Venezuela: dalla fuga dei cervelli all’asilo politico

venezueladi Alfredo A. Torrealba – http://www.aporrea.org

Qui di seguito si presenta un breve riassunto composto di dieci idee generali concernenti l’evoluzione del significato di “Fuga dei Cervelli” in Venezuela. Il documento è stato sviluppato in questo modo, poiché negli ultimi anni “l’informazione tascabile”, ovvero succinta, è diventata più popolare “di quella approfondita”.

  1. Originariamente il termine “Fuga dei Cervelli” sorse in Messico agli inizi del XX secolo. In quell’occasione si faceva riferimento al fatto che la manodopera qualificata delle istituzioni dell’America Latina lasciava il posto di lavoro per farsi assumere nelle ditte private. Alcuni politici e pensatori messicani si resero conto di questa tendenza, interpretandola come un allontanamento dettato da fattori quali i bassi salari o dai benefici se confrontati con quelli che offriva il settore privato. Quest’ultimo, infatti, perseguiva degli obiettivi di produzione e profitto ben precisi per sentire l’esigenza di annoverare tra le sue fila a figure di professionisti che svolgessero le diverse mansioni negli ambiti industriale, commerciale tecnologico e amministrativo.
  2. Il termine “Fuga dei Cervelli” giunse in Venezuela (fino a dove si è potuto appurare) agli inizi del decennio degli anni ’20 dello scorso secolo quando un gruppo di politici e pensatori fece notare la loro inquietudine sui giornali e i libri dell’epoca, riguardante la scarsità di manodopera giovane e qualificata nella regione centrale del paese. La maggior parte di questi giovani emigrava a Caracas, la capitale del paese, alla ricerca di migliori opportunità come conseguenza dei negoziati che si erano aperti con l’avvento del “boom” petrolifero. Inoltre in quegli anni e allo stesso modo che in Messico, la “Fuga dei Cervelli” colpiva ampi settori dell’amministrazione pubblica, ma con la differenza che questa non convergeva necessariamente solo verso il settore privato, ma vedeva coinvolto anche l’esercito venezuelano.
  3. Dal 1967 la “Fuga dei Cervelli” fu riscoperta dalla comunità accademica nordamericana come un vero e proprio problema, definendola “Brain drain”. Da allora questo tema è diventato d’attualità negli scenari politici e nei mezzi di comunicazione di tutta l’America Latina, poiché viene descritto come un processo d’emigrazione che coinvolge professionisti e scienziati con titolo universitario che si sposta verso altri paesi, principalmente spinti dalla mancanza di opportunità di sviluppo nei settori della ricerca, per motivi economici o per conflitti politici nel loro paese di origine e che, in genere, si caratterizza come senza ritorno. Nonostante questo processo è maggiormente presente nei paesi in via di sviluppo, in molti casi si manifesta nei paesi industrialmente sviluppati, dovuto a fattori come differenze salariali o impositive.
  4. Dal 1971 la “Fuga dei Cervelli” in Venezuela si associa con l’idea che sempre con maggiore frequenza gli studenti venezuelani e i professionisti neolaureati se ne vanno altrove per cercare un futuro migliore. Questa tendenza si è mantenuta fino agli inizi degli anni ottanta quando la parità di cambio tra bolívar e dollaro rese possibile a un’ampia fascia di venezuelani di spostarsi principalmente verso l’America del Nord e l’Europa. Tuttavia anche se molti venezuelani decisero di andare a un altro paese con i propri mezzi, in questo periodo la principale rampa di lancio erano le istituzioni del governo venezuelano. L’espansione delle ambasciate e dei consolati, lo sviluppo di PDVSA e di alcune banche nazionali rese possibile a molte famiglie venezuelane di stabilirsi all’estero con un certo successo, fino a che nel 1983 sopraggiunse la svalutazione del bolívar, segnando la fine dell’era del “Venezuela Saudita”.
  5. Dal 1987 la “Fuga dei Cervelli” diventa una questione di classe. L’elevato costo dei biglietti di viaggio, il soggiorno all’estero, così come le nuove imposizioni politiche contro gli emigranti adottate dai governi dell’Europa e dell’America settentrionale, rese difficile alla classe media alta e bassa venezuelana di raggiungere l’obiettivo di uscire o rimanere all’estero. Perciò le famiglie con grandi risorse economiche erano le uniche che potevano finanziare i propri familiari all’estero. Contemporaneamente in quest’epoca in tutta l’America Latina fa presa il paradigma che studiare e vivere all’estero era sinonimo di successo, progresso e qualità della vita.
  6. Dal 1990 fino al 2010 il numero di venezuelani deportati in tutto il mondo è in progressivo aumento. Impossibilitati di provvedere al proprio sostentamento all’estero, sono respinti per diversi motivi: droga, prostituzione (maschile e femminile), furti, evasione fiscale, truffe, irregolarità, così come per aver incappato nel commercio di matrimoni combinati in Europa e in America del Nord, ecc.
  7. Dal 1993 e fino al 2010 un cospicuo numero di venezuelani residenti all’estero per sopravvivere inizia a lavorare nel settore dei servizi, svolgendo lavori a bassa remunerazione. Parrucchieri, spazzini, benzinai, cassieri, venditori, ecc., sono le attività più comuni dei nostri “talenti” per evitare le deportazioni.
  8. Tra il 1998 e il 2001 quasi il 91% dei venezuelani emigrati nel decennio degli anni settanta, ottanta e novanta era tornati in Venezuela perché deportati, per altre ragioni o emigrati in un altro paese. In questo stesso periodo lo Stato venezuelano smette di essere il principale trampolino dei venezuelani. Organizzazioni internazionali, ditte private e università a livello mondiale iniziano a pubblicare su Internet le loro offerte, offrendo o domandando servizi e lavori ai latinoamericani. Condizione che non è stata sprecata da alcuni soggetti delle classi alte, medie o medio basse del Venezuela. In questa maniera, a partire del 2001, sempre più venezuelani cominciano a interessarsi a cercare fortuna all’estero con l’appoggio dei servizi offerti da Internet.
  9. Parallelamente, nel 2003, si avvia una forte emigrazione di venezuelani all’estero per ragioni politiche e con lo sviluppo del mercato dell’asilo e del rifugio politico a livello internazionale. Da quella data alcune “Organizzazioni Non Governative” (ONG) in America Latina, iniziano a offrire i loro servizi per consentire agli emigranti di poter viaggiare agli Stati Uniti o in Europa, in qualità di rifugiati o richiedenti asilo. Ad esempio, gruppi politici avversi al governo venezuelano si avvalsero del Colpo di Stato del 2002 figurando come perseguitati politici al cospetto di alcuni paesi europei e dell’America del Nord. Questi paesi concessero l’asilo politico o lo status di rifugiato a centinaia di venezuelani i quali, a loro volta, percepivano aiuti statali o governativi che oscillavano tra gli 800 e i 5.000 dollari mensili, senza obbligo di lavoro o dichiarazione dei redditi. Con questo meccanismo ne hanno beneficiati anche i loro familiari più stretti. Dato che questo sostentamento si percepiva con la qualifica del “richiedente asilo o rifugiato politico” e grazie alle facilità amministrative del paese che concedeva questi diritti, numerosi venezuelani in alcuni di questi paesi diedero vita a delle ONG con l’obiettivo di aiutare a emigrare ad altri venezuelani come se fossero dei perseguitati politici. Per raggiungere questo scopo, le ONG offrivano svariati servizi: la pubblicazione retribuita di false notizie nella stampa nazionale, dossier politici, false denunce non dichiarate, avvocati, ecc. In questo modo i beneficiati che non avevano mai avuto un percorso politico riuscivano a emigrare e ottenere lo status di richiedente asilo o di rifugiato politico. Questa condizione giuridica gli consentiva se non altro di avere diritto di vivere per otto mesi in uno di questi paesi, percependo un salario minimo e, poi, di ottenere un lavoro, oppure sussistere con quanto offerto da alcune ONG caritative.
  10. Tra il 2010 e il 2013 i dati del CNE annunciavano che circa 45 mila venezuelani erano legalmente registrati nei consolati del Venezuela a livello mondiale. Ciò consentiva loro non solo di esercitare il diritto al voto, ma potevano anche dar prova di essere “legali” in quel paese. Parallelamente, per difetto, gli altri 750 mila venezuelani che vivevano all’estero (la cifra dei venezuelani all’estero non ha mai superato i 900 mila) si trovavano in qualità di turisti o in condizioni d’illegalità nel paese ospitante. Altri si segnalavano come richiedente asilo o rifugiato, con residenza temporanea, sposati, o con un rapporto apolitico nei confronti del governo venezuelano in vista di ottenere una nuova cittadinanza. In questo stesso periodo si calcola che 121 milioni di dollari sono entrati in Venezuela a titolo di rimessa familiare, il che significa che pressappoco 45 mila venezuelani inviavano denaro alle loro famiglie in Venezuela. Una cifra molto di sotto i 21 miliardi di dollari che ogni anno riceve il Messico per le stesse ragioni. Infine nel 2012 l’incremento delle deportazioni di giovani e donne venezuelane per prostituzione raggiunse cifre record in Europa, America Centrale e Sudamerica. In modo particolare in Spagna, dove la prostituzione online dei nostri “talenti” viene denominata “scorts”.

