Risvolti geopolitici di un conflitto internazionale

Risvolti geopolitici di un conflitto internazionale: dentro la questione siriana

di Federico La Mattina – articolo tratto dal blog dell’Istituto Mediterraneo Studi Internazionali

Il conflitto siriano va contestualizzato all’interno della ‘guerra fredda’ per l’egemonia nel Golfo Persico (di fondamentale importanza geopolitica e geoenergetica) che vede opposte due potenze regionali con i loro alleati: Arabia Saudita e Iran. Tale conflitto pochi mesi dopo lo scoppio della rivolta ha subito un processo di internazionalizzazione: vi sono coinvolte le principali potenze regionali e mondiali e in Siria si sono riversati migliaia di miliziani jihadisti provenienti da decine di paesi diversi (attualmente l’autoproclamato califfato controlla una parte consistente del paese). L’incipit di un editoriale di “Limes” del 2013 fa proprio riferimento al fatto che in Siria «si combatte la prima guerra mondiale locale»[i] con il rischio che si possa trasformare in una «guerra mondiale mediorientale». Per tale ragione è impossibile analizzare il conflitto siriano e i risvolti geopolitici dell’ultimo periodo senza contestualizzarli all’interno delle complesse dinamiche mediorientali.

L’Arabia Saudita, interessata ad estendere la propria influenza politica e religiosa nella regione, punta a frantumare l’asse che unisce Iran, Siria, Hezbollah nel sud del Libano e il governo sciita irakeno; per tale ragione, congiuntamente con le altre monarchie del Golfo, ha sostenuto attivamente gruppi jihadisti per rovesciare il regime di Assad. La Turchia, vaneggiando ambizioni neo-ottomane, ha favorito indiscriminatamente l’ingresso di combattenti stranieri attraverso il confine turco-siriano. Le potenze occidentali – USA e Francia in testa –  hanno supportato i loro alleati regionali (è infatti noto, come ha puntualizzato lo stesso Kissinger, il legame spesso sottinteso che unisce Washington, Arabia Saudita e Israele[ii]), favorendo la destabilizzazione e la disintegrazione della Siria.

L’Arabia Saudita ha unito la storica alleanza con gli USA (basata sullo scambio petrolio/sicurezza) alla volontà di imporsi come leader del mondo islamico facendosi ‘garante’ manu miltari dello status quo nella regione, impegnandosi a frenare possibili contagi della cosiddetta “primavera araba” nella Penisola Arabica[iii]. In Bahrein (paese a maggioranza sciita) nel 2011 ha silenziato la nascitura ‘primavera’ mandando propri carri armati, timorosa di rivolgimenti politici ai propri confini; ha sostenuto nel 2013 il golpe in Egitto e ha recentemente assunto il ruolo guida della coalizione sunnita contro i ribelli Houthi (vicini all’Iran) in Yemen. Mentre in Siria e in Yemen ha agito in accordo con il Qatar (senza nascondere una certa rivalità[iv]), in Egitto e Libia le strade delle due petromonarchie si sono separate.

La formazione del cosiddetto califfato dell’IS è quindi diretta conseguenza del caos prodotto dalla guerra in Iraq (che ha incrementato lo scontro tra sunniti e sciiti) e del supporto più o meno diretto alla variegata galassia internazionale dei “ribelli”, finalizzato al rovesciamento del governo siriano (che ha visto unite in modalità differenti petromonarchie e potenze occidentali). Adesso l’IS, sfuggito di mano ai propri sponsor del Golfo, va sempre più configurandosi come un attore regionale potenzialmente destabilizzante a cui diversi gruppi si affiliano.

Gli Stati Uniti hanno preferito de facto una situazione di stallo senza vincitori né vinti nel conflitto che vede l’epicentro nel “Syraq”, piuttosto che favorire una vittoria schiacciante di una delle parti (più di due) in lotta. Una vittoria di Assad sarebbe innanzitutto una vittoria di Iran ed Hezbollah, acerrimi nemici dei principali alleati americani in Medio Oriente: sauditi e israeliani, già imbronciati per l’accordo sul nucleare iraniano. I molto blandi bombardamenti della coalizione a guida statunitense hanno infatti avuto al massimo il risultato di contenere l’IS, nulla di più.

Un filo rosso lega la crisi mediorientale a quella ucraina: il ritorno della Russia nello scenario internazionale avvenuto con la fermezza diplomatica mostrata da Putin nel conflitto siriano. Gli equilibri globali stanno mutando notevolmente: la straordinaria crescita della potenza cinese, la rinascita di una Russia rialzatasi dall’umiliazione subita negli anni di Eltsin (la storica francese Hélène Carrère d’Encausse ha parlato a tale proposito di «ritorno della potenza»[v]) e in generale l’ascesa dei Brics stanno configurando un assetto globale multipolare in cui l’egemonia statunitense è in fase declinante. In Medio Oriente la Russia si sta caratterizzando sempre più come un attore esterno di primo piano, capace di intessere relazioni diplomatiche costruttive con diversi Stati della regione e di incunearsi con un pragmatico realismo dove gli Stati Uniti perdono egemonia. L’Iran ha mostrato pieno supporto ai raid “anti-Isis” della Russia e il governo  irakeno, evidentemente deluso dall’inconcludente coalizione a guida americana, si è mostrato anch’esso favorevole all’azione russa. Lo stesso Egitto di al-Sisi si sta destreggiando tra l’alleanza con l’Arabia Saudita e il riavvicinamento con Mosca; il ministro degli esteri egiziano ha infatti espresso il proprio supporto all’operazione militare del Cremlino. D’altra parte l’Egitto di al-Sisi vede nella fratellanza musulmana il principale nemico interno e questa politica si rispecchia anche negli scenari libico (dove ha forti interessi egemonici) e siriano.

L’attivismo diplomatico e il recente intervento militare della Russia nella questione siriana non si spiegano soltanto con la volontà di mantenere i residui dell’influenza sovietica nell’area mediterranea e mediorientale ma anche (soprattutto) con motivazioni strettamente legate all’unità della Federazione. La Russia teme un Medio Oriente caotico in cui organizzazioni jihadiste impazzano in territori ormai privi di statualità alle porte del Caucaso (in Siria affluiscono molti miliziani ceceni e il jihadismo di ritorno è un grave pericolo anche per la Russia).

