Brasile, una Coppa senza il popolo

di Geraldina Colotti, 28.5.2014 

Brasile. In Brasile il fischio d’inizio della competizione calcistica lo hanno dato gli indigeni e i «senza tetto», in lotta contro corruzione e privatizzazioni. E ai lacrimogeni della polizia hanno risposto con un fitto lancio di frecce.

Cavalli, frecce e gas lacri­mo­geni. Piazze sem­pre in fer­mento, in Bra­sile, a due set­ti­mane dai Mon­diali di cal­cio. Que­sta volta, a dare il fischio d’inizio sono stati gli indi­geni e gli atti­vi­sti dei movi­menti sociali anti Coppa, scesi in campo per pro­te­stare in diverse città. A Bra­si­lia, la poli­zia a cavallo ha cer­cato di impe­dire ai mani­fe­stanti di rag­giun­gere uno degli stadi prin­ci­pali che acco­glierà la com­pe­ti­zione spor­tiva, il Mané Gar­rin­cha. Ai gas lacri­mo­geni, gli indi­geni – fra loro anche vec­chi e bam­bini — hanno rispo­sto con pie­tre e frecce.

Un poli­ziotto è stato col­pito e por­tato all’ospedale dove gli è stata estratta la frec­cia, ma non è in peri­colo di vita. L’immagine del nugolo di frecce che rag­giunto una moto di poli­zia ha fatto il giro del mondo. Oltre un migliaio gli agenti dei bat­ta­glioni spe­ciali a guar­dia dello stadio.

Tra il 19 e il 23 mag­gio, è arri­vato anche l’Fbi a impar­tire corsi spe­ciali anti-sommossa ai poli­ziotti bra­si­liani. Molte pro­te­ste sono scop­piate a seguito della repres­sione nelle fave­las e il tema della lotta all’impunità è molto pre­sente sugli stri­scioni dei mani­fe­stanti. «Coppa senza popolo, siamo di nuovo in strada», gri­da­vano le asso­cia­zioni di Senza tetto, in lotta con­tro spre­chi, cor­ru­zione e pri­va­tiz­za­zioni. Il Movi­mento dei senza tetto (Mst) è sul piede di guerra per denun­ciare la spe­cu­la­zione immo­bi­liare e le insuf­fi­cienti poli­ti­che abi­ta­tive. Il Bra­sile ha rag­giunto anzi­tempo (prima del 2015) altri due Obiet­tivi dello svi­luppo del mil­len­nio, ridu­cendo la mor­ta­lità infan­tile e quella materna per parto, e già aveva ridotto di dieci punti la povertà estrema, nel 2012.

I movi­menti, però, chie­dono alla pre­si­dente Dilma più con­se­guenza e deci­sione nei pro­grammi sociali pro­messi, anche in vista delle pros­sime ele­zioni pre­si­den­ziali del 5 otto­bre. Dilma, che si can­dida alla rie­le­zione, sta recu­pe­rando con­sensi ma, secondo una recente inchie­sta, anche i suoi avver­sari avanzano.

Se non ottiene la metà più una delle pre­fe­renze, i son­daggi dicono che andrà al bal­lot­tag­gio con il sena­tore social­de­mo­cra­tico Aecio Neves, a cui viene attri­buito il 20% (in cre­scita) nelle inten­zioni di voto, con­tro il 40% di Dilma. A Neves vanno anche le sim­pa­tie dell’ex cam­pione del mondo di cal­cio Ronaldo Naza­rio da Lima, mem­bro del Comi­tato orga­niz­za­tore locale (Col) del Mon­diale 2014.

Ronaldo ha cri­ti­cato il «ritardo nella costru­zione delle opere di infra­strut­tura, gli aero­porti, la mobi­lità urbana», e ha detto di sen­tirsi «insi­curo». A suo dire, «il governo dovrebbe tran­quil­liz­zare gli impren­di­tori», altri­menti, lui che aveva inten­zione di inve­stire quest’anno in Bra­sile, non lo farà. Ronaldo ha «fatto auto­gol con­tro la sua stessa porta», ha ribat­tuto il mini­stro dello Sport, Aldo Rebelo. Anche i mani­fe­stanti hanno gri­dato slo­gan con­tro l’ex cam­pione, accu­sato di spe­cu­la­zioni in vista dei Mondiali.

Gli slo­gan hanno ricor­dato la morte di otto lavo­ra­tori sui can­tieri, denun­ciato l’insicurezza sui luo­ghi di lavoro e nei ter­ri­tori indi­geni e lo sgom­bero di 250.000 per­sone. Indi­geni delle diverse etnie hanno anche mar­ciato sul Con­gresso. Lamen­tano la len­tezza nel pro­cesso di demar­ca­zione della terra, il raz­zi­smo e gli attac­chi dei grandi pro­prie­tari. Secondo la Com­mis­sione pasto­rale della Terra, orga­ni­smo legato all’Episcopato bra­si­liano, l’anno scorso sono stati uccisi 15 mem­bri delle comu­nità indi­gene. Soprat­tutto col­piti gli yano­mami, 5 dei quali sono stati assas­si­nati nello stato di Roraima, ai con­fini col Vene­zuela. Per il governo, nelle pro­te­ste indi­gene c’è anche la mano di chi ha inte­ressi oscuri o corporativi.

E intanto, secondo un recente son­dag­gio dell’Istituo Data­fo­lha, da giu­gno scorso, quando sono scop­piate le pro­te­ste, a oggi, è pro­gres­si­va­mente dimi­nuito il con­senso della popo­la­zione ai mani­fe­stanti: dall’89% al 52%.

«Il Mondiale sfida decisiva, Dilma Rousseff si gioca tutto»

di Geraldina Colotti, il manifesto 
Brasile. Intervista a Silvio Caccia Bava, direttore del Le Monde Diplomatique brasiliano
28mag214.- «Quando abbiamo comin­ciato – dice al mani­fe­sto Sil­vio Cac­cia Bava — c’era una sin­to­nia magni­fica tra movi­menti e par­tito, molti di noi pen­sa­vano che con la vit­to­ria elet­to­rale del 2002 il cam­bia­mento sarebbe stato strut­tu­rato, ma non è andata così. E qual­che anno dopo sono uscito dal Pt». Sil­vio, socio­logo e ana­li­sta poli­tico, è diret­tore di Le Monde diplo­ma­ti­que del Bra­sile, e fa parte dell’Instituto Polis, un orga­ni­smo di Studi, for­ma­zione e assi­stenza nelle poli­ti­che sociali. Il 10 feb­braio del 1980 è stato tra i fon­da­tori del Par­tido dos Tra­ba­lha­do­res (Pt).

La dit­ta­tura mili­tare, salita al potere con il golpe del 1964 e durata fino al 1985, «era nella sua fase finale e doveva affron­tare una forte oppo­si­zione pro­ve­niente dai movi­menti poli­tici e sociali spinti dalla crisi del modello eco­no­mico». Una parte con­si­stente della sini­stra tra­di­zio­nale era stata eli­mi­nata o si era pro­gres­si­va­mente fram­men­tata, e si era così aperto spa­zio per una nuova sini­stra che rap­pre­sen­tasse la classe ope­raia emersa con lo svi­luppo eco­no­mico del post-64. Una nuova mili­tanza che, nello scon­tro diretto con la destra e con il capi­tale, avvertì l’esigenza di un pro­prio par­tito, il Pt, «sorto per supe­rare i limiti delle for­ma­zioni tra­di­zio­nali». Una «felice com­bi­na­zione fra le bat­ta­glie isti­tu­zio­nali e la par­te­ci­pa­zione dei movi­menti e delle lotte sociali, tese a tra­sfor­mare nel pro­fondo la società brasiliana».

Nel Pt con­flui­rono prin­ci­pal­mente tre filoni: la sini­stra orga­niz­zata, il nuovo sin­da­ca­li­smo pro­ta­go­ni­sta dei grandi scio­peri degli anni ’70 e ’80 e i cri­stiani di base, soprat­tutto quelli legati alla Teo­lo­gia della libe­ra­zione. «Allora – rac­conta Sil­vio – lavo­ravo con loro per alfa­be­tiz­zare e orga­niz­zare le comu­nità dei poveri nelle peri­fe­rie di San Paolo e con i gruppi di ope­rai in fab­brica per faci­li­tare la discus­sione con il sin­da­cato uffi­ciale». Far poli­tica, allora, poteva costare caro. «Sono stato inter­ro­gato diverse volte – ricorda Sil­vio – ma per for­tuna non ho subito il car­cere e la tortura».

Il peso della dit­ta­tura segna ancora il pre­sente del Bra­sile a cinquant’anni dal colpo di stato. «Ieri come oggi – dice l’analista -, l’interesse degli Stati uniti per il nostro grande paese è pro­por­zio­nato all’importanza che il Bra­sile rive­ste nel con­ti­nente lati­noa­me­ri­cano. Gli Usa ave­vano appro­vato il golpe prima che venisse rea­liz­zato. E due pre­si­denti, in carica nel periodo pre­ce­dente il colpo di stato, sono morti in seguito in cir­co­stanze sospette per evi­tare che potes­sero ripre­sen­tarsi come alter­na­tiva. Jusce­lino Kubi­tschek de Oli­veira è rima­sto ucciso in uno strano inci­dente stra­dale nel ’76. E João Gou­lart è molto pro­ba­bil­mente stato ammaz­zato nell’ambito dell’operazione Con­dor, nello stesso anno. La tran­si­zione è stata gui­data dalle stesse élite eco­no­mi­che legate al grande capi­tale inter­na­zio­nale. Ancora oggi, 11 fami­glie, stret­ta­mente vin­co­late al capi­tale finan­zia­rio e agli inte­ressi degli impren­di­tori locali con­trol­lano l’informazione in Bra­sile».

Tra il ’72 e il ’75, la dit­ta­tura mili­tare sca­tenò una feroce repres­sione con­tro la guer­ri­glia dell’Araguaia, nella zona amaz­zo­nica cen­trale: 70 con­ta­dini e oppo­si­tori, molti del Par­tito comu­ni­sta, furono dete­nuti arbi­tra­ria­mente, tor­tu­rati e fatti scom­pa­rire. I fami­liari delle vit­time chie­dono l’apertura degli archivi delle Forze armate e si sono rivolti alla Corte inte­ra­me­ri­cana dei diritti umani (Cidh), un’istanza auto­noma dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa).

