(Foto) Ad Acerra non c’è spazio per i fascisti

di Francesco Guadagni

Negli ultimi tempi Acerra, città situata a nord di Napoli, assiste alle continue provocazioni ad opera di Casapound, organizzazione di chiara matrice fascista e xenofoba.

Questa mattina decine di compagni hanno partecipato al presidio del mercato del sabato, dove la scorsa settimana Casapound aveva tenuto una sua manifestazione con tanto di esposizione di simboli fascisti nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni cittadine, tanto zelanti, il giorno precedente, a sgomberare gli studenti da una piazza che intendevano restituire alla città.

Il presidio di questa mattina è stata solo una prima risposta alle provocazioni fasciste.

Acerra, con le altre realtà di Napoli e provincia, organizzerà una serie di mobilitazioni per respingere ogni tipo di rigurgito neofascista.

Albainformazione, così come “Caracas ChiAma”, la Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, sarà al fianco della mobilitazione antifascista di Acerra, città medaglia d’oro al valor civile per la Resistenza, in quanto, insieme a Napoli, è stata una delle poche realtà del Sud Italia a combattere i nazisti, pagando il suo eroismo con la morte di centinaia di cittadini.

Indissolubilmente Antifascisti, Antimperialisti e Antisionisti!

Con Acerra Antifascista, città libera e aperta, accogliente e solidale!

Ecco alcune immagine delle provocazioni fasciste ad Acerra avvenute nei giorni scorsi

Nemer: «I comunisti siriani vogliono la pace, ma non depongono le armi»

da lantidiplomatico

Per Hunein Nemer, segretario generale del Partito comunista unificato della Siria (PCU), in questa fase la cosa più importante è tenere le armi in una mano e una soluzione politica nell’altra, per difendere il paese e liberarlo del terrorismo.

Approfittando di questi giorni nei quali si svolge il XII Congresso del PCUS, Nemer ha rilasciato un’intervista a Prensa Latina dove ha parlato della situazione in Siria e del ruolo dei comunisti siriani nella battaglia per annientare il terrorismo.

«La posizione del nostro partito a riguardo – ha spiegato – e la sua priorità principale è quella di difendere la Siria e liberarsi del terrorismo, ma anche di sostenere tutti gli sforzi politici che giocano Iran e Russia per risolvere la crisi».

«Noi siamo al governo, e il partito al governo (al-Baath Arabo Socialista) supporta questa posizione: prima difendiamo il paese e poi troviamo una soluzione alla crisi».

Nemer è fiducioso che, dopo più di quattro anni di guerra, il popolo siriano non abbandonerà le armi per distruggere le ultime vestigia del terrorismo e dell’estremismo imposto da grandi circoli di potere occidentali.

«Questa è la strategia del nostro partito in questa fase, e poi ci sbarazzeremo del terrorismo, ci sono molte battaglie interne da affrontare», ha affermato Nemer.

Il leader comunista ha detto che i costi economici e sociali di questa guerra di aggressione sono troppo elevati, le perdite dell’economia siriana è stimata a circa 230 miliardi di dollari, ci sono circa quattro milioni di rifugiati in altre nazioni «noi vogliamo che tornino nel paese e che si garantiscano per loro le abitazioni».

«Dobbiamo recuperare più di 1200 fabbriche e le industrie che sono state completamente distrutte e alcune che sono state spostate da Aleppo alla Turchia, rubate dai turchi. Dovremo recuperarle o costruirle», ha sottolineato.

«Abbiamo scoperto che nel popolo siriano è stato seminato l’estremismo religioso e che una parte dei giovani si sono uniti ai gruppi terroristici, in futuro toccherà a noi riabilitarli ideologicamente».

Un altro problema scottante è quello degli ospedali, molti dei quali sono devastati e distrutti, oltre all’agricoltura e alle infrastrutture che sono gravemente colpite, e circa mezzo milione di bambini siriani che non possono andare a scuola perché gli edifici sono stati distrutti o perché glielo hanno impedito i terroristi.

«Stiamo valutando alcune idee per la ricostruzione del paese, quando la guerra sarà finita, lo Stato siriano resterà forte e deciso, nonostante tutto ciò che è accaduto».

«Avremo tutti una grande responsabilità nella ricostruzione e dobbiamo trovare finanziamenti e sostegno dagli Amici della Siria, tra i quali l’Iran e la Russia».

Perché la Siria è stata attaccata?

Il segretario generale del Partito comunista unificato ha spiegato che da quando c’è questo sistema di governo in Siria, da oltre 40 anni, il paese ha sempre lottato contro l’egemonia internazionale e l’imperialismo.

«Dopo l’invasione militare statunitense dell’Iraq nel 2003, l’ex segretario di Stato USA Colin Powell disse al presidente Bashar al-Assad che gli statunitensi “erano ormai suoi vicini” ed era palesemente a rischio il governo siriano se non avesse soddisfatto le richieste di un gruppo di Washington».

«Tra queste richieste c’erano quelle di smettere di sostenere la resistenza in Iraq, smettere di sostenere la causa palestinese, tagliare i legami con le forze patriottiche in Libano, e pretendeva che la Siria avrebbe dovuto sostenere la posizione di Washington in tutti i summit internazionali».

Inoltre, «Powell chiese che il settore pubblico fosse eliminato e inserito in una libera economia di mercato, che il governo della Siria non interferisse nei sistemi internazionali del mercato del grano e che la distribuzione dell’elettricità, dell’acqua e delle comunicazioni fossero privatizzate».

«Queste richieste statunitensi costituivano una flagrante interferenza negli affari interni siriani ed era ovvio che la Siria le rifiutò, quindi, Washington non ha mai tollerato questo governo per aver rifiutato di seguire i suoi ordini», ha affermato Nemer.

Lo storico leader comunista siriano ha precisato che a partire dalla metà 1950, la Casa Bianca ha cominciato a ordire trame, progetti, contratti segreti firmati con i governi perché seguissero le sue linee guida, la Siria è stato l’unico paese della regione che ha respinto tali accordi.

«Da allora hanno cominciato a cospirare contro la Siria, come l’unico paese divenuto una barriera contro l’espansione nordamericana in Medio Oriente. Sarebbe troppo lungo raccontare i molti piani da parte degli Stati Uniti contro il nostro popolo», ha sottolineato.

«Il piano degli USA prevedeva di dividere la Siria in quattro parti, facendo leva sui fattori di natura etnica e religiosa, con uno Stato governato da sciiti, un altro dai sunniti, uno per i curdi e infine un altro ancora per gli alawiti e così avrebbero frammentato e indebolito il nostro territorio».

Nemer ha evidenziato che «in questo momento, gli Stati Uniti sono convinti della loro incapacità di rovesciare il governo siriano e che la Russia ha preso una posizione molto forte dalla parte nostra, ed è intervenuta in modo politico e militare, in un modo tale che Washington non può ignorare il ruolo di russi in questo conflitto».

«Ecco perché insisto a non abbandonare le armi, anche se sosteniamo le opzioni pacifiche, dobbiamo garantire nel contempo la nostra indipendenza e la sovranità nazionale».

¡Todos Somos Carlos Aznárez!

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Comunicado de prensa

Nos hemos enterado, con profundo disgusto que está en curso una investigación en contra del compañero argentino Carlos Aznárez, director de Resumen Latinoamericano, revista de análisis y de noticias ampliadas desde el sur del mundo que resiste contra la barbarie del capitalismo y del imperialismo yankee.

La redacción de ALBAinformazione y del Diario Revolucionarios al Poder expresan la propia solidaridad a las trabajadoras y trabajadores de Resumen Latinoamericano, que han demostrado en estos años cuanto importante es la batalla de las ideas contra la guerra mediática, sicológica y cultural llevada a cabo por los Estados Unidos, a través de los principales medios de comunicación internacionales.

La carta que Carlos Aznáres ha recibido de Google, en la cual, el grande gigante de internet estadounidense, informa al director de Resumen Latinoamericano a deber entregar los datos privados de su perfil google al tribunal penal argentino, a causa de una denuncia de la DAIA porque es “culpable” de ser solidario con la legítima lucha del pueblo palestino contra la entidad israelita sionista, ciertamente se incluyen en aquella restructuración de los derechos individuales de cada ciudadano y que significan:

La cancelación de las leyes y la creación de nuevas reglas hechas ad hoc para tutelar los intereses imperialistas USA y de su “brazo armado”, el sionismo;

La complicidad de los gobiernos europeos en permitir de cancelar con un borrón y cuenta nueva la más elementares reglas del derecho a la libertad de pensamiento y la privacidad;

El rechazo del poder judiciario argentino a reconocer el derecho absoluto de un pueblo a rebelarse con todos los medios necesarios, donde exista un abuso o un atropello en contra de ellos (segun cuanto se evidencia en la misma Carta de los Derechos de la ONU).

El mundo está frente a cambios epocales: nunca antes en la historia de la humanidad se han dado tantos cambios políticos de tan grande relevancia como en estos últimos veinte años, donde vemos que desde la caída de la URSS en los años noventa del siglo pasado hemos pasado de un sistema de las relaciones internacionales de carácter bipolar (USA-URSS), a uno unipolar (USA), a aquello que varios analistas definen como sistema de nuevos paradigmas hacia un mundo multipolar. El elemento relevante de estos nuevos paradigmas es sin duda la cuestión que los USA, han perdido, o van siempre perdiendo, su supremacía política, económica y también militar frente a nuevos actores que se abren paso en el complejo sistema de las relaciones internacionales, sepultando siempre más la geopolítica imperialista USA en todo el tricontinente.

Dentro de este escenario internacional, hay que subrayar el rol estratégico que toma Nuestra América, la Patria Grande de Bolívar y Martí y de todos los Libertadores de la América Latina. Una América Latina que a través de acuerdos y alianzas como el ALBA-TCP, UNASUR, CELAC, MERCOSUR y el G77+China, por ejemplo, marchan “en cuadro apretado” hacia la segunda y definitiva independencia.

Dentro de este proceso bolivariano cabe mencionar que la América Latina no está sola y por medio de las nuevas triangulaciones (América Latina, Rusia y China) esta mostrando a los trabajadores de todo el mundo (también aquí en Europa) que después del neoliberalismo hay vida todavía y se llama: Socialismo. La historia no ha terminado, es por ésto que la honestidad intelectual de periodistas como Carlos Aznárez ha sido criminalizada y por último – silenciada.

Aquello a lo que estamos asistiendo es un ataque gravísimo al derecho de los pueblos a la Resistencia. Se trata de un alarma que debe acudir a todos, trabajadores y estudiantes, reactivando en ellos el sentido de pertenencia a una clase, que esta siempre más, bajo ataque, a nivel internacional y que ha sido dejada sola por parte de los partidos de una asì mal llamada “izquierda”, actualmente descarrilada, y a la deriva de conceptos “Post (post-estructuralismo, post-marxismo, post-modernismo) e filo-imperialistas.