Il Medio Oriente è un’area in deflagrazione in cui mire geopolitiche si uniscono a contrapposizioni politiche, settarie, tribali e territoriali. Le questioni geopolitiche e geoenergetiche prevalgono sul pur influente discorso settario (si pensi all’importanza strategica degli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb). «Il conflitto attualmente in corso è tanto religioso quanto geopolitico» scrive Kissinger che ovviamente auspica un nuovo ordine regionale a guida americana[vi].

Quale sarà il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente nel futuro? Gli USA hanno adottato un atteggiamento altalenante e contraddittorio nel corso delle cosiddette “primavere arabe” messo bene in luce da Roberto Iannuzzi in “Geopolitica del collasso”. Iannuzzi puntualizza correttamente come il Medio Oriente continuerà ad essere la fonte petrolifera principale del pianeta, affermando che l’atteggiamento contradditorio di Washington è «il risultato di un declino dell’influenza americana e della sua minore capacità di plasmare gli eventi» e che tale declino è una conseguenza sia «della crisi economica in cui versa l’America, sia dell’esito disastroso delle guerre dell’era Bush in Iraq e Afghanistan»[vii].

Dopo la conclusione della parentesi eltsiniana e di ciò che essa rappresentava sia in politica interna che in politica estera, una Russia nuovamente attiva nello scenario mediorientale ha colmato i vuoti lasciati dalla superpotenza statunitense. Dai recenti eventi siriani emerge una conferma del riavvicinamento tra Russia ed Egitto, un rinsaldamento dell’intesa (non priva di competizione per l’influenza nella regione) russo-iraniana e un allontanamento con la Turchia, che certamente non vede di buon occhio l’agenda mediorientale di Mosca. Al solido asse Mosca-Damasco-Teheran si aggiungono quindi inaspettate nuove buone relazioni con Egitto e Iraq. E’ bene sottolineare che Russia e Iran non hanno mai escluso una transizione politica (che escluda i gruppi terroristici) in Siria con il consenso di Assad. Il punto fondamentale, come fa notare Alberto Negri, è il mantenimento delle strutture militari e di intelligence[viii], necessarie a garantire stabilità al paese che altrimenti rischierebbe di scivolare in una riedizione dello scenario libico. Anche la Cina (in modo maggiormente defilato) sostiene la Russia, con cui ha rafforzato una partnership non troppo stabile ma certamente inedita e in via di consolidamento. Immutate restano le velleitarie ma ugualmente distruttive ambizioni neocoloniali dei franco-britannici, evidentemente non sazi del disastro libico ad essi largamente imputabile.

Il mutamento degli equilibri in Medio Oriente e le implicazioni che ne derivano a livello globale rappresentano i primi ‘smottamenti’ post-unipolari di un mondo in via di cambiamento.

Benvenuti nel ventunesimo secolo.

Note

[i] Vedi La perla di Lawrence, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 2/2013.

[ii] H. Kissinger, Ordine Mondiale, Milano, Mondadori, 2015, p. 134.

[iii] Per una sintetica storia del regno saudita si veda F. Petroni, Alla radice delle ossessioni arabo-saudite, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 9/2014.

[iv] Cfr. R. Soubrouillard, Il Qatar rientra nei ranghi, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 9/2013.

[v] H. Carrère d’Encausse, La Russia tra due mondi, Roma, Salerno editrice, 2011, p. 10.

[vi] H. Kissinger, Ordine Mondiale , op. cit. p. 145.

[vii] R. Iannuzzi, Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale, Roma, Castelvecchi, 2014, p. 264.

[viii] A. Negri, L’Iran potrebbe liquidare Assad, ma non gli alauiti, «Istituto per gli studi di politica internazionale», 06/10/2015.

Brics e Sco: un’altra comunità internazionale è possibile

brics_sco_leadersda Marx21.it

Pochi giorni dopo la pubblicazione del documento sulla nuova strategia militare da parte del Dipartimento di Stato statunitense, nel quale il mondo viene diviso in un fronte del bene – quello guidato da Washington a “sostegno delle istituzioni e delle procedure stabilite per la prevenzione dei conflitti, il rispetto della sovranità e la promozione dei diritti umani” – contrapposto a quello del male – quello trainato da Cina e Russia con alle spalle “canaglie” come Iran e Corea del Nord –  ecco che ad Ufa (Russia), proprio questo fronte, abitualmente espulso da una “comunità internazionale” variabilmente rinchiusa tra i confini della Nato e alleati di turno, ha posto nuove basi, politiche, economiche e finanziarie, sulle quali fondare una possibile liberazione da una soffocante, benché scricchiolante, cappa unipolare.

Nella città russa –  si sono ritrovati i capi di Stato dei Paesi facenti parti del gruppo Brics e della Shanghai Cooperation Organisation, entità, nuclei di una possibile e futura cooperante comunità internazionale di segno multipolare, che vedono in cabina di regia proprio Mosca e Pechino, e che esprimono con chiarezza l’esigenza sempre più diffusa di chiudere la parentesi di un sistema economico (con persistente ricatto militare) che ha limitato lo sviluppo di una parte del Mondo e incapace di riformare le istituzioni finanziarie (su tutte il Fondo monetario internazionale) in linea con l’emergere di nuovi equilibri internazionali.

I Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) rappresentano oggi quasi il 20% del commercio globale, il 13% di quelli dei servizi e il 45% della produzione agricola mondiale, mentre il Pil dei cinque è passato dai 10 trilioni di dollari del 2001 ai 32.000 miliardi del 2014.

La scelta di Ufa, capitale del Bashkortostan, come capitale momentanea di quella che possiamo definire “l’Altra comunità internazionale” potrebbe anche essere carica di significati simbolici: si trova a ridosso degli Urali, ai confini della Russia europea a sottolineare la necessità di dialogo tra Occidente e Oriente (e in questo il ruolo centrale di Mosca) e nel 1941 aveva ospitato il governo  della repubblica sovietica di Ucraina in fuga a seguito dell’aggressione della Germania nazista.  Non agiscono proprio ora in Ucraina, in seguito al golpe del 2014, movimenti dichiaratamente legati al passato collaborazionismo nazista? Non è forse in atto – fortunatamente ridimensionato dalla resistenza politico e militare della popolazione russa dell’est ucraino – un’aggressione militare dai risvolti genocidi?

