L’Iran riconosce il prestigio della Rivoluzione cubana

da lantidiplomatico 

Il consigliere del Presidente degli affari culturali dell’Iran Hesamoddin Ashena ha riconosciuto il prestigio della Rivoluzione cubana e dei suoi capi storici, e ha chiesto più stretti legami bilaterali.

Ashena ha ricevuto l’ambasciatore di Cuba a Teheran, Vladimir Gonzalez, che era accompagnato dal secondo segretario della missione diplomatica, Norberto Escalona.

In una nota dell’ambasciata cubana è scritto che Quesada ha ringraziato per l’interesse dimostrato da parte del governo iraniano nel convocarlo ed ha spiegato in dettaglio il processo avviato tra Cuba e gli Stati Uniti al fine di normalizzare i rapporti bilaterali.

Tale questione ha attirato l’attenzione della nazione persiana, mentre le rivoluzioni di Cuba e Iran hanno operato per decenni in uno scenario avverso, per la politica aggressiva orchestrata da Washington, ha spiegato la fonte diplomatica.

A questo proposito, anche il direttore del Centro per gli Studi Strategici del Presidente della Repubblica islamica ha invitato l’ambasciatore per una conferenza di specialisti e studiosi di questa istituzione.

La discussione di Quesada si concentrerà sull’espansione e sul ripristino delle relazioni diplomatiche tra l’Avana e Washington, e le questioni affrontate nel corso degli ultimi 17 mesi di dialogo tra i due governi.

L’ambasciatore ha anche sottolineato l’importanza di rafforzare i legami tra la sua nazione e il paese persiano con tutti i mezzi possibili, per favorire gli scambi culturali e accademici.

Infine, ha anche ricordato i 37 anni della restaurazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi, che si celebreranno l’8 agosto.

Macri contro il Venezuela: tensioni nel Mercosur

Mauricio-Macridi Vincenzo Paglione

Non c’è ombra di dubbio che il neoeletto presidente dell’Argentina, Mauricio Macri, futuro partner strategico della destra americana e nazionale nel cono Sud, vuole condizionare i rapporti dei paesi dell’area dell’Unasur, iniziando dal Venezuela. Le dichiarazioni rilasciate in questi giorni fanno presagire che il neopresidente eletto desidera infliggere una punizione esemplare al governo venezuelano per una presunta violazione dei diritti umani (caso Leopoldo López). In termini geopolitici, questo modo di fare evidenzia l’espressa volontà di voler condizionare i rapporti d’integrazione dei paesi dell’area latinoamericana, caldeggiando la loro frammentazione, come effetto di un piano già prestabilito.

Siffatte iniziative personali che, in realtà, sono teleguidate dai centri del potere mondiale, vogliono schiudere la strada alle ambizioni di dominio delle potenze egemoniche per gestire gli affari e gli interessi strategici della regione. Il che vuol dire far collassare il lungo percorso d’integrazione e di ampliamento di uno spazio geografico con qualità geostrategiche e neoeconomiche fondamentali (minerali, idrocarburi, gas, biodiversità, ecc.) e d’importanza capitale.

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di Agustín Lewit e Silvina M. Romano

Fonte:  http://www.celag.org

 

Nella sua prima conferenza stampa come neo presidente eletto dell’Argentina, Mauricio Macri (PRO, Propuesta Republicana), così come aveva dichiarato ripetutamente durante la sua campagna elettorale, ha assicurato che nel prossimo summit del Mercosur – 21 dicembre ad Asunción, Paraguay – solleciterà l’applicazione della clausola democratica contro il Venezuela, adducendo limiti di libertà di espressione in questo paese e una supposta persecuzione nei confronti dei leader dell’opposizione. Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, il presidente neoeletto argentino si è riferito precisamente al caso di Leopoldo López, leader di “Voluntad Popular”, condannato dalla giustizia venezuelana a quasi quattordici anni di prigione per essere considerato uno dei mentori degli incidenti che nel 2014 troncarono la vita a quarantatré persone. Un dettaglio da non trascurare è stato quello della presenza di Lilian Tintori, moglie di López, la scorsa domenica nel bunker del PRO.

La clausola democratica del Mercosur è inserita nelle normative del blocco del sud dalla firma del Protocollo di Ushuaia, il 24 luglio 1998 [1]. La premessa di questo protocollo è stata la Dichiarazione Presidenziale di Las Leñas del 27 giugno 1992, la quale sostiene che “il pieno vigore delle istituzioni democratiche costituisce condizione indispensabile per l’esistenza e lo sviluppo del Mercosur” (intro. Protocollo di Ushuaia). Questa disposizione stabilisce che, di fronte a un’eventuale rottura dell’ordine democratico in qualsiasi dei paesi membri, si prenderanno delle misure, accordate per consenso, che “possono partire dalla sospensione del diritto di partecipare nei diversi organi dei rispettivi processi d’integrazione, fino alla sospensione dei diritti e degli obblighi che emergono da quei processi” (art.5). Anche se nel Protocollo di Montevideo – più conosciuto come Ushuaia II -, sottoscritto il 20 dicembre 2011 nella capitale uruguaiana, sparisce l’allusione esplicita alla necessità di ratificare le suddette sanzioni, detto protocollo non è in vigore.

Fino ad ora l’unico caso in cui si è applicata la suddetta clausola è stato quello del Paraguay, quando si avviò il colpo parlamentare che si finì con la destituzione del presidente Fernando Lugo, il 24 giugno 2012. Nonostante che il settore politico che aveva provocato la caduta dell’allora presidente addusse di averlo fatto per mezzi “costituzionali”, il 29 giugno 2012 i membri del Mercosur, – Argentina, Brasile, Uruguay (il Venezuela non era stato incorporato del tutto) – decisero di “sospendere alla Repubblica del Paraguay dal diritto di partecipare negli organi del Mercosur e dalle delibere, secondo i termini dell’articolo 5° del Protocollo di Ushuaia” [2], il che faceva intendere che Lugo era stato destituito senza un regolare processo. Ciò aveva costituito un’alterazione della dinamica democratica in quel paese.

Nonostante le insistenze del leader conservatore argentino, la verità è che l’aver invocato la clausola democratica contro il Venezuela sembra ridursi – almeno per il momento – più a una dichiarazione personale d’intenti che a un fatto concretizzabile. In primo luogo perché, al di là delle valutazioni sul governo bolivariano, nessuno può mettere in dubbio il suo profondo carattere democratico: dal 1998 ad oggi, il chavismo ha vinto cinque elezioni presidenziali consecutive, molte di loro con percentuali schiaccianti, dove si sono aggiunte numerose elezioni legislative e consultazioni popolari. In nessun comizio si è proibita la partecipazione o la limitazione delle campagne. In secondo luogo sembra molto difficile che Mauricio Macri riesca ad allineare al resto dei presidenti del Mercosur con il suo attacco contro il Venezuela e raggiungere il consenso unanime degli stessi – requisito indispensabile per l’attivazione della clausola -. Probabilmente riceverà l’appoggio di Horacio Cartes che fino ad ora si trovava “controllato” dalla maggioranza progressista e, senza dubbi, d’ora in poi troverà in Macri un socio ideologico. Ma comunque è poco probabile che – nonostante le ambiguità verso il governo venezuelano – l’Uruguay assecondi la richiesta e men che meno il Brasile. L’iniziativa di Macri ha avuto ripercussioni nel resto dei paesi del blocco. Florisvaldo Fier, alto rappresentante generale del Mercsour, ha dichiarato: “Penso che Macri si debba informare un po’ meglio, perché la clausola democratica si applica quando si è davanti a un colpo di Stato”. Rafael Correa, presidente ecuadoriano, da parte sua ha affermato che “non è il caso” applicare quella clausola contro il Venezuela, poiché “piaccia o no, in quel paese vige una democrazia” e un progetto politico che “è stanco di vincere le elezioni”. Danilo Astori, ministro dell’Economia dell’Uruguay, ha dichiarato al riguardo: “Le clausole democratiche come quella del Mercosur si applicano al momento di una rottura istituzionale ed io, al di là delle discrepanze che esistono nei confronti del Venezuela, sono del parere che non sia avvenuta nessuna rottura istituzionale”. Il cancelliere dello stesso paese con toni simili ha affermato: “Ancora sussistono le condizioni per non applicare quella clausola (…) si è ancora distanti da un’alterazione dell’ordine democratico in Venezuela”. Solo il cancelliere paraguaiano ha manifestato una certa affinità con la proposta di Macri quando ha dichiarato che “prendeva nota” dell’iniziativa.

La cosa certa è che, anche se questo puntuale attacco contro il Venezuela non proceda per via legale, l’ascesa del conservatorismo argentino inizia a evidenziare forti ripercussioni in ambito regionale.  Le previste tensioni politiche che metteranno a confronto al governo argentino con le forze progressiste che sono al potere, minacciano di paralizzare a un Mercosur che, anche se ha manifestato qualche marcia indietro, in questi ultimi anni ha rivelato notevoli progressi.

Note:

[1] http://www.infoleg.gov.ar/infolegInternet/anexos/55000-59999/59923/norma.htm

[2] http://www.pressenza.com/es/2012/07/suspension-de-paraguay-en-el-mercosur-en-aplicacion-del-protocolo-de-ushuaia-sobre-compromiso-democratico/

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Sulla destabilizzazione delle democrazie in America Latina

downloaddi Luiz Alberto de Viana Moniz Bandeira [i] http://www.laondadigital.uy

Lo scienziato politico, Luiz Alberto de Viana Moniz Bandeira, afferma che gli Stati Uniti persistono nel loro intento di destabilizzare i governi di sinistra in America Latina e che ciò si è potuto osservare nelle recenti manifestazioni pseudo spontanee che reclamano l’impeachment di Dilma Rousseff. Sostiene che le organizzazioni nordamericane come la CIA, la NSA (Agenzia Nazionale sulla Sicurezza) e le ONG vincolate a queste, agiscono in modo attivo per destabilizzare i governi progressisti dell’America Latina.

 

  • Il leader del PT alla Camera, Sibá Machado (AC), ha spiegato nelle reti sociali che la CIA tenta di destabilizzare i governi democratici dell’America Latina. Come valuta questo fatto di fronte agli episodi storici che dimostrano che gli USA sono dietro a questi processi di destabilizzazione dei governi di sinistra e progressisti?

 

MB – Da molto tempo Washington crea delle ONG con il proposito di promuovere e intraprendere delle manifestazioni, utilizzando le risorse provenienti dall’USAID, dal National Endowment for Democracy (NED), dalla CIA, l’Open Society Foundation (OSF) del multimiliardario George Soros, la Freedom House, l’International Republican Institute (IRI), sotto la guida del senatore John McCain, ecc. queste istituzioni lavorano apertamente con il settore privato, con i municipi e i cittadini, come anche con gli studenti reclutati per svolgere corsi negli USA. Hanno proceduto nella stessa maniera nei paesi dell’Eurasia, dove dal 1989 al 2000 si sono create più di 500.000 organizzazioni, la maggior parte della quale si trova in Ucraina. Altre sono state organizzate in Medio Oriente per far nascere la Primavera Araba.

La strategia consiste nello sfruttare le contraddizioni che esistono all’interno del paese, i problemi interni, con lo scopo di aggravarli per generare turbolenza e caos, fino a rovesciare il governo in carica, senza ricorrere a colpi militari. In Ucraina, all’interno del progetto TechCamp, istruttori al servizio dell’ambasciata americana, in quel momento diretta dall’ambasciatore Geoffrey R. Pyatt, preparavano, sin dal 2012, a specialisti e professionali nel campo della guerra d’informazione e discredito delle istituzioni dello Stato. Questi uomini sono esperti nell’usare il potenziale rivoluzionario dei mezzi di comunicazione moderni, sovvenzionando la stampa su carta e quella radiofonica, le reti televisive e i siti Internet, per manipolare l’opinione pubblica e organizzare proteste con l’obiettivo di sovvertire l’ordine costituito nel paese e abbattere il presidente Viktor Yanukovych.

Questa strategia si fonda nelle dottrine del professor Gene Sharp e della Political Defiance, in altre parole, della Sfida Politica, termine impiegato dal colonnello Robert Helvey, specialista della Joint Military Attache School (JMAS), al servizio della Defense Intelligence Agency (DIA). La dottrina descrive la forma per abbattere a un governo e conquistare il controllo delle istituzioni, mediante la pianificazione delle operazioni e la mobilitazione popolare per assaltare le fonti del potere dei paesi considerati ostili agli interessi e ai valori dell’Occidente (Stati Uniti).

Tale strategia ha determinato, in gran misura, la politica del regime change, la sovversione in altri paesi, senza ricorrere al colpo militare, incrementata dal presidente George W. Bush, nelle cosiddette “rivoluzioni colorate” in Europa e in Eurasia, così come nell’Africa settentrionale e in Medio Oriente. Spiego nel dettaglio e con prove contundenti come si porta a termine questa strategia nel mio libro, La Segunda Guerra Fría, e attualmente sto analizzando e scrivendo un altro volume, El Desorden Mundial, nel quale approfondisco lo studio su quello che è accaduto e avviene in vari paesi, soprattutto in Ucraina.

 

  • Oltre alla CIA, in che forma agiscono gli USA contro i governi di sinistra in America Latina?

