Dall’agenda Monti a politiche economiche alternative e solidali

di Carlo Amirante

Il breve dibattito elettorale che precede le elezioni politiche di febbraio per le forze che non si riconoscono nell’agenda Monti o comunque in progetti politici che si pongono in sostanziale continuità, malgrado qualche distinguo con l’agenda comunitaria, dovrebbe finalmente affrontare il tema sempre più trascurato del modo di produzione capitalistico nell’attuale fase di finanziarizzazione del mercato e dei servizi pubblici e privati.

Mentre Monti ed i membri del suo governo presentavano al pubblico italiano ed europeo i brillanti risultati di una politica fondata su un uso dichiaratamente regressivo del sistema fiscale  e su una spending review realizzata ai danni delle pensioni, delle politiche della salute, della gestione dei servizi scolastici ed universitari e dei centri di ricerca pubblici, la sentenza storica di Milano in materia di derivati non è balzata, come meritava, al centro della discussione politica. Eppure la condanna di quattro banche (Deutsche Bank, IP Morgan, Ubs e Depfa Bank) al pagamento di una multa di un milione di euro, con la connessa confisca per 89 milioni relativa ai contratti stipulati dal Comune di Milano nel 2005, rendeva inequivocabili i disastri causati dalla finanza creativa per gli enti locali dal Piemonte alla Sicilia, consistenti, probabilmente, in una frode di circa sei miliardi di euro. Un danno che precede ma si cumula con quella spending review che altro non è che una pedissequa attuazione del patto di stabilità imposto dall’UE.

Il primo interrogativo che si offre all’attenzione di chi, impegnato in uno dei dibattiti politici più complessi e drammatici della nostra storia politica recente, voglia proporre seriamente un modello finanziario e produttivo alternativo è il seguente: è possibile che ci sia bisogno di una sentenza, certamente positiva, del Tribunale di Milano a evidenziare le conseguenze dei frutti avvelenati di una finanza sia globale che europea tutt’ora libera di mettere al tappeto le amministrazioni pubbliche e le imprese pubbliche e private?

Le analisi di grandi economisti come Krugman e Stiglitz, (a cui hanno fatto eco non pochi autori italiani, ovviamente accusati di veterocomunismo) o film come Wall Strett 1 e Wall Street 2Troppo grandi per fallire, non avevano evidenziato con estrema chiarezza la impellenza di una delle più gravi crisi finanziarie ed economiche del mondo contemporaneo, facendo i nomi dei governi e degli esperti che di tali politiche erano sostenitori e responsabili?

Ed infine, perché l’inchiesta sulle agenzie di rating compiuta da Paolo Gila e Mario Miscali, I Signori del Rating -che ha chiarito in modo inequivocabile i Conflitti di interesse e le relazioni pericolose delle tre agenzie più temute dalla finanza globale, che pur avendo attribuito una “tripla A” ad imprese che sono fallite pochi giorni dopo, vengono considerate tutt’ora attendibili per valutare la situazione finanziaria ed economica di un paese – non è stata accolta e rilanciata con la massima evidenza dai giornali, dalle agenzie di stampa, dai siti web dei partiti di “sinistra” (o meglio di centro-sinistra) che stanno per chiedere all’elettore italiano un voto per cambiare?

Non c’è alcun dubbio che partiti che non si propongano come primo punto del proprio programma una strategia di alleanze tra i paesi europei messi in ginocchio da una crisi internazionale tutt’altro che imprevedibile soffrono di uno strabismo eurocentrico che non consente loro di vedere che esistono già oggi in continenti diversi da quello nordamericano ed europeo, organizzazioni economiche continentali che senza rifiutare le relazioni internazionali di mercato e guardandosi bene dall’uscire dall’ONU, dalla FAO o dall’UNESCO, hanno introdotto prassi virtuose di cooperazioni economiche fondate sulla solidarietà e sulla complementarietà di bisogni, interessi e partendo dal riconoscimento di diritti inalienabili.

Lo scambio fra fonti di energia e assistenza medica o fra petrolio e generi alimentari, o fra petrolio e tecnologie avanzate, praticato fra i paesi dell’ALBA-TCP (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli) che con il Venezuela e Cuba coinvolge nel complesso nove paesi, sistematicamente ignorato o guardato con sufficienza dalla stampa occidentale ed in particolare da quella nostrana, dovrebbe, a maggior ragione in una fase di crisi come quella attuale essere preso nella più seria considerazione. Anche perché i principi della solidarietà economica fondata su sistemi fiscali progressivi, su un adeguato finanziamento delle scuole, delle università pubbliche e dei centri di ricerca e su politiche di implementazione dell’occupazione nonché sulla tutela dell’ambiente e della salute, trovano il loro solido fondamento in costituzioni che hanno avuto come modello proprio quei principi fondamentali e quelle forme di organizzazione dell’economia pubblica e privata previste dalla costituzione repubblicana del ’48 che oggi l’Unione Europea ci obbliga a sospendere o addirittura a riformare come l’esempio del nuovo art.81 cost. in materia di bilancio e del fiscal compact stanno inequivocabilmente a dimostrare.

L’elettore italiano commetterebbe il più grave degli errori accettando la favola montiana che la fase peggiore della crisi sia dietro le spalle e che, comunque, ogni paese membro dell’UE debba soprattutto pensare ai fatti di casa propria, lasciando che i Greci, gli Spagnoli, i Portoghesi, gli Irlandesi se la cavino sa soli.

Se all’internazionalismo drogato ed elitario del sistema finanziario e bancario internazionale non si contrappone senza ulteriori indugi un nuovo internazionalismo solidale fra i paesi della UE che, sulla base di una piattaforma comune, si proponga di imporre una svolta alle politiche comunitari, le quali, invocando il mercato, la concorrenza, la privatizzazione dei servizi pubblici e un ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro, finiscono per consolidare lo status quo e l’egemonia dei paesi economicamente più solidi a partire dalla Germania, sarà impossibile un effettivo mutamento delle politiche economiche e sociali.

Proprio per questo, le nuove irrinunciabili politiche dei beni comuni che sono la bandiera impugnata dai sindaci progressisti che si propongono di dare risposte efficaci e condivisibili ai bisogni e alle richieste dei cittadini per divenire possibili e concrete devono essere promosse nel quadro generale di un modo di produzione inevitabilmente alternativo a quello che in nome di una global governance ispirata a principi di mera razionalità finanziaria, speculativa e neoliberale sta risucchiando masse sempre più ingenti di cittadini e lavoratori in una spirale di pauperismo ed emarginazione che solo accettando le attuali regole del gioco appare irreversibile!

Il Partito Comunista siriano per il rafforzamento della resistenza

da MarxXXI

Il Comitato centrale del Partito Comunista Siriano ha organizzato una sessione allargata questo 5 dicembre presieduta dal Segretario Generale Ammar Bagdache, al quale si sono uniti i membri del comitato centrale, membri della commissione di controllo e i segretari federali. La sessione ha avuto inizio con un minuto di silenzio in omaggio alla memoria del compagno Wissal Farha Bagdache, presidente del Partito e di cordoglio per i martiri morti per la Patria.

Durante la discussione sulla situazione politica, il Comitato centrale si è concentrato sull’evoluzione della situazione interna del Paese, dove gli attacchi armati non cessano d’intensificarsi tra le forze governative che difendono l’autonomia nazionale siriana contro i piani bellicosi ed espansionisti dell’imperialismo e del sionismo, e dall’altra parte le forze ribelli la cui forza d’attacco è costituita da gruppi terroristi legati all’imperialismo ed ai regimi reazionari arabi, i quali vogliono distruggere la Siria percepita come una fortezza di forze di liberazione all’interno del mondo arabo, e come punto di riferimento importante della lotta di liberazione internazionale anti- imperialista.

A dispetto dell’espandersi dell’insurrezione e del suo intensificarsi, essi non hanno raggiunto i loro obiettivi: rovesciare il regime attraverso la distruzione della capacità di combattimento dell’esercito siriano, che fa fronte coraggiosamente agli attacchi ripetuti dei ribelli sulla capitale Damasco, ed Aleppo ha resistito con tenacità e orgoglio, tenendo alta la bandiera della dignità nazionale. L’ostilità delle masse siriane contro i ribelli si va rafforzando, nella misura in cui se ne rivela il volto barbaro, attraverso i crimini compiuti contro i civili, in particolare nelle regioni che resistono. A causa dei reali metodi di combattimento dei ribelli e delle angherie contro i civili cresce l’odio della popolazione contro di essi.

Il Comitato centrale ritiene che non sarebbe stato possibile che l’insurrezione potesse assumere caratteri di tale portata senza il massiccio sostegno dato ai ribelli dagli Stati imperialisti e dai regime arabi reazionari, in particolare gli Stati del Golfo e la Turchia di Erdogan, avamposto dell’OTAN nella regione, protagonista di un lavorio incessante contro la Siria che nulla ha a che fare con il diritto internazionale e si qualifica come schietta aggressione. Una delle ultime evidenze della bellicosità turca è il dispiegamento di missili Patriots sul proprio territorio.

La Turchia appoggia sfacciatamente le operazioni contro la Siria sul proprio territorio, e vi partecipa attivamente come è apparso evidente nella città di Ras-al-Ain. Tutti sanno che la Turchia sostiene le basi armate ribelli sul proprio territorio, e la presenza di un centro Atlantico che dirige e coordina gli sforzi dei ribelli che si trovano in Turchia.

Il Comitato centrale ritiene che il primo scopo dei comunisti, come di tutti i patrioti, sia quello di difendere l’indipendenza nazionale della Siria e difendere l’integrità del territorio nazionale contro la cospirazione imperialista, sionista, e dei regimi arabi reazionari, opponendosi agli attacchi criminali dei nemici della Patria, esecutori della volontà dei colonizzatori.

Durante la discussione sulla situazione socio-economica, i compagni presenti hanno testimoniato circa la difficoltà delle masse e il deteriorarsi delle condizioni di vita, causato dalla caduta del potere d’acquisto e la tendenza al rialzo dei prezzi, che sta portando ad una degradazione drammatica delle condizioni di vita delle famiglie siriane. Sono state analizzate nel corso della riunione le grandi difficoltà della produzione nazionale e delle imprese. Il Comitato centrale ne individua le cause nell’isolamento imposto alla Siria e negli atti di sabotaggio. Non si vedrà soluzione fino a quando il Governo non assumerà misure chiare per far fronte a tale situazione, allontanandosi dall’approccio economico liberale, che ha contribuito a creare le condizioni dell’attuale crisi siriana.

Occorre rafforzare il controllo statale sui settori strategici dell’economia nazionale, accrescere in particolare il ruolo dello Stato nei settori legati alla produzione di beni essenziali, riprendere il controllo del commercio estero, ed in particolare per ciò che riguarda le materie prime strategiche necessarie per assicurare continuità alla produzione, e soddisfare i bisogni dei cittadini. Il Comitato centrale ritiene che ogni tentennamento manifestato dai rappresentanti del Governo per rinviare a domani tali questioni, rinviando le scelte di politica economica alternativa a dopo la crisi non possa che prolungarla, con prevedibili conseguenze.

E’ ormai palese che le potenze coloniali non riescono ad ottenere una rapida vittoria militare sulla Siria, e tentano di proseguire una guerra di logoramento per far sì che una Siria che uscisse dalla crisi sarebbe poi incapace di opporsi ai piani espansionisti dell’imperialismo e del sionismo nella regione.

Da qui l’importanza di un Fronte sociale ed economico, di perseguire una politica economica che protegga e rafforzi la produzione nazionale, corrispondente agli interessi delle masse, che sono i pilastri della resistenza nazionale siriana. Tutto questo passa attraverso un cambio di rotta radicale del Governo, ed una rottura con il liberismo economico in tutte le sue forme.

Il Comitato centrale rileva come vi sia una condanna sempre più forte su scala mondiale delle azioni perpetrate dall’imperialismo internazionale e dai sui fedeli servi contro la Siria. Una delle manifestazioni più palesi è stato il comunicato di solidarietà inviato dai Partiti comunisti ed operai partecipanti al 14° Incontro internazionale (per l’Italia ha aderito il PdCI, link). Il rifiuto dell’intervento militare contro la Siria cresce egualmente al livello degli Stati, e perfino dei centri imperialisti. Esiste del pari una cerchia di coloro che comprendono i rischi derivanti da un allargamento della crisi siriana.

Questa situazione rinforza la furia dei regimi arabi reazionari contro la Siria. Essi reputano che la loro esistenza sarebbe minacciata nel caso in cui i piani contro la Siria finissero in scacco. Ciò conduce ad alimentare la febbre bellicista e sovversiva contro la Siria, in piena collaborazione con la Turchia e i suoi dirigenti reazionari.

