato di guerra, una situazione di emergenza e mettono in piedi una serie di organizzazioni presuntamente mobilitando la popolazione, è stato un modo di incoraggiare il terrore, la paura e il bisogno di “unità” dietro Hollande come una tattica.

Possiamo vedere le conseguenze negative dell’utilizzo dello stato d’assedio, ora stanno reprimendo i manifestanti delle proteste contro il vertice sul clima, che si stanno realizzando a Parigi. Ci sono stati 200 imprigionati e centinaia di feriti per gli attacchi della polizia, hanno usato gas, bastoni, etc. Il che mi pare emblematico di ciò che costituisce lo stato d’assedio: reprimere l’opposizione, reprimendo le manifestazioni di piazza e facilitando l’attuazione di politiche, non solo contro i cosiddetti terroristi, ma anche contro ogni protesta contro le politiche neo-liberiste. Oggi, stanno picchiando i manifestanti contro il vertice sul clima, domani potrebbero utilizzare le stesse misure nelle altre manifestazioni contro le guerre francesi in Medio Oriente, le invasioni in Africa o l’austerità in Francia.

Possiamo dire che la Francia sta cogliendo due piccioni con una fava. In primo luogo, mobilitando la popolazione dietro il governo e, in secondo luogo, limitando i diritti democratici nel paese, facilitando il neo-liberismo. Misure neo-liberiste, che inevitabilmente causeranno conflitti, scioperi, proteste, marce. E questa politica di repressione integra le attuali politiche neo-liberiste.

ECHI: A pochi giorni dalle elezioni del Venezuela, l’intrusione dell’OSA con a capo Luis Almagro è permanente.

Washington sta prendendo tutte le misure che può prendere, le più estreme, per cercare di destabilizzare il clima politico. L’ultima è stata l’omicidio di uno degli oppositori, un leader provinciale, per il quale sta accusando il governo venezuelano di repressione e di terrorismo; ma abbiamo scoperto che sono stati coinvolti dei sicari, erano assassini prezzolati. Sono stati catturati, ma il fatto è che Washington e gli oppositori sono disposti a sacrificare anche i propri quadri, per promuovere quest’immagine del governo come terrorista e squalificarlo prima delle elezioni.

Washington ha speso più di 50 milioni di dollari in questa campagna, ha favorito tutta una serie di condizioni negative sull’economia; ha fatto un sacco di propaganda anti-governativa. Ma utilizza anche strumenti internazionali, come hai ricordato, l’OSA, usando Almagro come un cavallo di Troia per promuovere l’opposizione e screditare il governo. Accusandolo senza prove, senza alcuna seria indagine, senza tenere in conto la posizione del governo, senza denunciare l’intervento nordamericano.

Quante volte Almagro ha denunciato l’intervento americano? Nessuna. Zero. E quante volte ha denunciato e criticato il governo del Venezuela? Almeno una dozzina di volte. E, inoltre, incoraggiando Commissioni e accuse che non hanno alcun fondamento nei fatti, nessuna prova. L’Uruguay, in questo contesto, ha alcune responsabilità per i risultati che potranno derivare da questa campagna.

Non vi è dubbio che il Venezuela sfida l’impero, sfida il terrorismo, sfida l’intervento nei mercati interni. È formidabile l’opposizione ma il governo mantiene la sua forza, la sua maturità e la sua capacità di lottare e qualsiasi siano i risultati, si può dire che la lotta in Venezuela continuerà prima, durante e dopo le elezioni. Non sarà un risultato dato solo dalle pressioni esterne, ma è anche un prodotto della lotta di classe interna, della mobilitazione nazionale e popolare, che cerca di eliminare i principali ostacoli del passato, lo sfruttamento, gli omicidi, sotto i governi filo-nordamericani. C’è una memoria collettiva che non vuole ritornare al passato, nonostante le difficoltà di oggi.

 

ECHI: Quello che dici dell’Uruguay è così, perché sia ​​il ministro dell’Economia, Danilo Astori, che il Vice-Presidente Raúl Sendic (h), come la presidenza del Fronte Ampio, si sono schierati dalla parte di Almagro e dell’OSA contro il Venezuela nelle loro dichiarazioni. Su quali altri argomenti stai lavorando?

JP: È una vera vergogna, data la tradizione del Frente Amplio in passato con il generale Seregni e altri grandi combattenti che avevano altre idee, dalla parte del popolo, dalla parte degli anti-imperialisti e non servitori del potere del nord, come fanno le attuali figure politiche che hai menzionato.

Ora, riguardo quello su cui sto lavorando, ci sono diverse cose. In primo luogo, dobbiamo riconoscere il terrorismo domestico nordamericano. Un’altra volta, un terrorista uccide e attacca, questa volta è una clinica delle donne in Colorado, con quattro morti e nove feriti. E le autorità hanno catturato l’assassino e hanno detto che non conoscono il motivo. È ridicolo, il motivo è ovvio: è anti-donna, anti-aborto, anti-contraccezione, fa parte di un’influente rete nazionale, che sta facendo questo tipo di terrorismo da anni e anni, con più di cinque dozzine di morti, tra cui medici, infermieri e pazienti.

Tutte vittime di questa rete terroristica nordamericana, che è al centro del dibattito politico tra i candidati repubblicani, i quali hanno fatto una campagna infernale contro i centri delle donne. E non è qualcosa di marginale, non è un pazzo libero, come cercano di presentarlo i media, è parte di qualcosa di strutturale.

Il Terrorismo come parte di una politica reazionaria e anti-donna, che è presente negli Stati Uniti e non ha trovato soluzione, né tra i repubblicani né tra i democratici. Il terrorismo nordamericano è parte integrante delle politiche del paese e nemmeno mette conto parlare della facilità, con cui i terroristi ottengono armi automatiche e operano apertamente.

Il secondo punto, che vorrei toccare, è più esteso, ma cercherò di essere breve. Molti parlano adesso della fine del ciclo del centro-sinistra, citando la vittoria di Mauricio Macri in Argentina, dicendo che tornerà verso la politica degli anni ’90 di Menem, la privatizzazione, il neo-liberismo.

Non credo che ci sia un nuovo ciclo della destra che sta per raggiungere l’America Latina. In primo luogo, perché le condizioni degli anni ‘90 non sono quelle di oggi. Macri affronta una classe lavoratrice intatta che ha ricevuto benefici, ha formalizzato il suo potere e quindi cercare di imitare quello che esisteva negli anni ’90 è fuorviante, perché a quel tempo, per gli effetti della dittatura e l’iperinflazione, c’era una classe operaia molto indebolita. Ora è molto diverso.

In secondo luogo, il clima in America Latina non è tollerante. Non vi sono governanti come Cardoso, Menem, Sanguinetti, etc., che promuovevano la stessa politica; vi è un quadro molto più variegato in America Latina, oggi.

In terzo luogo, gli Stati Uniti non possono essere il mercato principale per l’integrazione, possiamo dire che la Cina ha sostituito Washington. E Macri, nonostante dichiari il suo amore carnale per Washington, ha bisogno di diversificare le esportazioni e dipenderà dalla Cina. Quindi, l’abbraccio con Washington è controproducente, se si pensa agli agro-minerali come base dell’esportazione, perché è un altro paese, è un altro mondo quello di oggi.

In quarto luogo, dobbiamo riconoscere che Macri non ha il controllo del Congresso. Ci sono peronisti di tutti i tipi, molti corrotti e altri reazionari, molti ancora di più di centro-sinistra e kirchneristi, e Macri deve negoziare. Con la svalutazione, colpirà seriamente tutti i settori popolari, tra cui la base peronista. E questo incoraggerà molti altri conflitti e forse, alla fine, l’Argentina cadrà nell’iperinflazione e nella stagnazione, il che indebolirà qualsiasi governo di minoranza di Macri. Quindi, credere che la vittoria di Macri significhi automaticamente un ritorno alle politiche neo-liberiste, mi sembra sbagliato.

Infine in Brasile, si può dire che i pubblici ministeri, gli inquirenti, hanno indebolito il capitalismo più che danneggiare il Partito cosiddetto dei Lavoratori (PT). I principali imputati sono i proprietari e i gestori di grandi case di investimento, delle imprese di costruzione e dei capitalisti di tutti i tipi. Il che ha indebolito l’immagine dei capitalisti e ha coinvolto nella corruzione il PT di pseudo-sinistra, mostrando i legami tra le grandi imprese e i politici. Questo potrebbe incoraggiare una visione anti-capitalista.

