(FOTO+VIDEO) La Rivoluzione Bolivariana baluardo internazionale di dignità!

La Rivoluzione Bolivariana baluardo internazionale di dignità, sovranità popolare, indipendenza nazionale e resistenza antimperialista!

Sono passati più di due decadi dal trionfo elettorale con il Movimento Quinta Repubblica del Comandante Hugo Chavez Frias, massimo dirigente della Rivoluzione Bolivariana (dicembre 1998) e quest’anno si celebra il ventesimo anniversario della prima Costituzione Bolivariana della Repubblica Bolivariana del Venezuela (1999-2019).

Il trionfo della Rivoluzione Bolivariana ha rafforzato “l’asse dei paesi del bene” alimentato da Cuba Socialista, ha disegnato una nuova geopolitica internazionale creando meccanismi di integrazione necessari quanto promettenti come, tra gli altri, l’ALBA-TCP nucleo fondante per la costruzione del sogno bolivariano della Patria Grande latinoamericana. Per la seconda e definitiva indipenza

La plenipotenziaria Assemblea Nazionale Costituente democraticamente eletta è attiva ed insieme al Potere Popolare Costituente in Azione ha come obiettivo, elaborando una seconda costituzione bolivariana, di dare vita con essa ad una nuova tappa della Rivoluzione Bolivariana che non potrà non essere sempre più fondata sul protagonismo popolare democratico e partecipativo in stretta unità con i Consigli Produttivi dei Lavoratori.

Innumerevoli sono state le aggressioni, le trappole e le infami provocazioni di ogni tipo contro la sovranità del paese: economiche, politiche, mediatiche, diplomatiche, criminali, militari, paramilitari e di terrorismo internazionale fino a configurare un vero e proprio insieme di azioni di guerra economico-finanziaria e speculativa tutt’ora in atto. Senza contare il sicuro assassinio del Comandante Eterno Hugo Chávez Frías da parte dell’imperialismo USA, così come l’hanno anche riconosciuto eminenti intellettuali, politologici, e politici di diversi paesi del mondo, come l’italo-argentino Atilio Boron, Premio Libertador al Pensiero Critico (2013).

Domani 10 gennaio 2019 il Presidente Nicolás Maduro Moros si insedierà ufficialmente per il suo secondo mandato (2019-2025) che gli imperialisti USA, dell’Unione Europea, e sionisti vogliono disconoscere utilizzando alcuni governi controrivoluzionari oggi in carica in America latina, colombiano e brasiliano in testa.

Oggi più che mai la Rivoluzione Bolivariana ha bisogno della nostra solidarietà, sostegno ed appoggio internazionale dei popoli del mondo, ancora più importante quando questo sostegno proviene dall’interno dei paesi imperialisti statunitensi ed europei.

Siamo certi che finché la Rivoluzione Bolivariana conserverà ed alimenterà la mobilitazione rivoluzionaria di massa, delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) e delle milizie operaie e popolari, finché conterà principalmente sulle proprie forze, finché avanzerà coerentemente verso l’instaurazione della società socialista, transizione dalla società capitalista alla società comunista, sarà invincibile ed aprirà la strada dell’indipendenza, della sovranità, del benessere sociale, dell’emancipazione e della liberazione, in una parola del socialismo, agli altri popoli del mondo.

VIVA IL SECONDO MANDATO DEL COMPAGNO PRESIDENTE NICOLÁS MADURO MOROS!
LUNGA VITA ALLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA!
VIVA I POPOLI DEL MONDO!
VIVA IL SOCIALISMO! 

ALBAinformazione – per l’amicizia e solidarietà tra i popoli
Napoli, 9 gennaio 2019 

#NápolesConMaduro

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Bolsonaro ed il fascismo

Risultati immagini per mst reforma agraria populardi Atilio A. Borón

È diventato un luogo comune caratterizzare il nuovo governo di Jair Bolsonaro come “fascista”. Questo, a mio avviso, costituisce un grave errore. Il fascismo non discende dalle caratteristiche di un leader politico, per quanto nei test di personalità o negli atteggiamenti della vita quotidiana, come nel caso di Bolsonaro – emerga una schiacciante predominanza di atteggiamenti reazionari, bigotti, sessisti, xenofobi e razzisti. È quello che i sociologi e gli psicologi sociali americani misuravano, dopo la seconda guerra mondiale, con la famosa “scala F”, in cui l’EFFE si riferiva al fascismo. In quel tempo si pensava, e alcuni ancora nutrono questa convinzione, che il fascismo fosse la cristallizzazione sul piano dello Stato e della vita politica di personalità squilibrate, portatrici di gravi psicopatologie, che per motivi circostanziali erano arrivate al potere. L’obiettivo politico di questa operazione era evidente: per il pensiero convenzionale e delle scienze sociali del tempo, la catastrofe del fascismo e del nazismo era da attribuire al ruolo di alcuni individui: la paranoia di Hitler o le manie di grandezza di Mussolini. Il sistema, cioè il capitalismo e le sue contraddizioni, era innocente e non aveva alcuna responsabilità rispetto all’olocausto della seconda guerra mondiale.

Superata questa interpretazione, ci sono coloro che insistono sul fatto che la presenza di movimenti o anche di partiti politici con chiare tendenze fasciste, inevitabilmente contrassegneranno in maniera inconfondibile il governo di Bolsonaro.

Si tratta di un altro errore: non sono questi a definire la natura profonda di una forma di stato come il fascismo. Nel primo Peronismo degli anni quaranta e nel Varguismo brasiliano, diverse organizzazioni e figure fasciste o fascistoidi brulicavano negli ambienti vicini al potere. Ma né il Peronismo né il Varguismo costruirono uno stato fascista. Il Peronismo classico è stato, usando la concettualizzazione gramsciana, un caso di “cesarismo progressivo”, che gli osservatori hanno potuto caratterizzare come fascista solo a causa della presenza di gruppi e persone tributari di quella ideologia. Loro erano davvero fascisti ma il governo di Perón no. Per parlare dei nostri tempi: Donald Trump è un fascista, se si guarda alla sua personalità, ma il governo degli Stati Uniti non lo è.

Dal punto di vista del materialismo storico, il fascismo non lo definiscono né le personalità né i gruppi. È una forma eccezionale dello Stato capitalista, con caratteristiche assolutamente uniche e irripetibili. Questa emerse quando il suo modo ideale di dominio, la democrazia borghese, affrontò una crisi molto grave, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Per questo, diciamo che è una “categoria storica” ​​e che non sarà più in grado di riprodursi, perché le condizioni che hanno reso possibile la sua comparsa sono scomparse per sempre.

Quali furono le condizioni speciali che segnarono ciò che potremmo chiamare “l’era del fascismo”, assenti nella fase attuale?

In primo luogo, il fascismo era la formula politica con cui il blocco egemonico dominante di una borghesia nazionale risolse per via reazionaria e dispotica una crisi di egemonia causata dalla mobilitazione insurrezionale senza precedenti delle classi subalterne e dall’ampliamento del dissenso all’interno del blocco dominante, alla fine della prima guerra mondiale. Come se non bastasse, le borghesie in Germania e Italia lottavano per ottenere un posto nella divisione coloniale del mondo e contro i poteri dominanti sulla scena internazionale, in particolare il Regno Unito e la Francia. Il risultato fu la seconda guerra mondiale.

Oggi, nell’era della transnazionalizzazione e finanziarizzazione del capitale e col predominio di mega-società che operano su scala globale, la borghesia nazionale giace ormai nel cimitero delle vecchie classi dominanti. Il suo posto lo occupa adesso una borghesia imperiale e multinazionale, che ha subordinato, fagocitandoli, i suoi omologhi nazionali (compresi quelli dei paesi del capitalismo sviluppato) e agisce sulla scena mondiale attraverso una centralina che si riunisce periodicamente a Davos, per disegnare strategie globali di accumulazione e dominio politico. E, senza borghesia nazionale, non esiste un regime fascista, a causa dell’assenza del suo principale protagonista.

Secondo, i regimi fascisti furono radicalmente statalisti. Non solo non credevano nelle politiche liberali, ma erano apertamente antagonisti nei loro confronti. La loro politica economica era interventista, promuoveva il ruolo delle società pubbliche, proteggeva quelle del settore privato nazionale e stabiliva un rigido protezionismo nel commercio estero. Inoltre, la riorganizzazione dell’apparato statale, necessaria ad affrontare le minacce di insurrezione popolare e di discordia tra i “vertici”, proiettò ad un posto di rilievo nello Stato la Polizia politica, i servizi di intelligence e gli uffici della propaganda.

È impossibile per Bolsonaro tentare qualcosa del genere, data l’attuale struttura e complessità dello stato brasiliano, specialmente quando la sua politica economica sarà affidata a un “Chicago boy”, che ha proclamato ai quattro venti la sua intenzione di liberalizzare la vita economica.

In terzo luogo, i fascismi europei erano regimi di organizzazione e mobilitazione di massa, in particolare degli strati intermedi. Mentre perseguitavano e distruggevano le organizzazioni sindacali del proletariato, inquadravano vasti movimenti delle fasce medie minacciate e, nel caso italiano, portavano questi sforzi tra i lavoratori, dando origine a un sindacalismo verticale e subordinato ai mandati del governo. Vale a dire, la vita sociale era “corporativizzata” e resa obbediente verso i “vertici”. Bolsonaro, al contrario, promuoverà la de-politicizzazione – purtroppo avviata quando il governo di Lula cadde nella trappola tecnocratica e arrivò a credere che il “rumore” della politica spaventasse i mercati – e approfondirà la disintegrazione e atomizzazione della società brasiliana, la privatizzazione della vita pubblica, il ritorno delle donne e degli uomini a casa loro, ai loro templi e al loro lavoro, per adempiere ai loro ruoli tradizionali. Tutto questo è agli antipodi del fascismo.

Quarto, i fascismi furono Stati rabbiosamente nazionalisti. Lottavano per ridefinire a loro favore la “suddivisione del mondo”, il che li mise commercialmente e militarmente contro i poteri dominanti. Il nazionalismo di Bolsonaro, d’altra parte, è retorica inconsistente, pura logorrea senza conseguenze pratiche. Il suo “progetto nazionale” è quello di trasformare il Brasile nel  lacché preferito di Washington in America Latina e nei Caraibi, scalzando la Colombia dal ruolo infamante di “Israele sudamericano”. Lungi dall’essere riaffermazione degli interessi brasiliani, il bolsonarismo definisce il tentativo, speriamo infruttuoso, di sottomettere totalmente e ricolonizzare il Brasile sotto l’egida degli Stati Uniti.

Ma una volta chiarito tutto ciò, significa che il regime di Bolsonaro si asterrà dall’applicare le brutali politiche repressive che hanno caratterizzato i fascismi europei? Assolutamente no! Lo abbiamo detto prima, ai tempi delle genocide dittature “civico-militari”: questi regimi possono essere – eccettuando il caso della Shoa eseguita da Hitler – ancora più atroci dei fascismi europei. I trentamila prigionieri scomparsi in Argentina e la generalizzazione delle forme esecrabili di tortura ed esecuzione di prigionieri illustrano la perversa malvagità che questi regimi possono acquisire. Il fenomenale tasso di detenzione su centomila abitanti che ha caratterizzato la dittatura uruguaiana non ha eguali in tutto il mondo. Gramsci sopravvisse undici anni nelle segrete del fascismo italiano, mentre in Argentina sarebbe stato gettato in mare come tanti altri giorni dopo il suo arresto. Pertanto, la riluttanza a descrivere il governo di Bolsonaro come fascista non intende addolcire l’immagine di un personaggio emerso dalle fogne della politica brasiliana o di un governo che sarà fonte di enormi sofferenze per il popolo brasiliano e per tutta l’America Latina. Sarà un regime simile alle più sanguinose dittature militari conosciute in passato, ma non sarà fascista. Perseguiterà, imprigionerà e ucciderà senza pietà coloro che resisteranno ai suoi abusi. Le libertà saranno compresse e la cultura sottoposta a persecuzioni senza precedenti, allo scopo di sradicare “l’ideologia di genere” e qualsiasi variante del pensiero critico. Qualsiasi persona o organizzazione che gli si opponga, sarà il bersaglio del suo odio e della sua rabbia. I Senza Terra, i Senza Tetto, i movimenti delle donne, la LGTBI, i sindacati dei lavoratori, i movimenti studenteschi, le organizzazioni delle favelas, tutti saranno oggetto della sua frenesia repressiva.

Eppure, Bolsonaro non ha tutte le carte favorevoli in mano e incontrerà molte resistenze, anche se in maniera spontanea e disorganizzata all’inizio.

Le contraddizioni sono molte e gravi: l’imprenditoria – la “borghesia autoctona”, se non nazionale, come diceva il Che – si oppone all’apertura economica, perché teme di essere fatta a pezzi dalla concorrenza cinese; i militari in servizio non vogliono nemmeno saperne di un’incursione nelle terre venezuelane, né di offrire il loro sangue per un’invasione decisa da Donald Trump e basata sugli interessi nazionali degli Stati Uniti; le forze popolari, anche nella loro attuale dispersione, non si lasceranno facilmente soggiogare. Inoltre, cominciano ad apparire gravi accuse di corruzione contro questo falso “outsider” della politica, che è stato per ventotto anni deputato al Congresso brasiliano, in quanto testimone o partecipe di tutti gli intrallazzi che si sono covati in quegli anni. Pertanto, sarebbe bene ricordare ciò che è accaduto a un altro Torquemada brasiliano: Fernando Collor de Melo, che, come Bolsonaro, arrivò negli anni novanta con il fervore di un crociato della restaurazione morale e finì i suoi giorni da presidente con una fuga precipitosa dal Palazzo del Planalto. Presto potremo sapere che futuro aspetta il nuovo governo, però il pronostico non è molto favorevole e l’instabilità e le turbolenze saranno all’ordine del giorno in Brasile. Bisognerà essere pronti, perché la dinamica politica può assumere una velocità fulminante e il campo popolare deve poter reagire tempestivamente.

