Workers World con Maduro y el pueblo bolivariano

por WWP de Estados Unidos

Desde diferentes ciudades de Estados Unidos, la membresía del Centro de Acción Internacional y del Partido Workers World-Mundo Obrero enviamos nuestros más cálidos abrazos solidarios al Presidente Nicolás Maduro y al pueblo bolivariano.

Queremos también por este medio expresar nuestro más absoluto rechazo a la política intervencionista e imperialista del gobierno estadounidense que busca la derrota de la Revolución Bolivariana.

Confiamos plenamente en que ese pueblo que se lanzó a las calles el 13 de abril del 2002 para rescatar a su presidente Hugo Rafael Chávez, volverá con nuevos bríos a rescatar su Revolución Bolivariana de la amenaza representada por las criminales hordas fascistas financiadas desde Washington.

Pero la Revolución no está sola, millares de personas alrededor del mundo estamos dispuestas a defenderla frente a estas agresiones que se han lanzado no solo desde el imperio estadounidense, sino desde los grandes medios corporativos internacionales y los gobiernos entreguistas que a su vez aplican medidas antipopulares de austeridad y represión a sus pueblos. Comenzando con EUA donde la nueva Administración Trump ha intensificado, con sus propuestas de ley y sus medidas en contra del pueblo trabajador, el racismo, la brutalidad policíaca y la represión, sobre todo de personas negras, latinas, indígenas, inmigrantes, musulmanas, y de diversos géneros.

El ejemplo de lucha del pueblo bolivariano y los enormes avances en pro de las masas más explotadas y excluidas logrados por la Revolución son un ejemplo para todas las fuerzas que mundialmente luchamos diariamente por una mejor vida, con dignidad, libertad y justicia social y económica.

¡Fuera la intervención de Estados Unidos y sus aliados pro-imperialistas!
¡Viva el pueblo bolivariano y su presidente Nicolás Maduro!
¡Viva el poder del pueblo bolivariano!

Provocazione USA e Corea del Nord: un pretesto per la guerra con la Cina

Trumpdi James Petras

24apr2017.- La costruzione dell’Impero degli Stati Uniti su scala mondiale è iniziata durante e subito dopo la seconda guerra mondiale. Washington è intervenuta direttamente nella guerra civile cinese (fornendo armi all’esercito di Chiang Kai Shek, mentre l’Esercito Rosso combatteva i Giapponesi), ha sostenuto la guerra di ri-colonizzazione della Francia contro il Viet Minh in Indocina e ha installato regimi fantoccio collaborazionisti dell’Impero giapponese in Corea del Sud, Taiwan e Giappone.

Sebbene la costruzione dell’impero si sia svolta con avanzate e retrocessi, progressi e sconfitte, l’obiettivo strategico è rimasto lo stesso: impedire la creazione di governi indipendenti comunisti o secolari-nazionalisti e imporre regimi vassali conformi agli interessi statunitensi.

Le guerre sanguinose e i colpi di stato (‘cambiamenti di regime’) sono stati le armi a disposizione. I regimi coloniali europei sconfitti sono stati sostituiti e incorporati come alleati subordinati degli U.S.A.

Laddove possibile, Washington si basava su eserciti di mercenari formati, attrezzati e diretti da ‘consiglieri’ statunitensi, per far avanzare le conquiste imperiali. Se necessario, di solito se il regime dei clienti e le truppe vasalle non erano in grado di sconfiggere un esercito popolare armato, le forze armate statunitensi intervenivano direttamente.

Gli strateghi imperiali cercavano di intervenire e brutalmente conquistare la nazione bersaglio. Quando non riuscivano a raggiungere il loro obiettivo “massimo”, lavoravano in trincea con una politica di assedio per tagliare i legami tra centri rivoluzionari e movimenti vicini. Dove i paesi hanno resistito con successo alle conquiste armate, i costruttori dell’impero hanno imposto sanzioni e blocchi economici, per erodere la base economica dei governi popolari.

Gli imperi, come i saggi romani riconoscevano da tempo, non vengono costruiti in un giorno, in settimane o in mesi. Tregue e  accordi sono firmati e rotti quando conviene, perché i disegni imperiali rimangono fondamentali.

Gli imperi sono costruiti promuovendo fratture interne tra avversari e colpi di stato nei paesi limitrofi. Soprattutto, consistono di una rete mondiale di avamposti militari, agenti clandestini e alleanze regionali ai confini dei governi indipendenti, per ridurre le potenze militari emergenti.

In seguito a guerre vittoriose, i centri imperiali dominano la produzione e i mercati, le risorse e il lavoro. Tuttavia, nel tempo, le sfide inevitabilmente emergono, da parte dei regimi dipendenti come anche da quelli indipendenti. Rivali e concorrenti hanno guadagnano mercati e una maggiore capacità militare. Mentre alcuni stati vassalli hanno sacrificato la sovranità politico-militare necessaria allo sviluppo economico indipendente, altri si sono spinti verso l’indipendenza politica. 

Contraddizioni precoci e tardive dell’espansione dell’imperialismo

Le dinamiche degli stati e dei sistemi imperiali contengono contraddizioni, che costantemente sfidano e modificano i contorni dell’impero.

Gli Stati Uniti hanno dedicato enormi risorse per mantenere la supremazia militare sui vassalli, ma hanno subito un forte calo nella loro quota di mercato mondiale, in particolare con l’ascesa veloce di nuovi produttori economici.

La concorrenza economica ha costretto i centri imperiali a rimettere a fuoco le loro economie – la ‘rendita’ (finanza e speculazione) ha spostato i profitti dal commercio e dalla produzione. Le industrie imperiali si sono trasferite all’estero in cerca di lavoro a basso costo. La finanza, le assicurazioni, l’immobiliare, le comunicazioni, l’industria militare e della sicurezza sono giunti a dominare l’economia domestica. Un ciclo vizioso è stato creato: con l’erosione della sua base produttiva, l’Impero ha ulteriormente aumentato la sua dipendenza dal capitale militare e finanziario e dall’importazione di beni di consumo a basso costo.

Subito dopo la seconda guerra mondiale, Washington ha provato la sua forza militare attraverso l’intervento. A causa dell’immensa resistenza popolare e della vicinanza dell’URSS, e poi della RPC, la costruzione dell’Impero nell’Asia post-coloniale è stata contenuta o sconfitta militarmente. Le forze U.S.A. hanno temporaneamente conosciuto uno scacco matto in Corea dopo aver ucciso milioni di persone. La loro sconfitta in Cina ha portato alla fuga dei “nazionalisti” sull’isola provinciale di Taiwan. La sostenuta resistenza popolare e il sostegno materiale delle superpotenze socialiste hanno portato al loro ritiro dall’Indo-Cina. In risposta, gli U.S.A. hanno fatto ricorso a sanzioni economiche per soffocare i governi rivoluzionari.

La crescita dell’ideologia unipolare

Con il crescente potere dei concorrenti economici esteri e la sua crescente dipendenza dall’intervento militare diretto, l’Impero degli Stati Uniti ha approfittato della disintegrazione interna dell’URSS e dell’abbraccio cinese del “capitalismo di stato” nei primi anni ’90 e ’80. Gli U.S.A. si sono espansi nella regione baltica, nell’Europa orientale e centrale e nei Balcani – con la divisione forzata della Jugoslavia. Gli strateghi imperiali hanno immaginato ‘un impero unipolare’ – uno stato imperiale senza rivali. I costruttori dell’Impero erano liberi di invadere, occupare e saccheggiare stati indipendenti in qualsiasi continente – anche di bombardare una capitale europea, Belgrado, con impunità totale. Sono state lanciate molteplici guerre contro gli ‘avversari’ designati, che non disponevano di forti alleati globali.

I paesi dell’Asia meridionale, del Medio Oriente e del Nord Africa sono stati presi mira per la distruzione. Il Sud America era sotto il controllo di regimi neo-liberistici. L’ex-URSS è stata saccheggiata e disarmata dai vassalli imperiali. La Russia è stata governata da gangster-cleptocrati alleati ai piantoni degli Stati Uniti. La Cina è stata vista come nient’altro che un laboratorio di schiavi che doveva produrre beni di consumo di massa a basso costo per gli Americani e generare grandi profitti per le multinazionali americane e i rivenditori come Walmart.

Ma, a differenza dell’Impero Romano, gli anni Novanta non sarebbero stati il preludio di un impero statunitense invincibile di lunga durata. Dal momento che gli ‘unipolaristi’ stavano perseguendo diverse guerre di conquista costose e distruttive e non potevano contare sulla crescita dei satelliti con economie industriali emergenti per i propri profitti, la potenza globale statunitense è risultata erosa.

La sconfitta dell’unipolarismo: il 21mo secolo

Dieci anni dopo essere entrati nel XXI secolo, la visione imperiale di un invincibile impero unipolare si andava già sbriciolando. L’accumulazione ‘primitiva’ della Cina ha portato a un’accumulazione domestica avanzata a favore del popolo e dello stato cinesi. La potenza della Cina si è estesa all’estero attraverso investimenti, scambi e acquisizioni.

La Cina ha sostituito gli Stati Uniti come principale partner commerciale in Asia e più grande importatore di materie prime provenienti dall’America Latina e dall’Africa. La Cina è diventata il principale produttore ed esportatore di beni di consumo in Nord America e nell’UE.

Il primo decennio del XXI secolo ha visto il rovesciamento o la sconfitta degli stati vassali statunitensi in tutta l’America Latina (Argentina, Bolivia, Venezuela, Ecuador e Brasile) e l’emergere di regimi agro-minerari indipendenti, pronti a costituire patti commerciali regionali. Si è trattato di un periodo di crescente domanda globale per le loro risorse naturali e le loro materie prime, proprio quando gli Stati Uniti si stavano de-industrializzando e in mezzo a costose e disastrose guerre in Medio Oriente.

A differenza della crescente indipendenza dell’America Latina, l’UE ha approfondito la sua partecipazione militare alle brutali guerre d’oltremare guidate dagli Stati Uniti, espandendo il ‘mandato’ della NATO. Bruxelles ha seguito la politica unipolare che assedia sistematicamente la Russia e indebolisce la sua indipendenza attraverso severe sanzioni. L’espansione esteriore dell’UE (finanziata con una crescente austerità nazionale) ha accentuato le crepe interne, portando al malcontento popolare. Il Regno Unito ha votato a favore di un referendum per separarsi dall’UE.

I disastri domestici del regime vassallo statunitense in Russia, sotto Boris Yeltsin durante gli anni ’90, hanno spinto gli elettori a scegliere un nazionalista, Vladimir Putin. Il governo del presidente Vladimir Putin ha intrapreso un programma per riconquistare la sovranità russa e la sua posizione di potere globale, contrastando l’intervento interno statunitense e rigettando l’accerchiamento esterno della NATO.

Gli unipolaristi hanno continuato a lanciare molteplici guerre di conquista in Medio Oriente, nel Nord Africa e nell’Asia meridionale, che sono costate migliaia di miliardi di dollari e hanno portato alla perdita dei mercati globali e della competitività. Mentre gli eserciti dell’Impero si espandevano a livello mondiale, l’economia domestica (la ‘Repubblica’) entrava in recessione. Gli Stati Uniti si sono impantanati nella recessione e in una crescente povertà. La politica unipolare ha creato una crescente economia mondiale multipolare, mentre rigidamente imponeva le proprie priorità militari.

L’Impero colpisce indietro: l’opzione nucleare


Il secondo decennio del ventunesimo secolo ha inaugurato la scomparsa dell’unipolarità, provocando lo sgomento di molti ‘esperti’ e la rimozione cieca dei suoi architetti politici. L’aumento di un’economia mondiale multipolare ha intensificato il disperato tentativo imperiale di ripristinare l’unipolarità con i mezzi militari, manovrati da militaristi incapaci di adeguare o (anche solo) valutare le proprie politiche. Sotto il regime del presidente americano, ‘il primo nero’ Obama, eletto con la promessa di ‘tenere a freno’ i militari, gli strateghi imperiali hanno intensificato il perseguimento di (almeno) sette, nuove e prolungate guerre. Per i responsabili politici e i propagandisti dei media ufficiali statunitensi ed europei, queste sono state guerre imperiali vincenti, accompagnate da premature dichiarazioni di vittoria in Somalia, in Iraq e in Afghanistan. Questa trionfale illusione di successo ha portato la nuova Amministrazione a lanciare nuove guerre in Ucraina, Libia, Siria e Yemen.


Siccome la nuova ondata di guerre e colpi di stato (‘cambiamenti di regime’) per imporre l’unipolarità è fallita, politiche militaristiche ancora più spinte hanno sostituito le strategie economiche per il dominio globale. I militaristi unipolaristi, che dirigono l’apparato statale permanente, continuano a sacrificare mercati e investimenti, con totale impunità rispetto alle conseguenze disastrose dei loro fallimenti sull’economia domestica. 

Un breve rilancio dell’unipolarismo in America Latina

Colpi di stato e scalate al potere hanno rovesciato i governi indipendenti in Argentina, Brasile, Paraguay, Honduras e hanno minacciato i governi progressisti in Bolivia, Venezuela e Ecuador. Tuttavia, il ‘roll-back’ pro-imperiale in America Latina non era politicamente né economicamente sostenibile e minaccia di minare qualsiasi ripristino del dominio unipolare statunitense nella regione.