Uno dei punti della dichiarazione sottoscritta al termine del vertice Brics è proprio dedicata al 70° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, in omaggio “a tutti coloro che hanno combattuto contro il fascismo e il militarismo e a favore della libertà dei popoli” e in opposizione “ai tentativi di rivedere i risultati della seconda guerra mondiale”. Non è troppo difficile leggere tra le righe una larga condivisione delle preoccupazioni di Mosca e di Pechino che vedono distendersi, la prima, un progetto di aggressione ai propri confini che non disdegna l’utilizzo di manovalanza nazistoide, la seconda, il ritorno del militarismo nipponico, seppur imbrigliato (per ora) nel trattato di sicurezza con gli Stati Uniti.

Non c’è solo questo: la dichiarazione di Ufa contiene una sorta di “principi fondamentali” di quella che possiamo definire la “Carta costituzionale” di una futura comunità internazionale multilaterale e cooperante. Ci sono la critica all’adozione di “doppi standard” nel riferimento ai principi e alle norme del diritto internazionale (chiaro riferimento all’unilateralismo Usa e occidentale); la condanna degli “interventi militari unilaterali e delle sanzioni economiche in violazione del diritto internazionale” e l’invito ad interpretare la sicurezza come “bene indivisibile” di contro ad una sorta di appropriazione privata da parte della potenza egemone; il rispetto “dell’integrità, della sovranità e dell’unità” della Siria (mentre a Washington si pensa alla sua riduzione a confederazione su basi etniche in sostanza fuori dal controllo di Damasco), l’invito ad una soluzione diplomatica ed inclusiva della crisi insieme alla condanna netta di “ogni forma di supporto e finanziamento ai gruppi di terroristi” che da anni insanguinano il Paese; la centralità dell’economia pubblica e dell’azione dello Stato nel sostegno dello sviluppo (esiste un “diritto allo sviluppo economico”) nei Paesi del sud del mondo e il sostegno allo sviluppo dei diritti umani con un approccio complessivo – e non “politicizzato” – che pone sullo stesso piano quelli civili, sociali, economici e culturali. Un riconoscimento implicito, per esempio, alla portata storica della lotta contro la povertà condotta dalla Cina popolare che, proprio mentre riconosce il diritto alla vita, ed alla sicurezza sociale, a milioni di persone, viene accusata di violazione dei diritti umani (a proposito di “politicizzazione” degli stessi!).

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L’alleanza cino-russa nel presente e nel futuro

accordo-cina-russia-gasdi Manuel Yepe – marx21.it

Poco dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, i popoli hanno iniziato ad avvertire – nonostante l’implacabile campagna di discredito che Washington dispiegava allora contro Mosca, convinta di avere l’esclusiva del segreto della bomba atomica – che l’Unione Sovietica era il concorrente capace di frenare le ambizioni di dominio globale degli Stati Uniti.

Di quel mondo bipolare contrassegnato da due sistemi differenziati da ideologie contrapposte – uno che rispondeva agli interessi di chi possedeva la maggior parte delle ricchezze materiali frutto dello sfruttamento della grande maggioranza degli abitanti del pianeta; l’altro espressione delle aspirazioni di giustizia di queste masse sfruttate impegnate nella lotta per rendersi indipendenti dal giogo coloniale ed emanciparsi dallo sfruttamento imperialista – derivano le principali contraddizioni del mondo contemporaneo.

L’Unione Sovietica, l’unica grande potenza dove prevaleva la seconda ideologia, scontava però un enorme ritardo economico, militare e tecnologico rispetto agli altri paesi e aveva dovuto certamente pagare il prezzo maggiore per sconfiggere la Germania fascista.
Noi sostenitori del socialismo e della pace in tutto il mondo sognavamo allora che l’avvicinamento della Russia e della Cina avrebbe rappresentato la risposta appropriata per avanzare sulla via tracciata dalla sconfitta del nazismo verso un futuro di collaborazione tra le nazioni.

La tenacia con cui la Cina aveva affrontato l’esercito giapponese dal 1931 con l’invasione della Manciuria fino al 1945, fece si che l’Unione Sovietica non dovesse lottare su due fronti contro il fascismo. L’invasione giapponese provocò la morte di 35 milioni di cinesi e causò alla Cina distruzioni con danni economici calcolati in 600 mila milioni di dollari.

La celebrazione a Mosca lo scorso 9 maggio del 70° anniversario della Vittoria dell’Esercito Sovietico sulla Germania nazista e la comparsa di nuove alleanze internazionali che si sono manifestate, o perlomeno prospettate, in occasione della grandiosa commemorazione promettono cambi epocali nella struttura politica del mondo in questo XXI secolo.

Di fatto, è stata il segno della fine di un’era dominata da un’unica superpotenza mondiale, gli Stati Uniti, la cui incapacità all’assolvimento della responsabilità assunta al termine della Guerra Fredda, è stata ampiamente dimostrata e ha condotto alla prospettiva di una configurazione globale multipolare come necessità imperativa.

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Si intensificano le relazioni commerciali sino-bielorusse

di Danilo Della Valle

A margine della grande parata per il 70° anno della vittoria sul Nazismo, una delegazione del governo della Repubblica Popolare Cinese, con al capo il Presidente Xi Jinping, ha raggiunto la città di Minsk per prender parte al forum economico interregionale bielorusso-cinese. Il forum, organizzato dal Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese, dal ministero dell’Economia della Repubblica di Bielorussia e dalla Camera di Commercio bielorussa, ha visto la partecipazione di circa 500 persone di cui 300 rappresentanti dalla Cina.

Durante il meeting sono state consegnate le certificazioni per la partenza del progetto sino-bielorusso del Parco Industriale “The Great Stone”. Alla cerimonia di consegna delle certificazioni hanno partecipato, il 12 Maggio, il Presidente Bielorusso Alexander Lukashenko e il Presidente Cinese Xi Jinping. I due leaders dopo aver assistito alla presentazione del progetto e ad una breve descrizione dei progetti di investimento hanno firmato il piano di sviluppo del “the Great Stone”. Il parco è un ente territoriale di circa 91,5 mq. Km con uno statuto giuridico speciale con l’obiettivo di favorire gli investimenti. Si trova nel quartiere Smolevichy, regione di Minsk, nella distanza di 25 km dalla Capitale. I lavori di partenza per la costruzione delle infrastrutture del Parco, sotto la guida di un team sino-bielorusso, sono già partiti secondo le date prefissate. Si prevede che nei primi mesi del 2017 il Great Stone possa già esser operativo.