Per finire, la “Fuga dei Cervelli” in Venezuela è una realtà che non dovrebbe destare tanto allarme, giacché giudicando gli indici di deportazioni, inevitabilmente, la stragrande maggioranza dei venezuelani dovrà tornare a casa controvoglia.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Buen Abad: América Latina y Europa unidos contra la canalla mediática

Fernando Buen Abad Domínguez

por aporrea.org – AVN

Movimientos sociales de América Latina y Europa suman esfuerzos para derrotar la canalla mediática

20 Jun. 2015.- Los intelectuales y movimientos sociales de América Latina y Europa asumieron la tarea de organizarse para crear un frente común que permita vencer la guerra mediática internacional en contra de los pueblos de naciones progresistas.

“Para nosotros es vital que las fuerzas democráticas progresistas y revolucionarias asuman un papel de organización comunicacional para establecer un plan de unidad de medios que permita constituir cada una de nuestras luchas en un clamor mundial”, indicó el investigador mexicano Fernando Buen Abad.

Asimismo, planteó la necesidad de articular esfuerzos para enfrentar y contrarrestar las acciones de la canalla mediática internacional. “Es hora de que nuestros pueblos estén a la vanguardia y sumen esfuerzos comunes, porque si no somos capaces de organizarnos para dar una respuesta mediática potente no podremos derrotar a las grandes corporaciones mediáticas”, expresó a la Agencia Venezolana de Noticias (AVN).

Buen Abad sostuvo que las organizaciones sociales de América Latina y Europa deben establecer una agenda y definir los temas que se abordarán de manera unitaria.

“Hay luchas urgentes que son comunes a los ciudadanos de estos países que sufren los embates del capitalismo. Entre estos temas resaltan: la defensa de la soberanía y democracia de los pueblos, la defensa de los recursos naturales, y el objetivo de poder blindar con paz todas las regiones del planeta. Todos los esfuerzos comunicacionales deben tener estos tópicos como agenda base”, explicó.

El doctor en Filosofía y experto comunicacional aseguró que actualmente se está levantando la voz de luchadores europeos que tienen como referencia “los procesos revolucionarios y la gran batalla de las ideas que lideran, los gobiernos de Venezuela, Ecuador, Cuba y Bolivia”, para garantizar la mayor suma de felicidad posible para sus pueblos.

“Ahora mismo vemos a los núcleos de luchadores de países como Dinamarca, Suecia, Italia, España, Portugal y Grecia, tomando en sus manos la bandera de procesos de justicia y reivindicación como el socialismo bolivariano; y es necesario aprovechar ese gran caudal político y convertirlo en una fuerza organizativa que desde Europa nos permita difundir la verdad sobre la mentira de los imperios mediáticos”, dijo.

Cumbre de los pueblos para la comunicación

El intelectual señaló que durante la Cumbre “Una Alternativa al Neoliberalismo en América Latina y Europa”, que tuvo lugar la semana pasada en Bruselas, Bélgica, a la par de la segunda Cumbre de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (Celac) y la Unión Europea (UE), los pueblos de ambos continentes denunciaron la campaña desestabilizadora y difamadora que ejecutan “los grandes monopolios mediáticos europeos asociados con los de Estados Unidos y América Latina”.

“Para profundizar la ofensiva que nos permita enfrentar y vencer a la gran maquinaria de guerra ideológica, recogimos en el foro internacional de Bruselas, la necesidad de realizar una gran cumbre de los pueblos en materia de comunicación, para generar el mandato que necesitamos tanto los movimientos sociales, como las autoridades”, expuso.

Precisó que esta propuesta será elevada a los organismos internacionales de integración como la Unión de Naciones Suramericanas (Unasur) y la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (Celac), para que se desarrolle con el apoyo de los movimientos sociales de cada país.

“Debemos actuar ya, y no esperar a que ante el desespero ocasionado por la crisis del capitalismo, los poderes burgueses intensifiquen su guerra contra todo lo que represente libertad de expresión, independencia, respeto a los derechos humanos y socialismo”, advirtió.

Campaña en contra de Venezuela

Durante su intervención en la segunda Cumbre de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (Celac) y la Unión Europea (UE), el vicepresidente Ejecutivo de Venezuela, Jorge Arreaza, denunció que uno de los más importantes desafíos a los que el Gobierno y el pueblo de Venezuela se deben enfrentar es a la dictadura persistente de los medios de comunicación.

“No pueden ser los medios constructores de falsas realidades, de instrumentos arbitrarios y oscurantistas de desprestigios ocultadores de la verdad, adormecedores de pueblos y defensores de guerra, de sistemas de dominación”, en vez de cumplir “con su rol de mediadores de la realidad y la verdad de los pueblos”, cuestionó.

Arreaza indicó en aquel momento que esta campaña ha sido asumida también por corporaciones mediáticas en Europa, las cuales han dedicado portadas, titulares principales, editoriales y reportajes a mentir con sañas contra el Gobierno de Venezuela y contra su pueblo.

“Quizás (esa campaña) se deba a algunos temores internos de las clases dominante que nada tiene que ver con Venezuela, ni con su realidad o quizás sea una estrategia de distracción para que sus pueblos no se concentren en sus problemas y en sus procesos”, consideró.

Asimismo, los representantes de los movimientos sociales y los intelectuales que se dieron cita en Bruselas, rechazaron la tergiversación y manipulación de los poderes mediáticos sobre los procesos de cambio que se desarrollan en América Latina, y en especial en contra de Venezuela.

“Nos comprometimos a que los planteamientos de este encuentro no se queden aquí, por eso vamos a establecer una plataforma común de información que nos permita enfrentar y vencer la canalla mediática que es bestial, tanto dentro de Venezuela como en el exterior”, indicó a AVN la vocera de la Red Sueca de Solidaridad con Venezuela Revolucionaria, Ruth Cartaya.

Criticó el bombardeo malintencionado que forma parte de la agenda comunicacional de la derecha e incluso, señaló, que en una nación como Suecia, que queda a tantos kilómetros de distancia de Venezuela, se puede evidenciar en los medios de comunicación “un corta y pega de las falsedades que dicen los medios y agencias de noticias españolas e internacionales, con la finalidad de empañar los logros del proceso socialista que impulsó el comandante Chávez y prosigue el presidente Nicolás Maduro”.

