(VIDEO+FOTO) Come si fa a non volergli bene?

La saggezza nella vita consiste nel fare a meno di ciò che non è essenziale

(Lin Yu Tang – 1895 1976)

El Pepe presidente, guerrigliero e fioraio

Campione esemplare di rivoluzionaria normalità

Pepe

El Pepe con il mate nella mano sinistra e la sua cagnetta scodinzolante

di Ciro Brescia

Non è difficile incontrarlo per le strade di Montevideo alla guida del suo vecchio maggiolone blu metallizzato. Faccia paciosa da nonnetto in pensione, si è presentato al summit del Mercosur, in Brasile – per proclamare, insieme alla presidente anfitriona Dilma Rouseff, l’argentina Cristina Fernandez de Kirchner e il venezuelano Hugo Chávez l’ingresso a pieno titolo, della Repubblica Bolivariana del Venezuela nel mercato comune del Sud – con le stesse scarpe infangate che stava utilizzando nell’orto di casa sua.

Evo Morales, Fernando Lugo e Pepe Mujica nella chiusura del FSA in Paraguay 2010

Evo Morales (Bolivia), Fernando Lugo (Paraguay) e Pepe Mujica nella chiusura del Foro Sociale Andino in Paraguay 2010

Il presidente dell’Uruguay José Mujica è considerato il Presidente di Stato più povero del mondo, lui assicura che non è povero ma che vive in maniera austera e rinunciando al lusso, mette in discussione il consumismo della società attuale e attacca l’ipocrisia in tema di droghe e aborto.

con il cantante portoricano 'El residente' dei Calle 13

El Pepe con il cantante portoricano ‘El residente’ dei Calle 13

«Io non sono un presidente povero», afferma ‘el Pepe’ Mujica, un uomo avvezzo a parlare con calma e tranquillità e poco amico del protocollo.

Con la presidente dell’Argentina Cristina Fernandez de Kirchner

Ha fatto dei ‘principi della decrescita’ uno stile di vita coerente e conseguente: «I poveri non sono coloro che hanno poco. I poveri sono coloro che hanno bisogno di molto». Afferma che a lui «basta poco per vivere, vivo in maniera austera, rinunciando al superfluo».

Con Hugo, Dilma e Cristina a "la Cumbre" del Mercosur

Con Hugo, Dilma e Cristina a “la Cumbre” del Mercosur

Mujica, 77 anni, è stato uno dei leaders del Movimento di Liberazione Nazionale –Tupamaros (MLN), la guerriglia sconfitta nel 1972; sostiene di aver aderito a questa filosofia quando venne arrestato. Ha patito 14 anni di detenzione nei quali ha passato la maggior parte in condizioni subumane in qualità di uno dei tanti “ostaggi” della dittatura (1973-1985).

le scarpe del presidente

le scarpe del presidente

«La notte in cui mi dettero un materasso per dormire mi sono sentito contentissimo. Sono riuscito, così, a sopravvivere. Mi resi allora conto che mi ero, fino a quel momento, creato una quantità di problemi per tante stupidaggini. Essere liberi significa impegnare la maggiore quantità di tempo possibile per le cose che ci piace fare. Per fare ciò abbiamo bisogno di tempo. Se entro nella logica di consumare molto devo passare il tempo della mia vita lavorando per potermi permettere tutto ciò che sto consumando».

Dopo essere diventato presidente nel marzo del 2010, ‘el Pepe’ continua a vivere nella sua casa di campagna nella zona rurale di Montevideo, insieme a sua moglie, la ex tupamara e senatrice Lucía Topolansky, coltivando fiori e ortaggi.

[nella foto con l’ex presidente del Brasile, Lula da Silva]

Il suo patrimonio – la casa, due automobili e tre trattori – è pari a 200.100 dollari, secondo la sua dichiarazione giurata di quest’anno, dona quasi il 90% del suo salario (12.400 USD mensili) per gli aiuti sociali e associazioni, tra queste la Fondazione ‘Raul Sendic’. Tiene per sé stesso circa 1.000 USD mensili.

«Non ho bisogno di più, mi deve bastare, c’è gente che vive decisamente con meno nel mio paese. Quando non sarò più in questo mondo se potrò lasciare una scuola, sarà questa la mia eredità per quelli che verranno dopo di me. È un’attitudine politica che voglio trasmettere alla gente: ‘non alienate le vostre esistenze’». Difende il principio che «l’essere umano deve lavorare per vivere, ma non vive per lavorare».

«È tanto semplice che sembra rivoluzionario. Ma non ha nulla di rivoluzionario, i veri folli sono questa manica di vecchi che credono di aver bisogno di una vita complicata, piena di cose inutili e che hanno bisogno di un esercito di gente a loro servizio. Un trambusto che non serve a nulla, è pagare il prezzo del feudalesimo».

Fonte: ultimanoticias.com.ve

Intervista a Norberto Ganci, attivista e comunicatore sociale

Intervista a Norberto Ganci, attivista e comunicatore sociale, autore del programma di contro-informazione politica e culturale El club de la pluma di Carlos Paz, Cordoba, Argentina

a cura di Marco Nieli

-Norberto, come comunicatore e attivista sociale che opera dal punto di vista, secondo me privilegiato, dell’Argentina, ossia del cosiddetto cono sud, quella parte del mondo che oggi si trova in pieno fermento sociale e politico verso la creazione di un’alternativa integrale al capitalismo, come vedi la situazione del Latino-america  nel contesto anche della crisi internazionale, che si diffonde dagli Stati Uniti verso l’Europa e le restanti aree del pianeta? Qual è la tua impressione sulla nascita della CELAC e i successi dell’ALBA?

Bene, rispetto alla crisi internazionale, a livello economico-finanziario, il continente Caraibico-americano si trova  relativamente ben posizionato.

Fondamentalmente, l’Argentina ha avuto la possibilità di una crescita economica, oltre a riformulare il suo ruolo industriale e agro-esportatore.

Anche il Venezuela, secondo gli indicatori, presenta un panorama favorevole se si confronta con la destabilizzazione finanziaria globale, lo stesso vale per la Bolivia, dal momento che hanno assunto già da tempo un atteggiamento responsabile relativamente alle loro attività produttive e commerciali.

Il Brasile, nonostante il suo potenziale, negli ultimi tempi ha dovuto ricorrere a misure monetarie un tantino arrischiate e complesse, ciò nonostante la sua solidità gli permette di sopportare i colpi provocati dai fallimenti europei.

Atilio Boron e Norberto Ganci

In riferimento alla CELAC  e all’ALBA, è estremamente positivo che questi organismi regionali si stiano consolidando. Era e rimane urgente un consolidamento dell’unione dei nostri paesi, parlo dello spazio caraibico-americano, per fare fronte unito, non solo alla destabilizzazione economico-finanziaria che colpisce l’altra parte del pianeta, ma anche, e soprattutto, allo scopo di coordinare le azioni sul  terreno della difesa.

Il latente pericolo di invasione da parte delle forze militari degli Stati Uniti obbliga a ripensare le strategie difensive, incluse quelle relative alla comunicazione.

-Ci sono speranze che l’Argentina nei prossimi anni decida di entrare nell’area dell’ALBA, come lo chiede la campagna Argentinaalalba? Secondo te, sarà questo governo che potrà portare a questo avvicinamento o l’ Argentina dovrà produrre dei cambi politico-istituzionali in un prossimo futuro? Quale potrebbe essere il ruolo in questo processo dei movimenti sociali e delle iniziative tipo “La Integración”, che inaugurata in Porto Alegre, Brasile?

L’Argentina sta ricevendo da parte dei paesi membri dell’ALBA inviti concreti a definire le sue posizioni. Allo stato attuale, pare che l’Argentina preferisca la cautela piuttosto che assumere misure concrete, al meno in questo campo. I motivi della cautela?… Alcuni li chiamano “tempi politici”…  Vedremo nell’immediato futuro come e che decisioni verranno prese.

Vi sono indizi che ci dicono che l’attuale Governo Argentino sarà quello che si distinguerà in relazione a misure e azioni di profondo cambio politico-istituzionale. Di fatto già lo ha dimostrato assumendo responsabilità impensabili in altri periodi.

Porto Alegre, Radio “LaIntegracion”

I movimenti sociali sono indispensabili per l’accompagnamento delle decisioni del Governo. Ciò nonostante, si osservano comportamenti, dalla gran parte dei movimenti sociali legati al Governo, un tantino “prudenti” e “cauti”, quando si tratta di confrontarsi con altri spazi di azione. Ricordiamo che tutti i movimenti sociali, qui e in qualsiasi parte del pianeta, sono costituiti da esseri umani, perfettibili ma anche con profonde difficoltà come ad esempio: il personalismo, l’individualismo, etc. Dal grado di maturazione dall’individuale al collettivo, dipenderanno i ruoli che ci saranno da assumere e i relativi  risultati…

-Un tema importante del quale si parla molto oggi in Argentina è la protesta popolare contro la minería, amplificata enormemente dai media in regime monopolico contrari all’oficialismo, cioè al governo (sostanzialmente, il gruppo Clarin), che improvvisamente si riscoprono ambientalisti. In realtà, ci sono state forti repressioni della protesta popolare contro le imprese minerarie in Famatina (prov. di La Rioja), Belén, Tinogasta e Andalgalà (prov. di Catamarca), con tentativi di opporre alle proteste delle comunità altre proteste quanto meno ambigue di minatori pro-minería. Di fatto, in Argentina, come in altri paesi latino-americani (Panama, Peru) si comincia a prendere coscienza di quello che implica la mineria a cielo abierto (estrazione mineraria a cielo aperto, con l’uso di dinamite e decantazione al cianuro, altamente inquinante), che oltre tutto regala circa 20.000 milioni di dollari annuali della ricchezza nazionale alle multinazionali anglo-canadesi (secondo i calcoli di F. P. Solanas), dei quali solo l’1% andrebbe alle province, sarebbe a dire  alla collettività. Quello che rimane alle comunità locali è, pertanto, solo lo spreco dell’acqua e l’inquinamento, fenomeni ai quali giustamente le popolazioni cominciano a resistere. Quale è la tua idea in merito e perché si continua a favorire il saccheggio delle risorse argentine, anche dopo la fine dell’era menemista?

Andiamo con ordine: il tema della minería a cielo abierto non è un tema recente. Noi come Club de la Pluma, dal 2005 stiamo discutendo questa problematica socio-ambientale, quando nessuno parlava del tema, nemmeno i media in regime monopolico di disinformazione.

Bisogna precisare un paio di cose in merito alle repressioni: le stesse sono state realizzate da forze locali, provinciali e/o appartenenti alle imprese minerarie. Lo Stato Nazionale non ha represso le proteste. Ma neppure ha fatto nulla per impedire la repressione, per esempio sulle strade nazionali che sì sono di competenza dello Stato Nazionale.