Qualsiasi azienda, indipendentemente dal paese di origine del capitale può agire come un residente del parco industriale “the Great Stone”. Il Governo Bielorusso ha quindi creato un clima favorevole agli investimenti per i residenti del parco industriale, fornendo benefici senza precedenti sul modello di alcune “zone libere” già presenti nelle economie Cinesi e Sud Americane. Il progetto si sviluppa nel quadro della cooperazione intergovernativa tra Cina e Bielorussia e dei pertinenti accordi intergovernativi sottoscritti. Il progetto si basa sull’esperienza di Cina e Singapore nella creazione e sviluppo di zone economiche complesse: il “Great Stone” è modellato sulla base del progetto di successo del Cina-Singapore Suzhou Industrial Park (PRC). Oltre alla presentazione del Parco Industriale, durante il forum Sino-Bielorusso sono stati siglati 25 accordi per un totale di 3,5 miliardi di dollari. I documenti includono gli accordi di amicizia e cooperazione tra le città di Gomel e Harbin, la creazione di relazioni tra Grodno e Lunnan, Polotsk e Mudanjiang. Inoltre sono stati firmati accordi di cooperazione anche tra le regioni di Brest (Brest Oblast) e la provincia di Hubei e tra il Municipio di Minsk e il Governo del Popolo di Pechino. Durante il forum è stato anche siglato un importante accordo di “currency swap bilaterali” tra la Banca Nazionale della Repubblica di Belarus (NBRB) e la Banca popolare di Cina.

Il documento è stato firmato con il fine di promuovere gli scambi commerciali e la cooperazione economica tra la Bielorussia e la Repubblica popolare cinese. L’accordo prevede la fornitura di fondi in moneta nazionale delle parti per la somma totale di BR16 trilioni e RMB7 milioni. Il documento è valido per tre anni e può essere prorogata su mutuo consenso delle parti.

“Il currency swap nell’ambito dell’accordo sottoscritto intende promuovere l’uso delle monete nazionali nel commercio e attività di investimento tra le società della Bielorussia e Cina” hanno dichiarato dalla Banca Centrale di Bielorussia. A termine del forum anche il Presidente Lukashenko ha rilasciato dichiarazioni che lasciano trasparire una certa soddisfazione: “Si è pianificato di creare le condizioni per scambi turistici, formativi e culturali – ha dichiarato Lukashenko. Inoltre – ha aggiunto il presidente bielorusso a margine dell’incontro – anche la cooperazione interregionale della Cina con la Bielorussia riceverà un ulteriore stimolo”.

La firma del pacchetto di accordi, secondo quanto affermato da Lukashenko, diventa il più grande investimento straniero in Bielorussia e darà un impulso molto forte alla cooperazione in diversi ambiti, dal settore dell’edilizia, a quello delle infrastrutture, ma anche in tema di cooperazione interbancaria, con interventi nel settore degli investimenti e del credito.

La Cina rossa sempre più “verde”

resizedi Diego Angelo Bertozzi – lantidiplomatico.it

Greenpeace e Energydesk China: nei primi quattro mesi del 2015 l’uso del carbone è sceso dell’8% e l’emissione di CO2 del 5%

Passi da gigante: è questo il giudizio che può essere dato alla lotta ingaggiata dalla Repubblica popolare cinese contro l’inquinamento, rappresentato nello specifico dall’emissione di anidride carbonica. Secondo le analisi sulla produzione di energia condotte da Greenpeace e Energydesk China, nel gigante asiatico «l’uso del carbone continua a calare precipitosamente» e con esso, quindi, l’emissione nell’atmosfera di CO2. I dati dell’analisi mostrano che nei primi quattro mesi del 2015, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, l’uso del carbone nella prima economia del mondo è sceso dell’8% e l’emissione di CO2 del 5%. Sempre rispetto al primo quadrimestre del 2014, la produzione di carbone ha segnato un calo di oltre il 6%.

Dati che sono il risultato della volontà del governo cinese di rivolgersi sempre più a fonti di energia rinnovabili e meno inquinanti. Mentre la produzione globale di energia è aumentata dell’1% nel mese di aprile (445 miliardi di kWh), quella di energia termica, quasi totalmente derivata dal carbone, ha segnato un calo di circa il 3%.

Per rendere l’idea dei risultati conseguiti, basta sottolineare che la riduzione delle emissioni di anidride carbonica nei primi quattro mesi del 2015 è pari a quella emessa dalla Gran Bretagna nello stesso periodo, e la riduzione dell’uso di carbone è pari a quattro volte il consumo totale sempre della Gran Bretagna.

Xi Jinping: «Cina e Russia difenderanno la pace nel mondo»

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«La Cina si oppone a qualsiasi tentativo di negare, distorcere e riscrivere la storia della seconda guerra mondiale»

La Cina sostiene la Russia nella sua lotta contro i tentativi di falsificare la storia della seconda guerra mondiale e, insieme con Mosca «difenderà la pace e promuoverà lo sviluppo nel mondo», si legge nella dichiarazione del presidente della Cina, Xi Jinping.

«I popoli di Cina e Russia sono pronti con tutta la fermezza e gli sforzi, insieme con tutti i paesi pacifici, ad opporsi a qualsiasi tentativo di negare, distorcere e riscrivere la storia della seconda guerra mondiale», ha detto il presidente cinese Xi Jinping in una dichiarazione pubblicata da ‘Rossiyskaya Gazeta’ .

Il presidente ha ricordato che «la Russia è stato il campo di battaglia principale della Seconda guerra mondiale in Europa e ha perso 27 milioni di persone per la pace e la giustizia nel mondo», mentre in Asia è stata la Cina. «Il popolo cinese prima che qualcuno si alzò per combattere i giapponesi ha subito enormi sacrifici e perdite, come la Russia», si legge nel documento.

Allo stesso tempo, Jinping ha detto che «il popolo russo e il popolo cinese difenderanno fianco a fianco la pace nel mondo e promuoveranno lo sviluppo e il progresso di tutta l’umanità». 

Prodi: «L’Italia non sa approfittare della Nuova Via della Seta»

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In un’audizione alla Commissione Esteri, come riporta il Messaggero, Romano Prodi ha analizzato la situazione dello scacchiere mediterraneo. «L’azione bellica in Libia non è solo inappropriata e dannosa, ma del tutto impossibile e irrealistica», ha detto l’ex premier ai senatori. Secondo Prodi inoltre «le guerre non si vincono con i droni e gli aeroplani, ma nel caso con tanti scarponi».

