Messico: il discorso di Andrés Manuel López Obrador

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Negli ultimi 4 anni, fatta eccezione per la riconferma di Maduro ed Ortega, l’America Latina ha visto affermarsi presidenti di centro, di destra o di ultra destra.

La vittora di Lopez Obrador in Messico potrebbe aprire scenari nuovi.

In questo senso risulta interessante leggere il discorso da lui pronunciato di fronte a 150.000 persone a Città del Messico nel giorno della investitura. 

Un discorso impensabile per i governanti europei e per i loro media, impegnati da decenni a convincere le popolazioni che salari, pensioni, istruzione e sanità, vanno tagliati perché non c’è altra via che il liberismo ed il capitalismo selvaggio.

Questo il discorso di Andrés Manuel López Obrador:

1. In primo luogo, daremo particolare attenzione ai popoli indigeni del Messico. È un peccato che i nostri popoli indigeni vivano da secoli sotto l’oppressione ed il razzismo, la povertà e l’emarginazione. Tutti i programmi di governo avranno come riferimento i popoli indigeni delle diverse culture della popolazione del paese.

2. Si darà assistenza a tutti i messicani a prescindere dalla credenza e dalla classe sociale, organizzazione politica, sesso, settore economico e culturale, e si applicherà il principio che, per il bene di tutti, i poveri verranno prima degli altri.

3. Gli studenti della primaria e della secondaria provenienti da famiglie di basso reddito riceveranno borse di studio.

4. Tutti gli studenti delle scuole superiori, scuole tecniche, professionali e licei pubblici riceveranno una borsa di studio di 800 pesos al mese.

5. Trecentomila giovani, in condizioni di povertà, che entreranno o che già studiano nelle università, avranno diritto a una borsa di studio di 2400 pesos al mese.

6. Entro il 2019, 100 università pubbliche saranno operative, in ogni regione del paese per contribuire ad una istruzione di qualità con l’esenzione dal pagamento delle tasse scolastiche per 64 mila studenti del livello superiore.

7. Il patrimonio culturale del Messico sarà protetto. La formazione artistica sarà promossa sin dall’istruzione di base e vi sarà sostegno per i creatori e i promotori
culturali.

8. La ricerca scientifica e tecnologica saranno promosse; si sosterranno
studenti e studiosi con borse di studio e altri incentivi per il bene della conoscenza. 

9. Si sancirà il diritto all’istruzione gratuita a tutti i livelli di istruzione e il governo non agraviará più gli insegnanti. 

10. Oggi inizia il piano per sostenere le vittime dei terremoti con lavoro, alloggio e servizi pubblici. Ciò include un programma di costruzione e ricostruzione di scuole, centri sanitari, edifici pubblici e chiese che
fanno parte del patrimonio culturale del paese.

11. Da oggi inizia un programma di miglioramento urbano negli Stati emarginati del confine settentrionale: Tijuana, Mexicali, San Luis Rio Colorado, Nogales, Ciudad Juárez, Acuña, Piedras Negras, Nuevo Laredo, Reynosa e Matamoros.

12. Il diritto alla salute sarà realizzato. Lo scopo è garantire assistenza medica ai messicani e farmaci gratuiti; inizieremo nelle unità mediche della sicurezza sociale situate nelle aree più povere del paese e a poco a poco espanderemo il programma fino a raggiungere, nei 6 anni di mandato, un sistema sanitario di prima classe, come in Canada o nei Paesi nordici.

13. Abbasseranno i salari degli alti funzionari e aumenteranno
proporzionalmente i salari della base e dei lavoratori che guadagnano meno di 20 mila pesos al mese.

14. La pensione sarà aumentata per gli anziani in tutto il paese; cioè, sarà dato a ciascuno, 1.274 pesos al mese.

15. Un milione di disabili riceverà anche questo sostegno, in particolare a ragazze e ragazzi delle città e dei quartieri emarginati.

16. 2.300.000 giovani disoccupati saranno assunti per lavorare come apprendisti nelle attività produttive in campagna e in città, e guadagneranno uno stipendio di 3.600 pesos al mese.

17. In questo mese inizieremo la costruzione di strade asfaltate nei comuni dimenticati di Oaxaca, Guerrero e altri Stati. Queste strade saranno costruite con i lavoratori delle stesse comunità per ottenere un effetto moltiplicatore: l’investimento sarà lì, l’economia sarà riattivata dal basso, saranno creati lavori con salari equi e i lavori saranno fatti per il bene delle persone.

18. I piccoli agricoltori sul campo, comuneros o piccoli proprietari terrieri riceveranno un sostegno finanziario semestrale per la semina dei prodotti alimentari.

19. Avviare un programma di somministrazione di fertilizzanti facendo attenzione a non danneggiare i terreni, a beneficio dei produttori agricoli; il prossimo anno, questo programma sarà applicato gratuitamente a sostegno di tutti i contadini dello stato di Guerrero e lo espanderemo nel resto del paese. Inoltre, presto avremo abbastanza materie prime e avvieremo il funzionamento dell’impianto di fertilizzanti a Coatzacoalcos, Veracruz.

20. Ai piccoli produttori di mais, fagioli, riso, grano e latte verranno acquistati i loro prodotti a prezzi di garantiti per permetterne la sopravvivenza economica.

21. La pesca sarà promossa per migliorare la vita delle comunità costiere e rivierasche. I pescatori di tonno e di sardine riceveranno un prezzo equo per i loro prodotti.

22. I preparativi per la semina nei prossimi due anni sono già iniziati per frutta e alberi da legname in un milione di ettari, con l’obiettivo di produrre cibo, rimboschire, migliorare l’ambiente, creare 400 mila posti di lavoro e soprattutto radicare le persone nelle loro comunità.

23. Diconsa e Liconsa si uniranno in un’unica società per la fornitura e
distribuzione di alimenti di consumo popolari. Si chiamerà Mexican Food Security (SEGALMEX). Nei magazzini, negozi e caseifici di questa nuova unità vi sarà un paniere di prodotti alimentari di base che saranno distribuiti a prezzi bassi per combattere la malnutrizione e la fame della gente.

24. Si concederanno crediti sulla parola anche senza garanzie e saranno concessi senza interessi a comuneros e piccoli proprietari per l’acquisizione di giovenche, mucche e stalloni.

25. Anche gli artigiani, proprietari di officine, negozi e piccole imprese
riceveranno crediti sula parola, a buon mercato e senza tante formalità e perdite di tempo.

26. Non aumenterà il prezzo della benzina, gas, gasolio e alla luce solo si applicherà la componente di inflazione; cioè, non ci saranno gasolinazos (aumenti indiscriminati/stangate).

27. Il sostegno concesso dal governo al popolo sarà consegnato direttamente, senza intermediari, per evitare “pizzo”, corruzione e manipolazione politica.
Ecco perché un censimento viene condotto casa per casa per identificare ciascun beneficiario, ad ognuno verrà consegnato un bancomat e lì ritirerà il suo sostegno in denaro.

28. La Welfare Bank sarà creata in modo che i poveri, anche nei più remoti villaggi, potranno ricevere l’assistenza del governo così come tenere i propri risparmi con prestazioni e garanzie di sicurezza.

29. Le tasse non aumenteranno oltre l’inflazione e non verranno create nuove tasse. Né aumenteremo il debito pubblico. Non spenderemo più di quello che entra nel tesoro pubblico.

30. Rispettiamo l’autonomia della Banca del Messico e le sue politiche per evitare l’inflazione o le svalutazioni.

31. Sarà applicata una rigida politica di austerità. Non ci sarà clientelismo e nepotismo, nessuno di quei flagelli della politica. Il libro paga e il patrimonio dei funzionari pubblici e dei loro parenti stretti saranno trasparenti; faremo pochi, pochissimi, viaggi all’estero e solo per giusta causa. Non acquisteremo nuovi veicoli per i funzionari; solo i funzionari responsabili delle attività di sicurezza avranno scorte; ci saranno solo tre consulenti per segretario; non ci saranno cure mediche private, né banche di risparmio esclusive per i funzionari.

32. Non si acquisteranno nuovi sistemi informatici nel primo anno di governo.

33. Solo i membri del gabinetto avranno segretari privati.

34. Qualsiasi meccanismo utilizzato per nascondere i fondi pubblici ed eludere la legalità e la trasparenza saranno annullati.

35. Tutte le strutture e i programmi doppione saranno cancellati e di queste funzioni o programmi saranno centralizzate in una singola unità o di coordinamento, nell’ambito del Ministero in relazione alle questioni coinvolte.

36. La spesa pubblicitaria governativa sarà ridotta del 50%.

37. I funzionari del ministero delle Finanze, delle Comunicazioni, dell’Energia e di altri enti non potranno più vivere tra feste, banchetti, giochi sportivi o viaggiare con accompagnatori di vario tipo a spese dello Stato.

38. Nessun funzionario pubblico può occupare lavoratori in lavori domestici a spese dello Stato, a meno che non abbia ricevuto l’autorizzazione a farlo.

39. Nessun funzionario, senza motivo di emergenza, può ordinare la chiusura di strade, fermare il traffico o parcheggiare in luoghi vietati per motivi personali.

40. Gli uffici personali dei funzionari non saranno ristrutturati, né sarà permesso acquistare mobili di lusso.

41.Le spese per abiti o qualsiasi protocollo e spese cerimoniali dedicate al Presidente, ai suoi stretti collaboratori e ai parenti saranno eliminate.

42. Si proteggeranno i beni degli uffici pubblici per proteggere il patrimonio collettivo.

43. Le spese non necessarie all’estero saranno evitate. Gli unici uffici di governo saranno le ambasciate e i consolati. Ci sarà solo una delegazione del governo federale nei vari Stati e in tutti gli uffici si risparmierà su elettricità, acqua, servizi telefonici, internet, benzina e altre forniture pagate dal tesoro saranno.

44. I cittadini saranno trattati con gentilezza negli uffici pubblici e in
qualsiasi luogo, accettando con umiltà che sono lori i nostri leader responsabili.

