Dieci domande sulla prossima guerra in Libia

da l’AntiDiplomatico

Dopo l’annuncio di ieri del Consiglio supremo di Difesa, l’intervento bellico italiano in Libia “per combattere Daesh” è ormai prossimo. Abbiamo formulato dieci domande con l’intenzione di rivolgerle direttamente al governo e al Parlamento, ma anche a chi pensa che tutto sommato, così come la Russia sta ottenendo buoni risultati in Siria contro il terrorismo, lo stesso potrebbe fare l’Italia in Libia con bombardamenti “selettivi”.


 

1. E’ chiaro a tutti che senza il folle e criminale intervento della Nato nel 2011, Daesh e altri terroristi e milizie jihadiste non sarebbero mai arrivate in Libia?

2. Se è chiaro, chiediamo: chi ha creato il problema può forse risolverlo? E come farlo senza estirparne le cause, cioè il continuo supporto economico-militare che i terroristi continuano ad avere e senza il quale si sgonfierebbero in poco tempo? Proprio la Francia, gli Usa e il Regno unito, regimi che nel 2011 attaccarono per primi la Libia dando poi il via alla Nato, adesso da buoni Frankenstein pretendono di risolvere la situazione. Possiamo ancora accettare questa drammatica ipocrisia?

3. Come mai la Nato non impedisce il traffico via mare di terroristi, relative armi e approvvigionamenti di fronte alle notizie di migrazioni appunto da Siria e Iraq verso il Nordafrica? Sta veramente lavorando per abbattere gli approvvigionamenti dei terroristi?

4. Come mai l’Italia continua a non pretendere – pena la rottura dei rapporti economici – da regimi come Turchia, Arabia saudita, Qatar, Emirati, che smettano di sostenere in molti modi Daesh e altri gruppi come al Nusra ma anche l’Esercito della conquista in Siria o le milizie islamiste Fajr a Tripoli? Chi continua a far passare armi, petrolio e rifornimenti? Perché solo la Russia in Siria è intervenuta per tagliare le linee di approvvigionamento?

5. Perché l’Italia deve esporsi a ritorsioni assicurate da parte dei terroristi, quando dovrebbe agire in modo deciso contro i suoi alleati che continuano a mantenere Daesh?

6. Come mai in Siria, altro scenario centrale della lotta contro il terrorismo, i paesi Nato e la Nato dei petromonarchi creata dai Saud continuano a spacciare per “ribelli moderati” gruppi di miliziani armati collaterali di al Qaeda e Daesh?

7. Come mai il governo italiano continua a fornire armi all’Arabia saudita la cui guerra in Yemen sta rafforzando al Qaeda e altre compagini terroriste, che gli Houti bombardati dai Saud combattevano?

8. Come mai il Parlamento italiano non calendarizza la risoluzione per la fine dell’export di armi ai Saud a prima firma Manlio di Stefano che giace nei cassetti da mesi?

9. Il ministro Gentiloni in Parlamento ha recentemente ribadito che Assad va deposto. Il solito regime change. Si rende conto, come ormai ammettono in coro tutti, che l’alternativa è consegnare la Siria ai jihadisti che hanno la stessa visione del mondo di Daesh?

10. Si rende conto, infine, il ministro Gentiloni che la politica dichiarata del “regime change”, oltre a violare il principio dell’autodeterminazione dei popoli – che direbbe se il ministro degli esteri siriano dichiarasse che Renzi va deposto? – ha prodotto anche in tempi recenti disastri inenarrabili per i quali nessuno paga. Iraq 2003, Libia 2011. Ministro, la storia non le ha insegnato nulla?

Sarkozy, BHL, NATO dietro gli attacchi terroristi in Tunisia e Mali

gheddafi

di Olivier Ndenkop

7dic2015.- Martedì 24 novembre 2015, un attacco terroristico, il terzo del genere rivendicato dal Daesh, ha preso di mira un autobus della guardia presidenziale, uccidendo 12 persone in Tunisia. 24 ore dopo l’attacco kamikaze, il governo tunisino ha deciso di chiudere il suo confine con la Libia. Per il presidente Beji Caid Essebsi, le cose sono chiare: i colpevoli di questa barbarie, qualunque sia la loro nazionalità, provengono dalla Libia, dove, dopo l’assassinio di Gheddafi, migliaia vengono addestrati ed equipaggiati, per andare a seminare la morte in tutto il Nord Africa e oltre. Quando Gheddafi era vivo, nessuno poteva azzardarsi a montare una base di addestramento per la jihad in questo eldorado particolarmente sicuro e sorvegliato giorno e notte da un esercito che era tra i più attrezzati del continente. Gli assassini di Gheddafi sono dunque responsabili dell’aumento della Jihad che colpisce il Nord dell’Africa.

Come ogni guerra, la guerra contro la Libia è stata venduta ai popoli come una guerra di liberazione. Una guerra “giusta”. Dovevamo aiutare i Libici a liberarsi dalla dittatura di Gheddafi, ci hanno detto. Il francese Bernard-Henri Levy, in posa con un ribelle a Bengasi, ha fatto credere che il futuro sarebbe stato radioso per i Libici. L’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy è salito sul palco per indicare che la pace nel mondo arabo o nel mondo tout court passava per la neutralizzazione di Gheddafi, presentato come il diavolo incarnato sulla terra! I media del mondo intero hanno adottato questa propaganda di guerra. Peggio ancora, senza alcuna verifica, i media hanno riferito che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo; che ha usato armi da guerra e altre bombe letali contro persone inermi.

L’occasione fa l’uomo ladro, un certo Ali Zeidan si è auto-proclamato portavoce della Lega libica per i Diritti Umani. Per mantenere l’attenzione del pubblico, il signor Zeidan ha dichiarato che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo, facendo sei mila morti. Nessuna prova di queste affermazioni è stata fornita. Eppure, i media hanno iniziato a diffondere i risultati di queste morti, che esistevano solo nella testa di Ali Zeidan.

Sulla base di queste cifre prefabbricate, la Francia di Sarkozy ha proceduto a strumentalizzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, al fine di ottenere luce verde per uccidere Gheddafi. Così, il 26 febbraio 2011, su richiesta del ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato la risoluzione 1973, che istituisce una no-fly zone sulla Libia. Forniti di questo paravento legale, i paesi dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), guidati dalla Francia di Sarkozy, hanno preso a bombardare intensamente la Libia, uccidendo il suo leader!

Rifiutando tutte le mani tese di Gheddafi, rifiutando il negoziato proposto dal Gabonese Jean Ping (1), Presidente della Commissione dell’Unione Africana, la NATO, dominata dagli imperialisti occidentali, ha fatto fuori Gheddafi.

 

L’uccisione di Gheddafi ha portato il terrorismo e non lo sviluppo promesso 

Dopo la guerra della NATO contro la Libia, il paese più prospero dell’Africa è diventato un cimitero gigante! Una terra di nessuno, in cui gli esseri umani vengono macellati come le pecore del Tabaski (2)! Il paese è diventato una tana di jihadisti. Le scuole e gli ospedali sono stati in gran parte distrutti. Conseguentemente, le persone non possono più andare a scuola né curarsi gratuitamente e su scala di massa, come all’epoca di Gheddafi. I gruppi ribelli rivali si scontrano per controllare i pozzi di petrolio. Il governo di Tripoli contesta la legalità e la legittimità di quello di Tobruk e viceversa. L’economia del Paese è a un punto morto. In Libia, lo sviluppo ha ceduto alla miseria! Ecco come una guerra neo-coloniale, mascherata da “guerra umanitaria (3)” ha spento le speranze di un intero popolo. Le conseguenze di questa guerra neo-coloniale vanno oltre e nessuno è sicuro di esserne totalmente risparmiato, ovunque si trovi.

È ovvio constatare che tutti i vicini della Libia (Tunisia, Algeria, Niger, Ciad e Sudan) gradualmente sprofondano nell’insicurezza. Ciascuno di questi cinque paesi è già stato, almeno una volta, vittima di un attacco terroristico. Il paese di Gheddafi occupa un posto importante nell’internazionale terrorista per almeno tre ragioni: 1- La Libia è uno dei principali fornitori di fondi al terrorismo (soldi provenienti dalla vendita del petrolio e altri traffici, in zone controllate dai barbuti). 2- È una base per il reclutamento e la formazione. 3- È una base di ripiego.

Il cerchio di stati vittime dell’insicurezza in Libia è molto più grande. Per destabilizzare la Repubblica Centrafricana, nel dicembre 2013, la Seleka di Michel Djotodia metteva in atto un progetto franco-ciadiano con armi venute tra l’altro dalla … Libia. Gli specialisti della sicurezza spiegano che Boko Haram deve la sua forza in gran parte al caos libico, che permette al gruppo terroristico di ottenere finanziamenti e armi senza grandi controlli. Gli Islamisti che hanno provocato stragi in Mali sono stati riforniti a buon mercato dagli arsenali libici. Così, negli attacchi di Timbuktu, di Gao e Bamako, troverete che la Libia ha contribuito con l’indottrinamento, la formazione, il finanziamento e/o l’armamento.

Per giungere a decostruire la Libia, i cittadini degli Stati Uniti riconoscono di aver lanciato oltre 192 missili BGM-109 Tomahawk. La Francia si vanta di aver fatto 2.225 attacchi aerei, di cui 11 missili da crociera. Inoltre, al culmine della guerra contro Gheddafi, la Francia ha armato i terroristi, perché combattessero e uccidessero un governante in carica. Come confermato da Tony Cartalucci, l’organizzazione terroristica che ha combattuto il regime di Gheddafi nel 2011, ha beneficiato del sostegno diretto della NATO “che ha formato i suoi membri, ha fornito loro le armi, delle forze speciali e anche aerei per aiutare a rovesciare il governo libico.” (4) Ci sarà un tribunale di Norimberga per queste persone un giorno?

Curiosamente, quando gli specialisti, a volte di circostanza, spiegano l’ascesa del terrorismo in Africa dopo il Telegiornale delle 20h, si trattengono dal dirci perché tutto questo accade, accade così facilmente e con tale frequenza. Come se la legge di causalità, secondo cui non c’è mai un effetto senza una causa, improvvisamente fosse diventata inoperante. Avrete notato che nessuno di questo esercito di “esperti d’Africa”, che sono sfilati sul piccolo schermo a “spiegare” l’attacco al Radisson Blu di Bamako ha ritenuto utile dire che il famoso Mokhtar Belmokhtar, che ha rivendicato l’attacco di questo stabilimento, è un puro prodotto della CIA, che ha reclutato, addestrato, armato e utilizzato su diversi “fronti”.

 

La Libia di Gheddafi: i numeri della verità

Al di là della propaganda condotta dagli imperialisti e dai loro media sulla Libia, è importante dire quello che Gheddafi ha fatto per il suo paese e per l’Africa, con le limitazioni inerenti alla natura umana.

La Libia ottiene l’indipendenza il 24 dicembre 1951, dopo una guerra contro i coloni italiani. Supportato dai cittadini britannici e americani, il re Idriss, capo della confraternita religiosa dei Senoussi diventa presidente della giovane Repubblica. Nel 1951, il petrolio libico non è ancora scoperto, ancora meno sfruttato.

