Etten Carvallo: artista che lotta anche in digitale

di Verónica Abreu Roa – ciudadccs.info

L’opera dell’illustratrice della Patria di Bolívar, Etten Carvallo, forma di combattimento che si innalza rappresentando affermativamente il contesto venezuelano.

L’arte, che è sempre stata un veicolo per informare, esprimere se stessi, o semplicemente per essere uno specchio di realtà e fantasie, si è evoluta e, allo stesso tempo, si è adattata all’era tecnologica, utilizzando nuovi strumenti per generare presenza su scala digitale.

È il caso dell’illustrazione, un ramo dell’arte grafica che, essendo legato alla narrativa e portando un messaggio implicito o conoscenza di qualcosa, è stato il complemento perfetto per le opere giornalistiche, sia in stampa che in digitale.

«Il passaggio dal lavoro manuale al lavoro digitale in quest’area è stato, in linea di principio, dovuto ai tempi del periodico quotidiano, a cui, in seguito, è stato aggiunto l’uso dei social network», ha detto Etten (Carvallo), che da otto anni illustra le edizioni di Ciudad CCS.

Questo fatto influenza la velocità con cui le informazioni devono essere consegnate al lettore, sempre più desideroso di contenuti di accesso facile e veloce, per cui l’illustrazione si adatta bene aderendo come un guanto.

«Un po’ pesa il passaggio al digitale, perché hai anche quella parte romantica del tessuto, del contatto con la carta, della vernice, dell’acqua, dell’inchiostro; è molto gratificante, ma giocoforza si deve affrontare ciò che i tempi richiedono provando a non perdere quella parte bella», ha affermato la creatrice di illustrazioni piene di critiche sociali, accuse o elogi, di giustizia e ideologia politica, e che riconosce i benefici del formato digitale soprattutto per l’immediatezza con cui il lavoro raggiunge il lettore, che a sua volta è raddoppiato o triplicato dalla facilità di accesso che, tra altri aspetti positivi, conferisce il digitale all’informazione.

Hugo Chávez ha fatto tutto per amore. Esprime il sogno di Chávez per la costruzione della “Patria Buena”

Quel collegamento tra l’arte grafica e la narrativa che l’illustrazione possiede, può essere raggiunto solo da un artista della materia, qualcuno che possa utilizzare un’immagine per affermare qualcosa che può aver bisogno di molte parole.

Annosa è la discussione e il dibattuto, ha lungo si è filosofato se l’artista nasce o lo diventa, e nella vita di Etten, l’eterna diatriba in questo caso è stata chiarita, affermando attraverso l’esempio che artista ci è nata.

Il caso di Etten è peculiare. Ha manifestato il suo gusto per le arti fin dalla nascita, attraverso le voglie, che in casi normali si manifestano con un appetito vorace per un cibo specifico, ma che nel suo caso ha generato un’insaziabile fame di cultura nei genitori.

Teatro, cinema e danza sono diventati le nuove attività preferite dei genitori della ragazza, che nei suoi primi anni ha continuato a visitare costantemente questi ambiti.

Così Etten iniziò a nutrire l’osservazione e ad innamorarsi delle immagini, nelle quali approfondì ogni dettaglio e per il quale in seguito iniziò a sentire il bisogno di catturare ciò che la circondava. Apparentemente era il destino che la chiamava:

«Ho sempre avuto molti contatti con l’immagine e ne sono rimasta affascinata. Ha cominciato ad emergere in me quel bisogno di disegnare, di esprimermi attraverso il disegno», ha ricordato.

La giustizia, la politica ed il sociale sono una costante della sua opera

La notte è il momento perfetto per lavorare, per il silenzio, la tranquillità e perché arrivata a quel momento hai avuto l’opportunità di indagare su ciò che è accaduto durante il giorno su scala globale e questo ti consente di identificare il tema da sviluppare nel tuo prossimo lavoro.

Il lavoro dell’illustratrice Carvallo è impregnato di una femminilità che si avverte nel modo caldo in cui usa il colore senza intaccare la crudezza che vuole riflettere in molte delle sue opere.

La serenità, la calma e la dolcezza che emana con la sua sola presenza bilanciano la rudezza e la chiarezza con cui esegue ciascuno dei suoi pezzi, analisi energiche che inviano un messaggio diretto e senza esitazione. Armi non convenzionali con cui intraprende la lotta contro la guerra non convenzionale, “che ha cercato di soggiogarci, demoralizzarci come popolo e farci perdere la nostra identità”, attraverso la diffusione dell’affermativo venezuelano e la semina dei valori.

Vita e arte

La necessità di raccontare storie e generare sentimenti la alimenta con la sua formazione primaria in una scuola orientata proprio a sfruttare le capacità artistiche e creative di ogni bambino, un luogo in cui, sviluppando e illustrando il giornale scolastico, ha iniziato la sua connessione con la comunicazione. Successivamente, l’artista, caraqueña di nascita, si è formata presso l’istituto Cristóbal Rojas, dove ha studiato disegno grafico, menzione Arte Grafiche, che ha messo in pratica fin dalla sua laurea nel 1995.

Dipingere ciò che siamo per forgiare l’identità

L’illustrazione di Bolívar, come molte altre opere dell’artista, è uno dei modi per evidenziare tutto ciò che ci identifica e ci inorgoglisce per ciò che tali opere rappresentano.

Qui la massima espressione di ciò che siamo è presentata in un volto che è inciso nelle viscere di chiunque sia nato in questo paese.

Con l’immagine di Bolívar si riflette la grandezza di un popolo che non si fa intimidire dagli oppressori e, a sua volta, riflette la certezza che il popolo venezuelano ha il coraggio di affrontare qualsiasi attacco che minaccia la sua integrità e il suo diritto a vivere in pace sotto le proprie leggi e dinamiche.

I colori patriottici e lo splendore che l’artista dà all’immagine, gli conferiscono un’aria di festa che rievoca quell’anno bicentenario che nel 2011 ha ricordato e celebrato le azioni compiute dal Libertador del popolo venezuelano e con cui ha voluto costruire un paese libero e sovrano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Nel Brasile golpista tornano le esecuzioni politiche

Francoda Brasil de fato

La consigliera comunale di Rio Marielle Franco (PSOL) e l’autista Anderson Pedro Gomes sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, la notte dello scorso mercoledì (14 marzo), nel quartiere do Estácio, al centro di Rio de Janeiro.

Marielle era appena uscita dall’iniziativa “Giovani nere che muovono la struttura” e quando stava passando davanti al Municipio, un’auto si è accostata al veicolo, ha fatto fuoco numerose volte ed è fuggita di corsa. Un’addetta alla comunicazione che era nell’auto è stata ferita ma non è grave.