L’ex premier ha sottolineato che «il Mediterraneo è stato abbandonato da Usa e Russia» e che l’Europa stenta a trovare sue linee di azione politica se non quelle di tipo assistenziale. A suo dire, l’unico modo per risolvere il dramma libico è quello di portare tutte le tribù intorno ad un tavolo.

Prodi si è detto colpito dalla decisione della Gran Bretagna (seguita da Italia, Francia e Germania) di entrare a far parte della Banca asiatica per gli investimenti, fortemente voluta dalla Cina e ha ribadito che l’Italia potrebbe svolgere una ruolo strategico molto importante non solo sul fronte dell’immigrazione ma anche su quello economico.

«Sta nascendo una nuova via della seta nel senso che la Cina è interessata ad aumentare i propri flussi commerciali che passano per il Mediterraneo attraverso il Canale di Suez ma l’Italia non sembra saperne approfittare. Mentre segnali più interessanti sono venuti dalla Grecia che se ha venduto mezzo porto del Pireo ai cinesi sembra comunque decisa ad attrarre su di sè parte di questo flusso».

America Latina, Cina e Stati Uniti

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La guerra propagandistica scatenata dagli Stati Uniti contro la Cina ha raggiunto livelli senza precedenti in America Latina. I nordamericani stanno usando ogni mezzo di cui dispongono a tale scopo, tra cui centinaia di canali televisivi, migliaia di emittenti radio e video che parlano della “minaccia cinese”. Giornalisti marionette sono regolarmente utilizzati per far circolare falsità abilmente preparate. Con grande enfasi gli “ecologisti” si dicono preoccupati per i piani di costruzione del Canale del Nicaragua e per il progetto comune Venezuela-Cina per l’estrazione dell’oro nel Parco Nazionale del Venezuela. Un rapido sguardo è sufficiente per individuare con precisione la fonte di queste valutazioni che circolano nell’emisfero occidentale dal Messico al Cile.
Il Canale del Nicaragua è un buon esempio del successo ottenuto da Pechino nell’attuazione della sua strategia latinoamericana. La nuova via d’acqua è realmente importante per il trasporto delle risorse minerali e del petrolio venezuelano dall’America Centrale e del Sud. Gli USA hanno lanciato una campagna per bloccare il progetto. L’impresario cinese, Wang Jing, che dirige il progetto Grande Canale Interoceanico del Nicaragua, è additato come un arrivista incompetente. Si stanno diffondendo voci che insinuano che il canale è condannato al fallimento in quanto mancante di uno studio sulla fattibilità economica. Nonostante ciò, la costruzione è iniziata nel dicembre scorso. Gli Stati Uniti hanno risposto lanciando l’operazione per sabotare il progetto. Gli esperti credono che le attività destinate a minare la costruzione della via acquatica si intensificheranno nel 2016, anno delle elezioni in Nicaragua. Washington è contro Daniel Ortega e i sandinisti. Possiamo essere sicuri al cento per cento che ci sarà un altro tentativo di rivoluzione colorata in America Latina.

Washington percepisce la crescente presenza cinese nella regione come una grande sfida geopolitica, una minaccia alla sua sicurezza nazionale. Il presidente Obama parla continuamente del presunto “eccezionalismo americano”, ma tutti i tentativi degli Stati Uniti di ridisegnare la mappa mondiale sono finiti nel sangue, nelle città devastate e nella distruzione di stati con culture millenarie. L’America Latina percepisce gli Stati Uniti come un impero, una forza ostile, egoista e amorale che può essere contrastata solo rafforzando il processo di integrazione regionale e lo sviluppo delle capacità militari. E’ per questo che l’America Latina promuove le relazioni con altri centri di potere nel mondo. Pechino valuta correttamente la situazione. L’America Latina si sta allontanando dagli Stati Uniti. Gli attuali politici cinesi sono pragmatici; conoscono bene il continente e specialmente le caratteristiche della situazione latinoamericana. Washington non potrebbe offrire nulla in cambio per bilanciare la promettente prospettiva di collaborazione con la Cina. Nel 2000-2013 l’interscambio commerciale tra America Latina e Cina ha aumentato il suo volume di 22 volte. Ciò ha trasformato la Cina nel principale partner commerciale di Brasile, Argentina, Venezuela e Perù. Nel 2014 l’interscambio commerciale con ognuno di questi paesi ha superato il commercio bilaterale con gli Stati Uniti. Le banche cinesi hanno aumentato i loro investimenti nella regione del 70% in un contesto di uscita del capitale statunitense. Non è un caso che molti stati latinoamericani considerino la Cina come un partner privilegiato. La Cina aderisce ai principi di uguaglianza e mutuo vantaggio con l’obiettivo di facilitare lo sviluppo economico degli stati latinoamericani.

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Risoluzione Onu sullo Yemen: voto favorevole di Cina e Venezuela

resizedi Diego Angelo Bertozzi – lantidiplomatico.it

Riporto di seguito le dichiarazioni dei rappresentati di Cina e Venezuela in occasione del voto favorevole alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla situazione in Yemen. La risoluzione 2216 (2015) ha ricevuto 14 voti favorevoli e la solo astensione della Russia. I due Paesi insistono in una lettura della risoluzione volta all’attivazione di un dialogo nazionale tra le pari in causa, senza interferenze esterne e, soprattutto evitando il ricorso alla soluzione militare. L’intervento del rappresentante Usa, invece, si è sviluppato in una vera e propria requisitoria contro i ribelli Houthi, considerati come unica e possibile fonte di instabilità regionale. Possiamo pensare che il voto favorevole dei due governi – come l’astensione russa – siano inquadrabili nel tentativo di guidare collettivamente, in sede Onu, la crisi nella penisola arabica, evitando ulteriori azioni unilaterali. Nella risoluzione si può, infatti, leggere, accanto al pieno sostegno alla legittimità del presidente dello Yemen, Abdo Rabbo Mansour Hadi, l’appello «a tutte le parti e agli Stati membri ad astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che mini l’unità, la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dello Yemen».
 
LIU Jieyi (CINA) ha detto che la risoluzione ha ribadito il sostegno della comunità internazionale all’unità, alla sovranità e all’integrità territoriale dello Yemen e l’impegno ad appianare le divergenze in modo pacifico e attraverso il dialogo. E’ molto importante ripristinare la stabilità nello Yemen e nella regione in generale, ha aggiunto, sottolineando che non ci può essere alcuna soluzione militare. Tutte le parti devono lavorare per il raggiungere un cessate il fuoco rapido e ripristinare la stabilità e l’ordine attraverso una transizione politica inclusiva guidata dal popolo yemenita. La Cina spera tutte le parti rispettino tutte le risoluzioni pertinenti, comprese quelle sulle questioni umanitarie e l’evacuazione e la protezione del personale e delle strutture diplomatiche.
 
