Di Battista: «Non più sudditi, ma un paese sovrano»

di Geraldina Colotti – il manifesto

29gen2015.- Intervista. Il deputato dei 5S oggi al convegno Se non fosse Nato. 

«Non più sudditi, ma paese sovrano». Così Alessandro Di Battista, deputato del Movimento 5S alla commissione Affari esteri, spiega al manifesto il senso del convegno «Se non fosse Nato», che si svolge oggi alle 16, alla Nuova aula dei gruppi parlamentari (Via Campo Marzio, 74 a Roma). Di Battista interverrà insieme ad altri due deputati 5S (il moderatore Manlio Di Stefano e Luca Frusone) e a due ospiti internazionali, Mairead Corrigan, premio Nobel per la pace e André Vltchek, reporter di guerra e autore con Noam Chomsky del volume Terrorismo occidentale. Presenti anche rappresentanti di diversi comitati – Elio Teresi (No Muos), Walter Lorenzi (No Camp Darby), Mariella Cao (Gettiamo le basi, Sardegna) Enrico Marchesini (No dal Molin). Al centro, la proposta di legge di iniziativa popolare su basi e trattati militari, illustrata dal suo redattore, l’avvocato Claudio Giangiacomo.

Perché questo convegno, onorevole Di Battista?
Intanto, la prego, non mi chiami onorevole, sono un deputato. Dopo tanti anni di sudditanza psicologica e militare, l’Italia deve tirare su la testa. Essere alleati degli Stati uniti non significa essere sudditi. La Nato nasce in un momento di profonda divisione fra i blocchi occidentali e sovietici e come organizzazione di mutuo soccorso e difesa. Ma, negli ultimi vent’anni si è trasformata in uno strumento di offesa di popolazioni e governi che, anche se non ne condividono gli obiettivi non possono essere buttati giù dalle bombe Nato. Ci riferiamo agli interventi in Iraq, in Afghanistan, e in un certo senso in Libia, e anche al bombardamento di una grande capitale europea come Belgrado. Oltretutto, queste azioni offensive spesso hanno ottenuto risultati opposti da quelli che si prefiggevano: hanno rafforzato pratiche dittatoriali o il terrorismo internazionale.

E dunque: Fuori l’Italia dalla Nato, come si gridava negli anni ’70?
Ma no, allora io non ero… nato. Studiando lo statuto del Patto atlantico e dei trattati, riconosco che dopo la guerra c’erano situazioni molto complicate, e che quei governi assunsero con decisione il campo degli Usa e non dell’Urss, mentre io caratterialmente sono portato ad essere un “non allineato”. In ogni caso, da strumento di difesa la Nato è diventata un organismo che porta avanti teorie come quella della guerra preventiva, un concetto che trascende gli obiettivi iniziali e va contro quelli della Repubblica italiana. In questo incontro, l’avvocato Giangiacomo illustrerà una proposta di legge di iniziativa popolare per apportare modifiche importanti alle servitù militari. Il testo costituisce la base da presentare in Parlamento, previa consultazione con i comitati territoriali che si occupano di pace e mondialità e che fanno politica nelle piazze, non nelle istituzioni. Gli Stati uniti sono un grande paese da cui possiamo anche apprendere molto, ma non è che tutto quello che arriva da lì dev’essere considerato accettabile per l’interesse generale del nostro paese: non è accettabile il Ttip, il fatto che l’Italia abbia avallato i bombardamenti in Libia per essere gradita agli Usa o che abbia messo a disposizione le proprie basi militari per bombardare Belgrado o che sia ancora sostanzialmente in guerra in Afghanistan, una guerra persa e costata miliardi di euro, vittime civili e soldati italiani, in spregio al diritto internazionale. Non vogliamo più armi nucleari sul nostro territorio quando l’Italia non ha il nucleare e il popolo italiano non le vuole. Siamo ottimi amici degli Usa, ma vogliamo essere amici simmetrici e con una identica voce.

Il Movimento 5S ha organizzato un convegno sui Brics e lei di recente si è recato a Quito, dove ora si svolge il vertice della Celac. Dove preferirebbe andare, a Davos o al summit Celac? E a chi vi rivolgereste se foste al governo?
Io andrei da entrambe le parti. Abbiamo ottimi rapporti con la Federazione russa, a breve avrò un altro incontro per vedere come portare avanti il comune obiettivo della fine delle sanzioni. Le sanzioni alla Russia imposte da Washington hanno messo in crisi l’impresa italiana e quel che ha perso l’Italia in termini di rapporti commerciali se lo sono accaparrati gli Stati uniti, il cui volume d’affari con la Russia è aumentato. Dei Brics ci interessa soprattutto l’orientamento rispetto ad alcune politiche complessive come quella della sovranità bancaria e monetaria. I Brics vogliono costituire un Fondo monetario alternativo. Noi proponiamo una riforma in cui l’impresa privata venga regolata dalla banca pubblica nazionalizzata: prevediamo una banca che si occupi di politiche monetarie e valutarie e una preposta agli investimenti delle imprese. In questo senso, vi sono alcuni esempi in Germania. E certamente guardiamo ai paesi bolivariani dell’America latina, io sono stato di recente a Quito, invitato dal governo ecuadoriano. Nell’idea di raggiungere per quanto possibile la sovranità energetica ed economica dell’Italia, ci rivolgeremmo a loro, per esportare il made in Italy in modo orizzontale. Un grande italiano come Enrico Mattei pensava qualcosa di simile. Ma, in sostanza: l’idea è quella di apprendere e copiare le cose positive di altri paesi e anche riprendere e difendere quelle che avevamo noi in Italia prima che venisse smantellato il sistema pensionistico e sanitario, il welfare buono. Con i bonus del governo Renzi ci stiamo abituando a stare in ginocchio e a ringraziare, mentre dovremmo rimetterci in piedi per rivendicare i nostri diritti: a partire dai diritti economici, dai diritti del lavoro perché, ovviamente quelli civili e politici sono importanti, ma in questi anni siamo caduti nella trappola di separare gli uni dagli altri, scegliendo la “facilità” dei secondi. Ora, bisognerebbe pensare a una grande mobilitazione popolare contro il Ttip. Non sono anti-qualcuno, sono filo-italiano.

Sovranità nazionale o sovranità popolare? Fuori dal Sudamerica, il concetto di sovranità mette a suo agio la destra, non la sinistra.
La proprietà privata è garantita dalla costituzione e noi siamo d’accordo a tutelarla. E siamo per la sovranità monetaria, per il reddito di cittadinanza affinché gli ultimi non restino indietro. Portiamo avanti una politica di aiuto alle piccole e medie imprese che sono alla base della crescita economica del paese. Lottiamo per i diritti economici, che un tempo erano il cuore della sinistra. Non votiamo con i partiti che hanno avuto responsabilità nei governi precedenti, ma su singoli temi, sì: con la destra, abbiamo votato contro il decreto svuota-carceri e la settimana scorsa a Bruxelles con la Lega contro “l’invasione” di 35mila tonnellate di olio tunisino verso la Ue. Mentre i cittadini si dividono per le ideologie, il sistema si divide i nostri soldi.

(VIDEO) Mujica e l’avanzata della destra in America Latina

da lantidiplomatico

L’ex presidente uruguaiano, in un’intervista concessa a RT, ha parlato del processo di pace in Colombia, dei fenomeni globali come l’immigrazione e il terrorismo e, soprattutto, della recente avanzata della destra in America Latina.

L’ex presidente dell’Uruguay, José Mujica, ha rilasciato un’intervista esclusiva a RT durante la sua visita a Cuba. Durante la conversazione, Mujica ha parlato del nuovo governo di Mauricio Macri in Argentina e dell’ascesa della destra in America Latina, oltre ad altri temi di attualità della regione.
«La sinistra non riesce mai a trionfare completamente, perché neanche la destra riesce a farlo da nessuna parte», ha affermato il presidente uruguayano.
 
«La storia umana è un pendolo permanente tra il cambiamento, il passaggio verso l’uguaglianza, per la giustizia, ciò che intendiamo rappresentare come sinistra e l’altra faccia conservatrice, resistente  al cambiamento, entrambe però hanno la stessa patologia», ha spiegato.
 
Secondo lui, «la patologia dei conservatori reazionari è quella di cadere nel fascismo», mentre quella della sinistra è “l’infantilismo” e di “confondere i desideri con la realtà.”
 