Nel 2010, la Cidh ha con­dan­nato lo stato bra­si­liano per quell’episodio e gli ha impo­sto un atto “di pub­blico rico­no­sci­mento» per i fatti di Ara­guaia. Ma, ancora in que­sti giorni, i parenti degli scom­parsi hanno accu­sato lo stato di aver igno­rato la sen­tenza della Cidh: «Nono­stante i grandi pro­gressi otte­nuti, la nostra è ancora una demo­cra­zia fra­gile – hanno dichia­rato alla stampa – è rap­pre­sen­ta­tiva, non è par­te­ci­pa­tiva, altri­menti avrebbe ascol­tato il volere del popolo che l’ha eletta». Spiega Cac­cia Bava: «Nel paese c’è un grosso dibat­tito, la stessa pre­si­denta Dilma Rous­seff, che ha sof­ferto il car­cere durante la dit­ta­tura, ha com­piuto qual­che atto sim­bo­lico. Il pro­blema è la legge d’amnistia, appro­vata nel ’79 e con­fer­mata nel 2010, che impe­di­sce ai giu­dici di pro­ces­sare i repres­sori del regime. E ci sono forti inte­ressi con­ser­va­tori per lasciare le cose come stanno».

La morsa del neo­li­be­ri­smo, che stringe il mondo nella decade degli anni ’80, arriva più tardi in Bra­sile, segnato in que­gli anni da grandi lotte sociali e forte par­te­ci­pa­zione poli­tica. Così, nell’83 nasce la Cen­tral unica de los tra­ba­ja­do­res (Cut) e, nell’84 il Movi­minto de los tra­ba­ja­do­res rura­les sin tierra (Mst). E in quel periodo si con­forma il Con­gresso che por­terà alla costi­tu­zione del 1988, nella quale in parte si riflette quel momento di mobi­li­ta­zione poli­tica. Nell’89, con la prima ele­zione diretta alla pre­si­denza della Repub­blica dagli anni della dit­ta­tura, il can­di­dato Luiz Ina­cio Lula da Silva, pro­po­sto dal Pt e appog­giato al secondo turno da tutte le forze di sini­stra del paese, arriva a un passo della vit­to­ria dal can­di­dato dalla destra, Fer­nando Col­lor de Mello. Il Pt si con­so­lida come prin­ci­pale polo di aggre­ga­zione poli­tica del paese, ma la scon­fitta elet­to­rale favo­ri­sce l’ondata di poli­ti­che neo­li­be­ri­ste, già in corso nel resto del mondo.

Anche la sini­stra bra­si­liana riflette la crisi del socia­li­smo che por­terà alla dis­so­lu­zione dell’Unione sovie­tica. Il Pt rifor­mula i suoi con­cetti e rica­li­bra in senso mode­rato una nuova stra­te­gia. Nel 2002, porta Lula alla pre­si­denza e alle legi­sla­tive diventa il primo par­tito. Sil­vio non con­di­vide la pro­gres­siva «isti­tu­zio­na­liz­za­zione della poli­tica, l’allontanamento dai movi­menti sociali, la ricerca di mag­gio­ranze, alleanze e media­zioni elet­to­rali a sca­pito dei prin­cipi e dell’organizzazione diretta. Non abbiamo capito – dice – l’influenza che le mul­ti­na­zio­nali hanno su qua­lun­que governo nell’attuale sistema internazionale».

Esce allora dal Pt e si dedica pre­va­len­te­mente al lavoro di Polis. Anima dibat­titi e con­fe­renze sui sog­getti della tra­sfor­ma­zione sociale, scrive ana­lisi sui movi­menti di con­te­sta­zione ai pros­simi Mon­diali di cal­cio del 21 giu­gno, che met­tono alla prova la popo­la­rità di Dilma Rous­seff in vista delle pre­si­den­ziali del 5 otto­bre 2014. «Le con­qui­ste otte­nute in que­sti anni sono inne­ga­bili – pre­cisa Sil­vio – un aumento del sala­rio minimo e del potere d’acquisto dei più poveri, pro­grammi rivolti ai pic­coli pro­dut­tori rurali e alla cre­scita del mer­cato interno, aumento dei posti di lavoro».

Per il governo bra­si­liano, la Coppa del mondo è anche un’opportunità per le pic­cole e medie imprese, che impie­gano grandi quan­tità di mano­do­pera. E, per garan­tire che le con­di­zioni di lavoro, il 15 mag­gio ha lan­ciato la cam­pa­gna nazio­nale di sen­si­bi­liz­za­zione sul lavoro digni­toso. Tut­ta­via, «il gene­rale scol­la­mento tra società e poli­tica che inte­ressa un po’ tutti i paesi s’incontra con la giu­sta cri­tica alle disu­gua­glianze, retag­gio delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste degli anni ’80. Le pri­va­tiz­za­zioni dei ser­vizi pub­blici – dall’elettricità alle tele­co­mu­ni­ca­zioni, ai tra­sporti – hanno tra­sfor­mato la rela­zione tra stato e imprese pri­vate sem­pre più a favore di que­ste ultime, che li hanno acqui­stati a pro­prio van­tag­gio e non certo nell’interesse gene­rale. I gio­vani, gli oltre 3 milioni di per­sone che sono scese in piazza nelle prin­ci­pali città del paese mostrano que­sta situa­zione insop­por­ta­bile e pro­te­stano con­tro la mer­ci­fi­ca­zione della vita. Pro­te­stano anche con­tro l’impunità della poli­zia e la repres­sione nelle favelas».

Il Mon­diale costerà ai con­tri­buenti 11.000 milioni di dol­lari. Costi equi­va­lenti a quelli degli stadi euro­pei, dice il governo, in alcuni casi anche al di sotto. I nuovi stadi pre­vi­sti dalla Fran­cia per il cam­pio­nato euro­peo del 2016, coste­reb­bero ognuno media­mente 850 milioni di reais. In Bra­sile, il costo medio ha rag­giunto 634 milioni di reais. Soldi che andreb­bero spesi per casa e salute, dicono comun­quei Senza tetto e i Senza terra, scesi di nuovo in piazza. Ai primi di mag­gio, il Mst ha occu­pato un ter­reno pri­vato vicino a uno sta­dio della capi­tale insieme a 1.500 fami­glie: per inau­gu­rare la “Coppa del popolo”.

Diversi ana­li­sti denun­ciano, però, anche la mano dei poteri forti nelle ten­sioni in corso, l’azione di set­tori per nulla pro­gres­si­sti. Osserva Cac­cia Bava: «Non ho mai visto le agen­zie di rating inter­na­zio­nali essere così d’accordo nell’attaccare il governo Dilma. Dicono che l’economia va male, men­tre non è vero, è molto dina­mica, come dimo­stra il cre­scente inte­resse degli inve­sti­tori stra­nieri. E però gli impren­di­tori sosten­gono che le cose non vanno bene per cac­ciare il Pt dal governo per­ché, per quante con­ces­sioni abbia fatto al grande capi­tale, ha comun­que attuato una poli­tica di par­ziale ridi­stri­bu­zione delle risorse».

Secondo i dati del governo, gli inve­sti­menti nel set­tore della Sanità nel periodo di pre­pa­ra­zione del Mon­diale sono più che rad­dop­piati, per un totale di 311,6 miliardi di reais. E quelli per l’Istruzione sono quasi tri­pli­cati dal 2007 al 2013, fino a rag­giun­gere i 447 miliardi di reais. «Inol­tre – aggiunge Sil­vio – è stata varata una buona legge per ripren­dere sovra­nità con­tro i giganti di inter­net. Il Bra­sile di Dilma sta costruendo inte­res­santi alleanze poli­ti­che nei diversi bloc­chi regio­nali. E’ al cen­tro di molte ini­zia­tive che mirano a creare un mer­cato uni­fi­cato in Suda­me­rica con una diversa capa­cità di dia­logo con gli altri bloc­chi del mondo multipolare. Ma per il grande capi­tale, gli inve­sti­menti sociali sono in per­dita: il suo obiet­tivo è quello di aprire sem­pre più strade ai mer­cati a pro­prio van­tag­gio e met­tere la mano sulle nostre risorse».

 

Caracas, presentate le intercettazioni sul tentato golpe

di Geraldina Colotti – il manifesto

28mag2014.- “Biso­gna eli­mi­nare que­sta por­che­ria, comin­ciando dalla testa, appro­fit­tando del clima mon­diale con l’Ucraina e ora con la Thai­lan­dia. Prima si fa, meglio è”. Parole di Maria Corina Machado, ex depu­tata vene­zue­lana di estrema destra. Le avrebbe scritte all’ex amba­scia­tore all’Onu Diego Arria, espo­nente del car­tello di oppo­si­zione Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud).Ancora più espli­citi i mes­saggi rivolti da Machado ai nazi­sti del gruppo Juven­tud Activa Vene­zuela Unida (Javu), finan­ziati da Hen­ri­que Salas Romer, eco­no­mi­sta e fon­da­tore del par­tito Proyecto Vene­zuela, ex gover­na­tore dello stato Cara­bobo: “La lobby inter­na­zio­nale è nel suo miglior momento”, avrebbe scritto Machado aiz­zando gli oltran­zi­sti. Il governo vene­zue­lano ha pre­sen­tato le inter­cet­ta­zioni nel corso di una con­fe­renza stampa coor­di­nata ieri sera dal sin­daco del muni­ci­pio Liber­ta­dor, Jorge Rodri­guez. Un’occasione per denun­ciare “il colpo di stato” delle destre durante la quale è emersa una rete di com­pli­cità che include, tra gli altri, il ban­chiere Eli­gio Cedeno, l’avvocato costi­tu­zio­na­li­sta Gustavo Tarre Bir­ceño (della locale Demo­cra­zia cri­stiana) e diplo­ma­tici Usa (in par­ti­co­lare l’ambasciatore in Colom­bia, Kevin Whitaker).Intanto, negli Stati Uniti, 14 depu­tati demo­cra­tici hanno espresso il loro disac­cordo al pro­getto di legge per imporre san­zioni al Vene­zuela. Lo hanno fatto con una let­tera aperta al pre­si­dente Barack Obama prima che si aprisse la discus­sione sul tema alla Camera dei rap­pre­sen­tanti. Il testo che pre­vede di bloc­care i visti e i beni ai fun­zio­nari del governo vene­zue­lano “che hanno vio­lato i diritti umani” è già stato appro­vato dalla Com­mis­sione esteri della camera e del Senato. I 14, gui­dati dal rap­pre­sen­tante per il Michi­gan John Conyers, chie­dono invece a Obama di ripri­sti­nare le rela­zioni bila­te­rali fra i due paesi, con­ge­late da quat­tro anni. Come gesto di disten­sione, il pre­si­dente del Vene­zuela, Nico­las Maduro, si è detto pronto a inviare un nuovo amba­scia­tore, già nomi­nato. Nes­suna rispo­sta, però, da Washing­ton, anche se John Kerry ha recen­te­mente usato toni distensivi.

