Bolivia: Morales denuncia assassinio del viceministro degli interni

Bolivia: ucciso il viceministro degli Interni. La denuncia e il dolore di Evo Moralesda lantidiplomatico.it

Rodrigo Illanes è stato sequestrato, torturato e barbaramente ucciso dai cooperativisti del settore minerario in protesta contro il governo.

«La morte del fratello viceministro Illanes, fa molto male, si tratta di un atto codardo… il sequestro, la tortura e la sua morte», con queste parole il presidente della Bolivia Evo Morales ha condannato l’assassinio del viceministro dell’Interno boliviano Rodrigo Illanes, avvenuto nella località Pandoro per mano dei cooperativisti del settore minerario che sono in protesta contro il governo.   

Il viceministro degli Interni era stato inviato per promuovere il dialogo tra il governo ed i cooperativisti sul piede di guerra perché il presidente Evo Morales ha promulgato una legge che permette la formazione di sindacati in questo settore, secondo quanto riportato dall’emittente satellitare TeleSur.

L’agenzia di stampa boliviana ABI informa che secondo i risultati dell’autopsia svoltasi sul corpo martoriato del viceministro Illanos, la morte sarebbe avvenuta per emorragia cerebrale e toracica.

Rodrigo Illanos è stato dapprima sequestrato, poi torturato e infine barbaramente ucciso. Il procuratore di La Paz, Edwin Blanco, ha affermato che il corpo del viceministro è stato ‘flagellato’ dai cooperativisti. 

Evo Morales ha affermato che «i veri cooperativisti minerari sono stati ingannati da alcuni dirigenti (…) quando vi sono in ballo interessi politici, non si tratta di rivendicazioni sociali ma di politica». Il presidente boliviano ha poi invitato a individuare il prima possibile gli autori materiali e intellettuali di questo efferato delitto.  

Onore alla combattente Monika Ertl!

di Nina Ramon – Cubadebate

Oggi veniva uccisa Monika Ertl mai ricordata come doveva. Onore a lei 

Monika Ertl: la donna che giustiziò l’uomo che tagliò le mani al Che.

Ad Amburgo, in Germania, erano le dieci meno venti della mattina del 1° aprile 1971. Una bella ed elegante donna dai profondi occhi color del cielo entra nell’ufficio del console della Bolivia e, aspetta pazientemente di essere ricevuta.

Mentre fa anticamera, guarda indifferente i quadri che adornano l’ufficio. Roberto Quintanilla, console boliviano, vestito elegantemente con un abito oscuro di lana, appare nell’ufficio e saluta, colpito dalla bellezza di quella donna che dice di essere australiana, e che pochi giorni prima gli aveva chiesto un’intervista.

Per un istante fugace, i due si trovano di fronte, uno all’altra. La vendetta appare incarnata in un viso femminile molto attraente. La donna, di bellezza esuberante, lo guarda fissamente negli occhi e senza dire nulla estrae un pistola e spara tre volte. Non ci fu resistenza, né lotta. Le pallottole hanno centrato il bersaglio. Nella sua fuga, lasciò dietro di sé una parrucca, la sua borsetta, la sua Colt Cobra 38 Special, ed un pezzo di carta dove si leggeva: “Vittoria o morte. ELN”.

Chi era questa audace donna e perché avrebbe assassinato “Toto” Quintanilla?

Nella milizia guevarista c’era una donna che si faceva chiamare Imilla, il cui significato in lingua quechua ed aymara è Niña o giovane indigena. il suo nome di battesimo: Monica (Monika) Ertl. Tedesca di nascita, che aveva realizzato un viaggio di undici mila chilometri dalla Bolivia persa, con l’unico proposito di giustiziare un uomo, il personaggio più odiato dalla sinistra mondiale: Roberto Quintanilla Pereira.

Lei, a partire da quello momento, si trasformò nella donna più ricercata del mondo. Accaparrò le prime pagine dei giornali di tutta l’America. Ma quali erano le sue ragioni e quali le sue origini?

Ritorniamo al 3 marzo 1950, data in cui Monica era arrivata in Bolivia con Hans Ertl –suo padre–attraverso quella che sarebbe stata conosciuta come la rotta dei topi, cammino che facilitò la fuga di membri del regime nazista verso il Sud-America, terminato il conflitto armato più grande e sanguinoso della storia universale: la II Guerra Mondiale.

La storia di Monica si conosce grazie all’investigazione di Jürgen Schreiber. Quello che io vi presento è appena una piccola parte di questa appassionante storia che include molti sentimenti e personaggi.

Hans Ertl (Germania, 1908-Bolivia, 2000) alpinista, innovatore di tecniche sottomarine, esploratore, scrittore, inventore e materializzatore di sogni, agricoltore, ideologo convertito, cineasta, antropologo ed etnografo affezionato. Molto presto ha raggiunto la notorietà ritraendo i dirigenti del partito nazionalsocialista quando filmava la maestosità, l’estetica corporale e le destrezze atletiche dei partecipanti nei Giochi Olimpici di Berlino (1936), con la direzione della cineasta Leni Riefenstahl, che glorificò i nazisti.

Tuttavia, ebbe l’infortunio di essere riconosciuto dalla storia (e la sua posteriore disgrazia), come il fotografo di Adolfo Hitler, benché l’iconografo ufficiale del Führer sia stato Heinrich Hoffman dello squadrone di difesa. Citano alcune fonti che Hans era assegnato per documentare le zone di azione del reggimento del famoso maresciallo di campo, soprannominato la “Volpe del Deserto” Erwin Rommel, nella sua traversata per Tobruk, in Africa.

Come dato curioso, Hans non appartenne al partito nazista però, malgrado odiasse la guerra, esibiva con orgoglio la giacca progettata da Hugo Boss per l’esercito tedesco, come simbolo delle sue gesta in altri tempi, ed il suo garbo ariano. Detestava che lo chiamassero “nazista”, non aveva nulla contro di loro, ma neanche contro gli ebrei. Per ironico che sembri fu un’altra vittima della Schutzstaffel.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il Terzo Reich precipitò, i gerarchi, collaboratori e parenti del regime nazista fuggirono dalla giustizia europea rifugiandosi in diversi paesi, tra cui, quelli del continente americano, col beneplacito dei loro rispettivi governi e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Si dice che era una persona molto pacifica e non aveva nemici, cosicché optò per rimanere in Germania per un periodo, lavorando in assegnazioni minori al suo status, fino a che emigrò con la sua famiglia. Prima di tutto in Cile, nell’arcipelago australe di Juan Fernandez, “affascinante paradiso perso”, dove realizzò il documentario Robinson (1950), prima di altri progetti.

Dopo un lungo viaggio, Ertl si stabilisce nel 1951 a Chiquitania, a 100 chilometri della città di Santa Cruz. Fino a lì arrivò per stabilirsi nelle prospere e vergini terre come un conquistatore del XV secolo, tra la spessa ed intricata vegetazione brasiliano-boliviana. Una proprietà di 3.000 ettari dove avrebbe costruito con le sue proprie mani e con materia autoctona quella che è stata la sua casa fino ai suoi ultimi giorni; “La Dolorida”.

Il vagabondo della montagna, come era conosciuto dagli esploratori e scienziati, deambulava col suo passato in spalla, nell’immensa natura con la visione avida di sviscerare e catturare con la sua lente tutto quello percepito nel suo ambiente magico in Bolivia, mentre cominciava una nuova vita accompagnato da sua moglie e le sue figlie. La maggiore si chiamava Monica, aveva 15 anni quando è incominciato l’esilio e, qui incomincia la sua storia…

Monica aveva vissuto la sua infanzia in mezzo all’effervescenza dei nazismi della Germania e quando emigrarono in Bolivia imparò l’arte di suo padre, fatto che le è servito per lavorare poi col documentarista boliviano Jorge Ruiz. Hans realizzò in Bolivia vari film (Paitití e Hito Hito) e trasmise a Monica la passione per la fotografia. Certamente possiamo considerare Monica come una pioniera, la prima donna a realizzare documentari nella storia del cinema.

Monica è cresciuta in un circolo tanto chiuso come razzista, nel quale brillavano tanto suo padre come un altro sinistro personaggio al quale ella si abituò a chiamare affettuosamente “Lo zio Klaus”. Un imprenditore tedesco (pseudonimo di Klaus Barbie (1913-1991) ed ex capo della Gestapo a Lyon, in Francia) meglio conosciuto come il “Macellaio di Lyon.”

Klaus Barbie, cambierà il suo cognome per “Altmann” prima di invischiarsi con la famiglia Ertl. Nello stretto circolo di personalità a La Paz, dove quest’uomo guadagnò sufficiente fiducia in modo che, lo stesso padre di Monica, è riuscito a fargli ottenere il suo primo impiego in Bolivia come cittadino Ebreo Tedesco, che poi si dedicò ad essere consigliere delle dittature sud-americane.