 

MB – Non si tratta di un tema di carattere ideologico, ma di governi che non si sottopongono alle direttive di Washington. Una potenza mondiale come gli USA è più pericolosa quando inizia a perdere l’egemonia che non quando espandeva il suo impero. Il monopolio che ottenne dopo la Seconda guerra mondiale con la produzione della moneta internazionale di riserva – il dollaro – sta subendo la sfida della Cina, della Russia e del Brasile, il quale si è associato con questi paesi nella creazione della Banca Internazionale di Sviluppo (BID), come alternativa al FMI, alla Banca Mondiale, ecc.

Inoltre la presidente brasiliana, Dilma Rousseff, ha denunciato davanti all’ONU lo spionaggio da parte del NSA; ha respinto l’acquisto dei caccia americani, preferendolo aprire con la Svezia; ha rifiutato di cedere il pre-sal[ii] alle compagnie petrolifere americane e non si è allineata con gli Stati Uniti su altri temi di politica internazionale, come invece sì è accaduto in diversi paesi dell’America Latina.

 

  • Il governo del Venezuela sta denunciando la partecipazione di Washington nei tentativi di golpe. Si sta verificando lo stesso con il Brasile?

 

MB- Evidentemente esistono degli attori, professionisti ben pagati, che agiscono sia in Venezuela, Argentina e Brasile, appartenenti o meno alle ONG, al servizio dell’USAID, National Endowment for Democracy (NED) e altre entità americane. Non è stato un caso se il presidente russo, Vladimir Putin, ha chiesto la creazione di un registro di tutte le ONG che operano sul territorio russo e che fosse indicata la fonte delle loro risorse e come sono impiegate. Il Brasile dovrebbe fare qualcosa di simile. Le manifestazioni del 2013, così come quelle più recenti, in opposizione alla rielezione della presidente Rousseff, indubbiamente non sono state spontanee. Gli attori, con appoggio esterno, fomentano e incoraggiano la dura lotta di classe che c’è in Brasile, la quale è stata potenziata dal momento in cui un leader sindacale, Lula, è stato eletto presidente della Repubblica. I quotidiani brasiliani, come quelli tedeschi, hanno evidenziato che la maggior parte di quelli che hanno partecipato alle manifestazioni di domenica 15 (marzo [N.d.T.]), era gente della classe media alta e alta, cioè di chi ha soldi.

 

  • Secondo lei, quali sono gli interessi che Washington considera contrastati dal governo del PT per giustificare la partecipazione della CIA e dei gruppi imprenditoriali di destra, come quello dei fratelli Koch (industria petrolifera), nel finanziamento delle mobilitazioni contro Dilma? Il pre-sal, per esempio?

 

MB – Gli interessi sono compositi come ho spiegato poc’anzi. È molto strano il modo in cui si è avviata l’Operação Lava-Jato[iii], la quale è partita da una denuncia “premiata” e con un’ampia partecipazione da parte della stampa, ma priva delle prove materiali che dimostrassero quanto accaduto. Nella sua lettera testamento, il grande presidente Getúlio Vargas (1882-1954) aveva già denunciato che “La campagna sotterranea dei gruppi internazionali si è alleata con quella dei gruppi nazionali che si mostravano contrari al regime di garanzia del lavoro. (…) Contro la giustizia dell’emendamento del salario minimo si sono scatenati degli odi. Ho voluto sviluppare la libertà nazionale, mediante il potenziamento delle nostre ricchezze, creando la compagnia Petrobrás e, non appena questa comincia a funzionare, l’ondata di agitazione s’ingigantisce. L’Eletrobrás è stata ostacolata fino alla disperazione. Non vogliono che il lavoratore sia libero. Non vogliono che il popolo sia indipendente”.

 

  • Come interpreta lei la nascita di gruppi di destra in Brasile con un programma completamente allineato agli interessi degli USA?

 

MB – I gruppi di destra esistono in Brasile come in qualsiasi altro paese. Si sono ravvivati con la crisi economica scoppiata nel 2007-2008 e che ancora oggi continua in diversi paesi come il Brasile, dove hanno fatto irruzione con più ritardo rispetto all’Europa. La destra è stata sempre stimolata dagli interessi di Wall Street e dal complesso industriale USA, il quale è governato dalla corruzione, la cui porta girevole – esecutivi delle imprese/segretari del governo – non ha mai smesso di funzionare in tutte le amministrazioni che si sono succedute.

 

  • Tra gli organizzatori delle manifestazioni di protesta c’è gente sicuramente a favore della privatizzazione di Petrobrás e delle ricchezze nazionali. Queste persone manifestano un evidente complesso d’inferiorità nei confronti degli interessi stranieri. Come si potrebbe analizzare questo movimento alla luce della storia del Brasile? Siamo di nuovo di fronte al dilemma nazionalismo versus cedimento?

 

MB – È evidente che dietro all’’Operação Lava-Jato”, l’obiettivo che si vuole perseguire è quello di screditare la Petrobrás e le imprese statali per creare le condizioni che porteranno alla loro privatizzazione. Tuttavia sono sicuro che le forze Armate non lo consentiranno. Non interverranno nel processo politico né esistono le premesse per un colpo di Stato tramite l’impeachment della presidente Rousseff, contro la quale non esiste nessuna prova di corruzione, frode elettorale, ecc. Argomenti sempre usati nella liturgia sovversiva delle entità e dei leader politici che l’USAID, la NED e le altre organizzazioni che gli Stati Uniti patrocinano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

NOTE:

[i] Luiz Alberto Moniz Bandeira, analista politico, storico brasiliano.

[ii] Pre-sal,  parte del sottosuolo marittimo che si trova sotto uno strato di sale. Si stima che le maggiori riserve di petrolio, ancora inesplorata, sono presenti sotto lo strato del sottosuolo marittimo del Brasile, del Golfo del Messico e della costa occidentale dell’Africa. [N.d.T]

[iii] Operação Lava-Jato (Operazione Lavaggio delle Macchine), nome dato a un’investigazione realizzata dalla Polizia Federale del Brasile su presunti fatti di corruzione che ha visto coinvolta la compagnia petrolifera Petrobrás, mediante il movimento illegale di grosse somme di denaro che seguiva lo schema adottato del lavaggio del denaro sporco. In quest’operazione si sono visti coinvolti diversi uomini d’affari e politici dell’entourage della presidente Rousseff.

 

Geopolitica e politica estera USA, Brasile e Sudamerica

moniz-bandeiradi Luiz Alberto Moniz Bandeira – http://www.funag.gov.br

Quello che a continuazione si vuole presentare è un breve capitolo tratto dal volume Geopolitica e Politica Exterior. Estados Unidos, Brasil e America do Sul, Brasilia, Fundação Alexandre de Gusmão, 2009 del cattedratico ed esperto di politica estera brasiliana, Luis Alberto Moniz Bandeira.

Il volume di Moniz Bandeira veicola un messaggio ben chiaro per tutti popoli del Terzo Mondo e, in particolare, per quello latinoamericano: il processo di globalizzazione capitalista sta portando a compimento un’azione di trasformazione dei paesi sottosviluppati, cioè li sta riducendo a semplici segmenti del mercato internazionale; a livello endogeno controllato dalle grandi multinazionali e, a livello esogeno, dai centri del potere mondiale. Ciò ha provocato l’aggravarsi dell’asimmetria Nord-Sud che colpisce internamente a molti di loro, i quali sono caratterizzati da profonde differenze tra i settori agiati della popolazione e quelli più poveri; squilibri che generano conflitti sociali insanabili e incontrollabili forme di terrorismo. Se i paesi latinoamericani non mostreranno la volontà di rendere concreta una visione condivisa del mondo per essere più autonomi nel XXI secolo, saranno sottoposti all’arbitrio di un unico paese (USA). Il loro successo dipenderà dai singoli partecipanti, i quali devono tenere nella dovuta considerazione il fatto di agire in conformità a un consenso e a una partecipazione d’interesse regionale con proposte e progetti che siano vantaggiosi a tutti i paesi che conformano la regione. Questo si potrà avverare solo se si procede a un’analisi obiettiva delle grandi tendenze geopolitiche che in questo momento si possono osservare nel mondo.

La lotta per un mondo migliore deve partire dalla premessa che tutti gli uomini hanno lo stesso diritto al cibo, alla salute e all’educazione. Il semplice fatto di disattendere questo compito impellente equivarrebbe a che i paesi del subcontinente corrano il rischio di trasformarsi in segmenti del mercato internazionale, indipendentemente se oggi si scorge da più parti la tendenza di un multilateralismo mondiale. L’unica forma che hanno i latinoamericani di conservare la propria sovranità passa attraverso l’integrazione continentale che, insieme alla necessità di costruire un’identità e una cittadinanza latinoamericana, consenta di sviluppare uno spazio che irrobustisca la sovranità e l’indipendenza degli Stati che la configurano. Gli Stati che compongono quest’area potranno in questa maniera affrontare i problemi irrisolti della povertà, l’esclusione e l’ineguaglianza, in modo da consolidare l’unità di tutta l’America latina e Caraibi e così contribuire alla costruzione di un mondo multipolare ed equo.

Vincenzo Paglione

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Importanza Geopolitica del Sudamerica

La Seconda guerra mondiale rese visibile l’importanza geopolitica del Sudamerica nella strategia degli Stati Uniti, i quali dovevano assicurarsi non solo le fonti di materia prima – ferro, manganese e altri minerali indispensabili per la loro industria bellica – ma anche mantenere la sicurezza della retroguardia e quella dell’Atlantico meridionale. Il Brasile forniva agli Stati Uniti prodotti agricoli, caucciù, manganese, ferro e altri minerali strategici. Tuttavia la posizione che il Brasile occupava nel subcontinente si rivestiva di un’importanza geopolitica ancora maggiore, dovuto all’immenso spazio territoriale e alle risorse che possiede, oltre al fatto di confinare con tutti i paesi della regione (tranne il Cile e l’Ecuador). Esso occupa, per di più, gran parte del litorale dell’Atlantico del Sud e si colloca di fronte all’Africa occidentale. Gli Stati Uniti paventavano che le forze tedesche che si trovavano nelle coste del Senegal potessero avanzare in direzione delle Americhe, attraversando lo stretto Natal-Dakar, occupando l’arcipelago di Fernando Noronha fino a conquistare l’estremità “Nordestina” che comprende il Rio Grande do Norte, Paraíba, Pernambuco e Alagoas. Da lì la pressione esercitata sul Brasile affinché consentisse l’installazione di basi navali e aeree nelle principali città litoranee del Nordest, dove gli aerei della IV Flotta americana, insediata a Recife, eseguirono voli giornalieri attraverso il Cinturone dell’Atlantico Sud (Estremità Nordestina – isola dell’Ascenção – Africa) con la missione di pattugliare l’oceano, tra le basi di Natal e Ascenção. In quell’occasione gli aerei erano alla ricerca di sottomarini dell’Asse e, in particolare, di navi che rompevano il blocco mediante il trasporto di materia prima strategica dall’Asia per sostenere lo sforzo bellico della Germania.

L’estremità Nordestina dista solo 3.000 chilometri dal punto più occidentale dell’Africa francese e lì passano importanti rotte di traffico marittimo procedente dal Golfo persico e dall’Estremo Oriente con destinazione verso i porti ubicati al Nord dell’America del Sud, Caraibi e America settentrionale. La base aerea di Paranamirim-Natal, ceduta agli USA insieme alla base di Belém do Pará, rese possibile la costruzione di un ponte aereo, strategicamente fondamentale per il rifornimento delle truppe inglesi che combattevano nel nord dell’Africa e in Medio Oriente. Il quale, più tardi, servì anche per l’invasione dell’Europa, attraverso l’Italia, compreso l’appoggio alle operazioni militari in Estremo Oriente. Il pattugliamento aereo del Cinturone dell’Atlantico Sud, tra Recife e Ascensão, fu rafforzato da quattro gruppi-lavoro e aerei Liberators, navi della IV Flotta degli Stai Uniti, insediata a Recife, i quali affondarono diversi sottomarini di 1,200 t (U-848, U-849 e U-177), così come le navi rompi blocco – Esemberg, Karin, Wesserland, Rio Grande e Burgenland – navi che trasportavano merci dall’Oriente verso la Germania.

Dalla vittoria della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno cercato di consolidare la loro supremazia economica, politica, militare e culturale conquistata con la sconfitta tedesca e assoggettando l’Inghilterra, la Francia e gli altri paesi dell’Europa Occidentale. Anche se a parole condannavano le politiche che facevano riferimento alle sfere d’influenza e di equilibrio del potere, scommettendo sull’avvento di un’era di pace poggiata nella sicurezza collettiva dell’ONU, gli Stai Uniti non hanno mai rinunciato alla loro egemonia sull’America latina. Così come fecero nel 1919, attraverso il Patto della Lega delle Nazioni, sono stati molto solerti a evitare che l’ONU potesse esercitare direttamente qualsiasi influenza sulle questioni dell’Emisfero Occidentale. L’articolo 52 della Carta di San Francisco legittimò ulteriormente “l’esistenza di accordi od organismi regionali capaci di trattare su argomenti riguardanti la conservazione della pace e della sicurezza internazionali”.

In questa maniera, attraverso l’art. 52 della Carta di San Francisco, gli Stai Uniti riconfermarono la dottrina Monroe, assegnandosi il diritto di trattare unilateralmente i casi che eventualmente dovessero sorgere in America Latina, senza essere sottoposti a un eventuale veto da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Nel 1947 celebrarono insieme agli altri paesi della regione il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR), più noto come Trattato di Rio de Janeiro, il quale considera qualsiasi attacco al territorio di uno Stato americano come un attacco a tutti gli altri. Allo stesso tempo essi si compromettevano di risolvere le dispute amichevolmente prima di far ricorso all’ONU. Perciò con questo trattato si era demarcata la zona di sicurezza dell’emisfero tra il polo nord e l’estremo sud della Patagonia. L’anno successivo (1948), la 9° Conferenza Interamericana a Bogotà, diede nuovamente vita all’Unione Panamericana, sotto il nome di Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Ancora una volta con il proposito di escludere l’America Latina dall’immediata giurisdizione dell’ONU.