Le destre vene­zue­lane pre­mono per l’intervento esterno attra­verso i loro fidi a Miami e tuo­nano con­tro “il castro-madurismo”. Nella let­tera a Obama, i depu­tati demo­cra­tici espri­mono invece il loro soste­gno all’azione intra­presa dall’Unione delle nazioni suda­me­ri­cane (Una­sur), che sta mediando nel con­flitto in corso da feb­braio tra governo e oppo­si­zione (42 morti e oltre 800 feriti). Un con­flitto che regi­stra il rifiuto della Mud di pro­se­guire senza prima aver otte­nuto “l’amnistia” per gli arre­stati. Fra que­sti, il com­mis­sa­rio Ivan Simo­no­vis, coin­volto nel colpo di stato con­tro Hugo Cha­vez del 2002, che ha ini­ziato uno scio­pero della fame.

Il mini­stro degli Esteri, Elias Jaua, ha denun­ciato l’ingerenza degli Stati uniti davanti ai rap­pre­sen­tanti del Movi­mento dei paesi non alli­neati (Mnoal), nel ver­tice che si con­clude oggi in Alge­ria: “Il popolo vene­zue­lano merita di vivere in demo­cra­zia”, ha detto davanti agli 80 dele­gati dei 120 paesi che for­mano l’organismo inter­na­zio­nale. L’anno pros­simo, il sum­mit si terrà a Cara­cas e il Vene­zuela assu­merà la pre­si­denza del Mnoal fino al 2018. Jaua ha pre­sen­tato una denun­cia ana­loga nella riu­nione straor­di­na­ria della Una­sur, che si è tenuta in Ecua­dor lo scorso 22 e 23 maggio.

Stessa cosa intende fare davanti ad altri orga­ni­smi inter­na­zio­nali, molti dei quali sono già in pos­sesso di un cor­poso fasci­colo che docu­menta “il colpo di stato stri­sciante” ad opera della destra vene­zue­lana. Il 14 e il 14 giu­gno par­lerà al G77 + Cina in pro­gramma a Santa Cruz, in Boli­via e davanti alla Comu­nità degli stati lati­noa­me­ri­cani e carai­bili (Celac) che riu­ni­sce 33 paesi lati­no­ca­rai­bili. Oggi, Jaua va a Mosca per incon­trare il suo omo­logo Ser­gei Lavrov, per con­so­li­dare i mec­ca­ni­smi di coo­pe­ra­zione e le rela­zioni poli­ti­che con la Russia.

Dal ver­tice del Mnoal, il pre­si­dente boli­viano Evo Mora­les ha pro­te­stato con­tro “i ten­ta­tivi inva­sori degli imperi” e ha difeso il Vene­zuela socia­li­sta. “Il cam­mino delle san­zioni è un fal­li­mento come lo è stato il blo­queo e la per­se­cu­zione degli Stati uniti con­tro Cuba – ha detto Maduro durante il suo pro­gramma tele­vi­sivo set­ti­ma­nale — spe­riamo che Obama ascolti il cla­more dei popoli e instauri nuove rela­zioni di rispetto, per­ché qua­lun­que san­zione si espor­rebbe al ripu­dio internazionale”.

I rifugiati siriani in Libano votano Assad

da Al Manar

Quello che è successo in Libano spiega meglio perché i cosiddetti “Amici della Siria” stanno lottando per impedire che i siriani esercitino il loro diritto di voto, fino al divieto ai cittadini siriani per farli rimanere a casa.

Perché fin dall’inizio della crisi, le potenze occidentali e le monarchie arabe stanno lavorando attraverso innumerevoli manovre machiavelliche per nascondere il fatto che il presidente siriano ha una notevole popolarità in una buona parte della popolazione siriana. É stata la tattica costante nella loro strategia di rovesciamento, ciò per nascondere questa parte dei siriani, i lealisti!

È stato gravemente danneggiato dalle scene che hanno avuto luogo, a Beirut, ieri mattina.

Infatti, ieri, la capitale libanese ha assistito ad un aumento della massa di profughi siriani all’Ambasciata siriana situata, a Yarzè, a sudest della capitale. La maggior parte che delle arterie stradali erano affollate di auto, mezzi pubblici e pedoni siriani. Ognuno è stato travolto: i media, i libanesi stessi che numerosi non potevano raggiungere i loro posti di lavoro. E le forze di sicurezza in particolare.

Alcuni delle forze di sicureza libanesi sono venuti a fermare gli elettori siriani alle porte dell’ambasciata, minacciando di bloccare la votazione. L’intervento in prima persona dell’ambasciatore siriano in Libano, ha calmato gli animi.

Un membro del blocco parlamentare del Movimento Futuro, che ha chiesto l’anonimato è stato molto franco in un intervento al sito libanese el-Nashra, riconoscendo che la sua squadra politica ha ricevuto uno schiaffo e che s ‘non aspettare di vedere quello che ha visto.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Nazionalisti arabi combattono con l’Esercito Siriano

da Al Manar

Centinaia di nazionalisti arabi in tutta la regione hanno formato una propria milizia volontaria in Siria, Guardia Nazionale Araba (GNA) e combattono per il governo di Bashar al Assad.

Nidal, un libanese 25 anni, ha dichiarato che ha preso la sua decisione l’anno scorso, quando c’era il rischio di un attacco militare statunitense contro la Siria. Ha citato il detto dell’ex presidente egiziano Gamal Abdel Nasser: «Se gli Stati Uniti sono soddisfatti di me vuol dire che sono sulla strada sbagliata».
«A quel tempo divenne chiaro che noi, come giovani arabi che seguono il percorso del Movimento Nazionalista Arabo, non potevamo rimanere neutrali di fronte a tutto questo. Crediamo sia una battaglia per la sopravvivenza, non solo della Siria, ma anche della nazione araba».

La GNA è stato istituita nel maggio 2013, dopo diversi attacchi israeliani contro la Siria da Abu Aid, un cittadino libanese della città meridionale di Jabal Amal. Aid, insieme a diversi compagni di della gioventù araba nazionalista, ha deciso di creare la GNA, nel tentativo di preservare l’ideologia del panarabismo, che credevano potesse essere distrutta dalle interferenze occidentali in Siria.

Aid, che ha poco più di 30 anni, mantiene un profilo basso per evitare problemi con le autorità libanesi, che lo hanno arrestato e interrogato più volte per quanto riguarda le sue attività in Siria . Ha combattuto prima in Iraq contro gli invasori americani, ma ora passa la maggior parte del suo tempo in Siria.

Il Campo della Gioventù Araba Nazionalista si compone di elementi appartenenti a vari paesi arabi ed ai movimenti pan arabisti. È stata fondata nei primi anni novanta, nel tentativo di far rivivere il nazionalismo arabo. Oggi , l’organizzazione si riunisce ogni anno in diversi paesi per discutere di questioni politiche e sociali.

La GNA ha combattenti provenienti da vari paesi arabi, compresa la Palestina, Libano, Tunisia, Iraq, Egitto, Yemen e Siria. Ad oggi, l’organizzazione ha più di 1.000 combattenti. Circa 40 sono morti in combattimento fino ad oggi. Da sottolineare anche la presenza di ex membri degli eserciti egiziani e iracheni.

«Nel maggio del 2013, in collaborazione con l’esercito siriano, abbiamo creato dei campi militari in Monte Qasiun» ha raccontato Nidal, un fratello di Abu Aid, «E così siamo entrati in battaglia».

La GNA comprende quattro battaglioni recanti i nomi dei leader nazionalisti defunti: Wadih Haddad, un combattimento palestinese e nazionalista arabo; Wadih Haddad, combattente palestinese del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; Brahmi Mohammed, un politico tunisino, che ha fondato il Movimento Socialista Popolare Arabo Nazionalista dopo il rovesciamento del dittatore Ben Ali e ucciso dai terroristi nel mese di luglio 2013; Haidar al Amali, un eminente pensatore nazionalista arabo e politico di origini libanesi ferito da Israele nella guerra del 2006, morto per le ferite riportate e Yules Yammal, un funzionario della marina siriana che affondò una nave francese durante la crisi Suez 1956.

Secondo i combattenti della milizia, il numero di reclute, soprattutto da Egitto e Palestina, sono significativamente aumentati dopo la minaccia di attacchi aerei Usa in Siria nel settembre 2013.

I combattenti della GNA collaborano strettamente con l’ esercito siriano e le forze di difesa e operano in diverse aree della Siria, tra cui Damasco, Deraa, Homs e Aleppo.

Finanziati e addestrati dell’esercito siriano, i combattenti hanno cambiato le manovre ed esercitazioni di fuoco durante l’addestramento. Essi partecipano anche a corsi sul nazionalismo arabo prima di diventare ufficialmente combattenti.

«Come nazionalisti arabi non stiamo lottando per la sopravvivenza di Assad. Stiamo lottando per la sopravvivenza della nazione araba», ha affermato Nidal. «Così come abbiamo combattuto contro la NATO in Libia e attraverso le Forze di Difesa Arabe in Iraq contro l’invasione degli Stati Uniti. A Gaza, abbiamo combattuto contro il nemico sionista da Brigate di Resistenza Arabe e, naturalmente, insieme al FPLP».

Tuttavia, secondo i membri del GNA, la loro presenza in Libia e in Iraq era molto limitata ed è stata influenzata dalla mancanza di finanziamenti e armi.

«L’esercito siriano ci ha sostenuto, fornito armi e addestramento di cui avevamo bisogno», disse Nasser. «Né il governo, né l’esercito in Iraq e la Libia hanno avuto la possibilità di farlo».

Finora, la GNA ha partecipato ai combattimenti in Hatita, Barza, Mazraa a Qasimiya, Al Bayadah, Al Sbeneh al Kubra e il sobborgo di Shebaa, nella provincia di Damasco.

Ha anche svolto un ruolo nel Ghoutha occidentale e orientale e nella zona offensiva Qalamún. Essi hanno anche combattuto a Saidnaya e a Quneitra, Tal al Yabieh, Tal al Hara e nella città di Al Dawayeh a Saguira.

Yamal ha 36 ed è un ex ufficiale dell’esercito egiziano che, secondo i suoi compagni della GNA, si considera “prima un arabo, in secondo un arabo e in terzo luogo un egiziano”.

Yamal ha lasciato l’ esercito egiziano a giugno 2013 dopo che l’ex presidente Mohammed Mursi, membro dei Fratelli Musulmani, ha espresso sostegno per l’opposizione siriana e ha fatto una richiesta di intervento internazionale nella crisi. Quindi, ha poi deciso di aderire alla GNA.

Per i nazionalisti egiziani, Bashar al Assad e il partito Baath stanno affrontando una aggressione tripartita simile a quella effettuate contro Nasser nel 1956.