Ma l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno creato delle basi militari in questo paese, che permettono loro di controllare il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo. Nel 1954, Nelson Bunker Hunt, un ricco texano, scopre il petrolio in questo Paese (5).

Il potenziale è enorme, di 44 miliardi di barili. E c’è anche la qualità. Per un decennio, il re Idriss petrolio libico cederà il petrolio al 30% del prezzo mondiale. Il poco denaro ottenuto viene utilizzato principalmente per l’arricchimento personale del re e della sua famiglia. Il 1° settembre 1969, un giovane ufficiale militare sotto i 30 anni sale al potere dopo un colpo di stato contro il re Idriss. Il suo nome? Muammar Gheddafi. Come prima decisione, Gheddafi decide di chiudere le basi militari straniere nel suo Paese. Aumenta il prezzo del petrolio libico, che si è affrettato a nazionalizzare. Le grandi somme di denaro generato dalla vendita del petrolio venduto sono ora meglio investite nello sviluppo della Libia.

Sotto Gheddafi, il tasso di alfabetizzazione è aumentato dal 10% nel 1969 all’88% nel 2011. La speranza di vita alla nascita è aumentato dai 57 anni del 1969 ai 74 anni del 2010. Prima del suo assassinio, Gheddafi aveva portato il PIL della Libia a 12.062 dollari pro capite. I Libici beneficiavano di credito per 20 anni senza interessi per costruire la loro casa. Gli sposi ricevevano 64.000 dollari per acquistare il loro appartamento coniugale. Lo Stato concedeva un aiuto finanziario di 20.000 dollari ai Libici che avviavano un’attività privata ​​che potesse avere un impatto positivo sull’economia del paese …

A livello africano, Gheddafi ha permesso al continente di avere il suo primo satellite, pagando la somma di $ 300 milioni nel 2006, per consentire all’Africa di avere un satellite, necessario per la telefonia a basso costo e per la TV su larga scala. E non si è fermato qui. Gheddafi ha costituito una riserva di $ 30 miliardi di dollari, per finanziare la Banca Centrale Africana (Nigeria), la Banca Africana di Investimenti (Sirte) e il Fondo Monetario Africano (Yaoundé).

 

Perché abbiamo abbiamo ucciso un uomo, nonostante il suo bilancio in gran parte positivo?

La guerra lanciata il 19 Marzo 2011 contro Gheddafi ha avuto un unico obiettivo: fermare lo sviluppo della Libia e la liberazione dell’Africa coraggiosamente avviate dal leader libico.

Una precisazione importante: prima del primo satellite africano finanziato per ¾ da Gheddafi, l’Africa pagava annualmente la somma di $ 500 milioni di dollari per affittare satelliti occidentali. Questo vuol dire che Gheddafi ha privato i capital-imperialisti di una rendita di $ 500 milioni all’anno.

Dotando l’Africa di istituzioni finanziarie, come la Banca Centrale Africana, il Fondo Monetario Africano e l’African Investment Bank, il capitalismo finanziario internazionale è stato minacciato di morte. Perché questi istituti puramente africani avrebbero comportato tre conseguenze fatali per gli imperialisti: 1) Fine del ruolo del debito, che genera interessi astronomici per l’FMI e la Banca Mondiale; 2) L’euro e il dollaro avrebbero perso il loro potere di monete egemoniche, indispensabili nel commercio Nord-Sud e talvolta Sud-Sud (la Banca Centrale Africana era incaricata di battere una moneta africana); 3) Rafforzare la cooperazione Sud-Sud, in vista dello sviluppo del continente.

Note:

  1. Jean Ping nel 2014 ha pubblicato un libro dal titolo: Eclissi sull’Africa: si doveva uccidere Gheddafi? Rammaricandosi del fatto che gli stati imperialisti hanno rifiutato qualsiasi soluzione negoziata alla crisi libica, considera questi ultimi responsabili del caos che regna nel paese.
    2. L’immagine dei 20 copti egiziani in Libia massacrati dai terroristi ha fatto il giro del mondo.
    3. Per comprendere meglio la guerra della NATO contro la Libia, leggere il libro di Michel Collon intitolato La Libia, la NATO e le bugie dei media. Manuale di contro-propaganda, Libri Investig’Action-Colore, 2011.
  2. “Il riordino geo-politico dell’Africa: il sostegno nascosto degli U.S. ad Al Qaeda nel nord del Mali, la Francia ‘viene in soccorso’”, Global Research, gennaio 2013.
  3. Michel Collon, Gregorio Lalieu, La strategia del caos. L’imperialismo e l’Islam. Intervista a Mohamed Hassan, Libri Investig’Action-Colore, Bruxelles, 2011, P.203.

Fonte: Investig’Action

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Acerbo: in Italia governa delusione e spoliticizzazione del popolo

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“Mi sono convinto che anche quando tutto è, o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio” (Antonio Gramsci- lettera del 12 settembre 1927). 

Agli inizi del mese di ottobre, è venuta a Cuba una delegazione del Partito della Sinistra Europea, su invito del Partito Comunista Cubano (PCC). Nel gruppo della sinistra radicale erano presenti Maite Mola, vicepresidenta del Partito della Sinistra Europea (Partido de la Izquierda Europea, Spagna), Renato Soeiro (Bloco de Ezquierda, Portogallo),Yiannis Bournous (responsabile esteri Syriza, Grecia) Obey Ament (Partito Comunista Francese), e Maurizio Acerbo (della segreteria nazionale del Partito della Rifondazione Comunista, Italia). Per me è stato un vero piacere conoscere il compagno Maurizio e poter scambiare due chiacchiere sul nostro triste paese d’origine, nella bellissima Piazza San Francisco, ne L’Avana Vecchia.

Il mio grande dubbio, che manifesto a Maurizio, la mia grande preoccupazione sulla nostra penisola, è che gli italiani di sinistra sembrano avere perso la bussola e la coscienza politica e continuano a considerare il Partito Democratico (PD) un partito a sinistra. “C’è stato un lungo processo di mutazione genetica della maggioranza dell’ex Partito Comunista, dove gli stessi ex comunisti sono diventati la minoranza ed a dirigere il partito adesso c’è Matteo Renzi, che non è mai stato neanche di sinistra, né comunista, era democristiano! Il fatto più impressionante è che il partito di Renzi è riuscito a portare avanti le politiche neoliberali di destra con un’efficacia che il centro-destra non aveva mai ottenuto”. “Questo succede perché l’unificazione dei gruppi capitalistici nazionali ed europei permette un’egemonia nel campo mediatico in appoggio a Renzi, crea difficoltà nei sindacati e nelle organizzazioni sociali nel fare un’opposizione efficace quando al governo risulta esserci ‘la sinistra’, crea confusione e provoca una delusione profonda nel popolo, ormai spoliticizzato e deluso”.

“Purtroppo il grande assenteismo elettorale è da attribuirsi agli elettori di sinistra. E questo non è un problema per i gruppi capitalisti, perché le leggi elettorali che si stanno approvando con il governo Renzi ricordano quelle in vigore durante il fascismo di Mussolini, cioè consentono con una minoranza di voti di avere la maggioranza nel Parlamento, se arrivi primo alle elezioni tra tutti i partiti. Il nostro compito è ragionare sul fatto che, nonostante l’impoverimento della società, i tagli drastici sull’educazione e sulla sanità, un tasso altissimo di disoccupazione non aumenta l’adesione a sinistra”. “Infatti, esistono due problemi fondamentali: uno è lo spaesamento creato dal fatto che al governo ci dovrebbe essere una supposta ‘sinistra’ e l’altro è che esiste un’egemonia tra centro-destra e centro-sinistra nell’ideologia neoliberista tra le masse popolari”.

“Per ribellarti deve avere la coscienza che una cosa è ingiusta, non ci si può ribellare contro la pioggia: se ti convincono che certe riforme sono corrette, tecniche, quasi naturali non poi sentirti tradito. Poi, oltretutto, grazie ad un pesante lavoro mediatico, lo scontento popolare, sia in Italia che in altri paesi europei, non è più diretto contro il potere dei ricchi o il capitale, ma viene spostato verso gli immigranti stranieri. Si crea così un meccanismo di guerra tra poveri, il malcontento generale non è più opera del governo o delle manovre assassine del debito europeo che continuiamo a pagare più e più volte, ma dall’arrivo di troppi immigranti”.

“Però non sarebbe onesto non citare che la colpa di questa situazione è dovuta anche alla frammentazione della sinistra, non esiste una forza consistente per poter creare un’alternativa a sinistra del PD. Come Rifondazione Comunista (RC), stiamo cercando di portare avanti al massimo un’attitudine unitaria, dialogando sia con le formazioni politiche più radicali (che purtroppo a volte sono così settarie che non consentono l’unità, occupate in una gara per vedere chi è il più rivoluzionario) sia con i compagni che si sono staccati da noi cercando un’alleanza con il PD ed il centro-sinistra, perché ritornino con noi, in un soggetto unitario e plurale, dove possa esserci tutta la sinistra anti-liberista”. “Da qui, potremmo costruire un punto di riferimento per il popolo italiano che abbia una credibilità per presentare un’alternativa reale alle politiche capitaliste. Nel 1991, come Rifondazione Comunista, ci siamo battuti per il NON scioglimento del Partito Comunista Italiano ed i fatti oggi ci stanno dando ragione”. “Dal cambiamento del nome, siamo arrivati oggi fino al PD, come diceva la buona anima di Ingrao, che non può nemmeno essere considerato una formazione di sinistra social democratica”.

“E’ un partito neoliberista, che ha lo stesso programma dei conservatori britannici, ha portato l’Italia ad una situazione simile a quella degli USA: sulle principali questioni di politica economica ed internazionale non c’è differenza tra repubblicani e democratici. Un esempio può essere l’aggressione contro Gheddafi: mentre Berlusconi era titubante sul fatto di appoggiare la NATO per assalire la Libia, il PD criticava il centro-destra per la sua timidezza. Questo perché i partiti capitalisti del sud del mondo non sono assolutamente attratti dalle politiche di interesse nazionale, vogliono solo legittimarsi presso l’Impero, sono ansiosi di dimostrare che sanno fare bene i compiti che assegnano loro i padroni del Nord”.

Cambiando tema, chiedo a Maurizio, che è per la prima volta a Cuba, cosa ne pensa di questa isola caraibica, come è stato l’incontro con i compagni cubani. “Per me è stata un’esperienza assolutamente soddisfacente e non lo dico per rapporti diplomatici. Cuba, per molti italiani, è un pezzo di cuore, abbiamo con lei un legame fortissimo e noi di RC non abbiamo mai assimilato Cuba alle esperienze di socialismo importato dall’esterno di vari paesi dell’Est europeo. Stimiamo molto il PCC per l’onestà dei suoi dirigenti e per l’originalità della sua Rivoluzione, dovuto al suo radicamento popolare, nell’esperienza concreta del popolo cubano”.