45. Gli acquisti pubblici e gli appalti pubblici saranno effettuati in modo trasparente, con l’osservazione dei cittadini e osservatori delle Nazioni Unite.

46. Terminerà l’impunità. L’articolo 108 della Costituzione sarà riformato per poter giudicare il Presidente in carica per qualsiasi crimine commesso, proprio come qualsiasi cittadino.

47. Sarà vietato e diventerà un crimine grave, senza cauzione, la corruzione, il furto di carburante, il possesso illegale di armi da fuoco, la falsificazione di fatture per evasione fiscale, la frode elettorale, l’acquisto di voti e l’uso del bilancio per favorire candidati e partiti.

48. Non ci saranno voci nel budget statale a disposizione di deputati o senatori.
La vergognosa pratica del cosiddetto “do ut des” finirà.

49. Nessun funzionario pubblico può ricevere regali il cui valore superi i 5 mila pesos.

50. Nei rapporti commerciali o finanziari con società internazionali, si darà la preferenza a quelli dei paesi i cui governi sono caratterizzati dalla loro onestà e puniscono senza tolleranza le pratiche di tangenti o la corruzione.

51. Da oggi sono aperte le porte di Los Pinos (attuale lussuosa residenza presidenziale) che ha cessato di essere la residenza ufficiale del presidente per diventare uno spazio dedicato alla ricreazione, all’arte e alla cultura della gente.

52. Lo stato maggiore presidenziale è già diventato parte del Segretariato della Difesa; allo stesso modo il Cisen scompare. Non ci saranno spionaggi sugli avversari politici o sui cittadini e il nuovo ufficio avrà come unico compito quello di svolgere compiti di intelligence per garantire la pace e preservare la sicurezza nazionale.

53. L’aereo presidenziale e l’intera flottiglia di aerei ed elicotteri che sono stati utilizzati per il trasferimento di alti funzionari pubblici sono in vendita.

54. Gli ex presidenti non riceveranno più una pensione, né avranno al loro servizio
I funzionari pubblici civili o militari.

55. Ribadiamo: non siamo contro coloro che investono, generano posti di lavoro e sono impegnati nello sviluppo del Messico, ma siamo contro la ricchezza illecita.

56. Il turismo sarà incoraggiato per promuovere lo sviluppo e creare posti di lavoro; inoltre, da questo mese, inizierà un programma di miglioramento urbano nei comuni emarginati di cinque centri turistici: Los Cabos, Puerto Vallarta, Bahía de Banderas, Acapulco e Solidaridad.

57. Il treno Maya sarà costruito per comunicare con questo mezzo di trasporto veloce e moderno i turisti e i passeggeri nazionali negli stati del Chiapas,Tabasco, Campeche, Yucatán e Quintana Roo.

58. Nell’istmo di Tehuantepec verrà creato un corridoio economico e commerciale che comunicherà l’Asia e la costa orientale degli Stati Uniti. Sarà costruita una ferrovia per container; la strada sarà allargata; i porti di Salina Cruz e Coatzacoalcos saranno riabilitati; saranno utilizzati petrolio, gas, acqua, vento ed elettricità della regione; verranno installati impianti di assemblaggio e produzione e sussidi fiscali per promuovere gli investimenti e creare posti di lavoro.

59. Assegneremo più investimenti pubblici per produrre più urgentemente
petrolio, gas ed elettricità e quindi affrontare la crisi lasciata dai politici neoliberisti e dai responsabili della cosiddetta riforma energetica. Chiamo i tecnici e gli operai del petrolio, attivi o in pensione, per agire con patriottismo come è stato fatto ai tempi del generale Lázaro Cárdenas, e per tornare a salvare l’industria petrolifera nazionale.

60. Le sei raffinerie esistenti saranno riabilitate e, in pochi giorni, inizierà la costruzione di una nuova raffineria a Dos Bocas, Paraíso, Tabasco, per garantire che in tre anni tutta la benzina che consumiamo sia prodotta in Messico.

61. Il piano di smantellamento della Commissione federale dell’energia elettrica sarà fermato; non si chiuderà un altro impianto, al contrario, gli esistenti saranno modernizzati e verrà data particolare attenzione agli impianti idroelettrici per produrre più energia pulita e costi inferiori.

62. Promuoveremo lo sviluppo di fonti alternative di energia rinnovabile, come l’energia eolica, solare, geotermica e delle maree.

63. Proteggeremo la diversità biologica e culturale del Messico. Promuoveremo pratiche agroecologiche che aumentino la produttività senza danneggiare la natura.
L’introduzione e l’uso di semi transgenici non saranno consentiti.

64. Non useremo metodi di estrazione di materie prime che influenzano la natura e esauriscono le risorse idriche come il fracking.

65. Non saranno consentiti progetti economici, produttivi, commerciali o turistici che danneggiano l’ambiente. La contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria sarà evitata e la flora e la fauna saranno protette. L’acqua non sarà privatizzata.

66. Ci sarà copertura universale nelle telecomunicazioni e il paese sarà connesso a Internet utilizzando l’infrastruttura e le linee della Commissione federale dell’energia elettrica. Questo servizio sarà gratuito in strade, piazze, scuole, ospedali
e strutture pubbliche.

67. In tre anni, il problema della saturazione dell’attuale aeroporto di Città del Messico sarà risolto; per allora saranno in funzione le strade, due nuovi binari e il terminal passeggeri della base aerea di Santa Lucia, che salverà il lago di Texcoco e avremo risparmiato 100 miliardi di pesos.

68. Dal 1° gennaio,sarà creata una zona franca nei 3.180 chilometri di confine con gli Stati Uniti; cioè, l’anno prossimo in quella parte del nostro paese, saranno promosse attività produttive, saranno promossi investimenti, creati posti di lavoro, l’IVA scenderà dal 16% all’8% e l’imposta sul reddito sarà del 20%. 
I salari minimi raddoppieranno.

69. La scomparsa dei giovani studenti di Ayotzinapa sarà investigata a fondo; la verità sarà conosciuta e i responsabili saranno puniti.

70. La libertà di espressione sarà rispettata; Il governo non applicherà mai la censura a nessun giornalista o canale mediatico.

71. La politica estera sarà basata sulla prudenza diplomatica e sui principi di autodeterminazione dei popoli, sul non intervento, sulla risoluzione pacifica delle controversie, sulla uguaglianza giuridica degli Stati, sulla cooperazione per lo sviluppo, l’amicizia, la pace, la difesa dei diritti umani, la protezione dell’ambiente e il rispetto dei diritti dei migranti; dei nostri, dei centroamericani e di quelli di tutti i paesi e continenti.

72. Il rapporto con il governo degli Stati Uniti sarà di rispetto reciproco e di buon vicinato. È tempo di cambiare la relazione bilaterale verso la cooperazione per lo sviluppo. Creare posti di lavoro in Messico e in Centro America è l’alternativa alla migrazione, no a misure coercitive.

73. I 50 consolati che il Messico ha negli Stati
Uniti diventeranno centri per la difesa dei migranti. Difenderemo i diritti umani dei nostri compatrioti.

74. Allo stesso modo, preserveremo la nostra memoria storica. La lettura in generale e in particolare la storia, l’educazione civica, l’etica saranno promosse; non dimenticheremo mai da dove veniamo; è per questo che le nostre culture originali, le trasformazioni storiche e il sacrificio dei nostri eroi saranno esaltati; per esempio, l’anno prossimo ricorre il 100° anniversario dell’assassinio di Emiliano Zapata, in ogni governo cancelleria il suo nome e il suo slogan “Tierra y Libertad” saranno ricordati.

Amici e amici: vi invito tutti affinché questi impegni diventino realtà e che ogni anno qui nella piazza dello Zocalo li ripassiamo uno per uno e controlliamo se sono già stati attuati o sono ancora in sospeso.

Discutiamo in tutte le piazze del Messico se stiamo andando avanti o no, con l’obiettivo della trasparenza e di porre fine alla corruzione e all’impunità.
Analizziamo nelle case, nelle strade e nelle piazze se la situazione migliora o peggiora economicamente e socialmente e prendiamo sempre tra la nostra gente quegli accordi che meglio si adattano alla società e alla nazione.

Non smettiamo di stare insieme: manteniamo sempre i contatti. Non ci sarà mai divorzio tra il popolo e il mio governo. Ho bisogno di voi, perché come ha detto Juarez “con la gente tutto, senza la gente, niente”. 

Non lasciarmi solo perché senza di voi sono senza valore, non conto quasi nulla; senza di voi, i conservatori mi sopraffarebbero facilmente. Chiedo il vostro sostegno, perché ribadisco l’impegno a non tradirvi; preferisco morire piuttosto che tradirvi.

Ma soprattutto, agiamo con ottimismo e gioia perché abbiamo l’enorme fortuna di vivere tempi interessanti; questo è un grande momento della storia, perché stiamo cominciando a costruire la giustizia e la felicità che il nostro popolo merita ed un nuovo futuro per la nostra grande nazione.

Viva Messico!
Viva Messico!
Viva Messico!

Zocalo, Città del Messico, 1° dicembre 2018

resumenlatinoamericano.org

Andrés López Obrador, mucho más que un hombre maduro

Risultati immagini per comunas Venezuelapor David Gómez Rodríguez
@davidgomez_rp

El nuevo Presidente de México ha demostrado ser mucho más que un hombre maduro, está lleno de una voluntad, una moral y una constancia que se ha materializado en la conquista de la presidencia a partir de una lucha de muchos años junto a su pueblo. Evidentemente decir esto de esta manera tiene toda una intención, pues a pesar de que ciertamente la Revolución Bolivariana ha representado para el mundo y en especial para la región una influencia transformadora, pero sobretodo una esperanza popular, hoy esa responsabilidad debemos compartirla con México (aunque para algunos parezca prematuro). Con toda su investidura y liderazgo López Obrador lejos de ser un agente de Maduro es la posibilidad de madurar un proceso de transformación continental, que debe hacerse en unidad, como él bien lo ha dicho, con el ejemplo de Bolívar, Martí y Juárez.