La polizia di Rio de Janeiro ancora sta investigando il caso, ma lavora sull’ipotesi dell’esecuzione. Sono stati identificati per lo meno nove colpi d’arma da fuoco nella carrozzeria e nei vetri dell’auto. A partire da giovedì 15, in varie città del Brasile, si sono organizzate veglie di protesta e manifestazione per ricordare l’attivista e per esigere pronta giustizia verso esecutori e mandante dell’efferato omicidio. In poche ore, il caso di Mireille già ha conquistato il mondo e mette in luce l’attuale congiuntura politica che sta vivendo il paese.

Nata nel complesso della Maré, Marielle era impegnata  nella difesa dei diritti umani dei neri e delle nere, nonché nella denuncia del genocidio di giovani nelle favelas da parte della Polizia Militare. A febbraio, era passata a integrare la Commissione che accompagna l’intervento militare a Rio. Tre giorni prima del delitto, Marielle aveva denunciato il coinvolgimento di poliziotti nell’uccisione di giovani in città.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

NOTA AGGIUNTIVA

di Marco Nieli

Il coinvolgimento delle forze di sicurezza nell’esecuzione della Franco è stato provato lo scorso venerdì da una perizia forense che ha individuato la provenienza dei proiettili da 9 mm usati dai sicari da un lotto venduto a Brasilia nel 2016 alla Polizia Federale.

L’attivista e militante politica del PSOL era da tempo impegnata a monitorare e denunciare abusi e violenze della polizia e dell’esercito sui giovani neri delle favelas, uccisi in vere e proprie esecuzioni extra-giudiziarie o terrorizzati in raids improvvisi come nella favela Acarì lo scorso 10 marzo.  Nel Brasile di Temer, si stima che circa 155 favelados neri vengano uccisi ogni giorno e che su 100 omicidi, 71 hanno come vittime neri e mulatti. Inoltre, gli 8500 soldati, dispiegati a sostegno delle forze di polizia dal governo Temer con il decreto Garanzia delle Legge e dell’Ordine (GLO) del luglio 2017, sono indice di una crescente militarizzazione del territorio, in un paese in cui il consenso al governo golpista è ai minimi storici.

Come in ogni contesto storico-politico in cui l’egemonia in crisi viene sostituita dal dominio diretto e repressivo delle classi possidenti, l’unica opzione sul tappeto rimane la forza brutale e il gorillismo. Di fatto, l’assassinio politico sta ritornando in auge nei paesi sudamericani che hanno svoltato recentemente a destra, per via elettorale (l’Argentina di Macri) o golpista (il Brasile di Temer), come pratica repressiva del dissenso, in modi che ricordano per molti versi l’epoca del famigerato Plan Condor. In Argentina, le forze dell’ordine, mai completamente epurate dall’epoca della Dittatura (1976-1982), sono tra le più corrotte del continente. Le recenti misure adottate dal governo Macri in termini di detenzione preventiva dei sospetti e di sostanziale impunità di agenti e soldati di fronte ai manifestanti e agli attivisti/militanti sociali portano quotidianamente a episodi di tortura, maltrattamenti e perfino sparizioni/uccisioni come quella del militante pro-Mapuche Santiago Maldonado lo scorso ottobre. La spietata esecuzione di Marielle Franco a Rio porta oggi alla ribalta internazionale un’analoga situazione esistente nel Brasile golpista di M. Temer.

L’ONU, come anche il Social Forum di Bahia, hanno già preso una chiara posizione sull’esecuzione della consigliera, esigendo indagini rapide, trasparenti e giustizia certa verso mandanti ed esecutori. Chissà se le organizzazioni diritto-umanitarie alla Amnesty o alla Human Rights Watch, sempre pronte a fustigare paesi scomodi per l’Impero come il Venezuela, Cuba o la Siria, si faranno sentire stavolta, prendendo in considerazione la violazione sistematica dei diritti umani in questi paesi latino-americani, neo-alleati degli Stati Uniti. Fatto sta che, all’epoca dell’integrazione continentale promossa dal compianto Presidente del Venezuela Hugo Chávez, queste pratiche barbariche, retaggio di un’epoca che si sperava ormai passata, sebbene non del tutto inesistenti a livello locale, venivano comunque osteggiate e scoraggiate dai governi dei rispettivi paesi. La deriva attuale verso destra riporta indietro di decenni i popoli brasiliano e argentino e la reazione in termini di mobilitazione sociale e denuncia deve essere pronta ed efficace.

Giovani in visita al Consolato venezuelano a Napoli

di Romina Capone, Paola De Girolamo, Fabiana Sacco

13mar2018.- La questione Venezuelana è sotto gli occhi del mondo. I media internazionali trasmettono però una realtà molto lontana da ciò che realmente sta accadendo; il presidente Nicolás Maduro vive un vero e proprio golpe mediatico.

In visita al Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, il 9 marzo 2018, abbiamo ascoltato le parole della console generale Amarilis Gutierrez Graffe, accolti dal calore dell’America latina nella persona di Indira Pineda Daudinot responsabile della sezione stampa e pubbliche relazioni.

Quando si parla dell’attuale situazione del Venezuela ecco proiettarsi davanti ai nostri occhi un’immagine al limite del catastrofico: “una dittatura sanguinaria, quella del presidente Maduro, che sta mettendo in ginocchio il suo popolo e la sua economia”.

Ministro degli Affari Esteri sotto il precedente governo Chávez, Nicolas Maduro, esponente della sinistra, è stato eletto dal popolo nel 2013. Nel 2017 il suo partito ha avuto la schiacciante maggioranza alle elezioni regionali.

Stando ai dati e a ciò che tv e giornali mostrano, ci viene da riflettere sull’incongruenza: ma perché un popolo scontento dovrebbe, in una repubblica presidenziale, far vincere sempre quello che sembra essere un tiranno?

La risposta in due parole. Golpe mediatico: il pilotaggio dei media privati da parte della borghesia imperialista. All’estero, grazie anche all’appoggio e al sostegno che gli Usa forniscono all’opposizione antimaduro, a passare sono notizie che sembrano la cronaca di un regime dittatoriale, di forte povertà e tensione sociale.

Il Venezuela rappresenta la costruzione del socialismo del ventunesimo secolo, in forte ripresa già dall’ascesa di Chávez, nel 2002; sono stati portati avanti progetti contro analfabetismo e malnutrizione, realizzati con successo; si tende ad un’economia mista, volta alla nazionalizzazione delle grandi imprese per tutelare i lavoratori; esiste un reddito per le casalinghe e asili pubblici che vengono in aiuto alle donne che lavorano; si attuano programmi per la tutela di animali e ambiente.