“In questa settimana di incontri i miei pensieri positivi su Cuba si sono confermati: infatti ho potuto ascoltare sia funzionari, che dirigenti sia del partito che delle organizzazioni sociali che ho considerato molto sinceri nell’esporre i problemi e le difficoltà e molto determinati nella lotta per salvaguardare l’esperienza della Rivoluzione cubana, farla progredire, sviluppare ed attualizzare, per non darla vinta all’Impero e prepararla quando succederà l’inevitabile sostituzione della dirigenza storica della Rivoluzione”.

“Mi è molto interessata la preparazione politica dei funzionari del PCC, che hanno una visione molto chiara dei loro compiti a Cuba ed anche nello scenario internazionale. Noi abbiamo potuto spiegare le nostre orientazioni come Partito della Sinistra Europea, ricordare che il nostro progetto è figlio di quello che Cuba ha fatto nel continente latinoamericano, costruendo un fronte ampio, combattendo su base nazionale ed anche unendo, con una prospettiva continentale tutta la sinistra dell’America Latina”. “Mi ricordo una visita in America Centrale nel 1990, in Salvador c’era ancora la guerra civile ed in Guatemala una repressione orribile: come potevamo immaginare che nel 2015 un guerrigliero potesse essere presidente della repubblica in Salvador e che in Guatemala il popolo potesse esigere il carcere per un presidente corrotto?”.

“Chi avrebbe potuto pensare, negli anni ’90, ad un’unione così grande in America Latina di tanti governi progressisti?”.

“Ci siamo impegnati con i compagni cubani a ritornare in Europa ed a batterci per la caduta del bloqueo genocida che gli Stati Uniti esercitano contro Cuba, smentire la propaganda dei mass media capitalisti europei che vuole far credere che il nuovo allacciamento dei rapporti diplomatici, annunciato il 17 dicembre 2014, abbia fatto cadere tutte le proibizioni assurde contro l’isola. Sappiamo invece che tutti i divieti continuano in piedi e ringraziamo i compagni del PCC che ci hanno fornito alcune informazioni fondamentali per implementare il lavoro politico in sostegno di Cuba e di tutti gli altri paesi latinoamericani, che attualmente sono investiti dalla forza capitalista con una campagna violenta mediatica di menzogne dell’estrema destra, finanziata dagli Stati Uniti”.

Devo ammettere che mi fa piacere ascoltare Maurizio, le sue parole accendono una fiammella di speranza dentro di me per questa povera Italia mia.

Anche l’ultima votazione all’ONU contro il bloqueo è motivo di allegria e conferma che di fronte al mondo quelli che sono rimasti soli sono i due paesi più genocidi del mondo: gli Stati Uniti ed Israele.

E pensando a quello che mi commentava Maurizio sull’unità della sinistra, sul settarismo politico, concludo con le parole di Antonio Guiteras, cubano, e secondo il Che Guevara, “il più grande lottatore antimperialista”: “Solo la forza dell’unione di tutti gli uomini —anche se possiedono differenti tendenze politiche—avvolti nella lotta, per ottenere un regime di libertà e giustizia, potrebbe conseguire il trionfo di una vera Rivoluzione.”

  • corrispondente a Cuba del sito web Cubainformacion.tv

La FEARAB condanna l’aggressione imperialista contro il Venezuela

da fearabvenezuela.org

La Federazione delle entità e delle associazioni arabe del Venezuela si è espressa contro l’aggressione al Venezuela respingendo le bugie e le manipolazioni mediatiche.

Il consiglio direttivo di FEARAB, presieduto dal deputato Adel El Zabayar, ha ribadito la sua dura condanna  e la sua forte preoccupazione di fronte alle sanzioni annunciate dal Presidente degli Stati Uniti contro la nostra amata Repubblica Bolivariana del Venezuela, definita come una “grave minaccia nazionale” per la sicurezza del suo Paese, usando lo spregevole pretesto della violazione dei diritti umani con false argomentazioni, senza alcun fondamento giuridico e legale.

La FEARAB ha osservato molto da vicino il corso degli eventi politici e socio economici del paese, sempre, inequivocabilmente e tempestivamente, ogni volta che lo chiedevano le circostanze. Certamente, in questa occasione, non abbiamo fatto eccezione.

Sappiamo, come la Storia ha dimostrato ripetutamente che le invasioni degli Stati Uniti generano solo la morte e miseria per i popoli che soffrono i loro attacchi, come è accaduto in Vietnam, Afghanistan, Iraq, Libia e molti altri paesi in tutto il mondo, che hanno subito i loro interventi.

Usando il falso pretesto di eliminare le armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003, e poi da qualche anno attraverso la “primavera araba”, gli Stati Uniti, la NATO e i loro lacchè, hanno potenziato i gruppi estremisti fondamentalisti e il braccio armato di Al-Qaeda, Al-Nusra e ora il cosiddetto Isis (DAESH) per eseguire il piano sionista del Nuovo Medio Oriente. Hanno iniziato in Tunisia, Egitto e Libia e hanno proseguito, ma sono stati fermati in Siria da un popolo, un esercito patriottico pan-arabo, anti-imperialista e anti-sionista, sotto la guida ferma del governo legittimo e sovrano, guidato dal suo degno Presidente Bashar Al Assad.

La difesa dell’autonomia di ogni popolo degno e sovrano deve essere la bandiera principale dei movimenti sociali di tutto il mondo per continuare la nostra giusta lotta.

I patrioti venezuelani-arabi che fanno riferimento alla FEARAB, dichiariamo lo Stato di massima solidarietà e di allerta permanente per denunciare questa nuova e vile aggressione imperialista, come è già sta facendo il valoroso popolo venezuelano, guidato dal nostro compagno coraggioso, il Presidente Nicolas Maduro, seguendo la strada del Comandante Supremo, Hugo Rafeal Chávez Frías ratificando il  nostro rifiuto categorico delle azioni del governo degli Stati Uniti d”America nel suo ruolo di poliziotto del mondo, ora comandati da un “Nobel per la Pace”, che cerca di violare le nostre istituzioni, la pace e la stabilità della nostra nazione. No Pasaran!!!!

Nel perseguire questa nuova pazzia, questa nuova mania, gli Stati Uniti ed i loro alleati, tra cui la NATO, e i loro lacchè Qatar, Arabia Saudita, Turchia e lo Stato sionista di Israele, saranno giudicati dalla storia come complici di quello che potrebbe diventare un nuovo conflitto di dimensione globale, ma i popoli del mondo li condanneranno per aver mentito, di nuovo, nel trascinarli nelle guerre ingiuste, inutili e criminali.

Per una vera pace nel mondo con la giustizia sociale, l’indipendenza e la sovranità dei popoli del mondo.

Abbiamo chiesto di denunciare con ogni mezzo questa grave situazione.

Viva il Veneuzela Indipendente, degno, libero e sovrano!

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Libia 2011: troppi ignavi mentre la Nato apriva la strada ai nazi-califfi

di Marinella Correggia – Spondasud.it

Con il terrore e la morte l’intero Medioriente e buona parte dell’Africa pagano per le guerre dei governanti occidentali e l’ignavia dei relativi popoli. In tanti dovrebbero mettersi in ginocchio.

Adesso che i nazi-califfi dilagano in Libia e sgozzano lavoratori migranti egiziani sulle spiagge mentre altre vittime delle guerre occidentali dirette o indirette continuano a morire in mare. Adesso che il risultato della guerra Nato del 2011 si dispiega pienamente, adesso che – veramente da tempo – gli altri effetti sono in Siria, Iraq, Africa, ammetterà qualche colpa chi nel 2011 per sette lunghi mesi non fece nulla, tacque o peggio avallò le menzogne mena-guerra dei cosiddetti “ribelli” poi rivelatisi bande islamiste e razziste che ora aderiscono ai nazisti dell’Isis, nazisti nelle infernali azioni e nel medioevale pensiero?

Anche la Nato è nazista, visto che uccide a tutto spiano a casa d’altri e fa da aviazione a mostri, a volte apposta, altre volte alla Frankenstein. Lo scrivevamo su uno dei nostri cartelli il 14 febbraio 2015, partecipando come spezzone anti-Nato e antiguerra filo-Nato nel Donbass alla manifestazione per la Grecia (visto che Syriza almeno al tempo era per l’uscita dalla Nato e contro l’appoggio europeo a Kiev). Eravamo visibili, anche sotto il palco. Ed era già arrivata la notizia di Sirte invasa dai mostri Nazi-Isis dopo essere stata distrutta dal mostro Nato. Eppure gli oratori hanno ignorato la materia.

La sinistra non dovrebbe avere come prima cura l’opporsi alle guerre di aggressione, il più osceno degli atti? E’ ormai il contrario. Lo vediamo dal 2011, con la guerra Nato e italiana alla Libia. E poi sulla Siria, ora sul Donbass. Nel 2011 a bombe cadenti fummo davvero poche unità o decine a opporci con continuità, in Italia e anche in Europa e Usa. Pochi disperati – sì, ci si deve disperare quando fanno la guerra! – in giro per l’Italia, in particolare gruppi a Roma e a Napoli. Nel resto d’Occidente e perfino nei paesi arabi fu lo stesso. Eravamo nel deserto! Non parlo nemmeno del Pd che ovviamente con Napolitano spinse a tutti i costi verso la guerra. Parlo della sinistra “radicale”, e delle grosse associazioni con personale e mezzi, dei pacifisti del 2003, degli studenti, delle strutture pagate per occuparsi di pace, degli indignati (che il 15 ottobre non ci degnarono di uno sguardo), dei social forum, delle ong umanitarie, egli ambientalisti, dei giornalisti diventati fan, dei “movimenti” diventati immobili, dei sindacati… Non fecero niente. Al massimo fecero un raduno un giorno, un comunicato, una dichiarazione. Oppure, peggio, avallarono e diffusero sin dai primi giorni le menzogne che portarono alla guerra “umanitaria”. Responsabilità diretta!

Invece di appoggiare platealmente l’azione di pace di Chávez, come chiese Fidel, in molti abbracciarono i “ribelli”, li chiamarono “partigiani”. Si è visto subito quali partigiani fossero. Eravate disinformati? Eppure c’era modo di informarsi, di capire che le fosse comuni non esistevano (allora), che i 10 mila morti fatti da Gheddafi erano una propaganda dei “ribelli”, che l’unica aviazione che aveva bombardato era quella della Nato. Quanti morti e mutilati ha fatto? Non si saprà mai. I vincitori contano solo i morti propri. Incontrai dei superstiti, a Tripoli. E dei bambini feriti. E tanti sfollati interni, chissà che fine hanno fatto. Ad esempio la piccola Noor, 4 anni nell’agosto 2011, era a Zanzur, profuga da Tobruk. Se è viva è in difficoltà.

E i migranti? Ebbene, dalla caduta del governo libico nell’autunno 2011, quanti ne sono stati ammazzati dalle bande razziste? Quanti sono morti in mare grazie ai vostri ribelli fra i quali – ripeto – c’erano sfruttatori di migranti? Quanti ne sgozza adesso l’Isis, facendo sì fosse comuni in mare? Quante centinaia di migliaia di lavoratori hanno dovuto tornare dalla Libia in posti impoveriti e desertici come il Sahel (ne conosco alcuni in Niger), o allagati come il Bangladesh? Ognuna di queste domande ha dietro dati e ricerche.