«È presente in tutta la storia umana”, ha sottolineato l’ex presidente, che ha portato l’esempio le Indie, Epaminonda in Grecia, i Gracchi a Roma e Gesù. «Vedo questo pendolo quasi eterno», ha aggiunto.
 
Mujica ha anche condiviso le sue opinioni sul processo di pace in Colombia, i negoziati tra le delegazioni del governo ed i guerriglieri delle FARC che hanno avuto luogo a L’Avana.
 
L’ex presidente ha anche colto al volo l’opportunità per discutere di altre questioni rilevanti in tutto il mondo, come l’immigrazione, la crisi economica e il terrorismo, ed ha sottolineato la necessità di affrontare i problemi che riguardano l’ambiente in diverse parti del pianeta.

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In Venezuela ci sono tre alternative

petras

di James Petras – La Haine

21gen2016.- Una è la radicalizzazione per decreto del governo, la seconda è una soluzione temporale negoziata e la terza è una guerra civile.

Efraín Chury Iribarne: Una notizia che oggi si sta divulgando è il decreto del presidente francese François Hollande per la emergenza economica. Come si può interpretare?

JP: Bene, continuano le grandi questioni legate alla stagnazione, alla disoccupazione che supera il 10%, all’incapacità del governo di far ripartire l’economia, allo scontento che è generalizzato. E le misure che ha preso il governo a favore del capitale non hanno dato risultati. Per esempio, i tagli alle imposte, gli incentivi del governo per promuovere gli investimenti ancora non hanno dato nessun risultato.

Vi sono due interpretazioni di ciò: una è che devono cambiare il cammino e tornare a socializzare l’ economia, stimolare gli investimenti pubblici e uscire dalle restrizioni sul deficit fiscale. È quella che potremmo chiamare l’alternativa progressista. E l’altra, purtroppo mi pare, quella cui sta pensando il governo, è di approfondire la liberalizzazione e tagliare gli incentivi sociali, aumentare l’età per le pensioni, seguire un cammino più liberale e utilizzare la terminologia dell’emergenza e le frasi d’occasione, per giustificare una svolta a destra più profonda, più nella linea di Macri. Eliminare le 36 ore settimanali, tornare ai sistemi di pensione ristretti, etc.

Quindi, io credo che la dichiarazione non indica nulla nel senso che la crisi sia differente, è che la tattica del governo è molto più estremista nel senso di destra, e di fronte all’opposizione anticipata dei sindacati e della classe operaia sta tentando di mostrare una situazione di catastrofe. Ma la catastrofe viene dalla politica attuale del governo e semplicemente approfondire queste misure neo-liberiste tagliando pensioni, aumentando le imposte alla classe operaia, non risolverà il problema, continuerà ad arricchire le classi dominanti. Non usciranno dalla crisi economica, però sicuramente approfondiranno la polarizzazione sociale e il conflitto di classe. Credo che implementare il piano di emergenza che hanno dichiarato provocherà molti scioperi e proteste nei prossimi 6 mesi.

 

EChI: Un altro tema di interesse internazionale è il prezzo del petrolio: continuerà a scendere?

JP: Il prezzo del petrolio adesso sta al di sotto dei 30 U$S, qualcosa come U$S 28, U$S 27, e con la fine delle sanzioni all’Iran i prezzi scenderanno ancora, perché l’Iran dice che aumenterà di 500.000 barili al giorno nel prossimo periodo. Possiede sbocchi di mercato e tenterà di tornare a catturare i mercati persi nel passato. E per lo meno nei prossimi 6 mesi, credo che il prezzo del petrolio potrebbe scendere a U$S 25 o anche di più. E la Cina sta rallentando l’economia ed è stata nel recente passato il compratore di più del 60% delle nuove produzioni.

Quindi, con la ridotta domanda asiatica e con l’aumento della produzione in Medio Oriente, avremo un periodo di prezzi molto bassi, sebbene sia possibile che alcuni prezzi possano salire perché ormai il mercato sta assimilando le rimanenze. I piccoli produttori e gli indipendenti andranno verso il fallimento, perché non potranno continuare a produrre a questo prezzo così basso. Nel frattempo, io credo che parte dell’accordo degli USA prevedeva di promuovere la produzione iraniana per abbassare il prezzo e causare più problemi alla Russia, al Venezuela e a altri produttori che presentano alti costi.

 

EChI: In questo momento la posizione della Russia, del Venezuela e di altri produttori è abbastanza difficile?

JP: Sí, è molto difficile, perché il costo di produzione in Russia e Venezuela supera il prezzo che stanno ricevendo. Non hanno creato alternative. Vale a dire, il problema fondamentale della Russia e del Venezuela non è semplicemente che il mercato è sceso, ma il fatto che non hanno diversificato l’economia. Tanto Putin come Chávez e Maduro sono in gran misura dipendenti dalla esportazione di petrolio. E con l’alto costo degli impegni sociali che hanno preso, si trovano in una situazione difficile, nel senso che, per mantenere i programmi sociali che hanno iniziato, in un’ottica di progresso, devono cercare un’altra forma di far quadrare il bilancio ed è difficile, perché la Russia deve difendersi dalle aggressioni. Il Venezuela pure si trova in una situazione economica molto difficile, perché l’economia dipende tanto dai settori capitalisti.

La Russia si trova in migliori condizioni del Venezuela, perché l’opposizione in Russia è molto debole, invece in Venezuela controlla il Potere Legislativo e il partito chavista controlla l’Esecutivo. Quindi, sono attualmente in pareggio e non possono prendere misure al di là delle dichiarazioni di emergenza del governo di Maduro. La situazione è molto difficile.

In Venezuela ci sono tre alternative, una è che il governo radicalizza con decreti le misure economiche, prendendo il controllo dell’economia, però a questo il Congresso nelle mani dell’opposizione va a resistere in ogni modo possibile.

Secondo, che il governo cominci a negoziare con l’opposizione alcune misure di emergenza e per cercare qualche forma di attrarre investimenti, per cominciare a creare un’economia più diversificata a partire da accordi con l’opposizione e alcuni settori capitalisti. Il problema è che l’opposizione cerca di rovesciare il governo, è molto difficile prevedere un accordo, una riconciliazione che potrebbe permettere di far avanzare i programmi sociali. Però, è la cosa più praticabile.

La terza ipotesi è che il conflitto si approfondisca e sfoci, non solo in un conflitto istituzionale tra il Congresso e il presidente, ma che passi alla strada, in una guerra civile. Quindi, ci sono tre alternative, una è la radicalizzazione per decreto del governo, la seconda è una soluzione temporale negoziata e la terza è una guerra civile. È molto difficile vedere altre alternative.

 

EChI: Ci sono altre questioni sulle quali stai lavorando?

JP: Sì, per prima cosa dobbiamo salutare l’accordo dell’Iran con i cinque paesi interlocutori per porre fine alle sanzioni. Comunque, le sanzioni non sono finite del tutto, perché dentro degli USA c’è una grande divisione, da un lato stanno Obama e il segretario di Stato, il cancelliere John Kerry, che cercano una forma di evitare un conflitto e vogliono una riconciliazione con l’Iran, per creare più stabilità in Medio Oriente.

Però, dall’altro lato, stanno i sionisti di Israele, alla testa dell’opposizione e che tuttavia mantengono una forte presenza al Congresso nordamericano, persino nell’amministrazione di Obama. Il segretario del Tesoro e dell’Economia Jack Lew è contro l’accordo, e mentre il governo toglie le sanzioni sull’accordo nucleare, loro chiedono nuove sanzioni contro i missili che l’Iran utilizza per sua propria difesa.

Quindi, vi sono due fonti decisionali negli USA, una è controllata da Israele e l’altra è indipendente, cerca in qualche modo di realizzare una politica nordamericana a favore della riconciliazione. Queste sanzioni sono tolte ma ne cominciano altre, spero che siano di minore importanza e che non abbiano nessun effetto sul grande accordo.

E, a partire dall’accordo potremmo vedere più possibilità per la pace, laddove gli USA e l’Iran potessero lavorare insieme ed evitare le aggressioni dell’Arabia Saudita e di Israele. Ciò è molto in dubbio, la possibilità esiste però vi sono troppi fattori contro, l’Arabia Saudita ha molta influenza, per non parlare di Israele, sulla politica nordamericana. Comunque, l’opportunità di avanzare in termini di stabilità e pace esiste adesso, dobbiamo ringraziare quest’accordo.