La celebre protagonista di questa storia, si sposò con un altro tedesco a La Paz e visse vicino alle miniere di rame nel nord del Cile ma, dopo dieci anni, il suo matrimonio fallì ed ella si trasformò in una politica attiva che appoggiò cause nobili. Tra le altre cose aiutò a fondare una casa per orfani a La Paz, ora convertito in ospedale.

Visse in un mondo estremo circondata di vecchi lupi torturatori nazisti. Qualunque indizio perturbatore non gli risultava strano. Tuttavia, la morte del guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara nella selva boliviana (ottobre del 1967) aveva significato per lei lo spintone finale per i suoi ideali. Monica –secondo sua sorella Beatriz–“adorava il “Che” come se fosse un Dio.”

A causa di questo, la relazione padre e figlia fu difficile per questa combinazione: un fanatismo aderito ad un spirito sovversivo; chissà fattori detonanti che generarono una posizione combattiva, idealistica, perseverante. Suo padre fu il più sorpreso e, con il cuore rotto, la cacciò dalla tenuta. Forse questa sfida produsse in lui una certa metamorfosi ideologica negli anni 60, fino a trasformarlo in un collaboratore e difensore indiretto della Sinistra in Sud-America.

“Monica fu sua figlia favorita, mio padre era molto freddo verso di noi e lei sembrava essere l’unica che amava. Mio padre nacque come risultato di una violenza, mia nonna non gli mostrò mai affetto e questo lo segnò per sempre. L’unico affetto che mostrò fu per Monika”, ha detto Beatriz in un’intervista per la BBC News.

Alla fine degli anni sessanta, tutto cambiò con la morte del Che Guevara, Monica ruppe con le sue radici e diede un drastico cambio per entrare in pieno nella milizia con la Guerriglia di Ñancahuazú, come aveva fatto il suo eroe in vita, per combattere la disuguaglianza sociale.

Monica smise di essere quella ragazza appassionata per la macchina fotografica per convertirsi in “Imilla la rivoluzionaria” rifugiata in un accampamento delle colline boliviane. Man mano che sparivano dalla faccia della Terra la maggior parte dei suoi membri, il suo dolore si trasformò in forza per reclamare giustizia, trasformandosi in una chiave operativa per l’ELN.

Durante i quattro anni che rimase nell’accampamento scrisse a suo padre solamente una volta all’anno, per dire testualmente: “non si preoccupino per me… sto bene”. Tristemente, non l’ha potuta vedere mai più; né viva, né morta.

Nel 1971 attraversa l’Atlantico e torna alla sua Germania natale, ed ad Amburgo uccide personalmente il console boliviano, il colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile diretto dell’oltraggio finale a Guevara: l’amputazione delle sue mani, dopo la sua fucilazione a La Higuera. Con quella profanazione firmò la sua sentenza di morte e, da allora, la fedele “Imilla” si propose una missione di alto rischio: giurò che avrebbe vendicato il Che Guevara.

Dopo avere raggiunto il suo obiettivo iniziò una battuta di caccia che attraversò paesi e mari e che solo trovò la sua fine quando Monica cadde nell’anno 1973, in un’imboscata che secondo alcune fonti fedeli gli tese il suo traditore “zio” Klaus Barbie.

Dopo la sua morte, Hans Erlt continuò a vivere ed a filmare documentari in Bolivia, dove morì all’età di 92 anni (anno 2000) nella sua tenuta ora convertita in museo grazie all’aiuto di alcuni istituzioni della Spagna e della Bolivia. Lì rimane sepolto, accompagnato dalla sua vecchia giacca militare tedesca, la sua fedele compagna degli ultimi anni. Il suo sepolcro rimane tra due pini e terra della sua Bavaria natale. Lui stesso si incaricò di prepararlo e sua figlia Heidi di rendere realtà il suo desiderio. Hans aveva espresso in un’intervista concessa all’agenzia Reuters:

“Non voglio ritornare al mio paese. Voglio, perfino da morto, rimanere in questo nuova mia terra”.

In un cimitero di La Paz, si dice riposino “simbolicamente” i resti di Monica Ertl. In realtà non sono mai stati consegnati a suo padre. I suoi appelli furono ignorati dalle autorità. Questi rimangono in qualche posto sconosciuto del paese boliviano. Giacciono in una fossa comune, senza una croce, senza un nome, senza una benedizione di suo padre.

Così fu la vita di questa donna che in un periodo, secondo la destra fascista di quegli anni, praticava “il comunismo” e per conseguenza “il terrorismo” in Europa. Per alcuni il suo nome rimane inciso nei giardini della memoria come guerrigliera, assassina o chissà terrorista, per altri come una donna coraggiosa, che ha compiuto una missione.

Secondo me, è una parte femminile di una rivoluzione che lottò per le utopie della sua epoca, e che alla luce dei nostri occhi c’obbliga a riflettere, un’altra volta su questa frase: “Non sottovaluti mai il valore di una donna.”

[Trad. dal castigliano per Cubadebate di Ida Garberi]

Morales: “Podemos es la esperanza para los hermanos españoles”

Podemos es «la esperanza para los hermanos españoles»por aporrea
 

Diciembre 22 de 2015.-El presidente de Bolivia, Evo Morales, ha considerado que la formación política Podemos es «la esperanza para los hermanos españoles» y que con su ayuda confía en que España sea «la puerta para que Bolivia entre en Europa». «España debe ser la puerta para que Bolivia entre en Europa. Es mi gran deseo. Y con hermanos como Pablo Iglesias (líder de Podemos) puede lograrse este gran deseo que tengo», afirmó.

El mandatario latinoamericano hizo estas declaraciones en un encuentro con la prensa tras una conferencia en el Aula Magna de la universidad romana de La Sapienza bajo el título «Solidaridad, complementariedad y autodeterminación de los pueblos».

Morales dijo que llamó al eurodiputado Iglesias antes de esta cita en Roma al enterarse de que la formación que lidera, Podemos, progresa en las encuestas sobre intención de voto. «Le felicité porque iba avanzando, siento que es un movimiento político con principios y valores (…) Puedo decir que es la esperanza para los hermanos españoles», señaló.

Iglesias realizó el pasado mes de septiembre una gira que comenzó en Bolivia en la que visitó, además, Ecuador y Uruguay con el objetivo de conocer un modelo económico «distinto», según declaraciones del político español.

 

Geopolitica dell’assedio

C20E783FCI militari USA nell’America del Sud [i]

di André Deak e Bianca Paiva

Agência Brasil defesanet.com.br

  1. In questa intervista rilasciata qualche hanno fa dal politologo brasiliano ed esperto di geopolitica, Moniz Bandeira, poneva l’accento sulla presenza di basi militari nordamericane in alcuni paesi (teatri di guerra) strategici dell’America meridionale, i quali sono selezionati dal complesso strategico-militare americano per conservare lo statu quo regionale. Questo tipo di strategia consente alle unità operative americane l’appoggio logistico necessario per la conduzione di azioni belliche nei diversi teatri di operazioni che dovessero sorgere nella regione. La strategia nazionale di Difesa degli Stati Uniti ha più volte rimarcato l’importanza di espandere le truppe e l’equipaggiamento logistico militare nel mondo e, nello specifico, nei diversi paesi dell’America meridionale e caraibica (Curaçao, Barbados, Colombia, Guiana, Ecuador, Perù, Paraguay) per consentire un maggiore controllo spaziale e operativo verso quei paesi considerati d’importanza geoeconomica e geostrategica – Brasile e Argentina e, non ultimo nell’ordine, il Venezuela -. L’adozione di questo tipo di disegno influenza la sicurezza dello Stato assediato, le sue relazioni commerciali, diplomatiche e di sviluppo, giacché sono subordinate agli interessi strategici e di sicurezza degli Stati Uniti. Fattori che fortemente influenzano le scelte in politica estera e che limitano di molto l’autonomia in sede internazionale.

Il Venezuela, considerato paese che erode l’influenza e il potere USA nell’America meridionale e caraibica, è stato inserito nel novero degli Stati che bisogna combattere e indebolire mediante lotte economiche (guerra economica), contrabbando, crimine organizzato, innesco di conflitti transfrontalieri, violazione delle libertà civili e dei diritti umani, guerra psicologica, ecc., dilatandoli nel tempo e con lo scopo di riconfermare l’incontrastata supremazia americana nella regione. Il controllo delle risorse naturali dei venezuelani costituisce un fattore molto importante per assicurare a lungo termine il dominio economico, politico e la stabilità della società nordamericana. Difatti il processo di sviluppo economico dei paesi iperindustrializzati dipende dall’approvvigionamento di energia e il petrolio è la più importante fonte energetica.  Ciò ha contrassegnato la storia economica, politica e militare dei nordamericani per il dominio del Venezuela degli ultimi cento anni.