Osman Ahmed, noto come Abu Bakr al Masri, è stato il primo combattente egiziano della GNA a morire sul campo di battaglia. Secondo il suo necrologio pubblicato dalla GNA, Abu Bakr cadde in battaglia per “liberare Qarra, nella regione di Qalamún, contro il wahhabismo”, nel mese di ottobre 2013. «Ha mantenuto la sua promessa alla nazione araba e alla sua gente e si unì il convoglio per dell’onore e dell’orgoglio nella battaglia per difendere l’unità e la dignità della Repubblica araba siriana».

La recluta più giovane della GNA è Fidaa Al Iraqi, un iracheno di 16 anni in cura a Damasco dopo essere stato ferito nella battaglia di Tel al Ahmar, una collina strategicamente importante della provincia di Quneitra.

Oltre agli iracheni, egiziani e yemeniti sono anche molti libanesi si sono arruolati nella GNA.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La Francia nega ai siriani il voto alle elezioni presidenziali

da HispanTv

Il più alto tribunale amministrativo francese ha respinto, oggi, una richiesta di cittadini siriani che rivendicavano il loro diritto di voto presso l’ambasciata di Parigi.

Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso di 19 cittadini siriani residenti in Francia che chiedevano l’annullamento di una decisione del governo francese vieta il voto alle presidenziali siriane.

Secondo l’entità giuridica, la controversia non è di sua competenza, mentre la decisione di Parigi, sulla base della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari, “è inseparabile dalla condotta delle relazioni internazionali in Francia”.

«Le autorità francesi hanno recentemente preso la decisione di opporsi alla organizzazione delle elezioni presidenziali siriane il 28 maggio in Francia», secondo la denuncia di Damien Viguier, avvocato per i 19 cittadini residenti in Francia.

A questo proposito, il Belgio e la Germania hanno aderito alla decisione del governo francese di vietare il voto siriani nelle rispettive ambasciate in Europa nel corso della prossima elezioni presidenziali, ritenendole elezioni democraticamente illegittime.

Mercoledì scorso, i cittadini siriani in Francia hanno organizzato una marcia a Parigi per criticare la Francia e la Germania che ostacolano il processo democratico delle elezioni presidenziali in Siria, non permettendo lo svolgimento di elezioni nelle ambasciate che la nazione araba ha in queste nazioni europee.

Le elezioni presidenziali siriane si terranno il 3 giugno, mentre secondo i dati forniti dal Ministero degli Esteri del paese arabo, i siriani che vivono all’estero possono esprimere il loro voto nelle urne previste a tal fine, messe nelle ambasciate dei paesi in cui risiedono, il 28 maggio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Russia: Presenza di mercenari statunitensi nell’Est dell’Ucraina

da HispanTv

Il capo di stato maggiore della Russia Valery Gerasimov, ha dichiarato, oggi, che mercenari stranieri, compresi gli americani, supportano le forze ucraine nelle operazioni contro i filo-russi a est dell’ex repubblica sovietica.

«Secondo dati a nostra disposizione, decine di mercenari stranieri, tra loro ci sono gli americani, sono coinvolti in azioni militari a fianco delle autorità di Kiev», ha detto Gerasimov.

In precedenza, il ministero degli Esteri russo aveva rivelato che tra le truppe ucraine, schierate vicine alla città di Slaviansk, ci sono “stranieri che parlavano inglese”.

Gerasimov ha anche evidenziato la maggiore presenza delle forze della NATO sulle frontiere della Russia ed ha sottolineato la necessità di agire.

«In queste circostanze, non possiamo continuare a restare indifferenti a ciò che accade. Dobbiamo rispondere», ha precisato l’alto ufficiale russo.

Il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, a sua volta ha deplorato che la rimozione dell’ex presidente Viktor Yanukovich, sostenuta dall’estero ed ha spinto l’Ucraina in una guerra civile.

Shoigu ha lamentato che la crisi “creata artificialmente” in Ucraina dall’Occidente ha lasciato un impatto negativo sulla sicurezza globale.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Ti conosco mascherina, non provare a imbrogliarmi!

di Luís Britto García

1
In un racconto di Gabriel García Márquez compare una pensione che al posto dei bagni offre ai suoi clienti maschere, affinché facciano i loro bisogni in mezzo alla strada. Nasconde il volto chi si vergogna delle proprie azioni. Che cosa nasconde il terrorismo incappucciato in Venezuela?

2
Una congiura dei mezzi di comunicazione nazionali e internazionali vorrebbe presentare i terroristi come studenti e pacifici. Le cifre dicono altro. All’inizio di maggio il procuratore Luisa Ortega Díaz rivela che dal 12 febbraio sono state fermate circa 800 persone, la maggior parte delle quali trattenute solo perché non proseguissero nelle violenze e liberate dopo poche ore, di cui 174 sono state sottoposte a custodia cautelare mentre procedevano le indagini. Di questi detenuti, appena 12 erano studenti, meno del 7%. Sempre all’inizio di maggio le autorità sgomberano vari accampamenti realizzati sulla pubblica via per mantenere focolai di disturbo permanenti, e arrestano 243 persone. Non più del 20% di quelle erano studenti. Il corpo di vigilanza della Università Centrale del Venezuela ferma nel campus cinque violenti armati. Solo uno era studente, ma di un’altra università. La rettrice fa licenziare i vigilanti per aver compiuto il loro dovere.

3
Il Procuratore Generale della Repubblica, Luisa Ortega Díaz, rivela venerdì 9 maggio che 49 degli 190 esami tossicologici che sono stati fatti agli oppositori arrestati durante lo sgombero dei loro accampamenti sono risultati positivi per il consumo di droghe. Circa un quarto degli esaminati era sotto l’effetto di stupefacenti. Non sembra un comportamento esemplare per dei cittadini che si dedicano alla difesa dei loro diritti politici. Vogliono prendere il potere per imporre al resto della popolazione i loro modelli di condotta?

4
Il ministro dell’Interno e della Giustizia dichiara che fra i detenuti figurano 58 stranieri. Di essi è stato dimostrato che 21 sono paramilitari colombiani, su altri pendono ordini di cattura dell’Interpol, altri sono terroristi ricercati nel Medio Oriente: alcuni erano in possesso di arsenali di armi e sostanze incendiarie, molti hanno prontuari di narcotraffico o terrorismo internazionale. è il metodo largamente collaudato in Nicaragua, libano, Libia, Siria, e tanti altri luoghi: inondare paesi pacifici di mercenari stranieri armati, per legittimare interventi distruttivi dall’esterno. Non ci sono venezuelani per fare opposizione politica? Se questi stranieri trionfano, eserciteranno le loro professioni pacifiche da una posizione di potere?

5
Basandoci sull’analisi delle notizie dei mezzi di comunicazione e i rapporti della Rete di Appoggio per la Giustizia e la Pace, Provea, Amnesty International, Rete di collettivi del Ragno Femminista, del Centro per la Pace e i Diritti Umani della UCV, del giornale online Aporrea, del rapporto scritto dal giornalista Luigino Bracci il 15 aprile 2014 e dei compendi realizzati dal comunicatore Modesto Emilio Guerrero, siamo arrivati a un conteggio ancora provvisorio delle vittime fra il 12 febbraio e metà aprile.

6
Dietro il cappuccio, mentono i media internazionali e nazionali, si nascondono persone pacifiche. La violenza che scatenano a partire dal 12 febbraio lascia un saldo di 42 morti. Questi si possono dividere nelle seguenti categorie: 1) vittime bolivariane, che comprendono: 9 militanti del PSUV e organizzazioni sociali affini, 10 membri dei corpi di sicurezza pubblica dello Stato (Guardia Nazionale Bolivariana, Polizia e Servizi Segreti) e 1 procuratore del Ministerio Público. 2) 15 cittadini la cui affiliazione politica non è nota, vittime di diversi episodi di violenza. 3) il resto delle vittime si potrebbero attribuire all’opposizione, delle quali solo 8 sono morte per azioni imputabili alle autorità, e 7 sono state vittime di incidenti o liti dovute ai loro blocchi stradali, o delle loro stesse azioni: uno è morto nell’azionare un mortaio improvvisato, un altro è rimasto folgorato nel risistemare un ostacolo per una barricata, un terzo è caduto dal tetto di casa sua. Non abbiamo incluso in questa lista orrendi omicidi commessi ai danni di bolivariani o di persone note con intenzioni presumibilmente terroristiche, ma in relazione ai quali non ci sono ancora prove definitive.

7
È significativa la sproporzione. Delle 42 vittime 20, quasi la metà, appartengono al bolivarianismo, tra cui 11 funzionari che compivano il loro dovere; e altre 15 non hanno affiliazione politica conosciuta, ma muoiono a causa della violenza dell’opposizione. Nelle file dell’opposizione si conterebbero 15 vittime, circa la terza parte del totale, ma solo 8 dovute in forma diretta all’azione delle autorità, meno di un sesto dei caduti. Tutti oggi sarebbero vivi se l’opposizione non avesse scelto la strada del rovesciamento con la violenza del governo legittimamente eletto.

8
Tutto ciò sconfessa l‘idea che la violenza omicida possa essere dovuta a studenti, disarmati e tanto meno pacifici. Una parte considerevole delle vittime tra i bolivariani è morta per colpi d’arma da fuoco alla testa, a volte messi a segno dalla lunga distanza. Una studentessa dell’opposizione è morta per un colpo alla nuca, ovviamente assestato dalle file della stessa manifestazione in cui marciava. Un’artigiana e una giovane incinta sono state uccise con colpi di arma lunga. Non sono tattiche da studenti, disarmati e per giunta pacifici. Non lo sono neanche l’incendio e la distruzione di circa un centinaio di unità di trasporto collettivo, di varie centrali elettriche, né l’incendio di università, biblioteche ed edifici pubblici, tra cui uno in cui erano presenti 89 bambini di un asilo. No, un primo sguardo sotto il cappuccio rivela una delinquenza terrorista, professionale, in buona parte estera e mercenaria.

9
L’incidenza delle morti segue come un’ombra il dominio politico della destra. Emilio Guerrero segnala che il 52% delle vittime è caduto nella capitale, e che di quelle 12 vittime 9 sono morte nei municipi dell’Est, dove i sindaci di opposizione e le loro polizie proteggono i terroristi; che a Mérida ci sono stati 4 morti e a San Cristóbal 6. Ci sono altre 3 vittime ad Aragua, in quartieri controllati da Voluntad Popular e 2 a Maracaibo, il cui sindaco è dell’opposizione. È una bugia che si tratti di un’insurrezione nazionale: le sue vittime cadono in uno scarso numero di municipi capitolini benestanti con autorità e polizie di opposizione complici degli assassini, e negli stati vicini alla frontiera, dove sono stati arrestati paramilitari e sicari.