Il Partito comunista siriano conferma che la resistenza non è solo un dovere ma che è possibile. Tutte le prove sono evidenti a livello nazionale, regionale ed internazionale per dimostrarlo. La scelta importante è ormai di sostenere rafforzare, tutto ciò che va nella direzione di una mobilitazione delle masse, di un rafforzamento della capacità di combattimento dell’armata siriana e di un mantenimento della produzione nazionale.

Il comitato centrale si è soffermato sulla partecipazione del nostro partito alla riunione dei partiti e coalizioni nazionali, insistendo sull’importanza dell’alleanza di tutte le forze nazionali e della loro unità in particolare nella difficile congiuntura attraversata dal nostro paese. L’unità del Fronte nazionale è un dovere contro le forze reazionarie.

La scena politica araba ci mostra il lato oscuro e il contenuto oscurantista delle forze reazionarie, che si oppongono ai concetti di democrazia e progresso, ed alla domanda di civiltà ed umanesimo. Ciò che dimostrano gli avvenimenti in Tunisia e in Libia ed in particolare la situazione dell’Egitto, dove le masse resistono ai tentativi di imporre un regime dittatoriale ed oscurantista del tutto fedele all’imperialismo quanto quelli che l’hanno preceduto. La rapida evoluzione degli eventi nel mondo arabo lascia presagire seri cambiamenti di rotta nella strada seguita dai movimenti di liberazione nazionale araba.

Il Comitato centrale esprime la sua solidarietà con tutti questi slanci di libertà nel mondo arabo che rifiutano la tutela coloniale e le autorità reazionarie in tutte le loro forme, vedendone il pericolo.

Durante la discussione della situazione internazionale il Comitato centrale ha proseguito l’analisi del partito sulla crescita attuale delle contraddizioni imperialiste, in particolare nelle condizioni di crisi strutturale vissuta dai centri imperialisti e l’acuirsi nel loro seno del conflitto tra capitale e lavoro, così come la rinascita di un movimento di liberazione nazionale globale nella resistenza alle politiche di impoverimento ed ai tentativi di imporre un dominio assoluto del capitale finanziario globale.

Il Comitato centrale ha inviato i suoi saluti a tutte le forze progressiste ed anti-imperialiste nel mondo, in particolare ai partiti comunisti in prima linea nella lotta contro il potere del capitale. Sottolineando come la lotta dei comunisti siriani per rafforzare la resistenza nazionale siriana è ugualmente un obiettivo internazionale: quello di rafforzare il fronte mondiale anti-imperialista.

Il Comitato centrale ha inoltre ascoltato il rapporto degli attivisti consacrato al centesimo anniversario della nascita del compagno Khalid Bagdache, dirigente storico dei comunisti siriani che ha mantenuto viva l’organizzazione del partito in tutti i paesi in condizioni difficili, che si è concentrato sugli aspetti della lotta di classe, nazionale ed internazionale del Partito comunista siriano.

Il Comitato centrale ha infine discusso talune questioni d’organizzazione ed ha assunto le decisioni necessarie e le raccomandazioni adeguate nel presente contesto. Il Comitato centrale ha salutato gli attivisti delle organizzazioni del partito e della lotta dei compagni comunisti insieme con tutti i patrioti per la difesa della Patria, della sua sovranità, della sua dignità.

[Traduzione di Anna Migliaccio]

(VIDEO) Il Diritto al delirio

di Eduardo Galeano

(…) il nuovo millennio. La faccenda non è da prendere troppo sul serio (…). Il tempo si burla dei confini che noi inventiamo per credere che lui ci obbedisca (…). Il tempo continua, silenzioso, il suo cammino lungo le vie dell’eternità e del mistero. In verità, non c’è nessuno che sappia resistere: (…) chiunque sente la tentazione di domandarsi come sarà il tempo che sarà. Benché non possiamo indovinare il tempo che sarà, possiamo avere almeno il diritto di immaginare come desideriamo che sia.

Nel 1948 e nel 1976, le Nazioni Unite proclamarono le grandi liste dei diritti umani: tuttavia la stragrande maggioranza dell’umanità non ha altro che il diritto di vedere, udire e tacere. Che direste se cominciassimo a praticare il mai proclamato diritto di sognare? Che direste se delirassimo per un istante?

Puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile:

l’aria sarà pulita da tutto il veleno che non venga dalla paure umane e dalle umane passioni;

nelle strade, le automobili saranno schiacciate dai cani; la gente non sarà guidata dall’automobile, non sarà programmata dai calcolatori, né sarà comprata dal supermercato, né osservata dalla televisione;

la televisione cesserà d’essere il membro più importante della famiglia e sarà trattato come una lavatrice o un ferro da stiro;

la gente lavorerà per vivere, invece di vivere per lavorare; ai codici penali si aggiungerà il delitto di stupidità che commettono coloro che vivono per avere e guadagnare, invece di vivere unicamente per vivere, come il passero che canta senza saper di cantare e come il bimbo che gioca senza saper di giocare;

in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che rifiutano di compiere il servizio militare; gli economisti non paragoneranno il livello di vita a quello di consumo, né paragoneranno la qualità della vita alla quantità delle cose;

i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere cucinate vive; gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi; i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse;

la solennità non sarà più una virtù, e nessuno prenderà sul serio chiunque non sia capace di prendersi in giro; la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e né per fortuna né per sfortuna, la canaglia si trasformerà in virtuoso cavaliere;

nessuno sarà considerato eroe o tonto perché fa quel che crede giusto invece di fare ciò che “più gli conviene”; il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà e l’industria militare sarà costretta a dichiararsi in fallimento;

il cibo non sarà una merce, né sarà la comunicazione un’affare, perché cibo e comunicazione sono diritti umani; nessuno morirà di fame, perché nessuno morirà d’indigestione;

i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non ci saranno bambini di strada;

i bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro, perché non ci saranno bambini ricchi;

l’educazione non sarà il privilegio di chi può pagarla; la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla;

la giustizia e la libertà, gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena; una donna nera, sarà presidente del Brasile e un’altra donna nera, sarà presidente degli Stati Uniti d’America; una donna india governerà il Guatemala e un’altra il Perù;

in Argentina, le pazze di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, poiché rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria; la Santa Chiesa correggerà gli errori delle tavole di Mosè, e il sesto comandamento ordinerà di festeggiare il corpo;

la Chiesa stessa detterà un altro comandamento dimenticato da Dio: “Amerai la natura in ogni sua forma”;

saranno riforestati i deserti del mondo e i deserti dell’anima;

i disperati diverranno speranzosi e i perduti saranno incontrati, poiché costoro sono quelli che si disperarono per il tanto sperare e si persero per il tanto cercare;

saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che possiedono desiderio di giustizia e desiderio di bellezza, non importa dove siano nati o quando abbiano vissuto, giacché le frontiere del mondo e del tempo non conteranno più nulla;

la perfezione continuerà ad essere il noioso privilegio degli dei;

però, in questo mondo semplice e fottuto ogni notte sarà vissuta come se fosse l’ultima e ogni giorno come se fosse il primo.

Colombia: il Foro Aperto Cittadino per la Pace

Fonte: Nuova Colombia

27/12 – Piedad Córdoba propone un Forum per la Pace

Si sono conclusi nella capitale colombiana i lavori del Forum Agrario previsto nelle Conversazioni di Pace dell’Avana fra FARC e governo, e organizzato dall’ONU e dall’Università Nazionale di Bogotá, cui hanno partecipato 1400 persone, 550 organizzazioni e delegati da 36 regioni del paese per discutere del problema agrario

I partecipanti hanno elaborato e presentato 4000 proposte, che saranno consegnate all’Avana il prossimo 8 gennaio alle delegazioni delle parti belligeranti, le quali potranno utilizzarle per lavorare sul tema della sviluppo rurale.

Come contributo all’importantissimo nodo della partecipazione popolare, la senatrice Piedad Córdoba, nell’ultima sessione di lavori, ha proposto la conformazione di un Foro Aperto Cittadino per la Pace, organizzato e sviluppato dai partecipanti al Tavolo delle Conversazioni. Uno spazio permanente attraverso il quale i movimenti sociali e le organizzazioni popolari si pronuncino, dibattano ed avanzino proposte in merito ai punti dell’agenda dei dialoghi dell’Avana.

Il miglior antidoto per impedire a quanti hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere dalla prosecuzione della guerra civile, è proprio la partecipazione del popolo colombiano ai Dialoghi, elemento imprescindibile per la costruzione di una Nuova Colombia che finalmente raggiunga la tanto agognata pace con giustizia sociale.

Altri Clamori dalla Colombia…

Lettera aperta del Covenpri al Comandante Chávez

Versión en Castellano más abajo

Caro Hugo Chávez Frías,

nell’esercizio delle nostre professioni e nelle responsabilità di analisti e soggetti che operano nella trasformazione delle relazioni internazionali e della nuova geopolitica globale, ci siamo uniti nella Comunidad Venezolana de Profesionales de las Relaciones Internacionales y Defensores de la Solidaridad Mundial (COVENPRI). Ci rivolgiamo a te, Comandante Presidente, leader della Rivoluzione Bolivariana, per esprimere la nostra solidarietà per le tue condizioni di salute. Siamo sicuri che puoi di nuovo vincere con la spinta del tuo popolo, come Bolívar vinse nella Campaña Admirable, come Sucre vinse in Pichincha ponendo le basi per l’indipendenza dell’Ecuador e poi nella grande battaglia di Ayacucho che ha reso libera l’America Meridionale, così come vinse José Félix Ribas nella battaglia di La Victoria o Zamora nella battaglia di Santa Inés.

Presidente, vi è una tensione all’impegno etico, politico, spirituale e profondamente patriottico che ci spinge a riconoscerci in te e a riaffermare la certezza che puoi contare su un popolo convinto della necessità di continuare nel processo di trasformazione e di emancipazione di questa società e dei popoli del mondo. I fatti attuali della scena mondiale ti hanno dato ragione e la Rivoluzione Bolivariana, che è da considerare un evento di grande importanza per tutta l’America Latina, i Caraibi, l’Africa, l’Asia e l’Europa, continuerà la sua marcia trionfale con te come è stato fin ora.

Dopo il riconoscimento dei progressi evidenti nelle relazioni internazionali, oltre ai risultati significativi in campo sociale, economico e politico, questo colectivo hermanado, fedele ai principi primi del paradigma da te elaborato, desidera esprimerti la sua fedeltà incondizionata, partendo dalla considerazione che hai posto sulla scacchiera i pezzi necessari per ottenere i risultati del processo di trasformazione che a gran voce reclamano le nostre società e per far sì che possa formarsi una nuova coscienza strutturata partendo da un approccio olistico. Questa è la conditio sine qua non per poter parlare di una vera e propria Rivoluzione. E tu sei il protagonista, il leader del popolo, il costruttore della nuova società.

Tu costituisci il nodo dialettico fondamentale di questa vita in Rivoluzione, perciò  si sente dire ogni giorno che “Chávez è il popolo e il popolo è Chávez” e per questo motivo sarai sempre presente, al di là di ogni circostanza, perché sei in ogni angolo, in ogni luogo, in ogni spazio del popolo venezuelano e degli altri popoli del pianeta che vedono nella tua persona la possibilità della rinascita di un mondo nuovo e  prospettano un futuro pieno di speranza e di fede. In definitiva, sei da considerare il cuore imprescindibile della gente del popolo perché hai lottato tutta la vita per la sua emancipazione.

Siamo convinti, noi venezuelani e latinoamericani, dell’imprescindibile importanza del tuo lavoro che sembra superare qualsiasi limite della ragione. Un lavoro che ha significato un taglio netto con le convenzioni, i leguleismi e rispetto ad una visione tradizionale che non ci permetteva di avanzare ad un ritmo più rapido per raggiungere il più alto livello possibile di felicità.

Risulta necessario mettere in guardia i controrivoluzionari; che non confondano il sentimento che professa il popolo venezuelano per la tua salute con un qualche tipo di debolezza. Essere profondamente umani è la caratteristica essenziale dei rivoluzionari, quindi è così che siamo noi che andiamo a comporre questo blocco storico bolivariano. Che la controrivoluzione non osi avventurismi! Saranno spazzati via dalla indignazione dell’amorevole gente di Bolívar che difende il suo impegno nella storia e nella grande patria latinoamericana per preservare le conquiste del popolo ed andare più in profondità nei cambiamenti rivoluzionari necessari.

Cogliamo l’occasione per esprimere il nostro sostegno al compagno di Nicolás Maduro che ha assunto con passione, con coraggio e con modestia le sue responsabilità in questo frangente storico per perseguire la gestione collettiva del processo di cambiamento, durante la fase del tuo recupero fisico e nella prospettiva della riassunzione del tuo incarico.

Pertanto, ci uniamo in un solo pensiero, in un solo corpo, in una sola voce, evidenza dell’ unità che hai invocato per continuare a percorrere la strada del Socialismo bolivariano, proposta che hai lanciato nel Gennaio 2005 ma già a partire dal 1999 la nuova Costituzione Bolivariana riflette i valori socialisti in molti dei suoi articoli.