Secondo, dobbiamo applaudire i progressi che la Siria sta facendo contro i terroristi grazie al sostegno russo. L’Arabia Saudita e la Turchia continuano a sostenere i mercenari terroristi, nonostante parlino di arrivare a un accordo di pace e dicano di lottare contro l’ISIS, i terroristi. Fanno un discorso doppio.

Ormai è ampiamente documentato che la Turchia sta appoggiando i terroristi, sta facendo il doppio gioco, utilizzando i terroristi contro i Curdi in Siria, mentre parlano di pace, stanno massacrando i Curdi dentro la Turchia. Abbiamo ricevuto comunicazioni di militanti di sinistra dalla Turchia, che sono in clandestinità, perché ormai la purga, la persecuzione è generalizzata. Oltre i Curdi, il governo di Erdogan sta catturando e imprigionando progressisti, militanti di sinistra, persone che sono accademici, per esempio. Io e altri abbiamo firmato un documento, 1.000 firme, incluso Noam Chomsky, però i nostri colleghi in Turchia sono stati imprigionati. I due accademici che hanno cominciato la petizione sono già in prigione, è una situazione molto drammatica come gli effetti dell’ intervento in Siria abbiano avuto ripercussioni negative in Turchia.

E, infine, vorrei commentare sulla crisi della Borsa negli USA, è crollato un 10%, c’è un panico a Wall Street adesso, non sanno come evitare la caduta catastrofica. JP Morgan, la banca più importante, ha detto che interverrà, hanno fatto dichiarazioni chiamando alla calma, che non c’è nulla di male, che non c’è nessuna crisi, che è totalmente irrazionale. Però, non hanno avuto molto effetto: il giorno dopo le dichiarazioni di JP Morgan il mercato è caduto di un altro 2%.

Quindi, non so dove andrà a parare questa caduta della Borsa, però abbiamo visto la perdita di centinaia di migliaia di milioni di dollari in soli tre giorni. E questo avrà ripercussioni in tutto il mondo, in Brasile, Uruguay, Argentina, etc., in Europa nemmeno a dirlo, perfino in Giappone. Dunque, dobbiamo mantenere la lucidità, questa è la conseguenza del dipendere dal settore finanziario per rivitalizzare l’economia, che non è la forma più razionale e stabile. Qualunque cosa può succedere perché ci sono molti speculatori, molti fondi che semplicemente entrano ed escono rapidamente e causano una grande volatilità, e i piccoli investimenti cadono di fronte ai pescecani.

EChI: Petras, stiamo finendo, però prima mi sono dimenticato di domandarti qualcosa sull’assunzione di Jimmy Morales come presidente del Guatemala.

JP: Sì, è un comico che non è un comico, perché ha preso iniziative molto reazionarie, anche con Ríos Montt, l’assassino di migliaia di indigeni guatemaltechi, il processo giudiziario è stato paralizzato. Le conversazioni che abbiamo avuto con contadini e gente progressista nei villaggi ci raccontano che non hanno nessuna speranza. Questo signor Morales è molto differente da Evo, l’altro polo, è un reazionario che utilizza la sua reputazione come comico per ingannare la gente con pretese che faccia qualcosa di differente. Però è parte dell’onda che abbiamo visto ultimamente in America Latina con Macri in Argentina, che tenta di annullare qualsiasi misura progressista, qualsiasi giudizio contro i carnefici.

Pensiamo che Jimmy Morales e Macri formano parte delle nuove dittature blande. Blande nel senso che ancora ci sono alcuni meccanismi costituzionali, però non si può dubitare che il cammino di Macri sia verso una dittatura, presidenziale certo, però utilizzerà tutti i decreti che hanno utilizzato Videla e gli altri militari. Non c’è nessuna differenza ed ecco perché per il cammino che scelgono, azzerare i cambiamenti sociali, concentrare il potere nel capitale straniero, privatizzare l’economia, l’unica forma per arrivare a queste mete è utilizzare il potere dittatoriale. Non c’è nessuna vera democrazia che permetta questa politica economica.

Se richiedi un’economia a favore di Wall Street nelle condizioni dell’Argentina, dovrai imporla con la forza. E in questo bisogna vedere come reagiranno le masse, Macri esclude qualsiasi protesta, qualsiasi sciopero, solo capisce il muro contro muro. Mi dispiace proprio che ciò debba succedere in Argentina, prima o poi assisteremo di nuovo a uno scontro tra la dittatura e qualche sollevazione popolare.

Estratto da La Haine – Testo completo in: http://www.lahaine.org/en-venezuela-hay-tres-alternativas

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

¿Qué informar sobre Venezuela?

por Luis Britto García

DIVULGAR que por el exceso de oferta mundial, el precio del barril de petróleo venezolano se ha desplomado de $100 a unos $23, mientras que producirlo cuesta unos $ 18.

INFORMAR que el monopolio de la producción global de alimentos por unas pocas transnacionales y los trastornos climáticos han provocado un aumento brutal del precio de la comida.

EXPLICAR que ninguno de estos cambios es culpa del gobierno venezolano, sino de megacorporaciones enemigas que rigen la economía capitalista.

EXPONER QUE LA DERECHA sólo tuvo un incremento de 4,22% en su votación y que por falta de un sistema de representación proporcional, habiendo obtenido sólo 56,2% de los votos, le correspondió 67% de las curules.

SEÑALAR que no hubo un cambio masivo del electorado hacia la derecha, sino una abstención de grandes contingentes recuperables que antes votaron por el bolivarianismo.

DETALLAR el enorme esfuerzo que realiza el gobierno para que estén disponibles para el pueblo a precios subsidiados combustible, alimentos y medicinas que a precios de mercado neoliberal serían incosteables.

COMPARAR los precios venezolanos de alimentos, medicinas y artículos de primera necesidad subsidiados, con los precios de mercado que se cobra por ellos en países cercanos.

DEMOSTRAR QUE NO ES EL GOBIERNO quien acapara, esconde productos y especula con alzas de precios, sino el empresariado que a veces los compra con dólares otorgados a tasa preferencial.

PUBLICAR las medidas adoptadas contra comerciantes que acaparan productos y los venden a precios especulativos o hacen contrabando de extracción.

DIVULGAR LISTA DE FUNCIONARIOS que otorgaron dólares preferenciales a empresas de maletín para que los dilapidaran en importaciones fantasmas, el estado de los juicios que se les siguen y las condenas respectivas.

DIFUNDIR LISTA DE EMPRESARIOS PRESOS por creación de empresas fantasmas y obtención fraudulenta de divisas.

PUBLICITAR LISTA DE SANCIONADOS por el bachaqueo especulativo de productos subsidiados, y la de distribuidores públicos o privados penalizados por entregarles directamente dichos productos.

EXPONER las mejoras sociales, económicas, asistenciales, educativas y culturales logradas para el pueblo venezolano, que nos han asignado un Índice de Desarrollo Humano Alto y logrado el Índice de Desigualdad menor en América Latina.

REVELAR el sacrificio y la discriminación que han introducido en otros países las políticas neoliberales de privatización de la educación.

EXPLICAR la mortandad por falta de asistencia médica que acarrearía la privatización de la salud.

REMEMORAR el desastre que el siglo pasado significó para los trabajadores la eliminación neoliberal de las prestaciones sociales, la estabilidad laboral y las indemnizaciones por despido.

REFRESCAR LA MEMORIA sobre la crisis bancaria neoliberal en la cual los banqueros robaron la mitad del circulante del país.

DEMOSTRAR que la privatización de las industrias estratégicas acarrearía una catastrófica oleada de despidos y la pérdida de la soberanía.

PUBLICAR las cifras reales, basadas en conteos de cuerpos, de los homicidios en el país, y no cifras infladas por “encuestas” de “percepción” que “perciben” que en 2009 ocurrieron 21.132 homicidios, que produjeron 19.113 víctimas (¿¡!?).

RECORDAR los operativos de seguridad de fin de siglo, que detenían a todos los habitantes de un barrio para verificar si tenían antecedentes penales.

DEJAR DE CREER que figuración mediática sustituye trabajo político.

EVITAR copiar las atrocidades de los medios comerciales: interrupciones a repetición, interrupciones de las interrupciones, saturación de la pantalla con cintillos, inserciones y logos chisporroteantes, vulgaridad, sensacionalismo, chabacanería.