Bisogna anche precisare che non solo ne La Rioja e in Catamarca esiste la problematica mineraria, ma anche nella maggioranza delle provincie che afferiscono alla Cordigliera delle Ande.  I progetti di sfruttamento minerario si sono diffusi lungo la Cordigliera, non solo in Argentina, ma anche in vari altri paesi. È una problematica regionale, non solo dell’Argentina.

Contrapporsi alle  miniere, è contrapporsi a un potere che va al di là della nostra semplice comprensione. Ricordiamo che l’Honduras, quando il suo Governo Costituzionale ha preteso prendere misure rispetto all’industria mineraria, ha sofferto il colpo di stato che lo ha destituito, provocando, fino al tempo presente, persecuzioni, assassini, etc.

Credo che quanto su esposto, in ultima istanza, sia il nodo di tutta la problematica.

In relazione ai danni che comporta la minería a cielo abierto, per quanto io non sia uno specialista, tuttavia conoscendo vari lavori al riguardo, credo che bisogna analizzare quale delle alternative estrattive sarebbe la meno dannosa per l’ambiente, dal momento che qualsiasi forma di sfruttamento minerario è inquinante. Ci sarebbe anche da analizzare se sono necessarie tanti sfruttamenti minerari per la vita sul pianeta… dubito che servano a soddisfare la fame di molti abitanti che oggi subiscono questo flagello…

La minería a cielo abierto non solo ha provocato inquinamento e spreco di acqua, ha anche provocato desertificazioni, esodi di popolazioni, disoccupazione, etc.

-Oggi giorno il messaggio che si vuole far passare in Argentina è che la protesta anti-mineraria è una protesta anti-progressista e anti-sviluppo. Ci potresti spiegare meglio come funziona il perverso meccanismo (para)-istituzionale che porta i governatori delle province ad attribuire concessioni a queste mega-imprese straniere per ciò che riguarda lo sfruttamento delle risorse minerarie? L’Argentina non ha una legge che permetta una regolamentazione di questo settore così importante per lo sviluppo sociale in riferimento anche all’ambiente? Perché non si applica e per quale sistema di complicità più o meno profonde? La nazionalizzazione delle risorse sarebbe una soluzione, secondo te e in che forma?

Credo di aver già risposto in parte, però è utile ribadire, che come si è presa la decisione politica di sostituire una legge sui media proveniente dall’epoca della dittatura, questo non si ripete con la legge sulle miniere ereditata dall’epoca nefasta di Menem. Credo che ciò abbia una stretta relazione con ciò che dicevo prima. È la pericolosità di affrontare un potere più forte dei monopoli mediatici…

con Ignacio Ramonet, FSM Porto Alegre 2011

La nazionalizzazione delle risorse sarebbe chiaramente una soluzione. Ci sarà sufficiente sostegno per prendere una misura di tale portata? Saremo seguiti dai restanti paesi della regione?

E nel caso che si arrivi a questo, non solo nell’area mineraria, ma per tutte le risorse e/o beni naturali dovrebbe avvenire questo passaggio della nazionalizzazione, non solo da parte dell’Argentina, ma da parte di tutti i paesi che integrano il Continente, per fare fronte comune insieme alle conseguenze inevitabili… potremo fare questo salto?

-Un fatto che mi colpisce molto, vivendo nel tuo paese, è come la classe media possa disprezzare tutto ciò che rappresenta l’industria nazionale o nazionalizzata e valorizzi unicamente ciò che viene da fuori. Si sente molto ripetere che in questo paese l’industria pubblica non può funzionare per una generica inefficienza strutturale del popolo argentino, o perché, si dice tutti nel pubblico ruberebbero o trufferebbero. Questa maniera di pensare contraddice ovviamente risultati e conquiste importanti dell’epoca del primo Perón, che ha sviluppato l’aeronautica civile e militare, l’industria del gas e del petrolio nazionalizzate. Di fatto, nel panorama attuale tutti i giorni abbiamo esempi di come l’industria privata sia all’avanguardia della rapina e dell’inefficienza. Sto pensando al disastro ferroviario del passato 23 febbraio nella Stazione Once (linea Sarmiento) della Capitale Federale, dove sono morte 50 persone e sono risultate ferite altre 700. La concessionaria privata di questa ferrovia (il gruppo TBA, dei fratelli Cerigliano) ha ricevuto un sacco di soldi dalla Segreteria del Trasporto negli ultimi anni e non ha realizzato la necessaria manutenzione dei freni, cosa frequentemente denunciata dagli operai e dai sindacati indipendenti (al contrario, sappiamo che i  sindacati filo-governativi sono stati cooptati dai poteri forti affinché si coprissero le inadempienze degli accordi). Fuori dall’Argentina, un paese come il Venezuela ha un piano di costruzione di circa 10000 km di linee ferroviarie, tutto come investimento statale e come sostegno all’impiego. Che ti sembra riguardo al tema dell’infrastruttura del trasporto nel tuo paese, in relazione a ciò che accade nei paesi vicini? Quale sarebbe un possibile cambio di direzione, anche recuperando modelli del passato argentino, in una chiave attualizzata?

È un tratto folkloristico che si dica che ciò che è nazionale non serve, è il riflesso delle imposizioni risultato dei meccanismi di dominio a livello mediatico. “Lo statale è inefficiente, il privato è efficiente”. Più o meno così è stato instillato nella coscienza e nell’inconscio collettivo. Quando la realtà storica ci dice chiaramente  che non è stato così, almeno sotto molti aspetti.

In relazione al sistema di trasporti, come anche nel campo della minería, dall’epoca menemista si è privilegiato il privato, si sono vendute tutte le imprese dello Stato Nazionale e tra queste il sistema di trasporto ferroviario, provocando il suo smantellamento; lo si è smembrato, alienando i suoi beni, lasciando senza impiego molti lavoratori, lasciando senza vita molte comunità che oggi sono considerate fantasma, tra l’altro.

Uno degli argomenti che furono utilizzati per la sua privatizzazione era il danno economico per lo Stato, cioè che la ferrovia dava perdite… Quando parliamo di “servizi pubblici”, questi, nonostante le eventuali (discutibili) perdite, debbono essere offerti dallo Stato. Un ospedale pubblico non può essere valorizzato per le perdite o profitti economici, deve essere valorizzato per le vite che salva, per l’assistenza ai più bisognosi.

Non possiamo paragonarci con paesi come il Venezuela, dal momento che lì esiste un’altra politica dello Stato con una direzione ben determinata: il Socialismo. L’Argentina non si è  espressa in questo senso in nessun momento. È un dettaglio tremendamente importante al momento di imporre politiche sociali statali… Ciò nonostante credo che, come a livello idro-energetico, in campo ferroviario andiamo verso una ri-statalizzazione del sistema, il che dovrebbe combinare la via terrestre e la marittima per confluire in un sistema integrato di trasporto.

-Un altro fattore, di straordinaria importanza, mi sembra quello del debito esterno e dei problemi che ha avuto l’Argentina con le condizioni capestro imposte dall’FMI. In differenti occasioni offerte da El Club de la Pluma, si dedica giustamente un ampio spazio a come è nato storicamente questo debito in Argentina, con l’aiuto di un esperto storico come Nestor Forero. Oggi giorno, molti paesi europei stanno passando per gli stessi processi che voi avete sperimentato (per parlare solo dell’ ultima volta) 10 anni fa: la Grecia è stata ridotta praticamente alla fame per colpa delle condizioni durissime imposte dalla così detta trojka (FMI, BCE e Commissione Europea) in meno di 2 anni; l’Italia, la Spagna e il Portogallo stanno ratificando il così detto ESM (European Stability Machanism) che implica prestiti da parte dell’FMI a tassi scandalosi e come contropartita richiede una “condizionalità” assoluta in termini di riduzione della spesa pubblica (con licenziamenti in massa di impiegati statali, aumento della pressione fiscale, tagli ai sistemi sanitario e formativo, etc.). L’Italia, come ha appena annunciato il Primo Ministro Monti, ha 20 anni di sacrifici  davanti (sacrifici soprattutto per le masse lavoratrici, il così detto lavoro dipendente, che già prima sosteneva quasi l’80% dei costi dello Stato). Secondo te, perché si insiste con le stesse ricette che già si mostrarono fallimentari non una ma mille volte? Non credi che ci sia anche una mancanza di informazione corretta da parte della gente, che non sa quello che realmente succede al di sopra delle proprie teste e non si rende conto che il suo destino lo decidono i burocrati oscuri di Bruxelles o New York, senza che la loro sovranità nazionale conti assolutamente nulla? In ultima analisi, non ci sarà un deficit strutturale di democrazia nella fase che stiamo sperimentando tutti quanti dai due lati dell’oceano?

Credo, amico mio, che qui dovremmo parlare del grande debito che abbiamo, noi tutti, i popoli, con noi stessi:  “il popolo non è mai stato governo”. Siamo stati e siamo governati dalle oligarchie borghesi. Chi sta al potere nei paesi dell’Europa che attraversano oggi la stessa storia che  abbiamo subito noi, sono gli appartenenti al cosiddetto Club Bilderberg, cioè quelli che decidono chi muore e chi vive su questo pianeta. La loro meta è ridurre sostanzialmente la popolazione mondiale. Fino a quando i popoli non assumeranno l’impegno di prendere il potere e di destituire, una volta e per sempre, questi che manipolano le nostre vite e le nostre morti, non ci sarà alcun cambio che ci possa favorire. La questione centrale è chi esercita il potere, e i popoli che, avendo tutto per farlo, non lo esercitano, non lo esercitiamo. Permettiamo che ci manipolino e decidano, come vogliono, la nostra esistenza… Siamo responsabili di non agire…

-Un grande intellettuale e politico italiano, Antonio Gramsci, che nel Latino-america si conosce e studia attraverso la traduzione di due argentini, Aricó e Agosti, nei primi anni ’60, parlava di costruire l’ “egemonia” politico-culturale come progetto di società alternativo al “blocco” capitalista. In questo processo di costruzione, un ruolo fondamentale  lo gioca sicuramente l’informazione e, nell’epoca attuale, i media in regime oligopolico che, a livello mondiale, decidono quello che è importante sapere e quello che non lo è, e anche la maniera di saper le cose. Per questo mi sembra imprescindibile cominciare a costruire reti di soggetti comunicatori alternativi, come la Rete di Media Indipendenti in Argentina, che spezzino il monopolio della informazione e comincino a valorizzare la comunicazione dal basso. Di nuovo, nell’ottica dell’integrazione latino-americana. El Club de la Pluma è uno di questi soggetti indipendenti e, come tale, gioca un ruolo fondamentale nello scenario argentino attuale. Quali sono le direzioni future dell’azione comunicatrice del Club e in che direzione si va sviluppando (pragmaticamente parlando) il suo/vostro progetto integrazionista?

Non posso rispondere senza prima ricordare che le costruzioni collettive di comunicazione alternativa, nella loro grande maggioranza sono attraversate da personalismi, da legami politici di partito che impediscono che il collettivo sia questo, collettivo, di tutti, e gli impediscono di essere alternative, copiando i modelli monopolici di comunicazione.