Con l’obiettivo di raggiungere una tale società non ci potrà essere alcun cedimento, perché il popolo, il tuo popolo, è la garanzia principale per la realizzazione di questo nobile scopo.

Noi siamo con te Chávez. Ci sono più di 8 milioni di anime in Venezuela, molti di più, milioni in tutto il mondo che confidano in una tua pronta guarigione. Noi ci siamo rafforzati nella fede e nell’ottimismo. Sappiamo che presto sarai di nuovo tra noi, amico, fratello d’armi e compagno di lotte.

Noi, gli uomini e le donne che popolano questo emisfero, siamo consapevoli di quale sia il significato della tua lotta contro i processi del “libero mercato” che hanno saccheggiato i paesi delle loro ricchezze e coscienze. Grazie a te non siamo caduti nelle grinfie dell’ALCA  e della visione capitalista e imperialista che nel passato ha condizionato i meccanismi di integrazione.

Tu hai alzato le bandiere dell’ALBA, dell’UNASUR, della CELAC, del MERCOSUR, con la ferma intenzione di rafforzare l’unità e lo sviluppo della nostra America, sostenute dalle premesse di solidarietà, complementarità e cooperazione. Il tutto con il fine ultimo di rafforzare l’indipendenza e la sovranità nonché di garantire l’autodeterminazione dei nostri popoli, nell’orizzonte di senso del Socialismo del XXI secolo che gradualmente supera il capitalismo e la sua dottrina neoliberista, che va qualificata come il tentativo fallito di un sistema in crisi che disconosce, di fatto, le legittime esigenze sociali.

Il COVENPRI vede questo momento come una congiuntura in cui il popolo e le base sociale, così come le molteplici organizzazioni, hanno espresso il loro impegno a favore della Rivoluzione e del Socialismo Bolivariano. Non può essere altrimenti, perché abbiamo deciso, insieme a te, di conquistare la definitiva indipendenza.

Amato e unico Chávez,

siamo pienamente convinti che uscirai vittorioso ancora una volta, perché la tua gente, all’unisono, ti ha benedetto con un miracoloso mantello protettivo. Il tuo amato paese aspetta con l’amore di sempre e con il tuo Cristo Redentore, affinché tu possa continuare, pieno di luce, ad illuminare il nostro cammino.

I nostri più sinceri ringraziamenti ai fratelli cubani che ogni giorno mettono il loro impegno e la loro intelligenza al servizio del popolo venezuelano, e ora, in particolare della tua persona, con un profondo atto di umanità, di amicizia e di solidarietà senza precedenti nella storia.

Siamo concordi nel ritenere che l’uomo è il centro della prassi. Condividiamo, inoltre, l’ideale socialista, anti-imperialista; condanniamo le pratiche antipopolari dello sfruttamento. Siamo stati con te in passato, ti accompagniamo nel presente e saremo con te domani e per sempre, poiché questa Rivoluzione ha avuto un inizio, ma non ha fine.

¡Hasta la vida siempre¡ ¡Viviremos y Venceremos!

[Versione in italiano a cura di Massimo Scotti Galletta]

Hugo Chávez Frías:

En el ejercicio de nuestras profesiones y responsabilidades como analistas y transformadores de las relaciones internacionales y de la nueva geopolítica global, nosotros, agrupados en la Comunidad Venezolana de Profesionales de las Relaciones Internacionales y Defensores de la Solidaridad Mundial (COVENPRI), nos dirigimos a ti Comandante Presidente, líder de la Revolución Bolivariana, para solidarizarnos por tu situación de salud que, seguros estamos, podrás vencer con el impulso de tu pueblo, como venció Bolívar en la Campaña Admirable, como venció Sucre en Pichincha que selló la independencia de Ecuador y luego en la gran batalla Ayacucho que hizo libre a la América Meridional, como venció José Félix Ribas en la Batalla de La Victoria o como venció Zamora en la batalla de Santa Inés.

Presidente, nos moviliza el compromiso ético, político, profundamente espiritual y patriótico, para reconocer contigo y reafirmarte que cuentas con un pueblo convencido de la necesidad de continuar con la transformación y emancipación de esta sociedad y de los pueblos del mundo. Los hechos actuales en la escena mundial te han dado la razón y la Revolución Bolivariana, acontecimiento trascendental para toda América Latina, El Caribe, África, Asia y Europa, continuará contigo su marcha triunfal como hasta ahora.

Desde el reconocimiento de los evidentes avances en materia de las Relaciones Internacionales, amén de los significativos logros en las áreas social, económica y política, este colectivo hermanado, basado en el paradigma por ti enarbolado, desea ratificarte la fidelidad incondicional, en virtud de que has puesto en el tablero del ajedrez piezas necesarias para lograr la trasformación que demandan a gritos nuestras sociedades y la activación de una nueva conciencia en torno a la realidad desde una concepción holística Esto es condición sine qua non para hablar de una verdadera Revolución. Y en ello tú eres el protagonista que lidera al pueblo constructor de la nueva sociedad.

Constituyes un eslabón crucial en la dialéctica de esta vida en revolución, por ello se escucha a diario que “Chávez es el pueblo y el pueblo es Chávez” y por tal razón siempre estarás presente, por encima de cualquier circunstancia, porque estás en cada rincón, en cada lugar, en cada espacio del pueblo venezolano y de otros pueblos del mundo que sienten el resurgimiento de un nuevo mundo en tu persona y ven un porvenir lleno de esperanza y fe. En definitiva, eres el corazón imprescindibledel pueblo porque has luchado toda una vida por su emancipación.

Convencidos estamos los venezolanos y los latinoamericanos de lo trascendental de tu obra, que pareciera rebasar cualquier límite de la razón. Obra que ha dado al traste con los convencionalismos, con los leguleyismos, con las visiones tradicionales que no nos dejaban avanzar a un mayor ritmo para lograr la mayor suma de felicidad.

Resulta necesario advertir a los contrarrevolucionarios que no confundan el sentimiento que profesa el pueblo venezolano por tu salud con algún tipo de debilidad. Ser profundamente humanos es el rasgo esencial de los revolucionarios, y así somos en este bloque histórico bolivariano. ¡Que la contrarrevolución no se atreva a intentar aventuras! porque serán arrasados por la indignación del pueblo amoroso de Bolívar que defiende su compromiso con la historia, y con la gran patria latinoamericana para preservar los logros del pueblo y profundizar los cambios revolucionarios necesarios.

Aprovechamos para expresar nuestro apoyo al compañero Nicolás Maduro ante la responsabilidad asumida con pasión, valentía y modestia en esta coyuntura histórica para proseguir dirigiendo colectivamente el proceso de cambios mientras te recuperas y reasumes tus responsabilidades.

Por tal motivo, nos unimos a tí en un solo pensamiento, en un solo cuerpo, en una sola voz, evidencia de la unidad que has invocado, para seguir transitando por la vía del Socialismo Bolivariano, propuesta que lanzaste al ruedo desde enero del 2005, pero ya desde 1999 la nueva Constitución Bolivariana plasmó valores socialistas en muchos de sus artículos.

Con el objetivo de lograr alcanzar tal sociedad no habrá desmayo alguno, pues el pueblo, tu pueblo, es la principal garantía para la consumación de este noble propósito.

Estamos contigo Chávez. Somos más de 8 millones de almas en Venezuela, muchas más, millones por el mundo, que apostamos por tu pronta recuperación. Nos hemos afianzado en la fe y en el optimismo. Sabemos que pronto estarás de vuelta entre nosotros, amigo, camarada, compañero de luchas.

Los hombres y mujeres que habitamos este Hemisferio estamos conscientes de lo significativa que ha sido tu lucha contra procesos de “libre mercado” que expolian a los países de sus riquezas y de su conciencia. Gracias a tí no caimos en las garras del ALCA y de la visión imperialista y capitalista que en el pasado cobijó los mecanismos de integración.

Has alzado las banderas de la ALBA, UNASUR, CELAC, MERCOSUR con el firme propósito de fortalecer la unidad y desarrollo integral de Nuestra América, soportadas en las premisas de solidaridad, complementariedad y cooperación. Todo ello con el fin supremo de consolidar la independencia y de garantizar la soberanía y autodeterminación de nuestros pueblos, en el marco del Socialismo del siglo XXI, el cual sobrepasará paulatinamente al capitalismo y a su doctrina neoliberal, por tratarse de un fallido intento de un sistema en crisis, al desconocer, de facto, las legítimas demandas sociales.

COVENPRI ve este momento como una coyuntura en la que el pueblo y las bases, así como las innumerables organizaciones sociales, expresan su compromiso con la Revolución y el Socialismo bolivarianos. No puede ser de otra forma, pues hemos decidido,junto contigo, lograr la independencia definitiva.

Dilecto y único Chávez:

Estamos totalmente persuadidos de que saldrás nuevamente victorioso, pues tu pueblo, al unísono, te ha bendecido con un manto de salud. Tu Patria querida te espera con el mismo amor de siempre y con tu Cristo Redentor, para que sigas, lleno de luz, iluminando nuestro camino

Nuestros sinceros agradecimientos a los hermanos cubanos y cubanas que entregan a diario su esfuerzo e inteligencia al pueblo venezolano y, ahora, especialmente a tí, en un profundo acto de humanidad, amistad y solidaridad sin parangón en la historia.

Quienes compartimos la visión de que el ser humano es el centro de la praxis. Quienes además comulgamos con la noción socialista, antiimperialista y condenatoria de las prácticas explotadoras contra los pueblos, te acompañamos ayer, hoy, mañana y siempre. Porque esta Revolución tuvo un principio, pero no tiene fin.

¡Hasta la vida siempre¡ ¡Viviremos y Venceremos!

Comunidad Venezolana de Profesionales de las Relaciones Internacionales y Defensores de la Solidaridad Mundial (Covenpri)

MIEMBROS

INTERNACIONALISTAS: Ernesto Wong, Taibis Castillo, Francisco Torrealba, Omar Berroterán, Moisés Antonio Hernández Pantaleo, Ana C. Da Silva, Eva Golinger, Sergio Rodríguez, Katy Pinto Fernández, Luisana Hernández Melo, Oscar Lloreda, Yurlen Rondon de Gabay, Georalberth Oliver Castillo, Yolanda Brito Navarro, Marianny Rosado Prieto.POLITOLOGOS: Rodney Coronado, Tony Ugarte, Richard Vélez, Menry Fernández, Francesco Misticoni, Roberto Márquez Orozco, Attilio Folliero.

PERIODISTAS: Leandro Albani, Kendy Cortés, Lourdes Zuazo, Lorena Díaz, Ilse Villarroel, Jesús Hernández, Melquiades Rondón, Verónica Morales, Edixon Plaza, Rosangela Martínez, Arturo Jaimes, Pedro Marillán, José Manuel Cintrón, Rossangel Hernández, Neirlay Andrade, César Rivero, Leandro Varela, Carlos Revette Solarte, Carlos Eduardo Lucero, Jean-Guy Allard, Andreina Piña, Percy Alvarado, Gaspar Velásquez Morillo, Castor Díaz D., Mariel Ariana Carrillo, Nathaly del Carmen Blanco Bastidas, Manuel A.Rodríguez Salas, Marbelys Mavarez Laguna, Francis Elena Zambrano Espinoza, Sergio J. Duque Z., Cristina González Quintana, Nubia Mendoza Lobo, Ingo Niebel, Edwin Urdaneta, Aurelio Gil.

JURISTAS: Yusmari Peña, Enrique Sánchez, Gustavo Claret Vásquez Quintero, Olga Nereida Rojas Díaz, Ernesto Amesquita, Aura Piña, Jesús D. Rojas H., Verónica Isabel González, Edilia Mata de Heredia, Leonardo Rafael Heredia Mata, Brenda Isabel Ojeda, Matteo Carbonelli, Ivett Adelaida Manosalva Romero, Jesús Millán Alejos.

EDUCADORES: Thais Marrero, Aura Contreras, Ramón Artiles, Pablo Barreto Marrero, Omar Lopez Pérez, Rafael E. Padilla Vásquez, Pedro M. Arias Palacios, Mireya Otero Silva, César Augusto Oviol Tuozzo, Gladys Revilla, Edelmira García La Rosa, Keila Maffi Fernández, Eleazar José Sánchez Viloria, María Narea, Boris Danilo Benedetti Abelló, Elizabeth Josefina Sequera.

SOCIOLOGOS: Romain Mingus, Dayana Vega Furet, Esther Maria Macias Añez, Guillermo Adrián Pini de Kroon, Franklyn González, Alberto Lovera, Tito Pulsinelli Delfini, Hernando Antonio Romero Pereira, María Engracia Páez de Victor, Eduardo Medina Rubio, Lina Arregocés.

ESCRITORES: Coral Bujanda Misle.