Antes de las elecciones escribí que en México parece que cada vez que se acerca el amanecer llega un zorro y arrastra a la aurora con el hocico para que no aparezca, es la corrupción. No obstante, esta vez el zorro parece estar tan sarnoso que no puede con sus propias garrapatas, y comienza a iluminarse el horizonte, comienza a pintarse el cielo como si el sol fuese a aparecer para dejar al descubierto toda la miseria que hay que superar. Esa miseria la expuso Andrés López Obrador en su primer discurso como presidente, tocó temas muy sensibles y tomó decisiones de ejecución inmediata en varios respectos, que sobretodo llaman a reflexionar sobre el asunto moral en el ejercicio del servicio público, cuestión que habla mucho de su carácter. México no solo amanece con un nuevo Presidente, sino con la posibilidad real de unirse como país en torno a un proyecto de renovación que lo lleve a ser ejemplo de desarrollo y justicia social en el continente.

Algunos sectores indican que este líder no representa a la izquierda, pero como latinoamericano lo que nos debe importar sobretodo es que represente la dignidad, la integración, la independencia, el desarrollo humano, la democracia, la solidaridad y la justicia. La izquierda hoy parece estar carente de pueblo y es algo que debemos estudiar con urgencia, pues al termino izquierda muchas veces lo han llenado de clichés inútiles, es un debate que debemos dar dentro de los partidos y organizaciones sociales ¿Que estamos haciendo como izquierda hoy? ¿Somos realmente fuerzas políticas útiles para el pueblo y sus diversos sectores sociales? ¿Estamos siendo correspondientes tanto practica como discursivamente con este tiempo histórico?

En tal sentido, creo que hay que apostar por lo útil para la independencia, la justicia social y la integración regional, seamos pragmáticos en este asunto, pues si los valores antes mencionados se ejercen estaremos garantizando un proceso de transformación tan poderoso como el concepto de la dictadura del proletariado en el siglo XX. El socialismo no es un jugo instantáneo, desde Venezuela lo podemos decir con propiedad. El socialismo tampoco es una etiqueta, pues no nos vale de mucho gritar que somos marxista leninistas si no somos capaces de sembrar una semilla, desarmar a los oportunistas y ejercer “El golpe de timón”, es decir, si no garantizamos nuestra soberanía alimentaria, luchamos contra la corrupción y la ineficiencia, y organizamos el poder en tornos al Socialismo Bolivariano del siglo XXI creando una cultura y una estética para ello. No se es socialista porque se diga, basta recordad que la noción de verdad en el marxismo es la praxis. Entonces, más allá de los enunciados es vital comenzar un proceso que reivindique el concepto de democracia directa, producción intensiva y formación política. AMLO por su parte tiene retos similares en México (Quizá en una etapa inicial), pero no dependerá solo de su capacidad, sino de la de su partido, del tonelaje que tenga esa organización llamada MORENA para cargar con las aspiraciones históricas del pueblo y definir a corto, mediano y largo plazo un programa de lucha y una dinámica que le permita e ir creando un tejido social que rompa con lo establecido por la lógica de la corrupción, la dependencia y el coloniaje. Quizá en México no se esté hablando hoy de socialismo, pero se está hablando de democracia, y no hay concepto más peligroso en el presente para el sistema, pues es su forma revolucionaria termina convirtiéndose en poder popular.

Le corresponde a López Obrador ser un nuevo símbolo del alba, no solo para México sino para Nuestra América. Hasta ahora su estilo recuerda las formas de Pepe Mujica y los fondos del Comandante Hugo Chávez en sus primeros años como mandatario, esto sería un gran elogio para cualquier revolucionario. No obstante, nos tocará a nosotros, los pueblos, y a la historia juzgar si AMLO termina siendo, por su experiencia, por sus valores y por la importancia del país del que ahora es Presidente, el hombre que vuelva a encender en el continente los motores de una revolución mayor. Tiene una responsabilidad importante en los hombros, pues luego de la elección de Bolsonaro en Brasil y de Duque en Colombia el panorama se veía ensombrecido para los pueblos en la región, en este contexto Andrés López Obrador es un destello de esperanza, por cuanto todos y todas empeñamos un poco de nuestros corazones en su obrar. ¡Viva México, que tiene un pueblo tan recio como hermano!

México: Obrar por la esperanza

Nessun testo alternativo automatico disponibile.por David Gómez Rodríguez
@davidgomez_rp

Un debate entre la voluntad y la corrupción

En México parece que cada vez que se acerca el amanecer llega un zorro y arrastra a la aurora con el hocico para que no se aparezca, es la corrupción. No obstante, esta vez el zorro parece estar tan sarnoso que no puede con sus propias garrapatas y comienza a iluminarse el horizonte, comienza a pintarse el cielo como si el sol fuese a aparecer para dejar al descubierto toda la miseria que hay que superar, hasta las encuentadoras más conservadoras lo dicen: México quiere un cambio que vaya más allá de las promesas electorales. AMLO constituye una esperanza, y por eso sostiene que impulsará una cuarta revolución en México, porque es claro no se trata de hacer de la política un cuento de hadas, la esperanza en términos políticos no es una varita mágica que lo resolverá todo cuando lo ilumine, eso sería demagogia; a lo sumo expondrá ante todos los sueños de un pueblo y dependerá de la voluntad de todo un país resolver los problemas que no han permitido su realización, y esa será la revolucíon social. Por eso la gente hoy cree en López Obrador, porque ha demostrado tener la capacidad de catalizar esa esperanza en terminos politicos y prácticos. Tiene la voluntad de obrar por la esperanza y materializarla.

Pero no se requiere solo la voluntad de líderes, por eso debemos preguntarnos ¿Qué voluntades deben movilizar al pueblo de México si cree en esa esperanza? La primera voluntad es concretar el cambio de gobierno, superar el panismo y el priismo, diciéndole al mundo y a ellos mismos que es vital un proyecto de renovación de la política y de la institucionalidad en México; luego tendrá que venir la voluntad de cambiar el país, su forma de ejercer la democrácia y así hasta llegar a temas tan fundamentales como la economía, donde toda la nación debe participar como si fuese un gran congreso para encontrar vías al desarrollo humano integral y no solo al aumento del PIB. No se trata entonces, de votar por la esperanza a secas, se trata de votar porque existe la voluntad de hacer de este amanecer el primero de muchos amaneceres, es obrar por la esperanza y habiéndola conquistado, seguir obrando por la transformación.

A punto de comenzar el proceso electoral esa voluntad se siente latir, por supuesto que han querido reprimirla a través de la violencia política, la cual se ha manifestado de la forma más descarada e impune, pues han sido más de 40 candidatos asesinados en esta campaña electoral en México, pero que fuera de las elecciones también se ha manifestado de forma sistemática en casos como el de Ayotzinapa y los más de 30.000 desaparecidos que hoy se cuentan en el país Azteca. También lo han hecho a través de la violencia simbólica, por ejemplo, produciendo una campaña de miedo alrededor de López Obrador, campaña que otrora surtió efecto. Han querido vincularlo con la mentira que han creado en torno a la palabra “revolución” y a los desmanes que hoy sufre Venezuela, no a causa de las políticas de justicia social impulsadas por Hugo Chávez, con las cuales se elevó el Índice de Desarrollo Humano, se erradicó el analfabetismo y se entregaron más de 2 millones de vivienda al pueblo venezolano, sino justamente por una política de terror que han impuesto a través de la economía y los medios de comunicación los sectores más reaccionarios del empresariado venezolano, los partidos de ultraderecha y el propio gobierno norteamericano.

Digamos las cosas con su nombre, la desgracia del continente no ha sido el fantasma que han querido hacer de Chávez, o el populismo del que acusan a López Obrador o a líderes como Lula Da Silva, sino la política de irrespeto, menosprecio y dominación de nuestros vecinos del norte. Si algo debiera darnos miedo como latinoamericanos es un candidato sumiso a los intereses de EEUU ¿A éstas alturas puede existir alguien con dudas sobre esto? ¡Ya ni en las películas EEUU es bueno! Por ello debemos hacernos cada día más fuertes, para tener la capacidad de negociar de tú a tú garantizando nuestra soberanía y autodeterminación. En cualquier caso, lo importante es que México tiene el derecho a encontrarse con la política más allá de la violencia, la currupción y la manipulación mediática y eso sólo es posible a través de una renovación de la democracia, de un sistema de comunicación alternativo y contra-hegemónico y por medio de la educación. López Obrador es una puerta abierta a esta posibilidad, y por lo que se escucha en el continente, la gente en México está tan ansiosa de esa posibilidad que está abriendo hasta las ventanas de la casa, es algo que no pueden esconder lo medios, pues ya la voluntad ha podido más que la corrupción en éste respecto.

La importancia en la región de éstas elecciones es muy grande, algunos creen que al elegir un presidente en un país como México se está eligiendo a un hombre para llevar adelante una política que sólo debe pretender el bienestar de los ciudadanos del Estado en cuestión, pero lo cierto es que en el mundo globalizado en el que vivimos y en especialmente en el contexto en el que está América Latína, la elección del presidente de México es un asunto que va mucho más allá de sus propias fronteras, pues en esta elección se determina, por ejemplo, un nuevo escenario frente a las relaciones con los EEUU, la posibilidad de entablar relaciones comerciales regionales mucho mas sólidas, desarrollar una política energetica que impulse el desarrollo regional, habilitar y fortalecer los nuevos mecanismos de integración regional tanto desde el Estado como desde los movimientos sociales.

En México se esta viendo de manera concreta la posibilidad de una nueva ola progresista que traiga nuevamente las esperanzas en los países latinoamericanos, pués luego de constatar una ve más el fraude que constituyen personeros como Peña Nieto, Temer o Macri, las personas innevitablemente comparan y evaluan sus opciones para llegar a la conclusión de que es necesario obrar de manera distinta para alcanzar los objetivos comunes, comenzando por la justicia social y la lucha contra la corrupción. Los latinoamericanos ya sabemos que el neoliberalismo abierto, entregista y antipopular no es una opción que nos haga bien como pueblos.

