ALBA Movimientos: ¡A las calles contra el golpe en Bolivia!

por ALBA Movimientos

Después de días denunciandolo hoy las élites fascistas de Bolivia junto con sus cuerpos policiales y las fuerzas armadas concretaron un golpe de Estado contra el gobierno democráticamente electo de Evo Morales Ayma.

Denunciamos este golpe fascista y racista que ha incendiado sedes públicas, casas y atacado militantes del MAS, por la fuerza desconocieron la democracia y bajo amenaza de incendiar el país han obligado una renuncia de Evo y Álvaro.
Hoy hacemos un llamado a los movimientos del continente a movilizar fuerzas en la calle para denunciar enérgicamente:

1. Hubo un golpe sangriento en Bolivia, no una renuncia, las renuncias son hechos libres sin amenazas.

2. Hay una ruptura del orden democrático en Bolivia, fue derrocado un gobierno electo con más de 10% de distancia sobre sus opositores políticos.

3. La derecha boliviana y sus instituciones militares han desconocido la voluntad de la mayoría y han legitimado la violencia de calle desatada contra pueblos indígenas y sus principales símbolos, como la whipala, símbolo del Estado plurinacional, su quema y retiro de las sedes es igual a eliminar a los pueblos indígenas del país

4. En este momento están siendo perseguidos los líderes del MAS y sus familias para ser eliminados físicamente o apresarlos solo porque piensan distinto, hacemos un llamado por la preservación de su integridad física y mental.

5. Este golpe de Estado es una vergonzosa muestra de cómo las élites de Bolivia no creen en la democracia, la OEA es un instrumento de la política imperialista de los EEUU y este último solo permite que existan gobiernos controlados en la región, el gobierno de Evo Morales siempre defendió su soberanía y su proyecto democrático y por eso fue derrocado, para Donald Trump no puede haber un presidente cocalero, trabajador, indio que garantice el bienestar de su pueblo, para él Bolivia debe ser un país controlado por una minoría blanca, fascista y racista dispuesta a imponer la agenda neoliberal bajo los designios del FMI.

6. Finalmente hacemos un llamado de energía a todas las mujeres y hombres que han luchado por un cambio radical en Bolivia en favor de las mayorías, estamos con ustedes y seguiremos adelante, es el momento de resistir y reagrupar para volver, Bolivia no volverá atrás a la noche del neoliberalismo, la fuerza campesina indígena y originaria retomará la lucha histórica que durante todos estos hemos acompañado y seguiremos acompañando.
Vamos al frente de batalla de los movimientos populares, juntas y juntos decimos:

Abajo el golpe de Estado en Bolivia!
Jallalla Evo!

Pueblos del mundo unidos con Bolivia!

Bolivia no está sola! Evo no está solo!

10 de noviembre de 2019

Bolivia: il fascismo all’assalto del potere

L'immagine può contenere: 2 persone, testo

di Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “CaracasChiAma”

Gruppi violenti di estrema destra del leader Camacho hanno occupato ieri pomeriggio le strutture e catturato i lavoratori della tv e della radio statale boliviana, bloccando le trasmissioni che mostravano le violenze e la perpetrazione di un possibile colpo di stato nel paese.

I media che sono stati attaccati sono il canale televisivo statale Bolivia Televisión, le stazioni Radio Patria Nueva e della Confederazione dei sindacati contadini della Bolivia (Csutcb), in quest’ultima il suo direttore, José Aramayo, è stato legato a un albero.

Il presidente Evo Morales dopo aver appreso lo svolgersi di queste azioni che tutti gli esponenti del governo definiscono golpiste e fasciste ha twittato: “I media statali BTV e RPN sono stati occupati da gruppi organizzati che dopo aver minacciato e intimidito i giornalisti li hanno costretti ad abbandonare le loro fonti di lavoro. Dicono che difendono la democrazia, ma agiscono come nella dittatura”.

Da parte sua, il presidente del canale statale della Bolivia TV, Miguel Torrijo, ha denunciato che un gruppo violento ha preso le strutture del mezzo di informazione e li ha costretti a interrompere il segnale, “hanno chiuso le strutture con lucchetti e catene, ci hanno costretto a lasciare il canale”, ha aggiunto.

Ma le violenze non sono finite qui.

La casa della sorella di Evo Morales è stata data alle fiamme (http://www.apcbolivia.org/noticias/noticia.aspx?fill=61513&t=turba-vandálica-quema-casa-de-la-hermana-del-presidente-evo-en-oruro) e sulle reti sociali le bande para-fasciste si organizzano per andare ad assaltare l’ambasciata cubana e quella venezuelana (https://twitter.com/erikaosanoja/status/1193369057376002053?s=21) approfittando della pressoché totale assenza della polizia che avrebbe aderito alle posizioni golpiste.

Gli aggiornamenti e video delle ultime ore in diretta sul posto, cliccare sul link:
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3661474290533032&id=1034770026536818&anchor_reactions=true

https://www.telesurtv.net/news/bolivia-grupos-violentos-atacan-medios-comunicacion-20191109-0026.html

Bolivia: vientos de golpe

L'immagine può contenere: testo

Bolivia: Vince Evo Morales e la destra vuole il golpe

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, testodi Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana 

In Bolivia il presidente socialista Evo Morales non è ancora il vincitore ufficiale delle elezioni, perché?

Ecco i fatti di ieri minuto per minuto vissuti in prima linea sul posto come osservatori internazionali accreditati.

Il giorno delle elezioni il conteggio dei voti si è fermato all’83% circa delle schede poiché dovevano arrivare i voti dalle aree rurali che giungono non attraverso il conteggio rapido a causa della natura dei luoghi.

In quel momento il presidente era in vantaggio del 8% circa ma ciò non bastava a farlo vincere al primo turno.

L’opposizione di destra attraverso i media, che qui in Bolivia sono tutti contro Evo Morales, ha cominciato a cantare vittoria dicendo che aveva raggiunto il ballottaggio.

Ovviamente era una gran bugia poiché nelle zone rurali da scrutinare Evo Morales vince con percentuali superiori all’80%, quindi i seggi mancanti avrebbero potuto dargli la possibilità di arrivare al 10% di vantaggio e quindi essere eletto al primo turno.

Infatti ciò è puntualmente avvenuto quando, durante la giornata di lunedì, lo spoglio mostrava l’avanzata del presidente socialista.

La destra, ipotizzando una possibile sconfitta, aveva ammassato sin dalla mattina una folla di oppositori fuori all’hotel Plaza dove avveniva il conteggio dei voti che mostrava uno per uno i verbali dei seggi scannerizzati.

Nel frattempo anche i sostenitori di Evo Morales avevano deciso di andare di fronte all’hotel per difendere la eventuale vittoria del proprio presidente, la piazza era quindi divisa a metà da un cordone di polizia che divideva i due gruppi, come mostra il nostro video di ieri pomeriggio.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3597000466980415&id=1034770026536818&anchor_reactions=true

È successo quindi che alle 19 circa, i rappresentanti della destra, vedendo i risultati a loro sfavorevoli, hanno iniziato a gridare ai brogli ed hanno abbandonato furiosi la sala dell’Organo Elettorale uscendo dall’hotel e gettandosi tra le braccia dei loro manifestanti dicendo che “all’interno dell’hotel era in atto una frode elettorale, e si stava rubando il voto ai boliviani”.

Dopo circa mezz’ora è iniziato il caos.

Dalla parte della piazza dove erano i manifestanti della destra è cominciata una fitta sassaiola contro le vetrate dell’hotel ed il tentativo di sfondare il cordone di sicurezza per entrare a distruggere tutto.

La parte sinistra della piazza, quella dove erano ammassati i manifestanti socialisti era invece ferma e pacifica come mostrano i primi 7 secondi del video.

Nel prosieguo delle immagini si vede invece la polizia che respinge i violenti che cercano di sfondare.

Abbiamo provato ad uscire ma il fumo dei lacrimogeni era insopportabile.

Contemporaneamente anche in altre città partiva l’ordine della opposizione ai propri militanti di creare caos nelle strade bruciando ed attaccando le sedi locali del Tribunale Elettorale, cosa puntualmente avvenuta.

Il conteggio dei voti e la mostra dei verbali uno per uno è andata avanti sino alle 3 del mattino e verrà ripresa oggi alle 15:00 presso la sede centrale del Tribunale Supremo Elettorale a La Paz e lì presumibilmente saranno dati i risultati definitivi.

Al momento il presidente Evo Morales ha superato il 10% di vantaggio e sarebbe virtualmente presidente.


La destra ha detto che non accetterà mai il risultato e la OEA, attraverso i suoi osservatori ha già condannato lo spoglio ed ha chiesto che si vada al ballottaggio.

Il video e lo svolgimento dei fatti sono raccontati per osservazione diretta essendo presenti come osservatori ufficiali alle elezioni.

Cuba, Venezuela e Bolivia uniti di fronte all’ONU

L'immagine può contenere: 3 persone, testoda Rete di Solidarietà “CaracasChiAma”

Ieri alla Assemblea dell’ONU i presidenti di Venezuela, Cuba e Bolivia hanno parlato contro la politica dei blocchi economici, delle invasioni, delle ingerenze, portate avanti dagli Stati Uniti d’America.