GERENTES Y ADMINISTRADORES: Jorge Pérez, Jaime Carranza Natera, Mineyomar Maritza Romero, Herlinda Guerrero Chacón, Adrián Figueroa.

PSICOLOGOS: Brayner López Sarmiento, Carlos Feo Acevedo.

INGENIEROS: Alfredo Viloria Pérez, Víctor Novo, Dozhtor Zurlent Hernand, Rocio Jiménez Rodríguez, Germán Alfardy Contreras Rodríguez, My. Eddy José Ramírez Useche, Miriam Otero Silva.

HISTORIADORES: Talía Ruiz, Desirée Pérez, Miguel Angel del Pozo Rosquete.

LETRAS Y ARTES: Pedro Torres Moré, Melaneo Maden Betancourt.

COMERCIO EXTERIOR: Jorge Luis Chirinos Alvarado.

TRABAJADOR POR CUENTA PROPIA: Víctor M. Quintero.

ECONOMISTA: Gil Ricardo Salamé Ruiz.

CINEASTAS: Nahir Valentina Jiménez Rojas, Ezequiel Amarú Siem Yanes.

MEDICOS: Carlos Rojas, Carlos Orellana Bencomo, Orlando Cuenca Bordonado.

TEOLOGOS: José Amesty.

INFORMATICOS: Edgar Colmenarez.

FISICOS: Norma Furet Bridon. QUIMICOS: José Antonio Daza.

ANALISTAS: Moraima del C. Manjarrez Garmendia.

INSTRUCTORES DE ARTE: Juan Miranda Trejo.

GESTION SOCIAL DEL DESARROLLO LOCAL: Gustavo A. Palencia. ANTROPOLOGO: Ronny Velásquez.

MATEMÁTICOS: Rafael José Orellana Chacin.

BACHILLERES Y UNIVERSITARIOS: Dubraska Hernández, Mariana Castro, Erika Castro, Roosvelys Nain Aguilar, Luis Alfredo Vizcaino Romero.

LICEISTAS: Amilcar Antonio García Noguera.

CONTADORES PÚBLICOS: José Luis Mora Méndez.

DISEÑADOR INDUSTRIAL: Manuel Alfredo Henao Nieto.

 covenpri@yahoo.es

“Rompa el aislamiento. Vuelva a sentir la satisfacción moral de un acto de libertad… Haga circular esta información”        

 Rodolfo Walsh

 

“Ser internacionalista es saldar nuestra propia deuda con la humanidad. Quien no sea capaz de luchar por otros, no será nunca suficientemente capaz de luchar por sí mismo”     

 Fidel Castro

Isaías Rodríguez: La Costituzione venezuelana è la migliore del mondo

di Luisana Colomine/Aporrea.org

20/12/12.- Il padre costituente Julián Isaías Rodríguez, attuale ambasciatore del Venezuela in Italia e ex Procuratore Generale della Repubblica Bolivariana ha affermato che la Sala costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia può “spostare” quante volte risultasse necessario la data di assunzione del nuovo incarico del Presidente Hugo Chávez, ai sensi della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, prevista per il 10 Gennaio 2013 (articolo 231).

“Penso che la malattia stia facendo pagare il prezzo della lealtà rivoluzionaria di Chávez ed il suo essere conseguente, essendo l’uomo delle sfide audaci continuerà a sfidarla. Come Florentino e il Diavolo deve attendere l’alba. Non essendo già deceduto il 17, ha già sconfitto Santander. Páez si è pentito alla fine ed è un nemico debole…” è la riflessione di Rodríguez sullo stato di salute del presidente Chávez.

Per Rodríguez, il TSG troverà il modo di dare il tempo al presidente Chávez di recuperare o prendere una “decisione definitiva”.

Con riferimento alla nomina di Nicolás Maduro come sostituto in caso di assenza, ha spiegato che questa è stata una decisione “precautelativa” di Chávez Frías.

Quante volte ci si può rivolgere alla Corte Costituzionale? Può essere considerato ciò una violazione della Costituzione?

Può lui o chiunque sia l’interessato rivolgersi alla Corte costituzionale ogni qual volta risulti necessario. Può essere considerato incostituzionale chiedere alla suddetta Sala un parere quando è l’unica che può interpretare la Costituzione. Le sue decisioni non possono essere oggetto di ricorso ma devono essere obbligatoriamente eseguite.

Ritiene che l’opposizione accetti la decisione della Sala costituzionale di spostare la data di assunzione del nuovo incarico?

– L’opposizione deve accettare tutto ciò che è costituzionale. La motivazione che argomenti l’assenza il 10 gennaio 2013 può essere, ad esempio, la malattia che deve essere valutata da una commissione medica riconosciuta dalla Sala o da parte del TSG, è necessario condurre una perizia e successivamente la Sala costituzionale deve ascoltare la constatazione. Questo è solo un esempio, ce ne possono essere molti altri. (Art. 231 e 233 della Costituzione).

Secondo Rodríguez “nessuna legge può prevedere ogni aspetto. La Costituzione è la legge fondamentale e la sua interprete è la Sala Costituzionale, le cui decisioni completano e integrano le lacune”. Tuttavia, egli ritiene che “tutto è in ordine” e che “non esiste nulla di caotico nella Costituzione attuale”.

-La nostra Costituzione è ancora la migliore del mondo, ampiamente riconosciuta in questo senso da diversi paesi europei.

In passato però l’opposizione la denigrava, ora invece la difende.

– L’opposizione ha voluto istituzionalizzarsi ma al suo interno ci sono avversari che non le permettono di crescere. Ad esempio, gli “Ismaelillos” sono buoni quando provengono da José Martí e quando Velásquez dipinge Meninas…

[Trad. a cura di Martina Tabacchini]

La “strage del pane a Natale”: contraddizioni e mancanza di prove nei video dell’opposizione

25 dicembre 2012
E’ troppo chiedere ai media di analizzare le denunce e i materiali video che ricevono, facendosi le classiche domande: chi, come, se, perché, cui prodest eccetera? Non lo hanno fatto, né in Italia né all’estero, di fronte alla cosiddetta “strage del pane” ad Halfaya, Siria, 23 dicembre: “Mig di Assad uccidono trecento persone mentre in mille facevano la fila per il pane”.
Gli oppositori dell’Osservatorio siriano per i diritti umani basato a Londra e dei Comitati di coordinamento locali hanno diffuso video che proverebbero un bombardamento dell’aviazione siriana (Mig russi) contro mille civili in coda per il pane ad Halfaya. Perché? Per ritorsione contro l’avanzata dell’opposizione armata, sostengono i media.
Mandare un aereo a massacrare per ritorsione persone inermi affamate e per di più intorno a Natale, sarebbe non solo un atto diabolico ma anche suicida. Quel che ci vuole per tirarsi addosso l’ira armata del mondo, alienandosi anche chi continua a sostenere il negoziato anziché interventi militari.
Tanto più che in Siria e dunque nel mondo infuria quel che l’emittente Russia Today ha definito guerra chimica delle parole (con governo e gruppi armati a reciprocamente accusarsi dell’uso di armi vietate; ma solo le accuse dei gruppi armati sono tenute per buone). E tanto più che nello stesso giorno arrivava a Damasco l’inviato dell’Onu Lakdar Brahimi per parlare con il presidente Assad.
Eppure le notizie e i video sul 23 dicembre sono ripresi da tutti i media internazionali – e italiani – esattamente nella versione proposta dall’opposizione, senza avanzare dubbi di natura giornalistica sulle “prove video” le quali mostrano molte contraddizioni e nulla rivelano sui colpevoli, né sulla dinamica.
L’unica cosa certa, come per tantissime immagini e notizie su questa orrenda guerra fomentata, è che ci sono morti.

LA GUERRA MEDIATICA NON SI CHIEDE “CHI COSA COME PERCHE’’”
Madrina della “notizia” è stata la tivù satellitare saudita al Arabiya, con la cifra di 300 uccisi che ha rotto ogni argine nella diffusione della notizia. La tivù saudita non è nuova agli exploit: nel febbraio 2001 un suo twitter lanciò la enorme e tragica bufala dei “diecimila morti in Libia”, una strada senza ritorno. Nel poco tempo in cui l’ Ansa ha dato per certo il numero di 300 morti la notizia – poi ridimensionata, questa è stata posta in testa alla home page del sito, dopo il ridimensionamento è tornata in una posizione meno visibile. Poche ore dopo, l’emittente qatariana al Jazeera metteva in evidenza la denuncia di “attivisti” di Homs per i quali sette persone sarebbero morte per aver inalato un gas sconosciuto.

In questi giorni, è una coincidenza?, i paesi del Golfo si sono incontrati e hanno parlato anche di Siria. Inoltre, nei giorni festivi o prefestivi ci sono meno notizie, addirittura mancano i quotidiani (a ferragosto e natale), le agenzie staccano almeno per qualche ora completamente. Quindi le notizie hanno una “persistenza” molto maggiore. Insomma una notizia in un giorno del tipo ferragosto, Natale, capodanno, può avere un impatto molto superiore a una notizia analoga uscita in un giorno feriale qualsiasi.
Oltre a ciò i media, non solo italiani, prendono per buone le denunce dell’opposizione senza cercarne le prove.
Per il Tg3: “Novanta morti secondo fonti ufficiali, oltre 300 secondo il canale satellitare al Arabiya”. Per il Tg3, dunque, “ufficiale” è la fonte dell’Osservatorio siriano di Londra.
Surreale anche il Fatto quotidiano (versione stampata) del giorno 24 dicembre: “Nessuno si aspettava che lo spietato regime siriano avrebbe fermato i suoi jet carichi di bombe e il lancio di scud, per concedere ai cittadini siriani di fede cristiana di prepararsi al Natale” (eppure, come tutti sanno, i cristiani in Siria sono nel mirino non dei Mig e degli Scud ma dei gruppi armati dell’opposizione islamista). Il Fatto online cita l’emittente saudita, con le sue fonti: testimoni oculari e attivisti anti-regime dei comitati locali (Lcc) e dall’Osservatorio per i diritti umani.
Qualche richiamo internazionale. Dall’agenzia Reuters: “Decine di persone uccise e molte altre ferite in un attacco aereo governativo contro una panetteria, domenica, secondo gli attivisti” (…); “se confermato, l’attacco ad Halfaya, presa dai ribelli la settimana scorsa, sarebbe no egli attacchi aerei più mortali nella guerra civile in Siria”. Come prova si citano i video e un “attivista” locale: “Quando sono arrivato sul posto c’erano pile di corpi a terra, e fra questi donne e bambini” (NB. L’attivista non parla di aerei) (…) “I residenti di Halfaya parlano di 90 morti, l’Osservatorio di Londra di 60”.
Cifre in libertà anche sulla Cnn (che almeno fin dal titolo precisa che è una denuncia dell’opposizione): secondo i Comitati di coordinamento locale – che riforniscono di notizie l’Osservatorio a Londra – “sono state uccise oltre 100 persone ma il numero è destinato a salire; un attivista ha visto la sepoltura di almeno 109 persone”. (…) L’attivista locale – sono sempre chiamati attivisti anche gli armati – spiega che “gli addetti dell’ospedale hanno dichiarato che l’area del panificio non era raggiungibile” (NB. Come mai se Halfaya è nelle mani dei gruppi armati?). Subito dopo lo stesso attivista sostiene che “gli ospedali non riescono a curare tutti i feriti”.
Ma le contraddizioni sarebbero state molto maggiori se i media si fossero dati la briga di analizzare per bene i video portati come prova…

LE SMENTITE IGNORATE
Naturalmente quasi nessuno riporta la smentita del governo di Damasco, veicolata dalla agenzia Sana. Eccola, per un po’ di par condicio: “Gruppi terroristi hanno attaccato la cittadina di Hilfaya e commesso crimini contro la popolazione (…) per poi girare video in modo da accusare l’esercito siriano di questi crimini. Residenti di Hilfaya hanno accusato i gruppi armati di aver attaccato il dispensario e la municipalità” (NB. Un video mostra armati trionfanti sui tetti di questi edifici). “Gli abitanti hanno detto di aver chiamato l’esercito il quale ha affrontato i terroristi eliminandone un gran numero”. La Syrian Tv ha analizzato i video sottolineando le incongruità nelle denunce verbali che accompagnavano le immagini e le non corrispondenze fra lo stato e il numero dei corpi (e l’essere questi tutti uomini) e la denuncia di un massacro per via aerea su una folla enorme di donne e bambini.