NO RESUCITAR cadáveres insepultos de la oposición convirtiendo sus necedades en noticias.

UTILIZAR a plenitud el incomparable y mayoritario equipo de intelectuales y artistas revolucionarios.

SUSPENDER el suicidio de ir inhabilitando a los mejores comunicadores progresistas.

Lecce 6feb2016: Il Venezuela tra potere costituente e costituito

di Rete “Caracas ChiAma”

Democrazia partecipata, comuni autogestite, soviet bolivariani.

La Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma” – in previsione del suo Quarto Incontro Italiano a Lecce, 15,16,17 Aprile 2016 – ospita Geraldina Colotti il 6 febbraio 2016, giornalista ed inviata de Il Manifesto in America Latina, autrice del libro “Talpe a Caracas. Cose viste in Venezuela”.

Fondo Verri

6 febbraio 2016 – ore 18,oo 

Via Santa Maria del Paradiso, 8

Lecce

Al giorno d’oggi, l’esperienza rivoluzionaria del Venezuela costituisce la punta più avanzata nella lotta dei popoli del mondo intero per la loro emancipazione dal neoliberismo e dall’imperialismo: il Venezuela bolivariano e chavista è finito sotto attacco dei Poteri Forti e per questo ci tende la sua mano, i popoli del mondo sono chiamati a sostenerla.Il Socialismo del XXI° secolo raccontato partendo dalle sue esperienze più vive e concrete: l’autogestione operaia delle fabbriche, i mezzi di informazione comunitari, gli istituti di democrazia partecipativa, le grandi MISIONES per l’alfabetizzazione, la creazione dell’ALBA e di PETROCARIBE, l’affermazione di un nuovo modello di democrazia a carattere partecipativo.

Caracas ChiAma: il Salento risponde!
Verso il Quarto Incontro Italiano di Solidarietà con la
Rivoluzione Bolivariana
Lecce, 15-16-17 aprile 2016
 
Hacia el IV Encuentro Italiano de Solidaridad con la 
Revolución Bolivariana
Lecce, 15-16-17 aprile 2016 

caracaschiama.noblogs.org

(FOTO) L’Esercito Siriano libera Al-Rabi’yah al confine con la Turchia

da lantidiplomatico.it

Al confine tra la Turchia e la Siria, nel Governatorato di Latakia, l’esercito siriano, questa mattina, ottiene un altro grande successo espugnando un’altra roccaforte in mano ai terroristi ad Al-Rabi’yah.

Salma liberata lo scorso 12 gennaio, così come Al-Rabi’yah, erano ritenute delle roccaforti dei terroristi inespugnabili, vista anche la vicinanza con la Turchia che offriva ogni tipo di supporto alle bande armate.

La cattura della roccaforte dei terroristi di Al-Rabi’yah è arrivata dopo molto tempo per l’esercito arabo siriano (ASA) ed i loro alleati; tuttavia, si è finalmente giunto a compimento per le forze governative che alzato la bandiera della Repubblica araba siriana nella piazza della città dopo una breve battaglia questa mattina nel nord di Latakia.

Secondo una fonte militare che segue l’offensiva dei soldati che hanno catturato Al-Rabi’yah questa mattina, la 103a brigata della Guardia Repubblicana dell’esercito arabo siriano ha condotto l’operazione primaria per liberare la città dai terroristi di Al-Nusra Jabhat (Gruppo siriano Al-Qaeda) e il Free Syrian Army (FSA).

Accanto alla 103a brigata hanno combattuto, Liwaa Suqour Al-Sahra (Brigata Flachi del Deserto), e  Forze di Difesa Nazionale (NDF) e la Resistenza siriana; queste milizie hanno giocato un ruolo fondamentale nella conquista di Al-Rabi’yah questa mattina e in tutte le operazioni militari nella campagna a nord di Latakia.

Oltre a liberare Al-Rabi’yah, 103a brigata dell’esercito arabo siriano ed i suoi alleati hanno imposto il pieno controllo sui villaggi di Al-Rawda, Darvishan, e Touros a Jabal Al-turkmeno (Monti turkmeni).

Con la perdita di Al-Rabi’yah oggi, i terroristi sono in guai seri nel nord di Latakia.

L’ultima roccaforte delle bande armate nel nord di Latakia è Kinsibba, che si trova nel terzo punto più alto a Jabal Al-Akràd (Montagne curde).

 

Di seguito le prime foto della liberazione di Al-Rabi’yah fornite dal portale di informazione Al-Masdar

 

 

 

Sconfitta tattica o strategica?

América Latina en Movimientodi Miguel Angel Núñez*

La riflessioni che seguono si riferiscono a una congiuntura all’interno della quale si colloca la sconfitta elettorale in Venezuela, il 6 dicembre 2015, che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa del processo rivoluzionario venezuelano. Più in generale, se guardiamo oltre i nostri confini, un pericolo imminente sembra gravare sulla stessa sopravvivenza del pianeta, delle società, della specie umana.

 

I principali distruttori del pianeta Terra continuano a imporre il proprio modello di dominio e a controllare la scena mediatica e i modelli educativi, culturali e politici, come i settori economici, finanziari e industriali. E in definitiva, impongono al mondo governi e stili di vita che finiranno per portarci a un suicidio collettivo. Il cammino verso un cambiamento di paradigma, per costruire un’altra società possibile, che dia risposta a queste sfide, sembra pieno di insormontabili ostacoli.

 

I recenti risultati, davvero frustranti, della Cop 21 sui cambiamenti climatici in Francia fanno presagire che il pianeta Terra continuerà a essere sottoposto a gravi prove ecologico-ambientali, che già si manifestano. Dobbiamo dunque prepararci a una nuova tappa.

 

Il lemma della Cop 21, «Trasformando il nostro mondo», e l’agenda 2030 per uno sviluppo economico sostenibile è quantomeno ingannevole. Non tiene conto del fatto che le risorse naturali del pianeta Terra sono limitate e che dunque è impossibile parlare di crescita economica infinita e al tempo stesso sostenibile. Sembra che non si riesca a tratte lezione da quanto già indagato, verificato, progettato e proposto; dati concreti come quelli sulle carestie e sulle gravi diseguaglianze sociali, sul deterioramento degli ecosistemi, sull’erosione dei suoli e la perdita della biodiversità sembrano non suscitare allarme a sufficienza.  Aggiungiamo a tutto questo il grave stress idrico, la contaminazione alimentare, le diverse implicazioni sociali e culturali legate all’estrattivismo di ogni tipo.

 

Quest’ultimo, l’estrattivismo, è il modello di sviluppo dominante nel mondo attuale. Lo sfruttamento irrazionale di ogni risorsa naturale, compreso l’essere umano. Si cerca così di aumentare la produttività, lo spreco totale, l’accumulazione mercantista-finanziaria e il consumismo. Ecco il modello che continua a imporci il trend globalizzato, in tutto il mondo. Da qui il risultato precario della Cop21. Sembra che ai governanti del mondo non importi il fatto che per mantenere il ritmo di crescita economica attuale, avremmo bisogno di consumare tre pianeti come la Terra.

 

Anche i risultati del dibattito sull’aumento della temperatura e sui cambiamenti climatici sono stati precari. E’ illusorio pensare di contenere l’aumento totale entro i 2°C da qui al 2100. Secondo il rapporto della PricewaterhouseCoopers, (PwC 2012), la diminuzione reale delle emissioni di CO2 nel 2011 è stata dello 0,8%. E lo studio spiega che, anche se questa passasse all’1,6% all’anno, nel 2100 la temperatura globale sarà cresciuta di 6°C. Con conseguenze devastanti per la vita sul pianeta.

 

Né si è tenuto conto dei danni associati a un aumento media di temperatura di 2°C – rispetto ai livelli preindustriali. Diversi esperti segnalano: «Non si sta facendo niente (…) per diminuire davvero le emissioni globali, che continuano a crescere. Si prevede una crescita rapidissima e sostenuta delle emissioni al ritmo del 6% all’anno, per quattro decenni, a partire dal 2013!» (Hansen e altri, 2013).