Gli Stati Uniti non hanno fornito alcun aiuto economico o un accesso più ampio ai mercati, per premiare e sostenere i regimi clientelari appena acquisiti. Il nuovo vassallo dell’Argentina, Mauricio Macri, ha trasferito miliardi di dollari ai rapaci banchieri di Wall Street e ha consentito l’accesso alle basi militari e alle risorse redditizie, senza ricevere in cambio immissioni di capitale da investimento. Infatti, le politiche servili del presidente Macri hanno creato maggiore disoccupazione e una compressione del livello di vita, portando al malcontento popolare di massa. Il ‘nuovo ragazzo’ dell’impero unipolare, (insediato) nel suo feudo di Buenos Aires, rischia una crisi precoce.

Allo stesso modo, la corruzione diffusa, una profonda depressione economica e livelli di disoccupazione a doppia cifra senza precedenti in Brasile minacciano il regime vassallo illecito di Michel Temer con una crisi permanente e un conflitto di classe crescente.

Successo a breve termine in Medio Oriente

Il lancio unipolare revanchista di una nuova ondata di guerre in Medio Oriente e in Africa del Nord ha conosciuto un effimero successo con il potere devastante dei bombardamenti aerei e navali statunitensi e NATO. Quindi è crollato in mezzo alla distruzione grottesca e al caos, inondando l’Europa con milioni di rifugiati.

Potenti rigurgiti di resistenza all’invasione statunitense dell’Iraq e dell’Afghanistan hanno accelerato il ritorno verso un mondo multipolare. Gli insorti islamici hanno costretto gli Stati Uniti in guarnigioni fortificate e hanno preso il controllo della campagna e circondato le città in Afghanistan; Iraq, Siria, Yemen, Somalia e Libia hanno messo in fuga i regimi e i mercenari sostenuti dagli Stati Uniti.

Gli unipolaristi e lo stato permanente: ri-compattamento e attacco

Di fronte ai propri fallimenti, gli unipolaristi si sono raggruppati e hanno attuato la strategia militare più pericolosa mai provata: l’accumulo di capacità ‘nucleare’ di primo livello per la Cina e la Russia.


Messo in piedi dai mandatari politici del Dipartimento di Stato americano, il governo dell’Ucraina è stato sussunto dai vassalli statunitensi, che hanno portato alla rottura in corso in quel paese. Per paura dei neo-fascisti e dei russofobi, i cittadini della Crimea hanno votato per ricongiungersi alla Russia. Le maggioranze etniche russe nella regione del Donbass dell’Ucraina sono entrate in guerra con Kiev, con migliaia di persone uccise e milioni di persone in fuga dalle loro case per rifugiarsi in Russia. Gli unipolaristi di Washington hanno finanziato e diretto il colpo di Kiev, realizzato da cleptocrati, fascisti e teppisti di strada, immuni come sempre dalle conseguenze.

Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno aumentando il numero di truppe di combattimento in Afghanistan, Iraq e Siria, per sostenere i loro alleati e inaffidabili mercenari.

Ciò che è fondamentale per comprendere l’ascesa e il declino del potere imperiale e le dichiarazioni unipolari euforiche degli anni ’90 (soprattutto durante il tramonto del sanguinoso regno del Presidente Clinton), è che le iniziative militari e politiche in nessun momento sono state sostenute da parte di blocchi di potere economico.

Gli Stati Uniti hanno sconfitto e conseguentemente occupato l’Iraq, ma hanno sistematicamente distrutto la società civile e l’ economia irachena, creando terreno fertile per la massiccia pulizia etnica, le ondate dei rifugiati e la successiva rivolta islamica, che ha attraversato vasti territori. Infatti, le deliberate politiche statunitensi in Iraq e altrove hanno creato la crisi dei rifugiati, che sta travolgendo l’Europa.

Una situazione simile sta avvenendo durante i primi due decenni di questo secolo: le vittorie militari hanno installato inetti leader impopolari sostenuti dall’impero. Gli unipolaristi si affidano sempre più alle realtà tribali più retrograde, agli estremisti islamici, ai clienti esteri e ai mercenari pagati. L’attacco intenzionale condotto dagli Stati Uniti verso quelle persone capaci di dirigere le nazioni multiculturali moderne come l’Iraq, la Libia, la Siria e l’Ucraina è una caricatura dei famosi attacchi di Pol Pot contro le classi educate della Cambogia. Naturalmente, gli Stati Uniti hanno prodigato i loro sforzi speciali verso l’uccisione degli insegnanti di scuola, quando hanno addestrato e finanziato i mujahedin in Afghanistan negli anni ’80.

La seconda debolezza, che ha portato al crollo dell’illusione unipolare, è stata la loro incapacità di ripensare le loro ipotesi e di riorientare e riequilibrare il loro paradigma strategico militarista di fronte all’incredibile confusione globale che hanno creato.

Ostinatamente si sono rifiutati di lavorare per promuovere elites economiche educate nei paesi conquistati. A tal fine, sarebbe stato necessario mantenere un sistema socio-economico e di sicurezza intatto nei paesi che avevano sistematicamente fatto a pezzi. Avrebbe significato rigettare il proprio paradigma di guerra totale, di resa incondizionata e di nuda e brutale occupazione militare, per consentire lo sviluppo di utili alleati economici, anziché imporre regimi vassalli malleabili ma grottescamente corrotti.


Il vasto apparato di esercito-polizia-intelligence, profondamente radicato, fortemente finanziato, che conta numerosi milioni, ha formato uno stato imperiale parallelo che comanda sul regime civile eletto all’interno degli Stati Uniti.

Il cosiddetto ‘stato profondo’, in realtà, è uno stato di dominio gestito dagli unipolaristi. Non è un’’entità senza volto’: ha un’identità di classe, ideologica ed economica.

Nonostante il grave costo dovuto alla perdita di una serie di guerre catastrofiche e dei furti multi-miliardari di dollari da parte dei regimi vassalli cleptocratici, gli unipolaristi sono rimasti impuniti, addirittura aumentando i loro sforzi per mettere a segno una conquista o riportare una vittoria militare temporanea.


Diciamolo apertamente e chiaramente: gli unipolaristi ora sono impegnati a incolpare dei loro terribili fallimenti militari e politici la Russia e la Cina. Ecco perché cercano, direttamente e indirettamente, di indebolire gli ‘alleati all’estero’ e, in particolare, Russia e Cina. Infatti, la loro campagna selvaggia volta ad ‘accusare i Russi’ dell’elezione del presidente Trump riflette la loro profonda ostilità verso la Russia e il disprezzo per i lavoratori e gli elettori di classe media inferiore (l’‘urna dei deplorabili’), che hanno votato per Trump. L’incapacità di questa elite di esaminare i propri fallimenti e l’incapacità del sistema politico di rimuovere questi disastrosi politicanti costituiscono una grave minaccia per il futuro del mondo.

Gli unipolaristi: la fabbricazione di pretesti per la guerra mondiale 

Mentre lo Stato unipolare ha subìto prevedibili sconfitte militari, prolungate guerre e la dipendenza da regimi civili instabili, gli ideologi continuano a dare la colpa alla ‘Russia e alla Cina come causa di tutte le loro sconfitte militari’.

La monomania degli unipolaristi si è trasformata in una provocatoria costruzione su vasta scala fatta di missili nucleari per l’offesa in Europa e in Asia, il che ha aumentato il rischio di una guerra nucleare con l’ingaggio in un letale ‘gioco del pollo’.

I fisici nucleari veterani del Bollettino degli Scienziati Atomici hanno pubblicato un’importante descrizione dei piani di guerra degli unipolaristi. Hanno reso noto che ‘il programma nucleare attuale e in corso ha implementato nuove tecnologie rivoluzionarie, che aumentano notevolmente la capacità di targeting dell’arsenale balistico USA. Queste nuove tecnologie aumentano il potere di sterminio totale delle forze missilistiche statunitensi di tre volte.’ Questo è esattamente ciò che un osservatore oggettivo si aspetterebbe da uno stato unipolare statunitense armato nuclearmente, che prevede di lanciare una guerra disarmando la Cina e la Russia con un primo colpo a ‘sorpresa’.

Lo stato unipolare ha individuato parecchi paesi come pretesti per lanciare una guerra. Il governo degli Stati Uniti ha installato provocatorie basi missilistiche nei paesi baltici e in Polonia. Questi sono regimi scelti per la loro voglia di violare i confini o lo spazio aereo della Russia e insanamente disposti a provocare l’inevitabile reazione militare a catena sulle proprie popolazioni. Altri siti per grandi basi militari statunitensi e l’espansione della NATO includono i Balcani, in particolare le ex province jugoslave del Kosovo e del Montenegro. Questi sono stati etno-fascisti e mafiosi in bancarotta e potenziali micce per i conflitti provocati dalla NATO, che potrebbero portare a un primo colpo degli Stati Uniti. Ciò spiega perché i più rabidi militaristi del Senato americano stanno spingendo per l’integrazione del Kosovo e del Montenegro nella NATO.

La Siria è il luogo dove gli unipolaristi stanno creando un pretesto per la guerra nucleare. Lo Stato americano ha inviato più ‘forze speciali’ in aree fortemente conflittuali, per sostenere i loro alleati mercenari. Ciò significa che le truppe statunitensi opereranno d’ora in avanti (illegalmente) faccia a faccia con l’esercito siriano, sostenuto dal sostegno aereo militare russo (legale). Gli Stati Uniti intendono conquistare Raqqa, controllata dall’ISIS nella Siria settentrionale come propria base di operazioni, con l’intenzione di negare al governo siriano la sua vittoria sui terroristi jihadisti. La probabilità di ‘incidenti’ armati tra gli Stati Uniti e la Russia in Siria sta crescendo con l’entusiasta applauso degli unipolaristi statunitensi.

Gli Stati Uniti hanno finanziato e promosso i combattenti curdi mentre recuperano il territorio siriano dai terroristi jihadisti, soprattutto nei territori lungo il confine turco. Ciò sta portando a un inevitabile conflitto tra la Turchia e i curdi appoggiati dagli U.S.A..

Un altro sito probabile per la guerra ampliata è l’Ucraina. Dopo aver preso il potere a Kiev, i clepto-fascisti hanno lanciato una guerra di fuoco e un blocco economico contro i Russi-Ucraini bilingui della regione del Donbass. Gli attacchi da parte della giunta di Kiev, innumerevoli massacri di civili (tra cui la bruciatura di decine di manifestanti di lingua russa a Odessa) e il sabotaggio delle spedizioni russe di aiuto umanitario via mare potrebbero provocare ritorsioni dalla Russia e portare a un intervento militare statunitense attraverso il Mar Nero contro la Crimea.

Il luogo più probabile per iniziare la III guerra mondiale è la penisola coreana. Gli unipolaristi e i loro alleati nell’apparato statale hanno sistematicamente costruito le condizioni per scatenare una guerra con la Cina, usando il pretesto del programma di difesa armata  nordcoreano.

L’apparato statale degli unipolaristi ha riunito i suoi alleati al Congresso e nei mass-media per montare l’isteria pubblica. Il Congresso e l’amministrazione del presidente Trump hanno presentato il programma missilistico nordcoreano come una ‘minaccia per gli Stati Uniti’. Ciò ha permesso allo stato unipolarista di attuare una strategia militare offensiva per contrastare questa falsa ‘minaccia’.

L’elite ha scartato tutti i precedenti negoziati diplomatici e accordi con la Corea del Nord per prepararsi alla guerra – in ultima analisi diretta verso la Cina. Questo perché la Cina è il più dinamico e più efficace concorrente economico globale per il dominio del mondo da parte degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno ‘sofferto’ una sconfitta pacifica, ma umiliante, per mano di un potere asiatico  emergente. L’economia cinese è cresciuta più di tre volte più velocemente degli Stati Uniti negli ultimi due decenni. E la banca per lo sviluppo delle infrastrutture della Cina ha attirato numerosi partecipanti regionali e europei, dopo che un accordo commerciale molto promosso dagli Stati Uniti in Asia, promosso dall’amministrazione Obama, è fallito. Negli ultimi dieci anni, mentre gli stipendi e i salari sono ristagnati o regrediti negli Stati Uniti e nell’UE, si sono triplicati in Cina.

La crescita economica della Cina è destinata a superare gli Stati Uniti nel prossimo futuro, se la tendenza continua. Ciò comporterà inevitabilmente che la Cina sostituirà gli Stati Uniti come il potere economico più dinamico del mondo… fatto salvo un attacco nucleare dagli Stati Uniti. Non c’è da meravigliarsi che la Cina sia imbarcata in un programma per modernizzare i suoi sistemi missilistici difensivi e la sicurezza delle frontiere e della sicurezza marittima. Mentre gli unipolaristi si preparano alla ‘decisione finale’ di attaccare la Cina, stanno sistematicamente installando la loro capacità di attacco missilistico più avanzato in Corea del Sud, con il pretesto di contrastare il regime di Pyongyang. Per aggravare le tensioni, l’Alto Comando degli Stati Uniti ha iniziato dei cyber-attacchi contro il programma missilistico della Corea del Nord. Ha organizzato imponenti esercizi militari con Seoul, che hanno spinto l’esercito nordcoreano a ‘provare’ quattro dei suoi missili balistici a medio raggio nel Mare del Giappone. Washington ha ignorato gli sforzi del governo cinese per calmare la situazione e persuadere i Nordcoreani a resistere alle provocazioni statunitensi ai suoi confini e anche a ridimensionare il loro programma di armi nucleari. La macchina di propaganda della guerra statunitense afferma che la risposta nervosa di Pyongyang agli esercizi militari provocatori di Washington (soprannominati ‘Foal Eagle’) sul confine della Corea del Nord sono sia una ‘minaccia’ contro la Corea del Sud e ‘la prova della follia dei suoi leader’. In definitiva, Washington intende colpire la Cina. Ha installato il suo (mal definito) Sistema di Difesa Terminale di Estrema Altitudine (THAAD) in Corea del Sud. Un sistema di sorveglianza e attacco offensivo progettato per puntare le principali città cinesi e completare l’assedio marittimo della Cina e della Russia da parte degli U.S.A.. Utilizzando la Corea del Nord come pretesto, il THAAD è stato installato in Corea del Sud, con la capacità di raggiungere il cuore cinese in pochi minuti. La sua gamma copre oltre 3.000 chilometri di massa terrestre della Cina. I missili THAAD diretti sono progettati appositamente per identificare e distruggere la capacità missilistica difensiva della Cina. Con l’installazione THADD in Corea del Sud, l’Estremo Oriente della Russia è ora circondata dai missili offensivi statunitensi per completare l’accumulo in Occidente. Con l’istallazione del THADD in Sud Corea, l’Estremo Oriente della Russia è adesso accerchiato dai missili d’attacco U.S.A., a integrazione del complesso militare in Occidente. Gli strateghi unipolaristi sono alleati al governo giapponese sempre più militaristico – uno sviluppo estremamente allarmante per i Coreani e i Cinesi, data la storia della brutalità giapponese nella regione. Il Ministro della Difesa giapponese ha proposto di acquisire la capacità di uno ‘colpo preventivo’, una replica imperiale della sua invasione e schiavizzazione della Corea e della Manciuria. Il Giappone punta verso la Corea del Nord, ma realmente mira alla Cina.