El debate a éstas alturas lo ha ganado la voluntad, todos coincidimos en ello, no obstante también debemos tener la voluntad de defender la voluntad, pues la corrupción es tal que tratará incluso de tapar el sol con un dedo, sabiendo que sus zorros están derrotados. Hoy obrar por la esperanza es defender tu voluntad de acompañar AMLO y hacer historia en México. ¡Si podemos!

 

Venezuela: dalla fuga dei cervelli all’asilo politico

venezueladi Alfredo A. Torrealba – http://www.aporrea.org

Qui di seguito si presenta un breve riassunto composto di dieci idee generali concernenti l’evoluzione del significato di “Fuga dei Cervelli” in Venezuela. Il documento è stato sviluppato in questo modo, poiché negli ultimi anni “l’informazione tascabile”, ovvero succinta, è diventata più popolare “di quella approfondita”.

  1. Originariamente il termine “Fuga dei Cervelli” sorse in Messico agli inizi del XX secolo. In quell’occasione si faceva riferimento al fatto che la manodopera qualificata delle istituzioni dell’America Latina lasciava il posto di lavoro per farsi assumere nelle ditte private. Alcuni politici e pensatori messicani si resero conto di questa tendenza, interpretandola come un allontanamento dettato da fattori quali i bassi salari o dai benefici se confrontati con quelli che offriva il settore privato. Quest’ultimo, infatti, perseguiva degli obiettivi di produzione e profitto ben precisi per sentire l’esigenza di annoverare tra le sue fila a figure di professionisti che svolgessero le diverse mansioni negli ambiti industriale, commerciale tecnologico e amministrativo.
  2. Il termine “Fuga dei Cervelli” giunse in Venezuela (fino a dove si è potuto appurare) agli inizi del decennio degli anni ’20 dello scorso secolo quando un gruppo di politici e pensatori fece notare la loro inquietudine sui giornali e i libri dell’epoca, riguardante la scarsità di manodopera giovane e qualificata nella regione centrale del paese. La maggior parte di questi giovani emigrava a Caracas, la capitale del paese, alla ricerca di migliori opportunità come conseguenza dei negoziati che si erano aperti con l’avvento del “boom” petrolifero. Inoltre in quegli anni e allo stesso modo che in Messico, la “Fuga dei Cervelli” colpiva ampi settori dell’amministrazione pubblica, ma con la differenza che questa non convergeva necessariamente solo verso il settore privato, ma vedeva coinvolto anche l’esercito venezuelano.
  3. Dal 1967 la “Fuga dei Cervelli” fu riscoperta dalla comunità accademica nordamericana come un vero e proprio problema, definendola “Brain drain”. Da allora questo tema è diventato d’attualità negli scenari politici e nei mezzi di comunicazione di tutta l’America Latina, poiché viene descritto come un processo d’emigrazione che coinvolge professionisti e scienziati con titolo universitario che si sposta verso altri paesi, principalmente spinti dalla mancanza di opportunità di sviluppo nei settori della ricerca, per motivi economici o per conflitti politici nel loro paese di origine e che, in genere, si caratterizza come senza ritorno. Nonostante questo processo è maggiormente presente nei paesi in via di sviluppo, in molti casi si manifesta nei paesi industrialmente sviluppati, dovuto a fattori come differenze salariali o impositive.
  4. Dal 1971 la “Fuga dei Cervelli” in Venezuela si associa con l’idea che sempre con maggiore frequenza gli studenti venezuelani e i professionisti neolaureati se ne vanno altrove per cercare un futuro migliore. Questa tendenza si è mantenuta fino agli inizi degli anni ottanta quando la parità di cambio tra bolívar e dollaro rese possibile a un’ampia fascia di venezuelani di spostarsi principalmente verso l’America del Nord e l’Europa. Tuttavia anche se molti venezuelani decisero di andare a un altro paese con i propri mezzi, in questo periodo la principale rampa di lancio erano le istituzioni del governo venezuelano. L’espansione delle ambasciate e dei consolati, lo sviluppo di PDVSA e di alcune banche nazionali rese possibile a molte famiglie venezuelane di stabilirsi all’estero con un certo successo, fino a che nel 1983 sopraggiunse la svalutazione del bolívar, segnando la fine dell’era del “Venezuela Saudita”.
  5. Dal 1987 la “Fuga dei Cervelli” diventa una questione di classe. L’elevato costo dei biglietti di viaggio, il soggiorno all’estero, così come le nuove imposizioni politiche contro gli emigranti adottate dai governi dell’Europa e dell’America settentrionale, rese difficile alla classe media alta e bassa venezuelana di raggiungere l’obiettivo di uscire o rimanere all’estero. Perciò le famiglie con grandi risorse economiche erano le uniche che potevano finanziare i propri familiari all’estero. Contemporaneamente in quest’epoca in tutta l’America Latina fa presa il paradigma che studiare e vivere all’estero era sinonimo di successo, progresso e qualità della vita.
  6. Dal 1990 fino al 2010 il numero di venezuelani deportati in tutto il mondo è in progressivo aumento. Impossibilitati di provvedere al proprio sostentamento all’estero, sono respinti per diversi motivi: droga, prostituzione (maschile e femminile), furti, evasione fiscale, truffe, irregolarità, così come per aver incappato nel commercio di matrimoni combinati in Europa e in America del Nord, ecc.
  7. Dal 1993 e fino al 2010 un cospicuo numero di venezuelani residenti all’estero per sopravvivere inizia a lavorare nel settore dei servizi, svolgendo lavori a bassa remunerazione. Parrucchieri, spazzini, benzinai, cassieri, venditori, ecc., sono le attività più comuni dei nostri “talenti” per evitare le deportazioni.
  8. Tra il 1998 e il 2001 quasi il 91% dei venezuelani emigrati nel decennio degli anni settanta, ottanta e novanta era tornati in Venezuela perché deportati, per altre ragioni o emigrati in un altro paese. In questo stesso periodo lo Stato venezuelano smette di essere il principale trampolino dei venezuelani. Organizzazioni internazionali, ditte private e università a livello mondiale iniziano a pubblicare su Internet le loro offerte, offrendo o domandando servizi e lavori ai latinoamericani. Condizione che non è stata sprecata da alcuni soggetti delle classi alte, medie o medio basse del Venezuela. In questa maniera, a partire del 2001, sempre più venezuelani cominciano a interessarsi a cercare fortuna all’estero con l’appoggio dei servizi offerti da Internet.
  9. Parallelamente, nel 2003, si avvia una forte emigrazione di venezuelani all’estero per ragioni politiche e con lo sviluppo del mercato dell’asilo e del rifugio politico a livello internazionale. Da quella data alcune “Organizzazioni Non Governative” (ONG) in America Latina, iniziano a offrire i loro servizi per consentire agli emigranti di poter viaggiare agli Stati Uniti o in Europa, in qualità di rifugiati o richiedenti asilo. Ad esempio, gruppi politici avversi al governo venezuelano si avvalsero del Colpo di Stato del 2002 figurando come perseguitati politici al cospetto di alcuni paesi europei e dell’America del Nord. Questi paesi concessero l’asilo politico o lo status di rifugiato a centinaia di venezuelani i quali, a loro volta, percepivano aiuti statali o governativi che oscillavano tra gli 800 e i 5.000 dollari mensili, senza obbligo di lavoro o dichiarazione dei redditi. Con questo meccanismo ne hanno beneficiati anche i loro familiari più stretti. Dato che questo sostentamento si percepiva con la qualifica del “richiedente asilo o rifugiato politico” e grazie alle facilità amministrative del paese che concedeva questi diritti, numerosi venezuelani in alcuni di questi paesi diedero vita a delle ONG con l’obiettivo di aiutare a emigrare ad altri venezuelani come se fossero dei perseguitati politici. Per raggiungere questo scopo, le ONG offrivano svariati servizi: la pubblicazione retribuita di false notizie nella stampa nazionale, dossier politici, false denunce non dichiarate, avvocati, ecc. In questo modo i beneficiati che non avevano mai avuto un percorso politico riuscivano a emigrare e ottenere lo status di richiedente asilo o di rifugiato politico. Questa condizione giuridica gli consentiva se non altro di avere diritto di vivere per otto mesi in uno di questi paesi, percependo un salario minimo e, poi, di ottenere un lavoro, oppure sussistere con quanto offerto da alcune ONG caritative.
  10. Tra il 2010 e il 2013 i dati del CNE annunciavano che circa 45 mila venezuelani erano legalmente registrati nei consolati del Venezuela a livello mondiale. Ciò consentiva loro non solo di esercitare il diritto al voto, ma potevano anche dar prova di essere “legali” in quel paese. Parallelamente, per difetto, gli altri 750 mila venezuelani che vivevano all’estero (la cifra dei venezuelani all’estero non ha mai superato i 900 mila) si trovavano in qualità di turisti o in condizioni d’illegalità nel paese ospitante. Altri si segnalavano come richiedente asilo o rifugiato, con residenza temporanea, sposati, o con un rapporto apolitico nei confronti del governo venezuelano in vista di ottenere una nuova cittadinanza. In questo stesso periodo si calcola che 121 milioni di dollari sono entrati in Venezuela a titolo di rimessa familiare, il che significa che pressappoco 45 mila venezuelani inviavano denaro alle loro famiglie in Venezuela. Una cifra molto di sotto i 21 miliardi di dollari che ogni anno riceve il Messico per le stesse ragioni. Infine nel 2012 l’incremento delle deportazioni di giovani e donne venezuelane per prostituzione raggiunse cifre record in Europa, America Centrale e Sudamerica. In modo particolare in Spagna, dove la prostituzione online dei nostri “talenti” viene denominata “scorts”.