10
Nessun proclama, nessun manifesto, nessun piano di governo è stato impiegato come scusa per questa ecatombe, eccetto la proposta che chi ha vinto le elezioni non debba governare. Occultiamo i nostri propositi quando sono più inconfessabili delle nostre azioni. Una massiccia campagna di distruzione e omicidi non si mantiene in piedi per più di tre mesi senza complicità né finanziamenti. Numerosi detenuti hanno confessato che ricevevano pagamenti di mille bolívares al giorno, e di tremila se partecipavano con motociclette. Solleviamo ancora un po’ il cappuccio del terrorismo? Dietro di questo si scorgono la CIA, la USAID e la NED, le mille e una ONG create per distribuire i loro fondi e quelli degli imprenditori per pagare mercenari, i partiti di opposizione che non hanno condannato il terrorismo, la Fondazione Internazionalismo per la Democrazia, di Álvaro Uribe Vélez, il Pacchetto Neoliberista che privatizzerà la Petróleos de Venezuela (PDVSA), e l’istruzione, la salute e lo stato sociale e riporterà i livelli di povertà al 70% del secolo scorso. Ti conosco, mascherina, non provare a imbrogliarmi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

 

McCain ammette: «Asad è il vincitore della lotta»

da Hispantv

Il senatore John McCain, ha ammesso il fallimento degli Usa in Siria ed ha riconosciuto che il presidente siriano Bashar al- Assad ha compiuto progressi nella lotta contro i gruppi terroristici sostenuti dall’estero.

Il Senatore degli Stati Uniti lo ha dichiarato durante un’intervista con l’Istituto di ricerca MEMRI spiegando che il governo di Damasco nella sua lotta contro i gruppi terroristici è considerato il vincitore.

«Gli Stati Uniti non ha avuto nessun programma fattibile per completare la guerra in Siria. La verità è che Al- Asad è il vincitore della lotta», ha detto McCain, criticando le politiche del governo del presidente Barack Obama.

«Obama ha promesso di attaccare la Siria per le sue armi chimiche, ma non ha mantenuto la sua promessa», ha sottolineato il senatore conservatore a una domanda circa le cause della cancellazione di una possibile guerra degli Stati Uniti contro la Siria.

Secondo McCain, il governo degli Stati Uniti dovrebbe seguire i suoi passi e sponsorizzare e sostenere i gruppi terroristici che operano in Siria , come il sedicente “Esercito Siriano Libero”, al fine di conseguire i suoi obiettivi nel paese arabo.

Dopo più di tre anni dall’inizio del conflitto armato in Siria, i gruppi terroristici, pur avendo ricevuto un sostegno massiccio da diversi paesi stranieri, in particolare gli Stati Uniti, non sono riusciti a realizzare l’ obiettivo dei loro sponsor, ossia, rovesciare il governo del presidente al – Assad.

Il Congresso degli Stati Uniti ha anche approvato in diverse occasioni la fornitura di armi ai mercenari in Siria.

Inoltre, mentre si appoggiava la fornitura di armi ai gruppi armati in Siria, alti rappresentanti dell’intelligence USA hanno avvertito che gli estremisti si stanno preparando a lanciare attacchi contro Stati Uniti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Padre Numa, il gesuita bolivariano

di Geraldina Colotti – il manifesto

20mag2014.- Intervista. Il Vangelo rinasce a Caracas. «Il socia­li­smo vene­zue­lano è quanto di più vicino al Van­gelo abbia incon­trato in Ame­rica latina. Non abban­do­nerò que­sto per­corso che il popolo ha ini­ziato». Così dice al mani­fe­sto il gesuita Numa Molina, 57 anni, par­roco della Igle­sias San Fran­ci­sco a Cara­cas. Teo­logo e gior­na­li­sta, ha stu­diato all’Università gre­go­riana, dove fa tappa ogni volta che torna a Roma. Lo abbiamo incon­trato durante il suo recente viag­gio in Vati­cano con la dele­ga­zione gover­na­tiva vene­zue­lana, venuta ad assi­stere alla cano­niz­za­zione di papa Gio­vanni XXIII e di Wojtyla.

Padre Numa, come ha incon­trato il socia­li­smo boli­va­riano? Cosa la spinge a schie­rarsi con un governo che le gerar­chie cat­to­li­che vedono come il fumo negli occhi?

Ho seguito le scelte della parte più povera del paese, a cui appar­tengo. La mia è una fami­glia con­ta­dina del Merida, ai con­fini con la Colom­bia. Ho rice­vuto un’educazione pro­fon­da­mente cat­to­lica. Durante la IV Repub­blica ho visto mia madre morire di parto per­ché non c’era un solo medico nel vil­lag­gio, i con­ta­dini non con­ta­vano niente. A 14 anni ero impe­gnato nella lotta sociale, non pen­savo di dedi­carmi al sacer­do­zio. Poi sono diven­tato mae­stro e ho cono­sciuto alcuni gio­vani uni­ver­si­tari cri­stiani, che aiu­ta­vano i bam­bini lustra­scarpe. Ho lavo­rato con loro, guar­dando in fac­cia l’insopportabile povertà pro­vo­cata dal neo­li­be­ri­smo degli anni ’80. I bam­bini allora man­gia­vano le sca­to­lette per cani, le madri gliele dilui­vano con l’acqua nel bibe­ron. Non ho più voluto stare al chiuso di un’aula, pen­savo che il mio cam­mino fosse un altro ma non vedevo ancora quale. Il mio primo voto l’ho dato al Copei: per­ché si defi­niva un par­tito social-cristiano, ma anche per­ché inclu­deva la Gio­ventù rivo­lu­zio­na­ria copeiana. Mi atti­rava la parola rivo­lu­zione: risuo­nava un po’ dap­per­tutto in Vene­zuela, ma non molto dalle mie parti che sono sem­pre state con­ser­va­trici. Pre­sto, però, mi sono accorto della trap­pola e non ho più votato per quei poli­tici cor­rotti che per­pe­tua­vano la mise­ria. E poi Hugo Chá­vez ha comin­ciato a girare per le cam­pa­gne, a spie­gare con parole sem­plici chi era respon­sa­bile della mise­ria che anch’egli aveva sof­ferto da bam­bino ven­dendo dolci per strada. Il suo discorso era uguale al mio. Intanto, l’assassinio di Mon­si­gnor Romero in Sal­va­dor e poi dei gesuiti, i mar­tiri dell’università Uca, ave­vano dato una svolta alla mia voca­zione. Volevo seguire il loro esem­pio, quello di Gesù di Naza­reth: farmi povero fra i poveri. Con­ce­pire il prete come un pro­fes­sio­ni­sta della reli­gione signi­fica spre­care la pro­pria vita. Alla Gre­go­riana, uno dei migliori pro­fes­sori che ricordi era un vec­chio gesuita colom­biano che ci ha inse­gnato il mar­xi­smo per tre trimestri.

E come valuta Ber­go­glio, il primo papa gesuita della sto­ria? Alcuni teo­logi della Libe­ra­zione temono che fini­sca per avver­sare il Socia­li­smo del XXI secolo come Woj­tyla fece con il comu­ni­smo. Stare coi poveri non signi­fica sop­por­tarne il riscatto.

È pre­sto per dirlo, ma i primi segnali sono posi­tivi. In gio­ventù, Ber­go­glio ha fatto parte della Teo­lo­gia del popolo, la cor­rente argen­tina della Teo­lo­gia della libe­ra­zione. Non con­di­vido le accuse di con­ni­venza con la dit­ta­tura mili­tare che all’inizio gli ven­nero rivolte per via dell’arresto di alcuni gesuiti. So per certo che cercò di avver­tirli del peri­colo che cor­re­vano, ma loro non hanno voluto fug­gire, sono rima­sti nei bar­rios e sono stati arre­stati e tor­tu­rati, per for­tuna non sono morti. E poi, come ha con­fer­mato di recente in un col­lo­quio con un arti­sta argen­tino, Ber­go­glio con­di­vide il sogno di Boli­var della Patria grande. Credo che que­sto papa stia dav­vero cer­cando di cam­biare il con­ser­va­to­ri­smo di una certa chiesa di Roma, e deve stare attento. In Vene­zuela la schia­vitù si pro­trasse così a lungo anche per­ché ogni vescovo aveva il suo gruppo di schiavi che non voleva per­dere. Sono venuto in Vati­cano per essere utile al mio paese, non per com­pa­rire nelle ceri­mo­nie di quel tipo di chiesa trion­fa­li­sta. Anti­ca­mente, la san­tità di qual­cuno veniva sta­bi­lita dal popolo. Il vescovo Romero è da tempo «san Romero d’America». Noi abbiamo chie­sto la cano­niz­za­zione del medico dei poveri José Gre­go­rio Her­nan­dez, che da oltre un secolo la gente venera come santo. Figure come quella ser­vono per unire il popolo, anche in que­sta situa­zione deli­cata che vive il Venezuela.

La dele­ga­zione vene­zue­lana di cui ha fatto parte ha con­se­gnato a Ber­go­glio una copia del Plan de la patria, il pro­gramma stra­te­gico appro­vato dal par­la­mento che la Con­fe­renza epi­sco­pale vene­zue­lana con­si­dera invece un’offesa all’opposizione con cui è da sem­pre schie­rata. Come giu­dica la media­zione del Vati­cano nei col­lo­qui di pace in corso tra governo e opposizione?

Il Vene­zuela è un paese molto cat­to­lico, il cha­vi­smo è sorto dalle masse cat­to­li­che, e que­ste si sen­tono abban­do­nate dalle gerar­chie eccle­sia­sti­che che non hanno saputo capirlo: per­ché – si chiede il popolo – il prete mi parla male del governo se prima avevo fame e ora non più, se prima ero anal­fa­beta e ora sono istruito e ho il com­pu­ter gra­tuito con il wi-fi? Così il popolo con­ti­nua a essere cre­dente, ma senza il sacer­dote, vive orfano della sua chiesa. È quello che ho per­ce­pito durante la malat­tia di Chá­vez, cor­rendo da un bar­rio all’altro per reci­tare ora­zioni: con il cuore in mano e il pianto negli occhi, per dare al popolo il corag­gio di con­ti­nuare a cam­mi­nare. Chá­vez era un uomo molto cre­dente, pro­fon­da­mente spi­ri­tuale, con una dimen­sione del tra­scen­dente che ha radi­cato nella sto­ria, nell’amore per il pros­simo e nel socia­li­smo. E per que­sto è stato un gigante. Ma le gerar­chie cat­to­li­che non ho hanno capito. Poco prima di morire, prima che par­tisse per Cuba per le ultime cure, mi ha chia­mato per chie­dere con­ferma di alcune cita­zioni bibli­che, ricordo il Primo capi­tolo di Isaia. Voleva che stessi al suo fianco, che dicessi messa al popolo fuori da Mira­flo­res. E ora, non è stata la Con­fe­renza epi­sco­pale ma il pre­si­dente Nico­las Maduro a leg­gere la let­tera per la pace inviata da papa Fran­ce­sco. Per ora, il nuovo Nun­zio apo­sto­lico, Aldo Gior­dano, si sta muo­vendo con rispetto per entrambe le parti. Non gli si chiede di essere cha­vi­sta, ma di essere one­sto con la realtà e di con­se­guenza con la verità. Il pro­ceso boli­va­riano non è per­fetto, può aver fatto degli errori e imbar­cato gente che non assolve come dovrebbe al pro­prio com­pito, ma ha costruito molte cose buone su cui non si può mentire.