RAFAEL DARÍO RAMÍREZ CARREÑO (VENEZUELA) ha motivato il voto a favore del testo con la prospettiva di consegnare al Consiglio di sicurezza il ruolo principale nei confronti della crisi in Yemen. Non c’è alternativa ad una soluzione politica; tutte le parti devono sostenere gli sforzi finalizzati a tale obiettivo e osservare diligentemente diritti umani internazionali, il diritto umanitario e facilitare l’assistenza ai bisognosi. Ha ricordato che poiché gli unici a trarre beneficio dal conflitto in corso sono stati gruppi terroristici ed estremisti, è essenziale tornare al dialogo. 

Nucleare: L’Iran vince la sua battaglia

da Spondasud.it

Gli Stati Uniti e le maggiori potenze mondiali, riunite a Losanna, hanno raggiunto l’accordo con l’Iran sul programma nucleare. L’intesa quadro, raggiunta dopo un periodo negoziale di 18 mesi e un rush finale di trattative durato otto giorni, stabilisce la tabella di marcia verso il documento finale, che sarà firmato il 30 di giugno. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif si aspetta comunque  che l’accordo definitivo sul programma nucleare di Teheran sia anticipato.«Le soluzioni definite nel comunicato di Losanna – ha detto Zarif, citato dall’agenzia ufficiale Irna – serviranno come piattaforma sulla base della quale, se Dio vuole, la questione sarà finalizzata a maggio».

Per Zarif l’intesa raggiunta a Losanna è una ‘«soluzione ‘win-win’», ossia «vantaggiosa per tutte le parti», un accordo, ha detto, che mostra «come il nostro programma sia esclusivamente pacifico», ha detto citato dall’Irna, e non ostacola l’obiettivo iraniano di una energia atomica per scopi civili. «Continueremo nell’attività di arricchimento», ha spiegato, cosi come «nella ricerca e sviluppo» della tecnologia connessa, mentre il reattore di Arak sarà «modernizzato». «Abbiamo fatto un grande passo ma siamo ancora in qualche modo lontani da dove vogliamo essere», ha però aggiunto Zarif, auspicando che un accordo finale possa aprire la strada ad una maggiore fiducia tra gli Usa e l’Iran. Al suo arrivo a Teheran, Zarif è stato accolto da una folla di persone che esultavano per il risultato dei colloqui di Losanna.

IL DOCUMENTO – Con il documento sono state quindi stabilite le soluzioni chiave per un accordo a 360 gradi, che garantirà la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano. Il documento stabilisce che non ci siano altre strutture di arricchimento dell’uranio oltre a Natanz (si parla di 5.000 centrifughe) e una joint venture internazionale per le strutture di reattori di acqua pesante. L’impianto-bunker di Fordow sarà convertito in un sito per la ricerca scientifica e non ci sarà all’interno più materiale fissile. Il reattore ad acqua pesante di Arak sarà modificato e il plutonio prodotto sarà trasferito all’estero.

Uno dei punti centrali è proprio la riduzione a due terzi del numero delle centrifughe: dalle attuali circa 19mila a 6.104, installate secondo i futuri accordi; l’uranio non sarà arricchito a oltre il 3,67 per cento nei prossimi 15 anni; l’attuale quantità di circa 10mila chilogrammi di uranio a basso arricchimento sarà ridotta a 300 chilogrammi di uranio a basso arricchimento al 3,67% per 15 anni.

Tutte le centrifughe e le strutture per l’arricchimento in eccesso saranno conservate sotto monitaraggio Aiea e usate solo in sostituzione di altre, mentre non saranno costruite nuove strutture per arricchimento per 15 anni. Il tempo di cui Teheran avrebbe bisogno oggi per ottenere materiale fissile per costruire un’arma nucleare oggi è di 2-3 mesi, ma con le nuove condizioni sarà esteso ad almeno un anno per un periodo di almeno dieci anni.

ISPEZIONI – L’Aiea avrà regolare accesso a tutte le strutture nucleari iraniane, tra cui Natanz e Fordo, anche sull’uso delle tecnologie; gli ispettori avranno accesso alla catena di rifornimento del programma nucleare, monitorando strettamente materiali e componenti, così come le loro origini. Tutte le centrifughe e le infrastrutture per l’arricchimento saranno rimosse da Fordo e Natanz, per essere poste sotto controllo dell’Aiea. Teheran ha concordato di applicare l’Additional Protocol dell’Aiea, che dà maggior accesso sia alle strutture dichiarate sia a quelle non dichiarate. Dovrà inoltre permettere l’accesso ai siti sospetti e notificare eventuale costruzione di nuove strutture.

SANZIONI – Altro punto riguarda le sanzioni: se sarà verificato che gli accordi saranno rispettati, verranno sollevate. Le sanzioni Usa e Ue legate al nucleare saranno sospese dopo che l’Aiea avrà verificato. Se in qualsiasi momento l’Iran non avrà rispettato i suoi impegni, saranno ripristinate. Tutte le precedenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu saranno revocate simultaneamente a fronte del rispetti delle intese chiave (arricchimento, Fordo, Arak, Pmd, trasparenza). È prevista una nuova risoluzione Onu in proposito, in modo che eventuali dispute sul rispetto dei diventi punti siano risolte. Se questo sarà impossibile, le precedenti sanzioni saranno riattivate. Restano in vigore le sanzioni all’Iran legate a terrorismo, abusi sui diritti umani, missili balistici.

ZARIF, INTESA UTILE PER TUTTI,NON FERMA NUCLEARE CIVILE –  L’intesa raggiunta a Losanna è una ‘«soluzione ‘win-win’», ossia «vantaggiosa per tutte le parti». Così il ministro iranino Javad Zarif ha presentato l’intesa preliminare conclusa dopo un periodo negoziale di 18 mesi e un rush finale di trattative durato otto giorni. Un accordo, ha detto, che mostra «come il nostro programma sia esclusivamente pacifico», ha detto citato dall’Irna, e non ostacola l’obiettivo iraniano di una energia atomica per scopi civili. «Continueremo nell’attività di arricchimento», ha spiegato, cosi come «nella ricerca e sviluppo» della tecnologia connessa, mentre il reattore di Arak sarà «modernizzato». «Abbiamo fatto un grande passo ma siamo ancora in qualche modo lontani da dove vogliamo essere», ha però aggiunto Zarif, auspicando che un accordo finale possa aprire la strada ad una maggiore fiducia tra gli Usa e l’Iran.