Per finire, la “Fuga dei Cervelli” in Venezuela è una realtà che non dovrebbe destare tanto allarme, giacché giudicando gli indici di deportazioni, inevitabilmente, la stragrande maggioranza dei venezuelani dovrà tornare a casa controvoglia.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Buen Abad: América Latina y Europa unidos contra la canalla mediática

Fernando Buen Abad Domínguez

por aporrea.org – AVN

Movimientos sociales de América Latina y Europa suman esfuerzos para derrotar la canalla mediática

20 Jun. 2015.- Los intelectuales y movimientos sociales de América Latina y Europa asumieron la tarea de organizarse para crear un frente común que permita vencer la guerra mediática internacional en contra de los pueblos de naciones progresistas.

“Para nosotros es vital que las fuerzas democráticas progresistas y revolucionarias asuman un papel de organización comunicacional para establecer un plan de unidad de medios que permita constituir cada una de nuestras luchas en un clamor mundial”, indicó el investigador mexicano Fernando Buen Abad.

Asimismo, planteó la necesidad de articular esfuerzos para enfrentar y contrarrestar las acciones de la canalla mediática internacional. “Es hora de que nuestros pueblos estén a la vanguardia y sumen esfuerzos comunes, porque si no somos capaces de organizarnos para dar una respuesta mediática potente no podremos derrotar a las grandes corporaciones mediáticas”, expresó a la Agencia Venezolana de Noticias (AVN).

Buen Abad sostuvo que las organizaciones sociales de América Latina y Europa deben establecer una agenda y definir los temas que se abordarán de manera unitaria.

“Hay luchas urgentes que son comunes a los ciudadanos de estos países que sufren los embates del capitalismo. Entre estos temas resaltan: la defensa de la soberanía y democracia de los pueblos, la defensa de los recursos naturales, y el objetivo de poder blindar con paz todas las regiones del planeta. Todos los esfuerzos comunicacionales deben tener estos tópicos como agenda base”, explicó.

El doctor en Filosofía y experto comunicacional aseguró que actualmente se está levantando la voz de luchadores europeos que tienen como referencia “los procesos revolucionarios y la gran batalla de las ideas que lideran, los gobiernos de Venezuela, Ecuador, Cuba y Bolivia”, para garantizar la mayor suma de felicidad posible para sus pueblos.

“Ahora mismo vemos a los núcleos de luchadores de países como Dinamarca, Suecia, Italia, España, Portugal y Grecia, tomando en sus manos la bandera de procesos de justicia y reivindicación como el socialismo bolivariano; y es necesario aprovechar ese gran caudal político y convertirlo en una fuerza organizativa que desde Europa nos permita difundir la verdad sobre la mentira de los imperios mediáticos”, dijo.

Cumbre de los pueblos para la comunicación

El intelectual señaló que durante la Cumbre “Una Alternativa al Neoliberalismo en América Latina y Europa”, que tuvo lugar la semana pasada en Bruselas, Bélgica, a la par de la segunda Cumbre de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (Celac) y la Unión Europea (UE), los pueblos de ambos continentes denunciaron la campaña desestabilizadora y difamadora que ejecutan “los grandes monopolios mediáticos europeos asociados con los de Estados Unidos y América Latina”.

“Para profundizar la ofensiva que nos permita enfrentar y vencer a la gran maquinaria de guerra ideológica, recogimos en el foro internacional de Bruselas, la necesidad de realizar una gran cumbre de los pueblos en materia de comunicación, para generar el mandato que necesitamos tanto los movimientos sociales, como las autoridades”, expuso.

Precisó que esta propuesta será elevada a los organismos internacionales de integración como la Unión de Naciones Suramericanas (Unasur) y la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (Celac), para que se desarrolle con el apoyo de los movimientos sociales de cada país.

“Debemos actuar ya, y no esperar a que ante el desespero ocasionado por la crisis del capitalismo, los poderes burgueses intensifiquen su guerra contra todo lo que represente libertad de expresión, independencia, respeto a los derechos humanos y socialismo”, advirtió.

Campaña en contra de Venezuela

Durante su intervención en la segunda Cumbre de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (Celac) y la Unión Europea (UE), el vicepresidente Ejecutivo de Venezuela, Jorge Arreaza, denunció que uno de los más importantes desafíos a los que el Gobierno y el pueblo de Venezuela se deben enfrentar es a la dictadura persistente de los medios de comunicación.

“No pueden ser los medios constructores de falsas realidades, de instrumentos arbitrarios y oscurantistas de desprestigios ocultadores de la verdad, adormecedores de pueblos y defensores de guerra, de sistemas de dominación”, en vez de cumplir “con su rol de mediadores de la realidad y la verdad de los pueblos”, cuestionó.

Arreaza indicó en aquel momento que esta campaña ha sido asumida también por corporaciones mediáticas en Europa, las cuales han dedicado portadas, titulares principales, editoriales y reportajes a mentir con sañas contra el Gobierno de Venezuela y contra su pueblo.

“Quizás (esa campaña) se deba a algunos temores internos de las clases dominante que nada tiene que ver con Venezuela, ni con su realidad o quizás sea una estrategia de distracción para que sus pueblos no se concentren en sus problemas y en sus procesos”, consideró.

Asimismo, los representantes de los movimientos sociales y los intelectuales que se dieron cita en Bruselas, rechazaron la tergiversación y manipulación de los poderes mediáticos sobre los procesos de cambio que se desarrollan en América Latina, y en especial en contra de Venezuela.

“Nos comprometimos a que los planteamientos de este encuentro no se queden aquí, por eso vamos a establecer una plataforma común de información que nos permita enfrentar y vencer la canalla mediática que es bestial, tanto dentro de Venezuela como en el exterior”, indicó a AVN la vocera de la Red Sueca de Solidaridad con Venezuela Revolucionaria, Ruth Cartaya.

Criticó el bombardeo malintencionado que forma parte de la agenda comunicacional de la derecha e incluso, señaló, que en una nación como Suecia, que queda a tantos kilómetros de distancia de Venezuela, se puede evidenciar en los medios de comunicación “un corta y pega de las falsedades que dicen los medios y agencias de noticias españolas e internacionales, con la finalidad de empañar los logros del proceso socialista que impulsó el comandante Chávez y prosigue el presidente Nicolás Maduro”.

A su vez, el vocero del Consejo Portugués por la Paz y la Revolución, Phillipe Ferrera, lamentó que en Europa no haya lugar para las noticias que reflejan la realidad política y social de Venezuela.

“Mientras que en Portugal el capitalismo ha generado desempleo, miseria y desahucio, en Venezuela existe un gobierno socialista que protege al pueblo, que ha generado puestos de empleo y ha construido cientos de miles de viviendas. Eso no le conviene a la agenda de corporaciones mediáticas al servicio del imperio. Por eso es importante que la voz de los medios alternativos se fortalezca y gane espacios”, manifestó.

Verona 29mag2015: Ayotzinapa Vive!

da Rete degli Studenti Medi Verona

Ayotzinapa, un crimine di stato.
8 mesi fa ad Iguala, Guerrero, Messico 43 studenti sono scomparsi.

Dove sono? Qual’è stata la loro colpa? Chi ha ordinato alla polizia di attaccarli? Qual’è stato il ruolo del governo in tutto questo? Una panoramica della disperata situazione messicana attraverso le voci di chi è rimasto e continua a lottare terrorizzato da una violenza che va oltre l’umano.

la Rete degli Studenti Medi organizza una videoconferenza solidale con i genitori ed i compagni degli studenti scomparsi di Ayozinapa.

Chiunque a Verona potrà finalmente entrare in diretto contatto con chi ha visto la propria vita cambiare in maniera radicale a seguito di quel fatale 26 Settembre.

Il dialogo con i genitori e gli studenti di Ayotzinapa sarà aperto e libero e verrà preceduto da una breve introduzione ai fatti di Iguala.

Ayotzinapa ha bisogno di solidarietà da parte di tutti! Vivi li hanno presi e vivi li rivogliamo!

Roma-Ayotzinapa: la solidarietà degli studenti supera gli oceani

di Davide Angelilli (Caracas Chiama) 

CubaInformazione. – Dal 17 aprile, sta girando per tutta Europa una carovana composta da familiari, amici e compagni dei 43 studenti “normalistas” sequestrati dalla polizia messicana e tuttora “desaparecidos” in seguito alla cruenta repressione di una manifestazione popolare avvenuta circa Sette mesi fa nello Stato di Guerrero in Messico. Mercoledì scorso la caravana è giunta a Roma, dove si è realizzato un importante incontro con i collettivi studenteschi della capitale italiana. Gli studenti sono i protagonisti nelle Scuole “Normales” rurali, sorte negli anni Trenta per fare dell’educazione un “fortino” dell’emancipazione delle classi più povere del Messico.

La scuola di Ayotzinapa, dove studiavano i 43 giovani tuttora scomparsi, prende il nome di Raúl Isidro Burgos: il giovane professore che fondò questa scuola, stimolato dalla solidarietà verso gli sfruttati delle comunità contadine. Il messaggio che la carovana ha trasmesso a Roma è chiaro. Si tratta proprio della solidarietà e della complicità a favore delle classi più povere quello che non tollera lo Stato messicano, nonché il sistema di potere che governa il paese. Una solidarietà, quella delle Scuole “Normales”, che, di fatto, si materializza in educazione pubblica aperta a tutti, diretta alle comunità rurali e indigene. Un’educazione del tutto in antitesi con quella promossa dal governo di Enrique Peña Nieto che privatizza tutto ciò che è possibile, colpendo duramente ogni giorno sempre di più i diritti sociali del popolo.

Dinnanzi alla più completa impunità nei confronti della polizia, tutti coloro che sono solidali con gli studenti si stanno riversando nelle strade per urlare la loro indignazione nei confronti della corruzione dilagante all’interno delle più alte sfere governative completamente colluse con le élites criminali che padroneggiano in Messico. Un grido di rabbia e di rivolta che accomuna non pochi settori popolari del paese: dai movimento zapatista fino ai sindacati. Una lotta trasformatrice, che la carovana ha trasmesso fino a sotto l’Ambasciata di quel paese nordamericano in Italia, trovando la solidarietà attiva da parte dei movimenti sociali di Roma. Dopo l’azione di protesta sotto l’Ambasciata, ha avuto luogo un dibattito pubblico presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Con la partecipazione di comitati di migranti, organizzazioni della sinistra italiana e collettivi studenteschi.