Perciò, l’obiettivo di queste riflessioni non era perdere tempo per inseguire distinzioni accademiche sulle diverse forme di dominio dispotico possibili nel capitalismo, bensì contribuire a una precisa caratterizzazione del nemico, senza la quale non si potrà mai combattere con successo. Ed è importantissimo sconfiggerlo, prima che faccia troppi danni.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Marco Nieli].

Madrid 10enero2019: Venezuela y la lucha por su soberanía

Serbia: in Ricordo di Ruzica Milosavljevic

Immagine correlataSerbia: il 15 dicembre 2018, Ruzica Milosavljevic, una grande sindacalista, una grande donna, una cara compagna e sorella, serba e jugoslava, è mancata.

A cura di Enrico Vigna

Con queste righe intendo rendere onore alla memoria di una donna con cui, come Associazione  SOS Yugoslavia, ma anche altre Associazioni di solidarietà con la ex Jugoslavia, abbiamo condiviso un pezzo di strada, riguardante le vicende dell’aggressione nel 1999 della RFJ, da parte della NATO (ITALIA compresa, tanto per non dimenticare…), e l’avvio di un percorso di solidarietà con Progetti relativi ai figli dei lavoratori della Zastava bombardata, di Kragujevac, ancora in vita oggi.

Ma soprattutto perché sia un dovere morale, storico e politico non permettere che l’oblio, la falsificazione e distorsione della storia, pratica ben consolidata dei potenti, abbia il sopravvento anche sulle persone o fatti di cui possiamo testimoniare e documentare, è un dovere almeno morale, è un rendere onore alla sua vita e alle sue lotte. Non farlo, anche solo per distrazione o superficialità, è come una dismissione dalla memoria storica dei fatti ma soprattutto da esse come persone.

Per quanto mi riguarda questa donna, questa compagna, questa sorella è un pezzo del mio percorso di vita e delle mie piccole battaglie per non essere complice di ciò che abbiamo intorno. E poi storie come queste dovrebbero essere conosciute soprattutto dai nostri giovani, sono comunque la si pensi, un messaggio di coerenza, di valori irrinunciabili, se non si vuole far morire la speranza per un futuro diverso e migliore.

Piccole grandi storie di semplici persone, in questo caso una donna, che, nonostante la marea travolgente di avvenimenti contrari restano in piedi, magari piegate nella vita, ma non si inchinano, non abbassano la testa, perché nulla hanno da rimproverarsi e perché la loro coscienza politica e morale, è pulita e trasparente; come sempre nella storia i corrotti, gli opportunisti, i venduti sono sempre i primi a passare dall’altra parte. Ma questa è un’altra storia.

 

Chi era Ruzica Milosavljievic (Rosina)

Nata nel 1945 nella Jugoslavia, dopo gli studi è assunta alla Zastava. Nel 1999 al momento dei bombardamenti,Ruzica era già da alcuni anni, la segretaria del Sindacato Samostalni dei lavoratori metalmeccanici della Zastava di Kragujevac, oltrechè membro rilevante della direzione nazionale del più potente sindacato della Jugoslavia e dei Balcani, Sindacato Unitario che rappresentava il 92% dei lavoratori Zastava, mentre il Sindacato Indipendente ( …dipendente Nato) aveva circa l’8%.

 

Una donna eletta e rispettata dagli operai, una lavoratrice infaticabile, una persona modesta, semplice, ma unadeterminata e onesta rappresentante dei diritti e interessi dei lavoratori.

Il Sindacato, la Zastava i lavoratori erano la sua vita, mi ricordo che, quasi scherzando, mi raccontavano che la sua stanza nella palazzina sindacale era sempre accesa fino a sera inoltrata; sempre attenta e disponibile ad ascoltare le problematiche dei lavoratori che quotidianamente le venivano poste.

Nel suo ruolo Ruzica affrontò gli anni più duri e difficili del popolo serbo e jugoslavo, dalla fine della seconda guerra mondiale. Dalla disgregazione della Jugoslavia, all’aggressione e ai bombardamenti della RFJ ( la cosiddetta piccola Jugoslavia), i bombardamenti della Zastava a Kragujevac, fino al colpo di stato del settembre 2000. In un frangente di tali situazioni drammatiche, lei restò lucida, coerente ma soprattutto al fianco dei lavoratori. Un fatto su tutti, che può far capire a chi non l’ha conosciuta, chi era questa donna segretaria dei lavoratori: subito dopo la fine dei bombardamenti, in un paese e una società in ginocchio, attraversata da sempre più criticità problematiche,  nel suo ruolo, prima di tutto, di esponente degli interessi dei lavoratori, pretese ed ottenne che il Presidente Slobodan Milosevic, andasse alla Zastava a prendere l’impegno davanti ai lavoratori, di ciò che il governo di unità nazionale aveva deciso in parlamento: e cioè che la ricostruzione della Zastava fosse la priorità basilare nel processo di ricostruzione e di ripresa produttiva dell’intero paese. E così fu, Milosevic accompagnato dai dirigenti sindacali e da Ruzica in prima persona, andò a Kragujevac e di fronte all’assemblea degli operai Zastava, promise solennemente che per la ricostruzione della loro fabbrica, il governo aveva già stanziato 1/6 del Fondo Federale della Repubblica serba per la ricostruzione e la rinascita del paese, una ricostruzione avvenuta per il 30% in solo 11 mesi e con il paese sotto embargo, cioè senza aiuti e con una produzione che per il 2000 era stabilita in 720 camion e 18000 auto, a settembre 2000 erano già stati prodotti 500 camion e 13000 auto, poi dal 26 settembre uscì un solo camion e 3 auto, ma era arrivata la “ricostruzione” NATO.

 

Ma intanto anche la RFJ stava implodendo, l’obiettivo dell’aggressione e dei bombardamenti era quello della destabilizzazione politica completa del paese e del suo popolo, e questo non poteva che passare per il rovesciamento della sua dirigenza politica renitente e non asservibile ai dettami imposti dall’esterno. Così si arriva all’ottobre 2000, con veri propri assalti squadristici e violenze pianificate e mirate contro tutta la dirigenza politica e sindacale e gli esponenti della Jugoslavia intesa come socialismo. Aggrediti, sottoposti a violenze con molti che per evitare  linciaggi fisici dovettero firmare fogli di dimissioni “volontarie”, e questo  avvenne reparto per reparto, fabbrica per fabbrica, ufficio per ufficio, scuola per scuola, università per università, ente per ente, ospedale per ospedale, persino nelle scuole materne e negli orfanotrofi. Per questo fu definito anche da molti osservatori internazionali un vero e proprio golpe silenzioso ma scientifico.

 

Anche a Kragujevac le bande pagate e sostenute dall’occidente si scatenano in pestaggi, assalti a sedi ed esponenti del precedente governo, e Ruzica insieme a molti esponenti socialisti e dirigenti sindacali cittadini, divengono un obiettivo. E proprio in questa situazione emerge la sua statura morale e politica, invitata ad andarsene dall’ufficio sindacale, da altri sindacalisti  che avevano visto arrivare una di queste bande verso la sede sindacale, Ruzica con  dignità e fermezza rifiuta di lasciare l’ufficio, quando questi esagitati irrompono spaccando tutto ciò che incontrano per arrivare al piano, lei, sola ma con voce ferma gli intima di smetterla di sfasciare tutto, in quanto quella era la casa di tutti i lavoratori e quello che vi era dentro era dei lavoratori e che probabilmente a loro non interessava perché NON erano lavoratori. Di fronte a questa inaspettata determinazione i sei energumeni si limitano ad aggredita verbalmente e insultarla sprezzantemente, ma non la toccano; poi cercano di costringerla a firmare un foglio preparato in cui si “autodimetteva” dal sindacato; vincendo il terrore della situazione e mantenendo il controllo dei nervi, ella replicava con coraggio e risolutezza che lei era lì perché eletta dai lavoratori e che solo i lavoratori potevano chiederle le dimissioni, fino a quel momento lei sarebbe rimasta al suo posto di rappresentante degli stessi, contro chiunque e qualunque cosa, costringendo i pretoriani della nuova democrazia ad andarsene, minacciandola però in  perfetto stile mafioso con la frase che evidentemente non aveva tanta voglia di vivere… da quel giorno tra i lavoratori girò il soprannome di “dama di ferro”.

Alle successive elezioni sindacali di dicembre, non uno dei vecchi delegati si presentarono o furono eletti, il vento della sopraffazione democratica occidentale, andava a pieno regime.

Ma già pochi anni dopo, molti sindacalisti vecchi furono rieletti dai lavoratori, il crescere dei problemi e l’assenza di risposte concrete, costrinsero anche molti nuovi delegati onesti a richiedere con sempre più forza programmi e proposte di lotta chiaramente connotati contro le politiche governative, fino a far schierare pubblicamente il sindacato, in varie elezioni per la caduta dei  vari governi, nonostante il fatto che la quasi totalità della dirigenza nazionale fosse espressione degli stessi partiti governativi.

Con una scelta politica, mai nascosta, era anche aderente del Partito Socialista Serbo, in quanto da sempre con una profonda coscienza jugoslavista e socialista; ma anche in questo aspetto senza mai accettare candidature parlamentari che le furono sempre proposte. Come diceva lei il suo posto era tra i lavoratori.

Ruzica se l’è portata via un tumore, una malattia dilagante nella Serbia uranizzata dalle bombe all’uranio di cui quella terra è intrisa, uno dei costi per portare la “democrazia” a quel popolo.

 

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Il mio incontro con Ruzica

 

Personalmente conobbi Ruzica nel 1999, subito dopo la fine dei bombardamenti, in una giornata di solidarietà indetta a Mestre, grazie agli sforzi coordinati da Lino Anelli della CGIL Lombardia, che aveva iniziato un lavoro nel nostro paese per lanciare un progetto di solidarietà, attraverso le adozioni a distanza con i lavoratori della Zastava di Kragujevac, ridotti in miseria dai criminali bombardamenti occidentali. Ruzica era in compagnia di un altra eccezionale rappresentante del loro popolo, Rajka Veljovic, anch’essa lavoratrice della Zastava e insostituibile collaboratrice, compagna, sorella di Ruzica nel Sindacato Samostalni; a cui occorre associare la figura di un’altra instancabile collaboratrice del Sindacato, la figura di MiljankaSakovic, che in questi anni fino al suo pensionamento e allontanamento, ha formato un trio unico di lavoro volontario, al Progetto delle adozioni e della solidarietà per i lavoratori della Zastava, ma non solo. Non si poteva vederne una senza vederne tre, in qualsiasi situazione, momento ufficiale o personale, queste tre meravigliose donne erano inseparabili: Ruzica MilosavljevicRajka Veljovic (ancora oggi dopo vent’anni referente e collaboratrice insostituibile, dei Progetti solidarietà di SOS Yugoslavia – SOS Kosovo Metohija in loco) e Miljanka Sakovic.

La nostra conoscenza personale avvenne in una situazione che da subito ci unì: politicamente, solidalmente e umanamente, e a distanza di vent’anni posso confermare che è stato un legame così solido, chiaro, profondo che anche nella mia anima ci sarà sempre un posto per lei, di cui mi onoro aver ricevuto stima, rispetto e amicizia profonda. E ancora oggi porto nel cuore e nell’anima, il suo viso, i momenti, le tensioni vissute insieme, la sua forza, la sua dignità, la sua autorevolezza, ma anche la sua dolcezza.

In quella giornata, che era specchio delle miopi per non dire misere, ma maggioritarie posizioni politiche dei tempi, ci fu una discussione abbastanza vivace sulla possibilità di mettere al tavolo della presidenza, dove dovevano sedere il moderatore e loro tre, come testimoni dei bombardamenti e della situazione devastata dei lavoratori Zastava e anche del loro paese in generale, la bandiera della Repubblica Federale di Jugoslavia, che loro si erano portate, perché in quel momento rappresentavano e avrebbero parlato come testimoni del loro popolo e del loro paese.       

Uno dei funzionari sindacali presenti, più per controllare gli eventi che per solidarietà con i lavoratori bombardati, alla fine decretò senza più margini di discussione che quella bandiera non doveva essere esposta, in quanto simbolo di un “regime” e di un potere politico inaccettabile ( anche se scelto e votato regolarmente da un popolo a maggioranza…), con un Presidente, Slobodan Milosevic inaccettabile e criminale. Oggi sarebbe curioso incontrare questo figuro e illustrargli la differenza tra lui, alto funzionario sindacale, oggi a riposo con una lauta pensione che un operaio si sogna e il “criminale “Milosevic” morto in carcere, per non essersi venduto e aver difeso fino all’ultimo giorno, non sé stesso ma l’onore del suo popolo.

