Tillerson, un giro fallito

Tillerson

di Ánguel Guerra

da Telesur

08feb2018.– È fallito il tentativo da parte del Segretario di Stato Rex Tillerson di imporre nel suo giro dell’America Latina e dei Caraibi le ossessioni e gli incubi dell’imperialismo statunitense nella fase del suo più grande declino. Il suo scopo primario di arrivare al rovesciamento del presidente Maduro attraverso un colpo di stato o di altri modi violenti che già conosciamo, di liquidare la Rivoluzione bolivariana e di impadronirsi del petrolio del Venezuela, è ben lungi dal materializzarsi come risultato del suo percorso. Ha ricevuto un forte e immediato ripudio non solo da parte di Maduro, ma anche di Vladimir Padrino, comandante in capo delle Forze Armate Nazionali Bolivariane,  insieme ai comandi principali dell’istituzione, a gran voce supportati dai quadri e dalle masse chaviste.

Il tour è stato preceduto da un discorso irrispettoso, obsoleto e interventista contro Cuba e il Venezuela presso l’Università del Texas, dove ha avuto l’audacia di rivendicare la validità della Dottrina Monroe e mettere in discussione i rapporti della Cina e della Russia con la nostra regione. ‘L’America Latina non ha bisogno di nuovi poteri imperiali che perseguono solo il loro interesse. Gli Stati Uniti sono diversi: non cerchiamo accordi a breve termine con guadagni asimmetrici, cerchiamo partner’. Che cinismo!

Il segretario ha taciuto che è il potere che rappresenta, insieme alle sue multinazionali, e non la Cina e la Russia, che hanno sottoposto la nostra regione per oltre un secolo al saccheggio, allo sfruttamento, alle interferenze, agli interventi militari, ai colpi di stato e all’assassinio di centinaia di migliaia di lavoratori, contadini, studenti e indigeni.

Tillerson è arrivato a suggerire che il presidente eletto da una maggioranza di Venezuelani esca di scena e si è intromesso spudoratamente nel processo elettorale di Cuba. Il capo di Stato sembra non aver capito che gli Stati Uniti non sono quel potere assoluto che apparivano alla scomparsa dell’URSS e che l’attuale presenza cinese e russa nella nostra America è causata da decisioni sovrane dei governi della regione, tra cui alcuni molto a destra come l’Argentina e il Brasile. Tillerson può dire quello che gli viene in mente, ma come dimostrano gli esempi di Cuba e Venezuela, Washington non sempre raggiunge i suoi obiettivi con la politica delle sanzioni, con le minacce, con i tentativi di ricatto e gli interventi. Al contrario, essi sono controproducenti, come il presidente Obama ha capito dopo sei decenni di applicazione a Cuba.

Né i governi della regione cesseranno le relazioni con la Russia e la Cina per una maggiore pressione da parte di Washington, perché hanno bisogno di vendere le loro materie prime, che avvantaggiano le loro economie e arricchiscono le oligarchie e anche le transnazionali. Anche perché ci sono già progetti di infrastrutture congiunte con Pechino per miliardi di dollari e ce ne sono molti altri in programmazione, che il potere del nord non ha le risorse e la volontà di portare avanti. Questo è risultato molto chiaramente dall’ultimo vertice CELAC-Cina a Santiago del Cile. Per quanto riguarda le armi russe, oltre alla loro alta qualità e ai prezzi ragionevoli, è evidente che, per qualsiasi paese determinato a essere indipendente e a preservare la propria sovranità, sono un’opzione molto migliore rispetto alle statunitensi.

Tillerson non ha fatto altro che portarci la sua personale versione di disprezzo per i nostri popoli e per quelli africani – paesi di merda (sic) – a cui Trump ci ha abituato un giorno sì e pure l’altro. (Una versione) della maleducazione e dell’arroganza con cui il suo capo parla di noi. È venuto per la lana e se ne è andato tosato. Voleva che saltasse fuori un Pinochet ed è stato  respinto da un coro di patrioti venezuelani, per bocca del generale Padrino: ‘In Venezuela non accetteremo mai che nessun governo o potenza straniera intervenga in alcun modo’. Contrasta con il comportamento servile e suicida dei leader dell’opposizione venezuelana, che hanno ricevuto una telefonata da Tillerson da Bogotà per non firmare gli accordi della Repubblica Dominicana.

Il viaggio del segretario si è concentrato sui paesi del cosiddetto Gruppo di Lima. Si ricorda che gli Stati Uniti hanno dovuto ricorrere a questi governi ultra-neo-liberisti, perché i Caraibi e i paesi dell’ALBA gli impedivano di imporre sanzioni al Venezuela nell’ambito dell’OSA. Ma anche questi governi interventisti, come quello messicano, sottolineano che non sono favorevoli a una soluzione violenta in Venezuela. Immagino che si guardino allo specchio dell’Iraq, della Libia e della Siria. Come afferma la dichiarazione della cancelleria cubana in risposta a Tillerson: la nostra America si è risvegliata e non sarà così facile piegarla.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Sabotaggio alla democrazia in Venezuela

S. Domingo

di Atilio Borón

da Telesur

08feb2018.- Confermando ancora una volta il loro sinistro ruolo, gli Stati Uniti hanno appena sabotato un accordo laboriosamente raggiunto tra il governo e l’opposizione venezuelana nei dialoghi di Santo Domingo. Nella lettera pubblicata in data 7 febbraio, l’ex-primo ministro spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero ha rivelato la sua sorpresa e, in modo più sottile, la sua indignazione per l’’inaspettata’ rinuncia dei rappresentanti dell’opposizione a firmare l’accordo, quando tutto era pronto per la cerimonia di protocollo, in cui la buona notizia sarebbe stata annunciata pubblicamente. Come rivelato nella lettera, Zapatero dice che, dopo due anni di colloqui e confronti, si era giunti a un accordo per avviare ‘un processo elettorale con garanzie e accordo sulla data delle elezioni, sulla posizione riguardo alle sanzioni contro il Venezuela, sulle condizioni per la Commissione della Verità, sulla cooperazione di fronte alle sfide sociali ed economiche, sull’impegno verso una normalizzazione istituzionale e un pieno sviluppo delle politiche democratiche, nonché sulle garanzie per il rispetto dell’accordo’. 

Quest’accordo, se fosse stato firmato dall’opposizione, avrebbe messo fine alla crisi politica che, con le sue ripercussioni economiche e sociali, aveva scatenato una delle più gravi crisi del Venezuela nella sua storia. Era anche un gigantesco passo verso la normalizzazione di una situazione regionale sempre più accentuata dalle risonanze del conflitto venezuelano. Il pretesto sorprendentemente utilizzato dall’imbarazzata opposizione è stato la ripresa della domanda che le elezioni presidenziali fossero monitorate dal Gruppo di Lima, un insieme di paesi (Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Santa Lucia), i cui governi fanno a gara a chi mostra il più grande servilismo, quando si tratta di obbedire agli ordini di attaccare il Venezuela, emessi dalla Casa Bianca. Il Gruppo di Lima non è un’istituzione come l’UNASUR, l’OSA o altre. Il documento elaborato nella Repubblica Dominicana affidava al Segretariato Generale delle Nazioni Unite il coordinamento del controllo delle elezioni presidenziali, un’istituzione infinitamente più seria e prestigiosa del Gruppo di Lima, in cui abbondano i narco-presidenti, i golpisti benedetti dagli Stati Uniti come i capi del Brasile e dell’Honduras, i governi come il Messico, che hanno fatto dei brogli elettorali un’arte incomparabilmente efficiente o il Cile, il cui più grande successo democratico è stato quello di aver talmente deluso le persone, che meno della metà degli elettori è andata alle urne alle ultime elezioni presidenziali. Tuttavia, l’esigenza che questo gruppo indecoroso di governi fosse responsabile di garantire ‘la trasparenza e l’onestà’ delle elezioni presidenziali in Venezuela è stata il pretesto utilizzato per boicottare un accordo che si era costruito così laboriosamente insieme. Come spiegare quest’improvviso e inaspettato cambiamento nell’opinione dell’opposizione venezuelana?

Per rispondere a questa domanda, bisogna andare a Washington. Come era prevedibile, per la Casa Bianca l’unica soluzione accettabile è la rimozione di Maduro e un ‘cambiamento di regime’, anche se quest’opzione comportasse il pericolo di una guerra civile ed enormi costi umani ed economici. In altre parole, il modello è la Libia o l’Iraq e, in nessun modo, un patto di transizione tra il governo e l’opposizione o anche meno, l’accettare la sopravvivenza del governo bolivariano, in cambio di alcuni gesti di moderazione da parte di Caracas. Dal punto di vista geopolitico, che informa tutte le azioni della Casa Bianca, nessuno scrupolo morale può interferire con il progetto di sottomettere il Venezuela al giogo degli Stati Uniti, l’ossessione malsana dell’impero di fare un protettorato americano di un paese che ha le maggiori riserve di petrolio del pianeta e un territorio dotato di immense risorse naturali. Per i falchi di Washington qualsiasi opzione diversa da questa è puro sentimentalismo e, se i politici dell’opposizione venezuelana hanno creduto che questi negoziati sarebbero stati, se non garantiti, almeno tollerati dalla Casa Bianca, sono caduti in un’illusione infantile: credere che gli Stati Uniti si preoccupano della democrazia, o di quella che chiamano ‘crisi umanitaria’ o dello Stato di Diritto in Venezuela. Per l’impero queste richieste sono completamente irrilevanti, quando si parla della stragrande maggioranza dei ‘paesi di merda’, che costituiscono la periferia del sistema capitalistico mondiale. Così, non è stato un caso che l’ordine di astenersi dal firmare accordi sia coinciso con la visita di Rex Tillerson in Colombia: è stato il Presidente Juan M. Santos ad avere il compito disonorevole di trasmettere l’ukase imperiale ai rappresentanti della riunione dell’opposizione riuniti a Santo Domingo.

Come continuerà questa storia? Washington sta tirando la corda, per rendere inevitabile una ‘soluzione militare’ in Venezuela. È stato questo il motivo, per cui Tillerson ha fatto un giro di cinque paesi latino-americani e caraibici, nel tentativo di coordinare le azioni a livello continentale per quello che potrebbe essere l’inizio di un assalto finale contro la patria di Bolivar e Chávez. Il Comando Sud sta inviando personale dell’Aviazione degli Stati Uniti a Panama senza altro scopo credibile che attaccare il Venezuela. Nel frattempo, l’offensiva diplomatica e mediatica si sta diffondendo in tutto il mondo. Il Parlamento Europeo ha dato una nuova prova del suo processo di putrefazione, raddoppiando le sanzioni contro il Venezuela, mentre i servitori latino-americani e caraibici di Washington accettano vergognosamente l’aggressione. L’8 febbraio, il governo cileno ha annunciato la sospensione indefinita della sua partecipazione al dialogo venezuelano perché, secondo La Moneda, ‘non sono state concordate condizioni minime per un’elezione presidenziale democratica e una normalizzazione istituzionale’. Sembra che, come disse una volta José Martí, in Venezuela ‘l’ora dei forni arriva e non si vedrà altro che luce.’

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

L’epidemia da oppiacei negli USA

pillsdi James Petras e Robin Eastman-Abaya

24.01.2018.- Come si uccide un milione di lavoratori

Introduzione

Il legame tra capitalismo e droga risale alla metà del 19mo secolo, quando l’Impero Britannico impose il suo surplus di raccolto dell’oppio dalle sue colonie dell’Asia meridionale al mercato cinese, che ne aveva bandito l’uso e la vendita, creando una domanda di massa da parte di milioni di tossicodipendenti. Il governo cinese, che aveva vietato l’uso e la vendita dell’oppio, fu allarmato dal crescente caos sociale creato dalla dipendenza di massa ed entrò in guerra contro le potenze occidentali per fermare l’invasione di droga. La loro sconfitta per mano dei Britannici e dei loro alleati signori della droga cinesi aprirono la Cina allo sfruttamento e alla spoliazione sistematica del secolo successivo. Gli oppiomani cinesi furono un enorme ostacolo all’organizzazione della resistenza nazionale. In sostanza, la Compagnia Britannica delle Indie Orientali e i suoi protettori imperiali trasformarono la Cina nel più grande ‘cesso’ della storia – fino a quando una straordinaria rivoluzione non ha spezzato le catene della dipendenza e della degradazione.

Nel 21mo secolo, un simile processo di deterioramento si è verificato all’interno degli Stati Uniti. L’‘epidemia da prescrizione di oppiacei’ sta devastando le famiglie americane, i quartieri, le comunità, le città e gli stati – lacerando l’intero tessuto della società americana, in particolare nelle zone rurali, minerarie ed ex-manifatturiere della ‘cintura della ruggine’. Centinaia di migliaia di vittime, per la maggior parte della classe lavoratrice, sono morte e milioni di tossicodipendenti, incapaci di resistere alla distruzione del proprio futuro, sono subentrati a una forza lavoro una volta potente.

Studi ufficiali del governo stimano in quasi 700.000 i morti dal 1999, sulla base degli sparsi e  incompleti rapporti dei medici legali e dei certificati di morte, che contribuiscono alla definizione delle statistiche di vita negli Stati Uniti. Non c’è uniformità nella raccolta dei dati e nessun interesse nello sviluppo di un sistema nazionale uniforme, su cui formulare politiche sociali. Molto probabilmente, ulteriori centinaia di migliaia di morti per droga sono passate non registrate o attribuite a condizioni mediche ‘pre-esistenti’, suicidi e incidenti – nonostante sia chiara nelle vittime l’evidenza di sovra-prescrizione di narcotici e sedativi.

L’epidemia di oppiacei negli Stati Uniti è responsabile in gran parte del ‘declino del numero dei rappresentanti della forza-lavoro tra i lavoratori della prima età’, secondo la testimonianza del Presidente della Federal Reserve Janet Yellen, una nominata di Obama. Si stima che il 15% dei lavoratori edili degli Stati Uniti soffrano di abuso di sostanze. I costi crescenti del ‘Suboxone’ e altre forme di trattamento della dipendenza da stupefacenti minacciano di far fare bancarotta ai piani sanitari di diversi sindacati edilizi. La carenza di lavoratori edilizi qualificati porta inoltre i datori di lavoro a richiedere un maggior numero di lavoratori immigrati per colmare il divario.

Per oltre due decenni, il numero crescente di morti da overdose da oppiacei è stato ignorato da entrambi i partiti politici, così come da scrittori e accademici di sinistra e di destra. I medici e gli amministratori ospedalieri sono stati o attivamente complici o hanno negato. Ma, cosa più importante, l’amministrazione federale della droga (FDA) ha continuato ad approvare la produzione, la commercializzazione e la prescrizione di narcotici e sedativi altamente produttori di dipendenza a decine di milioni di pazienti americani, con l’industria farmaceutica che accumulava profitti di decine di miliardi, nonostante la devastazione. Tra il 1999 e il 2014, i produttori farmaceutici hanno guadagnato $ 10 miliardi di dollari l’anno in profitti, derivanti dalla vendita e dalla distribuzione di oppiacei.

Nella sezione seguente, discuteremo il quadro più ampio, comprese le potenti forze socio-economiche e politiche, che hanno tratto profitto dalla dipendenza e dall’uccisione di milioni di americani – nel passato e nel presente. Questa politica deliberata, con forti tratti neo-malthusiani, ha decimato un settore della classe operaia statunitense, reso ‘superfluo’ o ridondante dalle decisioni politico-economiche dell’elite dominante americana. Nel suo corso, la crisi di dipendenza da prescrizione ha trasformato ampie fasce dell’ex-settore manifatturiero e minerario degli Stati Uniti in quelli che l’attuale presidente Donald Trump caratterizzerebbe come ‘cessi’ domestici e popolati da coloro che la sua rivale, Hillary Clinton, ha insensibilmente deriso come ‘deplorabili‘. In termini di rapida perdita di vite umane e stabilità sociale, questa devastazione della popolazione rispecchia i modelli osservati nei paesi sottoposti ai dettami economici neo-liberisti o alle invasioni imperiali USA/UE.

La potente elite della dipendenza

 Oggi c’è una frenesia pubblica tra i funzionari del governo che chiedono a gran voce udienze e legislazione, per affrontare la crisi della dipendenza da oppiacei – con le solite soluzioni di più reclusione, costosi centri di trattamento per le dipendenze private,  ‘gruppi di sostegno’ volontari, corsi di auto-aiuto e campagne educative ‘Dici semplicemente no’. Nessun politico ha osato suggerire di educare le vittime riguardo le tendenze socio-economiche e le decisioni delle elites, che hanno devastato le loro vite e comunità e le hanno indirizzate verso la spirale della morte da dipendenza.

Recentemente, alcuni giornalisti di sinistra hanno attaccato l’industria farmaceutica, mentre altri hanno citato la mancanza di supervisione da parte dell’Amministrazione Federale della Droga statunitense, chiedendo alcune tiepide riforme. L’ex-amministratore della FDA David Kessler, che ha prestato servizio sotto il regime Clinton dal 1990 al 1997, ha condannato tardivamente la negligenza della sua agenzia per la distruzione di massa causata da una prescrizione non regolamentata di potenti narcotici, che, ha ammesso dopo 10 anni di silenzio, è stata ‘uno dei più grandi errori in tutta la storia della medicina moderna’, (editoriale NYT, maggio 2016).

