Il fratello Obama – Riflessioni di Fidel

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da Granma.cu

I re spagnoli ci portarono i conquistatori ed i proprietari, le cui orme restarono nei fagotti di terra circolari assegnati ai cercatori d’oro nelle sabbie dei fiumi, una forma abusiva e corruttiva di sfruttamento i cui resti possono essere colti dall’alto in molti posti del paese.

Ad oggi, il turismo consiste in larga parte nel mostrare le delizie dei paesaggi ed assaporare le squisitezze alimentari dei nostri mari, ogni volta che si condivide con il capitale privato delle grandi corporazioni multinazionali straniere, i cui profitti non sono degni del men che minimo riguardo se non raggiungono miliardi di dollari ciascuna.

Poiché mi son visto obbligato a citare l’argomento, devo aggiungere, soprattutto per i giovani, che poche persone si rendono conto dell’importanza di tale condizione in questo momento particolare della storia umana. Non dirò che si è perso tempo, ma non esito ad affermare che non siamo sufficientemente informati, né voi né noi, delle conoscenze e delle coscienze che dovremmo possedere per poter affrontare le situazioni che ci sfidano. La prima cosa da prendere in considerazione è che le nostre vite sono una frazione storica di un istante, che bisogna condividere maggiormente le necessità vitali di ogni uomo.

Nessuno, senza dubbio, è buono o cattivo di suo. Nessuno di noi è formato per il ruolo da assumere nella società rivoluzionaria. In parte, noi cubani abbiamo avuto il privilegio di contare sull’esempio di José Martí. Mi chiedo persino se doveva morire o meno a Dos Ríos, quando disse “è giunta l’ora”, e si scagliò contro le forze spagnole trincerate in una forte linea di fuoco. Non voleva ritornare negli USA e non aveva chi lo facce rientrare. Qualcuno ha strappato dei fogli dal suo diario. Chi si è macchiato di questa perfida colpa, che è stata indubbiamente opera di qualche cospiratore senza scrupoli? Conosciamo differenze tra i capi, ma mai mancanza di disciplina.

“Chi tentasse di impossessarsi di Cuba, raccoglierà la polvere dalla sua terra annegato nel sangue, se non muore nella lotta”, disse il glorioso leader nero Antonio Maceo. Si riconosce lo stesso in Máximo Gómez, capo militare più disciplinato e discreto della nostra storia.

Guardandolo da un’altra angolazione, come non ammirare l’indignazione di Bonifacio Byrne quando, dall’imbarcazione distante che lo portava di ritorno a Cuba, notata un’altra bandiera insieme a quella della stella solitaria, esclamò: “La mia bandiera è quella che mai è stata mercenaria…”, aggiungendo subito dopo una delle più belle frasi che abbia mai ascoltato:”Se disfatta in tanti piccoli pezzetti, sarà la mia bandiera un giorno… I nostri morti sapranno ancora difenderla alzando le braccia…”.

Neppure dimenticherò le accese parole di Camilo Cienfuegos quella notte, quando ad alcune decine di metri bazooka e mitragliatrici di provenienza nordamericana, nelle mani dei controrivoluzionari, puntavano alla terrazza dove ci eravamo fermati.

Obama era nato nell’agosto del 1961, come lui stesso ha spiegato. Più di mezzo secolo sarebbe trascorso da quel momento.

Vediamo senza dubbio come la pensa oggi il nostro illustro visitatore:
“Sono venuto qui per lasciare indietro i retaggi della guerra fredda nelle Americhe. Sono venuto dando una mano amichevole al popolo cubano”.

Immediatamente, una pioggia di concetti, decisamente nuovi per la maggior parte di noi:

“Entrambi viviamo in un nuovo mondo colonizzato dagli europei”. Ha continuato il presidente statunitense: “Cuba, allo stesso modo degli Stati Uniti, è stata costruita dagli schiavi condotti dall’Africa; allo stesso modo degli USA, il popolo cubano è ereditario di schiavi e schiavisti”.

Le popolazioni indigene non esistono per nulla nella mente di Obama.

Neppure afferma che la discriminazione razziale è stata spazzata via dalla Rivoluzione; che il ritiro (dal lavoro) ed il salario dei cubani furono decretati dalla Rivoluzione stessa prima che il signor Barack Obama compisse dieci anni.

L’odiosa abitudine borghese e razzista di reclutare sbirri per espellere i cittadini neri dai centri di ricreazione è stata cancellata dalla Rivoluzione cubana. Questa sarebbe passata alla storia per la battaglia condotta in Angola contro l’apartheid, mettendo fine alla presenza di armi nucleari in un continente con più di un miliardo di abitanti. Non era questo l’obiettivo della nostra solidarietà, ma quello di aiutare i popoli dell’Angola, del Mozambico, della Guinea Bissau ed altri paesi dal dominio coloniale fascista portoghese.

Nel 1961, appena due anni e tre mesi dopo il trionfo della Rivoluzione, una forza mercenaria con cannoni e fanteria blindata, equipaggiata con aerei, fu addestrata ed accompagnata da navi da guerra e portaerei statunitensi, attaccando il nostro paese a sorpresa. Nulla potrà giustificare quel perfido attacco costato al nostro paese centinaia di perdite tra morti e feriti. Della brigata d’assalto filoyankee, si è potuto notare che in nessuna parte sia stato evacuato un solo mercenario.

Aerei da combattimento yankee sono stati presentati dinnanzi alle Nazioni unite come contingenti cubani ribelli.

L’esperienza militare e la forza di questo paese sono incredibilmente noti.
(I nordamericani) hanno creduto allo stesso modo che la rivoluzionaria Cuba sarebbe stato facilmente messa fuori gioco in Africa. L’attacco dal sud dell’Angola da parte delle brigate meccanizzate del Sudafrica razzista li porta quasi a Luanda, la capitale angolana.

Qui comincia una lotta prolungata per non meno di quindici anni. Non parlerei neppure di questo, se non avessi il dovere elementare di rispondere al discorso di Obama nel Gran Teatro Alicia Alonso all’Avana.

Non cercherò neppure di fornire dettagli, ma soltanto porre l’attenzione sul fatto che lì fu scritta una pagina onorevole della lotta di liberazione dell’uomo.
In un certo modo, avrei voluto che il comportamento di Obama fosse stato corretto. La sua umile origine e la sua naturale intelligenza erano evidenti.

Mandela era stato arrestato a vita e si era convertito in un gigante della lotta per la dignità umana. Un giorno, arrivò nelle mie mani una copia del libro nel quale si narra una parte della vita di Mandela e -oh, che sorpresa!- il suo prologo era stato scritto da Obama. Lo sfogliai rapidamente.
Incredibile la dimensione della minuscola lettera di Mandela che precisava dei dati. Vale la pena aver conosciuto uomini come lui.

Sull’episodio in Sudafrica, devo segnalare un’altra esperienza. Ero realmente interessato a conoscere più dettagli sul modo in cui i sudafricani avevano acquisito le armi nucleari. Avevo soltanto l’informazione precisa che non superavano le 10-12 bombe. Una fonte sicura sarebbe stato il professore e ricercatore Piero Gleijeses, il quale aveva scritto il testo di “Missioni nel conflitto: L’Avana, Washington e l’Africa 1959-1976”; un lavoro eccellente.

Sapevo che lui era la fonte più sicura di quanto era accaduto e così glielo comunicai; mi rispose che non aveva più parlato dell’argomento, perché nel testo aveva risposto alle domande del compagno Jorge Risquet, ambasciatore o collaboratore cubano in Angola, un suo gran amico.