La costruzione egemonica della quale parlava e ancora oggi con la sua eredità ci parla Antonio Gramsci, è quella riferita al gran debito che abbiamo con noi stessi. Un’egemonia lontano dai  personalismi e che promuova le azioni collettive pure, senza ingerenze di partito.

Con El Club de la Pluma stiamo lavorando costantemente per raggiungere questo obiettivo, cercando di costruire spazi dove si possano riflettere tutte le voci possibili, dove i pensieri possano trovare accoglienza e riscontro.

Non ci prefissiamo direzioni o mete determinate dal momento che, nella misura che andiamo avanzando, stiamo costruendo, ciò nonostante, durante questo anno 2012 abbiamo vari compiti che ci siamo proposti di realizzare, come per esempio continuare con il nostro progetto comunicazionale alla radio, il consolidamento dei nostri siti web, la presentazione di libri di diversi autori introdotti in contesti scolastici, etc.

Ok, grazie mille, Norberto e buona fortuna per il tuo lavoro politico-comunicazionale e di militante.

Rivoluzione, arte e filosofia: Conversando con Gramsci

gram

Gramsci in the sky with diamonds!

di Miguel Posani

«Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione»
(Antonio Gramsci)

Lentamente si va facendo visibile un paesaggio davanti a me, un piccolo lago, non so in quale parco, alberi tutt’intorno. Mentre osservo i suoi colori, mi rendo conto che sono seduto su una panca, di quelle di legno. Il sole è alle mie spalle e ho qualcuno al mio fianco che conversa con me e mi dice:

«Guarda quello che sta succedendo, ora state cominciando a capire quello che teorizzai a suo tempo, il problema della egemonia non è semplicemente la questione di chi controlla il potere politico o l’apparato dello Stato, l’egemonia culturale è qualcosa di più complesso e complicato, nella quale partecipano tutte le menti della società… Guarda cosa è successo con l’Unione Sovietica e tutti quei tentativi di rivoluzione socialista, al di là di altri errori, non seppero focalizzare il vero problema egemonico che non sta nei mezzi di produzione, nella burocrazia dello Stato o nelle leggi, non sono stati capaci di concentrarsi nella quotidianità che ognuna di quelle menti riproducono, nelle loro mutue complessità che riproducono uno schema sotterraneo incosciente».

Mi volto verso il mio interlocutore e mi rendo conto che colui che ho al mio fianco è una persona che si maschera la faccia con una grande fotografia di Gramsci, l’abbassa e mi spavento perché chi la sostiene è lo stesso Gramsci che sorride, è veramente piccolo come nelle foto e al vedere la mia sorpresa sorride ancora di più e senza darmi il tempo di dire nulla continua a parlare:

«L’opportunità che voi avete per la quale siete maturi è quella di sviluppare una vera guerra di posizioni simboliche, non solo nell’ideologia, ma in ciascuna area di riflessi incoscienti che sono le loro basi. Renditi conto che questo problemino con gli studenti delle università private e con i preti, con i mezzi di comunicazione, con la burocrazia e la corruzione che avete adesso, lungi dall’essere qualcosa di negativo va a rafforzarvi, quelli, la destra e l’imperialismo, si stanno rinnovando nella loro tattica e strategia, e questo vi obbliga a fare la stessa cosa. Non è un male, per fortuna ci sono loro, non importa quanto siano stupidi, sono un’opposizione interna ed esterna che vi aiuta a sviluppare anticorpi».

Si aggiusta gli occhiali e parlandomi in italiano con accento sardo, mi dice che è preoccupato per la sua salute e inoltre sua moglie è da molto tempo che non gli scrive… non so che dirgli… mi guarda, credo che intenda il mio imbarazzo e ride di nuovo, continuando a parlarmi:

«Devi capire questo: il senso comune è un conglomerato di abitudini e aspettative che sono vigenti giorno dopo giorno nel quotidiano delle persone, sono come una colla che mantiene l’ordine sociale delle cose. Si manifesta per esempio con le frasi fatte, nei giri verbali tipici, nei gesti automatici, negli stereotipi e nelle reazioni di fronte agli avvenimenti. L’insieme di questi contenuti del senso comune si identifica per il soggetto imbevuto di ciò, con la realtà stessa, anche se è soltanto parziale e immaginario»… tento di interromperlo ma non me lo lascia fare… «il senso comune non ‘apprende’ dalla realtà ma lavora come filtro e ordinatore di questa a sua volta, secondo canoni ancestrali che si mantengono occulti alla coscienza».

Mi rendo conto che ho una certa difficoltà nel seguirlo perché mi sto chiedendo se questa conversazione sia reale o sia un sogno, però continuo ad ascoltarlo con attenzione:

«Voi, per la prima volta in una rivoluzione, state prendendo coscienza che il problema non è soltanto economico, o storico, il problema della ‘sovrastruttura’ è veramente un problema, dovete prendere coscienza che la lotta è molto lunga e la sfida è riuscire a voltare di 180° nella cosmovisione del senso comune, cambiare i sentimenti morali, avvelenati e condizionati dal capitalismo, fino a toccare le reazioni fondamentali del senso comune. So che adesso dovete affrontare una guerra che prima non esisteva, quella che chiamano guerra mediatica, quel monitor che si trova in tutte le case e che ha condizionato tutti con la sua musica, le sue immagini, la sua estetica, non solo nelle vostre credenze ma arriva molto vicino a quelli che si possono definire gli istinti freudiani. Questa è la vera guerra per l’egemonia; si sono conquistate molte cose ma manca il nucleo centrale riproduttivo del quotidiano che non sta ‘fuori’ nelle relazioni sociali ma si trova dentro di ognuno di noi.

Te lo espongo in un’altra maniera, l’ho spiegato nei quaderni del carcere.

L’ideologia borghese non deve essere combattuta solo nel campo aperto degli scontri ideologici ma anche nella discrezione del senso comune, nella riproduzione del suo sostegno, dei suoi simboli ed immagini, attraverso la penetrazione sottile, millimetro a millimetro, cervello a cervello, idea a idea, abitudine ad abitudine, riflesso a riflesso. Capisci allora quando parlo di ‘aggressione molecolare’? Ma inoltre, se facessimo solo questo staremmo soltanto cambiando una cosmovisione e un’alienazione con un’altra, il problema è più complesso. Oggettivamente la mutazione e l’evoluzione per la quale lottiamo non riguardano soltanto le convinzioni politiche, ma principalmente le reazioni spontanee, i sentimenti fondamentali, i riflessi che determinano incoscientemente la condotta. Le condotte sedimentate nell’inconscio umano da secoli e millenni devono essere sradicate, per fare posto a una nuova costellazione di reazioni o, per meglio dire, passare da una reazione ad una maggiore coscienza.

In questa guerra per l’egemonia si richiede una pluralità di canali di azione e comunicazione informali e apparentemente svincolati dalla politica, attraverso i quali si può andare iniettando impercettibilmente nel senso comune una gamma completa di nuove parole, abitudini che vanno modificando i modelli di comportamento da incoscienti ed alienati per passare a modelli coscienti, autoriflessivi e critici».

Lo interrompo e gli faccio notare che ciò che mi dice si avvicina all’esoterismo tipo ‘new age’ e lui se la ride di nuovo dicendomi che ha sempre criticato il meccanicismo manualesco ed il dogmatismo, che i suoi anni in carcere sono stati un profondo periodo di meditazione ed introspezione che gli hanno permesso di vedere più in là del momento storico e comprendere che una rivoluzione autentica deve andare più in là di se stessa gettando il suo sguardo non solo all’indietro nella storia ma più in avanti, nel futuro, nella scommessa di un futuro più umano, più in armonia con la natura e con lo spirito della terra, solo così si salverà dal cadere nelle fosse e nelle trappole dei diversi dogmatismi, dei conservatorismi ed estremismi nocivi per il processo rivoluzionario.

All’improvviso nel cielo chiaro si scatena un fulmine che cade nel centro del lago distogliendoci dalla nostra conversazione, ad un certo punto, solo un istante di oscurità e aprendo gli occhi mi rendo conto che mi trovo in una cella e che il suono del fulmine è stato prodotto dall’urto del metallo della porta che si è aperta, un secondino entra e mi dice «Signor Gramsci, lei è libero, Mussolini ha firmato la sua liberazione». Non capisco ciò che mi dice perché ancora sto pensando al mio strano sogno: io, che sono un’altra persona che mi ascolta mentre le parlo del futuro in… Venezuela…, davvero una strana cosa… non lo racconterò a nessuno perché crederanno che io sia più pazzo di quello che pensano… qui mi sono svegliato, facendo questo pensiero.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Lettera di italiani che vivono in Italia agli italiani che vivono in Venezuela

Lettera di italiani che vivono in Italia
agli italiani, e ai loro figli e nipoti, che vivono in Venezuela

Oj core 'e chistu core!

Oj core ‘e chistu core! logo realizzato dal Collettivo in difesa dell’università pubblica di Ingegneria Aula P32 De Waure – Federico II – Napoli

Settembre 2012

Cari italiani, e figli e nipoti di italiani, che vivete in Venezuela

siamo persone di diverso orientamento politico e culturale e viviamo in diverse città e paesi d’Italia. Sentiamo il bisogno di contattarvi a proposito delle importanti elezioni che il 7 ottobre si svolgeranno in Venezuela.

Non vogliamo dilungarci. Il nostro invito è chiaro: vi esortiamo a votare per Hugo Chávez, o meglio per quello che egli rappresenta. Per continuare e migliorare le realizzazioni sociali, economiche, politiche e ambientali che hanno caratterizzato la sua presidenza finora, pur con tante difficoltà e inevitabili errori.

Vi scriviamo con tutta l’umiltà del caso, poiché noi non viviamo in Venezuela, anche se alcuni fra noi conoscono bene quel grande paese. Conosciamo in compenso gli accadimenti in Italia. Li viviamo sulla nostra pelle.

Venezuela

Da quel che noi vediamo, l’America Latina sta sperimentando il futuro, un futuro di solidarietà, pace e dignità, l’Europa non sta andando affatto nella stessa direzione. La dittatura dei mercati finanziari e l’insostenibilità di un modello di sviluppo che non vi auguriamo stanno producendo molte vittime e la situazione è destinata a peggiorare. Disoccupati e imprenditori caduti in povertà fanno scioperi e protestano ma non sono ascoltati. Molti si tolgono la vita. I più fortunati, quelli che lavorano regolarmente, vedono allontanarsi il momento della pensione. Le scuole sono allo sfascio. L’insicurezza è totale. Certo, rimangono i privilegiati, quelli che hanno enormi rendite e proprietà. E fra loro i politici.

Il gap fra classi medie e basse e quelle abbienti aumenta.

L’attuale governo italiano non è stato eletto. È stato nominato. Ed è un governo di banchieri. Ci rimane una bellissima natura; ma le speculazioni e l’ignoranza interessata ne hanno rovinato gran parte.