Mentre centinaia di migliaia di americani sono stati uccisi da oppiacei e altre centinaia stanno morendo ogni giorno (almeno 65.000 nel 2016), la sinistra degli Stati Uniti e il Partito Democratico si concentrano su problemi di identità di genere ristretti e audizioni fumettistiche, del tipo ‘Russiagate’ – il presunto complotto di Mosca per assumere il controllo delle elezioni presidenziali americane. Mentre promuoveva la sua esperienza nella riforma dell’assistenza sanitaria, la candidata Hillary Clinton, durante la sua campagna, deliberatamente ignorava la crisi della dipendenza da oppiacei, tranne che per caratterizzare le sue vittime, in gran parte bianchi della classe inferiore, come ‘deplorabili’ – razzisti ignoranti e buffoni – che secondo lei meritavano la loro miseria e le loro vite stroncate.

L’’epidemia di droga’ negli Stati Uniti riguarda l’attuale struttura del potere e le relazioni sociali in uno stato sempre più oligarchico, tra crescenti disuguaglianze di classe e immiserimento. Alla sua base, il capitalismo americano del 21mo secolo ha degradato, sfruttato e impoverito i lavoratori statunitensi con crescente intensità negli ultimi due decenni. I lavoratori hanno perso quasi ogni controllo collettivo sul posto di lavoro e in politica. Le condizioni di lavoro e la sicurezza si sono deteriorate – mentre i capitalisti assumono e licenziano a volontà. I salari, le pensioni, l’assistenza sanitaria e le prestazioni in caso di decesso sono stati tagliati o annullati.

Il deterioramento delle condizioni di lavoro è accompagnato da un marcato declino delle condizioni sociali: la famiglia, il vicinato e la vita di comunità sono stati fatti a pezzi. Ansia e insicurezza dilagano tra i lavoratori e i dipendenti. In termini reali, l’aspettativa di vita nelle aree interessate è diminuita. I suicidi tra i giovani e i lavoratori sono alle stelle. La mortalità materna e infantile è aumentata. I giovani americani hanno il 70% in più di probabilità di morire prima dell’età adulta rispetto alle loro controparti in altri paesi ricchi. Nel 2016, il tasso di mortalità per il millennio (età 25-34) è salito a 129/100.000, con 35/100.000 morti causate da overdose narcotica. La carneficina supera i picchi dell’epidemia di AIDS negli Stati Uniti negli anni ‘80. I servizi di protezione dei minori nelle aree rurali e nelle piccole città sonben oltre il punto di rottura, con i bambini trascurati o orfani di tossicodipendenti. Le unità di terapia intensiva neonatale sono sopraffatte dal numero di bambini nati in crisi di astinenza da oppiacei implicanti rischio di vita, dovuti alla dipendenza delle loro madri. Nonostante questo triste quadro, le tasse per i ricchi vengono ridotte e i servizi pubblici decimati.

Nel frattempo, il divario di reddito tra la classe operaia e gli oligarchi si è ampliato ed è emerso un apartheid nell’assistenza sanitaria fortemente connotata in senso classista e nell’educazione. I figli di quel 20% privilegiato hanno accesso esclusivo e prioritario alle università d’elite, basato su legami familiari ed etnici. Le famiglie d’elite, che non hanno bisogno di ‘assicurazione sanitaria’, hanno accesso ai servizi medici più completi e avanzati nel mondo. Nessun medico si sognerebbe di prescrivere irresponsabilmente narcotici a un membro della famiglia di un oligarca.

Queste disuguaglianze sono profondamente radicate:  persone che lavorano nelle aree colpite dall’epidemia da oppiacei ricevono solo cure superficiali e inadeguate, se non incompetenti, da parte di assistenti medici e infermieri sovraccarichi. Sono sottoposti a lunghe attese in fatiscenti reparti d’emergenza e raramente vedono un medico. Praticamente, nessuno ha regolari medici di famiglia. Se sono feriti o doloranti, gli vengono prescritte grandi quantità di narcotici anti-dolorifici a lungo termine – oppiacei, invece delle più sicure, ma più costose terapie fisiche e di farmaci non provocanti dipendenza. Ciò è accaduto con l’approvazione della FDA. Anche gli studenti delle scuole superiori rurali con infortuni sportivi ricevono narcotici, nonostante il noto aumento della suscettibilità alla dipendenza tra i giovani. Le ‘lobby del dolore’, politicamente potenti, finanziate dalle gigantesche società farmaceutiche, hanno incoraggiato questa tendenza per oltre due decenni, generando enormi profitti per i miliardari dirigenti farmaceutici.

I campi di  applicazione dei letali oppiacei in America hanno le loro origini e la loro logica nella convergenza di diverse caratteristiche interrelazionate del capitalismo statunitense. Ciò era dovuto alla ricerca implacabile di profitto da parte delle corporazioni e delle elites, mentre si trasformavano le zone de-industrializzate e agricole del paese in ‘Terzo Mondo’ domestico.

In primo luogo, la classe capitalista ha abbattuto i costi di produzione, limitando l’accesso a un’ assistenza sanitaria di qualità per i lavoratori,  per aumentare i propri profitti. Negli Stati Uniti, questo ha portato milioni di lavoratori a dipendere da narcotici a basso costo e disponibili con prescrizione. Le compagnie di assicurazione fornite dal datore di lavoro negano regolarmente il trattamento non-narcotico più costoso ai lavoratori incidentati e insistono sulla prescrizione di oppiacei economici per riportare i lavoratori sul posto di lavoro.

Gli oppiacei economici sono stati tollerati all’inizio dai piani sindacali di assistenza sanitária per risparmiare soldi, mentre i capi sindacali giravano la faccia di fronte alle migliaia di lavoratori che diventavano dipendendenti.

In secondo luogo, i capitalisti licenziano liberamente i lavoratori che sono incidentati sul lavoro e chiedono un trattamento, costringendo i lavoratori ad evitare le assenze per malattia e ad affidarsi ancora di più agli oppiacei, come l’Oxy-Contin, che ‘Big Pharma’ ha falsamente commercializzato come non produttore di dipendenza.

In terzo luogo, i capitalisti traggono immensi profitti dalle morti premature per overdosee per cause prevenibili correlate tra i lavoratori anziani, perché ciò riduce i costi pensionistici e i pagamenti dell’assicurazione sanitaria. Wall Street ha festeggiato sfacciatamente i miliardi di dollari di attivo per le pensioni e l’assistenza sanitaria risparmiate dall’aspettativa di vita ridotta dei lavoratori negli Stati Uniti. Il calo dell’aspettativa di vita e l’aumento della morte prematura negli Stati Uniti assomiglia al modello visto in Russia durante i primi decenni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e il saccheggio sfrenato degli oligarchi della mafia appoggiati dagli Stati Uniti  sotto Boris Eltsin.

In quarto luogo, i capitalisti sono liberi di assumere giovani lavoratori sostituti (diciotto-trent’anni) come lavoro temporaneo a salari più bassi e senza alcun beneficio. Sono soggetti alle insicurezze dell’occupazione contingente, come parte della ‘gig economy’ (esternalizzazione a lavoratori e impiegati ‘autonomi’). Questi lavoratori sovraccarichi, senza futuro, ricorrono agli oppiacei per superare il dolore fisico e lo stress emotivo – fino a quando non abbandonano, schiavi della dipendenza. Questa è la ragione principale del numero declinante di giovani lavoratori disponibili negli Stati Uniti – nonostante i livelli di occupazione relativamente elevati.

In quinto luogo, e per aggiungere un insulto morboso al danno, l’epidemia di morte da oppiacei è stata  una vera e propria miniera d’oro per l’industria dei trapianti di tessuti e organi, per la quale ‘i materiali’, tra cui ossa, pelle, cornea, tendini, valvole cardiache, denti e vasi sanguigni, raccolti tra le giovani vittime di overdose, valgono decine di migliaia di dollari per cadavere. Gli organi derivanti dalle vittime di overdose cerebrale sono valutati in centinaia di migliaia di dollari. E le aziende di raccolta coi loro mediatori di tessuti si aggirano intorno al pronto soccorso dell’ospedale come uccelli da carogna in attesa di notizie di nuove vittime – spesso contattando il parente prossimo prima delle autorità. Questo bizzarro sistema di profitto derivante dalle morti domestiche completamente prevenibili del capitalismo americano ricorda la satirica ‘Modesta Proposta’ di Jonathan Swift agli imprenditori britannici di raccogliere la pelle delle vittime della carestia della patata irlandese per farne oggetti commerciali, come borse da donna!

In sintesi, la struttura e le relazioni del capitalismo statunitense contemporaneo sono la causa generale e i beneficiari dell’epidemia da oppiacei. Il risultato inevitabile è stato una rapida distruzione di comunità emarginate dalle decisioni capitaliste. Ciò ha beneficiato il capitale, che ha trattato la popolazione superflua e potenzialmente insofferente in un modo che ricorda l’Impero Britannico durante le carestie in India nei due secoli precedenti.

Il Darwinismo e i ragionamenti neo-malthusiani proliferano tra gli oligarchi, i politici, i medici e persino penetrano nella lingua usata dal pubblico (‘sopravvivenza del più adatto’), fornendo la giustificazione ideologica per la carneficina.

Le elites dei poteri operativi specifici che dirigono l’epidemia

Aziende farmaceutiche multimiliardarie producono e commercializzano narcotici e sedativi altamente creatori di dipendenza. I loro agenti manipolano le comunità di medici e agiscono come una lobby tra i politici per un’America ‘senza dolore’.

Il produttore della principale ‘porta d’entrata’ commerciale nella dipendenza, l’Oxy-Contin,  è la Purdue Pharmaceuticals. La società è stata fondata e gestita interamente dalla famiglia Sackler, sotto la guida del defunto Raymond Sackler e dei suoi fratelli. I Sacklers erano di origini ebraiche dell’Europa dell’Est e hanno stretti legami con Israele.

Hanno iniziato producendo lassativi e cera per gli orecchi, quindi hanno introdotto il tranquillante Valium, altamente creatore di dipendenza, per poi produrre e promuovere negli anni ’90 il più redditizio farmaco da prescrizione nella storia, l’Oxy-Contin, durante l’amministrazione del presidente Bill Clinton con la sua ‘riforma sanitaria’.

I Sacklers hanno messo in piedi un’aggressiva  strategia di vendita su larga scala, per convincere i medici che il loro prodotto non creava dipendenza. Hanno pagato medici ricercatori per pubblicare dati fraudolenti sulla sicurezza dell’Oxy-Contin. Questi esperti assoldati dalla fiorente industria del dolore hanno ricevuto enormi compensi per vendere i prodotti dei Sackler. Hanno contrabbandato la nozione dei pazienti americani, che godono di un’esistenza completamente ‘indolore’ – reclamizzando il valore dell’altamente soggettiva ‘scala del dolore’, come quinto segno vitale nella valutazione di tutti i pazienti. La ‘scala del dolore’ non ha mai attecchito in altri paesi ricchi, dove la valutazione oggettiva è rimasta la base principale per la diagnosi e la terapia. È interessante notare che la ‘scala del dolore’ è stata usata meno frequentemente con pazienti afroamericani e ispanici, in gran parte a causa di un inerente razzismo nella medicina statunitense, che vede le minoranze come potenziali tossicodipendenti e inaffidabili per la prescrizione di narcotici. Di conseguenza, i pazienti afroamericani e ispanici si sono in gran parte risparmiati l’epidemia da dipendenza da stupefacente di prescrizione – in cui oltre il 95% delle morti da overdose erano di bianchi, per lo più operai. Era anche evidente che i pazienti afroamericani presentatisi ai reparti di pronto soccorso in caso di dolore grave ricevevano molta meno cura rispetto ai loro compatrioti bianchi – anche quando il loro dolore era un sintomo di una grave minaccia medica alla vita o di un’emergenza chirurgica.

Il patrimonio netto della famiglia Sackler è salito a oltre $ 14 miliardi di dollari, secondo l’elenco dei miliardari di Forbes, mentre Purdue Pharmaceuticals ha ricavato oltre $ 35 miliardi di dollari di profitto da Oxy-Contin. L’omicidio da prescrizione e la dipendenza hanno elevato i Sackler all’elite politica, culturale e oligarchica.

I Sackler sono diventati grandi collezionisti di belle arti e mecenati delle arti e delle scienze a New York, Londra e Tel Aviv. I ‘glitterati’ di New York sono svenuti di fronte a Raymond e la regina Elisabetta gli ha conferito il titolo di cavaliere. Nel frattempo, decine di migliaia di tossicodipendenti sono morti ogni anno e milioni affondano nella dipendenza, nella cattiva salute e nel degrado, trascinando le loro comunità con loro.

Seguendo l’esempio di Sackler, altri miliardari farmaceutici si sono uniti al massacro, le morti e la confusione si sono moltiplicate. I farmaci contro il dolore da oppiacei erano così economici da produrre e avevano creato una domanda in continua espansione, mentre gli adolescenti facevano irruzione nello stanzino della nonna alla ricerca di narcotici e  poveri lavoratori facevano la fila alle ‘fabbriche di pillole’. L’Oxy-Contin e i suoi fratelli hanno prodotto il più alto margine di profitto nella storia farmaceutica – di gran lunga superiore ai cosiddetti farmaci block-buster.

La devastazione totalmente prevenibile e prevedibile alla fine ha portato la Purdue Pharmaceuticals nel 2007 a essere multata per $ 634,5 milioni di dollari per la copertura fraudolenta del potenziale di dipendenza e di overdose dell’Oxy-Contin. L’influenza politica della famiglia Sackler ha protetto i propri membri da qualsiasi accusa di cattiva condotta o cospirazione criminale. La loro influenza negli ambienti politici e giudiziari d’elite non aveva eguali.

L’Oxy-Contin e altri farmaci che provocano dipendenza sono ancora prodotti in massa, prescritti in maniera intensiva e stanno contribuendo alla morte di oltre 65.000 lavoratori ogni anno. In risposta al recente crollo delle prescrizioni di narcotici, milioni di tossicodipendenti sono passati all’economica eroina di strada e all’illegale e pericolosamente potente fentanyl, per soddisfare la loro astinenza. I medici hanno  fornito l’entrata a una vita di dipendenza da strada, violenza e alla fine morte – mentre le autorità degli gli Stati Uniti guardavano deliberatamente da un’altra parte.

La seconda elite di potere operativo sono i medici professionisti, che hanno prescritto le droghe in maniera irresponsabile e insensibile a milioni di americani negli ultimi 2-3 decenni. Anche loro sono stati largamente risparmiati dal sistema politico e giudiziario e rimangono ancora i ‘pilastri’ delle comunità locali, devastate dalla tossicodipendenza.

Per duemila anni, un principio guida morale e professionale in medicina era stato ‘prima cosa, non fare del male’ nel corso del trattamento di un paziente. C’è stata un’enorme differenza nel modo in cui i pazienti della classe lavoratrice e delle elites vengono trattati negli Stati Uniti. Migliaia di medici e altri professionisti hanno ignorato l’ovvia dipendenza e le morti tra i loro pazienti delle classi meno abbienti e hanno accettato tangenti e compensi per promuovere gli oppiacei.

Milioni di pazienti e i loro familiari sono stati traditi da questo grottesco fallimento nell’affrontare la crisi da dipendenza. Le trasformazioni economiche in medicina hanno fatto sì che molti medici nella medicina aziendale mandassero i pazienti dentro e fuori dai loro uffici con solo esami sommari e prescrizioni per lo più di narcotici e sedativi. I medici hanno permesso agli obiettivi di lucro dei loro datori di lavoro aziendali di dettare legge su come dovessero trattare i loro pazienti – tradendo in tal modo il sacro giuramento. Molti medici hanno fatto affidamento su assistenti medici scarsamente supervisionati e infermieri tirocinanti nel diagnosticare e trattare i pazienti  già dipendenti da sostanze stupefacenti. È più facile e meno costoso scrivere una prescrizione, piuttosto che esaminare a fondo e trattare adeguatamente un paziente a basso reddito. Tutti hanno accettato l’ideologia aziendale e capitalista che i tossicodipendenti erano deplorevoli vittime della loro intrinseca degenerazione morale o genetica.

La catena della responsabilità passava dal profitto capitalista sistemico miliardarie aziende farmaceutiche alle imprese ospedaliere, ai medici e al loro mal controllato personale.

Il principale complice politico della morte per dipendenza è il governo federale e i rappresentanti eletti, che hanno accettato decine di milioni di dollari in ‘donazioni’ dalla lobby farmaceutica. Il presidente e il Congresso, i democratici e i repubblicani hanno ignorato l’epidemia, perché sono stati comprati per la loro campagna dai donatori-proprietari del ‘Big Pharma’, il termine usato per descrivere la potente industria farmaceutica e la sua lobby. Negli ultimi vent’anni, l’elite politica ha ricevuto molti milioni di dollari in fondi per le campagne dalle grandi lobby farmaceutiche – inclusi i politici provenienti dagli stati devastati dalla narcotici.

La Federal Drug Enforcement Agency (DEA) ha permesso l’uso eccessivo e la distribuzione dei narcotici e quindi ignorato le terribili conseguenze per oltre 20 anni. Non si può immaginare che i veterinari degli Stati Uniti e i loro controllori notino la morte per droga di 3.000 animali domestici, senza identificare e correggere rapidamente la situazione, mentre la FDA, la DEA e l’elite statunitense hanno ‘ignorato’ la morte di centinaia di migliaia di poveri  americani della classe lavoratrice.