Ma – spiegano dal Consolato – attualmente l’opposizione ricorre ad espedienti molto dannosi per la popolazione, per infangare il governo, come ad esempio quantità inaudite di beni sottratti e nascosti, tra cui anche medicinali, in combutta con le aziende private produttrici che ricevono finanziamenti pubblici per distribuire i beni tra la popolazione; o ancora atti violenti verso civili e militari, dei quali viene accusato il governo e puntualmente ripresi dalle telecamere che diffondono tutto ai media mondiali.

Durante il nostro incontro in via Depretis, apprendiamo che, essendo il Venezuela un paese ricco di risorse, specie petrolifere, è entrato nel mirino degli interessi economici del mondo imperialista; da qui “l’alleanza” con l’opposizione. Trump minaccia l’embargo, ma per Maduro viene prima il benessere del popolo. Fu proprio con la partecipazione e l’approvazione di quest’ultimo che nel 1999 Chávez riscrisse la Costituzione oggi in vigore, è il popolo ad essere messo al primo posto nella guida del Paese.

L’America latina è terra di felicità. Ed è proprio questo sentimento che emerge dai racconti entusiasti e speranzosi di un Paese che, con la guida del presidente Chávez prima e Maduro poi, sta vogando verso diritti e democrazia. Chi è responsabile della falsa credenza? Perché sentire che nella Repubblica Bolivariana del Venezuela le decisioni, anche quelle apparentemente più semplici come l’architettura di nuovo palazzo del quartiere, sono prese in sede assembleare cercando la più ampia partecipazione popolare, ci stupisce? Per quale ragione risulta difficile credere che le università siano gratuite, in quanto l’istruzione è un diritto fino al più alto grado non come qui in Italia dove le tasse esorbitanti rendono il sistema scolastico sempre più classista e le casalinghe sono stipendiate poiché l’educazione dei figli è un lavoro degno?

Un mondo sempre in lotta, dove a farla da padrone sono la falsa informazione e il controllo delle menti. “La menzogna diventa realtà e passa alla storia” scrive George Orwell in 1984. Per capire qual è la verità bisogna corazzarci contro le bugie che ogni giorno mastichiamo e ingurgitiamo, guardando con spirito critico il mondo.

Napoli 17mar2018: Donbass e Palestina, sabato Internazionalista in GAlleЯi@rt!

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17 marzo 2018 Sabato Internazionalista in GAlleЯi@rt!/1

Pranzo sociale di autofinanziamento per il Donbass antifascista ed incontro con il compagno Stanislav Retinskiy, Segretario Generale del Partito comunista della Repubblica Popolare di Donetsk. Dalle 12,30 alle 16,30.


17 marzo 2018 Sabato Internazionalista in GAlleЯi@rt!/2

L’Apartheid dimenticato ed il Giro D’Italia: quando lo sport serve solo a nascondere il crimine.

 

 

Napoli 16mar2018: 162 anni di Venezuela a Napoli!

Chávez vive nel cuore dei popoli

Chavezdi Ángel Guerra

8 marzo 2018

da Telesur

Caracas. Sono passati cinque anni dalla scomparsa fisica di Hugo Chávez. Da allora, l’amore per il comandante e la comprensione della sua fondamentale eredità americana da parte di Venezuelani, Latino-americani e Caraibici sono più grandi che mai. Inoltre, Chávez è stato un uomo universale, solidale con le lotte popolari in tutte le parti del mondo.

Alla sua morte, Washington e una coalizione della destra internazionale stavano già sviluppando una grande offensiva contro la Rivoluzione Bolivariana e contro tutti i governi rivoluzionari e progressisti della Grande Patria. Ma da quale momento, l’assalto si è intensificato, in particolare in seguito al cambiamento di governo nella patria di Bolivar, ora oggetto a un tal grado di interferenze e di tentativi di colpi di stato, da costituire pretestuosamente il preludio a un intervento straniero. Questo progetto spudorato è stato messo in pratica a costo di imporre al popolo venezuelano la manipolazione dei media, la violenza più irrazionale, la speculazione, l’inflazione provocata intenzionalmente e la scarsità di beni. Tutto conforme ai canoni della guerra ibrida o di quarta generazione.

Le batterie delle corporazioni mediatiche si sono concentrate sul presidente Nicolás Maduro, che cercano di screditare con le calunnie più basse e volgari fin dalla sua elezione. Gli Stati Uniti e le destre, che conoscono l’importanza dei leader nei movimenti popolari e rivoluzionari, mentre attaccano Maduro, hanno lanciato una feroce caccia legale e mediatica contro leader come Lula e Cristina Fernandez de Kirchner.

Un chiaro segnale del pericolo esterno in cui si trova il Venezuela l’ha fornito la dichiarazione del XV vertice dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), tenuta in quel paese il 5 marzo. Fortemente segnata dalla solidarietà con il Venezuela e con un’evidente allusione alle parole del Segretario di Stato Americano, Rex Tillerson, all’Università del Texas ad Austin, punto di partenza del suo giro interventista e destabilizzante nella regione, la dichiarazione legge: “Condanniamo i tentativi di rilanciare la Dottrina Monroe e la minaccia militare e le esortazioni a un colpo di stato militare contro il governo costituzionale del Venezuela …”. Capi di Stato e di governi dell’ALBA, o i loro rappresentanti, hanno anche espresso “disaccordo con il pronunciamento di un gruppo di paesi africani, emesso il 13 febbraio 2018 a Lima, Perù, che costituisce un’interferenza negli affari interni della Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Hanno criticato “l’esclusione della sorella Repubblica Bolivariana del Venezuela e del suo Presidente, Nicolas Maduro Moros, dall’ottavo Summit delle Americhe, perché crediamo che questo vertice deve essere un punto di incontro per tutti gli stati del continente e uno spazio in cui tutti possiamo esprimere le nostre idee, raggiungere il consenso, il dissenso e il dibattito rispettando la nostra diversità”.

Il vertice dell’ALBA ha chiesto “rispetto per gli aspetti legali dell’organizzazione del Summit delle Americhe”, ha invocato il diritto di partecipazione del Venezuela e ha annunciato che adotterà misure diplomatiche e politiche per garantirlo. “Esortiamo  – sottolinea –  la comunità internazionale ad astenersi da coercizioni di qualsiasi tipo contro l’indipendenza politica e l’integrità territoriale del Venezuela, come pratica incompatibile con i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e contraria alla Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace. Rifiutiamo le misure coercitive unilaterali e le sanzioni imposte contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, che influenzano la vita e lo sviluppo del nobile popolo venezuelano e il godimento dei suoi diritti”.