Il presidente cubano Díaz-Canel: “I principali problemi che affliggono il mondo sono il risultato del capitalismo, in particolare dell’imperialismo e del neoliberismo. L’egoismo e l’esclusione che accompagnano questo sistema, sociale e culturale favoriscono l’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi a scapito della maggioranza e causano sfruttamento e miseria. L’attuale Amministrazione statunitense, in un nuovo sfoggio di politica imperiale, attacca il Venezuela con speciale ferocia. Ribadiamo il nostro assoluto sostegno alla Rivoluzione Bolivariana e al legittimo governo del presidente Maduro”.

Il presidente Maduro: “Porto la verità di un popolo combattivo, eroico, rivoluzionario. La voce di un paese che ha rifiutato di arrendersi all’ingiustizia. Ieri agli schiavisti coloniali, oggi agli schiavisti neocoloniali. Le porte del paese sono aperte, per una indagine indipendente e internazionale con un emissario dell’ONU che indaghi sul fallito attentato con droni del 4 agosto subita dal popolo e dalle sue autorità. Attentato preparato da autori che risiedono negli Stati Uniti e che hanno avuto l’approvazione delle autorità colombiane. Esorto i paesi della America Latina e dei Caraibi a non accettare la dottrina Monroe statunitense che tanti danni ha fatto nel 20° secolo”.

Il presidente socialista boliviano Evo Morales: “Respingo l’intenzione spudorata degli Stati Uniti di intervenire militarmente in Venezuela. I problemi interni dei venezuelani devono essere risolti dai venezuelani, senza alcun intervento esterno di alcun tipo o governo. Esorto il governo degli Stati Uniti a ritirare le misure unilaterali e illegali, che rappresentano una delle cause dell’attuale situazione economica della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Respingo il blocco economico illegale di Cuba da parte degli Stati Uniti. Il governo nordamericano ha l’obbligo di riparare finanziariamente il danno causato da queste misure al popolo cubano, di rispettare le risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e di togliere immediatamente il blocco contro l’isola”.

Walter Martínez: el hombre de los acontecimientos en pleno desarrollo

por Cris González

La Correo No. 72, marzo de 2018, La Paz, Bolivia

correodelalba.com

Una de las voces más autorizadas para analizar la coyuntura internacional nos concedió una entrevista exclusiva para La Correo. Es la voz de Walter Martínez, que en esta oportunidad nos dio su opinión sobre la economía, geopolítica y la moderna guerra fría que vive el mundo actualmente y, en particular, nuestra Patria Grande.

A casi tres décadas de la caída del Muro de Berlín y del desplome de algunas experiencias socialistas europeas, ¿cuánto repercutieron estos hechos en el reordenamiento global?

Fue el símbolo de un reacomodo de las áreas de influencia militar, geopolítica y económica de las grandes potencias de aquel mundo bipolar. Se produjo un desbalance en la conducción del mundo, porque los Estados Unidos, al menos en los primeros años posteriores a esos hechos, parecían ser la única potencia, es decir, una potencia unipolar, y hubo un re-alineamiento político y económico. Como dicha caída permitió la reunificación de Alemania, ésta recuperó su papel de liderazgo en todos los campos y permitió el paso a la fundación de la Unión Europea, evidentemente hoy dominada por esta nueva Alemania que es la locomotora de la economía regional.

¿Cuál es el papel que juegan las potencias europeas y la Organización del Tratado del Atlántico Norte (OTAN) en el escenario político de hoy? ¿Cuál es su real incidencia geopolítica?

Las juventudes europeas ya no quieren pasar por lo que sufrieron sus abuelos y sus padres, ni quisieran que sus países volvieran al estado de guerra entre ellos. La Unión Europea pretende garantizar eso y, por ahora, fabrica la guerra sólo contra otros países.
Pero, luego de un cierto período del denominado “estado de bienestar”, el neoliberalismo ha venido liquidando las ventajas socio-económicas de las que esos jóvenes habían estado disfrutando luego de la recuperación económica de la post-guerra.

La OTAN es un producto post segunda guerra e hija de la Guerra Fría, pero ya su existencia misma y propósito principal en algún momento dejaron de tener sentido con una Unión Soviética “caída”. Hoy, la Federación de Rusia recupera el protagonismo geopolítico, militar y económico, con determinadas y claras áreas de influencia; por lo cual la OTAN, formada por esas potencias europeas y con Estados Unidos como principal socio, igualmente “recupera” su propósito: el “enfrentar” la ahora transformada patria rusa. En este escenario de moderna guerra fría, esos nombrados jóvenes no quieren pasar por esas experiencias de sus mayores, sino disfrutar de una vida normal. Nadie podría garantizar que ese deseo esté asegurado. La real incidencia geopolítica de la OTAN es enorme. Pero Rusia, la imparable China y las potencias emergentes, muchas de las cuales son nucleares, le hacen un muy fuerte contrapeso, y han sobrepasado en muchos aspectos a Estados Unidos y a los europeos. El eje geopolítico del mundo se ha trasladado muy hacia el este.

¿Qué elementos inciden para que EE.UU. se presente ante el mundo como la primera gran potencia?

Indudablemente sigue siendo una gran potencia. Sin embargo, el que sea autodenominada como “la primera potencia” es cuestión de revisar conceptos y cifras. El crecimiento económico, tecnológico y militar, imparable, de China, por ejemplo y por sólo nombrar alguna, podría perfectamente poner en duda esa autoafirmación a la que se alude. Y eso pone nerviosos y, por lo tanto, muy peligrosos, a los gobiernos de Estados Unidos. Lo que nos ha mantenido a salvo en la época nuclear es lo que el doble Premio Nobel Linus Carl Paulin definió como “la paz por el terror”: la acumulación de tanto armamento nuclear hace de la indeseable hipótesis de una tercera guerra una especie de suicidio colectivo que nadie quiere.

Desde hace siete años se libra una guerra en Siria, en la cual han tomado posiciones las superpotencias, ¿cuál es la trascendencia de ese conflicto?

Comienzo con mi ya clásica afirmación: ‘Estados Unidos e Israel le quieren cambiar el mapa geopolítico al Medio Oriente’. Para ello, han estado contribuyendo, por razones de conservar sobre los hombros sus cabezas y sobre éstas sus coronas, algunos monarcas y mandatarios de países en el Medio Oriente y también por razones económicas que incluyen la construcción y paso de oleoductos, y son países como Arabia Saudita, Catar, Emiratos Árabes Unidos, Turquía, Jordania. Desde el asesinato de Anwar El Sadat, ha venido mermando el liderazgo en esa hermosa región con la progresiva eliminación de los líderes de los diferentes países: Saddam Hussein, en Irak; Mohamar El Kaddafi, de Libia; Yasser Arafat, de Palestina, y actualmente el intento de asesinato del gran Bashar Al Assad, de Siria, y de los diversos presidentes de la República Islámica de Irán. Y se siente la ausencia de un líder que actúe con la voluntad de unificación de países hermanos musulmanes y árabes. Israel aspira a modificar ese mapa de acuerdo a sus intereses y lograr su eterna aspiración: el Eretz Israel, que alcanzaría a ocupar gran parte de todos los países del Medio Oriente y llegaría hasta Irán. Estados Unidos, Israel –quien ocupa Palestina violando todas las resoluciones de su creadora, la Organización de las Naciones Unidas– y Europa han hecho una guerra imperialista porque no quieren ningún gobierno progresista ni de avanzada en el Medio Oriente, y porque necesitan la división del mundo árabe y musulmán.

Una razón no menos importante es que Israel y su aliado Estados Unidos necesitaban derrocar a Bashar Al Assad y tomar Siria para aislar a la potencia emergente de Irán y, además, provocar en el seno de ambos países una división hostil entre los diversos grupos musulmanes chiítas y sunitas y, por tanto, la típica guerra civil que esas potencias suelen auspiciar en los países donde intervienen con el objetivo de debilitarlos y hacerlos poco resistentes a su consiguiente sojuzgamiento. A la par Hillary Clinton tenía su propio interés particular: ayudando a Catar por un puñado de dólares, una gran contribución a la Fundación Clinton para que “convenciera” a Bashar Al Assad de permitir el paso de un gasoducto desde ese país a través de Siria para proveer gas a Europa. Assad se negó, y muy pronto comenzó el hostigamiento contra él y contra Siria. Pero ya Rusia habló: actuó en Siria y determinó la derrota de las potencias occidentales. Seguramente Rusia protegió un interés geopolítico propio, pero también tuvo la voluntad de proteger a un país progresista y soberano.

En los últimos meses, la Revolución Bolivariana ha triunfado en las urnas una y otra vez, aun cuando la derecha internacional insiste en presentar al país como “caótico y dictatorial”. ¿A qué se debe tal ensañamiento de EE.UU. y de la derecha contra Venezuela y, particularmente, contra Nicolás Maduro?

Es importante recordar que siempre fuimos y somos el proveedor seguro y confiable de la energía que los Estados Unidos necesitaron para desarrollar su industria, y su parte en la Segunda Guerra Mundial –mientras los soviéticos, y hay que aclararlo, llegaban primeros a Berlín en lo que éstos denominan “La Gran Guerra Patria”, a un altísimo costo de vidas humanas–. Igualmente lo hicimos en la guerra contra Corea y en la del Golfo. A pesar de esto, esas causas pueden ser apreciadas en los siguientes aspectos que señalaré.