Rintracciai Risquet; già in altri importanti incarichi, stava ultimando un corso del quale gli restavano alcune settimane. Questo compito coincise con un viaggio abbastanza recente di Piero nel nostro paese; l’avevo avvertito che Risquet aveva già parecchi anni e che la sua salute non era ottima. Pochi giorni dopo, accadde quel che temevo. Risquet peggiorò e morì. Quando Piero arrivò, non aveva nulla da fare se non promesse, ma già ero riuscito ad ottenere un’informazione sull’arma (nucleare) e l’aiuto che il Sudafrica razzista aveva ricevuto da Reagan ed Israele.

Non so cosa dirà Obama su questa storia. Ignoro se lo sapesse o meno, anche se nutro parecchie perplessità sul fatto che non ne sapesse assolutamente nulla. Il mio modesto suggerimento è che rifletta e non cerchi di elaborare teorie sulla politica cubana.

C’è una questione rilevante:

Obama ha pronunciato un discorso nel quale utilizza le parole più edulcorate per dire: “Dobbiamo ormai dimenticarci del passato, lasciamolo dietro, guardiamo al futuro, facciamolo insieme, un futuro di speranza. E non sarà facile, ci saranno sfide, e a queste daremo del tempo; ma la mia permanenza qui mi dà più speranze di quello che possiamo fare insieme come amici, come una famiglia, come vicini, insieme”.

Si suppone che ognuno di noi correva il rischio di un infarto ascoltando queste parole del presidente degli Stati Uniti. Dopo un vergognoso blocco (economico, finanziario e commerciale) che dura da quasi sessant’anni, e tutti quelli che sono morti in attacchi mercenari a barche e porti cubani, un aereo di linea colmo di passeggeri fatto esplodere in pieno volo, invasioni mercenari, molteplici atti di violenza e forza?

Nessuno s’illuda che il popolo di questo nobile e sacrificato paese rinuncerà alla gloria ed ai diritti, alla ricchezza spirituale conquistata con lo sviluppo dell’istruzione, della scienza e della cultura.

Faccio notare, inoltre, che siamo capaci di produrre gli alimenti e le ricchezze materiali di cui abbiamo bisogno con lo sforzo e l’intelligenza del nostro popolo.

Non abbiamo bisogno che l’Impero ci regali nulla. I nostri sforzi saranno leciti e pacifici, perché è il nostro impegno per la pace e la fratellanza di tutti gli esseri umani che vivono su questo pianeta.

Fidel Castro Ruz
27 marzo 2016
10.25 p.m.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

Cuba: nazionalizzazione in difesa di economia e sovranità del paese

da Granma

Come parte della sua aggressione economica del popolo cubano, nel 1960 il governo di Dwight D. Eisenhower approvò la riduzione della quota di zucchero corrispondente a Cuba nel mercato statunitense. Su questo tema, il 6 luglio, il quotidiano Granma ha pubblicato l’articolo “Senza quota ma senza padrone”, nel quale si raccolgono alcuni momenti del processo e la presa di posizione del Governo Rivoluzionario per l’adozione di una legge che conferiva poteri al presidente nordamericano di mettere in atto i tagli della nostra quota di zucchero come strumento di coercizione e di rappresaglia.

A detta di Fidel, la legge ha cercato di «cancellare l’economia del nostro Paese, farci morire di fame e sottomettere la nostra gente».

Come è stato notato in precedenza, in linea con le decisioni prese dal governo degli Stati Uniti, il Consiglio dei Ministri del Governo Rivoluzionario ha approvato la legge di nazionalizzazione, il cui primo articolo autorizzava il Presidente della repubblica e il Primo Ministro a «disporre unitamente tramite risoluzioni, quando lo ritenevano corrispondente alla difesa dell’interesse nazionale, la nazionalizzazione, per via di espropriazione di beni o imprese di proprietà di persone fisiche o giuridiche aventi la cittadinanza statunitense o delle aziende in cui abbiano interessi o partecipazione tali persone, anche se queste sono costituite in conformità alla legge cubana». [1]

Una cattiva notizia per l’imperialismo yankee

Nel pomeriggio del 6 agosto 1960, tutte le gradinate dello Stadio del Cerro – oggi denominato Latinamericano – erano piene di decine di migliaia di avanensi che rappresentavano il popolo cubano e centinaia di giovani di Nuestra América che partecipavano al Primo Congresso latinamericano della Gioventù. Con l’annuncio che Fidel Castro avrebbe chiuso il grande evento ed informato sull’attuazione della legge rivoluzionaria, furono sufficienti poche ore per mobilitare la folla che strabordava da tutti i lati.

Colpito da una leggera disfonia, Fidel ha iniziato il suo intervento stimando la storia dei popoli di Nuestra América, gli elementi che ci uniscono nonostante gli sforzi dell’imperialismo americano di separarci. Il Comandante in capo si riferiva alla situazione precaria dei popoli latinoamericani e delle idee che hanno reso possibile il trionfo della Rivoluzione, quando, inaspettatamente, restò senza voce.

In quel drammatico momento, mentre la gente chiedeva a Fidel che si riposasse e e lui tentava di proseguire, Raúl ha preso la parola e ha chiamato alla calma:
«Non è una semplice coincidenza che questo accade in momenti che devono essere storici per Cuba e per Nuestra América – che è quella vera! – non è neppure una questione di destino o di cattivi presagi; è semplicemente una leggera diminuzione irrilevante, perché la voce se n’è andata per un momento. Ma (la voce) vi è e sarà! […] In questo momento, soffre lui e soffriamo noi,  perché i grandi proclami che ha rivolto[…] al popolo latinoamericano e a Nuestra America dei risultati che abbiamo raggiunto, è una gloria che solo a lui poteva spettare! Pertanto, non saremo lunghi né manterremo ancora a lungo il vostro disperato interesse nel conoscere lo scopo di questa riunione […] Noi leggeremo queste leggi rivoluzionarie, che è quello che abbiamo qui oggi». [2]

Immediatamente, Raul cominciò a leggere la legge n°851, 6 luglio 1960. Alla fine del primo dei “Considerando”, con grande gioia, Raúl smise di leggere per annunciare che aveva “una cattiva notizia per l’imperialismo statunitense” perché a Fidel stava ritornando la sua voce.

Raúl ha chiesto di aspettare cinque minuti e ha chiesto che tutti facessero uno sforzo: Fidel “parlando dolcemente e voi facendo silenzio”. Infine, ha chiamato a cantare l’inno nazionale.

Riaffermazione della nostra libertà politica

Dopo l’emozione di cantare l’inno nazionale guidato da Juan Almeida, tutti i presenti ha preso il loro posto. Fidel è tornato al microfono per leggere, per intero, il testo della legge di nazionalizzazione:

«CONSIDERANDO: alla base della suddetta legge, si osservò l’atteggiamento del governo e della legislatura degli Stati Uniti di aggressione costante per scopi politici, agli interessi fondamentali dell’economia cubana, come evidenziato nell’emendamento approvato dal Congresso di tale paese allo Sugar Act; in base alla quale si attribuivano poteri eccezionali al presidente di quella nazione per ridurre la partecipazione nel mercato dello zucchero nordamericano ai produttori di zucchero cubani come arma politica contro Cuba».

«CONSIDERANDO: il Governo degli Stati Uniti, facendo uso di poteri speciali espressi, e con noto atteggiamento di aggressione economica e politica contro il nostro Paese, ha proceduto a ridurre la partecipazione nel mercato nordamericano dello zucchero cubano, con l’obiettivo indiscusso di attaccare Cuba,il suo sviluppo e il processo rivoluzionario».

«CONSIDERANDO: Questa è una ripetizione della continuata condotta del governo degli Stati Uniti, mirante ad evitare l’esercizio da parte del nostro popolo della sua sovranità e del suo sviluppo integrale, che corrisponde quindi agli interessi spregevoli dei monopoli americani, che hanno ostacolato la crescita della nostra economia, e l’affermazione della nostra libertà politica».