Alla fine, dopo due decenni, politici locali e procuratori generali hanno visto una nuova potenziale fonte di reddito in azioni legali contro le società farmaceutiche incriminate e i grandi distributori. Alcuni senatori hanno sponsorizzato le udienze, ma nessuna azione decisiva è stata presa  contro la carneficina tra la povera popolazione civile. Nel 2010, il comitato dei Servizi Armati del Pentagono e del Senato ha tenuto audizioni sull’enorme aumento di morti da overdose, dovute all’abuso di prescrizioni di droga tra il personale militare degli Stati Uniti e hanno preso alcune misure efficaci per affrontare il problema. A quel tempo, i senatori degli Stati Uniti nelle udienze hanno avvertito scherzosamente sui pericoli di sconvolgere il ‘Big Pharma’. Chiaramente, a differenza dei generali che hanno bisogno di soldati sani, i capitalisti e i politici statunitensi non hanno avuto nessun interesse a proteggere i cittadini della classe lavoratrice – dati i profitti complessivi che la  loro dipendenza e le morti portano all’elite.

Conclusione: cosa fare?

La prescrizione di narcotici e la successiva epidemia di tossicodipendenze illegali sono diventate un campo di sterminio per milioni di persone – seminando la rovina nelle comunità povere, emarginate e deindustrializzate della classe operaia degli Stati Uniti. Comunque, le vittime e i loro carnefici, i mercanti della morte, hanno tutti un nome e una posizione all’interno del sistema capitalista. La logica e le conseguenze sono chiare.

La maggior parte delle vittime sono della classe lavoratrice, della povera e media borghesia, e in modo prevalente bianchi: con salari bassi, giovani e meno giovani, precari, sottoccupati e in particolare senza un’assistenza sanitaria adeguata o competente.

Oltre 5 milioni di persone sono interessate da abuso di droghe o comunque hanno iniziato il loro percorso nella dipendenza tramite i narcotici da prescrizione. Questo è un vero e proprio olocausto americano, che lascia milioni di sopravvissuti alle famiglie. Decine di migliaia di bambini vivono con i parenti anziani o accolti in case rifugio e nel sovraccarico sistema dell’accoglienza minorile.

I carnefici e i loro complici sono diventati ricchi, mecenati delle arti e delle scienze più sofisticate istruiti nei colleges d’elite. Ricevono i migliori servizi di assistenza sanitaria nel mondo; fanno affidamento su domestici docili ma altamente istruiti, tate e cuochi – molti dei quali sono immigrati. Soprattutto, godono dell’immunità della censura e dell’incriminazione pubblica. Sono i commercianti ufficiali della morte e della disperazione, politicamente ben collegati, perfettamente vestiti, ben curati.

La crisi da dipendenza è una parte della guerra di classe condotta dalla classe superiore contro le classi medie e basse di questo paese. La vera, anche se non dichiarata, conseguenza del loro commercio è stata quella di selezionare la popolazione resa superflua dalle decisioni dell’elite economica e politica e distruggere la capacità di milioni di loro vittime, familiari, vicini e amici di capire, organizzarsi, unirsi e combattere contro l’assalto ai propri interessi di classe.

Qui è dove troviamo una base per affrontare una soluzione.
Sono esistiti precedenti storici circa il successo nell’eliminazione dei signori della droga, sia dell’elite che criminali e per riportare i tossicodipendenti a una vita sociale produttiva.

Iniziamo dal caso della Cina: dopo un secolo di dipendenza dall’oppio imposta dagli inglesi, la rivoluzione cinese del 1949 si fece carico dell’arresto, della persecuzione e dell’esecuzione dei signori della guerra ‘imprenditori’ dell’oppio. Milioni di tossicodipendenti sono stati riabilitati e restituiti alle loro comunità, unendosi alla forza lavoro per costruire una nuova società.

Allo stesso modo, la rivoluzione cubana del 1959 ha distrutto le droghe e i bordelli gestiti da brutali oligarchi, gangster cubani e capi di squadre della morte, in combutta con mafiosi americani, come Meyer Lansky. Questi teppisti e parassiti furono costretti a fuggire a Miami, Palermo e Tel Aviv.

Il primo passo per un’efficace guerra alla droga con coscienza di classe negli Stati Uniti richiederebbe l’organizzazione di movimenti di massa, con avvocati antidroga dedicati, medici, personale medico e organizzatori delle comunità, nonché educatori e leader delle comunità coraggiosi e ben integrati. Un vero Centro Nazionale per il Controllo delle Malattie, non portavoce dell’elite aziendale, sarebbe riorganizzato per raccogliere affidabili dati nazionali sulla portata del problema e fornire ulteriori basi per invertire la tendenza alla diminuzione dell’aspettativa di vita, all’aumento della mortalità infantile e materna e all’epidemia di morti premature prevenibili tra i lavoratori.

Il secondo passo consisterebbe nell’assumere il controllo sulle prescrizioni di sostanze stupefacenti, limitate alle indicazioni strettamente riconosciute in altri paesi industrializzati (dolore da cancro intrattabile o gestione del dolore post-operatorio a breve termine) e nello sviluppo di una banca dati nazionale per tracciare la pratica di prescrizione di medici, infermieri, assistenti medici e altri.

Coloro che non volessero riformare la loro pratica dovrebbero affrontare arresti e gravi accuse. La cura della salute dovrebbe essere centrata sul paziente, non orientata al profitto e il motto ‘Primum non nocere’ dovrebbe sostituire l’insensato social-darwinismo e l’avidità nella pratica della medicina.

I produttori e i distributori, così come i lobbisti e i commercianti dei micidiali oppiacei sarebbero costretti a pagare per la devastazione e a rispondere alle accuse.

Il processo di ripristino della vivibilità dei ‘cessi’ domestici devastati dalla droga, creati dall’elite capitalista statunitense, alla fine richiederebbe la messa sotto accusa e la trasformazione dell’economia all’origine della crisi della dipendenza. Richiederebbe la sostituzione di un sistema che semina dolore e sofferenza tra i lavoratori con uno in cui finalmente i lavoratori e le loro comunità prendessero il controllo della propria vita. Professionisti e intellettuali, piuttosto che vedere le vittime dal punto di vista dei responsabili delle decisioni dell’elite, dovranno integrare pienamente i loro interessi con quelli delle masse.

Le lotte locali riuscite possono costituire la base del potere politico che trasformerebbe gli ‘studi’ e le ‘critiche’ verso  l’azione diretta e il cambiamento elettorale.

La proibizione di questa fonte rivoltante di profitto e del flagello di migliaia di comunità può indebolire il potere dei narco-trafficanti miliardari e dei loro alleati politici.

Milioni di vite sono in gioco, devono guadagnarsi la propria sopravvivenza. Capire le radici di questa sofferenza incentrata sulla classe e mobilitare per l’inversione di questa tendenza può avere conseguenze importanti per i cessi dispersi in giro dall’impero e creati dal capitale!

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

La decisione del Presidente Trump su Gerusalemme: la fine dell’egemonia?

Trump-Nethanyaudi James Petras

Introduzione

Il regime di Trump ha dichiarato che il voto all’Assemblea Generale dell’ONU riguardo al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele è stata una decisione strategica degli Stati Uniti.

Sia il presidente Trump che la sua tronfia ambasciatrice alle Nazioni Unite Nikki Haley hanno minacciato che tutte le decisioni e gli accordi riguardanti alleanze, prestiti, aiuti e relazioni diplomatiche erano in gioco. Inoltre, il regime di Trump ha definito chiaramente lo stile e la sostanza dell’imperialismo USA: tutti i paesi membri delle Nazioni Unite (grandi e piccoli) devono strisciare nel modo più abbietto ai suoi ordini.

L’ambasciatore Haley ha chiesto che ogni nazione al mondo accetti la dichiarazione di Trump e del razzista-sionista Netanyahu che l’antica città di Gerusalemme è l’eterna, indivisa, etnicamente gestita capitale degli Ebrei. Il messaggio di Trump è stato forte e chiaro- lui era il grande “decisore” e i voti delle Nazioni Unite avrebbero identificato i veri amici e nemici dell’America. “Stiamo facendo una lista … e ci saranno conseguenze …” Chiaramente, lo sfoggio di Trump riguardo il potere degli Stati Uniti e le sue terrificanti minacce sottintendevano la sicurezza da parte della Hailey che Washington avrebbe avuto un voto di maggioranza nella “donazione” di Gerusalemme al Sio-fascismo.

Credevano che il dominio degli Stati Uniti e la loro egemonia globale fossero assoluti e inattaccabili. Il voto ha dimostrato qualcos’altro, stava accadendo qualcosa di molto imprevisto.

Gli Stati Uniti hanno subito una sconfitta travolgente e umiliante, che ha mantenuto le agili dita dell’ambasciatrice impegnate a “prendere appunti”: 128 nazioni hanno chiesto che il regime di Trump ritirasse la sua dichiarazione che Gerusalemme era la capitale indivisa di Israele e  solo per gli Ebrei. Solo 9 micro-nazioni (alcuni semplici francobolli e alcuni paesi del tipo repubblica delle banane-squadroni della morte) hanno votato la decisione Trump-Haley, 35 stati mendicanti hanno abbassato la testa e si sono astenuti, mentre 21 pavidi ambasciatori hanno scelto di nascondere la loro spudoratezza nelle cabine dei gabinetti piuttosto che apparire per questo importante voto.

Il contesto politico

La prima e più importante questione da discutere sono le tappe che hanno portato gli USA a soffrire una tale clamorosa sconfitta. In altre parole, chi è stato responsabile nel portare l’Amministrazione Trump a capofitto giù lungo il sentiero della sottomissione ai dettami del Sion-Fascismo.

Il leader e la forza trainante del disastro alle Nazioni Unite è stato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per il quale gli sforzi di conquistare Gerusalemme e convertirla nella capitale “eterna” degli Ebrei erano la massima priorità. Per decenni il mondo intero ha respinto il sequestro di Gerusalemme da parte di Isreale e la sua conversione in una capitale etnicamente pulita per lo stato ‘ebraico’.  I giuristi delle Nazioni Unite e internazionali hanno denunciato la conquista coloniale israeliana e la pulizia etnica di Palestina. Netanyahu ha preso il comando con l’elezione di Donald Trump come Presidente. L’Operazione Gerusalemme è stata il suo primo ordine per il  fantoccio Donald. Un certo numero di multi-miliardari israeliani, che hanno finanziato la campagna elettorale di Trump, hanno chiesto un’immediata riscossione da parte del loro fantoccio: il sostegno incondizionato dell’amministrazione all’agenda di Netanyahau.

Nonostante le proteste dal resto del mondo, in particolare dagli alleati europei più vicini agli Stati Uniti, Trump ha fatto cadere la nazione proprio nella zuppa sionista: una Gerusalemme ebraica; lo sfratto sistematico di tutti gli Arabi, i Cristiani, i Musulmani e i laici, e l’eventuale annessione di tutta la Palestina; come anche un crescente confronto militare con l’Iran.

Lo speculatore immobiliare Jared Kushner, il genero viziato di Trump e un completo
succube di Netanyahu, è diventato il consulente senior per il Medio Oriente. Kushner ha fatto pressione sul Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, Michael Flynn, perché intervenisse sulla Russia a favore della presa di Gerusalemme da parte di Israele. Flynn è stato successivamente processato per aver discusso le relazioni globali degli Stati Uniti con la Russia e il ‘buon soldato’ sta inciampando sulla propria spada a causa dei Sionisti. Non sorprende che i Democratici del Congresso, l’FBI e il Procuratore Speciale abbiano trovato più facile perseguire Flynn per la sua discussione sull’allentamento delle tensioni delle relazioni US-Russia provocate dall’amministrazione Obama rispetto alle sue discussioni con il Cremlino a sostegno del sequestro di Gerusalemme da parte di Israele!

Le armi operative di Netanyahu nel manipolare la politica americana coinvolgono Jared
Kushner, i miliardari primi donatori pro-Israele, l’AIPAC e l’ambasciatrice delle Nazioni Unite Nikki Haley. Tel Aviv è riuscita a garantire l’impegno di Trump nei confronti dell’agenda israeliana, nonostante l’opposizione di tutto il Consiglio di Sicurezza Nazionale delle Nazioni Unite e della stragrande maggioranza dell’Assemblea Generale.

Nello stile di un tipico autoritario, il Presidente degli Stati Uniti Trump arranca ai piedi del suo “superiore”, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre punta alla gola dei suoi ‘inferiori’, le 193 nazioni membro dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Le minacce al vetriolo di Netanyahu in tipico stile da bar contro l’intera assemblea dell’ONU prima del voto hanno garantito il ripudio di tutti i rappresentanti del Consiglio di Sicurezza con l’eccezione del suo burattino della Carolina del Sud, l’ambasciatrice Nikki Haley. Trump e Haley hanno appoggiato la spavalderia di Netanyahu, diffondendo minacce da gangster a tutti i rappresentanti delle Nazioni Unite che osavano opporsi ai dettami di Washington.

In questo modo, il primo ministro Netanyahu si è assicurato il massimo successo diplomatico e politico della sua carriera – la totale sottomissione degli Stati Uniti alla sua agenda, a rischio di una maggiore umiliazione all’ONU. Ciò, in effetti, ha formalizzato l’egemonia israeliana su Washington, sotto gli occhi del mondo.

In contrasto con il successo raggiante di Netanyahu, gli Stati Uniti hanno subito una storica sconfitta diplomatica: quattordici volte più nazioni hanno votato contro le richieste del Presidente degli Stati Uniti riguardanti la presa di Netanyahu su Gerusalemme. Ciò che rende la sconfitta ancora più sorprendente è il fatto che tutti i principali alleati e la maggior parte dei maggiori destinatari degli aiuti hanno apertamente sfidato le minacce statunitensi. Otto dei dieci maggiori destinatari degli aiuti statunitensi hanno votato contro Trump-Netanyahu-Haley. Questa bizzarra troika è ora rimasta con un lista nemica diffusa sull’intero globo, e pochi pavidi alleati nel Sud del Pacifico e tra gli squadroni della morte del Guatemala. L’abbraccio totale e puerile di Trump nei confronti del vaneggiante Netanyahu è stato esposto e ha allargato le fessure nell’egemonia globale degli Stati Uniti. Oltre a ‘catturare’ il voto di Netanyahu, le altre nazioni pro-Trump includevano una manciata di insignificanti isole del Pacifico (Marshall Islands, Palau, Micronesia), Togo, un corrotto mini-stato africano e due ‘democrazie da squadroni della morte’ a grandezza di banana, Honduras e Guatemala.

Gli ultimi due regimi detengono il potere tramite elezioni rubate, sostenute da narco-delinquenti sul libro paga (soprannominato ‘aiuto straniero”’) degli Stati Uniti.

Tutti i principali paesi asiatici e dell’Europa occidentale hanno votato contro Trump. Essi hanno apertamente respinto il grossolano ricatto del duetto USA-Israele. Regimi sottomessi dell’Europa Orientale, regimi corrotti in America Latina e alcune nazioni orribilmente impoverite dell’Africa e dell’Asia hanno scelto di astenersi o di sottrarsi con la scusa dei bagni di Times Square.

I regimi narco-liberisti del Messico, della Colombia, del Paraguay, di Panama e della Repubblica Dominicana si sono astenuti. Anche i regimi di destra dell’Europa orientale, che di solito danno supporto indiscusso a tutte le richieste degli Stati Uniti, come la Romania, la Bosnia, la Polonia e la Lettonia hanno sfidato il ruolo di Nikki Haley astenendosi. I ‘momentaneamente non presenti’ (nascosti nei servizi igienici) includevano burattini statunitensi come Georgia, Samoa, St Kitts e Tonga.

A un ambasciatrice dell’ONU apertamente umiliato, Haley, è stato lasciato il compito di ringraziare gli astenuti e i ‘momentaneamente non presenti’ per il loro coraggio e di preparare alcuni pacchetti di golosità (matzos, vino Mogan David e sconti ai bordelli di Tel Aviv) per i torturatori dell’Honduras e i ‘leader’ a metà annegati di Palau in segno di gratitudine per tale lealtà.

Conclusione

Chiaramente, l’appoggio di Trump a uno Stato razzista, colonialista e di pulizia etnica come Israele è visto come un disastro diplomatico strategico. L’egomane di Manhattan ha legato le fortune degli Stati Uniti ai capricci di uno stato di paria condotto da un pazzo completo. La decisione di Trump di dimostrare la totale lealtà ai suoi miliardari ‘donatori’ durante la sua campagna e al suo genero ‘Prima Israele!’ nella sua prima importante decisione di politica estera non è riuscita a impressionare nessuna delle nazioni influenti del mondo – né est o ovest. In effetti, ha mostrato come l’amministrazione statunitense era diventata fratturata e pericolosamente disfunzionale.
Più importante ancora, la proclamazione di Trump di un mondo unipolare basato sulla sua nozione del potere economico degli Stati Uniti è collassata. Israele, nonostante le spacconate e le liste di Haley, non ha legittimità. Sono continuati gli assassini da parte del Mossad dei principali dirigenti palestinesi e di altri e l’aumento del massacro da parte della IDF della resistenza civile spontanea palestinese spontanea ha fallito nel migliorare la sua posizione internazionale – tranne che tra i torturatori guatemaltechi.