Se necesita tomar ejemplo de todos estos acontecimientos: a la amenaza imperialista y fascista de aplicar un nuevo órden mundial a estrellas y barras, los pueblos trabajadores de todo el tricontinente han respondido escogiendo la línea de la lucha revolucionaria contra el imperialismo, donde Rusia con su potetencial tecnológico – militar, el ALBA-TCP con su política económica y social alternativa al sistema capitalista, Cuba y Venezuela bastiones de la dignidad bolivariana y martiana en toda la Patria Grande, estan rediseñando los sueños y las esperanzas de muchos de jóvenes y trabajadores que desde cada rincón y camino revolucionario de nuestro infinito universo, se alzan en lucha abrazando la batalla de las ideas para la reconstrucción de una teoría revolucionaria sobre la base del pensamiento de Marx y Lenin, hoy más actuales que nunca.

En el caso de Carlos Aznárez, estan actuando fuerzas oscuras alineadas a los intereses de estado norteamericano, aquellas fuerzas que en los años setenta del siglo pasado han puesto en marcha la Operación Cóndor.

A todo esto debemos decir: nunca más otro Plan Cóndor! Frente al ataque fascista e imperialista contra nuestro compañero de lucha Carlos Aznárez, ha llegado la hora de lanzar la unidad revolucionaria de todos los humildes de la tierra, de todas las mujeres y los hombres de espaldas rectas.

Gritemos en la cara a estos mercaderes del imperialismo:

TODOS SOMOS RESUMEN LATINOAMERICANO!   YO SOY CARLOS AZNAREZ!

ALBAinformazione y el Diario “Revolucionarios al Poder”, lanzan un llamado a la subscripción electrónica en solidaridad con Carlos Aznárez que ya está circolando e invita a todos los compañeros y compañeras a lanzar un encuentro de todos los medios de comunicación alternativos a la guerra mediática a estrellas y barras, para hacer una plataforma y la unidad combativa en el plan informativo.

Redacción ALBAinformazione – por la amistad y la solidaridad entre los pueblos
Redacción Diario “Revolucionarios al Poder”

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EXXON Mobil e la geopolitica petrolifera imperialista

Exxon Mobil

di Adrián Figueroa León* 
http://www.omal.info

¿Quali sono le radici della Exxon Mobil?

Exxon Mobil è un’impresa erede della Standard Oil Company, fondata da John Rockefeller nell’anno 1870. Essa si costituì come il primo grande monopolio del settore petrolifero che, nel suo momento di maggiore spicco, giunse a dominare tutti i processi concernenti l’esplorazione, la produzione, la raffinazione e la commercializzazione, fino a controllare il 90% del mercato dell’energia americano.

La società nordamericana e il suo governo le imposero una legge antimonopolio nel 1911, la quale obbligava a Rockefeller di smembrare la Standard Oil Company in varie aziende. Tuttavia questa misura non produsse dei grandi risultati su questo megaemporio petrolifero che, per giunta, controllava la rete ferroviaria addetta al settore dei trasporti degli idrocarburi, la Union Tanker Car Company [1].

Exxon Mobil, anche conosciuta a livello mondiale come ESSO, formò parte del gruppo delle “7 sorelle petroliere”, denominate così da Enrico Mattei – fondatore dell’ENI –, poiché facente parte del cartello petrolifero più potente del pianeta. Questo cartello si ripartì il mondo per il controllo del petrolio, mediante la stipulazione di accordi segreti. Lo compongono la Standard Oil of New Jersey; la Texas Oil Company; la Standard Oil di California; la Gulf Oil Corporation; la Socony Mobil Oil; la Royal Dutch-Shell e la British Petroleum. Secondo Bergier e Thomas (1968) [2] queste aziende lottavano in qualsiasi parte del mondo dove fosse presente un pozzo di petrolio e si battevano contro qualunque iniziativa sovrana da parte di qualche paese produttore di petrolio. La storia di questa corporazione petrolifera che forma parte del Complesso Militare Industriale Finanziario e delle Comunicazioni nordamericano, è una storia che si contraddistingue dalla spoliazione, l’evasione delle imposte, l’ingerenza, le aggressioni all’ambiente e le violazioni sistematiche del diritto internazionale. Inoltre è intimamente collegata con il Dipartimento di Stato e con i settori dell’estrema destra nordamericana.

Persino il celebre scrittore Steve Coll [3] ha avuto il coraggio di documentare nel suo libro Private Empire Exxon Mobil and American Power, che l’Exxon Mobil è una superpotente corporazione petrolifera che ha come unico obiettivo quello di controllare le riserve d’idrocarburi del pianeta e per raggiungere questo scopo commette crimini e agisce ai margini delle leggi internazionali.

Vale la pena menzionare che l’Exxon Mobil è stata una delle principali aziende che finanziò la campagna elettorale del repubblicano George W. Bush e ha un avuto un peso vitale al momento di decidere se avviare l’aggressione contro l’Iraq.

Questa corporazione petrolifera è stata la responsabile a che gli Stati Uniti, in quanto paese con il maggiore consumo di energia del pianeta, rifiutassero il Protocollo di Kyoto che stabiliva la riduzione dei gas serra. Inoltre è additata d’influenzare il governo nordamericano e di manipolare l’opinione pubblica, affinché non prendesse nessuna misura contro il riscaldamento globale. Ha persino raggruppato trenta organizzazioni per concepire una strategia mediatica che mettesse in dubbio il processo di cambio climatico. [4]

È stata anche l’azienda che nel 1989 provocò il catastrofico disastro ecologico in Alaska con la fuoriuscita di petrolio da parte della nave Exxon Valdez.

Secondo quanto hanno segnalato Thomas Seifer e Werner Klaus (2008) [5] Exxon Mobil ha partecipato in operazioni di estrazione nelle acque dell’Angola, paese che dipende del 90% delle imposte petrolifere. La stragrande maggioranza di quelle entrate è stata impiegata per finanziare una sanguinosa guerra civile in quel paese.

Exxon Mobil ha costruito un oleodotto di 1.070 kilometri tra il Ciad e il Camerun. Il governo del Ciad ha utilizzato una parte del denaro ricevuto per acquistare armi. Per giunta, durante la costruzione dell’oleodotto, sono state commesse violazioni dei diritti umani contro le persone che in qualche modo si erano opposte contro questo impianto petrolifero.

In Indonesia Exxon Mobil ha collaborato con l’esercito dell’ex dittatore Suharto [6] accusato di aver commesso crimini contro l’umanità, tra i quali si possono elencare le esecuzioni di massa e le sparizioni forzate. Nel 2001 la popolazione indonesiana ha accusato l’Exxon Mobil davanti a un tribunale nordamericano per la sua complicità durante le esecuzioni illegali, le sparizioni forzate e le torture eseguite dai soldati indonesiani. Tuttavia questa inchiesta si è arenata perché il governo nordamericano comunicò alla Corte di lasciar andare questo caso, giacché avrebbe potuto nuocere gli interessi degli USA.

Allo stesso modo Exxon Mobil è stata responsabile della distruzione dell’habitat nei paesi come la Nigeria, l’Ecuador, il Perù e la Colombia, come conseguenza dello sfruttamento predatorio e irrazionale degli idrocarburi.

Perché la Exxon Mobil dichiara guerra contro il Venezuela?

Nonostante l’attività petrolifera in Venezuela fosse controllata per circa 90 anni dalle grandi transnazionali, con l’arrivo del Comandante Hugo Chávez alla Presidenza della Repubblica si è iniziata a strutturare una politica petrolifera innanzitutto nazionale, vincolata alla sovranità e all’interesse del popolo venezuelano.

Allo stesso modo si sono avviati un insieme di azioni da parte dello Stato venezuelano favorevoli al recupero del giusto valore del petrolio, il diritto di amministrarlo sovranamente a favore degli interessi del popolo venezuelano e il suo impiego come strumento per risolvere le asimmetrie in ambito energetico verso l’avanzata dell’ideale bolivariano dell’unione dei popoli dell’America latina.

Tra gli eventi salienti dello Stato venezuelano si può citare quello sull’approvazione delle norme a livello costituzionale che sono state incorporate negli articoli 302 e 303 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dove si legge che lo Stato si riserva la funzione di gestire gli idrocarburi per ragioni strategiche, sovrane e d’interesse nazionale.

Allo stesso modo viene approvata nel 2001 e con successiva riforma nell’anno 2006, la Legge Organica degli idrocarburi, la quale regola tutto quanto concerne l’esplorazione, lo sfruttamento, la raffinazione, l’industrializzazione, il trasporto, l’immagazzinamento, la commercializzazione e la conservazione degli idrocarburi. Così come anche tutto quello che concerne i prodotti raffinati e i processi che questo tipo di attività richiede.

Vale la pena non perdere di vista i precedenti che si stanno elencando, giacché sotto questo nuovo regime fiscale e con la politica della Piena Sovranità Petrolifera, il Venezuela non solo recupera il controllo dell’attività degli idrocarburi da parte dello Stato venezuelano, ma anche una nuova visione politica del Governo Bolivariano, fondata sul principio di Sovranità, Indipendenza e la subordinazione dell’attività petrolifera all’interesse popolare, con la quale si dà inizio alla gestazione di una campagna di aggressione da parte dei grandi centri del potere mondiale con l’appoggio dell’oligarchia venezuelana, che in precedenza controllava la rendita petrolifera a favore dei propri interessi antinazionali.

In questa maniera il Venezuela si trasforma in un laboratorio, dove si applicano le diverse formule destabilizzanti dello Stato venezuelano e del suo potere politico, tali come il colpo di stato del 2002, il sabotaggio petrolifero (2002-2003), il sabotaggio elettrico, il paramilitarismo e la guerra economica.

Mediante la politica della Piena Sovranità Petrolifera si riesce a capovolgere il nefasto Accordo Petrolifero, il quale si contraddistingueva per la sua politica pusillanime e antinazionale che aveva smontato il regime fiscale con la diminuzione delle entrate e con la conseguente privatizzazione di una buona parte delle attività di PDVSA, facendo uso di meccanismi come gli Accordi Operativi e le cosiddette Associazioni Strategiche.

Nell’ambito della politica venezuelana sulla Piena Sovranità Petrolifera [7], il 27 febbraio 2007 si promulga un decreto di nazionalizzazione degli accordi di associazione della fascia petrolifera dell’Orinoco e gli accordi di sfruttamento a Rischio e Guadagni Condivisi che si erano stipulati con le ditte transnazionali.

Sulla base del decreto di nazionalizzazione della fascia petrolifera dell’Orinoco si procedette con la riconversione di tutti i progetti che si sviluppavano in quel luogo, dove operavano le transnazionali British Petroleum, Total, ENI, Statoil, ecc., con l’introduzione della compartecipazione mista. Solo due ditte non vollero né negoziare né accettare la subordinazione al nuovo regime fiscale venezuelano. Queste ditte sono la Conoco Phillips e l’Exxon Mobil.

Exxon portò avanti una serie di azioni legali contro PDVSA, attraverso tribunali internazionali. Avvalendosi dell’uso di stratagemmi mediante i tribunali britannici, cercò di fare pressione su PDVSA, chiedendo alla principale compagnia petroliera statale venezuelana un indennizzo di oltre 12 miliardi di dollari per aver nazionalizzato l’area di Cerro Negro, dove operava l’Exxon Mobil.