Ci si può immaginare la situazione imbarazzante, loro invitate per costruire un percorso di solidarietà per i lavoratori, quindi ospiti ma nello stesso tempo umiliate da questa imposizione politica, che le offendeva profondamente. Davanti a questa situazione di miseria politica e di arroganza tipicamente occidentale, presi personalmente una posizione insieme a Flavio e Mauro come delegati della nostra Associazione SOS Yugoslavia; immediatamente tirammo fuori la stessa bandiera che avevamo portato per la giornata, e la esponemmo come Associazione, ed essendo parte del Coordinamento organizzatore, pur tra malumori e mugugni vari, non l’avremmo ripiegata.

Di fronte a questo, mentre Rajka traduceva la discussione tra noi e il figuro parola per parola, alla fine mi abbracciai, con quelle che sarebbero e sono le mie tre compagne e sorelle di Kragujevac. Uniti e indivisibili in tutti questi anni, fino ad oggi. Quando Ruzica, con gli occhi lucidi, mi abbracciò ricordo ancora nell’orecchio quel “hvala” che mi sussurrò; ed io dissi a voce alta con orgoglio, che sentissero tutti: “…grazie a voi, al vostro coraggio, alla vostra resistenza, al vostro popolo che ci ha insegnato e ci insegna la dignità, la forza, la fierezza di un popolo che resiste. Ma quale grazie a me o a noi. Noi siamo in debito con voi….”.

Da quel giorno il nostro legame, anche di fiducia profonda, è stato indissolubile e anche negli anni a seguire, durante le assemblee con i lavoratori, o nelle interviste alla televisione, il suo nome, anche a dispetto di chi non avrebbe voluto sentirlo, l’ho sempre orgogliosamente pronunciato perché i lavoratori non dimentichino: Ruzica è stata una loro vera e onesta rappresentante, è stata fino in fondo una di loro, che ha vissuto e si è impegnata per difendere i loro interessi, prima di tutto.

Lei, una “comunista corrotta”, “una sindacalista di partito”, una “fiduciaria di Milosevic” e del “regime”, come fu definita dai golpisti pagati dall’occidente nel 2000, ha vissuto tutta la vita nelle case popolari di Kragujevac, in camera e cucina. Una delle più donne più potenti, politicamente, della Serbia, come scrivevano sui giornali “democratici”.  Andate a vedere dove e come vivono i nuovi dirigenti “democratici” stipendiati dagli occidentali e forse potreste capire chi era questa donna, questa sindacalista, questa compagna.

Fu da quella situazione che presero avvio i nostri Progetti per i lavoratori della Zastava, in realtà la nostra Associazione era già impegnata in altri Progetti e situazioni in Serbia, ma non a Kragujevac.

 

In tutti questi anni noi ci siamo sempre sentiti in debito, perchè tutto il Progetto nazionale delle adozioni a distanza, aveva trovato in lei un riferimento sicuro, onesto, chiaro e definito nei minimi dettagli. Con Rajka e Miljanka ogni famiglia veniva, ed ancora oggi tramite Rajka, individuata sulla base delle sue drammatiche condizioni di vita, delle difficoltà reali, spesso della disperazione.

Non per appartenenze partitiche o ideologiche

Ed ancora oggi dopo quasi vent’anni, MAI nessuno delle famiglie adottanti italiane, ha perso o non ha potuto verificare, se anche un solo euro dei soldi indirizzati e devoluti, si fosse perso per strada. MAI. E se questo è potuto avvenire, è perché il sistema trasparente e riscontrabile pianificato in quel lontano 1999, tra il Coordinamento RSU, le Associazioni di solidarietà italiane e il Sindacato Samostalni di Kragujevac, fu sotto la responsabilità diretta, politica e morale di RuzicaMilosavljevic.

Chiunque ha operato nei Progetti di solidarietà con Kragujevac, ne è testimone.

Nonostante il silenzio sui media locali, il passaparola tra i lavoratori e i suoi compagni ha fatto sì che al suo funerale erano numerosi a darle l’ultimo saluto e a ricordarla.

 

Così la ricorda RajkaVeljovic

 

Se ne e andata RuzicaMilosavljevic-Rosina.L’avevo conosciuta 30 anni fa quando mi sono trasferita a Kragujevac per lavorare negli Stabilimenti di Bandiera Rossa-Zavo di Crvena Zastava.

 

Allora non potevo immaginare che parecchi anni dopo,durante l’aggressione della Nato contro la RFJ,questa conoscenza sarebbe diventata un’amicizia profonda.Essa è stata sindacalista che rappresentava i 36.000 lavoratori della fabbrica più importante del paese,colonna del sindacato negli anni piu difficili,durante l’embargo e nel periodo dei cambiamenti politici.

Tra tanti ricordi di lei, il primo è quello di quando i lavoratori, che venivano a lamentarsi all’ufficio del sindacato perché i salari non arrivavano,il paese era nel caos generale, ridotto in macerie dopo i bombardamenti e lei scrive al presidente Milosevic e gli disse: “se entro domani non arrivano i soldi per i lavoratori, io porto in piazza 36.000 lavoratori…”. Ed i soldi arrivarono. Negli anni successivi non serviranno neanche più gli scioperi della fame… La cosiddetta rivoluzione democratica ha portato anche i cambiamenti al sindacato, in modo assai “democratico”. Centinaia di persone avevano circondato la Palazzina del sindacato, la minacciarono, insultarono e poi una decina di loro salirono nel suo ufficio urlando e cercando di cacciarla fuori .Lei stava in piedi e disse: “Non siete voi a cacciarmi fuori, le dimissioni le posso dare solo a quelli che mi hanno eletto. I lavoratori…”.

Ricordo anche uno dei nostri viaggi in Italia. Il 15 febbraio 2003 a Roma durante la manifestazione contro la guerra in Irak, lei fu la voce dei lavoratori jugoslavi:  per la pace, il diritto al lavoro e una vita dignitosa, Per l’antifascismo e uguali diritti a tutti.

Se ne e andata una grande sindacalista e compagna,L’ho salutata con una rosa rossa.

Volevo un garofano ma i garofani non si trovano più qui…. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui, Ruzica a destra e l’inseparabile Rajka a sinistra

Addio cara e indimenticabile compagna e sorella, abbiamo attraversato un pezzo lungo delle nostre vite sullo stesso sentiero, con gli stessi valori e uniti nell’impegno di solidarietà e politico, cercando di non farci cambiare, spesso anche con un senso di solitudine, ma niente e nessuno è riuscito a dividerci, anche se lontani.

Come si diceva sui ponti di Belgrado e della RFJ…: 

“Forse ci vinceranno. Ma non ci convinceranno!”.

Forse hanno vinto, ma certamente non ci hanno convinto.

Ti sia lieve la terra Ruzica!

 

Enrico Vigna, presidente di SOS Yugoslavia – SOS Kosovo Metohija e

portavoce del Forum Belgrado Italia

 

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Nelle righe qui sotto si può capire la lucidità, lo spessore politico e di conoscenza dei problemi inerenti i lavoratori, la fabbrica, il paese, che lei denotava e possedeva. Oggi queste riflessioni e analisi sintetiche sono, purtroppo per i lavoratori serbi, drammatica realtà.

 

Manifestazione nazionale contro la guerra – Roma 15 febbraio 2003

L’intervento fatto dal palco da RuzicaMilosavljevic e RajkaVeljovic,
in nome dei lavoratori della Zastava di Kragujevac, bombardata dalla Nato nel 1999

“ I lavoratori di tutto il mondo condannano la guerra.

Dobbiamo essere uniti e decisi a respingere l’idea che sia possibile per una potenza economica imporre a tutto il mondo le sue leggi ed i suoi interessi.
Non ci sono guerre giuste o umanitarie. Ci sono solo guerre per l’egemonia territoriale, politica ed economica. Per il controllo delle terra e delle sue risorse.
Porto qui oggi a tutti voi il saluto dei tanti lavoratori della Yugoslavia.
Dico questo ricordando i tanti feriti e morti, lavoratori, vittime innocenti di una guerra che non aveva nulla di intelligente ma che ha portato solo miseria, che ha ucciso l’aria, l’acqua ed il suolo con un inquinamento senza precedenti, che ha condannato le giovani generazioni ad un futuro di malattie e di tristezza.
La guerra alla Yugoslavia ha portato solo miseria, nuovi profughi, nuova emigrazione.
Ha distrutto case, ponti, ospedali, scuole. Ha distrutto sotto i bombardamenti 950.000 posti di lavoro condannando alla miseria intere città e territori.
Siamo testimoni del bombardamento della nostra fabbrica.
La Zastava produceva automobili e occupava 36.000 lavoratori.
Hanno detto che era un obiettivo militare ma mentivano.
Era in realtà’ un obiettivo civile, un obiettivo voluto e deciso coscientemente a tavolino dai generali e dai politici che hanno voluto quella guerra.
Gli stessi che oggi, sulle macerie da loro prodotte vogliono conquistare anche le nostre libertà’ ed i diritti di noi lavoratori.
Prima hanno bombardato le nostre fabbriche. Ora ci chiedono sacrifici.
Come in Italia anche da noi chiedono più’ libertà di licenziamento, più flessibilità. Ci impongono salari bassi e nessuna tutela sindacale, nemmeno per le lavoratrici in maternità.

Ecco cosa hanno voluto produrre con questa guerra.
Hanno perseguito con lucida coscienza il controllo di un territorio distruggendo la sua economia per arrivare a conquistare un serbatoio di mano d’opera senza diritti ed a basso prezzo.
Se la guerra alla Yugoslavia è stata la prova generale di una nuova politica egemonica che aveva bisogno di far saltare le regole del diritto internazionale, ora con la messa in crisi dell’Onu si vuole affermare con ancora maggiore arroganza la totale libertà delle economie forti di disporre di tutto il territorio, di tutte le risorse, di tutto il mercato che a loro serve per rafforzare la loro egemonia.

Ma la solidarietà dei lavoratori sconfiggerà questo progetto.
Il nostro è un progetto di pace. Una pace gridata in questa piazza, oggi a Roma come in tante altre città del mondo.
Una pace per cui sarà necessario lottare ancora, con decisione, con convinzione.
Una pace che ha nei lavoratori una forza insostituibile, decisiva e forte.
Una forza che vince perché come ha dimostrato la nostra esperienza, la solidarietà tra i lavoratori può essere più forte di qualsiasi cannone.
Nessuno ci coinvolgerà’ in questa guerra,

Viva la pace, viva l’unità dei lavoratori”.

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Questa breve ma precisa analisi, era stata preparata da R. Milosavljevic, in seguito a un incontro che ebbi con lei, sulla situazione dei lavoratori. ( E.V.)  28-10-2003

 

SERBIA: NON SI INTRAVEDE LA FINE DELLA CRISI  

 

Per molti rappresenta probabilmente una sorpresa il fatto che la nostra economia continua a trovarsi in uno stato di profonda recessione, le cui conseguenze sopportiamo con sempre maggiore difficoltà, sia perché la crisi dura da molto tempo, sia perché di essa non si intravede la fine.

 

   E’ stato un approccio evidentemente sbagliato pensare che la stabilizzazione e la liberalizzazione a livello macroeconomico, così come un veloce processo di privatizzazione, avrebbero risolto tutti i problemi. Purtroppo gli euforici annunci di riforme, così come le grandi promesse di un miglioramento del livello di vita, non si sono realizzati. Nemmeno nel terzo anno delle annunciate riforme l’economia si è messa in moto. I risultati economici sono decisamente negativi e né i cittadini né gli operatori economici possono più sostenere la terapia – shock neoliberale. La produzione industriale per i primi sette mesi ha avuto un crollo del 3,5%, quella agricola una recessione del 10%, il deficit del commercio estero per gli scorsi 30 mesi  ha raggiunto i 9.215 miliardi di dollari, il nostro debito pubblico alla fine di agosto ha toccato i 13,5 miliardi di dollari, siamo caduti in uno stato di schiavitù da indebitamento e l’economia stagnante non sarà in grado di far fronte a impegni che hanno superato la somma della produzione nazionale lorda.

 

   Sono disoccupate 968.250 persone, 1.282.049 sono occupate e lavorano in media 3,5 ore, e 194.779 lavoratori lo scorso mese non hanno ricevuto lo stipendio.

 

 

LO SFRUTTAMENTO DELLE CAPACITA’ PRODUTTIVE

 

   Lo sfruttamento delle capacità produttive è inferiore al 40 per cento, e l’80 per cento delle attrezzature è antiquato. Il tasso di crescita economica anche quest’anno difficilmente supererà l’uno per cento, e secondo il calcolo degli esperti ci saranno necessari 30 anni per raggiungere il livello del 1989. In particolare 34.208 imprese devono cadere in fallimento, ed altri 468.000 lavoratori rimanere senza impiego. Secondo le ricerche degli esperti, il 74 per cento dei cittadini vive con una quota compresa tra l’uno e i due dollari al giorno, e di essi il 32% si trova in uno stato di povertà grave. Sulla Serbia incombe un’esplosione sociale simile a quella avvenuta in Argentina, lodata dai burocrati  internazionali  per dieci anni, finché non è avvenuto il tracollo economico. Al posto di uno sviluppo economico abbiamo ottenuto una recessione da transizione, una drastica caduta degli standard di vita, la crescita dei debiti e del deficit ed un’economia non liquida.

   Lo stato dell’economia è drammatico. Le ricerche mostrano che solo il 17,7 per cento dei giovani vuole rimanere in patria, gli altri vogliono andarsene. Gli esperti continuano ad avvertire che è l’ultimo periodo utile per poter compiere qualcosa di più serio nel  cambiamento di questo stato. Detto in gergo sportivo, quando i risultati non arrivano bisogna cambiare  la squadra e il gioco; significa che bisogna portare a termine due elementi chiave, cioè cambiare il concetto di riforma e cambiare le persone.