Così, Fidel stava leggendo tutti i “considerando” che sostengono come, dinnanzi a questi fatti, il Governo Rivoluzionario, consapevole delle sue elevate responsabilità storiche ed in legittima difesa dell’economia nazionale, aveva l’obbligo di fornire le misure necessarie per contrastare il danno fatto alla nostra nazione per questi attacchi; e in accordo con le nostre leggi e l’esercizio della nostra sovranità, applicare questa legge «come decisione motivata, per la necessità che ha la nazione di risarcirsi dei danni arrecati alla sua economia ed affermare il consolidamento dell’indipendenza economica del paese».

Nei “considerando” si marca la legittimità dell’applicazione della legge per i monopoli estorsori e sfruttatori che hanno succhiato e deriso l’economia della nazione e gli interessi del popolo; per le imprese di zucchero che si appropriarono della terra migliore a Cuba protette dall’emendamento Platt; per le compagnie petrolifere che hanno frodato continuamente l’economia della nazione, incassarono i prezzi del monopolio e forgiarono il criminale boicottaggio contro Cuba costringendo l’intervento del governo rivoluzionario.

Affermando che era «dovere dei popoli dell’America Latina tendere al recupero delle loro ricchezze nazionali, sottraendole al dominio degli interessi dei monopoli stranieri che ostacolano il loro progresso, promuovono l’interferenza politica e minano la sovranità del popolo», Fidel sostenne che la Rivoluzione cubana non si sarebbe fermata fino alla liberazione completa e definitiva del paese.

Infine, Fidel dichiarò che «nell’esercizio dei poteri di cui siamo investiti ed in conformità con le disposizioni della legge n°851 del 6 luglio 1960».

«SI DECIDE: Primo: si dispone la nazionalizzazione attraverso l’esproprio coatto e,quindi, si assegnano allo Stato cubano, con pieno diritto di proprietà,tutti i beni e le imprese situate sul territorio nazionale, nonché i diritti e le azioni che emergono dallo sfruttamento di questi beni e società di proprietà di persone giuridiche nazionali degli Stati Uniti, o imprese operative nelle quali hanno interessi nazionali prevalenti in quel paese, che sono elencati di seguito.

«È stato chiamato, è stato chiamato!»

È indimenticabile quando Fidel ha letto la lista delle 26 imprese nazionalizzate. La menzione di ciascuno di questi nomi è stata seguita da applausi e un coro di migliaia di voci, emerso spontaneamente, che ripete: «È stato chiamato!». Con quella semplice dichiarazione, i presenti riaffermavano la loro approvazione di tale decisione.

Così, il 6 agosto 1960, le imprese sono state nazionalizzate e il patrimonio della società elettrica e la compagnia telefonica; le società Texaco, Esso e Sinclair; e i 36 zuccherifici che gli Stati Uniti hanno gestito a Cuba.

Tuttavia, con forti applausi e grida di «è stato chiamato», man mano che citava i nomi delle imprese nazionalizzate, Fidel ha consultato il popolo presente se fosse d’accordo o meno con la Legge sulla nazionalizzazione e ha chiesto di alzare la mano a tutti coloro che sostenevano questa delibera del governo rivoluzionario.

Per l’unità della Nuestra América

Insieme al popolo cubano,votarono per la nazionalizzazione pure i delegati del Congresso della Gioventù perché, nelle parole di Fidel: «Il problema di Cuba non è solo il problema di Cuba; il problema di Cuba è oggi il problema di tutta l’America Latina, ma non solo dell’America Latina; il problema di Cuba è il problema del nero proveniente dal sud degli Stati Uniti; il problema di Cuba è il problema delle “spalle inzuppate” che lavorano al confine con il Messico; Problema di Cuba è il problema dell’intellettuale progressista negli Stati Uniti, è il problema del lavoratore nordamericano, l’agricoltore nordamericano e il popolo nordamericano.

«Così hanno il diritto di voto anche qui… »

Quel giorno, prima di concludere l’evento storico, fu assunta la decisione secondo cui ognuno di quei zuccherifici, che erano stati di proprietà della società Atlantic, United Fruit Company e altre società nordamericane, da quel momento potessero assumere il nome di una repubblica di Nuestra América come segno della nostra unità incrollabile con i popoli fratelli del continente.

[1] Revolución, 8 de agosto de 1960, pp. 4 y 6.
[2] Revolución, 8 de agosto de 1960, pp. 4 y 6.

Nome delle imprese nazionalizzate, 6 agosto 1960:

1.-Compañía Cubana de Electricidad.

2.-Compañía Cubana de Teléfonos.

3.- Esso Standard Oil, S.A. División de Cu­ba.

4.- Texas Company West Indian.

5.- Sinclair Cuba Oil Company, S.A.

6.- Central Cunagua, S.A.

7.- Compañía Azucarera Atlántica del Gol­fo, S.A.

8.- Compañía Central Altagracia, S.A.

9.- Miranda Sugar States.

10.- Compañía Cubana, S.A.

11.- The Cuban American Sugar MilI.

12.- Cuban Trading Company.

13.- The New Tuinicú Sugar Com­pa­ny.

14.- The Francisco Sugar Company.

15.- Compañía Azucarera Céspedes.

16.- Manatí Sugar Company.

17.- Punta Alegre Sugar Sales Com­pa­ny.

18.- Baraguá Industrial Corporation of New York.

19.- Florida Industrial Corporation of New York.

20.- Macareño Industrial Corporation of New York.

21.- General Sugar States.

22.- Compañía Azucarera Vertientes Ca­magüey de Cuba.

23.- Guantánamo Sugar Company.

24.- United Fruit Company.

25.- Compañía Azucarera Soledad S.A.

26.- Central Ermita, S.A.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

Yemen: ennesima guerra degli USA

Angel Guerra Cabreradi Angel Guerra Cabrera – cubadebate.cu

Nel discorso inaugurale del suo secondo mandato, il presidente Barack Obama sostenne: “Un decennio di guerra sta terminando proprio ora”.

Indubbiamente, il Nobel per la Pace ha realizzato operazioni militari contro la Libia, nuovamente in Iraq (dove presumibilmente la guerra era terminata) ed in Siria, oltre ad allargare l’invasione in Afghanistan.

Pakistan, Somalia e Yemen sono stati lo scenario di continui attacchi di droni ordinati personalmente dall’inquilino della Casa Bianca, che hanno provocato migliaia di morti e feriti, in maggioranza civili, comprendendo molti bambini, secondo l’Ufficio di giornalismo investigativo con sede a Londra.

Qualche giorno fa, senza richiedere il permesso al Congresso né informare minimamente l’opinione pubblica, Obama ha deciso di appoggiare “logisticamente e tecnologicamente” l’aggressione all’impoverito Yemen da parte di dieci paesi arabo-musulmani capeggiati dal ricco vicino saudita. Tra loro, Egitto e Pakistan, che possono contare su potenti forze armate.

La coalizione opera sotto la bandiera della Lega Araba che, al contrario, si è disinteressata della liberazione della Palestina.

I droni statunitensi sono provvisti di video per permettere ai sauditi di scegliere gli obiettivi della loro aviazione. Apparentemente, è proprio lasciandosi guidare da questi video che si son prodotti massacri di civili da quando la coalizione ha cominciato gli attacchi aerei. Il capo delle operazioni saudita ha affermato che un’invasione terrestre seguirà i bombardamenti.

Si è voluto presentare l’aggressione allo Yemen come un’azione per proteggere il popolo yemenita da un presunto intervento iraniano, un pretesto simile a quelle delle armi di distruzione massiva in Iraq. È illegale attaccare qualsiasi paese salvo se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, in maniera tale che non sia valida questa motivazione sul piano giuridico.