In seguito l’Exxon Mobil, impegnata a porre in scacco PDVSA e la Repubblica Bolivariana del Venezuela, intraprese una serie di manovre legali come l’arbitraggio internazionale davanti ai tribunali britannici e olandesi – figura introdotta durante l’Accordo Petrolifero – con lo scopo di ottenere i 12 miliardi di dollari in beni congelati. Tuttavia la Camera di Commercio Internazionale concede a Exxon Mobil un indennizzo di 908 milioni di dollari. Exxon ripresenta un’altra querela a PDVSA attraverso il CIADI (Centro Internazionale per il Concordato delle Differenze Riguardanti gli Investimenti), la quale ne esce con un accordo favorevole, giacché il CIADI pronunciò il verdetto per 1.591 milioni di dollari dei quali PDVSA aveva già pagato 907 milioni di dollari.

Con la sentenza del CIADI del 2014 si sono ridotte le ambizioni dell’Exxon Mobil, la quale rimane esclusa dalla possibilità di fare affari con il Venezuela. Tuttavia questa predatrice transnazionale della geopolitica dell’impero nordamericano, è tornata alla carica contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, inserendosi il 5 marzo 2015 nel blocco Stabroek, appartenente alla zona marittima della Guyana Esequiba o Territorio Esequibo, il quale è in reclamo da parte del Venezuela, a soli alcuni minuti dal maggior serbatoio di petrolio del pianeta.

* Adrián Figueroa León, Dottore in Scienze dei Rapporti Internazionali dell’università Militare Bolivariana del Venezuela (UMBV). Ricercatore di temi energetici nell’ambito dell’America latina e Caraibi preso l’Universidad Militar Bolivariana de Venezuela (UMBV), http:comitesocialista.blogspot.com

  

Note:

 [1] Lepic, Arthur (2005): Exxon Mobil, proveedor oficial del imperio. Pagina disponibile nell’URL http://www.voltairenet.org/article124563.html

[2] Bergier, Jacques; Thomas Bernard (1968): La guerra Secreta del Petróleo, Barcelona, España, Plaza y Janes Editores.

[3] Steve Coll (2012): Los secretos sucios de ExxonMobil en Indonesia, Nigeria y Washington: Pagina disponibile nell’URL http://www.democracynow.org/es/blog/2012/5/7/steve_coll_y_los_secretos_sucios_de_exxonmobil_en_indonesia_nigeria_y_washington

[4] El Lado Oscuro de la Exxon Mobil (2008) , Pagina disponibile nell’URL http://elpoderdelconsumidor.org/empresas/el-lado-oscuro-de-exxon-mobil/

[5] Seifer, Thomas; Werner Klaus (2008): El Libro Negro del Petróleo, una historia de codicia, guerra, poder y dinero, Le Monde Diplomatique, Buenos Aires, Argentina.

[6] Indonesia: What did Mobil Kwow?, Business Week, 28/12/1998.

[7] PDVSA(2013) Serie Programa de Educación Soberanía y Siembra Petrolera, No 1, Caracas, Venezuela.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Siamo tutti Carlos Aznárez!

Comunicato Stampa

Apprendiamo con profondo disgusto che è in corso un’indagine nei confronti del compagno argentino Carlos Aznárez, direttore di Resumen Latinoamericano, rivista di analisi e di notizie ampliate dal sud del mondo che resiste contro la barbarie del capitalismo e dell’imperialismo yankee.

La redazione di ALBAinformazione esprime la propria solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di Resumen Latinoamericano, che hanno dimostrato in questi anni quanto sia importante la battaglia delle idee contro la guerra mediatica, psicologica e culturale portata avanti dagli USA, attraverso i principali mezzi di comunicazione internazionali.

La lettera che Carlos Aznárez ha ricevuto da Google, nella quale il grande gigante internet statunitense, informa il direttore di Resumen Latinoamericano di dover consegnare i dati privati del suo profilo google al tribunale penale argentino, per via di una denuncia dal DAIA perché “colpevole” di essere solidale con la legittima lotta del popolo palestinese contro l’entità sionista israeliana, si inseriscono – invero – in quella ristrutturazione dei diritti individuali di ogni cittadino e che significano:

la cancellazione di leggi e la creazione di nuove regole fatte ad hoc a tutela degli interessi imperialisti USA e del suo “braccio armato”, il sionismo;

la complicità dei governi europei nel permettere di cancellare con un colpo di spugna le più elementari regole del diritto alla libertà di pensiero e della privacy;

il rifiuto del potere giudiziario spagnolo nel riconoscere il diritto assoluto di un popolo a sollevarsi con ogni mezzo necessario, la dove si ponga in essere un sopruso su di esso (secondo quanto si evince dalla stessa Carta dei Diritti dell’ONU).

Il mondo è di fronte a cambiamenti epocali: mai nella storia dell’umanità sono avvenuti cambiamenti politici di così grande rilevanza come in questi ultimi vent’anni, dove vediamo che dal crollo dell’URSS negli anni novanta del secolo scorso siamo passati da un sistema delle relazioni internazionali di carattere bi-polare (USA-URSS), a uno unipolare (USA), a quello che non pochi analisti definiscono come sistema di nuovi paradigmi verso un mondo multipolare. L’elemento rilevante di questi nuovi paradigmi è senz’altro la questione che gli USA, hanno ormai perso, o vanno sempre più perdendo, la loro supremazia politica, economica e anche militare davanti a nuovi attori che si fanno strada nel complesso sistema delle relazioni internazionali, affossando sempre più la geopolitica imperialista USA in tutto il tricontinente.

All’interno di questo scenario internazionale, va sottolineato il ruolo strategico che riveste la Nuestra América, la Patria Grande di Bolivar e Martí e di tutti i Libertadores dell’America Latina. Un’America Latina che attraverso accordi e alleanze come l’ALBA-TCP, la UNASUR, la CELAC, Mercosur e il G77+Cina, per esempio, marciano “en cuadro apretado” verso la seconda e definitiva indipendenza.

All’interno di questo processo bolivariano va rilevato che l’America Latina non è sola e attraverso le nuove triangolazioni (America Latina, Russia e Cina) sta mostrando ai lavoratori di tutto il mondo (anche qui in Europa) che dopo il neoliberalismo c’è ancora vita e si chiama: Socialismo. La storia non è finita, è per questo che l’onesta intellettuale di giornalisti come Carlos Aznárez è criminalizzata e – infine – silenziata.

Quello a cui stiamo assistendo è un attacco gravissimo al diritto dei popoli a Resistere. Si tratta di un campanello d’allarme che deve scuotere tutti, lavoratori e studenti, riattivando in loro il senso di appartenenza ad una classe, che è sempre più sotto attacco a livello internazionale e che è stata lasciata sola sia dai partiti della “sinistra”, ormai allo sbando, e alla deriva di concezioni “Post” (post-strutturalismo, post-marxismo, post-modernismo) e filo-imperialiste.

Ce ne rendiamo conto se pensiamo a quanto è avvenuto durante il corteo NO NATO svoltosi a Napoli lo scorso 24 ottobre, là dove partitucoli pseudo-marxisti, ma in realtà fabbricati dal Dipartimento di Stato nordamericano e dalla CIA, o comunque ad essi funzionali, si sono lanciati in azioni di provocazione contro i militanti antimperialisti napoletani, colpevoli di difendere la giusta guerra di tutto un popolo – quello siriano – e del suo governo costituzionale – quello del compagno Assad – contro le bande fasciste e mercenarie del cosiddetto Stato Islamico, esercito paramilitare addestrato e finanziato dalla CIA.

Bisogna trarre esempio da questi avvenimenti: alla minaccia imperialista e fascista di applicare un nuovo ordine mondiale a stelle e strisce, i popoli lavoratori di tutto il tricontinente hanno risposto scegliendo loro la linea della lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo, dove la Russia con il suo potenziale tecnologico-militare, l’ALBA-TCP con la sua politica economica e sociale alternativa al sistema capitalista, Cuba e Venezuela bastioni della dignità bolivariana e martiana in tutta la Patria Grande, stanno ridisegnando i sogni e le speranze di non pochi giovani e lavoratori che da ogni angolo e sentiero rivoluzionario del nostro infinito universo, si alzano in lotta abbracciando la battaglia delle idee per la ricostruzione di una teoria rivoluzionaria sulla base del pensiero di Marx e Lenin, oggi più che mai attuali.

Nella vicenda di Carlos Aznárez, stanno agendo forze oscure allineate agli interessi di stato nordamericani, quelle stesse forze che negli anni Settanta del secolo passato hanno messo in marcia l’Operazione Condor.

A tutto questo dobbiamo dire: mai più un’altro Piano Condor! Di fronte all’attacco fascista e imperialista contro il nostro compagno di lotta Carlos Aznárez è giunta l’ora di rilanciare l’unità rivoluzionaria di tutti gli umili della terra, di tutte le donne e gli uomini dalle spalle dritte.

Gridiamolo in faccia a questi pennivendoli dell’imperialismo:

SIAMO TUTTI RESUMEN LATINOAMERICANO! IO SONO CARLOS AZNAREZ!

ALBAinformazione e il Diario “Revolucionarios al Poder”, lanciano l’appello alla sottoscrizione elettronica in solidarietà con Carlos Aznárez che già sta girando e invita tutte le compagne e i compagni a rilanciare un incontro di tutti i mezzi di comunicazione alternativi alla guerra mediatica a stelle strisce, per lanciare una piattaforma e l’unità combattiva sul piano informativo.

Redazione ALBAinformazione – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli

L’urgente necessità che si rafforzi l’Alleanza Bolivariana ALBA-TCP

di Vincenzo Paglione

Per la prima volta nella storia del sistema-mondo, iniziato nel XV secolo con la scoperta di nuovi spazi geografici, si assiste alla costruzione di Stati continentali con un potere politico, economico, scientifico-tecnologico, militare e culturale con una territorialità geografica, per l’appunto, di tipo continentale.

È ormai assodato che il processo di globalizzazione capitalistica lo stanno regolando Stati continentali come USA, Cina, Federazione Russa, India e Unione Europea. L’America latina si trova di fronte alla sfida del passaggio dallo Stato-nazione, come prodotto della frammentazione della prima indipendenza che condussero i libertadores Simón Bolívar, José Artigas e San Martín, allo Stato continentale. Ma l’unità politica latinoamericana non sarà possibile se prima non s’inizia con la reintegrazione dell’America del Sud.

Questo processo di unificazione territoriale ha un significato storico, poiché incarna un nuovo ideale. Ma per quale nuovo ideale politico e civile è perseguita l’unificazione dell’America meridionale?

Non è difficile rispondere a questa domanda, o meglio, se si evita l’errore commesso dalla nuova Europa del mercato comune (che ha dato origine a un sistema normativo e a un apparato tecnocratico sovranazionale finalizzati a promuovere il completo dominio dell’economia finanziaria globalizzata sulla società), quest’unità continentale sarà in grado di dare maggiore forza al Messico, all’America Centrale e alle isole caraibiche, poiché sono spazi che conformano la frontiera geoculturale che confina con gli Stati Uniti.