  1. La concretizzazione di un’entità geografica comune che potesse coniugare l’aspetto economico con quello politico da proiettarsi su scala internazionale, si poteva solo ottenere attraverso l’elaborazione di nuovi schemi d’integrazione sub regionale. È stato così che è sorta l’idea della strutturazione di nuove entità (Mercosur, Unasur) come formule più avanzate di quelle già esistenti (Alalc, Sela, Pacto Andino, Comunidad del Caribe, Mercado Centroamericano) con l’obiettivo di coordinare la posizione dell’America Latina di fronte alle sfide del mondo.

Tuttavia questo continente fatto di capricci e dispersioni, diffidenze e aspirazioni di grandezza, continua a fare tutto il possibile affinché questi meccanismi restino limitati, ininfluenti per non produrre l’integrazione richiesta e tanto meno far ascoltare la voce di un’America Latina unita. In questi ultimi anni i governi di alcune nazioni hanno preferito la scelta di negoziare con gli Stati Uniti o con l’Unione Europea sul piano di una presunta uguaglianza o bilateralismo. Preferiscono agire con manifestazioni d’individualismo esacerbato (Colombia e la nuova Argentina di Macri) che in fin dei conti non sono altro che l’espressione di un nazionalismo da sottosviluppo: declamatorio in modo reboante ma privo di contenuti. Sono scelte politiche che non tengono in conto primario l’interesse nazionale, ma garantiscono solo il protettorato americano.

  1. Nella presente fase multipolare la voce dell’America Latina rischia di azzittirsi. La deriva populista a destra di alcuni attori importanti rischia di rendere nulli i criteri che riguardano la difesa dei prezzi delle materie prime o l’intercessione ai forum per un commercio più giusto. L’importanza geostrategica e geopolitica data ai progetti Alba, Celac e Unasur da parte dell’allora presidente venezuelano, Hugo Chávez, rispondevano alle richieste di una regione desiderosa di affermare nel mondo la propria immagine storica; la percezione di una responsabilità e di un destino compartecipe che incalzava verso la realizzazione di uno sforzo comune per combinare le risorse (primarie, energetiche, demografiche) di cui dispone e fare dell’America Latina un potere mondiale.

La presenza di alcuni meccanismi come il Mercosur nel panorama internazionale ha, seppure in modo impercettibile (economicamente e politicamente), confermato e quindi cominciato a produrre la certezza di sviluppi importanti. In più di un’occasione Hugo Chávez aveva segnalato che non si trattava più di una necessaria volontà politica di appoggio al processo d’integrazione, ma della costruzione di una vera e propria concezione politica comune che possa proiettarsi sia verso l’esterno sia verso l’interno. Nonostante le ragioni storiche e sociopolitiche che si avviano verso l’integrazione, il raggiungimento della stessa è piuttosto lastricato di ostacoli.  Esistono grosso modo due gruppi di pressione che ostacolano questo percorso, le multinazionali e gli interessi locali che lavorano in associazione con le prime. In particolare questi ultimi ignorano volutamente gli obiettivi globali di un’integrazione. Ed è proprio qui che non esiste un’intesa. Spesso si tralascia il principio fondamentale, ovvero, la nozione di giungere ad essere una unità, più grande. Invece, le borghesie locali preferiscono adottare la scelta subalterna di comodo, cioè quella delle piccole monadi. La riconsiderazione in termini geopolitici dell’interesse nazionale è una via obbligata che tutti i paesi dell’America Latina devono riconsiderare per evitare di essere dei semplici spettatori, di ruolo e di rango, nello scacchiere internazionale.

Vincenzo Paglione

 

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Agência Brasil: Cosa ci vuole dire riguardo alla presenza degli Stati Uniti in America del Sud?

Moniz Bandeira: Gli Stati Uniti stanno realmente creando, da ormai molti anni, una fascia intorno al Brasile.

Agência Brasil: Di basi militari?

Moniz Bandeira: Proprio così, di basi militari si tratta. La Base di Manta, in Ecuador, e altre in Perù. Alcune di esse sono permanenti, altre sono solo occasionali. Come la base che si trova in Paraguay, che non è una vera e propria base. Hanno una pista di atterraggio costruita negli anni ’80, più grande della pista Galeão (in Rio de Janeiro, la maggior pista di atterraggio del Brasile, con 4.240 m di longitudine).

Ora circola la notizia che questa base sarà dotata di 400 soldati (nordamericani in Paraguay). Eseguono addestramenti insieme ai paraguaiani e formano gruppi di soldati per allenarsi vicino alla frontiera con il Brasile e in altri punti. La cosa più curiosa di tutto ciò e che fa insospettire è che: 1° è concessa l’immunità ai soldati sudamericani; 2° la visita di Donald Rumsfeld (segretario della Difesa degli USA) alla capitale, Asunción de Paraguay; 3° il fatto che Dick Cheney (vicepresidente nordamericano) ha ricevuto negli Stati Uniti il presidente del Paraguay. Che cosa rappresenta il Paraguay per gli Stati Uniti? Ciò costituisce solo una forma di perturbazione del Mercosur.

Agência Brasil: Gli analisti affermano che il Paraguay compie la funzione di alleato degli USA, che già in altro momento aveva svolto l’Argentina, con il presidente Carlos Menem, e in seguito l’Uruguay, con Jorge Battle.

Moniz Bandeira: È proprio quello che cercano di fare, prima con l’Argentina di Menem, dopo con l’Uruguay di Battle e ora vogliono manipolare il Paraguay. È una faccenda molto delicata. Il Paraguay non ha nessun peso. Anzi, se il Brasile decidesse di aumentare la vigilanza nella frontiera, finirebbe il Paraguay, perché la maggior parte delle esportazioni che effettua questo paese le compie attraverso il contrabbando con il Brasile.

Ufficialmente il Paraguay destina al Brasile più del 30% delle sue esportazioni. Se si prende in considerazione anche il contrabbando, la percentuale salirebbe a più del 60%. Ma anche per esportare verso altri paesi il Paraguay, in sostanza, dipende dal Brasile, attraverso i corridoi di esportazione che conducono verso i porti di Santos, Paranaguá e Rio Grande. Il Paraguay è un paese che presenta molte difficoltà, si sovrastima, ma non corrisponde alla realtà. Ogni paese dovrebbe riconoscere i propri limiti e le sue reali relazioni di potere. Il Paraguay è inagibile senza il Brasile e l’Argentina. L’Argentina è solidale con il Brasile e non ha alcun interesse verso il Paraguay come strumento degli Stati Uniti per ferire il Mercosur.

Agência Brasil: Dove si trovano, nello specifico, i militari nordamericani che formano questa “fascia” intorno al Brasile.

Moniz Bandeira: Si estendono dalla Guyana, passano per la Colombia … Bisogna evidenziare che non sono militari uniformati, ma imprese militari private che eseguono una serie di servizi terziarizzati per gli Stati Uniti. Il Pentagono sta terziarizzando la guerra. Già da qualche tempo, inizi degli anni ’90, hanno creato le Military Company Corporations, le quali eseguono i servizi militari per sfuggire alle restrizioni imposte dal Congresso americano. Pilotano gli aerei nella guerra d’Iraq, per esempio. Le compagnie militari private svolgono ogni sorta di lavoro, persino quello sporco: le torture. Con questa trovata eludono le restrizioni imposte.

Agência Brasil: Esistono anche delle operazioni segrete?

Moniz Bandeira: Sì, ma ciò rappresenta un’altra cosa. Abbiamo informazioni al rispetto. Se lei legge i giornali, qualche volta si segnalerà che è stato intercettato un aereo americano in Brasile che in modo clandestino proveniva dalla Bolivia verso il Paraguay. Queste informazioni si trovano un po’ ovunque.

Agência Brasil: Qual è il motivo per il quale ci sono i militari americani in America del Sud?

Moniz Bandeira: I fattori sono diversi. Le basi consentono il mantenimento del bilancio del Pentagono. Per causa dell’industria bellica e del complesso industriale militare, loro hanno bisogno di spendere negli equipaggiamenti militari per realizzare nuovi ordini. È un circolo vizioso. E qual è il migliore mercato per il consumo delle armi? La guerra.

Gli Stati Uniti s’interessano della guerra perché la loro economia dipende in larga parte dal complesso bellico per il mantenimento degli impieghi. Esistono alcune regioni degli USA sotto il totale dominio da parte di queste industrie. Esiste una simbiosi tra Stato e industria bellica. Lo Stato finanzia l’industria bellica e l’industria bellica ha bisogno dello Stato per dare sfogo ai suoi armamenti e alla sua produzione.

Agência Brasil: Esiste qualche ragione strategica dal punto di vista delle risorse naturali?

Moniz Bandeira: I paesi andini sono responsabili di più del 25% del consumo di petrolio negli Stati Uniti. Solo il Venezuela è responsabile di circa il 15% di questo consumo. Da una parte vogliono rovesciare il presidente venezuelano Hugo Chávez, dall’altra sanno che una guerra civile potrebbe far balzare il prezzo del petrolio a più di US$ 200 il barile.