 

Zona strategica

La politica estera degli Stati Uniti ha solitamente mirato a promuovere gli interessi privati specifici[i] e quelli imprenditoriali, esercitando maggiore enfasi nel promuovere i mercati aperti, la libera iniziativa e il benvenuto agli investimenti stranieri. Obiettivi generalmente presentati come d’interesse per l’umanità[ii]. Persino la sua strategia globale da sempre è stata determinata dagli interessi e dalle necessità del proprio processo produttivo e da quello sociale. Ad esempio, l’assicurarsi le fonti di materiale strategico tali come i campi di petrolio del Venezuela, le miniere di stagno della Bolivia, le miniere del rame del Cile, ecc., presenti nell’America del Sud e mantenere aperte le linee di accesso, le vie di comunicazione e di trasporto nell’Atlantico Sud e nei Caraibi.[iii] L’ambasciatore Samuel Pinheiro Guimarães nella sua importante opera Quinhentos anos de periferia (Cinquecento anni di periferia), ha reso evidente che l’America Latina, al contrario di quanto molti immaginano, “è, di fatto, la zona strategica più importante per gli Stati Uniti”.[iv] Tuttavia all’interno dell’America Latina, configurata dai paesi collocati al di sotto dal Rio Grande o Rio Bravo del Nord, l’America del Sud costituisce la regione che presenta la maggiore importanza geopolitica nella strategia degli Stati Uniti, dovuto al suo enorme potenziale economico e politico. Sono dodici paesi inseriti all’interno di uno spazio contiguo di 17 milioni di chilometri quadrati, il doppio degli Stati Uniti (9.631.418 km2). Con una popolazione, nel 2007, di approssimativamente 400 milioni di abitanti, anche questa superiore a quella degli Stati Uniti (303,8 milioni), rappresentando all’incirca il 67% di tutto il cosiddetto territorio dell’America Latina e il 6% della popolazione mondiale con un’integrazione linguistica omogenea, poiché la stragrande maggioranza parla portoghese o spagnolo, lingue che sono in sintonia tra di loro. Inoltre l’America del Sud possiede grandi riserve d’acqua dolce e biodiversità, enormi ricchezze per quanto concerne le risorse minerali ed energetiche – petrolio e gas, pesca, agricoltura e allevamento -. L’integrazione attraverso il Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) con i paesi della Comunità Andina (CAN), Cile e Venezuela[v], consente la creazione di una massa economica che si può calcolare, secondo dati del 2007, in più di US$ 3 mila miliardi, cioè maggiore di quella della Germania (US$ 2,8 mila miliardi), calcolata sulla base della parità di potere d’acquisto.

L’importanza geopolitica dell’America del Sud nella strategia degli Stati Uniti per il mantenimento dell’egemonia globale è, in larga misura e intrinsecamente, vincolata alla sua dimensione economica e commerciale. Per questa ragione il presidente George W. H. Bush dichiarò il 27 giugno 1990 The Enterprise of the Americas Initiative (EAI), con il fine di istituire una zona di libero scambio da Anchorage, in Alaska, fino alla Terra del Fuoco. Il presidente William J. Clinton (1993-2001), che l’ha succeduto, ravvivò l’idea e presentò la proposta, unilateralmente, agli altri capi di Stato, nel Summit delle Americhe, svoltosi a Miami, tra il 9 e l’11 dicembre 1994, sotto il nome di Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA). Questa proposta d’integrazione economica regionale celava, però, obiettivi politici concernenti la sicurezza continentale, da raggiungere attraverso l’irrobustimento delle istituzioni democratiche e la lotta contro il narcotraffico e il terrorismo. Minacce, queste ultime, che hanno sostituito la sovversione e il comunismo nell’agenda militare degli Stati Uniti, dopo lo smantellamento del Blocco Socialista e dell’Unione Sovietica. Il colonnello (ritirato) Joseph R. Núñez, dell’Esercito degli Stati Uniti, ha evidenziato in uno studio pubblicato dal Strategic Studies Institute, dell’U.S. Army War College, che “with current concerns about the Free Trade Area of the Americasand the strength of democratic regimes, along with the growing needfor homeland—even hemispheric—security, it is most important that we  eriously consider new ways to respond to our strategic situation”.[vi]

In realtà quello che gli Stati Uniti pretendevano con la creazione dell’ALCA, così come con quella dell’APEC (Asia-Pacif Economic Cooperation) e l’avvio di più di duecento accordi commerciali, tra i quali quello dell’Uruguay Round, era la costruzione di una rete di accordi internazionali con lo scopo di plasmare il sistema economico mondiale e farlo funzionare a proprio beneficio. Gli Stati Uniti sarebbero assurti come il maggior centro dinamico dell’economia mondiale del XXI secolo. La stessa segretaria di Stato, Madeleine K. Albright, in quell’occasione dichiarò che: “(…) We must continue shaping a global economic system that works for America”.[vii] E l’ambasciatrice Charlene

Barshefsky, nella sua investitura di capo dell”United States Trade Representative (USTR), si fece sostenitrice dell’approvazione del fast track, nell’ambito dell’House of Representatives, argomentando che il principio sottostante della politica commerciale dell’amministrazione del presidente Clinton era quello “to support U.S. prosperity, U.S. jobs and the health of the U.S. companies[viii].

Secondo quanto dichiarato dall’ambasciatore Samuel Pinheiro Guimarães, l’ALCA formava parte della strategia per il mantenimento dell’egemonia economica e politica degli Stati Uniti sull’America meridionale giacché, al di là delle considerazioni su una tradizionale area del libero commercio, l’ALCA, se fosse stata introdotta, avrebbe coinvolto impegni internazionali nelle differenti aree del commercio su beni e servizi, investimenti diretti, acquisti statali, patenti industriali, norme tecniche e, quasi certamente, medio ambiente e legislazione del lavoro[ix]. Il suo principale scopo si fondava sulla realizzazione di un insieme di regole che avrebbero incorporato i paesi dell’America meridionale, in particolar modo il Brasile, nello spazio economico (e nel sistema politico) degli Stati Uniti, in forma asimmetrica e subordinata. In termini pratici ciò avrebbe limitato la loro capacità di formulare ed eseguire delle proprie politiche economiche per attrarre e disciplinare gli investimenti stranieri, ampliare la capacità industriale presente sul territorio, stimolare la creazione e l’integrazione delle catene produttive, promuovere l’effettivo trasferimento di tecnologia e l’irrobustimento del capitale nazionale[x]. La proposta sulla formazione di una Zona di Libero Scambio delle Americhe (ALCA), come il versante economico della strategia globale degli Stati Uniti per conservare l’egemonia nell’emisfero, si è coniugata con l’attuazione delle misure neoliberali deliberate dal Consenso di Washington (consenso tra il Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti). Queste organizzazioni sostengono la privatizzazione delle aziende statali, la deregolamentazione dell’economia e la liberalizzazione unilaterale del commercio estero. Lo Stato, pertanto, è tenuto a ritirarsi dall’economia, sia come imprenditore sia come regolatore delle transazioni domestiche e internazionali, assoggettandola alle forze del mercato. La disposizione del Consenso di Washington è stata quella di ridurre il ruolo dello Stato, ridurlo al minimo, creare uno Stato – minimo, il che significa in termini di globalizzazione, impedire la sovranità nazionale dei paesi dell’America meridionale (ma anche quella dei paesi degli altri continenti), con la conseguente consegna di tutto il potere economico alle corporazioni transnazionali, la maggior parte delle quali sono americane. Queste corporazioni si sono impadronite delle aziende statali, messe all’asta dai singoli governi sotto il segno della privatizzazione, il che ha significato nella maggior parte dei casi, la loro alienazione.

Quello che si è preteso di fare è stato dischiudere il mercato latinoamericano o, nello specifico, il mercato sudamericano, alla concorrenza, consegnando alle corporazioni transnazionali e ai loro investitori e banchieri la libertà di spostare capitali, beni, impianti industriali, profitti e tecnologie, senza che i governi nazionali frapponessero degli ostacoli. Nell’ambito di questa cornice economica, i paesi dell’America meridionale dovevano abdicare alla loro sovranità, disarmandosi militarmente e accettando l’alienazione del potere giudiziario nazionale, le cui funzioni si sarebbero trasferite a una commissione internazionale d’arbitraggio con la facoltà di giudicare qualsiasi controversia tra lo Stato nazionale e le megaimprese multinazionali degli Stati Uniti. Con l’entrata dell’ALCA queste aziende avrebbero acquisito un potere superiore a quello degli Stati nazionali, seguendo la scia dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti (AMI), in fase di negoziato, ma non ancora concluso[xi], nell’ambito dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCDE). Lo scopo di quest’operazione era di stabilire norme multilaterali per la regolamentazione, liberalizzazione e protezione degli investimenti stranieri e impedire qualsiasi intervento da parte dello Stato sulle utilità finanziarie di proprietà delle persone fisiche o giuridiche straniere che sono presenti in un determinato paese.

Tuttavia verso la fine degli anni novanta del secolo scorso, dopo aver applicato le misure neoliberali preconizzate dal Consenso di Washington, il generale Charles E. Wilhelm, comandante in capo del Southern Commannd degli Stati Uniti (USSOUTHCOM), riconobbe che, nel suo settore di pertinenza, l’America del Sud “democracy and free market reforms are not delivering tangible results to the people” e le nazioni presenti in quella regione si trovavano in una condizione economicamente peggiore di quella anteriore alla restaurazione democratica “Can democracy survive without an economic system that produces adequate subsistence and services for the majority of its citizens?”[xii].

Anche Henry Kissinger nella sua opera Does America Need a Foreign Policy, confessò che “neither globalization nor democracy has brought stability to the Andes[xiii]. Ugualmente la Bolivia, durante i 15 anni nei quali il paese si presentò al mondo come esempio del modello neoliberale (dal 1985 al 2000), il deterioramento delle condizioni di vita della popolazione si era incrementato a dismisura e attinse soprattutto i contadini, portando alla miseria più dell’80% della popolazione rurale. E, durante l’inaugurazione di un seminario, quando si lanciò la proposta di una Strategia Boliviana per la Riduzione della Povertà (EBRP), lo stesso presidente Hugo Banzer si rammaricò del fatto che nemmeno la stabilità economica avrebbe contribuito a diminuire gli indici di povertà in cui viveva la popolazione. Nell’anno 2000 era costituito da più della metà della popolazione boliviana (63%), in modo particolare quella di origine indigena. La questione agraria, che la rivoluzione del 1952 cercò di rendere più equa, mediante la ripartizione dei latifondi e la distribuzione delle terre per i lavoratori rurali, diventò nuovamente una grave fattore di tensioni con conseguente irruzione di conflitti sociali[xiv].

La debacle economica e finanziaria dell’Argentina che non ebbe altra scelta se non quella di applicare il default con conseguente sospensione dei pagamenti del debito estero nel bel mezzo di un’acuta crisi politica e sociale, rese evidente il carattere perverso del modello neoliberale. Il professore nordamericano, Paul Krugman, non si sbagliava quando commentava in un suo articolo apparso sul New York Times, nel quale scriveva che “il fallimento catastrofico” (catastrophic failure) delle politiche economiche imposte a quel paese con il timbro “made in Washington”, rappresenta un altrettanto disastro della politica estera degli Stati Uniti, così come il più grande rovescio per la proposta dell’ALCA[xv]. I negoziati per l’introduzione dell’ALCA, il cui obiettivo era l’effettiva applicazione della Dottrina Monroe all’economia e al commercio della regione, non giunsero, nei fatti, a nessun risultato, dovuto all’opposizione da parte del Mercosur. Il Brasile e l’Argentina in testa, rifiutarono, inter alia, le pretese avanzate dagli Stati Uniti sugli investimenti e i servizi, così come altre regole relative alle patenti, rafforzando quelle già esistenti nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Rigettarono, inoltre, l’apertura del mercato degli acquisti statali, il che avrebbe impedito allo Stato, il maggiore consumatore di beni capitali, di impiegarli a beneficio delle aziende nazionali e di quelle straniere insediate nel paese[xvi].

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

NOTE:

[i] Lars Schoultz, Beneath the United States. A History of. U.S. Policy Toward Latin America, 1998, p. 373.

[ii] Ibid., p. 10.

[iii] Jan K. Black, Sentinels of Empire – The United States and Latin American Militarism, New York, Greenwoodpress, 1986, p. 10.

[iv] Samuel Guimarães Pinheiro, Quinhentos anos de periferia, Porto Alegre – Rio de Janeiro, Editora da Universidade/UFRGS – Editora Contraponto, 1999, p. 99.

[v] Il presente volume fu elaborato da Moniz Bandeira quando il Venezuela, insieme all’Argentina, non era ancora membro a pieno titolo dell’organizzazione (ne entrerà a formar parte il 31 luglio 2012) e quando il Paraguay non era stato ancora sospeso dalla stessa [N.d.T.]