   Purtroppo in questo momento non c’è né la possibilità né la voglia di muoversi in questo senso, o perlomeno di raggiungere un consenso nazionale su una propria strada alle riforme, che costruirebbero un sistema economico volto ad uno sviluppo in cui con la privatizzazione si arriverebbe ad una liquidazione delle sostanze. La scena politica cupa e molto instabile è quotidianamente aggravata da controversie tra i partiti, da un lavoro esacerbato del parlamento, da scandali ministeriali, da frequenti scioperi dei lavoratori a causa dell’illegale attuazione della privatizzazione; è un ambiente che non permette alla forze politiche progressiste di preparare una svolta più radicale nella qualità delle riforme e dello sviluppo economico.

 

   E mentre le parti politiche e i sindacati  patteggiano reciprocamente il profitto della propria esistenza, continua lo sfacelo economico, e di questa crisi non si vede la fine.

 

 

Ružica Milosavljević (ex Segretaria Sindacato Samostalni Zastava Kragujevac), ottobre 2003

 

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Questo è un estratto con le parole di RuzicaMilosaljevic, di un intervista che le feci nel marzo 2004, sulle sue valutazioni circa la situazione dei lavoratori in Serbia e della Zastava in particolare, cinque anni dopo la guerra umanitaria della NATO.

 

D.:  Qual è la situazione nel paese dal vostro punto di vista e dall’interno del movimento dei lavoratori e alla Zastava in particolare?

R: Milosavljevic:La coscienza tra i lavoratori è ancora confusa e contraddittoria, perché le privatizzazioni erano state presentate dal nuovo governo dopo gli avvenimenti dell’ottobre 2000 (n.d.r: l’assalto al parlamento e la destituzione di fatto del precedente governo di unità nazionale, da parte delle forze di opposizione filo occidentali, della DOS), come la soluzione ai problemi del dopo guerra ed embarghi. Una massiccia campagna mediatica aveva di fatto convinto e illuso la gran parte dei lavoratori, che l’unica soluzione stava in questa riforma e che più profonda e spregiudicata fosse stata, avrebbe maggiormente interessato eventuali investitori stranieri, migliorando così le loro condizioni di vita. In una situazione conseguente a 10 anni di embarghi, sanzioni e guerre, le condizioni di vita e morali dei lavoratori erano ormai allo stremo, e questo fu recepito come speranza di un miglioramento o perlomeno come un tentativo che li facesse uscire da uno stato di difficoltà protratto.
Lo scorso anno la produzione industriale in Serbia ha subito un crollo del 5%, quella agricola del 12%; il deficit del commercio estero nei soli due anni tra il 2001 e il 2003 è stato di 9.215 dollari, il debito pubblico a dicembre ha raggiunto i 19 miliardi di dollari. Siamo di fatto caduti in uno stato di schiavitù da indebitamento e l’economia stagnante non è in grado di far fronte a impegni che hanno superato la somma della produzione nazionale lorda. Lo sfruttamento delle capacità produttive è inferiore al 40 per cento e l’80% delle attrezzature è ormai obsoleto.Il tasso di crescita economica del 2003 è stato del 1% e secondo i calcoli degli esperti saranno necessari 30 anni per raggiungere i dati del 1989.
Si parla di 34.000 imprese che devono andare in fallimento con la conseguenza di altri 450.000 lavoratori che resteranno senza lavoro. Sulla Serbia  incombe un’esplosione sociale simile a quella  avvenuta in Argentina, che era stata lodata dai finanzieri internazionali per 10 anni, finchè non è avvenuto il tracollo economico. Al posto di uno sviluppo economico abbiamo ottenuto una recessione da transizione, una drammatica caduta degli standard di vita, crescita dei debiti e del deficit ed una economia senza liquidità.


La situazione in particolare alla Zastava, nonostante scioperi e proteste, è senza reali sbocchi. Il continuo processo di scomposizione dei reparti produttivi, prospettato come necessario per rendere ancora più appetibile la vendita della azienda, non ha prodotto nulla se non disoccupazione, crollo della produzione e smantellamento delle potenzialità strutturali del gruppo. Proprio in questi giorni è stato pubblicizzato l’ennesimo progetto fantasma (periodicamente ogni stagione si fa trapelare notizie e piani di acquisizione di investitori stranieri, che dovrebbero rilanciare la fabbrica e quindi il lavoro, con l’obbiettivo nascosto di contenere il malcontento e sopire la disperazione e la rabbia) Questo nuovo progetto sarebbe di produrre un nuovo modello di vettura con la Toyota, la quale dovrebbe mettere il motore, mentre le scocche e i pezzi di ricambio sarebbero Zastava. Ennesima notizia fasulla, in quanto le scocche Zastava che dovrebbero essere utilizzate  sono quelle prodotte in questi anni senza motori e la maggior parte di esse non possono più essere utilizzate, in quanto secondo le regolamentazioni internazionali una scocca prodotta da più di due anni, è classificata come scaduta quindi non ha più garanzia e non può essere montata. E la Zastava non ha fondi per produrne di nuove. Il nostro pessimismo sulla situazione del nostro paese è legato ad un dato che fa da specchio per leggere il nostro futuro: se la Zastava chiude, la Serbia perde il 40% della produzione industriale, come lo sprofondare in un abisso  per un paese. Ma purtroppo questo è lo scenario che i fatti ci indicano e se questa prospettiva, ormai evidenziata sia dai fatti che da dati oggettivi anche indipendenti da volontà soggettive, non sarà ribaltato, questi saranno gli scenari futuri per i lavoratori della ex Repubblica Federale Jugoslava.

D.: Quali sono state in questi mesi, le maggiori proteste e lotte nel paese e qualche esito hanno ottenuto per i lavoratori?

R: Milosavljevic : Praticamente in ogni settore lavorativo vi sono continui scioperi o proteste, dal settore delle telecomunicazioni a quello dei lavoratori postali e delle banche, scesi più volte in lotta contro licenziamenti di massa, per il pagamento dei salari e contro le ristrutturazioni e le privatizzazioni.
A Smederevo e Sabac lotte nelle fabbriche contro licenziamenti e per aumenti salariali. Nelle acciaierie di Smederevo, le più grandi del paese, la lotta era contro i nuovi padroni americani, che dopo aver acquisito l’azienda avevano immediatamente licenziato circa 1.000 lavoratori, imponendo una paga oraria di 0,40 dollari all’ora. Dopo uno sciopero generale durato settimane, che ha anche coinvolto la città, i lavoratori hanno ottenuto una grande vittoria per questi tempi: accordo circa i licenziamenti, in parte rientrati e in parte ridefiniti presso l’ufficio collocamento con il sussidio mensile di 60 euro, ottenuto un aumento salariale che ha portato la paga oraria a 1,00 dollaro, la cacciata del manager americano T.Kelly, facente funzione di direttore della fabbrica.


Ma anche una vittoria più profonda e importante per il futuro: la Commissione Anticorruzione dopo le denunce dei lavoratori e del Sindacato ha bloccato il processo di privatizzazione della fabbrica per presunti illeciti, falsi e truffe avvenute nella compravendita.
(n.d.r.: in sintesi è successo questo, per ristrutturare la Sartik furono spesi tre anni fa 2 miliardi di dollari; lo scorso anno altri 700 milioni di dollari per ammodernarla e poterla vendere… al prezzo di 35 MILIONI di dollari, all’acquirente americano. Il quale dopo le denunce e indagini si è rivelato un semplice complice e prestanome di alcuni esponenti del governo DOS. Ora anche le Banche che avevano garantito i prestiti si sono rivolte al Tribunale Internazionale per andare fino in fondo alla vicenda… E.V.).

Scioperi e lotte anche a Nis nelle fabbriche MIN e EI, dove da un totale di 28.000 lavoratori fino al 2000, sono omai rimasti 6500 occupati, di cui solo 700 percepiscono un salario intero, il resto lavora solo a chiamata per alcuni giorni al mese. Qui la protesta ha per ora solo bloccato i piani, ma non si è ottenuto altro, le trattative continuano. Scioperi anche alla fabbrica Zvevda e alla DES, dei lavoratori del consorzio PKB e dei Centri Commerciali e altri.
Si è temporaneamente conclusa la lotta dei minatori dei più grandi centri minerari dei Balcani, che hanno ottenuto aumenti salariali, un miglioramento delle condizioni di lavoro, che erano peggiorate notevolmente dall’ottobre 2000, blocco del processo di privatizzazione ed in alcuni casi addirittura di chiusura di alcuni centri. E’ stata anche ottenuta dal Sindacato una vittoria contro lo scorporo della categoria minatori da quella del settore elettrici, che avrebbe drasticamente indebolito entrambe le categorie favorendo poi così, i successivi piani di smantellamento già previsti, in tutti e due i settori. A livello del paese questa è stata salutata come una grossa vittoria sindacale e di difesa degli interessi generali dei lavoratori.

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D.: La scorsa primavera, in piena fase di emergenza dovuta all’uccisione del primo ministro, è stata varata la nuova “ Legge del lavoro”. Quali sono gli aspetti più marcatamente anti operai e regressivi per gli interessi dei lavoratori?

R: Milosavljevic: Uno è sicuramente quello, di una di fatto completa liberalizzazione dei licenziamenti, anche questo spacciato come una necessità per favorire gli investimenti stranieri e quindi teoricamente dare lavoro. Un altro che ha già conseguenze disastrose e ridimensiona completamente il rapporto tra le parti sociali, governo-sindacati è quello relativo della abolizione del Contratto collettivo nazionale; questo di fatto significa, che il  sindacato non ha più alcuna possibilità di impedire o influire su decisioni del governo.
Per esempio nella vecchia legislazione dove vigeva il Contratto collettivo nazionale,vi era una clausola dove era sancito, che qualsiasi contratto locale o aziendale poteva avere SOLO condizioni e intese MIGLIORI di quelle stabilite a livello nazionale, se erano peggiori o regressive degli interessi dei lavoratori NON poteva essere ratificato.Tutto questo oggi non esiste più.
Su altri aspetti della nuova Legge  facciamo alcuni esempi esemplificativi : nella vecchia Legge la parte riguardante il “diritto della protezione del lavoro” il Sindacato era titolato ha trattare e a poter rifiutare qualsiasi decisione lavorativa presa dalle direzioni aziendali, oggi questo non esiste più.
Nella precedente legge nessun aspetto o controversia riguardante singoli lavoratori, sia economici che disciplinari o produttivi, poteva essere preso senza la presenza e accettazione del Sindacato, oggi il sindacato non è neanche più consultato. E’ sancito legislativamente che è solo più riconosciuto il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro soltanto.
Nella precedente legge i licenziamenti erano quasi impossibili se non legati ad aspetti di legislazione penale (azioni illegali) e dovevano essere vagliati e accettati dal Sindacato, che aveva il compito di verificare e garantire che fossero stati applicati  tutti i diritti per la difesa e tutela del lavoratore. Oggi ciascun lavoratore essendo solo nel rapporto con l’azienda è di fatto senza più protezioni sociali e senza più alcun potere contrattuale. Inoltre è stato sancito il “diritto” al licenziamento legato alle esigenze aziendali, in piena politica di liberismo selvaggio, di fatto ogni lavoratore è alla mercè del proprio datore di lavoro..
Le conseguenze dirette e concrete nella vita dei lavoratori si possono vedere in questi due esempi di situazioni di lavoro nella Zastava, che neanche durante embarghi e bombardamenti sono mai accaduti e sarebbero stati considerati illegali anche giuridicamente. Uno riguarda la Zastava automobili dove attualmente sono occupati come dipendenti ancora 3600 lavoratori, e dove ogni mese vengono chiamati dall’ufficio di collocamento 800 lavoratori disoccupati a rotazione, per integrare il sussidio mensile di disoccupazione (45% del salario, mediamente circa 60 euro mensili, che tra le altre cose scadrà nel 2005 e quindi da allora questi iscritti al collocamento non avranno neanche più questa minima entrata), essi accettano di lavorare in queste condizioni : senza nessun contratto specifico se non la conoscenza dell’ammontare del salario a fine mese stabilito dall’azienda, nessun diritto sindacale, orario legato esclusivamente alle esigenze aziendali, nessuna paga o retribuzioni ufficiali ma stabilita ciascuna volta, nessuna maturazione di ferie, nessun diritto alla mutua e malattia se un lavoratore si assenta viene sostituito da un altro, nessun diritto ad usufruire delle leggi di protezione della sicurezza.
L’altro esempio esemplificativo riguarda un reparto Zastava che si chiama TER COM, composto da lavoratori invalidi di cui l’80% provengono dall’ufficio di collocamento disoccupati; la maggioranza sono donne e tutte hanno malattie come leucemia e tumori, le condizioni di lavoro sono spaventose ma il ricatto è che se qualcuno protesta perde anche quei pochi soldi e si ritrova di nuovo senza salario. Noi stessi come responsabili sindacali non possiamo fare nulla, pur sapendo come tutti, qual è la situazione perché gli stessi lavoratori ci chiedono di non muoverci per il terrore di perdere anche questo. Un solo esempio, tutti coloro che lavorano hanno problemi di salute o perché invalidi o perché malati accertati, nessuno di essi ha mai presentato finora alcun certificato medico, spesso occultando il proprio stato per paura di non lavorare.