Agência Brasil: Nel libro Formação do Império Americano, lei segnala la presenza di militari nordamericani in America del Sud. Gli Stati Uniti assicurano che molti di quei militari sono lì stanziati per combattere il terrorismo.

Luiz Alberto Moniz Bandeira: Combattere il terrorismo è una sciocchezza. Il terrorismo non è un’ideologia, non è uno Stato. Costituisce uno strumento di lotta, è un metodo di cui tutti ne hanno fatto uso nel corso della storia. Loro ora affermano di voler combattere il terrorismo islamico. Ma perché è sorto il terrorismo islamico?

Perché gli americani presenti in Arabia Saudita occupano i luoghi sacri, per esempio. Prima di ciò, gli USA introdussero il terrorismo islamico in Afganistan per combattere i sovietici. Da lì è iniziato tutto.

Agência Brasil: Gli USA classifica come terroristi all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Messico e alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Hanno ragione?

Moniz Bandeira: Loro desiderano che tutti quelli che insorgono contro di loro siano considerati terroristi. È sempre stato così. Hitler definì terroristi tutti quelli che si opponevano all’occupazione tedesca. I compagni che hanno combattuto nella lotta armata in Brasile contro il regime autoritario sono stati classificati come terroristi.

Il terrorismo è un metodo di guerra, usato persino dalla CIA. Che cosa ha fatto la CIA contro Cuba? Progettò un attentato, abbattendo un aereo, per accusare il governo cubano e giustificare l’invasione di Cuba. Progettò di far esplodere un razzo che avrebbe dovuto condurre allo spazio a John Gleen e accusarla per invaderla. La CIA è sempre stata uno strumento di terrorismo. Gli USA definiscono il terrorismo come un’organizzazione al servizio di uno Stato che pratica atti di violenza per il raggiungimento di obiettivi politici. Ed è ciò che sempre ha fatto la CIA.

La CIA, il Mossad [l’agenzia d’intelligence israeliana] e altre organizzazioni. Chi sono i terroristi? Ariel Sharon, David Ben Gurion e Menachem Begin sono stati dei terroristi. Loro hanno fatto esplodere il King David Hotel di Gerusalemme nel 1946, uccidendo delle persone contro il dominio inglese. Hanno vinto e oggi sono diventati statisti.

Agência Brasil: Gli Stati Uniti affermano che esistono dei terroristi nella triplice frontiera.

Moniz Bandeira: Un’altra sciocchezza. Lo dicono solo perché c’è una presenza d’islamici. Questi spediscono del denaro alle loro famiglie. Il fatto che quel denaro possa essere deviato per finanziare altre attività nessuno lo può impedire. È solo un pretesto per giustificare la loro presenza militare nel Paraguay e in altre parti dell’America del Sud. Gli Stati Uniti sono l’unico paese che possiede un esercito che non è pensato per la difesa del paese, ma per mantenere basi americane in tutto il mondo.

Agência Brasil: La presenza delle basi americane può attirare il terrorismo?

Moniz Bandeira: La maggior parte degli attacchi terroristi contro gli Stati Uniti, fino ad ora, sono avvenuti in America Latina. Un buon numero contro i militari, le aziende private nordamericane e contro gli oleodotti in Colombia. Ma possono inventarsi un attentato terrorista a Foz do Iguaçu per accusare i terroristi e, effettivamente, uno di questi attentati è stato organizzato dalla CIA. È il oro mestiere. Questo si chiama guerra psicologica. La CIA è abituata a fare queste cose, persino in Brasile. Veda il caso di Rio Centro: un attentato preparato per giustificare la repressione[ii].

 

NOTE:

[i] Articolo pubblicato da Agência Brasil il 18 gennaio 2006.

 

[ii]  È il nome con il quale si conosce un attentato che il 30 aprile 1981 si voleva perpetrare ai danni di uno spettacolo commemorativo il Primo Maggio, durante il periodo della dittatura militare in Brasile. In un primo momento il governo accusò la sinistra radicale. Ma in seguito si venne a sapere che l’attentato fu organizzato dai settori più radicali del governo militare. Questi ultimi volevano convincere quelli più moderati sulla necessità di avviare una nuova ondata di repressioni con l’obiettivo di paralizzare le manifestazioni di apertura politica che il governo stava attuando. [N.d.T]

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

In Bolivia il Centro di Ricerca nucleare più grande nel continente

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Il presidente della Bolivia, Evo Morales, chiederà al suo omologo russo Vladimir Putin, che il Centro di ricerca nucleare che sarà costruito nel paese sudamericano sia il più grande della Regione. Lo ha annunciato giovedì il presidente della Bolivia aggiungendo che la domanda sarà presentata nel corso della riunione bilaterale che si terrà nel quadro del Terzo Vertice dei Paesi Esportatori di Gas.

“La prossima settimana chiederò al Presidente Putin che sia il più grande centro del Sudamerica” ha dichiarato il Presidente Boliviano durante l’ispezione dell’opera che sarà costruita nel distretto de “El Alto”. Morales farà questa richiesta a Putin perché sarà la compagnia Russa Rosatom la incaricata per la realizzazione del progetto boliviano che sarà completato in quattro anni e per il quale saranno investiti 300 milioni di dollari.

Morales ha anche sottolineato che il centro non danneggerà l’ambiente e porterà benefici per i boliviani. Inoltre, il presidente della Bolivia ha evidenziato la popolarità del suo omologo russo descrivendolo come “il miglior presidente.” La costruzione di questo Centro di Investigazione Nucleare risponde al piano civile di energia atomica con fini pacifici appoggiato dall’Organismo Internazionale dell’Energia Atomica e dalle Nazioni Unite.

Questo progetto è stato annunciato nel 2014 dal Presidente della Bolivia, Evo Morales. Il 26 settembre di quest’anno, in uno studio preliminare a San Cruz (est), il Presidente della Mining Corporation di Bolivia, Marcelino Quispe, ha riferito la scoperta di un deposito di uranio, essenziale per sviluppare l’energia nucleare.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione  di Danilo Della Valle]

Geopolitica e politica estera USA, Brasile e Sudamerica

moniz-bandeiradi Luiz Alberto Moniz Bandeira – http://www.funag.gov.br

Quello che a continuazione si vuole presentare è un breve capitolo tratto dal volume Geopolitica e Politica Exterior. Estados Unidos, Brasil e America do Sul, Brasilia, Fundação Alexandre de Gusmão, 2009 del cattedratico ed esperto di politica estera brasiliana, Luis Alberto Moniz Bandeira.

Il volume di Moniz Bandeira veicola un messaggio ben chiaro per tutti popoli del Terzo Mondo e, in particolare, per quello latinoamericano: il processo di globalizzazione capitalista sta portando a compimento un’azione di trasformazione dei paesi sottosviluppati, cioè li sta riducendo a semplici segmenti del mercato internazionale; a livello endogeno controllato dalle grandi multinazionali e, a livello esogeno, dai centri del potere mondiale. Ciò ha provocato l’aggravarsi dell’asimmetria Nord-Sud che colpisce internamente a molti di loro, i quali sono caratterizzati da profonde differenze tra i settori agiati della popolazione e quelli più poveri; squilibri che generano conflitti sociali insanabili e incontrollabili forme di terrorismo. Se i paesi latinoamericani non mostreranno la volontà di rendere concreta una visione condivisa del mondo per essere più autonomi nel XXI secolo, saranno sottoposti all’arbitrio di un unico paese (USA). Il loro successo dipenderà dai singoli partecipanti, i quali devono tenere nella dovuta considerazione il fatto di agire in conformità a un consenso e a una partecipazione d’interesse regionale con proposte e progetti che siano vantaggiosi a tutti i paesi che conformano la regione. Questo si potrà avverare solo se si procede a un’analisi obiettiva delle grandi tendenze geopolitiche che in questo momento si possono osservare nel mondo.

La lotta per un mondo migliore deve partire dalla premessa che tutti gli uomini hanno lo stesso diritto al cibo, alla salute e all’educazione. Il semplice fatto di disattendere questo compito impellente equivarrebbe a che i paesi del subcontinente corrano il rischio di trasformarsi in segmenti del mercato internazionale, indipendentemente se oggi si scorge da più parti la tendenza di un multilateralismo mondiale. L’unica forma che hanno i latinoamericani di conservare la propria sovranità passa attraverso l’integrazione continentale che, insieme alla necessità di costruire un’identità e una cittadinanza latinoamericana, consenta di sviluppare uno spazio che irrobustisca la sovranità e l’indipendenza degli Stati che la configurano. Gli Stati che compongono quest’area potranno in questa maniera affrontare i problemi irrisolti della povertà, l’esclusione e l’ineguaglianza, in modo da consolidare l’unità di tutta l’America latina e Caraibi e così contribuire alla costruzione di un mondo multipolare ed equo.