ARAQCHI, RICONOSCIMENTO DIRITTO A NUCLEARE È RISULTATO PIÙ IMPORTANTE – Il riconoscimento internazionale del «diritto dell’Iran al suo programma nucleare» è «il più grande obiettivo» raggiunto dal paese nei negoziati« conclusisi ieri a Losanna. Lo ha detto il vice ministro iraniano degli Esteri, Seyyed Abbas Araqchi, che ha guidato la delegazione di negoziatori sul nucleare. Nel corso di un’intervista alla tv di stato Irib, il giornalista gli ha chiesto se fosse soddisfatto dell’accordo e Araqchi ha risposto: «Lo sono nel modo più assoluto». «Questa volta – ha proseguito – abbiamo raggiunto un punto dal quale è possibile concretizzare le richieste di base della Repubblica Islamica e questo è un risultato molto importante per il nostro paese». Parlando della strategia seguita nel corso dei 16 mesi di negoziati con il gruppo 5+1, il vice ministro ha affermato che si è trattato di una linea che ha permesso a tutti di vincere, perché »anche le preoccupazioni dell’altra parte sono state soddisfatte». «L’obiettivo dell’altra parte – ha spiegato – era quello di creare un clima di fiducia sul fatto che l’Iran non si muoverà verso una dimensione militare dell’energia nucleare. Il nostro obiettivo era rassicurarli su questo punto e ottenere in cambio la legittimazione delle nostre richieste di base, la più importante delle quali è il riconoscimento internazionale del nostro programma nucleare».

IRAN: NYT, ‘PROMETTENTE ACCORDO, ALLENTA 30 ANNI TENSIONI – Secondo il board del New York Times, in un editoriale dal titolo ‘un promettente accordo con l’Iran’, «L’accordo preliminare fra l’Iran e le maggiori potenze è un risultato significativo che rende più probabile il fatto che Teheran non sarà mai una minaccia nucleare».  L’accordo è più «specifico e ampio delle attese. Ci sono buone ragioni di scetticismo sulle intenzioni dell’Iran», ma con la «apertura di un dialogo fra Iran e America le trattative hanno iniziato ad allentare più di 30 anni di ostilità. Nel lungo termine, un accordo potrebbe rendere il Medio Oriente più sicuro e offre una strada all’Iran per riunirsi alla comunità internazionale».

AIEA DÀ BENVENUTO AD ACCORDO SU NUCLEARE, PRONTI A FARE VERIFICHE –  L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha dato il suo benvenuto all’accordo di principio siglato a Losanna sul programma nucleare iraniano, dicendosi pronta a fare le verifiche previste dall’intesa. «L’Aiea – recita un comunicato diffuso nella notte dall’agenzia di Vienna e firmato dal direttore generale Yukiya Amano – dà il benvenuto all’annuncio del gruppo 5+1 e dell’Iran sui parametri chiave per un piano d’azione complessivo comune. Con il sostegno del Consiglio dei governatori dell’Aiea, l’Agenzia sarà pronta a svolgere il ruolo di verifica dell’attuazione delle misure relative al nucleare, una volta che l’accordo sarà finalizzato».

NUCLEARE; INDIA SI RALLEGRA PER INTESA LOSANNA  – L’India si è rallegrata per l’intesa sul nucleare fra l’Iran e i negoziatori internazionali, perché «un risultato significativo sembra essere stato raggiunto con l’accordo sui parametri di una soluzione onnicomprensiva da negoziare entro il 30 giugno». Da sempre l’India, si dice in un comunicato diffuso a New Delhi, «ha mantenuto la sua posizione secondo cui la questione del nucleare iraniano doveva essere risolta pacificamente rispettando i diritti dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare». Ma anche, aggiunge il documento, «il forte interesse della comunità internazionale per la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano». L’annuncio, si dice infine, «sottolinea il successo della diplomazia e del dialogo, che l’India ha sempre sostenuto e che speriamo conduca ad un accordo onnicomprensivo il 30 giugno».

Venezuela: dettagli finali per la Zona Economica Speciale

Paraguana Refineryda Telesur

L’iniziativa Zone Economiche Speciali è parte dell’offensiva governativa volta a rafforzare i settori delle telecomunicazioni, dell’energia elettrica e dei trasporti del paese.

La proposta venezuelana riguardante l’istituzione di una Zona Economica Speciale (ZEE) sarà presentata durante l’ultima settimana di aprile, secondo quanto dichiarato dal Vicepresidente alla Pianificazione e Conoscenza, Ricardo Menendez.

Il piano, parte integrante “dell’offensiva economica” lanciata dal Presidente Nicolas Maduro, includerà iniziative miranti al rafforzamento delle telecomunicazioni, dei trasporti e della capacità produttiva della nazione.

Nel 2015, il Presidente Maduro ha annunciato la creazione di una Zona Economica Speciale a Paraguana nel nord-ovest del Venezuela.

Con l’obiettivo di sviluppare ulteriormente la Zona Economica Speciale di Paraguana, il governo venezuelano ha deciso d’incrementare la produzione di energia elettrica del Paese attraverso lo sfruttamento dell’energia eolica. Il parco eolico di Paraguana secondo le previsioni fornirà 100 megawatt, destinati ad alimentare la vicina raffineria di petrolio.

Il progetto ha cominciato a generare energia nel dicembre 2012, e da quel momento per la raffineria di Paraguana vi è stato un risparmio di 36,3 milioni di dollari, grazie all’utilizzo delle energie rinnovabili in luogo del vecchio diesel.

Il Presidente Maduro ha firmato un accordo da 2 miliardi di dollari per l’istituzione di una Zona Economica Speciale per le industrie manifatturiere e di materiali da costruzione cinesi.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione a cura di Fabrizio Verde]

Libia 2011: troppi ignavi mentre la Nato apriva la strada ai nazi-califfi

di Marinella Correggia – Spondasud.it

Con il terrore e la morte l’intero Medioriente e buona parte dell’Africa pagano per le guerre dei governanti occidentali e l’ignavia dei relativi popoli. In tanti dovrebbero mettersi in ginocchio.