Il regime profondamente corrotto e ciecamente sottomesso della Corea del Sud ha immediatamente accettato il sistema USA / THADD sul loro territorio. Washington ha trovato il docile ‘profondo stato’ sud-coreano disposto a sacrificare i suoi legami economici cruciali con Pechino: la Cina è il principale partner commerciale della Corea del Sud. Come conseguenza del suo ruolo di piattaforma per la futura aggressione statunitense contro la Cina, la Corea del Sud ha subito perdite nei commerci, negli investimenti e nell’occupazione. Anche se un nuovo governo della Corea del Sud dovesse invertire questa politica, gli Stati Uniti non sposteranno l’installazione THAAD. La Cina, da parte sua, ha tagliato in gran parte i suoi legami economici e di investimento con alcuni dei più grandi conglomerati della Corea del Sud. Il turismo, gli scambi culturali e accademici, gli accordi commerciali e, soprattutto, la maggior parte delle esportazioni industriali sud-coreane rischiano di arrestarsi.Nel bel mezzo di un grande scandalo politico che coinvolge il presidente coreano (che   affronta l’impeachment e l’arresto), l’alleanza militare americano-giapponese ha brutalmente coinvolto lo sprovveduto popolo sud-coreano in un attacco militare offensivo contro la Cina. Nel processo, Seoul rischia le sue relazioni economiche pacifiche con la Cina. I Sud-coreani sono in gran parte ‘a favore della pace’, ma si trovano sulle frontiere di una potenziale guerra nucleare.

La risposta della Cina alla minaccia di Washington è un massiccio accumulo della propria capacità di difesa missilistica. I Cinesi ora affermano di avere la capacità di abbattere rapidamente le basi THAAD in Corea del Sud se costretti dagli Stati Uniti. La Cina sta riorganizzando le sue fabbriche per compensare la perdita delle importazioni industriali sud-coreane.

Conclusione

L’ascesa e la caduta dell’America unipolare non ha destituito l’apparato statale permanente, dal momento che esso continua a perseguire le sue fallimentari strategie.

Al contrario, gli unipolaristi stanno accelerando la loro spinta per la conquista militare globale puntando la Russia e la Cina, che essi insistono sono la causa delle loro guerre perdenti e del declino economico mondiale. Vivono delle loro delusioni di una ‘era dell’oro’ degli anni ’90, quando George Bush Sr. poteva devastare l’Iraq e Bill Clinton poteva bombardare le città della Jugoslavia con impunità.

Sono finiti i giorni in cui gli unipolaristi potevano scompaginare l’URSS, finanziare violenti regimi ex-sovietici di rottura in Asia e nel Caucaso e gestire elezioni fraudolente per propri i clienti ubriachi in Russia.

I disastri delle politiche statunitensi e il loro declino economico interno hanno dato luogo a rapidi e profondi cambiamenti nei rapporti di potere negli ultimi due decenni, rompendo ogni illusione di un unipolare ‘secolo americano’.
L’unipolarismo resta l’ideologia dell’apparato permanente di sicurezza statale e delle sue elite a Washington. Credono che il matrimonio del militarismo all’estero e il controllo finanziario a casa permetteranno loro di riconquistare il loro perduto unipolare ‘Giardino dell’Eden’.

La Cina e la Russia sono i protagonisti essenziali di un mondo multipolare. La dinamica della necessità e la propria crescita economica li ha spinti ad alimentare con successo stati e mercati alternativi e indipendenti.

Questa evidente, irreversibile realtà ha spinto gli unipolaristi alla mania di prepararsi a una guerra nucleare mondiale! I pretesti sono infiniti ed assurdi; gli obiettivi sono chiari e globali; i mezzi militari offensivi distruttivi sono disponibili; ma lo sono anche le formidabili capacità di difesa e di rappresaglia della Cina e della Russia.
L’illusione dello stato unipolare di ‘vincere una guerra nucleare mondiale’ presenta agli Americani la sfida critica di resistere o di cedere a un impero insanamente pericoloso in declino, disposto a lanciare una guerra distruttiva globale.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

 

La carta de Tareck El Aissami a los EE.UU.

tareck-el-aissami5-e1351097946312Carta pública del vicepresidente Tareck El Aissami al departamento del tesoro de los estados unidos de norteamerica

Sr. Steven-Mnuchin

Su Despacho.-

Como ciudadano venezolano, y como Vicepresidente de la República Bolivariana de Venezuela, me dirijo a usted para responder a la emisión de acciones contra mi persona, de fecha 13 de febrero pasado, adoptadas a través de la Oficina de Control de Bienes Extranjeros (OFAC) del Departamento del Tesoro de los EE.UU.

En primer lugar, como autoridad del OFAC, usted ha sido engañado por sectores políticos, cabilderos y grupos de intereses en EE.UU., cuyo interés fundamental es evitar que Estados Unidos y Venezuela reconstruyan sus relaciones políticas y diplomáticas sobre la base del reconocimiento y el respeto mutuo.

Estos grupos de interés no sólo carecen de pruebas para validar las gravísimas acusaciones que me han sido imputadas, sino que -por el contrario- han construido un caso de falso positivo para criminalizar -a través de mi persona- al Gobierno de la República Bolivariana de Venezuela, nación que libra una lucha frontal y transparente contra el negocio trasnacional del narcotráfico.

Debe usted saber que cuando dirigí los servicios de seguridad ciudadana en mi país, entre los años 2008 y 2012, obtuvimos los más grandes avances de nuestra historia y del continente en materia de lucha contra los carteles de la droga, el negocio transnacional del tráfico ilícito de estupefacientes y sus estructuras logísticas. Entre esos años, las autoridades antidrogas de Venezuela bajo mi dirección, capturaron, encarcelaron y llevaron ante la justicia, tanto en Venezuela como en los países que los solicitaban, a 102 jefes de organizaciones criminales del narcotráfico. Del total de grandes capos capturados, 21 fueron deportados de forma expedita a los Estados Unidos y 36 a Colombia, de acuerdo a las solicitudes realizadas por las autoridades de cada país y en cumplimiento a los acuerdos internacionales de lucha contra el crimen organizado, hechos reconocidos oficialmente por los gobiernos de EE.UU y Colombia.

Entre los años 2005 y 2013, el promedio de incautación de droga por parte de las autoridades venezolanas ascendió a 56,61 toneladas anuales, cifra muy superior al promedio de 34,94 toneladas al año, en los seis años inmediatamente anteriores, cuando la Agencia Antidrogas de EE.UU (DEA) operaba en Venezuela. Este dato por sí solo deja en evidencia la falta de compromiso de la DEA en el combate al narcotráfico, y sustenta la muy documentada afirmación de las conexiones de este organismo con las organizaciones criminales del narcotráfico.
Asimismo, Venezuela siempre ha sido reconocida por las Naciones Unidas como territorio libre de cultivos de drogas.

Los extraordinarios avances de la República Bolivariana de Venezuela en materia de lucha contra el tráfico de drogas, que dirigí como responsable de la seguridad ciudadana, fueron reconocidos por organismos internacionales como la Organización de las Naciones Unidas (ONU) y constan en los archivos de los organismos jurisdiccionales de Estados Unidos y Colombia, países que también reconocieron el esfuerzo contra el crimen organizado que encabecé, y que no tiene precedentes en nuestro hemisferio.

La firme decisión de enfrentar a las mafias internacionales del narcotráfico condujo al Presidente Nicolás Maduro en el año 2012 a firmar una ley que permite la interdicción de aeronaves del narcotráfico que violen el espacio aéreo venezolano. Gracias a este moderno instrumento jurídico, Venezuela ha destruido, inutilizado o derribado más de cien aeronaves que forman parte de la infraestructura de transporte de droga desde Colombia y países vecinos y que transitan ilegalmente por nuestro territorio.

Venezuela libra una lucha abierta y sin cuartel contra el narcotráfico porque se trata de un delito de lesa humanidad, transfronterizo y porque combatirlo es una responsabilidad que compartimos como miembros de la comunidad internacional.

Venezuela enfrenta también a los carteles de la droga porque nuestro país y nuestro pueblo es víctima del narcotráfico, y en específico, de la poderosa industria del narcotráfico colombiano, principal proveedor de la droga que inunda las calles de Estados Unidos y Europa.

Es mucho lo que usted debería investigar antes de avalar una acusación falsa y temeraria, elaborada por burócratas y grupos de interés anti venezolanos, que sienta un peligroso precedente en la relación entre naciones soberanas.
La decisión de 120 países de rechazar estas medidas ilegales contra Venezuela es una muestra contundente del grave error que constituye la acción unilateral y contra el derecho internacional cometido por la administración norteamericana.

Pero al margen de las consideraciones políticas y geopolíticas, la decisión de la OFAC constituye una grave violación a mis derechos humanos, y lesiona gravemente mi dignidad y mi honor. He hecho mi vida personal, profesional y política en mi país, al que amo profundamente y al que dedico mi vida a través de un proyecto político que tiene como objetivos supremos la felicidad de nuestro pueblo, la igualdad y la justicia social. No poseo bienes ni cuentas en los Estados Unidos ni en ningún país del mundo, y resulta tan absurdo como patético que un organismo administrativo estadounidense -sin presentar pruebas- me dicte una medida de aseguramiento sobre bienes y activos que no poseo.

Las pretendidas sanciones, aprobadas por la OFAC, el mismo día de su confirmación al frente del Departamento del Tesoro, son ilegales y violatorias del Derecho Internacional Público. Actuar de oficio y sin prueba alguna, convirtiéndose en policía extraterritorial sin tener facultades para ello, es un formato que viola todo el sistema internacional en materia de derechos humanos, cuya doctrina prevalece en el mundo.

Paradójicamente, mientras una oficina administrativa se toma la licencia de acusar sin pruebas a personas en cualquier parte del mundo –tal como lo reconocen organismos internacionales e investigaciones académicas– la “guerra contra las drogas” ha fracasado en todo el planeta y en el propio territorio de los Estados Unidos. Hoy ingresa más droga que nunca a territorio estadounidense, y una corrupta y poderosa estructura financiera legitima y recicla los dineros sucios generados por este negocio trasnacional, que se roba la vida y el futuro de miles de jóvenes norteamericanos.

Estados Unidos le debe al mundo y a su propio pueblo una reflexión sobre su clamoroso fracaso en la lucha contra el narcotráfico. Allí donde la llamada “guerra contra el narcotráfico” como estrategia unilateral ha sido aplicada, los carteles de la droga son hoy más fuertes que nunca, la producción de drogas ilícitas se ha multiplicado y el negocio se cobra más pérdidas económicas y más vidas.

¿Cuántos jefes de organizaciones criminales del narcotráfico ha capturado EE.UU en su territorio? ¿Cuántos bancos y paraísos fiscales ha clausurado EE.UU por servir de soporte financiero a este gigantesco negocio y crimen contra la humanidad? Mientras se abroga la facultad extraterritorial de certificar, acusar y penalizar a personas y países, Estados Unidos no ha ratificado ninguno de los tratados internacionales en esta sensible materia.

Estados Unidos debe reflexionar y rectificar. Debe rectificar en la aplicación políticas y medidas claramente ilegales en el ámbito del derecho internacional, agresivas e injustas en materia de derechos humanos, peligrosas para las relaciones internacionales, e inconstitucionales, a la luz de la propia carta magna norteamericana.
Estados Unidos debe rectificar, reconociendo que sólo el trabajo conjunto, transparente y la honesta cooperación entre los Estados, puede rendir los frutos que la comunidad internacional y los ciudadanos del mundo ansían en la lucha contra este flagelo mundial.

Soy venezolano, soy bolivariano y soy latinoamericano. Estoy plenamente convencido de los ideales de independencia, justicia y libertad por los que nuestros libertadores entregaron sus vidas, y estoy dispuesto a correr la misma suerte en defensa de nuestra soberanía, nuestra Patria y nuestro pueblo.

*Tareck El Aissami
Vicepresidente Ejecutivo
República Bolivariana de Venezuela*

Oliver Stone: «Il giornalismo mondiale ha fallito»

da Yvke Mundial/Correo del Orinoco

7feb2017.- Oliver Stone è convinto che i responsabili della circolazione di tante notizie false nel mondo non sono i canali alternativi ma piuttosto i media più prestigiosi.