“Come mai non manifesta nessuno da voi?” mi chiedeva una cittadina libica sotto le bombe nel ramadan d’agosto. Che vergogna. Eppure, si poteva fare tanto! Tante persone erano contro, ma non avendo alcuna organizzazione, finirono per fare la guerra e la pace al computer. Cosa fecero, i pochi che si mossero, senza strutture, senza aiuti? Fecero, in pochissimi, sit-in, petizioni, disperati appelli all’estero, lettere ai giornali per la proposta Chávez, visite alle ambasciate non occidentali, presenze in Libia, digiuni ma non di piazza, domande scomode alle conferenze stampa Nato a Napoli (ma troppo tardi). A Napoli, l’unica manifestazione nazionale, disertata dai sunnominati gruppi. Invece, la Perugia Assisi di settembre, in pieno assedio di Sirte, a stento richiamò la Libia… E le tante manifestazioni “di sinistra” che si susseguirono in quei mesi, su vari argomenti, non erano mai contro la guerra, nemmeno durante il finale assedio a Sirte. Ci andammo, con i nostri cartelli, cercando di sensibilizzare.

In pochi occorre fare azioni dirette. Forse, incatenarsi in sciopero della fame davanti alle ambasciate dei paesi che potevano fermare la Nato: Russia e Cina. Era l’unica cosa da fare, insieme ad altre azioni dirette. Occorrerà studiare meglio cosa si può fare quando si è quasi soli. Ormai sono 25 anni di insuccessi totali; onestamente tocca ammettere che non fermammo nemmeno una bomba. Però, almeno c’è chi ci ha provato. E poi non è una buona ragione per smettere. Semmai per cambiare.

La colpa della tragedia è certo dei governanti in primo luogo, di destra e “sinistra di governo”. I quali rimarranno impuniti, sicuri nei loro privilegi nei secoli dei secoli. Così va il diritto internazionale.

Ma chi non fece nulla per fermare i vari Sarkozy, Napolitano, Obama, Hollande, si faccia carico, almeno dal punto di vista morale, di un po’ di tutti questi morti, amputati, immiseriti, annientati.

Tanto è gratis. Nemmeno una multa.

A Tripoli, a Tripoli!

gentiloni-655x436-655x436di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

L’articolo 87 della nostra Costituzione è ancora fresco di modifica nell’ambito della riforma costituzionale approvata dalla Camera dei Deputati, che già l’Italia del governo Renzi si prepara alla avventura bellica che metterà fine allo spirito pacifista della nostra Carta fondamentale, relegando il già bistrattato articolo 11 tra i rottami del “secolo breve”. Basterà una semplice maggioranza, frutto di una legge elettorale che concede la maggioranza assoluta dei seggi ad una minoranza del Paese, per dichiarare guerra.

Ma meglio agire d’anticipo e lanciare subito il messaggio: nella nuova spartizione “neocoloniale” del mondo ci siamo pure noi, senza più tentennamenti e mal di pancia di sorta. E più velocemente senza lacci e laccioli del processo democratico con le sue interminabili discussioni, le sue trattative e i suoi compromessi. Ed ecco quindi la Libia, la nostra “quarta sponda” sulle cui macerie cresce la minaccia dell’Isis. Il dovere ci chiama: per l’ennesima volta la difesa della civiltà ci chiama. Che la stessa civiltà da difendere sia la prima responsabile della distruzione dello Stato libico e dell’avanzare del nuovo nemico pubblico, poco importa. Ricordarlo è semplice disfattismo, quando non dimostrazione della alleanza tra residui del comunismo e estremisti islamici in nome della lotta all’occidente capitalista.

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(VIDEO) Mussa Ibrahim. Una voce dalla Libia che resiste

di Leonor Massanet Arbona – lahaine.org

Dall’ultimo portavoce della Jamahiriyah libica un riassunto breve di quello che è successo in Libia, ma abbastanza chiaro per avere un’idea.

 Ero un’osservatrice straniera nel giugno 2011 a Tripoli, in Libia. Sono testimone di tante cose che sono avvenute che Mussa Ibrahim spiega e altre che non spiega. Sono stata testimone che c’erano giornalisti di media internazionali provenienti da tutto il mondo che non hanno informato di quanto stava accadendo. Erano testimoni diretti, fotografati, filmarono e visionarono quella realtà, ma non hanno mai pubblicato nulla.

 Ho assistito ogni giorno come gli aerei della NATO sono entrati in Libia, lanciando bombe sulle città. Non hanno ricevuto risposta libica e non so se si può immaginare che cosa significa la caduta di bombe su una città popolata da Tripoli, i morti, l’onda d’urto, la distruzione, … ogni giorno gli aerei iniziavano i bombardamenti su Tripoli all’alba e poi si ripetevano all’inizio della mattina. Impossibile per qualsiasi libico poter riposare più di quattro ore.

 Molte associazioni e gruppi internazionali sono venuti in Libia per essere diretti testimoni su ciò che stava accadendo, come l’associazione degli avvocati in testimoni del Mediterraneo. Dopo aver vissuto e assistito all’aggressione alla Libia,  non riesco più fidarmi dei media dei politici e dei governi che hanno sostenuto e nascosto qualcosa di così disumano, crudele, assurdo … RT e Telesur erano lì e hanno testimoniato tutto quella che c’era da riferire, per quanto ne so, hanno sempre detto la verità.

 Conferenza stampa 2014

 Parole di Mussa Ibrahim, ultimo portavoce della Jamahiriyah libica appartenente al Movimento nazionale del popolo libico che lavorar congiuntamente con il Consiglio di tutte le tribù libiche e le città cercando di risolvere la situazione libica dopo l’attacco della NATO e le sue conseguenze. Parla per 622 politici libici che si trovano in Libia e in esilio, rappresentano la Resistenza Verde. Difendono la riconciliazione di tutti i libici, lo sviluppo, i diritti umani.

 Noi apparteniamo a tutta la Libia e sosteniamo tutti i libici che non sostengono la NATO, non gli assassini fondamentalisti criminali, che stanno torturando, emarginando, cambiando le leggi per costringere i libici all’esilio.

 Cerchiamo il vostro supporto per farvi conoscere la nostra realtà. Nel 2011 sono stato responsabile per la comunicazione con i media internazionali, ho cercato di fare del mio meglio, ma i veri eroi sono quelli che hanno perso la vita sotto le bombe della Nato, nelle prigioni di Al qaeda. La sofferenza della Libia ha a da un avuto inizio con un attacco straniero dopo la risoluzione delle Nazioni Unite su cinque temi:

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite, 10.000 manifestanti sono stati uccisi a Bengasi nei primi giorni. Tuttavia, il Consiglio nazionale di transizione, testimone Abdul Jalil, ha ammesso pubblicamente e si possono anche ascoltare on-line le sue parole, dice hanno mentito. Sapevano che il governo libico della Jamahiriyah, aveva dato l’ordine di non intervenire nelle manifestazioni.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali della NATO, i bombardamenti di Gheddafi avevano distrutto diverse aree di Tripoli come Suk al Juma, Fashlum, e altri. Oltre 1.000 giornalisti e osservatori internazionali hanno visitato e hanno visto con i loro occhi, potevano parlare con la gente e quindi controllare che non era vero, che queste zone erano completamente normali.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite, più di 8.000 donne libiche erano state violentata dall’esercito libico le prime tre settimane del conflitto. Quando hanno cercato di dimostrarlo non si è presentato nemmeno una donna.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite la Jamahiriyah libica aveva 35.000 mercenari africani. Non era vero e non avrebbero mai potuto dimostrare. Tuttavia è stato usato dalla Nato per uccidere migliaia e migliaia di libici neri e, ovviamente, una volta morti non poteva dichiarare nulla. La più terribile strage che si è tenuto nella città libica di Tawerga i cui cittadini che non sono stati uccisi, non gli è stato concesso di tornare a casa.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite l’esercito libico della Jamahiriyah si muoveva verso Bengasi a placare con le armi le manifestazioni e radere al suolo la città. Secondo il documento ufficiale delle Nazioni Unite, la NATO doveva intervenire per fermare l’esercito e salvare la vita dei libici. Tuttavia la realtà è che il governo della Jamahiriyah aveva colloqui diretti con rappresentanti di Francia e Stati Uniti per dimostrare e promette che l’esercito libico non sarebbe entrato a Bengasi. Il governo della Jamahiriyah aveva ordinato all’esercito di non intervenire in alcun modo nelle manifestazioni qualsiasi cosa fosse successa. La Libia ha fatto l’errore di fidarsi della parola di Francia, Stati Uniti e l’Inghilterra che promisero che non sarebbero intervenute. La NATO ha mentito, è entrata in Libia e la prima cosa che fece fu di attaccare e uccidere l’esercito accampato fuori Bengasi.

 

La NATO intervenne sulla base di queste cinque bugie

 La Jamahiriyah Libia ha cercato di fare un “Fact Finding Mission” (una commissione per stabilire la verità dei fatti), così ha chiamato tutti i principali mezzi di comunicazione di tutto il mondo come la BBC, New York Times, RT, Telesur, … significa che il mondo poteva accertare i fatti, inoltre, furono invitati osservatori internazionali provenienti da tutto il mondo in modo da poter costatare la realtà.

 I Media Internazionali hanno detto che non potevano fare una ricerca sul campo (‘missione conoscitiva’) in quanto:

 

  1. Non avevano budget per farlo.

 

  1. Non avevano la stoffa giusta per dimostrarlo.

 

La Commissione dell’Unione africana ha cercato di creare un ‘Fact Finding Mission’, ma non gli è stato permesso.

 Tutti questi fatti sono stati ignorati dai media e dai politici internazionali.

 Ora sappiamo perché siamo stati attaccati: Per la posizione che occupava la Libia in Africa, sostenendo l’Unione africana, lavorando per il mercato comune africano, che lavora per l’Unione araba, sostenendo gli oppressi…

 Tutto questo ha causato l’attacco occidentale alla Libia perché non vogliono un Africa indipendente.

 In questo momento i problemi più grande di libici sono:

 

  1. Gli esuli: secondo il governo tunisino ci sono 1,5 milioni di rifugiati libici in Tunisia, il governo egiziano ha 1,25 milioni di rifugiati libici, oltre a tutti i rifugiati libici in Algeria, Niger, e molti altri paesi.

 Tuttavia, secondo le nostre stime ci sono circa due milioni di rifugiati libici all’estero. Ricordiamo che la Libia aveva una popolazione di sei milioni di persone, il che significa che il 30% dei libici sono stati costretti ad abbandonare il proprio paese e stanno soffrendo.

 

  1. Controllo della Libia da parte degli estremisti come Al qaeda, in quanto, hanno i soldi, hanno armi e sostegno straniero e migliaia di mercenari. In questo momento i peggiori terroristi del mondo sono in Libia.

Il terrorista più importante è Abdul Hakim Bilhaj che è stato in Somalia, Iraq, Afghanistan, è stato in prigione a Guantánamo e Libia. Nel settembre del 2011, quando la NATO è entrata a Tripoli BilHaj è stato nominato responsabile della sicurezza a Tripoli. È stato pagato dall’Occidente per il suo lavoro scolto con le loro aziende ed è diventato un milionario. Lo hanno ripulito ed è ora ricevuto dai governi occidentali. Oltre a Abdul Hakim Bilhaj, c’è l’ elite del terrorismo in Libia.