Nondimeno ciò richiede una nuova prospettiva di controllo storica e la ricerca di nuovi itinerari cooperativi che evitino lo spossessamento di ogni indipendenza politica e culturale che la standardizzazione del modello unipolare americano vuole spianare. Un simile mondo unipolare e standardizzato esige solo dei vassalli.

Prendendo il via da questa prospettiva il Venezuela, il Brasile e l’Argentina se sono risoluti a evitare che gli altri paesi dell’America del Sud sottoscrivano ulteriori trattati di libero commercio con gli Stati Uniti (come è già avvenuto con la firma del TPP da parte del Cile e del Perù), spostandosi su piani sempre più lontani e più difficilmente contrastabili a livello politico e finanziario. Sono, quindi, obbligati e responsabilizzati a incentivarli verso la scelta unitaria ed elargire l’aiuto necessario come aveva già preconizzato il Comandante Hugo Chávez. Altrimenti senza la creazione di uno Stato continentale, gli Stati frammentati che conformano il continente latinoamericano eserciteranno il ruolo di protagonisti e non quello di attori della storia.

Che cosa fare allora? A livello continentale occorre combattere le esigenze sovranazionali che appoggiano le politiche neoliberistiche e di smantellamento di ogni forma di protezione sociale. Occorre infine iniziare con il realizzare una profonda riforma che si snodi attraverso una sudamericanizzazzione dei contenuti culturali della propria popolazione. “O inventiamo o sbagliamo”, sono le parole che proferì il maestro del Libertador Simón Bolívar.

Difatti con queste parole Simón Rodríguez prospettò la necessità di stabilire che solo con l’indipendenza culturale può esistere l’indipendenza politica per cominciare a costruire una società affrancata dalla barbarie liberista. In caso contrario diverrà molto difficile dotare di capacità strategica e operativa lo Stato continentale latinoamericano sognato dal Comandante Chávez.

[Scritto per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Siria, XII Congresso del PCU: «Difesa della patria e lotta al terrorismo»

da lantidiplomatico

Il Partito Comunista Unificato siriano (PCU) ha inaugurato, oggi, i lavori per il XII Congresso ribadendo il proseguimento della lotta con il popolo, l’esercito e il Governo guidato dal presidente Bashar al-Assad.

Il segretario generale del PCU, Hunein Nemer, ha sottolineato a tutti i membri del partito e agli ospiti del Congresso, che il compito principale ora è quello di difendere la patria e continuare a lottare per eliminare i gruppi terroristici che operano in Siria dal 2011.
 
Ha sottolineato che i comunisti siriani difendono da un lato la ricerca di soluzioni politiche e pacifiche alla crisi, ma dall’altro ribadiscono l’appoggio alla resistenza e alla lotta contro il terrorismo, per ripristinare la sicurezza in tutti i territori.
 
Nel suo discorso, Nemer ha reso omaggio ai martiri della guerra siriana imposta al Paese arabo, e alle decine di militanti comunisti uccisi nella difesa della patria.
 
Egli ha inoltre sottolineato l’importanza del XII Congresso in questo momento storico, e ha evidenziato l’importanza delle sfide che i comunisti siriani si troveranno ad affrontare in futuro.
 
Nemer ha anche menzionato la solidarietà internazionale, in particolare, l’aiuto decisivo della Russia in tutti i campi, l’Iran, il partito libanese di Hezbollah, così come Cuba, Venezuela, Brasile, Corea del Nord e Sud Africa nei diverse contesti del panorama internazionale.
 
Al Tavolo della Presidenza del congresso comunista erano presenti Chaaban Azuz, membro della direzione regionale del Partito arabo socialista Baath e segretario dell’Unione dei lavoratori siriani, così come i segretari generali e i leader dei partiti che compongono il Fronte Nazionale Progressista.
 
Presenti numerose delegazioni dei partiti comunisti arabi, i rappresentanti dei partiti e delle organizzazioni palestinesi in Siria, personalità della politica e della vita sociale del paese arabo, così come esponenti del corpo diplomatico accreditato a Damasco.
 
Gassan Abdelaziz Othman, segretario generale del partito al-Ahed, ha parlato a nome dei partiti del Fronte Nazionale Progressista, mentre Abu Ahmed Fouad, come segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, è intervenuto a nome delle organizzazioni palestinesi presenti.
 
Il delegato del Partito Comunista della Federazione Russa nell’incontro con i partiti comunisti arabi, ha letto un messaggio di congratulazioni del Segretario Generale, Gennadi Zyuganov.
 
Lo slogan del XII Congresso del PCU è “difesa della patria e lotta al terrorismo”. Il congresso durerà due giorni, si discuterà di problematiche politiche, economiche, sociali e si eleggeranno i nuovi dirigenti del partito.

In ogni ambito del senso comune ci aspetta una lunga battaglia

posda cubainformacion.tv

Intervista realizzata da Davide Angelilli a Ciro Brescia che ha partecipato con la delegazione italiana alla quinta Escuela de Verano e all’incontro latino americano progressista realizzato a Quito in Ecuador nel mese di settembre. Ciro Brescia è parte del progetto informativo ALBAinformazione per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli, sito dell’Associazione Nazionale delle Reti di Organizzazioni Sociali (ANROS Italia), aderente alla Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”.

Come è stato l’incontro latinoamericano progressista? Qual è stato il messaggio che più si è ascoltato?

Abbiamo partecipato alla quinta scuola di Verano organizzata dal Ministero delle relazioni estere e della mobilità umana dell’Ecuador. Giovani provenienti da giardino dei paesi dell’America Latina e del mondo Hanno condiviso per due settimane lezioni ed escursioni per conoscere la realtà dell’Ecuador della rivoluzione cittadina e della proposta del Sumak Kwsay, El buen vivir ecuatoriano. Dall’Italia abbiamo partecipato in due, con Danilo Della Valle, che inoltre ha avuto l’onore di partecipare all’atto del cambio di guardia al palazzo presidenziale Carondelet insieme al presidente Rafael Correa.

Alla fine della scuola abbiamo partecipato anche al Secondo Incontro Latinoamericano Progressista, del quale ci ha molto colpito il discorso di Álvaro García Linera, il vicepresidente della Bolivia, che ha sottolineato l’imprescindibile necessità di prendere in mano le redini del potere dello Stato: prima di tutto, se vuoi trasformare il potere dello Stato, devi prenderlo nelle tue mani.

“Salvo il potere tutto è illusione”, diceva Lenin, e in questo senso l’ha anche sottolineato Diego Vintimilla Jarrím, il più giovane deputato dell’Ecuador e militante del Partito comunista ecuatoriano, come ci ha tenuto a precisare la presidenta dell’Assemblea nazionale, Gabriela Rivadeneira, anche lei molto giovane, e come ci ha tenuto a ricordare anche il compañero ministro degli esteri, Ricardo Patiño.

Álvaro García Linera ha approfittato di questa occasione per reiterare la sua dichiarata visione leninista e per ricordare ai partecipanti che non si può scindere dell’apporto di Lenin, né dal pensiero di Gramsci, dalla “connessione sentimentale con le masse”. “Gramsci senza Lenin è come la tenerezza senza la vittoria”, ha commentato Garcia Linera.

Considero inoltre che ci sono altri apporti che devono essere valorizzati nei processi rivoluzionari, imprescindibilmente, come quelli di Mao, e nello specifico in relazione all’applicazione della linea di massa, che è comunque collegata a ciò che lo stesso Gramsci ci dice. In poche parole: Dobbiamo imparare ad inserirci in ogni situazione concreta con l’obiettivo di individuare la parte più avanzata (possiamo parlare in questo senso di “sinistra”), avvicinare a questa la parte che sta nel mezzo, (“il centro”), al fine di isolare la parte più arretrata (“la destra”).

Dobbiamo anche comprendere che c’è sempre una lotta fra due linee che si scontrano per determinare la propria influenza sulle masse, non solo, ma anche nelle file della stessa organizzazione, e persino fin dentro noi stessi; tale dinamica si realizza coscientemente attraverso una lotta ideologica attiva. In quest’ambito, la lotta di classe continua anche se sotto forma diversa nella fase di transizione socialista (dal capitalismo al comunismo); la rivoluzione proletaria si esprime nei paesi bersaglio dell’imperialismo in quanto rivoluzione di nuova democrazia per poi passare alla fase della rivoluzione socialista.

Qual è stata la partecipazione dell’Italia?

L’unico invitato italiano ufficiale alla ELAP è stato il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista rappresentante della seconda forza politica del Parlamento italiano. Nel Parlamento italiano non esistono forze “di sinistra”, ad esclusione del Pd è di Sel che nonostante continuino a dichiararsi tali, come la socialdemocrazia europea, in fin dei conti, in un modo o in un altro, finiscono per appoggiare le aggressioni imperialiste (in genere attaccano sempre la Rivoluzione Bolivariana…). Pertanto a dire il vero mi sembra che molto poco possono dirsi di sinistra, nonostante si presentino come tali, in molti casi utilizzando in maniera strumentare il discorso dei migranti per apparire quello che non sono.

D’altro canto, il Movimento 5 Stelle, seppur rifiutando di posizionarsi sull’asse destra-centro-sinistra, è ogni giorno più impegnato a dare a conoscere in Italia la realtà delle proposte dell’ALBA-TCP che vede il protagonismo di Cuba, del Venezuela, dell’Ecuador, della Bolivia, del Nicaragua e alcune isole dei Caraibi, e allo stesso modo lo facciamo noi come ALBAinformazione.

Io stesso sono iscritto alla piattaforma del Movimento 5 Stelle, con il quale ho partecipato alle elezioni regionali della mia regione, la Campania, già nel 2010, quando ancora il movimento non era molto conosciuto e aveva molto poco ritorno elettorale. Il Movimento 5 Stelle non nasce da una base ideologica precostituita, piuttosto come associazione cittadina dove si esercitano forme di democrazia diretta, con le quali tutte e tutti possono partecipare ad esprimersi, senza doversi iscrivere ad alcun partito.

Alessandro Di Battista conosce molto bene l’America Latina, poiché l’ha percorsa, zaino in spalla, in lungo e largo macinando 80.000 km in due anni, toccando con mano la realtà dei popoli latino americani. Il suo discorso è stato molto apprezzato dai giovani ecuadoriani, più d’uno ha chiesto di farsi fotografare con lui; come ha affermato la compagna italo-cubana Ida Garberi, sembrava quasi essere diventato più famoso dei cinque!

Qui il discorso di Di Battista alla ELAP: https://www.youtube.com/watch?v=hj_2FH4M7bg

Personalmente poco mi interessa che lui non si definisca di sinistra o comunista, considero più importante che sia una persona onesta; oggi i processi progressisti rivoluzionari latino americani hanno bisogno di avere un ampio sostegno e molti amici a livello internazionale, molto più in là degli “addetti ai lavori”, degli “esperti di marxismo” e simili, che inoltre non sono nemmeno molti: l’identitarismo serve soltanto per soddisfare ego personali di coloro che credono di essere più rivoluzionari di altri, non molto di più, e a volte nel concreto della trasformazione della realtà riescono solo a fare danni.

Quali sono stati i principali momenti di controversia e dibattiti (estrattivismo, relazioni Stato movimenti sociali)?