[vi] Colonnello Joseph R. Núñez, A 21st Century Security Architecture For The Americas: Multilateral Cooperation, Liberal Peace, And Soft Power, agosto 2002, in http://www.strategicstudiesinstitute.army.mil/pubs/display.cfm?pubID=15

[vii] Secretary of State-Designate Madeleine K. Albright. Prepared statement before the Senate Foreign Relations Committee, as released by the Office of the Spokesman, Department of State, Washington, D.D., January 8, 1997. http://www.secretary.state.gov/statements/970108a.html

[viii] Barshefsky statement before House Trade Panel 3/18, U.S. Information and Texts, N° 011, March 20, 1997, p. 42.

[ix] Samuel Pinheiro Guimarães. “ALCA para principiantes”; “Como será a ALCA”, manoscritti.

[x] Ibidem.

[xi] Questo progetto di Accordo Multilaterale sugli Investimenti (AMI), iniziò a essere negoziato, in totale segreto, dai paesi dell’OCDE, nel 1995. Ma una volta diventato pubblico, i negoziati furono sospesi intorno alla fine del 1998, dovuto all’insorgere di problematiche economiche e alla severa opposizione che subì.

[xii] Statement of General Charles E. Wilhelm, commander-in-chief, U.S. Southern Command, Before the Senate Caucus on International Narcotics Control, March 23, 2000.

[xiii] Henry Kissinger, Does America Need a Foreign Policy. Toward a Diplomacy for 21st Century, New York, Simon & Schuster, 2001, p. 136.

[xiv] Si veda Luiz Alberto Moniz Bandeira, Brasil, Argentina e Estados Unidos – Conflito e integração na América do Sul (Da Tríplice Aliança ao Mercosul), Rio de Janeiro, Editora Revan, 2ª. ed., 2003, pp. 554-555.

[xv] Paul Krugman – “Crying with Argentina”, in The New York Times, NY, 1.1.2002.

[xvi] Samuel Pinheiro Guimarães, Desafios brasileiros na Era dos Gigantes, Rio de Janeiro, Contraponto Editora, 2006, p. 282.

I nuovi trattati di libero commercio che gli USA stimolano

TTIP

di Juan Manuel Karg* – omal.info

Questo mese di novembre l’America latina compie dieci anni dal “No all’ALCA”, con il quale i paesi della regione respinsero l’introduzione di un gigantesco accordo guidato dagli USA. A quel tempo i nostri paesi decretarono un principio anticiclico in uno dei momenti di maggior apogeo del liberoscambismo su scala globale. Oggi, dieci anni dopo, quali sono i nuovi trattati che gli USA stanno stimolando? Perché sono contro i BRICS, ovvero contro quei paesi emergenti che hanno attivato l’economia a livello mondiale negli ultimi anni? Qual è la disputa, in termini internazionali tra gli Usa e la Cina, scatenata da questa circostanza?

  • Il Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Già firmato, abbraccia dodici paesi che compongono il 40% del PIL mondiale: USA, Messico, Perù, Cile, Giappone, Vietnam, Singapore, Brunei, Malaysia, Australia e Nuova Zelanda. Come ogni accordo di libero commercio che si caratterizzi, esso si fondamenta sulle asimmetrie esistenti tra i membri che lo compongono, il che favorisce enormemente agli USA, il principale interessato nel vederlo materializzarsi – e che sarà approvato dal Congresso nei prossimi mesi -.

Il TPP nasce, inoltre, con un’altra finalità malcelata: cercare di consolidare un contrappeso all’interno della Cina e del suo processo di crescita nel blocco asiatico. In altre parole, proprio all’interno della zona d’influenza della nuova potenza economica mondiale. Il Giappone, socio privilegiato degli USA nell’area, è il “Cavallo di Troia” che porterà avanti questa strategia pensata da Washington di fronte al veloce spiegamento da parte del gigante asiatico. Le parole di Obama sul TPP, lo stesso giorno in cui questo è stato firmato, sono state eloquenti: “Non possiamo consentire che paesi come la Cina detti le regole dell’economia mondiale”.

  • Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP). Ancora in fase di negoziazione, il TTIP è il tentativo di avanzata verso un’area di libero commercio tra gli USA e l’Unione Europea (UE). I negoziati avvengono in un momento in cui la periferia del Vecchio Continente soffre una serie di agitazioni dovute alla disoccupazione e all’ineguaglianza come prodotto di un lustro di decrescita economica iniziato con la caduta della Lehman Brothers negli USA. Con l’ineludibile condizione del segreto dei negoziati – qualcosa che condividono i suoi pari TPP e TISA – il TTIP possiede una caratteristica che lo contraddistingue dagli altri trattati: prevede la creazione di un tribunale di arbitraggio che operi separatamente dal sistema giuridico di ogni paese con l’obiettivo di “proteggere gli investimenti stranieri”. Come si può osservare, esso costituisce un’impalcatura che favorisce le transnazionali, le quali saranno le principali a beneficiare di questa vera foga contro gli Stati nazionali.

Una recente mobilitazione di massa che si è tenuta a Berlino contro il potere dell’UE oltre Bruxelles, ha dimostrato che i lavoratori europei sono in allerta di fronte all’avanzata dei negoziati del TTIP. Nella foto del corteo di 250 mila persone, pubblicata sui quotidiani, si coglie una certa analogia con quanto accaduto in America latina agli inizi di questo secolo quando importanti mobilitazioni in Argentina, Brasile e Venezuela contribuirono  a che Kirchner, Lula e Chávez dichiarassero con fermezza, no all’ALCA.

  • Il Trade in Services Agreement (TISA). Negoziato nella maggiore segretezza. Wikileaks recentemente ha diffuso alcuni dei punti principali di quest’accordo sui servizi su scala mondiale. Si descrive che il TISA consentirà alle corporazioni finanziarie di esportare i dati personali dei consumatori di tutto il mondo, entrando in contraddizione con le attuali leggi in vigore sulla protezione dei dati, ad esempio, come quelle esistenti nell’Unione Europea. Un altro dei punti roventi del TISA risiede nella pretesa da parte delle compagnie finanziarie internazionali di poter essere esentate dal rispetto delle normative di un paese nel quale desiderano stabilirsi, se le loro attività sono consentite in quello di origine. Ad esempio ciò abiliterebbe in altri continenti l’avvio di tutta una serie di prerogative da parte di aziende americane, alle quali Washington abbia dato loro il visto buono.

Australia, Canada, Cile, Colombia, Corea del Sud, Costa Rica, Stati Uniti, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Svizzera, Taiwan, Turchia e la Commissione Europea sono gli attori che proseguono i negoziati di questo “accordo” nel settore dei servizi. L’Uruguay ha deciso di allontanarsi dopo la presa di posizione da parte del partito del governo Frente Amplio, il quale ha ratificato il rifiuto dichiarato dalla maggioranza dei paesi che conformano il MERCOSUR, dove affermano di non partecipare a questi accordi che impongono condizioni leonine. Tuttavia la continuità nei negoziati da parte del Paraguay – anche lui membro fondatore del blocco – costituisce un dato di fatto sul quale prestare particolare attenzione a soli quattro anni dal colpo parlamentare contro Fernando Lugo (avvenimento che, in definitiva, ha reso possibile anche questa scelta).

È necessario chiudere quest’articolo con alcune conclusioni sulla congiuntura economica internazionale di questi ultimi anni. In primo luogo, lo sfondo sul quale si svolgono tutti questi negoziati ruota intorno al tentativo da parte degli USA di colpire la Cina in un momento in cui l’economia orientale continua a essere il motore che muove il mondo: il 7% della crescita prevista da Beijing per i prossimi anni – anche se minore al 14% registrato alcuni anni fa – è più indicativo che quel magro 2% di cui s’inorgogliscono gli USA. D’altra parte si vuole colpire anche la Russia, l’India, il Brasile e il Sudafrica; paesi emergenti, che sono riusciti insieme ai paesi con governi neoliberali della regione, a far sentire la loro crescente voce nelle istituzioni internazionali, diminuendo l’influenza degli USA e dell’UE. La decisione di Washington sembra ormai presa: lanciare un’offensiva contro l’idea di “nuovo mondo multipolare”, attraverso una massiccia liberalizzazione commerciale che possa sollevare la loro tendenza di debolezza e confrontarsi con – le ormai inequivocabili – economie emergenti.

Infine gli USA cercano di “aprire” per, in verità, chiudere, nel tentativo d’individuare la forma per rivitalizzarsi in un momento messo a soqquadro dalle sue aspirazioni, sia dal punto di vista geopolitico che da quello geoeconomico. Ci riuscirà?

* politologo UBA e analista internazionale, Ciudad Autónoma de Buenos Aires, Argentina.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

EXXON Mobil e la geopolitica petrolifera imperialista

Exxon Mobil

di Adrián Figueroa León* 
http://www.omal.info

¿Quali sono le radici della Exxon Mobil?

Exxon Mobil è un’impresa erede della Standard Oil Company, fondata da John Rockefeller nell’anno 1870. Essa si costituì come il primo grande monopolio del settore petrolifero che, nel suo momento di maggiore spicco, giunse a dominare tutti i processi concernenti l’esplorazione, la produzione, la raffinazione e la commercializzazione, fino a controllare il 90% del mercato dell’energia americano.

La società nordamericana e il suo governo le imposero una legge antimonopolio nel 1911, la quale obbligava a Rockefeller di smembrare la Standard Oil Company in varie aziende. Tuttavia questa misura non produsse dei grandi risultati su questo megaemporio petrolifero che, per giunta, controllava la rete ferroviaria addetta al settore dei trasporti degli idrocarburi, la Union Tanker Car Company [1].

Exxon Mobil, anche conosciuta a livello mondiale come ESSO, formò parte del gruppo delle “7 sorelle petroliere”, denominate così da Enrico Mattei – fondatore dell’ENI –, poiché facente parte del cartello petrolifero più potente del pianeta. Questo cartello si ripartì il mondo per il controllo del petrolio, mediante la stipulazione di accordi segreti. Lo compongono la Standard Oil of New Jersey; la Texas Oil Company; la Standard Oil di California; la Gulf Oil Corporation; la Socony Mobil Oil; la Royal Dutch-Shell e la British Petroleum. Secondo Bergier e Thomas (1968) [2] queste aziende lottavano in qualsiasi parte del mondo dove fosse presente un pozzo di petrolio e si battevano contro qualunque iniziativa sovrana da parte di qualche paese produttore di petrolio. La storia di questa corporazione petrolifera che forma parte del Complesso Militare Industriale Finanziario e delle Comunicazioni nordamericano, è una storia che si contraddistingue dalla spoliazione, l’evasione delle imposte, l’ingerenza, le aggressioni all’ambiente e le violazioni sistematiche del diritto internazionale. Inoltre è intimamente collegata con il Dipartimento di Stato e con i settori dell’estrema destra nordamericana.

Persino il celebre scrittore Steve Coll [3] ha avuto il coraggio di documentare nel suo libro Private Empire Exxon Mobil and American Power, che l’Exxon Mobil è una superpotente corporazione petrolifera che ha come unico obiettivo quello di controllare le riserve d’idrocarburi del pianeta e per raggiungere questo scopo commette crimini e agisce ai margini delle leggi internazionali.

Vale la pena menzionare che l’Exxon Mobil è stata una delle principali aziende che finanziò la campagna elettorale del repubblicano George W. Bush e ha un avuto un peso vitale al momento di decidere se avviare l’aggressione contro l’Iraq.

Questa corporazione petrolifera è stata la responsabile a che gli Stati Uniti, in quanto paese con il maggiore consumo di energia del pianeta, rifiutassero il Protocollo di Kyoto che stabiliva la riduzione dei gas serra. Inoltre è additata d’influenzare il governo nordamericano e di manipolare l’opinione pubblica, affinché non prendesse nessuna misura contro il riscaldamento globale. Ha persino raggruppato trenta organizzazioni per concepire una strategia mediatica che mettesse in dubbio il processo di cambio climatico. [4]

È stata anche l’azienda che nel 1989 provocò il catastrofico disastro ecologico in Alaska con la fuoriuscita di petrolio da parte della nave Exxon Valdez.

Secondo quanto hanno segnalato Thomas Seifer e Werner Klaus (2008) [5] Exxon Mobil ha partecipato in operazioni di estrazione nelle acque dell’Angola, paese che dipende del 90% delle imposte petrolifere. La stragrande maggioranza di quelle entrate è stata impiegata per finanziare una sanguinosa guerra civile in quel paese.

Exxon Mobil ha costruito un oleodotto di 1.070 kilometri tra il Ciad e il Camerun. Il governo del Ciad ha utilizzato una parte del denaro ricevuto per acquistare armi. Per giunta, durante la costruzione dell’oleodotto, sono state commesse violazioni dei diritti umani contro le persone che in qualche modo si erano opposte contro questo impianto petrolifero.

In Indonesia Exxon Mobil ha collaborato con l’esercito dell’ex dittatore Suharto [6] accusato di aver commesso crimini contro l’umanità, tra i quali si possono elencare le esecuzioni di massa e le sparizioni forzate. Nel 2001 la popolazione indonesiana ha accusato l’Exxon Mobil davanti a un tribunale nordamericano per la sua complicità durante le esecuzioni illegali, le sparizioni forzate e le torture eseguite dai soldati indonesiani. Tuttavia questa inchiesta si è arenata perché il governo nordamericano comunicò alla Corte di lasciar andare questo caso, giacché avrebbe potuto nuocere gli interessi degli USA.

Allo stesso modo Exxon Mobil è stata responsabile della distruzione dell’habitat nei paesi come la Nigeria, l’Ecuador, il Perù e la Colombia, come conseguenza dello sfruttamento predatorio e irrazionale degli idrocarburi.