Quindi, la caduta del PT non significa una sconfitta per la sinistra, perché non era un partito di sinistra, ma un partito del grande capitale, come testimoniano la corruzione, le tangenti che hanno ricevuto dai grandi capitalisti. Pertanto, non credo che ci sia un’onda destrorsa incombente, per il fatto che Macri vince e che il PT sia in caduta.

 

Tratto da La Haine

Testo completo in: http://www.lahaine.org/washington-esta-tomando-las-medidas

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Macri contro il Venezuela: tensioni nel Mercosur

Mauricio-Macridi Vincenzo Paglione

Non c’è ombra di dubbio che il neoeletto presidente dell’Argentina, Mauricio Macri, futuro partner strategico della destra americana e nazionale nel cono Sud, vuole condizionare i rapporti dei paesi dell’area dell’Unasur, iniziando dal Venezuela. Le dichiarazioni rilasciate in questi giorni fanno presagire che il neopresidente eletto desidera infliggere una punizione esemplare al governo venezuelano per una presunta violazione dei diritti umani (caso Leopoldo López). In termini geopolitici, questo modo di fare evidenzia l’espressa volontà di voler condizionare i rapporti d’integrazione dei paesi dell’area latinoamericana, caldeggiando la loro frammentazione, come effetto di un piano già prestabilito.

Siffatte iniziative personali che, in realtà, sono teleguidate dai centri del potere mondiale, vogliono schiudere la strada alle ambizioni di dominio delle potenze egemoniche per gestire gli affari e gli interessi strategici della regione. Il che vuol dire far collassare il lungo percorso d’integrazione e di ampliamento di uno spazio geografico con qualità geostrategiche e neoeconomiche fondamentali (minerali, idrocarburi, gas, biodiversità, ecc.) e d’importanza capitale.

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di Agustín Lewit e Silvina M. Romano

Fonte:  http://www.celag.org

 

Nella sua prima conferenza stampa come neo presidente eletto dell’Argentina, Mauricio Macri (PRO, Propuesta Republicana), così come aveva dichiarato ripetutamente durante la sua campagna elettorale, ha assicurato che nel prossimo summit del Mercosur – 21 dicembre ad Asunción, Paraguay – solleciterà l’applicazione della clausola democratica contro il Venezuela, adducendo limiti di libertà di espressione in questo paese e una supposta persecuzione nei confronti dei leader dell’opposizione. Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, il presidente neoeletto argentino si è riferito precisamente al caso di Leopoldo López, leader di “Voluntad Popular”, condannato dalla giustizia venezuelana a quasi quattordici anni di prigione per essere considerato uno dei mentori degli incidenti che nel 2014 troncarono la vita a quarantatré persone. Un dettaglio da non trascurare è stato quello della presenza di Lilian Tintori, moglie di López, la scorsa domenica nel bunker del PRO.

La clausola democratica del Mercosur è inserita nelle normative del blocco del sud dalla firma del Protocollo di Ushuaia, il 24 luglio 1998 [1]. La premessa di questo protocollo è stata la Dichiarazione Presidenziale di Las Leñas del 27 giugno 1992, la quale sostiene che “il pieno vigore delle istituzioni democratiche costituisce condizione indispensabile per l’esistenza e lo sviluppo del Mercosur” (intro. Protocollo di Ushuaia). Questa disposizione stabilisce che, di fronte a un’eventuale rottura dell’ordine democratico in qualsiasi dei paesi membri, si prenderanno delle misure, accordate per consenso, che “possono partire dalla sospensione del diritto di partecipare nei diversi organi dei rispettivi processi d’integrazione, fino alla sospensione dei diritti e degli obblighi che emergono da quei processi” (art.5). Anche se nel Protocollo di Montevideo – più conosciuto come Ushuaia II -, sottoscritto il 20 dicembre 2011 nella capitale uruguaiana, sparisce l’allusione esplicita alla necessità di ratificare le suddette sanzioni, detto protocollo non è in vigore.

Fino ad ora l’unico caso in cui si è applicata la suddetta clausola è stato quello del Paraguay, quando si avviò il colpo parlamentare che si finì con la destituzione del presidente Fernando Lugo, il 24 giugno 2012. Nonostante che il settore politico che aveva provocato la caduta dell’allora presidente addusse di averlo fatto per mezzi “costituzionali”, il 29 giugno 2012 i membri del Mercosur, – Argentina, Brasile, Uruguay (il Venezuela non era stato incorporato del tutto) – decisero di “sospendere alla Repubblica del Paraguay dal diritto di partecipare negli organi del Mercosur e dalle delibere, secondo i termini dell’articolo 5° del Protocollo di Ushuaia” [2], il che faceva intendere che Lugo era stato destituito senza un regolare processo. Ciò aveva costituito un’alterazione della dinamica democratica in quel paese.

Nonostante le insistenze del leader conservatore argentino, la verità è che l’aver invocato la clausola democratica contro il Venezuela sembra ridursi – almeno per il momento – più a una dichiarazione personale d’intenti che a un fatto concretizzabile. In primo luogo perché, al di là delle valutazioni sul governo bolivariano, nessuno può mettere in dubbio il suo profondo carattere democratico: dal 1998 ad oggi, il chavismo ha vinto cinque elezioni presidenziali consecutive, molte di loro con percentuali schiaccianti, dove si sono aggiunte numerose elezioni legislative e consultazioni popolari. In nessun comizio si è proibita la partecipazione o la limitazione delle campagne. In secondo luogo sembra molto difficile che Mauricio Macri riesca ad allineare al resto dei presidenti del Mercosur con il suo attacco contro il Venezuela e raggiungere il consenso unanime degli stessi – requisito indispensabile per l’attivazione della clausola -. Probabilmente riceverà l’appoggio di Horacio Cartes che fino ad ora si trovava “controllato” dalla maggioranza progressista e, senza dubbi, d’ora in poi troverà in Macri un socio ideologico. Ma comunque è poco probabile che – nonostante le ambiguità verso il governo venezuelano – l’Uruguay assecondi la richiesta e men che meno il Brasile. L’iniziativa di Macri ha avuto ripercussioni nel resto dei paesi del blocco. Florisvaldo Fier, alto rappresentante generale del Mercsour, ha dichiarato: “Penso che Macri si debba informare un po’ meglio, perché la clausola democratica si applica quando si è davanti a un colpo di Stato”. Rafael Correa, presidente ecuadoriano, da parte sua ha affermato che “non è il caso” applicare quella clausola contro il Venezuela, poiché “piaccia o no, in quel paese vige una democrazia” e un progetto politico che “è stanco di vincere le elezioni”. Danilo Astori, ministro dell’Economia dell’Uruguay, ha dichiarato al riguardo: “Le clausole democratiche come quella del Mercosur si applicano al momento di una rottura istituzionale ed io, al di là delle discrepanze che esistono nei confronti del Venezuela, sono del parere che non sia avvenuta nessuna rottura istituzionale”. Il cancelliere dello stesso paese con toni simili ha affermato: “Ancora sussistono le condizioni per non applicare quella clausola (…) si è ancora distanti da un’alterazione dell’ordine democratico in Venezuela”. Solo il cancelliere paraguaiano ha manifestato una certa affinità con la proposta di Macri quando ha dichiarato che “prendeva nota” dell’iniziativa.

La cosa certa è che, anche se questo puntuale attacco contro il Venezuela non proceda per via legale, l’ascesa del conservatorismo argentino inizia a evidenziare forti ripercussioni in ambito regionale.  Le previste tensioni politiche che metteranno a confronto al governo argentino con le forze progressiste che sono al potere, minacciano di paralizzare a un Mercosur che, anche se ha manifestato qualche marcia indietro, in questi ultimi anni ha rivelato notevoli progressi.

Note:

[1] http://www.infoleg.gov.ar/infolegInternet/anexos/55000-59999/59923/norma.htm

[2] http://www.pressenza.com/es/2012/07/suspension-de-paraguay-en-el-mercosur-en-aplicacion-del-protocolo-de-ushuaia-sobre-compromiso-democratico/

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Daniel Placeres, il deputato trasparente

di Geraldina Colotti – il manifesto

Uruguay. Intervista all’operaio-tupamaro, che ora è in parlamento, ma continua a lavorare in fabbrica

22ott2015.- «Dall’America latina all’Europa, pro­viamo a far cir­co­lare un’adrenalina comune, una nuova spinta al cam­bia­mento basata sugli ideali e sulla nostra sto­ria di rivo­lu­zione». La voce di Daniel Pla­ce­res, pacata e ferma, ben tra­dotta dalla gior­na­li­sta Nadia Ange­lucci, cat­tura l’attenzione dei pre­senti. Siamo nell’auletta par­la­men­tare dei gruppi messa a dispo­si­zione da Sel. L’ospite, accom­pa­gnato da una dele­ga­zione di movi­menti e asso­cia­zioni è il rap­pre­sen­tante nazio­nale del Movi­miento Par­ti­ci­pa­cion Popu­lar– Frente Amplio dell’Uruguay. E’ un ope­raio della fab­brica recu­pe­rata Envi­drio, che ha una gemella in Vene­zuela (Ven­Vi­drio). Fa il par­la­men­tare, ma con­ti­nua a lavo­rare in fabbrica.