A su vez, el vocero del Consejo Portugués por la Paz y la Revolución, Phillipe Ferrera, lamentó que en Europa no haya lugar para las noticias que reflejan la realidad política y social de Venezuela.

“Mientras que en Portugal el capitalismo ha generado desempleo, miseria y desahucio, en Venezuela existe un gobierno socialista que protege al pueblo, que ha generado puestos de empleo y ha construido cientos de miles de viviendas. Eso no le conviene a la agenda de corporaciones mediáticas al servicio del imperio. Por eso es importante que la voz de los medios alternativos se fortalezca y gane espacios”, manifestó.

Verona 29mag2015: Ayotzinapa Vive!

da Rete degli Studenti Medi Verona

Ayotzinapa, un crimine di stato.
8 mesi fa ad Iguala, Guerrero, Messico 43 studenti sono scomparsi.

Dove sono? Qual’è stata la loro colpa? Chi ha ordinato alla polizia di attaccarli? Qual’è stato il ruolo del governo in tutto questo? Una panoramica della disperata situazione messicana attraverso le voci di chi è rimasto e continua a lottare terrorizzato da una violenza che va oltre l’umano.

la Rete degli Studenti Medi organizza una videoconferenza solidale con i genitori ed i compagni degli studenti scomparsi di Ayozinapa.

Chiunque a Verona potrà finalmente entrare in diretto contatto con chi ha visto la propria vita cambiare in maniera radicale a seguito di quel fatale 26 Settembre.

Il dialogo con i genitori e gli studenti di Ayotzinapa sarà aperto e libero e verrà preceduto da una breve introduzione ai fatti di Iguala.

Ayotzinapa ha bisogno di solidarietà da parte di tutti! Vivi li hanno presi e vivi li rivogliamo!

Roma-Ayotzinapa: la solidarietà degli studenti supera gli oceani

di Davide Angelilli (Caracas Chiama) 

CubaInformazione. – Dal 17 aprile, sta girando per tutta Europa una carovana composta da familiari, amici e compagni dei 43 studenti “normalistas” sequestrati dalla polizia messicana e tuttora “desaparecidos” in seguito alla cruenta repressione di una manifestazione popolare avvenuta circa Sette mesi fa nello Stato di Guerrero in Messico. Mercoledì scorso la caravana è giunta a Roma, dove si è realizzato un importante incontro con i collettivi studenteschi della capitale italiana. Gli studenti sono i protagonisti nelle Scuole “Normales” rurali, sorte negli anni Trenta per fare dell’educazione un “fortino” dell’emancipazione delle classi più povere del Messico.

La scuola di Ayotzinapa, dove studiavano i 43 giovani tuttora scomparsi, prende il nome di Raúl Isidro Burgos: il giovane professore che fondò questa scuola, stimolato dalla solidarietà verso gli sfruttati delle comunità contadine. Il messaggio che la carovana ha trasmesso a Roma è chiaro. Si tratta proprio della solidarietà e della complicità a favore delle classi più povere quello che non tollera lo Stato messicano, nonché il sistema di potere che governa il paese. Una solidarietà, quella delle Scuole “Normales”, che, di fatto, si materializza in educazione pubblica aperta a tutti, diretta alle comunità rurali e indigene. Un’educazione del tutto in antitesi con quella promossa dal governo di Enrique Peña Nieto che privatizza tutto ciò che è possibile, colpendo duramente ogni giorno sempre di più i diritti sociali del popolo.

Dinnanzi alla più completa impunità nei confronti della polizia, tutti coloro che sono solidali con gli studenti si stanno riversando nelle strade per urlare la loro indignazione nei confronti della corruzione dilagante all’interno delle più alte sfere governative completamente colluse con le élites criminali che padroneggiano in Messico. Un grido di rabbia e di rivolta che accomuna non pochi settori popolari del paese: dai movimento zapatista fino ai sindacati. Una lotta trasformatrice, che la carovana ha trasmesso fino a sotto l’Ambasciata di quel paese nordamericano in Italia, trovando la solidarietà attiva da parte dei movimenti sociali di Roma. Dopo l’azione di protesta sotto l’Ambasciata, ha avuto luogo un dibattito pubblico presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Con la partecipazione di comitati di migranti, organizzazioni della sinistra italiana e collettivi studenteschi.

Tra questi, i giovani della “Sapienza Clandestina”, che nei giorni anteriori avevano realizzato azioni in seno all’Università per sensibilizzare e informare sul caso dei “Normalistas”. Così come in Messico, anche in Italia le organizzazioni studentesche si stanno mobilitando con forza contro la privatizzazione dell’educazione e in difesa del diritto allo studio. Da oltre due anni l’organizzazione “Sapienza Clandestina” ha occupato uno spazio dentro l’università – una delle più grandi d’Europa – trasformandolo in un centro sociale.

Il movimento ha due obiettivi principali: (1) che gli studenti diventino i veri protagonisti all’interno dell’Università; (2) che si pongano le basi per l’organizzazione di una Resistenza contro la distruzione sistematica dell’università pubblica. Come già è accaduto in passato, il movimento studentesco non è isolato. In questa lotta gli studenti sono accompagnati da parecchi movimenti sociali e politici della Capitale, ivi compreso il Coordinamento per il Diritto alla Casa. Sicché, all’interno di questa lotta, le iniziative internazionaliste hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni di solidarietà contro lo stesso nemico: il modello capitalista e neoliberale a livello mondiale.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

Roma-Ayotzinapa: solidaridad de los estudiantes cruza océanos

por Davide Angelilli (Caracas ChiAma)

Cubainformación.- Desde el 17 de abril, está recorriendo Europa una caravana de familiares, amigas/os, compañeras/os de los 43 estudiantes normalistas “desaparecidos” por la policía mexicana hace siete meses, tras la represión de una manifestación popular. El pasado miércoles la caravana llegó a Roma, donde se realizó un importante encuentro con los colectivos de estudiantes de la capital italiana.

Los estudiantes son los protagonistas en las Escuelas Normales rurales, surgidas en los años ’30 para hacer de la educación una herramienta de emancipación para las clases más pobres de México. La escuela de Ayotzinapa, donde estudian los 43 jóvenes todavía desaparecidos, lleva el nombre de Raúl Isidro Burgos: el joven profesor que fundó estas escuelas, impulsado por la solidaridad hacia las/os explotadas/os de las comunidades campesinas.

El mensaje que la Caravana ha difundido en Roma ha sido claro. Es precisamente la solidaridad y la complicidadcon las clases pobres lo que no acepta el Estado mexicano y el sistema de poder que gobierna el país. Una solidaridad, aquella de las Escuelas Normales, que se concretiza en educación pública e inclusiva, dirigida a las comunidades rurales e indígenas. Una educación totalmente opuesta a la promovida por el gobierno de Enrique Peña Nieto que privatiza todo lo que puede, golpeando cada día más los derechos sociales del pueblo.

Frente a la total impunidad de la policía, todas las personas solidarias con los estudiantes se están movilizando en las calles mexicanas, gritando su indignación por la corrupción del gobierno y las elites criminales .Un grito de rabia y rebeldía compartido con muchos sectores populares del país: desde los zapatistas hasta los sindicatos. Una lucha transformadora, que la caravana llevó hasta la embajada del país centroamericano en Italia,apoyada por los movimientos sociales de Roma.

Después de la acción deprotesta a la embajada, tuvo lugar un debate público en la Universidad “La Sapienza” de Roma. Con la participación de comités de migrantes, organizaciones de la izquierda italiana, y colectivos estudiantiles. Entre ellos, las/os jóvenes de “Sapienza Clandestina”, que en los días anteriores habían realizado acciones en La Universidad para sensibilizar e informar sobre el caso de los normalistas.