Perché la Exxon Mobil dichiara guerra contro il Venezuela?

Nonostante l’attività petrolifera in Venezuela fosse controllata per circa 90 anni dalle grandi transnazionali, con l’arrivo del Comandante Hugo Chávez alla Presidenza della Repubblica si è iniziata a strutturare una politica petrolifera innanzitutto nazionale, vincolata alla sovranità e all’interesse del popolo venezuelano.

Allo stesso modo si sono avviati un insieme di azioni da parte dello Stato venezuelano favorevoli al recupero del giusto valore del petrolio, il diritto di amministrarlo sovranamente a favore degli interessi del popolo venezuelano e il suo impiego come strumento per risolvere le asimmetrie in ambito energetico verso l’avanzata dell’ideale bolivariano dell’unione dei popoli dell’America latina.

Tra gli eventi salienti dello Stato venezuelano si può citare quello sull’approvazione delle norme a livello costituzionale che sono state incorporate negli articoli 302 e 303 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dove si legge che lo Stato si riserva la funzione di gestire gli idrocarburi per ragioni strategiche, sovrane e d’interesse nazionale.

Allo stesso modo viene approvata nel 2001 e con successiva riforma nell’anno 2006, la Legge Organica degli idrocarburi, la quale regola tutto quanto concerne l’esplorazione, lo sfruttamento, la raffinazione, l’industrializzazione, il trasporto, l’immagazzinamento, la commercializzazione e la conservazione degli idrocarburi. Così come anche tutto quello che concerne i prodotti raffinati e i processi che questo tipo di attività richiede.

Vale la pena non perdere di vista i precedenti che si stanno elencando, giacché sotto questo nuovo regime fiscale e con la politica della Piena Sovranità Petrolifera, il Venezuela non solo recupera il controllo dell’attività degli idrocarburi da parte dello Stato venezuelano, ma anche una nuova visione politica del Governo Bolivariano, fondata sul principio di Sovranità, Indipendenza e la subordinazione dell’attività petrolifera all’interesse popolare, con la quale si dà inizio alla gestazione di una campagna di aggressione da parte dei grandi centri del potere mondiale con l’appoggio dell’oligarchia venezuelana, che in precedenza controllava la rendita petrolifera a favore dei propri interessi antinazionali.

In questa maniera il Venezuela si trasforma in un laboratorio, dove si applicano le diverse formule destabilizzanti dello Stato venezuelano e del suo potere politico, tali come il colpo di stato del 2002, il sabotaggio petrolifero (2002-2003), il sabotaggio elettrico, il paramilitarismo e la guerra economica.

Mediante la politica della Piena Sovranità Petrolifera si riesce a capovolgere il nefasto Accordo Petrolifero, il quale si contraddistingueva per la sua politica pusillanime e antinazionale che aveva smontato il regime fiscale con la diminuzione delle entrate e con la conseguente privatizzazione di una buona parte delle attività di PDVSA, facendo uso di meccanismi come gli Accordi Operativi e le cosiddette Associazioni Strategiche.

Nell’ambito della politica venezuelana sulla Piena Sovranità Petrolifera [7], il 27 febbraio 2007 si promulga un decreto di nazionalizzazione degli accordi di associazione della fascia petrolifera dell’Orinoco e gli accordi di sfruttamento a Rischio e Guadagni Condivisi che si erano stipulati con le ditte transnazionali.

Sulla base del decreto di nazionalizzazione della fascia petrolifera dell’Orinoco si procedette con la riconversione di tutti i progetti che si sviluppavano in quel luogo, dove operavano le transnazionali British Petroleum, Total, ENI, Statoil, ecc., con l’introduzione della compartecipazione mista. Solo due ditte non vollero né negoziare né accettare la subordinazione al nuovo regime fiscale venezuelano. Queste ditte sono la Conoco Phillips e l’Exxon Mobil.

Exxon portò avanti una serie di azioni legali contro PDVSA, attraverso tribunali internazionali. Avvalendosi dell’uso di stratagemmi mediante i tribunali britannici, cercò di fare pressione su PDVSA, chiedendo alla principale compagnia petroliera statale venezuelana un indennizzo di oltre 12 miliardi di dollari per aver nazionalizzato l’area di Cerro Negro, dove operava l’Exxon Mobil.

In seguito l’Exxon Mobil, impegnata a porre in scacco PDVSA e la Repubblica Bolivariana del Venezuela, intraprese una serie di manovre legali come l’arbitraggio internazionale davanti ai tribunali britannici e olandesi – figura introdotta durante l’Accordo Petrolifero – con lo scopo di ottenere i 12 miliardi di dollari in beni congelati. Tuttavia la Camera di Commercio Internazionale concede a Exxon Mobil un indennizzo di 908 milioni di dollari. Exxon ripresenta un’altra querela a PDVSA attraverso il CIADI (Centro Internazionale per il Concordato delle Differenze Riguardanti gli Investimenti), la quale ne esce con un accordo favorevole, giacché il CIADI pronunciò il verdetto per 1.591 milioni di dollari dei quali PDVSA aveva già pagato 907 milioni di dollari.

Con la sentenza del CIADI del 2014 si sono ridotte le ambizioni dell’Exxon Mobil, la quale rimane esclusa dalla possibilità di fare affari con il Venezuela. Tuttavia questa predatrice transnazionale della geopolitica dell’impero nordamericano, è tornata alla carica contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, inserendosi il 5 marzo 2015 nel blocco Stabroek, appartenente alla zona marittima della Guyana Esequiba o Territorio Esequibo, il quale è in reclamo da parte del Venezuela, a soli alcuni minuti dal maggior serbatoio di petrolio del pianeta.

* Adrián Figueroa León, Dottore in Scienze dei Rapporti Internazionali dell’università Militare Bolivariana del Venezuela (UMBV). Ricercatore di temi energetici nell’ambito dell’America latina e Caraibi preso l’Universidad Militar Bolivariana de Venezuela (UMBV), http:comitesocialista.blogspot.com

  

Note:

 [1] Lepic, Arthur (2005): Exxon Mobil, proveedor oficial del imperio. Pagina disponibile nell’URL http://www.voltairenet.org/article124563.html

[2] Bergier, Jacques; Thomas Bernard (1968): La guerra Secreta del Petróleo, Barcelona, España, Plaza y Janes Editores.

[3] Steve Coll (2012): Los secretos sucios de ExxonMobil en Indonesia, Nigeria y Washington: Pagina disponibile nell’URL http://www.democracynow.org/es/blog/2012/5/7/steve_coll_y_los_secretos_sucios_de_exxonmobil_en_indonesia_nigeria_y_washington

[4] El Lado Oscuro de la Exxon Mobil (2008) , Pagina disponibile nell’URL http://elpoderdelconsumidor.org/empresas/el-lado-oscuro-de-exxon-mobil/

[5] Seifer, Thomas; Werner Klaus (2008): El Libro Negro del Petróleo, una historia de codicia, guerra, poder y dinero, Le Monde Diplomatique, Buenos Aires, Argentina.

[6] Indonesia: What did Mobil Kwow?, Business Week, 28/12/1998.

[7] PDVSA(2013) Serie Programa de Educación Soberanía y Siembra Petrolera, No 1, Caracas, Venezuela.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Borón: il ritorno della geopolitica e le sue ragioni

di Atilio Alberto Borón*

Guardando le novità editoriali che negli ultimi tempi sono state pubblicate sul tema dei rapporti internazionali – o se si preferisce utilizzare un linguaggio “politicamente scorretto” ma più diafano e accessibile: l’imperialismo – si osserva la crescente presenza di opere e autori che fanno riferimento alla problematica geopolitica. La subitanea irruzione di questa tematica ci spinge a condividere una breve riflessione per due buone ragioni. La prima, perché il tema e la parola che da molto tempo erano stati espulsi, apparentemente per sempre, dall’ambito degli studi internazionali, ora si ripresenta. Proponiamo l’ipotesi, in secondo luogo, che la sua reintroduzione non presenta nulla di casuale o accidentale, bensì è un sintomo che trascende il piano della teoria e quello della semiologia: la decadenza dell’impero nordamericano.

Per quanto concerne il primo caso possiamo affermare che l’abbandono della prospettiva geopolitica non solo avvenne negli studi dei mandarini accademici, il che non rappresenta motivo di alcuna preoccupazione, ma si è fatto sentire anche nelle opere dei pensatori di sinistra, il che costituisce causa d’inquietudine. A tal punto che, e tanto è cambiato in così breve tempo, una volta conclusa la redazione del mio libro, América Latina en la Geopolítica del Imperialismo, verso la metà del 2012, e al procedere al suo ultimo esame prima di spedirlo in tipografia, pensai che fosse stato necessario introdurre un lungo paragrafo, che parzialmente riprodurrò di seguito per rispondere ai molti amici e compagni che, conoscitori della problematica che stavo indagando, mi esternarono la loro meraviglia, e in alcuni casi il loro dissenso, per il fatto di aver focalizzato la mia attenzione verso un tema, la geopolitica, associato alle motivazioni della destra più reazionaria e razzista. Da questo presupposto ho sentito la necessità di esprimere quanto segue come scritto nelle pagine iniziali del libro:

Alcune parole, precisamente, sulla problematica geopolitica. Si tratta di un aspetto che in genere la sinistra ha impiegato più tempo del conveniente nello studiare, dovuto a una serie di ragioni che non possiamo che esporre sommariamente: concentrazione nell’analisi di temi “nazionali”; visione economicista del sistema internazionale e dell’imperialismo; disprezzo della geopolitica per via della genesi reazionaria di questo pensiero e per l’uso che ne fecero le dittature militari latinoamericane degli anni settanta e ottanta del secolo scorso. La generalizzazione del concetto e le teorie della geopolitica sono presenti nell’opera di un geografo e generale tedesco, Karl Ernest Haushofer, il quale suggerì una visione fortemente determinista dei rapporti tra spazio e politica e l’inevitabilità della lotta internazionale tra i diversi Stati per assicurarsi quello che, utilizzando un concetto di sua paternità, qualificò come “spazio vitale” (Lebensraum). Il discredito di questa teoria ha a che fare con il fatto che il concetto di Lebensraum fu impiegato da Hitler per giustificare l’espansionismo tedesco che culminò con la Seconda guerra mondiale. Haushofer ebbe come fonte d’ispirazione l’opera di un geografo politico britannico, Halfor John Mackinder, il quale nel 1904 aveva scritto un molto autorevole articolo su “Il pivot [i] geografico della storia”. [1]

Credo che le ragioni per le quali dobbiamo da sinistra recuperare la problematica geopolitica – che già esisteva, anche se espressa con un altro linguaggio, nel marxismo classico! – sono d’altronde convincenti. Ma a cosa si deve che il pensiero di destra l’abbia fatta sua e che l’opera degli intellettuali organici all’impero (Zbigniew Brzezinski e Henry Kissinger, tanto per dire due nomi di grande peso) e quella degli accademici del mainstream nordamericano, faccia riferimento con sempre maggiore frequenza a considerazioni di carattere geopolitico nei loro studi e ricerche? Si tratta forse di una superficiale ed effimera moda intellettuale per sostituire il già defunto concetto di “globalizzazione”, la cui morte è stata annunciata simultaneamente dal momento della sua ascesa o c’è qualcos’altro? La nascita di questa prospettiva ha avuto luogo in un momento storico contrassegnato dal predominio delle concezioni colonialiste, imperialiste e razziste della fine del XIX e inizi del XX secolo.

Se oggi ricompare, completamente ri-semantizzata, nel pensiero contestatario è perché contribuisce con una veduta imprescindibile elaborare una visione critica del capitalismo in una fase come quella contemporanea, contrassegnata dal carattere globale del modo di produzione, la sua febbricitante depredazione dell’ambiente e le pratiche selvagge di espropriazione territoriale subite dai popoli in questi ultimi decenni. Pertanto non ci dovrebbe sorprendere che due dei principali pensatori del nostro tempo sono geografi marxisti: David Harvey e Milton Santos. Il fatto è che la politica e la lotta di classe sia a livello nazionale che internazionale non si sviluppano sul piano delle idee e della retorica, ma su basi territoriali. E l’intreccio tra territorio (con i “beni pubblici o comuni” che lo caratterizzano), progetti capitalisti di sfruttamento, spoliazione e resistenza popolare al saccheggio, inevitabilmente necessita di un trattamento dove l’analisi della geografia e dello spazio si articolino con la presa in considerazione dei fattori economici, sociali, politici e militari. Nel nostro tempo, contrassegnato dalla devastazione capitalista dell’ambiente fino a giungere livelli prima sconosciuti, una riflessione sistematica sulla geopolitica dell’imperialismo diventa sempre più incalzante e utile che mai. Come aveva ricordato il Comandante Fidel Castro nel suo profetico intervento del Summit sulla Terra – Rio de Janeiro, 1992 – “Una specie biologica importante rischia di sparire per via della rapida e progressiva liquidazione delle sue condizioni naturali di vita: l’uomo”.