(n.d.r: sono riuscito personalmente a entrare in contatto con una lavoratrice del reparto, che mi ha affidato la lettera che qui riporto come estratto, che penso non lasci spazio ad altre parole nel rendere l’idea della situazione. E.V.)
“…ho deciso di scrivere questa lettera per raccontarle la mia vita. Sono lavoratrice della Zastava automobili e come invalida di 3° categoria, lavoro nell’officina cosiddetta TER COM (costituita per invalidi). Lavoro al ritocco dei particolari, siccome a causa della guerra non abbiamo lavorato per lungo tempo, poi abbiamo cominciato a fare qualsiasi lavoro, anche quelli che non competono agli invalidi. Abbiamo ripulito i reparti bombardati e si sa benissimo che questi sono posti radioattivi; mentre facevo questi lavori parecchie volte ho avuto allergie e sono stata sottoposta a “terapie”. Poi ho lavorato dove vi è il PCB- Piralene lasciato nell’ambiente dalle bombe ed avevo problemi di respirazione. Sono andata dal medico e mi hanno trovato delle cisti nella gola e nel seno. Ma questo non è stato sufficiente ai dirigenti e per l’ennesima volta hanno portato nel nostro reparto altre sostanze chimiche per le lavorazioni, mi hanno poi portata due volte al Pronto soccorso, e così anche altre mie colleghe; l’ultima volta nel mese di febbraio mi hanno salvato la vita per un soffio.
Adesso sono in malattia fino a fine del mese, poi dovrò tornare al lavoro ma sono molto preoccupata, perché so che un giorno mi troveranno morta; l’ambiente di lavoro è disastroso e anche le condizioni di vita in esso sono disastrose. Io devo lavorare per sostenere la mia famiglia, perché mio marito è stato licenziato ed è anche lui malato; una figlia va a scuola e l’altra ha finito di studiare ma è disoccupata perché non c’è lavoro… io la prego di leggere questa mia lettera ad altri, se vuole può verificare tutto quanto ho scritto. Il mio lavoro consiste nella pulizia dei particolari e componenti bombardati, lavaggio pezzi, scelta delle viti da montare e scarto di quelle non più utilizzabili, pulizia dei reparti. Non posso rifiutare di fare questi lavori nonostante sapevamo che erano radioattivi; ci sono anche altre mie colleghe che sono ammalate, io penso che tutto è conseguenza dei bombardamenti. Io sono invalida ma queste malattie le ho avute dopo. La ringrazio dell’aiuto e la prego, se è possibile, di attivarsi anche tramite qualche organizzazione che lavora nel campo della protezione delle vite umane e di provare ad aiutarci… S.M
.“
Questa è la realtà della classe lavoratrice serba nel 2004, solo quattro anni fa nessuno di noi avrebbe neanche lontanamente immaginato che un lavoratore avrebbe potuto conoscere un simile stato di degradazione sociale e di dignità.
Ma questo è ciò che ci hanno portato i cambiamenti del  “nuovo corso” e con questo dobbiamo convivere quotidianamente e combattere in una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

D.: Subito dopo la fine dei bombardamenti a giugno ’99, l’ex governo di unità nazionale, aveva stanziato 1/6 del budget federale della Repubblica serba per il Progetto di Ricostruzione della Zastava, ritenendo prioritario per il futuro del paese il rilancio della fabbrica e della produzione, come condizioni assolutamente improrogabili, insieme alla ricostruzione dei ponti e delle infrastrutture, poi avvenuti. Il progetto era stabilito in 3 Fasi di ricostruzione, all’ottobre 2000 erano state completate quasi due fasi su tre, da allora a oggi, la ricostruzione è stata terminata?
Cosa è avvenuto e qual è la situazione oggi?

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R: Milosavljevic: Per quanto riguarda i lavoratori Zastava vi erano una serie di diritti che contribuivano alla difesa dei salari, per esempio un pasto gratuito al giorno; il 50% delle spese dei trasporti erano rimborsati; i lavoratori che erano in ambiti di lavoro più disagiati, avevano diritto a forniture di alimenti specifici contenenti vitamine e proteine; nel contratto collettivo erano contemplati controlli sanitari periodici e sistematici, da parte del presidio sanitario dell’azienda; nel periodo di malattia il lavoratore percepiva l’80% del salario, ora il 60% ma praticamente nessuno si mette in malattia per timore di essere licenziato;  ad ogni lavoratore che veniva assunto, ma che proveniva da un’altra città, gli veniva assegnato una sistemazione nel quartiere delle case operaie Zastava, in legno e ovviamente negli ultimi anni sempre più disagiate, in attesa di un alloggio in città; ogni lavoratore aveva diritto per lui e la sua famiglia ha tutta una serie di attività ricreative, sportive e culturali aziendali praticamente gratuite. Di tutto questo ora non resta più nulla.
Per quanto riguarda misure più generali e sociali come le mense popolari dove si poteva mangiare a costi simbolici, oggi non esistono più; negli ultimi dieci anni le bollette energetiche non erano state riscosse per non affossare le condizioni minimali di vita del popolo, ora con le privatizzazioni alle famiglie è stato imposto il pagamento di tutti gli arretrati, pena la sospensione delle erogazioni, per cui le famiglie si trovano senza salari e con debiti pregressi da pagare in rate mensili per gli anni futuri. Per quanto riguardava prezzi, affitti, sanità , il governo trattava con il Sindacato e stabiliva programmi sociali a costi calmierati contrattati tra le parti sociali. Ora tutto è stato liberalizzato e non c’è più nessun controllo o limite.

D.: Com’è la situazione sanitaria tra i lavoratori?

R: Milosavljevic: Purtroppo i bombardamenti “umanitari” della Nato oltre alla miseria e al degrado umano e morale, ci hanno anche lasciato una terribile conseguenza : i danni causati dalle bombe all’uranio impoverito, sulle persone e nell’ambiente. Su questo argomento purtroppo i dati ufficiali e le documentazioni precise sono molto carenti se non assenti, questo ovvio per vari motivi, uno perché a livello governativo e dei media, non c’è interesse a rendere pubblici dati che potrebbero dare l’idea della tragedia che incombe sulla vita del popolo serbo, anche e soprattutto per il futuro. Ma su questo vi sono certamente persone più documentate di noi per rispondere, di certo vi è che tra il migliaio di lavoratori volontari, che avevano partecipato alla sgombero delle macerie (va ricordato che la fabbrica fu quasi distrutta da continui e massicci bombardamenti criminali e devastanti), sono già 63 i deceduti e centinaia di altri sono affetti da tumori e leucemie, nel presidio sanitario della Zastava i farmaci più richiesti sono  psicofarmaci, antidepressivi e i medicinali per le malattie di natura epatica. Già questo può essere considerato un dato indicativo.
Così come è ufficiale che l’area della Zastava fu dichiarata nel 2000, ambiente degradato e a rischio da parte dell’ONU.
Un dato ufficiale filtrato negli ultimi mesi dice che nella regione della Sumadija, che ha in Kragujevac il capoluogo, si sono rilevati oltre 1.000 nuovi casi di ammalati di tumori e malattie epatiche.

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D.: Una riflessione finale sulle prospettive e su un futuro che, alla luce della situazione descritta appare molto difficile per il popolo serbo.

R: Milosavljevic:Quanto finora esposto può solo avvicinare coloro che leggeranno, a comprendere qual è la vita quotidiana e le condizioni in cui vivono i lavoratori, la realtà da vivere è sicuramente più difficile.
Già solo il dato ufficiale  frutto di un indagine governativa che dice che l’80,3 per cento dei giovani vuole andare via dalla nostra patria e solo il 17,7 per cento ha ancora speranza che qualcosa cambi e gli permetta così di restare, deve far capire quanto è tremenda la situazione del nostro paese, perché la gioventù significa futuro e senza gioventù, nessun paese può avere un futuro. Per questo è diventato drammaticamente urgente pensare e lavorare a un cambiamento, dei programmi economici e politici, e di leadership. Se non accadrà questo il nostro futuro è molto molto difficile, tutti i giorni si parla soltanto di svendite, chiusure, fallimenti, non si parla mai di una qualche soluzione trovata ad un problema.
Si parla di scorpori, che diventano un processo e pezzo per pezzo, gli scorpori rendono ogni situazione sempre più piccola e poi a sua volta diventa parte di una parte e così via. E poi saranno venduti ma in questa progettualità non c’ è futuro, perché significa di fatto cancellare la potenzialità produttiva di uno stato di un paese. Significa per chiunque abbia un minimo di cognizioni economiche o del mondo del lavoro proporre una agonia, magari non cruenta ma una lenta agonia. Negli ultimi mesi sono persino arrivati a ventilare ai lavoratori, un ulteriore scenario futuro architettonico sociale, la Zastava quella che per decenni è stata una grande e immensa fucina di lavoro, di vita, di speranze, di dignità, potrebbe diventare una grande area cittadina, dove non ci saranno più cancelli, inferriate, delimitazioni, solo più una grande area economica, commerciale, di uffici, negozi, magazzini, ma senza più i 36.000 lavoratori e famiglie che l’hanno popolata e resa una fonte di vita e di futuro per mezzo secolo, senza più produzione di nulla. Forse se tutto va bene dicevano, qualche centinaio di posti di lavoro nuovi si creeranno, e gli altri?
Quest’anno la novità ‘ stata la notizia che la Fiat si è rifatta viva dopo anni di disinteressamento e silenzio, ma non per qualche ipotesi di rilancio o investimento, ma per richiedere i debiti pregressi e la valutazione finanziaria del suo pacchetto azionario. Come dire un’altra tegola su qualsiasi ipotesi di trovare acquirenti o investitori che facciano ripartire la fabbrica; di fatto questo rende impossibile immaginare la possibilità, da parte di qualcuno di comprare un azienda che già prima di fare un investimento ha già debiti da saldare. L’insieme delle situazioni dà forse  il segno di una situazione talmente attorcigliata attorno a contraddizioni, problemi e dinamiche bloccanti, che riesce veramente arduo NON pensare ad un futuro nero per i lavoratori della Zastava e forse della classe lavoratrice della Serbia, che probabilmente ha ancora davanti a sé, periodi non certo facili. Per impedire tutto questo c’è una sola strada, cambiare le riforme e cambiare i dirigenti, se i lavoratori riusciranno ad imporre questo la speranza ritroverà una ragione di essere.

 

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 A cura di Enrico Vigna – 27 dicembre 2018

Llamado a Respetar la Soberanía del Pueblo de Venezuela

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Llamado a Respetar la Soberanía del Pueblo de Venezuela

El pasado 20 de mayo se llevó a cabo la sexta elección presidencial de la historia contemporánea de la República Bolivariana de Venezuela. En las mismas, resultó electo como Presidente Constitucional, el ciudadano Nicolás Maduro Moros, quien de acuerdo a lo estipulado en la Constitución venezolana, tomará posesión para un nuevo período presidencial el próximo 10 de enero de 2019.

La elección se produjo bajo un clima de paz y tranquilidad con una participación del 46,02% del total del padrón electoral, cifra muy similar a la que registran las elecciones estadounidenses.

En estos comicios, se dieron cita candidatos de distinto signo político, como es el caso de Henry Falcón, dirigente del partido Avanzada Progresista, y Javier Bertucci, dirigente del partido El Cambio, ambos, opositores del gobierno actualmente constituido. Se debe destacar que un 67,84% de las personas que votaron se decidió por la opción que representaba el Frente Amplio de la Patria y su candidato electo Nicolás Maduro. Ello representa 6.245.862 votos válidos. Por su parte, el candidato de oposición más votado, Henry Falcón, alcanzó solo un 20,93%, lo que representó 1.927.387 votos.

El resultado electoral y la respuesta democrática del pueblo venezolano, evidencian su determinación de continuar una senda de construcción independiente y democrática de su destino.

Durante los últimos 5 años, diferentes administraciones estadounidenses, han venido implementando contra Venezuela, un sofisticado plan de desestabilización para derrocar un gobierno elegido democráticamente a través de un sistema electoral considerado uno de los mejores del mundo, tal como lo calificó el propio ex presidente estadounidense Jimmy Carter.

Las pretensiones del gobierno estadounidense de lograr un cambio de régimen, violan sistemáticamente la soberanía y autodeterminación del pueblo venezolano.

En marzo del año 2015, bajo Decreto Ejecutivo, el Gobierno de los EE.UU., declaró a Venezuela como “amenaza inusual y extraordinaria a la seguridad nacional y la política exterior de los Estados Unidos”, declarando una “emergencia nacional a los fines de hacer frente a dicha amenaza”. Otra Orden Ejecutiva en agosto del 2017, exigió al Departamento del Tesoro implementar sanciones “irreversibles” contra la economía y el sistema financiero venezolano, un conjunto de medidas coercitivas unilaterales, inaceptables en el derecho internacional. Con estos marcos legales, se activó el cerco económico contra los planes de recuperación de la economía venezolana, afectada producto de la caída de los precios del petróleo a partir del verano del 2014.

A través del bloqueo económico a Petróleos de Venezuela (PDVSA), columna vertebral de la economía venezolana, sumado al bloqueo comercial y financiero, se afecta directamente el comercio y la adquisición de productos de primera necesidad, golpeando duramente la calidad de vida del pueblo venezolano, agudizando de esta manera, la crisis económica. En ese sentido, William Brownfield, ex embajador de Estados Unidos en Venezuela recientemente declaró que…”en este momento quizás la mejor solución sería acelerar el colapso, aunque ello produzca un período de sufrimiento de meses o quizás años a la población”.