Purtroppo l’Italia sta gettando via il meglio delle sue tradizioni, annullando i vantaggi culturali acquisiti in secoli.

In un bel libro di Manuel Scorza, La danza immobile, una francese dice al suo amico peruviano: “L’Europa è morta”. Ecco, abbiamo un po’ questa sensazione.

L’America Latina invece è in cammino. È la sua ora. E riteniamo che il presidente Hugo Chávez abbia avuto un ruolo importante in tutto ciò, insieme ad alcuni altri presidenti eletti a partire dalla seconda metà degli anni ‘90. Prima, l’America Latina era sprofondata in dittature sanguinarie o calpestata da governi neoliberisti che non si curavano della popolazione. Era priva di sovranità e di prestigio a livello internazionale. Era, in modo umiliante, il cortile di casa degli Stati Uniti.

Da quando il vento è cambiato in buona parte del vostro continente, sono stati raggiunti risultati incredibili, in pochi anni. E il Venezuela è da considerarsi un capofila, grazie all’uso sociale dei proventi del petrolio a livello nazionale e internazionale. Leggiamo che l’Onu ha dichiarato il vostro Paese libero dall’analfabetismo. La salute per tutti non è più un mito. La pensione arriva molto prima che in Italia. Le ore di lavoro stanno diminuendo. Non è un caso che agli investimenti sociali sia destinato addirittura il 42,5% del bilancio statale. E che persino Capriles Radonsky non abbia potuto fare a meno di riconoscere le indiscutibili conquiste sociali realizzate dal governo bolivariano nei diversi ambiti dell’educazione, della cultura, della salute, dell’alimentazione, della politica abitativa, delle pensioni, del salario minimo (malgrado nel suo programma si preveda proprio un taglio degli investimenti in campo sociale).

Il progetto di integrazione regionale chiamato Alba è un esempio per il mondo di quel che deve essere la solidarietà internazionale: complementarietà, cooperazione, riduzione delle asimmetrie, azioni in comune, anche per la pace nel mondo. A proposito: mentre l’Italia continua a partecipare servilmente a guerre che creano devastazione a casa d’altri, l’America Latina è sempre più in pace.

Ci auguriamo che il modello Alba, per la cui nascita il ruolo di Hugo Chávez è stato determinante, persegua sempre più l’obiettivo della giustizia anche ecologica, per una armoniosa convivenza con il pianeta. Ciò richiede anche un cambiamento negli stili di vita individuali e collettivi, un superamento di quanto è insostenibile, energivoro, dissipatore di risorse scarse, violento per gli altri esseri umani e per tutti gli esseri viventi. Questa riconversione dell’economia e della vita richiederà una collaborazione fra popoli prima ancora che fra governi. E su questo, forse, perfino qui in Italia stiamo facendo qualcosa. Ma non certo con l’aiuto del governo.

Per queste ragioni, sarà una gioia per noi se la comunità italiana deciderà di non gettare via un’esperienza che ha ancora bisogno di tempo ma che ha già percorso tanta strada.

Se fossimo venezuelani o avessimo il privilegio che avete voi della doppia nazionalità, voteremmo per Chávez.

Nella speranza che a questo primo contatto ne seguano altri, vi ringraziamo per la vostra attenzione.

FIRME

Lucia Agrati, operatrice sociale, Milano; Carlo Amirante, Costituzionalista, Napoli; Giovanni Avena, direttore agenzia Adista; Vito Barone, pensionato, Roma; Rosa Bartiromo, psicologa, Napoli; Maria Cristina Basso, funzionaria, Napoli; Roberto Battiglia, dipendente pubblico, Roma; Marco Benevento, impiegato, Roma; Paolo Bertagnolli, pensionato e volontario, Bolzano; Dario Bertetto, libero professionista, Roma; Michele Boato, docente di economia, Mestre; Vincenzo Brandi, ricercatore scientifico, Roma; Ciro Brescia, redattore di “AlbaInFormazione” ed educatore di strada, Napoli; Gaia Capogna, traduttrice, Roma; Sergio Cararo, giornalista, Roma; Gennaro Celli, operaio, Napoli; Vincenzo Cinque, operaio, Napoli; Ingrid Colanicchia, giornalista, Roma; Geraldina Colotti, giornalista, scrittrice; Roma; Marinella Correggia, ecopacifista, autrice, Torri in Sabina; Valentino Correggia, coltivatore diretto pensionato, Rocca d’Arazzo; Sebastiano Cosenza, commercialista, Milano; Rosa Maria Coppolino, dipendente pubblica, Roma; Maria Cossu, ostetrica, Venezia; Nicoletta Crocella scrittrice, Viterbo; Eletta Cucuzza, giornalista, Roma; Anna Maria Dall’Occhio, collaboratrice editoriale, Milano; Daniele D’Ari, Fotografo, Napoli; Dario D’Ari, Anestesista, Napoli; Gabriele de Martino di Montegiordano, bibliotecario, Napoli; Franco Dinelli, ricercatore Cnr, Pisa; Ludovica Eugenio, giornalista, Roma; Claudia Fanti, giornalista, Roma; Antonio Gargiulo, operaio, Napoli; Marcello Gentile, piccolo imprenditore, Milano; Fabrizio Greco, educatore, Napoli; Alexander Höbel, storico, Napoli; Antonio Lupo, medico, La Spezia; Miriam Marino, scrittrice, Bassano in Teverina; Rita Martufi, ricercatrice Cestes, Roma; Giorgio Massi, ammiraglio, Roma; Lina Miele, dirigente comunale, Napoli; Loretta Mussi, medico, Roma; Nicola Nardella, avvocato, Napoli; Maria Luisa Naro, insegnante, Roma; Fabio Nicolucci, dentista, Roma; Marco Nieli, insegnante, Napoli; Enrica Paccoi, impiegata, Roma; Francesco Pagano, sociologo, Napoli; Pier Paolo Palermo, traduttore, Napoli; Marco Palombo, operatore sociale, Roma; Ferdinando Pesce, architetto, Torri in Sabina; Giampaolo Petrucci, giornalista, Roma; Gianmarco Pisa, educatore, Napoli; Paolo Primiani, ingegnere, Napoli; Carla Giovanna Razzano, pensionata, Roma; Livia Razzano, casalinga, Roma; Claudia Razzano, pensionata, Roma; Serena Romagnoli, insegnante, Roma; Angelica Romano, ricercatrice, Napoli; Giorgio Rossi, pensionato, Chioggia; Stefania Russo, impiegata, Roma; Marco Santopadre, giornalista, Roma; Francesco Santoianni, architetto, Napoli; Giovanni Sarubbi, giornalista, Avellino; Nadia Schavecher, operatrice sanitaria; Roberto Scorsani, guardia giurata, Roma; Davide Secone, medico, Quarto (Napoli); Luigi Sito, operaio, Napoli; Maria Spina, casalinga, Napoli; Valeria Sonda, operatrice sociosanitaria, Padova; Milano; Giuseppe Tadolini, medico ospedaliero, Ravenna; Paola Tiberi, casalinga, Roma; Maria Vittoria Tirinato, educatrice, Napoli; Arianna Ussi, insegnante, Napoli; Luciano Vasapollo, docente universitario, Roma; Andrea Vento, docente di geografia economica, Pisa; Agnese Verde, operaia, Napoli; Antonio Vermigli, attivista internazionale, Quarrata; Francesco Quirino, operaio, Napoli; Mariarosa Milna Vita, pensionata, Castel Focognano; Aldo Zanchetta, attivista internazionale, Lucca; Pierangela Zanzottera, organizzatrice teatrale, Milano;

Adhieren y hacen proprio este mensaje los italianos que viven en Venezuela

Mario Neri, empresario, Caracas, Cecilia Laya, economista (Caracas), Attilio Folliero, profesor (Caracas), Giulio Santosuosso, scrittore (Caracas), Giordano Bruno Venier, architetto (Caracas), Antonio Neri, stilista (Puerto La Cruz), Evelia Ochoa, pensionata (Caracas), Mario Gallo, comerciante (Maracay), Pietro Altilio, industriale (Caracas), Isa Carrascon, pensionata (Caracas), Elio Gallo (Caracas), Concenzio Zavatti (Caracas), Giuliana Germia, casalinga (Caracas), Maira García, agente di viaggi (Caracas), Valentina Schumacher García, studentessa (Caracas), Ennio di Marcantonio, giornalista (Caracas), Axel Schumacher, traduttore (Caracas).

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Carta de los italianos de Italia a los italianos y sus descendientes que viven en Venezuela …

A nuestros queridos paisanos que viven en Venezuela, a sus hijos, sus nietos….

Somos italianos de distinta extracción social y de variada orientación política y cultural de toda nuestra querida Italia. Sentimos la necesidad de comunicarnos con ustedes en relación a las importantes elecciones que se celebrarán el 7 de octubre en Venezuela.

No queremos escribir mucho. Nuestra invitación es clara: les instamos a votar por Hugo Chávez y, por supuesto, lo que él representa, para continuar y mejorar los logros en temas sociales, políticos, económicos y ambientales que han caracterizado su presidencia hasta ahora, naturalmente con muchas dificultades y los errores inevitables.

Se lo pedimos con toda la humildad del caso, ya que no vivimos en Venezuela, aun cuando algunos de nosotros estamos familiarizados con ese gran país.

Si sabemos, claro está, lo que pasa en nuestra querida Italia. Los acontecimientos del día a día viven en nuestra piel.

Si América Latina está construyendo un futuro de solidaridad, paz y dignidad, Europa no está en absoluto en la misma dirección.

La dictadura de los mercados financieros y la falta de sostenibilidad de un modelo de desarrollo que no queremos, está produciendo numerosas víctimas y la situación parece empeorar. Empresarios, desempleados y empobrecidos hacen huelgas y protestas, pero no se habla de esto en los medios. Muchas personas se quitan la vida. Los afortunados que trabajan regularmente, ven pasar el tiempo de la jubilación. Las escuelas están en ruinas. La inseguridad es total. Por supuesto, no son afectados los privilegiados que tienen grandes rentas y propiedades, entre ellos los políticos. Por este camino, la brecha entre la clase pudiente y los pobres va en aumento.

El gobierno italiano actual no fue elegido. Fue nombrado. Es un gobierno de los banqueros.

Tenemos una hermosa naturaleza, pero la especulación y la ignorancia de la gestión gubernamental la están arruinando.

Desafortunadamente, Italia está echando a la basura lo mejor de sus tradiciones, incluyendo nuestro gran acerbo cultural de siglos.

En el libro de Manuel Scorza “La Danza Inmóvil”, una francés le dice a su amigo peruano: “Europa ha muerto”. En verdad, tenemos un poco esa sensación.

América Latina, por el contrario, está transitando el camino que escogió. Es su momento. Y creemos que el presidente Hugo Chávez ha jugado un papel importante en este momento estelar, junto con algunos otros presidentes electos en la segunda mitad de los años 90. Antes, América Latina estaba sumida en dictaduras sangrientas o pisoteada por gobiernos neoliberales que no se preocupaban por la gente. Carecía de soberanía y prestigio internacional. Era, de manera humillante, el patio trasero de los Estados Unidos.