Carlo De Ange­lis, della Coo­pe­ra­tiva sociale Agri­col­tura Capo­darco spiega il per­ché dell’incontro, ultima tappa di un viag­gio all’insegna della «coo­pe­ra­zione decen­trata inter­na­zio­nale»: con il cen­tro sociale La Strada, con il Cnca, con Action diritti, con Spin Time Labs e con l’Unione inqui­lini. Con l’Uruguay che ha por­tato alla pre­si­denza l’ex tupa­maro Pepe Mujica e che con­ti­nua a scom­met­tere su un modello inte­grato di par­te­ci­pa­zione popo­lare, il tema su tavolo è ghiotto: «uti­liz­zare la loro espe­rienza per aprire una rifles­sione sul rap­porto tra movi­menti sociali e poli­tici e sulla pos­si­bi­lità di un nuovo mutua­li­smo: per sanare la frat­tura che invece esi­ste in Ita­lia tra movi­menti sociali e poli­tici, fra spinte dal basso e rap­pre­sen­tanze isti­tu­zio­nali». Un tema par­ti­co­lar­mente sen­tito da Giu­lio Mar­con, indi­pen­dente di Sel, uno dei prin­ci­pali anfitrioni.

Pla­ce­res non si rispar­mia e per chia­rire il suo pen­siero, sven­tola la tes­sera da par­la­men­tare: «Que­sto car­tel­lino — dice — non deve diven­tare uno stru­mento di pri­vi­le­gio. Il par­la­mento deve aprirsi alla par­te­ci­pa­zione dei movi­menti e delle orga­niz­za­zioni popo­lari. Per molto tempo que­sto non è avve­nuto in Uru­guay, ma con la prima vit­to­ria del Frente amplio, nel 2004, i set­tori poli­tici hanno incor­po­rato le orga­niz­za­zioni sociali nelle deci­sioni. Il mes­sag­gio lan­ciato da Pepe Mujica, che è di tutti noi, è sem­plice: non vogliamo vivere come l’1% dei pri­vi­le­giati, ma come il 99% della popolazione».

Al ter­mine dell’incontro, Daniel Pla­ce­res ha con­ver­sato con il mani­fe­sto sulla situa­zione poli­tica in Uru­guay nella nuova geo­po­li­tica del con­ti­nente e nel con­te­sto inter­na­zio­nale.
Lei ha incon­trato i movi­menti per la casa, le asso­cia­zioni, i par­la­men­tari. Qual è il bilan­cio di que­sto viag­gio? Che idea si è fatta della situa­zione ita­liana?

E’ stato un viag­gio, breve, non ho la pre­sun­zione di avere un’idea esau­stiva. Però, per alcuni aspetti e fatte le debite pro­por­zioni, mi sem­bra che le domande emerse richia­mino quelle rima­ste ine­vase dalle nostre parti dopo la deva­sta­zione com­piuta dalle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste degli anni 80–90 e la crisi delle rap­pre­sen­tanze isti­tu­zio­nali tra­di­zio­nali. Non c’è uno spa­zio con­di­viso, un pro­gramma comune che dia sbocco alle richie­ste della popo­la­zione. Certo, l’Uruguay è un paese pic­colo, ma noi que­sto siamo riu­sciti a costruirlo. Il Frente Amplio è un movi­mento poli­clas­si­sta, che esi­ste dal 1971 ma che è andato affi­nando l’intesa fra le varie com­po­nenti, pur molto diverse: al nostro interno ci sono i comu­ni­sti, i socia­li­sti, i demo­cra­tici…

E come fate a tro­vare un accordo?

Si discute a fondo. All’inizio ognuno arriva con il pro­prio baga­glio, forte delle pro­prie gra­ni­ti­che con­vin­zioni. Molti non capi­vano per­ché un ope­raio dovesse discu­tere con un impren­di­tore — fosse anche uno di quelli che non vogliono sol­tanto sfrut­tare gli ope­rai. Ma poi tutti alla fine hanno capito che si deve cedere qual­cosa nel corso del con­fronto per par­te­ci­pare dav­vero alla gestione del paese e con­di­vi­derne costi e bene­fici. Alla fine, ci si mette d’accordo su alcuni punti del pro­gramma. E nes­suno può dero­gare, se non con­vo­cando un con­gresso che rimetta in discus­sione i punti da rive­dere.

E però le forze mode­rate cer­cano di far pas­sare misure neo­li­be­ri­ste sot­to­banco: come nel caso del Tisa, l’accordo per la libe­ra­liz­za­zione dei ser­vizi. Com’è andata?

Anche in quel caso, abbiamo dovuto fare una ple­na­ria. Durante il dibat­tito è emerso un orien­ta­mento pre­va­lente, con­tra­rio alla libe­ra­liz­za­zione dei ser­vizi, che ci avrebbe fatto tor­nare indie­tro dalle nostre prin­ci­pali con­qui­ste. Nei dieci anni di governi del Frente Amplio abbiamo avan­zato molto: per esem­pio nelle ener­gie alter­na­tive: a causa della crisi dell’Europa. Prima com­pra­vamo petro­lio per tra­sfor­marlo in ener­gia. Ave­vamo solo dighe e quando i fiumi si sec­ca­vano per la sic­cità, era­vamo dipen­denti dall’esterno. Ora il 40% della nostra ener­gia viene dall’eolico, dal foto­vol­taico, dal bio­di­sel… Passi avanti che certi parla-mentari non dicono per­ché vogliono appunto solo “parla-mentare”. E’ un pro­blema che vedo molto in Europa: ven­gono elette per­sone che diven­tano spe­cia­li­sti di leggi e isti­tu­zioni, ma che non sanno niente di fab­bri­che, di come si deve svi­lup­pare un’industria, come svi­lup­pare l’agricoltura, come fare in modo che un paese pro­duca e non debba sem­pre impor­tare. Comun­que, il nostro orien­ta­mento sul Tisa è stato por­tato al pre­si­dente Tabaré Vaz­quez, che avrebbe anche potuto non acco­glierlo e deci­dere diver­sa­mente. Invece ci ha dato ascolto, e il Tisa non è pas­sato, l’Uruguay è uscito dai nego­ziati. Ma c’è chi con­ti­nua a pen­sare che sarebbe posi­tivo par­te­ci­pare a que­sto tipo di accordi per­ché abbiamo biso­gno di ven­dere i nostri pro­dotti sugli altri mer­cati. L’Mpp non è mag­gio­ri­ta­rio nella coa­li­zione. E il dibat­tito è ancora aspro: per­ché quando in par­la­mento hai 50 depu­tati su 90, gli altri 40 con­tano. Soprat­tutto se pos­sono avere l’appoggio dei grandi media, com’è ancora in Uru­guay. I media, oggi, soprat­tutto la tele­vi­sione, rie­scono a san­ti­fi­care un demo­nio e vice­versa. Guar­date come distor­cono l’informazione sui governi pro­gres­si­sti dell’America latina: gli attac­chi for­sen­nati con­tro il governo di Nico­las Maduro, in Vene­zuela. Si san­ti­fica un gol­pi­sta come Leo­poldo Lopez, inter­fe­rendo nelle deci­sioni sovrane di un paese. Nes­suno dice che il Vene­zuela è l’unico paese al mondo ad aver svi­lup­pato un gigan­te­sco piano di costru­zione di case popo­lari, anche auto­ge­stito: oltre 700.000 in dieci anni.

Nel 2005, lei è stato inca­ri­cato da Hugo Cha­vez di dif­fon­dere l’esperienza di Envi­drio anche in Vene­zuela. Com’è andata e a che punto stanno le cose da voi per quanto riguarda le fab­bri­che recu­pe­rate?