Con el monopolio del poder mediático, Estados Unidos manipula la opinión pública mundial, imponiendo la matriz narrativa de una “crisis humanitaria” en Venezuela, con lo cual busca justificar una intervención militar, disfrazada de “ayuda humanitaria”.

En septiembre de este año Trump declaró a los medios, en la Organización de Naciones Unidas, que en torno a Venezuela, “todas las opciones están sobre la mesa…”

En el año 2016, se publicó el documento “Venezuela Freedom-2 Operation” del U.S. Southern Command (SOUTHCOM) firmado por el Admiral Kurt W. Tidd-Commander, donde queda delineado el plan para la implosión-colapso con un conjunto de políticas dirigidas a derrocar al gobierno venezolano, empleando la estrategia de amplio espectro donde se desarrollaron operaciones simultáneas, combinadas y continuas en el período 2016-2018.

Estados Unidos y un grupo de gobiernos obedientes a las órdenes de la Casa Blanca, se aprestan a desconocer la legitimidad del mandato conferido al Presidente Nicolás Maduro Moros, a partir del 10 de enero. Ante estas enunciadas intenciones, hacemos un llamado al pueblo de los Estados Unidos y a la comunidad internacional a la no intervención, y a reconocer y respetar la voluntad soberana del pueblo venezolano, que continúa trazando un camino propio, de paz, guiado por su derecho irrenunciable a la libre autodeterminación e independencia.

20 de diciembre de 2018

Red de Intelectuales, Artistas y Movimientos Sociales en Defensa de la Humanidad, Capítulo EE.UU. y la Secretaría Ejecutiva REDH

(VIDEO) La verdad sobre la República Árabe de Siria

Nápoles conmemora el Día Internacional de la Solidaridad Humana

por mppre.gob.ve

Este jueves, con motivo de celebrarse el día Internacional de la Solidaridad Humana una amplia agenda de actividades dedicadas a recordar la fecha se desarrolló en la ciudad de Nápoles, Italia. Actividad que contó con la participación del Consulado General de la República Bolivariana de Venezuela en Nápoles.

Por su parte, la Cónsul General de Primera en Nápoles, Amarilis Gutiérrez Graffe, quien también es decana del Cuerpo Consular en la jurisdicción. Llevó a estos espacios el proyecto Bolivariano, que está fundado sobre los valores de solidaridad entre los pueblos.

Junto a la Federación Nacional de Cónsules, y su presidente Gennaro Famiglietti Cónsul Honorario de Bulgaria fue posible realizar este amplio encuentro en el Círculo Social Posillipo, donde participaron numerosas personalidades del ámbito cultural, deportivo, científico, político y jurídico interesados en establecer proyectos de colaboración y de solidaridad.

Posteriormente, en el evento “Ortopedia Meridionale”, coordinado por la Asociación Médicos Sin Fronteras (MSF). La cónsul Amarilis Gutiérrez tuvo la oportunidad de exponer un mensaje de solidaridad a través de la Diplomacia Bolivariana de Paz.

Gutiérrez Graffe recordó los logros del Gobierno Bolivariano en materia de salud con la creación de la Escuela Latinoamericana de Medicina, Misión Milagro, el sistema sanitario nacional, entre otros.

Consulado

I gilets gialli: la peculiarità della Francia

gilets jaunesdi Atilio A. Borón

La Germania e il Giappone hanno il dubbio onore di essere due paesi, in cui non ha mai trionfato una rivoluzione. Non a caso, sono stati anche quelli che, proprio per questo, hanno dato vita a regimi tanto ambigui come il nazismo e il militarismo fascista giapponese.

Al contrario, la storia francese è segnata da ricorrenti rivoluzioni e insurrezioni popolari. Oltre alla Grande Rivoluzione del 1789, vi sono stati scoppi rivoluzionari nel 1830, un altro molto più vigoroso nel 1848 e la gloriosa Comune di Parigi del 1871, il primo governo della classe operaia nella storia del mondo. Dopo la sua sanguinosa repressione, sembrava che la ribellione del popolo francese si fosse estinta per sempre. Ma non era così. È riapparsa nell’eroica resistenza all’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale e poi, con forza schiacciante, nel maggio 1968.

È questa l’unica cosa che rende la Francia un paese così particolare? No. Più importante di questo incessante fermento insurrezionale, che storicamente distingue gli strati popolari francesi, è che le loro lotte risuonano come nessun’altra sul palcoscenico mondiale. Karl Marx lo aveva già avvertito nel 1848 quando, osservando la rivoluzione in Francia, disse che “il canto del gallo gallico risveglierà ancora una volta l’Europa”. E la risvegliò, anche se quei sogni furono repressi nel sangue e nel fuoco.

Diamo un’occhiata alla storia: la Rivoluzione Francese tuonò in Europa e in America, con una forza fragorosa; la Comune divenne una fonte di ispirazione per il movimento operaio mondiale, i suoi insegnamenti risuonarono anche in alcuni angoli isolati dell’Asia. Il maggio francese si sarebbe riprodotto, con le logiche caratteristiche nazionali, in tutto il mondo. In altre parole: la Francia ha quella capacità unica di trasformarsi in un evento storico-universale, come amava dire Hegel. E questa è proprio l’inimitabile peculiarità dei Francesi.

La rivolta dei “gilets gialli”, che ha avuto inizio un paio di settimane fa, quando due camionisti e la proprietaria di un piccolo commercio – sconosciuti l’una agli altri e residenti in diverse zone dell’interno della Francia – hanno lanciato attraverso le reti sociali una chiamata a ritrovarsi per protestare sulle rotatorie di entrata delle loro piccole città contro l’aumento del prezzo del carburante. Alcuni giorni dopo, uno di loro aveva quasi un milione di followers sul suo account Facebook. Poi è arrivata la concentrazione del 17 novembre a Parigi e, da lì, la protesta avrebbe acquisito una dimensione fenomenale, che ha messo il governo di Macron con le spalle al muro. Ciò che i sindacati delle ferrovie non sarebbero riusciti a fare in tre mesi è stato raggiunto dai “gilets gialli” in poche settimane.

E la cosa continua, il “contagio” del virus ribelle che viene dalla Francia già si scorge oltre i suoi confini. Si è fatto strada in Belgio, in Olanda e ora in Polonia, in occasione del vertice sul clima a Katowice. In Egitto, il regime di Al Sisi ha proibito la vendita di gilets gialli in tutto il paese, come misura precauzionale, per evitare che l’esempio francese dilaghi anche da loro.

La rivolta, di cui non si conoscono gli esiti, non è solo dovuta al prezzo del carburante. Si tratta di una protesta diffusa ma generalizzata, dalla composizione sociale molto eterogenea, contro la Francia dei ricchi e nella cui variegata agenda di rivendicazioni si intravvedono i contorni di un programma non solo post- ma chiaramente anti-neo-liberista. Ma ci sono anche altri contenuti che si riferiscono a una visione del mondo più tradizionale, di una Francia bianca, cristiana e nazionalista. Questo insieme eterogeneo di rivendicazioni, espresse in maniera disorganica, racchiude molteplici aspirazioni e richieste contraddittorie, prodotto di un’insorgenza improvvisa e inattesa di attivismo spontaneista, privo di direzione politica. Questo è un problema serio, perché tutta quell’enorme energia sociale rilasciata nelle strade di Francia potrebbe sia portare a conquiste rivoluzionarie sia naufragare in una regressione reazionaria.

Tuttavia, al di là dell’incertezza riguardo al futuro corso della mobilitazione popolare e all’inevitabile complessità ideologica presente in tutti i grandi movimenti di massa spontanei, non v’è alcun dubbio che la sua sola esistenza ha minato la continuità dell’egemonia neo-liberista in Francia e la stabilità del governo di Emmanuel Macron.

E in un mondo sovrappopolato da spaventapasseri come i Trump e i Bolsonaro, i Macri e i Macron, questa è una buona notizia perché il “canto del gallo gallico” potrebbe risvegliare la ribellione addormentata – o deliberatamente anestetizzata – dei popoli all’interno e fuori dall’Europa e diventare la scintilla che accende le pianure aride in cui le politiche neo-liberiste hanno trasformato le nostre società, vittime di un olocausto sociale silenzioso ma mortale di proporzioni senza precedenti.

Non è la prima volta che i Francesi hanno svolto questo ruolo di avanguardia sulla scena universale e la loro ardente lotta potrebbe diventare, soprattutto nelle periferie dell’impero, l’innesco per un’ondata di rivolte popolari, com’è avvenuto soprattutto con la Rivoluzione Francese e il Maggio 1968 – contro un sistema – il capitalismo – e una politica – il neo-liberismo – i cui risultati nefasti sono ben noti. Non sappiamo se una cosa simile accadrà, se il temuto “contagio” si verificherà alla fine, ma gli indizi di un diffuso ripudio dei governi che arricchiscono solo i ricchi e spennano i poveri sono evidenti in tutto il mondo. Non dovremo aspettare molto, perché presto la storia detterà il suo verdetto finale.

Al di là dei suoi effetti globali, la brezza che viene dalla Francia è tempestiva e stimolante, in un momento in cui molti intellettuali e pubblicisti in America Latina, in Europa e negli Stati Uniti si sollazzano a parlare della “fine del ciclo progressista” nella Nostra America, cui presumibilmente seguirebbe l’inizio di un altro di segno conservatore, “neo-liberista”: un passaggio che prevedono solo quelli che vogliono convincere i popoli che non ci sono alternative e che è il capitalismo l’alternativa al caos, nascondendo maliziosamente che il capitalismo è il caos nella sua massima espressione.

Perciò, gli eventi della Francia offrono un bagno di sobrietà di fronte alle tante bugie che si cerca di far passare come rigorosa analisi economica o socio-politica e ci dimostrano che spesso la storia può prendere una piega inaspettata, e che quello che appariva come un ordine economico e politico immutabile e inespugnabile può crollare in meno che non canti un gallo… francese.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Noam Chomsky: los 90 años y el estado más criminal del mundo

Nessun testo alternativo automatico disponibile.por Atilio A. Boron

El pasado 7 de Diciembre Noam Chomsky cumplió 90 años. En el fárrago de noticias de esos días el onomástico de uno de los más grandes pensadores de nuestro tiempo ese acontecimiento pasó
desapercibido. La prensa hegemónica estaba ocupada entonando sus himnos fúnebres por la muerte de un criminal serial, el ex presidente George H. W. Bush, la absoluta futilidad de la sesión del G-20 en Buenos Aires o el arresto en Canadá de la heredera del gigantesco emporio telefónico Huawei. Los ideólogos del establishment no hicieron otra cosa que imitar a la prensa autoproclamada libre e independiente –que no es ni lo uno ni lo otro- en el sistemático ninguneo de la figura del lingüista, filósofo y politólogo estadounidense. La cobardía intelectual del mandarinato burgués e imperialista –tanto en Estados Unidos y Europa como en América Latina- es revulsiva. Dado que no podrían durar ni cinco minutos debatiendo con Chomsky -y con tantos otros, ninguneados también como él- lo que hacen es ignorarlo y ocultarlo a la vista del gran público. Montados en sus enormes aparatos de propaganda, que no de información, desde allí peroran y mienten impunemente, o barren bajo la alfombra las opiniones fundadas, irrefutables y valientes de ese enorme francotirador intelectual que es el ex profesor del MIT.

Por eso las “fake news” son sólo un nuevo nombre para designar una vieja costumbre del pseudo-periodismo que procura disimular su condición de órgano de propaganda proclamando su carácter
“profesional” e “imparcial”. Sus voceros son pigmeos intelectuales que hacen de la prepotencia verdad; o de la asimetría entre los que pueden hablar y los que no también verdad. Son los que aupados sobre sus enormes oligopolios mediáticos proclaman sus sofismas e inoculan sus venenos para enturbiar la mente del gran público, para confundirlo, para sumirlo en la ignorancia porque cuanto más confuso e ignorante sea más fácil será someterlo. Alabados como grandes personalidades del mundo de la cultura y la comunicación por las mentiras dominantes les cabe a
ellos y ellas el sayo de la cáustica réplica que Gyorg Lúkacs espetara, desafiante, ante sus inquisidores: “un conejo parado en la cima del Himalaya sigue siendo un conejo”. Conejos que deben impedir que el mundo sepa que Chomsky vive, piensa y escribe; y que sobreviven y medran en su oficio porque suprimen toda disidencia bien fundada. Cuando forzados por las circunstancias montan un simulacro de debate seleccionan cuidadosamente sus rivales. No hay lugar para Chomsky.

Eligen en cambio a sus críticos más rústicos, elementales, impresentables y salen airosos de esa falaz contienda. Por eso el lingüista norteamericanos, pese a ser el “Bartolomé de Las Casas del imperio americano” como acertadamente lo describiera Roberto Fernández Retamar, es un gran desconocido para el público de Estados Unidos. Sus opiniones son dañinas y no deben circular masivamente. Y su nonagésimo cumpleaños no fue celebrado como la supervivencia de un
fabuloso tesoro de conocimientos acumulados, de audaces teorizaciones, de valientes denuncias sino como la insoportable longevidad de un excéntrico al que no se le debe prestar ninguna atención. Para el pensamiento dominante (y ya sabemos de quién es ese pensamiento) sus
opiniones sólo revelan su odio y sus patológicos prejuicios sobre la sociedad norteamericana. No son opiniones propias de gentes “razonables”, esas que comprenden que cuando Estados Unidos mata a millones de personas en todo el mundo –en Siria, en Irak, en Palestina, en Afganistán, en Yemen, en Libia- o cuando provoca desastres humanitarios en Honduras y Haití, o cuando bloquea y agrede a países como Irán, Cuba y Venezuela, sometiéndolos a indecibles sufrimientos, son heroicos y desinteresados sacrificios que la Casa Blanca hace en defensa de la libertad, la democracia y los derechos humanos. Chomsky no comparte ese discurso autocomplaciente. Por eso, a sus noventa años, no hay nada que celebrar, nada que festejar, nada que dar a conocer.