Primero: para Estados Unidos, a partir del triunfo del presidente Hugo Chávez, hemos sido un “mal ejemplo” por nuestra actitud soberana e independiente, por reivindicar la dignidad de nuestro Pueblo y porque, como dicen por ahí, “no nos bajamos los pantalones” ante ninguna potencia; mientras no pocos vecinos y no tan vecinos siguen genuflexos ante EE.UU., aceptando bases militares estadounidenses en sus territorios con la vergonzosa entrega de sus respectivas soberanías.

Segundo: nunca nos perdonarán que los venezolanos seamos, con el visionario venezolano Dr. Juan Pablo Pérez Alfonso –a quien tuve el honor de entrevistar–, los creadores de la Organización de Países Exportadores de Petróleo (OPEP), y Venezuela fue quien enseñó a los demás países productores a revalorizar su papel, incluso geopolítico.

Tercero: tenemos la reserva petrolera más importante del mundo en la Faja Petrolífera del Orinoco “Hugo Chávez Frías”, aparte de lo que hay en el resto de Venezuela; la cifra en la Faja, según el Servicio Estadounidense de Geología, asciende a 513 mil millones de barriles; y si a ello agregamos el denominado “Factor de Recobro” que, según algunos expertos, los propios estadounidenses han estimado hasta en 40%, podríamos entonces reconsiderar la dimensión de las reservas hasta ahora aceptada; y todo esto, a apenas cinco días de navegación desde Venezuela a EE.UU., frente a los 40 a 45 días desde el Golfo Pérsico a Estados Unidos. En vista de que uno de los grandes negocios del petróleo es su transporte, y este factor se refleja en el costo final, la diferencia es contundente.
A ello se agregan los siguientes aspectos: las reservas petroleras mundiales están a la baja.

En países no OPEP, la relación producción-descubrimiento es adversa: se producen 15 barriles y sólo se descubre un barril; en países OPEP, sacando a Venezuela, la relación es: por cada dos barriles producidos, se descubre sólo uno; y si metemos a Venezuela la relación en países OPEP es: se descubre mucho más del doble que lo que se produce, lo cual indica que nuestra Faja hace la gran diferencia; y es de conocimiento público que a Colombia no le quedan reservas petroleras sino para cuatro años y medio aproximadamente. Económicamente hablando, no existe, al menos por ahora, una fuente energética con la eficiencia del petróleo; los EE.UU. consumen 20 millones de barriles diarios aproximadamente; Venezuela hasta ahora le ha venido supliendo cerca del 15% de sus necesidades petroleras, aunque últimamente la cifra bajó en algo; y algunos expertos han afirmado que, por ejemplo, Arabia Saudita no autoriza auditoría de sus pozos, lo cual mueve a la conocida postura del Peak Oil, según la cual el mundo ya consumió la mitad de las reservas petroleras mundiales y consume más petróleo del que se descubre. Debe tomarse en cuenta que lo que respalda a las acciones de las compañías petroleras en la US Securities and Exchange son las reservas de las cuales sean propietarias o bien puedan inscribirlas como “propias” en la bolsa de valores, debido a que esas empresas sean socias de una empresa, como por ejemplo Petróleos de Venezuela (PDVSA), que dispone de las mayores e inmensas descritas reservas de petróleo, y por ejemplo, la Exxon Mobil, a quien Venezuela la puso en vergüenza porque le ganó varios pleitos jurídicos en su propio terreno del “primer mundo” y cuyo real Chief Executive Officer, es decir, el presidente de su mesa directiva, es Rex Tillerson, actual Secretario de Estado de los Estados Unidos, quien por eso practica una escalonada y feroz agresión contra Venezuela, sólo posee el 4% de las reservas que tiene PDVSA. Con estos aspectos petroleros integralmente considerados tenemos un avance del ilustrativo panorama del interés de EE.UU. en promover, por los medios que sea, un cambio de gobierno en Venezuela, ya que PDVSA es netamente propiedad soberana de la República Bolivariana de Venezuela y cuyo Pueblo es su único accionista.

Cuarto: Venezuela está por certificar sus grandes reservas de gas, lo cual la ubicará en mucha mejor posición que la octava actual; se ubicará cuarta en el mundo.

Quinto: Venezuela está siendo considerada como una de las primeras potencias en oro. Si no fuere la primera, será una de las primeras.

Sexto: Venezuela dispone de muy importantes y muy estratégicas reservas de minerales de imprescindible aplicación en lo militar, aeronáutico y tecnológico, como el coltán; el niobio, que es una mezcla del coltán y la columbita; el torio, combustible nuclear “verde” o “limpio” sobre el cual se está estimando que Venezuela figuraría como la cuarta o quinta reserva del mundo; el vanadio, del que podríamos ser el primer exportador del mundo y se encuentra en crudos pesados y extrapesados; los diamantes, Venezuela está considerada como poseedora de una gran reserva de diamantes, y la casa mundial Kimberley acaba de aceptarnos y certificarnos.

Séptimo: Venezuela tiene una de las mayores reservas de agua dulce del mundo; se encuentra entre las 10 mayores, de segunda o de tercera; y, aunque se ha dicho que la lucha por el agua es un “falso positivo” de los tanques pensantes de EE.UU., las reservas de agua dulce son un recurso estratégico y de primer orden en el mundo.

Octavo: la envidiable ubicación geográfica de Venezuela. Toda la fachada norte de América del Sur y a orillas del Mar Caribe, y su costado este en el Océano Atlántico, muy cerca de los centros geopolíticos del norte, es un gran motivo para una obstinada intención de objetivo militar y de ocupación.

Noveno: nuestra querida y respetada Fuerza Armada Nacional Bolivariana FANB, que en Venezuela no es una casta, sino el Pueblo uniformado, a quien las fuerzas reaccionarias extranjeras e internas han hecho blanco de las más sucias y canallescas campañas para intento de desprestigio, y no lo han logrado ni lo lograrán. Nuestra FANB es muy celosa y soberana guardiana de nuestro país, y el Pueblo la acompaña en perfecta sincronía de metas y valores: nuestra famosa y criolla Unión Cívico-Militar. Bien se dice que todas esas organizaciones del mundo imperialista (trasnacionales petroleras y otras, tanques de pensamiento, gobiernos estadounidenses, ONGs muy bien pagadas en dólares, y otros), saben que nuestra FANB está en real situación de poder defender a Venezuela en cualquier escenario de invasión o ataque, acción defensiva a la que el Pueblo jamás estará ni ajeno ni indiferente.

Décimo: el Petro, criptomoneda venezolana que tiene como respaldo reales riquezas, las referidas reservas nacionales de petróleo, y puede apoyarse en otras como gas, oro, diamantes, y los demás minerales, le da un tremendo e inesperado golpe moral en su poder hegemónico y de dominación económica, y como afirmó el investigador y economista estadounidense Max Keyser, “si el Petro funciona, los EE.UU. no podrán aplicar sanciones en ningún lugar”.

Undécimo: Venezuela es un faro de Integración, de esquemas de cooperación, solidaridad, complementariedad y de concurrencia Sur-Sur, lo cual revive cada día el sueño de nuestros Libertadores y de la Patria Grande Latinoamericana y Caribeña. Solamente recordemos: Petrocaribe, el ALBA, Banco del Sur, Unasur, Celac. Nada de eso es compatible con la doctrina de dominación de los Estados Unidos ni la de la Unión Europea.

Duodécimo: la condición de exconductor de metrobús que con mucho orgullo, suyo y nuestro, ostenta nuestro Presidente Obrero y Comandante en Jefe, la vieja oligarquía internacional y nacional ve incluso con odio el que una persona de esos orígenes les adivine el juego y los derrote, reiteradamente, en sus propios terrenos y con sus propias reglas; ese odio per se, sin otras motivaciones, les genera una determinación compulsiva a la agresión, al ataque, y a intentar humillar al presidente democráticamente electo de todos los venezolanos y, por tanto, a Venezuela.

¿Por qué triunfa el chavismo en las urnas?

Porque el chavismo sigue fiel al legado y a la doctrina del Presidente Comandante Hugo Chávez Frías, así como lo hace su sucesor, el actual presidente chavista Nicolás Maduro Moros, lo cual permite que éstos, legado y doctrina, triunfen en el campo de la justicia social en Venezuela; y que Nicolás Maduro no olvida su origen proletario y actúa con sobrada y reconocida solvencia tanto en el campo social y político como en su carácter de Comandante en Jefe de la Nación Bolivariana en Unión Cívico-Militar. Y por último, ¡porque el Pueblo venezolano no es pendejo!

A partir de las iniciativas del presidente Hugo Chávez, se reforzó una mirada integradora en América Latina y el Caribe. ¿Cuánto queda de esa unidad? y ¿cómo ve la correlación política continental?

En los últimos tiempos, y en especial después de la muy sospechosa muerte del Presidente Chávez, ha habido una arremetida general, y por todos los medios, para ir eliminando en efecto dominó todas las fichas progresistas y antiimperialistas del mapa geopolítico del continente americano y caribeño. Nos toca ahora adaptarnos a esa nueva realidad, reconstruir lo perdido y seguir luchando también nosotros por todos los medios para preservar los gobiernos progresistas y derrotar a los retrógrados y entreguistas.

¿Cuáles son los desafíos del chavismo?