Nel Merida, sua zona d’origine c’è la sto­rica Uni­ver­si­dad de Los Andes (Ula), dove ha inse­gnato anche il fra­tello mag­giore di Hugo Chá­vez, Adan, che lo ha ini­ziato al mar­xi­smo. Oggi la Ula è uno dei foco­lai di pro­te­sta dell’opposizione. Cosa succede?

Le pro­te­ste vio­lente di que­sti mesi non si com­pren­dono dav­vero senza tener conto del para­mi­li­ta­ri­smo e del nar­co­traf­fico che hanno inte­resse a incen­diare la fron­tiera con la Colom­bia. Quelli che ven­gono dipinti come stu­denti, il più delle volte non sono tali, come indi­cano le sta­ti­sti­che e come invece tace la gran parte del gior­na­li­smo inter­na­zio­nale, la cui etica oggi è ai minimi sto­rici. Gra­zie all’unione civico-militare, la popo­la­zione ha accom­pa­gnato oltre 2.000 sol­dati a ripor­tare la calma in Merida. Senza colpo ferire. Il dia­logo va bene, ma è dif­fi­cile otte­nere la pace quando vi sono forze che rispon­dono agli inte­ressi esterni e non a quelli del pro­prio paese. Le madri che hanno perso i figli sgoz­zati dal fil di ferro teso per strada dai gua­rim­be­ros con­si­de­rano l’eventualità di un’amnistia come il trionfo dell’impunità. Come si fa a rimet­tere in libertà chi ha dato fuoco alle uni­ver­sità, a un asilo pieno di bam­bini o a un cen­tro medico con il per­so­nale cubano all’interno? Però si deve valu­tare che in car­cere non riman­gano inno­centi, magari presi nella retata di poli­ziotti che hanno voluto appa­rire efficienti.

Il Brasile della ‘Copa’ e l’egemonia USA: il caso Blackwater

di Marco Nieli

Fa discutere nel Brasile della vigilia della Copa do Mundo la decisione governativa di far allenare membri dei Corpi Speciali Anti-Terrorismo brasiliani negli Stati Uniti, nella base privata “d’eccellenza” di Moyock (Carolina del Nord), appartenente alla compagnia di “sicurezza” privata Academi (ex-Blackwater).[1] La base, fornita dei più sofisticati sistemi di simulazione per operazioni di alto profilo di counter-intelligence – si parla di containers attrezzati con gli scenari di guerra più diversi, uno dei quali usato per l’attacco alla casa di Osama Bin Laden – ha visto i 22 poliziotti militari e federali brasiliani, allenati dagli istruttori privati U.S.A. (con termine eufemistico chiamati contractors), secondo un programma congiunto che è costato fino a oggi la modica cifra di 2,2 milioni di dollari. L’allenamento ha avuto per oggetto tecniche di contro-offensiva rivolte agli attacchi terroristici con esplosivi, biologici e chimici, ma anche cibernetici. I Robocop brasiliani dovranno ufficialmente occuparsi di sventare una non meglio precisata minaccia terroristica, ma saranno con ogni probabilità impiegati anche e soprattutto per reprimere il dissenso popolare in piazza durante il mese della Coppa.

Al di là del particolare di non poco conto che la Blackwater è stata impiegata dal governo USA in Iraq e in Afghanistan per servizi di sicurezza “esternalizzati” e con regole di ingaggio a dir poco “auto-referenziali” – costate tra l’altro la vita a 17 civili iracheni nel massacro di Nisour nel 2007 – quello che risulta inaccettabile da parte di molti cittadini brasiliani che ancora scendono in piazza a protestare contro i mondiali è come si possano spendere cifre ingenti di denaro pubblico per mettere in piedi una gigantesca vetrina imprenditoriale-mediatica con il suo corollario di business legato alla sicurezza, che ben poco beneficerà le masse del sotto-proletariato urbano e rurale brasiliano.

Le proteste di massa, pertanto, continuano un po’ in tutte le città brasiliane: lo scorso 15 maggio, il “Comitato Popolare contro la Coppa” ha indetto una giornata di protesta contro i Mondiali a livello internazionale. Partite da São Paulo, dove la Coppa si aprirà il prossimo 12 giugno, le manifestazioni si sono svolte a Rio, Salvador, Santiago del Cile, Buenos Aires, Barcellona, Parigi, Londra e Berlino. A Recife, la concomitanza di uno sciopero della polizia statale, ha fatto sì che si scatenatasse un’ondata di espropri violenti (definiti dalla stampa locale e nazionale saccheggi da parte di facinorosi e pericolosi estremisti) in supermercati e negozi vari. Il governatore del Pernambuco, João Lira Neto, ha chiesto e ottenuto dalla Presidentessa Dilma Rousseff l’invio delle truppe federali per reprimere la rivolta.

Resta il fatto che le parole d’ordine del movimento  di massa catalizzato intorno all’indignazione per le spese faraoniche dei Mondiali risultano alquanto chiare: innanzitutto, libertà di manifestazione ed espressione del dissenso; in secondo luogo, rifiuto totale della Coppa – não vai ter a Copa – poi, rivendicazioni basilari come la diminuzione dei biglietti del trasporto pubblico, il diritto alla casa, a un’istruzione e a una sanità degne e all’aumento del salario minimo. “È attraverso la libertà di manifestazione che esigeremo gli altri diritti. Questo è un diritto basilare, la base della democrazia” ha detto Juliana Machado, membro del Comitato in São Paulo.[2]

A queste parole d’ordine minime, sindacali, per così dire, del Comitato, si sovrappongono le critiche anti-sistema del Movimento Sem Terra (MST) e dei Sem Teto – anche loro in mobilitazione perenne in questo periodo – che vedono giustamente nella scelta di favorire ancora una volta solo i grandi gruppi dell’edilizia e della finanza l’ennesima riprova di come il governo social-democratico di Dilma sia, in ultima istanza, al servizio della macchina capitalistica internazionale.

Con l’aggravante di non riuscire, una buona volta, a rompere i vincoli di natura diplomatico-militare, economica e culturale con lo Zio Sam, il quale da parte sua non chiede di meglio che utilizzare il Brasile come testa di ponte per la sua penetrazione nell’area, in funzione, ovviamente, di accerchiamento del Venezuela chavista.

Il caso Academi  conferma, purtroppo, che il Brasile di Dilma non ha raggiunto ancora la maturità politica sufficiente per anteporre, una volta tanto, gli interessi delle proprie masse a quelli oscuri e torbidi dei gruppi capitalistici, che stanno anche dietro un evento apparentemente così innocuo come i Mondiali di Calcio.

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[1] Notizia divulgata dal quotidiano Folha de São Paulo, il giorno 21/04/2014 (articolo di P. Campos Mello)

[2] Citato in “Nuevas protesta en Brasil contra el Mundial” in Pagina 1/2 del 15/05/2014

 

A credibilidade dos EUA, da OTAN e da UE depende do desfecho político da Ucrânia e da Líbia

por Achille Lollo, de Roma para o Correio da Cidadania  – Segunda 12 de Maio de 2014

Os principais cientistas políticos “independentes” admitem que no último semestre os fenômenos de crises políticas voltaram com extrema intensidade em alguns países do Oriente Médio (Afeganistão, Iraque, Palestina, Egito e Líbia), enquanto os processos de subversão política promovidos pela CIA na Síria e, mais recentemente, na Ucrânia, sofreram “o efeito bumerangue”. Cenários geoestratégicos onde os EUA envolveram a OTAN e a União Europeia em uma série de operações militares e subversivas, que, na realidade, provocaram mais instabilidade política, mais crises econômicas, mais conflitualidade étnica e mais insegurança em muitas regiões do planeta.

Agora, após o massacre dos 44 russófilos em Odessa e diante da explosão da crise em quase todas as regiões do Leste da Ucrânia, em função do referendo separatista que Obama e a Merkel dizem ser ilegítimo, por não atender aos requisitos legais do governo de Kiev, muitos analistas e cientistas políticos criticam a estratégia da Casa Branca, por ter aberto muitas frentes sem ter conseguido consolidar nenhuma delas em termos institucionais, políticos e, sobretudo, econômicos.

A democracia do “Não-Estado” na Líbia

O que está acontecendo na Ucrânia reabre o debate sobre a “libertação” da Líbia, que foi realizada com a força das armas por parte dos EUA e de outros países da OTAN. Uma complexa operação militar que provocou a destruição das principais infraestruturas, a implosão institucional e a paralisia econômica da Líbia. De fato, a introdução, por parte dos EUA, de um modelo institucional parlamentar ocidentalizado exigiu a imediata criação de uma ”República Parlamentarista”, que Mustafá Mohamed Abdul Al Jeleil, Mahmud Ibril e Ali Zeidan logo legitimaram no Conselho Nacional de Transição, inclusive para assinar os decretos leis com os quais, em 5 de maio de 2011, era privatizada em tempo recorde a empresa petrolífera estatal NOC, além de reformular em favor das transnacionais estadunidenses, francesas e britânicas a metodologia dos contratos para a exploração do petróleo e do gás.

Isso tudo aconteceu porque os referidos “líderes” conseguiram se apoderar da direção da oposição, em função da massiva difusão realizada na Líbia pelas TVs árabes Al Jazeera (de propriedade do emir do Qatar, inimigo histórico de Kadafi) e Al Arabya (cujos principais acionistas são a MBC libanesa e um príncipe saudita) e, sobretudo, em função da projeção política que as TVs ocidentais (CNN e BBC) veicularam apresentando os três como “…os líderes da Revolução líbia, fundadores Conselho Nacional de Transição, legitimados para negociar com o Ocidente o fim do regime de Kadafi…”.

Na realidade, esses “três líderes” eram os porta-vozes “em off” dos governos estrangeiros que queriam tirar proveito da passividade da Liga Árabe em função das revoltas populares na Tunísia e no Egito para promover algo semelhante na Líbia e, assim, acabar com Kadafi. De fato, o primeiro ainda é o representante “em off” do príncipe saudita Bandar bin Sultan, chefe dos serviços secretos da Arábia Saudita. O segundo, ainda é o “homem da Casa Branca” que foi assessorado pelo embaixador estadunidense, Chris Stevens, até 11 de setembro de 2012, altura em que foi morto por um grupo armado de Ansar Al-Sharia – o principal grupo salafista-jihadista líbio, financiado pelos agentes do emir do Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani -, que atacou o consulado dos EUA em Benghazi. O terceiro, antes de fugir para a Suíça, era o homem de confiança do o ex-presidente francês Nicolas Sarkozy.