Vincenzo Paglione

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Importanza Geopolitica del Sudamerica

La Seconda guerra mondiale rese visibile l’importanza geopolitica del Sudamerica nella strategia degli Stati Uniti, i quali dovevano assicurarsi non solo le fonti di materia prima – ferro, manganese e altri minerali indispensabili per la loro industria bellica – ma anche mantenere la sicurezza della retroguardia e quella dell’Atlantico meridionale. Il Brasile forniva agli Stati Uniti prodotti agricoli, caucciù, manganese, ferro e altri minerali strategici. Tuttavia la posizione che il Brasile occupava nel subcontinente si rivestiva di un’importanza geopolitica ancora maggiore, dovuto all’immenso spazio territoriale e alle risorse che possiede, oltre al fatto di confinare con tutti i paesi della regione (tranne il Cile e l’Ecuador). Esso occupa, per di più, gran parte del litorale dell’Atlantico del Sud e si colloca di fronte all’Africa occidentale. Gli Stati Uniti paventavano che le forze tedesche che si trovavano nelle coste del Senegal potessero avanzare in direzione delle Americhe, attraversando lo stretto Natal-Dakar, occupando l’arcipelago di Fernando Noronha fino a conquistare l’estremità “Nordestina” che comprende il Rio Grande do Norte, Paraíba, Pernambuco e Alagoas. Da lì la pressione esercitata sul Brasile affinché consentisse l’installazione di basi navali e aeree nelle principali città litoranee del Nordest, dove gli aerei della IV Flotta americana, insediata a Recife, eseguirono voli giornalieri attraverso il Cinturone dell’Atlantico Sud (Estremità Nordestina – isola dell’Ascenção – Africa) con la missione di pattugliare l’oceano, tra le basi di Natal e Ascenção. In quell’occasione gli aerei erano alla ricerca di sottomarini dell’Asse e, in particolare, di navi che rompevano il blocco mediante il trasporto di materia prima strategica dall’Asia per sostenere lo sforzo bellico della Germania.

L’estremità Nordestina dista solo 3.000 chilometri dal punto più occidentale dell’Africa francese e lì passano importanti rotte di traffico marittimo procedente dal Golfo persico e dall’Estremo Oriente con destinazione verso i porti ubicati al Nord dell’America del Sud, Caraibi e America settentrionale. La base aerea di Paranamirim-Natal, ceduta agli USA insieme alla base di Belém do Pará, rese possibile la costruzione di un ponte aereo, strategicamente fondamentale per il rifornimento delle truppe inglesi che combattevano nel nord dell’Africa e in Medio Oriente. Il quale, più tardi, servì anche per l’invasione dell’Europa, attraverso l’Italia, compreso l’appoggio alle operazioni militari in Estremo Oriente. Il pattugliamento aereo del Cinturone dell’Atlantico Sud, tra Recife e Ascensão, fu rafforzato da quattro gruppi-lavoro e aerei Liberators, navi della IV Flotta degli Stai Uniti, insediata a Recife, i quali affondarono diversi sottomarini di 1,200 t (U-848, U-849 e U-177), così come le navi rompi blocco – Esemberg, Karin, Wesserland, Rio Grande e Burgenland – navi che trasportavano merci dall’Oriente verso la Germania.

Dalla vittoria della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno cercato di consolidare la loro supremazia economica, politica, militare e culturale conquistata con la sconfitta tedesca e assoggettando l’Inghilterra, la Francia e gli altri paesi dell’Europa Occidentale. Anche se a parole condannavano le politiche che facevano riferimento alle sfere d’influenza e di equilibrio del potere, scommettendo sull’avvento di un’era di pace poggiata nella sicurezza collettiva dell’ONU, gli Stai Uniti non hanno mai rinunciato alla loro egemonia sull’America latina. Così come fecero nel 1919, attraverso il Patto della Lega delle Nazioni, sono stati molto solerti a evitare che l’ONU potesse esercitare direttamente qualsiasi influenza sulle questioni dell’Emisfero Occidentale. L’articolo 52 della Carta di San Francisco legittimò ulteriormente “l’esistenza di accordi od organismi regionali capaci di trattare su argomenti riguardanti la conservazione della pace e della sicurezza internazionali”.

In questa maniera, attraverso l’art. 52 della Carta di San Francisco, gli Stai Uniti riconfermarono la dottrina Monroe, assegnandosi il diritto di trattare unilateralmente i casi che eventualmente dovessero sorgere in America Latina, senza essere sottoposti a un eventuale veto da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Nel 1947 celebrarono insieme agli altri paesi della regione il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR), più noto come Trattato di Rio de Janeiro, il quale considera qualsiasi attacco al territorio di uno Stato americano come un attacco a tutti gli altri. Allo stesso tempo essi si compromettevano di risolvere le dispute amichevolmente prima di far ricorso all’ONU. Perciò con questo trattato si era demarcata la zona di sicurezza dell’emisfero tra il polo nord e l’estremo sud della Patagonia. L’anno successivo (1948), la 9° Conferenza Interamericana a Bogotà, diede nuovamente vita all’Unione Panamericana, sotto il nome di Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Ancora una volta con il proposito di escludere l’America Latina dall’immediata giurisdizione dell’ONU.

 

Zona strategica

La politica estera degli Stati Uniti ha solitamente mirato a promuovere gli interessi privati specifici[i] e quelli imprenditoriali, esercitando maggiore enfasi nel promuovere i mercati aperti, la libera iniziativa e il benvenuto agli investimenti stranieri. Obiettivi generalmente presentati come d’interesse per l’umanità[ii]. Persino la sua strategia globale da sempre è stata determinata dagli interessi e dalle necessità del proprio processo produttivo e da quello sociale. Ad esempio, l’assicurarsi le fonti di materiale strategico tali come i campi di petrolio del Venezuela, le miniere di stagno della Bolivia, le miniere del rame del Cile, ecc., presenti nell’America del Sud e mantenere aperte le linee di accesso, le vie di comunicazione e di trasporto nell’Atlantico Sud e nei Caraibi.[iii] L’ambasciatore Samuel Pinheiro Guimarães nella sua importante opera Quinhentos anos de periferia (Cinquecento anni di periferia), ha reso evidente che l’America Latina, al contrario di quanto molti immaginano, “è, di fatto, la zona strategica più importante per gli Stati Uniti”.[iv] Tuttavia all’interno dell’America Latina, configurata dai paesi collocati al di sotto dal Rio Grande o Rio Bravo del Nord, l’America del Sud costituisce la regione che presenta la maggiore importanza geopolitica nella strategia degli Stati Uniti, dovuto al suo enorme potenziale economico e politico. Sono dodici paesi inseriti all’interno di uno spazio contiguo di 17 milioni di chilometri quadrati, il doppio degli Stati Uniti (9.631.418 km2). Con una popolazione, nel 2007, di approssimativamente 400 milioni di abitanti, anche questa superiore a quella degli Stati Uniti (303,8 milioni), rappresentando all’incirca il 67% di tutto il cosiddetto territorio dell’America Latina e il 6% della popolazione mondiale con un’integrazione linguistica omogenea, poiché la stragrande maggioranza parla portoghese o spagnolo, lingue che sono in sintonia tra di loro. Inoltre l’America del Sud possiede grandi riserve d’acqua dolce e biodiversità, enormi ricchezze per quanto concerne le risorse minerali ed energetiche – petrolio e gas, pesca, agricoltura e allevamento -. L’integrazione attraverso il Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) con i paesi della Comunità Andina (CAN), Cile e Venezuela[v], consente la creazione di una massa economica che si può calcolare, secondo dati del 2007, in più di US$ 3 mila miliardi, cioè maggiore di quella della Germania (US$ 2,8 mila miliardi), calcolata sulla base della parità di potere d’acquisto.

L’importanza geopolitica dell’America del Sud nella strategia degli Stati Uniti per il mantenimento dell’egemonia globale è, in larga misura e intrinsecamente, vincolata alla sua dimensione economica e commerciale. Per questa ragione il presidente George W. H. Bush dichiarò il 27 giugno 1990 The Enterprise of the Americas Initiative (EAI), con il fine di istituire una zona di libero scambio da Anchorage, in Alaska, fino alla Terra del Fuoco. Il presidente William J. Clinton (1993-2001), che l’ha succeduto, ravvivò l’idea e presentò la proposta, unilateralmente, agli altri capi di Stato, nel Summit delle Americhe, svoltosi a Miami, tra il 9 e l’11 dicembre 1994, sotto il nome di Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA). Questa proposta d’integrazione economica regionale celava, però, obiettivi politici concernenti la sicurezza continentale, da raggiungere attraverso l’irrobustimento delle istituzioni democratiche e la lotta contro il narcotraffico e il terrorismo. Minacce, queste ultime, che hanno sostituito la sovversione e il comunismo nell’agenda militare degli Stati Uniti, dopo lo smantellamento del Blocco Socialista e dell’Unione Sovietica. Il colonnello (ritirato) Joseph R. Núñez, dell’Esercito degli Stati Uniti, ha evidenziato in uno studio pubblicato dal Strategic Studies Institute, dell’U.S. Army War College, che “with current concerns about the Free Trade Area of the Americasand the strength of democratic regimes, along with the growing needfor homeland—even hemispheric—security, it is most important that we  eriously consider new ways to respond to our strategic situation”.[vi]

In realtà quello che gli Stati Uniti pretendevano con la creazione dell’ALCA, così come con quella dell’APEC (Asia-Pacif Economic Cooperation) e l’avvio di più di duecento accordi commerciali, tra i quali quello dell’Uruguay Round, era la costruzione di una rete di accordi internazionali con lo scopo di plasmare il sistema economico mondiale e farlo funzionare a proprio beneficio. Gli Stati Uniti sarebbero assurti come il maggior centro dinamico dell’economia mondiale del XXI secolo. La stessa segretaria di Stato, Madeleine K. Albright, in quell’occasione dichiarò che: “(…) We must continue shaping a global economic system that works for America”.[vii] E l’ambasciatrice Charlene

Barshefsky, nella sua investitura di capo dell”United States Trade Representative (USTR), si fece sostenitrice dell’approvazione del fast track, nell’ambito dell’House of Representatives, argomentando che il principio sottostante della politica commerciale dell’amministrazione del presidente Clinton era quello “to support U.S. prosperity, U.S. jobs and the health of the U.S. companies[viii].