Comunque, non è (ancora) chiaro che gli Stati Uniti hannno perso la loro grande influenza di potere rispetto agli altri conflitti regionali. Il successivo voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a favore della richiesta di Washington di ulteriori sanzioni contro la Corea del Nord ha dimostrato il potere di Trump di intimidire gli oligarchi e i leader di Cina e Russia. In altre parole, i limiti del potere degli Stati Uniti dipendono ancora dai problemi, dagli alleati, dagli appelli diplomatici, dagli avversari e dalla distribuzione di benefici e costi. Nel caso di Gerusalemme, la bizzarra decisione del piazzista di immobili Gran Mogul Trump di consegnare tutta la città ai sionisti ha alienato tutti i musulmani e i cristiani del mondo, oltre che le secolari nazioni liberali occidentali e le potenze emergenti, come la Russia e la Cina. Gli Stati Uniti hanno legato il proprio prestigio ai capricci di una nazione paranoica, che ostentava arrogantemente il proprio complesso di superiorità razzista, sostenuto da gruppi di cittadini d’oltremare con doppia cittadinanza e immensamente ricchi. Diplomaticamente, le risposte vituperative di Israele a qualsiasi critica legale da parte degli organismi mondiali minano le sue possibilità di costruire coalizioni.

Infine, il sostegno di Washington alla violazione perpetua e manifesta di Israele del diritto internazionale e il suo bombardamento di missioni umanitarie rendono Israele un alleato molto costoso.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

La lista dei nemici degli USA: prospetti e prospettive

Trumpdi James Petras

Introduzione

Per quasi 2 decenni, gli Stati Uniti hanno perseguito una lista di ‘paesi nemici’ da affrontare, attaccare, indebolire e rovesciare. Questa ricerca imperiale di rovesciare i ‘paesi nemici’ ha funzionato a vari livelli di intensità, in base a due considerazioni: il livello di priorità e il grado di vulnerabilità rispetto a un’operazione di ‘cambio di regime’.

I criteri per determinare un ‘paese nemico’ e il suo posto nell’elenco delle priorità degli obiettivi nella ricerca degli Stati Uniti per una maggiore posizione dominante globale, così come la vulnerabilità rispetto a un cambio di regime ‘riuscito’ sarà al centro di questo saggio. Concluderemo discutendo le prospettive realistiche delle future opzioni imperiali.

Priorizzando gli avversari statunitensi

Gli strateghi imperiali considerano criteri militari, economici e politici nell’identificazione degli avversari ad alta priorità.

I seguenti paesi sono in cima alla ‘lista dei nemici’ degli Stati Uniti:

1) La Russia, a causa del suo potere militare, è un contrappeso nucleare agli Stati Uniti a livello di dominio globale. Ha una forza armata enorme e ben equipaggiata con una presenza europea e asiatica e in Medio Oriente. Le sue risorse globali di petrolio e gas la proteggono dal ricatto dell’economia degli Stati Uniti e le sue crescenti alleanze geopolitiche limitano l’espansione degli Stati Uniti;

2) La Cina, a causa del suo potere economico globale e della portata crescente del suo commercio, degli investimenti e delle reti tecnologiche. La crescente capacità militare difensiva della Cina, in particolare per quanto riguarda la tutela dei suoi interessi nel Mar Cinese Meridionale serve a contrastare il dominio degli Stati Uniti in Asia;

3) La Corea del Nord, a causa della sua capacità missilistica nucleare e balistica, la sua fiera politica estera indipendente e la sua posizione geo-politica strategica, è vista come una minaccia per le basi militari statunitensi in Asia, gli alleati e i proxies regionali di Washington;

4) Il Venezuela, a causa delle sue risorse petrolifere e delle sue politiche socio-politiche, sfida gli Stati Uniti come modello incentrato sul neo-liberismo in America Latina;

5) L’Iran, a causa delle sue risorse petrolifere, della sua indipendenza politica e delle sue alleanze geo-politiche in Medio Oriente, sfida il dominio degli USA, israeliano e dell’Arabia Saudita nella regione e presenta un’alternativa indipendente;

6) La Siria, a causa della sua posizione strategica in Medio Oriente, il suo partito di governo secolare e nazionalista e le sue alleanze con l’Iran, la Palestina, l’Iraq e la Russia, è un contrappeso ai piani degli Stati Uniti d’America per balcanizzare il Medio Oriente in bellicosi stati etno-tribali.

Avversari USA di media priorità:

1) Cuba, a causa delle sue politiche estere indipendenti e delle sue alternative socio-economiche, il sistema è in contrasto con i regimi neo-liberisti che ruotano intorno agli Stati Uniti nei Caraibi, in America centrale e meridionale;

2) Il Libano, a causa del suo posizionamento strategico sul Mediterraneo e la coalizione di governo che include accordi con il partito politico degli Hezbollah, che è sempre più influente sulla società civile Libanese, in parte a causa della sua comprovata milizia capace di proteggere la sovranità nazionale, espellendo l’esercito invasore di Israele e aiutando a sconfiggere i mercenari dell’ISIS/al Queda nella vicina Siria;

3) Lo Yemen, a causa del suo movimento nazionalista indipendente guidato dagli Houthi, in opposizione al governo fantoccio imposti dai Sauditi, come anche delle relazioni con l’Iran.

Avversari a basso livello di priorità

1) La Bolivia, a causa della sua politica estera indipendente, del suo sostegno al governo chavista del Venezuela e difesa di un modello misto di economia; della ricchezza mineraria e il suo supporto alle rivendicazioni territoriali dei popoli indigeni;

2) Il Nicaragua, a causa della sua politica estera indipendente e della sua critica dell’aggressione statunitense nei confronti di Cuba e del Venezuela;

L’ostilità degli USA verso gli avversari ad alta priorità viene espressa attraverso sanzioni economiche, accerchiamento militare, provocazioni e un’intensa guerra propaganda verso il Nord Corea, la Russia, il Venezuela, l’Iran e la Siria. A causa delle poderose interconnessioni della Cina con il mercato globale, gli U.S.A. hanno applicato loro poche sanzioni. Invece, quando trattano della Cina, contano sull’accerchiamento militare, le provocazioni separatiste e un’intensa propaganda ostile.

cinesi

Avversari prioritari, bassa vulnerabilità ed aspettative irrealistiche

Con l’eccezione del Venezuela, gli ‘obiettivi ad alta priorità’ di Washington hanno vulnerabilità strategiche limitate. Il Venezuela è il più vulnerabile, a causa della sua alta dipendenza dalla rendita petrolifera, con le sue maggiori raffinerie situate negli USA, e i suoi alti livelli di indebitamento, con tendenza al default. In aggiunta, ci sono gruppi di opposizione domestica, che attuano come clienti degli USA e il crescente isolamento di Caracas all’interno dell’America Latina, grazie all’ostilità orchestrata da importanti clienti USA, come l’Argentina, il Brasile, la Colombia e il Messico.

L’Iran è molto meno vulnerabile: è un forte potere militare regionale strategico, collegato ai paesi vicini e a movimenti religiosi-nazionalisti affini. Nonostante la sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio, l’Iran ha sviluppato mercati alternativi, come la Cina, liberi dal ricatto statunitense ed è relativamente al sicuro dai tentativi di aggressione da parte dei creditori USA o UE.


La Nord Corea, nonostante le invalidanti sanzioni imposte al regime e alla popolazione

civile, ha ‘la bomba’ come deterrente verso un attacco militare agli USA e non ha mostrato riluttanza nel difendersi. A differenza del Venezuela, né l’Iran né il Nord Corea fronteggiano significativi attacchi interni da parte di un’opposizione domestica finanziata e armata dagli USA.

La Russia ha la piena capacità militare – armi nucleari, l’ICBM e un enorme esercito, ben addestrato- tale da scongiurare ogni minaccia militare USA. Mosca è politicamente vulnerabile alla propaganda promossa dagli U.S.A., dai partiti politici d’ opposizione e dalle ONG finanziate dall’Occidente. Gli oligo-miliardari russi, legati a Londra e Wall Street, esercitano la stessa pressione contro le iniziative economiche indipendenti.

Fino a un certo punto, le sanzioni USA hanno sfruttato la precedente dipendenza della Russia dai mercati occidentali, ma, a partire dall’imposizione di sanzioni draconiane da parte del regime di Obama, Mosca ha effettivamente contrastato l’offensiva di Washington, diversificando i propri mercati in Asia e rafforzando l’autonomia domestica nell’agricoltura, l’industria e l’alta tecnologia. La Cina ha un’economia di portata mondiale ed è naturalmente destinata a diventare un leader economico mondiale. Deboli minacce di ‘sanzioni’ alla Cina hanno semplicemente esposto la debolezza di Washington, più che intimidire Beijing. La Cina ha contrastato le provocazioni e minacce militari USA, espandendo il suo potere economico sui mercati, aumentando la sua capacità strategica ed evitando la dipendenza dal dollaro.

Gli obiettivi ad alta priorità di Washington non sono vulnerabili ad attacchi frontali: essi  mantengono o aumentano la loro coesione domestica e integrazione economica, mentre aggiornano la loro capacità di imporre costi del tutto inaccettabili agli USA a ogni assalto diretto. Come risultato, i leader USA sono obbligati a contare su attacchi incrementali, periferici e per mezzo degli alleati locali, con risultati limitati contro gli avversari ad alta priorità. Washington rafforzerà le sanzioni verso il Nord Corea e il Venezuela, con  scarse prospettive di successo nel primo caso e una possibile vittoria  pirrica nel caso di Caracas. L’Iran e la Russia possono facilmente superare gli interventi degli alleati locali. Gli alleati USA, come l’Arabia Saudita e Israele, possono criticare, fare propaganda e scagliarsi contro i Persiani, ma i loro timori che una guerra a metà contro l’Iran potrebbe rapidamente distruggere Riyadh e Tel Aviv, li costringe a lavorare in tandem per indurre il corrotto establishment politico USA a entrare in guerra, al di là delle obiezioni della popolazione e dei soldati americani stanchi di guerre. L’Arabia Saudita e gli Israeliani possono bombardare e far morire di fame le popolazioni dello Yemen e di Gaza, che non hanno alcuna capacità di rispondere a tono, ma Teheran è un’altra cosa.

I politici e i propagandisti di Washington possono blaterare di interferenze della Russia nel corrotto teatro elettorale degli Stati Uniti e la chiacchiera si mette in moto per migliorare i legami diplomatici, ma loro non possono contrastare la crescente influenza della Russia in Medio Oriente e la sua espansione commerciale in Asia, in particolare verso la Cina.

In sintesi, a livello globale, gli obiettivi ‘prioritari’ degli Stati Uniti sono irraggiungibili e invulnerabili. Nel mezzo della continua rissa canina tra le elites degli Stati Uniti, potrebbe essere troppo sperare nell’avvento di alcuni politici razionali a Washington, che potrebbero ripensare le priorità strategiche e calibrare le politiche di mutuo adattamento alle realtà globali.

Xi Jinping

Priorità, vulnerabilità e aspettative medie e basse

Washington può intervenire e forse infliggere gravi danni a paesi con priorità media e bassa. Comunque, ci sono diversi inconvenienti per un attacco su vasta scala; lo Yemen, Cuba, il Libano, la Bolivia e la Siria non sono nazioni capaci di determinare configurazioni globali in termini politici ed economici. Il massimo che gli Stati Uniti possono garantire in questi paesi vulnerabili sono distruttivi cambiamenti di regime, con massicce perdite di vite umane, infrastrutture e milioni di rifugiati disperati… ma a grandi costi politici, con instabilità prolungata e gravi
perdite economiche.

Lo Yemen

Gli Stati Uniti possono spingere per una vittoria saudita definitiva sull’affamato popolo yemenita, afflitto dal colera. Ma a chi giova? L’Arabia Saudita è nel bel mezzo di uno sconvolgimento di palazzo e non ha nessuna possibilità di esercitare l’egemonia, nonostante le centinaia di miliardi di dollari di armi USA/NATO, gli istruttori e le basi. Le occupazioni coloniali sono costose e producono pochi, se non nessuno, benefici economici, specialmente da parte di una povera nazione, devastata e geograficamente isolata come lo Yemen.

Cuba

Cuba ha un potente esercito professionista, supportato da un milione di membri della milizia. Sono capaci di una resistenza prolungata e possono contare su aiuti internazionali. Un’invasione statunitense di Cuba richiederebbe un’occupazione prolungata e forti perdite. Decenni di sanzioni economiche non hanno funzionato e la loro re-imposizione da parte di Trump non ha colpito i settori chiave del turismo. La ‘simbolica ostilità’ del Presidente Trump non ha rotto il ghiaccio con i principali gruppi dell’agro-business, che vedevano in Cuba un mercato. Circa metà dei cosiddetti ‘Cubani d’oltremare’adesso si oppongono all’intervento diretto degli USA. Le ONG finanziate dagli USA possono fornire alcune risorse in termini di punti marginali di propaganda, ma non possono invertire il supporto popolare per l’economia mista ‘socializzata’, l’eccellente educazione pubblica, il sistema sanitario e la sua politica estera indipendente.

russi Il Libano

Un blocco congiunto USA-Arabia Saudita e bombe israeliane possono destabilizzare il Libano. Comunque, un’invasione israeliana prolungata su vasta scala costerà molte vite ebree e causerà disordini domestici. Hezbollah ha missili per contrastare le bombe israeliane. Il blocco economico saudita radicalizzarà i nazionalisti libanesi, specialmente tra gli Sciiti e le popolazioni cristiane. L”invasione’ della Libia da parte di Washington, che non ha visto una sola perdita di soldato americano, dimostra che le invasioni distruttive si traducono in un caos a lungo termine, in tutto il continente. Una guerra israelo-statunitense-saudita distruggerebbe completamente il Libano ma destabilizzerebbe la regione ed esacerberebbe i conflitti nei paesi vicini: in Siria, in Iran e forse in Iraq. E l’Europa sarà inondata da milioni di rifugiati disperati.

La Siria

La guerra per procura USA-Arabia Saudita in Siria ha subito gravi sconfitte e la perdita di posizioni politiche. La Russia ha acquisito influenza, basi e alleati. La Siria ha mantenuto la sua sovranità e ha forgiato una forza armata nazionale temprata sul campo.  Washington può sanzionare la Siria, può afferrare qualche base in un’enclave curda’ fasulla, ma non avanzerà oltre lo scacco matto e sarà vista da molti come invasore occupante. La Siria è vulnerabile e continua a essere un obiettivo di fascia media sulla lista dei nemici degli Stati Uniti, ma offre poche prospettive di avanzamento per il potere imperiale degli Stati Uniti, al di là di qualche legame con un’’enclave kurda’ instabile, suscettibile di guerre intestine e rischiando serie rappresaglie turche.

La Bolivia e il Nicaragua

La Bolivia e il Nicaragua sono fastidi minori sulla lista dei nemici USA. I politicanti regionali USA riconoscono che nessuno di loro esercita un potere globale e nemmeno regionale.

In aggiunta, entrambi i regimi hanno rifiutato in pratica le politiche radicali e coesistono con potenti e influenti oligarchi locali e MNC internazionali legati agli USA.

Le loro critiche riguardo la politica estera, che sono per lo più rivolte a uso interno, sono neutralizzate dall’onnipresente influenza nell’OSA degli USA e dei maggiori regimi neo-liberisti del Latino-America. È lecito pensare che gli USA tenderanno a trovare un adattamento con questi avversari retorici marginalizzati, piuttosto che rischiare di provocare il revival di movimenti di massa radicali nationalisti o socialisti a La Paz o a Managua.

Conclusione

Un breve esame della ‘lista dei nemici’ di Washington rivela che le possibilità di successo sono limitate anche tra gli obiettivi vulnerabili. Chiaramente, in questa configurazione di potenza mondiale in evoluzione, il denaro e i mercati statunitensi non altereranno l’equazione di potere. Gli alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita, spendono enormi quantità di denaro nell’attaccare una nazione devastata, ma distruggono i mercati, mentre perdono le guerre. Potenti avversari, come la Cina, la Russia e l’Iran, non sono vulnerabili e offrono al Pentagono poche prospettive di conquista militare nell’immediato futuro.

Le sanzioni o le guerre economiche non sono riuscite a sottomettere gli avversari in Corea del Nord, Russia, Cuba e Iran. La ‘lista dei nemici’ è costata al prestigio, ai soldi e ai mercati degli Stati Uniti – un aspetto molto particolare del bilancio imperialista. La Russia ora supera gli Stati Uniti nella produzione di grano e nelle esportazioni. Passati sono i giorni in cui le agro-esportazioni statunitensi dominavano il commercio mondiale, compreso il commercio con Mosca.

Le liste dei nemici sono facili da comporre, ma politiche efficaci sono difficili da implementare contro rivali con economie dinamiche e una forte preparazione militare.