Personagens que em 20 de fevereiro de 2011, logo após as primeiras manifestações em Túnis, jogaram um papel fundamental em Benghazi para mobilizar os grupos salafitas, a Irmandade Muçulmana e, sobretudo, os chefes tribais separatistas da Cirenaica, sentimentalmente ligados ao falecido Rei Idris, para realizar as primeiras manifestações em Benghazi pedindo a saída de Kadafi. Por isso, em 27 de fevereiro, a TV Al Jazeera anunciava que ”… Ali Zeidan, o representante na Europa do recém-formado Conselho Nacional de Transição, estava pedindo à União Europeia o impedimento dos massacres de civis por parte dos mercenários de Kadafi…”.

Enquanto a TV Al Jazeera e a CNN manipulavam as imagens das manifestações na Síria e no Egito com as da Líbia, os três, por baixo do pano, negociavam com os emissários dos EUA, da Grã Bretanha e da França a criação em Trípoli e em Benghazi de um cenário político devastador, necessário para convencer os membros do Conselho de Segurança da ONU em votar em regime de urgência, em 17 de março de 2011, a Resolução 1973, com a qual era autorizada a criação de uma zona de exclusão aérea (No Fly Zone) no norte da Líbia. Na realidade, a rapidez com que se chegou a essa resolução serviu para enganar a Rússia e a China e, consequentemente, surpreender a Força Aérea e o sistema de radares do exército de Kadafi, que foram logo atacados já no dia 19 de março. Nessa data, o presidente francês, Nicolas Sarkozy, autorizou o bombardeio aéreo da capital Trípoli, enquanto Barack Obama ordenava ao comandante da 6ª Frota realizar massivos bombardeios navais e aéreos, complementados com o lançamento de centenas de mísseis cruzeiro Tomahawk.

A seguir, diante da indefinição da comunidade internacional, o Secretário Geral da OTAN, Anders Fogh Rasmussen, criou um corpo de armada para dar continuidade aos planos de invasão dos EUA e da França, utilizando, durante 86 dias, aviões, pilotos e as unidades especiais da Grã Bretanha, do Canadá, da Alemanha, da Itália e da Dinamarca. Oficialmente, a “guerra humanitária” da OTAN na Líbia acabou somente em 23 de novembro de 2011, após o fuzilamento de Kadafi em Sirte.

É preciso dizer que a República parlamentarista da Líbia, mesmo com a eleição de Ali Zeidan no cargo de primeiro-ministro, em 14 de outubro de 2012, nunca conseguiu ser um Estado. Pelo contrário, se tornou um “Não-Estado” fragmentado e dividido à causa dos conflitos que começaram, logo após a “libertação”, entre as diferentes personalidades do CNT e as correntes do mundo islâmico líbio.

Em segundo lugar, o Conselho Nacional de Transição perdeu logo credibilidade, por dedicar todas as energias da “Revolução” na destruição de tudo aquilo que lembrava a ordem institucional criada por Kadafi. Por exemplo, na primeira intervenção de Mahmud Ibril no Conselho Nacional de Transição, foi aprovada a lei que revogava as limitações à poligamia, reintroduzindo a legislação do Rei Idris, pela qual “...a mulher era um objeto de livre negociação…”.

A seguir, o CNT, no lugar de desmilitarizar as milícias – em sua maioria, infiltradas por elementos jihadistas, salafitas e, sobretudo, da Irmandade Muçulmana –, lhes  entregou a tarefa de garantir a ordem pública e, consequentemente, de realizar a “limpeza política” na administração pública e nas empresas estatais, expulsando ou prendendo quem havia apoiado Kadafi.

Uma tarefa que, a partir de 2012, com a introdução no ordenamento jurídico nacional da Sharia (lei islâmica), permitiu aos 487 chefes de grupos armados espalharem o terror em todo o país, exacerbando um clima de violência incomparável e sem fim, do momento que as milícias, em função do intenso tráfego de armas, dos financiamentos ocultos por parte de países estrangeiros e transnacionais, começaram a travar um combate sem tréguas pelo controle dos distritos onde havia instalações petrolíferas, as cidades portuárias, aldeias ou até bairros.

Uma situação política e militar que Barack Obama e o secretário-geral da OTAN, Anders Fogh Rasmussen, evitam comentar, visto que a Líbia virou uma bomba-relógio, pronta a explodir, por causa do risco da bancarrota, das pressões étnicas, das exigências tribais que se fundiram à perfeição com as reivindicações separatistas da Cirenaica e de Fezzan.

Um contexto que, em abril de 2013, Hugues Mingarelli descreveu no Parlamento Europeu quando apresentou o “Relatório da Comissão AFET sobre a situação na Líbia” e que sintetizou afirmando: “…em 2011, os estrategistas do Pentágono, da CIA e da OTAN cometeram um erro ao querer, simplesmente, desconsiderar o cenário político que se havia formado na Líbia com a queda de Kadafi. Depois, esse erro, em 2012, se transformou em uma monstruosidade política de grandes e múltiplas proporções que dificilmente poderá ser consertado do momento em que, em 2013, as milícias movimentam mais de 130.000 homens perfeitamente armados, enquanto a produção petrolífera de 1.500.000 barris diários baixou para 100.000/250.000, com um prejuízo de cerca 10 bilhões de dólares por dia!”.

Um erro que a diplomacia estadunidense e a responsável pelas relações exteriores da União Europeia, Lady Ashton, conseguiram esconder desviando as atenções dos participantes na Conferência Internacional sobre a Líbia, realizada em Roma em 6 de março de 2014. Mesmo assim, a ministra das relações exteriores italiana, Federica Mogherini, apesar da puxada de orelha de Obama ao primeiro-ministro italiano Matteo Renzi, não conseguiu esquivar-se de dizer: “A Líbia, ainda, não é um Estado. Por isso qualquer problema é, sobretudo, político antes de ser técnico. Por isso, nenhuma ajuda, por mais eficaz que seja, poderá substituir o processo de transição política que deve ser concluído para permitir a construção do Estado. Porém, cabe aos líbios criar as necessárias condições políticas para que isso tudo se realize…”.

Uma situação que, no atual contexto geoestratégico regional, pode concorrer para desestruturar as frágeis relações políticas e institucionais que foram recriadas no Marrocos, no Egito, na Tunísia, no Níger, na Argélia, na Mauritânia e no Mali. Isto é, uma macrorregião que fornece aos países da União Europeia 40% do petróleo e 60% do gás, sem esquecer a produção de urânio e de fosfatos.

Iraque: a primeira grande derrota

Ao analisar as diferentes frentes militares, onde os pelotões de “marines” (fuzileiros) ainda patrulham as estradas em permanente estado de alerta, resulta que a paz, a democracia, a estabilidade, a segurança e o desenvolvimento são meros predicados da retórica de Barack Obama, Joe Biden e John Kerry.

Uma retórica que é verbalizada todas as vezes em que o Pentágono deve alcançar um objetivo geoestratégico e aliciar a participação de um ou demais aliados europeus. De fato, a invasão militar do Iraque demorou 10 anos. Mesmo assim, 35.000 soldados do exército dos EUA ainda permanecem no Iraque para “ajudar o exército iraquiano a combater o terrorismo”, enquanto mais de 50.000 civis, entre assessores, conselheiros, dirigentes de transnacionais e funcionários de ONGs,  foram mobilizados para “organizar a transição e a formação de um regime democrático” que, hoje, oscila entre o fantasmagórico e o ilusório.

Uma conclusão que se fundamenta avaliando a intensidade dos atentados terroristas realizados recentemente na capital Bagdá, a explosão da violência urbana, a existência de perversa corrupção, a ausência de infraestruturas socioeconômicas e, principalmente, a miséria que atinge grande parte da população urbana, em particular a da capital Bagdá.

Um país onde o governo do primeiro-ministro Nuri al-Maliki simboliza apenas as regras fixadas durante os anos da invasão e a incapacidade de acabar com a conflitualidade étnica e a intolerância religiosa, tanto que no norte os curdos pretendem transformar o Curdistão iraquiano em um Estado independente. No sul, os xiitas desejam a unificação com o Irã, enquanto, no centro do país, os grupos fundamentalistas sunitas, os jihadistas e as células da Al-Qaeda combatem para a instauração do chamado “Califado do Grande Oriente”. Um novo Estado que deveria se estender do centro do Iraque até o norte do Líbano, ocupando grande parte da Síria. Portanto, os dois trilhões de dólares gastos em operações militares por George Bush e depois por Obama, para exportar a “democracia parlamentar ocidental no Iraque”, podiam ser utilizados em projetos mais úteis, como, por exemplo, a erradicação da fome no mundo ou a realização dos projetos contra a desertificação!

Afeganistão: outra guerra perdida

Para evitar a volta dos Taleban em Cabul, em 2001, foi criada a Força Internacional de Assistência para Segurança (ISAF), que com 110.000 soldados (67.000 dos EUA e 37.000 de Reino Unido, Canadá, Itália, França, Turquia, Alemanha e Polônia) invadiu o Afeganistão para instalar um “regime democrático”.

A invasão se transformou em ocupação permanente e ficou mais segura somente após o acordo com “os Senhores do Norte”, isto é, os donos das regiões onde é cultivada a papoula, cuja pasta opiácea é vendida aos narcotraficantes de heroína do mundo inteiro, ao longo das fronteiras, em virtude da cumplicidade do ISI (Serviço Secreto Militar) do Paquistão.

Segundo uma pesquisa da ONU realizada em 2013, os EUA teriam gasto em despesas militares no Afeganistão cerca de três trilhões de dólares. Mesmo assim, os Taleban permanecem em 65% do território afegão. Por isso, Barack Obama admitiu que, após a conclusão da missão do ISAF, em dezembro de 2014, haverá também a retirada dos soldados estadunidenses, excluindo os 15.000 homens das “tropas especiais”, que permanecerão no Afeganistão para monitorar o novo exército afegão (316.000 homens) “no combate aos terroristas”.

Todos sabem que as operações do ISAF e os projetos socioeconômicos realizados pela ONU não pacificaram o país. Por isso, a saída do contingente militar do ISAF deixará um importante vácuo político na estrutura étnico-tribal criada pelos conselheiros estadunidenses para manter na presidência Hamid Karzai. Nesse contexto, para o novo presidente que será escolhido com o voto do segundo turno em 7 de novembro, será muito difícil criar uma frente nacional capaz de dar continuidade ao modelo institucional imposto pelo exército dos EUA e, ao mesmo tempo, enfrentar militarmente os Taleban no interior do país, sem a cobertura militar dos 110.000 soldados do ISAF.