Il fatto che gli yemeniti zaidi appartengano ad un ramo sciita dell’Islam, sicuramente eterodosso ed il più vicino all’unnismo non significa, neppure più di tanto, che siano marionette di Teheran, sebbene questa condanni l’aggressione del suo nemico saudita e mantenga buone relazioni con loro. Gli zaidi, ora chiamati anchi houthi, devono il loro nome al cognome di Husayn Badr Addin Al-Houthi, capo religioso morto in combattimento durante la rivolta armata del suo popolo contro il governo di Sa’ana nel 2004. Lo devono anche al fatto che i tre fratelli del primo sono parte integrante della leadership attuale della ribellione. Gli zaidi, che costituiscono la terza parte della popolazione yemenita, chiedevano autonomia politica per il governatorato di Sa’dah, dove risiedono in maggioranza, così come rispetto per i loro credi religiosi e cultura ancestrali. Questo popolo governò lo Yemen del Nord per quasi mille anni sino al 1962.

Nel febbraio del 2010, durante la cosiddetta “primavera araba”, il Governo ed i ribelli houthi stipularono un cessate il fuoco.

Nel 2011, gli houthi si unirono alle proteste contro il futuro presidente deposto Saleh ed estesero il loro controllo territoriale nella provincia di Sa’dah e nella vicina ‘Amran. Successivamente, parteciparono alla Conferenza per il Dialogo nazionale, svoltasi tra marzo 2013 e gennaio 2014.Il presidente Hadi, successore di Saleh, annunciò un piano per febbraio 2014, che consisteva nel trasformare lo Yemen in una federazione di sei regioni, proposta rigettata categoricamente dagli houthi, per cui ripresero la lotta armata contro il governo appoggiata dall’Arabia saudita.

Ferventi guerriglieri, i montanari houthi condussero a termine una campagna-lampo sostenuti da unità delle forze armate leali all’ex presidente Saleh che li portò ad assumere il controllo di Sa’ana, la capitale; Taiz, terza città del paese e poi la seconda e strategica città di Aden che domina il golfo omonimo, da dove misero in fuga Hadi, il quale stava tentando di fortificarsi proprio lì.

Piuttosto che una disputa religiosa della versione fanatica dell’Islam dominante a Riyad contro gli zaidi, l’enorme coalizione creata dall’ultrareazionario regno saudita contro la ribellione houthi esprime il suo incredibile timore per un movimento popolare armato, capace di imporsi militarmente in un esteso territorio che la dinastia Saud ha sempre tentato di sottomettere.

Inoltre, il regno saudita teme la presenza nel sud dello Yemen sia di Al-Qa’ida che dello Stato islamico, ora avversario, della cui creazione sono massimi responsabili Washington e Riyad.

Chi controlla lo Yemen, controlla anche lo stretto di Bab al-Mandib che comunica con il canale di Suez ed il Mar Rosso con il golfo di Aden, da dove passano oltre tre milioni di barili di greggio ogni giorno.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

(VIDEO) Il piano nucleare con l’Iran sta deragliando

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Soldati israeliani riconoscono i propri crimini di guerra a Gaza

Picda HispanTv

I soldati israeliani hanno riconosciuto di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva militare di 51 giorni contro la Striscia di Gaza, verificatisi tra luglio ed agosto passato.

Secondo l’informativa pubblicata sabato dal giornale israeliano “Maariv”, i soldati del regime d’Israele sono consapevoli delle atrocità perpetrate nell’enclave costiero palestinese, in particolare nella città di Rafah ed essi temono l’inizio di investigazioni al riguardo.

Come hanno confessato gli stessi soldati israeliani, durante l’offensiva di 51 giorni contro Gaza, sono stati ignorati tutti i valori morali ed i principi bellici.

Pertanto, prosegue l’informativa, i soldati hanno sollecitato i tribunali militari israeliani a sforzarsi per impedire l’inizio di qualsiasi investigazione.

Il passato 23 luglio, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite (UNHRC) ha comunicato la creazione di una commissione, composta da tre esperti, per indagare i crimini di guerra durante gli attacchi israeliani contro l’occupata Striscia di Gaza.

La commissione deve comunicare entro il marzo 2015 al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite i risultati delle inchieste sulle oltre sette settimane di aggressioni sioniste contro Gaza.

Le autorità palestinesi, a loro volta, hanno assicurato che non risparmieranno alcuno sforzo per condurre dinnanzi alla giustizia i responsabili del massacro, tra loro alti dirigenti militari israeliani.

Ieri, il Ministero della Salute palestinese ha pubblicato un nuovo comunicato in cui si indica che 2310 Palestinesi circa hanno perso la vita in conseguenza della recente offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza.

Tra le vittime si trovano 1802 uomini e 508 donne, mentre ci sono 10.626 feriti ,in sostanza 7275 uomini e 3351 donne.

L’offensiva israeliana contro l’enclave costiero palestinese è durata dagli inizi di luglio sino al termine di agosto ed il regime sionista ha distrutto anche 11 mila tra case, moschee e scuole.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

(VIDEO) Memoria storica: 1986 Intervista a Muammar Gheddafi

(VIDEO) Memoria storica: 1991 Intervista a Saddam Hussein

Reportage dalla Siria

da “SPONDA SUD”/Iran mondo

25set2014.- Droni senza piloti bombardano fantasmi

(Talal Khrais – Damasco) –  All’alba ho lasciato Beirut per Damasco e, tra mille difficoltà, ho superato prima il confine libanese e poi il confine siriano. Nelle strade libanesi, i parenti dei soldati rapiti 50 giorni fa, chiedono al governo di accelerare i negoziati indiretti con i terroristi ed ottenere la liberazione dei propri cari. L’unica soluzione possibile per il Libano è di rivolgersi ai due paesi che hanno sposato la causa dell’ISIS e che possono intervenire sui rapimenti: il Qatar e la Turchia.

In Siria, invece, la situazione è differente. Al contrario di quello che si pensa, i siriani che ritornano in Siria sono in migliaia grazie a vaste zone liberate recentemente dall’Esercito Arabo Siriano, come il Mleiha, e altre zone a Sud della capitale.

Al caffè Havana di Damasco ho l’opportunità di incontrare i colleghi giornalisti tornati in dopo 20 giorni di lavoro ad Aleppo e a Deir El Zour e poter quindi chiedere a fonti dirette, quale sia realmente la situazione nel territorio siriano.

L’inviato di guerra, Mohamad Kheir, mi dice che dall’alto arrivano bombe lanciate da aeroplani senza un pilota che mirano a vittime “fantasma”. Per capire realmente chi venga colpito da tali bombardamenti, bisogna guardare sotto le macerie.

Amer, un altro collega inviato di guerra, aggiunge: “Sia l’Esercito siriano che i Comitati della Difesa Nazionale sono in grado di infliggere perdite nei ranghi dei terroristi.” Amer si sofferma inoltre, sulla vergognosa situazione che ha colpito il settore curdo Ain Al Arab e ha evidenziato ancor più il legame tra la Turchia e l’ISIS. Quest’ultimo ha infatti scambiato 47 ostaggi turchi con il permesso e l’appoggio dell’artiglieria turca (esattamente 49 carri armati) per invadere ben 64 villaggi curdi.

L’interesse della Turchia e dell’ISIS è dunque il medesimo: entrambi non permettono la nascita di un’entità curda in area geografica e lo Stato dell’Iraq e del Levante vuole una terra “pura” del suo Islam oscurantista.