ANALISI DEI VIDEO. COSA E’ SUCCESSO DAVVERO AD HALFAYA, E NON SOLO?
Gruppi di persone sparse in diversi paesi (Siria inclusa) si sono permesse il lusso di ignorare entrambe le versioni (essendo esse di parte) e di studiare i video. Tutte le loro versioni – e il buon senso – concordano nel dire che a) i video non sono credibili perché sono contraddittori, b) i video non portano alcuna prova sul colpevole e sulle circostanze.
Ci soffermiamo su questi due link:

e

Rileviamo quanto segue.
– Non c’è traccia di passaggio di aerei e nessun segno che possa indicare chi ha sparato e in quale circostanza e contro chi.
– Non ci sono donne e bambini fra gli uccisi, i quali ultimi sembrano meno numerosi di quanto denunciato.
– Nessun indizio per capire che si tratti di un panificio, anzi… un particolare mostrerebbe la messinscena: nel video un uomo depone per terra un pane tondo tradizionale, sul sangue. Per mostrare al mondo che si trattava di una panetteria? Poco dopo un’altra mano raccoglie il pane. Ma come ha tradotto il Tg1 della Rai sul suo sito? “Uno scatto fra gli altri testimonia la strage, quello di un ribelle che raccoglie una tradizionale pita, il pane siriano, da una pozza di sangue”. A conclusioni simili sono arrivati anche gli attivisti europei di Mediawerkgroep Syrië
Ed ecco
http://www.syriatruth.org/news/tabid/93/Article/8848/Default.aspx
l’analisi del sito siriano Syriatruth che non è governativo né sostiene l’opposizione armata: “Anche volendo trascurare la solita “coincidenza” tra la strage e l’arrivo di Brahimi a Damasco, da una prima analisi dei filmati emergono alcune incongruenze rispetto alle notizie poi diffuse:
– non si vedono donne o bambini, eccetto una donna e un ragazzo, forse solo dei passanti; e tutte le vittime sono uomini adulti.
– Il numero massimo delle vittime dovrebbe essere tra i 20 e i 30 (cifra ben distante dai 90 di cui si parla, figuriamoci dai 300!).
Se i primi due elementi possono ridimensionare la tragedia, ma non diminuirne la gravità, il terzo sembra più significativo:
– dalle immagini non risultano macerie tali da far pensare a un bombardamento aereo, non ci sono tracce dell’impatto della bomba o missile lanciato dal presunto Mig, ma solo un foro sull’edificio e rovine di piccola entità, più facilmente riconducibili a un ordigno di modesta portata. Questo particolare genera un altro quesito: da dove arrivano le macerie visibili sotto l’edificio? Non certo dall’unico foro che sembra visibile.
– Ulteriore interrogativo: se, come si racconta, sono state colpite delle persone in fila per il pane, perché si vedono solo corpi al di fuori della struttura e l’interno non è quasi inquadrato? E come mai è ancora quasi perfettamente integro?
– Un altro particolare riguarda la data: in un video più volte si ribadisce che è sabato 21 dicembre; mentre in un altro si parla del 23 dicembre.
– Il luogo, poi, è pieno di gruppi armati, alcuni in uniforme, altri in abiti civili, ma comunque armati (in una scena è chiaramente visibile che uno di loro toglie un kalashnikov dalle mani di un cadavere)”.
Non si sa dunque cosa sia successo. Le ipotesi sono diverse e nessuna per ora verificabile, ma la più assurda è proprio che un Mig bombardi sotto gli occhi del mondo mille persone in fila per il pane. Le vittime potrebbero essere come in altri casi (ad esempio il “massacro di Tremsheh”), membri di gruppi armati utilizzati per creare un altro possibile casus belli contro il governo siriano. Il sito potrebbe in effetti essere stato bombardato dall’esercito, negli scontri che avvengono quotidianamente con l’opposizione armata, in ambito anche urbano, là dove la guerra è stata portata. Poiché non ci sono prove che fosse un centro per la distribuzione del pane al momento della tragedia, potrebbe essere stato uno spazio preso dai gruppi armati pe r fabbricare esplosivi ed essere esploso. C’è poi chi (come la radio Irib) sostiene che potrebbe essersi trattato di un colpo portato da una delle fazioni dell’opposizione all’altra, piazzando un ordigno in piena città.
Non si sa. Quel che è certo è che a causa della guerra, delle sanzioni, dei furti il pane scarseggia.
Abbondano invece le “notizie” di bombardamenti aerei su file per il pane e panifici: il Consiglio nazionale siriano, un po’ detronizzato dalla neonata Coalizione di Doha, denuncia alla tivù satellitare saudita un attacco a Homs con dieci bambini morti; e i Comitati di coordinamento di Homs parlano di un bombardamento aereo a Talbise, anche lì colpito un panificio (e un ospedale da campo) con vari morti fra cui bambini e donne. Anche lì, sul “chi, come, se, perché” non ci sono prove.
La disinformazione legittima l’ingerenza anche militare e quest’ultima aumenta la guerra e i morti, in un perfetto circolo vizioso.

CASI PRECEDENTI: GLI AEREI DI GHEDDAFI E IL MERCATO DI SARAJEVO
Ricordiamo en passant che la guerra Nato in Libia dovette molto, nella fase di preparazione anche mediatica, alle denunce senza prove circa i Mig governativi che massacravano manifestanti pacifici. Tutto falso, si è scoperto. Ben presto, ma troppo tardi.
Ricordiamo anche alcuni episodi a Sarajevo negli anni 1990. Citando Michel Collon, giornalista belga da tempo attivo sulle “menzogne di guerra”:
“Il 27 maggio 1992 una bomba uccide almeno sedici persone che facevano la coda davanti a una panetteria a Sarajevo; un centinaio i feriti. Subito vengono accusati gli assedianti serbi. Il Consiglio di Sicurezza Onu decreta sanzioni economiche contro quel che rimane della Jugoslavia, ovvero Serbia e Montenegro, accusata di appoggiare i serbi di Bosnia. Un’inchiesta sui responsabili, effettuata in seguito all’Onu, non verrà mai pubblicata. Il giornale britannico The Independent spiegò in seguito: ‘I responsabili delle Nazioni Unite e alti funzionari occidentali ritengono che alcuni dei peggiori massacri a Sarajevo, e anche la strage del pane, siano stati compiuti dai musulmani, difensori della città, e non dagli assedianti, per forzare un intervento militare occidentale’. (…) I due attentati che colpirono il mercato di Sarajevo nel febbraio 1994 e nell’agosto 1995 si possono far risalire alla stessa strategia. Il primo arrivò giusto per far fallire il piano di pace proposto dagli europei di fronte all’intransigenza degli Usa e del leader musulmano della Bosnia, Izetbegovic (la percentuale degli statunitensi favorevoli a un attacco armato contro i serbi passò d’un colpo da un terzo a oltre la metà). Il secondo legittimò i massicci attacchi contro le postazioni serbe intorno a Sarajevo”. Aggiungiamo che mesi dopo la prima strage di Markale, 5 febbraio 1994, Jasushi Akashi, delegato speciale ONU per la Bosnia, dichiarò alla Deutsche Presse Agentur che un rapporto segreto Onu aveva attribuito da subito ai musulmani la paternità della strage, ma che il Segretario Generale Butrous Ghali non ne aveva parlato per ragioni di opportunità politica. Poco tempo dopo Akashi venne rimosso dall’incarico.

Firma e diffondi la petizione alla Casa Bianca per i 5 cubani!

Cari amici dei Cinque Eroi Cubani,
Vi chiediamo di firmare e diffondere tra i vostri contatti, la petizione alla Casa Bianca che chiede un dialogo franco e aperto con il governo cubano.

La petizione dice quanto segue:
Chiediamo all’Amministrazione Obama di impegnarsi in un dialogo onesto con il governo cubano per ottenere la liberazione dell’operativo usamericano Alan Gross. Includendo la possibilità di un possibile scambio di prigionieri, di ammettere gli errori commessi, di revocare l’embargo (el bloqueo), per dare la possibilità a quest’uomo di ottenere la possibilità di tornare a casa. I loro capi glielo devono.

La petizione non cita direttamente il caso dei Cinque, ma lancia la richiesta esplicita di negoziazione e prospetta la possibilità di uno scambio di prigionieri. Crediamo che questi siano motivi sufficienti per sostenere la richiesta.
Si può aprire la strada a negoziati per la libertà dei nostri cinque fratelli.
E’ fondamentale che la richiesta raggiunga le 25.000 firme entro il 30 dicembre per essere presa in considerazione da parte della Casa Bianca.
Chiediamo questo sforzo che richiede solo qualche minuto per un’ulteriore azione di solidarietà internazionale che può portare al negoziato onesto che consenta di ottenere il ritorno dei Cinque in Patria e dalle loro famiglie.

Gerardo, Ramón, Antonio e Fernando, dalle loro prigioni e Rene dalla sua ingiusta “libertà” vigilata, vivono una situazione critica, dopo 15 anni di prigione.
Durante la videoconferenza Brasile-Stati Uniti-Cuba, realizzata il 10 dicembre, seguita da circa 5.000 persone, i parenti dei Cinque hanno chiesto ai partecipanti di firmare la petizione.
Dal Comitato internazionale crediamo che sia giunto il momento di esercitare ogni tipo di pressione sull’amministrazione Obama. Questa è una grande opportunità da non perdere.
Che si faccia sentire il peso della solidarietà internazionale!

Che si faccia sentire il peso della solidarietà internazionale!
THE CUBAN 5
ISTRUZIONI per firmare la petizione
2. clic o fare clic su cui si dice “Crea un account”;
3. inserire i dati completi: la vostra e-mail, nome, solo per gli USA il codice postale, digitare le due parole di seguito riportate. Importante lasciare aperta la pagina in cui c’è la petizione;
4 Vi informerà immediatamente della ricezione di una notifica via e-mail che giungerà in pochi minuti;
Aprire la mail di notifica, copiare il link e incollarlo nel form nella pagina della petizione;
6 – Dare clic su firma (Accedi)
La tua firma verrà aggiunta automaticamente.
Per ulteriori informazioni sui cinque cubani: http://www.thecuban5.org

(VIDEO) Intervista a François Houtart

12DIC2012 – Versión en Castellano más abajo

François Houtart en Ecuador François Houtart in Ecuador

Intervista a Francois Houtart (realizzata da Davide Matrone nella città di Quito)

François Houtart (Bruxelles, 1925) già docente universitario è un sacerdote cattolico belga e sociologo marxista, fondatore del Centro Tricontinentale (CETRI), è attivo presso l’Università Cattolica di Lovanio e la rivista “Alternatives Sud”. Si tratta di una figura nota nel movimento per la giustizia globale e “altermondista”.

D.M.: Nell’ultimo incontro in Pucahuaico nella sua analisi sulla “Sumak Kawsay ed il Pianeta”, ha parlato della necessità di costruire una nuova alternativa al paradigma del capitalismo. Quali sono gli elementi di questo nuovo paradigma?

Gli elementi costitutivi sono relative a questioni che tutte le società devono risolvere, vale a dire, prima di tutto la relazione con la natura, la seconda è la produzione della vita, la produzione materiale per vivere, in terzo luogo la organizzazione collettiva, la quarta è la cultura, il modo in cui gli esseri umani leggono la realtà e la costruiscono attraverso l’etica sociale. Questi sono i quattro elementi di tutte le società. La questione del nuovo paradigma deriva dal fatto che il capitalismo è in contraddizione con la vita umana sul pianeta al punto che sta distruggendo – come ha affermato Karl Marx – le due fonti della stessa ricchezza: la natura, da un lato, e ora il problema ormai noto della crisi climatica è la prova di ciò, e dall’altro, distrugge anche il lavoro, vale a dire le attività fondamentali degli esseri umani. Di fronte a questo scenario abbiamo bisogno non solo di un adattamento, ma di una trasformazione del sistema e quindi la definizione di un nuovo paradigma, per essere concreti questo significa ridefinire le quattro componenti della vita collettiva dell’umanità sul pianeta. Vale a dire: ricostruire il rapporto con la natura, passando dallo sfruttamento al rispetto come fonte di vita e in questo senso l’ispirazione dei popoli originari dell’America Latina è interessante con il loro concetto della Pachamama, la Madre Terra, con il Kawsay Sumak, il principio del buen vivir o vivir bien. Inoltre abbiamo bisogno di una nuova definizione di economia che non sia solo un valore aggiunto in termini di interessi di una minoranza, ma di costruire l’economia come attività collettiva umana che produce la base materiale di tutta la vita, della vita materiale, insieme alla vita fisica, la vita culturale, la vita spirituale di tutti gli esseri umani sul pianeta, ciò significa non solo proporre un’altra definizione, bensì un altro concetto in cui il valore d’uso prevalga sul valore di scambio, cioè rispetto alla possibilità di vendere e trasformare i beni in merci, caratteristica propria del capitalismo per accumulare e ottenere un profitto, una nuova prospettiva dunque. Inoltre l’organizzazione collettiva dell’umanità che conta ormai 7 miliardi di persone, non può essere realizzata senza la diffusione della democrazia in tutti gli ambiti, non solo in politica, ma anche in economia e nel modo di funzionamento di tutte le istituzioni sociali, tra queste le attività culturali, sportive, religiose e nelle stesse Nazioni Unite, evidentemente. Infine abbiamo il multiculturalismo: lo sviluppo del capitalismo si è definito in funzione di una singola cultura, quella occidentale, identificata con la crescita capitalista e non possiamo accettare di emarginare o distruggere tutte le culture del mondo, al contrario, bisogna dare la possibilità a tutte queste culture, a tutti i saperi, a tutte le religioni, di contribuire a questa lettura e anche all’etica necessaria per costruire quello che io chiamo il bene comune dell’umanità che è lo stesso diritto alla vita. Questo è un piccolo riassunto di ciò che intendo per ‘altro paradigma’.