Presentando il documentario Ucraina on fire che ha prodotto e che racconta la “rivoluzione” Ucraina del 2014, Stone ha voluto portare il suo punto di vista secondo il quale i generatori delle fake news sono soprattutto i canali di stampa tradizionali. 

La “rivoluzione” Ucraina, la cui responsabilità è stata attribuita alla Russia di Vladimir Putin, è stata invece elaborata e finanziata dagli Stati Uniti per far ricadere la responsabilità sulla Russia e giustificare ancora l’esistenza della Nato. 

Stone ha inoltre definito ridicola la teoria secondo la quale Donald Trump sarebbe stato eletto grazie alle interferenze di Vladimir Putin. 

Il documentario è stato presentato durante la prima edizione di “Filming on Italy” un evento di promozione dell’Italia come set cinematografico organizzato a Los Angeles. Il regista e l’Ucraino Igor Lopatonok. Stone lo ha prodotto e ha intervistato i protagonisti del caso: Vladimir Putin e Victor Yanukovich, ex presidente ucraino deposto dopo che si è fatta passare quella ucraina, come una rivoluzione partita dal basso ma, secondo la versione del documentario, è stato invece un autentico colpo di Stato che ha goduto del finanziamento degli Stati Uniti. 

Gli Stati Uniti hanno un ruolo enorme ed una grande responsabilità e lo continuano a negare. Lo ha affermato il regista vincitore dell’Oscar per “Platoon” e “Nato il 4 luglio”, tra gli altri. Stone ha affermato che: “è una situazione dolorosa per la gente Ucraina. Quella che raccontiamo non è la narrazione ufficiale ma invece quello che è realmente successo. Non lo vedranno nei media statunitensi ma troveremo il modo di diffondere il nostro documentario anche se fosse attraverso YouTube”.

Stone ha criticato duramente il giornalismo statunitense responsabilizzandolo per aver accettato la versione del governo senza fare alcuna ricerca, senza andare a fondo. “Che fine ha fatto il giornalismo degli anni ’60, quello che ha portato alla luce lo scandalo del Watergate e ha mostrato la vera faccia della guerra del Vietnam?”, si chiede Stone, “Ad un certo punto la stampa ha smesso di avere senso critico. La sua funzione dovrebbe essere quella di analizzare le teorie delle fonti ufficiali e criticarle ma già non lo sta più facendo, e questo documentario mostra chiaramente il suo fallimento”. 

Il New York Times, il Washington Post e altre prestigiose testate statunitensi non stanno più svolgendo il ruolo di un tempo, ossia il loro lavoro, ha denunciato il regista Stone, anche commentato l’elezione di Trump alla Casa Bianca, e ha definito ridicole le teorie secondo le quali lo stesso Trump, abbia vinto grazie all’ingerenza russa. 

“Sono gli Stati Uniti ad avere una lunga tradizione di ingerenza nella politica degli altri Paesi, non la Russia”, ha ricordato.

[…]

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Filippine: Duterte si sgancia dagli USA

Duterte con i maoisti filippini

da lacrescitafelice.blogspot.it

La Cina dimostra sempre di più di essere il principale polo di attrazione antimperialista. Per questo motivo la potenza declinante degli Stati Uniti cerca di isolare la Cina e l’asse Mosca-Pechino. Il Pivot to Asia da una parte, e la stessa guerra in Siria che colpisce un paese dove sono collocate le uniche due basi militari all’estero della Russia, hanno il compito di intralciare la Via della Seta ossia la principale via commerciale della Cina. C’è una potenza in piena parabola discendente che sta ostacolando lo sviluppo mondiale portando kaos e disordine e ce n’è un’altra in ascesa pacifica che crea infrastrutture, lavoro e sviluppo ovunque. La guerra in Siria vede gli USA in serie difficoltà così come il Pivot to Asia che sta collezionando parecchi insuccessi. Quello più clamoroso è dovuto allo spostamento di campo delle Filippine, nucleo del perno sull’Asia, giacché il paese si trovava in pieno contenzioso con la Cina per la sovranità sul Mar Cinese Meridionale, altro tentativo di condizionare le rotte commerciali cinesi. Qui il Pivot to Asia si è trasformato in Pivot to China. Naturalmente è bastato che il nuovo presidente Duterte mettesse in discussione la sacra alleanza con i vecchi colonizzatori, gli USA appunto, perché si scatenasse l’Armata Nazista dei Diritto-umanisti con tanto di Sinistra Imperiale al seguito.

E allora vediamo da vicino chi sia Rodrigo Duterte che si è sempre dichiarato di sinistra nonché il primo Presidente Socialista delle Filippine. Il neo-presidente durante gli studi universitari militò nel movimento studentesco di sinistra Kabataang Makabayan, i Giovani Patrioti, fondato nel 1964 dove lavorò con i futuri dirigenti del Partito Comunista delle Filippine ed ebbe come professore José María Sison, leader del PCF.

Duterte è indiscutibilmente un progressista. Fin dalla sua prima elezione a sindaco della città di Davao, nell’isola di Mindanao, aprì ai rappresentanti delle minoranze Lumad e Moro da sempre discriminate. Il presidente filippino ha intenzione di riformare il sistema sanitario prendendo ad esempio quello di Cuba, con cui sarebbe possibile accordarsi dato che i cubani si sono sempre mostrati disponibili per l’assistenza ad altri paesi.

>>>continua>>>

Sistemi elettorali distorti: dove vince e dove perde Hillary Clinton

trumpdi Alfredo A. Torrealba [i]

Fonte: aporrea.org

11nov2016.- La Clinton vince nella Gerrymandering, ma perde nella Mallapportionment

Costituisce davvero una sorpresa la vittoria di Donald Trump negli USA e nell’America latina? Per molti lo è! La campagna pubblicitaria portata avanti dai mezzi di comunicazione in lingua spagnola [compresi quelli in lingua italiana, N.d.T.] è stata, in modo incredibile, sproporzionatamente favorevole a Hillary Clinton, mentre faceva apparire come un “demone” a Trump. Invece in Europa, Oceania e Asia la vicenda si presentava in modo diverso. Qui i mass media hanno mantenuto una posizione più equilibrata e persino realista, al punto da prevedere che Trump difficilmente avrebbe perso le elezioni, nonostante lui “fosse in grado di scaricare un’arma contro la folla di qualche strada di New York”, come ebbe modo di dichiarare qualche mese fa. Ma al di là del gioco mediatico, esistono dei fattori di ordine tecnico-elettorale che spiegano politicamente alcune domande, in particolare una che è stata dibattuta in questi giorni: Perché la Clinton ha perso queste elezioni, dove ha investito 700 milioni di dollari, intanto che Trump ha investito solo circa 300 milioni? Per spiegare questa domanda è necessario soffermarsi su un fatto. Esaminando le fonti ufficiali si osserva che, difatti, la Clinton ha ottenuto 400 mila voti in più di Trump.

Sotto quest’aspetto non è improprio affermare che la Clinton ha vinto le elezioni con una “maggioranza semplice”. In altre parole, l’investimento da lei realizzato ha, in effetti, dato i risultati attesi, nonostante abbia votato il 57% dei 231.556.622 di cittadini nordamericani che hanno diritto al voto. Ma lei ha perso dovuto al sistema elettorale denominato “Collegio elettorale”, il quale rappresenta un sistema in cui i risultati non necessariamente devono coincidere con la maggioranza dei voti dei cittadini. Allo stesso modo, poiché il sistema di “Collegio elettorale” degli USA si basa in due sottosistemi elettorali definiti come “Gerrymandering [ii]” e “Malapportionment [iii]”, i quali ogni quattro anni modificano le “circoscrizioni originali” all’interno dei cinquanta stati dell’unione. Negli USA ogni elezione presidenziale merita una reimpostazione delle strategie elettorali, diversa a quelle precedenti.

Visto in questa maniera e svolgendo un’analisi “post mortem” di tipo elementare, si potrebbe asserire che la squadra tecnico-elettorale della Clinton ha conseguito un successo mirabile vincendo la battaglia sul piano della “Gerrymandering”, ma ha fallito su quello della “Melapportionment”. In secondo luogo, com’è d’abitudine, le vittorie sul campo della “Gerrymandering” dipendono in buona parte dall’uso di meccanismi e campagne elettorali distorte. L’acquisto di sondaggi prefabbricati è una pratica molto caratteristica.  Nonostante la popolazione statunitense ha iniziato a votare dal mese di settembre, in quella data già si sapeva che Trump era fornito di una certa leadership, i mezzi di comunicazione privati in lingua spagnola a livello mondiale cominciarono a produrre notizie “prive di fondamento” per dimostrare che Trump avrebbe perso.

Come se si volesse occultare il sole con un dito, i mass media erano riusciti nel loro intento a trasmettere questa sensazione di sconfitta che poi si è disfatta quando Trump ha vinto le elezioni. La vittoria di Trump ha provocato sconcerto e sorpresa in America latina, quando in realtà ciò non sarebbe dovuto accadere. Già da settembre si sapeva che Trump possedeva nei sondaggi un alto punteggio, ma la squadra della Clinton si mise subito all’opera nel finanziare e pagare qualunque cifra perché si costruissero delle prospettive da distribuire alle grandi agenzie di comunicazione latinoamericane con lo scopo di fabbricare notizie, sondaggi e contrattare a qualche cantante o attore latino affinché parlasse male di Trump e indebolisse il suo potere comunicativo, facendolo apparire come se fosse una sorta di entità del male. Era almeno questa la speranza moribonda che lo staff della Clinton vagheggiava. L’obiettivo era di istigare gli elettori latini dello stato della Florida per votare contro Trump, ma nemmeno lì, dove i mass media affermavano che egli era “il figlio di Satana”, la Clinton ha potuto vincere. In terzo luogo, la squadra di Trump ha fatto quello che qualsiasi altra squadra tecnico-elettorale avrebbe fatto. Lavorare nel campo della “Malapportionment”, dove il trucco consiste nel lasciare che il “nemico” raggiunga una sovra rappresentazione in alcuni stati, cioè, che ceda degli spazi per assicurarli ad altri più importanti.

Per questa ragione Trump non sentiva il bisogno di pagare i giornalisti né di investire in grandi campagne. E il risultato è stato quello, lo sfruttamento di una distorsione elettorale che si è imposta su di un’altra. In quarto luogo, bisogna indicare che grazie a questa semplice e naturale azione di assicurare l’arena della “Malapportionment”, Trump ha vinto per uno scandaloso margine di “voti elettorali”. Azione che è stata molto ben puntellata per via dello stile politico e per la sua estrema sincerità … potete essere sicuri che tutto quanto afferma riproduce in gran parte il sentimento del comune cittadino statunitense. E se lui ha asserito che “i messicani sono un problema” così come lo sono gli altri latini in USA, è perché più del 60% della popolazione di quel paese la pensa come lui. Inoltre lui è stato il primo che ha osato dire queste cose senza peli sulla lingua … di modo che la mia raccomandazione (in questa nuova tappa) è quella di ascoltare con attenzione quello che dice Trump, giacché lui vi spiegherà in maniera molto sintetica cosa pensa l’americano medio, volgare e spontaneo sui problemi che lo affliggono … e forse sarà per questo motivo che dubito che gli consentiranno di arrivare a finire i primi quattro anni di presidenza … realmente lo dubito …

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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[i] Politologo, Master in Rapporti Internazionali, Dottore di Ricerca.

[ii]  Rappresenta un metodo ingannevole per ridisegnare i confini dei collegi nel sistema elettorale maggioritario (N.d.T.).

[iii] Qualsiasi sistema in cui un gruppo ha significativamente più influenza di un altro, come ad esempio quando i distretti di voto non sono equamente distribuiti tra una popolazione (N.d.T.).

I Clinton sono collegati a più di 17 omicidi e morti sospette

clintondi James Petras – La Haine

28/08/2016- Adesso si aggiunge il terrorista che ha cercato di entrare nell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove ha ottenuto l’asilo Julian Assange, per assassinarlo.

Ephraim Chury Iribarne: La disinformazione e manipolazione dei mass media in Occidente sono apparse in questi ultimi giorni nella foto di un bambino siriano vittima, si dice, degli attacchi del governo di Bashar Al Assad e dell’aviazione russa ad Aleppo. Esiste una politica deliberata del disinformare?

James Petras: Assolutamente sì. Il caso particolare della fotografia del bambino che ha ricevuto molta pubblicità e accuse generiche contro il governo della Siria, è qualcosa di totalmente falsificato; perché i principali responsabili di questa fotografia non erano nel paese. Non hanno l’autorità per parlare di qualcosa, in quanto vivono a Londra, a Bruxelles, al di fuori del paese. Inoltre, uno dei principal coinvolti è legato all’ISIS, ai terroristi islamici responsabili delle stragi in Siria. Quale autorità gli dobbiamo riconoscere? Quello che ha, sono solo le possibilità di falsificare la foto.

Inoltre, alcuni esperti mi hanno fatto notare che il bambino che appare nella foto, che a quanto pare è stato vittima di un attacco, non ha sangue, è molto tranquillo, i suoi occhi si vedono bene, pertanto non rappresenta quello che abbiamo visto migliaia di volte nelle immagini di guerra, quando attaccano i bambini: questi stanno sanguinando, (appaiono) fisicamente e mentalmente disorientati; in questo caso non appare questo. In base a tutte queste considerazioni, penso che ci sia una buona probabilità che questa immagine è completamente inventata.