Khaled, un giornalista della TV al Mayadine, mi spiega: “i turchi giocano su due tavoli separati: da una parte incoraggiano i curdi iracheni di avere una propria entità in modo da indebolire l’Iraq e, di conseguenza, dare alla Turchia la possibilità di acquistare il petrolio a costi irrisori, dall’altra incoraggiano i terroristi ad uccidere i curdi in Siria. Ma un gioco simile non potrà durare a lungo – continua il collega – e i curdi, prima o poi, destabilizzeranno la Turchia.
Una Turchia già destabilizzata, basti pensare che ci sono 4000 turchi appartenenti all’ISIS.

Una volta rientrato in albergo, incontro gli inviati di guerra della BBC a cui chiedo la loro valutazione: “Gli USA hanno bombardato  le postazioni di ISIS e di Jabhat el Nusra su dati forniti dai satellite. Ma i guerriglieri, durante i bombardamenti, sono abituati a nascondersi, Altri giornalisti francesi esprimono dubbi sull’operazione che non abbia un obbiettivo diverso dopo i cambiamenti in Ucraina.

Infine, prima di lasciare Beirut, incontro il Generale Amin Hoteit, chiamato il Generale dei Generali in quanto esperto di strategie militari, secondo cui: ”l’incoerenza e la poca saggezza della strategia americana rendono improbabile il successo di tutta l’operazione. Farebbero meglio a fornire assistenza per chi combatte seriamente il terrorismo come l’Esercito Libanese che combatte nel Qalamoun ma non possiede nemmeno un elicottero. Gli Stati Uniti e la Francia devono ancora fornire armi al Libano per 4 miliardi pagati tempo fa. Di contro, gli USA hanno invece aperto i loro depositi di armi alle Forze Armate Israeliane”.

Prima di parlare di offensiva che rappresenta un momento di svolta della lotta contro lo Stato islamico, condotta dal presidente Obama, bisognerebbe focalizzare l’attenzione sul flusso di armi e di uomini e controllare i conti bancari dell’ISIS nelle banche turche.

Tuttavia, a quanto pare, la Casa bianca ha deciso di non aspettare troppo a lungo.

È di fondamentale importanza sottolineare il fatto che gli USA stiano bombardando gli islamisti in Siria senza chiedere consenso del governo di questo paese nonostante il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ha avuto una conversazione telefonica col Segretario di Stato americano John Kerry, abbia esortato gli USA ad attenersi strettamente allo Statuto dell’ONU e alle norme del diritto internazionale, e a rispettare la sovranità della Siria. Lavrov ha rilevato che servono azioni concordate, prive di doppi obiettivi.

Secondo sempre il Generale Hoteit, la decisione di bombardare gli islamisti in Siria è un secondo tentativo di rovesciare il regime del Presidente  Assad.

Il progetto americano è comunque in linea con una politica estera folle che ha caratterizzato gli USA in questi ultimi anni: Come si fa d’altronde a essere contro l’ISIS e, al contempo, contro lo Stato siriano quando l’Esercito siriano è l’unica forza che combatte realmente il terrorismo.
 Secondo il Generale Hoteit, assisteremo presto a un disordine internazionale che avrà riflessi terribili su tutto il mondo, compresa l’Europa.

(VIDEO) Diego Armando Maradona intervista il Comandante Fidel Castro

La libertad del pueblo catalán y sus aliados

Ricard Juan por La República.es

Tras una semana de “culebrón” entre el President Artur Mas y el gobierno de Mariano Rajoy, la firma de la convocatoria de la consulta del 9N será finalmente este sábado

¿Qué se esconde tras el “enfrentamiento” entre Mas y Rajoy?

Según fuentes del Govern de la Generalitat de Catalunya, el President Artur Mas firmará este sábado el decreto de convocatoria de la consulta del 9 de noviembre. Desde que se firmó el decreto de consultas el pasado viernes, Mas tenía 15 días de plazo para convocar la consulta.

La consulta se convoca el sábado, una vez pasado el Consejo de Ministros del viernes, para que el Gobierno español tenga que volver a reunirse durante el fin de semana y así recurrir el decreto de la consulta ante el Constitucional con carácter de urgencia.

Durante esta semana Mas y Rajoy han jugado al “gato y al ratón” en una escenificación que intenta entretener a sus respectivos públicos, acerca de cuándo se firma la convocatoria de la consulta soberanista y cuando se va a hacer el recurso del Gobierno central ante el tribunal Constitucional contra la consulta.

Un juego con las cartas marcadas

El juego sobre la convocatoria de la consulta servirá para dar la imagen de firmeza y audacia de los dos “contendientes” y como cortina de humo para seguir escondiendo las tropelías y corrupciones de la familia Pujol y los problemas de gobierno de Rajoy.

Es más que curioso que durante esta semana se haya mantenido la “tensión”, entre Mas y Rajoy, sobre si uno convoca u otro está de viaje en China, sobre qué día va a convocar uno y que día hará el recurso el otro, a ver si consiguen que la comparecencia de Jordi Pujol ante el Parlament del viernes por la tarde o la dimisión de Gallardón y la retirada de la Ley del aborto pasen desapercibidas o queden en un segundo lugar.

Artur Mas ya ha mostrado su intención de no desobedecer la legalidad constitucional cuando el recurso del Gobierno Central prospere y prohíba la consulta. Hasta Esquerra Republicana de Catalunya (partido que aspira a desbancar a CiU como representante político de la burguesía catalana y que ahora es un fiel socio político en el Parlament que de momento no entra en el Govern para mantener una apariencia de oposición), tras unas vacilaciones iniciales, desaconseja la desobediencia civil. Hay que recordar que, después de la masiva movilización nacionalista del 11 de septiembre, Artur Mas se limitó a decir que el pueblo catalán votará, poro no dijo ni cuándo ni qué. ¿Una ambigüedad calculada para ganar tiempo e intentar sacar alguna ventaja en unas futuras elecciones autonómicas?

¿Hacia la búsqueda de un pacto?

CiU y la burguesía catalana jamás han jugado un papel rupturista ni democrático porque están unidos en intereses al régimen, a la monarquía y al capitalismo occidental. El actual conflicto se inscribe en una lucha por un nuevo reparto del poder en un momento de crisis, debido a la internacionalización de la burguesía catalana y el mayor papel que quiere jugar en España y en la UE, y siempre, en el marco de subordinación total a la UE Alemana, a la Troika (FMI, CE y BCE), a la OTAN y EEUU.

Tanto la UE como Alemania han dejado meridianamente claro apoyan al gobierno español y que no van a avalar ninguna consulta soberanista si no es bajo la legalidad española ¡Que contraste con la criminal la ingerencia en Yugoslavia o Ucrania estimulando a fascistas y masacrando a otras minorías étnicas! La UE alemana desestabiliza fuera de sus fronteras y promueve movimientos separatistas para recolonizar e imponer su dominio mundial, no para practicar la democracia. La UE no va a permitir un conflicto entre Estados que pudiera resquebrajara a toda la UE. En el caso catalán solo apoyarían una solución pactada entre sectores burgueses, ya sea por la vía escocesa del referendum o la fórmula belga de monarquía federal.

Es por ello que la burguesía catalana está esperando que el debilitamiento de bipartidismo y la monarquía le dé la llave de la gobernabilidad a cambio de un acuerdo más ventajoso para sus intereses, abandonando de nuevo al pueblo trabajador catalán y hundiéndolo en la frustración y el desengaño. La burguesía catalana se viste hoy de independentista para tapar sus corrupciones y brutales recortes antisociales, adoctrinar y controlar el movimiento soberanista imponiendo su visión reaccionaria, estimulando los sentimientos identitarios y chovinistas, con el objetivo de utilizarlo para sacar contrapartidas, alimentar sus privilegios y mejorar su posición respecto a la oligarquía española. ¿Esperarán a los resultados de las próximas elecciones generales en el 2015?

¿Quién es el verdadero aliado del pueblo catalán?