D.M.: Nel 2010, durante la Conferenza Mondiale per i diritti della Madre Terra a Cochabamba (Bolivia) è stata proposta l’istituzione di un Tribunale internazionale per i danni ecologici e i crimini contro la natura. Lei è tra i promotori di questa Istituzione.

Sì, infatti esiste una Corte sui crimini di lesa umanità, il Tribunale penale internazionale dell’Aja; l’idea sarebbe quella di organizzare un tribunale contro i crimini ambientali, gli assalti contro la natura, contro la Madre Terra, volendo esprimersi in questo modo. L’idea è stata lanciata lì e in realtà mi hanno chiesto di parlare della reale possibilità di organizzare un tribunale e provare a dimostrare che non si tratta di un fatto impossibile, perché è stato fatto per altri aspetti come per i diritti umani o i crimini contro l’umanità. Questo è un proposito che può avere successo, ci vorrà del tempo ancora prima che l’opinione pubblica mondiale e i leaders mondiali accettino l’idea ma penso che un giorno potrà essere realizzato.

D.M.: Nel suo libro “delegittimare il capitalismo, ricostruire la speranza” si affronta il tema della Teologia della Liberazione come critica dell’attuale sistema capitalista e fonte di forza e di speranza del popolo. Quali sono per lei, la critica principale e la speranza maggiore della Teologia della Liberazione oggi?

La Teologia della Liberazione è precisamente una teologia che riconosce il contesto, che non è costruita tra le nuvole, ma nella contemporanea realtà umana, di fatto ogni teologia è contestuale, perché non si parla della Luna o del pianeta Marte ed esiste sempre in un contesto, il vantaggio della Teologia della Liberazione, però, è che lei lo riconosce, riconosce il contesto e dice che il Vangelo, i valori del Vangelo, ci costringono a vedere la realtà della vita sociale ed economica del genere umano attraverso gli occhi dei poveri; questa è la specificità della Teologia della Liberazione, di riconoscersi in quanto contestuale. Il Vangelo obbliga a vedere la realtà e il contesto in base alla situazione dei poveri, degli oppressi, perché la povertà è un rapporto sociale, non un fatto naturale. In tal senso la Teologia della Liberazione avanza una critica del capitalismo come costruzione della povertà, crea molta ricchezza come mai nella storia del mondo ma allo stesso tempo concentra la ricchezza ed esclude milioni di persone, specula, ad esempio, sui beni alimentari, costruisce la fame. Così la critica della Teologia della Liberazione è in riferimento ai valori del Regno di Dio ed è precisamente una critica del capitalismo che distrugge la vita e che non permette la riproduzione della vita stessa a lungo termine. Questa è la critica fondamentale.

D.M.: Oggi però si parla anche di una crisi della Teologia della Liberazione, lei ha citato nel suo libro che c’è una Teologia della Prosperità che si sta diffondendo.

La Teologia della prosperità è quella che ha attecchito in alcuni nuovi movimenti religiosi, soprattutto protestanti, basati sull’idea che la ricchezza è un segno della benedizione di Dio, secondo la quale se si possiedono beni è grazie alla volontà di Dio. Si tratta di una teoria che ignora completamente i meccanismi di costruzione della ricchezza basata sullo sfruttamento e sul fatto che la ricchezza delle multinazionali oggi è in gran parte dovuta al saccheggio, per esempio, delle ricchezze del terzo mondo, come, ad esempio, nel caso delle miniere.
La Teologia della Prosperità, quindi, si basa sull’assenza totale di un’analisi di come si costruisce la ricchezza oggi e ci colloca in una situazione come quella in cui l’Antico Testamento dice che la ricchezza dei beni agricoli, del buon raccolto, è il risultato della bontà di Dio. Applica la stessa lettura, lo stesso concetto della società capitalistica, legittima la società capitalista e in questo senso probabilmente si avvicina alla tesi del sociologo tedesco Max Weber che ha teorizzato di etica protestante e dello spirito del capitalismo, sostenendo che l’etica protestante del risparmio, del non consumare tutto quello che viene prodotto, era al tempo degli albori del capitalismo molto funzionale per il capitalismo stesso. Ecco, questa è un po’ la idea semplicistica – la ricchezza come segno della benedizione di Dio – che è presente in questo tipo di teologia, se si può parlare davvero di teologia.

D.M.: Il prossimo ottobre in Brasile si apre il Secondo Congresso Continentale di Teologia, in concomitanza con il 50° anniversario del Concilio Vaticano II e il 40° anniversario della pubblicazione del libro di Gustavo Gutiérrez,“Teologia della Liberazione”, due eventi molto importanti. Quale sarà il contributo dei sostenitori della Teologia della Liberazione in questo prossimo evento brasiliano?

La questione dipende dalla possibilità di esprimersi dei teologi della Liberazione, perché sappiamo in primo luogo che esiste una repressione ecclesiastica molto forte. Ero a Roma lo scorso anno, il Primo Maggio, quando ci fu la beatificazione di Giovanni Paolo II e l’attuale Papa nell’omelia ha espresso una condanna della Teologia della Liberazione che non ha mai avuto spazio fino ad oggi di diffondere, promuovere sé stessa, di comunicare attraverso la stampa cattolica o i media di comunicazione, né nei seminari o nelle facoltà di teologia in cui è di fatto vietata. Quindi dipenderà tutto dalla possibilità che avrà la Teologia della Liberazione di potersi esprimere. I teologi della Liberazione certamente ci sono ancora anche se non possono insegnare nei seminari e nelle facoltà di teologia. Tutto dipenderà da loro e se saranno in grado di applicare la Teologia della Liberazione alla crisi economica globale che oltre che economica, è in realtà una crisi di civiltà, perché non è solo una crisi finanziaria ma è anche, tra l’altro, una crisi alimentare, una crisi energetica e climatica. Quindi vedremo adesso se ci sono teologi che lo fanno molto chiaramente come Leonardo Boff e, in questo senso, se vi è una base per la sfida fondamentale della Teologia della Liberazione oggi, che è palesemente la molteplicità della crisi in cui si trova oggi il mondo, crisi causata dal sistema capitalista. Ritengo che la Teologia della Liberazione deve riflettere e vedere che cosa significa tutto ciò di fronte ai valori del Regno di Dio, alla volontà di Dio, alla salvezza, di fronte al ruolo di Cristo, di fronte alla storia, al ruolo della Chiesa. Sono tutti aspetti che si devono riprendere in funzione della crisi fondamentale in cui viviamo.

D.M.: Papa Giovanni Paolo II ha avuto un ruolo importante nell’occultamento della Teologia della Liberazione. Leonardo Boff a proposito di Giovanni Paolo II ha detto: “C’è stata una contraddizione tra le attività del Papa e i suoi insegnamenti. Esteriormente, è apparso come un campione di dialogo, di libertà, di tolleranza, per la pace e per l’ecumenismo. Ma all’interno della Chiesa ha censurato il diritto di espressione, ha vietato il dialogo e ha prodotto una teologia dai forti accenti fondamentalisti”. Cosa ne pensa di questa affermazione?

Beh, ho conosciuto personalmente molto bene Giovanni Paolo II, perché diventammo amici trent’anni fa, quando ero un sacerdote molto giovane. MI incaricai di organizzare la sua vacanza in Belgio, al fine di contattare i giovani lavoratori e i vari movimenti cattolici e mi ha invitato più tardi, quando era vescovo di Cracovia, in Polonia, ci sono stato più volte. In seguito è stato anche lui un membro della sottocommissione di Teologia che ha preparato il documento della Chiesa sulla Chiesa nel mondo di oggi. Sono stato segretario della redazione del testo di introduzione e anche lui ne era membro. Così l’ho conosciuto bene e in realtà era ed è un Papa moderno, ma un conservatore moderno nel senso di usare media esistenti, di viaggiare, di comunicare, ma il suo modello di Chiesa è un modello molto conservatore, fortemente influenzato dalla situazione polacca, dalla Chiesa polacca, che doveva difendersi, essendo in posizione di difesa ha pensato che l’unico modo per la Chiesa di sopravvivere era un dogma chiaro con una Chiesa forte e un’etica abbastanza chiusa. Quando è stato scelto come Papa era convinto che lo Spirito Santo aveva eletto lui per imporre il suo modello, per farlo più semplice, applicando il modello polacco alla Chiesa universale. Ed è per questo che sono stati applicati questi principi della Chiesa universale e per lui la Teologia della Liberazione era inaccettabile, perché minacciava l’autorità ecclesiastica della Chiesa. Se inoltre, si prende come base della costruzione teologica la realtà, l’analisi della realtà non può venire solo dall’alto delle autorità intese come l’unico esempio di interpretazione teologica possibile, ciò entra in conflitto con una certa idea dell’autorità della Chiesa, anche perché una buona parte della Teologia della Liberazione ha adottato l’analisi marxista considerandola la più adeguata per analizzare il capitalismo e i suoi effetti sociali; ciò è considerato del tutto inaccettabile, come ha affermato l’attuale Papa Ratzinger: “se si adotta l’analisi marxista si finisce inevitabilmente per approdare all’ateismo”, affermazione non vera. Sostengono, però, questo punto di vista, di conseguenza la lotta contro la Teologia della Liberazione è stata fondamentale per preservare la loro idea di autorità della Chiesa e per difendersi dall’ateismo. Così Giovanni Paolo II è stato molto duro contro la Teologia della Liberazione e ha incaricato Ratzinger di fare praticamente tutta la teoria, quando era presidente della Congregazione per la difesa della fede e, naturalmente, essendo stato nominato Papa, segue la stessa linea.

D.M.: Tornando al Concilio Vaticano II che segna una pietra miliare qui in America Latina: Tutti i credenti vedevano una speranza per il futuro della Chiesa e per gli oppressi. Qui in Ecuador la trasformazione di una Chiesa liberatrice è diventata una realtà attraverso la figura di Mons. Leonidas Proaño. Qual è, secondo lei, l’impegno più significativo di monsignor Proaño con gli oppressi del suo paese?

Esattamente, monsignor Proaño, lo conobbi quando fu nominato vescovo, era molto interessato prima alla YCW (Gioventù Operaia Cristiana) e quando è stato nominato vescovo di Riobamba è rimasto molto colpito dalla situazione degli indigeni e dalla loro sofferenza terribile, dall’oppressione dei proprietari e dalla società in generale. Così, con la sua profonda convinzione cristiana, giunse alla conclusione che il messaggio di Cristo poteva fare autentica la Teologia della Liberazione prima ancora che fosse pubblicato il libro “Teologia della Liberazione”, fu membro molto attivo del CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano ), che prima del Concilio Vaticano II era composto da diversi vescovi progressisti. Singolare il fatto che fosse un episcopato di vescovi molto conservatori che aveva nominato vescovi progressisti nel CELAM, poiché non erano davvero interessati a questa istanza; molti pensano che fosse una perdita di tempo e scelsero i vescovi che avevano già avuto contatti internazionali e che davvero avevano studiato in Europa e di conseguenza conoscevano un po’ tutti i movimenti di rinnovamento della Chiesa prima del Concilio, così i vescovi del CELAM del gruppo negli anni ’50, era un gruppo progressista e monsignor Proaño era uno di loro.
Poi arriva il Concilio e la CELAM svolse un ruolo centrale, perché, contrariamente a quanto ci si aspettasse non ha seguito gli episcopati spagnoli o portoghesi che erano molto conservatori, ma seguirono, almeno per la maggior parte dei leader del CELAM e ciò ebbe un impatto centrale per l’evoluzione del Concilio Vaticano II, perché il numero di vescovi latino-americani era piuttosto grande. Monsignor Proaño è stato anche attivo nella preparazione dei documenti del Concilio stesso e in tutto ciò che si muoveva intorno al Concilio. Per esempio, si formò un gruppo di vescovi chiamato “la Chiesa dei poveri” con Helder Camara, il cardinale belga Suines e circa settanta vescovi che si incontravano regolarmente. Incontri che solitamente avvenivano nel Collegio belga a Roma. I partecipanti provavano a seguire tutti gli aspetti del lavoro del Concilio in funzione dei poveri e degli oppressi. Lui è stato un membro attivo di questo gruppo.
Si può dire che l’opera di monsignor Proaño si sviluppò prima di tutto qui in Ecuador per alimentare giustamente tutta la presa di coscienza dei popoli indigeni e di certo è stato un elemento importante sia nella rinascita del movimento indigeno e per la difesa dei loro diritti, sia sul piano internazionale per il Concilio Vaticano II.