In effetti, c’è qualcos’altro. Non è un argomento sulle mode intellettuali o scolastiche e questo è il secondo aspetto di cui volevamo parlare. La riflessione geopolitica nel campo del pensiero imperiale è figlia di una dolorosa (per alcuni) verifica: l’impero nordamericano ha superato il suo apice e ha cominciato a percorrere la strada del suo lento ma irreversibile tramonto. Per i governanti e le classi dominanti degli Stati Uniti si tratta di compiere la selezione necessaria per evitare due finali inevitabili: a) che il crepuscolo imperiale precipiti in un’incontrollabile reazione anarchica a catena nel sistema internazionale, dove un buon numero di Stati e una quantità sconosciuta, ma rilevante, di attori privati dispongono di un arsenale atomico capace di eliminare l’esistenza di ogni forma di vita sul pianeta; b) che il prodotto dell’irreversibile redistribuzione del potere mondiale danneggi irrimediabilmente la sicurezza nazionale e lo stile di vita americano. Questo è il motivo sostanziale per il quale gli strateghi militari americani da più di dieci anni lanciano in modo trasversale segnali di avvertimento sull’argomento (concernenti scenari bellici futuri di lungo termine), che indicano che il paese dovrà essere pronto a ingaggiare guerre, nei prossimi venti o trent’anni, nei più diversi angoli di questo pianeta. Dottrina della “guerra infinita” il cui obiettivo non consisterà nell’accrescimento del proprio primato mondiale, mediante l’incorporazione di nuove aree d’influenza o controllo, ma sarà solo quello di conservare quelle già esistenti o evitare un catastrofico crollo dei parametri geopolitici globali.

Considerato quanto fin qui esposto, non sorprende la nota apparsa sul New York Times con la firma di David Brooks che è stata riprodotta a Buenos Aires dal quotidiano La Nación e, sicuramente, diffusa anche su altre testate dell’America latina e Caraibi. Brooks, un uomo di evidente simpatia conservatrice, cita nel suo commento l’opinione di Charles Hill, uno dei maggiori esperti del Dipartimento di Stato, già in pensione, il quale testualmente afferma: La grande lezione che insegna la storia dell’alta strategia è quella che quando un sistema internazionale dato si avvia verso la sua decadenza, molti leader agiscono con indolenza e negligenza, congratulandosi a vicenda. Quando i lupi del mondo ne sentono l’odore, è ovvio che comincino a muoversi per sondare le ambiguità che presenta il sistema in fase d’invecchiamento e così portarsi via in un solo morso i bocconi migliori”. Brooks diffonde, con dispiacere, quel tipo di letteratura che sempre con maggiore frequenza esamina il processo di decadenza imperiale, quel “avviarsi verso la decadenza” di cui alludeva Hill. Anche se, a dire il vero, non tutti gli autori si arrischiano ad abbandonare gli eufemismi tranquillizzanti. L’ultimo numero della rivista Foreign Affairs, il conservatore organo della classe dirigente diplomatica americana, offre un paio di articoli di due dei maggiori specialisti di analisi dei rapporti internazionali nei quali, oltre alle loro differenze di approccio, concordano sul fatto che la “geopolitica è di ritorno” [2] .

E se realmente è così, è perché la correlazione delle forze che sul piano internazionale si sono cristallizzate a partire dal dopoguerra e, soprattutto, le fantasie che annunciavano l’avvento di “un nuovo secolo americano” sono crollate strepitosamente. Alcuni esempi: gli Stati Uniti sono sconfitti inappellabilmente (29 a 3) nelle votazioni dell’OSA, dove si pretendeva decretare l’intervento di quest’istituzione nella crisi che colpisce la Repubblica Bolivariana del Venezuela; assiste impotente alla ri-aggregazione della Crimea alla Russia, nonostante l’atteggiamento insolito e provocatorio della sua Segretaria di Stato Aggiunta agli Affari Eurasiatici, Victoria Nuland, la quale si presentò nella Piazza Maidan di Kiev distribuendo panini e biscotti alle bande neo-nazi che, in un secondo momento, avrebbero preso d’assalto gli edifici governativi per la costituzione di un nuovo governo e immediatamente riconosciuto dalle corrotte e decrepite democrazie capitaliste; le spaccate e minacce contro la Siria sono crollate come un castello di carte quando la Russia  – e con più cautela la Cina -, fecero sapere a Washington che non sarebbero rimasti a guardare se la Casa Bianca si fosse gettata verso una nuova avventura bellica nella regione.

Cambiamenti inattesi, molto profondi e avvenuti in un brevissimo tempo, ci obbligano a riflettere su – e agire per – una transizione geopolitica globale che difficilmente si potrà portare a termine in maniera pacifica. Se ascoltiamo le lezioni della Storia, tutte le transizioni geopolitiche precedenti sono state violente. Nulla consente di pensare che adesso la Storia sarà più benevola per i nostri contemporanei, soprattutto se si osserva l’immensa sproporzione di risorse militari che possiede il centro imperiale, superiore alla totalità degli altri paesi del pianeta.

Questi pronostici impiegarono più di dieci anni perché formassero parte delle analisi dei mandarini accademici e di quelle dei pubblicisti dell’impero, profondamente inseriti nei grandi mezzi di comunicazione. Ma ormai non sarà più così. La terza realtà li ha costretti a parlare di quello che fino a poco tempo fa era impensabile, quando una combriccola di reazionari che faceva capo al Progetto per il Nuovo Secolo Americano, fondato da Dick Cheney nel 1997, s’illusero di credere che il mondo che appariva davanti ai loro occhi dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica sarebbe rimasto così per sempre, il che è una tipica reiterazione dell’incapacità del pensiero borghese per comprendere la storicità dei fenomeni sociali [3]. Si trattò di un’illusione infantile, così la giudicò quella vecchia volpe dell’impero qual è Zbigniew Brzezinski, che la realtà demolì in pochi anni. Gli attentati dell’11-S abbatterono non solo le Torri Gemelle, ma anche i miraggi rassicuranti con i quali s’intrattenevano i cosiddetti esperti del Progetto per il Nuovo Secolo Americano. Non è un caso se nel suo più recente libro Brzezinski dedichi alcune pagine d’introduzione impreviste sul tema della declinante longevità degli imperi e anche se non lo menziona esplicitamente, è evidente che per lui, così come per molti altri, gli Stati Uniti sono un impero [4].

Certamente si tratterebbe di un impero di nuovo tipo, mosso dall’idealismo wilsoniano, come assicura Henry Kissinger nei suoi diversi scritti. Idealismo che lo porta a diventare, secondo questa visione auto compiacente, in un appassionato delle migliori cause dell’umanità: democrazia, diritti umani, libertà, pluralismo, eccetera. In una parola, il paese al quale Dio avrebbe affidato la realizzazione di un “Destino Manifesto” e in virtù del quale seminerebbe dei nobili valori e delle istituzioni in lungo e in largo il pianeta. Un ragionamento molto simile aveva sviluppato Henry Kissinger in un suo libro pubblicato nel 1994 e tradotto in spagnolo l’anno successivo: La Diplomazia. In questo libro l’ex segretario di Stato di Richard Nixon, avvertiva sulla precarietà degli ordinamenti internazionali quando indicava che “Con ogni secolo che passa si è ristretta sempre più la durata dei sistemi internazionali. L’ordine che sorse dalla Pace di Westfalia ebbe una durata di 150 anni… quello del Congresso di Vienna si tenne in piedi per 100 anni… quello della Guerra fredda finì dopo 40 anni”. E finisce: “Mai prima d’ora i membri dell’ordine mondiale, la loro capacità di interagire e i loro obiettivi hanno cambiato con tata rapidità, con tanta profondità o così globalmente” [5].

* Politologo e sociologo argentino, Premio al Pensiero Critico 2014 della Repubblica Bolivariana del Venezuela. 

Note:

[1] Mackinder (1861-1947) sosteneva che nel pianeta esiste una “Isola Mondiale” che è il luogo dove si concentrano le maggiori ricchezze naturali, la quale è conformata dalla grande massa euroasiatica e africana. All’interno di questo immenso spazio si staglia, secondo l’autore, un pivot che si estende dal Volga fino a Est, fino al fiume Yang Tse in Cina e dall’Himalaya fino all’oceano Artico e la Siberia. Chi controllerà questo pivot, afferma Mackinder, governerà l’Isola Mondiale e chi eserciterà questo controllo, potrà allargarlo su tutto il mondo. Qualche tempo più tardi il geopolitico nordamericano Nicholas Spykman (1893-1943) rielaborò il pensiero di Mackinder e pose l’accento sull’importanza dell’anello di terre e mari che circondano il pivot centrale. Se quest’assedio avrà successo, assicura Spykman, la potenza che si assicuri il suo dominio controllerà l’Eurasia e chi dominerà l’Eurasia avrà in mano le sorti del mondo. Zbigniew Brzezinski è il più eminente continuatore di questa tradizione che assegna al pivot centrale della massa eurasiatica un ruolo cruciale per il dominio del pianeta. L’ossessione per assediare questo pivot con ogni sorta di alleanze politico-militari ha alimentato la politica estera degli Stati Uniti sin dal trionfo della Rivoluzione Russa nel 1917, fino ad arrivare ai giorni nostri, come lo provano le mappe utilizzate da Brzezinski nella sua opera già citata.

[2] Bisogna ricordare che Cheney sarebbe diventato più tardi, sotto la presidenza di George W. Bush, vicepresidente degli Stati Uniti durante i suoi due mandati e uno dei personaggi di maggiore influenza nel processo decisionale della Casa Bianca. È qualcosa di poco comune se si ricorda il carattere eminentemente protocollare, quasi decorativo, dei vicepresidenti nella repubblica imperiale nordamericana.

[3] Il presente argomento sulla longevità declinante degli imperi si trova in: Zbigniew Brzezinski, Strategic Vision. America and the Crisis of Global Power (New York: Basic Books, 2012), pp. 21-26.

[4] Henry Kissinger, La Diplomacia, México, Fondo de Cultura Económica, 1995, p. 803.

[5] Si veda John Ikenberry, “The Illusion of Geopolitics. The Enduring Power of the Liberal Order” e Walter Russell Mead, “The Return of Geopolitics. The Revenge of the Revisionist Powers”, entrambi gli articoli su Foreign Affairs, Maggio-Giugno 2014.

[i] Pivot. È il termine con il quale Mackinder definisce lo Heartland o area pivot, noto anche con il nome di isola-mondiale (N.d.T.)

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

UNASUR e la geopolitica degli spazi marittimi complessi

di Patricio Carvajal* – dossiergeopolitico.com

La necessità di una strategia di sicurezza e di difesa comune

Qual è il futuro geopolitico dell’America latina? L’America continuerà a essere uno spazio geografico libero di conflitti? Questi due interrogativi ci addentrano nell’ambito della riflessione Geopolitica e dei Rapporti Internazionali. La Geopolitica costituisce la base della politica estera degli Stati Uniti ed è allo stesso tempo il fondamento di una sua strategia di difesa e di sicurezza. Nel caso dell’America latina, sin dalla costituzione dell’UNASUR, la sicurezza e la difesa si devono intendere come una proposta regionale. Non possiamo continuare più con una strategia di sicurezza e di difesa di carattere nazionale.

Questo tipo di strategia è ormai obsoleto e non rappresenta uno strumento idoneo alle sfide della politica mondiale del XXI secolo. Ebbene, da una prospettiva Geopolitica, l’America latina è stata considerata uno spazio marginale fino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia la Guerra delle Maldive (1982) ha dimostrato che la strategia britannica corrispondeva non solo a quella esclusiva di uno Stato sovrano, ma anche alla strategia dell’Unione Europea –in quel momento era comunità economica europea- e agli interessi militari della NATO. Con la fine della Guerra Fredda (1989-1991) si rende ancora più rilevante il significato geopolitico delle Maldive nella strategia europea.

Finita la Guerra Fredda, l’America latina ridefinisce la sua politica regionale con il resto del mondo in conformità a due principi: il realismo periferico proposto dallo specialista argentino di Rapporti Internazionali, Carlos Escudé, e quello della “centralidade da periferia” (centralità della periferia) proposto dal geografo brasiliano M. Santos.

Per Escudé il realismo periferico consiste nel compromesso assunto dagli Stati latinoamericani nell’ambito dei Rapporti Internazionali, ovvero, il rispetto del diritto internazionale e l’adempimento dei trattati e degli accordi che gli Stati hanno sottoscritto con il resto del mondo. Qualunque inadempimento di questa normativa riduce gli Stati latinoamericani alla condizione di Stati “paria” della comunità internazionale.

La proposta di Escudé era senza dubbio fortemente determinata dall’esperienza della dittatura militare argentina e la sua avventura bellica nelle isole Maldive. Per noi, latinoamericani, le Maldive sono argentine. Questo è indiscutibile se vogliamo che l’UNASUR si consolidi e raggiunga una politica regionale di sicurezza e di difesa. D’altro canto la proposta di M. Santos si riferisce agli spazi latinoamericani, che durante l’esistenza degli imperi coloniali europei, erano considerati la periferia del sistema mondiale, secondo alcuni criteri geostorici (Braudel, Wallerstein). Con il processo di globalizzazione che subentra alla Guerra Fredda, la politica mondiale passa da un bipolarismo (USA/URSS) a un multipolarismo (USA, UE, Russia, Cina, India, Brasile, Giappone).

Questo fatto implica che nuovi attori emergono come potenze regionali che aspirano a occupare un posto nella politica mondiale: le ex colonie europee: America, Asia, Africa. Il blocco geopolitico rappresentativo di questa nuova realtà corrisponde a quello dei BRICS. I paesi che conformano questa unità geopolitica s’inseriscono su un vettore internazionale diverso da quello dei paesi della TRIADE (USA-Giappone-Unione Europea).