 

Questo modello globale, estrarre-produrre-consumare-sprecare-riscaldare-esaurire la vita sul pianeta Terra ha anche altre gravi conseguenze ideologiche, politiche e sociali. Certo, sono nate e cresciute proposte di progresso in diversi ambiti di società, per iniziare processi di superamento, mitigazione e adattamento alle tensioni ambientali e sociali e affermare un nuovo senso della vita diverso da quello che stiamo mettendo in discussione; ma è certo che molte di queste iniziative mostrano problemi di natura e contenuto.

 

Un esempio: nei primi 15 anni di questo secolo abbiamo celebrato i progressi nel campo dell’inclusione sociale in tanti paesi dell’America latina. Argentina, Bolivia, Brasile, Caraibi, Ecuador, Nicaragua, Venezuela. In diversi paesi, però, questi progressi sono stati congelati e su altri grava la spada di Damocle di un ritorno al passato. In alcuni paesi più che in altri la minaccia permanente di una corruzione «smisurata» delinea un rapporto causa-effetto, rispetto agli antivalori che questo senso globalizzato della vita ci ha imposto.  E quando si combinano l’impunità e l’incapacità di applicare politiche economiche e finanziarie adatte alle circostanze, si crea un brodo di coltura per la recrudescenza delle azioni delittuose e della corruzione.

 

In materia economica, il Venezuela del dicembre 2015 ha evidenziato una serie di problemi: l’enorme corruzione, l’impunità, e una notevole incapacità tecnico-politica quanto a direzionalità e razionalità economica. Nel riconoscere questa realtà, dobbiamo poi sottolineare le permanenti deviazioni ideologiche e indolenze operative che prevalgono nelle istituzioni pubbliche e private nella terra di Bolívar.

 

Su queste deviazioni è stato scritto molto. La grande burocrazia, l’opportunismo e il protagonismo; la prepotenza individuale; il nepotismo di gruppo e famiglia sono stati elementi negativi che hanno contribuito al rifiuto da parte dei milioni di venezuelani non recatisi a votare. In questa protesta civica è stato anche messo in evidenza che negli ultimi 17 anni di rivoluzione bolivariana i diversi e innumerevoli processi di formazione ideologico-politica messi in atto sono stati carenti dal punto di vista della coerenza, ponderazione, modestia e impegno che ogni vero rivoluzionario deve avere, nella pratica della trasformazione rivoluzionaria per la costruzione della nostra nuova società.

 

La formazione ideologica ricevuta non è riuscita a resistere alle forze gravitazionali che promuovevano uno smisurato consumismo e individualismo e la frammentazione sociale. La formazione non si è mostrata al livello della sfida di saper spiegare, chiarire gli elementi di confusione, e che cosa sono e che cosa debbono essere le giuste rivendicazioni  espresse, nello stato di diritto, per l’inclusione sociale.

 

La precaria formazione ideologica si collega anche al fatto che non possiamo importare e imporre proposte o modelli di condizionamento ideologico e politico da altre latitudini. Questo non implica un rifiuto a priori di elementi e progressi altrui. Ma è necessario che emergano, dai nostri propri valori, nuove proposte formative e ideologiche, basate sulle nostre condizioni e sull’identità culturale e integrale dell’essere venezuelani. Da lì devono sorgere valori ideologici che ci aiutino a superare la confusione. Uno Stato rivoluzionario non può sostituire con regali e assistenzialismo il compimento dei suoi diritti e doveri, per andare avanti nelle politiche di inclusione sociale e saldare il debito storico sociale in America latina.

 

Iniziamo il 2016 con l’imperiosa necessità di rielaborare un progetto socio-politico-economico proprio che, in definitiva, ci dia luce e orientamento, a sud, per frenare il saccheggio delle nostre risorse naturali ed energetiche. Così si esprime in effetti l’acuto scrittore e ricercatore Luis Britto García (2015):«Por ahora.  Non inganniamoci. La contesa per il potere politico in Venezuela è solo un mezzo per arrivare a controllare un quinto degli idrocarburi del pianeta» (http://www.alainet.org/es/articulo/174469#sthash.hlFypgxS.dpuf)

E’ importante riflettere e approfondire queste affermazioni. Non solo per le conseguenze ideologiche e culturali determinate dal «rentismo petrolifero» che ha imposto alla società venezuelana un carattere strutturalmente parassitario e improduttivo. Dobbiamo discutere anche delle conseguenze e contraddizioni ecologico-ambientali, inerenti a questo tipo di politica.

 

Le difficoltà sono tante. Specialmente quando valutiamo la volatilità dei mercati e del prezzo del petrolio, la scarsità di risorse minerarie ed energetiche per il loro sfruttamento e gli accordi internazionali da rispettare per mitigare le emissioni di CO2 e le loro ripercussioni sulla temperatura dell’atmosfera. Lo si creda o no, il «rentismo petrolifero» inizia a presentare problemi tecnico-politici che le classi sociali da decenni evitano di riconoscere. Occorre pensare in un altro modo, credere che sia possibile un altro stile e modello di società e per questo ora più che mai non possiamo abbandonare il nostro Plan de la Patria e il suo Quinto obiettivo storico: la necessità di costruire un modello economico produttivo eco-socialista autonomo, fondato su un rapporto armonioso fra esseri umani e natura, che garantisca un uso razionale ed ecologico delle risorse naturali. 

 

Tutti i miei auspici per questo cambio di pensiero, nel nuovo anno. E attendiamo suggerimenti per l’opera permanente di miglioramento del nostro processo di cambiamento.

 

* Agroecologo, docente e autore di saggi sull’ecosocialismo, fra cui Vivirdespiertoentreloscambiossociales.

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Britto, G L. (2015). Por Ahora. On line: http://luisbrittogarcia.blogspot.com/2015/12/por-ahora.html

 

HANSEN J, Kharecha P, Sato M, Masson-Delmotte V, Ackerman F, et al. “Assessing Dangerous ClimateChange: RequiredReduction of Carbon Emissions to Protect Young People, Future Generations and Nature”. PLoS ONE 8(12), 2013. Su:

http://www.plos.org/wp-content/uploads/2013/05/pone-8-12-hansen.pdf

PwC, Too Late For TwoDegrees? Low Carbon Economy Index 2012, PwC, noviembre de 2012. Su  http://www.pwc.com/gx/en/sustainability/publications/low-carbon-

economy-index/index.jhtm

[Si ringrazia Marinella Correggia per la segnalazione e per la traduzione]

 

 

El caballo de Troya del ISIS ¿Hay todavía un piloto en Washington?

por Michael Jabara Carley – Red Voltaire 
21 de enero de 2016.- La crisis siria es un claro ejemplo de doble juego e hipocresía políticas. Aunque el Consejo de Seguridad adoptó –por unanimidad– dos resoluciones, una contra el financiamiento de al-Qaeda y el Emirato Islámico y otra a favor de la paz en Siria, la guerra sigue su curso… gracias al financiamiento de varios miembros de ese mismo Consejo de Seguridad. ¿Son los gobernantes incapaces de lograr que sus administraciones obedezcan? ¿Es una forma de incompetencia política de gobernantes que ya no saben qué hacer? ¿O será más bien una voluntad maquiavélica de proseguir la guerra sin decirlo?
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El caballo de Troya del ISIS (el Emirato Islámico, también designado como Estado Islámico o Daesh, EI, ISIS o ISIL) permite al Tío Sam invadir Siria.

El secretario de Estado estadounidense John Kerry viajó recientemente a Moscú para conversar allí sobre la crisis siria con su homólogo ruso Serguei Lavrov y con el presidente Vladimir Putin. Los periodistas pudieron observar los estrechones de manos así como las sonrisas y risas calurosas entre Kerry y su homólogo ruso. Kerry declaró que el presidente sirio Bachar al-Assad no tendrá que dimitir de inmediato y que Estados Unidos no está tratando de aislar a Rusia. ¡Qué buena noticia y qué agradable sorpresa para los rusos! El show de Moscú dio la impresión de un verdadero éxito. Kerry paseó por la calle Stariy Arbat, donde se encontró con transeúntes rusos sonrientes y compró suvenires para su regreso a casa.

En los siguientes días, el Consejo de Seguridad de la ONU adoptó una resolución que exhorta al alto al fuego y la negociación. Periodistas rusos y occidentales ahora dicen igualmente que existe una esperanza para evitar que lo peor llegue a suceder en Siria. Y es posible que ustedes lo sepan, si Estados Unidos quiere un alto al fuego es porque sus aliados «yihadistas moderados» están siendo derrotados por el ejército sirio, que goza del respaldo de la aviación rusa.