3.  Ci sono 35.000 prigionieri politici, in carceri illegali e sconosciute. Essi sono stati torturati, maltrattati, violando tutti i diritti umani. Ci sono anche intere famiglie bloccate. Ogni settimana escono corpi senza vita di questi prigionieri, alcuni sono sepolti direttamente e altri sono tornati alle famiglie.

 

  1. Balcanizzazione della Libia: Stanno cercando di dividere la Libia in tre parti. I fondamentalisti non vogliono una Libia forte, vogliono paesi piccoli e deboli per operare meglio.

I Libici piangono non solo per la Libia, ma cercano soluzioni per non essere “colonizzati”, ci affidiamo a un dialogo in cui includiamo tutti i libici tranne fondamentalisti e mercenari della NATO.

Il dialogo continua, lavoriamo duro per questo. Sarebbe molto più facile se non ci fosse per l’intervento occidentale.

La maggior parte dei libici sognano questi ultimi 42 anni di Jamahiriyah Libia. Questo non è per dire che tutto era perfetto, ci sono stati molti problemi, ma noi i libici li possiamo risolvere e stavamo lavorando per risolverli.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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Saif al-Islam Gheddafi sarebbe stato liberato segretamente a Zintan

Di Allain Jules

Mentre i media libici non parlano d’altro che delle nuove rotte della società Libyan Airlines, tra cui quella tra Zintan e Tobruk a est, indiscrezioni annunciano il rilascio di Seif al-Islam Gheddafi. Vero o falso? possiamo confermare né smentire.

Quello che è certo, il primo Airbus A320 a partire da Tobruk è atterrato a Zintan poco prima delle 11:30 di questa mattina. L’aeroporto si trova a circa 20 chilometri a sud della città ed era stato ristrutturato per accogliere l’aereo. Presente anche il sindaco di Zintan, Mustafa Barouni, che ha accolto il volo inaugurale.

Sempre a Zintan, quindi, è stato riferito che Saif al-Islam Gheddafi è stato segretamente liberato dai suoi rapitori. Avevano rifiutato di consegnarlo a Tripoli, 19 Novembre 2011, il giorno della sua cattura nelle sabbie dei dintorni di Obari (South West). Il figlio di Gheddafi nelle mani delle tribù di Zintan è stato spostato più volte. Le tribù non si sono messe d’accordo, e considerando che molti non hanno tagliato i legami con Gheddafi, è possibile che sia stato rilasciato.
Secondo quanto riferito, sarebbe stato portato in un posto sicuro in Libia o all’estero.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Sirte, 20 ottobre 2011: l’imperialismo assassina Gheddafi

gheddafi-morto1di Marinella Correggia

sibialiria.org.- Tre anni fa, il 20 ottobre 2011 nei pressi della città di Sirte, in Libia, veniva assassinato Mu’ammar Gheddafi: l’epilogo di un’altra “missione umanitaria” della NATO costata più di diecimila morti e che ha gettato quello che era un relativamente prospero paese in un abisso di miseria, violenza, sopraffazione. Sul sostanziale appoggio dato a quella guerra anche da molti “compagni” abbiamo già scritto e così pure sullo sciagurato ruolo che ha avuto (e che continua ad avere) il nostro Paese. Vogliamo ora qui soffermarci su un aspetto particolare di quella guerra pubblicando questo articolo che illustra i briefing che la NATO organizzava periodicamente con i “giornalisti”.

 

 

Durante i bombardamenti sulla Libia nel 2011, la Nato teneva conferenze stampa settimanali sia a Bruxelles che alla sede di Bagnoli (Napoli). Partecipavano giornalisti-tappetino che chiamavano per nome, affettuosi e deferenti, la portavoce Nato da Bruxelles (“Oanà” Longescu, romena) e il portavoce Nato da Napoli (“Roland” Lavoie, colonnello canadese). Sarebbe bastato uno stuolo di giornalisti decenti per metterli in crisi. Perché portavoce e generali si arrampicavano sugli specchi, per non dare a vedere crimini e illegalità. Ecco un resoconto diretto.

Per proteggere i civili in Libia, come ordinava il mandato della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, la Nato avrebbe dovuto rivolgere droni e bombe contro se stessa e contro i suoi alleati locali del Cnt (Consiglio nazionale di transizione, i “ribelli”): visto che questi usavano armi indiscriminate sulle città assediate, in particolare Sirte e Bani Walid. E addirittura, per rimanere nei confini del proprio mandato, la Nato avrebbe dovuto bombardarsi e bombardare il Cnt per evitare attacchi alle forze governative libiche quando queste non minacciavano i civili.

Di fatto gli armati del Cnt sono stati gli unici libici che la Nato ha protetto, permettendo dunque che essi minacciassero e uccidessero civili libici (e non libici).  Surreale. La Nato ha protetto armati (che minacciavano anche civili) in nome della norma Responsibility to Protect che doveva proteggere i civili. E la Nato ha protetto armati usando a gran forza aerei da guerra simbolicamente sventolanti il mandato della risoluzione 1973 che stabiliva il divieto di volo aereo, appunto a protezione dei civili.

Le implicite ammissioni, in un processo, valgono come prova? Se sì, ecco qui di seguito quelle della Nato, raccolte durante le surreali conferenze stampa al comando di Bagnoli (in mancanza di manifestazioni fuori dallo stesso, alle quali partecipare), od ottenute per email da “Nato source” (così chiedono di essere citati i vari capitani e graduati, italiani e Usa, maschi e femmine, da Napoli o da Bruxelles, quando rispondono per email alle domande dei media).

Dalla sede del comando Nato di Napoli, il colonnello Roland Lavoie ha parlato per mesi alle fedeli truppe mediatiche con un francese dal buffo accento canadese ingannevolmente innocuo. Dalla sede centrale di Bruxelles, la portavoce romena Oana Longescu – più realista del re, incarnando l’estensione dell’Alleanza ai fedeli paesi dell’Est Europa  – si è giostrata seccamente fra l’inglese e il francese. Entrambi ripetevano in tutte le salse: impediamo alle “forze di Gheddafi” (mai usato il termine “esercito libico”) di colpire i civili. I giornalisti che frequentano le loro conferenze stampa settimanali da Bruxelles li chiamano per nome affettuosamente (i francofoni pronunciano “Oanà”), consoni al clima di cortesia e disponibilità che li fa sentire ammessi in società e che ricambiano non facendo mai domande scomode; per non diventare dei paria. Con silenzio glaciale e nessuna solidarietà i “colleghi” dei media mainstream accolsero infatti la paria in settembre e ottobre.

Si arrampicano sugli specchi per mesi, Oanà e Roland. Devono negare l’evidenza e cioè che la Nato lotta per il cambio di regime, insieme a una delle parti.

Sostengono a più riprese che non c’è alcun coordinamento con le forze dell’opposizione o forze ribelli; che la situazione viene seguita da “fonti di informazione alleate nell’area”. Dunque, ammettono la presenza a terra di occidentali? “Non ci sono forze Nato a terra” rispondono laconici. Per email i responsabili Nato spiegano: “Sia gli incaricati di individuare e approvare gli obiettivi sia il pilota rinunciavano se c’era il sospetto di ferire o uccidere civili. In alcuni casi l’osservazione video via aerea prendeva 50 ore prima dell’autorizzazione”. Inoltre, “abbiamo avvertito i civili con comunicati stampa, volantini e programmi radio di stare lontani da installazioni militari”.

Tuttavia sono state spesse colpite installazioni civili. Ma praticamente la Nato ha ammesso un solo caso di errore: i sette morti della famiglia Garari il 19 giugno a Tripoli, Suq Al Juma.

Intorno al 10 agosto di fronte alle foto di decine di civili uccisi da un aereo Nato nella notte dell’8 agosto a Zliten, il generale canadese Charles Bouchard (quando c’è lui alle conferenze stampa a Bagnoli la temperatura dell’aria condizionata va tenuta a 16 gradi) dice: “Non posso credere che quei civili fossero lì nelle prime ore del mattino, considerando anche le informazioni della nostra intelligence. Posso assicurarvi che non c’erano 85 civili; non posso assicurarvi che non ce ne fossero”.La Nato per email ribadiva che gli edifici erano un accampamento delle truppe, posto in una fattoria, e che l’osservazione e altri strumenti di intelligence avevano rilevato che non c’erano civili”.

 

Richiesta per email alla Nato: “Perché la Nato ha colpito un accampamento di soldati di Gheddafi? Un accampamento notturno non minaccia i civili in quel momento”. Risposta: “Sì che erano una minaccia reale. Durante tutto il conflitto, si riposavano per lanciare futuri attacchi ed ecco perché le aree di sosta militare erano obiettivi legittimi. Avrebbero potuto provocare future vittime. Le forze militari e le loro strutture erano attaccate solo se erano direttamente coinvolte o permettevano l’attacco ai civili; le truppe non coinvolte nell’attacco ai civili non erano prese di mira”. L’ultima frase contraddice le precedenti. Zliten era un’area pro-regime oltretutto.

 

Il 15 agosto spiegano che stanno bruciando a Brega due depositi petroliferi, “ulteriore prova che Gheddafi vuole distruggere o danneggiare infrastrutture chiave delle quali la popolazione avrà bisogno alla fine del conflitto”. Il 16 agosto alla Nato affermano che le forze di Gheddafi hanno “lanciato verso l’area di Brega un missile balistico a corto raggio che avrebbe potuto uccidere molti civili” e che “mostra che il regime di Gheddafi è disperato e continua a minacciare civili innocenti in Libia. Noi proteggiamo i civili per mandato del Consiglio di Sicurezza e continueremo a premere militarmente sulle forze pro-Gheddafi finché necessario”. Ovviamente “l’azione persistente e cumulativa della Nato crea un effetto ovvio: le forze di Gheddafi che attaccano stanno gradualmente perdendo la loro capacità di comandare, condurre e sostenere attacchi alla popolazione civile”. I gruppi armati – gli unici protetti dalla Nato in Libia – dunque sono sempre parificati alla popolazione civile.

Del resto in Tunisia un dirigente degli alleati locali della Nato, di fronte alla timida accusa da parte dei media “ma voi armati usate i viveri che l’Onu destina ai civili…” rispose secco: “Noi siamo dei civili”.

D’altro canto se dici a Lavoie che gli alleati Nato sul terreno uccidono civili e fanno (dopo la fine del regime) la caccia al nero e la Nato non protegge quei civili, Lavoie allarga le braccia: “Non siamo una forza di polizia”. Ammissione che un bombardamento non può proteggere i civili . E per email, alla domanda: “Come mai non proteggete gli abitanti di Tawergha deportati e i molti neri perseguitati ai vostri alleati? E anche in generale i civili presi nelle aree assediate?”, ecco la risposta: “Abbiamo fatto appello a entrambe le parti per la protezione dei diritti umani. La leadership del Cnt ha chiesto spesso alle sue forze di contenersi. E si è impegnata come nuova autorità al rispetto dei diritti umani; per metterlo in pratica occorrerà tempo e sforzo, e aiuto da parte internazionale. Mentre le forze pro-Gheddafi attaccavano i civili e le aree civili le forze del Cnt in molti casi prima dell’attacco aspettavano che i civili se ne andassero. Non abbiamo notizia che attaccassero civili deliberatamente e sistematicamente”. E dov’erano le prove degli attacchi sistematici da parte delle forze di Gheddafi?