Gli Stati Uniti riguadagnerebbero parte della loro credibilità se operassero all’interno dei contesti delle realtà globali e perseguissero un’agenda paritaria, anziché rimanere un perdente ricorrente  in un gioco d’azzardo pigliatutto. Leader razionali potrebbero negoziare accordi commerciali reciproci con la Cina, il che svilupperebbe legami high-tech, finanziari e agro-commerciali con produttori e servizi. Leader razionali potrebbero sviluppare accordi congiunti, economici e di pace, in Medio Oriente, riconoscendo la realtà di un’alleanza tra i libanesi Hezbollah, la Russia, l’Iran e la Siria.

Così com’è, la ‘lista dei nemici’ di Washington continua ad essere composta e imposta dai propri leader irrazionali, maniaci filo-israeliani e russofobi del Partito Democratico – con nessun riconoscimento delle realtà attuali.

Per gli Statunitensi, la lista dei nemici domestici è lunga e ben nota, ciò che manca è la leadership politica civile per rimpiazzare questi capobranco seriali.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Marinella Correggia y las verdaderas noticias falsas

por Marinella Correggia – sibialiria.org

Las verdaderas noticias falsas que producen las guerras

En la transmisión “L’aria che tira”, de La7, tv italiana, el diputado Andrea Romano del Partido Demócratade Italia ha dado un triple salto mortal en términos de noticias falsas.

Citamos textualmente. A partir del segundo -1: 20 en el segundo -0: 55, Romano explicó: “La OTAN, la organización internacional que nos protege de alguna manera desde el punto de vista militar, hace un par de años sigue invirtiendo dinero en contra de las noticias falsas, pero no tanto para hacer censura sino porque representan un instrumento de conflicto geopolítico normalmente organizado por Rusia. O incluso hace unos días resultó que Venezuela también, que tiene sus problemas, participó en motores de noticias falsas”.

Dejamos por un lado las noticias falsas sobre la participación de Venezuela en las noticias falsas: hace días el sitio de Venezuela Misión verdad puso por el contrario al descubierto los fondos de Estados Unidos (USAID, Ned, Departamento de Estado y el Departamento de Defensa.) con los que se producen noticias falsas sobre Venezuela, para decirlo con precisión. Por lo tanto, es todo lo contrario, querido diputado Romano.

Dejamos por un lado también el eufemismo con el que Romano define a la OTAN: una especie de Madre Teresa, pero más eficaz para protegernos bajo su manto.

Pero lo que se dice de la OTAN que combate las supuestas noticias falsas, en realidad es un poco ‘demasiado fuerte’. Dado que esa organización y sus estados miembros de mentiras producen en cantidad. También recientemente.

Y son falsas noticias mortales, porque legitiman el comienzo de las guerras y su continuación. El caso de Libia y Siria es paradigmático.

Es una lástima que, en este asunto, el caricaturista Vauro, también presente en el programa, solo recordara las noticias falsas de Bush y Powell en 2003 sobre Iraq; donde la OTAN no fue bombardeando directamente. Y este sincero olvido es otra prueba más que en los últimos años muy pocos de los antiguos pacifistas se han comprometido a contrarrestar las verdaderas noticias falsas, con las que actúa el Eje de la Guerraa OTAN/Golfo. Se han opuesto a ellas tan poco que ni siquiera las recuerdan.
  

[Trad. del italiano para ALBAinformazione por Ciro Brescia]

 

Cina e USA: un confronto nella selezione della leadership

Xi Jinpingdi James Petras

La selezione statunitense dei leader non ha praticamente nulla a che fare con processi democratici e risultati. Risulta utile confrontarla con il processo cinese. Nella maggior parte dei casi, la selezione dei dirigenti in Cina è molto più meritocratica, basata sul rendimento e sulle effettive realizzazioni. Sia negli Stati Uniti e che in Cina, il processo manca di trasparenza.

 

La leadership economica, politica e culturale negli Stati Uniti

La scelta dei leader economici, politici e culturali statunitensi si basa su diverse
procedure non democratiche:

  1. Ereditarietà tramite legami familiari;
  2. Accesso personale al credito e al finanziamento;
  3. Patrocinio politico;
  4. Vendita e acquisto di uffici e favori lobbistici e d’elite;
  5. Legami coi media;
  6. Repressione politica e manipolazione delle procedure elettorali;
  7. Durata in cariche pubbliche e uso delle risorse statali;
  8. Nepotismo etno-religioso;
  9. Gerarchia interna di partito;
  10. Decisioni a partito chiuso (opacità);
  11. Capacità di tenere segreti.

I leader, sia nominati, che auto-nominati o selezionati attraverso il denaro, i media, le reti d’elite, trasformano nel sistema U.S.A. il processo elettorale in un retro-pensiero virtuale. I leader economici statunitensi hanno aumentato il flusso di profitti produttivi e gli investimenti verso il settore finanziario e/o esternamente all’estero verso i paradisi fiscali.

I leader politici statunitensi hanno aumentato le spese militari e le guerre, deviando fondi pubblici provenienti dai servizi sociali interni e dal welfare, diminuendo la crescita economica interna e i mercati per gli investimenti e i commerci.
I leader culturali degli Stati Uniti sono stati premiati per la difesa, la promozione e la mistificazione delle conquiste imperiali e per denigrare nazioni e leader indipendenti.

Sono stati anche premiati per promuovere il consumismo più degradante e frivolo, minando la coesione sociale e delle comunità.

La mancanza di trasparenza, nel processo di selezione negli Stati Uniti, dei leader dellemaggiori banche d’investimento, dei partiti politici, degli uffici legislativi ed esecutivi e nell’accademia sta crescendo a un ritmo allarmante e con notevoli conseguenze negative: i leader negli Stati Uniti non devono passare rigorosi esami né affrontare confronti con i loro pari per competenza nei rispettivi settori di lavoro.

I leader aziendali degli Stati Uniti non sono giudicati dai loro successi economici e politici.

Responsabilità per guerre disastrose, salvataggi corrotti delle banche, crisi finanziarie spese di assistenza sanitaria schizzate alle stelle non squalificano un candidato per posizioni di leadership. I criteri  incentrati sul risultato non costituiscono la base per la selezione dei leader di Congresso e presidenziali. I fattori decisivi che influenzano la selezione politica sono la capacità di promuovere interessi d’elite, perseguire guerre imperiali, allo scopo di gratificare le ambizioni e l’avidità di civili militaristi e mascherare la corruzione diffusa che ingrassa le ruote della speculazione.

 

Cina: consultazione, meritocrazia e risultati

I leader cinesi sono selezionati sulla base di una consultazione multi-livello, della meritocrazia e dei risultati riportati in carica. Il recente congresso del partito della Cina ha evidenziato tre aspetti di vitale importanza: la riduzione delle diseguaglianze, il contrasto al degrado ambientale e l’assistenza sanitaria.

Al contrario, le elezioni del Congresso americano dello scorso anno si sono concentrate sull’impegno a ridurre le imposte sulle società per il super-ricco, nonostante la crescente disuguaglianza sociale ed economica, la rimozione delle regole statali e federali per la protezione della popolazione e dell’ambiente da inquinanti aziendali e a ridurre i finanziamenti pubblici per l’accesso a un’assistenza sanitaria competente,
minando il benessere del cittadino ed aumentando l’aumento delle morti premature e le aspettative di vita diminuite per i poveri e la classe operaia.

L’elite politica americana è piena di negazionisti del “cambiamento climatico” e dei peggiori tipi di inquinamento.

Il Congresso americano ha speso una quantità enorme di tempo e di energia a perseguire cospirazioni di parte, al tempo stesso in cui rifiutava di affrontare la furiosa epidemia di dipendenza narcotica a prescrizione, che ha ucciso oltre 600.000 americani in 15 anni.

Il presidente Xi Jinping ha chiesto ai dirigenti cinesi di dirigere i loro sforzi per correggere lo ‘sviluppo sbilanciato e inadeguato e le crescenti esigenze del popolo di  una vita migliore’. Il presidente Xi ha sottolineato l’obiettivo di ‘ecologizzare l’economia’, menzionandolo 15 volte nel suo indirizzo al Congresso del Partito – in confronto all’unica volta nella precedente riunione del Partito (FT
17/11/17, pag. 11).

Gli investitori pubblici e privati ​​cinesi hanno risposto alle priorità fissate da Xi e gli indici di investimento sono lievitati in questi settori (FT 11/11/17, pag. 11).
Al livello superiore, la direzione si impegna in consultazioni e dibattiti tra le elites in competizione, discutendo i risultati passati e presenti nello sviluppo di politiche attuali e future.

A livello intermedio, sono determinanti verifiche ultra-competitive da parte di organi pubblici nella selezione e nella nomina dei funzionari cinesi.

Al livello superiore e medio, il livello delle prestazioni di lavoro della leadership è uno dei fattori principali nella determinazione della selezione.

I quattro decenni di spettacolare crescita economica che hanno tirato fuori dalla povertà 500 milioni di persone cinesi sono un riflesso del sistema efficace di selezione e promozione dei leader.

Mantenere la pace e l’amicizia con altri paesi per oltre quarant’anni – eccetto un breve conflitto di confine con il Vietnam nel 1979 – è stato un fattore importante che influenza la selezione della leadership.

Al contrario, nonostante molte guerre disastrose e brutali, i presidenti Clinton, Bush e
Obama sono stati rieletti in carica in un sistema di duopolio di due partiti, considerato universalmente ‘truccato’. L’effetto di queste guerre sul deterioramento dell’economia domestica statunitense non si riflette sulla selezione dei candidati o sull’esito delle elezioni presidenziali o congressuali.

La Cina ha selezionato leader che hanno evidenziato capacità e serietà nell’indagare epunire oltre un milione di funzionari e plutocrati corrotti. Gli investigatori anti-crimine  sono stati riconosciuti come leader ‘puliti e dediti al lavoro’.

Al contrario, l’amministrazione statunitense ha ripetutamente nominato i criminali di Wall Street a posizioni di alto livello nel Tesoro, nella Federal Reserve e nel FMI con risultati disastrosi per la cittadinanza, senza capacità di analisi o correzione.
Uno dei meccanismi di partito più selettivi e prestigiosi si trova nel
Dipartimento delle organizzazioni (OD) del Partito comunista cinese (FT 10/30/17, pagina 9). L’OD incontra privatamente ed esamina i candidati alla leadership sulla base di una ‘complessa combinazione di nomine, esami scritti e orali, indagini, un voto a maggioranza dei ministri. I leader, così selezionati, assumono la responsabilità collettiva – e non si posizionano in base alla ‘fuga di decisioni” (FT ibid)….

 
Conclusioni

Sia negli Stati Uniti che in Cina la selezione dei leader non si basa su elezioni o
consultazioni dei cittadini
. Tuttavia, ci sono grandi differenze nel processo e nelle procedure di selezione dei dirigenti, con conseguenti enormi differenze nei risultati.

La Cina è in gran parte una meritocrazia, con vestigia di nepotismo familiare, specialmente in riferimento ad alcune interconnesioni stato-mondo degli affari.

I risultati contano molto, e la maggior parte dei cittadini approva la leadership del partito cinese per il successo economico e socio-economico di lungo periodo della Cina.

Al contrario, nella stragrande maggioranza, i cittadini degli Stati Uniti i cittadini sono cinici e insoddisfatti con gli appuntamenti economici più importanti, a causa dei loro
documentati guasti socio-economici passati e presenti. I cittadini rivolgono la loro più grande costernazione ai leader finanziari più importanti (che considerano oligarchi corrotti), che hanno fatto entrare il nostro Paese in crisi ripetute, guerre perpetue, crescenti disuguaglianze e profonda e diffusa povertà. La perdita di
impieghi stabili e ben pagati e il deterioramento della coesione della comunità e della famiglia ha oltraggiato i cittadini, perché questi sono in netto contrasto con la pervasiva e profonda corruzione nelle alte sfere e una quasi totale impunità giudiziaria per gli alti funzionari, i politici e gli oligarchi.

La persecuzione in Cina dei leader corrotti non ha alcuna controparte negli Stati Uniti.
Le tangenti dal mondo degli affari ai politici sono legalizzate negli Stati Uniti, quando sono chiamate ‘campagna’ di finanziamento o ‘onorari per consulenza’. Basti pensare agli onorari da mezzo milione di dollari a conferenza pagati ai Clinton da parte dei finanziatori di Wall Street per i loro 30 minuti di banalità e piazzismo da illusionisti.

Nel campo della politica estera, i leader cinesi difendono il loro interesse nazionale. I leader degli Stati Uniti si inchinano spudoratamente ai lobbisti israeliani, promuovendo gli interessi di Tel Aviv.

I leader cinesi emarginano i critici in nome dell’armonia, della stabilità, della pace e della crescita.

I leader americani emarginano, imprigionano e brutalizzano gli Afro-americani, gli immigrati, gli ambientalisti e gli attivisti anti-guerra, così come i denunciatori di corrotti di Wall Street, in nome di mercati liberi e nebulosi valori democratici liberali.

La Cina, con tutti i suoi inconvenienti in termini di procedure e diritti democratici, si muove verso una società dinamica meno corrotta, meno bellicosa e più responsabile, con una leadership attentamente controllata e sviluppata.

Gli Stati Uniti si muovono verso una società più corrotta e dispotica (‘stato di polizia’) con leader inaffidabili, guerrafondai e criminali al comando.

Il divario tra promesse e risultati si sta allargando negli Stati Uniti, mentre si restringe in Cina. Il rigoroso processo di selezione meritocratica della Cina ha dimostrato una maggiore capacità di rispondere alle nuove sfide e alle necessità della maggioranza rispetto alle elezioni statunitensi, disfunzionali e corrotte, che non possono nemmeno affrontare la crisi della dipendenza causata da sovraprescrizioni non regolamentate degli oppiacei, per non parlare delle crisi ambientali del cambiamento climatico e delle mega-tempeste che devastano le comunità statunitensi.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Alerta pueblo: Lo que se avecina desde EEUU

por José Sant Roz
@jsantroz

Ha habido un especial e intenso movimiento en los últimos días en Washington, en relación con la situación de Venezuela. De hecho existe una sala situacional permanente con varios niveles de análisis en los que participan representantes políticos y militares de varios países latinoamericanos y europeos. Es una sala que se ha ido ampliando con el transcurrir del tiempo con apoyo académico y financiero desde poderosas empresas gringas, principalmente la ExxonMobil.

Venezuela hoy representa un gran laboratorio de investigación mucho más complejo que lo que fue España para Alemania, Francia, Inglaterra y Estados Unidos durante aquella guerra civil iniciada el año de 1936. Hay estudioso que han asomado la posibilidad de que incluso una tercera guerra mundial pudiera generarse como consecuencia de los desafíos “incontrolables” (para el imperio euro-americano) que representa la revolución bolivariana. Es tal este cuadro de complejidad geopolítica en América del Sur surgida del proyecto bolivariano y chavista, que China y Rusia han creado sus propias cátedras de análisis de lo que ocurre y podría ocurrir en Venezuela si Estados Unidos llegara a incrementar su agresión contra la patria de Bolívar.

Todas las etapas que hemos vivido desde que murió el Comandante Chávez (cuya cronología presentó admirablemente Mario Silva en su programa de La Hojilla el 30 de septiembre pasado), han sido milimétricamente elaboradas por los centros de estudios de inteligencia estadounidenses: los sabotajes, los frenéticos ataques desde la OEA y desde la Unión Europea, los actos terroristas (las guarimbas), la pavorosa guerra económica y la feroz campaña mediática mundial.

La conclusión sobre todos estos ataques en estos centros de investigación apunta a que el plan forjado para propiciar una guerra civil (paso esencial previo para una intervención), se ha visto seriamente afectado por la imposibilidad de penetrar los estamentos de la Fuerzas Armadas Bolivarianas. Un poderoso centro de estudio norteamericano establecido en Los Ángeles (California) está avocado ahora al estudio de la personalidad del presidente Nicolás Maduro, al cual ahora Estados Unidos cataloga de “peligroso líder mundial con altas dosis de influencia conductora en pueblos confundidos del hemisferio occidental”. La conclusión de estos análisis apunta a que Maduro no es ningún mandatario “fácil de convencer o de tratar”. Lo ponen al nivel del “intratable macaco” Cipriano Castro.

Cientos de millones de dólares ha invertido EE UU sobre todo en calentar las calles y en tratar de comprar altos oficiales, y los estudios revelan que gran parte de este dinero o ha sido desviado o ha sido evaporado por los encargados de las finanzas de la contrarrevolución. Dice parte del informe: “… cuatro años han sido invertidos en la procura de crear condiciones adversas que puedan hacer ver la realidad de un estado fracasado económicamente y que termina en dictadura y con violaciones muy graves de los derechos humanos…”. Fueron pulsaciones (hacia la anhelada guerra civil) que nos llevaron a aquellos niveles demenciales de la última arremetida frontal en los cien días de terror que se vivieron en Venezuela a partir de abril de 2017.

En ciertas ocasiones algunas alarmas dieron la señal de que había llegado el momento de actuar militarmente, lo que llevó a que Trump y a la mafia mayamera a jugar posición adelantada y declararse como el único partido de oposición en Venezuela, y así, la MUD dejó de existir.