La burguesía catalana no es un aliado del pueblo de Catalunya. Una muestra más de su carácter antidemocrático y reaccionario, que contrasta con la “firme” defensa de Artur Mas sobre el derecho a decidir del pueblo catalán, es la abstención hipócrita de Convergencia i Unió en el Parlamento español ante la propuesta del grupo de la Izquierda Plural para que el pueblo español pueda decidir entre monarquía o república, tras la abdicación del monarca corrupto Juan Carlos I. Una demostración clara de como CiU le hace un guiño al régimen borbónico decadente mientras ayuda a pisotear el derecho a decidir del resto de los españoles.

Los verdaderos aliados naturales de la lucha por las libertades y la democracia en Catalunya son las clases trabajadoras y la izquierda española. Hay que movilizar la solidaridad popular e internacionalista para que el pueblo catalán pueda ejercer su derecho democrático a la autodeterminación y, al mismo tiempo, defender las conquistas sociales y laborales de los trabajadores frente a nuestros verdaderos enemigos, la dictadura de las grandes empresas y su régimen político heredero del franquismo.

El independentismo de izquierdas y popular, desde las CUP, el Procès Constituent a muchos sectores de ERC, debe superar las falsas ilusiones sobre el supuesto carácter democrático de la burguesía catalana o sobre la búsqueda de reconocimiento de la Unión Europea bajo la batuta Alemana; también debe comprender, para no acabar en la más absoluta frustración, que solo luchando en la acumulación de fuerzas por la ruptura democrática con el régimen del 78 y por la apertura de un proceso constituyente hacia la III República encontrará una solución a sus legítimas reivindicaciones democráticas y nacionales.

Trionferanno le idee giuste o trionferà il disastro

di Fidel Castro Ruz

La società mondiale non conosce tregua negli ultimi anni, in particolar modo da quando la Comunità economica europea, sotto la direzione ferrea ed incondizionata degli USA, ha ritenuto che fosse giunta l’ora di fare i conti con ciò che restava di due grandi nazioni che, ispirate alle idee di Marx, si erano date l’obiettivo di porre fine all’ordine coloniale ed imperialista imposto al mondo da Europa e Stati Uniti.

Nella vecchia Russia cominciò una rivoluzione che scosse il mondo.

Ci si attendeva che la prima grande rivoluzione socialista sarebbe avvenuta nei paesi più industrializzati d’Europa, come Inghilterra, Francia, Germania ed Impero austroungarico. Questa, invece, ha avuto luogo in Russia, il cui territorio si estende in Asia, dal nord Europa sino al sud dell’Alaska, che era stato anche un territorio zarista, venduto per qualche dollaro al paese (gli USA) che sarebbe stato successivamente il più interessato ad attaccare e distruggere la rivoluzione ed il paese che la generò (URSS).

Il merito maggiore del nuovo Stato è stato quello di creare un’Unione capace di concentrare le sue risorse e condividere la sua tecnologia con un gran numero di nazioni deboli e meno sviluppate, vittime inevitabili dello sfruttamento coloniale. Sarebbe conveniente o meno per il mondo attuale una vera società delle nazioni che rispetti i diritti, le tradizioni, la cultura, le tecnologie e le risorse di luoghi accessibili del pianeta che a tanti piace visitare e conoscere? Non sarebbe molto più giusto che tutti coloro che oggi in poche frazioni di secondo comunicano da un estremo all’altro del pianeta, vedano negli altri un amico o un fratello e non un nemico disposto a sterminarlo con i mezzi che è stata capace di creare la conoscenza umana?

Per credere che gli esseri umani siano capaci di raggiungere tali obiettivi, penso che non vi è alcun diritto di distruggere città, assassinare bambini, polverizzare case, seminare il terrore, fame e morte ovunque. In quale angolo del mondo si possono giustificare tali fatti? Se si ricorda che al termine del massacro dell’ultima contesa mondiale [la seconda guerra mondiale, ndr] il mondo aveva riposto le sue speranze nella Organizzazione delle Nazioni Unite, è perché una gran parte dell’umanità la immaginò con queste prospettive, pur non erano stati definiti esattamente i suoi obiettivi. Un inganno colossale è quello che si percepisce oggi quando sorgono problemi che fanno nascere il timore che possa scoppiare una guerra con l’utilizzo di armi che potrebbero porre fine all’esistenza umana.

Esistono personaggi senza scrupoli, all’apparenza non pochi, che considerano un merito la propria propensione a morire, ma soprattutto ad uccidere per difendere privilegi vergognosi.

Molte persone si sorprendono ascoltando le dichiarazioni di alcuni portavoce europei della Nato quando si esprimono con lo stile ed il volto delle SS naziste. In alcune occasioni, addirittura si vestono con completi scuri in piena estate.

Noi abbiamo un avversario piuttosto potente che è il nostro vicino più prossimo: gli Stati Uniti. Avvertimmo loro che avremmo resistito al blocco economico, sebbene questo potesse implicare un costo molto elevato per il nostro paese. Non vi è peggior prezzo che arrendersi dinnanzi al nemico che ti aggredisce senza ragione né diritto. Era il sentimento di un popolo piccolo ed isolato. Gli altri governi di questo emisfero, tranne rare eccezioni, si schierarono con il potente ed influente Impero.

Non si trattava da parte nostra di un atteggiamento personale, era il sentimento di una piccola nazione che, dall’inizio del secolo, è stata una proprietà non soltanto politica ma anche economica degli Stati Uniti. La Spagna ci aveva ceduto a questo paese dopo aver sofferto quasi cinque secoli di colonialismo ed un incalcolabile numero di morti e perdite materiali nella lotta per l’Indipendenza.

L’Impero si riservò il diritto d’intervenire militarmente a Cuba in virtù di una perfida modifica costituzionale che fu imposta ad un Congresso impotente ed incapace di resistere. Oltre ad essere proprietari di quasi tutta l’isola: terre abbondante, i più importanti zuccherifici, le miniere, le banche, sino alla prerogativa di stampare la nostra moneta, ci proibiva di produrre grano sufficiente per nutrire la popolazione.

Quando l’URSS si disintegrò e scomparve anche il Campo socialista, continuammo a resistere, ed insieme, Stato e popolo rivoluzionario, proseguimmo il nostro cammino indipendente.

Non voglio, ovviamente, drammatizzare questa modesta storia. Preferisco piuttosto evidenziare che la politica dell’Impero è tanto drammaticamente ridicola che non impiegherà molto a passare all’immondezzaio della storia. L’Impero di Adolf Hitler, ispirato all’avidità, passò alla storia senza maggior gloria rispetto all’incoraggiamento apportato ai governi borghesi ed aggressivi della NATO, che li converte nella risata dell’Europa e del mondo, con il suo euro, che allo stesso modo del dollaro, non impiegherà molto a trasformarsi in carta straccia, chiamato a dipendere dallo yuan ed anche dai rubli, dinnanzi alla possente economia cinese strettamente connessa all’enorme potenziale economico e tecnico della Russia.

Come è ben noto, John McCain è stato il candidato repubblicano alle elezioni del 2008. Il personaggio salì alla ribalta quando nella sua condizione di pilota fu abbattuto mentre il suo aereo bombardava la popolosa città di Hanoi. Un missile vietnamita lo raggiunse in pieno e l’aereo ed il pilota caddero in un lago in prossimità della capitale, confinante con la città.

Un vecchio soldato vietnamita ormai in pensione, che si guadagnava da vivere lavorando nelle vicinanze, vedendo cadere un aereo ed un pilota ferito che tentava di salvarsi, si mosse per aiutarlo: mentre il vecchio soldato prestava quest’aiuto, un gruppo di cittadini di Hanoi, che soffriva per gli attacchi dell’aviazione, corse lì per chiudere i conti con quell’assassino. Lo stesso soldato convinse i vicini affinché non lo facessero, poiché ormai era un prigioniero e la sua vita doveva essere rispettata. Le stesse autorità yankee comunicarono con il governo vietnamita chiedendo che non si agisse contro questo pilota.