Il discorso di Álvaro García Linera nella sua conferenza magistrale è stato molto chiaro, ed è stato ben apprezzato anche dal sociologo e politologo argentino Atilio Alberto Borón, cosa che mi sembra importante evidenziare.

Esiste una cosiddetta “sinistra”, che ritiene di essere sempre a più “a sinistra” di altri. Gli ultra-sinistri finiscono sempre per rivelarsi i migliori alleati dell’oligarchia, della borghesia imperialista, come ha sottolineato Linera, come succede in Venezuela con il partito autodenominato “Bandiera Rossa”, che scende in piazza con la destra, lo stesso accade con alcuni sedicenti maoisti – e ovviamente anche “trotzkisti” – in Ecuador.

Lo stesso Correa ha fatto riferimento a questo aspetto nei suoi discorsi, come Linera quando parla degli “ecologisti ingenui”, la cui unica parola d’ordine è “basta con l’estrazione”, dalla notte alla mattina, di qualsiasi materia prima. Non a caso certi personaggi sono sostenuti da ONG molto conosciute, affermano sempre Linera e Correa, con i soldi delle oligarchie imperialiste, e bene lo sa, e lo denuncia Evo Morales.

Inoltre ritengo che ci troviamo in una lotta di lunga durata, che non si risolverà da un giorno all’altro, ed è proprio per questo che abbiamo bisogno di elaborare strategie chiare ed avere la massima flessibilità tattica necessaria. Di fronte a noi ci aspetta una lunga guerra popolare rivoluzionaria per farla finita con l’imperialismo, una guerra che non si riduce semplicemente e crudamente sul piano militare armato, parlo di qualcosa di più sottile, che si combatte giorno dopo giorno sul piano in ogni ambito del senso comune.

Basti pensare che oggi gli Stati Uniti stanno ammettendo in maniera aperta e sfacciata che i loro agenti addestrano i criminali in Siria, e non hanno nemmeno vergogna di denunciare che questi mercenari sono colpiti dalla forza aerea russa!

La guerra seminata dall’imperialismo è questa e non esistono terze vie di comodo da scegliere: o stai dalla parte dell’imperialismo ed i sui criminali e lacchè, veri nazifascisti, con i fanatici taglia-gole che si definiscono “islamici”, o stai dalla parte dei popoli in resistenza con i suoi alleati. O ti collochi in uno dei due lati della barricata, o sei parte della barricata.

Correttamente García Linera ha evidenziato come non abbia senso giustapporre la cosiddetta “guerra di movimento” contro “la guerra di posizione”, allo stesso modo non ha senso mettere in contraddizione Gramsci e Lenin, i due sono elementi intrecciati dialetticamente che si articolano in maniera diversa a seconda dei casi.

Lo stesso discorso vale quando si parla delle relazioni tra il potere costituito e il potere costituente, certamente ci appoggiamo sul secondo per spingere il primo, poiché sono le prospettive del secondo che devono prendere in mano le redini della costruzione umanizzante, ciò per quanto riguarda i termini del discorso nella relazione stato-movimenti sociali.

Cuba era presente con i Cinque. Come avete vissuto questo momento?

La partecipazione dei Cinque è stata davvero una festa, negli ultimi vent’anni siamo stati attivi quasi in ogni angolo del mondo per far conoscere il caso dei Cinque. Fidel disse: torneranno. E così è stato.

In Italia anche alcuni compagni nel 2010, sono stati perseguiti e condannati proprio pochi mesi fa, avendo partecipato ad alcune attività in solidarietà con Cinque. È successo anche alla mia città Napoli.

Di seguito alcuni video del presidio presso il Consolato degli Stati Uniti a Napoli, che evidenziano le provocazioni degli agenti imperialisti quando tentarono di sottrarci il nostro striscione strappandocelo dalle mani:




Vedere il ministro degli Esteri Ricardo Patiño cantare – lui sì che è un vero cantante – Insieme ai Cinque eroi cubani la dice lunga.

La presenza dei cinque nella ELAP ci dice che stiamo vincendo, cosa che ci riempie di orgoglio tutte e tutti, ma allo stesso tempo sappiamo che la lotta si farà più difficile e ancora più dura, non possiamo avere alcuna fiducia della borghesia imperialista, ní un tantico así, come già ci disse Che Guevara a suo tempo, e di questo siamo ben coscienti. Cuba continua ad essere il faro di riferimento dell’America Latina e qualcosa dice anche a noi europei di oggi.

Vuoi aggiungere altro?

I giorni della Escuela de Verano il compañero Patiño era impegnato come mediatore, nell’ambito della Unasur, in relazione alla crisi della frontiera fra Colombia e la Repubblica Bolivariana del Venezuela. Nel giorno in cui era proprio lui a darci lezione al palazzo del ministero degli Esteri, si notava che era molto preso dalla questione fra i due paesi, molto attento al telefono, ogni 15 minuti arriva una telefonata importante a cui doveva rispondere, la lezione era diventata a capitoli… dopo la terza telefonata ci informa della lieta notizia che abbiamo accolto con un lungo applauso: l’azione di mediazione aveva raggiunto il suo obiettivo di far incontrare a Quito, Maduro con il presidente della Colombia Santos, qualche giorno dopo infatti abbiamo partecipato al comitato di benvenuto del presidente Maduro all’aeroporto di Quito.

Si notava facilmente che Ricardo Patiño era molto soddisfatto e contento; noi della Escuela de Verano siamo stati i primi ai quali ha commentato l’avvenimento. Con un largo è contagioso sorriso ha approfittato per darci una lezione in relazione al fatto che, come lui stesso ci ha commentato, nella vita bisogna avere il giusto tatto per relazionarsi con gli altri. Bisogna essere capaci di mostrare affetto ed empatia. In questo modo le cose riescono meglio.

Credo che Patiño oltre ad essere un buon cantante sia anche davvero un ottimo pedagogo. In qualche modo mi ha confermato qualcosa che già da tempo stavo teorizzando, per dirlo in questo modo, per costruire una democrazia effettiva questa deve essere davvero una democrazia affettiva.

Ci ha parlato a lungo del comandante Chávez, il quale lo invitava sempre, in ogni occasione utile, a cantare, e così lui sempre fa; con grande spirito di coinvolgimento ha messo tutta la scuola a cantare “Todo cambia”

Noi tutte e noi tutti dobbiamo prendere nelle nostre mani le redini del destino, anche con il canto.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Davide Angelilli]

Borón: il ritorno della geopolitica e le sue ragioni

di Atilio Alberto Borón*

Guardando le novità editoriali che negli ultimi tempi sono state pubblicate sul tema dei rapporti internazionali – o se si preferisce utilizzare un linguaggio “politicamente scorretto” ma più diafano e accessibile: l’imperialismo – si osserva la crescente presenza di opere e autori che fanno riferimento alla problematica geopolitica. La subitanea irruzione di questa tematica ci spinge a condividere una breve riflessione per due buone ragioni. La prima, perché il tema e la parola che da molto tempo erano stati espulsi, apparentemente per sempre, dall’ambito degli studi internazionali, ora si ripresenta. Proponiamo l’ipotesi, in secondo luogo, che la sua reintroduzione non presenta nulla di casuale o accidentale, bensì è un sintomo che trascende il piano della teoria e quello della semiologia: la decadenza dell’impero nordamericano.

Per quanto concerne il primo caso possiamo affermare che l’abbandono della prospettiva geopolitica non solo avvenne negli studi dei mandarini accademici, il che non rappresenta motivo di alcuna preoccupazione, ma si è fatto sentire anche nelle opere dei pensatori di sinistra, il che costituisce causa d’inquietudine. A tal punto che, e tanto è cambiato in così breve tempo, una volta conclusa la redazione del mio libro, América Latina en la Geopolítica del Imperialismo, verso la metà del 2012, e al procedere al suo ultimo esame prima di spedirlo in tipografia, pensai che fosse stato necessario introdurre un lungo paragrafo, che parzialmente riprodurrò di seguito per rispondere ai molti amici e compagni che, conoscitori della problematica che stavo indagando, mi esternarono la loro meraviglia, e in alcuni casi il loro dissenso, per il fatto di aver focalizzato la mia attenzione verso un tema, la geopolitica, associato alle motivazioni della destra più reazionaria e razzista. Da questo presupposto ho sentito la necessità di esprimere quanto segue come scritto nelle pagine iniziali del libro:

Alcune parole, precisamente, sulla problematica geopolitica. Si tratta di un aspetto che in genere la sinistra ha impiegato più tempo del conveniente nello studiare, dovuto a una serie di ragioni che non possiamo che esporre sommariamente: concentrazione nell’analisi di temi “nazionali”; visione economicista del sistema internazionale e dell’imperialismo; disprezzo della geopolitica per via della genesi reazionaria di questo pensiero e per l’uso che ne fecero le dittature militari latinoamericane degli anni settanta e ottanta del secolo scorso. La generalizzazione del concetto e le teorie della geopolitica sono presenti nell’opera di un geografo e generale tedesco, Karl Ernest Haushofer, il quale suggerì una visione fortemente determinista dei rapporti tra spazio e politica e l’inevitabilità della lotta internazionale tra i diversi Stati per assicurarsi quello che, utilizzando un concetto di sua paternità, qualificò come “spazio vitale” (Lebensraum). Il discredito di questa teoria ha a che fare con il fatto che il concetto di Lebensraum fu impiegato da Hitler per giustificare l’espansionismo tedesco che culminò con la Seconda guerra mondiale. Haushofer ebbe come fonte d’ispirazione l’opera di un geografo politico britannico, Halfor John Mackinder, il quale nel 1904 aveva scritto un molto autorevole articolo su “Il pivot [i] geografico della storia”. [1]

Credo che le ragioni per le quali dobbiamo da sinistra recuperare la problematica geopolitica – che già esisteva, anche se espressa con un altro linguaggio, nel marxismo classico! – sono d’altronde convincenti. Ma a cosa si deve che il pensiero di destra l’abbia fatta sua e che l’opera degli intellettuali organici all’impero (Zbigniew Brzezinski e Henry Kissinger, tanto per dire due nomi di grande peso) e quella degli accademici del mainstream nordamericano, faccia riferimento con sempre maggiore frequenza a considerazioni di carattere geopolitico nei loro studi e ricerche? Si tratta forse di una superficiale ed effimera moda intellettuale per sostituire il già defunto concetto di “globalizzazione”, la cui morte è stata annunciata simultaneamente dal momento della sua ascesa o c’è qualcos’altro? La nascita di questa prospettiva ha avuto luogo in un momento storico contrassegnato dal predominio delle concezioni colonialiste, imperialiste e razziste della fine del XIX e inizi del XX secolo.