Secondo quanto dichiarato dall’ambasciatore Samuel Pinheiro Guimarães, l’ALCA formava parte della strategia per il mantenimento dell’egemonia economica e politica degli Stati Uniti sull’America meridionale giacché, al di là delle considerazioni su una tradizionale area del libero commercio, l’ALCA, se fosse stata introdotta, avrebbe coinvolto impegni internazionali nelle differenti aree del commercio su beni e servizi, investimenti diretti, acquisti statali, patenti industriali, norme tecniche e, quasi certamente, medio ambiente e legislazione del lavoro[ix]. Il suo principale scopo si fondava sulla realizzazione di un insieme di regole che avrebbero incorporato i paesi dell’America meridionale, in particolar modo il Brasile, nello spazio economico (e nel sistema politico) degli Stati Uniti, in forma asimmetrica e subordinata. In termini pratici ciò avrebbe limitato la loro capacità di formulare ed eseguire delle proprie politiche economiche per attrarre e disciplinare gli investimenti stranieri, ampliare la capacità industriale presente sul territorio, stimolare la creazione e l’integrazione delle catene produttive, promuovere l’effettivo trasferimento di tecnologia e l’irrobustimento del capitale nazionale[x]. La proposta sulla formazione di una Zona di Libero Scambio delle Americhe (ALCA), come il versante economico della strategia globale degli Stati Uniti per conservare l’egemonia nell’emisfero, si è coniugata con l’attuazione delle misure neoliberali deliberate dal Consenso di Washington (consenso tra il Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti). Queste organizzazioni sostengono la privatizzazione delle aziende statali, la deregolamentazione dell’economia e la liberalizzazione unilaterale del commercio estero. Lo Stato, pertanto, è tenuto a ritirarsi dall’economia, sia come imprenditore sia come regolatore delle transazioni domestiche e internazionali, assoggettandola alle forze del mercato. La disposizione del Consenso di Washington è stata quella di ridurre il ruolo dello Stato, ridurlo al minimo, creare uno Stato – minimo, il che significa in termini di globalizzazione, impedire la sovranità nazionale dei paesi dell’America meridionale (ma anche quella dei paesi degli altri continenti), con la conseguente consegna di tutto il potere economico alle corporazioni transnazionali, la maggior parte delle quali sono americane. Queste corporazioni si sono impadronite delle aziende statali, messe all’asta dai singoli governi sotto il segno della privatizzazione, il che ha significato nella maggior parte dei casi, la loro alienazione.

Quello che si è preteso di fare è stato dischiudere il mercato latinoamericano o, nello specifico, il mercato sudamericano, alla concorrenza, consegnando alle corporazioni transnazionali e ai loro investitori e banchieri la libertà di spostare capitali, beni, impianti industriali, profitti e tecnologie, senza che i governi nazionali frapponessero degli ostacoli. Nell’ambito di questa cornice economica, i paesi dell’America meridionale dovevano abdicare alla loro sovranità, disarmandosi militarmente e accettando l’alienazione del potere giudiziario nazionale, le cui funzioni si sarebbero trasferite a una commissione internazionale d’arbitraggio con la facoltà di giudicare qualsiasi controversia tra lo Stato nazionale e le megaimprese multinazionali degli Stati Uniti. Con l’entrata dell’ALCA queste aziende avrebbero acquisito un potere superiore a quello degli Stati nazionali, seguendo la scia dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti (AMI), in fase di negoziato, ma non ancora concluso[xi], nell’ambito dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCDE). Lo scopo di quest’operazione era di stabilire norme multilaterali per la regolamentazione, liberalizzazione e protezione degli investimenti stranieri e impedire qualsiasi intervento da parte dello Stato sulle utilità finanziarie di proprietà delle persone fisiche o giuridiche straniere che sono presenti in un determinato paese.

Tuttavia verso la fine degli anni novanta del secolo scorso, dopo aver applicato le misure neoliberali preconizzate dal Consenso di Washington, il generale Charles E. Wilhelm, comandante in capo del Southern Commannd degli Stati Uniti (USSOUTHCOM), riconobbe che, nel suo settore di pertinenza, l’America del Sud “democracy and free market reforms are not delivering tangible results to the people” e le nazioni presenti in quella regione si trovavano in una condizione economicamente peggiore di quella anteriore alla restaurazione democratica “Can democracy survive without an economic system that produces adequate subsistence and services for the majority of its citizens?”[xii].

Anche Henry Kissinger nella sua opera Does America Need a Foreign Policy, confessò che “neither globalization nor democracy has brought stability to the Andes[xiii]. Ugualmente la Bolivia, durante i 15 anni nei quali il paese si presentò al mondo come esempio del modello neoliberale (dal 1985 al 2000), il deterioramento delle condizioni di vita della popolazione si era incrementato a dismisura e attinse soprattutto i contadini, portando alla miseria più dell’80% della popolazione rurale. E, durante l’inaugurazione di un seminario, quando si lanciò la proposta di una Strategia Boliviana per la Riduzione della Povertà (EBRP), lo stesso presidente Hugo Banzer si rammaricò del fatto che nemmeno la stabilità economica avrebbe contribuito a diminuire gli indici di povertà in cui viveva la popolazione. Nell’anno 2000 era costituito da più della metà della popolazione boliviana (63%), in modo particolare quella di origine indigena. La questione agraria, che la rivoluzione del 1952 cercò di rendere più equa, mediante la ripartizione dei latifondi e la distribuzione delle terre per i lavoratori rurali, diventò nuovamente una grave fattore di tensioni con conseguente irruzione di conflitti sociali[xiv].

La debacle economica e finanziaria dell’Argentina che non ebbe altra scelta se non quella di applicare il default con conseguente sospensione dei pagamenti del debito estero nel bel mezzo di un’acuta crisi politica e sociale, rese evidente il carattere perverso del modello neoliberale. Il professore nordamericano, Paul Krugman, non si sbagliava quando commentava in un suo articolo apparso sul New York Times, nel quale scriveva che “il fallimento catastrofico” (catastrophic failure) delle politiche economiche imposte a quel paese con il timbro “made in Washington”, rappresenta un altrettanto disastro della politica estera degli Stati Uniti, così come il più grande rovescio per la proposta dell’ALCA[xv]. I negoziati per l’introduzione dell’ALCA, il cui obiettivo era l’effettiva applicazione della Dottrina Monroe all’economia e al commercio della regione, non giunsero, nei fatti, a nessun risultato, dovuto all’opposizione da parte del Mercosur. Il Brasile e l’Argentina in testa, rifiutarono, inter alia, le pretese avanzate dagli Stati Uniti sugli investimenti e i servizi, così come altre regole relative alle patenti, rafforzando quelle già esistenti nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Rigettarono, inoltre, l’apertura del mercato degli acquisti statali, il che avrebbe impedito allo Stato, il maggiore consumatore di beni capitali, di impiegarli a beneficio delle aziende nazionali e di quelle straniere insediate nel paese[xvi].

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

NOTE:

[i] Lars Schoultz, Beneath the United States. A History of. U.S. Policy Toward Latin America, 1998, p. 373.

[ii] Ibid., p. 10.

[iii] Jan K. Black, Sentinels of Empire – The United States and Latin American Militarism, New York, Greenwoodpress, 1986, p. 10.

[iv] Samuel Guimarães Pinheiro, Quinhentos anos de periferia, Porto Alegre – Rio de Janeiro, Editora da Universidade/UFRGS – Editora Contraponto, 1999, p. 99.

[v] Il presente volume fu elaborato da Moniz Bandeira quando il Venezuela, insieme all’Argentina, non era ancora membro a pieno titolo dell’organizzazione (ne entrerà a formar parte il 31 luglio 2012) e quando il Paraguay non era stato ancora sospeso dalla stessa [N.d.T.]