Alerta, compatriotas: vivimos una etapa de stand-by, producto de la sorpresiva reacción del pueblo el 16-J, con los resultados del 30-J que condujeron a un rápido repliegue de las fuerzas de la reacción. Ni el chavismo ni mucho menos los gringos esperaban estos resultados. Anonadados los terroristas se agazaparon esperando órdenes y más dinero para reforzar el terror. Pero los jefes de las guarimbas entraron en dudas, plantearon la necesidad de ir a las elecciones regionales y consideraron que las trancas, los plantones, paros, sabotajes y el terror en las calles “aunque muy necesarios” de momento no calaba en la mayoría de la oposición, y era fundamental seguir jugando un poco a los “valores de la democracia”. Un posición interesante porque obstante el terror sigue siendo (y ha sido siempre para la política norteamericana) el verdadero recurso con el que cuentan para seguir generando tensión y fuerza mediática en el mundo sobre el tema de Venezuela.

En todas las últimas reuniones en Washington se ha llegado a la conclusión, que los analistas de EE UU, la Unión Europea y los países lacayos en América Latina consideran fundamental que la tensión en las calles deba seguir siendo indetenible en Venezuela.

Insisten en que la agitación o el calentamiento de las calles le podrá dar vida a esa fuerza que en definitiva habrá de desembocar en la guerra civil. En reuniones con políticos y mandos militares de Colombia, Perú y Brasil se exploraron realizar contratos con empresas de mercenarios cuyas acciones han sido muy “efectivas” para el estado de horror en las guerras de Libia, Siria, Afganistán e Irak. De hecho cientos de colombianos, peruanos y chilenos han servido en estas empresas. El desplazamiento de contingentes camuflados de estas fuerzas mercenarias unidas a los centros del narcotráfico, ha sido un punto que ahora se coloca como crucial sobre la mesa de estas discusiones. Sigue siendo imprescindible el tema de la guerra civil entre nosotros.

De momento han tomado algunos puntos sensibles para ir experimentando sus efectos en las regiones que hacen frontera con Colombia y Brasil, como zonas del Estado Bolívar, Apure, Zulia y Táchira, con prolongaciones hacia los corredores de Mérida, Barinas y Trujillo. Particularmente han pulsado en estas regiones de manera exploratorio en principio, el tema del contrabando de combustible, y la escasez de gas; se han robado miles de metros de cables de CANTV, de CORPOELEC; las comunicaciones son catastróficas con fallas tremendas en la telefonía móvil y en internet; han tratado de corromper comandos policiales y militares en muchos puntos estratégicos de la Nación; han llegado hasta funcionarios del gobierno central y de las propias regiones con planes de penetrar las instituciones y desarticularlas en sus funciones primordiales; han tocado sindicatos del transporte, centros estudiantiles, entidades bancarias, comercios, centros de producción, con resultados que están resultando extremadamente preocupantes. Con planes de volver a una guarimba terrorífica mucho más intensa y penetrante que las sufridas en los cien días pasados.

Todo esto que lo teníamos escrito desde hace un mes, coincide ahora perfectamente con las afirmaciones del ex comandante de las Fuerzas Aliadas de la OTAN, el almirante James Stavridis, quien ha advertido sobre una posible “guerra civil” en Venezuela.

EE UU no quiere, y es una estrategia que viene implementando desde los años 90, no intervenir directamente sino hacer lo por mampuesto. Porque esto le daría mucha más “fuerza moral” a la hora de pedirle ayuda a la comunidad internacional para “restablecer nuestra democracia”. Por eso James Stavridis habla de que el poder de los EE UU “deberá ser sutil y moderado, sin llegar a ser totalmente ausente”. Toda esa sutileza y moderación está muy bien presentada en el plan del ataque mercenario que vendría desde la frontera con Colombia y Brasil.

De modo, pues, que queda de parte nuestra prepararnos al máximo para darle de nuevo en la madre al imperio euro-gringo cuyos planes contra nosotros son realmente monstruosos, criminales.

El discurso de Trump (III)

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Lunes 25 de septembre de 2017

discurso de Trump (III)

Hoy vamos con la tercera entrega del análisis del discurso que pronunciara Donald Trump el 19 de septiembre en la ONU. Para nosotros es imprescindible la consideración integral de sus palabras -se trata del líder fundamental actual del imperialismo, el principal enemigo contemporáneo de la Humanidad-, y no solo de las amenazas que lanzó contra Venezuela, que son más bien reiterativas.

Algunos analistas de la derecha no han dejado de ponderar el carácter histórico del discurso de marras, visión que nosotros compartimos, por lo cual le asignamos especial relevancia. Según Stephen Collinson, analista de CNN, el discurso “contenía tanto sustancia como grandilocuencia… el discurso del martes de Trump puede ser visto como un momento histórico en su presidencia”. Y para Gerardo Lissardy, de BBC Mundo, fue “un discurso pulido y revisado, sin posibilidades de preguntarse si se salió del libreto como muchos hicieron cuando habló de ‘fuego y furia’”. Así lo hemos considerado desde nuestra primera lectura.

La estrategia de Trump, a pesar del tono amenazante -o acaso precisamente por ello el uso de tal tono- es defensiva. En un momento de grandes dificultades para Estados Unidos y su imperio, pretende aplicar la máxima de que la mejor defensa es el ataque, aunque se vea obligado a replantear las formas de ese contraataque defensivo.

En ese sentido, trata de recomponer el posicionamiento del imperialismo infundiéndole carácter heroico a sus incursiones en el mundo: “Estados Unidos hace más que hablar por los valores expresados en la Carta de las Naciones Unidas. Nuestros ciudadanos han pagado un alto precio para defender nuestra libertad y la libertad de muchas naciones representadas en esta gran sala. La devoción de Estados Unidos se mide en los campos de batalla donde nuestros hombres y mujeres jóvenes han luchado y se han sacrificado, junto a nuestros aliados, desde las playas de Europa a los desiertos del Medio Oriente y a las selvas de Asia”.

Esta imagen épica de las agresiones imperialistas es útil al planteamiento global de la contraofensiva imperial, que es presentado ante sus aliados sin cortapisas: “Debemos proteger nuestras naciones, sus intereses y sus futuros. Debemos rechazar las amenazas a la soberanía, desde Ucrania hasta el Mar de China Meridional.

Debemos defendernos respecto a la ley, respecto de las fronteras y respecto a la cultura, y el compromiso pacífico que esto permite. Y tal como lo pretendían los fundadores de esta organización, debemos trabajar juntos y confrontar juntos a aquellos que nos amenazan con el caos, la agitación y el terror”.

El “caos”, la “agitación” y el “terror” deben ser claramente identificados, señalados y aislados, según la visión estratégica que presenta Donald Trump: “El flagelo de nuestro planeta hoy es un pequeño grupo de regímenes deshonestos que violan todos los principios en los que se basa la ONU. No respetan ni a sus propios ciudadanos ni los derechos soberanos de sus países”. A ese supuesto puñado de forajidos, el sheriff propone enfrentarlo con el frente de los “justos” y urge a su conformación y activación: “Si los muchos justos no se enfrentan a los pocos perversos, entonces el mal triunfará. Cuando las personas decentes y las naciones se convierten en espectadores de la historia, las fuerzas de la destrucción sólo reúnen poder y fortaleza”.

Al mostrar conciencia de las notables vulnerabilidades económicas y políticas que le imprime la crisis estructural global del capitalismo a Estados Unidos, y más allá de su prepotencia, el Imperio lanza un SOS a sus aliados y les pide involucrarse aun más en las tareas que propone: “El pueblo estadounidense espera que pronto las Naciones Unidas puedan ser un defensor mucho más responsable y efectivo de la dignidad humana y la libertad en todo el mundo. Mientras tanto, creemos que ninguna nación debería tener que soportar una parte desproporcionada de la carga, militar o financiera. Las naciones del mundo deben asumir un papel más importante en la promoción de sociedades seguras y prósperas en sus propias regiones”.

El señalamiento de las Naciones Unidas como irresponsable ante la crisis, encierra también una amenaza. De alguna manera, Trump propone la disyuntiva de que sus aliados se sumen a su estrategia o se atengan a las consecuencias. El tono de “solo contra el mundo, si es necesario” da aun mayor sentido al hecho de que el discurso se iniciara con la ostentación del poderío militar de Estados Unidos. Lo que está diciendo el mandatario gringo es que tal estrategia habrá de cumplirse con o sin los demás, es una estrategia firme, considerada irrevocable por los factores extremistas del Imperio. Por supuesto, sus aliados conocen de las vulnerabilidades estadounidenses, de modo que Trump los conmina combinando esa amenaza con ruegos, exhortaciones, argumentos y justificaciones. De algún modo, es una relación tormentosa entre socios llenos cada uno de problemas, lo cual es un punto a favor de las naciones soberanas y los pueblos en lucha.

En ese mismo sentido, el discurso plantea una dura crítica a las “debilidades” de los aliados del Imperio, y los responsabiliza, al menos parcialmente, de los problemas de su propio país: “Durante demasiado tiempo, el pueblo estadounidense fue informado de que los grandes acuerdos comerciales multinacionales, los tribunales internacionales irresponsables y las poderosas burocracias mundiales eran la mejor manera de promover su éxito. Pero a medida que esas promesas fluían, millones de empleos desaparecieron y miles de fábricas desaparecieron. Otros jugaban al sistema y rompían sus reglas. Y nuestra gran clase media, que una vez que fue el fundamento de la prosperidad americana, fue olvidada y dejada atrás, pero ya no se les olvida y nunca más serán olvidadas”.

Como dijera Mao Zedong, y recordara recientemente Saúl Ortega en sesión de la Constituyente, el imperialismo es un tigre de papel. Un tigre, porque es fuerte, agresivo, peligroso. De papel, porque en el fondo y en la Historia es débil, vulnerable, frágil. Todo eso parecen comprenderlo Donald Trump y su entorno extremista, y actúan en consecuencia. “To be continued”.

In Venezuela ci sono nuovi rapporti di forza

Chavez

di James Petras – La Haine

31ago2017.- L’Assemblea Costituente, la mobilitazione militare, la mobilitazione nazionale contro l’imperialismo interventista, hanno affondato la destra.

Efraim Chury Iribarne: Stavamo osservando che la situazione attuale in Afghanistan è abbastanza complessa e che Donald Trump in qualche modo prolunga la guerra in Afghanistan. È corretto?

Sì, è sotto il comando dei suoi generali, che hanno deciso che non è il momento di lasciare il paese, perché potrebbero subire un altro impatto negativo sull’immagine di un governo debole e fallito, in particolare nei media, che cercano qualsiasi pretesto per delegittimare il Presidente Trump.

Ma in realtà le cifre che danno per giustificare l’invasione nordamericana non corrispondono alla realtà, dicono che i talebani controllano solo il 50% del paese, ma gli esperti che hanno conoscenza sul campo dicono che è più dell’80%. Gli Stati Uniti controllano solo alcune città, soprattutto Kabul, la capitale, e molto di meno il resto. E voglio menzionare un altro fattore, tra i soldati dell’esercito afghano ci sono molti oppositori. Cioè, infiltrati talebani che, di tanto in tanto, eliminano i funzionari del governo nordamericano.

E, inoltre, anche nelle città presumibilmente controllate dagli Stati Uniti, ci sono costantemente incendi, attentati e altre azioni, che indicano che nemmeno nei centri che rimangono nelle loro mani sono sicuri. Quindi, l’idea che gli Stati Uniti con un aumento di 5.000 o 10.000 unità, possano invertire la situazione è totalmente falsa. È un atto suicida, nel senso che inviano truppe impossibilitate ad agire, nel senso di recuperare l’Afghanistan per conto degli Stati Uniti.

Credo che ci sono due possibilità alternative, o devono moltiplicare il numero di truppe, intensificare il bombardamento [che già si è dimostrato non funziona], o devono ritirarsi entro un termine dato, riconoscendo che inevitabilmente non sono in grado di invertire le tendenze verso i talebani.

EChI: Il Venezuela chiede all’ONU di prendere posizione sulle minacce statunitensi. Il capo della diplomazia venezuelana ha detto: l’ONU non può rimanere con le braccia incrociate e non condannare queste azioni, lo abbiamo fatto notare al suo segretario generale. D’altra parte, il ministro venezuelano della Difesa Vladimir Padrino López, ha detto sabato scorso che il popolo del Venezuela e delle Forze Armate Nazionali sono pronti a dare tutto per difendere la patria, “è scritto nella nostra Costituzione, siamo una Repubblica indipendente e sovrana e dobbiamo comprendere l’ampio concetto di ciò che è sovranità, la capacità di uno Stato, di una nazione e del suo governo di prendere le proprie decisioni.” Come vedi la situazione da quelle parti, Petras?

JP: L’ONU non ha molto peso, perché gli Stati Uniti hanno diritto di veto, hanno un controllo efficace sugli Europei, hanno il sostegno indiretto dei paesi neo-liberisti dell’America Latina, soprattutto la destra più dura. Quindi, l’idea è buona e il Venezuela deve presentarla, ma non si aspettano molto dalle Nazioni Unite.

Invece, hanno preso misure più positive, ad esempio, l’esercizio militare lo scorso fine settimana, con più di 700 mila soldati e miliziani. È un segno di forza, una capacità di mobilitare e proteggere il paese, che potrebbe servire da avvertimento agli Stati Uniti che un’invasione sarebbe molto costosa.

E ha anche un enorme effetto sull’opposizione interna. Dobbiamo analizzare i nuovi rapporti di forze. Trump, con la dichiarazione di intervento o di minaccia di intervento, ha neutralizzato e paralizzato l’opposizione. Perché su questo tema l’opposizione non ha alcun sostegno, tanto meno nelle piazze.

In secondo luogo, la mobilitazione militare e delle milizie serve pure a ridimensionare la presenza dell’opposizione. In altre parole, l’Assemblea Costituente, la mobilitazione militare, la mobilitazione nazionale contro l’imperialismo interventista, hanno al momento modificato i rapporti di forza. Non si sente molto da parte degli avversari, né dalle roccaforti di Caracas né da nessun altro posto. La destra insorgente è paralizzata, non ha voce o presenza in questo ultimo confronto.

E pure Almagro e l’OSA. Sono rimasti emarginati dal contesto, perché nemmeno Almagro osa sollevare la testa di fronte all’interventismo sfacciato degli Stati Uniti. Quindi, possiamo dire, che, almeno questa settimana, questo mese, c’è stato un cambiamento nei rapporti di forza favorevole al Venezuela, dovuto alla sua esibizione di forza, all’appoggio popolare e alle cattive politiche di Trump, tutti fattori che hanno avuto un impatto molto positivo per il presidente Maduro.

EChI: Petras, l’altro argomento che ci interessava è l’attacco permanente di Israele alla Palestina. Come va letto da una differente angolatura?

JP: In primo luogo, potremmo dire che la visita dell’’ultra’-sionista consigliere del presidente Trump, Jared Kushner, un ebreo israeliano ortodosso fanatico, va nella direzione del sostegno a Netanyahu nell’occupare più terre palestinesi. Questo è il primo fatto che dobbiamo capire. In secondo luogo, Israele sta ampliando la demolizione di case palestinesi in ogni quartiere di quello che resta della Palestina.

In terzo luogo, dobbiamo notare che Israele si basa fortemente sull’Arabia Saudita e sulla collaborazione delle destre nel Medio Oriente. E questo indica che, in questa situazione, dove la Siria e l’Iran stanno guadagnando peso in Iraq e altrove, Israele ha perso influenza tra i governanti e i terroristi coinvolti nei paesi colpiti.

Infine, dobbiamo riconoscere che la politica nordamericana è ancora totalmente controllata dai sionisti. Se analizziamo il regime di Trump, ci sono lo stesso numero o più sionisti nei primi posti dell’economia e della politica estera, che nel regime di Obama. Gli Stati Uniti sono ostaggio dei sionisti all’estero, che funzionano come una quinta colonna.

E questo non ha avuto nessuna risonanza in altri paesi. Ad esempio, esaminiamo i quotidiani considerati progressisti in Argentina, “Pagina 12”, “La Jornada” in Messico e forse anche in “Brecha”, non esiste una discussione approfondita sul peso israeliano nei governi nordamericani e su come formulano la politica nordamericana. Parlano di interessi petroliferi, parlano di interessi militari, ma, in realtà, riguardo al Medio Oriente, non esiste nessuna osservazione che possa negare che Israele è la principale forza della politica interna ed estera degli Stati Uniti.

Dobbiamo, infine, ricordare che Israele ha un’opposizione interna. Abbiamo visto come il gruppo pro-boicottaggio e anti-insediamenti in Palestina ha guadagnato molto consenso. Ci sono anche settori importanti di studenti ebrei che hanno respinto la politica israeliana. E nonostante il fatto che abbia ancora forze preponderanti nel Congresso, nella Presidenza, l’opposizione cresce anche tra la popolazione nordamericana.

EChI: Beh, Petras, come sempre ci aspettiamo di discutere qualche altro tema su cui al momento sta lavorando.

Potremmo cominciare con il caso della scomparsa di Santiago Maldonado, che sosteneva la lotta dei Mapuche in Argentina. La sua sparizione, la cui responsabilità è dei gendarmi sta provocando una grande mobilitazione di protesta. Non solo in Argentina. Oggi, ad esempio, nella BBC hanno dato un servizio sulla sua scomparsa e una messa in discussione delle versioni ufficiali. Più di ogni altra cosa, il mondo teme che l’atto di sequestro da parte di Macri sia un passo verso la licenza di uccidere che esisteva durante la dittatura. In altre parole, le dichiarazioni del ministro della “insicurezza” Patricia Bullrich, non hanno peso. Né all’estero né all’interno. Negli Stati Uniti, tra gli specialisti dell’America Latina, c’è molta preoccupazione e hanno convocato molte persone conosciute in America Latina, respingendo la versione ufficiale.