Quel che non tutti sanno è che il primo incon­tro su que­sto tema è par­tito da Tabaré Vaz­quez e non da Pepe Mujica. Tabaré si è incon­trato con Cha­vez e hanno deciso di dare un forte impulso alle espe­rienze di auto­ge­stione. Noi ave­vamo recu­pe­rato la fab­brica Envi­drio. Insieme alla mia fami­glia ero andato a vivere nella fat­to­ria di Pepe per­ché non ave­vamo risorse. Era un periodo molto dif­fi­cile. L’Argentina ne sa qual­cosa. I padroni chiu­de­vano le fab­bri­che e ci lascia­vano in mezzo alla strada. Nel 2005, il governo ha riscat­tato molte imprese: soprat­tutto ha riscat­tato i mestieri. Allora, Tabaré ha creato per decreto un fondo di svi­luppo eco­no­mico costi­tuito con il 30% dei gua­da­gni della banca pub­blica. Poi, con Pepe, il decreto è diven­tato legge.

Pepe Mujica, cent’anni di moltitudine

di Geraldina Colotti – il manifesto 

L’intervista. Abbiamo incontrato a Roma l’ex presidente-tupamaro dell’Uruguay

Avrebbe dovuto essere una visita pri­vata: alla ricerca dei suoi tra­scorsi liguri a Favaro, dove sono nati i nonni. Ma l’agenda dell’ex pre­si­dente uru­gua­yano José Alberto Mujica Cor­dano si è riem­pita subito. E “Pepe” ha avuto ben pochi momenti per godersi l’alternanza di sole e piog­gia di que­sti ultimi giorni, insieme alla moglie Lucia Topo­lan­sky. Una cop­pia inos­si­da­bile di diri­genti poli­tici dai tra­scorsi guer­ri­glieri, rima­sti insieme dai tempi in cui i Tupa­ma­ros ispi­ra­vano il cuore dei gio­vani, nel Nove­cento delle grandi speranze.

Il Movi­mento di libe­ra­zione nazio­nale Tupa­ma­ros è stato un’organizzazione di guer­ri­glia urbana di orien­ta­mento marxista-leninista che ha agito in Uru­guay tra gli anni ’60 e ’70. Fon­da­tori e diri­genti — da Raul Sen­dic a Mujica, a Topo­lan­sky a Mau­ri­cio Rosen­cof — hanno pagato con lun­ghi anni di car­cere, ostaggi del regime mili­tare che ha oppresso il paese a par­tire dal golpe del 1973, e che ha con­cluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del mode­rato Julio Maria Sanguinetti.

A Livorno, Pepe ha rice­vuto la cit­ta­di­nanza ono­ra­ria dal sin­daco pen­ta­stel­lato Filippo Noga­rin: «Per­ché la sua atti­vità tesa alla pro­mo­zione e all’affermazione dei prin­cipi della demo­cra­zia e dello svi­luppo eco­no­mico non è mai stata scissa dall’attenzione verso i più deboli, e per lo stile umile che ha saputo man­te­nere rico­prendo la mas­sima carica dello stato».

Mujica devolve infatti il 90% del pro­prio sti­pen­dio ai poveri e vive in modo fru­gale. Lui ha rin­gra­ziato la città dicen­dosi «cit­ta­dino del mondo» e ha offerto uno dei suoi discorsi diretti e pro­fondi che arri­vano al noc­ciolo senza affi­darsi al gergo.

Lo abbiamo incon­trato a Roma, nella resi­denza dell’ambasciatore dell’Uruguay in Ita­lia, insieme a Lucia Topo­lan­sky e a Cri­stina Guar­nieri, della casa edi­trice Eir, infa­ti­ca­bile orga­niz­za­trice dei suoi incon­tri a Roma.

Che idea si è fatto di que­sta Europa, dell’Italia, della Spa­gna in odore di cam­bia­menti e della Gre­cia ricat­tata dai poteri forti?

All’origine vi sono pro­blemi che tra­scen­dono le sca­denze elet­to­rali. I pro­blemi dell’Europa riflet­tono le con­trad­di­zioni di que­sto sistema che col­pi­sce i set­tori più deboli. C’è una crisi della domanda per­ché la gente con­ti­nua a con­su­mare una infi­nità di cose inu­tili, e al con­tempo una enorme fetta di mondo pieno di povertà che non abbiamo il corag­gio di incor­po­rare: il mondo ricco non ha suf­fi­ciente gene­ro­sità soli­dale per incor­po­rarla nella civi­liz­za­zione. Spre­chiamo un’infinità di pre­ziose risorse per­ché il mondo ricco possa con­su­mare cose inu­tili o fri­vole. E invece non diamo acqua, scuole, case ai più poveri. E anzi respin­giamo i bar­coni che arri­vano nel Medi­ter­ra­neo, o magari pen­siamo di affon­darli, impe­diamo il pas­sag­gio dei migranti mes­si­cani alla fron­tiera nor­da­me­ri­cana. Li invi­tiamo a par­te­ci­pare a una civi­liz­za­zione che poi non gli dà il posto pro­messo. E’ come se ti dices­sero: vedi quanto è bello? Ma non è per tutti.… Allo stesso tempo sca­te­niamo pro­blemi su scala pla­ne­ta­ria per­ché non pos­siamo gover­narci: ci governa il mer­cato. Il mondo è glo­ba­liz­zato ma non ha un governo mon­diale all’altezza dell’intelligenza scien­ti­fica rag­giunta, che con­sen­ti­rebbe un’organizzazione gene­rale e una equa distri­bu­zione delle risorse. Siamo in preda a un caos che sta por­tando al limite la natura: per via di una ecces­siva con­cen­tra­zione della ric­chezza. Ti sem­bra pos­si­bile che un mani­polo di bei tomi detenga quel che serve al 40% dell’umanità?

E in che dire­zione ci si dovrebbe muo­vere per inver­tire la tendenza?

Dob­biamo impa­rare a muo­verci per il governo della spe­cie e non solo in base agli inte­ressi dei paesi, dei sin­goli stati, con la con­sa­pe­vo­lezza che siamo respon­sa­bili di un pia­neta, di una bar­chetta che sta andando alla deriva nell’universo. Biso­gna avere chiaro che non gover­nano le per­sone, ma gli inte­ressi del grande capi­tale finan­zia­rio e i suoi ricatti. Abbiamo un’arma più vicina del Palazzo d’Inverno su cui agire, qual­cosa di più vicino e potente: le nostre menti e le nostre coscienze. C’è una rivo­lu­zione pos­si­bile nella testa di ognuno per costruire una nuova uma­nità. Dob­biamo agire per­ché ognuno sia cosciente che il mer­cato ci toglie la libertà. Non cam­biamo il mondo se non cam­biamo noi stessi. Per tanto tempo abbiamo seguito una linea trac­ciata: abbiamo pen­sato che bastasse pren­dere il potere, cam­biare i rap­porti di pro­prietà e di distri­bu­zione per cam­biare l’umanità. Invece, quel che è suc­cesso in Unione sovie­tica ha dimo­strato che le cose sono molto più com­pli­cate. Oggi dob­biamo pun­tare di più sulla cul­tura. Non dob­biamo agire per coman­dare ma per­ché le per­sone diven­tino padrone di loro stesse.

L’America latina sta cam­biando in fretta, e sulla base di governi socia­li­sti o pro­gres­si­sti che spo­stano i rap­porti di potere a favore delle classi popolari.

… Sta cam­biando un poco, ci vuole tempo. Dob­biamo svi­lup­pare intel­li­genza nella gente, i ritorni indie­tro sono sem­pre pos­si­bili, l’interventismo esterno è sem­pre latente. Le basi mili­tari Usa sono sem­pre attive in Ame­rica latina. Obama è un pre­si­dente pri­gio­niero, ostag­gio del com­plesso militare-industriale. Non gli hanno per­messo di fare niente. I nostri amici, negli Stati uniti, pur­troppo non si tro­vano nelle fab­bri­che, ma nelle uni­ver­sità, è così dai tempi del Viet­nam. Il meglio degli Sati uniti si trova nel mondo intel­let­tuale, il peg­gio nelle ban­che e sui ban­chi del par­la­mento, ma non biso­gna fare di ogni erba un fascio.

Lei ha deciso di pren­dersi alcuni pri­gio­nieri di Guan­ta­namo, men­tre con­ti­nua l’avanzata dell’Isis.