Así como en México, también en Italia las organizaciones estudiantiles se están movilizando con fuerza contra la privatización de la educación y por el derecho al estudio. Hace casi dos años, la organización Sapienza Clandestina ocupó un espacio dentro de “La Sapienza” –una de las universidades más grandes de Europa- convirtiéndolo en un centro social. El movimiento tiene como objetivo que los protagonistas de la Universidad sean las/os estudiantes, así como resistir a la destrucción de la universidad pública. Al igual que en el pasado de la lucha estudiantil en Italia, el movimiento de estudiantes no está aislado. Son parte del mismo proyecto trasformador la coordinadora por el derecho a la vivienda,y otros movimientos sociales y políticos.

Dentro de este contexto de lucha, las iniciativas internacionalistas han visibilizado la necesidad de construir relaciones de solidaridad contra un mismo enemigo: el mundializado modelo capitalista y neoliberal.

Una solidaridad que no dejará solos los normalistas. Si el Estado mexicano quería enterrar los 43 normalistas, se ha equivocado totalmente. Porque eran semillas y “Ayotzinapa despertará el mundo”.

Julio Antonio Mella e i semi della rivoluzione cubana

di Alessandro Pagani

«Siamo utili anche da morti», lottò contro la dittatura di Machado a Cuba e il fascismo di Mussolini. 

«Hasta después de muertos somos útiles» ebbe a scrivere Julio Antonio Mella. Oggi ad oltre 85 anni dall’assassinio avvenuto in Messico, del ventiseienne combattente rivoluzionario cubano da parte di un commando paramilitare al soldo del fascismo mussoliniano, la sua morte è ancora sentita nel mondo antimperialista e antifascista che lotta per la costruzione di un mondo basato sulla pace con giustizia sociale.

J. A. Mella nacque il 25 marzo 1903 a La Habana. Suo padre proveniva da Santo Domingo e sua madre, Alicia Mac Partland, era irlandese. Inizialmente frequentò un collegio religioso, dal quale venne espulso per la sua attività rivoluzionaria e ribelle; successivamente si trasferì all’Accademia “Newton” dove ebbe come maestro e amico il rivoluzionario messicano Salvador Diaz Miròn, che a sua volta era stato amico e allievo di José Martì.

Nel 1921, Mella si iscrisse all’Università “Alma Mater” de La Habana e in quei primi anni come universitario, non pochi furono gli avvenimenti che accesero il suo fervore rivoluzionario. Tra questi – senz’altro – la Rivoluzione Bolscevica e quella di Francisco “Pancho” Villa e Emiliano Zapata in Messico, con la Costituzione di Queretero, che ebbero una grande influenza nella sua formazione politica e su tutto il proletariato cubano rafforzando, nel 1921, il già esistente movimento di protesta contro l’imperialismo, la tirannia e la corruzione, che si alzava tra gli operai, i contadini e gli studenti a Cuba (e in tutto il mondo).

Questi due eventi, sommati alla rabbia di un popolo – quello cubano – che vedeva trasformata la propria patria in una colonia dove dominavano disoccupazione, miseria, prostituzione, mortalità elevatissima dell’infanzia, il capitale straniero e il latifondo, crearono le condizioni per una lotta di emancipazione all’interno della società cubana. Mella fu uno dei principali ispiratori di questa battaglia.

Quando si presentò all’Università il ministro dell’Istruzione, Eduardo Gonzalez Manet, per inaugurare l’anno accademico (1922-23), Julio Antonio Mella era alla guida di una manifestazione di protesta con gli studenti, che seguivano con trepidazione la lotta in corso in Argentina e in Perù per la riforma universitaria. Essi avvertivano, che le lotte studentesche in corso in tutta l’America Latina non erano disgiunte da quanto stava accadendo a Cuba, giacché facevano parte di una questione assai più complessa di una semplice riforma studentesca: in gioco era la questione della lotta per la liberazione dei popoli oppressi dal giogo imperialista.

Ciò detto, la gioventù cubana comprendeva che non poteva rimanere indietro e che all’università de La Habana si dovevano rinnovare i piani e i metodi di studio, cacciare i professori inetti, reazionari, corrotti, servi del clero e dell’imperialismo. Nel novembre del 1923 su proposta di Mella si realizzerà il Primo Congresso Nazionale degli studenti, dove lui verrà eletto presidente, sconfiggendo l’ala reazionaria e filogovernativa. Il Congresso non solo discuterà il contenuto della riforma universitaria, ma saluterà con gioia i popoli lavoratori e la classe operaia dell’Unione Sovietica, condannerà l’imperialismo, si opporrà ad ogni interferenza clericale nella scuola e accoglierà la proposta di creare l’Università Popolare “José Martì”, della quale Mella diverrà uno dei suoi migliori insegnanti. Questa grande esperienza universitaria aperta ai lavoratori sarà ostacolata, sabotata, per poi venire espulsa dal recinto universitario e infine soppressa dal governo.

L’acutezza politica di Mella indicherà invero la necessità che gli studenti marcino al fianco della classe operaia, senza la quale non ci potrà essere rivoluzione universitaria. La sua convinzione è tale che inizia a frequentare assiduamente il movimento operaio, collaborando con essi. Una delle prime azioni degli operai e studenti uniti è quella contro il regime fascista di Benito Mussolini, che aveva inviato nell’isola caraibica la nave da guerra “Italia” come strumento di propaganda fascista (settembre 1924). Per quattro giorni, la protesta si svolge davanti all’ambasciata italiana de La Habana scontrandosi con la cruenta reazione della polizia fascista di Gerardo Machado.

Il 16 agosto del 1925, assieme a Carlos Balino, amico di José Martì, Mella fonda il Partito Comunista Cubano e la “Liga Antimperialista”, impostando la lotta per l’abolizione dell’Emendamento Platt, che aveva trasformato Cuba in un protettorato statunitense.

Sarà solo nel 1933 che il movimento rivoluzionario cubano – che riuscì ad abbattere la dittatura fascista di Machado (il “Mussolini tropicale”, come ebbe a definirlo lo stesso Mella) – riesce a sopprimere siffatto emendamento. “Delenda est Wall Street, por la Justicia Social en América!”, erano le parole d’ordine del movimento politico guidato dal giovane rivoluzionario cubano.

Il 27 novembre 1925, Mella viene arrestato mentre si stava recando a un’assemblea operaia. L’accusa è per “atti terroristici”. Rinchiuso in carcere, cercano di deportarlo in un altro edificio. Mella comprende che l’intenzione è quella di assassinarlo, applicando contro di lui la “ley de fuga”, e, pertanto, comincia a urlare, a strepitare, per attirare l’attenzione degli altri prigionieri politici che popolavano l’arcipelago delle carceri fasciste vigenti allora a Cuba.

Successivamente, tenteranno di ucciderlo in carcere, ma non ci riusciranno. Nasce un Comitato di protesta per la sua scarcerazione. Il tiranno risponderà con spavalderia: “Mella rimarrà in galera finché lo vorrò io”, il giovane combattente cubano, inizierà uno sciopero della fame, dal 5 al 23 dicembre. Dopo 11 giorni ha un collasso. Fuori dal carcere la protesta diventa massiccia: nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze, si chiede giustizia e libertà per il fondatore del Partito Comunista Cubano; inutili le repressioni della polizia politica verso le avanguardie operaie e studentesche, la rabbia popolare è incontrollabile.

Il suo avvocato è il poeta Ruben Martinez Villena, che si recherà da Machado a chiedere il rilascio del prigioniero politico. Riferendosi al dittatore cubano, egli dirà che era: «un asno con garras» (un asino con gli artigli). Finalmente Mella viene scarcerato, ma dovrà andarsene dall’isola (gennaio 1926).