D.M.: Con monsignor Proaño inizia una lotta per la difesa dei diritti umani, tanto che nel 1986 ci fu una campagna che lo proponeva come candidato al premio Nobel per la Pace. Dopo la sua morte iniziò un nuovo processo per il movimento indigeno che continua ancora oggi con l’opera che ha lasciato. Cosa ne pensa di questa nuova fase del movimento indigeno per la difesa dei diritti dei popoli indigeni dell’Ecuador?

Penso che monsignor Proaño è davvero molto amato dai popoli indigeni. Continua ad essere “il vescovo degli indios e dei poveri” e già allora è stato considerato come un santo, è il loro santo. Per loro è, in definitiva, un personaggio che ha segnato la storia per la piena solidarietà con i poveri. Non si può affermare lo stesso della Chiesa istituzionale, perché era in parte davvero in conflitto con gli altri vescovi in quanto l’orientamento è diverso ed essendo oggi la Chiesa ufficiale chiaramente gerarchica e conservatrice, evidentemente non si celebra molto la memoria di monsignor Proaño. Forse assistiamo a una certa ripresa dell’influenza di Proaño che è qui molto popolare e ha una certa importanza tanto da aver voluto costruire una basilica o Pucahuaico. Tutto questo è totalmente opposto alla mentalità di monsignor Proaño ma non al ricordo dello stesso o al fine di recuperare il suo corpo sepolto nella cattedrale di Ibarra. Segnali positivi, ma sono l’unico riferimento reale al vescovo Proaño, non c’è ancora davvero uno sforzo sistematico per riprendere tutto il contributo spirituale e teologico di questa figura come parte della vita della Chiesa di oggi e, infine, da un punto di vista direi più politico, nel pieno senso della parola. Lo spirito di monsignor Proaño è importante perché ha avuto e ha ancora un grande impatto attraverso i suoi scritti, per aver dato dignità alle popolazioni indigene; lo vediamo negli attori politici attuali delle popolazioni indigene; monsignor Proaño rimane un riferimento e in questo senso il suo lavoro certamente continua.

[Trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

François Houtart (Bruselas, 1925) es un sacerdote católico y sociólogo marxista belga, fundador del Centro Tricontinental (CETRI) que funciona en la Universidad Católica de Lovaina y de la revista “Alternatives Sud”. Es una figura reconocida del movimiento altermundista.

En el pasado encuentro en Pucahuaico en su análisis, sobre el “SUMAK KAWSAY Y EL PLANETA”, hablaba de la necesidad de construir un nuevo paradigma alternativo al capitalismo. ¿Cuáles son los elementos constitutivos de este nuevo PARADIGMA?

Los elementos constitutivos son las cosas que todas las sociedades tienen que resolver, es decir, primero la vinculación con la naturaleza, segundo la producción de la vida, la producción material para vivir, tercero la organización colectiva y cuarto la cultura, ese decir, el hecho que lo seres humanos pueden leer la realidad y construirla con una ética social. Así estos son los cuatros elementos de todas la sociedades. El problema de un nuevo paradigma viene del hecho que el capitalismo es tan contradictorio con la vida humana en el planeta, destruyendo, como lo ha dicho Karl Marx, las dos fuentes de su propia riqueza es decir la naturaleza por una parte y ahora todos los problema que conocemos con la crisis climáticas, son una prueba de eso, y por otra parte destruir también el trabajo, es decir las actividades fundamentales de los seres humanos. Frente a eso necesitamos no solamente una adaptación del sistema sino una transformación y por eso la definición de un nuevo paradigma y para ser concreto eso significa redefinir los cuatro elementos que constituyen la vida colectiva de la humanidad en el planeta. Es decir reconstruir la relación con la naturaleza, pasar de la explotación al respecto como fuente de vida y en este sentido si la inspiración de los pueblos originarios de América Latina es interesante con su concepto de la Pachamama, de la Madre Tierra, con el concepto del Sumak Kawsay que es el concepto del Buen Vivir. Después necesitamos una nueva definición de la economía que no puede ser solamente agregar valor en función de los intereses de una minoría, sino de definir la economía como una actividad humana colectiva que produce la base material de todas las vidas, de la vida material, de la vida física, de la vida cultural, de la vida espiritual, de todos los seres humanos del planeta lo que significa realmente no solamente otra definición pero otro concepto donde el valor de uso va ser privilegiado sobre el valor de cambio, es decir la posibilidad de vender, de transformar mercancía y el capitalismo justamente debe transformar todo en mercancía para poder justamente acumular y tener ganancia así es una nueva perspectiva también. Después la organización colectiva de la humanidad que tiene ahora 7 mil millones de habitantes, no puede realizarse sin la generalización de la democracia en todas las instituciones y no solamente políticas sino también económicas y también una democracia en la manera de funcionar de todas las instituciones sociales que sean de orden cultural, deportivo, religioso etc. etc. y hasta evidentemente las Naciones Unidas. Y finalmente la interculturalidad porque ahora con el capitalismo que hemos definido el desarrollo en función de una sola cultura occidental identificada con el crecimiento capitalista y eso no podemos aceptar de marginalizar o destruir todas las culturas del mundo; al contrario dar la posibilidad a todas estas culturas, a todos los saberes, a todas las religiones, de contribuir justamente a esta construcción, a esta lectura y también a la ética necesaria para construir lo que estoy llamando el Bien Común de la humanidad que es solamente la posibilidad de la vida. Eso es un poquito el resumen de lo que significa otro paradigma.

François Houtart en Ecuador

François Houtart en Ecuador

En el año 2010, durante la Conferencia mundial por los derechos de la Madre Tierra, en Cochabamba (Bolivia) se ha propuesto la institución de un Tribunal Internacional sobre los daños ecológicos y los crímenes en contra la naturaleza. ¿Usted fue unos de los promotores de esta Institución.

Sí, como existe un Tribunal sobre los crimines de lesa humanidad, contra la humanidad o sea el Tribunal de la Haya, la idea seria de tener y de organizar un Tribunal contra los crímenes ecológicos, todas las agresiones a la naturaleza, a la Madre Tierra si uno quiere expresarse de esta manera, Así esta idea fue lanzada allá y de hecho me pidieron de hablar sobre la posibilidad concreta de organizar un Tribunal y tratar de demostrar que no es una cosa imposible porque ya se hecho por otras cosas como los derechos humanos o los crímenes contra la humanidad. Esto es un asunto que puede progresar, va a tomar tiempo todavía antes que ya la opinión publica mundial y los líderes mundiales aceptarán la idea, pero me parece que un día puede tener éxito.

En su libro “Deslegitimar el capitalismo, reconstruir la esperanza” habla de la teología de la liberación como sujeto  critico al actual sistema capitalista y también como fuente de resistencia y de esperanza de los pueblos. ¿Cuál es, para usted, la critica principal y la esperanza mayor de la Teología de la Liberación hoy?

deslegitimar el capitalismo

deslegitimar el capitalismo

Justamente la Teología de la Liberación es una teología que reconoce que es contextual, es decir que no se construye en las nubes sino en la realidad humana contemporánea de hecho cada teología es contextual porque no se habla ni de la Luna, ni del planeta Marte, así siempre existe en un contexto pero la ventaja de la Teología de la Liberación es que ella reconoce este hecho, reconoce que es contextual y dice que el Evangelio, los valores del Evangelio nos obligan a ver la realidad del contesto social y económico de la vida de la humanidad con los ojos de los pobres y eso es la especificidad de la Teología de la Liberación o sea de reconocer que es contextual, pero que el Evangelio obliga justamente a ver la realidad y el contexto en función de la situación de los pobres que significa de los oprimidos porque la pobreza es una relación social no es un hecho natural. Y así en este sentido la Teología de la Liberación desarrolla una critica del capitalismo como construcción de la pobreza, crea muchas riqueza como nunca en la historia del mundo, pero al mismo tiempo concentra la riqueza y excluye millones de personas, construye también por ejemplo por la especulación sobre los bienes a nivel de alimentación, construye el hambre. Así la crítica de la Teología de la Liberación es en referencia con los valores del Reino de Dios y precisamente es una crítica al capitalismo que destruye la vida y que no permite la reproducción de la vida a largo plazo. Esa es la crítica fundamental.

Hoy también pero se habla de una crisis de la Teología de la Liberación, usted menciona en el mismo libro que hay una Teología de la Prosperidad que se está extendiendo.

La Teología de la Prosperidad es lo que se ha desarrollado en algunos nuevos movimientos religiosos, especialmente protestantes, basado sobre la idea que la riqueza es una señal de la bendición de Dios, o sea si uno tienes bienes es gracias a la voluntad de Dios. Esta es una teoría evidentemente que ignora totalmente los mecanismos de la construcción de la riqueza con la explotación y con el hecho que la riqueza por ejemplo hoy de las grandes multinacionales es gran parte por el hecho que se roba realmente la riqueza como por ejemplo del tercer mundo, de las minas etc.

Entonces la Teología de la Prosperidad esta basada sobre la ausencia total de análisis de la manera de cómo se construye la riqueza hoy y permite de estar en una situación tal que como en al antiguo testamento decían que la riqueza que venia del campo, de la buena cosecha era el resultado de la bondad de Dios. Aplica la misma cosa, el mismo concepto a una sociedad capitalista lo que significa una legitimación del capitalismo y en este sentido eso tal vez va en el mismo sentido que la tesis del sociólogo alemán Max Weber que habló de la ética protestante y de el espíritu del capitalismo mostrando que si la ética protestante de ahorrar, de no consumir todo lo que se produce etc. era los tiempos del nacimiento del capitalismo bastante funcional para el capitalismo. Entonces es así un poco la idea muy simplista que la riqueza es una señal de la bendición de Dios que se encuentra en este tipo de Teología, si podemos hablar de Teología meramente.

El próximo octubre en Brasil se inaugurará el II Congreso Continental de Teología y en la misma ocasión se conmemorarán los 50 años del Concilio Vaticano II y los 40 años de la publicación del libro de Gustavo Gutiérrez “Teología de la liberación” que son dos eventos muy importantes. ¿En este nuevo encuentro en Brasil cuál será el aporte de los teólogos de la liberación?

Bueno el problema depende de la posibilidad de expresión de los teólogos de la liberación, porque sabemos primero que hay una represión eclesiástica muy fuerte. Estuve el año pasado en Roma el primero de mayo cuando hubo la beatificación de Juan Pablo II y la homilía del actual Papa fue una condena de la teología de la liberación y en este sentido la teología de la liberación no tiene más los espacios que ha tenido antes para difundirse, para promoverse, para comunicarse y los medios católicos de prensa o de comunicación o los seminarios o las facultades de teologías donde prácticamente esta prohibida. Entonces todo va a depender de la capacidad de la teología de la liberación de poder expresarse. La segunda cosa màs la capacidad que van a tener los teólogos de la liberación, que todavía existen aún si no pueden más enseñar en seminarios o en facultades de teologías. Todo va a depender se ellos serán capaces de aplicar la Teología de la liberación a la crisis económica mundial más económica, es una crisis de civilización realmente porque no es solo una crisis financiera sino es también una crisis alimentaria, una crisis climática y energética etc. Así vamos a ver si hay teólogos que lo hacen ahora como por ejemplo Leonardo Boff  muy claramente y en este sentido si existen bases porque el desafío fundamental por la teología de la liberación hoy es expresamente este estado de crisis múltiple del mundo que es una crisis provocada por el sistema capitalista. Pienso que sobre eso que la Teología de la liberación debe reflexionar y ver que significa eso frente a los valores del Reino de Dios, frente a la voluntad de Dios, frente a la salvación, frente al papel de Cristo, frente a la historia, frente al papel de la iglesia. Todos son aspectos que se deben retomar en función de la crisis fundamental que vivimos.

El Papa Juan Pablo II tuvo una tarea importante en la eliminación de la Teología de la liberación. Leonardo Boff a propósito de Juan Pablo II dijo que:”hubo una gran contradicción entre las actividades del Papa y sus enseñanzas. Hacia afuera, se presentaba como un paladín del diálogo, de las libertades, la tolerancia, la paz y el ecumenismo. Pero dentro de la iglesia acalló el derecho de expresión, prohibió el diálogo y produjo una teología con fuertes tonos fundamentalistas. ¿Usted que opina de esta declaración?