Tra questi, i giovani della “Sapienza Clandestina”, che nei giorni anteriori avevano realizzato azioni in seno all’Università per sensibilizzare e informare sul caso dei “Normalistas”. Così come in Messico, anche in Italia le organizzazioni studentesche si stanno mobilitando con forza contro la privatizzazione dell’educazione e in difesa del diritto allo studio. Da oltre due anni l’organizzazione “Sapienza Clandestina” ha occupato uno spazio dentro l’università – una delle più grandi d’Europa – trasformandolo in un centro sociale.

Il movimento ha due obiettivi principali: (1) che gli studenti diventino i veri protagonisti all’interno dell’Università; (2) che si pongano le basi per l’organizzazione di una Resistenza contro la distruzione sistematica dell’università pubblica. Come già è accaduto in passato, il movimento studentesco non è isolato. In questa lotta gli studenti sono accompagnati da parecchi movimenti sociali e politici della Capitale, ivi compreso il Coordinamento per il Diritto alla Casa. Sicché, all’interno di questa lotta, le iniziative internazionaliste hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni di solidarietà contro lo stesso nemico: il modello capitalista e neoliberale a livello mondiale.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

Roma-Ayotzinapa: solidaridad de los estudiantes cruza océanos

por Davide Angelilli (Caracas ChiAma)

Cubainformación.- Desde el 17 de abril, está recorriendo Europa una caravana de familiares, amigas/os, compañeras/os de los 43 estudiantes normalistas “desaparecidos” por la policía mexicana hace siete meses, tras la represión de una manifestación popular. El pasado miércoles la caravana llegó a Roma, donde se realizó un importante encuentro con los colectivos de estudiantes de la capital italiana.

Los estudiantes son los protagonistas en las Escuelas Normales rurales, surgidas en los años ’30 para hacer de la educación una herramienta de emancipación para las clases más pobres de México. La escuela de Ayotzinapa, donde estudian los 43 jóvenes todavía desaparecidos, lleva el nombre de Raúl Isidro Burgos: el joven profesor que fundó estas escuelas, impulsado por la solidaridad hacia las/os explotadas/os de las comunidades campesinas.

El mensaje que la Caravana ha difundido en Roma ha sido claro. Es precisamente la solidaridad y la complicidadcon las clases pobres lo que no acepta el Estado mexicano y el sistema de poder que gobierna el país. Una solidaridad, aquella de las Escuelas Normales, que se concretiza en educación pública e inclusiva, dirigida a las comunidades rurales e indígenas. Una educación totalmente opuesta a la promovida por el gobierno de Enrique Peña Nieto que privatiza todo lo que puede, golpeando cada día más los derechos sociales del pueblo.

Frente a la total impunidad de la policía, todas las personas solidarias con los estudiantes se están movilizando en las calles mexicanas, gritando su indignación por la corrupción del gobierno y las elites criminales .Un grito de rabia y rebeldía compartido con muchos sectores populares del país: desde los zapatistas hasta los sindicatos. Una lucha transformadora, que la caravana llevó hasta la embajada del país centroamericano en Italia,apoyada por los movimientos sociales de Roma.

Después de la acción deprotesta a la embajada, tuvo lugar un debate público en la Universidad “La Sapienza” de Roma. Con la participación de comités de migrantes, organizaciones de la izquierda italiana, y colectivos estudiantiles. Entre ellos, las/os jóvenes de “Sapienza Clandestina”, que en los días anteriores habían realizado acciones en La Universidad para sensibilizar e informar sobre el caso de los normalistas.

Así como en México, también en Italia las organizaciones estudiantiles se están movilizando con fuerza contra la privatización de la educación y por el derecho al estudio. Hace casi dos años, la organización Sapienza Clandestina ocupó un espacio dentro de “La Sapienza” –una de las universidades más grandes de Europa- convirtiéndolo en un centro social. El movimiento tiene como objetivo que los protagonistas de la Universidad sean las/os estudiantes, así como resistir a la destrucción de la universidad pública. Al igual que en el pasado de la lucha estudiantil en Italia, el movimiento de estudiantes no está aislado. Son parte del mismo proyecto trasformador la coordinadora por el derecho a la vivienda,y otros movimientos sociales y políticos.

Dentro de este contexto de lucha, las iniciativas internacionalistas han visibilizado la necesidad de construir relaciones de solidaridad contra un mismo enemigo: el mundializado modelo capitalista y neoliberal.

Una solidaridad que no dejará solos los normalistas. Si el Estado mexicano quería enterrar los 43 normalistas, se ha equivocado totalmente. Porque eran semillas y “Ayotzinapa despertará el mundo”.

Julio Antonio Mella e i semi della rivoluzione cubana

di Alessandro Pagani

«Siamo utili anche da morti», lottò contro la dittatura di Machado a Cuba e il fascismo di Mussolini. 

«Hasta después de muertos somos útiles» ebbe a scrivere Julio Antonio Mella. Oggi ad oltre 85 anni dall’assassinio avvenuto in Messico, del ventiseienne combattente rivoluzionario cubano da parte di un commando paramilitare al soldo del fascismo mussoliniano, la sua morte è ancora sentita nel mondo antimperialista e antifascista che lotta per la costruzione di un mondo basato sulla pace con giustizia sociale.

J. A. Mella nacque il 25 marzo 1903 a La Habana. Suo padre proveniva da Santo Domingo e sua madre, Alicia Mac Partland, era irlandese. Inizialmente frequentò un collegio religioso, dal quale venne espulso per la sua attività rivoluzionaria e ribelle; successivamente si trasferì all’Accademia “Newton” dove ebbe come maestro e amico il rivoluzionario messicano Salvador Diaz Miròn, che a sua volta era stato amico e allievo di José Martì.

Nel 1921, Mella si iscrisse all’Università “Alma Mater” de La Habana e in quei primi anni come universitario, non pochi furono gli avvenimenti che accesero il suo fervore rivoluzionario. Tra questi – senz’altro – la Rivoluzione Bolscevica e quella di Francisco “Pancho” Villa e Emiliano Zapata in Messico, con la Costituzione di Queretero, che ebbero una grande influenza nella sua formazione politica e su tutto il proletariato cubano rafforzando, nel 1921, il già esistente movimento di protesta contro l’imperialismo, la tirannia e la corruzione, che si alzava tra gli operai, i contadini e gli studenti a Cuba (e in tutto il mondo).

Questi due eventi, sommati alla rabbia di un popolo – quello cubano – che vedeva trasformata la propria patria in una colonia dove dominavano disoccupazione, miseria, prostituzione, mortalità elevatissima dell’infanzia, il capitale straniero e il latifondo, crearono le condizioni per una lotta di emancipazione all’interno della società cubana. Mella fu uno dei principali ispiratori di questa battaglia.

Quando si presentò all’Università il ministro dell’Istruzione, Eduardo Gonzalez Manet, per inaugurare l’anno accademico (1922-23), Julio Antonio Mella era alla guida di una manifestazione di protesta con gli studenti, che seguivano con trepidazione la lotta in corso in Argentina e in Perù per la riforma universitaria. Essi avvertivano, che le lotte studentesche in corso in tutta l’America Latina non erano disgiunte da quanto stava accadendo a Cuba, giacché facevano parte di una questione assai più complessa di una semplice riforma studentesca: in gioco era la questione della lotta per la liberazione dei popoli oppressi dal giogo imperialista.

Ciò detto, la gioventù cubana comprendeva che non poteva rimanere indietro e che all’università de La Habana si dovevano rinnovare i piani e i metodi di studio, cacciare i professori inetti, reazionari, corrotti, servi del clero e dell’imperialismo. Nel novembre del 1923 su proposta di Mella si realizzerà il Primo Congresso Nazionale degli studenti, dove lui verrà eletto presidente, sconfiggendo l’ala reazionaria e filogovernativa. Il Congresso non solo discuterà il contenuto della riforma universitaria, ma saluterà con gioia i popoli lavoratori e la classe operaia dell’Unione Sovietica, condannerà l’imperialismo, si opporrà ad ogni interferenza clericale nella scuola e accoglierà la proposta di creare l’Università Popolare “José Martì”, della quale Mella diverrà uno dei suoi migliori insegnanti. Questa grande esperienza universitaria aperta ai lavoratori sarà ostacolata, sabotata, per poi venire espulsa dal recinto universitario e infine soppressa dal governo.

L’acutezza politica di Mella indicherà invero la necessità che gli studenti marcino al fianco della classe operaia, senza la quale non ci potrà essere rivoluzione universitaria. La sua convinzione è tale che inizia a frequentare assiduamente il movimento operaio, collaborando con essi. Una delle prime azioni degli operai e studenti uniti è quella contro il regime fascista di Benito Mussolini, che aveva inviato nell’isola caraibica la nave da guerra “Italia” come strumento di propaganda fascista (settembre 1924). Per quattro giorni, la protesta si svolge davanti all’ambasciata italiana de La Habana scontrandosi con la cruenta reazione della polizia fascista di Gerardo Machado.

Il 16 agosto del 1925, assieme a Carlos Balino, amico di José Martì, Mella fonda il Partito Comunista Cubano e la “Liga Antimperialista”, impostando la lotta per l’abolizione dell’Emendamento Platt, che aveva trasformato Cuba in un protettorato statunitense.

Sarà solo nel 1933 che il movimento rivoluzionario cubano – che riuscì ad abbattere la dittatura fascista di Machado (il “Mussolini tropicale”, come ebbe a definirlo lo stesso Mella) – riesce a sopprimere siffatto emendamento. “Delenda est Wall Street, por la Justicia Social en América!”, erano le parole d’ordine del movimento politico guidato dal giovane rivoluzionario cubano.