Sai com’è, no? Solo chi è stato tanto tempo in car­cere come noi può capire… Oggi invece si pensa di risol­vere i pro­blemi dell’umanità e i pro­pri costruendo più car­ceri, chie­dendo più car­cere e più bombe. Noi, un pic­colo paese, abbiamo indi­cato che si può pren­dere un’altra strada. A cosa sta por­tanto la bal­ca­niz­za­zione del mondo? Hai visto come hanno ridotto la Libia: una bar­ba­rie. Io non voglio difen­dere Ghed­dafi, ma almeno prima c’era uno stato ordi­nato, ora c’è un disa­stro… Sono stato negli Stati uniti. C’è gente in car­cere da 34 anni senza mai aver ver­sato una goc­cia di san­gue, solo per aver riven­di­cato l’indipendenza del pro­prio paese come il por­to­ri­cano Oscar Lopez. Ma agli Stati uniti inte­ressa di più la libertà di un altro Lopez…

Il gol­pi­sta venezuelano?

Pre­ci­sa­mente…

A pro­po­sito di peri­coli e di ritorni indie­tro. Lei ha dichia­rato a suo tempo: «Abbiamo biso­gno del Mer­co­sur come del pane». Ora, invece, il suo suc­ces­sore, Tabaré Vaz­quez dice che biso­gna «fles­si­bi­liz­zare» il Mer­co­sur. Sta striz­zando l’occhio alle alleanze pro­po­ste dagli Usa? In diverse occa­sioni lei non ha lesi­nato cri­ti­che alla nuova gestione.

…Penso di no, che non si saranno ritorni indie­tro. Il fatto è che oggi il Mer­co­sur è un po’ pro­vato, non avanza, non fa le cose che si era pre­fisso. Soprat­tutto, Bra­sile a Argen­tina non hanno tro­vato un’intesa, quindi ora abbiamo il pro­blema di diver­si­fi­care le rela­zioni. La pre­senza della Cina è sem­pre più forte, da diversi anni que­sto ha por­tato risul­tati posi­tivi, ma dob­biamo fare atten­zione, prima par­la­vamo di dipen­denze, di debito, il pro­blema della sovra­nità va visto da diverse prospettive.

Tutti, in Ame­rica latina, la vogliono come media­tore dei con­flitti: il governo colom­biano e la guer­ri­glia mar­xi­sta, la Boli­via nel con­ten­zioso con il Cile. E lei accetta...

La guerra preme dap­per­tutto, i con­flitti facil­mente emer­gono, lo svi­luppo delle nuove tec­no­lo­gie com­plica lo sce­na­rio. Eppure sap­piamo di essere inter­di­pen­denti, il pro­gresso e la tec­nica non pos­sono ipo­te­care la con­vi­venza, il vivere in con­sessi umani. Dob­biamo impa­rare a vivere con le dif­fe­renze, tro­vare un altro modo di comu­ni­care, siamo di fronte a un altro mondo in cui gli stati nazione e le forme tra­di­zio­nali della poli­tica non rie­scono a dare rispo­ste ade­guate. Si sono sca­te­nate forze di cui non tro­viamo più le bri­glie, a par­tire da quelle del capi­tale finan­zia­rio e degli “avvol­toi” che si avven­tano sulle prede quando cer­cano la pro­pria sovra­nità. Però mi fa più paura quel che non suc­cede di quel che suc­cede… Per esem­pio, c’è molta gio­ventù disoc­cu­pata, che ora si sta ras­se­gnando a vivere col red­dito minimo, che si sta addor­men­tando… e non lotta.

Sostengono la libertà a Parigi e allo stesso tempo il massacro in Ucraina

Ucrainadi J. Petras, 22.01.2015 – ivoox.com

L’offensiva del regime di Kiev sta causando molti morti e feriti. Nessuno parla di questo massacro, che è dieci volte maggiore che l’attentato di Parigi. 

Efraín Chury Iribarne: Cominciamo con un dato di cronaca che emerge oggi in Argentina, mi riferisco alla morte del procuratore Alberto Nisman, che era incaricato del caso AMIA in quel paese e aveva accusato anche la Presidentessa dell’Argentina. Che impatto ha avuto negli USA?


JP: Questo fatto ha avuto un impatto solo sui gruppi sionisti americani, che lavoravano con Nisman da molto tempo e che cercavano di fomentare l’opposizione al governo di Cristina Fernández. Qui l’impatto consiste nell’utilizzare la questione per mobilitare l’opinione pubblica ebraica e quindi spingere il Congresso ad agire contro l’Iran. In particolare, i sionisti qui guidano la campagna nel Congresso per imporre condizioni drastiche contro l’Iran e distruggere i negoziati che si svolgono tra gli Stati Uniti e l’Iran. In questo senso, (l’episodio su riferito) è solo un altro strumento per incoraggiare questi conflitti da parte di Israele.

È un momento molto delicato e molto sospetto, perché l’Iran non ha alcun interesse a creare un incidente, in particolare in relazione all’Argentina. Il caso Nisman è molto complicato, si tratta di un complotto, e può essere letto in molte chiavi diverse, da una provocazione del Mossad (Agenzia dei Servizi Segreti Israeliani) all’azione di un gruppo islamico estremista. Ma, intanto, l’impatto qui, al di là dei media pro-sionisti, che hanno grande influenza – e dei gruppi sionisti, non ha avuto alcuna ripercussione sul grande pubblico americano. Forse dovremmo aspettarci qualche azione del Congresso statunitense, date le pressioni e l’influenza che i sionisti qui mantengono sui governanti.

EChI: Come interpreti il tour del presidente Nicolas Maduro in Russia e nei paesi arabi, in particolare in Arabia Saudita e negli Emirati?

JP: È uno sforzo necessario, per trovare un modo di fermare il calo del prezzo del petrolio e forse per trovare qualche sostegno finanziario. Con il prezzo del barile di petrolio al di sotto dei $ 50, il governo del Venezuela ha bisogno di qualche sostegno finanziario, perché l’economia di quel paese dipende per il 95% dai proventi delle esportazioni del petrolio e, con questa situazione che ha portato a metà il prezzo rispetto all’usuale, ne hanno proprio bisogno.

E se non ottengono un supporto esterno, dovranno tagliare i programmi di governo, tra cui non solo (la lotta) all’evasione fiscale dei ricchi, ma purtroppo, credo, dovranno anche tagliare alcuni programmi sociali che sono stati realizzati. Non so esattamente come si procederebbe a quei tagli, ma è sempre meglio trovare un sostegno finanziario attraverso la diplomazia economica con i paesi del Golfo, paesi reazionari. È importante, perché il presidente Maduro cerca di ampliare e approfondire i canali di finanziamento e stipulare nuovi accordi economici. Voglio ribadire che questo non necessariamente implica un accomodamento politico con quei governanti.

EChI: Su quali questioni stai lavorando ora?

JP: Ci sono diverse questioni. Abbiamo già toccato la questione Nisman, ma un’altra questione che vorrei trattare sono le aggressioni degli ultimi tre giorni. Da un lato, il governo di Kiev (Ucraina), sostenuto dalla NATO e dalle forze imperialiste, hanno lanciato una grande offensiva militare contro i civili in Ucraina orientale. Si tratta di un’offensiva che stavamo aspettando da un po’ di tempo a questa parte.

È un massacro che stanno lanciando, per distruggere il governo indipendente dell’Est, perché vogliono imporre un governo pro-NATO in tutta l’Ucraina, per minacciare la Russia. Questa offensiva, con artiglieria, aerei da guerra e bombardamenti, sta causando molti morti e feriti. Nessuno parla di questo massacro, che è dieci volte maggiore dell’attentato di Parigi, per il fatto che sta accadendo contro un governo indipendente, nazionalista e progressista. Anche coloro che sostengono la libertà a Parigi, appoggiano questo massacro in Ucraina. È un altro esempio del doppio standard morale, che abbiamo visto in altre regioni del mondo.

Non so se la Russia rimarrà a guardare o interverrà per fermare questo massacro dei suoi alleati e sostenitori nell’est dell’Ucraina. Tutta la politica occidentale è orientata contro gli indipendentisti e quelli che cercano una forma più democratica di esercitare i propri diritti civili.

L’altra questione che voglio affrontare sono gli attacchi israeliani contro il Libano e la Siria nell’ultimo periodo. Essi rappresentano una provocazione tremenda. Sappiamo da tempo che Israele lavora con il gruppo terroristico islamico Al Nusra, gruppo che riceve sostegno medico, militare e formazione da parte delle Forze Armate Israeliane. Al Nusra è identificato come un gruppo di fanatici islamici, ma, per il fatto che sta attaccando la Siria, riceve tutto il sostegno di Israele.