La partigianeria è diventata evidentissima nel mortale assedio Nato e Cnt a Sirte. Se si faceva osservare a Lavoie che l’assedio a civili è un crimine di guerra, il colonnello rispondeva surrealmente: “Il Cnt ha mostrato l’intenzione di far uscire la popolazione civile”.

Mentre Sirte veniva distrutta dai bombardamenti e dai Grad e artiglieria pesante usati dagli armati del Cnt, il colonnello della Nato Lavoie dichiarava surrealmente: “La maggior parte della popolazione di Sirte e Bani Walid non corre più pericoli perché le rimanenti forze di Gheddafi stanno sulla difensiva, nel tentativo apparente di sfuggire alla cattura. Non controllano alcuna zona densamente popolata e non rappresentano più una vera e propria minaccia al di fuori di queste sacche di resistenza”. Minaccia per chi? Per i protetti dalla Nato: gli armati del Cnt. Ma la risoluzione Onu non doveva proteggere armati! Quando si scriveva alla Nato: “Risulta  organizzazioni umanitarie libiche come Djebel al Akhdar, che oltre cinquanta civili siano rimasti sotto il bombardamento di un palazzo crollato all’angolo fra Dubai Avenue e Sept. 1st Avenue, e non poteva che essere un aereo visto il largo cratere prodotto” , la risposta era “non abbiamo indicazioni che sia vero”.

E il bombardamento dell’ospedale Avicenna? “Mai bombardato ospedali, nemmeno vicino a siti militari”. Altra domanda: la Nato sta indagando sui bombardamenti di strutture civili a Sirte? “I nostri obiettivi erano tutti militari dunque legittimi exrisoluzione 1973. Abbiamo agito con cautela, discernimento e precisione. Non siamo a conoscenza di alcuna prova che richiederebbe l’apertura di un’inchiesta formale”. E anche: “L’obiettivo della Nato è sempre stato evitare di colpire i civili. Abbiamo una intelligence solida e processi di selezione degli obiettivi molto stringenti. Consideravano il giorno della settimana, l’ora del giorno e della notte, la direzione dell’attacco. Le munizioni erano tutte di precisione e centinaia di obiettivi sono stata tralasciati per evitare rischi per i civili e le infrastrutture. Anche se in una complessa operazione militare i rischi non possono essere eliminati”.

Sirte distrutta, la Nato la spiega così: “Era l’ultimo bastione di Gheddafi. E’ stata contesta per settimane fra gheddafiani e Cnt”. E qui il surreale: “La Nato incoraggiava una soluzione pacifica. Ma dovevano essere le forze dell’ex regime a deporre le armi e a smettere di attaccare i civili”. Insomma, dovevano arrendersi e agevolare il cambio di regime anziché ostacolarlo.

I ribelli pro Nato del Cnt lanciano missili Grad dentro le città da essi assediate, e lo ammettevano. Sono considerati un’arma indiscriminata, dunque una minaccia per i civili, dalla stessa Alleanza; proprio all’uso dei Grad da parte dell’ex esercito libico, e all’assedio a Misurata, la Nato si era aggrappata in tutti i mesi passati per giustificare i bombardamenti “protettivi” e relative stragi. Sull’uso dei Grad da parte del Cnt la Nato interpellata via email (non) risponde così, dimostrando tutta la neutralità sbandierata da Oanà: “Fin dall’inizio il Cnt ha posto ogni cura nell’evitare  vittime civili e crediamo che continuerà a farlo”. Forse l’intelligence Nato era selettiva e non vedeva i Grad del Cnt, né la caccia ai neri libici e stranieri e ai lealisti.

Surreali le dichiarazioni. Mentre le forze di Gheddafi sono in fuga e si concentrano nel triangolo dove hanno un più forte sostegno popolare, il portavoce il 13 settembre dice che “occupando e reprimendo città come Bani Walid e Sirte le forze di Gheddafi hanno preso in ostaggio la popolazione, esponendola a ovvi rischi, reprimendo la sollevazione e impedendo ai cittadini di andarsene”. Evidente i due pesi due misure rispetto a Misurata, o a Homs e Aleppo e molti altri luoghi in Siria, dove mai i ribelli sono accusati di prendere in ostaggio. “La Nato è riuscita a intercettare e annientare parecchie fonti di minaccia per la popolazione civile, fra cui carrarmati, lanciamissili ecc.; i veicoli della Nato hanno condotto svariate missioni di attacco ben dentro il deserto del Sahara per distruggere le infrastrutture di comando e controllo, un autoreparto e parecchi veicoli blindati impedendo quindi il rafforzamento delle posizioni del regime nel nord del paese”. Poi ricapitola citando la 1973: “Negli ultimi sei mesi le forze della Nato hanno mantenuto costante il ritmo delle operazioni, intervenendo laddove le forze di Ghedafi rappresentassero una minaccia per i civili, che si trattasse di Bengasi, di Misurata, di Sebha, nel sud o di molte altre città e villaggi di tutto il paese.

A riprova della sua imparzialità, la Nato conclude una conferenza stampa il 13 settembre dicendo “La ripresa della Libia è ben chiara e non lascia spazio a dubbi”.

L’assedio a Sirte ha reso la situazione umanitaria disperata. Dall’ospedale – anch’esso centrato da razzi – il dottor Abdullah Hmaid dichiarava alla Reuters che i pazienti morivano per mancanza di materiale ospedaliero e chiedeva a Croce rossa internazionale e Oms di aiutare a rompere il blocco. Ma nessuna organizzazione internazionale ha denunciato l’assedio. Eppure alla conferenza stampa del 27 settembre il colonnello Lavoie da Napoli ribadiva che l’emergenza di Sirte era solo “colpa dei miliziani e dei mercenari di Gheddafi” che non capivano che avrebbero dovuto “arrendersi” e “si piazzano vicino alle case e agli ospedali usando i civili come scudi umani”. Un’accusa che l’Alleanza i suoi paesi membri non hanno mai rivolta ai ribelli asserragliati a Misurata o, in seguito, a Baba Amr in Siria. Per definizione gli scudi umani li usano solo i cattivi. 

Anche per email la Nato ribadisce implicitamente di aver lasciato fare agli alleati assedianti, e getta la colpa sugli assediati. In un’altra email: “I pro-Gheddafi si nascondevano nel centro della città per cercare di usare i civili come scudi umani contro il Cnt. La situazione umanitaria a Sirte era precipitata per gli sforzi delle truppe di Gheddafi di controllare punti di accesso. Checkpoint pro-Gheddafi e cecchini impedivano alle famiglie di spostarsi in aree più tranquille. Le forze di Gheddafi inoltre percorrevano le strade alla ricerca di sostenitori anti-Gheddafi, prendevano ostaggi e  compivano esecuzioni”. Come fate a saperlo se non avevate militari a terra? “Non avevamo osservatori sul terreno ma usavamo i nostri asset di intelligence e sorveglianza per avere un quadro reale Monitoravamo con cura le linee di fronte per identificare chi attaccasse o minacciasse la popolazione”. Era ovviamente impossibile monitorare da 10.000 metri. Dunque?

Il 21 settembre il comandante per le operazioni Nato in Libia Charles Bouchard spiega che “la nostra missione prosegue, perché le forze di Gheddafi minacciano ancora la popolazione”; “invitava i lealisti ad “arrendersi per garantire una fine pacifica del conflitto, anche perché sono circondati e non hanno vie di fuga, in quanto il territorio intorno a loro è nelle mani dei ribelli”. Quanto ai lealisti in fuga, la Nato non li attaccherà perché “si stanno allontanando dalla popolazione e non costituiscono così una minaccia per i civili”.

Ma è stata la Nato a fermare il convoglio in fuga di Gheddafi, e a farlo dunque uccidere.

(VIDEO) Memoria storica: 1986 Intervista a Muammar Gheddafi

(VIDEO) I Libici non dimenticano Gheddafi

da allainjules.com

 Nonostante il suo assassinio macabro orchestrato dagli Stati Uniti e dalla Francia, il fratello Guise Muammar Gheddafi è e rimarrà il leader indiscusso della Libia. Mentre la Libia è assediata da faide tra milizie per il controllo dei profitti del petrolio e del gas, oltre al fatto che il governo di criminali è in fuga, il popolo libico lo ha riabilitato. Terrorizzato dagli attacchi machiavellici della NATO, è stato in silenzio per anni.

Il 1 ° settembre, anniversario del 45° anno dell’ascesa al potere del colonnello Gheddafi, senza spargimento di sangue, i libici hanno approfittato del caos per festeggiare come si deve, la festa della Vittoria. Nonostante la presenza di milizie islamiste sostenute dall’Occidente, queste persone orgogliose, in tutta la Libia, hanno celebrato la loro guida, consapevoli di essere state truffate e ingannate.

Queste circostanze hanno portato a Sebha, Bani Walid, Sirte, Zliten, Al Zaziya, e in altre città libiche, ad organizzare festeggiamenti, con l’aggiunta o meno di fuochi d’artificio per festeggiare la Grande Jamahiriya Araba Libica. Naturalmente, la stampa mainstream, nido di spie, non poteva  diffondere tali informazioni.

 Novità di questo 45° anniversario, le celebrazioni per  Gheddafi hanno varcato i confini libici. Così i libici in esilio in Tunisia hanno celebrato in maniera massiccia in tutto il paese questa festa, a Ben Gardan, Sousse, Tunisi e anche a Medina. La bandiera verde, la vera bandiera della Libia, è stata sventolata così come sono stati mostrati i ritratti del fratello del leader Muammar Gheddafi.

È accaduta la stessa cosa in Egitto, soprattutto al Cairo e Alessandria, dove il generale Abdel Fatah al-Sissi ha autorizzato l’evento.

 Sono quasi 3 milioni e mezzo i libici esiliati che hanno espresso il loro sostegno a Muammar Gheddafi e pochi sono quelli rimasti in Libia. Un affronto agli occidentali, che hanno rovesciato non solo un uomo, ma un sistema sociale che è stato accettato dalla maggioranza del popolo libico.

Ecco perché non vedrete questa informazioni trasmesse dai media occidentali, strumento di propaganda e veri nemici del popolo libico.

[Traduzione dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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La guerra civile dei “liberatori della Libia” per il controllo del petrolio

 Libiadi Achille Lollo, da Roma per il Correio da Cidadania  — 12 Agosto 2014

All’inizio dell’anno, quando le “eccellenze” del Dipartimento di Stato hanno tracciato le linee maestre della politica geo-strategica degli USA, i direttori dei grandi mezzi di comunicazione statunitensi hanno ricevuto il consiglio “di essere molto cauti con il contesto politico della Libia, dal momento che il paese, dopo tre anni di transizione politica, ancora viveva un concitato periodo di confusione istituzionale”. Paradossalmente, anche nei paesi europei membri della NATO, i direttori di giornali, riviste e TV hanno ricevuto la raccomandazione di “trattare con attenzione il materiale informativo relazionato alla Libia”. In pratica, un’attenzione che, in realtà, equivale all’auto-censura dei loro pari statunitensi.