¿Puede ese optimismo garantizar una paz en Siria? Es difícil imaginar de qué manera.

Kerry dirá lo que quiera en Moscú, pero en cuanto llega a Washington cambia de canción, o son sus colegas quienes lo hacen. Su jefe, el presidente Obama, repitió que «Assad tiene que irse» sólo unos días después del regreso de Kerry a casa. Y después apareció la extraña historia publicada por Seymour M. Hersh, el periodista estadounidense especialista en revelar escándalos, quien afirma que no todos los miembros del gobierno [estadounidense] se hallan en estado de muerte cerebral [1], notable descubrimiento cuando vemos la política exterior de Estados Unidos. Varios altos oficiales de las fuerzas armadas estadounidenses, entre los que se hallaba nada más y nada menos que el entonces jefe del Estado Mayor Conjunto, el general Martin Dempsey, estaban en efecto enviando –de manera indirecta y muy secreta– información militar al gobierno sirio para ayudarlo a combatir el Emirato Islámico, al-Qaeda y las fuerzas yihadistas aliadas que operan en Siria. Simultáneamente, la CIA, con el respaldo de Obama, enviaba armas por aquí y por allá para ayudar a los yihadistas a derrocar el gobierno de Assad.

El general Dempsey salió del cargo en septiembre de 2015 y fue reemplazado por el general Joseph Dunford, un verdadero rusofobo, que ve a Rusia como una «amenaza existencial» para Estados Unidos. Este es el tipo de respuesta clásica de Washington: El agresor acusa a su víctima de agresión premeditada. El 22 de diciembre, Estados Unidos golpeó a Rusia con la adopción de nuevas sanciones injustificadas. El pretexto sigue siendo el mismo: la «agresión» rusa en Ucrania.

Una nueva provocación estadounidense, estarán pensando ustedes, mientras que Rusia busca una solución pacífica para la guerra en Siria. El gobierno ruso adopta una posición sensible. Pero, ¿existe una real posibilidad de paz negociada en las actuales circunstancias?

 

Si la guerra en Siria fuese una simple guerra civil, como dicen frecuentemente los medios de prensa, sería posible estimular los beligerantes a vestirse de traje y corbata y sentarse a negociar una solución. Desgraciadamente, la guerra en Siria no es una guerra civil. Es más bien una guerra de agresión a través de intermediarios dirigida por Estados Unidos, el Reino Unido y Francia (hasta el momento de la masacre perpetrada en París en noviembre de 2015), guerra de agresión que Turquía, Arabia Saudita, Qatar, Jordania y el Estado de apartheid de Israel se empeñan en proseguir.

El Emirato Islámico, la CIA y el Ejército Sirio Libre se esconden al paso del oso ruso.

Turquía desempeña en esa guerra un papel sucio, diabólico. Suministra, a través de sus fronteras con Siria, armas y municiones destinadas al Emirato Islámico. En sentido opuesto a esas armas y municiones viaja el petróleo que el Emirato Islámico se roba en Siria, que se vende a bajo precio para generar ganancias que los yihadistas utilizan en su guerra contra Assad. Se estima que el Emirato Islámico obtiene mensualmente 40 millones de dólares gracias a la exportación de ese petróleo (estimado anterior a la intervención rusa), pero eso es una bagatela en relación con el dinero que los yihadistas necesitan para su guerra contra Siria.

En realidad se necesitan muchos más millones de dólares. Arabia Saudita y Qatar son importantes proveedores y financistas del movimiento yihadista salafista. Jordania permite el entrenamiento de yihadistas en su territorio y autoriza el paso hacia Siria a través de sus fronteras. Israel también los apoya en el Golán ocupado, prestando incluso atención médica a los yihadistas heridos [2].

Una coalición de países –cuatro de ellos son incluso miembros de la OTAN– está librando una guerra de agresión contra Siria. Frente a este grupo de enemigos, el gobierno y el Ejército Árabe Sirio, desplegando una notable maestría en materia de guerra, han logrado resistir durante más de 4 años. El presidente Assad ha demostrado su coraje y tenacidad, así como sus calidades como líder, rechazando las presiones para obligarlo a dimitir y manteniéndose presente en Damasco, compartiendo así el peligro que corren todos los sirios con el simple hecho de vivir en su país. No hay dudas de que Obama quisiera deshacerse de Assad antes de hablar de elecciones en Siria, elecciones que Assad ganaría casi con seguridad.

En Moscú, la agencia Sputnik estimó que en Siria hay probablemente no menos de 70 000 yihadistas extranjeros. Esos combatientes parecen en su mayoría muy motivados, ampliamente aprovisionados con armas por Estados Unidos y profundamente implantados en diferentes lugares de Siria. Desde el inicio de la intervención rusa del lado del gobierno sirio, se han alcanzado progresos en cuanto a sacar a los yihadistas de lugares que controlaban. Pero la guerra no estará cerca de terminarse mientras se mantengan abiertas las vías de aprovisionamiento a través de Turquía, Irak, Jordania, Israel e incluso el Líbano.

El papel de Turquía es particularmente peligroso. Es un país miembro de la OTAN y está utilizando su posición privilegiada para cometer actos de agresión, simultáneamente contra Irak y contra Siria. Turquía derribó un avión ruso en una acción premeditada, seguramente con el consentimiento tácito de Estados Unidos, y luego corrió a esconderse bajo las faldas de la OTAN [3]. Todo indica que el gobierno turco quería sabotear la nueva tendencia a la cooperación de Europa con Rusia en la lucha contra el Emirato Islámico, o a provocar una guerra entre la OTAN y Rusia, por muy absurdo que eso pueda parecer. Los demás miembros de la OTAN (como Estados Unidos, Francia y el Reino Unido) también han estado profundamente implicados en esta guerra por intermediarios en contra de Siria. En efecto, después de la destrucción de Libia, se ha sabido que aviones de la OTAN fueron utilizados en secreto para transportar yihadistas y armas provenientes de Libia hacia los frentes del Medio Oriente. Los miembros de la OTAN son, en efecto, aliados del Emirato Islámico y al-Qaeda en la lucha contra el gobierno sirio.

La lección del consejero militar estadounidense a los mercenarios árabes. «Repitan conmigo: “¡Somos rebeldes sirios!”.»

Para estar tranquilos, Estados Unidos y sus vasallos europeos han tratado de enmascarar sus vínculos con la guerra yihadista en Siria iniciando falsas incursiones aéreas contra objetivos del Emirato Islámico, bombardeando a veces unos cuantos buldóceres aquí y allá y provocando explosiones en la arena para que todos las vean. La intervención rusa sacó a la luz el doble juego de Estados Unidos e invirtió la correlación de fuerzas militares en Siria. Pero, en este momento, la fuerza aérea estadounidense advierte a los conductores de los camiones-cisterna de los yihadistas antes de bombardearlos, o simplemente se niega a bombardear esos vehículos –que transportan el petróleo robado por el Emirato Islámico– alegando que son propiedad privada. ¿Cuándo se ha visto, desde la Segunda Guerra Mundial, a Estados Unidos vacilar en bombardear blancos civiles? Podemos imaginar que Obama y la CIA, al verse atrapados con las manos en la masa en Siria, están furiosos contra Putin, que los ha desenmascarado ante todos. Pero el gobierno ruso ha ofrecido a Estados Unidos una «puerta de salida» al proponer una amplia alianza anti-yihadista y negociaciones de paz para resolver el conflicto.

La paz es una idea maravillosa y constituye la puerta de salida ideal para Washington. Es un gesto práctico. Pero, ¿cómo hará el ministro ruso de Exteriores Serguei Lavrov para que Arabia Saudita, Turquía, Qatar, Jordania e Israel –sin entrar a mencionar a los propios Estados Unidos y el Reino Unido– cesen su apoyo al movimiento yihadista en Irak y en Siria? Hablar de una alianza imposible es como meter un pie en un nido de serpientes con la esperanza de que no muerdan. ¿Son realistas tales esperanzas? «Quizás, pero eso no es diplomacia.» Lavrov podrá decir: «Al menos, nosotros hicimos el esfuerzo.» Para ser diplomático ruso en este momento se necesitan infinita paciencia y talentos de actor.