Oltre a ciò, la forza indipendentista e democratica in Libano, Hezbollah, sta collaborando con il governo siriano contro i terroristi di Al Nusra. Così, Israele, con un atto provocatorio, ha inviato la sua Air Force ad attaccare Hezbollah e ha ucciso un comandante e varii quadri di Hezbollah. Ciò provocherà un’enorme reazione, può provocare un attacco di Hezbollah, causare misure contro il governo di Israele, e tutto questo può tramutarsi in una guerra più diffusa e violenta in Medio Oriente.

Netanyahu sta usando quest’occasione per mobilitare le sue forze e provocare una guerra, perché sta perdendo il consenso elettorale e cerca un modo per sovvertire il processo dei negoziati di pace in Medio Oriente tra gli Stati Uniti e l’Iran. E anche per rafforzare i gruppi terroristici islamici, perché Israele ne ha bisogno per promuovere l’idea che gli Arabi e i Musulmani sono aggressivi e che Israele è minacciato. Si utilizzano quindi questi gruppi, li appoggiano da un lato e dall’altro li denunciano. Fanno il doppio gioco.

Inoltre, Hezbollah ha annunciato ieri che lancerà un contrattacco e questo potrebbe tradursi in una guerra prolungata, come abbiamo visto in passato. Hezbollah è ben addestrato, ben armato, e ha la capacità di attaccare Israele e danneggiarlo. Ciò va a polarizzare il Medio Oriente. Così i sionisti degli Stati Uniti useranno gli attacchi contro Israele come pretesto per coinvolgere truppe americane.

Le due questioni che abbiamo citato, Ucraina e Libano-Siria, possono provocare guerre molto estese e violente. Da un lato, se la Russia risponde, per salvare vite umane ed evitare il massacro in Ucraina, questo si tradurrà in una grande mobilitazione contro la Russia, le cui conseguenze sono difficili da prevedere. Lo stesso in Medio Oriente, gli attacchi israeliani e l’appoggio ai terroristi possono provocare una guerra anche lì.

Dunque, l’offensiva in Ucraina e gli attacchi israeliani stanno preparando guerre più estese, più violente e più pericolose.

Tratto da La Haine

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

(VIDEO) Mujica all’UNASUR: «La politica non è mercato»

da TeleSUR

Qui di seguito un estratto, tradotto in italiano, del discorso di Pepe Mujica, Presidente dell’Uruguay, in Ecuador, in occasione della cerimonia della Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR) per ricevere la presidenza Pro-Témpore dell’organismo regionale, Mujica ha chiesto ai governi della regione di rafforzare il loro impegno con i popoli.

«L’unico merito che ho, è quello di essere ostinato, combattente, costante. Ma non sono nessun eroe… in realtà andai in prigione perché mi presero, perché fui lento. Non ho vocazione di eroe, però ho una specie di fuoco dentro, verso le ingiustizie sociali, la differenza di classe.

Credo che l’uomo è un animale gregario e non può vivere da solo, ha bisogno degli altri. Non è un felino, ha bisogno della società, che ne abbia consapevolezza o meno.

In questo secolo abbiamo raggiunto risultati enormi. C’è tanta ricchezza ma anche tanta disuguaglianza. E queste contraddizioni son quelle che ci ricaricano le pile per riprendere a lottare. In questo mondo, dove si spendono due milioni di dollari al minuto in armi dire che “non ci sono risorse” per integrare alla vita umana di milioni di poveri, è non avere alcun pudore, alcuna vergogna.

Dire che in questo mondo “non ci sono soldi” è dire che non abbiamo il coraggio politico di mettere le mani in tasca ai potenti.

Per questo lottiamo in politica. Per provare a dare sempre qualcosa in più ai poveri. Perché l’essere neutrali in politica non esiste, bisogna decidere da che parte stare.

C’è un altro aspetto.

Ci hanno raccontato che c’è un altro mondo, un paradiso. No, il paradiso è questo, e in questo mondo dobbiamo darci da fare perché la gente viva meglio.


E allora il senso di questa cerimonia qual è? Io uscirò di qua lo stesso vecchio che sono entrato. Il senso è sapere che ci sono tanti giovani, e se sei giovane devi sapere questo: la vita sfugge via, di minuto in minuto, e non puoi andare al supermercato a comprarla e quindi: lotta per viverla! Per dare un senso alla vita!

Il privilegio di noi umani è che possiamo, in una certa misura, orientare la nostra vita. Oppure puoi alienarti questa possibilità e passare la vita a fare shopping. Ti farai vecchio, come me, e che hai fatto in questa vita?

Se hai avuto un sogno, ti sei dato da fare per un ideale, e per condividerlo, può darsi rimarrà un ricordo, un alito, che vale più di un monumento, un libro, un poema, una “speranza” che si va realizzando con la nuova generazione.

Niente vale più della vita, lottate per la felicità! E la felicità è dare un senso alla vita! E non lasciare che te la rubino! Usiamo la meravigliosa opportunità di essere nati!

La vita ti presenterà mille difficoltà, ma tu, una e mille volte, sei stato creato con la forza per far fronte, per rialzarti e riprendere a camminare! Non c’è nessun arco di trionfo alla fine, un paradiso, nessuna odalisca. Quello che c’è è la bellezza di vivere al massimo, il desiderare la vita in ogni circostanza, e lottare per essa.

E anche nella peggiore circostanza avrai sempre qualcosa da dare agli altri.
(…) Abbiamo commesso errori, ma coscienti della generosità con cui abbracciavamo la vita. Oggi invece in un mondo pieno di oggetti, soldi e risorse, per prestare un’auto o aiutare un povero ci sono mille problemi. Mi manca quella gioventù che senza riflettere sugli errori si donava a tutto e non teneva niente per se.

I giovani, per essere felici, servano la loro idea, il loro ideale, vivano per questo, non si lascino schiavizzare dal mercato…

Il nostro futuro sarà quello che riusciremo a costruire.

Date un senso alla vita. Se no il contenuto sarà la rata da pagare per il nuovo acquisto, fino alla fine dei tuoi giorni. E non rimarrà di te né il ricordo né la speranza.

Un giorno di questi io sarò meno che polvere. Ma chissà che non diventi una colomba, svolazzando sulla testa di qualcuno.

Grazie a tutti!»

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Gabriel Arcadi]

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(VIDEOS) Mujica en Ecuador: “las políticas no pueden ser un mercado”

por vtv.gob.ve

Guayaquil, 4 de diciembre de 2014.- “El que quiera tener plata que se vaya al mundo del comercio, de la industria, que entregue su existencia al mundo financiero y está bien, (…) pero el afán de plata en el mundo político, no es que no existen intereses, vaya que existen, pero no son intereses tangibles, sino la preocupación de cómo vive la gente, tener responsabilidad, sintonía y cariño con la gente. Es otra historia”, expresó este jueves el presidente de Uruguay, José “Pepe” Mujica.

Desde Guayaquil, Ecuador, en la ceremonia de la Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR) para recibir la presidencia Pro-Témpore del bloque integracionista, Mujica reclamó a los gobiernos de la región reforzar el compromiso con los pueblos.

“No puede ser que la sociedad capitalista transforme todo en un mercado, las políticas no pueden ser un mercado. Por eso apelo a los señores presidentes, habrá una América integrada no solo por concordancias que podamos tener o diferencias de ideas, todo es negociable, pero lo que no puede ser negociable es el alma y el compromiso que tenemos con la gente y los pueblos”, expresó en un emotivo discurso.

“Solo alcanzaremos el desarrollo si somos capaces de construir la Patria que soñaran nuestros libertadores, todo depende de la altura y compromiso que tengamos”, agregó.

El mandatario saliente uruguayo, que recibe la presidencia de UNASUR, advirtió que las masas humanas de este mundo tienden a desconfiar de las políticas y no creer en gobiernos, para encerrarse en el individualismo.

“Hay que tener esperanzas y creer en la gente que gobierna, y la gente que gobierna, para ser creíble, tiene que asumir la fe y el compromiso republicano. Las repúblicas vinieron para gritarle a los reyes que los seres humanos somos iguales por derecho de nacimiento y las mayorías mandan”.

“Y está pasando en el mundo, no puede ser, que el señor mercado nos mandata en todo, y no puede ser”.

“Por tanto, los que gobiernan tienen que pertenecer en alma y compromiso con las mayorías”, sentenció.

Mujica pidió perdón por su discurso. “Por la pasión que tenemos en estas cosas, pero se me va la vida en estos sueños”, concluyó. OR.

telesurtv.net

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Pepe Mujica: ‘Il Presidente Impossibile’

Verso il Secondo Incontro in Italia della Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana – Napoli 2015!