Ritengo che il caso Maldonado potrebbe comportare un grande colpo politico contro Macri alle prossime elezioni. Vorrei estendere il mio sostegno a tutto il movimento per la ricomparsa con vita di Maldonado.

Il secondo punto che voglio menzionare sono le inondazioni in Texas, in particolare nella grande città di Houston. Tutti parlano di pioggia, uragano, inondazioni, distruzione di centinaia di miliardi di dollari, ma nessuno parla del perché le inondazioni si ripetono. È perché non c’è investimento nelle infrastrutture. Quando la pioggia cade, riempie le strade perché i sistemi di drenaggio non funzionano. È curioso, una città con grandi raffinerie di petrolio, ha tunnel per canalizzare il petrolio dappertutto, ma non ha abbastanza infrastrutture per preservare la città dalle inondazioni.

Ancora una volta, sorge il problema delle catastrofi interne, ciò che i media di qui chiamano catastrofe. Il capitalismo non mette in campo investimenti e infrastrutture per salvare le proprie fonti di ricchezza. Da quelle parti, stanno perdendo 500.000 barili all’ora a causa della paralisi delle raffinerie. Vorrei sottolinearlo di nuovo, gli Stati Uniti sono un gigante con i piedi di argilla.

Infine, vorrei menzionare un altro fatto che dobbiamo prendere in considerazione, gli Stati Uniti stanno militarizzando la polizia, la stanno dotando di armi da parte dell’Esercito, le chiamano eccedenze e nuove armi, carri armati, macchine blindate, mitragliatrici, le stanno trasferendo alla polizia locale e statale.

Originariamente, la giustificazione era la lotta contro i cartelli di droga. Poi la scusa è diventata l’anti-terrorismo. Ed ora, è la polizia che è investita dei problemi delle comunità impoverite. Cioè, la militarizzazione delle città, indipendentemente da qualsiasi problema di droga e terrorismo.

Estratto da La Haine

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Workers World con Maduro y el pueblo bolivariano

por WWP de Estados Unidos

Desde diferentes ciudades de Estados Unidos, la membresía del Centro de Acción Internacional y del Partido Workers World-Mundo Obrero enviamos nuestros más cálidos abrazos solidarios al Presidente Nicolás Maduro y al pueblo bolivariano.

Queremos también por este medio expresar nuestro más absoluto rechazo a la política intervencionista e imperialista del gobierno estadounidense que busca la derrota de la Revolución Bolivariana.

Confiamos plenamente en que ese pueblo que se lanzó a las calles el 13 de abril del 2002 para rescatar a su presidente Hugo Rafael Chávez, volverá con nuevos bríos a rescatar su Revolución Bolivariana de la amenaza representada por las criminales hordas fascistas financiadas desde Washington.

Pero la Revolución no está sola, millares de personas alrededor del mundo estamos dispuestas a defenderla frente a estas agresiones que se han lanzado no solo desde el imperio estadounidense, sino desde los grandes medios corporativos internacionales y los gobiernos entreguistas que a su vez aplican medidas antipopulares de austeridad y represión a sus pueblos. Comenzando con EUA donde la nueva Administración Trump ha intensificado, con sus propuestas de ley y sus medidas en contra del pueblo trabajador, el racismo, la brutalidad policíaca y la represión, sobre todo de personas negras, latinas, indígenas, inmigrantes, musulmanas, y de diversos géneros.

El ejemplo de lucha del pueblo bolivariano y los enormes avances en pro de las masas más explotadas y excluidas logrados por la Revolución son un ejemplo para todas las fuerzas que mundialmente luchamos diariamente por una mejor vida, con dignidad, libertad y justicia social y económica.

¡Fuera la intervención de Estados Unidos y sus aliados pro-imperialistas!
¡Viva el pueblo bolivariano y su presidente Nicolás Maduro!
¡Viva el poder del pueblo bolivariano!

Provocazione USA e Corea del Nord: un pretesto per la guerra con la Cina

Trumpdi James Petras

24apr2017.- La costruzione dell’Impero degli Stati Uniti su scala mondiale è iniziata durante e subito dopo la seconda guerra mondiale. Washington è intervenuta direttamente nella guerra civile cinese (fornendo armi all’esercito di Chiang Kai Shek, mentre l’Esercito Rosso combatteva i Giapponesi), ha sostenuto la guerra di ri-colonizzazione della Francia contro il Viet Minh in Indocina e ha installato regimi fantoccio collaborazionisti dell’Impero giapponese in Corea del Sud, Taiwan e Giappone.

Sebbene la costruzione dell’impero si sia svolta con avanzate e retrocessi, progressi e sconfitte, l’obiettivo strategico è rimasto lo stesso: impedire la creazione di governi indipendenti comunisti o secolari-nazionalisti e imporre regimi vassali conformi agli interessi statunitensi.

Le guerre sanguinose e i colpi di stato (‘cambiamenti di regime’) sono stati le armi a disposizione. I regimi coloniali europei sconfitti sono stati sostituiti e incorporati come alleati subordinati degli U.S.A.

Laddove possibile, Washington si basava su eserciti di mercenari formati, attrezzati e diretti da ‘consiglieri’ statunitensi, per far avanzare le conquiste imperiali. Se necessario, di solito se il regime dei clienti e le truppe vasalle non erano in grado di sconfiggere un esercito popolare armato, le forze armate statunitensi intervenivano direttamente.

Gli strateghi imperiali cercavano di intervenire e brutalmente conquistare la nazione bersaglio. Quando non riuscivano a raggiungere il loro obiettivo “massimo”, lavoravano in trincea con una politica di assedio per tagliare i legami tra centri rivoluzionari e movimenti vicini. Dove i paesi hanno resistito con successo alle conquiste armate, i costruttori dell’impero hanno imposto sanzioni e blocchi economici, per erodere la base economica dei governi popolari.

Gli imperi, come i saggi romani riconoscevano da tempo, non vengono costruiti in un giorno, in settimane o in mesi. Tregue e  accordi sono firmati e rotti quando conviene, perché i disegni imperiali rimangono fondamentali.

Gli imperi sono costruiti promuovendo fratture interne tra avversari e colpi di stato nei paesi limitrofi. Soprattutto, consistono di una rete mondiale di avamposti militari, agenti clandestini e alleanze regionali ai confini dei governi indipendenti, per ridurre le potenze militari emergenti.

In seguito a guerre vittoriose, i centri imperiali dominano la produzione e i mercati, le risorse e il lavoro. Tuttavia, nel tempo, le sfide inevitabilmente emergono, da parte dei regimi dipendenti come anche da quelli indipendenti. Rivali e concorrenti hanno guadagnano mercati e una maggiore capacità militare. Mentre alcuni stati vassalli hanno sacrificato la sovranità politico-militare necessaria allo sviluppo economico indipendente, altri si sono spinti verso l’indipendenza politica. 

Contraddizioni precoci e tardive dell’espansione dell’imperialismo

Le dinamiche degli stati e dei sistemi imperiali contengono contraddizioni, che costantemente sfidano e modificano i contorni dell’impero.

Gli Stati Uniti hanno dedicato enormi risorse per mantenere la supremazia militare sui vassalli, ma hanno subito un forte calo nella loro quota di mercato mondiale, in particolare con l’ascesa veloce di nuovi produttori economici.

La concorrenza economica ha costretto i centri imperiali a rimettere a fuoco le loro economie – la ‘rendita’ (finanza e speculazione) ha spostato i profitti dal commercio e dalla produzione. Le industrie imperiali si sono trasferite all’estero in cerca di lavoro a basso costo. La finanza, le assicurazioni, l’immobiliare, le comunicazioni, l’industria militare e della sicurezza sono giunti a dominare l’economia domestica. Un ciclo vizioso è stato creato: con l’erosione della sua base produttiva, l’Impero ha ulteriormente aumentato la sua dipendenza dal capitale militare e finanziario e dall’importazione di beni di consumo a basso costo.

Subito dopo la seconda guerra mondiale, Washington ha provato la sua forza militare attraverso l’intervento. A causa dell’immensa resistenza popolare e della vicinanza dell’URSS, e poi della RPC, la costruzione dell’Impero nell’Asia post-coloniale è stata contenuta o sconfitta militarmente. Le forze U.S.A. hanno temporaneamente conosciuto uno scacco matto in Corea dopo aver ucciso milioni di persone. La loro sconfitta in Cina ha portato alla fuga dei “nazionalisti” sull’isola provinciale di Taiwan. La sostenuta resistenza popolare e il sostegno materiale delle superpotenze socialiste hanno portato al loro ritiro dall’Indo-Cina. In risposta, gli U.S.A. hanno fatto ricorso a sanzioni economiche per soffocare i governi rivoluzionari.

La crescita dell’ideologia unipolare

Con il crescente potere dei concorrenti economici esteri e la sua crescente dipendenza dall’intervento militare diretto, l’Impero degli Stati Uniti ha approfittato della disintegrazione interna dell’URSS e dell’abbraccio cinese del “capitalismo di stato” nei primi anni ’90 e ’80. Gli U.S.A. si sono espansi nella regione baltica, nell’Europa orientale e centrale e nei Balcani – con la divisione forzata della Jugoslavia. Gli strateghi imperiali hanno immaginato ‘un impero unipolare’ – uno stato imperiale senza rivali. I costruttori dell’Impero erano liberi di invadere, occupare e saccheggiare stati indipendenti in qualsiasi continente – anche di bombardare una capitale europea, Belgrado, con impunità totale. Sono state lanciate molteplici guerre contro gli ‘avversari’ designati, che non disponevano di forti alleati globali.

I paesi dell’Asia meridionale, del Medio Oriente e del Nord Africa sono stati presi mira per la distruzione. Il Sud America era sotto il controllo di regimi neo-liberistici. L’ex-URSS è stata saccheggiata e disarmata dai vassalli imperiali. La Russia è stata governata da gangster-cleptocrati alleati ai piantoni degli Stati Uniti. La Cina è stata vista come nient’altro che un laboratorio di schiavi che doveva produrre beni di consumo di massa a basso costo per gli Americani e generare grandi profitti per le multinazionali americane e i rivenditori come Walmart.

Ma, a differenza dell’Impero Romano, gli anni Novanta non sarebbero stati il preludio di un impero statunitense invincibile di lunga durata. Dal momento che gli ‘unipolaristi’ stavano perseguendo diverse guerre di conquista costose e distruttive e non potevano contare sulla crescita dei satelliti con economie industriali emergenti per i propri profitti, la potenza globale statunitense è risultata erosa.

La sconfitta dell’unipolarismo: il 21mo secolo

Dieci anni dopo essere entrati nel XXI secolo, la visione imperiale di un invincibile impero unipolare si andava già sbriciolando. L’accumulazione ‘primitiva’ della Cina ha portato a un’accumulazione domestica avanzata a favore del popolo e dello stato cinesi. La potenza della Cina si è estesa all’estero attraverso investimenti, scambi e acquisizioni.

La Cina ha sostituito gli Stati Uniti come principale partner commerciale in Asia e più grande importatore di materie prime provenienti dall’America Latina e dall’Africa. La Cina è diventata il principale produttore ed esportatore di beni di consumo in Nord America e nell’UE.

Il primo decennio del XXI secolo ha visto il rovesciamento o la sconfitta degli stati vassali statunitensi in tutta l’America Latina (Argentina, Bolivia, Venezuela, Ecuador e Brasile) e l’emergere di regimi agro-minerari indipendenti, pronti a costituire patti commerciali regionali. Si è trattato di un periodo di crescente domanda globale per le loro risorse naturali e le loro materie prime, proprio quando gli Stati Uniti si stavano de-industrializzando e in mezzo a costose e disastrose guerre in Medio Oriente.

A differenza della crescente indipendenza dell’America Latina, l’UE ha approfondito la sua partecipazione militare alle brutali guerre d’oltremare guidate dagli Stati Uniti, espandendo il ‘mandato’ della NATO. Bruxelles ha seguito la politica unipolare che assedia sistematicamente la Russia e indebolisce la sua indipendenza attraverso severe sanzioni. L’espansione esteriore dell’UE (finanziata con una crescente austerità nazionale) ha accentuato le crepe interne, portando al malcontento popolare. Il Regno Unito ha votato a favore di un referendum per separarsi dall’UE.

I disastri domestici del regime vassallo statunitense in Russia, sotto Boris Yeltsin durante gli anni ’90, hanno spinto gli elettori a scegliere un nazionalista, Vladimir Putin. Il governo del presidente Vladimir Putin ha intrapreso un programma per riconquistare la sovranità russa e la sua posizione di potere globale, contrastando l’intervento interno statunitense e rigettando l’accerchiamento esterno della NATO.

Gli unipolaristi hanno continuato a lanciare molteplici guerre di conquista in Medio Oriente, nel Nord Africa e nell’Asia meridionale, che sono costate migliaia di miliardi di dollari e hanno portato alla perdita dei mercati globali e della competitività. Mentre gli eserciti dell’Impero si espandevano a livello mondiale, l’economia domestica (la ‘Repubblica’) entrava in recessione. Gli Stati Uniti si sono impantanati nella recessione e in una crescente povertà. La politica unipolare ha creato una crescente economia mondiale multipolare, mentre rigidamente imponeva le proprie priorità militari.

L’Impero colpisce indietro: l’opzione nucleare


Il secondo decennio del ventunesimo secolo ha inaugurato la scomparsa dell’unipolarità, provocando lo sgomento di molti ‘esperti’ e la rimozione cieca dei suoi architetti politici. L’aumento di un’economia mondiale multipolare ha intensificato il disperato tentativo imperiale di ripristinare l’unipolarità con i mezzi militari, manovrati da militaristi incapaci di adeguare o (anche solo) valutare le proprie politiche. Sotto il regime del presidente americano, ‘il primo nero’ Obama, eletto con la promessa di ‘tenere a freno’ i militari, gli strateghi imperiali hanno intensificato il perseguimento di (almeno) sette, nuove e prolungate guerre. Per i responsabili politici e i propagandisti dei media ufficiali statunitensi ed europei, queste sono state guerre imperiali vincenti, accompagnate da premature dichiarazioni di vittoria in Somalia, in Iraq e in Afghanistan. Questa trionfale illusione di successo ha portato la nuova Amministrazione a lanciare nuove guerre in Ucraina, Libia, Siria e Yemen.


Siccome la nuova ondata di guerre e colpi di stato (‘cambiamenti di regime’) per imporre l’unipolarità è fallita, politiche militaristiche ancora più spinte hanno sostituito le strategie economiche per il dominio globale. I militaristi unipolaristi, che dirigono l’apparato statale permanente, continuano a sacrificare mercati e investimenti, con totale impunità rispetto alle conseguenze disastrose dei loro fallimenti sull’economia domestica. 

Un breve rilancio dell’unipolarismo in America Latina

Colpi di stato e scalate al potere hanno rovesciato i governi indipendenti in Argentina, Brasile, Paraguay, Honduras e hanno minacciato i governi progressisti in Bolivia, Venezuela e Ecuador. Tuttavia, il ‘roll-back’ pro-imperiale in America Latina non era politicamente né economicamente sostenibile e minaccia di minare qualsiasi ripristino del dominio unipolare statunitense nella regione.

Gli Stati Uniti non hanno fornito alcun aiuto economico o un accesso più ampio ai mercati, per premiare e sostenere i regimi clientelari appena acquisiti. Il nuovo vassallo dell’Argentina, Mauricio Macri, ha trasferito miliardi di dollari ai rapaci banchieri di Wall Street e ha consentito l’accesso alle basi militari e alle risorse redditizie, senza ricevere in cambio immissioni di capitale da investimento. Infatti, le politiche servili del presidente Macri hanno creato maggiore disoccupazione e una compressione del livello di vita, portando al malcontento popolare di massa. Il ‘nuovo ragazzo’ dell’impero unipolare, (insediato) nel suo feudo di Buenos Aires, rischia una crisi precoce.

Allo stesso modo, la corruzione diffusa, una profonda depressione economica e livelli di disoccupazione a doppia cifra senza precedenti in Brasile minacciano il regime vassallo illecito di Michel Temer con una crisi permanente e un conflitto di classe crescente.

Successo a breve termine in Medio Oriente

Il lancio unipolare revanchista di una nuova ondata di guerre in Medio Oriente e in Africa del Nord ha conosciuto un effimero successo con il potere devastante dei bombardamenti aerei e navali statunitensi e NATO. Quindi è crollato in mezzo alla distruzione grottesca e al caos, inondando l’Europa con milioni di rifugiati.

Potenti rigurgiti di resistenza all’invasione statunitense dell’Iraq e dell’Afghanistan hanno accelerato il ritorno verso un mondo multipolare. Gli insorti islamici hanno costretto gli Stati Uniti in guarnigioni fortificate e hanno preso il controllo della campagna e circondato le città in Afghanistan; Iraq, Siria, Yemen, Somalia e Libia hanno messo in fuga i regimi e i mercenari sostenuti dagli Stati Uniti.