Nesse contexto, a decisão de Obama de deixar Hamid Karzai, Abdullah Abadani e Ashraf Ghani ao próprio destino é um evidente sinal de que os quase quinze anos de guerra não mudaram o cenário estratégico do Afeganistão, onde o problema central, tal como em 1996, é, por um lado, a presença dos Taleban nas regiões centrais e meridionais; e, por outro, o cultivo da papoula e a produção da pasta de ópio no norte do Afeganistão, além da impossibilidade das transnacionais de explorar os depósitos muito extensos de petróleo e gás, que, em 2007, foram avaliados entre 900 bilhões e três trilhões de dólares.

A guerra subversiva na Síria

O que está se passando na Síria ainda permite a Casa Branca dizer nos fóruns internacionais que os EUA não estão envolvidos na guerra civil síria, mas que se limitam a dar apoio aos “combatentes da liberdade contra o regime de Bashar Al-Assad”. De fato, o vice-almirante Bruce Clingan, comandante em chefe da 6ª Frota, ainda não recebeu a ordem para atacar os navios da marinha militar síria ou fustigar com foguetes os quartéis do exército de Bashar al-Assad.

Neste contexto, segundo os cientistas políticos, “na Síria o conflito ainda está na fase de guerra subversiva. Isto é, uma guerra civil primária, onde os serviços secretos das grandes potências atuam em incógnito, norteando a evolução dos combates, além de garantirem o reabastecimento das armas, administrarem a logística e gerenciarem o fluxo dos financiamentos ocultos. Uma guerra que aumenta ou diminui de intensidade conforme o nível de tensão nas relações diplomáticas e a necessidade de polarizar o cenário geoestratégico…”.

Uma guerra civil que, apesar das ameaças de Hillary Clinton em 2012 e depois de Barack Obama em 2013, não extrapolou a ponto de provocar a intervenção militar dos EUA ou dos exércitos da OTAN ou de Israel. É, sim, uma guerra civil, planejada para provocar, antes de tudo, a destruição econômica da Síria e a desestruturação do seu exército regular. Condições essenciais para impor na mesa de negociação da Conferência de Genebra-2 uma nova fórmula institucional, que visa afastar do poder os grupos políticos ligados a Bashar Al-Assad.

Porém, não obstante o apoio financeiro oferecido por Arábia Saudita, Qatar, Emirados Unidos e Omã, e apesar da cobertura logística garantida pela Turquia e a Jordânia, a guerra subversiva planejada pela CIA não logrou seu objetivo estratégico: desarticular o exército de Bashar Al-Assad que, após dois anos de combates, não se desintegrou. Pelo contrário, os últimos informes indicam que conseguiu reverter o contexto operativo e passar ao contra-ataque, ao ponto de reconquistar a cidade de Homs, considerada pelos rebeldes a “verdadeira capital da Síria”.

O efeito bumerangue na Ucrânia

Depois da dissolução da URSS e da desastrosa gestão política e econômica de Boris Yeltsin, na Federação Russa, em 1999, começou um novo ciclo político sob a liderança de Vladimir Putin e de Dimitri Medvedev, que previa salvaguardar as relações econômicas e geoestratégicas com os 11 países da CEI (Comunidade dos Estados Independentes). Uma decisão que visava impedir a expansão da OTAN no Leste europeu, realizada com as propostas de adesão à União Europeia.

Por isso todos os governos dos EUA – sejam eles republicanos ou democratas – autorizaram a CIA realizar campanhas de intoxicação midiática associadas a verdadeiras operações subversivas em tais países, conseguindo que, em 2005, primeiro o Turcomenistão e depois a Geórgia, em 2008, deixassem a CEI, rompendo assim com a Rússia.

Na Bielorrússia, mas sobretudo na Ucrânia já a partir de 1988, os EUA promoveram um processo de subversão pacífica através da formação do movimento não-violento “Pora” (Está na Hora), cujos líderes foram financiados e treinados por uma coalizão de peritos em sondagem de opinião ocidentais e consultores profissionais, financiados por uma união de agências governamentais e não-governamentais, que segundo o jornal britânico “The Guardian” juntavam o Departamento de Estado, a USAID, o Instituto Democrático Nacional, o Instituto Republicano Internacional, a Freedom House (Casa da Liberdade) e a Fundação Doação para a Democracia.

O primeiro resultado desse processo de “subversão não violenta” se deu em 2004, com a conhecida “Revolução Laranja” de Viktor Yanukovich e Yulia Timoshenko contra o presidente Leonid Kuchma.

Porém, depois da derrota que a CIA e os conselheiros militares da Casa Branca sofreram na Geórgia, em 2008, com a guerra na Ossétia do Sul, e o reconhecimento da independência da República Autônoma da Abecásia, a Casa Branca decidiu aprofundar o processo de desestabilização da Ucrânia sob a supervisão da embaixadora dos EUA na OTAN, Victoria Nuland. A mesma que depois, em 2013, apesar de ser ligada ao Partido Republicano, foi nomeada por Obama Vice-Secretária de Estado norte-americana para os Assuntos Europeus e enviada a Kiev com a função de monitorar o golpe “EuroMaidan”, contra o presidente pró-russo, Viktor Yanukovich.

Um cargo de máxima confiança do momento que, após o sucesso do presidente Putin na Conferência de Genebra sobre a Síria e nas negociações com o Irã, era de vital importância inviabilizar a consolidação da geoestratégica do governo russo na Europa do Leste, favorecendo a saída da Ucrânia da CEI e a consequente admissão na União Europeia. Algo que teria permitido à OTAN se apoderar da base naval de Sebastopol, na Criméia, além de passar a controlar os três grandes gasodutos a partir dos quais a Rússia exporta o gás para a Europa e “dulcis in fundo” a produção das 130 unidades da indústria militar Ukroboronprom, da Motor Stich, da Zorya Mashproekt e da Antonov Airlines. Estabelecimentos que asseguram o fornecimento de peças para 400 indústrias militares russas, além de garantirem a manutenção dos mísseis balísticos intercontinentais do tipo RS-20 e a construção do famoso Antonov An-225 Mriya.

Nesse contexto, os EUA e a OTAN sofreram as consequências do “efeito bumerangue” logo após o repentino sucesso do golpe “EuroMaidan” em Kiev, quando o presidente da Federação Russa, Vladimir Putin, legitimou a realização do referendo separatista na Criméia, onde 96% da população daquela região manifestou o desejo de oficializar a união com a Rússia.

Na realidade, o golpe “EuroMaidan” monitorado pela Vice-Secretária de Estado norte-americana para os Assuntos Europeus, Victória Nuland, revelou a fragilidade do governo-interino de Arseniy Yatsenyuk, do momento em que sua legitimidade institucional e sua representatividade política foram, praticamente, rejeitadas em todas as regiões do leste e do sudeste da Ucrânia. Regiões que, além de serem as mais industrializadas, são povoadas por populações russófilas que almejam manter uma estreita ligação com a Federação Russa.

Por outro lado, o massacre de 48 militantes russófilos, queimados vivos em Odessa no Palácio dos Sindicatos, alimentou, ainda mais, os sentimentos separatistas em 90% das regiões do leste e sudeste ucranianos, que decidiram realizar o referendo separatista em 11 de maio, onde 83% da população foram às urnas e 95% dos votantes se expressaram em favor da separação. Um referendo realizado apesar de as tropas do governo de Kiev ameaçarem invadir as principais cidades da Ucrânia do leste, para reprimir as “manifestações dos terroristas no leste do país”.

Outro elemento que fez merecer ao presidente-interino Oleksandr Turchynov o adjetivo de “marionete da Casa Branca” foi a falsa denúncia de que o presidente Putin havia planejado a invasão do leste da Ucrânia. Declarações alarmistas que durante todo o mês de abril ocuparam muito espaço na “Grande Mídia”, permitindo ao Pentágono montar um posto de observação com 600 soldados na Estônia, enquanto a USAF fazia aterrissar 12 caças-bombardeiros F-16 na base aérea polonesa de Lask e o Comando da OTAN destinava nos países bálticos (Estônia, Letônia e Lituânia) 15 caças-bombardeiros, fornecidos pela Força Aérea do Reino Unido (Eurofighter), da Dinamarca (F-16) e França (Mirage 2000).

É evidente que a presença de caças-bombardeiros dos EUA e da OTAN na região báltica visa acalmar os governos daquela região com a realização de um ostensivo patrulhamento aéreo ao longo das fronteiras com a Rússia. Porém, é também verdade que as patrulhas dos F-16 ou dos Mirages 2000 nunca entrarão em combate contra os SU-27 Flanker russos que, em número de 30, aterrissaram nos aeroportos militares da Bielorrússia.

Para aplacar a tensão política, o Ministério da Defesa russo, em 23 de abril, havia comunicado aos seus homólogos europeus e estadunidenses que seu exército havia concluído as manobras militares, realizadas durante um mês ao longo das regiões fronteiriças com a Ucrânia. Além disso, o ministro da Defesa russo informava pessoalmente as autoridades militares dos EUA e da OTAN que todo o contingente mobilizado nessas manobras (100.000 soldados, 25.000 tanques e cerca de 100 caças bombardeiros) já havia regressado aos seus quartéis, que se encontram há mais de 70 ou 100 quilômetros da fronteira. Mesmo assim, Barack Obama e o britânico Nick Cameron voltaram a declarar que a retirada era uma farsa e que Putin queria invadir a Ucrânia. Por isso eles queriam que a União Europeia aplicasse novas sanções, começando a dispensar a compra do gás russo, substituindo-o com o gás que os EUA produzem com a exploração dos xistos betuminosos.

Não há dúvidas de que o “efeito bumerangue” atingiu em cheio os estrategistas da CIA, visto que a maior parte dos países europeus não concorda em substituir o gás russo pelo estadunidense, sobretudo por causa do preço mais alto e das dificuldades de distribuição dos portos franceses, espanhóis e holandeses.

Em segundo lugar, Barack Obama e John Kerry contavam com a “neutralidade” do governo chinês que, contrariando as previsões dos sinólogos da Casa Branca, interveio defendendo abertamente a Rússia. De fato, o porta-voz do Ministério das Relações Exteriores da China, Qin Gang, advertia que o governo chinês “condenava o uso de ameaças e de sanções nas relações internacionais…”, salientando que “o governo da China acredita que as sanções não contribuem para solucionar os problemas. Pelo contrário, produzem ainda mais tensões”.

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália, editor do programa TV “Quadrante Informativo” e colunista do “Correio da Cidadania”.

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