Parallelamente al summit ALBA, sempre qui ha avuto luogo, fino a oggi, l’incontro Siamo Tutti Venezuela. Oltre alle sessioni di lavoro, i partecipanti hanno avuto il privilegio di assistere all’emozionante cerimonia religiosa per il quinto anniversario della morte di Hugo Chávez, officiata da sciamani e ministri del culto cristiano, musulmani e afro-venezuelani. Una vera e propria lezione per atei e agnostici, da parte di chi conosce l’importanza della religiosità nell’anima popolare. Abbiamo anche potuto apprezzare un’indimenticabile spettacolo con straordinari cantanti e attori di Barinas, la terra natía di Chávez. Spontaneo e commovente, con note allegre di musica llanera. Chávez vive nel cuore del suo popolo e di tutti i popoli.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Juramento antiimperialista del combatiente Ubevista

JURAMENTO ANTIIMPERIALISTA DEL COMBATIENTE UBEVISTA

Una delegación de obreros, trabajadores, estudiantes y profesores de la Universidad Bolivariana de Venezuela (UBV) realizó el JURAMENTO ANTIIMPERIALISTA DEL COMBATIENTE UBEVISTA, ANTE EL COMANDANTE SUPREMO HUGO CHÁVEZ, en el Cuartel de la Montaña. En esta fecha decretada por el Presidente Nicolás Maduro como Día del Antiimperialismo Bolivariano en Venezuela, fecha honorífica que se celebra en el país cada 9 de marzo, desde el 2016.

6c86e77c-44ea-4dcd-ad55-ce9a741fb2ceLa juramentación es una iniciativa de los trabajadores de la Dirección General de Promoción y Divulgación de Saberes, que laboran en la Editorial UBV y la Imprenta Universitaria, así como de la Dirección General de Cultura. En el caso de la Imprenta, se trata de un colectivo de alto compromiso patriótico y revolucionario que ha publicado más de 300 títulos y trabaja en la edición de obras dedicadas a la batalla de ideas como resultado de la investigación y el trabajo en las comunidades, dando respuesta a los grandes desafíos del país.

El juramento está inspirado en el principio de lealtad absoluta a los postulados de Hugo Chávez inspirados en el humanismo bolivariano, socialista y un reconocimiento a la necesidad de la unidad revolucionaria ante los tiempos que vivimos sumidos en la guerra económica que plantea también retos en el plano de las ideas. El juramento es un compromiso a luchar y rechazar las amenazas y pretensiones imperialistas de destruir a cualquier precio el proyecto bolivariano socialista.

En el texto, los trabajadores juraron llevar adelante la obra y el legado del comandante Chávez y el apoyo incondicional a nuestro presidente Nicolás Maduro Moros:

e4a352dc-c824-4419-86aa-c496f1e444daNosotras y nosotros, hijas e hijos de esta tierra de sangre vital y libertaria, de esta tierra noble y madura, plena de luz y florecida, conscientes de esta heredad forjada con fuego y mar, sal y arcilla, maíz y lluvia, juramos convertirnos en el cóndor justiciero que derribará la alada insolencia del invasor. Juramos ser cada cual el soldado que marchará presuroso a combatir y expulsar a la canalla imperial. Juramos, hermano fiel y amoroso, escalar los riscos más elevados para defender los prístinos aires andinos del vaho fétido del extranjero hostil. Con nuestro arrojo remontaremos, como fieros caribes, las olas de nuestro sagrado mar para hundir la soberbia del usurpador en el lodo abisal de la ignominia. Como fuego voraz del verano, recorreremos las llanuras que abraza el portentoso Orinoco para reducir a cenizas la barbarie y derrotar el pavoroso fascismo. Aunque la lucha sea desigual, estamos dispuestos a sacrificarlo todo y morir mil veces por el futuro de nuestra descendencia. Seremos el río impetuoso que dibujó con el alma los ramales de este gran delta patrio, el mismo que durante centurias ha arrastrado las pesadas rocas de la Historia y visto nacer las más grandes tempestades transformadoras, las revoluciones huracanas que han contagiado de libertad a muchas naciones del Sur del planeta. Estamos hechos de la misma piedra que contiene tu épica osamenta pero, al mismo tiempo, somos tan fecundos y ligeros como el polen de esa Rosa de los Cuatro Elementos que te cobija. Por ello, juramos elevar tu ideario hasta lo más alto del cielo de América Latina y el Caribe, para luego dejar llover tu visión luminosa sobre las sienes de los más oprimidos. No daremos descanso a nuestro brazo ni reposo a nuestra alma hasta romper para siempre las cobardes cadenas del neocolonialismo.

(VIDEO) Chávez VIVE Maduro SIGUE!

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A 5 anni dalla “siembra” (scomparsa fisica) del Comandante Eterno Hugo Chávez, noi rivoluzionari italiani, membri di movimenti, gruppi, associazioni per la fratellanza, amicizia e solidarietà tra i popoli in lotta antimperialista ne ricordiamo l’eroica figura di Gigante storico, unitamente a Fidel, per essere stato uno dei più tenaci leader latinoamericani che ha condotto avanti un processo di seconda liberazione nazionale, concependo e gettando le basi per la Rivoluzione bolivariana, creativo paradigma politico, culturale, ideologico e valoriale di enorme spessore e validità.

L’eredità del “Arañero” è ad oggi, per il Venezuela e l’America Latina, per l’Africa e l’Asia, infine per l’Europa, materia viva, fuoco ardente di un nuovo modo di fare politica sempre dalla stessa parte, quella della gente umile, lavoratrice, instancabile fautrice della storia collettiva; Chávez diceva che “un altro mondo è possibile se è socialista” e questo è stato, con la dichiarazione del carattere socialista del processo bolivariano, l’obiettivo perseguito nella sua amata Patria per costruire una società più equa, solidale, fondata su Libertà con Giustizia Sociale, Pace e dignità del lavoro, dove nessuno fosse escluso, anzi, dove tutti dessero il proprio contributo al netto di errori, contraddizioni, retrocessioni, ecc.

Egli è stato, è e sarà il canto ribelle di un rivoluzionario che a gran voce reclama e cerca di realizzare nel quotidiano i diritti delle fasce sociali più deboli, è l’espressione più viva di un mondo, di una concezione nuova che sta per sorgere nonostante il vecchio sia restio a scomparire definitivamente.

In definitiva, Il Presidente Chávez è simbolo vigoroso di un’America Latina che cammina sulle proprie gambe, senza il “supporto della democrazia yankee”, delle sue bombe, dei suoi blocchi economici, dei suoi crimini contro l’ umanità.