Dunque, come si può concepire una Geopolitica e una Strategia marittima dell’UNASUR? Un punto di avvio potrebbero essere le proposte di Escudé e di Santos, già citate. D’altra parte abbiamo un pensiero geopolitico marittimo latinoamericano che ci consente formulare questa strategia comune. In effetti bisogna prestare attenzione ai discorsi geopolitici marittimi degli ammiragli Storni (Argentina), Buzeta, Ghisolfo, Martínez (Cile) e Vidigal (Brasile). Buzeta ha proposto nel suo scritto di Geopolitica del 1978 un programma che ha chiamato “Il Gran Progetto Sudamericano”, il cui fondamento è l’integrazione regionale.

Nel decennio del 1980 l’ammiraglio Ghisolfo aveva proposto una Geopolitica specificamente navale, il cui asse è l’isola di Pasqua. Questa strategia navale insulare s’integra con il dominio argentino delle Maldive, giacché possedendo il dominio di entrambi gli spazi insulari, si ha il controllo delle rotte oceaniche del Pacifico Sud e dell’Atlantico Sud. Nel 1993 l’ammiraglio Martínez aveva suggerito un’Oceano-Politica che faceva affidamento alla Convenzione di Giamaica (1982). Infine l’ammiraglio Vidigal nella sua proposta di un’Amazzonia Azzurra (2006), incorpora al territorio brasiliano le 200 miglia di ZEE (Zona Economica Esclusiva).

Secondo i criteri formulati da questi ammiragli nei loro rispettivi discorsi, l’UNASUR dovrebbe rendere esplicito che lo spazio marittimo degli Stati rivieraschi di cui formano parte corrisponde alle direttrici degli ammiragli sopra menzionati. Se si dovesse fare questa dichiarazione non sarebbe ancora sufficiente per consolidare una geopolitica e una strategia marittima dell’UNASUR.

Per quest’ultima si richiede una strategia specificamente navale. In altri termini definire l’esistenza di una Forza Navale congiunta dell’UNASUR che in un primo momento potrebbe essere composta dalle forze della marina più forti dell’alleanza: Argentina, Brasile e Cile. Lo sviluppo di questa strategia è imprescindibile per la sicurezza e la difesa dei cosiddetti spazi marittimi complessi. Difatti se seguiamo lo sviluppo delle forze navali sottomarine della Cina (T093/T094), dell’India (T Kilo, T Scorpene), del Giappone (Soryu class), della Russia (Borey class) e degli Stati Uniti (Virginia class), possiamo apprezzare l’importanza assegnata da questi Stati al controllo degli spazi marittimi.

A titolo di esempio si può rilevare che nella Marina degli Stati Uniti sono entrati in servizio i sottomarini classe Virginia, unità dai molteplici obiettivi che potenziano la strategia nucleare con operazioni tattiche specifiche. Una forza navale congiunta degli Stati dell’ABC necessita un incremento sostanziale da parte della forza dei sottomarini, la creazione di basi sottomarine negli spazi insulari del Pacifico e dell’Atlantico Sud e lo sviluppo di unità di superficie che possano operare permanentemente nei mari australi.

La Forza dei sottomarini dell’armata cilena con la classe Scorpene si colloca a un livello ad alto sviluppo tecnologico simile a quello delle Marine sopraelencate, anche se senza dubbio richiederebbe ulteriori unità di questo genere dovuto al grande spazio oceanico che caratterizza il nostro litorale. Il Programma Sottomarino nucleare brasiliano che è dotato di sottomarini classe Scorpene, costituisce un’adeguata risposta alle sfide di sicurezza e di difesa dello spazio regionale. Il caso della marina argentina è piuttosto preoccupante, dovuto alla costante riduzione dei fondi che colpisce le forze armate, così come la mancanza di una strategia marittima congrua con le sfide della politica mondiale del XXI secolo, compresa quella di una strategia d’insieme con il Brasile e il Cile.

L’esplosione demografica che colpisce il pianeta, la crescente domanda di risorse alimentari per questa popolazione, la necessità delle risorse idriche e di altri beni evidenzia che molto presto la Convenzione di Giamaica (1982) e il Trattato Antartico (1959) diverranno convenzioni internazionali appartenenti alla Storia del Diritto e non a una dogmatica giuridica internazionale. Di conseguenza si rendono necessarie nuove convenzioni internazionali sugli spazi marittimi complessi. Sotto quest’aspetto il concetto di Geogiurisprudenza sviluppato dalla Geopolitica tedesca e dal Diritto pubblico tedesco (Haushofer, Schmitt) ci possono fornire una base concettuale rigorosa al momento di concepire queste nuove convenzioni.

La cartografia elaborata dall’equipe del Professor Dott. Martin Pratt dell’IBRU (Centre for Borders Research), mette in evidenza la controversia che si è scatenata tra gli Stati membri della Comunità Internazionale per il controllo degli spazi marittimi complessi. Per finire citiamo le parole dell’ex cancelliere del Brasile e attuale ministro della Difesa, Dott. Celso Amorim, che può servire come base per la geopolitica marittima dell’UNASUR: Mas a política de defesa deve estar preparada para a hipótese de que o sistema de segurança coletivo baseado em normas venha a falhar, por uma razão ou por outra –como de resto tem ocorrido com indesejável frequência. Essa é uma das razões pelas quais devemos “fortificar” nosso poder brando, tornando-o mais robusto. Por isso, nossa estratégia regional cooperativa deve ser acompanhada por uma estratégia global dissuasória frente a possíveis agresores” (La politica della difesa deve essere pronta per affrontare l’eventualità che il sistema di sicurezza collettivo, fondato sulle norme, possa fallire per una qualsiasi ragione – come di fatti è già accaduto con una frequenza disdicevole. Questa è una delle ragioni per la quale dobbiamo “fortificare” il nostro soft power, rendendolo più solido. Per questo motivo la nostra strategia regionale cooperativa deve essere associata con una strategia globale dissuasora di fronte a possibili aggressori). (Amorim, 2012:14).

* Professore Associato, Università di Playa Ancha, Cile. Dipartimento Disciplinare di Storia, Cattedre di Storia Moderna e Contemporanea. Centro di Studi del bacino del Pacifico / CECPAC – UPLA.

Fonti:

Amorim, C (2012). A Política de Defesa de um País Pacífico, in “Revista da Escola de Guerra Naval”, Junho de 2012. vol. 18. Nº 1, pp. 7-15.

Carvajal, P; Monteverde, A (2012). La Geopolítica marítima de los Almirantes Buzeta, Ghisolfo y Martínez. Universidad de Playa Ancha, Centro de Estudios de la Cuenca del Pacífico / CECPAC.

Le Dantec, F; ¿Cooperación o conflicto? Relación Argentino–chilena, Santiago de Chile.

www.dur.ac.uk / IBRU / International Boundaries Research Unit.

www.geopolitique.net/ Institut Français de Géopolitique.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

TTP e TTIP: la nuova architettura neoliberale

di Vincenzo Paglione

Una delle risposte dei governi latinoamericani alla necessità di superare la divisione in Stati nazionali è stata quella dell’integrazione economica, la quale ha avuto le sue radici nel XIX secolo e diventata realmente perseguibile solo nel XX.

Le nuove proposte come UNASUR e ALBA con l’obiettivo di avviare un nuovo percorso dell’unità continentale nelle sue diverse varianti sub-regionali, provano ad essere contrastate dall’ennesimo Trattato di Libero Commercio (TPP e TTIP) proposto dagli Stati Uniti, mediante l’avviamento di accordi bilaterali e multilaterali con l’Asia e con molti paesi della regione.

Già negli anni ’90 del secolo scorso diversi paesi del subcontinente, avevano firmato degli accordi quadro con gli Stati Uniti i quali fecero approvare, sotto la guida dell’allora presidente Bill Clinton, l’ambizioso progetto di creare una vasta Area di Libero Commercio che si estendesse dall’Alaska alla Terra del Fuoco e da tutti conosciuta con la sua sigla ALCA. Questo progetto avrebbe assicurato agli Stati Uniti il controllo economico dell’intero continente.

Il Venezuela, insieme con altri paesi latinoamericani, non fu d’accordo con la proposta degli americani, facendo naufragare definitivamente il progetto dell’ALCA nel 2005.

Le nuove forme di aggregazione come l’ALBA e la CELAC, fortemente volute dall’allora presidente del Venezuela, Hugo Chávez Frías, hanno coinvolto i paesi dei governi che si richiamano apertamente al Socialismo del XXI secolo e alcune isole dei Caraibi (Venezuela, Cuba, Honduras, Nicaragua, Ecuador, Bolivia, Repubblica Dominicana, San Vicente y Granadinas, Antigua e Barbados).

Anche l’UNASUR, che è l’insieme del MERCOSUR e della CAN (Comunità Andina), voluto dal Brasile e appoggiato dal Venezuela, come contrapposizione alla logica operativa di ampliamento del NAFTA che si sarebbe dovuto concretizzare in ALCA, ha dovuto affrontare la vecchia tensione dialettica tra bolivarismo e monroismo, ovvero tra visione solidale latinoamericana e tentativo di egemonia nordamericano. L’UNASUR è il primo e vero tentativo geostrategico di articolazione del potere continentale e della sua integrazione economica e politica.

I messaggi rassicuranti proferiti da Washington con l’insediamento di Barack Obama nel 2009, sembravano aprire uno spiraglio di riavvicinamento della nuova amministrazione all’America latina. Tuttavia gli accordi multilaterali come quello Transpacifico di Associazione Economica (TTP) che nello spazio americano vedono gli USA, il Canada, il Messico, il Perù e il Cile tra i principali firmatari, stanno mettendo in seria difficoltà il dialogo politico e la cooperazione, così come la ridefinizione del Sud-Sud del mondo, secondo l’ottica bolivariana; soprattutto perché ancora deficitario di un programma politico ed economico condiviso, il che è volto a minacciare la loro esistenza nel lungo termine.

Inoltre con i trattati TTP e TTIP si amplificherà il potere delle multinazionali al punto da vedere limitata la sovranità degli Stati, il che consentirà a queste di intraprendere azioni legali ai governi nel caso in cui l’applicazione di un intervento legislativo determini una diminuzione dei loro profitti.

Per di più questi accordi, legittimati da norme opache prive di legittimità democratica e architettate per danneggiare i popoli e le persone, segnerebbero nella sfera commerciale l’abolizione delle barriere tariffarie e normative dei paesi coinvolti.

Se ci dovessimo soffermare su quanto sta accadendo nel subcontinente in questo momento, non passerebbe per inosservato il ritorno di un certo nazionalismo di matrice populista che vede nella mobilitazione delle masse, sollecitata dai governi di alcuni paesi che si appellano ai valori nazionali, al fine di predisporle a forme di resistenza contro l’invadenza di fattori esterni traumatizzanti e non. Un chiaro esempio sono le tensioni bilaterali nella frontiera tra la Colombia e il Venezuela e tra quest’ultimo paese e la Guiana. Ma si possono aggiungere anche il contenzioso tra Perù, Bolivia e Cile o il mutuo sospetto che intercorre tra il Cile e l’Argentina. Sono questi fin qui elencati, fattori che impediscono la costruzione di un’architettura di sicurezza d’insieme che minaccia il processo d’integrazione regionale.

Con frequenza ci si riferisce all’America latina come una regione dove i principali fattori culturali si collocano all’insegna della coerenza, nel senso di visione di destino condiviso, che per via di principio consentirebbe l’integrazione.

Ma l’America latina non è mai stata una regione omogenea, malgrado abbia avuto periodi di convergenza intorno ad alcuni temi come quelli concernenti il miglioramento delle politiche sociali o, per l’appunto, sulle proposte d’integrazione.

La frammentazione che si è generata nei paesi dell’America latina e i Caraibi ha prodotto degli effetti negativi nella regione. Ma forse il fattore che più ha alterato l’agenda regionale è stato la morte del presidente del Venezuela, Hugo Chávez.

La sua scomparsa prematura solleva una serie d’inquietudini sul futuro del chavismo e del socialismo del XXI secolo che, unita alle difficoltà economiche del paese e ai problemi interni che attraversa, tende a contrastare con forza il potenziale anti-egemonico nella regione.

L’entrata del TTP sullo scacchiere internazionale consentirà agli USA (e all’UE come alleato subalterno) di consolidare un’estesa area d’influenza politica che includerebbe tutti i paesi aderenti con il fine di assediare gli attori emergenti (Russia e Cina) che minacciano la sua supremazia.

Quest’accordo multilaterale rafforzerà la posizione egemone degli USA, il che in termini pratici si traduce per i suoi partner nell’accettazione piena delle regole e delle norme imposte dal trattato, lasciando poche possibilità a una sua impugnazione.

In America latina i paesi che hanno aderito (Messico, Cile e Perù e, forse, si aggiungerà la Colombia) rivestiranno il ruolo di cavie per ristabilire nella regione un’area aperta d’ispirazione neoliberale per contrastare l’egemonia dei governi rivoluzionari e progressisti di Cuba, Venezuela, Nicaragua, Ecuador, Bolivia e Argentina.

Ma questo processo di egemonizzazione dello spazio internazionale, senza dubbio genererà dei conflitti tra i paesi firmatari, poiché il basso peso specifico delle parti è stato sempre fonte di asimmetrie e squilibri che hanno dato luogo a rapporti subalterni.

Ricordando che queste fin qui tracciate sono delle semplici annotazioni da cui far partire una ricerca più approfondita sulla dimensione delle dinamiche che sono diventate immensamente superiori a quelle fino ad ora conosciute (macroaree o aree continentali con attori non più obbedienti alle regole dei singoli stati-nazione), una strategia che non facilita certo l’arresto dei meccanismi di potere tra centro e periferia e di cui bisogna sempre più tenerne conto, si rende impellente che l’opinione pubblica sia al corrente delle conseguenze che implicherebbe una loro approvazione.