[vi] Colonnello Joseph R. Núñez, A 21st Century Security Architecture For The Americas: Multilateral Cooperation, Liberal Peace, And Soft Power, agosto 2002, in http://www.strategicstudiesinstitute.army.mil/pubs/display.cfm?pubID=15

[vii] Secretary of State-Designate Madeleine K. Albright. Prepared statement before the Senate Foreign Relations Committee, as released by the Office of the Spokesman, Department of State, Washington, D.D., January 8, 1997. http://www.secretary.state.gov/statements/970108a.html

[viii] Barshefsky statement before House Trade Panel 3/18, U.S. Information and Texts, N° 011, March 20, 1997, p. 42.

[ix] Samuel Pinheiro Guimarães. “ALCA para principiantes”; “Como será a ALCA”, manoscritti.

[x] Ibidem.

[xi] Questo progetto di Accordo Multilaterale sugli Investimenti (AMI), iniziò a essere negoziato, in totale segreto, dai paesi dell’OCDE, nel 1995. Ma una volta diventato pubblico, i negoziati furono sospesi intorno alla fine del 1998, dovuto all’insorgere di problematiche economiche e alla severa opposizione che subì.

[xii] Statement of General Charles E. Wilhelm, commander-in-chief, U.S. Southern Command, Before the Senate Caucus on International Narcotics Control, March 23, 2000.

[xiii] Henry Kissinger, Does America Need a Foreign Policy. Toward a Diplomacy for 21st Century, New York, Simon & Schuster, 2001, p. 136.

[xiv] Si veda Luiz Alberto Moniz Bandeira, Brasil, Argentina e Estados Unidos – Conflito e integração na América do Sul (Da Tríplice Aliança ao Mercosul), Rio de Janeiro, Editora Revan, 2ª. ed., 2003, pp. 554-555.

[xv] Paul Krugman – “Crying with Argentina”, in The New York Times, NY, 1.1.2002.

[xvi] Samuel Pinheiro Guimarães, Desafios brasileiros na Era dos Gigantes, Rio de Janeiro, Contraponto Editora, 2006, p. 282.

ONU: Maduro e Morales denunciano i disastri dell’imperialismo

da L’antidiplomatico 

Nei loro interventi alla 70a Assemblea Generale dell’ONU, Il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e il suo omologo boliviano, Evo Morales hanno evidenziato come le guerre imperialiste siano il principale fattore dei problemi che affliggono l’umanità

Come riportato da Hispantv e RT, i Presidenti Del Venezuela e della Boliva, Nicolás Maduro e Evo Morales, nei loro interventi alla 70a Assemblea generale dell’ONU, si sono scagliati contro le politiche imperialiste che hanno causato disastri umanitari, ecologici ed economici.

«La guerra è il miglior business del capitalismo», ha dichiarato Morales, denunciando coloro che sostengono le politiche neoliberiste, ovvero i paesi sviluppati, quando queste politiche attaccano i più bisognosi.

«Come risultato delle guerre imperiali, oggi gli oceani sono diventati i cimiteri dei rifugiati che periscono in mare, dal momento che i loro paesi sono diventati trincee della guerra», ha aggiunto Morales.

Il presidente boliviano ha sottolineato che esistono le «fabbriche di guerra, si demonizzano i leader e gli stati progressisti e si criminalizza il loro orientamento anti-capitalista». Inoltre, Morales ha avvertito che le politiche del sistema capitalista non soddisfano i bisogni dell’umanità. «Ogni giorno l’impero crea veri eserciti di fanatici religiosi che non possono controllare, come l’esercito dello Stato islamico», ha spiegato commentando le accuse che gli Stati Uniti sostengono le organizzazioni terroristiche.

Inoltre, Morales ha annunciato che la politica del capitalismo colpisce direttamente l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, a tal proposito ha chiesto ai governi di lavorare insieme per un mondo di maggiori opportunità.

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venzuela, Nicolás Maduro sulla stessa linea di Morales, ha denunciato che le «causa concrete, specifiche, che hanno avuto un impatto devastante sui popoli fraterni di Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, non sono altro che le guerre ingiuste, un tentativo di controllare il mondo da parte una sola potenza egemone che cerca di avere il suo dominio sui popoli».

Inoltre, Maduro ha sottolineato che l’origine della povertà e della miseria nel mondo è la disuguaglianza sociale che si deve quindi combattere con la creazione di un nuovo modello economico e sociale.

Allo stesso modo, ha chiesto la fine della ingiustizie e delle guerre imperialiste con l’intenzione di stabilire le condizioni che dirigano l’essere umano verso i suoi “nobili obiettivi”.

Egli ha aggiunto che l’aggressione e la conquista di interi paesi ha causato il flusso di richiedenti asilo che provengono da paesi arabi coinvolti nella guerra, coloro che fuggono dalla miseria e dolore.

«Pensiamo ad una casa comune dei popoli che si basi sulle loro relazioni sul rispetto del diritto internazionale e dei popoli che vedano l’Agenda 2030 come un Agenda umana di costruzione, pace, felicità e giustizia universale», ha concluso.

Morales ha dichiarato il 2 agosto Giornata dell’Antimperialismo

da hispantv

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha designato il 2 agosto come la Giornata dell’Antimperialismo, festa che si celebrerà nello stesso giorno della Rivoluzione agraria, produttiva e comunitaria.

«Vogliamo designare il 2 agosto anche come la Giornata dell’antimperialismo, perché molti dei nostri fratelli che hanno combattuto per la rivoluzione agraria hanno dato la loro vita per abbattere l’imperialismo e il neoliberismo che ha fatto soffrire la nostra gente per tanti anni», ha dichiarato Morales, ieri, nel corso di una cerimonia commemorativa tenutasi a Cochabamba.

Inoltre, Morales ha chiesto che la rivoluzione boliviana abbia e mantenga un carattere antimperialista, dopo aver ricordato i tempi in cui i legislatori e i leader degli Stati Uniti sostenevano la colonizzazione della Bolivia nel secolo scorso.

Morales ha anche ribadito che durante la riunione ordinaria delle Nazioni Unite (ONU) in programma per il prossimo mese di settembre, chiederà che i precetti di Ama Sua (non rubare), Ama Llulla (non essere pigro) e Ama Kella (non mentire) siano riconosciuti a livello internazionale.

Alla conferenza tenutasi ieri, il presidente della Bolivia è stato anche premiato come Personaggio dell’anno 2014, dalla televisione libanese Al-Mayadeen.

«Benedetta sia quella terra che ci diede Evo Morales. Evo Morales non è solo leader della Bolivia, Evo Morales è diventato un leader universale», ha affermato il Direttore di Al-Mayadeen, Ghassan Ben Jeddou.

Il Giorno della Rivoluzione agraria, produttiva e comunitaria commemora la data in cui gli indigeni boliviani sono stati liberati durante la prima delle quattro amministrazioni di Victor Paz Estenssoro, uno dei leader della rivoluzione popolare che restituì la terra agli indigeni, stabilì riforma agraria, il suffragio universale l’istruzione gratuita e di massa.

Oltre alla Bolivia, i Paesi dell’America Latina, come Venezuela, Argentina, Ecuador, Cuba, hanno sempre espresso la loro protesta e il loro rifiuto nei confronti delle politiche imperialiste.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Morales, Bergoglio e il crocifisso su falce e martello

Croceda vita.it

Il regalo con cui il presidente boliviano ha omaggiato Bergoglio lungi dall’essere una provocazione comunista è un esplicito richiamo alla morte di un prete gesuita, punto di riferimento per tutti i cattolici andini: Luis Espinal. Ecco chi era

C’è chi ha perfino parlato di provocazione e di regalo di Stato comunista. C’è chi ha parlato del regalo del presidente boliviano Evo Morales a Papa Francesco come uno dei doni più bizzarri scambiati far capi di Stato e leader politici. La bizzarria sarebbe il crocefisso sulla falce e martello con cui il presidente boliviano ha omaggiato Bergoglio al suo arrivo nel Paese andino. Le cose non stanno proprio in questi termini. Il crocefisso in questione infatti è una riproduzione di quello che teneva accanto al proprio letto Luis Espinal, sacerdote spagnolo gesuita (come Bergoglio), poeta e regista torturato ed ucciso in Bolivia dai paramilitari nel 1980. Morales ha consegnato una riproduzione realizzata dal sacerdote gesuita Xavier Albo.