L’esempio portante di una nuova umanità.

Chávez ViVe
Maduro SiGuE!

Lunedì 5 marzo, ore 18.30 – presso la Galleria Principe di Napoli

Chávez ViVe
Maduro SiGuE! 

Promuovono:
Partito dei CARC
GalleRi Art
ALBAinFormazione – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli
Associazione Resistenza

Patrocina:
Consulado General de la República Bolivariana de Venezuela en Nápoles

Le maggiori bugie della stampa occidentale sulla Siria

Guta.jpgdi Carlos Santa María

28feb2018

da Hispan TV

I media internazionali incolpano il Governo siriano dei bombardamenti nel Guta Orientale

Washington ha lanciato 7 menzogne  attraverso i media, al fine di ingannare l’opinione pubblica e generare odio contro Bashar al-Asad, la Russia, l’Iran e i loro alleati.

Ogni volta che l’esercito siriano sconfigge le bande terroristiche, appare una guerra mediatica transnazionale ‘sorpresa’ dalla violenza contro i civili e che chiede che il ‘massacro’ si fermi.

“È necessario mentire come un demone, senza timidezza, non solo sul momento, ma con coraggio e per sempre […] Mentite, amici miei, mentite, vi ripagherò quando arriverà il momento” (Voltaire).

È il caso del Guta Orientale, dove Al-Qaeda e l’ISIL (Daesh, in arabo) si sono trincerati da molti anni, attaccando la popolazione civile di Damasco con attentati quotidiani, che hanno portato a negoziati e alla Risoluzione 2401 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite-UNSC (24-2-2018), che ordina una tregua umanitaria con un cessate il fuoco di 30 giorni. La campagna di ‘denuncia’, attraverso la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, è stata integrata venerdì 24 dall’Ambasciatrice USA presso l’ONU Nikki Haley, che ha criticato il governo siriano e la Russia, ma nascondendo l’esistenza di gruppi criminali  nel Guta come Yeish Al-Islam, Al-Nusra Front, Ahrar Al-Sham, Faylaq al-Rahman e Fajr Al-Ummah. Contrariamente alle sue parole, proprio domenica 25, queste bande hanno continuato a lanciare missili su Damasco e la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha violato la Risoluzione, attaccando case di civili nelle città di Al Shaafa e Dharat Allouni, uccidendo almeno 29 persone e ferendo decine di bambini e donne con bombardamenti. L’uso dei missili anti-carro TOW fabbricati negli Stati Uniti ha completato la giornata.

In quest’occasione, Washington ha divulgato 7 bugie attraverso i media, al fine di ingannare l’opinione pubblica e di generare odio contro Bashar al-Assad, la Russia, l’Iran e i loro alleati.

Prima: il mondo sta a guardare, mentre un altro massacro si svolge in Siria.

Ci si rammarica del fatto che nessuno si preoccupi della Siria e che, pertanto, questi massacri avvengono ogni giorno senza ostacoli, poiché Al-Asad avrebbe ordinato di distruggere scuole, aziende, case e centri medici, i cui medici ricorrono all’uso di medicinali scaduti per curare i feriti. La verità è che le nazioni sovrane sono impegnate a cercare di fermare l’intervento militare di gruppi terroristici sponsorizzati da potenze e regni arabi, in barba alle minacce dovute al presunto uso di armi chimiche da parte della Siria, quando si sa che queste armi mortali sono state consegnate ai ‘ribelli’ e alle bande di takfiri dai governi occidentali, che infrangono tutti i trattati. Lo prova il fallito attentato di domenica 25 con un’autobomba a Jobar.

 

Seconda: l’informazione internazionale fornita dai mezzi di comunicazione è libera.

Ciò significherebbe che le notizie sono fornite senza alcun coordinamento transnazionale e riflettono solo la terribile verità. Non è necessario analizzare, perché i fatti testimoniano da soli. La cosa strana è che una stessa foto nello stesso momento viene mostrata da migliaia di notiziari o pagine stampate, che continuano a ripetere un identico discorso, già preparato in anticipo per tutti quelli che sono soggetti allo stesso ordine. Vale a dire, quest’informazione pilotata lascia intravvedere la presunta libertà di mentire con impudenza, nel rendere evidente la falsità di dette affermazioni.

Terza: emozioni e sentimenti spiegano il problema.

Frasi come “la morte sta piovendo sul Guta Orientale”, dove, con l’aumento delle morti, si finisce per “gettare parti del corpo in fosse comuni”, con la paura di andare negli scantinati a causa dei bombardamenti e di morire sotto le macerie, sono argomenti ripetitivi, ‘esplicativi’ del conflitto. La verità è che, nonostante la sofferenza dell’innocente sia vera, lo sfondo della violenza non viene analizzato perché, così facendo, dovrebbero essere identificati i poteri che sostengono i gruppi terroristici come la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti (insieme ad altri ‘partner della regione’),  i quali dovrebbero essere puniti per ‘crimini di guerra’. Il loro primo ordine coerente dovrebbe essere quello di permettere a tutte le famiglie che lo richiedono di passare attraverso i corridoi umanitari.

Quarta: gli attacchi aerei colpiscono indiscriminatamente ospedali, scuole e edifici residenziali.

Ciò che viene riportato dai ‘colleghi’ non risponde alla vera domanda: dove si nascondono i terroristi e perché usano i civili per proteggersi, provocando loro atroci sofferenze? La verità è che non ci sono così tanti abitanti e un numero importante corrisponde ai takfiri, che hanno occupato quest’area per attaccare Damasco nel loro tentativo di provocare caos e massacri, su mandato delle rispettive organizzazioni. La violazione della Risoluzione 2401 conferma l’inaffidabilità delle loro dichiarazioni di sincerità. La NATO, ad esempio, non ha rispettato questa direttiva e incoraggia la Turchia a continuare la sua guerra distruttiva in Siria, anche se rifiuta lo stesso ad altri.

Quinta: i caduti sono solo civili, non terroristi.

Secondo gli ‘osservatori dei diritti umani e delle agenzie umanitarie’, più di 500 persone sono morte nel giro di pochi giorni e altre centinaia sono rimaste ferite …  cifre ‘comprovate’ dalle stesse agenzie. La verità è che per la situazione nel Guta Orientale devono rispondere coloro che sponsorizzano i criminali che sono ancora lì e che bombardano le zone residenziali di Damasco con mortai e artiglieria, uccidendo i bambini nelle scuole. Colpevoli sono coloro che si astengono dal condannare gli atti di violenza di questi gruppi, ignorando sviluppi come i negoziati di Astana e di Sochi, dove l’Iran ha sostenuto una posizione forte verso la pace, oppure il lavoro del Centro per la Riconciliazione Russo, i cui protratti negoziati sono stati interrotti dai ‘ribelli’.