Desde que los vientos de cambio soplaron en una buena parte de su continente, se han logrado resultados sorprendentes en pocos años.

Venezuela ha liderado estos avances, gracias a la utilización social de los ingresos del petróleo a nivel nacional e internacional. La ONU la ha declarado libre de analfabetismo. La salud para todos ya no es un mito. La jubilación llega mucho antes que en Italia. Las horas de trabajo disminuyen. No es una coincidencia que la inversión social alcance hasta un 42,5% del presupuesto del Estado. Incluso el candidato opositor, Capriles Radonski, no ha podido dejar de reconocer los indiscutibles logros sociales realizados por el Gobierno Bolivariano en los diferentes ámbitos de la educación, la cultura, la salud, la nutrición, la vivienda, las pensiones, el salario mínimo. Por cierto, el plan de gobierno opositor prevé un recorte de la inversión en el campo social.

El proyecto de integración regional llamado Alba es un ejemplo para el mundo de lo que debe ser la solidaridad internacional: complementariedad, cooperación, disminución de las asimetrías y diferentes acciones en común, incluso para la paz. Al respecto, destaca el hecho de que mientras Italia continúa participando en las guerras serviles que crean estragos en las casas de otras personas, América Latina opta, cada vez más, por la paz.
Esperamos que el modelo Alba, en cuyo nacimiento el papel de Hugo Chávez fue fundamental, amplíe sus objetivos a favor de la justicia ecológica, para lograr una convivencia armónica con el planeta. Esto requerirá un cambio en los estilos de vida de los individuos y de la sociedad, eliminando los excesos de lo que es insostenible en el consumo de energía y recursos. Esta reestructuración de la economía requerirá la cooperación entre los pueblos, incluso antes que entre los gobiernos. Tal vez, aquí en Italia estamos haciendo algo pero, por cierto, no precisamente con la ayuda del gobierno.
Por estas razones, será una gran satisfacción para nosotros que la comunidad italiana en Venezuela, decida no tirar a la basura una experiencia que, a pesar de que aún necesita más tiempo, ha recorrido un largo y exitoso camino.

Si fuésemos venezolanos y tuviésemos el privilegio como Usds de tener la doble nacionalidad, votaríamos por Chávez.

Con la esperanza de que este mensaje se multiplique, le damos las gracias por su atención.

FIRMAS

Lucia Agrati, operatrice sociale, Milano; Carlo Amirante, Costituzionalista, Napoli; Giovanni Avena, direttore agenzia Adista; Vito Barone, pensionato, Roma; Rosa Bartiromo, psicologa, Napoli; Maria Cristina Basso, funzionaria, Napoli; Roberto Battiglia, dipendente pubblico, Roma; Marco Benevento, impiegato, Roma; Paolo Bertagnolli, pensionato e volontario, Bolzano; Dario Bertetto, libero professionista, Roma; Michele Boato, docente di economia, Mestre; Vincenzo Brandi, ricercatore scientifico, Roma; Ciro Brescia, redattore di “AlbaInFormazione” ed educatore di strada, Napoli; Gaia Capogna, traduttrice, Roma; Sergio Cararo, giornalista, Roma; Gennaro Celli, operaio, Napoli; Vincenzo Cinque, operaio, Napoli; Ingrid Colanicchia, giornalista, Roma; Geraldina Colotti, giornalista, scrittrice; Roma; Marinella Correggia, ecopacifista, autrice, Torri in Sabina; Valentino Correggia, coltivatore diretto pensionato, Rocca d’Arazzo; Sebastiano Cosenza, commercialista, Milano; Rosa Maria Coppolino, dipendente pubblica, Roma; Maria Cossu, ostetrica, Venezia; Nicoletta Crocella scrittrice, Viterbo; Eletta Cucuzza, giornalista, Roma; Anna Maria Dall’Occhio, collaboratrice editoriale, Milano; Daniele D’Ari, Fotografo, Napoli; Dario D’Ari, Anestesista, Napoli; Gabriele de Martino di Montegiordano, bibliotecario, Napoli; Franco Dinelli, ricercatore Cnr, Pisa; Ludovica Eugenio, giornalista, Roma; Claudia Fanti, giornalista, Roma; Antonio Gargiulo, operaio, Napoli; Marcello Gentile, piccolo imprenditore, Milano; Fabrizio Greco, educatore, Napoli; Alexander Höbel, storico, Napoli; Antonio Lupo, medico, La Spezia; Miriam Marino, scrittrice, Bassano in Teverina; Rita Martufi, ricercatrice Cestes, Roma; Giorgio Massi, ammiraglio, Roma; Lina Miele, dirigente comunale, Napoli; Loretta Mussi, medico, Roma; Nicola Nardella, avvocato, Napoli; Maria Luisa Naro, insegnante, Roma; Fabio Nicolucci, dentista, Roma; Marco Nieli, insegnante, Napoli; Enrica Paccoi, impiegata, Roma; Francesco Pagano, sociologo, Napoli; Pier Paolo Palermo, traduttore, Napoli; Marco Palombo, operatore sociale, Roma; Ferdinando Pesce, architetto, Torri in Sabina; Giampaolo Petrucci, giornalista, Roma; Gianmarco Pisa, educatore, Napoli; Paolo Primiani, ingegnere, Napoli; Carla Giovanna Razzano, pensionata, Roma; Livia Razzano, casalinga, Roma; Claudia Razzano, pensionata, Roma; Serena Romagnoli, insegnante, Roma; Angelica Romano, ricercatrice, Napoli; Giorgio Rossi, pensionato, Chioggia; Stefania Russo, impiegata, Roma; Marco Santopadre, giornalista, Roma; Francesco Santoianni, architetto, Napoli; Giovanni Sarubbi, giornalista, Avellino; Nadia Schavecher, operatrice sanitaria; Roberto Scorsani, guardia giurata, Roma; Davide Secone, medico, Quarto (Napoli); Luigi Sito, operaio, Napoli; Maria Spina, casalinga, Napoli; Valeria Sonda, operatrice sociosanitaria, Padova; Milano; Giuseppe Tadolini, medico ospedaliero, Ravenna; Paola Tiberi, casalinga, Roma; Maria Vittoria Tirinato, educatrice, Napoli; Arianna Ussi, insegnante, Napoli; Luciano Vasapollo, docente universitario, Roma; Andrea Vento, docente di geografia economica, Pisa; Agnese Verde, operaia, Napoli; Antonio Vermigli, attivista internazionale, Quarrata; Francesco Quirino, operaio, Napoli; Mariarosa Milna Vita, pensionata, Castel Focognano; Aldo Zanchetta, attivista internazionale, Lucca; Pierangela Zanzottera, organizzatrice teatrale, Milano;

Adhieren y hacen proprio este mensaje los italianos que viven en Venezuela

Mario Neri, empresario, (Caracas), Cecilia Laya, economista (Caracas), Attilio Folliero, profesor (Caracas), Giulio Santosuosso, scrittore (Caracas), Giordano Bruno Venier, architetto (Caracas), Antonio Neri, stilista (Puerto La Cruz), Evelia Ochoa, pensionata (Caracas), Mario Gallo, comerciante (Maracay), Pietro Altilio, industriale (Caracas), Isa Carrascon, pensionata (Caracas), Elio Gallo (Caracas), Concenzio Zavatti (Caracas), Giuliana Germia, casalinga (Caracas), Maira García, agente di viaggi (Caracas), Valentina Schumacher García, studentessa (Caracas), Ennio di Marcantonio, giornalista (Caracas), Axel Schumacher, traduttore (Caracas).

Catastrofe avvisata non ammazza elezioni

Luis Britto García
http://luisbrittogarcia.blogspot.it/

Luis Britto García

Luis Britto García

José Vicente Rangel informa ne “Los Confidenciales” di domenica 22 luglio 2012, che funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti hanno assicurato ad un società di inchiesta che la tendenza manifestata nei sondaggi elettorali cambierà “col verificarsi di un evento straordinario”.

I dirigenti di Datanálisis e di Hinterlaces hanno dichiarato che la vittoria di
Chávez può essere solo evitata da eventi “catastrofici, straordinari” che generino “commozione colettiva (http://vargashoy.blogspot/).

Il 16 agosto nel programma di Berenice Gómez a “Caracas Radio”, la astrologa Aisha profetizza che accadranno “situazioni di disturbo, problemi con la educazione, incidenti ed esplosioni, con l’elettricità, cavi, petrolio, tutto ciò che ha a che vedere con il mare, piattaforme marine di estrazione del petrolio, problemi con la pesca e l’inquinamento”.

Il “caso” vuole che il 25 agosto avvengano nella raffineria di Amuay “incidenti ed esplosioni”, eventi “catastrofici” che i media di opposizione vogliono usare per invertire la tendenza dei sondaggi.

Questo è ciò che pensa la gente sensata.

Senza essere stregoni come quelli dell’Ambasciata né indovini come le società di sondaggio né maghi come gli astrologi, noi cittadini possiamo anche prevedere e prevenire eventi straordinari. E’ prevedibile che una opposizione che è ricorsa al colpo di Stato, al sabotaggio petrolifero, alla serrata padronale, al blackout mediatico e alla invasione paramilitare, davanti alla certezza che perderà le elezioni tenti di impedirle o delegittimarle, come ha già fatto in varie opportunità.

E’ possibile prevedere che a tal fine ricorrerà ai sabotaggi e all’interruzione dei servizi pubblici. A crimini orrendi che invocano il tema della insicurezza. Alle voci di assenza o scarsità di beni dovuti ad accaparramento. Alle menzogne sulle presunte misure politiche estreme. Denunciando massacri inesistenti, come la falsa notizia di una ipotetica mattanza di yanomamis. All’infiltrazione massiva di paramilitari dalle frontiere. Agli intenti di assassinio contro candidati. All’interferenza nelle comunicazioni. Alla denuncia di brogli elettorali, notizie che potrebbero essere veicolate da apparati interni ed esterni di comunicazione e legittimabili attraverso decisioni di organi giurisdizionali stranieri come la Commissione e la Corte Interamericana dei Diritti Umani della OSA.

A tali attentanti, tali difese. Contro i sabotaggi, vigilanza. Contra crimini orrendi, azioni di polizia efficaci. Contro le voci, informazione opportuna, verace ed obiettiva. Contro l’interferenza informatica, tecnologia. Contro l’infiltrazione paramilitare, retate determinanti, come quella che nel 2004 disarticolò la banda di “magnicidi” trincerati a Daktari.

L’intenzione di assassinio di importanti personalità sotto la falsa bandiera è la strategia più probabile, di conseguenza è necessaria una estrema vigilanza per preservare la vita dei candidati.

C’è da aspettarsi, inoltre, la denuncia temeraria della frode che l’opposizione ha sollevato in quasi tutte le elezioni, in modo particolare nel 2004 e nel 2006.