Conservar y proyectar los valores en los cuales se fundamenta este proceso histórico y único, así como profundizar su práctica y seguir apuntalando la integración política y de los pueblos, con el sagrado concepto de la Patria Grande que nos legaron nuestros Libertadores, concepto al que desde esa época se han opuesto los imperios de turno.

 

Frases destacadas

“Es importante recordar que siempre fuimos y somos el proveedor seguro y confiable de la energía que los Estados Unidos necesitaron para desarrollar su industria”

“Para Estados Unidos, a partir del triunfo del presidente Hugo Chávez, hemos sido un ‘mal ejemplo’ por nuestra actitud soberana e independiente”

“Nos toca ahora reconstruir lo perdido y seguir luchando también nosotros por todos los medios para preservar los gobiernos progresistas y derrotar a los retrógrados y entreguistas”

Perfil de Walter Martínez

Cuando hablamos de periodismo veraz y oportuno, o sobrios análisis sobre el panorama internacional, nos viene a la mente un nombre: Walter Martínez.

Nacido en Uruguay en 1941 y radicado en Venezuela desde 1969, con amplia trayectoria no sólo como periodista, sino como corresponsal de guerra en diferentes episodios del acontecer mundial, tales como, los conflictos en Iraq, El Salvador, Líbano y Nicaragua. Cubrió, además, la invasión estadounidense a Panamá y golpes de Estados, como en Bolivia, así como operativos de la OTAN durante la Guerra Fría.

Se formó como piloto en la Fuerza Aérea Uruguaya, de la cual pidió la baja en momentos en que el Plan Cóndor volaba sobre nuestro continente. Es el conductor y productor del programa Dossier, donde con su icónico “acontecimientos en pleno desarrollo” nos muestra el rostro más cercano a la realidad.

Es un apasionado de la ópera y la música clásica, así como del tango y las obras de los importantes trovadores de Iberoamérica. Está casado con Alida Sanoja, quien junto a su hija, la también periodista venezolana Érika Ortega, conforman su entorno familiar más cercano.

La Unión Soviética: El primer país en que el aborto fue legal y gratuito

ussr0462por Juventud Veintiséis de Marzo

En 1917 el proletariado tomó el poder en la Unión Soviética y empezó a construir una nueva sociedad socialista. Antes de la revolución las mujeres sufrían una horrible opresión. No era inusual que las mujeres fueran compradas y vendidas como esposas o sirvientas. Eran tratadas como bestias de carga en granjas y hacían trabajos denigrantes en talleres.

La victoria de la revolución cambió de inmediato y por completo la vida de las mujeres. Las nuevas leyes despojaron a los hombres de los derechos sobre esposas e hijos, aseguraron el derecho al divorcio y establecieron salarios iguales para hombres y mujeres. El matrimonio ya no lo legalizaba la iglesia, sino una ceremonia civil. Las mujeres que daban a luz en hospitales no tenían que pagar nada. El aborto se descriminalizó y después se legalizó en 1920. Ya no se castigaba a las prostitutas y más tarde se eliminó la prostitución. Se abolió el matrimonio infantil, así como la compraventa de mujeres. Los lugares de trabajo permitieron que las mujeres se ausentaran por maternidad y aborto.

Lenin, líder de la revolución rusa, dijo: “La experiencia de todo movimiento de liberación ha demostrado que el éxito de una revolución depende del grado de participación de la mujer”.

EL ABORTO: LEGAL Y A QUIEN LO SOLICITARA

En 1920 el gobierno soviético emitió un decreto anulando la penalización criminal del aborto. Fue el primer gobierno del mundo en hacerlo:

“Mientras los remanentes del pasado y las difíciles condiciones del presente obliguen a algunas mujeres a practicarse el aborto, el Comisariato del Pueblo para la Salud y el Bienestar Social y el Comisariato del Pueblo para la Justicia consideran inapropiado el uso de medidas penales y por lo tanto, para preservar la salud de las mujeres y proteger la raza contra practicantes ignorantes o ambiciosos, se resuelve:

“I. El aborto, la interrupción del embarazo por medios artificiales, se llevará a cabo gratuitamente en los hospitales del estado, donde las mujeres gocen de la máxima seguridad en la operación.”

—“Decreto del Comisariato del Pueblo para la Salud y el Bienestar Social y del Comisariato del Pueblo para la Justicia en la Rusia Soviética”, traducido de Die Kommunistische Fraueninternationale [La Internacional Comunista de las Mujeres], abril de 1921, en Women and Revolution No. 34, primavera de 1988

En la Rusia zarista las mujeres eran legalmente esclavas de sus maridos. Según las leyes zaristas: “La esposa tiene que obedecer a su marido, como jefe de familia, permanecer junto a él, amarle, respetarle, obedecerle siempre, hacer todo lo que le favorezca y demostrarle su afecto como esposa”. El programa del Partido Bolchevique de 1919 decía: “En el momento actual, la tarea del partido es trabajar en primer lugar, en el reino de las ideas y la educación, para destruir completamente todos los vestigios de desigualdad o viejos prejuicios, particularmente entre las capas más atrasadas del proletariado y el campesinado. Sin limitarse sólo a las igualdades formales de las mujeres, el partido tiene que liberarlas de las cargas materiales del obsoleto trabajo familiar y sustituirlo por casas comunales, comedores públicos, lavanderías, guarderías, etc”.

La mujer en la Unión Soviética disfrutaba de muchas ventajas, como guarderías sostenidas por el estado, pleno derecho al aborto, acceso a una amplia gama de oficios y profesiones y un alto grado de igualdad económica con sus compañeros de trabajo hombres; en pocas palabras, tenían un estatus que en muchos aspectos era mucho más avanzado que el de las sociedades capitalistas actuales.

La revolución desató una oleada de optimismo y expectativas de una sociedad construida sobre principios socialistas. Entre los jóvenes había muchísimas discusiones sobre las relaciones sexuales, el cuidado de los niños y la naturaleza de la familia en la transición al socialismo.

La legislación soviética de entonces dio a la mujer de Rusia un grado de igualdad y libertad que no ha sido alcanzado ni siquiera por los países capitalistas “democráticos” económicamente más avanzados de hoy

Apenas poco más de un mes después de la revolución, dos decretos establecieron el matrimonio civil y permitieron el divorcio a petición de cualquiera de los cónyuges, logrando mucho más de lo que el Ministerio de Justicia prerrevolucionario, los periodistas progresistas, los feministas o la Duma jamás habían siquiera intentado. En el siguiente periodo el número de divorcios subió a niveles altísimos. En octubre de 1918 el Comité Ejecutivo Central (CEC), el órgano estatal de gobierno, ratificó todo un Código sobre el Matrimonio, la Familia y la Custodia que barría con siglos de poder patriarcal y eclesiástico, y establecía una nueva doctrina basada en los derechos individuales y la igualdad entre los sexos.

Los bolcheviques también abolieron las leyes contra los actos homosexuales y todas las formas de actividad sexual consensual. El director del Instituto de Higiene Social de Moscú, Grigorii Batkis, explicó la posición bolchevique en un folleto de 1923 titulado La revolución sexual en Rusia:

En agosto de 1918 se estableció un comité encabezado por A.G. Goijbarg, un profesor de derecho y ex menchevique, para redactar el proyecto del nuevo Código Familiar. Los juristas describían al código como “no legislación socialista sino legislación del periodo de transición”, así como el propio estado soviético, en tanto dictadura del proletariado, era un régimen preparatorio de transición del capitalismo al socialismo (citado en Goldman, Op. cit.).

Los bolcheviques anticiparon la capacidad de “eliminar la necesidad de ciertos registros, como el registro de los matrimonios, ya que la familia pronto será remplazada por otras diferenciaciones más razonables, más racionales, basadas en los individuos separados”, como dijo Goijbarg con demasiado optimismo. Luego añadió: “El poder proletario construye sus códigos y sus leyes dialécticamente, de manera que cada día de su existencia va minando su razón de ser.” Cuando “los grilletes entre marido y mujer” se hayan vuelto “obsoletos”, la familia se extinguirá, remplazada por relaciones sociales revolucionarias basadas en la igualdad de la mujer. Sólo entonces, en palabras de la socióloga soviética S.Ia. Volfson, la duración del matrimonio “estaría definida exclusivamente por la mutua inclinación de los cónyuges” (citado en Ibíd.). El divorcio se lograría con sólo cerrar una puerta, según lo pronosticaba el arquitecto soviético L. Sabsobich.

“La legislación soviética se basa en el siguiente principio: declara la absoluta no interferencia del estado y la sociedad en asuntos sexuales, en tanto que nadie sea lastimado y nadie se inmiscuya con los intereses de alguien más.”

El código de 1918 eliminó la distinción entre los hijos “legítimos” e “ilegítimos” usando en su lugar la formulación cuidadosamente redactada “hijos cuyos padres no estén en un matrimonio registrado”. Así, una mujer podía reclamar la manutención infantil de un hombre con el que no estuviera casada.

El Código también establecía el derecho de todos los niños a la manutención por parte de los padres hasta la edad de 18 y el derecho de cada cónyuge a conservar su propia propiedad. Al llevar a cabo las medidas del Código, los jueces favorecían a las mujeres y a los niños sobre la base de que establecer la manutención del hijo tenía prioridad sobre la protección de los intereses financieros de la parte masculina. En un caso, un juez dividió la manutención de un niño entre tres, pues su madre se había estado acostando con tres hombres diferentes.