Sesta: “invochiamo Dio”, perché l’ONU agisca.

Secondo questo punto di vista, il governo siriano e la Russia non hanno fatto nulla per difendere i civili e gli innocenti ribelli che abitano lì, perché ciò che interessa loro è la morte di tutti i nemici del ‘regime’ e niente di più, dal momento che sono demoni dell’inferno e bisogna vederli così. La verità è che il Ministero degli Esteri siriano ha chiesto alle Nazioni Unite di esprimere immediatamente la sua condanna di questi attacchi terroristici e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad assumere la propria responsabilità per il mantenimento della pace Internazionale e l’adozione di misure punitive contro gli sponsor stranieri di terrorismo e di crimini contro i civili siriani. La Russia ha accettato la risoluzione emessa sabato 24 febbraio, a condizione che il cessate il fuoco “non includa in alcun modo” il gruppo terroristico ISIL, il Fronte Nusra e i gruppi che collaborano con loro. È mancato un passaggio che prospettasse di andare oltre una tregua che permetteva ai gruppi ultra-violenti di nascondersi e riarmarsi,  e che affrontasse con decisione e serietà l’occupazione illegale della Siria da parte degli Stati Uniti e la loro espulsione dal territorio.

Settima: tutto ciò che dicono le nostre fonti è vero.

Di solito, esse sono i caschi bianchi (organizzazione takfira che trucca lo scenario), l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani-OSDH (guidato dai Servizi Segreti Britannici), un direttore dell’ospedale, i medici, gli analisti di fuori del paese, gli attivisti locali, patologi e becchini, veterani e attivisti anti-governativi, la stragrande maggioranza non identificata, anche se ‘assolutamente affidabili’, considerando che i gruppi ribelli che occupano l’enclave sono combattenti per la libertà ‘moderati’. La verità è che davanti a tali fonti interessate è difficile non essere sorpresi dalle poche informazioni credibili che danno e dalla mancanza di serietà, necessaria per affrontare in profondità un conflitto così serio e complesso. Ovviamente, vi sono altre menzogne di alto profilo: 1) la coalizione statunitense in Siria è legittima e il suo sostegno ai ‘moderati’ armati è a favore della pace e dell’unità in Siria; 2) il governo di Donald Trump è stato il vincitore del Fronte Al-Nusra e del Daesh; 3) la Turchia stabilirà l’ordine nel nord della Siria e sconfiggerà il terrorismo dell’ISIL-Al Qaeda; 4) questa è una guerra civile e religiosa, non causata da bande terroristiche.

Infine, il mondo dovrebbe essere avvertito che la risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha incluso risposte solide per garantire un cessate il fuoco e che gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia sono a conoscenza della provocazione di bande criminali terroristiche con armi chimiche. Se ciò accadrà, i suddetti poteri saranno responsabili di tali atrocità.

La dittatura è un’altra cosa rispetto al diritto dello Stato Siriano di difendere i suoi concittadini, combattendo contro il terrorismo e i suoi sponsor nel quadro del complotto continuato, progettato da governi interventisti per sette anni contro la nazione araba. Le migliaia di morti in Siria a causa di un’occupazione completamente immorale, rendono indispensabile il persistere nella lotta per la giustizia sociale e nel sostegno agli sforzi lodevoli dei popoli e delle nazioni per la fine del conflitto siriano. Prima o poi, è quello che avverrà.

[Trad. dal castigliano per ALBAnformazione di Marco Nieli]

 

(VIDEO) Napoli: intervista a “Terroni Uniti”

L'immagine può contenere: 12 persone, persone che sorridonodi Romina Capone

“Siamo tutti antifascisti”. Un coro che grida forte. Sorge viva la necessità di ribadire il proprio antifascismo: un concetto umano che dovrebbe essere assodato, acquisito, una volta per tutte da quel lontano 25 aprile. Eppure giornalmente viene calpestato, vilipeso; soprattutto in periodo di elezioni poiché il suo contrario affascina, fa presa tra le masse, è un collante. Lo scorso 25 febbraio in Galleria Principe di Napoli, per riconfermare l’alto valore di cui sopra, è stato organizzato un evento che vede coinvolto il collettivo GAlleЯi@rt Spazi XXVIII-XXXI, la Murga e alcuni membri del gruppo del progetto “Terroni Uniti”, nato l’11 marzo 2017. Trenta nomi del panorama artistico partenopeo che fondono il loro sound nel brano “Gente do Sud” come puro dissenso alla visita in città di Matteo Salvini, leader del movimento Leghista.

Di seguito l’intervista a cura di Paola De Girolamo a: Ciccio Merolla, Massimo Jovine, Maurizio Capone e Oyoshe.

Paola De Girolamo: Credo che ogni essere umano abbia una missione per guadagnarsi il proprio posto nel mondo. Qual è la vostra? Cosa fate per attuarla?

Ciccio Merolla: Qualsiasi movimento violento proviene da una frustrazione. Noi siamo persone che si sono realizzate con la musica. Il messaggio che cerchiamo di dare è proprio questo: attraverso una funzione artistica, sociale, umana, le persone si possono realizzare e questa cosa abolisce qualsiasi tipo di mentalità violenta e prevaricazione.

Massimo Jovine: Si può scegliere la musica per fare tante cose: raccontare la propria vita, la propria esistenza, l’amore. Quando da ragazzino ho scelto di fare musica, ho sempre pensato che si potesse fare anche qualcosa di più, come provare a raccontare la possibilità di costruire un mondo diverso da quello nel quale viviamo. Da ragazzino magari lo fai perché sei un ribelle, pensi di essere solo contro tutti; poi con il tempo ti rendi conto che può servire anche ad altro: a raggruppare persone come te, a raccontargli una realtà che è possibile realizzare, ma che è possibile farlo solo insieme agli altri. Poi la vita mi ha portato per vari motivi a trovarmi con persone che la pensavano come me, così ho iniziato con i 99 Posse fino ai Terroni Uniti. Questo percorso inizia l’11 marzo con la canzone “Gente do Sud”, che è la risposta veritiera alle parole di Salvini.

P.D.G: Quindi una musica che rivoluzioni.

Ciccio Merolla: La musica è rivoluzione.

Maurizio Capone: Che sostenga anche alcune lotte, che sia una miccia.