Presentazione della prima biografia italiana di Pepe Mujica

“Il Presidente Impossibile”

di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini.

 
Festival  “Roma Salta in Aria” 2014
Per l’edizione 2014 del Festival “Roma Salta in Aria” la “Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana” e il Centro Sociale “Spartaco” presentano “Il presidente impossibile”.Il Festival si apre alle 18 con la street parade a cura del frente murghero, da Largo Spartaco (Quadraro) fino al Parco degli Acquedotti.…Alle ore 19 si arriva al Parco degli Acquedotti per la presentazione del libro su Pepe Mujica. “Il presidente Impossibile”.

A seguire l’esibizione della murga “Agarrate Catalina”.
( http://es.wikipedia.org/wiki/Agarrate_Catalina )
Dall’Uruguay per la prima volta a Roma, il gruppo latinoamericano suona una murga appassionata e coinvolgente che parla e rappresenta l’America Latina e l’Uruguay di oggi.

Sarà in funzione l’osteria di Spartaco.
Sul Festival: http://romasaltainariafestival.wordpress.com/

Nel libro “Il presidente impossibile”, gli autori citano il gruppo “Agarrate Catalina” perchè nelle loro esibizioni dal vivo questi stravaganti artisti parlano spesso del presidente guerrigliero Pepe Mujica. Un loro brano “Civilizaciòn” è interamente dedicato a lui e una delle loro maschere “preferite” è la faccia del vecchio Tupamaros, proprio per questo inviteremo la murga a prendere parte al dibattito sul libro.

 Introduce la Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e presentano il libro:

 – gli autori: Nadia Angelucci e Gianni Tarquini.

Geraldina Colotti (Il manifesto/Le Monde Diplomatique).

– la murga “Agarrate Catalina”

Chi è Pepe Mujica?

Esponente di spicco del movimento guerrigliero Tupamaros, Mujica già tra il 1969 e il 1971 venne arrestato per le proprie azioni rivoluzionarie. Dopo un’evasione tornò nel 1973 definitivamente in carcere nello stesso anno del colpo di stato militare, che trasformò quello che era un Paese democratico ed avanzato in una prigione. Da lì uscì solo a democrazia ritornata nel 1985. Nel 2010 divenne presidente della repubblica in qualità di candidato del raggruppamento della sinistra uruguaiana Frente Amplio. [da controlacrisi.org] 

Sul Libro:
A chi non è capitato di sentir parlare di Pepe Mujica, il capo di stato più povero del mondo, che vive coltivando fiori in una piccola fattoria nella campagna uruguayana, che dona il 90% del suo stipendio ai poveri e che ha legalizzato l’uso della cannabis nel suo paese? Che parla alla gente con la lingua dei più umili e che fa della sobrietà uno stile di vita? Questo libro racconta proprio la sua storia, al di là del folclore e dell’agiografia che lo dipingono come un ‘santo moderno’. Narra della sua infanzia e gioventù in un Uruguay attraversato da grande fermento culturale e politico, Riporta le sue parole e le sue idee, raccolte dopo un’accurata ricerca tra i tanti documenti, libri, interviste, documentari che lo riguardano o lo vedono protagonista e attraverso conversazioni degli autori con compagni di viaggio, conoscenti e altri protagonisti della vita politica e della guerriglia del paese sudamericano. Gli ultimi capitoli raccontano il suo impegno come Ministro prima e Presidente poi, i progetti di legge che ha implementato e analizza quanto e se la presidenza di un uomo così fuori dalla norma ha cambiato l’Uruguay. [da controlacrisi.org]

Pepe Mujica. Il presidente impossibile
di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini
presentazione di Erri De Luca
Nova Delphi Libri
Collana: Viento del Sur
 224 pagine

C’e’ un caos nel mondo alimentato dall’imperialismo

obama-putinIntervista a James Petras

da lahaine.org

Analisi di James Petras, lunedì 21 luglio 2014, su CX36, Radio Centenario da Montevideo (Uruguay), www.radio36.com.uy.

Efraín Chury Iribarne: Se ti pare, Petras, cominciamo con la caduta dell’aereo della Malaysia Airlines in Ucraina e le sue conseguenze.

JP: In primo luogo, molti media non hanno trattato un tema molto importante e centrale in tutto ciò: il fatto che i responsabili a Kiev, i controllori aerei, hanno permesso o diretto l’aereo verso una zona di guerra dove l’artiglieria anti-aerea è feroce. La domanda sarebbe: perché le autorità di Kiev si sono prese la responsabilità di dirigere un aereo civile in una zona dove i missili stanno passando da tutti i lati?

In secondo luogo, abbiamo ricevuto qui un rapporto di un ex-giornalista premiato dall’Associated Press, tale signor Robert Parry, che dice di aver fatto un’intervista a un agente dell’Intelligence nordamericana e quest’agente gli ha raccontato che le foto satellitari del governo nordamericano avevano permesso di identificare la posizione dei missili in possesso delle truppe del governo di Kiev. In altre parole, gli USA hanno le prove che il missile che ha abbattuto l’aereo viene da un settore vincolato al governo di Kiev. [Vedere: http://actualidad.rt.com/actualidad/view/134696-eeuu-esconde-mh17-imagenes-satelitales ]

Al di là di questo, l’approfittarsi che ha realizzato Washington di questa situazione di conflitto è volto a lanciare una nuova guerra fredda, aumentando ed estendendo le azioni contro la Russia e ottenendo l’appoggio dei paesi europei, inclusa la Germania, la Francia e, ovviamente, l’Inghilterra.

Siamo già entrati in un periodo di confronto tra i poteri nucleari, nonostante la posizione conciliatrice del presidente Putin, che ha chiesto un’inchiesta. L’azione precipitata di Obama è perché da tempo cerca, a partire dal confronto militare, di affrontare la Russia. Cerca di lanciare la nuova guerra fredda per giustificare le spese militari e l’escalation militare che hanno portato avanti da tutte le parti.

La Russia non ha nulla a che vedere con l’abbattimento dell’aereo né con gli sforzi di nascondere la verità. Solo il presidente Putin ha chiesto un’indagine completa, esaustiva, che includa esperti occidentali e orientali, cercando di arrivare alla verità, per poi decidere chi ha e chi non ha responsabilità. Invece di questo, Washington sta preparando una mobilitazione militare alla frontiera con la Russia, sta cercando di paralizzare l’economia russa e di precipitare una crisi; sta cercando la forma di militarizzare un’altra volta la NATO in Europa per continuare con la pressione politica, militare e ideologica.

Questo è quello che sta succedendo. L’aereo è stato un pretesto. Perché Obama non ha nessuna ragione, se la sua propria Intelligence sa chi sono stati i responsabili, per accusare la Russia. Eppure le accuse sono molto forti, la demonizzazione della Russia si va estendendo in tutti i mezzi di comunicazione. I media finanziari si sono trasformati qui in agenti di attacchi militari. Ho di fronte a me il ‘Financial Times’, che chiede più aggressione militare: invece di orientare gli investitori, stanno suggerendo ai militaristi come devono aumentare e far precipitare la guerra.

È come una febbre che sta colpendo l’élite politica, che però non colpisce la popolazione che è preoccupata per la precarietà dell’economia, la mancanza di impieghi ben remunerati, il fatto che più del 10% della mano d’opera ha smesso di partecipare al mercato del lavoro. Questa è la situazione che preoccupa le masse. Nel frattempo, l’élite politica si considera libera di fare qualsiasi cosa e la cittadinanza non ha nessuna partecipazione né nessun dibattito pubblico sull’argomento.

EChI: La Russia non è esposta a un attacco da parte dell’Occidente?

JP: La temperatura politica a Washington, nella Casa Bianca e a Bruxelles è calda, diventa sempre più aggressiva, ma è difficile sapere fino a dove arriveranno. Eppure, almeno il tono del discorso è aggressivo, la diplomazia è belligerante, le sanzioni sono forti e vanno a colpire e rompere molte relazioni commerciali ed economiche tra la Russia, l’Europa e gli USA. Mi sembra che siamo in una situazione simile alla ‘crisi dei missili’ con Cuba nel 1963. C’è una tensione visibile, ma ancora non ha raggiunto il popolo. È una tensione tra i governanti di Bruxelles e Washington, però il discorso è chiaramente belligerante, non c’è nessuna misura volta a cercare una soluzione negoziata. È tutto un incolpare, denunciare, attaccare e imporre. Questo è l’ambiente che c’è qui.