 ECHI:  Di fronte agli esercizi “democratici” del Brasile, dell’eterna dittatura del Paraguay e del Macri che è venuto a “salvare” l’Argentina contro il Venezuela, quale futuro possiamo intravvedere per il Mercosur?

Vi sono davvero poche possibilità, perché il Mercosur dipende dal coordinamento e dalla cooperazione tra questi paesi e ciò dipende dall’orientamento che condivideranno nella politica di integrazione. Nel caso attuale, abbiamo governanti che sono coinvolti nel contrabbando, nel traffico di droga, come il presidente del Paraguay, che ha precedenti penali, è stato tre volte di fronte alla giustizia per vari reati, di cui una per traffico di droga. Poi abbiamo Macri, che sta eliminando le riforme sociali, indebolendo l’occupazione, non ha nessuna capacità di gestire la presidenza del suo paese e molto meno di assumere cariche nel Mercosur. Credo che Macri si troverà ad affrontare una grave crisi, da qui al prossimo anno vedremo grandi cambiamenti… Macri non ha molto futuro, i sondaggi mostrano che più dell’80% della popolazione dell’Argentina rifiuta le sue misure, in particolare gli incrementi esagerati delle tariffe pubbliche.

Nel frattempo, Michel Temer, il cosiddetto presidente brasiliano, nemmeno ha molto consenso. Lì, i sondaggi anche danno oltre l’80% dei Brasiliani alla ricerca di una nuova elezione per cambiare il governo, perché la disoccupazione continua a crescere. Non vedo che gli avversari del Mercosur hanno un grande futuro. Intanto, il deterioramento del blocco regionale è evidente e forse passerà momenti molto negativi nel prossimo periodo.

Al di là di questo, non vedo alternative sul tavolo. Gli sforzi dei destrorsi per formare alleanze con gli Stati Uniti non funzionano. Nelle elezioni degli Stati Uniti ci sono molte critiche – anche da parte di esponenti della destra – contro gli accordi di libero scambio. Nello stesso tempo in cui le destre rifiutano il Mercosur, non hanno alternative; nessuna possibilità di lanciare un nuovo tipo di integrazione con i paesi europei o gli Stati Uniti, per cui rimangono sospesi tra ciò che esisteva nel passato – che funzionava – e alternative che ormai non sono più praticabili.

ECHI: E dov’è l’Europa occidentale?

JP: L’Europa è in pessime condizioni, si sta frammentando in pezzi, a cominciare con l’Inghilterra e la Brexit; a quanto pare, l’elettorato ha scelto l’opzione di andare per proprio conto. E abbiamo un altro fattore che è molto importante, cioè come i governanti e i politici di centro-sinistra si stanno disintegrando.

In Germania si può dire che la socialdemocrazia è incappata nel peggior risultato elettorale della sua storia, e continua a cadere. In Francia, i sondaggi mostrano che il Partito Socialista è in piena caduta verticale e, probabilmente, alle prossime elezioni non raggiungerà nemmeno quello che ha ottenuto nelle ultime elezioni; pare che finirà come terza forza. In Italia, il primo ministro Matteo Renzi sta perdendo terreno; e lo stesso in altri paesi.

Cioè, la socialdemocrazia europea ha deciso di unirsi al carrozzone del neo-liberismo e ha perso il suo bacino storico, lavoratori, impiegati e settori popolari. Pertanto, la socialdemocrazia, il centro-sinistra, si trovano in un processo storico di disintegrazione.

Ora, come alternativa sta emergendo un tipo di conservatorismo di destra come il Fronte Nazionale in Francia, le stesse alternative in Germania e in Polonia. Potremmo dire che c’è una sorta di anti neo-liberismo della destra, che sta usando questa disintegrazione del centro-sinistra. Tutto ciò  nemmeno potrebbe realizzare un’unione di forze, perché tra i destrorsi nemmeno vi sono convergenze per rilanciare l’unità dell’Europa.

Quindi, dobbiamo discutere di tre cose: in primo luogo, la frammentazione dell’Unione Europea; secondo, la disintegrazione di una componente essenziale come la socialdemocrazia o il centro-sinistra; e in terzo luogo, l’emergere della destra nazionalista come alternativa abbastanza esclusiva  in questo scenario. L’Europa non ha molte prospettive interne, né ha molto in comune nella politica estera.

Ad esempio, il Fronte Nazionale vuole scendere a patti o almeno negoziare positivamente con la Russia, mentre la destra polacca è molto ostile nei confronti della Russia. Pertanto, non c’è possibilità di unificare la politica e gli Stati Uniti possono utilizzare i paesi più deboli, come quelli del Mar Baltico, come piattaforma per proiettarsi contro la Russia. Oltre a ciò, si vede che anche la Turchia adesso sta mettendo più distanza nei rapporti con la Russia.

Quindi, potremmo dire che sia i paesi europei che gli Stati Uniti sono sempre più isolati, e non per le minacce o sfide della sinistra, ma perché le dinamiche interne tra le forze capitalistiche si trovano in un processo di disintegrazione.

 ECHI: Passiamo alle altre questioni che hai in agenda.

JP: Beh, c’è una cosa piuttosto interessante. Ieri (21 agosto) una persona, sembra un terrorista, ha cercato di entrare all’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove è rifugiato Julian Assange, il titolare di Wikileaks. Assange accusa di tentato omicidio un inviato di Hillary Clinton, che lo vuole eliminare perché ha ancora documentazione atta a rivelare le bugie e le falsificazioni di Hillary nel periodo in cui era cancelliere. Negli ultimi 20 anni, i Clinton – Hillary e William – sono stati coinvolti o associati a più di 17 omicidi o morti sospette, cioè persone, ad esempio giornalisti, che stavano indagando i crimini della famiglia Clinton, e che sono cadute morte in strada o giù da edifici o hanno ricevuto un proiettile nella nuca.

Anche in questo 2016, molte persone sono morte misteriosamente, prima di dare testimonianza contro Hillary. È il caso di un ex-funzionario dell’ ONU, John Ashe; anche un giornalista, che stava indagando come il Partito Democratico rimestava nel torbido per favorire Hillary, è stato trovato morto nella sua casa e il motivo non è stato una rapina. Abbiamo più casi che hanno subito lo stesso, persino una pallottola nella nuca, e non vi è nessuna indagine su questi assassinii da parte dei funzionari che sostengono Hillary Clinton nella campagna.

Penso che diciassette casi, più quello di Assange ora, sono sufficienti per considerare che chiunque si sia legato ai Clinton corre pericolo di vita, se decide di defezionare e criticare i Clinton. È più un’associazione mafiosa che una campagna presidenziale.

L’altra questione di cui voglio parlare, è ciò che sta accadendo in Turchia. Siamo a conoscenza di un attacco che ha lasciato 51 morti e tutti riconoscono che l’ISIS è sicuramente coinvolto nell’attacco.

Ora, dobbiamo chiederci perché l’ISIS sta commettendo questi crimini: giacché la Turchia negli ultimi cinque anni ha tollerato e sostenuto l’ISIS. E ora, quando cercano di cambiare la politica o adattarla, l’ISIS prende posizione contro la Turchia. Cioè, l’attentato da parte dell’ISIS in  Turchia, di cui i governanti come Recep Tayyip Erdogan erano complici invisibili perché hanno tollerato, finanziato e sostenuto l’ISIS all’inizio dell’intervento e dell’invasione della Siria. E ora devono assumersi la responsabilità di quell’ISIS che sta conducendo atti terroristici in Turchia.

[Trad. dal castiglano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

I media imperialisti “confondono” il Venezuela con l’Honduras

cuador-bebe.jpgdi Ciro Brescia 

Ancora una volta, e sempre di più senza vergogna, i media del mainstream imperialista provano a seminare confusione, che come insegna un vecchio adagio, è sempre buona quando si tratta di fare la guerra. 

Una guerra surrettizia, non dichiarata, ma con l’evidente obiettivo di intossicare coscienze e alzare cortine fumogene. 

La mobilitazione reazionaria internazionale contro il Venezuela prova ad utilizzare i bambini, che vanno sempre bene per colpire al cuore dell’opinione pubblica mondiale. 

Peccato che ancora un volta, qualcuno si sia, come è ovvio volutamente, sbagliato, ed abbia spacciato per venezuelane immagini che provengono da un altro tempo e da un altro spazio, quelli dell’Honduras del 2o14 (Santa Rosa de Copan, Ospedale dell’Honduras).

Le foto dei neonati honduregni, nelle scatole di cartone sono state utilizzare per ricamarci altri infamanti articoli contro la Rivoluzione Bolivariana sui media internazionali. Notizie prontamente smentite (El director del Hospital Dr. Guzmán Lander, José Zurbarán, desmintió la veracidad de las imágenes que circularon por las redes sociales), da  chi è stato tirato in ballo. A ondate si riattivano gli attacchi senza esclusione di colpi, prevalentemente mediatici ed economici, per adesso.

Quello stesso Honduras che faceva parte del blocco regionale del socialismo del XXI secolo, l’ALBA-TCP, di cui il Venezuela bolivariano, insieme a Cuba socialista, sono stati il nucleo fondatore, fino a quando, un golpe neoliberale, sostenuto come sempre dalle agenzie e dal governo targati USA, non ha scalzato il legittimo presidente Manuel Zelaya. Non ci stupiamo se poi la sanità honduregna sia ridotta a pezzi, senza nemmeno la Missione Barrio Adentro.

Dare un golpe neoliberale in Venezuela è il chiodo fisso delle oligarchie telecomandante da Washington. Come è già accaduto in Paraguay contro Lugo, e contro Dilma in Brasile più recentemente. 

Le oligarchie imperialiste provano disperatamente a gettare discredito per isolare il Venezuela bolivariano che tesse in maniera sempre più solida le sue relazioni internazionali, proprio perché in questo momento la Rivoluzione bolivariana ed il governo di Maduro si proiettano internazionalmente, in senso antimperialista e socialista, come mai prima. 

Il Venezuela bolivariano è stato premiato per due anni consecutivi dalla FAO per i successi ottenuti nell’ambito della lotta alla fame. Il programma di eradicazione mondiale della fame, non a caso porta il nome del Comandante Hugo Chávez.

Oggi il Venezuela è presidente di turno di 5 organismi internazionali: il Movimento dei Paesi Non Allineati (MNOAL), il Mercato Comune del Sud (Mercosur), il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e l’Unione delle Nazioni del Sud (UNASUR). 

Motivi più che sufficienti per far sbavare di rabbia i nemici dichiarati della rivoluzione e del socialismo. Se a questo si aggiunge che meno di 48 ore fa la comunità afro e latinoamericana del Bronx ha invitato la Ministra del Potere Popolare della Repubblica Bolivariana del Venezuela nel popolare quartiere di New York per inaugurare un murale in occasione del decimo anniversario della prima visita nel Bronx del Comandante Chávez, il quadro è completo. 

Il Bronx riceve da anni dal Venezuela bolivariano il rifornimento energetico per garantire la copertura del riscaldamento delle famiglie che non possono permetterselo durante i rigidi inverni della Grande Mela.

Dove non sono arrivati i vari presidenti stars and stripes e i sindaci di New York – storicamente troppo impegnati a fare gli sceriffi e la guerra mondiale al “terrorismo”, quella che loro stessi alimentano (sic!) – arriva la solidarietà popolare ed operaia della Rivoluzione bolivariana e delle politiche socialiste.

La guerra mediatica ed economica continuerà senza esclusione di colpi, con l’obiettivo di innalzare il livello dello scontro, nel momento in cui la borghesia lo riterrà opportuno per i suoi interessi. Da parte nostra continueremo con il nostro granito de arena, con sempre maggiore entusiasmo a stare al fianco della Rivoluzione bolivariana e contro il terrorismo mediatico delle oligarchie e i loro mediocri lacché.

El Financial Times: megáfono para el asesinato en masa

Por James Petras

Introducción

La página editorial del Financial Times (FT) lleva un logotipo que proclama: “Sin miedo y sin favoritismo”. De hecho, los editores no han mostrado ningún miedo cuando se trata de. . . fabricar mentiras, promover guerras imperiales, diezmar países y empobrecer a millones, ya sea en Libia, Siria, Irak, Afganistán, Yemen y ahora en Venezuela. Las “Mentiras de Nuestro Tiempo” sin miedo han estado a la vanguardia forjando pretextos para incitar a los ejércitos imperiales a aplastar a los gobiernos independientes.

A pesar de sus escritorzuelos pretenciosos y de reclamos de prestigio, el FT es visto por la clase financiera angloamericana como proveedor beligerante de políticas militaristas diseñadas para los sectores más retrógrados de la clase gobernante.

Lo que es más sorprendente de las fabricaciones sin miedo del FT a favor del militarismo imperial es la frecuencia con la que sus pronósticos políticos y económicos han sido incompetentes y definitivamente erróneos.

Durante los últimos diez años, las páginas editoriales del FT han descrito a China en grave crisis económica y dirigiéndose hacia una brutal caída, mientras que en la realidad la economía china ha crecido entre ocho y seis por ciento al año.

Durante más de una década y media, los editores del FT afirmaron que Rusia, bajo la presidencia de Vladimir Putin, representaba una amenaza internacional para la existencia de “Occidente”. Pero de hecho, fueron los ejércitos “occidentales” de la OTAN, los que expandieron sus operaciones militares hasta las fronteras de Rusia, mientras los EE.UU financiaba un golpe de Estado neofascista en Kiev y la alianza EE.UU-UE, promovía un levantamiento islamista en Siria diseñado para minar totalmente la influencia y las relaciones de Rusia en el Medio Oriente.