LA PROTECCIÓN DE LA MATERNIDAD

Se tomaron medidas para liberar a las mujeres de tareas como el cuidado de los niños, cocinar y limpiar. Se establecieron guarderías y cocinas comunales en barrios y en grandes factorías. Hacia 1920-21, 12 millones de personas comían en cafeterías comunales (más del 80% de la población de Petrogrado y 93% de la población de Moscú). Los niños comían gratis.

Inmediatamente después de la revolución, el gobierno lanzó una campaña para brindarle a las trabajadoras instalaciones sociales y culturales y servicios comunales, y para atraerlas a programas educativos y de capacitación. El Código Laboral de 1918 garantizaba un receso pagado de media hora al menos cada tres horas para alimentar a un bebé. Para su protección, durante el embarazo y la lactancia las mujeres tenían prohibido el trabajo nocturno y las horas extras. Esto implicó una lucha constante contra algunos administradores estatales que veían en estas medidas una carga financiera adicional.

La mayor conquista legislativa de las mujeres trabajadoras fue el programa de seguro de maternidad de 1918 diseñado e impulsado por Alexandra Kollontai, primera Comisaria del Pueblo para el Bienestar Social y presidenta del Zhenotdel de 1920 a 1922. La ley otorgaba ocho semanas de licencia de maternidad plenamente remunerada, recesos para la lactancia e instalaciones de descanso en las fábricas, servicios médicos gratuitos antes y después del parto y bonos en efectivo. El programa estaba administrado por una Comisión para la Protección de Madres e Infantes —adjunta al Comisariato de Salud— y encabezado por una doctora bolchevique, Vera Lebedeva. Con su red de clínicas de maternidad, consultorios, estaciones de alimentación, enfermerías y residencias para madres e infantes, este programa fue quizá la innovación más popular de todas las del régimen soviético entre las mujeres rusas.

ussr0412

LICENCIA MENSTRUAL

En las décadas de 1920 y 1930, frecuentemente se permitía a las mujeres tomarse un descanso de unos cuantos días en forma de licencia menstrual. En la historia de la protección a la mujer obrera, la URSS fue probablemente única en esto. Los especialistas investigaban los efectos del trabajo pesado en la mujer. Una académica escribió: “Mantener la salud de los obreros parece haber sido una preocupación central en la investigación relacionada con la protección laboral en este periodo (Melanie Ilic, Women Workers in the Soviet Interwar Economy: From “Protection” to “Equality” [Trabajadoras en la economía soviética de la entreguerra: De la “protección” a la “igualdad”], Nueva York: St. Martin’s Press, 1999). El trabajo extenuante podía llevar a la interrupción o el retraso en el ciclo menstrual especialmente entre las campesinas.

Alguien que sepa algo de historia sabe que son imposibles las transformaciones sociales importantes sin la agitación entre las mujeres” K. Marx carta a Kugelmann.

“El camarada Lenin hablo conmigo repetidas veces sobre la cuestión femenina. Evidentemente, atribuía al movimiento femenino una gran importancia, como parte esencial del movimiento de masas, del que, en determinadas condiciones puede ser una parte decisiva. De suyo se comprende que concebía la plena igualdad social de la mujer como un principio completamente indiscutible para un comunista” Klara Zetkin “Mis recuerdos sobre Lenin”.
ussr0464

“El grado de emancipación femenina es la mediad natural del grado de emancipación natural”

K. Marx“ La sagrada familia”

“El cambio de una época histórica puede ser siempre determinado en función del progreso de las mujeres hacia la libertad”

K. Marx “La sagrada familia”

“Nadie resulta más profundamente condenado que el propio hombre por el hecho de que la mujer permanezca en la esclavitud”

K. Marx “La sagrada familia”

“CON LA MONOGAMIA HACEN SU APARICION, DE MANERA PERMANENTE, DOS FIGURAS SOCIALES CARACTERÍSTICAS: EL AMANTE DE LA MUJER Y EL CORNUDO. LOS HOMBRES HABIAN LOGRADO SU VICTORIA SOBRE LAS MUJERES, PERO LAS VENCIDAS SE ENCARGARON DE CORONAR GENEROSAMENTE LA FRENTE DE LOS VENCEDORES”

Federico Engels “El origen de la familia, la propiedad privada y el Estado”

 

Bolivia: Morales denuncia assassinio del viceministro degli interni

Bolivia: ucciso il viceministro degli Interni. La denuncia e il dolore di Evo Moralesda lantidiplomatico.it

Rodrigo Illanes è stato sequestrato, torturato e barbaramente ucciso dai cooperativisti del settore minerario in protesta contro il governo.

«La morte del fratello viceministro Illanes, fa molto male, si tratta di un atto codardo… il sequestro, la tortura e la sua morte», con queste parole il presidente della Bolivia Evo Morales ha condannato l’assassinio del viceministro dell’Interno boliviano Rodrigo Illanes, avvenuto nella località Pandoro per mano dei cooperativisti del settore minerario che sono in protesta contro il governo.   

Il viceministro degli Interni era stato inviato per promuovere il dialogo tra il governo ed i cooperativisti sul piede di guerra perché il presidente Evo Morales ha promulgato una legge che permette la formazione di sindacati in questo settore, secondo quanto riportato dall’emittente satellitare TeleSur.

L’agenzia di stampa boliviana ABI informa che secondo i risultati dell’autopsia svoltasi sul corpo martoriato del viceministro Illanos, la morte sarebbe avvenuta per emorragia cerebrale e toracica.

Rodrigo Illanos è stato dapprima sequestrato, poi torturato e infine barbaramente ucciso. Il procuratore di La Paz, Edwin Blanco, ha affermato che il corpo del viceministro è stato ‘flagellato’ dai cooperativisti. 

Evo Morales ha affermato che «i veri cooperativisti minerari sono stati ingannati da alcuni dirigenti (…) quando vi sono in ballo interessi politici, non si tratta di rivendicazioni sociali ma di politica». Il presidente boliviano ha poi invitato a individuare il prima possibile gli autori materiali e intellettuali di questo efferato delitto.  

Onore alla combattente Monika Ertl!

di Nina Ramon – Cubadebate

Oggi veniva uccisa Monika Ertl mai ricordata come doveva. Onore a lei 

Monika Ertl: la donna che giustiziò l’uomo che tagliò le mani al Che.

Ad Amburgo, in Germania, erano le dieci meno venti della mattina del 1° aprile 1971. Una bella ed elegante donna dai profondi occhi color del cielo entra nell’ufficio del console della Bolivia e, aspetta pazientemente di essere ricevuta.

Mentre fa anticamera, guarda indifferente i quadri che adornano l’ufficio. Roberto Quintanilla, console boliviano, vestito elegantemente con un abito oscuro di lana, appare nell’ufficio e saluta, colpito dalla bellezza di quella donna che dice di essere australiana, e che pochi giorni prima gli aveva chiesto un’intervista.

Per un istante fugace, i due si trovano di fronte, uno all’altra. La vendetta appare incarnata in un viso femminile molto attraente. La donna, di bellezza esuberante, lo guarda fissamente negli occhi e senza dire nulla estrae un pistola e spara tre volte. Non ci fu resistenza, né lotta. Le pallottole hanno centrato il bersaglio. Nella sua fuga, lasciò dietro di sé una parrucca, la sua borsetta, la sua Colt Cobra 38 Special, ed un pezzo di carta dove si leggeva: “Vittoria o morte. ELN”.

Chi era questa audace donna e perché avrebbe assassinato “Toto” Quintanilla?

Nella milizia guevarista c’era una donna che si faceva chiamare Imilla, il cui significato in lingua quechua ed aymara è Niña o giovane indigena. il suo nome di battesimo: Monica (Monika) Ertl. Tedesca di nascita, che aveva realizzato un viaggio di undici mila chilometri dalla Bolivia persa, con l’unico proposito di giustiziare un uomo, il personaggio più odiato dalla sinistra mondiale: Roberto Quintanilla Pereira.

Lei, a partire da quello momento, si trasformò nella donna più ricercata del mondo. Accaparrò le prime pagine dei giornali di tutta l’America. Ma quali erano le sue ragioni e quali le sue origini?

Ritorniamo al 3 marzo 1950, data in cui Monica era arrivata in Bolivia con Hans Ertl –suo padre–attraverso quella che sarebbe stata conosciuta come la rotta dei topi, cammino che facilitò la fuga di membri del regime nazista verso il Sud-America, terminato il conflitto armato più grande e sanguinoso della storia universale: la II Guerra Mondiale.

La storia di Monica si conosce grazie all’investigazione di Jürgen Schreiber. Quello che io vi presento è appena una piccola parte di questa appassionante storia che include molti sentimenti e personaggi.

Hans Ertl (Germania, 1908-Bolivia, 2000) alpinista, innovatore di tecniche sottomarine, esploratore, scrittore, inventore e materializzatore di sogni, agricoltore, ideologo convertito, cineasta, antropologo ed etnografo affezionato. Molto presto ha raggiunto la notorietà ritraendo i dirigenti del partito nazionalsocialista quando filmava la maestosità, l’estetica corporale e le destrezze atletiche dei partecipanti nei Giochi Olimpici di Berlino (1936), con la direzione della cineasta Leni Riefenstahl, che glorificò i nazisti.