Termino recomendando la lectura de una de sus notas más punzantes de los últimos años (publicada en La Jornada el 3 de Noviembre del 2015) y que lleva por título “EEUU, el Estado terrorista número uno” comienza así: “Oficial: EEUU es el mayor Estado terrorista del mundo y se enorgullece de serlo. Esa debería ser la cabeza de la nota principal del New York Times del 15 de octubre pasado, cuyo título, más cortés, dice así: Estudio de la CIA sobre ayuda encubierta provoca
escepticismo sobre el apoyo a rebeldes sirios.” Con retraso desde la Argentina y toda Latinoamérica le mandamos esta salutación por su nonagésimo cumpleaños deseándole que “cumplas muchos más”, como dice la canción mexicana y que nos siga inspirando con su excepcional inteligencia, sus sólidas denuncias y su fecunda prédica antiimperialista.

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Para enmendar mi olvido comparto con mis lectoras y lectores el texto arriba
mencionado que lleva un título más que apropiado, mismo que inspiró a
varios de nosotros a lanzar una campaña para declarar el 9 de Agosto como
el Día Internacional de los Crímenes Estadounidenses contra la Humanidad.
“EEUU, el Estado terrorista número uno”

Noam Chomsky
La Jornada
03-11-2014
Oficial: EU es el mayor Estado terrorista del mundo y se enorgullece de serlo. Esa
debería ser la cabeza de la nota principal del New York Times del 15 de octubre
pasado, cuyo título, más cortés, dice así: Estudio de la CIA sobre ayuda encubierta
provoca escepticismo sobre el apoyo a rebeldes sirios.
La nota informa sobre una revisión hecha por la CIA a las operaciones encubiertas
recientes para determinar su efectividad. La Casa Blanca concluyó que, por desgracia,
los éxitos son tan escasos que es necesario reconsiderar esa política.
Se incluye una declaración del presidente Barack Obama de que pidió a la CIA llevar a
cabo esa revisión para encontrar casos en los que financiar y proveer de armas a una
insurgencia en algún país haya funcionado bien. Y no pudieron hallar mucho. Por eso
Obama tiene cierta renuencia a continuar con esos esfuerzos.
El primer párrafo cita tres ejemplos importantes de ayuda encubierta: Angola,
Nicaragua y Cuba. En realidad, cada uno fue una importante operación terrorista
lanzada por Estados Unidos.
Angola fue invadida por Sudáfrica, que, según Washington, se defendía de uno de
los más notorios grupos terroristas del mundo: el Congreso Nacional Africano de
Nelson Mandela. Eso fue en 1988.

Para entonces el gobierno de Ronald Reagan estaba prácticamente solo en su apoyo al
régimen del apartheid, incluso violando las sanciones que su propio Congreso había
impuesto al incremento del comercio con su aliado sudafricano.
Washington se unió a Sudáfrica en dar apoyo crucial al ejército terrorista Unita de
Jonas Savimbi en Angola. Continuó haciéndolo incluso después de que Savimbi sufrió
una rotunda derrota en una elección libre y cuidadosamente vigilada, y de que
Sudáfrica le había retirado el respaldo.
Savimbi era un monstruo cuya ambición de poder había llevado abrumadora miseria a
su pueblo, en palabras de Marrack Goulding, embajador británico en Angola.
Las consecuencias fueron horrendas. Una investigación de la ONU en 1989 estimó que
las depredaciones sudafricanas provocaron 1.5 millones de muertes en países vecinos,
sin mencionar lo que ocurría en Sudáfrica misma. Fuerzas cubanas finalmente
vencieron a los agresores sudafricanos y los obligaron a retirarse de Namibia, la cual
habían ocupado ilegalmente. Sólo Estados Unidos siguió apoyando al monstruo
Savimbi.
En Cuba, después de la fallida invasión de Bahía de Cochinos en 1961, el entonces
presidente estadunidense John F. Kennedy lanzó una campaña asesina y destructiva
para llevar los terrores de la Tierra a Cuba, según palabras del historiador Arthur
Schlesinger, aliado cercano del mandatario, en su biografía semioficial de Robert
Kennedy, a quien se asignó la responsabilidad de esa guerra terrorista.
Las atrocidades contra Cuba fueron graves. Los planes consideraban que el terrorismo
culminara en un levantamiento en octubre de 1962, que daría pie a una invasión
estadunidense. Hoy día la academia reconoce que esa fue una de las razones por las
que el entonces primer ministro soviético Nikita Jrushchov emplazó misiles en Cuba,
con lo que se produjo una crisis que se acercó peligrosamente a una guerra nuclear. El
entonces secretario de la Defensa Robert McNamara concedió más tarde que si él
hubiera sido un gobernante cubano, habría esperado una invasión estadunidense.
Los ataques terroristas contra Cuba continuaron durante más de 30 años. Desde luego,
el costo para los cubanos fue severo. Los recuentos de víctimas, de los que apenas si
se oye en Estados Unidos, fueron dados a conocer en detalle por primera vez en un
estudio del experto canadiense Keith Bolender, Voices From the Other Side: an Oral
History of Terrorism Against Cuba (Voces desde el otro lado: historia oral del
terrorismo contra Cuba), en 2010.
El saldo de la prolongada guerra terrorista fue amplificado por un sofocante embargo,
que continúa a la fecha en desafío al mundo. El 28 de octubre pasado, la Asamblea
General de la ONU avaló, por vigésimo tercera vez, la necesidad de poner fin al
bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por Estados Unidos a Cuba. La
votación fue de 188 a dos (Estados Unidos e Israel) y tres abstenciones de
subordinados isleños de Estados Unidos en el Pacífico.
Hoy día existe cierta oposición al embargo en altos estratos estadunidenses, informa
ABC News, porque ya no es útil (citando el libro reciente de Hillary Clinton, Hard
Choices). El experto francés Salim Lamrani pasa revista a los aciagos costos para los
cubanos en su libro de 2013 La guerra económica contra Cuba.

Apenas si hace falta mencionar a Nicaragua. La guerra terrorista de Ronald Reagan fue
condenada por el Tribunal Internacional de La Haya, que ordenó a Estados Unidos
poner fin a su uso ilegal de la fuerza y pagar sustanciales reparaciones de daños.
Washington respondió intensificando la guerra y vetando una resolución del Consejo de
Seguridad que llamaba a todos los estados –con dedicatoria a Estados Unidos– a
observar el derecho internacional.
Otro ejemplo de terrorismo se conmemorará el 16 de noviembre, en el 25 aniversario
del asesinato de seis sacerdotes jesuitas en San Salvador por una unidad terrorista del
ejército salvadoreño, armada y entrenada por Estados Unidos. Bajo las órdenes del
alto mando militar, los soldados irrumpieron en la universidad jesuita para dar muerte
a los sacerdotes y a todo testigo, incluidas su ama de llaves y la hija de ésta.
Este suceso culminó las guerras terroristas de Estados Unidos en Centroamérica en la
década de 1980, aunque sus efectos aún ocupan las primeras planas, en los informes
acerca de los inmigrantes ilegales, que en buena medida huyen de las consecuencias
de aquella carnicería y son deportados de Estados Unidos para sobrevivir, si pueden,
en las ruinas de sus países de origen.
Washington también ha surgido como el campeón mundial en generar terror. El ex
analista de la CIA Paul Pillar advierte sobre el impacto generador de resentimiento de
los ataques de Estados Unidos en Siria, que podrían inducir aún más a las
organizaciones yihadistas Jabhat al-Nusra y Estado Islámico a reparar su ruptura del
año pasado y hacer campaña conjunta contra la intervención estadunidense,
presentándola como una guerra contra el Islam.
Esa es ahora una consecuencia familiar de las operaciones estadunidenses, que han
ayudado a propagar el yihadismo de un rincón de Afganistán a gran parte del planeta.
La manifestación más temible del yihadismo hoy día es el Estado Islámico, o Isil, que
ha establecido su califato asesino en vastas zonas de Irak y Siria.
Creo que Estados Unidos es uno de los creadores claves de esta organización, asevera
el ex analista de la CIA Graham Fuller, prominente comentarista sobre aquella
región. Estados Unidos no planeó la formación del Isil, pero sus intervenciones
destructivas en Medio Oriente y la guerra en Irak fueron las causas básicas del
nacimiento del Isil, añade.
A esto podríamos agregar la mayor campaña terrorista del orbe: el proyecto global de
asesinato de terroristas lanzado por Obama. El impacto generador de resentimiento de
esos ataques con drones y con fuerzas especiales debe de ser bastante conocido para
requerir mayor comentario.
Todo esto constituye un registro que hay que contemplar con cierto horror.
Noam Chomsky es profesor emérito de lingüística y filosofía en el Instituto
Tecnológico de Massachusetts, en Cambridge. Su libro más reciente
es Masters of Mankind: Essays and Lectures, 1969-2013. 

Fuente: http://www.jornada.unam.mx/2014/11/01/index.php?section=opinion&article=022a1m
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Traducción: Jorge Anaya

(FOTO) L’incontro con Manuela D’Ávila a Napoli

Romina Capone (sx) e Antonio Cipolletta (dx) della redazione di ALBAinformazione con la compagna Manuela D’Ávila

di Romina Capone

Napoli. Dal primo gennaio 2019 Jair Bolsonaro ha assunto la presidenza del Brasile. A chiusura del 2018 Manuela D’Ávila, parlamentare brasiliana, già candidata alla vicepresidenza del Brasile per il Partito Comunista do Brasil e per il PT di Lula, nelle uniche due tappe italiane di Roma e Napoli, quest’ultimo tenutosi il 13 dicembre 2018 presso la Sala “Annamaria Cirillo” della Città Metropolitana, avverte: “Il fascismo è tornato è minaccia le nostre ricchezze, i diritti umani e i diritti sociali”.

Le forze progressiste del mondo esistono e sono la voce dell’altra metà del popolo brasiliano che, nonostante il discorso sciovinista adottato da Bolsonaro, resiste.

Ad analizzare ciò che sta accadendo da anni fino alle ultime ore in Brasile, con la cerimonia di insediamento del neo presidente di estrema destra Bolsonaro, è Manuela D’Ávila. «Siamo molto preoccupati per quanto sta accadendo in Brasile e tutti i segnali che arrivano dal mondo intero ci allertano sulle difficoltà a cui andremo in contro». Fa autocritica e analizza gli errori del suo partito nei precedenti anni: «abbiamo sbagliato, non riusciamo a parlare direttamente con il popolo, abbiamo fatto degli errori, il mio paese vive un lungo processo di deindustrializzazione, abbiamo limiti perché non riusciamo a gestire il problema della sicurezza: sessantadue mila morti ammazzati nell’ultimo anno. Già da quindici anni il Brasile ha tentato di camminare da solo provando ad avere un commercio prioritario con i paesi del Sud e dominare le tecnologie per le estrazioni del petrolio. Siamo nel 2019 ma viviamo fermi al 2001. Nel 2008 comincia la crisi economica capitalista e siamo riusciti a tenere lontani i suoi effetti dal Brasile fino al 2011. Abbiamo tentato e cercato diverse soluzioni per combattere il capitalismo dall’interno senza gravare sul salario degli operai e sui contratti di lavoro. Nel 2013 parte un’azione di mobilitazione sociale per garantire e riconoscere diritti a tutte quelle persone che fino ad allora non ne avevano, alla gente più povera. Nel 2013 parte dell’America Latina ha avuto presidenti progressisti: Correa, Lula e Maduro. Nel 2014 Dilma Rousseff è al governo. La destra “democratica” brasiliana non riconobbe il risultato delle elezioni» . «Il Brasile già dal 2016 vive un governo di destra “democratica” che non è un governo Lula né Bolsonaro. Temer ex presidente del Brasile ha posto al centro delle azioni dei governo l’agenda di austerità. Ha generato una riforma del lavoro, ha cancellato tutte le leggi contro il lavoro nero, ha scritto un emendamento alla Costituzione Brasiliana in cui è proibito investire su finanziamenti pubblici per i prossimi venti anni e lo ha fatto nonostante negli ultimi trent’anni il Brasile ha già avuto riduzioni drastiche sugli investimenti pubblici. È in questi frangenti e in questi ambienti che è emerso Bolsonaro. Vivevamo una crisi e abbiamo avuto un indebolimento delle istituzioni, abbiamo avuto l’entrata dei giudici nella gestione interna del nostro Paese e abbiamo avuto l’assassinio di Mariel Franco e infine Lula, il quale avrebbe vinto senza dubbio le elezioni, detenuto ingiustamente».

Manuela D’Ávila con il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris

Ma chi è Bolsonaro?

«Bolsonaro è un prersonaggio assolutamente autoritario. Agirà in due modi nel corso del suo mandato. Prima fase: farà entrare i militari nel governo. Perseguirà tutti coloro che la pensano diversamente da lui. Si scaglierà contro le associazioni e i movimenti sociali presenti sul territorio e i partiti di sinistra. Seconda fase, ancora più vicina al fascismo, non è solo la violenza dello Stato, qualsiasi diversità sarà considerata nemica. Non possiamo evitare che questo accada, ma possiamo e dobbiamo resistere», continua D’Ávila.