Infatti, già nell’ottobre 2013, era evidente che in Libia la “guerrina tra le milizie”, cosiddetta di “tutti contro tutti”, aveva determinato il rinforzo delle milizie di Misurata e di Zeitan, pronte a scannarsi, di sicuro non per difendere un insignificante Parlamento o un fantasmagorico governo. Ma per assicurarsi, invece, il controllo dei pozzi di sfruttamento petrolifero, degli oleodotti, dei porti con terminali per l’esportazione del gas e del petrolio e, logicamente, degli aeroporti, da dove era possibile avviare qualunque tipo di “commercio”.

Verso la fine del 2013, già erano evidenti le condizioni politiche obiettive, associate ad elementi della criminalità organizzata, che stavano determinando l’implosione del nuovo Stato, la cui definizione di “democratico” è esistita solo negli anacronistici rapporti di Hillary Clinton. Un contesto che era la premessa per una sanguinosa guerra civile che è esplosa in Tripolitania e, soprattutto, nella Cirenaica, dove si trovano le grandi riserve di idro-carburi, le uniche ricchezze della Libia.

Un contesto che è stato letteralmente censurato da tutti i corrispondenti, anche i più navigati, della CNN, della BBC, di Al-Jazeera e della RAI che, di fronte alle telecamere, riferivano che nella capitale Tripoli e a Bengasi “si registravano, appena, leggere sparatorie tra miliziani, che non danneggiavano l’autorità del governo e la stabilità politica nel paese”!

Menzogne di professionisti che dovrebbero dire la verità, dal momento che a Tripoli già si viveva una situazione caotica, mentre all’interno del paese la cosiddetta “guerrina tra le milizie” ha causato stragi impressionanti nelle piccole città e villaggi, dove gli abitanti sono stati fucilati casa per casa, senza nessuna pietà per i bambini e le donne. Secondo un gruppo di giornalisti e professori universitari che sono fuggiti, arrivando a Roma nel mese di luglio, l’avvocatessa e difensora dei diritti umani Salwa Bugaighis è stata uccisa a Bengasi il 25 giugno, perché stava finendo un dossier sui massacri compiuti negli ultimi tre anni da parte delle milizie. Per evitare la divulgazione di questo dossier, gli assassini di Salwa hanno rapito suo marito, chiedendo in cambio della sua vita tutti i dischi rigidi con i files del dossier, le registrazioni e le fotografie. Davvero un lavoro da professionisti, dal momento che in questo “Libro Bianco” erano catalogati, fotografati e filmati in molti casi gli arresti, le torture e i successivi fucilamenti e impiccagioni (senza processo) degli ex-funzionari del governo di Gheddafi, così come l’uccisione degli immigrati africani accusati, ingiustamente, di essere soldati di Gheddafi.

In realtà, l’unica colpa di questi 200.000 detenuti e immigrati, arrestati e uccisi durante i primi due anni della cosiddetta rivoluzione, era quella di essere neri e in gran parte cattolici. A riprova di ciò, la pratica indiscriminata di pulizia etnica da parte delle milizie islamiche, jihadiste e salafite ha spinto le tribù berbere a prendere una posizione difensiva unilaterale, trasformando la milizia Zeitan in un potente esercito tribale, che ha subito occupato l’aeroporto di Tripoli e altri centri nevralgici della Tripolitania.

La distruzione del paese

A partire dal 26 luglio, la “cautela” dei direttori di giornali e la “prudenza” dei diplomatici sono andate a farsi friggere, dopo il comunicato del Dipartimento di Stato che annunciava la chiusura dell’ambasciata a Tripoli e il trasferimento di tutti i dipendenti al confine con la Tunisia, sotto scorta armata pesante (compresi F-16 ed elicotteri). Da parte sua, l’ambasciatrice Deborah Jones ha ordinato a tutti i cittadini americani impiegati in Libia di lasciare immediatamente il paese. Improvvisamente, il mondo ha scoperto che tutte le nazioni che avevano contribuito a liberare la Libia del “boia” Gheddafi avevano già chiuso le loro ambasciate, i consolati, gli uffici delle transnazionali e delle compagnie aeree. Le uniche ambasciate che rimangono precariamente aperte sono quelle del Vaticano e dell’Italia.

Così, mentre le limousines dei diplomatici e degli uomini d’affari dei paesi ricchi sono arrivate ​​sane e salve in Tunisia, migliaia di lavoratori filippini, greci, cinesi, tailandesi, rumeni, portoghesi, vietnamiti, spagnoli e italiani, cioè, la massa della mano d’opera a buon mercato specializzata, assunta dopo la cosiddetta “liberazione”, si ammassava nel porto di Tripoli, per essere evacuata via mare verso Malta. Nel frattempo, le loro case, le automobili e le imprese erano saccheggiate dai ladri o presunti miliziani.

Di fatto, con l’uscita immediata della maggior parte dei lavoratori stranieri dalla capitale e da molte altre città della Tripolitania e soprattutto della Cirenaica, le attività di molti servizi pubblici sono state praticamente paralizzate. Infatti, dopo l’assassinio di un lavoratore filippino e l’”interrogatorio mortale” di altri due lavoratori filippini da parte della milizia, il governo di Manila ha sospeso l’accordo di cooperazione che aveva firmato con l’allora Primo Ministro della Libia, Ali Zeidan, ordinando ai 13.000 lavoratori filippini impiegati nei servizi pubblici e privati di lasciare la Libia in fretta, prendendo le navi che avevano cominciato a trasportare gli stranieri verso Malta.

La guerra civile è scoppiata ufficialmente nel mese di luglio, quando le milizie di Misurata sono entrate a Tripoli, per sloggiare i combattenti della milizia di Zeitan trincerati nell’aeroporto internazionale. Così, tutto ciò che non era stato danneggiato nella capitale negli ultimi tre anni è stato distrutto o sabotato in pochi giorni. In realtà, la milizia di Misurata ha avuto la “brillante idea” di mirare a tutti i serbatoi di benzina e gasolio, provocando un incendio gigantesco, in cui sei milioni di litri di carburante hanno bruciato per una settimana, visto che a Tripoli e in tutta la Libia non c’erano vigili del fuoco! Anche se il gigantesco incendio ha raggiunto i sobborghi di Tripoli, causando la fuga di quasi 80.000 abitanti, nessun paese europeo ha risposto agli appelli del governo libico, che aveva chiesto l’invio urgente di squadre di vigili del fuoco per spegnere il gigantesco incendio. Di conseguenza, a Tripoli, non c’è più benzina e gasolio nelle pompe della città!

Ma è stato il 30 luglio che la Libia è stata definitivamente isolata dal resto del mondo, quando la British Airways ha deciso di sospendere i propri voli per il paese, dal momento che gli aeroporti internazionali di Tripoli e Bengasi erano chiusi. Infatti, negli ultimi due mesi i combattimenti per controllare questi aeroporti hanno messo fuori uso le piste di atterraggio, che sono state distrutte insieme all’intera infra-struttura aeroportuale. Anche la flotta delle sette compagnie aeree libiche è stata decimata: 20 aerei di raggio medio e piccolo sono stati sequestrati dalle milizie di Misurata. Altri dieci, tra cui due nuovi Airbus, sono stati presi di mira con mortai e razzi, finendo per bruciare sul bordo delle piste. Gli altri aerei rimangono abbandonati, soggetti a tutti i tipi di violenza.

Le uniche stazioni aeroportuali che non sono state distrutte sono gli aeroporti di Misurata e di Labraq. La prima, pur avendo due piste per i Boeing e gli Airbus, è stato chiusa a maggio, quando la milizia ne ha occupato la torre di controllo. Pertanto, anche la AirGiordania – l’unica impresa che operava nell’aeroporto di Misurata – ha chiuso i suoi uffici nel mese di giugno. A Labraq, nei pressi di Beida al nord-est della Cirenaica, c’è un piccolo aeroporto che, in condizioni normali, è stato utilizzato per i piccoli aerei delle compagnie petrolifere.

Più anacronistica è la situazione del Parlamento e del governo, i cui gabinetti e ministeri, negli ultimi sei mesi, sono stati attaccati da diversi gruppi armati. Pertanto, dal 14 luglio il Parlamento e il governo si sono rifugiati in un hotel di Tobruk, a pochi chilometri dal confine con l’Egitto. In realtà, dopo aver abbandonato la capitale Tripoli, il Parlamento aveva tentato di installarsi a Bengasi. Un’opzione che ha istigato ancora di più al rifiuto i sostenitori dei Fratelli Musulmani e dei movimenti separatisti della Cirenaica.

Questo dimostra che il Parlamento e il governo sono ancora considerati elementi di una fiction, perché in tre anni di attività non sono riusciti a evitare che la logica dell’interesse e commerciale dei clan tribali condizionasse le attività legislative ed esecutive. Ad esempio, il Parlamento non ha voluto o saputo formulare una soluzione federativa, per evitare l’esplosione del separatismo regionale in Cirenaica e nel Fezzan. Inoltre, il governo non è stato in grado di materializzare l’idea di nazione democratica, avviando un programma di riforme socio-economiche, e impostando le coordinate per la costruzione di un nuovo esercito e di un nuovo governo. In pratica, la politica dei parlamentari e ministri si limitava a definire i contratti (e le tangenti) con le compagnie petrolifere transnazionali e con le imprese straniere fornitrici di servizi.

Va detto che il popolo libico, con la distruzione della Jamahiriya (Stato delle Masse, nella traduzione più comune, il modello istituzionale realizzato da Gheddafi) ha creduto nelle promesse di ricostruzione e di benessere per tutti, fatte dai leaders del Consiglio Nazionale di Transizione, Mahmoud Jibril e Mustafa Abushagur. Così, oggi, Mahmoud Jibril è pubblicamente detestato. Infatti, nelle ultime elezioni, tenutesi il 15 maggio, dei 2,8 milioni di elettori aventi diritto di voto e registrati nel 2011, solo 1,5 milioni hanno preso parte alle votazioni. Di questi, solo 600.000 hanno votato per la lista di maggioranza dell’’Alleanza delle Forze Nazionali’ di Mahmoud Jibril.

Questo buco nero è diventato più ampio con l’elezione “minoritaria” dell’impresario di Misurata, Ahmed Omar Miitig, alla carica di Primo Ministro, con soli 113 voti (per legge dovevano essere almeno 120). In realtà, l’elezione è stata manipolata dai membri della Fratellanza Musulmana, che non ha ottenuto il quorum di 120 voti per sbarrare il secondo mandato del Primo Ministro Abdullah al-Thani, legato ai moderati liberali e ai non-islamici. Per evitare la sconfitta di Ahmed Omar Miitig, è intervenuto un gruppo di miliziani di Misurata, che hanno “convinto” otto deputati ad annullare i loro voti e a dichiarare la loro preferenza per Miitig, che ha così raggiunto i 121 voti necessari.