Tuttavia, ebbe l’infortunio di essere riconosciuto dalla storia (e la sua posteriore disgrazia), come il fotografo di Adolfo Hitler, benché l’iconografo ufficiale del Führer sia stato Heinrich Hoffman dello squadrone di difesa. Citano alcune fonti che Hans era assegnato per documentare le zone di azione del reggimento del famoso maresciallo di campo, soprannominato la “Volpe del Deserto” Erwin Rommel, nella sua traversata per Tobruk, in Africa.

Come dato curioso, Hans non appartenne al partito nazista però, malgrado odiasse la guerra, esibiva con orgoglio la giacca progettata da Hugo Boss per l’esercito tedesco, come simbolo delle sue gesta in altri tempi, ed il suo garbo ariano. Detestava che lo chiamassero “nazista”, non aveva nulla contro di loro, ma neanche contro gli ebrei. Per ironico che sembri fu un’altra vittima della Schutzstaffel.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il Terzo Reich precipitò, i gerarchi, collaboratori e parenti del regime nazista fuggirono dalla giustizia europea rifugiandosi in diversi paesi, tra cui, quelli del continente americano, col beneplacito dei loro rispettivi governi e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Si dice che era una persona molto pacifica e non aveva nemici, cosicché optò per rimanere in Germania per un periodo, lavorando in assegnazioni minori al suo status, fino a che emigrò con la sua famiglia. Prima di tutto in Cile, nell’arcipelago australe di Juan Fernandez, “affascinante paradiso perso”, dove realizzò il documentario Robinson (1950), prima di altri progetti.

Dopo un lungo viaggio, Ertl si stabilisce nel 1951 a Chiquitania, a 100 chilometri della città di Santa Cruz. Fino a lì arrivò per stabilirsi nelle prospere e vergini terre come un conquistatore del XV secolo, tra la spessa ed intricata vegetazione brasiliano-boliviana. Una proprietà di 3.000 ettari dove avrebbe costruito con le sue proprie mani e con materia autoctona quella che è stata la sua casa fino ai suoi ultimi giorni; “La Dolorida”.

Il vagabondo della montagna, come era conosciuto dagli esploratori e scienziati, deambulava col suo passato in spalla, nell’immensa natura con la visione avida di sviscerare e catturare con la sua lente tutto quello percepito nel suo ambiente magico in Bolivia, mentre cominciava una nuova vita accompagnato da sua moglie e le sue figlie. La maggiore si chiamava Monica, aveva 15 anni quando è incominciato l’esilio e, qui incomincia la sua storia…

Monica aveva vissuto la sua infanzia in mezzo all’effervescenza dei nazismi della Germania e quando emigrarono in Bolivia imparò l’arte di suo padre, fatto che le è servito per lavorare poi col documentarista boliviano Jorge Ruiz. Hans realizzò in Bolivia vari film (Paitití e Hito Hito) e trasmise a Monica la passione per la fotografia. Certamente possiamo considerare Monica come una pioniera, la prima donna a realizzare documentari nella storia del cinema.

Monica è cresciuta in un circolo tanto chiuso come razzista, nel quale brillavano tanto suo padre come un altro sinistro personaggio al quale ella si abituò a chiamare affettuosamente “Lo zio Klaus”. Un imprenditore tedesco (pseudonimo di Klaus Barbie (1913-1991) ed ex capo della Gestapo a Lyon, in Francia) meglio conosciuto come il “Macellaio di Lyon.”

Klaus Barbie, cambierà il suo cognome per “Altmann” prima di invischiarsi con la famiglia Ertl. Nello stretto circolo di personalità a La Paz, dove quest’uomo guadagnò sufficiente fiducia in modo che, lo stesso padre di Monica, è riuscito a fargli ottenere il suo primo impiego in Bolivia come cittadino Ebreo Tedesco, che poi si dedicò ad essere consigliere delle dittature sud-americane.

La celebre protagonista di questa storia, si sposò con un altro tedesco a La Paz e visse vicino alle miniere di rame nel nord del Cile ma, dopo dieci anni, il suo matrimonio fallì ed ella si trasformò in una politica attiva che appoggiò cause nobili. Tra le altre cose aiutò a fondare una casa per orfani a La Paz, ora convertito in ospedale.

Visse in un mondo estremo circondata di vecchi lupi torturatori nazisti. Qualunque indizio perturbatore non gli risultava strano. Tuttavia, la morte del guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara nella selva boliviana (ottobre del 1967) aveva significato per lei lo spintone finale per i suoi ideali. Monica –secondo sua sorella Beatriz–“adorava il “Che” come se fosse un Dio.”

A causa di questo, la relazione padre e figlia fu difficile per questa combinazione: un fanatismo aderito ad un spirito sovversivo; chissà fattori detonanti che generarono una posizione combattiva, idealistica, perseverante. Suo padre fu il più sorpreso e, con il cuore rotto, la cacciò dalla tenuta. Forse questa sfida produsse in lui una certa metamorfosi ideologica negli anni 60, fino a trasformarlo in un collaboratore e difensore indiretto della Sinistra in Sud-America.

“Monica fu sua figlia favorita, mio padre era molto freddo verso di noi e lei sembrava essere l’unica che amava. Mio padre nacque come risultato di una violenza, mia nonna non gli mostrò mai affetto e questo lo segnò per sempre. L’unico affetto che mostrò fu per Monika”, ha detto Beatriz in un’intervista per la BBC News.

Alla fine degli anni sessanta, tutto cambiò con la morte del Che Guevara, Monica ruppe con le sue radici e diede un drastico cambio per entrare in pieno nella milizia con la Guerriglia di Ñancahuazú, come aveva fatto il suo eroe in vita, per combattere la disuguaglianza sociale.

Monica smise di essere quella ragazza appassionata per la macchina fotografica per convertirsi in “Imilla la rivoluzionaria” rifugiata in un accampamento delle colline boliviane. Man mano che sparivano dalla faccia della Terra la maggior parte dei suoi membri, il suo dolore si trasformò in forza per reclamare giustizia, trasformandosi in una chiave operativa per l’ELN.

Durante i quattro anni che rimase nell’accampamento scrisse a suo padre solamente una volta all’anno, per dire testualmente: “non si preoccupino per me… sto bene”. Tristemente, non l’ha potuta vedere mai più; né viva, né morta.

Nel 1971 attraversa l’Atlantico e torna alla sua Germania natale, ed ad Amburgo uccide personalmente il console boliviano, il colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile diretto dell’oltraggio finale a Guevara: l’amputazione delle sue mani, dopo la sua fucilazione a La Higuera. Con quella profanazione firmò la sua sentenza di morte e, da allora, la fedele “Imilla” si propose una missione di alto rischio: giurò che avrebbe vendicato il Che Guevara.

Dopo avere raggiunto il suo obiettivo iniziò una battuta di caccia che attraversò paesi e mari e che solo trovò la sua fine quando Monica cadde nell’anno 1973, in un’imboscata che secondo alcune fonti fedeli gli tese il suo traditore “zio” Klaus Barbie.

Dopo la sua morte, Hans Erlt continuò a vivere ed a filmare documentari in Bolivia, dove morì all’età di 92 anni (anno 2000) nella sua tenuta ora convertita in museo grazie all’aiuto di alcuni istituzioni della Spagna e della Bolivia. Lì rimane sepolto, accompagnato dalla sua vecchia giacca militare tedesca, la sua fedele compagna degli ultimi anni. Il suo sepolcro rimane tra due pini e terra della sua Bavaria natale. Lui stesso si incaricò di prepararlo e sua figlia Heidi di rendere realtà il suo desiderio. Hans aveva espresso in un’intervista concessa all’agenzia Reuters:

“Non voglio ritornare al mio paese. Voglio, perfino da morto, rimanere in questo nuova mia terra”.

In un cimitero di La Paz, si dice riposino “simbolicamente” i resti di Monica Ertl. In realtà non sono mai stati consegnati a suo padre. I suoi appelli furono ignorati dalle autorità. Questi rimangono in qualche posto sconosciuto del paese boliviano. Giacciono in una fossa comune, senza una croce, senza un nome, senza una benedizione di suo padre.

Così fu la vita di questa donna che in un periodo, secondo la destra fascista di quegli anni, praticava “il comunismo” e per conseguenza “il terrorismo” in Europa. Per alcuni il suo nome rimane inciso nei giardini della memoria come guerrigliera, assassina o chissà terrorista, per altri come una donna coraggiosa, che ha compiuto una missione.

Secondo me, è una parte femminile di una rivoluzione che lottò per le utopie della sua epoca, e che alla luce dei nostri occhi c’obbliga a riflettere, un’altra volta su questa frase: “Non sottovaluti mai il valore di una donna.”

[Trad. dal castigliano per Cubadebate di Ida Garberi]

Morales: “Podemos es la esperanza para los hermanos españoles”

Podemos es «la esperanza para los hermanos españoles»por aporrea
 

Diciembre 22 de 2015.-El presidente de Bolivia, Evo Morales, ha considerado que la formación política Podemos es «la esperanza para los hermanos españoles» y que con su ayuda confía en que España sea «la puerta para que Bolivia entre en Europa». «España debe ser la puerta para que Bolivia entre en Europa. Es mi gran deseo. Y con hermanos como Pablo Iglesias (líder de Podemos) puede lograrse este gran deseo que tengo», afirmó.