Negli anni che seguirono Mella si dimostrerà un grande quadro politico. In Messico lotterà al fianco del popolo messicano e fonderà l’Associazione degli Emigrati Rivoluzionari Cubani, là dove pubblicherà il loro organo ufficiale: “Cuba Libre”.
Prima del suo assassinio per mano di sicari al soldo di Machado e Mussolini e con l’egida dell’imperialismo yankee, Mella avrà modo di distinguersi ancora per le varie denuncie pubbliche contro i crimini del fascismo mussoliniano.
Mella, visse anche una grande e importante relazione d’amore con l’artista, fotografa e combattente antifascista italiana Tina Modotti. Era assieme a lei in quella fatidica sera del 10 gennaio 1929, quando venne assassinato dall’agente Magrinat, assieme ad altri due sicari mandati da Machado in combutta con la OVRA (il servizio di spionaggio di Mussolini).

Per ricordare siffatti momenti, è necessario prendere spunto dalle parole di Vittorio Vidali in un suo articolo per il “Calendario del Popolo” (Nn. 333-334, luglio-agosto 1972) in cui scrive: “La sera del 10 gennaio 1929 eravamo riuniti nella sede del Soccorso Rosso. Mella, incaricato della sezione legale, presenta lo statuto del futuro segretariato del Soccorso Rosso Internazionale per i Caraibi. Lo statuto viene approvato; usciamo e ci salutiamo. Mella, accompagnato da Tina Modotti, si dirige verso casa, ma prima di arrivarci viene colpito da due revolverate. Arriva ancora a dire: “Machado me he mandado a matar. Magrinat tiene que ver con esto. Muero por la Revoluciòn”.

Le ceneri furono portate a Cuba, ma il governo di allora cercò di vietare ogni tipo di tributo a quel giovane rivoluzionario che dedicò tutta la sua vita, la sua “meglio gioventù”, la sua intelligenza, il suo impegno alla causa in difesa dei poveri, degli sfruttati e degli umiliati. Oggi il suo esempio, come quello di altri rivoluzionari morti perché lottavano per un mondo socialista – come furono i casi del Comandante Ernesto Che Guevara e di Antonio Gramsci – e più vivo che mai.

A Cuba, nel simbolo della Uniòn de los Jovenes Comunistas (UJC) vi sono disegnati: Julio Antonio Mella, il Che e Camilo Cienfuegos. Questi uomini, così semplici nei loro modi di fare, ma allo stesso tempo capaci di realizzare grandi gesta eroiche non sono da considerarsi solo e unicamente il patrimonio della gioventù e del popolo cubano, bensì di tutti i popoli lavoratori che credono nella solidarietà e l’amicizia tra i popoli come base per la costruzione di un mondo di pace con giustizia sociale. Una ragione – questa – per rafforzare i rapporti culturali e di amicizia tra il popolo italiano e quello cubano, partendo dal presupposto irrinunciabile che un altro mondo non solo è possibile, ma necessario e che dopo il neoliberalismo ci sarà ancora vita come ci insegnava Julio Antonio Mella.

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Bibliografia:

Adys Cupull y Froilàn Gonzalez, Julio Antonio Mella en medio del fuego: un asesinato en México, Ediciones Abril, La Habana, 2006;

Adys Cupull – Froilàn Gonzalez, Julio Antonio Mella e Tina Modotti contro il fascismo, Edizioni Achab, Verona, 2005;

Autores varios, Mella 100 años, (Tomo 1) Editorial Oriente, Ediciones La Memoria, Santiago de Cuba/La Habana, 2003;

Autores varios, Mella 100 años, (Tomo 2) Editorial Oriente, Ediciones La Memoria, Santiago de Cuba/La Habana, 2003;

Il Messico, il Venezuela e la ‘libera stampa’ del capitale

di Fabio Marcelli – il fatto quotidiano

26nov2014.- Un’ennesima dimostrazione di quanto sia distorto, parziale e venduto ai poteri forti il sistema informativo mondiale può essere tratta da come esso dia conto delle situazioni esistenti in taluni Paesi latinoamericani. Prendiamo ad esempio il Messico e il Venezuela.

Il primo (Messico) è dipinto come una success story economica. E ci mancherebbe. Seguono da molti anni alla lettera le ricette delWashington Consensus e hanno stipulato un Trattato di libero scambio con gli Stati Uniti e il Canada (Nafta). Come potrebbero non andare a gonfie vele dal punto di vista economico? Tanto più che uno dei prodotti più redditizi su cui si basa questo “miracolo economico” è la cocaina. Un prodotto (pari sembra al 40% del Pil) che tira come pochi. Violazioni dei diritti umani: non pervenute. Eppure la strage di Iguala, con sei studenti uccisi e quarantasei fatti sparire, è solo la punta di un enorme iceberg di sangue, torture ed oppressione. Si parla, assumendo come data di partenza proprio l’entrata in vigore del Nafta, avvenuta il 1° gennaio 1994, di centoventimila morti e cinquantamila desaparecidos in venti anni.

Il secondo (Venezuela) invece, secondo la stampa al soldo della finanza internazionale è costantemente alle soglie del tracollo economico. Si tratterebbe inoltre di un regime tirannico che reprime le opposizioni. Si noti che i quaranta morti che si sarebbero avuti in occasione delle manifestazioni di febbraio includono molti sostenitori del governo chavista. Sarebbe inoltre interessante sapere quale governo sedicente democratico occidentale sarebbe disposto a tollerare passivamente manifestazioni violente come quelle poste in atto dall’opposizione venezuelana. In realtà, a cominciare da quello di Washington, tollerano molto meno.

Il vero “crimine del governo venezolano”, e di altri, è com’è noto quello di opporsi alle logiche neoliberiste dominanti secondo le quali per garantire il benessere del popolo bisogna lasciar fare ai mercati. I poteri forti non hanno digerito l’opposizione del Venezuela e di altri all’estensione del Nafta su scala continentale, mentre il trattato in questione produceva eccelsi benefici al popolo messicano.

Sono passati vent’anni e il Narcostato messicano, controllato oramai completamente da politici corrotti e narcotrafficanti mafiosi in combutta tra loro, rappresenta la dimostrazione di dove portano le politiche neoliberiste quando sono pienamente lasciate libere di produrre i loro effetti. La strage di Iguala, con l’annientamento, dopo tortura, di cinquanta giovani colpevoli solo di chiedere un Messico e un mondo diverso ha visto appunto la complicità di politici locali corrotti, delle “forze dell’ordine” e delle bande dei narcotrafficanti. Ottimo sistema davvero per liberarsi dell’opposizione sociale. Un modello quindi, per le situazioni dove la criminalità organizzata, sostenuta dall’ideologia neoliberista e forte di una poderosa base finanziaria, tende a farsi Stato. Al nesso fra libero commercio, violenza, impunità e violazione dei diritti dei popoli è stata dedicata la recente sessione del Tribunale internazionale dei popoli che si è conclusa ieri a Città del Messico e di cui riferisce Luciana Castellina sul manifesto di oggi.

Ora che il popolo messicano si ribella contro la sua situazione di morte, oppressione e sfruttamento, i “paladini dei diritti umani” a senso unico sempre pronti a strepitare a ogni smorfia di disgusto di Yoani Sanchez e a ogni lamento della borghesia venezuelana disumanamente privata della sua carta igienica preferita, volgono lo sguardo dall’altra parte.

Forse perché i danni irrimediabili prodotti dal capitalismo alla messicana e cioè dilagare della criminalità mafiosa, massacri, sparizioni, torture, impunità, fine della sovranità alimentare, contaminazione ambientale, privatizzazioni selvagge, fine dell’istruzione gratuita, disoccupazione crescente e precarietà del lavoro sono gli stessi che questo sistema dominante produce anche in altre parti del pianeta, Italia compresa. E quindi si tratta di una pubblicità davvero pessima per questo sistema. I pennivendoli ne prendono atto e tacciono senza vergogna. Ai popoli il compito di smascherare i bugiardi e di preparare, diffondendo la verità, le condizioni per la propria liberazione.