Il 27 novembre 1925, Mella viene arrestato mentre si stava recando a un’assemblea operaia. L’accusa è per “atti terroristici”. Rinchiuso in carcere, cercano di deportarlo in un altro edificio. Mella comprende che l’intenzione è quella di assassinarlo, applicando contro di lui la “ley de fuga”, e, pertanto, comincia a urlare, a strepitare, per attirare l’attenzione degli altri prigionieri politici che popolavano l’arcipelago delle carceri fasciste vigenti allora a Cuba.

Successivamente, tenteranno di ucciderlo in carcere, ma non ci riusciranno. Nasce un Comitato di protesta per la sua scarcerazione. Il tiranno risponderà con spavalderia: “Mella rimarrà in galera finché lo vorrò io”, il giovane combattente cubano, inizierà uno sciopero della fame, dal 5 al 23 dicembre. Dopo 11 giorni ha un collasso. Fuori dal carcere la protesta diventa massiccia: nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze, si chiede giustizia e libertà per il fondatore del Partito Comunista Cubano; inutili le repressioni della polizia politica verso le avanguardie operaie e studentesche, la rabbia popolare è incontrollabile.

Il suo avvocato è il poeta Ruben Martinez Villena, che si recherà da Machado a chiedere il rilascio del prigioniero politico. Riferendosi al dittatore cubano, egli dirà che era: «un asno con garras» (un asino con gli artigli). Finalmente Mella viene scarcerato, ma dovrà andarsene dall’isola (gennaio 1926).

Negli anni che seguirono Mella si dimostrerà un grande quadro politico. In Messico lotterà al fianco del popolo messicano e fonderà l’Associazione degli Emigrati Rivoluzionari Cubani, là dove pubblicherà il loro organo ufficiale: “Cuba Libre”.
Prima del suo assassinio per mano di sicari al soldo di Machado e Mussolini e con l’egida dell’imperialismo yankee, Mella avrà modo di distinguersi ancora per le varie denuncie pubbliche contro i crimini del fascismo mussoliniano.
Mella, visse anche una grande e importante relazione d’amore con l’artista, fotografa e combattente antifascista italiana Tina Modotti. Era assieme a lei in quella fatidica sera del 10 gennaio 1929, quando venne assassinato dall’agente Magrinat, assieme ad altri due sicari mandati da Machado in combutta con la OVRA (il servizio di spionaggio di Mussolini).

Per ricordare siffatti momenti, è necessario prendere spunto dalle parole di Vittorio Vidali in un suo articolo per il “Calendario del Popolo” (Nn. 333-334, luglio-agosto 1972) in cui scrive: “La sera del 10 gennaio 1929 eravamo riuniti nella sede del Soccorso Rosso. Mella, incaricato della sezione legale, presenta lo statuto del futuro segretariato del Soccorso Rosso Internazionale per i Caraibi. Lo statuto viene approvato; usciamo e ci salutiamo. Mella, accompagnato da Tina Modotti, si dirige verso casa, ma prima di arrivarci viene colpito da due revolverate. Arriva ancora a dire: “Machado me he mandado a matar. Magrinat tiene que ver con esto. Muero por la Revoluciòn”.

Le ceneri furono portate a Cuba, ma il governo di allora cercò di vietare ogni tipo di tributo a quel giovane rivoluzionario che dedicò tutta la sua vita, la sua “meglio gioventù”, la sua intelligenza, il suo impegno alla causa in difesa dei poveri, degli sfruttati e degli umiliati. Oggi il suo esempio, come quello di altri rivoluzionari morti perché lottavano per un mondo socialista – come furono i casi del Comandante Ernesto Che Guevara e di Antonio Gramsci – e più vivo che mai.

A Cuba, nel simbolo della Uniòn de los Jovenes Comunistas (UJC) vi sono disegnati: Julio Antonio Mella, il Che e Camilo Cienfuegos. Questi uomini, così semplici nei loro modi di fare, ma allo stesso tempo capaci di realizzare grandi gesta eroiche non sono da considerarsi solo e unicamente il patrimonio della gioventù e del popolo cubano, bensì di tutti i popoli lavoratori che credono nella solidarietà e l’amicizia tra i popoli come base per la costruzione di un mondo di pace con giustizia sociale. Una ragione – questa – per rafforzare i rapporti culturali e di amicizia tra il popolo italiano e quello cubano, partendo dal presupposto irrinunciabile che un altro mondo non solo è possibile, ma necessario e che dopo il neoliberalismo ci sarà ancora vita come ci insegnava Julio Antonio Mella.

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Bibliografia:

Adys Cupull y Froilàn Gonzalez, Julio Antonio Mella en medio del fuego: un asesinato en México, Ediciones Abril, La Habana, 2006;

Adys Cupull – Froilàn Gonzalez, Julio Antonio Mella e Tina Modotti contro il fascismo, Edizioni Achab, Verona, 2005;

Autores varios, Mella 100 años, (Tomo 1) Editorial Oriente, Ediciones La Memoria, Santiago de Cuba/La Habana, 2003;

Autores varios, Mella 100 años, (Tomo 2) Editorial Oriente, Ediciones La Memoria, Santiago de Cuba/La Habana, 2003;

Il Messico, il Venezuela e la ‘libera stampa’ del capitale

di Fabio Marcelli – il fatto quotidiano

26nov2014.- Un’ennesima dimostrazione di quanto sia distorto, parziale e venduto ai poteri forti il sistema informativo mondiale può essere tratta da come esso dia conto delle situazioni esistenti in taluni Paesi latinoamericani. Prendiamo ad esempio il Messico e il Venezuela.

Il primo (Messico) è dipinto come una success story economica. E ci mancherebbe. Seguono da molti anni alla lettera le ricette delWashington Consensus e hanno stipulato un Trattato di libero scambio con gli Stati Uniti e il Canada (Nafta). Come potrebbero non andare a gonfie vele dal punto di vista economico? Tanto più che uno dei prodotti più redditizi su cui si basa questo “miracolo economico” è la cocaina. Un prodotto (pari sembra al 40% del Pil) che tira come pochi. Violazioni dei diritti umani: non pervenute. Eppure la strage di Iguala, con sei studenti uccisi e quarantasei fatti sparire, è solo la punta di un enorme iceberg di sangue, torture ed oppressione. Si parla, assumendo come data di partenza proprio l’entrata in vigore del Nafta, avvenuta il 1° gennaio 1994, di centoventimila morti e cinquantamila desaparecidos in venti anni.

Il secondo (Venezuela) invece, secondo la stampa al soldo della finanza internazionale è costantemente alle soglie del tracollo economico. Si tratterebbe inoltre di un regime tirannico che reprime le opposizioni. Si noti che i quaranta morti che si sarebbero avuti in occasione delle manifestazioni di febbraio includono molti sostenitori del governo chavista. Sarebbe inoltre interessante sapere quale governo sedicente democratico occidentale sarebbe disposto a tollerare passivamente manifestazioni violente come quelle poste in atto dall’opposizione venezuelana. In realtà, a cominciare da quello di Washington, tollerano molto meno.

Il vero “crimine del governo venezolano”, e di altri, è com’è noto quello di opporsi alle logiche neoliberiste dominanti secondo le quali per garantire il benessere del popolo bisogna lasciar fare ai mercati. I poteri forti non hanno digerito l’opposizione del Venezuela e di altri all’estensione del Nafta su scala continentale, mentre il trattato in questione produceva eccelsi benefici al popolo messicano.

Sono passati vent’anni e il Narcostato messicano, controllato oramai completamente da politici corrotti e narcotrafficanti mafiosi in combutta tra loro, rappresenta la dimostrazione di dove portano le politiche neoliberiste quando sono pienamente lasciate libere di produrre i loro effetti. La strage di Iguala, con l’annientamento, dopo tortura, di cinquanta giovani colpevoli solo di chiedere un Messico e un mondo diverso ha visto appunto la complicità di politici locali corrotti, delle “forze dell’ordine” e delle bande dei narcotrafficanti. Ottimo sistema davvero per liberarsi dell’opposizione sociale. Un modello quindi, per le situazioni dove la criminalità organizzata, sostenuta dall’ideologia neoliberista e forte di una poderosa base finanziaria, tende a farsi Stato. Al nesso fra libero commercio, violenza, impunità e violazione dei diritti dei popoli è stata dedicata la recente sessione del Tribunale internazionale dei popoli che si è conclusa ieri a Città del Messico e di cui riferisce Luciana Castellina sul manifesto di oggi.

Ora che il popolo messicano si ribella contro la sua situazione di morte, oppressione e sfruttamento, i “paladini dei diritti umani” a senso unico sempre pronti a strepitare a ogni smorfia di disgusto di Yoani Sanchez e a ogni lamento della borghesia venezuelana disumanamente privata della sua carta igienica preferita, volgono lo sguardo dall’altra parte.

Forse perché i danni irrimediabili prodotti dal capitalismo alla messicana e cioè dilagare della criminalità mafiosa, massacri, sparizioni, torture, impunità, fine della sovranità alimentare, contaminazione ambientale, privatizzazioni selvagge, fine dell’istruzione gratuita, disoccupazione crescente e precarietà del lavoro sono gli stessi che questo sistema dominante produce anche in altre parti del pianeta, Italia compresa. E quindi si tratta di una pubblicità davvero pessima per questo sistema. I pennivendoli ne prendono atto e tacciono senza vergogna. Ai popoli il compito di smascherare i bugiardi e di preparare, diffondendo la verità, le condizioni per la propria liberazione.