Los gurús económicos del FT y sus principales columnistas prescribieron las muy catastróficas fórmulas de desregulación que precipitaron la crisis financiera de 2008-09, después de lo cual jugaron el rol bufonesco de hacerse el tonto – culpando a otros por las políticas fallidas.

Los escribas del FT sin miedo lideran actualmente una virulenta campaña de propaganda para promover el derrocamiento violento del democráticamente electo  presidente del gobierno de Venezuela, Nicolás Maduro.

En este ensayo se identificará el último paquete de mentiras y de fabricaciones sin miedo del FT, concluyendo luego con el análisis de las consecuencias políticas para Venezuela y otros regímenes independientes.

El Financial Times y Venezuela: De la guerra en las Suites al Terror en las Calles           

En la cobertura de la crisis en Venezuela, el FT ha ignorado sistemáticamente la actual campaña de agresiones y asesinatos contra funcionarios electos, oficiales de seguridad, militares y policías que han sido cometidos por su favorecida “oposición”.
Estas campañas de terror en curso ejecutadas por la oposición contra el gobierno electo y contra el pueblo en general son ignoradas sistemáticamente en los reportajes del FT y en sus páginas editoriales, que se centran más en la escasez de artículos de consumo.
El encubrimiento del FT del terror ejercido por la derecha se extendió a la invención de un “posible” plan del Ejército o de la Guardia Nacional para abrir fuego contra manifestantes de la oposición. En este caso, el FT anticipa la violencia de la derecha colocando por adelantado la culpa en el gobierno.

El FT encubre hasta la campaña de la élite empresarial de la oposición de acaparar bienes esenciales para crear una escasez artificial e incitar compras nerviosas. Niegan la especulación de precios en curso y echan la culpa de la escasez y de las largas colas de consumidores exclusivamente a “la mala gestión del régimen”’.

El FT convenientemente omite mencionar que la disminución de los precios del petróleo ha afectado no sólo a la economía de Venezuela, sino a la de todos los países dependientes de la exportación de materias primas, incluidos los regímenes neo-liberales favoritos del Financial Times en Brasil y Argentina.

El Financial Times cita falsas encuestas de “opinión”, que exageran enormemente la disminución de la popularidad del gobierno: En las últimas elecciones los seguidores de Maduro aseguraron el 40% de los votos, mientras que el FT afirmaba que su apoyo era apenas de un 7%!

Los regímenes clientes de EE.UU. (México, Perú y Colombia) son los mayores productores de drogas ilegales y los bancos de Estados Unidos son los mayores lavadores de narco-dinero. Sin embargo, el FT informa sobre “El papel de Venezuela como responsable del contrabando de drogas ilegales hacia el norte de los EE.UU. y hacia el este en Brasil, África y de allí a Europa”. Los expertos en control de drogas coinciden todos en que Colombia, hogar de siete bases militares de Estados Unidos y con un régimen estrechamente vinculado a bandas narco-paramilitares, es la fuente del contrabando de drogas a través de Venezuela. El que Venezuela se haya convertido en una víctima de la violencia del narco-comercio de Colombia no es nunca reconocido por las elegantes prostitutas de la pluma de la ciudad de Londres.

El FT culpa de la reaparición de “la malaria y otras enfermedades posibles” al izquierdista gobierno de Maduro. De hecho, el reciente brote de la enfermedad de la malaria (también citado por los propagandistas del New York Times) se basa en casos aparecidos entre mineros ilegales de oro.

El FT ignora cómo los regímenes neoliberales de Argentina y Brasil, respaldados por los EEUU, que gobiernan por decreto presidencial, han reducido drásticamente los programas de salud pública preparando el escenario para mucho mayores crisis de salud pública.

El Financial Times: Grandes Mentiras para asesinatos en masa

El Financial Times está llevando a cabo una guerra de propaganda sin cuartel con un objetivo: Incitar a la toma violenta del poder en Venezuela por los clientes políticos de Estados Unidos.

En línea con las políticas Obama-Clinton de un  “cambio de régimen por cualquier medio”, el FT pinta una imagen engañosa de una Venezuela que enfrenta “múltiples crisis” y al borde de una “crisis humanitaria” global, lo que representa una amenaza “desestabilizadora” para el hemisferio.

Armadas con estos mortales clichés, las páginas editoriales del FT exigen “un nuevo gobierno pronto y ciertamente antes de las elecciones de 2018”.
Recientemente, el FT propuso una falsa maniobra legal – un referendo revocatorio. Sin embargo, dado que la oposición no puede hacer que la votación para expulsar al presidente electo Maduro se dé antes del tiempo reglamentario, el FT llama a “eventos que precipiten los cambios rápido” – un golpe violento!

Los escenarios del FT tienen por objeto precipitar una “marcha” violenta de la derecha a principios de septiembre de este año, que eventualmente provoquen un derramamiento de sangre civil.           

El FT espera que “la sangre en Caracas requerirá una activa respuesta de América Latina” (sic). En otras palabras, el FT espera que una invasión militar desde la vecina Colombia, respaldada por Estados Unidos, ayudaría a eliminar a los chavistas y a instalar un régimen de derecha.

El Financial Times, que promovió activamente la destrucción dirigida por la OTAN del gobierno en Libia, llama ahora a una invasión liderada por Estados Unidos de Venezuela. Yendo más allá de su promoción del “cambio de régimen”, el FT llama ahora por un golpe violento en Venezuela, que superará al de Libia en términos de la pérdida de miles de vidas venezolanas y la reversión brutal de una década de considerables progresos socioeconómicos.

“Sin miedo y sin favoritismo”, el FT clama por guerras imperiales en todas partes.

Conclusión
Las elecciones presidenciales de Estados Unidos se llevan a cabo al mismo tiempo que el régimen de Obama-Clinton se prepara para intervenir en Venezuela. Aunque usa falsos reportajes “humanitarios” de hambre generalizada, de enfermedades, de violencia e inestabilidad, el gobierno de Obama todavía tendrá necesidad de matones en Venezuela que desencadenen suficiente violencia callejera que funcione como una “invitación” a los socios militares latinoamericanos de Washington para “intervenir” bajo los auspicios de la ONU o de la OEA.

Si ésta tiene  “éxito”, una rápida caída del gobierno electo en Caracas podría ser presentado como una victoria en la campaña de Hillary Clinton, y un ejemplo de su política de “intervenciones humanitarias y militares en todo el mundo”’.

Sin embargo, si la invasión aliada de Obama no produce una victoria rápida y fácil, si el pueblo venezolano y las fuerzas armadas montan una defensa prolongada y valiente de su gobierno y si se pierden vidas de estadounidenses en lo que podría convertirse en una guerra popular de resistencia, entonces la intervención de Washington podría, en última instancia, desacreditar la campaña de Clinton y su ‘musculosa’ política extranjera. El electorado estadounidense podría finalmente decidir en contra de cuatro años más de pérdida de guerras y pérdida de vidas. No gracias a un Financial Times “sin miedo”.

Traducción de Carmen Bohórquez

Trump il “fascista”: l’altro lato di una psicopata politica di nome Hilary

Clintondi James Petras

12apr2016.- Da sinistra a destra un rauco coro si è levato a denunciare il candidato presidenziale repubblicano di punta in quanto “fascista”. Essi  citano le sue promesse durante la campagna di costruire un muro in stile israeliano lungo il confine degli U.S.A.; le sue minacce di espellere undici milioni di immigrati senza documenti; e di proibire ai Musulmani stranieri di entrare negli U.S.A., come anche il modo in cui la sua faccia pugnace e il braccio assomigliano a quelli di Benito Mussolini (’proietta in fuori il mento, solleva il braccio’).

Si considera il suo estremo nazionalismo come ‘rassomigliante alla politica di Hitler’, con le quali parole si intende la sua opposizione ad accordi di libero commercio sfavorevoli e al suo slogan: “Rendiamo grande l’America. Di nuovo.”

In questo articolo, analizzerò criticamente la corrente immagine da cartone animato del fascismo, confrontandola con la realtà storica del fascismo, e poi procederò ad analizzare la politica del cosiddetto “male minore”, che sta dietro la re-invenzione di un fascista americano alla maniera del miliardario Donald Trump.

Il fascismo: realtà e finzione

Storicamente, la politica fascista ha coinvolto movimenti di massa organizzati, milizie armate e gruppi paramilitari, che hanno aggredito gli avversari politici, censurato il discorso critico violentemente e represso il diritto di riunione. Il fascismo ha reso le minoranze capro espiatorio, in particolare zingari ed Ebrei, ha bruciato i sindacati e le sedi della sinistra, ha assassinando i loro leaders e picchiando i loro membri. Programmaticamente, hanno attaccato i pacifisti e difeso le guerre d’oltremare e gli imperi, in nome dello ‘spazio vitale’. Evocando un passato di gloria imperiale, essi non erano ‘isolazionisti’.

Il candidato Trump non ha organizzato qualcosa di simile a un movimento di massa, per non parlare di una milizia armata. Non ci sono ‘strombazzanti camicie brune’. Al massimo, la polizia e una manciata di suoi (spesso anziani) sostenitori bianchi hanno preso a pugni alcuni provocatori vestiti da KKK, che hanno fisicamente interrotto e minacciato gli incontri pubblici di Trump e il suo esercizio di libertà di parola. In realtà, l’interruzione ‘fascista’ delle libertà democratiche sembra essere per lo più organizzata e praticata dai suoi rivali politici.

Trump, lungi dal fare capro espiatorio della potente minoranza ebraica di questo paese, ha tenuto un discorso spudoratamente Israele-centrico e ha ricevuto una standing ovation da quasi 18.000 Ebrei in gran parte prominenti, in occasione della riunione del marzo 2016 della principale lobby pro-Israele (AIPAC).

La sua retorica, per quanto riguarda l’espulsione di 11 milioni di lavoratori senza documenti provenienti dal Messico e dall’America centrale e la costruzione di un muro di confine, è ben lontana dalla pratica di imprigionare e violentemente espellere oltre due milioni di latinos senza documenti sotto i regimi di Clinton-Bush-Obama / Clinton. Nel peggiore dei casi, Trump promette di continuare la politica federale vigente in materia di immigrazione e non di creare una rottura ‘fascista’ con le amministrazioni precedenti. È forse un ‘muro di cemento di retorica’ peggiore del vero muro di polizia di frontiera armata, elicotteri e vettori armati che hanno operato sotto le presidenze di Clinton – Bush – Obama/Clinton, con le loro centinaia di morti di migranti nel deserto? Sono le dichiarazioni di una politica di immigrazione repressiva, provenienti dai discorsi altisonanti di Trump, più ‘fascisti’, rispetto alla pratica ufficiale di strappare violentemente i lavoratori privi di documenti dalle loro case e luoghi di lavoro e assoggettarli alla reclusione a lungo termine e all’espulsione? Espellere giovani, cresciuti ed educati in questo paese, o separare violentemente famiglie produttive, ben integrate e imprigionando i loro principali sostenitori per mancanza di documenti … questa è la politica ufficiale dell’attuale e delle ultime tre amministrazioni.

C’è molto di meno dell’approccio veramente fascista della guerra preventiva e dell’invasione nei discorsi di Trump che nelle reali politiche perseguite dai regimi di Clinton-Bush-Obama/Clinton. In effetti, tra i numerosi critici di Trump, in particolare i suoi rivali Repubblicani e il campo di Hillary Clinton, sentiamo le più forti denunce della sua politica estera non interventista (isolazionismo), che è “fuori linea” con gli interventisti, le guerre d’oltremare della corrente amministrazione e di quelle repubblicane e democratiche del passato. I critici di Trump e gli esperti dei media sono ‘inorriditi’ dalla sua apparente disponibilità a cooperare con il presidente russo Putin contro i nemici comuni, come l’ISIS. Il suo approccio pragmatico verso la Russia è più o meno fascista del sostegno dei suoi rivali al putsch ucraino, orchestrato dal regime di Obama in alleanza con i fascisti ucraini anti-semiti armati bona fide? Le sue invocazioni a scaricare la NATO come una costosa zavorra per il Tesoro degli Stati Uniti e la manodopera hanno portato l’élite a ululare in oltraggio!
I propagandisti, che dipingono Trump come un moderno fascista americano, citano le sue rozze osservazioni sessiste come “esempi di un totalitario misogino”, mentre si punta favorevolmente al candidato democratico Hillary Clinton come potenzialmente il ‘primo presidente femminista’. Per quanto riguarda la sua presunta misoginia, ‘Donald’ ha attaccato la promozione e il ruolo strategico della Signora First Lady, Senatrice e Segretario di Stato Clinton nelle guerre degli Stati Uniti contro la Libia, l’Iraq e la Siria, dove oltre un milione di donne sono stati rese profughe, violentate, ferite o uccise. Cosa è peggio, ci si può chiedere: crude battute da spogliatoio o milioni di bambini e bambine orfani cui sono stati negati i genitori, le case, gli studi e un eventuale futuro nel Medio Oriente e in Nord Africa? Questo è il mondo che l’Ostetrica Hillary Clinton ha contribuito a far nascere.

La misoginia è nell’occhio del seduttore.

Gli attacchi verbali di Trump sulla pratica delle multinazionali U.S.A. di trasferirsi all’estero per evitare le tasse e delle società finanziarie di Wall Street che nascondono i miliardi delle élites statunitensi oscenamente ricche nei paradisi fiscali off-shore, sono forse più dannose per i “valori americani” (come vuole l’accusa)  dell’assecondamento di Wall Street da parte di Hillary Clinton, che intasca più di $ 300.000 per ogni prestazione da sicofante di 45 minuti  (pubblicizzate come ‘conferenze sulla politica “), o i suoi decenni spesi a promuovere attivamente la globalizzazione – compreso il NAFTA, che ha distrutto posti di lavoro negli Stati Uniti?