Chi sono i suoi nemici?

«I comunisti. Io non sapevo di fare parte del partito più grande del mondo – ironizza D’Ávila – perché tutti coloro che non hanno votato per lui sono comunisti. Quindi secondo Bolsonaro, chi sono i comunisti? Sono le donne, la Chiesa Cattolica, gli uomini che pensano che le donne debbano avere i propri spazi, i religiosi che credono che lo Stato debba essere laico. E quando Bolsonaro parla di tutto questo, dice che la violenza è giustificata, legittima. Ci sta rendendo disumani».

«Ho una bambina di tre anni – racconta D’Ávila – e la prima volta che mi hanno aggredita mia figlia aveva quarantacinque giorni, colpendola, sostenendo che la figlia di una comunista non è una bambina. Chi è stato? Non il governo ma la gente ispirata dall’ideologia del presidente eletto nel Paese».

«Bolsonaro deve ricordarsi che è presidente di un paese povero e il discorso reazionario nei paesi poveri è molto peggio che nei paesi ricchi. Questo significa che consegnerà il Brasile agli statunitensi, perché questo alimenterà il neocolonialismo e perché questi sono capi di stato che regalano i paesi poveri al capitalismo. Con certi personaggi al governo è inevitabile la fine del mercato unico dei paesi del Sud America. Stiamo per perdere le nostre ricchezze, i nostri diritti
umani e sociali. Ci sarà un cambio di gestione nelle politiche sociali e popolari. Avverrà una privatizzazione nel campo energetico e petrolifero».

«Tema più importante nelle elezioni brasiliane è stato il Venezuela. Ammiro e apprezzo molto il popolo fraterno venezuelano, ma perché quando giro per il mondo mi chiedono spiegazioni riguardo alla situazione venezuelana e non del Brasile? Semplice: preoccuparsi del Venezuela significa preoccuparsi del petrolio. Ma Brasile e Venezuela hanno una linea di confine unica al mondo: l’Amazzonia. Lì c’è l’acqua più pura al mondo. Questa frontiera custodisce la più grande biodiversità della Terra. Questo è il motivo per cui si inventa che il Brasile ha conflitti con il Venezuela. Il capitalismo antidemocratico mira all’Amazzonia».

«Le ultime elezioni in Brasile si sono basate sulle fake news, ma non intese come semplici bugie. In un giorno solo sono riuscita a smascherare settanta post falsi che mi riguardavano. Queste fake news sono arrivate a tredici milioni di visualizzazioni. Chi ha letto queste fake news? Le persone interessate all’argomento. È così che funziona il meccanismo del big data: generare dal nulla una notizia appositamente per catturare l’attenzione di quel pubblico interessato a quell’argomento specifico. Internet non è solo spazio di fake news ma organizzazione popolare, è scambio di idee, è organizzazione. Ma la destra “democratica” sta per mettere in atto l’unico mezzo di controllo in assoluto: la censura. Un meccanismo autoritario su di noi. Di fronte a tutto questo, la cosa più importante in Brasile è resistere e mantenere l’unità. La democrazia – così conclude Manuela D’Ávila – è la strada per il futuro».

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“Chalecos amarillos”: la peculiaridad de lo francés

Risultati immagini per chalecos amarillospor Atilio A. Boron

Alemania y Japón tienen el dudoso honor de ser dos países en los que jamás triunfó una revolución. No por casualidad fueron también los que, precisamente a causa de ello, dieron nacimiento a regímenes tan oprobiosos como el nazismo y el militarismo fascista japonés. Por contraposición la historia francesa está signada por recurrentes revoluciones y levantamientos populares. Aparte de la Gran Revolución de 1789 hubo estallidos revolucionarios en 1830, otro mucho más vigoroso en 1848 y la gloriosa Comuna de París de 1871, el primer gobierno de la clase obrera en la historia universal. Luego de su sangriento aplastamiento pareció que la rebeldía del pueblo francés se había apagado para siempre. Pero no fue así. Reapareció en la heroica resistencia a la ocupación alemana durante la Segunda Guerra Mundial y luego, con una fuerza arrolladora, en el Mayo francés de 1968.

¿Es esto lo único que hace de Francia un país tan peculiar? No. Más importante que este incesante fermento insurreccional que históricamente distingue a las capas populares francesas es que sus luchas resuenan como ninguna otra en la escena mundial. Ya lo había advertido Karl Marx en 1848 cuando, observando la revolución en Francia, dijera que “el canto del gallo galo despertará una vez más a Europa”. Y la despertó, aunque esos sueños fueron aplastados a sangre y fuego. Miremos la historia: la Revolución Francesa retumbó en Europa y América, con fuerza atronadora; la Comuna se convirtió en una fuente de inspiración para el movimiento obrero mundial, sus enseñanzas reverberando inclusive en algunos rincones apartados de Asia. El Mayo francés se reproduciría, con las lógicas características nacionales, por todo el mundo. En otras palabras: Francia tiene esa única capacidad de convertir lo suyo en un acontecimiento histórico-universal, como gustaba decir a Hegel. Y esa es, precisamente, la inimitable peculiaridad de lo francés.

Risultati immagini per chalecos amarillosLa rebelión de los “chalecos amarillos” que comenzó hace pocas semanas cuando dos camioneros y la dueña de un pequeño comercio -desconocidas entre sí y habitando en distintos lugares del interior de Francia- lanzaron a través de las redes sociales una convocatoria a protestar en las rotondas de entrada de sus pequeñas ciudades por el aumento del precio del combustible. A los pocos días una de ellas tenía casi un millón de seguidores en su cuenta de Facebook. Luego vino la convocatoria del 17 de Noviembre en París y, a partir de allí, la protesta adquiriría una dimensión fenomenal que puso al gobierno de Macron entre la espada y la pared. Lo que no habían podido hacer en tres meses los sindicatos del ferrocarril lo lograron los “chalecos amarillos” en pocas semanas. Y la cosa sigue, y el “contagio” del virus rebelde que llega desde Francia ya se vislumbra más allá de sus fronteras. Se ha insinuado en Bélgica, Holanda y ahora en Polonia, con ocasión de la Cumbre del Clima en Katowice. En Egipto el régimen de Al Sisi prohibió la venta de chalecos amarillos en todo el país como una medida precautoria para evitar que el ejemplo francés cunda en su país.

La revuelta, de final abierto, no es sólo por el precio del combustible. Es una protesta difusa pero generalizada y de composición social muy heterogénea contra la Francia de los ricos y que en cuya abigarrada agenda de reivindicaciones se perciben los contornos de un programa no sólo pos sino claramente anti-neoliberal. Pero hay también otros contenidos que remiten a una cosmovisión más tradicional de una Francia blanca, cristiana y nacionalista. Ese heteróclito conjunto de reivindicaciones, inorgánicamente expresadas, alberga demandas múltiples y contradictorias aspiraciones producto de una súbita e inesperada eclosión de activismo espontaneísta, carente de dirección política. Esto es un grave problema porque toda esa enorme energía social liberada en las calles de Francia podría tanto dar lugar a conquistas revolucionarias como naufragar en un remate reaccionario. Sin embargo, más allá de la incertidumbre sobre el curso futuro de la movilización popular y la inevitable complejidad ideológica presente en todos los grandes movimientos espontáneos de masas no caben dudas de que su sola existencia ha socavado la continuidad de la hegemonía neoliberal en Francia y la estabilidad del gobierno de Emmanuel Macron.

Y en un mundo de superpoblado de esperpentos como los Trumps y los Bolsonaros, los Macris y los Macrones todo esto es una buena noticia porque el “canto del gallo galo” bien podría despertar la rebeldía dormida –o premeditadamente anestesiada- de los pueblos dentro y fuera de Europa y convertirse en la chispa que incendie la reseca llanura en que las políticas neoliberales han convertido a nuestras sociedades, víctimas de un silencioso pero mortífero holocausto social de inéditas proporciones.

No es la primera vez que los franceses desempeñan esa función de vanguardia en la escena universal y su ardorosa lucha podría convertirse, sobre todo en los suburbios del imperio, en el disparador de una oleada de levantamientos populares –como ocurriera principalmente con la Revolución Francesa y el Mayo de 1968- en contra de un sistema, el capitalismo, y una política, el neoliberalismo, cuyos nefastos resultados son harto conocidos. No sabemos si tal cosa habrá de ocurrir, si el temido “contagio” finalmente se producirá, pero los indicios del generalizado repudio a gobiernos que sólo enriquecen a los ricos y expolian a los pobres son inocultables en todo el mundo. No habrá que esperar mucho tiempo pues pronto la historia dictará su inapelable veredicto.

Más allá de sus efectos globales la brisa que viene de Francia es oportuna y estimulante en momentos en que tantos intelectuales y publicistas de Latinoamérica, Europa y Estados Unidos se regodean hablando del “fin del ciclo progresista” en Nuestra América, que supuestamente sería seguido por el comienzo de otro de signo “neoliberal” o conservador que sólo lo pronostican quienes quieren convencer a los pueblos que no hay alternativas de recambio y que es esto, el capitalismo, o el caos, ocultando con malicia que el capitalismo es el caos en su máxima expresión. Por eso los acontecimientos en Francia ofrecen un baño de sobriedad a tanta mentira que pretende pasar por riguroso análisis económico o sociopolítico y nos demuestran que muchas veces la historia puede tomar un giro inesperado, y que lo que aparecía como un orden económico y político inmutable e inexpugnable se puede venir abajo en menos de lo que canta un gallo… francés.

(FOTO) L’incontro con Borón a Napoli

di Romina Capone

Napoli. L’arresto di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del colosso telefonico cinese Huawei, lo scorso 1° dicembre all’aeroporto di Vancouver in Canada, rimarca i decennali ed ostili rapporti tra USA e Cina.

«Il grande trono americano non esiste più; assistiamo a un lento movimento di decadenza.
Lo conferma proprio lo spot del presidente Trump che recita: “Let’s make America great again”» così Atilio Borón, politologo e sociologo argentino, in una lectio magistralis sulle Nuove relazioni internazionali: America Latina nella difesa della sua democrazia e sovranità, ospite presso il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli. Borón analizza dettagliatamente la situazione mondiale a livello politico, economico, sociale e culturale partendo dall’America Latina, passando per Europa, Stati Uniti, fino all’Asia. «Nel corso del XXI secolo, conosciuto appunto come il Secolo Americano, l’irruzione della Cina come una super potenza ha sin da subito intimorito gli Stati Uniti dato l’avanzamento economico della crescita globale esponenziale – spiega Borón – basti pensare al semplice consumo di cemento nel solo triennio 2011-13: il 46% in più rispetto al consumo di un intero secolo negli Usa.

Dunque uno tsunami cinese che spaventa gli americani non solo nell’edilizia ma anche nel campo dell’Hi- tech. La Cina infatti ruba il primato toptrend dell’Hi-tech detenuto dagli Stati Uniti triplicando in pochi anni la produzione di tecnologia all’avanguardia».

Continua Borón la sua analisi sulla questione internazionale che affligge Cuba e i paesi dell’America Latina. Prende in esame ogni singolo caso attuale e spiega che da anni il capitalismo attende che Cuba crolli. Questo non è avvenuto né con la morte di Fidel Castro né con la successione al fratello Raúl Castro.

Parla del Venezuela e del suo “maledetto e benedetto” petrolio, delle risorse minerarie, dei preziosi
materiali. Borón sostiene che la manovra americana nei confronti del Venezuela mira ai prossimi 50 anni quando i giacimenti di petrolio andranno probabilmente a scarseggiare. Gli Stati Uniti non attaccheranno mai direttamente il Venezuela; non attaccheranno mai quei Paesi che possono difendersi, bensì quelli che non possono. Il politologo argentino afferma che con Trump al potere è difficile fare pronostici. Non dichiarerà guerra alla Corea del Nord: l’arsenale missilistico di Kim Jong-un è da qualche giorno stato ampliato ulteriormente. La guerra cede il posto all’offensiva diplomatica, favorendo così il contrabbando di carburante, di generi alimentari di prima necessità e medicinali, cercando di portare l’opinione pubblica contro il presidente Nicolás Maduro. La scuola di Chavez nel popolo venezuelano è ancora viva; forte è il suo insegnamento. Il Venezuela ha una forza armata molto preparata e motivata; questo spiega il motivo per cui le truppe americane non attaccano direttamente in territorio venezuelano ma preferiscono creare piccoli insediamenti all’interno dei paesi ad essa confinanti. L’America Latina è la regione del pianeta più desiderata. Si pensi ai Caraibi, al controllo di Cuba nel 1700 per la produzione di zucchero. Si pensi al microclima, alle biodiversità e a tutto ciò che più offrire quell’angolo di paradiso terrestre. La grandezza di quelle terre, di quella gente, sta nel sopportare e subire offensive diplomatiche, guerre economiche, commerciali e mediatiche.

C’è da considerare – termina Borón – che la popolazione mondiale è inconsapevolmente attratta e tende a crede alle fake news. Studi dimostrano come alcune notizie, generate consapevolmente per scatenare determinate reazioni nell’uomo, riescono a toccare le connessioni primordiali, istintive e primitive, tali da provocare una reazione di difesa, di chiusura e reazionaria. Se a questa manipolazione psicologica si somma anche il potere economico dei media, si può dedurre l’importanza e il ruolo che ha la comunicazione nel mondo.
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