Bueno he conocido muy personalmente a Juan Pablo II porque fuimos amigos durante treinta años desde era muy joven y sacerdote. Yo me encargué de organizar sus vacaciones en Bélgica para tomar contacto con la Juventud obrera católica y con varios movimientos y él me invito después cuando fue obispo de Cracovia, a Polonia, estuve varias veces. Después él también fue miembro de la Subcomisión de Teología que preparaba el documento de la iglesia sobre la iglesia en el mundo actual. Yo fui secretario de la redacción de  la introducción y él era también miembro. Así le he conocido bien y de hecho era y fue un Papa moderno pero un conservador moderno y en este sentido de utilizar los medios actuales, de viajar, de comunicar pero su modelo de iglesia era un modelo muy conservador, muy influido por la situación polaca, por la iglesia polaca, que de verdad tenia que defenderse, estar en la posición de defensa donde él pensaba que la única manera para la iglesia de sobrevivir era de hacer una iglesia fuerte con un dogma muy claro, con una ética bastante cerrada. Y cuando fue electo Papa su convicción era que el Espirito Santo lo había elegido para imponer el modelo, para hacerlo más simple o sea el modelo polaco a la iglesia universal. Y es por eso que si realmente se aplicaron estos principios de la iglesia universal y para él la teología de la liberación era inaceptable porque ponía en peligro la autoridad eclesiástica de la iglesia porque si uno toma como también una  base de la construcción teológica la realidad  y una análisis de la realidad no es solamente desde arriba las autoridades que son las únicas instancia de interpretación teológica y eso entra en conflicto con la idea de la autoridad de la iglesia y segundo como una buena parte de la teología de la liberación adoptó el análisis marxista como la más adecuada para analizar el capitalismo y sus efectos sociales y para él era totalmente inaceptable y como lo ha dicho Ratzinger el actual Papa, que dice: “si uno adopta el análisis marxista termina inevitablemente por el ateísmo” lo que no es verdad. Pero tienen esta concepción y por eso la lucha en contra de la teología de la liberación era fundamental para conservar el concepto de autoridad de la iglesia y para protegerse del ateísmo. Así Juan Pablo II ha sido muy duro contra la Teología de la liberación y encargó prácticamente Ratzinger de hacer toda la teoría cuando él era Presidente de la Congregación de la defensa de la fe y evidentemente como él fue nombrado Papa la misma línea esta siguiendo.

Regresando al Concilio Vaticano II que marca una etapa fundamental aquí en América Latina. Todo el pueblo creyente veía una esperanza para el futuro de la iglesia y de los oprimidos. Aquí en Ecuador la transformación de una iglesia LIBERADORA se concretizó a través de la figura de Monseñor Leonidas Proaño ¿Cuál fue, según usted, el compromiso mayor de Moseñor Proaño con los oprimidos de su país?

Justamente, Monseñor Proaño, que he podido conocer también desde el año mismo que fue nombrado obispo, se interesó mucho primero a la JOC (Juventud Obrera Cristiana) y cuando fue nombrado obispo de Riobamba fue muy impresionado por la situación de los indígenas y de la opresión terrible que sufrian por los terratenientes y por la sociedad en general. Por eso con su convicción cristiana muy profunda llegó a la conclusión que el mensaje de Cristo no podía hacer autentico de la teología de la liberación aún antes del tiempo de las publicaciones de la teología de la liberación y él fue miembro del CELAM (Consejo Episcopal Latinoamericano) y muy activo de este Consejo que antes del Concilio Vaticano II era compuesto de varios obispos progresistas. Era curiosamente un episcopado muy conservador que eligió obispos progresistas en el CELAM por la razón que no se interesaban mucho a esta instancia, muchos pensaban que era una perdida de tiempo y elegían obispos que ya tenían contactos internacionales que realmente habían estudiado en Europa y así conocían un poco todos los movimientos de renovación de la iglesia antes del Concilio, y así el grupo de obispos del CELAM en los años ’50 era un grupo progresista y Monseñor Proaño era uno de ellos.

Después viene el Concilio y el CELAM ha jugado un papel muy central porque al contrario de lo que se esperaba no siguieron los episcopados españoles o portugueses que eran muy conservadores pero siguieron, por lo menos, por buena parte sus lideres del CELAM y eso ha tenido un impacto central para la evolución del Concilio Vaticano II porque el numero de obispos latinoamericanos era bastante grande y Monseñor Proaño fue activo también para la preparación de los documentos del Concilio mismo y también en todo lo que estaba alrededor del Concilio por ejemplo se formó un grupo de obispos que se llamaba “la iglesia de los pobres” con Heder Camará, con el cardenal Suines de Bélgica más o menos unos setenta obispos que se reunían periódicamente. Las reuniones se realizaban generalmente en el colegio Belga en Roma los participantes trataban de ver todos los aspectos del trabajo del Concilio en función de los pobres y de los oprimidos y él fue un miembro activo de este grupo.

Podemos decir que el trabajo de Monseñor Proaño fue aquí primero en Ecuador para justamente alimentar toda la toma de consciencia de los pueblos indígenas y seguramente ha sido un elemento importante en el renacimiento del movimiento indígena y de la defensa de sus derechos por una parte y por otra parte su influencia también internacional vía el Concilio Vaticano II.

Con Monseñor Proaño empieza una lucha para la defensa de los derechos humanos tanto que en el 1986 hubo una campaña a favor de él para entregarle el Premio Nobel por la Paz. Después de su muerte empezó un proceso nuevo por el movimiento indígena que sigue hoy con el trabajo que él dejó. ¿Qué opina usted de esta nueva fase que hubo adentro del movimiento indígena por la defensa de los derechos de los pueblos nativos del Ecuador?

Me parece que primero dentro de los pueblos indígenas y pobres Monseñor Proaño aparece como realmente muy querido. Sigue siendo “El obispo de los indígenas y de los pobres” y ya ahí como era considerado como un santo esto es el santo suyo. Para ellos es finalmente un personaje que ha marcado la historia y en función de una solidaridad total con los más pobres.  No queda mucho en la iglesia institucional porque de verdad él fue en parte en conflicto con otros obispos porque la orientación era diferente y como hoy día la iglesia oficial digamos jerárquica y bastante conservadora evidentemente no se celebra mucho la memoria de Monseñor Proaño con excepción tal vez de una cierta voluntad de recuperación de Proaño que es muy popular y que tiene una cierta influencia popular así el hecho de haber querido o construir una basílica en Pucahuaico. Todo esto es talmente opuesto a la mentalidad de Monseñor Proaño pero no a la mente de él mismo o para recuperar su cuerpo para que esta enterado en una catedral de Ibarra. Bueno son las únicas señales de una real referencia a Monseñor Proaño pero no hay realmente un esfuerzo sistemático para retomar todo el aporte espiritual y teológico de  esta figura como parte de la vida de la iglesia actual y finalmente desde un punto de vista digamos más político en el sentido global de la palabra. Sí el espirito de Monseñor Proaño es importante porque ha tenido y tiene todavía un impacto importante con sus escritos, con el hecho de haber rendido la dignidad a los pueblos indígenas y vemos en los actores políticos actuales de los pueblos indígenas vemos que Monseñor Proaño queda una referencia y en este sentido si su trabajo sigue.

Entrevista a Francois Houtart en la Cumbre de los Pueblos, Río+20

François Houtart (Belgium, Ecuador) on “The Common Good of Humanity”, March 2012 (Part 2)

(VIDEO) Il 20 dicembre 1989 gli USA invadono Panama

María Gabriela, le parole di una figlia

di María Gabriela Chávez Colmenares*

Versión en Castellano más abajo

Non voglio scrivere dei genitori, ognuno di loro è speciale, come lo siamo tutti noi esseri umani che abitano questo pianeta.Scrivo in particolare di mio padre, di ciò che sento nel più profondo del mio essere.
Un grande uomo, al di là di tutte le cose.Pieno di amore per gli altri. Grazie a lui io sono quella che sono, per questo sono capace di sentire la mia gente. Grazie ai suoi insegnamenti mi batterò per quello che voglio di più.

Semplicemente mi ha insegnato ad amare. Mi ha insegnato che la vita può essere un po’ dura e talvolta anche ingiusta, ma che, nonostante le numerose avversità dobbiamo sforzarci di raggiungere i nostri obiettivi.

A lui sono e sarò eternamente grata per il semplice ma meraviglioso fatto di avermi dato la vita, con mia madre, ma soprattutto per avermi insegnato a vivere.

Un padre, che nonostante i suoi impegni, i loro milioni di impegni, ha sempre tempo per dire e mostrare quanto egli mi ama.

Mi ha anche insegnato che il denaro non ha importanza, che la cosa più importante che possiamo avere è il nostro spirito e il nostro amore.

Mi ha guidato lungo il sentiero dell’altruismo, della gentilezza, della lealtà, dell’onestà, della bontà, dell’amore e della felicità.

Riesco sempre a trovare in lui, uno sguardo, un bacio, una parola o anche un abbraccio pieno d’amore. Anche nei momenti in cui ho meritato un rimprovero da parte sua, è stato amorosamente severo.

Un padre di cui mi sentivo, mi sento e mi sentirò tutta la vita, molto orgogliosa, perché so chi è, so come lotta ogni giorno, come pensa, come ragiona, come ama e anche come e quanto soffre.

Possono dire quello che vogliono, possono inventare mille cose, lo possono biasimare, accusare e anche fargli del male. Io, pur soffrendo, ogni giorno della mia vita, sarò felice di aver avuto la meravigliosa opportunità di essere sua figlia.

Siate certi che, qualunque cosa accada, io sono qui e sarò qui per continuare la lotta, che è la stessa lotta del nostro  Simón.

Per tutto questo, ribadisco il mio impegno, con il Venezuela, con mio padre, con mia figlia e me stessa, per continuare nella lotta, ma una lotta piena di amore. Così come mio padre è un soldato, anche io voglio esserlo, e lo siamo, noi siamo soldati d’amore e di giustizia.

Io, María Gabriela Chávez Colmenares, lo grido al mondo, sono pienamente orgogliosa di essere un po’ di quel meraviglioso uomo. Sì, sono felice di avere un padre che mi ha insegnato i valori più belli del mondo.

di María Gabriela Chávez Colmenares*

No voy a escribir sobre los padres, cada uno de ellos es especial, como lo somos cada uno de los seres humanos que habitamos este planeta.

Escribo específicamente sobre mi padre, lo que siento en lo más profundo de mi ser.
Un hombre grande, más allá de todas las cosas.

Lleno de amor hacia los demás. Por él soy quien soy, por él soy capaz de sentir a mi gente. Gracias a sus enseñanzas lucharé por lo que más deseo.

El me enseñó sencillamente a amar. El me enseñó que la vida puede resultar un poco dura y hasta injusta, pero que a pesar de mil adversidades hay que luchar por alcanzar nuestras metas.

Con él estoy y estaré eternamente agradecida, por el simple pero maravilloso hecho de haberme dado la vida, junto a mi madre, pero, sobre todo por enseñarme a vivirla.

Es un padre, que a pesar de sus ocupaciones, de sus millones de compromisos, siempre tiene tiempo para decir y demostrar cuánto me ama.

También me enseñó que el dinero no importa, que lo más valioso que podemos llegar a tener es nuestro espíritu y nuestro amor.

Me ha conducido por el camino del desinterés de la bondad, de la lealtad, de la honestidad, del bien, del amor y la felicidad.

Siempre puedo encontrar en él, una mirada, un beso, una palabra y hasta un abrazo colmados de amor. Incluso en los momentos en que he merecido un llamado de atención de su parte, ha sido de una manera amorosamente severa.

Es un padre de quien me he sentido, me siento y me sentiré toda la vida, muy orgullosa, porque sé bien quién es, cómo lucha día a día, cómo piensa, cómo razona, cómo ama y hasta cómo y cuánto sufre.

Pueden decir lo que quieran, pueden inventar una y mil cosas, pueden culparlo, acusarlo y hasta hacerle daño. Y yo, aunque sufra, cada día de mi vida estaré feliz por haber tenido la maravillosa oportunidad de ser su hija.

Tengan por seguro que, pase lo que pase, aquí estoy y aquí estaré para continuar su lucha, que es la misma lucha de nuestro Simón.

Por todo esto, reitero mi compromiso, con Venezuela, con mi padre, con mi hija y conmigo misma, de continuar en la pelea, pero en una pelea llena de amor. Y así como mi padre es un soldado, yo también quiero serlo, y lo somos, somos soldados de amor y de justicia.

Yo, María Gabriela Chávez Colmenares, le grito al mundo, que me siento plenamente orgullosa de ser un pedacito de ese hombre maravilloso. Sí, me siento feliz de tener un padre que me enseña los valores más hermosos del mundo.

*La hija del Presidente de la República, María Gabriela Chávez Colmenares, escribió meses después del golpe de Estado del 2002, una carta dirigida a Hugo Chávez. “Me siento feliz de tener un padre que me enseña los valores más hermosos del mundo”.

(VIDEO) Landfill Harmonic: come trasformare il rifiuto in musica

 

In Paraguay una lezione di vita: verso i rifiuti zero, come trasformare in musica i materiali di risulta.

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