Messico: Una società indignata che non vuole più piangere

di Geraldina Colotti – il manifesto

21nov2014.- Il mas­sa­cro di Iguala ha scosso il mondo e le mani­fe­sta­zioni, nella gior­nata glo­bale indetta dagli stu­denti mes­si­cani, si sono ripe­tute nei quat­tro angoli del pia­neta. La scritta «siamo tutti Ayo­tzi­napa», che rim­balza da giorni nella rete, è com­parsa su car­telli e magliette dei cin­que con­ti­nenti: a par­tire da quello lati­noa­me­ri­cano, ma anche negli Stati uniti, in Canada, in Europa. Ayo­tzi­napa, sede della Escuela Nor­mal Rural Raul Isi­dro (appar­te­nente alla catena di isti­tuti rurali, di forte tra­di­zione poli­tica) è diven­tata il sim­bolo di chi non s’arrende: all’intreccio di mafia e poli­tica che governa il Mes­sico, allo stra­po­tere di mili­tari e poli­zia, cre­sciuto nel busi­ness della sicu­rezza forag­giato dagli Usa per com­bat­tere il nar­co­traf­fico, non con pane e diritti, ma con le armi. Per espri­mere soli­da­rietà ai fami­liari degli scom­parsi, il governo argen­tino ha invi­tato gli Usa a non inviare altre armi in Messico.

Un’esortazione al deserto, essendo il Mes­sico al cen­tro dei nuovi accordi neo­li­be­ri­sti con­tem­plati dall’Alleanza del Paci­fico. Gli stu­denti repressi a Iguala pro­te­sta­vano con­tro i tagli alla scuola pub­blica, seguiti alle misure di pri­va­tiz­za­zione sel­vag­gia avviati dal pre­si­dente Hen­ri­que Pena Nieto. Un tema ampia­mente visi­bile nell’imponente mani­fe­sta­zione di gio­vedì e in quelle che l’hanno pre­ce­duta. E sono in molti a ricor­dare l’analogia con un altro mas­sa­cro, com­piuto il 2 otto­bre di 46 anni fa, nella Piazza delle Tre cul­ture di Tla­te­lolco. Allora, cen­ti­naia di gio­vani che pro­te­sta­vano in soli­da­rietà al movi­mento del ’68, sono caduti sotto i colpi della poli­zia e molti altri sono stati arre­stati e tor­tu­rati. Sfi­la­vano per chie­dere il rispetto dei diritti umani e delle libertà civili. Gli stu­denti di Ayo­tzi­napa erano andati a Iguala pro­prio per rac­co­gliere fondi da impie­gare per la mani­fe­sta­zione che inten­de­vano orga­niz­zare in ricordo del mas­sa­cro di Tla­te­lolco. Il 2 otto­bre di 46 anni fa, gli stu­denti pro­te­sta­vano con­tro la povertà estrema e per la man­canza di sanità, edu­ca­zione, lavoro.

Anche oggi, una delle eco­no­mie «più dina­mi­che dell’America latina» (secondo il Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale), lascia senza lavoro gran parte dei suoi gio­vani, che fini­scono sovente sul libro paga dei car­telli della droga, o in una fossa comune clan­de­stina. La caro­vana com­po­sta da tre bri­gate infor­ma­tive, orga­niz­zata dai parenti dei 43 scom­parsi, ha messo in luce l’estensione delle tombe clan­de­stine in cui giac­ciono resti di per­sone che lo stato non si cura di iden­ti­fi­care. Solo nel 2013 sono scom­parse 19.000 per­sone, 51 al giorno e oltre due ogni ora. Secondo le orga­niz­za­zioni per i diritti umani, le vit­time degli ultimi 8 anni, arri­vano a circa 30.000, ma la quan­tità reale potrebbe essere dieci volte di più. Per il sacer­dote Ale­jan­dro Sola­linde, fon­da­tore del rifu­gio Migranti in cam­mino, decine di migliaia di migranti sono scom­parsi negli ultimi anni. E pro­prio cer­cando i 43 stu­denti in una delle fosse comuni fatta sco­prire nei din­torni di Iguala dai nar­co­traf­fi­canti arre­stati, un mem­bro delle bri­gate di auto­di­fesa comu­ni­ta­ria ha mostrato ai gior­na­li­sti un docu­mento e una foto: non era un “nor­ma­li­sta”, ma un migrante che il figlio ha così rico­no­sciuto e che ha potuto seppellire.

A Tla­te­lolco, a pro­te­stare era il movi­mento stu­den­te­sco, sia quello delle Nor­mal rura­les che quello dell’Universidad Uni­ver­si­dad Nacio­nal Auto­noma de Mexico (Unam), e dell’Instituto Poli­tec­nico Nacio­nal (Ipn), e quelli di altre uni­ver­sità: inclusi pro­fes­sori, intel­let­tuali, casa­lin­ghe, ope­rai e lavo­ra­tori dei ser­vizi. Un movi­mento che si era messo in moto a seguito di una pre­ce­dente repres­sione dell’esercito e che rag­giunse l’acme a set­tem­bre del ’68. Il 13 di quel mese si svolse “la mar­cia del silen­zio” durante la quale i mani­fe­stanti sfi­la­rono con un bava­glio bianco per gli arr­re­sti e le tor­ture. Il 18 set­tem­bre, l’esercito entrò alla Unam e all’Ipn e se ne andò solo un giorno prima del mas­sa­cro.

Il 2 di otto­bre del ’68, migliaia di stu­denti si riu­ni­rono paci­fi­ca­mente in piazza delle Tre cul­ture, al cen­tro della capi­tale. E a un certo punto, si sca­tenò la furia del Bat­ta­glione Olim­pia, ini­zial­mente creato per la sicu­rezza dei gio­chi olim­pici di quell’anno. Il saldo fu di cen­ti­naia di gio­vani morti, almeno 2.000 dete­nuti e 500 dete­nuti. Il 12 dicem­bre del 2011, altri nor­ma­li­stas che mani­fe­sta­vano nella Car­re­tera del Sol, a via Aca­pulco, furono sel­vag­gia­mente repressi e due per­sone mori­rono. Il 30 giu­gno del 2014, i mili­tari hanno ucciso 22 per­sone disar­mate, col pre­te­sto che si trat­tava di cri­mi­nali (e per que­sto alcuni sono stati arre­stati). Poi, la repres­sione del 26 set­tem­bre che, come il mas­sa­cro di 46 anni fa, ha inciso for­te­mente nella coscienza dei mes­si­cani. E in molti non vogliono più tor­nare indie­tro, soste­nuti dalla soli­da­rietà inter­na­zio­nale. Una sola voce ha voluto distin­guersi, quella dell’ex pre­si­dente colom­biano Alvaro Uribe. Osses­sio­nato dalla guer­ri­glia mar­xi­sta colom­biana, ha dichia­rato: «E’ colpa delle Farc, che hanno ven­duto droga ai car­telli messicani».

Educazione: Cuba leader mondiale negli investimenti

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Unesco: Cuba possiede il maggiore sviluppo educativo dell’America Latina

Secondo il ranking degli incentivi e degli investimenti sull’educazione stilato dalla Banca Mondiale (BM) per il periodo compreso tra il 2009 e il 2013, Cuba, la Bolivia e il Venezuela figurano tra i 10 paesi che in tutto il mondo hanno maggiormente investito in educazione.

 

La posizione di Cuba è riconosciuta a livello mondiale per i suoi alti indici d'attuazione degli obiettivi fissati nel piano “Educación Para Todos” rispetto a quanto fatto nei paesi sviluppati

La posizione di Cuba è riconosciuta a livello mondiale per i suoi alti indici d’attuazione degli obiettivi fissati nel piano “Educación Para Todos” rispetto a quanto fatto nei paesi sviluppati

Il Venezuela territorio libero dall’analfabetismo 

Cuba, Timor Est, Danimarca, Ghana, Islanda, Nuova Zelanda, Thailandia, Venezuela, Kyrgyzstan, Bolivia, Costa Rica e Argentina sono tra i paesi che effettuano i maggiori investimenti sull’istruzione in base al loro Prodotto Interno Lordo (PIL), secondo le cifre rese note dalla Banca Mondiale.