Tali eventi possono essere utilizzati come pretesto per scatenare un nuovo colpo di Stato o un intervento esterno.

Di fronte a qualsiasi di queste ipotesi, la migliore garanzia è una mobilitazione popolare di massa, pacifica, effettiva e su scala nazionale. Questa è stata la risorsa che ha fatto fallire il golpe del’11 aprile del 2012 e che farà fallire qualsiasi tentativo terrorista di destabilizzazione.

Potrebbe accadere che paramilitari e terroristi intentino evitare tale mobilitazione. I corpi di difesa devono garantire la vita dei cittadini che partecipino a queste manifestazioni.

La Commissione Internazionale dei Diritti Umani della OSA, che non ha fatto nulla davanti al golpe dell’aprile del 20o2, pretende di ordinare al governo venezuelano che indaghi su un massacro di indigeni sul quale non ci sono prove e che secondo tutte le informazioni raccolte non è mai avvenuto.

Allo stesso modo difende i corrotti che non possono presentarsi alle elezioni, dichiara l’innocenza di terroristi e delinquenti bancari e accredita per reali i massacri immaginari, non ci si stupirebbe se considerasse immaginaria una vittoria elettorale reale.

Per evitare che la Commissione Internazionale dei Diritti Umani della OSA finisca con un golpe giudiziario in cui consideri nulle le elezioni, dobbiamo notificare loro in maniera urgente, adesso ed oggi stesso, senza scuse, senza ulteriori ritardi, senza inspiegabili remore, senza ingiustificabili indugi, che dal 10 maggio la nostra Asamblea Nacional ha denunciato la Convenzione che ci subordinava ad essa.

Uscire dalla Convenzione Americana non significa abbandonare la OSA. USA e Canada, paesi che riconoscono la sua sovranità, appartengono sì alla OSA, senza essere subordinati alla Convenzione, né alla Commissione, né alla Corte Interamericana dei Diritti Umani.

O, forse, è che per non inviare un documento già redatto diamo disposti a sacrificare la volontà popolare?

La Corte Interamericana denunciata non uccide le elezioni.

[trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

Ecco com’è andato il colpo di stato in Paraguay lo scorso giugno 2012

Ecco com’è andato il colpo di stato in Paraguay lo scorso giugno 2012

Fonte: http://quitolatino.wordpress.com

Cosi è andato il Colpo di Stato in Paraguay

di Pablo Stefanoni – Capo della Redazione della Rivista “Nueva Sociedad” ed ex – direttore di Le Monde Diplomatique, Edizione Boliviana.

Nel 2008, Fernando Lugo, un vescovo della combattiva regione di San Pedro – sede di importanti lotte contadine – e leader dell’Alleanza Patriottica per il Cambiamento (APC), giungeva alla presidenza del Paraguay.

Aproffitando di una forte divisione all’interno del Partido Colorado – dopo 61 anni ininterrotti al potere, compresi anche i 35 anni della dittatura di Alfredo Stroessner – Lugo è riuscito a vincere le elezioni e ad aprire una nuova fase della storia del Paraguay. Ma lo scorso 22 giugno, il Senato ha messo sotto inchiesta, attraverso uno spedito giudizio politico, il Presidente Lugo e lo ha destituito fulmineamente attraverso un “Colpo di stato istituzionale”.

La bandiera del Paraguay

La bandiera del Paraguay

Il 15 giugno nel distretto di Curuguaty, l’occupazione di una fattoria è terminata con la morte di 11 contadini – chiamati carperos – e sei poliziotti. Una settimana dopo, Il Presidente Fernando Lugo era stato destituito dal Congresso (Parlamento paraguaiano), attraverso un giudizio politico fulmineo, con l’accusa di essere responsabile di questa mattanza. La mobilizzazione popolare è stata molto scarsa e lo stesso Lugo l’ha minimizzata accettando di fatto il dettato congressuale nonostante lo avesse considerato un colpo di stato.

In questo modo, si è messo fine al cambiamento cominciato nel 2008, quando l’ex vescovo di San Pedro – una regione molto combattiva grazie alla presenza dei movimenti contadini – riusciva a mettere fine ai 61 anni ininterrotti di dominio dell’Associazione Nazionale Repubblicana, più conosciuta come Partido Colorado. Destituito Lugo, il vice – presidente liberale Federico Franco è rimasto nel Palacio de los Lopez, mentre il fronte anti – Lugo cominciava a erodersi ancor prima della fase pre – elettorale del 2013.

Quattro anni fa, quando si è deciso a capeggiare il binomio presidenziale, l’ex “vescovo dei poveri” si confrontò immediatamente con un dilemma: la divisione del Partito Colorado e la disponibilità sociale al cambiamento gli offrivano la possibilità certa – e forse unica – di vincere contro il vecchio partito – Stato. Ma la mancanza di una struttura propria e la debolezza cronica della sinistra si facevano realtà anche quando si ebbe l’alleanza con il Partido Liberal Radical Auténtico (PRLA) già lontano dalle posizioni progressiste con le quali Domingo Laìno lo aveva fondato durante la clandestinità nel 1978, raggruppando vecchi liberali dispersi.

Nel 2008, in Paraguay, tutti insistevano che bisognava vincere due volte il Partido Colorado: al momento di votare e al momento di contare i voti, era quasi avenutto quello che accadde due anni prima in Messico, quando Andrés Manuel Lòpez Obrador aveva denunciato una frode massiccia per l’accesso al potere. E così che Lugo è riuscito a vincere los colorados però con un alto costo: il vice presidente Franco si collocò immediatamente nella sfida personale contro il Presidente eletto, che inoltre aveva una carenza parlamentare propria e si scontrava contro la Magistratura e le Forze Armate in mano a rappresentanti del vecchio regime. Questo lo portò ad essere un ostaggio del settore del PRLA – capeggiato dal presidente Blas Llano – che comunque manteneva il suo appoggio al Presidente.

Simbolo del Partido Colorado del Paraguay

Simbolo del Partido Colorado del Paraguay

Cosi, la sua Presidenza sembrava una via crucis, inoltre lo stesso primo mandatario contribuì al suo calvario con gli scandali dei figli non riconosciuti, avuti quando era vescovo e a questo si aggiunse la sua poca esperienza in politica. “Stanco dei litigi con i liberali e delle lotte interne del Frente Guasù (la sua base politica), Lugo si è isolato sempre di più, chiudendosi in un piccolo cerchio”, come ricostruisce il giornalista Rino Giret. Quest’isolamento forse ha spiegato la difficoltà per organizzare una resistenza attiva nelle strade quando la sua destituzione era già un fatto concreto. Mentre si cucinava il giudizio politico Lugo si è riunito per pranzare con l’Ambasciatore degli Usa, James Thessin, che mantenne una conveniente “neutralità”. Il Dipartimento di Stato, dopo un lungo silenzio, si è allineato con la posizione del Segretario Generale dell’OEA (Organizaciòn de los Estados Americanos), José Miguel Insulza e ha dichiarato che non c’è alcun colpo di Stato. Una posizione opposta a quella del Mercosur, che ha sospeso il Paraguay dal blocco che il nuovo Governo considerò come un’umiliazione equivalente alla criminale guerra della Triplice Alleanza, che si abbattè in Paraguay nel XIX secolo.

Questa terra è stata da sempre una bomba ad orologeria. In un paese dove – si suole ripetere – il 2% dei proprietari concentrano l’80% delle terre fertili e che non cessa di espandersi nella zona di frontiera, così che la Liga de los Carperos cominciò un’occupazione di terre. La destra denunciò immediatamente che i contadini erano protetti dal Governo. Con Lugo “los carperos” sono nel Palazzo”, dichiarò Aurio Fighetto, portavoce dei potenti brasiguayos, che inglobavano vecchi proprietari di origine brasiliana. Mentre i senza terra si affidavano ad una enigmatica guerriglia autodenominata Esercito del Popolo Paraguaiano (EPP), che attraverso comunicati si attribuivano la distruzione delle macchine agricole e attentati contro le fattorie. L’ultimo fatto di una lunga saga di sequestri e attentati che cominciarono nel 2008, fu l’assassinio di un trattorista brasiliano avvenuto lo scorso 28 giugno in una località chiamata Azotey. Un comunicato – “ritrovato” dalla polizia – segnala: “in più occasioni abbiamo avvisato i trattoristi che se sorpresi a lavorare nei boschi, saranno condannati alla massima pena (morte) per il crimine che commettono…. Ci sono vacche degli oligarchici che valgono più dei contadini paraguaiani, i ricchi di questo paese e il suo governo di turno sono abituati a far scorrere fiumi di sangue per difendere i loro macchinosi interessi”. Dato che, alcuni membri di Patria Libre, fondatori dell’EPP erano stati alunni e seminaristi di Fernando Lugo la destra approfittò per speculare contro questa vicenda. Alcuni addirittura indicavano il primo mandatario come leader di queste attività del gruppo. A questo si aggiungono i complessi vincoli tra il narco – traffico e le forze di sicurezza degli imprenditori privati. “Nel nord, la gente già non parla di allevamenti, se non di narco – allevamenti”, appuntava il sociologo agrario Thomàs Palau recentemente scomparso. Sia come sia, il presidente dell’Associazione di Imprenditori Cristiani, Luis Fretes, dichiarò senza nessuna ambiguità: “Io credo che Franco sarà più determinato nel rispettare la proprietà privata”.

L’Ex – Presidente del Paraguay Fernando Lugo

L’Ex – Presidente del Paraguay Fernando Lugo

Però, perché un colpo di stato a dieci mesi prima delle Presidenziali del 2013? Come ha detto il politologo Marcello Lachi: “qui la politica non è raffinata”. Il settore interno del Partido Colorado lo è ancora meno, come lo ha manifestato l’assassinio a colpi di arma da fuoco del vice presidente Luis Maria Argana nel 1999. Tali settori poco raffinati si sono riattivati mesi prima della caduta di Lugo. Dopo il massacro di Curunguaty, il presidente ha cambiato il Ministro degli Interni, il socialista Carlos Filizzola, per una figura inattesa: l’ex Pubblico Ministero e militante del Partido Colorado Rubén Candia Amarilla. Il risultato immediato: i liberali, indignati e la sinistra confusa. Per il coloradismo è stata una bomba.

Lugo accusò Horacio Cartes di essere dietro il golpe congressuale. Si tratta di un potente allevatore colorado che è emerso in politica solo due anni fa, “inquieto per il corso politico del paese sotto la regia della sinistra–liberale-filochavista”, secondo la pagina web del suo gruppo politico ed ha possibilità di essere Presidente del Paraguay il prossimo 2013. Cartes è riuscito a comprare le volontà e costruire un ampio gruppo politico armato a partire dalla sua fortuna, investigata dagli Usa secondo i rapporti filtrati da WikiLeaks. Cartes ha visto minacciata la sua candidatura per un accordo tra Lugo e il Presidente del Partido Colorado Lilian Samaniego, a volte avversaria “cartista” ed ora avversaria. Per questa fazione, Lugo avrebbe tramato un’alleanza con Samaniego per appogiarla dal governo in vista delle presidenziali del prossimo anno. “Si speculava sul fatto che Lugo avrebbe appoggiato Samaniego per la Vice Presindenza del 2013″, ha spiegato il giornalista Ruiz Olazar.