Se oggi ricompare, completamente ri-semantizzata, nel pensiero contestatario è perché contribuisce con una veduta imprescindibile elaborare una visione critica del capitalismo in una fase come quella contemporanea, contrassegnata dal carattere globale del modo di produzione, la sua febbricitante depredazione dell’ambiente e le pratiche selvagge di espropriazione territoriale subite dai popoli in questi ultimi decenni. Pertanto non ci dovrebbe sorprendere che due dei principali pensatori del nostro tempo sono geografi marxisti: David Harvey e Milton Santos. Il fatto è che la politica e la lotta di classe sia a livello nazionale che internazionale non si sviluppano sul piano delle idee e della retorica, ma su basi territoriali. E l’intreccio tra territorio (con i “beni pubblici o comuni” che lo caratterizzano), progetti capitalisti di sfruttamento, spoliazione e resistenza popolare al saccheggio, inevitabilmente necessita di un trattamento dove l’analisi della geografia e dello spazio si articolino con la presa in considerazione dei fattori economici, sociali, politici e militari. Nel nostro tempo, contrassegnato dalla devastazione capitalista dell’ambiente fino a giungere livelli prima sconosciuti, una riflessione sistematica sulla geopolitica dell’imperialismo diventa sempre più incalzante e utile che mai. Come aveva ricordato il Comandante Fidel Castro nel suo profetico intervento del Summit sulla Terra – Rio de Janeiro, 1992 – “Una specie biologica importante rischia di sparire per via della rapida e progressiva liquidazione delle sue condizioni naturali di vita: l’uomo”.

In effetti, c’è qualcos’altro. Non è un argomento sulle mode intellettuali o scolastiche e questo è il secondo aspetto di cui volevamo parlare. La riflessione geopolitica nel campo del pensiero imperiale è figlia di una dolorosa (per alcuni) verifica: l’impero nordamericano ha superato il suo apice e ha cominciato a percorrere la strada del suo lento ma irreversibile tramonto. Per i governanti e le classi dominanti degli Stati Uniti si tratta di compiere la selezione necessaria per evitare due finali inevitabili: a) che il crepuscolo imperiale precipiti in un’incontrollabile reazione anarchica a catena nel sistema internazionale, dove un buon numero di Stati e una quantità sconosciuta, ma rilevante, di attori privati dispongono di un arsenale atomico capace di eliminare l’esistenza di ogni forma di vita sul pianeta; b) che il prodotto dell’irreversibile redistribuzione del potere mondiale danneggi irrimediabilmente la sicurezza nazionale e lo stile di vita americano. Questo è il motivo sostanziale per il quale gli strateghi militari americani da più di dieci anni lanciano in modo trasversale segnali di avvertimento sull’argomento (concernenti scenari bellici futuri di lungo termine), che indicano che il paese dovrà essere pronto a ingaggiare guerre, nei prossimi venti o trent’anni, nei più diversi angoli di questo pianeta. Dottrina della “guerra infinita” il cui obiettivo non consisterà nell’accrescimento del proprio primato mondiale, mediante l’incorporazione di nuove aree d’influenza o controllo, ma sarà solo quello di conservare quelle già esistenti o evitare un catastrofico crollo dei parametri geopolitici globali.

Considerato quanto fin qui esposto, non sorprende la nota apparsa sul New York Times con la firma di David Brooks che è stata riprodotta a Buenos Aires dal quotidiano La Nación e, sicuramente, diffusa anche su altre testate dell’America latina e Caraibi. Brooks, un uomo di evidente simpatia conservatrice, cita nel suo commento l’opinione di Charles Hill, uno dei maggiori esperti del Dipartimento di Stato, già in pensione, il quale testualmente afferma: La grande lezione che insegna la storia dell’alta strategia è quella che quando un sistema internazionale dato si avvia verso la sua decadenza, molti leader agiscono con indolenza e negligenza, congratulandosi a vicenda. Quando i lupi del mondo ne sentono l’odore, è ovvio che comincino a muoversi per sondare le ambiguità che presenta il sistema in fase d’invecchiamento e così portarsi via in un solo morso i bocconi migliori”. Brooks diffonde, con dispiacere, quel tipo di letteratura che sempre con maggiore frequenza esamina il processo di decadenza imperiale, quel “avviarsi verso la decadenza” di cui alludeva Hill. Anche se, a dire il vero, non tutti gli autori si arrischiano ad abbandonare gli eufemismi tranquillizzanti. L’ultimo numero della rivista Foreign Affairs, il conservatore organo della classe dirigente diplomatica americana, offre un paio di articoli di due dei maggiori specialisti di analisi dei rapporti internazionali nei quali, oltre alle loro differenze di approccio, concordano sul fatto che la “geopolitica è di ritorno” [2] .

E se realmente è così, è perché la correlazione delle forze che sul piano internazionale si sono cristallizzate a partire dal dopoguerra e, soprattutto, le fantasie che annunciavano l’avvento di “un nuovo secolo americano” sono crollate strepitosamente. Alcuni esempi: gli Stati Uniti sono sconfitti inappellabilmente (29 a 3) nelle votazioni dell’OSA, dove si pretendeva decretare l’intervento di quest’istituzione nella crisi che colpisce la Repubblica Bolivariana del Venezuela; assiste impotente alla ri-aggregazione della Crimea alla Russia, nonostante l’atteggiamento insolito e provocatorio della sua Segretaria di Stato Aggiunta agli Affari Eurasiatici, Victoria Nuland, la quale si presentò nella Piazza Maidan di Kiev distribuendo panini e biscotti alle bande neo-nazi che, in un secondo momento, avrebbero preso d’assalto gli edifici governativi per la costituzione di un nuovo governo e immediatamente riconosciuto dalle corrotte e decrepite democrazie capitaliste; le spaccate e minacce contro la Siria sono crollate come un castello di carte quando la Russia  – e con più cautela la Cina -, fecero sapere a Washington che non sarebbero rimasti a guardare se la Casa Bianca si fosse gettata verso una nuova avventura bellica nella regione.

Cambiamenti inattesi, molto profondi e avvenuti in un brevissimo tempo, ci obbligano a riflettere su – e agire per – una transizione geopolitica globale che difficilmente si potrà portare a termine in maniera pacifica. Se ascoltiamo le lezioni della Storia, tutte le transizioni geopolitiche precedenti sono state violente. Nulla consente di pensare che adesso la Storia sarà più benevola per i nostri contemporanei, soprattutto se si osserva l’immensa sproporzione di risorse militari che possiede il centro imperiale, superiore alla totalità degli altri paesi del pianeta.

Questi pronostici impiegarono più di dieci anni perché formassero parte delle analisi dei mandarini accademici e di quelle dei pubblicisti dell’impero, profondamente inseriti nei grandi mezzi di comunicazione. Ma ormai non sarà più così. La terza realtà li ha costretti a parlare di quello che fino a poco tempo fa era impensabile, quando una combriccola di reazionari che faceva capo al Progetto per il Nuovo Secolo Americano, fondato da Dick Cheney nel 1997, s’illusero di credere che il mondo che appariva davanti ai loro occhi dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica sarebbe rimasto così per sempre, il che è una tipica reiterazione dell’incapacità del pensiero borghese per comprendere la storicità dei fenomeni sociali [3]. Si trattò di un’illusione infantile, così la giudicò quella vecchia volpe dell’impero qual è Zbigniew Brzezinski, che la realtà demolì in pochi anni. Gli attentati dell’11-S abbatterono non solo le Torri Gemelle, ma anche i miraggi rassicuranti con i quali s’intrattenevano i cosiddetti esperti del Progetto per il Nuovo Secolo Americano. Non è un caso se nel suo più recente libro Brzezinski dedichi alcune pagine d’introduzione impreviste sul tema della declinante longevità degli imperi e anche se non lo menziona esplicitamente, è evidente che per lui, così come per molti altri, gli Stati Uniti sono un impero [4].

Certamente si tratterebbe di un impero di nuovo tipo, mosso dall’idealismo wilsoniano, come assicura Henry Kissinger nei suoi diversi scritti. Idealismo che lo porta a diventare, secondo questa visione auto compiacente, in un appassionato delle migliori cause dell’umanità: democrazia, diritti umani, libertà, pluralismo, eccetera. In una parola, il paese al quale Dio avrebbe affidato la realizzazione di un “Destino Manifesto” e in virtù del quale seminerebbe dei nobili valori e delle istituzioni in lungo e in largo il pianeta. Un ragionamento molto simile aveva sviluppato Henry Kissinger in un suo libro pubblicato nel 1994 e tradotto in spagnolo l’anno successivo: La Diplomazia. In questo libro l’ex segretario di Stato di Richard Nixon, avvertiva sulla precarietà degli ordinamenti internazionali quando indicava che “Con ogni secolo che passa si è ristretta sempre più la durata dei sistemi internazionali. L’ordine che sorse dalla Pace di Westfalia ebbe una durata di 150 anni… quello del Congresso di Vienna si tenne in piedi per 100 anni… quello della Guerra fredda finì dopo 40 anni”. E finisce: “Mai prima d’ora i membri dell’ordine mondiale, la loro capacità di interagire e i loro obiettivi hanno cambiato con tata rapidità, con tanta profondità o così globalmente” [5].

* Politologo e sociologo argentino, Premio al Pensiero Critico 2014 della Repubblica Bolivariana del Venezuela. 

Note:

[1] Mackinder (1861-1947) sosteneva che nel pianeta esiste una “Isola Mondiale” che è il luogo dove si concentrano le maggiori ricchezze naturali, la quale è conformata dalla grande massa euroasiatica e africana. All’interno di questo immenso spazio si staglia, secondo l’autore, un pivot che si estende dal Volga fino a Est, fino al fiume Yang Tse in Cina e dall’Himalaya fino all’oceano Artico e la Siberia. Chi controllerà questo pivot, afferma Mackinder, governerà l’Isola Mondiale e chi eserciterà questo controllo, potrà allargarlo su tutto il mondo. Qualche tempo più tardi il geopolitico nordamericano Nicholas Spykman (1893-1943) rielaborò il pensiero di Mackinder e pose l’accento sull’importanza dell’anello di terre e mari che circondano il pivot centrale. Se quest’assedio avrà successo, assicura Spykman, la potenza che si assicuri il suo dominio controllerà l’Eurasia e chi dominerà l’Eurasia avrà in mano le sorti del mondo. Zbigniew Brzezinski è il più eminente continuatore di questa tradizione che assegna al pivot centrale della massa eurasiatica un ruolo cruciale per il dominio del pianeta. L’ossessione per assediare questo pivot con ogni sorta di alleanze politico-militari ha alimentato la politica estera degli Stati Uniti sin dal trionfo della Rivoluzione Russa nel 1917, fino ad arrivare ai giorni nostri, come lo provano le mappe utilizzate da Brzezinski nella sua opera già citata.

[2] Bisogna ricordare che Cheney sarebbe diventato più tardi, sotto la presidenza di George W. Bush, vicepresidente degli Stati Uniti durante i suoi due mandati e uno dei personaggi di maggiore influenza nel processo decisionale della Casa Bianca. È qualcosa di poco comune se si ricorda il carattere eminentemente protocollare, quasi decorativo, dei vicepresidenti nella repubblica imperiale nordamericana.

[3] Il presente argomento sulla longevità declinante degli imperi si trova in: Zbigniew Brzezinski, Strategic Vision. America and the Crisis of Global Power (New York: Basic Books, 2012), pp. 21-26.

[4] Henry Kissinger, La Diplomacia, México, Fondo de Cultura Económica, 1995, p. 803.