Alessio Decoro: Parlo come esponente di Galleri@rt. Il ruolo dell’artista: come si sposa la libertà dell’artista con il dovere che ognuno deve servire? A cosa serve l’arte?

Maurizio Capone: Io credo che l’arte sia un gesto spontaneo: nasce dal tuo essere.

Alessio Decoro: Un essere che però vive in un contesto. Come coniugare libertà e contesto?

Maurizio Capone: Non seguendo il mainstream; con la capacità di essere distanti da ciò che ti succede intorno, ma allo stesso tempo addentro. Un musicista, un artista in generale, mediamente è un “disadattato”. Io ho molta stima per loro (i Terroni Uniti n.d.r) siamo fratelli perché abbiamo una sensibilità comune, percepiamo la dissonanza della società. Noi non riusciamo ad essere del tutto liberi. Scegliere significa rinunciare a qualcosa. Credo che ognuno di noi abbia rinunciato a dei momenti di grande visibilità in nome della dignità e dell’immagine dell’artista.

P.D.G: L’artista non è solo colui che produce semplici opere d’arte, ma colui il quale è dotato di sensibilità particolare la quale ti permette di cogliere il mondo.

Ciccio Merolla: L’arte però si basa su delle opere che vengono messe a servizio di tutti, compreso l’artista stesso. Se chi realizza delle opere ha un pensiero, per quanto puro possa essere, tenendolo per sé, alimenta una forma di egoismo. L’artista è quello che dà. Ci sono dei concetti umani che stanno crollando e l’arte può sensibilizzare e riattivare il cuore delle persone.

Maurizio Capone: Noi siamo abituati ad essere nudi. Quando scriviamo una canzone e saliamo a cantarla sul palco, ci spogliamo della nostra forma all’interno della società; il pubblico lo sa, se ne accorge se dici una cazzata, se ti stai travestendo. In un certo senso facciamo politica. È un mettersi in discussione.

P.D.G: Se voi non foste nati a Napoli, in questa realtà piena di contraddizioni, sareste comunque gli artisti che siete?

Massimo Jovine: Penso che i 99 Posse non si sarebbero potuti formare in nessun altra città. E’ il contesto che ti rende quello che sei.

Maurizio Capone: E’ chiaro che l’ambiente ti influenzi in maniera impressionante. Noi siamo rimasti volontariamente.

P.D.G: Qual è il sentimento nei confronti di Napoli?

Maurizio Capone: Credo che ognuno di noi percepisca una sorta di rabbia nonostante riusciamo a metabolizzarla e a trasformarla in arte, in bellezza. La rabbia è però forte perché hai la sensazione di aver vissuto in un periodo storico nel quale non hai avuto delle occasioni, non a livello personale ma a livello sociale. Per esempio Via dei Tribunali si è trasformata. Io ho vissuto a San Gaetano quando il centro storico era in mano alla camorra e oggi quando ci passo mi commuovo, mi scendono le lacrime. Ma vedere tante persone che ammirano il luogo nel quale hai vissuto, dove io per primo mi sono reso conto del suo valore, ma che purtroppo non abbiamo saputo curare, mi fa soffrire molto ed è uno dei motivi per cui sono rimasto a Napoli.

Romina Capone: Napoli non è solo centro città, è anche Scampia, Barra, Bagnoli e San Pietro a Patierno; molte delle storie di cui cantate nascono proprio da lì. Qual è il vostro rapporto con la periferia?

Massimo Jovine: Ci sono delle periferie anche nel pieno della città come la Sanità, i Quartieri Spagnoli, etc. Bisognerebbe dare più strumenti a chi vive in queste zone. Ti faccio un esempio proprio di Scampia: nell’ultimo periodo, nell’ultimo anno iniziano a sorgere teatri, asilo, nati molto spesso in modo spontaneo, in maniera autorganizzata.

Oyoshe: Faccio il rapper ormai da moltissimi anni e grazie a ciò ho avuto la possibilità di integrarmi in contesti dove cerco di creare una via di speranza per le generazioni future e trovare una valvola di sfogo e canalizzare tutte le loro energie. Per cosa? Per lo sviluppo, che è bloccato nelle sue numerose declinazioni. Bloccato perché le persone si adagiano. Questo teniamo a Napoli: l’art e s’arrangià, che delle volte può fare del bene ma più spesso del male. Nelle periferie c’è odio, c’è rabbia; gente la quale crede che, purtroppo, il proprio agire sia ben giustificato.

P.D.G: Fascismo, antifascismo. Siamo passati dalle camicie nere ad una forma più latente ma pur sempre presente, tristemente.

Massimo Jovine: La camicia nera è solo un simbolo. Il fascismo si giudica dalle azioni: quello che proferisce Salvini è fascismo. Se nei posti in cui ci sono disagi non si danno gli strumenti necessari per creare uguali opportunità sociali si crea dislivello. Strumento per il controllo delle le masse popolari.

Maurizio Capone: Il fascismo è anche menefreghismo. La cultura è la vera risposta. Con l’arte, con la musica cerchiamo di portare cultura, libertà di pensiero, per uscire da qualunque forma di dominazione.
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Napoli: Chávez a cinque anni dalla scomparsa

A 5 anni dalla “siembra” (scomparsa fisica) del Comandante Eterno Hugo Chávez, noi rivoluzionari italiani, membri di movimenti, gruppi, associazioni per la fratellanza, amicizia e solidarietà tra i popoli in lotta antimperialista ne ricordiamo l’eroica figura di Gigante storico, unitamente a Fidel, per essere stato uno dei più tenaci leader latinoamericani che ha condotto avanti un processo di seconda liberazione nazionale, concependo e gettando le basi per la Rivoluzione bolivariana, creativo paradigma politico, culturale, ideologico e valoriale di enorme spessore e validità. 

L’eredità del “Arañero” è ad oggi, per il Venezuela e l’America Latina, per l’Africa e l’Asia, infine per l’Europa, materia viva, fuoco ardente di un nuovo modo di fare politica sempre dalla stessa parte, quella della gente umile, lavoratrice, instancabile fautrice della storia collettiva; Chávez diceva che “un altro mondo è possibile se è socialista” e questo è stato, con la dichiarazione del carattere socialista del processo bolivariano, l’obiettivo perseguito nella sua amata Patria per costruire una società più equa, solidale, fondata su Libertà con Giustizia Sociale, Pace e dignità del lavoro, dove nessuno fosse escluso, anzi, dove tutti dessero il proprio contributo al netto di errori, contraddizioni, retrocessioni, ecc.

Egli è stato, è e sarà il canto ribelle di un rivoluzionario che a gran voce reclama e cerca di realizzare nel quotidiano i diritti delle fasce sociali più deboli, è l’espressione più viva di un mondo, di una concezione nuova che sta per sorgere nonostante il vecchio sia restio a scomparire definitivamente.