In un’ intervista al giornale Clarìn, Cartes – con la maggioranza della direzione del Partido Colorado – assicura che: “Liliam Samaniego è la prima ad invocare il giudizio politico… Però quello che hanno fatto in realtà è stato minacciare con il giudizio politico per ottenere il dividendo. Noi siamo stati i terzi, però siamo stati i più seri”. Prima della domanda se Lugo ha provato a cooptare un settore del Partido Colorado e questo ha provocato la sua caduta, il leader della fazione Honor Colorado ha risposto: “Il tempo lo dirà, noi abbiamo questa percezione forte quella che si stavano d’accordo per dividersi e scommettere tra di loro su alcuni candidati e finanziarli”.

Nel caso dei liberali, la spiegazione del loro calcolo sembra più semplice. Il PLRA aveva chiesto la destituzione di Candida Amarilla mettendo Lugo tra la spada e la parete e i loro dirigenti si sono sentiti definire complici di Lugo. Ora avranno lo Stato a loro disposizione per condividere prebende e cooptare sostenitori, per questo motivo alcuni settori dei colorados di base considerano che il partito abbia consegnato il potere ai liberali senza esigere la condivisione del governo.

L’attuale Presidente del Paraguay Federico Franco

L’attuale Presidente del Paraguay Federico Franco

La direzione colorada sta scommettendo di sconfiggere i liberali in questi mesi. E Cartes si difende accusando il PLRA per il colpo di Stato: “Noi saremo quelli più beneficiati se continua il Governo perché continueranno a fare errori. Il partito che ha tolto Lugo dal potere è stato il Partito Liberale. Lugo ha vinto con 700.000 voti, però più di 500.000 glieli ha dati il Partito Liberale”. Però non spiega perché, allora, i parlamentari colorati hanno accompagnato l’iniziativa. Lachi azzarda una previsione: “Se la sinistra e i liberali si presentano seprati alle elezioni, i colorati vincono almeno con il 35% dei voti”. In Paraguay non esiste la seconda tornata elettorale.

Con Fernando Lugo fuori dal potere, i settori interni del Partido Colorado sono in pieno fermento e in piena tensione. Il Presidente uruguaiano, José Mujica, si è immischiato in questa battaglia ed ha accusato il “narco – coloradismo” rappresentato da Cartes che ha organizzato il golpe. La fazione di Samaniego ha approfittato dell’occasione per dire che Cartes ha tacciato la Presidente de los Colorados di miserabile e digraziata.

“Si è trattato di un colpo di stato dei partiti tradizionali, della gerarchia cattolica, dei mezzi di comunicazione egemonici e dei grandi imprenditori. Tutto questo è la classe sociale e politica del golpe con l’obiettivo di schiacciare una sinistra emergente che si stava rafforzando sotto il Governo di Lugo”, analizza in una conversazione telefonica Hugo Richer, ex – ministro della Segreteria dell’Azione Sociale. Questa sinistra emergente è rappresentata dal Frente Guasù (“grande” in lingua Guaranì), raggruppa tendenze che vanno dalla social – democrazia alla sinistra radicale. Sebbene quello di Lugo non fosse un governo di sinistra, con il vescovo la sinistra ha ottenuto più spazio e crescita politica, una situazione inedita nella storia del Paraguay e questo è bastato per allarmare una delle elite più anti–comuniste del continente. Di fatti, durante la sua lunga dittatura, Stroessner ha fatto della sua partecipazione alla Lega Anti–Comunista Mondiale, che include forti vincoli con Taiwan materializzatosi con una gigantesca statua di Chiang Kai–Skek nel centro della capitale Assuncion – una questione d’identità nazionale.

Nel 1986, il Ministro dell’Educazione e della Cultura Carlos Ortiz Ramìrez, spiegò, durante l’inaugurazione del Centro Culturale di Confucio e il Collegio Chiang Kai–Shek, davanti al ministro della Difesa di Taiwan, l’ammiraglio Chang Ching–Soong, che questi istituti “andavano a formare la classe dirigente dei giovani in una ferma posizione anti–comunista”. Come segnala Rogelio Garcìa Lupo, lo stroessnerismo ha costruito una solida società tra il narcotraffico, gli affari e l’anti–comunismo. E questa influenza non è cessata: Taipei ha riconosciuto immediatamente il Governo di Federico Franco. “In Paraguay non esiste alcun conflitto politico, tutto segue il suo regolare corso. Le persone in strada si vedono tranquille, spensierate e questo dovrebbe essere riconosciuto i paesi vicini che non hanno riconosciuto il legittimo e nuovo Potere Esecutivo del Paraguay”, ha dichiarato l’ambasciatore taiwanese ad Assunciòn, José Maria Liù.

La bandiera di Taiwan, paese amico del Paraguay

La bandiera di Taiwan, paese amico del Paraguay

In questo contesto, il riformismo molto moderato di Lugo è bastato ad alterare i padroni del Paraguay. “Il Governo cominciò a toccare interessi potenti, ha messo in condizione a Rio Tinto (la multinazionale delle miniere e della fusione di alluminio) di reagire. Cerchiamo di controllare e far compiere la legge ed il rispetto dei semi transgenici”, ha spiegato il segretario generale del Partido Tekojoja (ugualità in guaranì), Anibal Carrillo. Tutto questo all’interno dei buoni risultati economici.

Nel giornale ABC Color nell’editoriale dell’11 luglio del 2012, dal titolo “Stupidità”, si criticano le lotte intestine tra i colorados e reclama l’unità per confrontarsi contro la sinistra nel 2013. Il giornale – attivo partecipante del golpe – considera che la sinistra costituisce un pericolo di grande portata: “Il Partido Colorado unito e consolidato sarebbe attualmente una muraglia invalicabile per la sinistra luguista–bolivariana–castrista–marxista, però diviso in tre fazioni, come sta succedendo in questo momento, al fronte della presa di posizione del Presidente dell’Uruguay Mujica, si converte in un’avversario molto più semplice da battere”. In conclusione “los carperos”, i terroristi dell’EPP ed altre organizzazioni alla corte di Castro e Chavez che si vanno costituendosi mediante le risorse economiche locali sotto il regime di Lugo, acquisirebbero enormi vantaggi economici se dovessero vincere. La cecità dei dirigenti del partido Colorado di fronte a questo pericolo e di non unirsi indica una inspegabile stupidità”.

Traduzione di Davide Matrone

articolo apparso su “Le Monde Diplomatique” agosto 2012 versione spagnola

Non ho invaso il Venezuela perché non ne ho avuto il tempo…

Non ho invaso il Venezuela perché non ne ho avuto il tempo.



di Luis Britto García

1
Secondo Machiavelli, il Principe può e deve commettere utili infamità ma deve apparire morale in pubblico, deve apparire come l’incarnazione della religione e della morale. Non ha nulla del Principe chi confessa l’intenzione di commettere infamia, non avendo avuto il tempo o il coraggio di commetterla e lo dichiara e, inoltre, quando non la può più fare. “Non ho invaso il Venezuela perché non ne ho avuto il tempo”, dice Álvaro Uribe, che è stato dieci anni al potere e che ha avuto l’appoggio o l’occupazione militare degli Stati Uniti a suo favore. Perché fa tale ammissione? Per quale scopo?

2
Da anni sostengo che il piano è quello di alimentare la guerra tra Colombia e Venezuela per ottenere la rovina dei due paesi. Indicazioni che questa intuizione non può essere sbagliata sono: il fatto che il bilancio della difesa della fraterna Repubblica impiega più di mezzo milione di persone; gli Stati Uniti sostengono questo sforzo militare con i dollari del Plan Colombia e aspiravano ad incremenare le tre basi militari per portarle a nove; nel 2004 sono stati arrestati più di cento paramilitari colombiani che stavano preparando un attentato in Venezuela; nel 2008 l’esercito colombiano con gli Stati Uniti e la sua intelligenza logistica ha attaccato l’Ecuador, i due attacchi sono stati accompagnati da una persistente campagna per incriminare il nostro paese tacciato di essere legato al narcotraffico, controllato dai guerriglieri colombiani, nonché di essere violatore dei diritti umani. A confessione di Uribe, rilievo di prova: per un decennio il presidente di un paese vicino ha pianificato l’invasione del nostro paese.

3
Secondo Hugo Chávez, non gli è mancato il tempo, ma le palle. Oltre alla logica. Non è una cosa da nulla intraprendere una guerra con una repubblica sorella senza nemmeno aver vinto quella che conduce sul proprio stesso territorio. Nemmeno è cosa semplice cercare di uccidere un presidente di un paese vicino senza avere assicurata la propria stessa sopravvivenza politica. Un pigiama rosso pesa sul destino di colui che l’agenzia di sicurezza degli Stati Uniti cataloga come narcotrafficante numero 84. Tutti coloro che hanno servito i grandi poteri, come Rafael Leonidas Trujillo o Saddam Hussein nella sua guerra senza senso contro l’Iran, sono stati poi da esso distrutti.

4
Non fanno eccezione coloro che sono incorsi nel terrorismo di stato massivo, come il peruviano-giapponese o giapponese-peruviano Fujimori. L’Impero e le oligarchie locali si servono di essi e se ne sbarazzano quando diventano inutili. Nel 2007, durante il IV Congresso Internazionale della Lingua Spagnola a Cartagena, ho visto Uribe cercare di ingraziarsi Juan Carlos di Borbone, gridando con una mano sul petto che i neogranadini sono sempre stati “i sudditi più fedeli della Corona”. La sopravvivenza di Uribe dipende dal presentarsi a tutti i costi come il suddito più fedele degli Stati Uniti, anche se ciò implica la perpetuazione del conflitto interno e la promozione di un conflitto ancora più insensato con tutta l’America Latina e i Caraibi.

5
Raramente la carriera di un’unica persona ha richiesto tanti sacrifici atroci per tutti. Cosa che dovrebbe essere evidente per i colombiani e le oligarchie locali che hanno sperimentato i risultati di una sospensione dei rapporti commerciali con il Venezuela. Per loro, Uribe è un parvenù utile al potere per l’esercizio del terrorismo di stato e per scaricargli le responsabilità a conclusione della sua gestione, ma non durerà per sempre come arbitro supremo della vita e del destino. Si sono già serviti di lui ma non sono disposti a che lui si serva di loro.

6
Ho evidenziato che per la sua posizione strategica tra due mari, la sua numerosa popolazione, la produzione agricola, le sue industrie sviluppate, i suoi attivi commerci, la Colombia può esercitare una ragionevole egemonia regionale, senza impantanarsi in sanguinosi conflitti esterni, che la metterebbero contro l’ALBA, l’UNASUR, la CELAC, il MERCOSUR e il BRIC, offrendo in questo modo all’insurrezione interna di prendere il potere. Se si optasse per questo suicidio politico, lo sarebbe per decisione consensuale delle sue oligarchie che sanno cosa rischiano di perdere e non per l’interesse di un uomo politico che ha già perso tutto. I cani che abbaiano non mordono, soprattutto se non hanno morso quando avrebbero potuto.