Gli unipolaristi e lo stato permanente: ri-compattamento e attacco

Di fronte ai propri fallimenti, gli unipolaristi si sono raggruppati e hanno attuato la strategia militare più pericolosa mai provata: l’accumulo di capacità ‘nucleare’ di primo livello per la Cina e la Russia.


Messo in piedi dai mandatari politici del Dipartimento di Stato americano, il governo dell’Ucraina è stato sussunto dai vassalli statunitensi, che hanno portato alla rottura in corso in quel paese. Per paura dei neo-fascisti e dei russofobi, i cittadini della Crimea hanno votato per ricongiungersi alla Russia. Le maggioranze etniche russe nella regione del Donbass dell’Ucraina sono entrate in guerra con Kiev, con migliaia di persone uccise e milioni di persone in fuga dalle loro case per rifugiarsi in Russia. Gli unipolaristi di Washington hanno finanziato e diretto il colpo di Kiev, realizzato da cleptocrati, fascisti e teppisti di strada, immuni come sempre dalle conseguenze.

Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno aumentando il numero di truppe di combattimento in Afghanistan, Iraq e Siria, per sostenere i loro alleati e inaffidabili mercenari.

Ciò che è fondamentale per comprendere l’ascesa e il declino del potere imperiale e le dichiarazioni unipolari euforiche degli anni ’90 (soprattutto durante il tramonto del sanguinoso regno del Presidente Clinton), è che le iniziative militari e politiche in nessun momento sono state sostenute da parte di blocchi di potere economico.

Gli Stati Uniti hanno sconfitto e conseguentemente occupato l’Iraq, ma hanno sistematicamente distrutto la società civile e l’ economia irachena, creando terreno fertile per la massiccia pulizia etnica, le ondate dei rifugiati e la successiva rivolta islamica, che ha attraversato vasti territori. Infatti, le deliberate politiche statunitensi in Iraq e altrove hanno creato la crisi dei rifugiati, che sta travolgendo l’Europa.

Una situazione simile sta avvenendo durante i primi due decenni di questo secolo: le vittorie militari hanno installato inetti leader impopolari sostenuti dall’impero. Gli unipolaristi si affidano sempre più alle realtà tribali più retrograde, agli estremisti islamici, ai clienti esteri e ai mercenari pagati. L’attacco intenzionale condotto dagli Stati Uniti verso quelle persone capaci di dirigere le nazioni multiculturali moderne come l’Iraq, la Libia, la Siria e l’Ucraina è una caricatura dei famosi attacchi di Pol Pot contro le classi educate della Cambogia. Naturalmente, gli Stati Uniti hanno prodigato i loro sforzi speciali verso l’uccisione degli insegnanti di scuola, quando hanno addestrato e finanziato i mujahedin in Afghanistan negli anni ’80.

La seconda debolezza, che ha portato al crollo dell’illusione unipolare, è stata la loro incapacità di ripensare le loro ipotesi e di riorientare e riequilibrare il loro paradigma strategico militarista di fronte all’incredibile confusione globale che hanno creato.

Ostinatamente si sono rifiutati di lavorare per promuovere elites economiche educate nei paesi conquistati. A tal fine, sarebbe stato necessario mantenere un sistema socio-economico e di sicurezza intatto nei paesi che avevano sistematicamente fatto a pezzi. Avrebbe significato rigettare il proprio paradigma di guerra totale, di resa incondizionata e di nuda e brutale occupazione militare, per consentire lo sviluppo di utili alleati economici, anziché imporre regimi vassalli malleabili ma grottescamente corrotti.


Il vasto apparato di esercito-polizia-intelligence, profondamente radicato, fortemente finanziato, che conta numerosi milioni, ha formato uno stato imperiale parallelo che comanda sul regime civile eletto all’interno degli Stati Uniti.

Il cosiddetto ‘stato profondo’, in realtà, è uno stato di dominio gestito dagli unipolaristi. Non è un’’entità senza volto’: ha un’identità di classe, ideologica ed economica.

Nonostante il grave costo dovuto alla perdita di una serie di guerre catastrofiche e dei furti multi-miliardari di dollari da parte dei regimi vassalli cleptocratici, gli unipolaristi sono rimasti impuniti, addirittura aumentando i loro sforzi per mettere a segno una conquista o riportare una vittoria militare temporanea.


Diciamolo apertamente e chiaramente: gli unipolaristi ora sono impegnati a incolpare dei loro terribili fallimenti militari e politici la Russia e la Cina. Ecco perché cercano, direttamente e indirettamente, di indebolire gli ‘alleati all’estero’ e, in particolare, Russia e Cina. Infatti, la loro campagna selvaggia volta ad ‘accusare i Russi’ dell’elezione del presidente Trump riflette la loro profonda ostilità verso la Russia e il disprezzo per i lavoratori e gli elettori di classe media inferiore (l’‘urna dei deplorabili’), che hanno votato per Trump. L’incapacità di questa elite di esaminare i propri fallimenti e l’incapacità del sistema politico di rimuovere questi disastrosi politicanti costituiscono una grave minaccia per il futuro del mondo.

Gli unipolaristi: la fabbricazione di pretesti per la guerra mondiale 

Mentre lo Stato unipolare ha subìto prevedibili sconfitte militari, prolungate guerre e la dipendenza da regimi civili instabili, gli ideologi continuano a dare la colpa alla ‘Russia e alla Cina come causa di tutte le loro sconfitte militari’.

La monomania degli unipolaristi si è trasformata in una provocatoria costruzione su vasta scala fatta di missili nucleari per l’offesa in Europa e in Asia, il che ha aumentato il rischio di una guerra nucleare con l’ingaggio in un letale ‘gioco del pollo’.

I fisici nucleari veterani del Bollettino degli Scienziati Atomici hanno pubblicato un’importante descrizione dei piani di guerra degli unipolaristi. Hanno reso noto che ‘il programma nucleare attuale e in corso ha implementato nuove tecnologie rivoluzionarie, che aumentano notevolmente la capacità di targeting dell’arsenale balistico USA. Queste nuove tecnologie aumentano il potere di sterminio totale delle forze missilistiche statunitensi di tre volte.’ Questo è esattamente ciò che un osservatore oggettivo si aspetterebbe da uno stato unipolare statunitense armato nuclearmente, che prevede di lanciare una guerra disarmando la Cina e la Russia con un primo colpo a ‘sorpresa’.

Lo stato unipolare ha individuato parecchi paesi come pretesti per lanciare una guerra. Il governo degli Stati Uniti ha installato provocatorie basi missilistiche nei paesi baltici e in Polonia. Questi sono regimi scelti per la loro voglia di violare i confini o lo spazio aereo della Russia e insanamente disposti a provocare l’inevitabile reazione militare a catena sulle proprie popolazioni. Altri siti per grandi basi militari statunitensi e l’espansione della NATO includono i Balcani, in particolare le ex province jugoslave del Kosovo e del Montenegro. Questi sono stati etno-fascisti e mafiosi in bancarotta e potenziali micce per i conflitti provocati dalla NATO, che potrebbero portare a un primo colpo degli Stati Uniti. Ciò spiega perché i più rabidi militaristi del Senato americano stanno spingendo per l’integrazione del Kosovo e del Montenegro nella NATO.

La Siria è il luogo dove gli unipolaristi stanno creando un pretesto per la guerra nucleare. Lo Stato americano ha inviato più ‘forze speciali’ in aree fortemente conflittuali, per sostenere i loro alleati mercenari. Ciò significa che le truppe statunitensi opereranno d’ora in avanti (illegalmente) faccia a faccia con l’esercito siriano, sostenuto dal sostegno aereo militare russo (legale). Gli Stati Uniti intendono conquistare Raqqa, controllata dall’ISIS nella Siria settentrionale come propria base di operazioni, con l’intenzione di negare al governo siriano la sua vittoria sui terroristi jihadisti. La probabilità di ‘incidenti’ armati tra gli Stati Uniti e la Russia in Siria sta crescendo con l’entusiasta applauso degli unipolaristi statunitensi.

Gli Stati Uniti hanno finanziato e promosso i combattenti curdi mentre recuperano il territorio siriano dai terroristi jihadisti, soprattutto nei territori lungo il confine turco. Ciò sta portando a un inevitabile conflitto tra la Turchia e i curdi appoggiati dagli U.S.A..

Un altro sito probabile per la guerra ampliata è l’Ucraina. Dopo aver preso il potere a Kiev, i clepto-fascisti hanno lanciato una guerra di fuoco e un blocco economico contro i Russi-Ucraini bilingui della regione del Donbass. Gli attacchi da parte della giunta di Kiev, innumerevoli massacri di civili (tra cui la bruciatura di decine di manifestanti di lingua russa a Odessa) e il sabotaggio delle spedizioni russe di aiuto umanitario via mare potrebbero provocare ritorsioni dalla Russia e portare a un intervento militare statunitense attraverso il Mar Nero contro la Crimea.

Il luogo più probabile per iniziare la III guerra mondiale è la penisola coreana. Gli unipolaristi e i loro alleati nell’apparato statale hanno sistematicamente costruito le condizioni per scatenare una guerra con la Cina, usando il pretesto del programma di difesa armata  nordcoreano.

L’apparato statale degli unipolaristi ha riunito i suoi alleati al Congresso e nei mass-media per montare l’isteria pubblica. Il Congresso e l’amministrazione del presidente Trump hanno presentato il programma missilistico nordcoreano come una ‘minaccia per gli Stati Uniti’. Ciò ha permesso allo stato unipolarista di attuare una strategia militare offensiva per contrastare questa falsa ‘minaccia’.

L’elite ha scartato tutti i precedenti negoziati diplomatici e accordi con la Corea del Nord per prepararsi alla guerra – in ultima analisi diretta verso la Cina. Questo perché la Cina è il più dinamico e più efficace concorrente economico globale per il dominio del mondo da parte degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno ‘sofferto’ una sconfitta pacifica, ma umiliante, per mano di un potere asiatico  emergente. L’economia cinese è cresciuta più di tre volte più velocemente degli Stati Uniti negli ultimi due decenni. E la banca per lo sviluppo delle infrastrutture della Cina ha attirato numerosi partecipanti regionali e europei, dopo che un accordo commerciale molto promosso dagli Stati Uniti in Asia, promosso dall’amministrazione Obama, è fallito. Negli ultimi dieci anni, mentre gli stipendi e i salari sono ristagnati o regrediti negli Stati Uniti e nell’UE, si sono triplicati in Cina.

La crescita economica della Cina è destinata a superare gli Stati Uniti nel prossimo futuro, se la tendenza continua. Ciò comporterà inevitabilmente che la Cina sostituirà gli Stati Uniti come il potere economico più dinamico del mondo… fatto salvo un attacco nucleare dagli Stati Uniti. Non c’è da meravigliarsi che la Cina sia imbarcata in un programma per modernizzare i suoi sistemi missilistici difensivi e la sicurezza delle frontiere e della sicurezza marittima. Mentre gli unipolaristi si preparano alla ‘decisione finale’ di attaccare la Cina, stanno sistematicamente installando la loro capacità di attacco missilistico più avanzato in Corea del Sud, con il pretesto di contrastare il regime di Pyongyang. Per aggravare le tensioni, l’Alto Comando degli Stati Uniti ha iniziato dei cyber-attacchi contro il programma missilistico della Corea del Nord. Ha organizzato imponenti esercizi militari con Seoul, che hanno spinto l’esercito nordcoreano a ‘provare’ quattro dei suoi missili balistici a medio raggio nel Mare del Giappone. Washington ha ignorato gli sforzi del governo cinese per calmare la situazione e persuadere i Nordcoreani a resistere alle provocazioni statunitensi ai suoi confini e anche a ridimensionare il loro programma di armi nucleari. La macchina di propaganda della guerra statunitense afferma che la risposta nervosa di Pyongyang agli esercizi militari provocatori di Washington (soprannominati ‘Foal Eagle’) sul confine della Corea del Nord sono sia una ‘minaccia’ contro la Corea del Sud e ‘la prova della follia dei suoi leader’. In definitiva, Washington intende colpire la Cina. Ha installato il suo (mal definito) Sistema di Difesa Terminale di Estrema Altitudine (THAAD) in Corea del Sud. Un sistema di sorveglianza e attacco offensivo progettato per puntare le principali città cinesi e completare l’assedio marittimo della Cina e della Russia da parte degli U.S.A.. Utilizzando la Corea del Nord come pretesto, il THAAD è stato installato in Corea del Sud, con la capacità di raggiungere il cuore cinese in pochi minuti. La sua gamma copre oltre 3.000 chilometri di massa terrestre della Cina. I missili THAAD diretti sono progettati appositamente per identificare e distruggere la capacità missilistica difensiva della Cina. Con l’installazione THADD in Corea del Sud, l’Estremo Oriente della Russia è ora circondata dai missili offensivi statunitensi per completare l’accumulo in Occidente. Con l’istallazione del THADD in Sud Corea, l’Estremo Oriente della Russia è adesso accerchiato dai missili d’attacco U.S.A., a integrazione del complesso militare in Occidente. Gli strateghi unipolaristi sono alleati al governo giapponese sempre più militaristico – uno sviluppo estremamente allarmante per i Coreani e i Cinesi, data la storia della brutalità giapponese nella regione. Il Ministro della Difesa giapponese ha proposto di acquisire la capacità di uno ‘colpo preventivo’, una replica imperiale della sua invasione e schiavizzazione della Corea e della Manciuria. Il Giappone punta verso la Corea del Nord, ma realmente mira alla Cina.

Il regime profondamente corrotto e ciecamente sottomesso della Corea del Sud ha immediatamente accettato il sistema USA / THADD sul loro territorio. Washington ha trovato il docile ‘profondo stato’ sud-coreano disposto a sacrificare i suoi legami economici cruciali con Pechino: la Cina è il principale partner commerciale della Corea del Sud. Come conseguenza del suo ruolo di piattaforma per la futura aggressione statunitense contro la Cina, la Corea del Sud ha subito perdite nei commerci, negli investimenti e nell’occupazione. Anche se un nuovo governo della Corea del Sud dovesse invertire questa politica, gli Stati Uniti non sposteranno l’installazione THAAD. La Cina, da parte sua, ha tagliato in gran parte i suoi legami economici e di investimento con alcuni dei più grandi conglomerati della Corea del Sud. Il turismo, gli scambi culturali e accademici, gli accordi commerciali e, soprattutto, la maggior parte delle esportazioni industriali sud-coreane rischiano di arrestarsi.Nel bel mezzo di un grande scandalo politico che coinvolge il presidente coreano (che   affronta l’impeachment e l’arresto), l’alleanza militare americano-giapponese ha brutalmente coinvolto lo sprovveduto popolo sud-coreano in un attacco militare offensivo contro la Cina. Nel processo, Seoul rischia le sue relazioni economiche pacifiche con la Cina. I Sud-coreani sono in gran parte ‘a favore della pace’, ma si trovano sulle frontiere di una potenziale guerra nucleare.

La risposta della Cina alla minaccia di Washington è un massiccio accumulo della propria capacità di difesa missilistica. I Cinesi ora affermano di avere la capacità di abbattere rapidamente le basi THAAD in Corea del Sud se costretti dagli Stati Uniti. La Cina sta riorganizzando le sue fabbriche per compensare la perdita delle importazioni industriali sud-coreane.

Conclusione

L’ascesa e la caduta dell’America unipolare non ha destituito l’apparato statale permanente, dal momento che esso continua a perseguire le sue fallimentari strategie.

Al contrario, gli unipolaristi stanno accelerando la loro spinta per la conquista militare globale puntando la Russia e la Cina, che essi insistono sono la causa delle loro guerre perdenti e del declino economico mondiale. Vivono delle loro delusioni di una ‘era dell’oro’ degli anni ’90, quando George Bush Sr. poteva devastare l’Iraq e Bill Clinton poteva bombardare le città della Jugoslavia con impunità.

Sono finiti i giorni in cui gli unipolaristi potevano scompaginare l’URSS, finanziare violenti regimi ex-sovietici di rottura in Asia e nel Caucaso e gestire elezioni fraudolente per propri i clienti ubriachi in Russia.

I disastri delle politiche statunitensi e il loro declino economico interno hanno dato luogo a rapidi e profondi cambiamenti nei rapporti di potere negli ultimi due decenni, rompendo ogni illusione di un unipolare ‘secolo americano’.
L’unipolarismo resta l’ideologia dell’apparato permanente di sicurezza statale e delle sue elite a Washington. Credono che il matrimonio del militarismo all’estero e il controllo finanziario a casa permetteranno loro di riconquistare il loro perduto unipolare ‘Giardino dell’Eden’.

La Cina e la Russia sono i protagonisti essenziali di un mondo multipolare. La dinamica della necessità e la propria crescita economica li ha spinti ad alimentare con successo stati e mercati alternativi e indipendenti.

Questa evidente, irreversibile realtà ha spinto gli unipolaristi alla mania di prepararsi a una guerra nucleare mondiale! I pretesti sono infiniti ed assurdi; gli obiettivi sono chiari e globali; i mezzi militari offensivi distruttivi sono disponibili; ma lo sono anche le formidabili capacità di difesa e di rappresaglia della Cina e della Russia.
L’illusione dello stato unipolare di ‘vincere una guerra nucleare mondiale’ presenta agli Americani la sfida critica di resistere o di cedere a un impero insanamente pericoloso in declino, disposto a lanciare una guerra distruttiva globale.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

 

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