El mandatario latinoamericano hizo estas declaraciones en un encuentro con la prensa tras una conferencia en el Aula Magna de la universidad romana de La Sapienza bajo el título «Solidaridad, complementariedad y autodeterminación de los pueblos».

Morales dijo que llamó al eurodiputado Iglesias antes de esta cita en Roma al enterarse de que la formación que lidera, Podemos, progresa en las encuestas sobre intención de voto. «Le felicité porque iba avanzando, siento que es un movimiento político con principios y valores (…) Puedo decir que es la esperanza para los hermanos españoles», señaló.

Iglesias realizó el pasado mes de septiembre una gira que comenzó en Bolivia en la que visitó, además, Ecuador y Uruguay con el objetivo de conocer un modelo económico «distinto», según declaraciones del político español.

 

Geopolitica dell’assedio

C20E783FCI militari USA nell’America del Sud [i]

di André Deak e Bianca Paiva

Agência Brasil defesanet.com.br

  1. In questa intervista rilasciata qualche hanno fa dal politologo brasiliano ed esperto di geopolitica, Moniz Bandeira, poneva l’accento sulla presenza di basi militari nordamericane in alcuni paesi (teatri di guerra) strategici dell’America meridionale, i quali sono selezionati dal complesso strategico-militare americano per conservare lo statu quo regionale. Questo tipo di strategia consente alle unità operative americane l’appoggio logistico necessario per la conduzione di azioni belliche nei diversi teatri di operazioni che dovessero sorgere nella regione. La strategia nazionale di Difesa degli Stati Uniti ha più volte rimarcato l’importanza di espandere le truppe e l’equipaggiamento logistico militare nel mondo e, nello specifico, nei diversi paesi dell’America meridionale e caraibica (Curaçao, Barbados, Colombia, Guiana, Ecuador, Perù, Paraguay) per consentire un maggiore controllo spaziale e operativo verso quei paesi considerati d’importanza geoeconomica e geostrategica – Brasile e Argentina e, non ultimo nell’ordine, il Venezuela -. L’adozione di questo tipo di disegno influenza la sicurezza dello Stato assediato, le sue relazioni commerciali, diplomatiche e di sviluppo, giacché sono subordinate agli interessi strategici e di sicurezza degli Stati Uniti. Fattori che fortemente influenzano le scelte in politica estera e che limitano di molto l’autonomia in sede internazionale.

Il Venezuela, considerato paese che erode l’influenza e il potere USA nell’America meridionale e caraibica, è stato inserito nel novero degli Stati che bisogna combattere e indebolire mediante lotte economiche (guerra economica), contrabbando, crimine organizzato, innesco di conflitti transfrontalieri, violazione delle libertà civili e dei diritti umani, guerra psicologica, ecc., dilatandoli nel tempo e con lo scopo di riconfermare l’incontrastata supremazia americana nella regione. Il controllo delle risorse naturali dei venezuelani costituisce un fattore molto importante per assicurare a lungo termine il dominio economico, politico e la stabilità della società nordamericana. Difatti il processo di sviluppo economico dei paesi iperindustrializzati dipende dall’approvvigionamento di energia e il petrolio è la più importante fonte energetica.  Ciò ha contrassegnato la storia economica, politica e militare dei nordamericani per il dominio del Venezuela degli ultimi cento anni.

  1. La concretizzazione di un’entità geografica comune che potesse coniugare l’aspetto economico con quello politico da proiettarsi su scala internazionale, si poteva solo ottenere attraverso l’elaborazione di nuovi schemi d’integrazione sub regionale. È stato così che è sorta l’idea della strutturazione di nuove entità (Mercosur, Unasur) come formule più avanzate di quelle già esistenti (Alalc, Sela, Pacto Andino, Comunidad del Caribe, Mercado Centroamericano) con l’obiettivo di coordinare la posizione dell’America Latina di fronte alle sfide del mondo.

Tuttavia questo continente fatto di capricci e dispersioni, diffidenze e aspirazioni di grandezza, continua a fare tutto il possibile affinché questi meccanismi restino limitati, ininfluenti per non produrre l’integrazione richiesta e tanto meno far ascoltare la voce di un’America Latina unita. In questi ultimi anni i governi di alcune nazioni hanno preferito la scelta di negoziare con gli Stati Uniti o con l’Unione Europea sul piano di una presunta uguaglianza o bilateralismo. Preferiscono agire con manifestazioni d’individualismo esacerbato (Colombia e la nuova Argentina di Macri) che in fin dei conti non sono altro che l’espressione di un nazionalismo da sottosviluppo: declamatorio in modo reboante ma privo di contenuti. Sono scelte politiche che non tengono in conto primario l’interesse nazionale, ma garantiscono solo il protettorato americano.

  1. Nella presente fase multipolare la voce dell’America Latina rischia di azzittirsi. La deriva populista a destra di alcuni attori importanti rischia di rendere nulli i criteri che riguardano la difesa dei prezzi delle materie prime o l’intercessione ai forum per un commercio più giusto. L’importanza geostrategica e geopolitica data ai progetti Alba, Celac e Unasur da parte dell’allora presidente venezuelano, Hugo Chávez, rispondevano alle richieste di una regione desiderosa di affermare nel mondo la propria immagine storica; la percezione di una responsabilità e di un destino compartecipe che incalzava verso la realizzazione di uno sforzo comune per combinare le risorse (primarie, energetiche, demografiche) di cui dispone e fare dell’America Latina un potere mondiale.

La presenza di alcuni meccanismi come il Mercosur nel panorama internazionale ha, seppure in modo impercettibile (economicamente e politicamente), confermato e quindi cominciato a produrre la certezza di sviluppi importanti. In più di un’occasione Hugo Chávez aveva segnalato che non si trattava più di una necessaria volontà politica di appoggio al processo d’integrazione, ma della costruzione di una vera e propria concezione politica comune che possa proiettarsi sia verso l’esterno sia verso l’interno. Nonostante le ragioni storiche e sociopolitiche che si avviano verso l’integrazione, il raggiungimento della stessa è piuttosto lastricato di ostacoli.  Esistono grosso modo due gruppi di pressione che ostacolano questo percorso, le multinazionali e gli interessi locali che lavorano in associazione con le prime. In particolare questi ultimi ignorano volutamente gli obiettivi globali di un’integrazione. Ed è proprio qui che non esiste un’intesa. Spesso si tralascia il principio fondamentale, ovvero, la nozione di giungere ad essere una unità, più grande. Invece, le borghesie locali preferiscono adottare la scelta subalterna di comodo, cioè quella delle piccole monadi. La riconsiderazione in termini geopolitici dell’interesse nazionale è una via obbligata che tutti i paesi dell’America Latina devono riconsiderare per evitare di essere dei semplici spettatori, di ruolo e di rango, nello scacchiere internazionale.

Vincenzo Paglione

 

*****************

 

Agência Brasil: Cosa ci vuole dire riguardo alla presenza degli Stati Uniti in America del Sud?

Moniz Bandeira: Gli Stati Uniti stanno realmente creando, da ormai molti anni, una fascia intorno al Brasile.

Agência Brasil: Di basi militari?

Moniz Bandeira: Proprio così, di basi militari si tratta. La Base di Manta, in Ecuador, e altre in Perù. Alcune di esse sono permanenti, altre sono solo occasionali. Come la base che si trova in Paraguay, che non è una vera e propria base. Hanno una pista di atterraggio costruita negli anni ’80, più grande della pista Galeão (in Rio de Janeiro, la maggior pista di atterraggio del Brasile, con 4.240 m di longitudine).

Ora circola la notizia che questa base sarà dotata di 400 soldati (nordamericani in Paraguay). Eseguono addestramenti insieme ai paraguaiani e formano gruppi di soldati per allenarsi vicino alla frontiera con il Brasile e in altri punti. La cosa più curiosa di tutto ciò e che fa insospettire è che: 1° è concessa l’immunità ai soldati sudamericani; 2° la visita di Donald Rumsfeld (segretario della Difesa degli USA) alla capitale, Asunción de Paraguay; 3° il fatto che Dick Cheney (vicepresidente nordamericano) ha ricevuto negli Stati Uniti il presidente del Paraguay. Che cosa rappresenta il Paraguay per gli Stati Uniti? Ciò costituisce solo una forma di perturbazione del Mercosur.

Agência Brasil: Gli analisti affermano che il Paraguay compie la funzione di alleato degli USA, che già in altro momento aveva svolto l’Argentina, con il presidente Carlos Menem, e in seguito l’Uruguay, con Jorge Battle.

Moniz Bandeira: È proprio quello che cercano di fare, prima con l’Argentina di Menem, dopo con l’Uruguay di Battle e ora vogliono manipolare il Paraguay. È una faccenda molto delicata. Il Paraguay non ha nessun peso. Anzi, se il Brasile decidesse di aumentare la vigilanza nella frontiera, finirebbe il Paraguay, perché la maggior parte delle esportazioni che effettua questo paese le compie attraverso il contrabbando con il Brasile.