Adesso che i nazi-califfi dilagano in Libia e sgozzano lavoratori migranti egiziani sulle spiagge mentre altre vittime delle guerre occidentali dirette o indirette continuano a morire in mare. Adesso che il risultato della guerra Nato del 2011 si dispiega pienamente, adesso che – veramente da tempo – gli altri effetti sono in Siria, Iraq, Africa, ammetterà qualche colpa chi nel 2011 per sette lunghi mesi non fece nulla, tacque o peggio avallò le menzogne mena-guerra dei cosiddetti “ribelli” poi rivelatisi bande islamiste e razziste che ora aderiscono ai nazisti dell’Isis, nazisti nelle infernali azioni e nel medioevale pensiero?

Anche la Nato è nazista, visto che uccide a tutto spiano a casa d’altri e fa da aviazione a mostri, a volte apposta, altre volte alla Frankenstein. Lo scrivevamo su uno dei nostri cartelli il 14 febbraio 2015, partecipando come spezzone anti-Nato e antiguerra filo-Nato nel Donbass alla manifestazione per la Grecia (visto che Syriza almeno al tempo era per l’uscita dalla Nato e contro l’appoggio europeo a Kiev). Eravamo visibili, anche sotto il palco. Ed era già arrivata la notizia di Sirte invasa dai mostri Nazi-Isis dopo essere stata distrutta dal mostro Nato. Eppure gli oratori hanno ignorato la materia.

La sinistra non dovrebbe avere come prima cura l’opporsi alle guerre di aggressione, il più osceno degli atti? E’ ormai il contrario. Lo vediamo dal 2011, con la guerra Nato e italiana alla Libia. E poi sulla Siria, ora sul Donbass. Nel 2011 a bombe cadenti fummo davvero poche unità o decine a opporci con continuità, in Italia e anche in Europa e Usa. Pochi disperati – sì, ci si deve disperare quando fanno la guerra! – in giro per l’Italia, in particolare gruppi a Roma e a Napoli. Nel resto d’Occidente e perfino nei paesi arabi fu lo stesso. Eravamo nel deserto! Non parlo nemmeno del Pd che ovviamente con Napolitano spinse a tutti i costi verso la guerra. Parlo della sinistra “radicale”, e delle grosse associazioni con personale e mezzi, dei pacifisti del 2003, degli studenti, delle strutture pagate per occuparsi di pace, degli indignati (che il 15 ottobre non ci degnarono di uno sguardo), dei social forum, delle ong umanitarie, egli ambientalisti, dei giornalisti diventati fan, dei “movimenti” diventati immobili, dei sindacati… Non fecero niente. Al massimo fecero un raduno un giorno, un comunicato, una dichiarazione. Oppure, peggio, avallarono e diffusero sin dai primi giorni le menzogne che portarono alla guerra “umanitaria”. Responsabilità diretta!

Invece di appoggiare platealmente l’azione di pace di Chávez, come chiese Fidel, in molti abbracciarono i “ribelli”, li chiamarono “partigiani”. Si è visto subito quali partigiani fossero. Eravate disinformati? Eppure c’era modo di informarsi, di capire che le fosse comuni non esistevano (allora), che i 10 mila morti fatti da Gheddafi erano una propaganda dei “ribelli”, che l’unica aviazione che aveva bombardato era quella della Nato. Quanti morti e mutilati ha fatto? Non si saprà mai. I vincitori contano solo i morti propri. Incontrai dei superstiti, a Tripoli. E dei bambini feriti. E tanti sfollati interni, chissà che fine hanno fatto. Ad esempio la piccola Noor, 4 anni nell’agosto 2011, era a Zanzur, profuga da Tobruk. Se è viva è in difficoltà.

E i migranti? Ebbene, dalla caduta del governo libico nell’autunno 2011, quanti ne sono stati ammazzati dalle bande razziste? Quanti sono morti in mare grazie ai vostri ribelli fra i quali – ripeto – c’erano sfruttatori di migranti? Quanti ne sgozza adesso l’Isis, facendo sì fosse comuni in mare? Quante centinaia di migliaia di lavoratori hanno dovuto tornare dalla Libia in posti impoveriti e desertici come il Sahel (ne conosco alcuni in Niger), o allagati come il Bangladesh? Ognuna di queste domande ha dietro dati e ricerche.

“Come mai non manifesta nessuno da voi?” mi chiedeva una cittadina libica sotto le bombe nel ramadan d’agosto. Che vergogna. Eppure, si poteva fare tanto! Tante persone erano contro, ma non avendo alcuna organizzazione, finirono per fare la guerra e la pace al computer. Cosa fecero, i pochi che si mossero, senza strutture, senza aiuti? Fecero, in pochissimi, sit-in, petizioni, disperati appelli all’estero, lettere ai giornali per la proposta Chávez, visite alle ambasciate non occidentali, presenze in Libia, digiuni ma non di piazza, domande scomode alle conferenze stampa Nato a Napoli (ma troppo tardi). A Napoli, l’unica manifestazione nazionale, disertata dai sunnominati gruppi. Invece, la Perugia Assisi di settembre, in pieno assedio di Sirte, a stento richiamò la Libia… E le tante manifestazioni “di sinistra” che si susseguirono in quei mesi, su vari argomenti, non erano mai contro la guerra, nemmeno durante il finale assedio a Sirte. Ci andammo, con i nostri cartelli, cercando di sensibilizzare.

In pochi occorre fare azioni dirette. Forse, incatenarsi in sciopero della fame davanti alle ambasciate dei paesi che potevano fermare la Nato: Russia e Cina. Era l’unica cosa da fare, insieme ad altre azioni dirette. Occorrerà studiare meglio cosa si può fare quando si è quasi soli. Ormai sono 25 anni di insuccessi totali; onestamente tocca ammettere che non fermammo nemmeno una bomba. Però, almeno c’è chi ci ha provato. E poi non è una buona ragione per smettere. Semmai per cambiare.

La colpa della tragedia è certo dei governanti in primo luogo, di destra e “sinistra di governo”. I quali rimarranno impuniti, sicuri nei loro privilegi nei secoli dei secoli. Così va il diritto internazionale.

Ma chi non fece nulla per fermare i vari Sarkozy, Napolitano, Obama, Hollande, si faccia carico, almeno dal punto di vista morale, di un po’ di tutti questi morti, amputati, immiseriti, annientati.

Tanto è gratis. Nemmeno una multa.

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