Di fronte a questa farsa, il vice presidente del Parlamento, Ezzedine al-Awami, che aveva presieduto le sessioni del voto, ha respinto l’elezione di Miitig. Ma il giorno dopo i sostenitori dell’ uomo d’affari hanno presentato una dichiarazione del Presidente del Parlamento, Nuri Abu Sahmein, che dall’estero ratificava la nomina di Ahmed Omar Miitig a nuovo Primo Ministro.

Per comprendere le ragioni che hanno causato la reazione del vice-presidente del Parlamento, Ezzedine al-Awami, dobbiamo ricordare che gli otto membri hanno cambiato il loro voto dopo il rapimento delle loro famiglie da parte di gruppi di miliziani armati di Misurata. D’altra parte, il presidente del Parlamento, Nuri Abu Sahmein, non era in Svizzera per motivi di salute, ma piuttosto per evitare di essere interrogato dai giudici della Corte di Tripoli, riguardo al suo coinvolgimento in un’incredibile “frode fiscale”. Fonti attendibili rivelano che Nuri Abu Sahmein ha negoziato il suo sostegno incondizionato ad Ahmed Omar Miitig contro la promessa dello stesso Primo Ministro, una volta eletto, di seppellire le accuse della Corte di Tripoli.

Naturalmente, questo imbroglio ha contribuito ulteriormente ad aumentare la squalifica del Parlamento e al crescente odio della Milizia di Zeitan contro i miliziani di Misurata, legata ai Fratelli Musulmani. Pertanto, la capitale Tripoli e poi Bengasi sono diventate un vero e proprio campo di battaglia, anche con la ricomparsa dell’ex-generale Khalifa Haftar (il principale uomo della CIA in Libia), che, dopo aver fallito il suo secondo colpo di stato a maggio, ha cercato di occupare Bengasi, convocando dalla sua parte ciò che era rimasto del nuovo esercito libico, con l’obiettivo di “liberare la Libia dai terroristi islamici”.

Conseguentemente, tutte le milizie separatiste, jihadiste e salafite della Cirenaica si sono unite e hanno formato il “Consiglio della Shura, dei Rivoluzionari di Bengasi”, il cui comando è passato nelle mani dei leaders di Ansar al-Sharia, gruppo integralista storicamente legato ad AlQaeda.

Le responsabilità politiche, economiche, sociali e, soprattutto, morali del caos e adesso della guerra civile in Libia ricadono esclusivamente sui ministeri degli esteri dei paesi della NATO, che hanno pianificato la distruzione della Libia, senza avere idea del tipo di Stato e di nazione che avrebbero dovuto sostituire Gheddafi. In pratica, è stata mobilitata una variegata struttura tribale per realizzare una rivoluzione, senza tener conto del peso politico dei clan tribali, a cui è stato promesso che la divisione dei profitti derivanti dalla vendita di idrocarburi si sarebbe fatta secondo la logica tribale, opportunista e insieme autoritaria, totalmente differente dal concetto di Stato e di nazione liberi e democratici.

In breve, i “liberatori” della NATO hanno consegnato al CNT di Mustafa Abushagur e di Mahmoud Jibril un progetto politico, in cui la formulazione del nuovo Stato era condizionata dalla realizzazione immediata di due direttrici politiche: 1) vendicativo smantellamento della Jamahiriya; 2) liberalizzazione immediata del monopolio del petrolio e del gas, a favore dei paesi delle transnazionali dei paesi NATO.

Solo nell’ultimo capitolo di questo progetto – curato all’epoca dall’ex-Segretario di Stato, Hillary Clinton, e monitorato in loco dal defunto ambasciatore americano Chris Stevens – c’era una lunga serie di regole burocratiche per la legalizzazione dei partiti politici, il funzionamento del Parlamento, le priorità della nuova Costituzione, la realizzazione di nuove elezioni, la formazione del governo, il funzionamento dei ministeri, etc etc.

Gli attori della guerra civile

Gli ultimi corrispondenti dell’Associated Press e della France Presse che sono rimasti a Tripoli informano che gli scontri tra le milizie di Misurata e quelle di Zeitan si sono allargate dall’aeroporto a vari quartieri della capitale. Secondo varie fonti, i combattimenti nella capitale provocano, in media, un centinaio di morti al giorno e un numero imprecisato di feriti che nessuno soccorre, perché gli ospedali sono fuori uso, senza farmaci, con pochissimi medici e senza personale ausiliario. Una situazione che, secondo Abdul Rauf, capo del Comitato di Emergenza, “è piuttosto peggiorata dopo la partenza di 3.000 infermiere filippine. Senza di loro e degli altri lavoratori stranieri che sono fuggiti a causa del conflitto, l’intero sistema sanitario è rimasto letteralmente paralizzato, visto che trasferivamo quel personale dove c’era più bisogno.”

Il 7 agosto, la France Presse ha ricevuto conferma da parte del governatore di Bengasi che le milizie jihadiste e il gruppo fondamentalista Ansar alSharia avevano occupato tutte le caserme dell’esercito libico a Bengasi, espellendo le brigate dell’”Esercito Nazionale Libico”, che è l’esercito personale dell’ex-generale Khalifa Haftar. Dopo sanguinosi combattimenti, gli uomini dell’ex- generale si sono ritirati da Bengasi e si sono trincerati lungo l’asse stradale di Al-Uruba ad Al-Kwayfiya.

Non ci sono informazioni dettagliate allo stesso modo circa i combattimenti che si svolgono all’interno della Libia, tuttavia, è noto che le tribù del Fezzan hanno stretto un’alleanza con i gruppi fondamentalisti e jihadisti del Mali, che ora si muovono senza problemi in tutte le regioni desertiche della Libia meridionale.

Il complesso scenario della guerra civile si fa sempre più chiaro con la presentazione dei quattro eserciti che combattono tra di loro per definire il controllo delle due capitali: Tripoli, capitale dei non-islamici, e Bengasi, la capitale dei Fratelli Musulmani. In questo contesto, i raggruppamenti militari possono essere presentati come segue: 

1) Milizia di Zeitan: riunisce tutti i gruppi armati delle tribù berbere, così come i nuovi gruppi non- islamici, che hanno abbandonato l’opzione parlamentare del leader dell’”Alleanza delle Forze Nazionali”, Mahmoud Jibril. Secondo alcune indiscrezioni, anche i militanti gheddafiani che sono sopravvissuti ai massacri del 2011 e del 2012 starebbero ora raccogliendo le armi e lavorando insieme ai miliziani della Zeitan. L’area controllata è soprattutto la capitale Tripoli e le principali regioni della Tripolitania, fino alle montagne dove risiedono le tribù berbere invitte.

2) Esercito Nazionale Libico: dal 1991, la CIA tenne l’ex-generale Khalifa Haftar sequestrato in una residenza nei pressi di Langley. Con la caduta di Gheddafi, l’ex-generale ha chiesto al Consiglio Nazionale di Transizione il posto di capo del nuovo esercito. Tuttavia, alcuni mesi più tardi, è stato rimosso da Mahmoud Jibril se stesso. Con l’aiuto dei fondi segreti della CIA e l’intelligence dell’ Arabia Saudita, ha formato un piccolo esercito chiamato “Esercito Nazionale Libico”, che è apparso sullo scenario nel mese di febbraio, in occasione di un tentativo di colpo di stato disastroso, e poi a maggio, quando Khalifa Haftar ha lanciato i suoi combattenti contro i jihadisti e i gruppi fondamentalisti di Ansar alSharia.

Bisogna ricordare che, nel 2012, Khalifa Haftar ha creato un partito che doveva essere il braccio politico dell’estremismo armato islamico, ma che è stato un fallimento. Così, dopo il colpo di Stato in Egitto del generale Al-Sissi, e la conseguente repressione dei membri dei Fratelli Musulmani, l’ ex-generale Khalifa Haftar ha lanciato gli uomini del suo Esercito Nazionale Libico contro i gruppi jihadisti e, principalmente, contro le nuove brigate islamiche legate ai Fratelli Musulmani. Questo ha fatto aumentare la simpatia degli agenti dell’intelligence dell’Arabia Saudita e del proprio general-presidente egiziano verso l’ex-generale Khalifa Haftar, che ha ricevuto un significativo aiuto finanziario e circa cinquanta “specialisti in telecomunicazioni”.

3) Milizia di Misurata: È la più organizzata, soprattutto perché, nel 2012, Ali Zeidan, subito dopo il giuramento come Primo Ministro, ha dato alla milizia un assegno di un milione di dollari per garantire la stabilità a Tripoli e sottomettere tutte le altre milizie. In realtà, all’interno di questa milizia è prevalsa la simpatia per il progetto politico dei Fratelli Musulmani, associata alla soluzione separatista, dal momento che nel porto di Misurata si trovano i principali terminali per la spedizione del petrolio e del gas. Se poi consideriamo che il Qatar è stato l’unico paese arabo disposto a riconoscere la creazione di un emirato a Misurata, e anche ad aprire le banche di Doha per rendere possibile l’intermediazione nella vendita di petrolio e gas, è chiaro che la Milizia di Misurata è diventata il braccio armato dei Fratelli Musulmani in Libia. Le sue azioni sono, soprattutto, volte alla tutela dei pozzi di petrolio e di gas, delle tubature e dei serbatoi delle raffinerie nella regione, e a cercare di spingere le altre milizie, in particolare la Zeitan, fuori dai confini urbani della capitale Tripoli.

4) Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi: L’apparizione dell’esercito personale dell’ex-generale Khalifa Haftar e la “campagna contro i terroristi islamici” hanno favorito l’unificazione di tutti i jihadisti, salafiti o gruppi armati fondamentalisti a Bengasi, sotto la guida dei comandanti di Ansar alSharia, storicamente legata ad AlQaeda. In effetti, le brigate di questo nuovo esercito sono riuscite a sconfiggere gli uomini dell’ex generale Khalifa Haftar e a impadronirsi di tutti i quartieri dell’esercito regolare, che non ha preso posizione e ha consegnato le armi, le caserme e i blindati al vincitore. La prima conseguenza del successo di questo Consiglio della Shura è stata la proclamazione di un emirato islamico.  

Chiaramente, ora, gli Stati Uniti e tutti i primi ministri dei paesi della NATO che hanno partecipato all’assalto alla Libia di Gheddafi sanno che un intervento avrebbe costi finanziari molto elevati, oltre a molte vittime. Una situazione difficile da spiegare agli elettori stessi, soprattutto dopo i drammatici conflitti scoppiati in Siria, Afghanistan, Iraq e, infine, nella Striscia di Gaza. Dal momento che Barack Obama, David Cameron, Angela Merkel e François Hollande sanno che non sono riusciti a convincere i propri elettori che era giusto distruggere uno stato centralizzato come la Jamahiriya libica, per sostituirlo con un progetto di falsa democrazia liberale, che fin dall’inizio ha nascosto la prospettiva di una guerra civile.

Infatti, la grande problematica degli USA è che, oggi, nessuno sa quando e come potrà terminare la guerra civile in Libia, il cui destino è essere una seconda Somalia, o peggio, un secondo Sudan.  

*Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania.

 

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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