7
E l’opposizione venezuelana, il cui leader della campagna elettorale Leopoldo López ha incontrato Uribe al confine? Sta con lui o con il Venezuela? Che la smettano con le ipocrisie, come Osvaldo Álvarez Paz ha raccomandato. Staremo a vedere se oseranno.

[traduzione dal castigliano di Ciro Brescia]

brittoluis@gmail.com

No invadí Venezuela porque no tuve tiempo

1
Según Maquiavelo, el Príncipe puede y debe cometer infamias útiles, pero en público debe parecer la moral, la religión y las buenas costumbres encarnadas. Nada de Príncipe tiene quien confiesa la intención de una infamia, no haber tenido tiempo o valor para cometerla, y lo hace cuando ya no puede llevarla a cabo. “No invadí Venezuela porque no tuve tiempo”, confiesa Álvaro Uribe, quien contó con diez años de poder y el apoyo u ocupación militar de Estados Unidos para ello ¿Por qué confiesa? ¿Con qué propósito?
2
Hace años sostengo que el plan maestro de Estados Unidos es suscitar una guerra entre Colombia y Venezuela para quedarse con las ruinas de ambos países. Indicios de que esta intuición pudiera no estar equivocada son: el hecho de que el presupuesto de Defensa de la Hermana República alberga más de medio millón de personas; de que Estados Unidos apoya este esfuerzo armamentista con los raudales de dólares del Plan Colombia y con tres bases militares que aspiraba elevar a nueve; de que en 2004 fueron detenidos más de un centenar de paramilitares que preparaban un magnicidio en Venezuela; de que en 2008 el ejército colombiano con logística e inteligencia estadounidense atacó a Ecuador; de que ambas agresiones fueron rodeadas de persistente campaña para incriminar a nuestro país como narcotraficante, dominado por la guerrilla colombiana y violador de los Derechos Humanos. A confesión de Uribe, relevo de pruebas: durante una década el presidente de un país vecino estuvo planeando invadirnos.


3
Según contesta Hugo Chávez Frías, tiempo no le faltó, sino cojones. También, lógica. No es una minucia emprender una guerra con una República hermana sin haber ganado la que libra en su propio territorio. No es una menudencia tratar de acabar con un mandatario vecino sin tener asegurada la propia supervivencia política. Un pijama rojo pesa sobre el destino de quien los organismos de seguridad de Estados Unidos catalogan como el narco número 84. Todos los que sirvieron a la gran potencia, desde Rafael Leonidas Trujillo hasta Sadam Hussein en su insensata guerra con Irán, han sido luego destruidos por ella.
4
No son una excepción los incursos en terrorismo masivo de Estado, como el japonés peruano o peruano japonés Fujimori. El Imperio y las oligarquías locales se sirven de ellos para desecharlos cuando devienen inútiles. En 2007, durante el IV Congreso Internacional de la Lengua Española en Cartagena, vi a Uribe tratando de congraciarse con Juan Carlos de Borbón, clamando con mano en el pecho que los neogranadinos siempre fueron “los más fieles súbditos de la Corona”. La supervivencia de Uribe depende de presentarse a toda costa como el más fiel súbdito de Estados Unidos, aunque ello implique la eternización del conflictointerno y la promoción de un todavía más insensato conflicto con toda América Latina y el Caribe.

5
Pocas veces la carrera de uno exigió tan atroces sacrificios de todos. Esto debe ser evidente para las oligarquías locales colombianas, que probaron los resultados de una suspensión de relaciones comerciales con Venezuela. Para ellas, Uribe es un advenedizo, útil para ejercer el terrorismo de Estado desde el poder y para cargar con las culpas de él concluida su gestión, pero no para eternizarse como supremo árbitro de vidas y fortunas. Ya se sirvieron de él; no están dispuestas a que él se sirva de ellas.
6
He señalado que por su posición estratégica entre dos mares, su abundante población, su producción agrícola, sus desarrolladas industrias, su activo comercio, Colombia puede ejercer una razonable hegemonía regional sin necesidad de empantanarse en sangrientos conflictos externos, que la enfrentarían con el ALBA, UNASUR, CELAC, MERCOSUR y el BRIC, y brindarían a la insurgencia interna la posibilidad de tomar el poder. De enfrascarse en esta política suicida, lo haría por decisión consensual de sus oligarquías, que saben lo que pueden perder, y no en interés de un político que lo ha perdido todo. Perro que ladra no muerde, sobre todo si no mordió mientras pudo.
7
¿Y la oposición venezolana, cuyo jefe de campaña Leopoldo López se entrevistó con Uribe en la frontera? ¿Están con él, o con Venezuela? Que se dejen de hipocresías, recomendó Osvaldo Álvarez Paz. Veremos si se atreven.
brittoluis@gmail.com
Consulte también:
http://luisbrittogarcia.blogspot.com
Libros de Luis Britto en Internet: Rajatabla: http://www.monteavila.gob.ve Dictadura mediática en Venezuela: http://www.minci.gob.ve http://www.facebook.com/Luis.Britto.Garcia

(Foto e testo) Manifesto per una Rete di Solidarietà con il ‘Proceso Bolivariano’

Manifesto per la fondazione di una Rete di Solidarietà con il ‘Proceso Bolivariano’

Villamaina (Av)

02-IX-2012

Mentre il capitalismo stringe la cinghia intorno alla vita di chi è già stato spremuto, da Cuba al Venezuela, dalla Bolivia all’Ecuador, al Nicaragua, i popoli dell’America Latina indicano un’altra strada: mettendo in causa i rapporti di proprietà, imponendo una nuova sovranità antimperialista, costruendo nuove alleanze e blocchi regionali (ALBA, Unasur, Mercosur, CELAC) basati su un’idea non asimmetrica delle relazioni. Nuove vie per costruire il socialismo nel XXI secolo fidando su una straordinaria partecipazione politica delle classi popolari che interroga la realtà asfittica delle democrazie borghesi di casa nostra.

Un contesto che richiede una nuova coscienza internazionalista basata sulla rimessa in discussione dei rapporti neocoloniali nel mondo occidentale e sulla solidarietà tra i popoli, avversa a ogni ingerenza.

Per questa ragione sentiamo nostra la necessità di sostenere la rivoluzione bolivariana e tutti i movimenti rivoluzionari e progressisti dell’America Latina.

Noi, compagne e compagni che nei cinque giorni di confronto al Campo Nazionale di Formazione Politica “Rise Up!” abbiamo condiviso questi contenuti, proponiamo la creazione di una rete di solidarietà che si impegni:

a sostenere la Rivoluzione Venezuelana e tutti gli altri processi americani di transizione al socialismo;

ad appoggiare i movimenti rivoluzionari e progressisti dell’America Latina;

a contrastare la guerra mediatica che serve gli interessi dei monopoli;

a ritrovare le ragioni storiche del movimento rivoluzionario internazionale e la memoria delle lotte radicali che hanno costruito il nostro percorso odierno;

a favorire il coinvolgimento politico delle comunità latinoamericane in Italia;

a promuovere pensiero critico e formazione;

a rafforzare la rete di contatti in maniera ampia e inclusiva;

a costruire scambi proficui di esperienze, anche all’interno delle nostre comunità.

Fin da subito ci impegniamo in alcune azioni concrete:

diffondere le numerose attestazioni di solidarietà di note personalità mondiali al Gran Polo Patriótico che sostiene Chávez in occasione delle elezioni presidenziali venezuelane del 7 ottobre 2012;

avviare i lavori di rete raccogliendo contatti di persone e soggetti interessati, cominciando l’analisi collettiva sui temi della sovranità, della proprietà privata, della memoria storica, del lavoro, delle donne, delle comunità indigene e diffondendo materiali informativi multimediatici;

dotare la Rete di Solidarietà con il ‘Proceso Bolivariano’ di un’organizzazione interna provvisoria immediatamente efficace.

Villamaina (Av), 02-IX-2012

—–

Manifiesto para la Creación de una RED DE SOLIDARIDAD CON EL PROCESO BOLIVARIANO

Mientras el capitalismo “aprieta el cinturón” de quienes ya sufren las consecuencias de la crisis del modelo neoliberal; de Cuba a Venezuela; de Bolivia a Ecuador, pasando por Nicaragua, los pueblos de Latinoamérica nos muestran otra ruta: poniendo en discusión las relaciones de propiedad, imponiendo una nueva soberanía antiimperialista y construyendo nuevas alianzas y bloques regionales (ALBA, Unasur, Mercosur, CELAC) sobre la base de un concepto no asimétrico de las relaciones.

Nuevas vías para construir el Socialismo del Siglo XXI confiando en la extraordinaria participación política de las clases populares que cuestiona la realidad asfixiante de la democracia burguesa de este continente.

Un contexto que exige una nueva conciencia internacionalista basada en la puesta en discusión de las relaciones neocoloniales del mundo occidental y sobre la solidaridad entre los pueblos, contra toda desviación neofascista.

Por esta razón hacemos nuestra la necesidad de apoyar la Revolución Bolivariana y todos los movimientos revolucionarios y progresistas de América Latina.

Nosotros, compañeras y compañeros que, en cinco días de debate en el Campamento Nacional de Formación Política RISE UP, hemos compartido estos contenidos, proponemos la creación de una Red de Solidaridad, destinada a:

Apoyar la Revolución Bolivariana y todos los otros proceso americanos de transición al Socialismo; e, igualmente, a los movimientos revolucionarios y progresistas de América Latina;

Contrarrestar la guerra mediatica que sirve a los intereses de los monopolios;

Rescatar las razones históricas del movimiento revolucionario internacional y la memoria de las luchas radicales que han construido nuestro transcurrir cotidiano;

Favorecer el involucramiento político de las comunidades latinoamericanas en Italia;

Promover el pensamiento crítico y la formación;

Reforzar la red de contactos de manera amplia e inclusiva;

 

Construir un intercambio productivo de experiencias, también al interior de nuestras comunidades.

De manera inmediata nos proponemos:

 

Difundir las numerosas declaraciones de solidaridad de diferentes personalidades del planeta, al Gran Polo Patriótico que apoyan al Presidente Chávez en ocasión de las elecciones del próximo 07 de octubre de 2012;

Implementar tareas de recolección de contactos de personas y sujetos particulares para el análisis colectivo sobre los temas de soberanía, propiedad privada, memoria histórica, trabajo, del rol de la mujer, de la incorporación de las comunidades indígenas por medio de la difusión a través de canales tradicionales y alternativos;

Dotar a la Red de Solidaridad con el Proceso Bolivariano de una organización interna provisional que le de eficacia y eficiencia inmediatas.

Villamaina (Av), 02-IX-2012

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