È chiaro che Trump attualmente manca del programma, dell’organizzazione e della pratica che definiscono un politico fascista. Nella peggiore delle ipotesi, imita a pappagallo la linea generale di attacco contro gli immigrati e i Musulmani. Finora, li espellerebbe semplicemente dagli Stati Uniti, ma non li bombardarebbe riportandoli indietro ‘all’età della pietra’. Questo dovrebbe essere confrontato con le attuali politiche realizzate dai criminali di guerra Clinton / Bush / Obama-Clinton. Sarebbe difficile per Donald ‘vincere a briscola’ contro Hillary, quando questa ha minacciato di ‘cancellare l’Iran’ e le sue decine di milioni di cittadini, a causa del ‘programma nucleare’ fittizio dell’Iran.

D’altra parte, gli stessi incontri e raduni di Trump sono stati vittima di ripetute interruzioni da parte di gruppi organizzati, che agiscono come delinquenti fascisti. Inversione di ruolo nella vita reale: Trump, il bersaglio di rabbiosi ripetuti attacchi da parte dei mass-media, viene definito fascista.

Battere Trump: un sostegno di riserva per Hillary, la militarista psicopata

Se il caso oggettivo per l’etichettatura di Trump come ‘un fascista’ è debole o inesistente, perché così tanti accademici di prestigio e giornalisti giocano questo stupido gioco di definizioni?
La spiegazione di buon senso delle loro spacconate raffazzonate è che promuovono il ‘Trump-Drago di Paglia’, al fine di portare avanti la malefica Signora Segretario Hillary Clinton come il ‘candidato- male minore’ a Presidente degli Stati Uniti.

Nessun osservatore serio minimamente a conoscenza dell’abbraccio carnale di Clinton verso le molteplici simultanee guerre, disastrose e distruttive, in Ucraina, Iraq, Afghanistan, Yemen, Siria e Libia, potrebbe sostenerla – a meno che non siano convinti che un pericolo maggiore si profila all’orizzonte e che “noi dobbiamo sconfiggere Trump il fascista a tutti i costi “? Nessun serio democratico o impiegato salariato e stipendiato può ignorare il ruolo di Madame Clinton come la ruffiana più sfacciata di Wall Street, a meno che non credano che un altisonante ‘fascista di New York sia peggio di Wall Street.’

L’allarmismo falso sul “fascismo” di Trump serve solo a coprire la più servile promozione da parte di Clinton di guerre traditrici a vantaggio di Israele. Si dovrebbero immaginare le migliaia di rifugiati siriani disperati aggrappati alle decrepite imbarcazioni nel Mediterraneo durante la lettura di stralci delle e-mails private di Clinton: secondo Wikileaks, Hillary ha dichiarato che “il modo migliore per aiutare Israele a fronteggiare la crescente capacità nucleare dell’Iran (sic) è aiutare (sic) il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar Assad. … La caduta della Casa di Assad potrebbe innescare una guerra settaria tra gli Sciiti e la maggioranza sunnita della regione prospiciente l’Iran, il che, a giudizio dei comandanti israeliani, non sarebbe una brutta cosa per Israele e i suoi alleati occidentali”. Non è una cosa negativa per Israele – ma una politica crudele e criminale contro una nazione sovrana e la sua società multi-etnica. La signora Clinton ha insistito su queste dichiarazioni dementi, che possono essere solo considerate come genocide! Clinton ha promosso la guerra per procura più violenta, sradicando oltre la metà della popolazione civile della Siria e uccidendo centinaia di migliaia di persone, mentre triturava una nazione sovrana. Ha assecondato in tal modo i suoi mentori israeliani e i suoi finanziatori Pluto-sionisti.

Per giustificare il sostegno a una guerrafondaia seriale, un Segretario di Stato U.S.A. che ha servito gli interessi di Israele e una politica che ha fatto commercio carnale dei suoi “principi femministi” con i miliardari di Wall Street, gli untuosi sostenitori di Hillary Clinton hanno dovuto inventare un avversario che è ancora peggio: creare e poi denunciare “Trump il fascista” serve come giustificazione di riserva per il supporto a una psicopatica politica provata!

[Traduzione dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Obama parlerà a Cuba sui diritti umani… che gli USA violano

di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación

Un messaggio ricorre per i grandi media internazionali: nel suo prossimo viaggio a Cuba, il presidente USA, Barack Obama, porterà un messaggio di reclamo e pressione a Raul Castro perché rispetti i “diritti umani” (1).

Ma è vero? O risponde solo alla riproduzione mimetica, da parte dei media, della propaganda della Casa Bianca?

Ricordiamo che, su proposta di Cuba (2), il 31 marzo dello scorso anno, le delegazioni di entrambi i governi parlarono a Washington … di diritti umani (3).

Lì, la delegazione cubana ha fustigato “la brutalità e l’abuso della polizia” con un modello razzista “le limitazioni all’esercizio dei diritti del lavoro e delle libertà sindacali”, “la tortura, le esecuzioni extragiudiziali con l’uso di droni”, “lo spionaggio e sorveglianza extraterritoriale “e molte altre gravi flagranti violazioni dei diritti umani negli USA (4).

Se, per il suo viaggio a L’Avana, il suo desiderio è rivedere l’agenda dei “diritti umani”, Obama dovrà rispondere alle stesse domande.

Tuttavia abbiamo letto qualcosa di ciò nei grandi media? Non una parola. Al contrario, la cosiddetta “stampa liberale”, che sostiene la politica di soft power di Obama ha recuperato la sua tradizionale aggressività contro Cuba. “The New York Times”, i cui editoriali prepararono, strategicamente, il terreno alla Casa Bianca per il suo avvicinamento a L’Avana, faceva proclama, alcuni giorni fa, della classica arroganza interventista USA. In un editoriale intitolato “Obama deve promuovere la democrazia nella sua visita a Cuba”, sentenziava che il presidente “dovrebbe incoraggiare Raul Castro (…) a porre le basi per una transizione”, perché a Cuba i suoi leader “non rendono conto al popolo” e dirigono “il paese come uno stato di polizia”(5).

Il quotidiano spagnolo “El País”, in un editoriale dal titolo “Il regime castrista deve compiere passi concreti di apertura dopo la normalizzazione delle relazioni con gli USA” (6), ripeteva la classica propaganda della Casa Bianca: Obama “si recherà sull’isola per promuovere ‘gli sforzi ed i progressi che migliorino la vita dei cubani’ “, mentre Cuba “ha dato pochi segni di cambiamento e di reale apertura”.

Canali come la “CNN in spagnolo” un altro peso pesante dell’artiglieria mediatica “liberale”, dava la parola a diversi funzionari USA per rafforzare lo stesso messaggio. Per esempio, intervistava, profondamente, l’ambasciatore USA in Cile, Michael Hammer, che ha sostenuto, su Cuba: “Non è una democrazia. C’è ancora molto da fare. Speriamo che un giorno questo si possa realizzare (sic), e noi, attraverso questa apertura, stiamo cercando di sostenere il popolo cubano nelle sue aspirazioni “(7).

Un altro messaggio ripetuto, fino alla nausea, è che Obama incontrerà sull’isola la cosiddetta “dissidenza” (8), presentata come presunta “società civile” cubana (9). Curiosa “società civile” che è finanziata con 20 milioni di dollari, che ogni anno, approva la Camera dei Rappresentanti USA (10) e che, secondo rapporti della stessa diplomazia USA, non ha il minimo sostegno sociale (11).

D’altra parte, i media apertamente conservatori come la Catena Fox (12), El Nuevo Herald (13), The Washington Post (14), ABC (15) o El Mundo (16), servivano come altoparlante delle denunce ed insulti ad Obama, dalle fila del Partito Repubblicano e dell’estrema destra di Miami (17), o dai collettivi come le cosiddette “Dame in Bianco” (18), per i quali il citato viaggio è, semplicemente, un tradimento politico. In varie televisioni abbiamo ascoltato Ted Cruz, candidato repubblicano: “Il regime cubano è alleato della Corea del Nord e di altri dei nostri nemici, e Obama ha regalato un salva vita ai Castro dando loro milioni di dollari che solo verranno utilizzati per attaccare gli interessi nordamericani”. “Il mio problema con i cambiamenti verso Cuba -affermava Marco Rubio, un altro dei candidati- è che non si chiede nulla in cambio al regime cubano. Continua ad essere tanto repressivo oggi come sempre” (19).

Decine di note, notizie, cronache, reportage. E, inoltre, talk show alla radio e alla TV, e innumerevoli articoli di opinione (20). Alcuni, per sostenere il viaggio di Obama (21), altri per criticarlo (22). Ma tutti -quasi senza eccezione- con lo stesso messaggio: Obama dovrà far pressione, esigere dal governo di Raul Castro “democrazia” e “diritti umani”, secondo lo standard avallato dal potere politico occidentale.

Una nuova lezione di cosa si intende per pluralismo informativo e libertà di espressione all’interno dell’attuale modello egemonico della stampa. Un modello ogni giorno meno informativo, e ogni giorno più vicino ad una semplice propaganda di guerra.

[Traduzione Francesco Monterisi]

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(1) http://www.efe.com/efe/espana/mundo/obama-ira-a-cuba-en-marzo-para-destacar-los-avances-e-incidir-derechos-humanos/10001-2843495

(2) http://www.abc.es/internacional/20150331/abci-primer-cara-cara-eeuu-cuba-derechos-humanos-201503311809.html

(3) http://www.cubadebate.cu/noticias/2015/03/31/comunicado-de-prensa-acerca-de-la-primera-reunion-entre-cuba-y-eeuu-sobre-derechos-humanos/

(4) http://www.juventudrebelde.cu/internacionales/2015-04-02/derechos-humanos-cuba-habla-abrazada-al-mundo/

(5) http://www.nytimes.com/es/2016/02/19/obama-debe-promover-la-democracia-en-su-visita-a-cuba/

(6) http://elpais.com/elpais/2016/02/18/opinion/1455821343_566037.html

(7) http://www.cnnchile.com/noticia/2016/02/18/embajador-de-eeuu-en-chile-esta-bien-claro-que-en-cuba-no-hay-democracia

(8) http://www.20minutos.com.mx/noticia/64571/0/obama-no-se-reunira-con-fidel-en-cuba-pero-si-con-la-disidencia/

(9) http://www.cnnexpansion.com/economia/2016/02/17/barack-obama-prepara-visita-a-cuba-en-marzo

(10) http://www.cubainformacion.tv/index.php/contrarrevolucion/63210-aumenta-de-20-a-30-millones-fondos-de-eeuu-para-la-democraciaa-en-cuba-inormalizacion-de-relaciones

(11) http://www.cubadebate.cu/noticias/2010/12/23/wikileaks-la-diplomacia-estadounidense-y-la-disidencia-cubana-audios/#.Vs21leaulQk

(12) http://www.foxnews.com/politics/2016/02/18/obama-expected-to-visit-cuba-in-march.html

(13) http://www.elnuevoherald.com/noticias/mundo/america-latina/cuba-es/article61032152.html

(14) https://www.washingtonpost.com/opinions/president-obama-breaks-his-word-in-planning-a-trip-to-cuba/2016/02/19/1bfbd668-d73b-11e5-be55-2cc3c1e4b76b_story.html

(15) http://www.abc.es/internacional/abci-exilio-cubano-rechaza-obama-visite-isla-sin-exigir-nada-cambio-201602182325_noticia.html

(16) http://www.elmundo.es/internacional/2016/02/18/56c62b9eca474106338b4583.html

(17) http://www.lanacion.com.ar/1872156-marco-rubio-y-ted-cruz-criticaron-el-viaje-de-obama-a-cuba-es-una-dictadura

(18) http://www.eluniversal.com/internacional/160218/disidentes-cubanos-confian-en-que-obama-se-reunira-con-ellos-en-cuba

(19) http://www.antena3.com/noticias/mundo/candidatos-republicanos-critican-viaje-obama-cuba_2016021900283.html

(20) http://www.milenio.com/firmas/hector_aguilar_camin_dia-con-dia/Cuba-paso_18_689511080.html

(21) http://www.eluniversal.com.mx/entrada-de-opinion/articulo/editorial-el-universal/nacion/2016/02/21/congruencia-de-cuba

(22) http://www.elmundo.es/internacional/2016/02/18/56c57e6546163fdb058b462a.html

Elezioni presidenziali USA 2016: la rivolta delle masse

Trump-Sandersdi James Petras

02.24.2016Le elezioni presidenziali del 2016 hanno parecchie caratteristiche peculiari, che sfidano il comune patrimonio di conoscenze sulle pratiche politiche nell’America del 21mo secolo.

Chiaramente, la macchinaria politica consolidata – le élites di partito e i loro sostenitori aziendali – hanno (in parte) perso il controllo del processo di nomina e si confrontano con candidati ‘indesiderati’, che si battono con programmi e dichiarazioni che polarizzano l’elettorato.

Ma ci sono altri fattori più specifici, che hanno eccitato l’elettorato e parlano della storia recente degli Stati Uniti. Questi presagiscono e riflettono un riallineamento della politica degli Stati Uniti.

In questo saggio, illustreremo questi cambiamenti e le loro conseguenze più importanti per il futuro della politica americana. Esamineremo come questi fattori influenzano ciascuno dei due maggiori partiti.