Rusia está tratando con gran delicadeza de llevar a Estados Unidos a poner fin a su apoyo a los «yihadistas moderados». La realidad es que no existen tales moderados. Como tampoco existe el llamado Ejército Libre Sirio (ELS). En cuanto los yihadistas decapitan a unos cuantos infelices, los voluntarios del ESL salen corriendo horrorizados y dejando su armamento en manos del Emirato Islámico, o se mofan de la estupidez de los infieles y se pasan con sus armas al bando de los yihadistas.

Incluso si Rusia obtuviera compromisos verdaderos de parte de Estados Unidos, lo que hasta ahora no parece nada seguro, ¿qué hacer con Turquía, Arabia Saudita y los países del Golfo? ¿Y qué hacer con los yihadistas extranjeros en Siria? ¿Se estimulará a los terroristas y criminales de guerra a regresar a los 40 países de donde provienen para incrementar allí la violencia? ¿Y qué hacer con los yihadistas sirios, aunque no dispongamos de ninguna fuente de información sobre su número? ¿Serán autorizados a quedar en libertad, o peor aún, serán reconocidos como «oposición siria legítima»?

Una coalición anti-yihadista de voluntarios tendría que trabajar muy duro para acabar con el Emirato Islámico y sus aliados. Pero la coalición de serpientes que Rusia está tratando de hacer evolucionar se compone de padrinos del Emirato Islámico. ¿Cómo puede funcionar eso? Algunos temen que la Coalición de Voluntarios, con la posible excepción de Francia, no haya renunciado en realidad a respaldar el Emirato Islámico, a pesar de que digan lo contrario. Estados Unidos sigue siendo el culpable en jefe que sigue aplicando sus peligrosas políticas de doble juego: «Los 4 puntos fundamentales de la política de Obama en Siria se mantienen intactos hasta el día de hoy», escribe Seymour Hersh. Y cita:
- la insistencia en cuanto a la partida de Assad;
- la afirmación de que una amplia coalición contra el EI (Estado Islámico) es imposible;
- el mito de que Turquía es un aliado firme en la guerra contra el terrorismo y
- el mito de que realmente existe una oposición moderada que Estados Unidos tendría que apoyar.

Sólo los yihadistas que obedecen a Washington son considerados «moderados».

Una política basada en falsas promesas conduce inevitablemente a un fracaso. La política de Obama no es la excepción. Assad es un valiente líder de la resistencia siria contra la invasión yihadista. La única coalición posible contra el Emirato Islámico, al-Qaeda y sus satélites es con Assad y Rusia. Turquía es un peligroso provocador que está jugando con fósforos en medio de barriles de pólvora, tratando de arrastrar la OTAN hacia una alianza más profunda con el Emirato Islámico, o incluso a una guerra contra Rusia. Y para terminar, en Siria no hay fuerzas yihadistas «moderadas». El Ejército Libre Sirio (ELS) no existe en lo absoluto y los supuestos «moderados» no son menos asesinos que sus aliados del Emirato Islámico.

No podemos reprochar a los rusos que traten de organizar una alianza anti-yihadista en Siria. Pero sus potenciales aliados, quizás con excepción de una Francia supuestamente arrepentida, son todos un nido de serpientes en la arena. Y Obama, el premio Nobel de la Paz, es la serpiente principal.

«¿Se dan cuenta ustedes de lo que han hecho?», preguntaba Putin en septiembre desde la tribuna de la ONU. Parece que no, todavía no se dan cuenta, aunque digan lo contrario. Pero, como ya sabemos, no hay peores ciegos que los que no quieren ver.

[1] «De militaire à militaire», por Seymour M. Hersh, London Review of Books (Reino Unido), Réseau Voltaire, 18 de enero de 2016. (Este artículo de Seymour Hersh está en proceso de traducción al español. Nota de la Red Voltaire.

[2] «Más de 500 yihadistas reciben atención médica en el Ziv Medical Centre de Israel », Red Voltaire, 23 de noviembre de 2015.

[3] «Los registros de los radares sobre el ataque turco contra el avión ruso», por Valentin Vasilescu; «¿Por qué derribó Turquía el Sukhoi-24 ruso?», por Thierry Meyssan, Red Voltaire, 29 y 30 de noviembre de 2015

300 giorni di guerra allo Yemen: la distruzione di un paese in cifre

da lantidiplomatico 

Il bilancio dei 300 giorni di guerra contro lo Yemen condotta dalla coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita è spaventoso, in primis, in termini umanitari: 8000 morti, di cui 1996 bambini e 1519 donne e 16.000 feriti. E non solo.

Più di 8.000 yemeniti sono stati uccisi, tra cui 1996 bambini e 1519 donne e quasi 16.000 sono stati feriti, secondo il coordinatore dell’alleanza contro i crimini commessi dai sauditi, Ali al-Assemi, dettagliata in una conferenza stampa a Sana’a.

Inoltre, ci sono 1,2 milioni di sfollati e 325,137 mila case danneggiate.

Secondo l’infografica distribuita, sono anche state totalmente o parzialmente distrutte 615 moschee, 238 strutture sanitarie, 569 tra scuole e istituti, e 16 postazioni dei media.

In termini di infrastrutture, gli attacchi della coalizione saudita hanno colpito: 19 aeroporti, 10 porti, ponti 512, 125 centrali elettriche, 167 stazioni di comunicazione, 164 reti idrauliche.

Per quanto riguarda il settore della produzione, il bilancio della distruzione è il seguente: 970 edifici pubblici, 546 depositi di approvvigionamento, 353 tra centri commerciali e mercati, 409 camion di prodotti alimentari, 175 navi cisterna, 238 stazioni di servizio, 59 siti archeologici, 119 siti turistici, 190 industrie, 42 centri sportivi, 7 depositi di grano, 125 centri di ricovero.

Os terroristas

por João Carlos

Há dias, na SIC, um advogado que ali costuma fazer o enquadramento jurídico-legal de crimes que, quase todos os dias, são notícia, questionado pela Júlia Pinheiro sobre os atentados de Paris e os perigos que o Estado Islâmico representaria para os portugueses, disse, depois de manifestar o seu pesar pelas vítimas e a sua solidariedade para com as respectivas famílias, que aquilo que ele teme, realmente, são os banqueiros e os políticos. Esses é que o aterrorizam e representam um perigo gravíssimo para os portugueses, declarou ele com vigorosa firmeza e incontestável coragem. Como isto aconteceu à hora de almoço – e precisamente, na altura em que eu almoçava – dei um salto, engasguei-me e, mal me recompus, aplaudi o senhor, ainda um pouco incrédulo com tão afoitas e lúcidas afirmações. Voltei-me para quem me acompanhava e disse:

– Ou me engano muito, ou o Balsemão vai prescindir dos serviços deste homem. Daqui a uns tempos, já não o vamos ver nem ouvir.

O futuro o dirá. Vamos, como já perceberam, falar dos atentados de Paris, embora fosse do novo governo que eu gostaria de hoje vos falar. Um governo que nos desse esperança de sairmos do pesadelo que foi termos sido vítimas, durante quatro anos, dos mais desenfreados e cruéis atentados terroristas que, por via administrativa, destruíram a vida a milhões de portugueses.

O Estado Laranjânico, onde pontificam sinistras assombrações como Cavaco, Passos e Portas, contudo, ainda resiste num estertor prolongado e fétido, pois o seu venerável chefe, talvez à espera de um milagre que o inspire para uma solução que lhe permita reanimar o monstro sem que lhe chamem Frankenstein, viajou para a Madeira. Portugal pode esperar. Há quem diga, no entanto, que, desesperado, Cavaco Silva apenas quer dar tempo a Passos e Portas para destruírem as câmaras de gás e os fornos crematórios (metafóricos, já se vê), onde esturricaram o presente e o futuro dos portugueses. Deixemos, por agora, o terrorismo interno, e vamos ao terrorismo internacional. Imperial, se quiserem.

A primeira questão que se coloca quando sucede o que sucedeu em Paris, é esta: A QUEM APROVEITA O CRIME? Pensando bem, a questão que se deve colocar, nesta caso concreto, é a seguinte: A QUEM INTERESSA – OU APROVEITA – O ESTADO ISLÂMICO?