[5] Si veda John Ikenberry, “The Illusion of Geopolitics. The Enduring Power of the Liberal Order” e Walter Russell Mead, “The Return of Geopolitics. The Revenge of the Revisionist Powers”, entrambi gli articoli su Foreign Affairs, Maggio-Giugno 2014.

[i] Pivot. È il termine con il quale Mackinder definisce lo Heartland o area pivot, noto anche con il nome di isola-mondiale (N.d.T.)

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Saab: «Il Venezuela non risparmierà alcuno sforzo per la Siria»

da sana.sy

Nonostante gli attacchi imperialisti e le minacce di destabilizzazione da parte degli USA, il Venezuela bolivariano non perde occasione per manifestare il suo sostegno alla Siria: Popolo, Governo ed Esercito.

Una delegazione di capi tribali e di esponenti delle varie confessioni religiose ha fatto visita, oggi, all’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Damasco per ringraziare le posizioni bolivariane a sostegno della Siria, che si batte da quattro anni in una guerra contro le organizzazioni terroristiche.

L’ambasciatore venezuelano Imad Saab Saab ha ribadito il sostegno del suo paese alla Siria, sotto la guida del presidente Bashar al-Assad, affermando che il Venezuela non risparmierà alcuno sforzo per aiutare il popolo siriano in tutti gli organismi internazionali.

Il capo della missione diplomatica venezuelana ha sottolineato che la Siria e il Venezuela bolivariano stanno combattendo la stessa guerra contro l’imperialismo e l’egemonia mondiale.

A sua volta, il presidente della delegazione, lo sceicco Fayez ha sottolineato che il Venezuela nel suo sostegno alla Siria nella sua guerra contro il terrorismo, sta esprimendo la sua coerenza, la sua onestà e il rispetto dei principi di giustizia, pace e sicurezza globale.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La DAIA contra “Resumen” por ser solidario con Palestina

por Carlos Aznárez – Resumen Latinoamericano


Esta vez me toca escribir en primera persona ya que, como director – desde hace 22 años – de la plataforma comunicacional “Resumen Latinoamericano” (periódico, radio y TV) me veo lamentablemente inserto en una acción contra el derecho a opinar, a informar y a manifestarme, que está explícitamente amparado por la Constitución Nacional.


¿Cómo comenzó todo? Días atrás, recibí en mi casilla de correos un mail de la empresa Google (escrito en inglés) en el que me informaba que “en el plazo de diez días” Google debería facilitar el acceso a todos mis correos, en función de una intimación formulada por el Juzgado de Primera Instancia en lo Penal, Contravencional y de Faltas N. 28 donde está radicada la causa Causa N. 7271/15. De esta singular manera me enteré de un increíble atropello a mi privacidad como periodista ya que se trata de los correos que habitualmente utilizo para intercambiar información con otros colegas o con diferentes medios de comunicación, amén de las lógicas direcciones personales que cualquiera pueda tener en su casilla.

Dicha intromisión se basa en una denuncia penal formulada por la Delegación de Asociaciones Israelitas Argentinas (DAIA), que me acusa lisa y llanamente por ser solidario con el pueblo palestino.

La DAIA y sus abogados, se personaron ante la Fiscalía Nº 25 para acusarme de “organización y propaganda discriminatoria” , blandiendo el argumento del “antisemitismo”. Las razones esgrimidas para tamaño procedimiento son más que burdas y me ofenden como ciudadano y como periodista.

La DAIA se refiere a mi participación en una actividad solidaria con el pueblo palestino en agosto del año 2014, cuando toneladas de bombas israelíes caían sobre Gaza y provocaban miles de muertos inocentes -con un alto porcentaje de niños y niñas- entre la población de esa ciudad, así como hoy ocurre en Cisjordania. En esa ocasión, como en tantas otras, debido a mi tarea profesional, ejercida tanto en el periódico Resumen Latinoamericano como colaborando con los canales internacionales Russia Today, Hispan TV y ALBA TV, me tocó cubrir periodísticamente las alternativas del acto y además fui invitado a expresar mi opinión sobre lo que venía ocurriendo en Gaza.


Sólo el hecho de estar allí presente junto a otros argentinos y argentinas, describiendo crudamente lo que estaba ocurriendo en Gaza y en todo el territorio palestino, parece resultar un delito para mis acusadores, y por ello tratan de enjuiciarme, solicitando una pena carcelaria, para de esta manera poner en marcha una abierta persecución al derecho de información, expresión y opinión.

Es por todo ello, que quiero DENUNCIAR este grave atropello contra mi persona y el medio que represento, al que indudablemente se intenta discriminar y cercenar en su función informativa.

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Isaías Rodríguez: «L’alternativa al capitalismo è viva e praticabile»

12277273_10207419593561050_510395812_ndi Clara Statello

Roma, 26 ottobre 2015.- Julián Isaías Rodríguez Díaz: «Ecco perché il Socialismo Bolivariano fa paura agli Usa». Intervista all’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana. 

Il 6 dicembre si terranno le elezioni politiche in Venezuela. Quale importanza avrà l’esito di queste elezioni per il Venezuela e per tutta l’America Latina?

Cominciamo dal Venezuela e poi dall’America Latina. Sarà scelto il parlamento venezuelano. In tutti i paesi del mondo si tratta di elezioni fondamentali, perché il Parlamento è il potere sovrano che legifera e a cui spetta gran parte delle decisioni politiche. In questo momento il governo venezuelano detiene la maggioranza parlamentare. In queste elezioni si deciderà se questa maggioranza verrà confermata o meno. Noi crediamo che questa maggioranza verrà confermata. Questa è la cosa più importante, rafforzare il potere legislativo del paese.

Che stabilità dà al paese mantenere un parlamento che sia conseguente con il processo  venezuelano? In primo luogo tutte le decisioni di natura economica si prendono qui, gli accordi  economici del paese si prendono qui,  i trattati internazionali si ratificano qui e le leggi venezuelane si decidono fondamentalmente qui. In determinati casi il Presidente della Repubblica o il potere esecutivo possono avere la facoltà di emanare leggi, ma questa facoltà deve essere autorizzata dal potere legislativo. Se non è autorizza, il potere legislativo spetta interamente al parlamento.

Quindi queste elezioni sono fondamentali a che il processo venezuelano continui ad essere un processo socialista, consentendo ai poteri essenziali, che sono il parlamento e il potere esecutivo, di andare avanti di pari passo.

In questo momento, le aspettative su questo processo elettorale non sono solo per il Venezuela, ma anche per l’America Latina. E io direi anche per il mondo intero. Tutte le campagne che attualmente sono portate avanti  in Venezuela  da parte dell’opposizione nazionale e internazionale, hanno il fine di fare in modo che il processo elettorale si risolva in favore dell’opposizione. Per questo è stata scatenata una guerra economica, una guerra diplomatica, una guerra di disinformazione e indubbiamente una guerra politica da parte degli Stati Uniti e dell’UE nei confronti del Venezuela.

Perché tutto questo? Il Venezuela in questo momento è un’enclave anti neo-liberale. Tanto l’Unione Europea quanto gli Stati Uniti vogliono un mondo guidato dal neoliberalismo e dalla globalizzazione. Il Venezuela ha un progetto di società alternativa non soltanto rispetto a quella degli Stati Uniti, ma alternativa al neoliberalismo e al capitalismo. Da questo punto di vista il processo elettorale venezuelano ha un’importanza mondiale.

C’è anche un’altra ragione per cui è il risultato di queste elezioni è importante per l’America Latina. L’America Latina, in particolare il Sud America costituisce un blocco. Un blocco di paesi che si configura come società alternativa al capitalismo. Sono  direttamente coinvolti in questo processo Ecuador, Venezuela e gli altri paesi dell’ALBA. Inoltre le decisioni che sono state prese contro  l’Alca, l’area guidata dagli Stati Uniti, sono state adottate non solo da questi paesi, ma anche Argentina, Brasile e Uruguay, che per l’America Latina non sono importanti solo per ALBA ma anche perché fanno parte del Mercosur. Quindi l’idea è che il nostro processo sia una strategia per l’America Latina come blocco, per prendere decisioni in maniera congiunta. Per questa ragione è fondamentale per l’America Latina il trionfo del nostro progetto in queste elezioni parlamentari.

12283297_10207419594481073_1984839649_nDopo la vittoria delle ultime elezioni abbiamo visto l’opposizione scatenare  violente rivolte finalizzate a rovesciare il governo. Queste azioni di destabilizzazione hanno avuto il sostegno mediatico e politico di USA e UE. Ritiene che anche adesso ci siano pressioni esterne volte a condizionare l’esito elettorale? Di quale natura?

Sono di molteplice natura: mediatiche, economiche, diplomatiche, politiche, inclusa anche la via della cospirazione, attentano direttamente contro lo Stato. Non si tratta di pressioni legittime, ma illegittime e illegali, che vengono mosse contro il Venezuela. Tutte hanno come quinta colonna l’opposizione venezuelana, ma fuori dal paese l’Unione Europea, gli Stati Uniti e l’informazione del mondo globalizzato in genere, costituiscono il cannone puntato contro il Venezuela, esercitando pressioni di ogni natura.

Sono aumentate, soprattutto nell’ultimo periodo, le pressioni diplomatiche da parte di alcune istituzioni degli Stati Uniti e di organismi internazionali, che hanno cercato di utilizzare la OSA e stanno utilizzando alcuni paesi dell’America Latina integrati nell’area di influenza statunitense. Le pressioni, a livello internazionale, arrivano principalmente dai mezzi di comunicazione e dal mondo diplomatico. Ad esempio molte decisioni del parlamento europeo sono condizionate dagli Stati Uniti. L’Europa obbedisce alla linea strategica degli Stati Uniti nei confronti di un paese come il Venezuela, che non ha motivo di trovarsi nell’agenda di una potenza come l’Unione Europea. Si trova nell’agenda degli Stati Uniti per le ragioni che indicavo prima: stiamo costruendo una società alternativa al capitalismo. Non credo che dovrebbe far parte dell’agenda dell’UE.

Insisto che in questo momento le pressioni più importanti sono di natura diplomatica e economica. Se contro Cuba esiste un blocco di diritto, contro il Venezuela si è costituito un blocco di fatto, ossia un blocco definito all’interno di un contesto di relazioni internazionali. Un blocco di fatto che evidentemente ha conseguenze interne. Questo blocco ha fatto schizzare l’inflazione interna al Venezuela, ha determinato la difficoltà nel reperire alcuni prodotti necessari alla vita quotidiana, sta ponendo il paese in una situazione economica che, non fosse stato per le alleanze internazionali costruite dal presidente Chávez prima della sua dipartita fisica, avrebbe travolto il Venezuela.

Ci si trova senza dubbio dinnanzi a una guerra di sanzioni contro Russia e Venezuela. Ma non è soltanto questo. Si sta anche costruendo un mercato parallelo al mercato sud americano, l’alleanza del Pacifico  collegata all’alleanza con l’Unione Europea (il TTIP). Fortunatamente per noi, e sfortunatamente per gli Stati Uniti, la base economica di questi accordi è messa in dubbio anche dai paesi europei, come si evince da alcune dichiarazioni di Francia e Germania. Si può dire che in questo momento c’è una guerra in atto, che è fondamentalmente una guerra diplomatica ed economica.