Oltre alle norme di rispetto per i prigionieri del governo vietnamita, il pilota era figlio di un ammiraglio dell’esercito americano che aveva ricoperto un ruolo di prim’ordine nella Seconda guerra mondiale e continuava ad occupare un incarico importante.

I Vietnamiti avevano catturato un pesce grosso in quel bombardamento e com’è logico, pensando ai trattati di pace inevitabili che dovevano porre fine alla guerra ingiusta che gli avevano imposto [al popolo vietnamita, ndt], strinsero amicizia con lui, il quale fu molto felice di ottenere il massimo profitto possibile da quell’avventura.

Ciò, comunque, non mi è stato raccontato da nessun vietnamita, né io l’ho mai chiesto ad alcuno. L’ho letto e si confà completamente a determinati dettagli che conobbi più tardi.

Un giorno lessi anche che Mister McCain aveva scritto che, essendo prigioniero in Vietnam, sotto tortura, ascoltò delle voci in spagnolo che consigliavano ai torturatori cosa dovessero fare e come dovessero farlo. Erano voci di Cubani, secondo McCain. Cuba non ha mai mandato consiglieri in Vietnam. I soldati vietnamiti sanno bene come condurre la loro guerra.

Il Generale Giap fu uno dei capi più brillanti della nostra epoca; a Dien Bien Phu fu capace di collocare i cannoni in selve ripide e impenetrabili, qualcosa che i soldati yankee ed europei consideravano impossibile. Con questi cannoni sparavano da un punto così vicino che era impossibile neutralizzarli senza che le bombe nucleari non colpissero anche gli invasori. Gli altri passi considerati, tutti difficili e complessi, furono impiegati per imporre una vergognosa resa alle forze europee accerchiate.

Il furbo McCain trasse il massimo profitto possibile dalle disfatte militari degli invasori Yankee ed Europei. Nixon non poté convincere il suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger, che accettasse l’idea suggerita dal Presidente stesso quando nei momenti di relax gli diceva: perché non gli lanciamo una di queste bombe Henry? La vera bombetta giunse quando gli uomini del presidente tentarono di spiare gli avversari del partito oppositore. Questo sì che era intollerabile!

Ciò nonostante, l’aspetto più cinico del Signor McCain è stato il suo modo di agire in Medio Oriente. Il senatore McCain è l’alleato più stretto di Israele negli intrighi del Mossad, qualcosa che neppure i peggiori avversari sarebbero stati capaci d’immaginare. McCain partecipò insieme a questo servizio segreto alla creazione dello Stato Islamico che si è impossessato di una parte considerevole e vitale dell’Iraq, così come quanto si afferma, e di un terzo del territorio siriano. Tale Stato già annovera entrate multimilionarie, e minaccia l’Arabia Saudita ed altri Stati di questa complessa regione che offre la fetta più importante del combustibile mondiale.

Non sarebbe preferibile lottare per produrre alimenti e beni industriali, costruire ospedali e scuole per milioni di esseri umani che ne hanno disperatamente bisogno, promuovere l’arte e la cultura, lottare contro malattie di massa che conducono alla morte di oltre la metà dei malati, dei lavoratori del comparto sanitario od esperti di tecnologia che, secondo quanto s’intravede, potrebbero eliminare finalmente malattie come il cancro, l’ebola, il paludismo, il dengue, il chikungunya, i vari tipi di diabeti ed altre che colpiscono le funzioni vitali degli esseri umani?

Se oggi risulta possibile prolungare la vita, la salute ed il tempo utile delle persone, se è perfettamente possibile pianificare lo sviluppo della popolazione in virtù della moderna produttività, della cultura e dello sviluppo dei valori umani, cosa aspettano a farlo?

Trionferanno le idee giuste o trionferà il disastro.

Granma, 31 agosto 2014

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

 

Israel: un estado canalla, nazi y genocida

Por Renán Vega Cantor – Rebelion

“Los descendientes de las víctimas del Holocausto están transfiriendo al mundo, y de la peor manera, la desazón, la indolencia, que habilitó, en su momento, la existencia de Auschwitz. Esos daños a los valores humanos (que incluyen “cierta” tolerancia ante la matanza que se está cometiendo ante sus ojos y en su nombre), son, entre otras cosas, los que convierten a los crímenes del Estado de Israel en delitos de Lesa Humanidad”. Carlos Tobal, abogado y escritor argentino de origen judío.

Desde el 8 de julio –en pleno Mundial de Futbol- Israel dio comienzo a lo que en su lenguaje cínico denomina como la operación “Borde Protector”, un eufemismo empleado para designar a la actual fase del genocidio que adelanta desde hace 70 años contra el pueblo palestino. Como resultado de su acción planificada para asesinar a niños, mujeres, ancianos y jóvenes de la Franja de Gaza, el Estado de Israel ha realizado abominables crímenes, que replican lo efectuado por el nazismo durante la Segunda Guerra Mundial. Estos crímenes son la continuación de la limpieza étnica y territorial que viene realizado Israel desde 1947, con el apoyo y respaldo de los Estados Unidos, de Europa y de la complicidad de otros Estados en el mundo entero, como Colombia. Para entender las razones de la brutalidad de Israel contra los palestinos y contra la humanidad es necesario hacer un breve recuento de lo acontecido en las últimas siete décadas en el cercano oriente.

1.El origen

Durante la Segunda Guerra Mundial el régimen nazi persiguió a diversos pueblos, ente ellos los judíos, que habitaban tanto en Alemania como en otros países de Europa central y oriental. Al final de la Guerra en Europa surgió la idea de crear un Estado para la población judía que había sobrevivido al nazismo, siendo a la larga escogida la Palestina histórica, un territorio ocupado por árabes desde hacía por lo menos dos mil años, y al que estaban llegando judíos desde finales del siglo XIX, pero en especial durante la Segunda Guerra Mundial, huyendo del nazismo. Palestina había sido un protectorado inglés desde 1917, tras la desaparición del imperio otomano. Ese territorio incluía a los actuales Israel, la Franja de Gaza, Cisjordania, parte de los Altos del Golán y el Reino de Jordania. Su mayoría de habitantes eran de origen árabe, mientras que los judíos sólo representaban el 10 por ciento de la población. Durante estos años aumentó la migración ilegal de judíos a Palestina y sus grupos paramilitares organizaron ataques terroristas contra los árabes e incluso contra los ingleses, como sucedió en el atentado contra el Cuartel General de la Administración Británica en 1946, en el que murieron 92 personas. A raíz de este ataque, los británicos pusieron fin a su mandado y decidieron retirarse de Palestina en mayo de 1948.

En 1947, la Organización de Naciones Unidas (ONU) había decidido dividir a Palestina y crear dos Estados, uno árabe y otro judío, dejando a Jerusalén bajo control internacional. Aunque la población judía era una minoría, la ONU le concedió un territorio más grande (el 56%) que el adjudicado a los árabes-palestinos (el 44%). Desde ese instante, los dirigentes del naciente Estado de Israel declararon que ocuparían todo el territorio de Palestina y echarían de allí a los árabes. Por ejemplo, el criminal Menajen Beguin, líder del Irgún (un grupo terrorista judío que operaba en la región desde tiempo atrás) afirmó luego de conocer la Resolución de la ONU: “La Tierra de Israel será restaurada para la gente de Israel. Para todos. Y para siempre”. Por su parte, Chaim Weizmann, primer presidente del Estado de Israel señaló: “Nuestra intención es establecer una sociedad para que Palestina sea tan judía como Inglaterra es inglesa o América es americana”. Poco antes de la creación del Estado de Israel y de la salida de Gran Bretaña de la región, fuerzas judías iniciaron el asesinato y expulsión de los árabes y palestinos de sus territorios, con lo que comenzó la “limpieza étnica de Palestina”. Esa limpieza se llevó a cabo por parte de un ejército invasor (el de Israel) contra los lugareños desarmados, quienes fueron expulsados y masacrados, constituyendo el punto de partida de ese genocidio que se prolonga hasta el día de hoy.