Messico: Una società indignata che non vuole più piangere

di Geraldina Colotti – il manifesto

21nov2014.- Il mas­sa­cro di Iguala ha scosso il mondo e le mani­fe­sta­zioni, nella gior­nata glo­bale indetta dagli stu­denti mes­si­cani, si sono ripe­tute nei quat­tro angoli del pia­neta. La scritta «siamo tutti Ayo­tzi­napa», che rim­balza da giorni nella rete, è com­parsa su car­telli e magliette dei cin­que con­ti­nenti: a par­tire da quello lati­noa­me­ri­cano, ma anche negli Stati uniti, in Canada, in Europa. Ayo­tzi­napa, sede della Escuela Nor­mal Rural Raul Isi­dro (appar­te­nente alla catena di isti­tuti rurali, di forte tra­di­zione poli­tica) è diven­tata il sim­bolo di chi non s’arrende: all’intreccio di mafia e poli­tica che governa il Mes­sico, allo stra­po­tere di mili­tari e poli­zia, cre­sciuto nel busi­ness della sicu­rezza forag­giato dagli Usa per com­bat­tere il nar­co­traf­fico, non con pane e diritti, ma con le armi. Per espri­mere soli­da­rietà ai fami­liari degli scom­parsi, il governo argen­tino ha invi­tato gli Usa a non inviare altre armi in Messico.

Un’esortazione al deserto, essendo il Mes­sico al cen­tro dei nuovi accordi neo­li­be­ri­sti con­tem­plati dall’Alleanza del Paci­fico. Gli stu­denti repressi a Iguala pro­te­sta­vano con­tro i tagli alla scuola pub­blica, seguiti alle misure di pri­va­tiz­za­zione sel­vag­gia avviati dal pre­si­dente Hen­ri­que Pena Nieto. Un tema ampia­mente visi­bile nell’imponente mani­fe­sta­zione di gio­vedì e in quelle che l’hanno pre­ce­duta. E sono in molti a ricor­dare l’analogia con un altro mas­sa­cro, com­piuto il 2 otto­bre di 46 anni fa, nella Piazza delle Tre cul­ture di Tla­te­lolco. Allora, cen­ti­naia di gio­vani che pro­te­sta­vano in soli­da­rietà al movi­mento del ’68, sono caduti sotto i colpi della poli­zia e molti altri sono stati arre­stati e tor­tu­rati. Sfi­la­vano per chie­dere il rispetto dei diritti umani e delle libertà civili. Gli stu­denti di Ayo­tzi­napa erano andati a Iguala pro­prio per rac­co­gliere fondi da impie­gare per la mani­fe­sta­zione che inten­de­vano orga­niz­zare in ricordo del mas­sa­cro di Tla­te­lolco. Il 2 otto­bre di 46 anni fa, gli stu­denti pro­te­sta­vano con­tro la povertà estrema e per la man­canza di sanità, edu­ca­zione, lavoro.

Anche oggi, una delle eco­no­mie «più dina­mi­che dell’America latina» (secondo il Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale), lascia senza lavoro gran parte dei suoi gio­vani, che fini­scono sovente sul libro paga dei car­telli della droga, o in una fossa comune clan­de­stina. La caro­vana com­po­sta da tre bri­gate infor­ma­tive, orga­niz­zata dai parenti dei 43 scom­parsi, ha messo in luce l’estensione delle tombe clan­de­stine in cui giac­ciono resti di per­sone che lo stato non si cura di iden­ti­fi­care. Solo nel 2013 sono scom­parse 19.000 per­sone, 51 al giorno e oltre due ogni ora. Secondo le orga­niz­za­zioni per i diritti umani, le vit­time degli ultimi 8 anni, arri­vano a circa 30.000, ma la quan­tità reale potrebbe essere dieci volte di più. Per il sacer­dote Ale­jan­dro Sola­linde, fon­da­tore del rifu­gio Migranti in cam­mino, decine di migliaia di migranti sono scom­parsi negli ultimi anni. E pro­prio cer­cando i 43 stu­denti in una delle fosse comuni fatta sco­prire nei din­torni di Iguala dai nar­co­traf­fi­canti arre­stati, un mem­bro delle bri­gate di auto­di­fesa comu­ni­ta­ria ha mostrato ai gior­na­li­sti un docu­mento e una foto: non era un “nor­ma­li­sta”, ma un migrante che il figlio ha così rico­no­sciuto e che ha potuto seppellire.

A Tla­te­lolco, a pro­te­stare era il movi­mento stu­den­te­sco, sia quello delle Nor­mal rura­les che quello dell’Universidad Uni­ver­si­dad Nacio­nal Auto­noma de Mexico (Unam), e dell’Instituto Poli­tec­nico Nacio­nal (Ipn), e quelli di altre uni­ver­sità: inclusi pro­fes­sori, intel­let­tuali, casa­lin­ghe, ope­rai e lavo­ra­tori dei ser­vizi. Un movi­mento che si era messo in moto a seguito di una pre­ce­dente repres­sione dell’esercito e che rag­giunse l’acme a set­tem­bre del ’68. Il 13 di quel mese si svolse “la mar­cia del silen­zio” durante la quale i mani­fe­stanti sfi­la­rono con un bava­glio bianco per gli arr­re­sti e le tor­ture. Il 18 set­tem­bre, l’esercito entrò alla Unam e all’Ipn e se ne andò solo un giorno prima del mas­sa­cro.

Il 2 di otto­bre del ’68, migliaia di stu­denti si riu­ni­rono paci­fi­ca­mente in piazza delle Tre cul­ture, al cen­tro della capi­tale. E a un certo punto, si sca­tenò la furia del Bat­ta­glione Olim­pia, ini­zial­mente creato per la sicu­rezza dei gio­chi olim­pici di quell’anno. Il saldo fu di cen­ti­naia di gio­vani morti, almeno 2.000 dete­nuti e 500 dete­nuti. Il 12 dicem­bre del 2011, altri nor­ma­li­stas che mani­fe­sta­vano nella Car­re­tera del Sol, a via Aca­pulco, furono sel­vag­gia­mente repressi e due per­sone mori­rono. Il 30 giu­gno del 2014, i mili­tari hanno ucciso 22 per­sone disar­mate, col pre­te­sto che si trat­tava di cri­mi­nali (e per que­sto alcuni sono stati arre­stati). Poi, la repres­sione del 26 set­tem­bre che, come il mas­sa­cro di 46 anni fa, ha inciso for­te­mente nella coscienza dei mes­si­cani. E in molti non vogliono più tor­nare indie­tro, soste­nuti dalla soli­da­rietà inter­na­zio­nale. Una sola voce ha voluto distin­guersi, quella dell’ex pre­si­dente colom­biano Alvaro Uribe. Osses­sio­nato dalla guer­ri­glia mar­xi­sta colom­biana, ha dichia­rato: «E’ colpa delle Farc, che hanno ven­duto droga ai car­telli messicani».

Educazione: Cuba leader mondiale negli investimenti

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Unesco: Cuba possiede il maggiore sviluppo educativo dell’America Latina

Secondo il ranking degli incentivi e degli investimenti sull’educazione stilato dalla Banca Mondiale (BM) per il periodo compreso tra il 2009 e il 2013, Cuba, la Bolivia e il Venezuela figurano tra i 10 paesi che in tutto il mondo hanno maggiormente investito in educazione.

 

La posizione di Cuba è riconosciuta a livello mondiale per i suoi alti indici d'attuazione degli obiettivi fissati nel piano “Educación Para Todos” rispetto a quanto fatto nei paesi sviluppati

La posizione di Cuba è riconosciuta a livello mondiale per i suoi alti indici d’attuazione degli obiettivi fissati nel piano “Educación Para Todos” rispetto a quanto fatto nei paesi sviluppati

Il Venezuela territorio libero dall’analfabetismo 

Cuba, Timor Est, Danimarca, Ghana, Islanda, Nuova Zelanda, Thailandia, Venezuela, Kyrgyzstan, Bolivia, Costa Rica e Argentina sono tra i paesi che effettuano i maggiori investimenti sull’istruzione in base al loro Prodotto Interno Lordo (PIL), secondo le cifre rese note dalla Banca Mondiale.

 

Lo studio, che ha analizzato il periodo 2009-2013, ha decretato Cuba come paese leader a livello mondiale nella percentuale di Prodotto Interno Lordo (PIL) destinato all’educazione. Una cifra che è stata pari al 13,1% nel 2009 e al 12,8% nel 2010.

Il 28 ottobre di nove anni fa l'Unesco dichiarò il Venezuela “Territorio libero dall'Analfabetismo”. Questo è il frutto della Misión Robinson, programma sociale lanciato dal leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, per saldare il debito storico ereditato in materia d'istruzione

Il 28 ottobre di nove anni fa l’Unesco dichiarò il Venezuela “Territorio libero dall’Analfabetismo”. Questo è il frutto della Misión Robinson, programma sociale lanciato dal leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, per saldare il debito storico ereditato in materia d’istruzione

La Bolivia nel ranking dei paesi che maggiormente investono in educazione

In seconda posizione vi è la Repubblica Democratica di Timor Est (Sud-Est asiatico), che ha investito l’11,3% nel 2009, il 10,5% nel 2010 e il 9,4% nel 2011.

 

In ordine, seguono i restanti paesi: la Danimarca con l’8,7%, il Ghana con l’8,1%, l’Islanda e la Thailandia con il 7,6%, la Nuova Zelanda 7,4%; Cipro 7.3%, Venezuela e Bolivia con il 6,9%, il 6.8% per la Finlandia così come il Kirghizistan; infine Belize con il 6.6%.

Il Ministro boliviano della Pubblica Istruzione, Roberto Aguilar, ha spiegato che l'investimento nell'istruzione della prima infanzia è aumentato del 319%, del105% nell'istruzione primaria e del 306% nell'educazione secondaria, rispetto agli importi investiti nel 2006

Il Ministro boliviano della Pubblica Istruzione, Roberto Aguilar, ha spiegato che l’investimento nell’istruzione della prima infanzia è aumentato del 319%, del 105% nell’istruzione primaria e del 306% nell’educazione secondaria, rispetto agli importi investiti nel 2006

In America Latina spiccano Cuba, Venezuela e Bolivia, e a seguire Argentina e Costa Rica con una percentuale del 6,3 del PIL; poi la Giamaica con il 6.1%, il Brasile con il 5,8%, il Messico con il 5.2%; il Cile al 4.5%; l’Uruguay investe il 5,3%, mentre il Paraguay il 4,8%.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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