 

Lo studio, che ha analizzato il periodo 2009-2013, ha decretato Cuba come paese leader a livello mondiale nella percentuale di Prodotto Interno Lordo (PIL) destinato all’educazione. Una cifra che è stata pari al 13,1% nel 2009 e al 12,8% nel 2010.

Il 28 ottobre di nove anni fa l'Unesco dichiarò il Venezuela “Territorio libero dall'Analfabetismo”. Questo è il frutto della Misión Robinson, programma sociale lanciato dal leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, per saldare il debito storico ereditato in materia d'istruzione

Il 28 ottobre di nove anni fa l’Unesco dichiarò il Venezuela “Territorio libero dall’Analfabetismo”. Questo è il frutto della Misión Robinson, programma sociale lanciato dal leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, per saldare il debito storico ereditato in materia d’istruzione

La Bolivia nel ranking dei paesi che maggiormente investono in educazione

In seconda posizione vi è la Repubblica Democratica di Timor Est (Sud-Est asiatico), che ha investito l’11,3% nel 2009, il 10,5% nel 2010 e il 9,4% nel 2011.

 

In ordine, seguono i restanti paesi: la Danimarca con l’8,7%, il Ghana con l’8,1%, l’Islanda e la Thailandia con il 7,6%, la Nuova Zelanda 7,4%; Cipro 7.3%, Venezuela e Bolivia con il 6,9%, il 6.8% per la Finlandia così come il Kirghizistan; infine Belize con il 6.6%.

Il Ministro boliviano della Pubblica Istruzione, Roberto Aguilar, ha spiegato che l'investimento nell'istruzione della prima infanzia è aumentato del 319%, del105% nell'istruzione primaria e del 306% nell'educazione secondaria, rispetto agli importi investiti nel 2006

Il Ministro boliviano della Pubblica Istruzione, Roberto Aguilar, ha spiegato che l’investimento nell’istruzione della prima infanzia è aumentato del 319%, del 105% nell’istruzione primaria e del 306% nell’educazione secondaria, rispetto agli importi investiti nel 2006

In America Latina spiccano Cuba, Venezuela e Bolivia, e a seguire Argentina e Costa Rica con una percentuale del 6,3 del PIL; poi la Giamaica con il 6.1%, il Brasile con il 5,8%, il Messico con il 5.2%; il Cile al 4.5%; l’Uruguay investe il 5,3%, mentre il Paraguay il 4,8%.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

México: Caravana 43×43 exige renuncia del Procurador de México

por Aporrea

México, noviembre 9 – Cientos de mexicanos exigieron la renuncia del Procurador General de la República (PGR), Jesús Murillo Karam, durante la caravana denominada 43×43, la cual inició el pasado lunes y que llegó este domingo al Zócalo de Ciudad de México (capital), informó el corresponsal de teleSUR en ese país, Eduardo Martínez.

Tras cuatro horas de marcha, el movimiento 43×43 ingresó al Zócalo capitalino al grito de: “Fue el Estado”. Durante el recorrido que partió del estado Guerrero (sur) numerosas personas se sumaron a la caravana y al menos 85 instituciones civiles encabezadas por el Consejo Estatal de Organizaciones de la Ciudad de México (CEO-CDMX) participaron en la marcha.

El movimiento 43×43 realizó un mitin en Zócalo, el cual concluyó con la exigencia de una transformación de las instituciones: “El Estado actual ya no le sirve a la sociedad” y “Fuera Peña” fueron algunas de las exclamaciones escuchadas.

José Alcaraz, del movimiento 43×43 dijo que se apuesta por la paz, pero luchará contra la impunidad y la corrupción.

Se conoció que el movimiento hará un documento con los desaparecidos, cuyo registro se realizó durante la marcha desde Iguala (Guerrero) hasta Ciudad de México. También buscarán vías para un referendo revocatorio en México.

El pasado viernes el procurador general de República de México, Jesús Murillo, anunció la detención de tres integrantes de la banda criminal Guerreros Unidos, quienes confesaron que habrían asesinado a los 43 estudiantes de la Escuela Normal Rural de Ayotzinapa desaparecidos desde el pasado 26 de septiembre.

Familiares de los estudiantes desaparecidos cuestionaron las declaraciones del procurador y criticaron la gira que el presidente de México, Enrique Peña Nieto, emprendió hacia China y Australia, a la que catalogaron como irresponsable.

Marina Silva la Capriles brasileña


por Miguel Angel Ferrer*

El próximo domingo 5 de octubre habrá elecciones presidenciales en Brasil. Se enfrentarán la actual presidenta Dilma Roussef y Marina Silva, candidata del Partido Socialista, organización política de extrema derecha, fiel seguidora de los dictados de Washington y que de socialista sólo tiene el nombre. De modo que, sin forzar los términos, podría decirse que Marina Silva es a Brasil lo que Henrique Capriles ha sido a Venezuela.

Pero Marina Silva no niega la cruz de su parroquia. Desde su plataforma electoral muestra abiertamente su postura derechista y pro imperialista. Quiere echar abajo los grandes avances de Brasil que han hecho del gigante sudamericano una nación verdaderamente soberana, no sólo alejada de los designios de Estados Unidos, sino francamente opuesta a ellos.

La candidata de la derecha quiere fortalecer los lazos con EU, vínculos que, como en los viejos tiempos de las dictaduras militares, de Fernando Collor de Mello, José Sarney, Itamar Franco y Fernando Henrique Cardoso, sólo podrán ser de sumisión, vasallaje y alta dependencia.

En vísperas del proceso electoral, las encuestas, siempre interesadas, siempre bien patrocinadas y nunca verdaderamente confiables, hablan de un empate técnico entre ambas candidatas. Se trata de la vieja y manida estrategia de la derecha para aparentar que su representante de veras tiene posibilidades de triunfo. Y se trata igualmente de crear las condiciones postelectorales para, en el esperable caso de su derrota, alegar fraude y desestabilizar al futuro gobierno. Otra vez la sombra de Capriles proyectándose sobre Brasil.

Marina Silva también pretende, según su propio dicho, terminar con la estratégica alianza de Brasil con Venezuela y con Cuba. Y asimismo sabotear los nexos de Brasilia con Rusia y con China, todo al gusto de los más caros deseos de EU.

Como el enorme anhelo de atemperar o de plano destruir ese gran avance de la multipolaridad que representa la alianza de Brasil, Rusia, India, China y Sudáfrica, los célebres Brics, poderosa fuerza política y económica que hace contrapeso a la unipolaridad imperialista encarnada en EU. Qué mejor que la salida por propia voluntad de Brasil de los Brics. Ah, el sueño dorado de Washington que su alfil Marina Silva podría hacer realidad.

Por supuesto, doña Marina conspiraría, hasta liquidarlo, con el exitoso programa brasileño de combate al hambre, para sustituirlo, obviamente, con algún programa de ajuste ideado en el Fondo Monetario Internacional, a fin de que cada quien, incluidos desde luego los más pobres, se rasquen con sus propias uñas. Otra vez el sálvese quien pueda.

Para qué, dirá el peón femenino de Washington, la Unasur (Unión de Naciones Sudamericanas), si ya tenemos la OEA, el antiguo, putrefacto y lamentablemente todavía con vida Ministerio estadounidense de las Colonias.

Igualmente dirá: para qué el Mercosur, si ya tenemos muy avanzado en el papel el ALCA (Acuerdo de Libre Comercio de las Américas), instrumento comercial de dominio y sujeción de los países del sur por cuenta del imperio.