Israel se apropió del 80% del territorio palestino y sus habitantes originarios fueron obligados a huir hacia países vecinos o hacia territorios de Gaza y Cisjordania, que fueron ocupados por Egipto y Jordania respectivamente. En el diario de Yosef Nahmani se relatan las masacres contra árabes indefensos por parte de milicias armadas del naciente Estado de Israel. Este dirigente judío se pregunta : “¿De dónde surgía tal desproporcionada crueldad, como los nazis? (…) No existe forma más humana de expulsar a los habitantes que ésta?”.

2.De la guerra de 1967 a la actualidad

El otro acontecimiento que reforzó el poder criminal de Israel en el medio oriente y acentuó los problemas del pueblo palestino se presentó en 1967 durante la Guerra de los Seis Días (5-10 de junio). Este enfrentamiento, que se originó por el ataque aleve de Israel a Egipto e involucró a Siria, Jordania e Irak, se saldó con el triunfo militar para Israel, que conquistó la Península de Sinaí, la Franja de Gaza, Cisjordania, Jerusalén Este y los Altos de Golán. A partir de ese año, Israel se convirtió en un ocupante de índole colonial, que somete al pueblo palestino de Gaza y Cisjordania a un dominio absoluto en todos los planos y transforma el territorio palestino en una cárcel a cielo cielo abierto, donde sus habitantes soportan todos los horrores del colonialismo: sus tierras agrícolas son apropiadas por los invasores, sus olivos milenarios son destruidos, sus aguas son controladas por los colonos judíos y su Estado, se masacra a mansalva a los palestinos, no se les impide circular libremente ni siquiera por sus territorios, se les bombardea permanentemente cada vez que se le ocurre a los gobernantes del Estado de Israelí y las casas de los palestinos son demolidas y en esos lugares se instalan nuevas oleadas de colonos judíos. Al respecto, entre 1967 y 2010 Israel demolió 27.000 casas de palestinos, lo que se justificó con la excusa de que sus habitantes eran terroristas o tenían nexos familiares con alguno de ellos.

El objetivo central de Israel estriba en apoderarse de la tierra de los palestinos con la perspectiva de expandirse sin control alguno para construir el “Gran Israel”. Por eso, busca expulsar y matar a los palestinos, que ya ni siquiera le interesan como fuerza de trabajo barata para ser explotada. En el Mapa puede verse la manera como Israel le ha ido robando la tierra a los palestinos en los últimos 65 años, justificando ese despojo con argumentos racistas, puesto que considera a los palestinos como “cucarachas”, “perros” o “bestias” que deben exterminarse.

Cisjordania se ha ido poblando con asentamientos ilegales que han reducido a Palestina a batustanes (similares a los del sistema de Apartheid en Sudáfrica), absolutamente incomunicados que son atravesados por carreteras para judíos, y soportan una brutal ocupación militar. Mientras tanto, la Franja de Gaza es, de hecho, la cárcel a cielo abierto más grande del mundo, donde en una reducida lengua de tierra de 350 kilómetros cuadrados malviven 1.800.000 palestinos, en la región más densamente poblada del planeta, que no pueden salir de su territorio, cuyos hospitales, escuelas, universidades, mezquitas, campos de futbol son bombardeados cada vez que se le ocurre a los gobernantes sionistas de Israel. A la Franja no puede entrar ni salir un solo producto sin la autorización de Israel, que está construyendo un infame muro para segregar aún más a los palestinos. Esto hace de Gaza un Gueto, como el de Varsovia, durante la Segunda Guerra Mundial. La diferencia radica en que mientras el segundo duro pocos años, el de Gaza va a cumplir dentro de poco medio siglo de existencia.

3. La rebelion palestina y el genocidio actual

Durante 70 años los palestinos se han rebelado contra el poder de Israel, que es sostenido en forma directa por los Estados Unidos, que le concede anualmente 3.000 millones de dólares en ayuda militar, once millones por día. Estados Unidos además es coparticipe en los crímenes de Israel, en la medida en que le vende y le regala armas y fomenta y tolera la impunidad. Este respaldo ha envalentonado siempre a los asesinos de Israel, quienes masacran a la población palestina, recurriendo a diversos pretextos, entre ellos la supuesta “legítima defensa”, cuando ellos son los agresores y ocupantes de los territorios palestinos.

Pese al poder descomunal de que hace gala el Estado de Israel y que le permite masacrar sin contemplaciones a niños y mujeres de Palestina, la población de los territorios ocupados siempre se ha rebelado contra los invasores colonialistas. En esa lucha se destacan la formación de la Organización de Liberación de Palestina (OLP) en la década de 1960 que preparó grupos armados de resistencia; la realización de dos intifadas (levantamientos populares) en las décadas de 1980 y comienzos del 2000; y, más recientemente las acciones defensivas que efectúa Hamas contra los ocupantes, principalmente en la Franja de Gaza, y que se basan en la utilización de cohetes artesanales de poco poder que se disparan hacia Israel, algo que es más producto de la desesperación y la impotencia del colonizado, sin que cause mayores daños a los ocupantes sionistas.

Para Israel este tipo de resistencia se convierte en la excusa para justificar sus crímenes y materializar su pretensión de acabar con los palestinos o expulsarlos fuera de sus tierras ancestrales. Por esta razón, lo que se sucede en la Franja de Gaza no es una guerra, o un enfrentamiento militar, sino sencillamente una masacre por parte de Israel, que utiliza su aviación, Armada y ejercito de tierra para matar en forma indiscriminada, así como para arrasar lo que encuentre a su paso, sean hospitales, escuelas, universidades, mezquitas, acueductos, centrales eléctricas… Porque a esa descomunal máquina de matar no se enfrenta un ejército convencional, ni a barcos, ni a aviones, y ni siquiera una defensa antiaérea, sino solamente algunos guerrilleros que intentan frenar la vil masacre. El objetivo es exterminar a los palestinos, algo que es admitido por los gobernantes de Israel y sus ideólogos internos y externos. Por ejemplo, un excomandante de Israel sostiene que se trata de “grabar a fuego en la conciencia de los palestinos el temible poder del ejército de Israel”, mientras que un gobernador de ese mismo país sostenía: “Como los perros de Pavlov… [los palestinos] deberán entender que por cada cohete recibirán de nosotros una bomba de una tonelada”.

Por supuesto, no falta el cinismo de los voceros del Estado de Israel, como el de su Embajador en Estados Unidos, quien ha manifestado que el ejército de ese país debería recibir el Premio Nobel de la Paz por “luchar con contención inimaginable”. Algo similar dice su Embajador en Colombia, quien asegura que “en Gaza no hay una crisis humanitaria”. Para estos apologistas del crimen, los cientos de niños destrozados, las decenas de mujeres asesinadas, los miles de hombres triturados, los bombardeos con armas prohibidas (como fosforo blanco), la destrucción de escuelas con estudiantes y profesores dentro de sus instalaciones, el arrasamiento de la infraestructura básica de la población… todo eso son acciones humanitarias y filantrópicas de Israel. Lo mismo decía Hitler con respecto al Gueto de Varsovia o al campo de exterminio de Auschwitz, cuando masacraba a los judíos. No por casualidad, el filósofo italiano Gianni Vattimo ha dicho que “ Israel es un Estado canalla; Israel es un estado nazi y fascista, peor que Hitler”.

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