 

La politica del Partito Democratico: il contesto del riallineamento

L’’ascesa e il declino’ del Presidente Obama hanno seriamente intaccato il fascino della “politica dell’identità” – l’idea che le ‘identità’ etniche, di razza e di genere possano modificare il potere del capitale finanziario (Wall Street), dei militaristi, dei sionisti e dei funzionari dello ‘stato di polizia’. Il chiaramente evidente disincanto degli elettori per la “politica dell’identità” ha aperto la porta per la politiche di classe di un tipo specifico.

Il candidato Bernie Sanders si rivolge direttamente agli interessi di classe dei lavoratori e degli impiegati salariati. Ma la ‘questione di classe’ si pone nel contesto di una polarizzazione elettorale e, come tale, non riflette una vera e propria ‘polarizzazione di classe’, o una crescente lotta di classe nelle strade, nelle fabbriche o negli uffici.

In effetti, la polarizzazione elettorale di ‘classe’ è un riflesso delle recenti grandi sconfitte sindacali in Michigan, Wisconsin e Ohio. La confederazione sindacale (AFL-CIO) è quasi scomparsa come fattore sociale e politico, rappresentando solo il 7% dei lavoratori del settore privato. Gli elettori della classe lavoratrice sono ben consapevoli che i leaders sindacali al vertice, che ricevono una media di $ 500.000 all’anno in stipendi e benefici, sono profondamente coinvolti nell’élite del Partito Democratico. Mentre i singoli lavoratori e i sindacati locali sono attivi sostenitori della campagna di Sanders, lo fanno come membri di un amorfo movimento elettorale multi-classe e non come un unico ‘blocco dei lavoratori’.

Il movimento elettorale di Sanders non è venuto fuori da un movimento sociale di portata nazionale: il movimento per la pace è praticamente moribondo; i movimenti per i diritti civili sono deboli, frammentati e localizzati; il movimento Black Lives Matter ha raggiunto il picco ed è diminuito, mentre il movimento Occupy Wall Street è un lontano ricordo.

In altre parole, questi ultimi movimenti, nel migliore dei casi, forniscono alcuni attivisti e un qualche impulso per la campagna elettorale di Sanders. La loro presenza mette in evidenza alcune delle questioni che il movimento elettorale di Sanders promuove nella sua campagna.

In realtà, il movimento elettorale di Sanders non ‘emerge’ da pre-esistenti movimenti di massa, tanto quanto riempie il vuoto politico derivante dalla loro scomparsa. L’insorgenza elettorale riflette le sconfitte dei funzionari sindacali alleate con i politici democratici in carica, nonché la limitazione delle tattiche di ‘azione diretta’ dei movimenti Black Lives Matter e del tipo Occupy.

Dal momento che il movimento elettorale di Sanders non sfida direttamente ed immediatamente i profitti capitalistici e gli stanziamenti di bilancio pubblico non è stato oggetto di repressione di stato. Le autorità repressive calcolano che questo ‘fermento’ di attività elettorale durerà solo pochi mesi e poi sarà riassorbito nel Partito Democratico o dall’apatia degli elettori. Inoltre, essi sono vincolati dal fatto che decine di milioni di sostenitori di Sanders sono coinvolti in tutti gli stati e non sono concentrati in una sola regione.

Il movimento elettorale di Sanders aggrega centinaia di migliaia di micro-lotte locali e permette l’espressione della disaffezione di milioni con rimostranze di classe, senza alcun rischio o costo (come nel caso di perdita di lavoro o di repressione della polizia) per i partecipanti. Questo è in netto contrasto con la repressione sul luogo di lavoro o nelle strade urbane.

La polarizzazione elettorale riflette polarizzazioni orizzontali (di classe) e verticali (intra-capitaliste).

Sotto l’élite del 10% e, in particolare, tra i giovani della classe media, la polarizzazione politica favorisce il movimento elettorale di Sanders. I dirigenti sindacali, i membri del Congresso Nero Caucus e il sistema Latino abbracciano tutti la scelta sacramentale dell’élite politica del Partito Democratico: Hilary Clinton. Mentre i giovani latinos, le donne lavoratrici e i sindacalisti di base sostengono il movimento elettorale neonato. Settori significativi della popolazione afro-americana, che non sono riusciti ad avanzare (e sono effettivamente regrediti) sotto il Presidente Democratico Obama o hanno visto la repressione della polizia espandersi sotto il ‘primo Presidente nero’, si rivolgono alla neonata campagna di Sanders. Milioni di latinos, disincantati con i loro leaders legati all’élite democratica, che non hanno fatto nulla per impedire le deportazioni di massa sotto Obama, sono un potenziale di supporto base per ‘Bernie’.

Tuttavia, il più dinamico settore sociale nel movimento elettorale di Sanders sono gli studenti, che sono stimolati dal suo programma di istruzione superiore gratuita e dalla fine della schiavitù del debito post-laurea.

Il malessere di questi settori trova la sua espressione nella ‘rivolta rispettabile della classe media’: una ribellione di elettori, che ha momentaneamente spostato l’asse del dibattito politico all’interno del Partito Democratico a sinistra.

Il movimento elettorale di Sanders solleva questioni fondamentali della disuguaglianza di classe e dell’ingiustizia razziale nel sistema legale, della polizia ed economico. Esso evidenzia la natura oligarchica del sistema politico –  allo stesso tempo, il movimento a guida Sanders tenta di utilizzare le regole del sistema contro i suoi formulatori. Questi tentativi non hanno avuto molto successo all’interno dell’apparato del Partito Democratico, dove i padroni di partito hanno già allocato centinaia di ‘non eletti’, i cosiddetti ‘mega-delegati’, a Clinton – nonostante i successi di Sanders nella prima fase delle primarie.

La stessa forza del movimento elettorale ha una debolezza strategica: è nella natura dei movimenti elettorali fondersi in vista delle elezioni e sciogliersi dopo il voto. La leadership di Sanders non ha fatto alcuno sforzo per costruire un movimento di massa sociale e nazionale, in grado di continuare le lotte di classe e sociali durante e dopo le elezioni. In realtà, l’impegno di Sanders a sostenere la leadership stabilita del Partito Democratico se perde la nomina in favore di Clinton porterà ad una profonda disillusione dei suoi sostenitori e a una rottura del movimento elettorale. Lo scenario post-convention, in particolare in caso di coronamento della Clinton da parte dei ‘super-delegati’, nonostante una vittoria popolare di Sanders nelle singole primarie, sarà molto dirompente.

 

Trump e la ‘rivolta della destra’

La campagna elettorale di Trump ha molte delle caratteristiche di un movimento latino-americano nazionalista-populista. Come il movimento argentino peronista, unisce misure protezionistiche, misure economiche nazionaliste che si rivolgono ai piccoli e medi produttori e ai lavoratori industriali delocalizzati con uno ‘sciovinismo da grande nazione’ populista e di destra.

Ciò si riflette negli attacchi di Trump contro la ‘globalizzazione ‘- un surrogato dell’’anti-imperialismo’ peronista ‘.

L’attacco di Trump alla minoranza musulmana negli Stati Uniti è un abbraccio appena velato al fascismo clericale di destra.

Mentre Perón faceva campagne contro le ‘oligarchie finanziarie’ e l’invasione delle ‘ideologie straniere’, Trump disprezza le ‘élites’ e denuncia l”invasione’ di immigrati messicani.
L’appello di Trump è radicato nel profondo della rabbia amorfa della classe media in discesa sprofondante verso il basso, che non ha ideologia. . . . ma un sacco di risentimento per il suo status in declino, la sua fatiscente stabilità e per le famiglie colpite dalla droga (ne sono testimonianza le preoccupazioni espresse apertamente dagli elettori bianchi nella recenti primarie del New Hampshire).

Trump proietta potere personale sui lavoratori che sono imbrigliati da sindacati impotenti, gruppi civici disorganizzati, e associazioni imprenditoriali locali marginali, tutti incapaci di contrastare il saccheggio, il potere e la corruzione su larga scala dei truffatori finanziari, che si alternano tra Washington e Wall Street nella più totale impunità.

Queste classi ‘populiste’ ottengono brividi effimeri dallo spettacolo di Trump che inchioda e schiaffeggia i politici di carriera e le élites economiche allo stesso modo, proprio mentre esibisce il suo successo da capitalista.

Esse premiano la sua sfida simbolica all’élite politica, mentre lui ostenta le proprie credenziali da élite capitalista.

Per molti dei suoi sostenitori suburbani, lui è il ‘grande moralizzatore’, che nel suo eccesso di zelo, di tanto in tanto, commette gaffe ‘scusabili’ per zelante esuberanza – un genuino ‘Oliver Cromwell’ del 21° secolo.

Infatti, ci può essere anche un richiamo etnico-religioso meno palese nella campagna di Trump: i suoi appelli all’identità bianco-anglo-sassone e protestante di questi stessi elettori, di fronte alla loro apparente emarginazione. Questi ‘Trumpisti’ non sono ciechi di fronte al fatto che non un solo giudice WASP siede alla Corte Suprema e ci sono pochi, se pure qualcuno, WASP tra i primi funzionari economici al Tesoro, al Commercio, o alla Fed (Lew, Fischer, Yellen, Greenspan, Bernacke, Cohen, Pritzker, etc.). Mentre Trump non è reticente sulla sua identità – essa facilita il suo richiamo al voto.

Tra gli elettori WASP, che silenziosamente risentono dei salvataggi di ‘Wall Street’ e della posizione privilegiata percepita di Cattolici, Ebrei e Afro-americani nell’amministrazione Obama, la condanna diretta e pubblica da parte di Trump del Presidente Bush per aver deliberatamente fuorviato la nazione nell’invasione dell’Iraq (e l’implicazione di tradimento) è stata un grande vantaggio.

Il richiamo nazional-populista di Trump si sposa con il suo militarismo bellicoso e il suo autoritarismo da teppista. Il suo pubblico assenso alle torture e ai controlli statali di polizia (per ‘combattere il terrorismo’) fa appello alla destra militarista. D’altra parte, le sue amichevoli aperture al Presidente russo Putin ( ‘un ragazzo tosto disposto ad affrontarne un altro’) e il suo sostegno a terminare l’embargo cubano fa richiamo alle élites economiche e dalla mentalità commerciale. I suoi richiami a ritirare le truppe U.S.A. dall’Europa e dall’Asia attraggono gli elettori del tipo ‘fortezza America’, mentre le sue richieste di bombardare ‘a tappeto’  l’ISIS appelli fanno appello agli estremisti nucleari. È interessante notare che il supporto di Trump alla Social Security and Medicare, così come la sua richiesta di copertura sanitaria per gli indigenti e il suo riconoscimento aperto di servizi vitali di Pianificazione Familiare per le donne povere, fa appello ai cittadini più anziani, ai conservatori compassionevoli e agli indipendenti.

L’amagama sinistra-destra di Trump, gli appelli protezionistici e pro-business, le sue proposte contro Wall Street e a favore del capitalismo industriale, la sua difesa dei lavoratori degli Stati Uniti e gli attacchi ai lavoratori latinos e agli immigrati musulmani hanno rotto i confini tradizionali tra la politica popolare e quella di destra del Partito Repubblicano.

Il ‘Trumpismo’ non è un’ideologia coerente, ma una combinazione volatile di ‘posizioni improvvisate’, adattata per fare appello a lavoratori marginalizzati, a classi medie piene di risentimento (WASPs emarginati) e, soprattutto, a coloro che non si sentono rappresentati dai Repubblicani di Wall Street  e dai politici liberali Democratici che si basano su di politica dell’identità (neri, Ispanici, donne ed Ebrei).

Il movimento di Trump è basato su di un culto della personalità: ha un’enorme capacità di convocare riunioni di massa, senza un’organizzazione di massa o un’ideologia sociale coerente. La sua forza fondamentale è la sua spontaneità, la novità e l’ostilità focalizzata sulle élites strategiche.

La sua debolezza strategica è la mancanza di un’organizzazione che possa essere sostenuta dopo il processo elettorale. Ci sono pochi quadri ‘trumpisti’ e militanti tra i suoi fans adoranti. Se Trump perde (o è ingannato dalla nomina di un ‘candidato dell’unità’, tirato fuori dall’élite del Partito), la sua organizzazione si dissiperà e si frammenterà. Se Trump vince la nomination repubblicana, egli trarrà  supporto da Wall Street, specie se avrà di fronte una candidatura democratica di Sanders. Se vince le elezioni politiche e diventa presidente, egli cercherà di rafforzare il potere esecutivo e muoversi verso una presidenza ‘bonapartista’.

 

Conclusione
L’ascesa di un movimento social-democratico all’interno del Partito Democratico e l’ascesa di un movimento sui generis di destra nazional-populista nel Partito Repubblicano riflettono l’elettorato frammentato e le profonde fenditure verticali e orizzontali, che caratterizzano la struttura etnica e di classe degli Stati Uniti. I commentatori, grossolanamente, semplificano eccessivamente quando riducono la rivolta a incoerenti espressioni  di ‘rabbia’.

La frantumazione del controllo prestabilito da parte dell’élite è un prodotto di risentimenti di classe ed etnici profondamente avvertiti, di ex-gruppi privilegiati che vivono una mobilità verso il basso, di imprenditori locali che vivono il fallimento a causa della ‘globalizzazione’ (l’imperialismo) e del risentimento dei cittadini verso il potere del capitale finanziario (le banche) e il loro schiacciante controllo su Washington.

Le rivolte elettorali a sinistra e destra possono essere dissipate, ma avranno piantato i semi di una trasformazione democratica o di una rinascita nazionalistico-reazionaria.

[Traduzione dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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