[articolo di Vincenzo Paglione per ALBAinformazione]

Qual è il vero obiettivo della crociata contro il Venezuela?

di Vincenzo Paglione

La principale caratteristica di queste note sta a mio avviso nel fatto che sono la sintesi di un pensiero che si è andato maturando nel tempo. Ciò le rende un buon materiale grezzo per un’analisi teorica. Si tratta di una serie di considerazioni di cui vorrei imbastire una prima approssimazione d’insieme e lasciare al lettore l’onere di valutarle ed eventualmente di completarle e chiarirle. In primo luogo ogni analisi che esamini il processo di destabilizzazione che sta soffrendo il Venezuela rischia di essere approssimativa se non si esplicita chiaramente l’indagine teorica della genesi di questo confronto.

Va da subito considerato che il controllo dei mezzi di produzione e delle fonti energetiche è connesso alla nuova epoca policentrica caratterizzata da una imperante situazione di disordine e disorganizzazione sistemica, ovvero da una accentuazione della competizione intercapitalistica a livello mondiale. Al momento non vi è nulla che possa fare pensare alla possibilità di evitare una crescente situazione di disordine con pesanti riflessi nel resto della società latinoamericana e, di riflesso, mondiale.

In secondo luogo le spiegazioni deliranti che il giornalismo fornisce in merito a questa fase conflittuale che sta vivendo la società venezuelana, hanno la pretesa di  spacciarsi come un sapere rigoroso e coerente (che in realtà è solo contingente) di quanto accade, spingendo i lettori a valutare i loro articoli più per il campo di appartenenza che per le tesi che sostiene.

Un elemento, questo, da non trascurare per quanto concerne il consolidamento in corso del dominio reazionario del grande capitale dei paesi capitalistici più sviluppati, il quale ha mutato geneticamente buona parte dell’opinione pubblica e, in modo del tutto particolare, i ceti intellettuali che a questi fanno riferimento, i quali sono ben inseriti negli apparati politici e ideologici (di cui la sinistra non è rimasta immune, poiché rappresenta la migliore sponda politico-ideologica delle classi dominanti) che sono diventati pienamente funzionali al suddetto dominio.

Si può affermare che l’obiettivo della crociata “democratica” e “umanitaria” che, da qualche tempo a questa parte, si è scatenata nei confronti del Venezuela è quello della conquista geopolitica di quest’area strategica da parte degli Stati Uniti e in subordine dell’Europa. La posizione geografica che occupa questo paese nello scacchiere internazionale è da sempre considerata molto vantaggiosa e promettente.

La sua ubicazione geografica nel centro del continente americano ha rafforzato negli ultimi tempi il suo ruolo strategico a livello delle comunicazioni marittime tra il Nord e il Sud del continente. Difatti è la nazione più settentrionale dell’America meridionale, è quella che più si avvicina all’Europa e agli Stati Uniti per il fatto che si affaccia verso spazi marittimi e terrestri che la collocano simultaneamente in relazione con i grandi interessi geopolitici, economici e culturali dell’area caraibica, di quella atlantica, dell’America andina e della Guyana. Sono questi spazi marittimi d’intenso traffico interoceanico e intercontinentale che hanno reso possibile un cospicuo traffico di materie prime quali petrolio, ferro e alluminio, oltre a un grande flusso d’importazioni.

Questa sua preminente posizione nel bacino caraibico è rafforzata anche dal fatto che costituisce il percorso obbligato delle navi verso i porti venezuelani e il canale di Panamá, con la costa occidentale del Nord e del Sudamerica e i mercati dell’Estremo Oriente. Inoltre la conquista di quest’area ha anche un obiettivo di grande importanza geopolitica come può essere il controllo e l’appropriazione delle riserve petrolifere, idriche, biodiversità e minerali di cui il paese è ricco. Le preoccupazioni di Washington sono salite da quando il presidente del Venezuela, Chávez, insieme ai capi di stato dell’Ecuador, la Bolivia e l’Argentina hanno fatto i primi passi per l’avvio di un processo d’integrazione economica, politica e militare.

Ciò ha reso gli americani molto nervosi. I processi di destabilizzazione che si stanno producendo in questi paesi del subcontinente sono una diretta risposta a questo tipo di tensione e hanno come scopo riportarli sotto la sfera d’influenza americana, bloccando così l’intesa tra questi paesi i quali sono visti come principale minaccia delle elite tradizionali e del capitale multinazionale.

Gli agenti culturali, oggi schierati con la potenza egemonica unipolare, provano a mettere in discussione la sovranità del popolo venezuelano con la solita bandiera dei “diritti umani” e della “democrazia”, vere e proprie imposture concettuali che fanno da base ideologica alla strategia occidentale di conquista, distruzione e sottomissione di ogni area del mondo contraria ai propri piani egemonici.

La degenerazione che hanno subito queste due categorie universali fondate sul concetto di vittoria del cittadino sul potere e di governo genuinamente popolare basato su di una sovranità, ha conferito loro una forma di mitologia moralistica che si generalizza e si astrae dalla stessa realtà, celando la sostanza classista sottratta alla libera decisione sovrana.

Inoltre la capacità e la duttilità con la quale questo modo di pensare si è diffuso in campi e aspetti un tempo estranei ha fatto sì che assuma, a seconda dei casi, diverse sfumature. La sua generalizzazione si riscontra ormai anche all’interno di forze politiche e intellettuali non direttamente al servizio dell’imperialismo. Infatti una certa sinistra non è rimasta immune a questa disonesta teologia interventistica dei “diritti umani” e della “democrazia” – al punto da asserire e ribadire il rovesciamento dall’esterno e dall’interno del governo legittimo venezuelano, che gode dell’appoggio di una parte rilevante della popolazione- in difesa della tanto decantata “democrazia” e dei “diritti umani”.

Va comunque tenuto presente che la contrapposizione geopolitica in atto non si basa tanto sull’ideologia, come molti giornalisti e accademici vogliono far credere, ma si tratta essenzialmente di uno scontro di potere. È più che assodato che i continui interventi guidati a distanza dagli Stati Uniti sono dettati dalla necessità di conquistare le risorse energetiche del Venezuela. Si tratta, quindi, di una questione strategica, cioè il nocciolo della disputa è la possibilità che uno Stato di ordine inferiore, il Venezuela in questione, possa intraprendere una propria strada autonoma non aderente agli interessi strategici della metropoli occidentale.

Per questa ragione si rende decisiva da parte di tutte le forze antagoniste una presa di posizione ben determinata di fronte a queste manipolazioni strumentali, in quanto veri e propri meccanismi geopolitici per la dominazione politica, commerciale, finanziaria, culturale, ideologica, ambientale e legale che in questo momento vogliono far collassare lo Stato e la società venezuelana.

[Articolo scritto per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

La Carta de Jamaica 1815-2015

di Vincenzo Paglione

Questo 6 settembre si sono celebrati in Venezuela i 200 anni della Lettera in risposta ad un gentiluomo di Jamaica da parte di un americano meridionale, più conosciuta da tutti i venezuelani e i latinoamericani come Carta de Jamaica. Questa lunga lettera, che in realtà è un vero e proprio saggio politico, la scrisse un giovane Simón Bolívar spinto dalla necessità di controbattere la propaganda avversaria alla rivoluzione antispagnola che egli voleva innescare. Bolívar non era un profeta, ma un uomo che aveva compreso il momento storico mondiale e del movimento dei popoli nel passaggio da un’epoca a un’altra. Circa duecento anni più tardi un altro uomo, Hugo Chávez, comprese il momento storico che stava vivendo il popolo venezuelano e latinoamericano.

Di seguito si propone la traduzione di un breve commento alla Carta de Jamaica che il Comandante scrisse nell’introduzione del libro, Hugo Chávez presenta Simón Bolívar. La revolución Bolivariana, Madrid, Akal, 2011, pp. 9-10.

——

Il più importante di tutti [gli scritti] di Simón Bolívar è la cosiddetta Carta de Jamaica. Se il Libertador è nato nel 1805 [giuramento sul Monte Sacro], possiamo affermare che il progetto bolivariano d’integrazione è cominciato in Giamaica nel 1815. Fu in quel luogo dove la visione geopolitica unitaria di Bolívar emerse e il suo progetto – continentale, antimperialista, repubblicano, ugualitario e libertario, per il quale lotto negli anni a venire – acquisì tutta la sua forza. La lungimiranza della sua analisi è impressionante, soprattutto se pensiamo che egli aveva trentadue anni. Bolívar esegue una diagnosi di quasi tutti i paesi dell’America, dal Messico fino a Buenos Aires. «Diamo un’occhiata e osserveremo una lotta simultanea nell’immensa estensione di questo emisfero», scrive. «Tutto il Nuovo Mondo non è commosso e armato per la sua difesa?» In seguito volge lo sguardo al passato; confronta la situazione dell’America con quella degli altri popoli e osserva la passività in cui si trova sommerso il continente prigioniero da molto tempo dal dominio spagnolo. Ciò lo esaspera oltremodo: «È uno scandalo e una violazione dei diritti umani pretendere che un popolo tanto beneficiato dalla natura, tanto esteso, ricco e popolato, perduri nella passività».

Inoltre in questo testo Bolívar si dichiara antimonarchico:

Non approvo l’istituzione di monarchie americane. Queste sono le mie ragioni. L’interesse di una repubblica ben concepita si circoscrive nella sfera della sua conservazione, prosperità e gloria. Poiché la libertà rifugge dall’impero, appunto perché è l’opposto, nessuno stimolo spinge i repubblicani a estendere i confini della loro nazione, a scapito dei propri mezzi […]

E arriva persino a dichiarare:

Perché uno Stato troppo esteso di per se stesso per i territori dipendenti alla fine decade e trasforma la sua libertà in tirannia; indebolisce i principi che devono conservarla e ricorre infine al dispotismo. Il segno distintivo delle piccole repubbliche è la stabilità nel tempo; quello delle grandi è vario, ma sempre incline all’impero.

Possiamo osservare che Bolívar era un antimperialista, il primo nella storia delle Americhe.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

I dieci comandamenti liberali

da lamarea.com

30 agosto 2015 

Ciao, sono Dio, dittatore dell’Universo, conservatore, tranne quando vi ho mandato il diluvio, neocon (anche se sono una colomba e odio i falchi), liberale (perché faccio sempre quello che voglio) neoliberale (la stessa cosa ma in peggio) e amante della selezione naturale della specie (sebbene i miei seguaci detestino Darwin).

In questi giorni vi ho visto un po’ agitati e spiazzati dalle vacanze di Manuela Carmena (Avvocatessa. Attuale sindaco della capitale spagnola) e il suo voto di povertà (hanno scoperto che quest’estate ha trascorso vacanze da milionari) ed è per questa ragione che vi detterò i Dieci Comandamenti Liberali, affinché abbiate le idee ben chiare. Iniziamo:

PRIMO: Non avrai altro Dio (il libero mercato) all’infuori di me. Quando il libero mercato ti deluderà, rivolgiti al settore pubblico affinché ti riscatti.

SECONDO: Non prenderai le sovvenzioni in mano. I liberali sono contro le sovvenzioni o le pacchie. È per tale motivo che creiamo una fondazione ed è questa che commette peccato, ricevendole.

TERZO: Ricordati di santificare le bustarelle.

QUARTO: Onora il padre e la madre. Attenzione, a tuo padre e a tua madre e non a tuo padre e a tuo padre, oppure a tua madre e a tua madre! Dal momento che rispettiamo molto agli omosessuali e abbiamo molti amici gay, ma non accettiamo che si sposino. Già è troppo duro che noi eterosessuali ci roviniamo la vita.

QUINTO: Non uccidere se non in caso di missione di pace, ricerca di armi di distruzione di massa o caccia ai terroristi proprio dove non si trovano. No all’eutanasia: questa faccenda che siete voi ad ammazzarvi da soli non è molto bella, su ciò ci stanno già pensando le politiche economiche.

SESTO: Non commettere atti impuri, siano essi espropriazioni, aumento della spesa pubblica, servizio sanitario nazionale o arrestare gli sfrattati. Privatizzerai tutto meno la religione e i tori, che saranno pubblici. Adorerai la flessibilità del lavoro e la globalizzazione. Non impiegherai termini come “sensibilità sociale” o “sostenibilità ecologica”.

SETTIMO: Non rubare. Per queste cose esiste già la politica fiscale: abbasserai le tasse ai ricchi e le innalzerai alla classe media. Per quanto concerne i poveri non importano, perché non hanno nemmeno da mangiare, per questo motivo sono poveri. Tasserai il consumo e il lavoro a detrimento delle rendite e del capitale. Adorerai le imposte indirette. Eliminerai le tasse di successione e ridurrai quelle sulle società.

OTTAVO: Non dire falsa testimonianza, tranne che in sede giudiziaria o in Parlamento. Fai attenzione agli sms, perché li manipola il diavolo.

NONO: Non desiderare né avere pensieri impuri come regolarizzare gli immigrati, disturbare la Troika, appoggiare l’educazione o la sanità pubblica in luogo di distruggerle e nemmeno provare a far giudicare i crimini commessi dal franchismo.

DECIMO: Non desiderare la roba d’altri. E per non sentire cupidigia la cosa migliore è possederli.

Questi Dieci Comandamenti si possono riassumere in soli due: Amerai Milton Friedman sopra tutte le cose e il prossimo può anche crepare.

[trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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