In definitiva, Il Presidente Chávez è simbolo vigoroso di un’America Latina che cammina sulle proprie gambe, senza il “supporto della democrazia yankee”, delle sue bombe, dei suoi blocchi economici, dei suoi crimini contro l’ umanità. 

L’esempio portante di una nuova umanità.

Ci vediamo
Lunedì 5 marzo, ore 18.30 – presso la Galleria Principe di Napoli

Chávez ViVe
Maduro SiGuE! 

Promuovono:
Partito dei CARC
GalleRi Art
ALBAinFormazione – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli
Associazione Resistenza

Patrocina:
Consulado General de la República Bolivariana de Venezuela en Nápoles

https://albainformazione.com/?attachment_id=19216

Falcón en su encrucijada

Risultati immagini per chavismopor Néstor Francia 

Análisis de Entorno Situacional Político
Jueves 01 de marzo de 2018

Falcón en su encrucijada

En su programa “Con el mazo dando” de ayer, el dirigente revolucionario Diosdado Cabello expresó sus dudas acerca de si Henry Falcón se mantendrá como candidato a la Presidencia. Es una duda más que razonable que nosotros compartimos.

¿Cómo dormirá en estos días Falcón, sometido a intensas presiones mediáticas y políticas de la derecha desde que se inscribió en el CNE? Ya sabemos que este hombre es un oportunista del que se puede esperar cualquier cosa, así que no sería sorpresivo si un día amaneciera retirando su candidatura, sobre todo si siente que no le está yendo tan bien como él piensa, de cara a los resultados. De hecho, ha dejado abierta la puerta de la huída, al insistir en exigir nuevas condiciones que, si no se cumplen, podría desembocar en su retiro de la contienda.

Nosotros nos preguntábamos, en nuestro Análisis del 21 de febrero pasado, si acaso Falcón tendría la valentía política de resistir a las mencionadas presiones y mantener su oportunidad de dar un salto importante en su presencia en el escenario político nacional, cuando nos referimos a la posibilidad de que surgiera una nueva oposición en torno a las candidaturas de Falcón y Fermín: “Para ello requerirían de algo que no han mostrado hasta ahora, al menos no suficientemente: el coraje político que les impida sucumbir a los chantajes y presiones que ya se están ejerciendo sobre ellos, tildándolos de colaboracionistas y, en el caso de Falcón, de chavista encubierto”.

Por lo pronto, Falcón ha sido execrado de la MUD, según un tuit oficial de esa entente derechista: “@HenriFalconLara, con su inscripción para una farsa electoral, se deslinda completamente de la Unidad”.

Este candidato está siendo también objeto de un linchamiento mediático, que comenzó con la escasa cobertura mediática que los diarios más recalcitrantemente antichavistas le dieron a la noticia de su postulación. Tanto El Nacional como 2001, por ejemplo, relegaron el tema a una ubicación menos que secundaria en sus primeras planas, inclusive por debajo de la que le dieron a la de Maduro.

En su editorial del 27 de febrereo (“Se busca candidato”), cuando ya se sabía en todos los corrillos que Falcón inscribiría su candidatura, El Nacional le echó plomo parejo aludiéndolo sin mencionarlo: “Una elección presidencial con un solo candidato, que sería Nicolás Maduro, o con algún telonero de mala muerte, es lo peor que le puede suceder a los oficialistas. De allí la necesidad de buscar un rival a como dé lugar, la urgencia de registrar en los rincones para que pueda darse una contienda en la que alguien pueda creer, aunque sea a ratos, que la sociedad venezolana está ante el desafío de una elección presidencial… Maduro busca con desesperación un rival. Pero no cualquiera, sino un sujeto que le pueda conceder un mínimo de credibilidad a su sainete. Veremos con qué sale en estos días, porque tal vez no sea difícil comprar un segundón a buen precio”.

Entretanto, en los medios internacionales se publica con insistencia el pasado chavista de Falcón, una manera de descalificarlo y hacerlo sospechoso hasta de complicidad negociada con el chavismo. La agencia EFE, por ejemplo, ya le ha endilgado varias veces el remoquete de “ex chavista desertor”. Pocas cosas son más dignas de desprecio que un desertor, que no es otra cosa que un traidor extremo que se aparta de sus filas en medio de la guerra.

Hay algo que incrementa nuestras sospechas de que Falcón podría estar preparando el terreno para un eventual salida suya del proceso electoral: su declaración de que estuvo participando el pasado fin de semana en reuniones secretas de la MUD con el Gobierno, negociando condiciones electorales: “Nos reunimos el viernes con el Gobierno, el sábado, el domingo hubo reuniones, se están planteando nuevas condiciones, pero las condiciones hay que plantearlas en la lucha sin la renuncia, porque entonces le dejamos el camino libre al Gobierno y ¿qué queda entonces? seis años más” ¿Por qué esa confesión tardía, por cierto no desmentida, después de que arreciaron los ataques desde la derecha en su contra?

En este momento Falcón se encuentra en una encrucijada que puede definir su futuro político inmediato. Sus ex aliados de la MUD (lo de “ex” podría ser solo temporal) le van a seguir dando con todo, pues no solo se trata de descalificarlo para tratar de deslegitimar la elección de Maduro, sino además de que haga un papelón de gran perdedor no solo ante el Gobierno sino también ante los abstencionistas de la MUD. Una votación mermada del candidato le daría la razón a la MUD y enterraría para siempre a Falcón de la perspectiva de convertirse en el líder de la oposición, algo que sin duda temen los que aspiran a ese dudoso honor: Ramos Allup, Capriles, Borges, Guevara, López, Guanipa y otros.

El dilema de Falcón no es fácil. Si él nos preguntara qué hacer, le recomendaríamos permanecer en la lid electoral, porque es su única oportunidad de salir bien parado de este trance. Para él no se trataría solo de ganar, algo que está muy lejos de ocurrir, al menos que sobrevenga un fenómeno absolutamente anormal, que no se divisa en el horizonte del 22 de abril. Participar le permitirá establecer su discurso y al menos organizar alguna mínima fuerza en torno suyo, en medio del desolador espectáculo de la derecha derrotada y sin rumbo. Si se retira, en cambio, solo puede quedar mal parado y alejado para siempre del podio donde pretende inscribirse. Les daría la razón a sus adversarios de la oposición, quedaría en ridículo y más nadie se lo tomaría en serio de aquí en adelante. En fin, eso tendrá que decidirlo él, nosotros estamos ocupados apoyando a Maduro.

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