Ma chi era Espinal? E qual è il significato di un crocefisso così particolare? «Luis Espinal sostituì la croce con la falce e il martello per rappresentare la presenza del cristianesimo nelle lotte sociali per l’emancipazione dei diseredati», ha scritto in un editoriale il settimanale Aquì (fondato proprio da Espinal) qualche mese fa. Espinal, oltre che un prete era infatti un appassionatissimo giornalista. Per lui il giornalismo doveva essere un luogo di incontro fra religiosi, cattolici e altri cristiani, laici e marxisti, impegnati in un giornalismo del popolo, con il popolo e per il popolo. Per lui infatti il giornalismo indipendente «non esiste, il giornalismo è sempre al servizio di una causa». La sua era quella dei «semplici della terra». In un articolo intitolato “I cristiani e la rivoluzione”, scrive che «alla rivoluzione partecipano laici e cristiani. Ma, in Latinoamerica, non ci può essere rivoluzione senza cristiani. Espinal però non credeva nei martiri individuali e individualisti. Pensava che i combattenti in prima linea per il cambiamento della Bolivia fossero i lavoratori, la responsabilità della liberazione per lui «è sempre in mano al popolo».

«Tacere è lo stesso che mentire», questa forse la sua frase più popolare, che campeggia sull’homepage del sito di Aquì: se si sottostà alla censura, all’autocensura, alle mezze verità, alla manipolazione, si mente.

Espinal

Un’immagine di Luis Espinal, il prete-giornalista che «nel tempo libero intagliava il legno»

Luis Espinal, fu rapito, torturato e ucciso con 17 colpi di pistola a El Alto, la notte tra il 21 e il 22 marzo di 35 anni fa. Qui, nel luogo dell’eccidio, ieri papa Francesco ha tenuto la sua prima visita in Bolivia. Forse il regalo di Morales è stato qualcosa di diverso da una stravaganza “cristomarxista”

Pieno sostegno all’Ecuador dai governi dell’America Latina

asdfs.jpg_1718483346da Telesur

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, il suo omologo Evo Morales e altri leader regionali hanno espresso sostegno totale all’Ecuador

Nicolás Maduro e altri presidenti della regione, solidali con il presidente dell’Ecuador, Rafel Correa, che ha denunciato una cospirazione ordita per cercare di rovesciare il suo governo. In Ecuador vi sono state diverse proteste dell’opposizione contraria al progetto di legge sulle successioni.

Il presidente ha ricordato che il governo venezuelano ha sperimentato qualcosa di simile a ciò che sta accadendo in Ecuador, nel 2001, quando fu approvata la Ley habilitante. Maduro ha denunciato che la destra protesta nuovamente per giustificare una campagna criminale contro Correa.

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha respinto le azioni destabilizzanti promosse dai gruppi oligarchici in Ecuador, ed ha espresso il suo sostegno al presidente del paese, Rafael Correa.

«La mia solidarietà, il mio rispetto, il mio sostegno al presidente Correa», ha dichiarato in occasione di un discorso tenuto presso il Palazzo Quemado, sede del governo.

Nel suo intervento, il capo dello stato boliviano ha invitato tutti i movimenti di destra del continente a rispettare la democrazia, perché si deve lavorare sulla base degli interessi nazionali, non settoriali.

Nel frattempo, anche il governo cubano ha rilasciato delle dichiarazioni sulla situazione in Ecuador, attraverso il portale del Granma: «davanti ai recenti atti di destabilizzazione dei gruppi oligarchici del paese, il Governo Rivoluzionario della Repubblica di Cuba esprime la sua ferma e incondizionata solidarietà e sostegno al popolo fratello ecuadoriano, al Governo della Revolución Ciudadana, e al suo leader, il compagno Rafael Correa Delgado».

Il Governo cubano ha inoltre invitato a rispettare l’ordinamento giuridico dell’Ecuador e a respingere qualsiasi ingerenza negli affari interni del paese, in linea con i principi che dichiarano l’America Latina e i Caraibi Zona di Pace.

Secondo il presidente Morales non è giustificabile il fatto che la destra continui a destabilizzare la nazione sudamericana dopo che il presidente ecuadoriano ha provvisoriamente ritirato il progetto di legge sulle successioni, utilizzato dall’opposizione come punta di lancia per chiamare allo sciopero, al boicottaggio e alle manifestazioni violente.

Allo stesso tempo, ha denunciato l’interferenza di nazioni straniere, come gli Stati Uniti, che hanno sostenuto questo tipo di piani destabilizzanti non solo in Ecuador, ma in altri paesi come il Venezuela.

Appoggio al Venezuela

«Quando sorgono movimenti di liberazione in America Latina e nei Caraibi intervengono gli Stati Uniti. Adesso aggrediscono Venezuela ed Ecuador», ha precisato Morales.

Sulla recente visita in Venezuela dell’ex presidente spagnolo Felipe González, il capo dello stato boliviano ritiene che quest’uomo, il quale pretende di difendere giuridicamente gli oppositori detenuti per atti di violenza costati la vita a oltre 40 persone, non sia mosso da buone intenzioni.

«Perché non si batte per la restituzione di Guantanamo a Cuba? Questo sì che sarebbe lottare per la giustizia», ha chiesto Morales.

Infine, il presidente ha spiegato che il neoliberismo non ha risolto i problemi economici e sociali della regione. «In America Latina queste politiche non sono state in grado di risolvere i problemi economici e sociali. Il neoliberismo e l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) hanno fallito».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

(VIDEO) Morales: «Non accetteremo di essere i guardiani del Nord»

da lantidiplomatico.it

In un’intervista esclusiva a RT, Morales attacca i tentativi Usa di dividere l’unità latina e accusa alcuni politici europei di incitare colpi di stato dell’estrema destra

Evo Morales, presidente della Bolivia, ha rilasciato un’intervista esclusiva a RT da Bruxelles dove è in corso il vertice tra l’Ue e la Celac.

Nel corso dell’intervista, Evo Morales ha criticato i tentativi degli Stati Uniti di dividere l’unità dell’America Latina e ha raccomandato i paesi europei di restare politicamente liberi degli Stati Uniti ed economicamente dalle catene del FMI. E poi una frecciatina sull’immigrazione: «Ci sono molti più europei in America Latina che latinoamericani in Europa, eppure non abbiamo mai pensato di espellerli».

Il presidente boliviano ha precisato che negli Stati Uniti è ampiamente usata la tattica di lanciare accuse infondate per cercare di dividere e dominare i governi dell’America Latina, oltre ad utilizzare alcuni politici europei per incitare colpi di stato da parte di politici dell’estrema destra nel continente. E’ notizia di ieri, non a caso, che il presidente del Venezuela Maduro ha chiesto spiegazioni formali alla Colombia dopo che l’ex premier spagnolo Gonzales ha lasciato senza avviso il paese con un aereo di stato colombiano, dopo aver incitato molto probabilmente l’estrema destra del paese ad un nuovo tentativo di colpo di stato. 

Nel proseguo della sua intervista, Morales ha sostenuto che gli Stati Uniti sono impegnati a “fermare la grande rivoluzione latino-americana”, con la costruzione di nuove basi militari. «Noi che viviamo al sud non accetteremo mai di essere i guardaparchi del Nord», ha dichiarato.

«I tentativi degli Stati Uniti sono ora volti a dividere i paesi UNASUR dell’Alleanza del Pacifico. L’Alleanza del Pacifico vuole privatizzare di nuovo i servizi di base e parla di nuovo di libero mercato. Dopo aver fallito nell’imporre questi principi al processo di integrazione dell’America Latina, ora prova a dividerci», prosegue il presidente della Bolivia, sottolineando che la cosa più importante è che «il sogno di Fidel Castro, Hugo Chavez e Nestor Kirchner, la CELAC, si consolida. É una nuova organizzazione degli stati americani senza gli Stati Uniti ed è la testimonianza più importante che la l’America Latina è oggi una regione di pace, ma con la giustizia sociale», ha sottolineato il presidente. 

Per quanto riguarda l’attuale posizione dell’Occidente nei confronti della Russia nella crisi ucraina, il presidente Morales ha affermato che «la nuova politica anti-russa degli Stati Uniti” viene effettuata “con espansione militare» e «l’ingerenza da parte di alcuni paesi europei».

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Evo Morales: «Narcotraffico business capitalista»

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Gli Stati Uniti includono la Bolivia nella lista nera dei paesi che non combattono il traffico di droga, mentre l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine evidenzia i risultati conseguiti dal paese nella lotta contro la droga, secondo quanto riportato da Russia Today.

Gli esperti ritengono questo atteggiamento come una vendetta per la strategia boliviana di rispetto verso la millenaria cultura cocalera del paese, che si è liberato dal controllo degli Stati Uniti, conservando la sua sovranità.

Prima dell’arrivo al potere di Evo Morales, l’Amministrazione per il controllo della droga (DEA), controllava il narcotraffico, ma in modo aggressivo, criminalizzando gli agricoltori tradizionali mentre i veri trafficanti spostavano le loro fortune all’estero.

Per il presidente della Bolivia, Evo Morales, gli Stati Uniti sono «il cuore del problema» e il traffico di droga è un «business del sistema capitalista» rappresentato da questo paese. Inoltre gli Stati Uniti sono il più grande consumatore di cocaina nel mondo.

Nonostante i tentativi di minimizzazione degli Stati Uniti, le organizzazioni internazionali riconoscono il lavoro delle autorità boliviane.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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