È una forma aggressiva di riaffermare la superiorità dell’occidente e subordinare la Russia ai dettami dei governanti occidentali. E Putin non ha molti interlocutori, quasi nessuno in questo momento. Per questo, ripeto, l’abbattimento dell’aereo è il pretesto per esasperare e aumentare l’aggressività.

EChI: Obama ha l’appoggio del popolo nordamericano?

JP: No, in nessuna forma. Nessuno vuole una nuova guerra fredda, non c’è nessun beneficiario a livello popolare. Danneggerà i diritti democratici, rafforzerà lo stato di polizia, farà spendere soldi in armamenti per la militarizzazione, invece di tentare di stimolare l’Economia. Non c’è nessun senso di animosità generalizzata verso la Russia. C’è sicuramente nei circoli dell’ ultra-destra, tra i gruppi di veterani militaristi e nei mezzi di comunicazione che hanno adottato un tono molto belligerante, molto aggressivo. Però, ancora non c’è un’espressione nelle strade, non ci sono bandiere nelle case, non ci sono marce, nessuna manifestazione pubblica.

Ancora non abbiamo trovato un’inchiesta sull’opinione pubblica, però qualsiasi inchiesta dovrebbe chiedere se i problemi che interessano il popolo sono principalmente la Russia o l’economia nordamericana. Se questa inchiesta si imposta così, più del 70 o 80% dirà l’economia domestica, il portafogli e non le dichiarazioni retoriche di Obama.

Bisogna ricordare che la politica di affari esteri di Obama è in caduta, il prestigio del Congresso non raggiunge il 20%, quello della Presidenza meno del 40%, non è un governo popolare, Washington è molto logorata. L’opinione pubblica non si è espressa contro il militarismo, però sicuramente c’è una distanza enorme tra quello che dice la classe politica e quello che pensa l’uomo della strada.

EChI: I progetti di guerra di Israele in Medio Oriente continuano tali e quali.

JP: È più di questo, stiamo parlando di un genocidio. Abbiamo assistito a quattordici ore di bombardamento costante, abbiamo prove di carri armati, veicoli blindati e bombardamenti aerei. Sono state quattordici ore continuate nel quartiere Shijaiyah, nella città di Gaza; è stato un attacco devastante, come Guernica in Spagna all’epoca dell’attacco dei franchisti.

In Francia, i sionisti influenzano in tale forma il governo che proibiscono qualsiasi manifestazione contro Israele. Dicono che proclameranno illegale ogni marcia, assemblea ed espressioni contro Israele. È un altro esempio del potere che hanno. Il problema non è semplicemente Israele, bensì la quinta colonna ebraica sionista che abbiamo negli USA, in Francia, e in altri paesi, che utilizza il proprio potere economico per comprare e influire sulla politica.

Abbiamo accennato a come il Congresso nordamericano ha appoggiato in forma unanime il genocidio a Gaza. È un’altra espressione del potere che mantengono sui membri del Congresso in Nordamerica. Dobbiamo organizzarci non solo per criticare Israel ma anche per lanciare proteste qui contro i complici nei nostri propri paesi.

EChI: C’è qualche altro argomento che vorresti trattare.

JP: Sì, l’argomento che più mi interessa adesso è quello dell’Iraq, dove c’è un avanzamento degli islamici estremisti, hanno preso Tikrit, una città a 140 km di Baghdad; hanno preso il controllo di pozzi petroliferi in Siria, hanno distrutto i settori oppositori appoggiati dagli USA. Questo potere islamico sta capitalizzando varie cose: in primo luogo, l’anti-imperialismo, l’anti-occupazione, il senso comune contrario a essere controllati da interessi stranieri e il fanatismo religioso.

In Iraq, abbiamo dovuto affrontare un doppio problema come in altri luoghi, tra l’imperialismo e l’alternativa reazionaria. E questo è di gran importanza affinché i settori democratici, socialisti, secolari, costruiscano un’alternativa a questi due mali.

In molte parti del mondo, la sinistra è sparita dalla cartina o ha capitolato di fronte alle forze imperiali, come la social-democrazia in Inghilterra, il partito Socialista in Francia, etc. Adesso, nelle proteste contro Israele, abbiamo visto migliaia di manifestanti che sono contro Israele, contro il sionismo e contro gli USA, però non necessariamente a favore dei gruppi islamici di destra e reazionari.

Bisogna vedere se in qualche maniera questa mobilitazione a favore della Palestina possa stimolare alcune riflessioni e la possibilità di ricostruire una sinistra che levi tanto la bandiera dell’anti-imperialismo come quella pro-socialismo o almeno quella pro-democrazia. Mi sembra che sia l’unica speranza che abbiamo in questo mondo tanto caotico, con milioni di rifugiati da tutte le parti, dall’Africa, dall’Asia, dalla Siria, cercando la forma di sfuggire alla violenza imperialista e al terrore degli islamisti.

È una situazione drammatica. Qui nella frontiera degli USA con il Messico ci sono decine di migliaia di immigranti detenuti, bambini senza famiglia, e ci sono undici milioni in territorio statunitense senza documenti, che possono essere espulsi in qualsiasi momento.

C’è un caos nel mondo, alimentato dall’imperialismo, caos nell’economia domestica, caos nei mercati economico e finanziario, caos nella politica estera, caos con la Russia. È un momento molto caotico e dobbiamo trovare qualche forma di ordinare il caos per potere uscire da questo vicolo cieco.

 

[Trad. dal castegliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Mujica: L’offensiva israeliana a Gaza è un genocidio

da Hispan.tv

Il Presidente della Repubblica Orientale dell’Uruguay, José Mujica, ha definito “genocidio” l’aggressione perpetrata dal regime israeliano contro la Striscia di Gaza assediata.

Il presidente uruguaiano ha sottolineato che non può essere altrimenti qualificata come genocidio «quando si bombardano gli ospedali, bambini ed è quello che sta facendo il regime israeliano a Gaza».

Mujica, che ha sempre criticato le atrocità del regime di Tel Aviv in Palestina, più volte ha espresso solidarietà alla gente di questo paese e, allo stesso tempo, profonda preoccupazione per la situazione dei palestinesi a Gaza.

«Sono preoccupato perché sono sempre i deboli a soffrire di più. Quindi bisogna fare il possibile per ottenere qualsiasi forma di giustizia, senza perdere un solo giorno affinché ci sia una migliore umanità che rinunci alla guerra», ha dichiarato il mandatario uruguaiano.

Il ministro degli Esteri uruguaiano, Luis Almagro, aveva già condannato i raid condotti dall’esercito di occupazione israeliano nella Striscia di Gaza assediata, definendoli «un chiaro esempio di omicidio».

«L’Uruguay valuta il rapporto diplomatico con Israele perché nessun paese può essere al di sopra del diritto internazionale. Nessun paese può dare impunità ai suoi soldati quando commettono questi omicidi», ha ribadito il ministro.

Queste osservazioni sono giunte una settimana dopo che il Ministero degli Esteri uruguaiano aveva bollato come «attacco spregevole» e «crimine di guerra» i bombardamenti dell’esercito israeliano di occupazione su una scuola delle Nazioni Unite a Gaza.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La Palestina saluta l’apertura dell’ambasciata uruguaiana a Ramallah

da Hispan.tv

Il ministro degli Esteri palestinese, Riad Malki, ha inviato una lettera al suo omologo uruguaiano, Luis Almagro, nella quale accoglie con favore l’apertura di una rappresentanza diplomatica permanente dell’Uruguay a Ramallah, in un momento in cui i  palestinesi sono colpiti da un’offensiva implacabile del regime israeliano.

Evidenziando i legami tra la Palestina e l’Uruguay, Malki ha dichiarato che il suo paese continuerà a sostenere le relazioni tra le due nazioni. Il testo della lettera è stato pubblicato, sabato scorso, sul quotidiano uruguayano ‘La Republica’.

Inoltre, Malki ha denunciato «l’escalation criminale dell’esercito di occupazione israeliano nella Striscia di Gaza», che ha ucciso e ferito migliaia di palestinesi, in gran parte civili innocenti, oltre a distruggere case e infrastrutture, tra cui ospedali, scuole, luoghi di culto, ecc.

«Vorrei anche esprimere il nostro apprezzamento per il vostro continuo sostegno alla lotta giusta e legittima del popolo palestinese per il ripristino dei suoi diritti inalienabili», si legge nel testo della lettera.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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