Pero entre todas las señales de su condición de alfil de EU, quizá ninguna más reveladora que su afirmación de que en caso de ser elegida presidenta, “impulsará con fuerza los derechos humanos en países como Cuba”.

Fundadora con Lula del Partido de los Trabajadores y hoy pasada al campo de la más reaccionaria derecha, ¿tendrá doña Marina alguna leve idea del enorme prestigio que tiene Cuba en el mundo precisamente en el campo del respeto y protección de los derechos humanos? ¿Quién le sugirió a la candidata de EU ese tema como parte principalísima de su agenda electoral? ¿O nadie se lo sugirió (o dictó) y se trata sólo de mostrarse solícita con el patrón yanqui y con la derecha criolla por el apoyo recibido y las esperanzas de retroceso en ella fincadas?

* Economista y profesor de Economía Política, (México)

Il trionfo della rivoluzione venezuelana è responsabilità dei popoli…

…le sue conquiste sono conquiste di tutti: tutti a difenderla!

buenabad@gmail.com

Bisogna creare una rete di comunicazione mondiale. Nessuno me l’ha chiesto ma io suggerisco che in maniera massiccia si inviino piccole note, messaggi urgenti al popolo rivoluzionario del Venezuela. Non sarebbe sbagliato dire cose all’orecchio, cose da fratelli, da amore fraterno, di necessità e di urgenza. Frasi come ad esempio: Venezuelani, compagni! il vostro voto è anche il nostro voto, in Bolivia, a Cuba, in Ecuador, in Nicaragua, in Colombia, in Messico… uscite e votate per tutti noi, andate e abbiate successo ancora una volta, con la vostra forza morale, con la vostra rivoluzione al galoppo, andate sempre più decisi e trionfate come si deve. Esprimere la solidarietà internazionale non significa annullare o ignorare le discussioni interne che possono avere un valore sostanziale, ma non devono impedire di moltiplicare i nostri sforzi sostenuti anche dalla mobilitazione dei paesi fratelli. Che nessuno se ne resti a casa sua, che nessuno si sottragga alle proprie responsabilità di votare, fatelo per tutti noi. Non è certo chiedere troppo!

 

Nessuno me l’ha chiesto, ma sento la necessità e l’urgenza (forse per non poter fare di più) di chiamare chi può e come può di trascinare tutti a connettersi con la patria venezuelana. 

 

Trascinare per conoscerla e per ascoltarla, capirla ed andare a sostenerla in ogni modo e come si deve. Invitare, insomma, a far conoscere alla rivoluzione venezuelana quanto ci teniamo e di quanto abbiamo bisogno di un suo netto trionfo. Cosa certamente opportuna.

 

Il Venezuela ha portato la lotta di classe ad un livello più avanzato, cosa che è stata censurata in mille modi. Sarebbe quasi il caso di ringraziare i golpisti per i numerosi trucchi sporchi messi in campo, per la rapidità e per l’abiezione investita al fine di organizzare i loro attacchi perché ci semplifica, ci fa risparmiare sforzi e ci dà la comprensione del cammino della rivoluzione. Oggi è estremamente chiaro che la rivoluzione venezuelana beneficia tutti (tutti i proletari che ricercano l’unità) per ridurre la distanza tra la realtà che ci travolge e la coscienza di cui abbiamo bisogno per agire in modo corretto. Il popolo rivoluzionario del Venezuela si è proposto di distruggere la borghesia, grande esempio, fonte di ispirazione e risultato magnifico. Abbiamo bisogno che quest’esempio si espanda e si approfondisca. Per questo è necessario che votino tutti. 

 

Le conquiste della rivoluzione venezuelana in materia di salute, alloggi, istruzione e lavoro… sono, tra mille cose, anche un dono e una scuola, nonostante la giovane storia della rivoluzione, cosa che ha prodotto benefici diretti e indiretti per molte compagne e molti compagni americani (e non solo). La lista è enorme, se solo si prende in considerazione il contributo delle “missioni” che aprono gli occhi sconfiggendo le malattie, aprendo gli occhi dell’anima e del pensiero.

 

Vediamo che il Venezuela con la sua rivoluzione socialista ci ha dato la certezza definitiva che la lotta per la dignità conduce al trionfo delle aspirazioni democratiche più profonde e sincere dei popoli. La parola di questo Venezuela rivoluzionario nel mondo di oggi è la parola della speranza e dell’impegno che ispira e risveglia. Dobbiamo riconoscere al Venezuela rivoluzionario questa forza simbolica, la sua ricca storia, i valori e la morale combattiva e guerriera che, nonostante tutte le contraddizioni, interne ed esterne, non perde la sua strada e non perdere la calma.

 

Vediamo le cifre; il Venezuela, anche al momento della peggiore crisi economica globale (causata dal capitalismo e dalle sue perversioni) mantiene il suo tasso di crescita reale e dei suoi principali programmi di sviluppo rivoluzionario. Nessun paese europeo, che si arroga il diritto di fregiarsi del titolo di “primo mondo”, è in grado (in questo momento) di vantare gli stessi risultati. Il Venezuela ha adottato misure energiche con la pianificazione economica subordinata al bene collettivo e subordinando la politica alla volontà democratica e alla giustizia sociale. Le cifre sono più che positive. Pochissimi possono vantare qualcosa di simile.

 

Per questo e molto altro, propongo che ci si assuma il compito di far sapere al popolo venezuelano quanto ci teniamo e quanto sia vitale per tutti noi una vittoria fortemente democratica nelle loro prossime elezioni. Far sapere loro, in mille modi, quello che abbiamo imparato e quali benefici abbiamo ottenuto grazie allo sforzo rivoluzionario del popolo venezuelano e al suo talento esemplare. Fate loro sapere che il loro trionfo è necessario nella misura in cui fanno ciò che molti altri non possono fare. Por ahora.

 

Si tratta di farlo sapere per incoraggiare i convinti, i dubbiosi ma anche i non convinti. Per mobilitare una contagiosa corrente mondiale di speranza affinché tutte e tutti vadano a votare alle prossime elezioni. Affinché si raggiungano cifre e numeri da record, affinché l’affluenza sia inedita. Che vadano a votare e che siano accompagnate e accompagnati dalla solidarietà di centinaia di popoli fratelli che sanno di essere beneficiati e corresponsabili per l’ascesa della rivoluzione e la sua proliferazione mondiale. Dobbiamo raggiungere ogni venezuelana e venezuelano parlando al suo cuore e al suo pensiero, ogni venezuelana e venezuelano che ha sulle spalle il compito di estendere ed approfondire, amplificare e radicalizzare la rivoluzione perché sappia quanto vale per noi all’estero, e quanto ci sta a cuore la sua opera collettiva e socialista. Che senta, pertanto, nelle sue mani (nel momento del voto), la storica responsabilità e il privilegio di avere la spinta fraterna e solidale di milioni di anime in tutto il mondo.

 

Si tratta di aprire uno spazio per una campagna internazionalista che racconti al Venezuela l’importanza del suo voto e quanto ci preme, in ogni paese, il suo successo esemplare alle prossime elezioni. Chiedere con tutti i mezzi di inviare messaggi al popolo rivoluzionario del Venezuela, per comunicare perché il loro voto sia così prezioso e perché la rivoluzione venezuelana ha una responsabilità internazionale. Dobbiamo trovare mille modi per far arrivare i messaggi… e poi replicarli per visualizzarli su tutti i media alternativi, comunitari e sociali, sulla stampa operaia, sulla stampa dei movimenti, delle università… blog, pagine twitter… L’idea è di generare un mobilitazione nell’ambito della comunicazione che raggiunga tutte e tutti (compresi gli indecisi) affinché votino, per accompagnare internazionalmente le elezioni poiché il trionfo del popolo venezuelano è il trionfo di tutti i popoli. Aiutiamoci.

 

* filosofo della comunicazione, Universidad de la Filosofía, Messico.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

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