O Estado Islâmico interessa a Israel e interessa aos Estados Unidos. Interessa, consequentemente, à União Europeia, cada vez mais entregue às garras dos Investidores e consagrada à voracidade dos Mercados (para além de estar refém de umas fotocópias chamadas dólares). Interessa, ainda, às chamadas petro-monarquicas integristas, como a Arábia Saudita, a quem compete a função essencial de financiar todo o tipo de terrorismo, seja ele o mais fanático, seja ele o de feição mais moderada, como o que pretende destruir o estado sírio, cuja laicidade e pendor tolerante representam uma blasfémia para os fundamentalistas islâmicos. E, pelos vistos, para os governos ocidentais, que se abraçam aos déspotas sauditas, mas acham, como acha Holland, que o ditador retrógado é Assad.

É, pois, perfeitamente claro que o EI não aproveita à generalidade dos países árabes – ou do mundo árabe – antes abre caminho para a ingerência estrangeira (veja-se por, exemplo, a Líbia) e a sua destruição. O EI não aproveita ao Islão, antes contribui para o seu descrédito, já que a propagando ocidental, de forma que tem tanto de infame como de irresponsável, difunde a ideia de que Islão é uma religião de cariz opressor, violento e expansionista, visando a dominação do mundo.  

Quem lucra, pois, com o EI? Israel e o Ocidente. E quando digo Ocidente, não me refiro aos milhões de europeus nem norte-americanos, mas aos grandes interesses económicos que dominam a UE e os EUA, e de onde querem submeter aos seus interesses todos os países e os respectivos povos. Figurões que nunca caem às balas e às bombas que alguém lança por eles. Figurões que não frequentam o Bataclan.  

E no topo disto tudo, Israel e o sionismo judaico, com a sua ambição hegemónica e que já domina quase por absoluto o mundo da alta finança. Para estes novos déspotas da humanidade, o terrorismo é a última coisa que eles querem que acabe, pois com o medo que provoca dá-lhes argumentos para aplicarem as medidas políticas, económicas, sociais, militares e financeiras que melhor lhes convierem. Dá-lhes os pretextos necessários para imporem a sua vontade e terem o mundo – a humanidade – nas mãos. 

E daqui se conclui que o EI resulta do esforço que os EUA/Israel/UE/Investidores têm vindo a desenvolver para controlarem toda a região mediterrânea, como parte de uma caminhada que olha ainda mais para Leste. Aliás, sabe-se que os hospitais de Israel estão a tratar os feridos do EI, e que é Israel o principal comprador do petróleo que o EI vende.
Curiosamente, depois disto ter sido divulgado (por cá, o assunto é tabu para os midia) o senhor Jonh Kerry, secretário de Estado dos EUA – o mesmo que se atreveu a dar palpites sobre a questão catalã, provando que os EUA se julgam no direito de decidir o que cada povo, em qualquer parte do mundo, pode, ou não, fazer – descobriu que Assad compra petróleo ao EI! Só se for para o EI dar mais depressa cabo dele, Assad, e da Síria. Manobra tosca, é claro, mas os EUA sabem bem como a intoxicação informativa destrói toda e qualquer capacidade crítica de milhões de seres humanos. 


Paralelamente a isto, é colocada a questão religiosa. O outro papão. O Islão, dizem-nos, quer dominar a Europa e converter-nos a todos ao islamismo. As nossas mulheres andarão de burka e nós, naturalmente, se resistirmos aos novos senhores, espera-nos a degola. Espantosamente – ou talvez não, dado o estado de profunda catatonia cerebral em que milhões de pessoas se deixaram cair a ver telenovelas, casas dos segredos e discursos do Cavaco ou de dirigentes desportivos – há quem acredite tanto nisto como houve quem acreditasse que os comunistas comiam criancinhas ao pequeno almoço. 

Pelo que estamos a ver, o EI está a dar a Síria a quem a queria. Foi preciso imolar mais de uma centena de franceses, mas Obama, Holland, Merkel e outros ordenanças menores lidam bem com isso. Como Bush lidou com o seu providencial 11 de Setembro. 

Israel agradece. Os Investidores também. 

O terrorismo, por isso, está para lavar e durar!

(VIDEO) LiberaTV intervista Geraldina Colotti

Movilización en Italia: 25 años del inicio de la Guerra del Golfo

por Davide Angelilli – telesurtv.net

Los movimientos han organizado manifestaciones y acciones políticas en diferentes ciudades y lugares del país, denunciando la política exterior del Estado italiano, por su naturaleza opresora e imperialista a detrimento de la autodeterminación y de la paz en el Sur del mundo.

Un grito por la paz internacional desde el sur de Europa. Tras 25 años exactos de la explosión de la denominada guerra del Golfo, este sábado, 16 de enero, movimientos y organizaciones sociales de la izquierda italiana han llevado a cabo una movilización nacional contra la guerra. Los movimientos han organizado manifestaciones y acciones políticas en diferentes ciudades y lugares del país, denunciando la política exterior del Estado italiano, por su naturaleza opresora e imperialista a detrimento de la autodeterminación y de la paz en el Sur del mundo. Las marchas más multitudinarias, con algunas miles de personas, se han realizado en Roma y en Milán.

Contemporáneamente, activistas sociales, sindicales y antimilitaristas, han organizado concentraciones de protesta frente a bases militares estadounidenses en Sicilia, Trieste, Vicenza y en otras ciudades. El inicio de un cuarto de siglo de guerra y militarización sin tregua: el 16 de enero de 1991 se ha convertido en una fecha particularmente significativa para Italia. En un artículo recientemente publicado por el periódico Il Manifesto, el estudioso y experto en cuestiones bélicas, Manlio Dinucci, ha ilustrado cómo la invasión de Iraq fue determinante porqué abrió la actual fase de guerra permanente que está golpeando Oriente próximo. Una fase que está generando una cada vez mayor inestabilidad internacional. La agresión a Irak – continua explicando Dinucci – fue la primera vez en la que la República Italiana participó en una guerra guiada por la potencia norteamericana, violando así el artículo 11 de su propia Constitución, que declara el repudio a la guerra “como instrumento de ataque a la libertad de los otros pueblos y como medio de solución de las controversias internacionales”.

Las fuerzas sociales de la izquierda italiana han denunciado cómo -tras estos veinticinco años de operaciones e invasiones “realizadas en lugares lejanos de las metrópolis europeas y occidentales”- los acontecimientos bélicos se están convirtiendo también en un asunto de interior para los Estados europeos. Tras los ataques terroristas de Paris del último año, a la guerra provocada en el exterior se le está añadiendo una guerra social interna, animada por la islamofobia y por la voluntad de reprimir cualquier manifestación de disenso en nombre del Estado de emergencia. Colectivos feministas han puesto el énfasis en la necesidad de rechazar, por un lado, el uso instrumental de las “mujeres” para generar aversión al Islam en las sociedades europeas.

Y, por el otro, de desenmascarar la “absurda legitimación” de las intervenciones bélicas mediante la retórica de los derechos humanos y civiles de las mujeres violados en los países árabes. Evidenciando, al contrario, que la violencia contra las mujeres lamentablemente es un problema de todas las sociedades, “no tiene raza” y de ninguna manera puede ser fuente de justificación para las posturas racistas que apoyan las guerras internacionales.

Junto con la plataforma social Eurostop (entre los promotores de la iniciativa), diferentes personalidades de la cultura y de la política subrayan la naturaleza profundamente beligerante de la OTAN y la arquitectura antidemocrática de la Unión Europea. También, el alcalde de la ciudad de Nápoles, en el sur del país, Luigi De Magistris se ha adherido a la jornada No War. “Una parte de Occidente nunca ha dejado de tener una postura colonialista hacía los pueblos de Oriente próximo”, ha declarado el político en una nota de prensa a los medios. Más que una manifestación de protesta, las organizaciones sociales han definido la jornada como el primer paso de una movilización política y cultural, para evidenciar la relación directa entre las políticas de guerra en el exterior y las medidas cada día más represoras en el interior de Europa. El punto de inicio de una movilización inclusiva y popular contra el sistema de guerra permanente, en todas sus expresiones.

En el contexto de crisis social y económica que viven las sociedades europeas, los movimientos populares de Italia piden un cambio político radical. Contra la expansión social del racismo y de la xenofobia –afirman- se necesita un proyecto político que trasforme la democracia fósil de las sociedades europeas. Un proyecto que sepa imaginar y construir un modelo de sociedad diferente, con la participación protagónica de los migrantes. De quien, a menudo, escapa de escenarios de muerte y destrucción para llegar a una Europa cada día más injusta y desigual.

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