Ma c’è una guerra mediatica, una guerra di disinformazione, la cosiddetta guerra di IV generazione, che mira a dare al mondo un’idea distorta di ciò che accade dentro il paese, tanto dal punto di vista politico, quanto sociale ed economico. Questa guerra è volta a mostrare il paese come una dittatura, senza democrazia interna e senza solidità economica. Un paese che ha i maggiori giacimenti petroliferi del mondo, anche quando viene ridotto il prezzo del greggio a livello nazionale, non può comunque versare in una situazione di debolezza economica. Basti ricordare che quando il Comandante Chávez è diventato presidente il prezzo del petrolio si aggirava sui 9 dollari al barile mentre in questo momento è a 40 dollari. Quindi abbiamo di che vivere!

Il Venezuela non è nuovo a ingerenze esterne. Nel  2002 il governo neocon di Bush aveva sostenuto un colpo di stato militare contro Chávez, e da allora ha sempre esercitato pressioni esterne, il cosiddetto Golpe Continuado. Perché il socialismo bolivariano fa così tanta paura agli Usa?

Il socialismo bolivariano è dichiarato dal  presidente Chávez nel 2005. Il chavismo non arriva al potere in Venezuela come un progetto esplicitamente socialista, ma come progetto nazionalista. Chávez viene eletto presidente nel 1999. In questi cinque anni il presidente Chávez si rende conto che il progetto bolivariano deve essere inscritto in qualcosa che va molto più in là del nazionalismo, che deve essere organico a un progetto socio-politico, un progetto ideologico con una teoria determinata. Assume quindi la definizione di progetto socialista, il cosiddetto socialismo del XXI secolo, così definito per  distinguerlo etimologicamente dal cosiddetto “socialismo reale”, il socialismo instaurato nella Russia Sovietica nel 1917 che si concluse con la caduta del muro di Berlino e la fine del blocco sovietico. La guerra dell’imperialismo contro questo progetto, che aveva configurato due  modelli alternativi per l’umanità, ha effettivamente raggiunto i suoi propositi. Li ha raggiunti perché è riuscito a screditarlo davanti al mondo. In Europa per esempio il socialismo è visto come un progetto atroce e orribile. La grande macchina mediatica dei mezzi di comunicazione controllati dagli Stati Uniti ha mostrato il progetto sovietico simile a quello hitleriano, se non peggiore.

Il Venezuela bolivariano ha riscattato la parola stessa del socialismo. A pochi anni dalla caduta del muro di Berlino, siamo riusciti a riportare nella storia il socialismo come alternativa possibile alle ingiustizie, alla miseria e all’oppressione provocate dal capitalismo, a indicare una strada pacifica verso una società più giusta ed eguale, ad aprire uno spazio di riflessione e speranza a tutte le forze politiche progressiste che si pongono come fine la liberazione dei popoli dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. È una via nazionale al socialismo che si pone in continuazione con l’esperienza cubana e che senza Fidel non sarebbe potuta esistere. È un socialismo scientifico e umanista, ma sarebbe sbagliato pensare che si possa prendere il socialismo reale dell’Unione Sovietica e applicarlo così com’è  in una realtà come il Venezuela di oggi. Sarebbe anti-dialettico credere una cosa del genere. Il cosiddetto socialismo del XXI secolo è arricchito dell’esperienza storica dei nostri Libertadores, di Simón Bolívar, dallo spirito del cristianesimo delle origini e dalla pratica delle teologie della liberazione. È stato raggiunto per via pacifica e democratica, attraverso esperimenti di democrazia partecipativa. Non è un socialismo perfetto: il progetto di eliminazione delle ingiustizie, dell’inclusione sociale,della povertà, è ancora incompleto. È un processo ancora in atto e sono stati commessi errori, ma siamo riusciti a mostrare che esiste ancora la possibilità di creare un modello sociale che garantisca a tutti diritti fondamentali come alimentazione, salute, istruzione e abitazione, che  ponga la lotta alla povertà, e non il profitto privato, come fine, che abbia una visione geopolitica di cooperazione e integrazione e che imponga la proprietà sociale sui mezzi di produzione e sulle risorse strategiche, come noi abbiamo fatto con la nazionalizzazione del petrolio. Tutto ciò fa paura agli Usa  perché dimostra che l’alternativa al capitalismo non è stata sconfitta, ma è nella storia, è viva e praticabile.

Chávez aveva implementato i rapporti con i BRICS. Qual è il ruolo di questo blocco rispetto all’imperialismo Usa, nell’attuale fase storica? 

I BRICS sono le cinque economie emergenti nel secolo XXI. Stiamo parlando di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Nelle condizioni geopolitiche che si presentano nell’attuale fase storica, l’azione di un gruppo di paesi che faccia da contrappeso alla politica economica e internazionale degli Stati Uniti acquisisce sempre più importanza. Questo è ciò che realmente stanno facendo i BRICS. Il G8 e il G20 hanno perso molto della loro solidità perché si limitano a obbedire agli Usa. In questo modo non si può agire per risolvere i problemi del mondo. Per questa ragione si è costituito il gruppo dei BRICS.

I BRICS che proposito hanno? La prevedibilità e la sostenibilità delle relazioni internazionali, la promozione di una nuova architettura di sicurezza e stabilità di sviluppo, fondate su rapporti di uguaglianza e nel rispetto del diritto internazionale, la indivisibilità della sicurezza e il rifiuto di usare la forza o minacciare con la forza gli altri paesi. I BRICS hanno anche una caratteristica molto importante: sono un contrappeso a quello che si definisce il consenso di Washington e cercano un ordine internazionale che sia rispettoso dell’autodeterminazione dei popoli. In questo contesto posso dire che le loro riserve internazionali dispongono di 5 miliardi di dollari, cosa che li rende il primo gruppo di creditori del tesoro degli Stati Uniti. Un terzo del debito che gli Stati Uniti hanno contratto con il mondo. Questo vuol dire che detengono un forte potere. Inoltre riuniscono una popolazione di circa tre miliardi di persone, cioè circa il 40% della popolazione mondiale. Con l’Argentina, che si aggiunge al gruppo dei BRICS, si consolideranno come il grande mercato potenziale del futuro. Cosicché non abbiamo alcun dubbio che quello dei BRICS sia un nuovo potere che si leva in contrapposizione alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale.

Ciò permette  ai BRICS un margine di manovra politica ed economica molto significativa, la cui conseguenza principale è sostituire delle relazioni internazionali basate sulla subordinazione agli Stati Uniti, con  relazioni di cooperazione, in cui le divergenze fra i vari paesi si risolvono, non per mezzo militare, ma attraverso tavoli di negoziazione. Ci sono due diverse visioni dei BRICS: alcuni lo considerano un organismo politico, altri economico. È molto difficile separare la politica dall’economia in alcune circostanze, ma chi si dice marxista sa che la politica senza l’economia non ha ragione di esistere. La politica è una sovrastruttura mentre la struttura è l’economia, ed è la struttura a determinare la sovrastruttura. Per questa ragione i BRICS giocano un ruolo molto importante nella democratizzazione delle relazioni internazionali nel mondo, soprattutto perché forniscono un’alternativa diversa a quella del FMI e della BM, che sono due istituzioni controllate totalmente dagli Stati Uniti al punto che, all’interno di queste istituzioni, la moneta che circola è il dollaro, imposto dagli USA. Mai è avvenuto un dibattito o una votazione per decidere quale  moneta utilizzare, il dollaro è stato imposto senza alcuna decisione democratica.

Già si sono viste le conseguenza della crisi del dollaro, che ha determinato una guerra tra valute che  dal 2008 sinora è stata mossa contro l’euro e la sterlina inglese. Figuriamoci se la stessa guerra venisse mossa all’America Latina, contro una moneta che non ha né la forza dell’euro né della sterlina inglese. Dinnanzi a questa situazione, quindi, è stata creata una banca di sviluppo e che adesso si vuole costituire per tutti i paesi dell’America Latina. Questo  apre a molte possibilità dal punto di vista economico, perché ci permetterà di non farci più manovrare attraverso le relazioni economiche e di attingere a prestiti a condizioni svantaggiose.

Qui abbiamo il triste esempio dell’Argentina, a cui il FMI aveva imposto durissime condizioni, privatizzazioni selvagge, in cambio dei prestiti.

La situazione che in Europa si sta delineando in Grecia, in Spagna e adesso in Inghilterra con Corbyn, si pone in opposizione al neoliberalismo perché, questa politica di austerità rafforza i settori privati e specialmente quello finanziario, a scapito della maggioranza della popolazione, che ha trascinato in una situazione di ingiustizia e crisi che tiene in stallo l’Europa, come prima aveva tenuto in stallo l’America Latina. Per questa ragione per noi i BRICS sono un’alternativa dal punto di vista economico, politico e di relazioni internazionali, che vogliamo si consolidi.

L’Italia ha sempre subito ingerenze analoghe a quelle del Venezuela e adesso soffre di una lunga crisi economica che si abbatte su lavoratori, famiglie e giovani qualificati costretti all’emigrazione. Che strada dovrebbe intraprendere il popolo italiano per uscire da questa situazione?

Qualunque strada il popolo italiano voglia seguire. In quanto ambasciatore della Repubblica Bolivariana non voglio certo interferire fornendo alcuna formula. Ma credo che tra il popolo italiano ci sia molto fermento e discussione tra i lavoratori e i giovani, categorie maggiormente colpite dalla crisi economica.

L’ideale sarebbe che il popolo italiano, e in particolare i settori più risoluti e progressisti, che hanno una visione politica alternativa, discutano e che discutano insieme, uniti, non dispersi e divisi. Che   definiscano una linea politica unica per tutti i settori progressisti. Non si può lottare da soli.

L’America latina è l’esempio di ciò: noi siamo stati divisi in molte nazioni. Siamo più di venti paesi. Essendoci state imposte le frontiere, è stata creata una linea nazionalista per impedire l’integrazione e dividerci. E tuttora siamo divisi.

Attualmente uno dei problemi della società venezuelana, che ostacola il suo progetto, deriva dall’essere divisa tra chi sostiene il socialismo e chi vi si oppone. Quelli che si oppongono al progetto socialista, però, non hanno alcun progetto alternativo per il Venezuela, nessun progetto, di nessuna natura. Semplicemente lo avversano. Si suppone che per essere contro qualcosa si debba avere una proposta alternativa, non che si contrasti qualcosa solo per contrastarlo. Questa è una trappola per l’opposizione venezuelana perché non avendo alcun progetto o proposta per il Paese, si capisce bene che l’unica cosa a cui l’opposizione ambisce è il potere solo per il potere stesso. Dicono di voler rimpiazzare il chavismo e il suo progetto, ma non hanno alcuna alternativa al chavismo e al suo progetto socialista. Vogliono solo dividere, è la tecnica del Machiavelli del divide et impera. Qui in Italia potete attingere dall’esperienza di Machiavelli e di Gramsci per costituire e sviluppare un progetto che permetta al popolo di costruire la propria società nel modo più felice e fortunato.

[Intervista realizzata da Clara Statello per ALBAinformazione]

 

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