Ufficialmente il Paraguay destina al Brasile più del 30% delle sue esportazioni. Se si prende in considerazione anche il contrabbando, la percentuale salirebbe a più del 60%. Ma anche per esportare verso altri paesi il Paraguay, in sostanza, dipende dal Brasile, attraverso i corridoi di esportazione che conducono verso i porti di Santos, Paranaguá e Rio Grande. Il Paraguay è un paese che presenta molte difficoltà, si sovrastima, ma non corrisponde alla realtà. Ogni paese dovrebbe riconoscere i propri limiti e le sue reali relazioni di potere. Il Paraguay è inagibile senza il Brasile e l’Argentina. L’Argentina è solidale con il Brasile e non ha alcun interesse verso il Paraguay come strumento degli Stati Uniti per ferire il Mercosur.

Agência Brasil: Dove si trovano, nello specifico, i militari nordamericani che formano questa “fascia” intorno al Brasile.

Moniz Bandeira: Si estendono dalla Guyana, passano per la Colombia … Bisogna evidenziare che non sono militari uniformati, ma imprese militari private che eseguono una serie di servizi terziarizzati per gli Stati Uniti. Il Pentagono sta terziarizzando la guerra. Già da qualche tempo, inizi degli anni ’90, hanno creato le Military Company Corporations, le quali eseguono i servizi militari per sfuggire alle restrizioni imposte dal Congresso americano. Pilotano gli aerei nella guerra d’Iraq, per esempio. Le compagnie militari private svolgono ogni sorta di lavoro, persino quello sporco: le torture. Con questa trovata eludono le restrizioni imposte.

Agência Brasil: Esistono anche delle operazioni segrete?

Moniz Bandeira: Sì, ma ciò rappresenta un’altra cosa. Abbiamo informazioni al rispetto. Se lei legge i giornali, qualche volta si segnalerà che è stato intercettato un aereo americano in Brasile che in modo clandestino proveniva dalla Bolivia verso il Paraguay. Queste informazioni si trovano un po’ ovunque.

Agência Brasil: Qual è il motivo per il quale ci sono i militari americani in America del Sud?

Moniz Bandeira: I fattori sono diversi. Le basi consentono il mantenimento del bilancio del Pentagono. Per causa dell’industria bellica e del complesso industriale militare, loro hanno bisogno di spendere negli equipaggiamenti militari per realizzare nuovi ordini. È un circolo vizioso. E qual è il migliore mercato per il consumo delle armi? La guerra.

Gli Stati Uniti s’interessano della guerra perché la loro economia dipende in larga parte dal complesso bellico per il mantenimento degli impieghi. Esistono alcune regioni degli USA sotto il totale dominio da parte di queste industrie. Esiste una simbiosi tra Stato e industria bellica. Lo Stato finanzia l’industria bellica e l’industria bellica ha bisogno dello Stato per dare sfogo ai suoi armamenti e alla sua produzione.

Agência Brasil: Esiste qualche ragione strategica dal punto di vista delle risorse naturali?

Moniz Bandeira: I paesi andini sono responsabili di più del 25% del consumo di petrolio negli Stati Uniti. Solo il Venezuela è responsabile di circa il 15% di questo consumo. Da una parte vogliono rovesciare il presidente venezuelano Hugo Chávez, dall’altra sanno che una guerra civile potrebbe far balzare il prezzo del petrolio a più di US$ 200 il barile.

Agência Brasil: Nel libro Formação do Império Americano, lei segnala la presenza di militari nordamericani in America del Sud. Gli Stati Uniti assicurano che molti di quei militari sono lì stanziati per combattere il terrorismo.

Luiz Alberto Moniz Bandeira: Combattere il terrorismo è una sciocchezza. Il terrorismo non è un’ideologia, non è uno Stato. Costituisce uno strumento di lotta, è un metodo di cui tutti ne hanno fatto uso nel corso della storia. Loro ora affermano di voler combattere il terrorismo islamico. Ma perché è sorto il terrorismo islamico?

Perché gli americani presenti in Arabia Saudita occupano i luoghi sacri, per esempio. Prima di ciò, gli USA introdussero il terrorismo islamico in Afganistan per combattere i sovietici. Da lì è iniziato tutto.

Agência Brasil: Gli USA classifica come terroristi all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Messico e alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Hanno ragione?

Moniz Bandeira: Loro desiderano che tutti quelli che insorgono contro di loro siano considerati terroristi. È sempre stato così. Hitler definì terroristi tutti quelli che si opponevano all’occupazione tedesca. I compagni che hanno combattuto nella lotta armata in Brasile contro il regime autoritario sono stati classificati come terroristi.

Il terrorismo è un metodo di guerra, usato persino dalla CIA. Che cosa ha fatto la CIA contro Cuba? Progettò un attentato, abbattendo un aereo, per accusare il governo cubano e giustificare l’invasione di Cuba. Progettò di far esplodere un razzo che avrebbe dovuto condurre allo spazio a John Gleen e accusarla per invaderla. La CIA è sempre stata uno strumento di terrorismo. Gli USA definiscono il terrorismo come un’organizzazione al servizio di uno Stato che pratica atti di violenza per il raggiungimento di obiettivi politici. Ed è ciò che sempre ha fatto la CIA.

La CIA, il Mossad [l’agenzia d’intelligence israeliana] e altre organizzazioni. Chi sono i terroristi? Ariel Sharon, David Ben Gurion e Menachem Begin sono stati dei terroristi. Loro hanno fatto esplodere il King David Hotel di Gerusalemme nel 1946, uccidendo delle persone contro il dominio inglese. Hanno vinto e oggi sono diventati statisti.

Agência Brasil: Gli Stati Uniti affermano che esistono dei terroristi nella triplice frontiera.

Moniz Bandeira: Un’altra sciocchezza. Lo dicono solo perché c’è una presenza d’islamici. Questi spediscono del denaro alle loro famiglie. Il fatto che quel denaro possa essere deviato per finanziare altre attività nessuno lo può impedire. È solo un pretesto per giustificare la loro presenza militare nel Paraguay e in altre parti dell’America del Sud. Gli Stati Uniti sono l’unico paese che possiede un esercito che non è pensato per la difesa del paese, ma per mantenere basi americane in tutto il mondo.

Agência Brasil: La presenza delle basi americane può attirare il terrorismo?

Moniz Bandeira: La maggior parte degli attacchi terroristi contro gli Stati Uniti, fino ad ora, sono avvenuti in America Latina. Un buon numero contro i militari, le aziende private nordamericane e contro gli oleodotti in Colombia. Ma possono inventarsi un attentato terrorista a Foz do Iguaçu per accusare i terroristi e, effettivamente, uno di questi attentati è stato organizzato dalla CIA. È il oro mestiere. Questo si chiama guerra psicologica. La CIA è abituata a fare queste cose, persino in Brasile. Veda il caso di Rio Centro: un attentato preparato per giustificare la repressione[ii].

 

NOTE:

[i] Articolo pubblicato da Agência Brasil il 18 gennaio 2006.

 

[ii]  È il nome con il quale si conosce un attentato che il 30 aprile 1981 si voleva perpetrare ai danni di uno spettacolo commemorativo il Primo Maggio, durante il periodo della dittatura militare in Brasile. In un primo momento il governo accusò la sinistra radicale. Ma in seguito si venne a sapere che l’attentato fu organizzato dai settori più radicali del governo militare. Questi ultimi volevano convincere quelli più moderati sulla necessità di avviare una nuova ondata di repressioni con l’obiettivo di paralizzare le manifestazioni di apertura politica che il governo stava attuando. [N.d.T]

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

In Bolivia il Centro di Ricerca nucleare più grande nel continente

Collegamento permanente dell'immagine integratada telesurtv.net

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, chiederà al suo omologo russo Vladimir Putin, che il Centro di ricerca nucleare che sarà costruito nel paese sudamericano sia il più grande della Regione. Lo ha annunciato giovedì il presidente della Bolivia aggiungendo che la domanda sarà presentata nel corso della riunione bilaterale che si terrà nel quadro del Terzo Vertice dei Paesi Esportatori di Gas.

“La prossima settimana chiederò al Presidente Putin che sia il più grande centro del Sudamerica” ha dichiarato il Presidente Boliviano durante l’ispezione dell’opera che sarà costruita nel distretto de “El Alto”. Morales farà questa richiesta a Putin perché sarà la compagnia Russa Rosatom la incaricata per la realizzazione del progetto boliviano che sarà completato in quattro anni e per il quale saranno investiti 300 milioni di dollari.

Morales ha anche sottolineato che il centro non danneggerà l’ambiente e porterà benefici per i boliviani. Inoltre, il presidente della Bolivia ha evidenziato la popolarità del suo omologo russo descrivendolo come “il miglior presidente.” La costruzione di questo Centro di Investigazione Nucleare risponde al piano civile di energia atomica con fini pacifici appoggiato dall’Organismo Internazionale dell’Energia Atomica e dalle Nazioni Unite.

Questo progetto è stato annunciato nel 2014 dal Presidente della Bolivia, Evo Morales. Il 26 settembre di quest’anno, in uno studio preliminare a San Cruz (est), il Presidente della Mining Corporation di Bolivia, Marcelino Quispe, ha riferito la scoperta di un deposito di uranio, essenziale per sviluppare l’energia nucleare.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione  di Danilo Della Valle]

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

NapoliNoWar

(sito momentaneamente inattivo)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: